Le Poste Italiane, non trattano certo bene i periodici dei piccoli editori: i ritardi nella distribuzione sono sempre più pesanti. Sta arrivando solo in questi giorni il numero 1/2026 di Nuova Resistenza Unita.
Da qualche anno vi edito una rubrica (Una parola) che cerca di mettere a fuoco alcuni termini che mi paiono rilevanti per una lettura del mondo attuale alla luce del contributo che la resistenza ci ha trasmesso.
La voce di questo numero è dedicata al Neoliberismo, concezione ideologica che pare attraversare trasversalmente l’intero mondo contemporaneo e che trova oggi i suoi più radicali sostenitori in governi e forze politiche definite di destra-destra che spesso non nascondono il loro richiamo e nostalgia al fascismo sia pur passando da una politica statalista all’abbraccio dell’individualismo neoliberista.
Bisogna recuperare il senso delle parole, è questo il lavoro essenziale di uno scrittore, aiutare a pulire il dizionario (Eduardo Galeano)
Ci sono parole che ribaltano la loro etimologia. Neoliberismo è una di queste: rappresenta una teoria e una sua concretizzazione, che nulla ha a che vedere con la libertà comunque la si intenda sia come libertà individuale che politica e/o sociale. Un rovesciamento che è nello stesso tempo un mascheramento dietro il richiamo ad un valore (la libertà) incontestabile.
Non si tratta di una nuova (neo) teoria economica; in questo ambito non fa che riprendere il Laissez faire, laissez passer settecentesco alla base del liberismo economico.
“Non esiste la società, esistono solo gli individui”: è con questa lapidaria affermazione che la leader britannica Margaret Thatcher, primo ministro negli anni ’80 del secolo scorso, ha reso evidente il retroterra culturale della sua ferrea politica neoliberista anti operaia e antisindacale. Una concezione complessiva della società e dell’agire politico che si è trasformata in una vera e propria ideologia e che ha un riferimento teorico preciso: Friedrich Von Hayek (1899-1992). Austriaco, naturalizzato britannico dopo l’Anschluss, la cui opera più nota è La società libera (1960)[1]. Non solo critica radicale di ogni intervento statale che limiti l’azione del singolo ma anche di qualsiasi forma associativa e azione collettiva, a partire da quelle sindacali. La stessa democrazia rappresentativa è vista da Von Hayek quale ostacolo all’azione del singolo.
Sempre negli anni ’80 analoga a quella della Thatcher, dall’altro lato dell’Atlantico, è la politica di Ronald Reagan ispirato dall’altro teorico neoliberista, lo statunitense Milton Friedman (1912-2006). Nel decennio precedente era stato un gruppo di suoi allievi (i “Chicago Boys”) a impostare l’economia cilena dopo il colpo di stato di Pinochet (11 settembre 1973) tramite una radicale privatizzazione. Ammirato il giudizio di Von Hayek: “Nell’era moderna ci sono esempi di governi autoritari in cui la libertà personale è più al sicuro che nella democrazia”. Le migliaia di vittime del regime cileno evidentemente non contano.
In sintesi i corollari di questa ideologia. I reciproci rapporti fra “gli individui” (come quelli fra Stati) sono regolati dalla competizione che spontaneamente genera l’ordine sociale. La libertà del cittadino viene sostituita dalla “prestazione”: tutti “possono provarci”, se riescono è loro merito, se falliscono loro responsabilità. Le diseguaglianze con la concentrazione della ricchezza non ne sono che l’inevitabile e naturale conseguenza.
Tutti i beni e i servizi devono esser privatizzati, anche quelli immateriali come la comunicazione, la cultura e l’educazione.
Le merci sono più importanti degli uomini: devono poter circolare, mentre la “circolazione” umana (emigrazione/immigrazione) può provocare ostacoli al “libero” mercato. L’eventuale imposizione di dazi non contraddice la politica neoliberista ma diventa ulteriore strumento atto a regolare e ridefinire i rapporti di forza fra gli Stati.
Alcuni richiami atti a contrastare questa ideologia e le sue conseguenze antidemocratiche e antisociali.
Per l’illuminista Immanuel Kant (1724-1804) la ragione e la moralità connaturate all’uomo lo orientano verso la felicità. Sul piano storico politico questo significa porsi come fine la Pace perpetua[2]. Sua premessa è la “Costituzione repubblicana dei singoli stati” (Stato di diritto) e la federazione fra gli Stati che ne impedisca i conflitti armati. Suo esito la possibilità di ogni uomo a trasferirsi in ogni parte del mondo con gli stessi diritti dei cittadini residenti: nessuno straniero deve venir trattato da nemico.
Per il premio Nobel per l’economia (unica donna a riceverlo) Elinor Ostrom (1933-2012), teorica e paladina dei beni comuni, il sapere deve esser tutelato dalle “recinzioni” (alti pagamenti e divieti) che tendono a monopolizzarlo. “La conoscenza è il regno del pubblico e quanto più possibile di essa dev’essere liberamente disponibile”[3].
La Resistenza italiana dopo la liberazione ha dato vita in più parti d’Italia ai Convitti della Rinascita il cui scopo è “porre tutti i lavoratori ed i figli dei lavoratori su di un piano di effettiva libertà nel campo dello sviluppo morale, culturale e professionale”[4].
[1] Ed. italiana, Vellecchi 1969
[2] Per la Pace perpetua, Editori Riuniti 1985
[3] Ch. Hess – E. Ostrom, La conoscenza come bene comune, B. Mondadori 2009, p. 22
[4] Statuto dei Convitti Scuola della Rinascita, art. 2 (marzo 1948)
Per festeggiare i suoi 55 anni il quotidiano il manifesto ha pubblicato il 28 aprile scorso, nel formato originale doppio rispetto all’attuale, il numero zero di prova che ha preceduto l’uscita in edicola. Quale aderente al Gruppo de il manifesto di Verbania ero stato designato a inviare le corrispondenza a partire appunto dal numero di prova. Non avevamo letto quella pagina ma solo ricevuto un telegramma di apprezzamento dalla redazione firmato da Luciana Castellina. Leggere dopo tanti anni quella corrispondenza è stata un’imprevista emozione; tra l’altro l’articolo arricchisce quanto sto raccogliendo e pubblicando sulle lotte della Rhodiatoce di quegli anni.
Questa, in calce alla pubblicazione inedita, la notazione della redazione:
16 aprile 1971. La prima pagina del numero zero, dodici giorni in anticipo rispetto al debutto: un giornale “vero” fatto con le notizie del giorno ma mai andato in edicola. Un manifesto che mai nessuno (al di fuori della redazione di allora) ha letto.
Citato anche nella testata, in basso a sinistra al di sotto dell’editoriale di Rossana Rossanda[1], l’articolo inviato che di seguito trascrivo
VERBANIA. Iniziative di lotta per il processo ai 48 operai
Verbania, Novara. Nelle fabbriche Rhodia, e soprattutto a Verbania, la pace sociale è ben lungi dall’essere restaurata nonostante denunzie e provocazioni. Anzi la tensione aumenta a mano a mano che si avvicina la data del 20 aprile, quando inizierà il processo contro i 48 operai e sindacalisti rei di essere stati protagonisti della fase acuta di lotta tra il 18 settembre e il 6 ottobre del 1970.
Come già nell’autunno del 1970, vicenda giudiziaria e vertenza rivendicativa continuano a intrecciarsi. Oggi a Milano avrà luogo l’incontro tra le rappresentanze del sindacato e del padronato sul premio di produzione nelle quattro grandi fabbriche del gruppo Verbania, Casoria, Villadossola e Novara. Questa trattativa si trascina dalla fine dell’autunno del 1970 e avviene in una situazione caratterizzata dal permanere della serrata nello stabilimento di Casoria e dalla sospensione di 1000 lavoratori in quello di Verbania. Sempre oggi, alle 10,30 un altro incontro tra sindacati e direzione aziendale avrà luogo presso la Pretura di Verbania; l’incontro fa seguito alla denunzia, da parte dei sindacati, della direzione aziendale Rhodia accusata di aver sospeso gli operai in violazione dello Statuto dei Diritti dei lavoratori.
Per il 20 aprile, giorno di inizio del processo, i sindacati intanto hanno proclamato uno sciopero nazionale del settore delle fibre sintetiche e artificiali. Mentre a Novara i sindacati provinciali stanno discutendo dell’opportunità di proclamare uno sciopero generale provinciale per il giorno del processo, la prima assemblea degli operai della Rhodia, tenutasi ieri, ha deciso per martedì due ore di sciopero e una manifestazione davanti al Tribunale. Gli studenti delle scuole medie e superiori di Verbania, che hanno partecipato con continuità alle lotte della Rhodia, hanno deciso di scioperare e manifestare per tutta la giornata dì martedì 20 aprile.
Passata la sorpresa ho inviato alla redazione de il manifesto la seguente lettera di ringraziamento[2]:
Un articolo di 55 anni fa
Ho ritrovato l’articolo che inviai al manifesto nel 1971: «Processo contro 48 operai e sindacalisti a Verbania». Leggere dopo 55 anni la mia corrispondenza sulla prima pagina inedita del numero zero del 6 aprile 1971, da voi pubblicata nel giorno del compleanno, è stata una piacevole sorpresa. Il processo sarebbe iniziato quattro giorni dopo. Tra gli imputati, operai, universitari, sindacalisti, sei erano stati colpiti da mandato di cattura. L’inaspettata sentenza sarà di assoluzione per «la convinzione di aver esercitato un diritto». Sul numero uno del manifesto del 28 aprile, Valentino Parlato ne racconterà esito e clima di un’aula affollata, tensione ed esplosione di entusiasmo dopo la lettura della sentenza, con tanto di internazionale e pugni alzati anche dalle toghe nere dei compagni avvocati. E poi il ritrovarsi nel ristorante del Nibbio per festeggiare e ragionare sulla prosecuzione della lotta.
Un percorso iniziato nel 1968 con un «Comitato operai studenti» che aveva poi affiancato il ciclo di lotte della Rhodiatoce davanti ai cancelli della fabbrica. Con la repressione è cresciuta la consapevolezza che lotte e spinte operaie non trovano autonomo sbocco senza una sponda politica. Così è nato il gruppo verbanese del manifesto che sotto la guida di Gino Vermicelli ha saputo riunire più generazioni: l’esperienza partigiana di Gino, Nino Chiovini e Giuseppe Perozzi, la volontà di lotta delle avanguardie operaie, lo spirito di ribellione degli universitari e la volontà di protagonismo di studenti medi e cittadini. Ero stato designato a inoltrare (con appuntamento telefonico) le corrispondenze frutto del lavoro collettivo e il quotidiano ha seguito regolarmente l’intero ciclo delle lotte operaie del Verbano sino al progressivo smantellamento del tessuto industriale che da noi ha precorso i tempi.
Contrastare l’oblio di una stagione di crescita politica collettiva mi pare doveroso. Un ringraziamento alla redazione.
Gianmaria Ottolini Verbania
[1] “La Cina sulla scena mondiale” un articolo attualissimo per i nostri giorni che così inizia: «Di che colore è la pallina di ping-pong che cinesi e americani si scambiano, facendo crollare in ventiquattrore l’immagine dell’isolamento cinese sulla scena del mondo? È una domanda lecita. Il valore politico dell’invito ai campioni americani è stato sottolineato da tutte le parti …».
[2] Pubblicata il 5 maggio, curiosamente a fianco di un’altra anch’essa di un verbanese. Infatti Francesco Leone è medico dell’ASL di Biella, ma è nativo di Verbania e conosciuto anche perché fratello di una nota compagna psichiatra Verbanese. Ne trascrivo il testo di strettissima attualità.
Il «problema» Askatasuna. Ho partecipato con la mia famiglia a Torino al corteo per la festa dei lavoratori, che dopo aver raggiunto piazza Castello è proseguito, con uno spezzone di centinaia di persone, verso corso Regina Margherita. Nessuna delle persone accanto a noi aveva un atteggiamento aggressivo, perlopiù erano ragazze e ragazzi e gli slogan del corteo erano rivolti oltre che alla difesa dei lavoratori, contro il genocidio di Gaza e a favore del ritorno in attività del centro sociale Askatasuna. Ho sentito interventi a favore dell’ecologia, del diritto alla casa e allo studio che, credo, siano i bisogni della nostra società contemporanea. Mi sono posizionato volutamente alla testa del corteo per capire cosa poteva succedere dall’incontro di una manifestazione nonviolenta ed uno schieramento di polizia in assetto antisommossa. Il dettaglio dello scontro che è seguito si vede in molte foto e video. Il bilancio personale è di qualche contusione, ma le riflessioni e le domande che restano sono tante. Il «problema» Askatasuna dura da mesi ma i fatti li vedono e li commentano, rischiando in prima persona, soltanto giornalisti e fotografi. Chi sono questi fantomatici «autonomi» o «facinorosi»? Sono i ragazzi e le ragazze che chiedono un luogo cittadino dove incontrarsi e fare politica. Quali sono gli «episodi da condannare» ai quali si riferiscono le autorità locali di entrambi gli schieramenti politici? La mia impressione è che se non inizierà un vero dialogo con la popolazione, corso Regina Margherita sarà teatro di molte altre tensioni. Francesco Leone Biella.
Nel precedente post Lotte operaie e repressione negli articoli de il manifesto quotidiano avevo raccolto e pubblicato i principali articoli apparsi sulla nuova testata tra l’aprile e l’ottobre 1971, in sostanza il periodo intercorso tra il processo a Verbania agli operai della Rhodia (con relativa assoluzione) e quello di appello a Torino (con relative condanne). Tra quelli non firmati che ho ripubblicato ve ne era uno del 13 maggio (Politica della Rhodia e sfruttamento sono all’origine della crisi e della disoccupazione) che era, con buon grado di certezza, attribuibile a Gino Vermicelli. Bisognerà però aspettare quasi un anno perché compaiano articoli a lui esplicitamente attribuiti. Ne pubblico i primi tre in quanto, come mi risulta, non sono reperibili online né più ripubblicati[1]. Si tratta come vedremo di tre tipologie testuali diverse: una intervista in occasione del 25 aprile, un intervento nel dibattito successivo alle elezioni del 1972 a cui il manifesto aveva partecipato, e un articolo sul tema economico ed ambientale (Il progresso impazzito) che conferma la sua vista lunga sui processi del mondo in cui viviamo. Li considero assolutamente attuali e mi sono permesso di accompagnarli con alcune contestualizzazioni e accenni all’oggi.
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L’intervista pubblicata il 25 aprile 1972 è la terza in una pagina dedicata alla Liberazione, dopo quella ad altri due partigiani e Commissari politici: Riccardo Tenerini della Brigata “Francesco Innamorati” e Vittorio Ugolini della brigata Aquila ai quali vengono rivolte le stesse domande. Questo l’incipit
«Il Manifesto ha rivolto a tre compagni dirigenti della Resistenza un gruppo di domande tendenti non a celebrare astrattamente la guerra di liberazione, ma a ricordarne le origini, le caratteristiche politiche, i valori comunisti le vittorie e i problemi irrisolti. Per offrire non una ricostruzione complessiva ma una testimonianza diretta. Ecco le risposte dei nostri tre compagni.»
…
Gino Vermicelli
Commissario della X brigata Garibaldi
DOMANDA. — Come furono trovate le armi?
RISPOSTA. — La guerra popolare di liberazione ha avuto inizio dopo lo sbandamento e l’autoscioglimento dell’esercito italiano. In quei giorni, tutti raccolsero armi da soldati sbandati, nelle caserme abbandonate ecc. Furono quelle le prime armi dei partigiani e durante tutta la guerra le armi italiane rimasero, una parte importante del loro armamento.
Partendo da quelle prime armi fu possibile poi conquistarne altre al nemico. Una sentinella di guardia ad una ferrovia potrà fornire un moschetto, una macchina dei fascisti in transito darà alcuni mitra, un presidio che si arrende porta anche armi più pesanti. Armi e munizioni si intende, perché le armi durano, ma le munizioni si esauriscono. Molto meno si è potuto contare sulle forniture alleate. Almeno per le formazioni garibaldine dell’Ossola vi fu un solo lancio nel febbraio del 1944.
DOMANDA. — Come avveniva il reclutamento? Con quali misure di sicurezza?
RSPOSTA. — Alla fine dell’estate del 1943, sulle Alpi e nelle cascine delle collide esistevano numerosi gruppi di soldati sbandati. Il collegamento politico con essi, la loro conquista ad un organizzazione ed iniziativa di combattimento fu la prima azione di reclutamento. Attorno a quei gruppi che si organizzarono meglio e avevano caratteristiche più combattive, affluirono altri uomini; antifascisti costretti a lasciare le città, operai minacciati di deportazione, giovani richiamati alle armi dalla Repubblica di Salò. Alcuni giungevano con credenziali politiche, altri si aggregavano a quelle formazioni dove esisteva qualcuno che poteva farsi garante.
Le formazioni partigiane della montagna non erano un esercito clandestino, ma un esercito alla macchia, che è una cosa diversa. Per cui le misture di sicurezza nel reclutamento, se la cosa può interessare, erano date dalla vita collettiva ininterrotta, cioè dal fatto che ognuno controllava ogni minuto della vita di ogni altro.
Questa visione della guerra partigiana in Italia, come guerra di popolo, cioè guerra di massa è essenziale per capire la storia e rispondere ad ogni quesito sulla resistenza.
In una visione di guerra di popolo vanno visti i rapporti con la popolazione. Con gli abitanti del paese, le formazioni mantengono rapporti di correttezza e i partigiani singolarmente rafforzano i loro legami di amicizia o di parentela. Questa è una prima garanzia, una popolazione possibilmente amica. Naturalmente ciò non basta, e dunque le formazioni di montagna e di collina sono mobili, cioè non si fermano mai più di alcuni giorni nello stesso alpeggio e nello stesso cascinale. Sul finire del conflitto, nella provincia di Novara operavano circa 5.000 partigiani garibaldini, oltre agli altri, divisi in gruppi logistici di una trentina di uomini o anche meno. Quale dato poteva ricavare lo spionaggio nemico da un simile formicolio?
DOMANDA. — Come avveniva la formazione politica? Qual era la dialettica politica nelle brigate Garibaldi? E nelle altre?
RISPOSTA. — Alla serie di domande sulla dialettica politica nelle formazioni partigiane e tra di esse, è difficile dare una breve risposta. Si deve ricordare che i partigiani conducevano una vita durissima. Essi dovevano combattere e sopravvivere, organizzarsi contro la fame e il freddo, vivere in zone impervie, spostarsi a piedi continuamente. No, la vita politica nelle formazioni non rassomigliava assolutamente a quella di un collettivo studentesco. Il comunismo nasceva dai fatti più che dalla dialettica verbale. Nasceva da una vita collettiva assolutamente egualitaria, dalla piena assunzione delle responsabilità da parte di ognuno, dalla riduzione a minimi termini delle gerarchie. I partigiani formavano comunità di eguali uniti da stretti legami di solidarietà e di autodisciplina. Da lì nasceva il comunismo dei partigiani, almeno alla base. Diversa la situazione nei comandi.
DOMANDA. — Dove ci furono le zone liberate, che giudizio dai oggi di quella esperienza?
RISPOSTA. — Anche per le zone liberate, il discorso è complesso. Durante tutta la guerra vi furono sempre zone praticamente liberate. Dove giungevano regolarmente i partigiani sparivano le vecchie autorità costituite, e gli abitanti gestivano tranquillamente se stessi, durante mesi e mesi, senza nuovi gerarchi, mettendo a legge fondamentale una esigenza di solidarietà. Le grandi zone liberate, ad esempio da noi, la repubblica d’Ossola, furono una cosa diversa. Lì si tentò di stabilire un potere, di affermare una autorità, sia pure espressa da uomini fra i migliori, e la cosa, a mio avviso, passò sopra la testa della gente senza lasciare tracce. Su quella esperienza devo dichiarare, anche a costo di sollevare rancori, che si è costruita molta propaganda.
DOMANDA. — Trovi un rapporto tra la tua esperienza e la guerriglia cubana, la guerra di popolo di Giap, la «lunga marcia» di Mao? O si tratta di condizioni politiche troppo diverse?
RISPOSTA. — Mi sembra che la resistenza italiana abbia avuto punti di paragone con tutte le lotte armate popolari. Io sentirei quella esperienza molto vicina a quella dei compagni vietnamiti nella loro resistenza contro i francesi, o alla lotta antigiapponese dei compagni cinesi, riconoscendo ai compagni vietnamiti e cinesi un ben più alto livello militare e politico. Più difficile un confronto con l’attuale guerra del popolo dell’Indocina. Lì lo scontro si svolge a livello tecnico militare tale che esige obbligatoriamente una forza potentemente armata. Il fatto è che nel Vietnam un piccolo popolo sopporta da solo il peso della macchina militare del più potente stato imperialista. Al tempo nostro, a resistere ai nazisti, eravamo in molti in Europa e nel mondo. Le forze di occupazione dovettero disperdersi e così si indebolirono e furono battute.
DOMANDA. — Come hai vissuto la fase politica del primissimo dopoguerra?
RISPOSTA. — Dopo il 25 aprile i partigiani constatarono nel giro di brevissimo tempo di essere vittoriosi ma non vincitori. Furono applauditi e subito disarmati. La loro lotta fu esaltata, ma la loro esperienza subito cancellata. Le vicende politiche di quegli anni richiederebbero una lunga trattazione. Vi furono nell’immediato dopoguerra alcuni sussulti di rivolta dei partigiani. Gruppi che tornarono in montagna, ribellioni episodiche dissuase più che represse. E così ogni partigiano si trovò solo di fronte a un mondo che non era quello che aveva voluto e in parte vissuto sia pure nella durezza della guerra.
(il manifesto 25 aprile 1972)
Sul giudizio negativo di Vermicelli sulla cosiddetta “Repubblica dell’Ossola” mi sembra utile una contestualizzazione. Relativamente al tema delle zone liberate la strategia militare del CVL e in modo ancor più esplicito quella delle formazioni Garibaldine erano esplicite: evitare in ogni modo di porsi in una situazione di difesa di un territorio.
«L’occupazione di paesi non è fine a se stessa. Non si occupa per poi aspettare il rastrellamento nemico.» (CVL, Circolare del 25.06.1944)
«L’occupazione di paesi e vallate non deve affatto significare rinchiudersi nel limitato spazio occupato, quasi in una specie di repubblica indipendente, preoccupandosi di non essere rastrellati.» (Comando Generale delle Brigate Garibaldi: Direttiva del 18.06.1944).
Sul caso specifico dell’Ossola cito un testo che mi pare del tutto illuminante: è tratto da una intervista del 1992 (e pubblicata per intero nel 2006[2]) al Vicecomandante e successivamente Comandante della Valtoce Eugenio Cefis “Alberto”:
«Il giorno dopo la caduta di Piedimulera, un sacerdote di Domodossola ha mandato a dire a me e a Superti che i tedeschi erano pronti ad arrendersi pur di poter lasciare la valle. […]. Questa è stata la genesi della vicenda di Domodossola. Noi, in realtà, eravamo scesi per prendere armi e tornare in montagna ma a nessuno era passato per la testa di occupare Domodossola! Personalmente, venivo da cinque mesi di guerriglia partigiana in Jugoslavia e sapevo benissimo che se c’era qualcosa di folle era conquistare un centro abitato. La nostra tattica era di colpire e fuggire, ma mai abbarbicarci al territorio, perché il giorno ci si fosse abbarbicati al territorio le truppe regolari nemiche con i loro armamenti ci avrebbero schiacciati. Dunque, abbiamo finito di trattare verso le cinque o le sei in una trattoria della val Formazza con i tedeschi: i fascisti, che pure c’erano, non hanno mai interloquito. Il problema era però, per noi che volevamo il giorno dopo prendere le armi ed andarcene, che il nemico ci lasciasse le armi in luoghi prestabiliti e controllati. […] Abbiamo controllato che nelle due o tre caserme fossero depositate tutte le armi e, a controllo avvenuto, i tedeschi se ne sono andati, i nostri sono entrati in Domodossola e ci saremmo dovuti spartire le armi tra noi e Superti per poi tornare in montagna. Invece sono arrivati i politici, che noi vedevamo come fumo negli occhi, e hanno voluto formare la Giunta provvisoria di governo. […] Per due giorni ci sono state discussioni a non finire, dato che ci hanno costretti a fare quanto non era in programma: per motivi politici, ci hanno cioè costretti a fare dal punto di vista militare e operativo un nonsenso, a tenere la vallata abbarbicati al territorio facendoci bombardare dai mortai da 88.»
Un giudizio negativo ancor più netto di quello di Vermicelli da parte del vicecomandante della formazione che politicamente era la più lontana dai garibaldini della Redi. Un giudizio che non sembra essersi modificato nel tempo diversamente da Vermicelli.
Nel suo romanzo partigiano “Viva Babeuf!” del 1984 il giudizio non muta e prende letterariamente una piega ironica nel dialogo tra il protagonista Simon e il capo dei garibaldini dell’Ossola Aso (ovvero Iso/Aniasi):
« – Fermati e spiegami una cosa, – gli chiese Simon, – perché se i tedeschi sono andati a Sud, tutti corrono verso Nord? […] Aso, tu sai meglio di me qual è il dilemma, o andiamo avanti, fino a Milano, oppure i neri torneranno su, sino al passo San Giacomo.»[3]
E la popolana e contrabbandiera Pia, scesa a Domodossola nella speranza di incontrare Simon cui vorrebbe regalare un fazzoletto rosso in bella mostra nelle vetrine con quelli verdi e azzurri, viene dissuasa da Brunetto: lui non lo metterà probabilmente dicendo che non vuol fare l’attore.
«Pia […] capì e rise contenta. – È vero! È un cinema …, è tutto un cinema!
Adesso riusciva a capire tutto. Quei ragazzi con le facce truci, quelle armi puntate con il dito sul grilletto fra la gente in festa. Era una posa, un modo di atteggiarsi per fare colpo. Un cinema, ecco.»[4]
Nella intervista autobiografica realizzata alla fine degli anni ’90 e pubblicata postuma (“Babeuf, Togliatti e gli altri”) il giudizio sulla Giunta guidata da Tibaldi è chiaramente più articolato.
«Noi, comunque, vivemmo la nuova realtà, perché nel frattempo si era creata una situazione politica estremamente interessante. Contrariamente a quanto era avvenuto in Valsesia, dove non ci fu separazione fra potere politico e potere militare, in Ossola venne creato un Governo locale, un’amministrazione civile che riuscì a fare cose importanti e che noi, partigiani combattenti, non potevamo sottovalutare, anche se in cuor nostro sapevamo che non ce la saremmo cavata facilmente.
Ora, non è il caso che mi metta a raccontare quante e quali cose fece la Giunta provvisoria di Governo dell’Ossola, questo il nome assunto dalla nuova libera amministrazione, ci sono centinaia di libri che ne parlano, tutti interessanti e importanti. Per noi la cosa fu molto semplice: c’era un Governo, era un Governo nostro, democratico e non si poteva lasciarlo da solo. Per cui decidemmo di difendere la Val d’Ossola.
Naturalmente fu una difesa debole. Quando i tedeschi attaccarono in Ottobre, ci furono scontri, scaramucce con dei caduti, ma non una difesa valida. L’idea folle era: tieni la Val Cannobina, tieni il fronte di Gravellona, tieni il fronte delle montagne della Val Grande, una cosa impossibile. Però si combatté un po’ ovunque e per il nemico non fu una passeggiata. Noi perdemmo uomini e anche comandanti, come Alfredo Di Dio e il colonnello Attilio Moneta, caduti a Finero.
Ma ci credevate nelle possibilità di difendere il territorio?
No, non ci credevamo. Credevamo di dover fare il possibile per resistere e poi andare. E si fece così.»[5]
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Il Manifesto scelse di presentarsi per la Camera dei deputati alle elezioni anticipate del 7 maggio 1972. Il risultato fu decisamente negativo, al di sotto delle più pessimistiche previsioni: lo 0,67%, 224.313 voti su quasi 33 milioni e mezzo di voti validi (allora la partecipazione al voto era del 93,2%). Nelle settimane successive sulle pagine del quotidiano si aperse un ampio dibattito politico che coinvolse sia il quadro dirigente nazionale che militanti delle diverse regioni.
Vermicelli era candidato nella prima circoscrizione del Piemonte e si era speso molto nella campagna con numerosi incontri e comizi. Quello che segue è il suo contributo al dibattito post elettorale.
Gino Vermicelli
Nemmeno il Manifesto fa miracoli. Non sempre, comunque. Abbiamo fatto il miracolo di mantenere In vita un quotidiano senza mezzi, senza finanziatori occulti, senza burocrazia, ed abbiamo fatto un quotidiano ricco e stimolante. Abbiamo poi creduto di potere fare un secondo miracolo, cioè dare alle elezioni del 7 maggio un segno diverso da quello voluto da coloro che le avevano anticipate: ottenere dietro al Manifesto una affermazione della nuova sinistra italiana, mantenere aperto uno spazio nel campo più tradizionale dello scontro politico in un momento di riflusso e di repressione. Ci «siamo buttati» senza una lira, senza organizzazione, con la sola forza della nostra proposta politica, elaborata per ben altri scontri che non quello elettorale. In una situazione che travolgeva forze molto più solidamente «piazzate» di noi in quel campo, un secondo miracolo non c’è stato. Abbiamo sbagliato a non prevederlo.
Sbagliare è un lusso che possono permettersi solo gli elefanti della politica. La rendita storica accumulata dalla sinistra tradizionale le permette di vivere e crescere (numericamente) pur sbagliando ogni previsione. Una forza giovane e piccola come la nostra no. Per una forza nascente, la tensione politica, la ricerca dolorosa e costante della verità è condizione di vita e di sviluppo. Il nostro dibattito va In tale senso, e in tale spirito esprimo alcune mie opinioni.
1) Il Manifesto deve attrezzarsi per vivere e condurre la sua azione politica in tempi lunghi, nel senso contrario di un arroccamento in posizione di attesa, che sarebbe un suicidio. Il Manifesto deve essere una forza politica attiva, che interviene attivamente nello scontro ogni giorno e oggi stesso. Lo deve fare però con la chiara coscienza che molti frutti del nostro lavoro, della nostra presenza, ci saranno dati a scadenza non ravvicinata. Formare dei quadri, fare avanzare una linea, penetrare in profondità nella realtà non è compito di un breve periodo.
2) Una forza politica, anche se piccola, che si accinge a costruire con una azione prolungata una proposta alternativa deve darsi strutture e forme di organizzazione abbastanza durevoli e solide. Niente resiste e permane poggiando sulla spontaneità. E niente di solido si costruisce nemmeno nel campo dell’intervento nelle situazioni di lotta senza determinate strutture e collegamenti.
Si può anche pensare che la proposta politica dei Manifesto può continuare ad avanzare sulla spinta di un contributo di ricerca teorica fatta da un nucleo centrale che produce una rivista, magari un quotidiano, e che stimola un dibattito politico permanente in tutta la sinistra. Io penso che se alla sua proposta il Manifesto dà alcune migliaia di teste e di gambe, avanzerà meglio ed inciderà di più. Quando si mette insieme alcune migliaia di compagni, bisogna in qualche modo organizzarli, costruire insieme ad essi un lavoro comune. Non so immaginare in nessun campo un concetto di lavoro disgiunto da un concetto di organizzazione. Organizzare il nostro lavoro, e, a tale fine, darci le necessarie strutture, non significa, a mio avviso, sognare ad un partito del Manifesto e tanto meno ad un nucleo d’acciaio. Oltretutto nei giorni nostri l’acciaio non si tempra molto facilmente.
La costruzione di strutture che permettano al Manifesto di organizzare il suo lavoro politico non assumono significato di svolta, o di scadenza, tanto meno di trauma. La scelta è tra mettere a disposizione della nostra proposta politica un lavoro conseguente (e dunque diretto e coordinato) oppure il «casino».
Lavorare meglio non deve significare mettere in ombra il carattere unitario della nostra politica. Prestare attenzione alle avanguardie reali, confrontarci senza settarismo con altre forze rivoluzionarie, essere totalmente al servizio di un disegno unitario ed unificatore della nuova sinistra non riformista, avere la chiara consapevolezza delle nostre dimensioni, non confonderci con quel che è sbagliato, sono questi problemi della nostra linea politica, del nostro stile, che potrà migliorare se lavoreremo meglio, in modo più organizzato.
3) In questo quadro il quotidiano rimane lo strumento essenziale del nostro lavoro. Condivido l’idea di un giornale aperto, che esprime la nostra ispirazione politica, ma ricerca e si arricchisce anche di altri contributi, sollecita la collaborazione di altre forze. Il giornale dovrà avere a settembre un grande rilancio, e di questo rilancio deve farsi carico da un lato li nucleo del compagni che vi lavora e dall’altro, con non minore impegno, tutto il corpo del Manifesto ed in modo organizzato,
La soddisfacente diffusione di aprile e di maggio era data, anche, da un lavoro di diffusione militante collegata alla campagna elettorale e che raggiungeva diverse migliaia di copie al giorno. Solo se un impegno di tale tipo accompagnerà ogni miglioramento redazionale garantiremo la continuità della sua funzione politica.
Certo, tutto ciò vuol dire tenacia, che significa anche pazienza, ed anche tolleranza. È il meno che si può chiedere a chi Intraprende una marcia di migliaia di «lǐ».
(il manifesto 15.07.1972)
In poco più di una colonna del quotidiano, con la sua tipica capacità di sintesi Gino non solo spiega come e perché “abbiamo sbagliato” senza lasciar spazio a delusioni e risentimenti e prospetta il lavoro politico futuro dentro una logica di lungo periodo e respiro pensando al Manifesto come un corpo coeso che non vive solo della riflessione del gruppo nazionale che lavora alla rivista e al quotidiano, ma sa organizzarsi senza cedere alle pulsioni movimentiste e senza chiudersi nei confronti delle altre forze non riformiste.
Mi vengono in mente a questo proposito le parole scritte sul quotidiano da Rossanda il 22 maggio 1998 in ricordo dell’amico mancato il giorno prima.
«“Lo spessore di un’idea si misura nei tempi di bassa marea”, mi disse presto Gino Vermicelli, a metà degli anni Settanta, quando già pestavamo i piedi di fronte al riflusso del movimento e dovevamo riconoscere che l’incrocio che avevamo sperato tra la cultura dei comunisti, della quale i più vecchi fra noi si consideravano i portatori più limpidi e critici, e quella dei movimenti del ’68, non si era verificato. Il manifesto doveva attrezzarsi a un lungo periodo di navigazione controvento, ci dicevano i suoi occhi chiari, sorridenti come il suo parlare quieto e un po’ ironico.
E ci aiutò ad attrezzarci per traversate lunghe. Lo avremmo voluto a Roma, con noi, proprio in via Tomacelli, non solo per l’esperienza che non ci fece mai mancare, ma proprio per temperare le crisi generazionali che ci avrebbero tormentato prima, e gli eccessi di disincanto poi. Lui conosceva le stagioni che seguono alle speranze.»[6]
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L’articolo seguente ci mostra un volto di Vermicelli che allora apparve inaspettato, l’attenzione al tema ecologico e al suo intreccio con le diseguaglianze. Un Vermicelli ecologista meno noto che si ritrova in questo e in un altro articolo successivo su il manifesto relativo al ritardo della sinistra di fronte a questa tematica[7]e che successivamente troverà respiro nelle sue novelle fantastiche ironiche e pedagogiche ad un tempo.
Il Progresso Impazzito
di Gino Vermicelli
Quando, nel settembre del 1970, affermavamo nelle nostre «Tesi» che la maturità del comunismo è solo una faccia, quella positiva, della gigantesca contraddizione storica che viviamo, e che l’altra faccia è rappresentata dalla peggiore catastrofe per l’umanità, molti ci considerarono una nuova specie di quaresimali dell’apocalisse.
Oggi, da tutt’altra sponda, arrivano le ricerche e le scoperte di un prestigioso gruppo di tecnocrati — il System Dynamics Group Massachusetts Institute of Technology (Mit) — che con l’aiuto di una selva di computer giunge a dirci che la catastrofe non è né improbabile né lontana.
Le considerazioni di questo cast di «teste d’uovo» sono esposte con precisione di dati e di grafici in un libro della Est Mondadori. Lo studio è stato voluto dal «Club di Roma» che è una raccolta internazionale di personaggi influenti del sistema. È stato finanziato dalla Fondazione Volkswagen, la prefazione è di Aurelio Peccei, uomo probabilmente onesto ma della Fiat. Ebbene cosa ci dice il Mit? Ci dice che fra 30 anni 7 miliardi di individui popoleranno la terra; che il divario tra paesi ricchi e poveri, stante all’attuale «sviluppo», si accentuerà, raggiungendo un rapporto di 110 a 1 tra il primo e l’ultimo; che già oggi al mondo muoiono ogni anno 10-20 milioni di persone per mancanza di derrate alimentari, e si va a un aggravamento costante di questa carestia; che ogni ulteriore sviluppo agricolo intensivo costerà sempre più e comporterà altri pericoli mentre il dissodamento di terre vergini (che coprono una superficie pari a quella delle terre coltivate) è antieconomico.
Pur considerando terra ed acqua come perennemente rinnovabili e non riducibili, e dimostrando subito dopo che anche questi invece si riducono a causa dell’inurbamento e dell’inquinamento, vengono poi forniti dati circa la durata presumibile delle risorse minerali del globo. Stante alle riserve per ora conosciute, vi sarebbe: oro per 9 anni, rame e piombo per 21, mercurio per 13, gas naturale per ventidue, argento, stagno e zinco per una quindicina di anni. Anche prevedendo di quintuplicare le riserve fin qui conosciute, risulterebbe ai computer che la crisi risolutiva delle materie prime arriverà tra il 2000 e il 2050.
E infine gli inquinamenti. I clorurati usati in agricoltura, il piombo, il mercurio ecc. vengono immessi nella biosfera a ritmo crescente, ed i loro effetti inquinanti si distribuiscono su tutto il pianeta. Solo per la produzione dell’energia, attualmente si immettono ogni anno nell’atmosfera diciotto miliardi di tonnellate di anidride carbonica.
I cervelli elettronici del Massachusetts non sanno quale sia il valore limite superiore di sopportazione dell’inquinamento da parte del pianeta, per cui non possono darci una data precisa per il traguardo mortale. Ma i cervelli umani del Mit valutano che un limite esiste e che forse già lo rasentiamo.
A conclusione dello studio, il Club di Roma avanza una serie di proposte. Sostanzialmente considera impossibile una continuazione della crescita esponenziale, che è stato il modello di «sviluppo» del sistema fino ad oggi e propone di adottare un nuovo modello detto stato di equilibrio globale, i cui punti chiave sono:
1) mantenimento del livello di popolazione a partire dal 1975;
2) uguaglianza tra tasso di investimento e tasso di deprezzamento del capitale industriale a partire dal 1990;
3) riduzione a 1/4 del valore attuale di uso di materie prime per unità di prodotto industriale a partire dal 1976;
4) orientamento dell’attività economica della società verso servizi (istruzione, sanità), piuttosto che verso la produzione di beni materiali;
5) riduzione dell’inquinamento a 1/4 del valore del 1970;
6) impegno di ogni sforzo e capitale occorrente per la produzione di alimenti a prescindere dalla «economicità» di questa scelta;
7) dare la precedenza a tecniche di arricchimento e conservazione del suolo;
8) allungare la vita media dei prodotti, facilitarne la riparazione ed allontanare l’obsolescenza.
L’indagine del Mit è certo parziale.
Ai computer di Boston nessuno ha chiesto quale sia l’entità delle ricchezze del mondo attualmente dissipate in puro spreco. Noi non abbiamo computer ma siamo grado di immaginare che mettendo insieme le spese belliche ai costi della burocrazia parassitaria, aggiungendovi poi i consumi di qualche decina di milioni di privilegiati, gli sprechi spaziali, e, ad esempio, i consumi inutili indotti dalla pubblicità, insieme a mille altre cose caratteristiche del modo di vivere di questa società, scopriremo sicuramente che la maggior parte dei beni della terra non vengono attualmente usati ma sprecati. E tale spreco non è occasionale, ma entra nella logica del sistema, giacché ognuna delle spese inutili elencate è indispensabile al suo funzionamento. E soprattutto nasconde grosse mistificazioni.
Che senso ha parlare di limitazioni delle nascite in un mondo dove il 40 per cento dei consumi e il 50 per cento dell’inquinamento sono dati da un paese come gli Usa dove vive il 6 per cento della popolazione mondiale? Anche se nascessero meno arabi non si ridurrebbe il consumo del petrolio, visto che il petrolio degli arabi è consumato da altri. L’idea di uno stato di equilibrio globale prima di avere risolto, e senza proporsi di risolvere, i paurosi squilibri del mondo è un inganno inaccettabile. L’uomo che consuma mediamente 100 dollari all’anno non potrà mai accettare di vivere in condizioni di staticità con quello che mediamente ne fa fuori 10.000, in nome di un risparmio comune delle ricchezze della terra.
Lo studio e il piano sono stati fatti, cioè, nella ottica, o almeno nei limiti del sistema. Ma nonostante il suo inconfondibile marchio, il Club di Roma non sarà ascoltato.
La società capitalistica non può esistere senza «nuove frontiere», cioè una crescita ad ogni costo e disordinata; crescita della produzione e dei profitti e dunque crescita dei consumi e soprattutto degli sprechi. Lo sfruttamento di rapina di tutte le risorse non ne è un dato incidentale, ne è la legge dominante. Il sistema non vi potrà mai rinunciare.
Il riformismo è soggetto alle stesse leggi. Per i riformisti ogni sviluppo sociale è legato e subordinato alla crescita produttiva intesa in senso tradizionale. In fondo la vera ideologia dominante nell’Urss è quella dello «sviluppo delle forze produttive». La politica al posto di comando per costoro è una eresia. Togliattigrad, fatta ad immagine e somiglianza di Mirafiori ne è una espressione significativa.
Solo in Cina, e solo dopo la rivoluzione culturale, si scorgono alcuni elementi che ci permettono di intravedere un diverso tipo di sviluppo. Non per caso i computer del Mit dando alla Cina il più basso tasso di sviluppo del mondo commettono una gaffe madornale. Mettendo la politica al posto di comando, si delinea in Cina un tipo di sviluppo che è al di fuori degli schemi dell’economia classica, e pertanto incomprensibile e non contabilizzabile per chi conosce solo uno «sviluppo» basato su cause ed effetti di leggi economiche. Ed è in un paese relativamente arretrato (economicamente) come la Cina che vediamo sconfitte le carestie, risolti per l’essenziale i problemi del cibo, del vestiario e della sanità, realizzate fabbriche che non sono inferni per operai (giacché oltretutto vi lavorano manualmente anche i dirigenti). È in Cina che vediamo, con il «riciclaggio» generalizzato delle scorie svilupparsi un’azione antinquinamento assolutamente inimmaginabile per ora nelle società «opulente».
Cento anni fa il vecchio Engels scriveva: «… Ad ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne, sangue e cervello e viviamo nel suo grembo; tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato…
Ma anche in questo campo noi riusciamo solo gradualmente ad acquistare una chiara visione degli effetti sociali mediati, remoti, della nostra attività produttiva, attraverso una lunga e spesso dura esperienza, e attraverso la raccolta e il vaglio del materiale storico; e così ci è data la possibilità di dominare e regolare anche questi effetti.
Ma per realizzare questa regolamentazione occorre di più che non la sola conoscenza. Occorre un completo capovolgimento del modo di produzione da noi seguito fino ad oggi, e con esso di tutto il nostro ordinamento sociale nel suo complesso».
(il manifesto 25.08.1972)
La vista lunga di Vermicelli: il nesso stretto fra sviluppo, ambiente e disuguaglianze non può trovare soluzioni “tecniche” o “tecnocratiche” che o sono illusorie o aumentano le differenze sociali. Oggi che le diseguaglianze si sono accresciute ad un livello impensabile 55 anni fa[8] e la logica dello sviluppo è diventata universale (Cina compresa), la questione di un diverso modello sostenibile ed equo è più che mai attuale ed è strettamente politica.
«Le tecnologie verdi vengono spesso indicate come soluzione, unica e potenzialmente definitiva, alle sfide poste dall’adattamento e la mitigazione del cambiamento climatico. Tuttavia, questa soluzione tecno-ottimista, o technological big fix, sottende una visione semplicistica del processo di riorganizzazione profonda del capitalismo contemporaneo necessario per far sì che la transizione sostenibile possa essere davvero efficace e giusta. La nostra tesi è che la “tecnologia verde” non possa rappresentare una soluzione integrale alla crisi climatica. Le tecnologie verdi non sono una soluzione universale. Se adottate senza un orizzonte equo, possono aumentare le disuguaglianze, dividendo i territori tra chi beneficia della transizione e chi ne subisce le conseguenze. Inoltre, dipendono da minerali critici, estratti spesso in modi dannosi per l’ambiente e le comunità locali.»[9]
[1] Come per il post precedente gli originali che ho potuto consultare sono depositati presso la Biblioteca Aldo Aniasi della Casa della Resistenza in connessione col Fondo “Alberganti Albertini” del Centro di Documentazione.
[2] Intervista curata da Marino Viganò e pubblicata, dopo la morte di Cefis, su “PALOMAR” Rivista di cultura e politica 2/2006, consultabile per esteso >QUI<
[3] Viva Babeuf!, 2^ ed. Tararà, Verbania 2008, p. 284-285.
[4] Ivi, p. 291-292.
[5] Babeuf, Togliatti e gli altri, Tararà, Verbania 2000, p. 120.
[6] Rossana Rossanda, Gino Vermicelli. Un amico delle stagioni che seguono le speranze, in “il manifesto quotidiano” del 22.05.1998. L’articolo è reperibile nell’Archivio storico de il manifesto >QUI<
[7] Rinascita, il manifesto e l’ecologia (Il manifesto quotidiano 5.11.1972).
[8] “Il 2024 è stato un anno particolarmente favorevole per chi occupa le posizioni apicali della piramide sociale globale. La ricchezza aggregata dei miliardari è cresciuta tre volte più velocemente nel 2024 rispetto al 2023. L’anno scorso Oxfam prevedeva la comparsa del primo trilionario entro un decennio, ma al ritmo attuale di crescita della ricchezza estrema, entro dieci anni i trilionari potrebbero essere 5. Nel frattempo, secondo la Banca Mondiale, il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà di 6.85 dollari al giorno è rimasto pressoché invariato rispetto al 1990”. OXFAM BRIEFING PAPER – GENNAIO 2025, p. 5. Il Rapporto è scaricabile >QUI<
[9] Forum Disuguaglianze Diversità, Le parole per il cambiamento, p 110. Il testo completo è scaricabile >QUI<
A caldo, dopo l’esito del referendum e le successive conferenze stampa, ho pubblicato su Facebook una prima riflessione che qui riprendo e tento di sviluppare.
Premesso che ho votato NO sia nel merito del testo[i] che del contesto (chi, come e in quale situazione nazionale e internazionale ha prodotto il testo) non condividendo la trasformazione del Procuratore/Pubblico ministero[ii] in Pubblica accusa (funzione requirente; sistema accusatorio) ed essendo contrario a un “riequilibrio dei poteri” a favore dell’esecutivo tenendo conto che il potere legislativo è già di fatto in gran parte svuotato con la pratica di decreti legge e deleghe (contesto nazionale) e della realtà internazionale con le cosiddette “democrature” e autocrazie ove vige il totale assoggettamento della magistratura. Non è necessario aver studiato linguistica o semiologia per capire che il significato di un testo è dato sia dalla lettera del testo che dal contesto[iii].
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Tanti NO al quesito referendario e subito qualcuno vuole appropriarsene: “facciamo le primarie così votano me” e altri/e vanno a ruota. A momento sono in tre. Calma e gesso suggerisce il saggio Bersani che di primarie se ne intende.
L’aria del paese è cambiata certo, ma bisogna capire cosa dicono quei NO, che bisogni esprimono.
I fattori del NO
Non basta capire quali fattori abbiano inciso su un risultato doppiamente inatteso, come partecipazione e come esito. Questo lo fanno i giornalisti e un giorno lo faranno gli storici. Ne son stati indicati tanti: dal costo della benzina alla avversione per Trump che prevale nettamente in tutto il paese, alle ambiguità della presidente del consiglio non solo verso Trump e la sua guerra, ma per la vicinanza(sua e/o di altri esponenti del governo) a sistemi di potere come quello ungherese, russo, egiziano, ecc. ecc., che la magistratura hanno totalmente represso e sottomesso, alla reazione dei giovani fuori sede che sono stati impediti di votare, al ruolo attivo di gran parte della magistratura, oltre naturalmente alle palesi bugie di molti sostenitori del Sì, comprese quelle della Meloni e al suo, e non solo suo, tono arrogante. Potenti che ostentano la loro impunità, politici che esaltano il sistema clientelare. Al presentare la legge come “Separazione delle carriere” mentre, grazie anche all’esser stati obbligati, rispetto alla originaria formulazione, a riscrivere il quesito indicando gli articoli della costituzione sottoposti a modifica, si è capito che ben altro era in gioco.
Altri se ne possono aggiungere: la mobilitazione di settori della società civile, della Chiesa in suoi larghi settori e del sindacato CGIL, l’unitarietà sull’obiettivo dei comitati per il NO composti da persone e storie differenti, le manifestazioni per Gaza e la politica filoisraeliana del governo. E naturalmente un affetto verso la nostra Costituzione scritta con la partecipazione di tutte le componenti democratiche e non imposta a forza da una maggioranza e di conseguenza un giusto principio di precauzione rispetto ad una sua significativa modifica.
Fatto questo, gioito per il risultato la politica deve fare altro, non guardare indietro ma in avanti. La somma anche ragionata dei fattori sopra ricordati non dà una programma. Giusto dire la Costituzione va prima applicata ma questo non ci dà un programma, semmai un orizzonte.
La distribuzione del voto
Come anticipavo la politica deve saper leggere i bisogni e dare una risposta di prospettiva. Allora la lettura della distribuzione del voto diventa essenziale. Qualche tabella ci può aiutare lasciando le analisi più raffinate a chi lo fa di mestiere.

Il No ha prevalso grazie all’aver saputo recuperare dal non voto quasi un milione e ottocentomila voti in più del Sì. Che questi ex astenuti ritornino al voto alle prossime politiche non è affatto scontato.
Analizzando in percentuale il voto dei diversi bacini elettorali si nota che la compattezza sul No prevale nettamente per AVS (86%) e PD (75%) mentre è un po’ minore per M5S (67%) al contrario del centro destra dove la percentuale di quelli che han votato in modo contrario alle indicazioni del partito di appartenenza o si sono astenuti è decisamente maggiore.
La distribuzione del voto per classi di età è anche questa particolarmente significativa:
In tutte le fasce di età, tranne quella intermedia (45-54 anni) prevale il No, ma il dato maggiormente imprevisto è quello dei più giovani (18-29 anni) dove il No sfiora il 70%. Inascoltati, denigrati hanno fatto sentire con forza la loro voce, ma trovare la giusta risposta a questa domanda di cambiamento non è certo facile. Ad esempio come fare per fermare la loro fuga dal sud al nord e dal nord all’estero in cerca di un lavoro dignitoso?
A proposito di sud anche qui un dato imprevisto, sia pur all’interno di una tradizionale minore affluenza: nelle regioni meridionali il No prevale nettamente rovesciando in molti casi l’esito di recenti elezioni.
Ma forse l’esito più inatteso è l’andamento nei centri urbani, non solo perché ha prevalso il NO nelle principali città,
ma, in modo rovesciato rispetto a precedenti elezioni, sono i quartieri alti a votare con il governo e quelli popolari, le periferie a votare NO. Questo ad esempio l’andamento del voto nei quartieri di Roma:
ove agli estremi opposti troviamo:
Situazioni analoghe nelle altre grandi città. Emerge con forza una protesta ed una richiesta implicita da parte delle periferie che non vogliono più essere marginali e, certo, una richiesta di sicurezza che non può non passare attraverso prevenzione e riqualificazione.
Un programma concreto e una visione
Occorre costruire un programma ad un tempo concreto e visionario che tenga conto di bisogni articolati, di domande implicite diversificate per poter dar vita ad una coalizione solida; compito tutt’altro che facile. Occorre al contempo una chiara visione valoriale e prospettica che accolga e sostenga la volontà di cambiamento emersa in particolare dai più giovani e dalle aree sinora meno ascoltate.
L’analisi del voto, da affinare nei territori, è importante per capire da dove e da chi emerge un bisogno, spesso radicale, di cambiamento. Ma leggere questi bisogni non può esser fatto in astratto, occorre una mobilitazione e un confronto con i soggetti reali.
Serve concretezza, ma concretezza è diverso dal “pragmatismo” spesso evocato dai cosiddetti centristi. Esser pragmatici significa accettare l’ordine generale delle cose che è oggi orientato a sempre più estesi conflitti, all’incremento delle diseguaglianze, alla privatizzazione dei beni comuni, alla dilapidazione delle risorse ambientali, alla esclusione delle minoranze. I correttivi entro questo quadro sono illusori.
Occorre una visione prospettica e valoriale nella direzione di una società alternativa di pace e cooperazione, di riqualificazione territoriale e urbana, di valorizzazione delle culture e dell’ambiente, di riappropriazione dal basso dei beni comuni (educazione, cultura, salute, ambiente e, aggiungo, della comunicazione digitale …) come risposta alternativa sia all’individualismo e alla privatizzazione generalizzata del neoliberismo imperante, che alla centralizzazione statalistica propugnata in passato dalla sinistra.
Concretezza significa allora proporre un programma articolato di cambiamenti condivisi e inversioni di direzione possibili entro l’arco di una legislatura. Non perdendo di vista valori ed orizzonti.
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Quel NO, anzi quei tanti e diversi NO, non chiedono “primarie” ma risposte.
E a chi dice “Primarie” diciamo con forza SMETTETELA! Il lavoro da fare, con la pazienza dell’analisi e del confronto è tanto. A livello nazionale e nei territori.
[i] Gli articoli che si volevano modificare e le modifiche proposte le ho trascritte > qui < e > qui <.
[ii] Il Pubblico ministero deve “altresì svolgere accertamenti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini” (art 358 cpp;) cfr. anche art. 408 cpp: il PM chiede la archiviazione quando non sono stati reperiti elementi tali da “formulare una ragionevole previsione di condanna”; lo stesso principio vale per il Giudice per le Indagini preliminari (GIP).
[iii] Avevo postato su Facebook un semplice esempio di “Linguistica & Semiologia spicciola” in implicita risposta ai tanti “ma non c’è scritto” dei propugnatori del Sì:
Nel precedente articolo La nascita del Gruppo de il manifesto a Verbania ricordavo come le lotte operaie e in particolare quelle della Rhodiatoce si siano intrecciate ed abbiano influito nel profondo con la costituzione locale di questa formazione politica. Con la nascita del quotidiano ho svolto il ruolo di corrispondente per la nostra zona e naturalmente le vicende della Rhodia e della repressione con relativi processi vi hanno assunto un peso particolare. A partire dal primo numero del quotidiano del 28 aprile con la vivace narrazione di Valentino Parlato sulla festa per la assoluzione nel processo di primo grado a Verbania sino alle due corrispondenze di Gianni Montani[i] da Torino per il processo di Appello (22 e 23 ottobre ‘71) una trentina le cronache ed articoli inviati – allora tramite telefono previo appuntamento con la redazione – frutto del lavoro collettivo dei compagni.
Tra quelli direttamente connessi alla Rhodia ho selezionato i più significativi e ne riproduco il testo visto che non sono altrimenti reperibili online[ii].
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RHODIATOCE
A Verbania i compagni assolti dal tribunale tornano alla lotta
di Valentino Parlato
Verbania, Novara 28.04.1971. Grande giornata a Verbania quella del 24 aprile. Nella mattinata in tribunale, durante le sei ore di camera di consiglio, la consuetudine delia milizia politica, non era riuscita a coprire la tensione, fortissima in tutti: nei 48 compagni al banco degli imputati e in tutti gli altri che gremivano l’aula e si assiepavano in strada all’ingresso del tribunale. Il silenzio assoluto nel quale il giudice Simone aveva letto la sentenza di assoluzione era stato rotto da un applauso violento, da abbracci, lagrime di commozione, pugni alzati e dal canto dell’internazionale; da un abbraccio nero e oro di due toghe si alza un pugno chiuso. I carabinieri fino ad allora imponenti e corposi quasi vengono dissolti dal movimento che comincia nell’aula si trasferisce nella strada e poi davanti al carcere, ad attendere la liberazione del compagno Bruno Ormella.
La sentenza è stata chiara e importante. L’assoluzione di tutti gli imputati ha fatto fallire il tentativo di divisione politica tra gli imputati, tentata da qualche parte e, ancora di più, ha verificato la impossibilità di costruire un cordone sanitario dì isolamento intorno a questa vicenda e al gruppo di «estremisti» del centro del manifesto. Ma importanti sono anche le motivazioni della sentenza: non aver commesso il fatto per le imputazioni minori; non sussistenza di reato per l’assemblea del 6 ottobre dì fronte ai cancelli della fabbrica in risposta alla serrata padronale; non punibilità per i vari blocchi stradali (per i quali il pubblico ministero Gennaro Calabrese De Feo aveva infestato Pallanza di denunzie e mandati di cattura) perché quei blocchi furono fatti «nell’erronea supposizione di esercitare un diritto». Il livello particolarmente elevato raggiunto dalla lotta fa giustificare che negli operai nasca la supposizione — sia pure erronea per i giudici — che il blocco stradale sia un prolungamento o un’estensione del diritto costituzionale di scioperare. Il legame continuo con la lotta della Rhodia ha impedito — anche dopo una lunga congiura di silenzio di tutta la stampa — che un cordone sanitario isolasse questo processo nei quale gran parte degli imputati si richiamano o militano nel centro dì iniziativa comunista del Manifesto. «A Verbania, che è uno dei paesi più civili d’Italia, slamo come i pesci nell’acqua» — mi dice un compagno quando, una mezz’ora dopo la scarcerazione di Ormella, siamo tutti alla trattoria del Nibbio a festeggiare l’assoluzione. Al Nibbio ci sono tutti, Alberganti e Tartaro, Ottolini, Rampazzo, Carretti, Buffoni e quasi tutti gli altri imputati. Insieme con quelli del Manifesto ci sono quelli del Pci e del Psi e di Lotta Continua, forse manca solo il segretario della Federazione del Pci, Motetta; poi arrivano anche i compagni Janni e Fenghi, gli avvocati che sono stati la punta di diamante del collegio di difesa. Quale giudizio dare sulla sentenza? Quale il senso del contrasto tra un pubblico accusatore quasi medievale e dei giudici di tribunale innegabilmente democratici? Calabrese De Feo, In fondo, ha danneggiato la causa della borghesia con il suo uso ultrarepressivo della giustizia? E la lotta? Quali i rapporti tra la lotta, le provocazioni (compendiatesi in alcuni atti di sabotaggio e nell’incendio di uno del magazzini della Rhodia) e il processo? Come riprendere in fabbrica l’iniziativa sul premio di produzione? Su questi interrogativi i compagni cominciano a conversare.
Non si può certo dire che vi sia stata una discussione ordinata e tanto meno la tavola rotonda che i compagni di Verbania avevano preparato. Su alcuni punti i giudizi sono fermi. Il rapporto di forza è stato decisivo. Aver resistito alla violenta offensiva repressiva di Calabrese De Feo; aver tenuto anche nei lunghi mesi difficili cominciati nell’ottobre del 1970 quando la lotta di Verbania rimase sindacalmente isolata e oggetto di una vera e propria congiura del silenzio; aver avuto il coraggio di rendere politico il processo, anche attraverso il numero degli imputati, avere mantenuto l’unità con gli operai; non aver ceduto alla tentazione e ai suggerimenti di ripiegare sa una linea di difesa puramente giuridica, negando la partecipazione ai blocchi o giustificandola con l’esigenza di «calmare gli animi». Questi fatti e queste scelte sono alla base della vittoria conquistata il 24 aprile nell’aula penale del tribunale di Verbania. Senza questi precedenti, senza la presenza di un nucleo di compagni che con tenacia e coraggio ha continuamente ricostruito l’unità dei lavoratori intorno a posizioni di lotta avanzata, la sentenza del 24 forse sarebbe stata egualmente di assoluzione, ma avrebbe assolto dei vinti e non del militanti che — come Tartaro e tutti gli altri — hanno detto: «finalmente torniamo in fabbrica e riprendiamo la lotta sul premio di produzione».
Da una parte vi sono i militanti e i lavoratori di Verbania, un’area politico-sociale nella quale la continuità storica non ha assunto il segno del cedimento o del trasformismo: è un fatto che qui a Verbania l’avanguardia ha saputo assorbire i contenuti di classe della resistenza e della migliore esperienza del sindacalismo e del Pci. Dall’altra parte vi sono i giudici, e anche qui è chiaro che i venti anni che ci sono tra l’età del pubblico ministero e quella dei giudici non sono stati storicamente vuoti. Anche tra alcuni magistrati l’uscita dal medioevo nel quale vive ancora larga parte della nostra magistratura fa maturare come in tanti altri intellettuali una crisi di valori e un ripensamento del proprio ruolo.
Ma questi discorsi frammentari e sovrapposti sono Interrotti a un certo punto da Carlo Alberganti: «stiamo attenti a non essere trionfalistici e a non fare l’errore di considerare, dopo questa giusta sentenza, Verbania come una zona franca dalla repressione. A Verbania la repressione c’è stata e durissima. L’offensiva repressiva non è costata soltanto agli imputati, Janni lo ha detto bene nella sua arringa». «Gli ordini di cattura — si dice nell’arringa — ebbero gravi conseguenze non più rimediabili. Quando furono emanati, le trattative per la Rhodiatoce stavano per concludersi con la vittoria degli operai dopo un mese di sciopero. Proprio in quel momento la procura eliminò dalla vita sindacale sei rappresentanti qualificati e la Rhodiatoce si rimangiò immediatamente l’accordo, traendo dal procedimento penale il massimo utile che poteva ricavarne. La maestranza fu costretta a ricominciare tutto da capo». «Se è vero che la rappresentanza operaia esce rafforzata da questa sentenza — dice Tartaro — in fabbrica e fuori della fabbrica c’è molto lavoro da fare».
Politica della Rhodia e sfruttamento sono all’origine della crisi e della disoccupazione [i]
Verbania 13.05.1971. 35.000 abitanti. Metà degli operai lavorano alla Rhodiatoce. La fabbrica ha controllato per anni la vita cittadina: urbanizzazione, commercio, scuola, consiglio comunale, ecc. In piccolo, come la Fiat a Torino. Intorno alla Rhodia molte fabbriche chiudono e licenziano. Dal ’61al ‘70 la popolazione è passata da 28.810 a 34.410 abitanti, i posti di lavoro, nelle aziende con più di dieci addetti, sono diminuiti da 9.941 a 7.162. Chi trova un posto alla Rhodia è fortunato, non deve andare ogni mattina a lavorare a Gravellona, a Omegna o in Svizzera.
Ma ad un tratto l’inaspettato: mentre fuori si cerca lavoro, nei reparti della Rhodia parte la rivolta contro la organizzazione capitalistica del lavoro (carichi, ambiente, orario, qualifiche). Fino a tre anni fa il nome di Verbania ricordava il turismo lacustre, oggi significa lotta operaia. Dagli scioperi spontanei del giugno ’68 alla occupazione e alla vittoria del marzo ’69. La lotta contro l’organizzazione del lavoro crea nuovi posti di lavoro: oltre 400 posti in più alla Rhodiatoce. La lotta continua nei reparti per un anno e mezzo, crea nuove avanguardie, si estende ad altre fabbriche ed agii studenti.
Nel settembre-ottobre ’70 la battuta di arresto: gli arresti, la latitanza, l’isolamento e il cedimento delle centrali sindacali, il rientro in fabbrica, la deroga sull’orario.
La Rhodia non assume più. Nei sei mesi in cui le forze di classe lottano contro la repressione e si mobilitano per il processa alla Rhodia ì posti di lavoro scendono da 4.300 circa a 3.996.
Il problema dell’occupazione passa all’ordine del giorno: Nyco, Edilceramica, Nestlé, Panizza, Siderocementi, fabbriche tessili. Chi chiude, chi diminuisce i posti di lavoro, chi lavora a orario ridotto. I padroni preferiscono investire altrove o, prima dì investire, vogliono dare una mazzata agli operai per poterli poi sfruttare a piacere.
Sono i 130 operai della Nyco, con sessanta giorni di occupazione della fabbrica, a sollevare in modo drammatico il problema. Non a casa lo «stato» di nuovo interviene denunciandoli e buttandoli fuori della fabbrica. Le forze politiche tradizionali sono impotenti, anche se la giunta Pci – Psiup ha deciso ieri di requisire l’azienda.
Lo sviluppo dello scontro alla Rhodia in questi mesi non ha permesso alle stesse forze politiche di classe di affrontare nel modo dovuto l’altra faccia della condizione proletaria, la disoccupazione.
Per oggi, i sindacati hanno proclamato lo sciopero generale a Verbania. Giusto. Gli operai dicono: «Contro questa situazione bisogna mobilitare la rabbia di tutti gli strati popolari». Giusto.
Ma non basta. In gran parte le forze sindacali vedono la lotta contro la disoccupazione come cosa separata dalla lotta in fabbrica contro l’organizzazione del lavoro. La lotta per l’occupazione si riduce ad una generica pressione sul potere politico che sfugge al controllo operaio
Lo sciopero generale deve diventare invece il momento di unificazione delle lotte in corso nelle varie fabbriche (Tubor, Unione manifatture, Rhodia, etc.) e del rilancio della lotta nelle altre. Rientrando da domani in fabbrica, bisogna impedire qualsiasi uso dello straordinario, tanto più che in molte fabbriche, come alla Cartiera prealpina l’uso esteso dello straordinario viene alternato a periodi dì cassa integrazione. Sì deve riprendere la lotta contro i carichi di lavoro, ritmi, il cottimo, usando dove è possibile, (come alla Tubor e alla Um) l’autolimitazione della produzione; rilanciare la riduzione dell’orario e l’azione contro la nocività. Alla Rhodia far partire finalmente la lotta per il premio di produzione, visto che da quasi un mese le assemblee di Verbania, Villadossola e Novara si sono pronunciate con decisione. Il movimento deve essere esteso alle zone circostanti, dove vanno a lavorare molti operai di Verbania (a Gravellona, a Omegna, in Svizzera).
In alcune fabbriche di Omegna si è cominciata a discutere la possibilità di una lotta comune sul salario garantito (208 ore pagate al mese, in ogni caso).
A Verbania, ci sono 7.400 studenti e per loro, man mano che usciranno dalle scuole sarà sempre più difficile trovare un lavoro. Anche queste sono forze da mobilitare. Lo sciopero e la manifestazione di oggi sono soltanto il primo colpo. Il compito è continuare, indicando obiettivi concreti che facciano crescere il movimento e insieme creando nuovi strumenti di coordinamento politico (collettivi politici di fabbrica, comitati di quartiere, etc.) a livello cittadino e in tutta la zona.
[i] Articolo non firmato ma, per quanto ricordo e per lo stile del testo, è sicuramente attribuibile a Gino Vermicelli.
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Riparte la lotta nelle fabbriche Rhodiatoce. I limiti dell’esperienza passata e le prospettive
di Gian Maria Ottolini
Verbania 8.09.1971. Dopo la pausa estiva riprende la lotta alla Rhodiatoce. La settimana scorsa si sono riunite a Novara le rappresentanze sindacali delle fabbriche del gruppo (Pallanza, Casoria, Villadossola e Novara: ottomila lavoratori In tutto). Il comunicato conclusivo della riunione dice che: «È stata decisa la ripresa immediata della lotta con una azione di sciopero di 48 ore che ogni fabbrica articolerà nel modi atti a realizzare il massimo di pressione». La lotta per il premio di produzione (10.000 lire per tutti sganciate dalla produttività), era già iniziata due mesi prima delle ferie. A Pallanza si era articolato In scioperi quotidiani di mezz’ora-un’ora, gestiti direttamente dai reparti che avevano manifestato una forte combattività operaia: poco prima delle ferie, si erano avuti numerosi cortei Interni, che hanno cacciato dalla fabbrica i pochi impiegati crumiri. A Novara e a Villadossola la lotta aveva mantenuto il carattere più tradizionale degli scioperi di otto ore. Gli operai di Casoria, invece, usciti da poco da una lotta finita male, e non informati dal sindacato, sono rimasti estranei allo scontro.
Il padrone ha sempre mostrato la più ferrea intransigenza. La sua controfferta era di 3.000 lire per il premio di produzione. Il suo obiettivo, prima ancora di trattare, era quello di stancare gli operai, costringendoli ad uno scontro, lungo e faticoso nell’intento di provocare, al momento da lui ritenuto più opportuno, uno scontro frontale.
Nella prima fase della lotta il diverso modo di attuare lo sciopero nelle tre fabbriche e l’assenza di Casoria non hanno certo giocato a favore degli operai. Ora sembra che le fabbriche di Villadossola, e forse anche quella di Novara, siano disposte ad attuare scioperi articolati. I sindacati nazionali si sono inoltre impegnati ad andare di persona a Casoria, per far scendere In lotta anche gli operai di quella fabbrica. Ma la loro credibilità, dopo le sfacciate menzogne cui sono ricorsi nel tentativo di far rientrare gli operai in fabbrica, è oggi molto scarsa e dunque non c’è da attendersi gran che dalle loro promesse.
La lotta si presenta dunque particolarmente dura: perché sia efficace è indispensabile che si verifichino alcune condizioni precise: che tutte le fabbriche del gruppo partecipino attivamente allo scontro e non si creino nuovamente fratture fra stabilimenti più combattivi e meno combattivi; che l’articolazione degli scioperi sia la più intelligente possibile, in modo da scardinare la programmazione padronale della produzione, con il minor costo per gli operai che cosi potranno reggere anche un lungo scontro; che nel corso della lotta cresca l’organizzazione autonoma degli operai, reparto per reparto, fabbrica per fabbrica.
La posta in gioco è alta. Al di là degli aumenti salariali (che oggi, con il progressivo aumento del costo della vita e il conseguente taglio del salario reale, assume particolare valore), si gioca la continuità delle lotte future: in particolare, qualifiche, mansioni, carichi. A Pallanza, inoltre, non solo per gli operai, ma anche per la «sinistra» sindacale, la posta è alta. O essa saprà far leva su questa lotta per favorire al massimo la crescita e lo sviluppo dell’organizzazione operaia di base, sconfiggendo la controffensiva politica che le forze moderate si apprestano a lanciare, o, non solo rischia di compromettere la lotta operaia, ma la sua stessa sopravvivenza.
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14 carabinieri per arrestare il compagno Ormella. A Verbania riprende la repressione contro la lotta operaia
Verbania 3.10.1971. Venerdì sera, appena rientrato in casa, è stato arrestato il compagno Bruno Ormella, membro del direttivo di fabbrica della Cgll e iscritto al Pci. Lo ha denunziato pochi giorni fa, un dirigente della Rhodia, tale Bertolino, per «violenza privata» in occasione di un picchettaggio durante lo sciopero dei giornalieri per il premio di produzione. Quattordici carabinieri hanno circondato la casa e lo hanno assalito con aria di rivincita. «Questa volta non ci scappi» gli hanno detto.
Il compagno Ormella era già stato colpito da mandato di cattura nel settembre scorso per «blocco stradale» assieme ad altri due operai e tre sindacalisti, quando a Verbania scattò l’operazione di repressione contro lo sciopero degli operai della Rhodia. Dopo sei mesi di latitanza era stato assolto, assieme agli altri 47 imputati, dal tribunale di Verbania. Il processo di appello, subito richiesto dall’accusa, si svolgerà il 21 ottobre a Torino.
L’arresto di venerdì ha un duplice scopo: intimidazione in vista del processo e ricatto per bloccare la lotta sul premio di produzione. L’indagine sulla imputazione del compagno Ormella è stata presa subito in mano dal procuratore della repubblica Calabrese De Feo, noto per la linea duramente repressiva nei confronti della lotta operaia. L’istruttoria fin dall’inizio è stata caratterizzata da un atteggiamento minaccioso e intimidatorio verso alcuni testimoni e, soprattutto, dallo arresto che l’imputazione rendeva facoltativo.
Qui a Verbania e in tutta la provincia di Novara dal settembre ’70 a oggi l’azione repressiva padronale e di stato continua ad essere durissima: da una parte il pesante intervento della magistratura, dall’altra una fortissima resistenza padronale a ogni lotta operaia, caratterizzata, soprattutto nel settore tessile, da serrate, licenziamenti, cassa integrazione. L’attacco investe oltre le libertà politiche e sindacali in fabbrica, anche la libertà di espressione e vi sono decine di denunce per «stampa clandestina» contro operai e studenti.
In questi giorni, con la solita scusa della «lotta alla criminalità» sono state Intensificate le operazioni di polizia, con blocchi stradali e perquisizioni tra le quali quella nelle abitazioni di due compagni di Masera (uno è il segretario della locale sezione del Pci). Negli ultimi giorni, inoltre, sono stati denunciati 51 operai della Nyco (tra i quali due sindacalisti Cisl e Cgil) per l’occupazione della fabbrica chiusa dal padrone e in via di liquidazione, per la quale si attende ancora oggi una soluzione. Altri 42 operai, del cappellificio Panizza sono minacciati di licenziamento per «esigenze di ristrutturazione». La azione repressiva, quindi, si configura più che mai come il solido sostegno dello stato all’attacco padronale, tendente alla riduzione della occupazione e alla ristrutturazione delle aziende.
Questo generalizzato attacco antioperaio impone una generale capacità di mobilitazione, che coinvolga gli organismi di base di tutte le fabbriche della zona e spinga il sindacato locale e provinciale a dare una risposta più decisa a chi oggi tenta piegare la classe operaia. In questa azione, assume particolare importanza la scadenza del processo di appello, il 21 ottobre. In occasione del processo ci si prepara a sviluppare quella mobilitazione che in aprile portò all’assoluzione dei compagni e alla riconquista di posizioni di forza in fabbrica.
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Sciopero totale alla Rhodia e 2000 in piazza nonostante i baschi neri antipicchetto
Verbania 16.10.1971. Duemila, fra operai e studenti, hanno partecipato ieri mattina alla manifestazione indetta dai sindacati in occasione dello sciopero generale di 4 ore contro la repressione (più di 100 denunce ed un arresto), le serrate e licenziamenti nelle varie fabbriche della zona.
Le provocazioni non sono mancate; un compagno che distribuiva davanti alle scuole un volantino del «collettivo politico studenti medi» è stato portato in questura: è stato interrogato e gli sono stati sequestrati tutti i volantini.
«Qui la legge la faccio io» ha risposto il carabiniere alle proteste ed ha aggiunto che l’ordine di sequestro gli veniva dalla procura. I carabinieri saranno denunciati.
Frattanto alle 8, alla Rhodia, per la prima volta dopo tre anni, la polizia si è permessa di schierarsi davanti ai cancelli per impedire picchettaggio: hanno fatto una magra figura perché nonostante la «garanzia» dei loro fucili non è entrato proprio nessuno.
Circa 100 fra baschi neri e poliziotti con il fucile imbracciato si sono appostati sotto il tribunale per difendere la «legge». Anche la polizia ha capito che qualche magistrato a Verbania è assolutamente impopolare.
Tutti i compagni ritengono molto positivi lo sciopero e la manifestazione di oggi, sono però anche assolutamente convinti che è necessario portare la mobilitazione in fabbrica creando piattaforme e forme di lotta che offrono la garanzia di non cedere di fronte all’attacco padronale. Pochi giorni fa il pretore di Omegna ha emesso una sentenza che dichiara illegittimo lo sciopero articolato alla «Nuova filatura Toce». Oggi gli operai della cartiera sono stati minacciali di sospensioni per aver partecipato allo sciopero generale. La minaccia è arrivata mentre i lavoratori si apprestano a organizzare la lotta per il contrattoaziendale.
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La vendetta della giustizia contro le avanguardie. Domani comincia a Torino il processo d’appello contro i 47 compagni assolti il 24 aprile
Verbania 20.10.1971. Domani giovedì 21 ottobre, alle ore 9 presso la Corte di Appello di Torino, seconda sezione inizierà li processo contro gli operai della Rhodiatoce. L’accusa è di «blocco stradale, ferroviario e lacustre» e di manifestazione non autorizzata, dal 18 settembre al 6 ottobre 1970. Gli imputati sono 47 (contro uno solo il p.m. non ha appellato).
Il 24 aprile scorso, nonostante le pesanti pene richieste (oltre 50 anni) dal P.M. Gennaro Calabrese De Feo, il Tribunale di Verbania assolveva tutti gli imputati, parte «per non aver commesso il fatto», parte «perché il fatto non costituisce reato» (assembramento davanti alla fabbrica del 6 ottobre) e gli altri «perché il fatto non costituisce reato In quanto commesso nell’erronea supposizione di esercitare un diritto».
Subito il P.M. appellava, sostenuto dalla stampa fascista e reazionaria e a lui si affiancava il procuratore generale di Torino Colli, che appellava a sua volta. In tempo di record viene istruito il processo d’appello. Solo per un disguido burocratico non è avvenuto il 14 luglio scorso, come inizialmente era stato notificato.
Al padroni non è bastato aver sconfitto una lotta con 6 mandati di cattura e con oltre cento denunce, costringendo gli operai, grazie anche al pesante intervento del sindacati nazionali, a rientrare In fabbrica dopo un mese di sciopero ad oltranza. Non è bastato perché, dopo due o tre mesi di disorientamento, nel reparti gli operai avevano ricominciato a rialzare la testa con scioperi spontanei ed oggi, da più di quattro mesi, per il premio di produzione e di mansione, ogni giorno gli operai si fermano mezz’ora-un’ora, articolando lo sciopero nel reparti.
Nell’ultimo incontro della settimana scorsa con i sindacati, la direzione Rhodia, oltre a rifiutarsi di entrare nel merito della richieste, ha lamentato il «disordine produttivo» e «che i tecnici sono impossibilitati a fare il loro lavoro». Chiaramente, al di là della volontà personale di qualche magistrato che ha sentito la sentenza di assoluzione come una offesa e una questione personale, esiste la volontà precisa del padronato che vuole con questo processo, «punire» e fermare la classe operaia della Rhodia. Per garantirsi questo risultato, 20 giorni prima del processo, la Direzione Rhodia, tramite un suo dirigente e due «guardioni» ha creato una colossale montatura, contro uno degli imputati, il compagno Omelia, accusandolo di fatti mai avvenuti, in modo che Calabrese De Feo avesse le mani libere per farlo arrestare.
Il processo del 21 ottobre è molto importante.
Importante perché avviene a Torino, dove In maniera pesantissima i padroni conducono un’offensiva autoritaria che ha al suo centro, parallelamente alla intransigenza padronale, la fascistizzazione degli organi dello Stato. Negli stessi giorni a Torino abbiamo altri processi polizieschi: quello contro i 42 compagni di Lotta Continua e di Potere Operalo per «reati d’opinione» e quello contro i 3 membri di C.i. della Fiat Lingotto.
In secondo luogo si tratta di un processo di massa. Sul banco degli imputati siedono operai di base, operai del Pci, dello Psiup, del Psi, del Manifesto, rappresentanti e dirigenti sindacali, il segretario della Federazione del Pci, studenti di Lotta Continua e del Manifesto. Tutto il vasto arco della sinistra, tradizionale e non, di Verbania è rappresentato. Chi inveiva contro gli estremisti «che non hanno niente a che fare con la classe operala», si trova oggi colpito dalla repressione assieme a loro.
Non è il caso che l’Unità abbia relegato la notizia dell’arresto di Ornella in fondo alla sesta pagina ignorando il fatto che si trattava di un militante del Pci.
La campagna contro gli «opposti estremismi» mostra in questo processo la sua vera faccia: la repressione vuole fermare le lotte operale.
Mentre i riformisti tacciono, sono le forze di classe che, facendo perno sulle lotte operale, possono fermare la repressione garantendo gli spasi politici conquistati in questi anni.
La risposta data con la manifestazione di sabato a Torino è stato un primo momento fondamentale. Oggi gli operai della Rhodiatoce si incontreranno con il consiglio di fabbrica della Mirafiori.
schede
La legge sui blocchi stradali
La legge n. 66 del 22-1-1048 è stata appunto presentata nel ’48 (ministro degli interni Scelba) formalmente per salvaguardare le vie di comunicazione dai briganti. In realtà per reprimere le lotte contadine che nell’autunno ’47 erano state particolarmente dure.
Data l’enorme estensione delle vie di comunicazione e la scomparsa oggi dei briganti che assaltano i passeggeri bloccando le strade, tale legge potrebbe non aver più nessun senso.
In effetti è una legge repressiva di eccezionale pesantezza, diretta a colpire le manifestazioni operaie e popolari: ossa permette di infliggere a chiunque faccia una manifestazione da 1 a 6 anni di reclusione e «se il fatto è commesso da più persone» da 2 a 12 anni. Nell’Istruttoria contro gli operai della Rhodia si legge: «l’elemento materiato del delitto di blocco è dato dalla ostruzione o anche soltanto dall’ingombro dell’area della strada, mentre il dolo si esaurisce e si concreta nel porre in essere tale attività al fino di impedire, od anche soltanto di creare difficoltà od Impaccio alla libera circolazione della sede stradale; che rientra nella previsione legislativa ogni forma di ostacolo anche se attuato con assembramento di più persone, che con i loro corpi offrono ostacolo sensibile alla circolazione».
Proprio per il suo carattere eccezionalmente repressivo, di tale legge non si è mal voluto discutere in parlamento, facendola ratificare di nascosto nel ’55 in un pacchetto di numerose norme che sono passate al vaglio delle camere come Inerenti al Ministero del Trasporti e alla regolamentazione dei traffico stradale ferroviario e lacustre. Dal che si desume che i partiti «dell’opposizione di sinistra» che impostano la loro strategia sul parlamento, non sono nemmeno capaci di fare il loro mestiere.
Sono stati condannati due dei compagni accusati di “stampa clandestina”
Verbania. Ieri mattina alla pretura di Verbania i compagni Gian Maria Ottolini (Manifesto) e Doriano Roveri (Lotta Continua) sono stati condannati per «stampa clandestina» rispettivamente a 25 mila lire e 20 mila lire di multa con la sospensione condizionale della pena. Gli altri compagni accusati di stampa clandestina e manifestazione non autorizzata sono stati assolti. Fra i testi di accusa, ancora una volta, si è messo in mostra il capitano dei carabinieri Puoti che, come già nel processo contro gli operai della Rhodiatoce ha affermato — In contrasto con i rapporti messi agli atti del processo — di essere stato presente ai presunti reati e di aver identificato di persona i compagni accusati. Tale onnipresenza, «rivelata» anche questa volta a molti mesi dal fatti, risulta per lo meno sospetta.
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Al processo dei 47 della Rhodia l’accusa sostiene il crumiraggio e la serrata
di Gianni Montani
Torino 22.10.1971. Nell’aula della corte di appello di Torino è cominciato Ieri mattina il processo contro i 47 compagni della Rhodia di Verbania, accusati di blocco stradale nel corso della lotta dell’autunno ’69, quando la direzione ha serrato la fabbrica per un mese nel tentativo, non riuscito, di stroncare la lotta.
Sul banco degli imputati si trovano assieme operai, sindacalisti, dirigenti di partito. Bastano questi dati a dare il senso del processo repressivo in atto. Dopo i processi agli estremisti si è ormai passati esplicitamente a reprimere giudiziariamente tutti coloro che in fabbrica lottano o hanno lottato.
Dopo le formule di rito e la relazione del precedente processo (in cui gli imputati vennero assolti «per erronea supposizione di esercitare un diritto collegato al diritto di sciopero»), e stato il turno dell’accusa. Nell’aula dove si celebra il processo, una Ispide ricorda che nello stesso luogo, nel 1944, il tribunale speciale fascista condannò a morte il primo comitato militare del Cnl piemontese. A sentire oggi in quest’aula la requisitoria del procuratore generale Cordero di Vonzo, sembrava di essere tornati indietro nel tempo. Bene ha fatto la difesa a registrare questo discorso che dimostra chi siano oggi gli uomini che dirigono la procura generale della Repubblica. Cordero di Vonzo ha Iniziato la sua requisitoria affermando che quello della Corte di Verbania è un ‘diritto strano, fatto di interpretazioni erronee. «Interpretazioni — ha detto — che noi non crediamo qualcuno si senta il coraggio di sostenere ancora».
Continuando la sua requisitoria il pubblico ministero ha affermato che il diritto di sciopero è un qualsiasi diritto privalo, e in questo senso, avendo durante lo sciopero ingombrato la libera circolazione per sensibilizzare l’opinione pubblica, gli imputati sono da giudicare come responsabili del blocco stradale. Reati comuni e non politici — ha sostenuto il pubblico ministero — in quanto lo sciopero politico è proibito. Sempre sul diritto di sciopero, di Vonzo ha continuato citando la giurisprudenza più reazionaria oggi esistente, affermando il diritto alla serrata padronale come forma legittima di pressione del padroni sugli operai, il diritto di crumiraggio, la Incriminazione dei lavoratori per occupazione di fabbrica. Per sostenere questa sua tesi ha fatto esplicito riferimento a quelli che si opposero all’assunzione del diritto dl sciopero nella costituzione. Sui fatti specifici di blocco stradale, il pubblico ministero ha sostenuto che è un reato comune, opponendosi fin d’ora alla richiesta di attenuanti per particolare valore sociale. Ha detto che il fatto stesso di voler sensibilizzare l’opinione pubblica è una affermazione di volontà di blocco stradale in quanto si vuole fermare la gente per parlare; e ha riconosciuto come blocco stradale tutte le situazioni in cui non si può circolare liberamente (qualcuno il pubblico ha espresso il timore Incontrare Cordero di Vonzo in qualche ingorgo nel centro di Torino).
La chiusura della requisitoria ha avuto il pregio di chiarire, al di là del cavilli giuridici, quale sia la volontà del pubblico ministero.
Rivolto alla corte questi, con fare minaccioso, ha detto: «di queste questioni hanno parlato i giornali le riviste, ecc. con parole infuocate». Il pubblico ministero, cioè, è particolarmente sensibile al giudizio del Tempo che ha scritto ai momento dell’assoluzione: «comportamento criminoso dei giudici di Verbania». È poi cominciato l’elenco delie richieste della pena. Complessivamente quaranta anni circa.
Dopo una breve sospensione sono cominciate le arringhe delia difesa. L’avvocato Fenghi ha sostenuto la giustizia giuridica della sentenza del tribunale di Verbania, dimostrando che il concetto di «erronea supposizione di esercitare un diritto» non è una eccezione del tribunale di Verbania ma una tendenza affermata e consolidata della giurisprudenza. Il difensore ha dimostrato l’assurdità della interpretazione di blocco stradale da parte del pubblico ministero (ingorgo o rallento del traffico) in quanto se questa fosse l’interpretazione, si potrebbero incriminare gli operai quando escono dalle fabbriche, gli studenti dalle scuole ecc. Inoltre se fosse giusta questa interpretazione, gli operai e i contadini non avrebbero nessun diritto di propagandare le motivazioni delle proprie lotte, In quanto i mezzi di comunicazione di massa sono in mano ai padroni. L’assurdità della interpretazione è stata dimostrata paragonando le pene di cui sono passibili i responsabili dell’ingorgo (da due a dodici anni) con le pene per attentato ferroviario con disastro (da tre a dieci anni) o alla violenza privata (massimo quattro anni). «Cioè a dire ha detto Fenghi che se gli operai della Rhodiatoce avessero rotto tutto, rischierebbero meno di quello che rischiano per aver provocato un rallentamento del traffico». Fenghi ha determinato chiedendo la assoluzione per non aver commesso il fatto e dicendo che non la difesa chiede una sentenza politica, ma l’accusa. Una sentenza contro la classe operala.
Le difese sono continuate dimostrando la mancanza di prove da parte dell’accusa. Alcuni sono imputati solo perché la loro macchina era parcheggiata a 500 metri dal luogo del presunto blocco. Circa gli altri presunti blocchi i carabinieri, giunti sul posto dopo quindici minuti, non hanno visto niente di anormale. Il processo è continuato ieri sera.

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Il tribunale di appello si è preso la sua vendetta e nega il valore sociale della lotta alla Rhodia
di Gianni Montani
Torino 23.10.1971. Si è concluso con 23 condanne e 24 assoluzioni il processo d’appello contro gli operai della Rhodia. Quello che non è riuscito a fare il tribunale di Verbania sollecitato dal famigerato Calabrese De Feo, lo ha fatto il tribunale «speciale» di Torino. Sono stati condannati i compagni: Carlo Alberganti (6 mesi), Antonio Lo Nigro (7 mesi), Bruno Ormella (6 mesi e 20 giorni), Giancarlo Tartaro (5 mesi e 10 giorni), Riccardo Forte (9 mesi), Ruggero Del Mastro (5 mesi e 10 giorni), Lucio Ferrara (5 mesi e 10 giorni), Adriano (Diego) Caretti (5 mesi e 10 giorni), Sergio Silvestri (6 mesi), Amelia Martini (6 mesi), Giuseppe Buffoni (6 mesi e 20 giorni), Sebastiano Russo (5 mesi e 10 giorni), Gianni Fasolo (5 mesi e 10 giorni), Orazio Burgoni (6 mesi), Giovanna Alberganti (5 mesi e 10 giorni), Antonio Fellini (6 mesi e 10 giorni), Gian Maria Ottolini (6 mesi e 10 giorni), Giacomo Buffoni (6 mesi e 10 giorni), Danilo Ghedini (5 mesi e 10 giorni), Attillo Conterno (5 mesi e 10 giorni), Silvano Silvani (5 mesi e 10 giorni), Attilio Alioli (5 mesi e 10 giorni). Settimo Rampazzo (5 mesi e 10 giorni).
Nell’aula del palazzo di giustizia di Torino, sul cui portone esistono tuttora ì fasci littori, erano continuate nel tardo pomeriggio di giovedì e nella mattinata di venerdì le arringhe dei difensori dei 47 compagni della Rhodiatoce di Verbania.
La linea della difesa si è articolata, oltre che sulla difesa del diritto di sciopero con tutte le implicazioni che questo significa, e sula assurdità delle Interpretazioni date dal pubblico ministero Cordero di Vonzo del reato di blocco stradale, sulle contraddizioni e la mancanza assoluta di prove d’accusa. In sostanza la difesa ha chiesto ai giudici di giudicare secondo le prove e non secondo quello che un avvocato ha definito «un gioco di magia» per cui molti imputati sono stati accusati non perché qualcuno li ha visti, ma perché la loro macchina è stata vista a 500 metri dal luogo del presunto blocco. Altri sono stati accusati per presunti blocchi avvenuti In giorni in cui non erano a Verbania. Il caso più clamoroso è quello di Giancarlo Tartaro, accusato di aver partecipato al secondo blocco della ferrovia mentre quel giorno era al ministero del Lavoro a Roma per condurre lo trattative con la direzione Rhodia.
Dalle arringhe del difensori e emersa la figura del capitano del carabinieri Puoti che sistematicamente, noi giorni dei presunti blocchi ha stilato rapporti In cui affermava di non aver riconosciuto nessuno dei partecipanti perché gli era Impossibile, e in un secondo rapporto elencava i nomi del riconosciuti senza spiegare li cambiamento di posizione. Sul particolare del blocco ferroviario un’altra figura di rilievo è quella del brigadiere Bufano che In aula, a Verbania, ha affermato di aver visto gli imputati durante li blocco, mentre il capitano ha affermato, sia nel rapporto sia nella deposizione, di essere entrato da solo nella stazione. Altro personaggio attendibile è il vice questore di Verbania che affermava di aver riconosciuto gli Imputati ed elencava come ulteriori testimoni tre poliziotti, due del quali affermano di non aver visto nulla.
A dare il senso del grottesco delle richieste di pena, è il caso di una imputata per cui è stato richiesto un anno di reclusione: le uniche prove a suo carico sono date dalla testimonianza di un poliziotto che ha affermato di averla vista durante un presunto blocco sul marciapiede della via.
Su queste prove il tribunale deve decidere. Su queste prove il pubblico ministero ha chiesto oltre 40 anni di galera.
C’è poi la questione delle attenuanti per particolare valore sociale, che i difensori hanno chiesto In via subordinata qualora il tribunale, nonostante la mancanza di prove, decreti la colpevolezza dei compagni. Su questa questione il pubblico ministero ha dichiarato, già al momento della sua requisitoria, la sua totale opposizione. Per sostenere la applicabilità delle attenuanti del «particolare valore sociale» sono state ricordate le caratteristiche della lotta alla Rhodia. Una lotta che aveva come primo obiettivo il rifiuto della smobilitazione parziale della fabbrica che la direzione aveva annunciata. Una lotta che portò all’assunzione alla Rhodia di altri 300 operai dando un grosso contributo all’economia eli tutta la zona, allora come oggi minacciata dalla disoccupazione. Una lotta per la parità normativa operai-impiegati, che affrontava un problema di giustizia sociale. Una lotta infine non diretta da pochi dirigenti sindacali «da dietro il loro tavolino» ma dalle assemblee operaie.
Ma questa è proprio l’accusa che si fa ai compagni di Verbania. Lo dimostra l’Incriminazione per blocco stradale perché gli operai delle Rhodia e di altre fabbriche che avevano portato allora i soldi raccolti nelle loro fabbriche per sostenere la lotta, uscendo dall’assemblea — erano circa 400 — hanno rallentato il traffico per pochi minuti. Come dimostra il rapporto dei carabinieri che giunti sul posto dopo 15 minuti non hanno trovato niente di anormale.
Proprio contro le attenuanti per particolare valore sociale si è scagliato il pubblico ministero nella sua replica, in cui ha sostenuto, con un livore anti-operaio che difficilmente si è precedentemente visto in un tribunale, che la lotta della Rhodia non aveva niente di sociale, che gli operai lottavano solo per problemi propri. Che le lotte sono solo lotte egoistiche che gli operai fanno per migliorare solo le proprie condizioni, «gli operai chiedevano le 40 ore di lavoro settimanale, non lottavano per i disoccupati, ma solo per lavorare di meno».
[i] In questo articolo di Luciana Castellina un ricordo di Gianni Montani: Viaggio nella Torino che ha inghiottito il suo passato.
[ii] Gli originali che ho potuto consultare sono depositati presso la Biblioteca Aldo Aniasi della Casa della Resistenza in connessione col fondo “Alberganti Albertini” del Centro di Documentazione.
Non mi ricordo chi l’abbia detto (o scritto), forse Franco Fortini.
«Tutti gli adolescenti scrivono poesie, ma pochissimi diventano poeti»
Le prime di cui ho ritrovato traccia scritta nei miei quaderni risalgono ai miei sedici anni. Lontane non solo nel tempo.
Quelle che sotto trascrivo sono invece le mie due penultime scritte quando ormai ne avevo quaranta di anni e, tutto sommato, mi ci ritrovo, mi riconosco anche oggi che sono alla soglia degli ottanta.
Due penultime, dicevo, perché pochi anni dopo avevo scritto un piccolo poema che ho fatto leggere alla mia collega ed amica Patrizia. È stata drastica: “Non è proprio il tuo genere!”. Ho seguito il suo implicito consiglio e da allora di poesie non ne ho scritte più.
La prima delle due era evidentemente influenzata dalla mia frequentazione della narrativa fantascientifica; ne avevo anche fatto copia sulla carta argentata della piccola stampante dello Sinclair Spectrum +, il mio primo PC. La seconda da due fatti di cronaca.
L’astronauta
Cari amici*
vi scrivo
da un altro pianeta
vorrei
potervi vedere
ancora una volta
vorrei
potervi dire
che tutto quanto
abbiamo fatto insieme
non sempre è riuscito
ma che comunque
ogni volta ancora
lo rifarei se potessi
rifarlo insieme a voi.
Cari amici
vi dico
che lontano dal mondo
dove tutto è diverso
tutto sembra uguale
o forse tutto è uguale
anche se sembra
un mondo diverso.
Cari amici
non importa …
la distanza del tempo
pesa più dello spazio
…
qualcosa abbiamo fatto
…
se non si vede il segno
è perché la vista
ormai ci fa difetto
ma dentro noi
ciò che nessuno vede
si sente
eccome!
29.XII.86
* Amici del ‘68
¿Quien sabe? **
Dio è morto.
Rimane il peccato
resta la colpa
l’innocenza è scomparsa
lucciole addio.
Dio è morto
la violenza non trova “Causa”
non ricerca bandiere
non si giustifica più.
Si esercita.
Talvolta cruda
talvolta asettica
cruda e senza senso
asettica e rispettabile.
Cruda nei poveri
cruda per rabbia
cruda per impotenza.
Asettica e ricca
asettica e benemerita
asettica per “fama” e denaro.
La prima scandalizza, sconvolge
si butta in prima pagina.
L’altra si nasconde e trasfigura:
quante buone intenzioni!
quanti buoni affari!
A Palermo una lapide di bimba.
A Montevideo un piccolo desaparecido.
** A Palermo due sottoproletari hanno seviziato e ammazzato la loro piccola “perché piangeva troppo”. Da Montevideo le prime notizie di traffici di bambini per farne “organi” da trapianto.
PS. Le illustrazioni sono tratte dagli album de L’Incal di Moebius in collaborazione con Jodorowsky.
Di seguito la riproduzione dei testi originari.
Scartabellando fra i miei vecchi quaderni ho trovato questa nota diaristica su una lezione di filosofia del 7 marzo 1994.
Non la ricordavo.
Mi è sembrata carina e non del tutto inattuale.
La ripropongo di seguito
7.3.94
Classe III SUS [Scienze Umane e Sociali]
Zenone ovvero dell’arte culinaria
Studente. Ma perché Zenone deve complicare le cose in questo modo?
Insegnante. È vero, la filosofia, il ragionamento complicano la vita.
S. Se ne potrebbe fare a meno, sarebbe tutto più semplice.
I. Certo, si potrebbe vivere tranquillamente senza pensare.
Molti lo fanno.
È come cucinare senza sale e senza aromi, si può benissimo vivere (o “sopravvivere”) mangiando sciapo.
Chi preferisce vivere “sciapo” è meglio non si imbarchi nello studio della filosofia.
Il 4 febbraio 2013 inauguravo questo blog con l’editoriale Frammenti similari di speranza e successivamente con articoli legati in particolare ai temi della memoria, della violenza di genere, della condizione giovanile oltre a letture di testi direttamente o indirettamente connessi a queste tematiche. Non ho solo voluto, come ricordato nell’editoriale d’apertura, superare i limiti dei social allora più in uso, ma anche sfruttare le potenzialità mediatiche: immagini e soprattutto testi che più esattamente costituiscono degli ipertesti con link interni e tag che permettono di approfondire e allargare il temi affrontati.
Con gli anni gli argomenti si sono ampliati e sono stati “accolti” alcuni importanti contributi di amici che hanno voluto contribuire arricchendo e approfondendo le tematiche.
Con il presente siamo a 167 articoli, circa 13 all’anno.
Lo scopo era quello di raggiungere un pubblico più vasto sia locale sia più ampio. Con 36 abbonati (ovviamente gratuiti) e soprattutto con le 84.450 visualizzazioni dall’esordio ad oggi (con una media di 6.500 all’anno) posso affermare che da questo punto di vista l’obiettivo è stato raggiunto. L’altro obiettivo, in particolare su alcuni argomenti, era quello di offrire uno spazio al confronto e al dibattito: il numero di commenti è stato decisamente basso, in media uno ogni due articoli (86 su 166) il più delle volte limitati a poche parole di gradimento senza entrare nel merito.
I dieci articoli più visualizzati dal 2013:
Alcune riflessioni sul femminicidio e sulla violenza di Andrea Bocchiola e Sonia de Cristofaro: 7 febbraio 2013
Il testo unico fascista (1929 – 1943): 14 luglio 2016
Trarego 25 febbraio 1945:14 febbraio 2014
Le SS-Polizei in Ossola e nel Verbano (1943 – 1945):12 settembre 2018
Il male può essere banale? Attualità di Hannah Arendt:6 marzo 2015
L’Ossola libera e le “Repubbliche” partigiane: 23 ottobre 2014
Peer & Media education: 23 settembre 2015
La “Festa della Liberazione” a Stresa, 75 anni fa:17 aprile 2020
Ermanno, la Colonia Motta, la guerra:7 Maggio 2018
Adulti feriti e amati bambini di Nives Cerutti: 17 ottobre 2013
I cinque articoli più visualizzati nel 2025:
Hedy Lamarr diva dimenticata scienziata ignorata
La strage del Lago Maggiore. Una lenta emersione
Il testo unico fascista (1929 – 1943)
Cleonice. Il lungo cammino della memoria
Buona lettura.
Commenti e proposte di collaborazione sono ovviamente benvenuti.
Nei vecchi file del PC sono riuscito a recuperare l’unità didattica di filosofia su Immanuel Kant e il criticismo. Quella scansionata è la sua ultima versione che risale al 2001. Fare i conti con Kant e leggerne passi significativi lo consideravo non solo momento centrale della storia del pensiero, ma soprattutto una sorta di porta di ingresso per accedere alla filosofia contemporanea.
La sollecitazione iniziale, atta a superare una concezione ingenua della visione (e implicitamente di tutta la sensazione), era attivata con un breve filmato in cui Oliver Sacks ricordava la reazione di un suo paziente, cieco dalla nascita, dopo un trapianto oculare. Quando gli vennero tolte le bende alla domanda di cosa vedesse rispose: “Un turbinio di luci da cui esce la sua voce” riferendosi al viso di Sacks. Il paziente non recuperò la vista delle forme, il suo cervello adulto non era più in grado di organizzare gli stimoli visivi e nello stesso tempo la sua precedente organizzazione dello spazio (svolgeva attività in campo meccanico) ne risultava compromessa. Quello che avrebbe dovuto costituire il “dono della vista” diventò per lui una maledizione.
La lettura e il commento dell’icastico passo di Borges che apre la dispensa fa poi risaltare l’ingenuità di una rappresentazione della conoscenza quale copia della realtà. Discorso approfondito con il concetto di gnoseologia nel suo significato generale e nel suo sviluppo.
A seguire l’articolazione del pensiero kantiano nei suoi riferimenti e nelle sue fasi precritiche e critiche con un cenno finale alla filosofia del diritto e della storia.
La dispensa, concepita ovviamente quale supporto a esposizione e discussione orali, è scaricabile > QUI <
L’iniziativa del 31 ottobre 2025 dedicata al ricordo di Carlo Alberganti e Giovanna Albertini (Carlo e Giovanna memorie di una vita per la collettività) mi ha stimolato a mettere un po’ di ordine ai ricordi di quasi sei decenni fa. Come immagino capiti a molti la mia memoria è nitida su singoli episodi ma faccio fatica a inserirli in una successione precisa. Mi sono così costruito una cronologia di quegli anni e, soprattutto, sono riuscito reperire alcuni documenti allora elaborati e, in particolare, un mio quaderno di appunti, verbali e considerazioni stesi tra il maggio 1969 e il gennaio 1971 [i].
La rilettura ordinata di questa documentazione permette così non solo di ricostruire quando e con chi è nato il Gruppo de il manifesto a Verbania, ma soprattutto a capire le motivazioni, la logica di fondo che, all’interno di un contesto storico importante per la comunità locale, ha portato quel gruppo di compagni a dar vita a un’esperienza politica significativa che ha lasciato il segno anche nei decenni successivi.
Il Comitato Operai Studenti
Sulla base di rapporti instaurati nel 1967 in occasione di iniziative per il Vietnam [ii], all’inizio del 1968 con studenti universitari, sinistra del PCI, operai di diverse fabbriche (Unione Manifatture, Cartiera di Possaccio, Rhodiatoce) si è dato vita al Comitato Operai Studenti. La sede era in un sottotetto non lontano da piazza San Vittore a Intra, sopra il Ristorante Isolino. Ci si riuniva intorno a un grande tavolato – rapidamente trasformato un poliedrico graffito di disegni e scritti rivoluzionari – per discutere iniziative, volantini a sostegno delle lotte operaie, non mancando discussioni e confronti sulla politica nazionale e internazionale.

La presenza più significativa, cuore e spesso regolatore della discussione era quella di Gino Vermicelli; commissario politico garibaldino in Ossola, dirigente politico comunista a livello nazionale nell’immediato dopoguerra, successivamente Segretario della federazione del PCI di Novara. Non condividendo lotte di potere correntizie all’interno della federazione novarese si dimise da segretario e da quel momento fu messo (e si pose) ai margini della vita del partito. Nel 1963 si era trasferito a Verbania in qualità di Dirigente della locale Federazione delle Cooperative.
«Questo fatto di lavorare non più dentro il Partito, ma in un altro posto e fare politica nel tempo libero, mi portava inevitabilmente a pensare in modo autonomo.
Emergevano grossi problemi e nuove realtà: crisi delle società dell’est, le contraddizioni della nostra società, la smobilitazione delle fabbriche, una modificazione del ruolo della classe operaia dovuta in parte al suo ricambio generazionale, all’immigrazione, alla diminuzione della sua importanza numerica, eccetera. Tutti problemi non risolti o, meglio, non affrontati, oggetto di discussioni marginali. Il Partito comunista seguiva la sua strada.» [iii]
Nel breve saggio “Che cosa vuol essere il Comitato Operai e Studenti e che funzioni ha” [iv] ho tentato di chiarirne la funzione e la strategia; di seguito alcuni passaggi.
«È necessario stimolare lotte autogestite con chiari temi politici evitando e combattendo ogni tematica di tipo cogestionale: il popolo deve gestire solo la sua lotta fin quando non ha il potere. Il C.O.S. deve avere la funzione di organizzare i Comitati di Lotta in tutte le situazioni (fabbriche, grandi magazzini, scuole, quartieri, ecc. Nei Comitati di Lotta partecipano elementi interni ed esterni (op. e studenti). L’unione fra gli sfruttati che i Comitati di Lotta favoriscono deve esser basata sui fatti e non sulla ideologia … Per evitare il corporativismo e la settorializzazione il C.O.S. ha la funzione di collegare insieme i vari Comitati di Lotta. …
Non abbiamo una linea precostituita né siamo un partito (non chiediamo una fetta di potere né la delega a nessuno). Il nostro lavoro procede se cogliamo le esigenze reali delle masse. (Dalle masse alle masse). Il nostro lavoro è al di fuori di ogni istituzione esistente.»
Una linea volutamente al di qua dell’idea e della prospettiva partitica, volta a stimolare, sostenere e collegare le lotte. Le rivendicazioni e i primi scioperi degli operai della Rhodiatoce di Pallanza, culminati nella occupazione della fabbrica, sono stati il più significativo banco di prova di questa prospettiva.
Il primo ciclo di lotte alla Rhodiatoce sino all’occupazione della fabbrica (1967 – 1969)
La caratteristica di fondo delle lotte degli operai della Rhodiatoce è di essere incentrate sulle condizioni di lavoro (carichi, tempi e pause, ambiente di lavoro e riduzione della sua nocività) rifiutando la logica perseguita dalla azienda (e in precedenza accettata dai sindacati) di monetizzare aumentando i tempi di intervento. Le prime rivendicazioni operaie per ricalibrare tempi di intervento e pause, nel dicembre 1967, partono dal reparto Filatura Nylon, cuore della fabbrica; rivendicazioni che progressivamente si estendono agli altri reparti.
I primi scioperi sono dell’inizio febbraio 1969 e di fronte alla netta chiusura dell’azienda il 5 marzo si arriva alla decisione della Commissione interna di fabbrica (CIF) in accordo coi tre direttivi sindacali, alla occupazione dello stabilimento. Anna Goffredi (CISL) che ha redatto un bellissimo Diario degli undici giorni dell’Occupazione così ricorda e commenta:
«5 MARZO 1969. Oggi, dopo una settimana e quattro giorni, durante i quali si sono incontrate le organizzazioni sindacali con i rappresentanti dell’azienda, abbiamo deciso l’occupazione della fabbrica. […]
È da sottolineare il comportamento ambiguo della Direzione, che – soddisfando richieste puramente economiche, come tali valide solo parzialmente – ha cercato di superare i problemi relativi ai carichi di lavoro, i quali da soli sono in grado di qualificare tutta la trattativa in atto; essa ha cercato così di isolare i lavoratori della Filatura, creando incertezze fra tutti gli altri lavoratori, ai quali spetta il merito di avere precedentemente e in varie occasioni dimostrato di saper opporsi validamente alle imposizioni della Direzione.
Interrotte le trattative alle ore 13:30 di oggi, la CIF e alcuni membri del direttivo delle 3 OO.SS. hanno occupato la fabbrica. L’occupazione è avvenuta contemporaneamente all’assemblea convocata presso il Cinema Impero di Intra; la notizia coglieva di sorpresa i lavoratori presenti, ma – soprattutto – le forze dell’ordine, alle quali veniva così impedita la possibilità di fare un picchettaggio che ostruisse le entrate della fabbrica. È giusto premettere che già ieri l’assemblea dei lavoratori aveva votato alla unanimità per l’occupazione di fabbrica in caso di mancato accordo; solo 3 su circa 1300 presenti in sala erano contrari; oggi un’altra votazione ha confermato la volontà precisa dei lavoratori (meno i soliti 3).» [v]
L’occupazione procede per undici giorni con una forte partecipazione sia interna che esterna con picchetti che controllano tutte le possibili entrate. La solidarietà nei confronti degli occupanti si allarga rapidamente sia nelle altre fabbriche, non solo quelle del gruppo, sia in strati importanti della popolazione (commercianti, sacerdoti, studenti medi, Federazione delle Cooperative, persino Istituti bancari ecc.) con atti concreti di sostegno anche economico per le famiglie operaie rimaste senza reddito. Le numerose e imponenti manifestazioni e i temporanei assembramenti hanno trovato solidarietà anche perché la loro precisa organizzazione ha evitato il benché minimo momento di scontro e tutto si è svolto in modo ordinato.
La direzione, probabilmente pressata dalla clientela le cui commesse sono bloccate e ha necessità di riavviare gli impianti, alla fine cede. Nell’incontro del 15 marzo presso la Prefettura di Novara tra Rhodiatoce e i tre sindacati CGIL, CISL e UIL, come di può verificare dal relativo Verbale [vi], praticamente tutte le rivendicazioni operaie trovano soddisfazione.
La notizia arriva immediatamente a Pallanza dove davanti ai cancelli si è ammassata una gran folla di operai e non solo. La sirena si mette a suonare accompagnata del suono delle campane della Chiesa di Madonna di Campagna; al posto del fuoco dei copertoni con il suo fumo nero, viene bruciato un covone di paglia con la sua fumata bianca. L’entusiasmo è alle stelle, la sera uno spettacolo gratuito offerto da Dario Fo e il giorno dopo l’imponente corteo che, dietro allo striscione “Uniti abbiamo vinto”, dalla Rhodia raggiunge Piazza Ranzoni a Intra.
Il Comitato di Lotta
Il Comitato Operai Studenti ha da subito affiancato gli scioperi di febbraio con volantini a sostegno delle richieste qualificanti. Con la Occupazione dello Stabilimento si costituisce il Comitato di Lotta della Rhodia che trova sede in una saletta collegata alla Chiesa di Madonna di Campagna. Operai e impiegati della Rhodia, ex partigiani, studenti universitari e qualcuno delle medie, altri cittadini vi stazionano praticamente in permanenza e il ciclostile produce volantini e documenti a ciclo quasi continuo.
Rapidamente si coordina con il Comitato di occupazione e la sua azione si svolge essenzialmente in due direzioni: da un lato estendere la solidarietà nella città dall’altro partecipare alla organizzazione (cartelli striscioni, gestione ordinata ecc.) delle numerose manifestazioni che hanno accompagnato l’Occupazione della fabbrica.
La sua attività, riduttivamente semplificata come azione di “studenti estremisti”, è ovviamente vista come il fumo negli occhi dalla direzione della fabbrica [vii]. È in particolare il quotidiano torinese Gazzetta del Popolo che nelle pagine locali, oltre a sostenere ad oltranza le posizioni della direzione dello stabilimento, si fa portavoce dell’astio anti-studentesco.
«C’è stato qui un corrispondente de La Gazzetta del Popolo, a me personalmente molto antipatico (non è l’Aurora); pretendeva di trovarci d’accordo con lui nel ritenere la presenza degli studenti dannosa e superflua. Ha pubblicato una dichiarazione attribuita a Bacchetta, il quale smentisce categoricamente. Dovremo smentirle per lettera; del resto il contributo degli studenti all’esterno della fabbrica è, come Comitato di lotta, veramente prezioso!» [viii]
Tra le iniziative del Comitato di Lotta va ricordata la realizzazione, grazie ad un gruppo militante di cineasti torinesi [ix], del documentario Cronaca della lotta operaia alla Rhodiatoce (18’47’’) in cui vengono spiegate con commento e interviste le motivazioni della occupazione della fabbrica e riportate le immagini di gran parte delle manifestazioni. Il documentario, originariamente in pellicola, oggi è visionabile su YouTube a cura dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico.
Il Comitato di Lotta [x] della Rhodiatoce continuerà ad operare nella sua sede di Madonna di Campagna sino al 1972.
Il successivo ciclo di lotte alla Rhodiatoce e la repressione (1969 – 1970)
Subito dopo il rientro in fabbrica si capisce che la direzione della Rhodiatoce non ha nessuna intenzione di applicare gli accordi accampando scuse tecniche in particolare per quanto riguardo i carichi di lavoro e il risanamento ambientale. Situazioni analoghe si verificano in altre fabbriche del gruppo come Villadossola e Casoria.
Nel luglio 1969 in più reparti della fabbrica vengono effettuati scioperi per il rispetto degli accordi. La prima avvisaglia di un clima che sta cambiando è segnalato dalla pressoché costante presenza della Polizia in portineria. La direzione il 25 agosto cerca di stroncare la lotta mettendo in cassa integrazione oltre mille operai de settore Nylon con scuse tecniche evidentemente senza fondamento. La risposta operaia è immediata e massiccia: gli operai “in integrazione” entrano egualmente in fabbrica e la produzione procede regolarmente obbligando la direzione ad una retromarcia. Sulla spinta di questa vittoria operaia altri reparti “minori” (taglio cops, torcitura) riescono a imporre alcune delle loro rivendicazioni.
In questo clima di conflittualità la Commissione Interna procede ad una verifica reparto per reparto delle problematiche irrisolte e, in accordo con i sindacati locali e provinciali, elabora una articolata Piattaforma sindacale che viene presentata il luglio 1970 alla direzione Rhodia.
Di fronte ad una risposta di netta chiusura dal 9 settembre iniziano gli scioperi proclamati dal sindacato. Di fronte alla serrata del settore Nylon cui viene tolta dalla direzione l’elettricità, si dichiara sciopero ad oltranza e numerose manifestazioni e iniziative di massa, ancor più partecipate di quelle del marzo 1969, caratterizzano l’intero mese di settembre snodandosi non solo in città ma spingendosi ad esempio sino a Stresa, a Villadossola, alla Stazione di Fondotoce. Il tutto avviene in modo ben organizzato e non si verifica alcun tafferuglio o danno alle cose.
Il momento di tensione più alto è il 30 settembre 1970 in concomitanza con l’inizio delle trattative a Roma: dopo 20 giorni di lotta Pallanza è praticamente messa in stato di Assedio. Reparti della celere si ammassano sul Viale Azari a una cinquantina di metri prima dei cancelli mentre la massa di operai, sindacalisti e membri del Comitato di lotta sono concentrati tra Madonna di Campagna e la fabbrica. Lo scontro sembra inevitabile ma due tempestivi interventi riescono ad evitarlo. Il sindaco Ammenti con la fascia tricolore si piazza davanti ai reparti della celere come a far da scudo. Dall’altro lato, verso il Plush alcune operaie (Nives, Rampazzo ed altre) si accorgono che un gruppetto di persone è intenta a divellere con un piede di porco il marciapiede accumulando pietre. Accorriamo sul posto, seguiti da alcuni operai. Non sono operai e tantomeno studenti (anche per l’età leggermente più attempata); forse fascisti o più probabilmente poliziotti in borghese. Al vederci arrivare si dileguano. Evidentemente la provocazione era pronta: il lancio di pietre verso la Celere avrebbe giustificato e dato via al Caos.
Il giorno successivo (1° ottobre) corteo interno alla fabbrica e successiva assemblea in cui si decide (con solo una decina di contrari) la continuazione ad oltranza dello sciopero. Da sottolineare la solidarietà nei confronti delle lotte non solo da altre fabbriche, da singoli cittadini e istituzioni civili e religiose ma anche dalla Associazione dei commercianti (chiusura di due ore durante la manifestazione del 15 settembre) e degli studenti medi.
A questo punto, oltre alla solita Gazzetta del Popolo, alle provocazioni non riuscite, si aggiunge la magistratura nella figura del Pubblico Ministero Gennaro Calabrese De Feo che, come da lui stesso affermato ad una delegazione di esponenti politici, è venuto a Verbania per almeno due anni per mettere le cose a posto. Nei primi giorni di ottobre incominciano ad arrivare le sue denunce a operai, sindacalisti e studenti per “blocco stradale” dove si considera tale qualsiasi corteo, assembramento o incontro di delegazioni: 12 “blocchi” tra il 18 settembre e il 6 ottobre. Alla fine i denunciati sono 48.
Il 7 ottobre a Roma presso il Ministero del Lavoro si conclude in linea di massima la trattativa (incontri successivi a Milano dovranno perfezionarne i dettagli). Lo stesso giorno il Procuratore Gennaro Calabrese De Feo spicca sei mandati di cattura: Carlo Alberganti (Segretario della Camera Lavoro), Antonio Lo Nigro (Commissione interna Rhodia, CGIL), Riccardo Forte (operaio CISL), Bruno Ormella (Direttivo CGIL di fabbrica), Giancarlo Tartaro (Direttivo nazionale FILCEA-CGIL), Ruggero Del Mastro (operaio ditta esterna) per “blocco” davanti fabbrica il 6 ottobre. Alberganti, Tartaro, Del Mastro e Ormella sfuggono all’arresto e sono latitanti. Del Mastro sarà arrestato il 5 novembre.
Il 9 ottobre i sindacati nazionali del settore convocano al Cinema Impero di Intra l’Assemblea degli operai della Rhodiatoce con un intento preciso: far accettare l’accordo di massima ottenuto a Roma e convincere gli operai a sospendere lo sciopero e a rientrare in fabbrica. Vengono anche paventati altri settanta mandati di cattura. Nonostante molti interventi contrari alla fine l’Assemblea accetta l’indicazione sindacale.
Come già avvenuto, al rientro in fabbrica la società Rhodiatoce si rimangia gli impegni presi a Roma.
La Classe operaia della Rhodiatoce, tra ripresa del controllo padronale in fabbrica e repressione esterna è ormai ridotta alla difensiva.
Oltre a quelle per le manifestazioni della Rhodia parallelamente e nei mesi successivi si moltiplicano nel Verbano e nell’Ossola denunce a sindacalisti, esponenti del PCI, studenti universitari per stampa clandestina, manifestazione non autorizzata, oltraggio all’ordine giudiziario ecc. [xi]
La trasformazione del Comitato di Lotta e i rapporti con il manifesto.
Il Comitato di lotta, sempre nella affollata saletta di Madonna di Campagna, segue e partecipa attivamente al nuovo ciclo di lotte e alle numerose manifestazioni cambiando di fatto nome: dal 10 settembre ’70 viene diffuso un volantino intestato La Classe Operaia deve dirigere tutto, che nei giorni successivi si trasforma in un bollettino periodico ciclostilato a più pagine e più articoli arricchiti da vignette.
La dizione non convince tutti, in particolare Gino Vermicelli che “storce il naso”, ma sarà soprattutto saggezza e ironia operaia che rapidamente re-intitolano il ciclostilato “La Classe Operaia deve digerire tutto” a por fine all’originaria dizione.
Nell’aprile 1971 esce infatti la nuova versione più semplicemente titolata “La classe operaia” che continuerà ad uscire in forma ciclostilata sino al 1979 dopodiché assumerà un nuovo formato a stampa diffuso anche per posta.
Il 23 giugno del 1969 era nel frattempo uscito il primo numero della rivista il manifesto e gran parte dei membri del Comitato Operai Studenti vi trova ispirazione politica nella critica al PCI di non esser riuscito a far proprie le spinte delle lotte studentesche e operaie e nella critica dell’Unione Sovietica nel suo ruolo repressivo delle spinte innovative nei cosiddetti paesi satelliti. In molti diffondono la rivista, anche all’interno della fabbrica in particolare per mano di Nino Chiovini.
Come è noto, per intervento diretto di Brežnev, la direzione nazionale del PCI delibera radiazione di Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli, e successivamente Massimo Caprara, con l’accusa di “frazionismo”; seguiranno l’allontanamento obbligato dal partito di Lucio Magri, Valentino Parlato e Luciana Castellina. A Verbania la radiazione colpirà i coniugi Carlo Alberganti e Giovanna Albertini e lo studente Giuseppe Buffoni. Vermicelli presenta una lettera di dimissioni che viene accettata.
Nel clima della repressione in atto, con il “processo Rhodia” che incombe e i compagni arrestati, latitanti e denunciati, si fa largo la consapevolezza che di fronte alla repressione esterna, che nel caso della Rhodiatoce è stata particolarmente feroce, le lotte e le spinte operaie non trovano autonomamente sbocco.
Anche per lo stimolo del numero 9 della rivista titolata “Per il comunismo. Piattaforma di discussione” che invita alla aggregazione delle forze per costituire una formazione politica, spinge la maggioranza dei compagni alla decisione di costituire anche localmente una formazione politica che da un lato raccolga, non disperda, l’esperienza delle lotte e dall’altro faccia fronte, anche politicamente e non solo sul piano giuridico, alla repressione.
I rapporti, anche personali con i compagni de il manifesto si infittiscono e si vede la loro presenza sia durante le lotte operaie che durante il successivo processo. Per fare alcuni esempi saranno presenti in più occasioni a Verbania Lucio Magri, Massimo Serafini, Eliseo Milani e Valentino Parlato.
Costituzione del Gruppo Verbanese de il manifesto (28 ottobre 1970)
È in una affollata saletta al primo piano di Madonna Campagna che il gruppo politico de il manifesto di Verbania prende vita [xii].
«… Sono state invitate forze che non aderiscono subito al manifesto ma che hanno fatto una scelta: Anticapitalista e anti imperialista; Anti riformista; A fianco della Cina Popolare; Non settaria.
Con questi non vogliamo avere nessun mistero, perché con loro pensiamo di avere un confronto continuo sul terreno della lotta.» [xiii] …
«… Perché a Verbania?
Caratteri lotta Rhodia – suo isolamento. Nessuna risposta alla repressione. Può profilarsi una sconfitta totale (Niente accordo – Compagni in galera – Processo – Via le dirigenze sindacali CGIL – Caretti [xiv] in minoranza –Dimissioni dal sindacato – Repressione in fabbrica)
Non è colpa operai della Rhodia se non hanno vinto. La sconfitta può non passare se rimane coscienza di classe, consapevolezza politica, organizzazioni, collegamenti. Ma è necessaria una forza politica pubblica e collegata a livello nazionale.» [xv]
Intervengono in successione: Vermicelli (Scissionisti? Gli scissionisti sono gli altri che si separano dalla lotta di classe in Italia e nel mondo), Fuhrmann, Piero Bertinotti (Necessità di coordinamento a carattere provinciale … Propongo di stendere l’intervento di Vermicelli come lettera aperta ai militanti del PCI e dello PSIUP), Chiovini (saluto ai compagni in galera e latitanti), Saccani, Ramunno, Perozzi, Vermicelli, Carnevali, Passerini.
Chiude Vermicelli con una proposta su come organizzare il “Centro”.
Alla riunione non è presente Giovanna Albertini perché a Bologna ove Carlo Alberganti e Giancarlo Tartaro “latitano” con la tutela della Camera del Lavoro. Sarà presente nella riunione successiva.
Tra le iniziative realizzate dal neonato “Centro di iniziativa comunista Il Manifesto” la più importante è stata senz’altro l’organizzazione del “Convegno provinciale operaio. Per un rilancio delle lotte operaie” del 16 gennaio 1971 presso la Società Artigiana di Pallanza con la relazione introduttiva di Sergio Saccani.
I numerosi interventi e il dibattito hanno costituito poi il supporto per la successiva partecipazione al Convegno Nazionale Operaio organizzato da Il Manifesto e da Potere Operaio il 30 e il 31 gennaio 1971 a Milano presso il Circo Medini [xvi].
La relazione introduttiva del convegno [xvii] è stata presentata da Massimo Serafini che ha seguito direttamente molte lotte, a partire da quella della Rodiatoce. Per in manifesto di Verbania sarà ancora Sergio Saccani a portare il nostro contributo.
Tra i documenti elaborati va ricordato “Il Processo dei Padroni contro gli operai della Rhodia” elaborato e diffuso nei giorni precedenti al Processo Rhodia che si è tenuto dal 20 al 24 aprile 1971 presso il tribunale di Verbania.
La sentenza, per certi versi inaspettata, sarà di Assoluzione per La Convinzione di aver esercitato un diritto.
Grande l’entusiasmo e i festeggiamenti che dimostrano come la direzione dello stabilimento, nonostante l’esser riuscita ad imporre un rientro senza rispettare gli accordi, sia culturalmente e socialmente isolata a livello cittadino.
Il Procuratore Gennaro Calabrese De Feo comunque non demorde e nel giro di due giorni presenta il ricorso alla Corte di Appello di Torino. 47 gli imputati (uno stralciato); di questi 23 saranno condannati tra i 5 e i 9 mesi e, con la attenuante di aver agito per motivi di particolare valore sociale, tutti hanno ottenuto la sospensione condizionale della pena e la non menzione. Il PM della Corte di Assise non ricorre in Cassazione.
In sostanza non il rigetto delle accuse del Procuratore De Feo, ma comunque un loro significativo ridimensionamento.
Cenni sul percorso successivo del “Centro di iniziativa comunista” di Verbania
Il 28 aprile 1971 esce del primo numero de il manifesto quotidiano a cui partecipiamo già dal numero zero e poi con gli articoli sulle lotte della Rhodia e il relativo processo. La sua diffusione sia davanti alle fabbriche che nelle manifestazioni accentua inizialmente il contrasto con il PCI, ma rapidamente viene accettata la sua regolare presenza.
Il Centro di Iniziativa Comunista, dopo aver lasciato la saletta di Madonna di Campagna si trasferisce nella spaziosa sede di Via Magenta a Intra, con tanto di sottoscala dedicata, oltreché a magazzino, all’immancabile ciclostile; nella nuova sede ha traslocato anche il tavolato della vecchia sede del Comitato Operai Studenti: non più tavolo ma storico graffito appeso ad una parete.
Nel luglio del 1974 si costituisce a livello nazionale e di conseguenza anche a Verbania il Partito di Unità Proletaria per il Comunismo grazie alla fusione fra il manifesto e il Partito di Unità Proletaria (PDUP) che localmente, sotto la guida del compagno Fiorenzo Gilardi, aveva assorbito lo PSIUP.
Alle elezioni amministrative del 15 e 16 luglio 1975 la nuova formazione a Verbania ottiene il 3,91% (895 voti) e viene eletto consigliere comunale Andrea Fuhrmann.
Il primo congresso a Verbania, in preparazione del Congresso Nazionale (29 gennaio – 1° febbraio 1976) si svolge nella affollata sala consigliare di palazzo Flaim il 18 gennaio di quell’anno.
Negli anni successi il gruppo locale segue le vicende politiche ed elettorali del Partito nazionale sino al 1984 quando il PDUP per il comunismo confluisce nel PCI di Natta. A Verbania nessuno condivide questa scelta e molti si impegnano nel Comitato per la Pace e il disarmo che si collegherà con la Associazione Nazionale per la Pace guidata da Luisa Morgantini.
Nel 1991 Vermicelli, Alberganti e Albertini aderiscono a Rifondazione Comunista costituitasi contro lo scioglimento del PCI e la sua trasformazione in PDS.

Non mi dilungo sulle successive vicissitudini della diaspora della sinistra (nazionale e locale) che hanno visto i compagni talora separarsi e talora riunirsi, mantenendo comunque un senso di comunità dove politica e amicizia che si è espressa anche in momenti conviviali (ad esempio alla “Rusa” degli Alberganti), in viaggi in comune e soprattutto nel condiviso senso di gratitudine per Gino Vermicelli, guida politica e “maestro di vita” per tutti noi.
Documenti allegati
Di seguito l’elenco linkabile dei documenti citati nel testo e/o in nota. In parte fanno parte del mio archivio personale e in parte mi sono stati messi a disposizione dall’Archivio Sindacale di Verbania Documenti (VB Doc).
- Gino Vermicelli, “Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita“. Tararà, Verbania 2000. Estratto p. 181-190
- Che cosa vuol essere il Comitato Operai e Studenti e che funzioni ha. Quaderno personale di appunti (maggio 1969 – gennaio 1971) p. 6-15
- Diario dell’Occupazione della Rhodiatoce di Pallanza a cura di Anna Goffredi (5 – 15 marzo 1969)
- Verbale Accordo alla Rhodiatoce di Pallanza 15 marzo 1969. Preceduto da una nota di commento della FILCEA-CGIL provinciale
- Lettera anonima della direzione della Rhodiatoce. 3 marzo 1969
- Riunione Costitutiva Manifesto. 28 0ttobre 1970. Quaderno personale di appunti (maggio 1969 – gennaio 1971) p. 235-244
- Il Processo dei Padroni contro gli Operai della Rhodia. Documento elaborato dal “Centro di Iniziativa Comunista – Il manifesto” di Verbania. 14 aprile 1971
[i] Il quaderno consta di 250 pagine numerate e di altre 50 non numerate.
[ii] Il quattro novembre 1967 a Milano, dopo un anno di manifestazioni in tutta Italia, vi è stato il Corteo Nazionale per il Vietnam.
[iii] Gino Vermicelli, Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita, Tararà, Verbania 2000, p. 183. Un estratto più ampio della sua autobiografia relativa alla presenza verbanese sino alle sue dimissioni dal PCI è consultabile > qui < (p. 181-190).
[iv] Quaderno citato p. 6-15.
[v] Diario dell’Occupazione della Rhodiatoce di Pallanza di Anna Goffredi, p. 1. L’originale completo del diario è visionabile > qui <. Il testo del diario è stato anche pubblicato su Nuova resistenza Unita (n. 2, 3, 4/2018) introdotto e commentato da Bruno Lo Duca.
[vi] Il documento allegato è preceduto da una nota della FILCEA-CGIL in cui si sottolinea il ruolo di avanguardia degli operai della Filatura Nylon e di come l’ottenimento della riduzione de carichi di lavoro comporti anche l’aumento dell’organico.
[vii] Già due giorni prima della occupazione viene mandata, evidentemente dalla direzione, una lettera anonimamente firmata “Un gruppo di impiegate della Rhodia”, in cui si invita mio padre a mettere in riga, “magari con il bastone”, il figlio (e magari anche la figlia). Presumo che lettere analoghe siano state inviate anche ad altri genitori.
[viii] Diario cit. di Anna Goffredi pag. 6 (9 marzo).
[ix] Il contatto era avvenuto grazie ad Andrea Fuhrmann, studente membro del Comitato di Lotta.
[x] Sia pur cambiando nome; cfr. sotto.
[xi] Un elenco dettagliato è consultabile su Il processo dei padroni contro gli operai della Rhodia, p. 5 e 6.
[xii] Cfr. Riunione Costitutiva Manifesto che contiene in forma schematica la relazione introduttiva (elaborata collettivamente e presentata dal sottoscritto) e una sintesi degli interventi cui segue l’elenco della successiva riunione (13 novembre). Quaderno citato p. 235-241.
[xiii] Ivi
[xiv] Diego Caretti, dirigente della CISL che ha sostenuto attivamente la lotta.
[xv] Riunione costitutiva cit.
[xvi] Ero stato mandato a Milano ove con Oreste Scalzone e un compagno de Il manifesto di Milano (di cui non ricordo il nome) dovevamo reperire la location per il Convegno. Abbiamo trovato tutte le porte sbarrate da teatri e sale congressuali. Il compagno di Milano ha avuto l’intuizione del Circo. In fondo la collocazione è stata in qualche modo profetica di una prospettiva di unificazione (sostenuta in particolare da Lucio Magri) rivelatasi non molto seria e rapidamente abortita.
[xvii] Poi pubblicata sul Manifesto rivista, anno III, n.1–2, gennaio-febbraio 1971, p. 23-35.

























































































