La mostra fotografica dell’Ossario di Scareno e il partigiano Marmelada *
“Scareno culla della Brigata Alpina Cesare Battisti – Ignoti eroi immolatisi per la Libertà 1944-1945”. Così recita la lapide sulla sommità dell’Ossario di Scareno. Costruito nell’immediato dopoguerra per iniziativa del parroco don Antonio Bottacchi e di Paolo Zucchi (Palin), oste e figura di spicco della comunità locale, con la collaborazione di gran parte del paese, raccoglie i resti recuperati di otto caduti rimasti ignoti, probabilmente colpiti dai bombardamenti durante il rastrellamento del giugno 1944. Le spese per il materiale furono in parte sostenute dallo stesso parroco che aveva fatto vendere un autofurgone donato al paese dai partigiani in riconoscimento della collaborazione durante la guerra, anche per evitare un conflitto con Aurano che lo pretendeva. La parte restante del finanziamento venne dal CNL di Busto Arsizio. Per la Battisti Mario Manzoni Marmelada, con il suo stile “silenzioso”, ne ha seguito la realizzazione. L’Ossario venne inaugurato il 16 giugno 1946.
Due decenni fa il Comune di Aurano (di cui Scareno è frazione) aveva allestito una bacheca lignea con informazioni essenziali sull’Ossario e il suo significato storico, bacheca recentemente deterioratasi. Per iniziativa della Proloco di Aurano e del Comune è stato chiesto all’ANPI di Verbania e alla Casa della Resistenza materiale fotografico e testi per 10 pannelli da collocare nell’area antistante all’Ossario. I contenuti concordati riguardano la storia della Cesare Battisti, il ruolo del paese durante la resistenza, nascita e significato di un’area monumentale che lega in modo profondo una formazione partigiana con quella comunità montana. Le foto sono state reperite dal nostro Centro di documentazione e da Flavio Maglio dell’ANPI di Verbania anche in collaborazione con la famiglia Manzoni. Ho curato i testi seguendo quale criterio la riduzione all’essenziale dell’aspetto informativo, dando massimo spazio alla selezione di testi narrativi: in tal modo ogni pannello, in prospettiva di visite anche scolastiche, è accessibile a fruitori di ogni età, costituisce un’unità tematica autosufficiente, mentre la articolazione complessiva della mostra intende costituire una narrazione completa. La mostra è stata inaugurata domenica 9 novembre in occasione della tradizionale castagnata. Sono intervenuti due figli di Marmelada e Paola ha portato con voce commossa il ringraziamento della famiglia.
Scareno ai tempi della Resistenza
Rileggendo testimonianze e racconti[1] ho notato come, mentre si afferma che non vi erano partigiani di Scareno, e nemmeno staffette, viene più volte utilizzato il noi parlando di partigiani e Resistenza: partigiana era nel collettivo sentire l’intera comunità del Paese. Scareno paese partigiano. Ricorda Nino Chiovini quanto avvenuto durante il rastrellamento del giugno ’44:
“È subito dopo la fine dei combattimenti [18 giugno] che scatta spontaneamente l’aiuto popolare teso a sottrarre partigiani non meno che i renitenti dei villaggi, alla caccia nemica. Il villaggio di Scareno, comunità in senso lato di un centinaio di abitanti, si muove con tempestività ed efficacia; ancora oggi alcuni dei suoi abitanti, assurti alla statura di personaggi (gente come il Palìn, la Clementina, la Giulia, il Pinisùn) sono ricordati dai superstiti per l’astuzia e il coraggio con cui seppero scovare i partigiani dispersi entro la sacca nemica a ridosso del Monte Zeda e del Vadàa, rifocillandoli, assistendoli se feriti, dirottandoli in luoghi più sicuri, tenere i collegamenti.”
E alla fine di luglio, mentre sta ritornando con la volante da una azione, annota sul diario:
“Da stamattina siamo in cerca della “Battisti”. Tutto il giorno camminiamo. A La Rocca finalmente troviamo Palin. Non è un partigiano, ma fa lo stesso: Palin dice che la Battisti è tutta a Scareno, a casa sua. Palin, nella “Battisti” è conosciuto anche dalle reclute. È un abitante di Scareno e per noi è staffetta, guida, albergatore, portaferiti, becchino, tutto. È una istituzione da premio Nobel”.
Chi era “il Palin” citato in tante memorie? Anagraficamente Paolo Zucchi nato nel 1899 e deceduto nel 1981. Oste del paese, figura un po’ controversa si è detto talora per il suo ruolo nella organizzazione del contrabbando. Di fatto portavoce dell’intero paese. Alla Rocca, alpeggio sovrastante, in una baita, apparentemente diroccata viene installata una infermeria per partigiani feriti e nascondiglio durante le puntate nazi-fasciste, uno dei luoghi ove vengono messe in sicurezza staffette e infermiere quando la banda scende per le sue puntate.
Un ricordo raccolto dalla Associazione “Il Dragone di Piaggia” ci dà uno spaccato della sua personalità:
«Il Palin era uno sveglio, uno che sapeva cogliere le occasioni, un barzellettiere, soprattutto con un bicchier di vino in più. Quando scendeva al mercato, con un galletto sotto braccio, a chi gli chiedeva “Palin, dove vai col gallo?” rispondeva “Vo’ a fal registrà: canta trop tardi“». È Cesare, all’epoca bambino, a raccontarci questo aneddoto, in cui la battuta sul gallo-orologio ci fa capire il personaggio, sicuramente arguto, ma anche geloso dei fatti suoi.»
L’altro personaggio centrale nella vita del paese è don Antonio Bottacchi, sacerdote e alpinista; nato a Cannero nel 1920 è parroco di Scareno durante la guerra, poi trasferito nel 1953, sempre come parroco, a Bée, incarico che espleterà per vent’anni sino alla morte (12 novembre 1973). Ho sopra ricordato il suo ruolo nella costruzione dell’Ossario e il reperimento dei fondi ma, come ha raccontato Cesira Morandi, parte di quanto ottenuto con la vendita del furgone donato dai partigiani è andato a beneficio dell’intero paese:
“Con quei soldi lì abbiamo fatto l’Ossario … E ci abbiamo fatto anche un acquedotto per conto nostro, riservato del Comune; per 30 anni era nostro. Un acquedotto, da sù alla Mufa venendo giù, abbiamo fatto una fontana sulla piazza, una fontana lì sotto, un’altra fontana giù nella strada che è poi quella che c’è ancora e tutta la gente si sono tirati l’acqua nelle case. E l’acqua è rimasta a noi per 30 anni.”
Mario Manzoni Marmelada
L’ultimo pannello della mostra è dedicato al partigiano Marmelada, autore del testo più completo e “vivo” sulla Brigata Cesare Battisti (Partigiani nel Verbano), le cui ceneri, per sua esplicita volontà, sono state deposte nell’Ossario dopo la morte (31 gennaio1982).
Quando nel 2008 mi ero occupato del recupero in Word del testo originario (Vangelista 1975) per realizzarne in accordo con la famiglia una seconda edizione, oltre alla precisione del trasferimento (l’OCR utilizzato non era particolarmente affidabile ed era poi necessario un riscontro puntuale) mi ero prevalentemente interessato alla dimensione storica della lotta partigiana. Mi era un po’ sfuggito quello che, con sensibilità letteraria già nel ’75 Mario Bonfantini aveva colto nella introduzione.
“E un altro personaggio, di non minore interesse si impone in questo libro: l’autore stesso, con la sua storia davvero esemplare. Mario Manzoni, d’una famiglia di bravissimi operai milanesi (rione Gorla), di quella gente che io soglio chiamare quando è il caso la nostra “nobiltà popolana”, sfollato con i suoi in quel di Intra e ivi entrato ragazzo a lavorare in un’industria in quella fine del settembre ‘43, saputo di un gruppo di “ribelli” appena formatosi nella montagna vicina, sentì sorgere irresistibile dentro di sé il richiamo a unirsi a loro e ci riuscì. Aveva diciott’anni.”
Nato a Milano il 25 luglio del 1925, Mario respira l’avversione per il fascismo all’interno della famiglia dove nei giorni di festa, alla fine di una tavolata «si arrivava alla cantata corale: “Vegn chi Ninetta sota l’umbrelin – vegn chi Ninetta te darù un basin”. Più tardi mi resi conto che si cantava sull’aria di Bandiera rossa». Il padre è stato arrestato nel novembre 1942 e riuscirà ad uscire dal carcere solo nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre ’43. La famiglia nel frattempo era sfollata ad Arizzano e Mario aveva trovato lavoro all’azienda SAFAR (sfollata da Milano) di apparecchi radiofonici. Quando però viene a sapere «che un gruppo armato operava sui monti della valle Intrasca, alle spalle di Intra, decisi di raggiungerlo.» Era il 17 dicembre e la narrazione inizia da quel giorno. Il suo non è un diario partigiano, anche quando non può fare a meno di parlare di sé il focus è altrove, quasi a nascondersi dietro una vicenda vissuta e raccontata come esperienza collettiva. È dunque fra le righe, in una sorta di retrotesto, che possiamo ricostruire il suo importante ruolo all’interno della Battisti.
Sull’origine del suo nome di battaglia ecco cosa ci racconta:
“Le missioni notturne mi consentono di passare da casa ad Arizzano, ove mi rifornisco. Fra l’altro mia sorella prepara ottimi vasetti di marmellata che a Sciangai [Alpe Steppio] divido con i compagni e che mi procurano un singolare nome di battaglia: ormai non mi chiamano più Mario ma Marmellata. Inoltre a casa fanno economia di tessere del pane che utilizzo a Intragna, e la Gibì, conosciuta quando venivo ad Arizzano in villeggiatura, mi fornisce riso e pasta da portare a Sciangai.”
Il rapporto di collaborazione fra La Battisti e la comunità di Scareno è precedente al rastrellamento di giugno e Marmelada vi ha avuto un ruolo non secondario. Nel maggio ’44 i maggiorenti del paese avevano contatto Arca per chiedere aiuto contro una banda di renitenti all’ultimo bando di arruolamento della RSI che compivano continui furti nella zona. Viene inviata una squadra comandata da Marmelada che li arresta e li costringe a confessare.
“Chiedo ai danneggiati che pena infliggere: visto che non si esprimono, propongo di lasciarli andare a patto che entro due ore non si facciano trovare entro un raggio di 30 Km, in caso contrario verrebbero fucilati. Il Palin, a nome dei presenti, si dichiara soddisfatto e ci ringrazia per il pronto intervento”.
Nel Convegno svolto a Domodossola nel 2004 sui mezzi di comunicazione partigiani[2] viene ricordato l’esemplare l’utilizzo di ricetrasmittenti realizzate da tecnici e operai della SAFAR di Intra ma il ruolo di Manzoni non compare. Lui stesso lo nasconde, assegnandosi una parte secondaria anche se è evidente che l’iniziativa di contattare il suo ex caporeparto della fabbrica con cui aveva condiviso amicizia e sentire antifascista non può che esser venuta da lui. Nell’aprile del ’44 il comando della Cesare Battisti si era trasferito da Steppio al rifugio CAI del Vadàa, posizione fra l’altro ottimale per radiocomunicazioni con le altre formazioni e la Svizzera.
“L’ing. Vassallo della Safar, capo del reparto dove ho lavorato, ha costruito con i suoi operai piccole ricetrasmittenti a dinamo, azionate da manovelle. Gli apparecchi arrivano al Vadàa assieme a un’altra più potente, alimentata da batterie. Due piccole sono inviate al Cavallone [Giovine Italia] e in Val Grande [Valdossola] per collegarci, mentre la grande resta al Vadàa e Mosca cercherà contatti con gli anglo-americani per avere un aviolancio di armi. Per le batterie l’incarico viene affidato a me che vengo sostituito a Piaggia. Bisogna prenderle a Cargiago di notte, mentre di giorno l’ing. Vassallo le fa ricaricare.”
Partecipa alla liberazione di Cannobio il 3 settembre ’44 e rimane a difesa della cittadina mentre il grosso della formazione risale la Cannobina per partecipare alla liberazione dell’Ossola. Quando il 9 settembre i fascisti con forze soverchianti rioccupano il paese, riesce a nascondersi e due giorni dopo, con una caviglia slogata, mettersi in salvo.
“Cammino per 4-5 ore finché, al limite di fatica e dolore, arrivo a una baita. Sulla porta un uomo mi dice che più avanti, in altra baita, c’è la sua famiglia e mi consiglia di raggiungerla; se dovesse salire qualcuno farà in tempo ad avvertirmi. Stringendo i denti, proseguo per un’altra mezz’ora prima di arrivare. La moglie, mentre mi scalda una tazza di latte, dice che anche il figlio è coi partigiani ma non sa dove. Al mattino mi indicano il sentiero per Calachina ove troverò i partigiani. Pian piano vi arrivo e la prima che incontro è la Margherita di Intragna, staffetta della Battisti che, vedendomi, scoppia a piangere abbracciandomi: a Cannobio mi avevano dato per morto.”
Rientrato nei ranghi durante l’esperienza in Ossola, dovrà passare alcuni mesi di internamento in Svizzera, espatriato per curare una grave pleurite degenerata in polmonite. Rientrerà in aprile a ridosso della liberazione passando dalla Casa Battiti (Posto 24) di Ascona e successivamente rientrando in Italia dal Limidario.
Dopo la liberazione di Intra del 24 aprile è con la Battisti traghettata sulla riva lombarda del lago per raggiungere Milano.
“Il 26 aprile la brigata “Battisti” riceve l’ordine di imbarcarsi e trasferirsi a Varese, mentre la “Val Grande Martire” viene dirottata verso Stresa-Arona per bloccare una colonna nazifascista. … La mattina del 29 la “Battisti” raggiunge Milano. L’autocolonna dopo aver attraversato piazza Duomo passa da piazzale Loreto dove è appeso il corpo di Mussolini con la Petacci e altri gerarchi. Vedere il suo corpo senza vita, dopo che tante vite ha stroncate con la sua irresponsabilità, mi fa pensare quanto effimera possa essere la potenza di un dittatore, e quale follia che un uomo possa decidere delle sorti di un popolo.
La nostra autocolonna prosegue fino via Bodio, vicino al ponte della Ghisolfa. Di lì raggiungo in bicicletta la mia casa, dove riabbraccio tutti i miei. La gente semplice del quartiere mi fa una gran festa, che mi riempie di contentezza.”
Il suo Impegno partigiano non si esaurisce con la liberazione ma prosegue presso l’Ufficio Stralcio della Divisione Alpina “Mario Flaim” per realizzare l’elenco di Caduti e feriti della “Cesare Battisti” ai fini del riconoscimento ufficiale presso la Commissione Lombarda. Un’attività che rinsalda il suo legame morale ed affettivo con la formazione.
A Milano riprende poi il lavoro alla SAFAR e, dopo la chiusura dell’azienda, in altre fabbriche metalmeccaniche impegnandosi nell’attività sindacale della FIOM. Si è sposato nel 1953 ed ha avuto tre figli.
Non ha mai rivendicato gradi militari o risarcimenti nella piena condivisione del sentire della Battisti così espresso nella chiusura del suo libro:
“Dello spirito con cui abbiamo lottato è prova la decisione da noi presa in una riunione tenuta da Arca alla villa Caramora: tutti unitamente abbiamo rinunciato a qualsiasi ricompensa al valore o risarcimento danni per i viventi, e anche al riconoscimento dei gradi raggiunti nel CVL. Ciò cui noi non abbiamo rinunciato invece è la volontà che nel nostro Paese si realizzino giustizia sociale e progresso, che il fascismo sconfitto con le armi non riproduca mai più il suo cancro dentro la nostra repubblica fondata sui lavoratori.”
Riposa in quel di Scareno insieme a partigiani ignoti.
* Pubblicato sul n. 1/2026 di Nuova Resistenza Unita
[1] Fonti principali: M. Manzoni, Partigiani nel Verbano, Verbania 2009; N. Chiovini, Fuori legge???, Tararà 2012; A. Bardaglio–M. Spadacini, Donne e resistenza nel Verbano, Sedizioni 2013; P. Giacoletti, Arialdo Catenazzi: un partigiano si racconta, Anpi Verbania 2017; Associazione Il Dragone di Piaggia, I tedeschi sembravano dappertutto: Piaggia e la Resistenza” (ciclostilato).
[2] La stampa ed i mezzi di comunicazione dei partigiani e della repubblica dell’Ossola, Teatro Galletti, 8 ottobre 2004.







