Per una Pedagogia della Resistenza *
Il volume a più mani affronta, come precisa il sottotitolo, L’esperienza dei Convitti della Rinascita. Una vicenda poco studiata e ancor meno conosciuta eppure di grande rilievo sia per la storia della Resistenza dopo il 25 aprile, che per quella della Pedagogia italiana.
Quindici furono i convitti in città del nord e centro Italia, a partire dal capofila “Amleto Livi” di Milano, cui seguirono quelli di Varese, Torino, Novara, Asti, Genova, Voltri, Sanremo, Venezia, Cremona, Reggio Emilia, Bologna, Molinella, Firenze e Roma. Promossi e sostenuti dall’ANPI i Convitti si coordinarono attraverso cinque Congressi tra il 1945 e il ’48 e uno statuto comune che ne definiva finalità e struttura.
Diversi naturalmente il peso e la durata dell’esperienza nelle diverse località; il pregio del volume è proprio quello di affrontarla quale progetto complessivo di Rinascita e Ricostruzione del paese uscito da guerra e fascismo.
Ideatore dell’esperienza pilota di Milano Luciano Raimondi. Laureato in filosofia a Milano e in seguito iscritto a medicina, insegna in un Liceo di Monza e partecipa all’attività antifascista dal 1935 iscrivendosi al PCI nell’anno successivo.
Dopo l’armistizio e una prima attività partigiana in Valsassina con successivo arresto e fuga in Svizzera, rientra nell’Ossola liberata assumendo il ruolo di Commissario politico della X Brigata garibaldina Rocco di stanza in Formazza.
Con la caduta della “Repubblica” è costretto ad espatriare e verrà internato nel duro campo di Lago Nero destinato ai partigiani comunisti o considerati tali.
Ed è qui che l’insegnante Raimondi inizia corsi per giovani partigiani che hanno interrotto gli studi. Nel gennaio ’45 riesce a rientrare in Italia e a riprendere il ruolo di Commissario nella X Rocco.
Con l’arrivo a Milano la sua formazione verrà stanziata ad Affori dove nasce il primo Convitto della Rinascita con l’occupazione di una vecchia scuola privata. L’iniziativa mobilita il mondo intellettuale democratico, alcuni nella doppia veste di allievo/docente come il giovane Guido Petter, molti come insegnanti e consulenti. L’elenco sarebbe lungo, si possono citare Antonio Banfi, Cesare Musatti e Gaetano Kanizsa.
L’esperienza si muove da subito su due piani.
– Il recupero dei diversi corsi e livelli scolastici degli anni “persi” nel corso della guerra dai partigiani, a cui presto si aggiunsero altre categorie: deportati e internati IMI, feriti e mutilati. Acconto a questi gli orfani di guerra che trovarono specifica collocazione a Varese in località La Rasa.
– La formazione alla vita democratica tramite la gestione collettiva del convitto attraverso precise regole e una pedagogia innovativa incentrata sullo sviluppo delle capacità e della personalità degli allievi rovesciando il modello trasmissivo ed omologante del fascismo. A questo si aggiunge il rapporto con il territorio dove i “convittori” la domenica partecipano alla ricostruzione della città devastata dalle guerra.
Non poche le difficoltà affrontate dai vari convitti: la sede che in più casi dovette traslocare, l’ostracismo di settori retrogradi della chiesa che mal sopportava una esperienza pedagogica laica, il rapporto con le amministrazioni locali che, cambiando colore, da sostegno, in più casi divennero ostacolo. Si trattava poi di indirizzare al lavoro e, dopo la prima fase di recupero degli anni persi, dar vita a corsi tecnico professionali congruenti con le caratteristiche economiche delle diverse località.
Il Convitto “Mario Preda” di Novara, intestato ad un giovanissimo partigiano caduto il 25 aprile a Someraro, fu una sorta di emanazione di quello di Milano. Costituito nella primavera del 1946 e diretto da un ex internato militare, Rosario Muratore, ebbe tra i docenti Guido Petter, trasferitosi da Milano, il maestro Gianni Rodari e la partigiana, filosofa e pedagogista, Anna Maria Princigalli che diresse l’orfanotrofio all’interno del convitto; per i giovanissimi (11 – 16 anni) usciti dal trauma della guerra seppe impostare una didattica basata sul gioco e priva di qualsiasi punizione. “Lei censurava ogni forma di coercizione sui bambini e accusava la scuola pubblica di non rendere l’infanzia un’esperienza Felice”.
Un episodio illuminante sullo spirito che ha informato i Convitti della Rinascita: quando il Convitto di Novara fu costretto a chiudere per mancanza di finanziamenti, una quindicina di ragazzi più grandi furono trasferiti al Convitto di Roma: 20 giorni di viaggio in bicicletta sotto la guida di Petter che trasformò il viaggio in una scuola itinerante insegnando geografia “sul campo” arricchita di curiosità e aneddoti storici.
Scheda
Statuto sancito nel V Congresso dei Convitti-Scuola tenutosi a Milano dal 2 all’8 marzo 1948
Premesse
- I Convitti-Scuola, nati dal movimento partigiano, mantengono vivo nella fondazione della nuova Scuola Popolare lo spirito di libertà e di lotta per la democrazia, che ha ispirato la resistenza italiana.
- Scopo dei Convitti-Scuola è quello di porre tutti i lavoratori ed i figli dei lavoratori su di un piano di effettiva libertà nel campo dello sviluppo morale, culturale e professionale.
- I Convitti-Scuola sono Scuole della Ricostruzione. Gli studenti informano la loro preparazione alle esigenze della Rinascita morale, sociale ed economica del paese.
- – Ogni insegnamento dei Convitti-Scuola tende a stimolare gli allievi alla scoperta ed alla ricerca personale.
- Lo studio è considerato lavoro e, come tale, da rimunerarsi. I Convitti-Scuola liberano lo studente da ogni preoccupazione di carattere economico per sé e, nei limiti del possibile, per eventuali persone a carico.
- Nei Convitti-Scuola gli allievi si educano all’autogoverno, quotidianamente orientati e controllati dai professori e dai tecnici dell’amministrazione, dell’organizzazione e della produzione del Convitto. La collaborazione all’organizzazione, amministrazione e produzione del Convitto-Scuola è considerata al pari dello studio un dovere per ogni Convittore.
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* Pubblicato su Nuova Resistenza Unita, n.3/2026, p. 6-7.









