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Una parola: Progresso *

31 luglio 2026

Perdere un’illusione significa arricchirsi di una verità. Ma chi lamenta la perdita non è degno del guadagno. (Arthur Schnitzler)

Vi sono parole che caratterizzano un’epoca e in qualche modo ne restano confinate: l’età del Progresso corrisponde al Secolo lungo che dall’Illuminismo arriva alla Grande Guerra che dà inizio al successivo Secolo breve come lo ha definito lo storico Eric Hobsbawm.

L’etimologia è esplicita: dal latino progressus, a sua volta derivata dal verbo gradior (camminare) e pertanto “camminare in avanti”, progredire come regresso è “camminare indietro”, regredire.

La concezione ha genesi nel ‘600 con la Querelle des Anciens et des Modernes ove i fautori dei moderni sostengono il Principio di Ragione e il progresso delle conoscenze rispetto al Principio di Autorità sostenuto dagli “antichi”. Blaise Pascal con efficacia dirà che i veri antichi siamo noi in quanto “abbiamo aggiunto alle loro conoscenze l’esperienza dei secoli successivi”[1]. Il progresso ininterrotto delle conoscenze si riverbera nel progresso scientifico e tecnologico e questo in quello economico. È la connessione fra progresso tecnico-scientifico con quello umano, morale e civile che trasforma il Progresso in una Filosofia della storia, promessa per il futuro, in una ideologia propria di gran parte dell’Illuminismo e base del Positivismo.


Idea forte, perché pare incarnata nei fatti, simboleggiata dalla locomotiva lanciata sui binari e magnificata con l’Esposizione parigina del 1889 e la sua Torre Eiffel. Non è mancato chi mise in dubbio questa connessione come Rousseau nel suo Discorso sull’origine della diseguaglianza (1755) che gli valse gli strali di Voltaire (“un libello contro il genere umano”), o il nostro Leopardi davanti alle pendici del Vesuvio:

“Dipinte in queste rive/son dell’umana gente/le magnifiche sorti progressive. /Qui mira e qui ti specchia/ Secol superbo e sciocco”[2].

La messa in discussione della linearità del progresso è propria della dialettica di Hegel sistematizzata dai suoi epigoni (e ripresa dal marxismo leninismo) nelle tre fasi di Tesi, Antitesi e Sintesi: il percorso della storia passa attraverso momenti negativi (come le guerre) che poi vengono superati in una sintesi superiore. Un percorso a spirale che non nega il Progresso ma lo ridefinisce. Ne “La distruzione della ragione” (1954) il filosofo ungherese György Lukács sostiene che “il ripudio del progresso storico-sociale” è alla base dell’irrazionalismo, del pensiero più reazionario che ha preparato il terreno a Hitler e al nazismo; concezione dogmatica in parte ridimensionata nei suoi scritti successivi.

Nel 1972 verrà dal cuore del capitalismo digitale, con l’Istituto di ricerca del Massachusetts Institute of Technology (MIT), la denuncia dell’approssimarsi di un limite alla crescita con l’esaurirsi entro un secolo delle risorse naturali disponibili con conseguenze inimmaginabili sul piano economico, sociale e ambientale. Il loro rapporto[3] propone di fermare lo sviluppo dando vita a uno “stato di equilibrio globale” tramite una serie di misure quali la drastica riduzione del consumo di materie prime e dell’inquinamento.

Sarà il partigiano Gino Vermicelli con il suo dettagliato articolo “Il Progresso impazzito[4] a rimarcare l’importanza di questo studio e come la proposta del MIT non affronti affatto il tema delle diseguaglianze crescenti stabilizzando l’esistente anche su questo piano. Dall’altro prevede che la ricetta, pur elaborata entro i parametri dell’economia vigente, “non sarà ascoltata. La società capitalistica non può esistere senza «nuove frontiere», cioè una crescita ad ogni costo e disordinata; crescita della produ­zione e dei profitti e dunque cre­scita dei consumi e soprattutto de­gli sprechi. Lo sfruttamento di ra­pina di tutte le risorse non ne è un dato incidentale, ne è la legge dominante. Il sistema non vi potrà mai rinunciare.

A 55 anni da quelle previsioni, in un mondo dove le guerre per le risorse energetiche si moltiplicano, attualizzare il messaggio del partigiano “Edoardo e trarne conseguenza pare inderogabile.


* Pubblicato sul n. 2/2026 di Nuova Resistenza Unita


[1] Prefazione per il Trattato sul vuoto, 1651.

[2] La Ginestra, 1836, vv. 49-53.

[3] I limiti dello sviluppo, a. c. del Club di Roma, EST Mondadori, 1972. Un successivo rapporto del 2004 conferma la previsione di un collasso economico ambientale nel nostro secolo.

[4] Il manifesto, 28.05.1972.

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