L’Hotel della memoria
Poco dopo l’8 settembre del 1943, per l’esattezza il 13, le SS della Leibstandarte-SS-Adolf-Hitler si installano sulla sponda piemontese del Lago Maggiore e il 15 settembre inizia il rastrellamento degli ebrei presenti e la loro strage. L’episodio più conosciuto è quello relativo all’Hotel Meina anche grazie all’impegno costante per tutta la sua vita della più giovane sopravvissuta, Becky Behar, a testimoniare, in particolare nelle scuole, quel tremendo eccidio. Testimonianze e studi hanno progressivamente fatto emergere l’entità complessiva della strage che a partire dal 15 settembre ha investito nove località dell’allora Provincia di Novara con almeno 58 vittime. La Casa della Resistenza ha dato con continuità il proprio contributo a far conoscere e depositare nella memoria collettiva questa strage, in particolare con il documentario Even 1943, una Banca dati sull’eccidio e una, collegata, sulla Deportazione nel novarese, con la partecipazione al Progetto Zakhor-Ricorda che nell’80mo ha coinvolto numerosi soggetti e tutti i comuni coinvolti e l’organizzazione del Convegno Internazionale Storie, memorie, oblio. I crimini di guerra tedeschi e italiani nella seconda guerra mondiale tra colpe e rimozioni.[i]
Il documento che di seguito riporto integralmente[ii] è il testo della intervista che il compianto scrittore e giornalista Erminio Ferrari ha effettuato a Becky Behar in occasione del Giorno della Memoria del 2003 per la testata ticinese laRegione. Una bellissima intervista grazie alla competenza di Erminio e alla lucidità di Becky. Di questi tempi in cui i replicanti di fascismo e nazismo accusano loro oppositori politici e antifascisti di antisemitismo per poi riversare il loro odio razziale sugli immigrati, la lettura di questo documento permette di rimettere sui corretti binari la memoria della Shoah sia generale che locale. Buona lettura.
Erminio Ferrari. L’Hotel della memoria. Incontro con Becky Behar Ottolenghi scampata all’eccidio
Il passato presente. Da LaRegioneTicino del 27 gennaio 2003
Milano – Becky tiene sempre a portata di mano dei cioccolatini. Un po’ sorridendo, un po’ sul serio, quei bonbon le ricordano il soldato che per confermarle che era finita in Svizzera estrasse dalle tasche della divisa dei cioccolatini e glieli diede.
Ottobre 1943. «Ero terrorizzata. Mi aveva intimato l’alt in tedesco, e poi aveva un elmetto uguale a quello dei tedeschi che ci perseguitavano». E poi aveva dodici anni.
Becky Behar («sposata Ottolenghi», come precisa sempre) era l’ultima figlia della sola famiglia ebrea sopravvissuta agli eccidi del Lago Maggiore del settembre 1943. La prima strage di ebrei in Italia: sedici uccisi e gettati nel lago tra il 22 e il il 24 settembre.
Dopo l’infamia delle leggi razziali; la vergognosa codardia dei circoli accademici; la tacita connivenza di una nazione in mano al duce; la persecuzione degli ebrei d’Italia era entrata nella fase più cruenta e spietata, quella della soluzione finale.
Sessant’anni fa, sembra ieri, per chi come Becky della memoria ha fatto un dovere.
«Noi stavamo a Meina, dove mio padre possedeva l’Hotel Victoria. Siamo stati presi con altre famiglie di ebrei che si trovavano nell’albergo. Gente che aveva case a Meina o erano sfollati, o clienti. Erano famiglie fuggite dalla Grecia, ma con passaporto italiano.
«Quando, dopo l’8 settembre, i tedeschi sono arrivati in albergo, avevano già una lista dei presenti ebrei, fornita dal comune e da alcune spie del posto. Ricordo una signora che si era presentata pochi giorni prima e aveva chiesto alloggio per qualche giorno; ci teneva molto a frequentare gli ospiti dell’albergo, a fare amicizia con noi ragazzi e a tempestarci di domande. Dopo pochi giorni questa signora ha lasciato l’albergo e in breve arrivarono i tedeschi.
«Abbiamo visto i soldati tedeschi scendere dai camion e circondare l’albergo. Uno di loro prese il mio cagnolino che scorrazzava davanti all’ingresso e lo gettò nel lago. Per me bambina fu uno choc.
«Tre militari entrarono poi nella camera dei genitori, dove eravamo riuniti mamma, papà e i quattro figli. Un ufficiale chiese a mio padre se era lui il proprietario dell’albergo. Alla risposta affermativa di mio padre, disse: lei è ebreo e dà ospitalità ad ebrei nemici della Grande Germania, quindi si ricordi che da questo momento niente più le appartiene. Detto questo ci lasciarono in camera e riunirono tutti gli altri ebrei dell’albergo. Poi ci condussero tutti all’ultimo piano, i sedici ospiti più noi sei. Eravamo ragazzi, bambini, anziani.
«Il giorno dopo prelevarono mio padre per portarlo al comando tedesco di Baveno. Ricordo le lacrime di mia madre e le parole di mio padre: tornerò, abbiate fede.
«A salvarlo, e noi insieme a lui, fu il console turco che si trovava ospite della nostra villa, dove si era stabilito dopo i bombardamenti di Milano. Eravamo infatti di nazionalità turca e la Turchia non era ancora in guerra. Quella santa persona, informata dal personale dell’albergo, si precipitò al comando tedesco a Baveno e picchiando i pugni sul tavolo disse: non potete toccare un cittadino turco, ne farò un caso diplomatico. I tedeschi, forse sperando ancora che la Turchia si alleasse con loro, riportarono mio padre a Meina.
«Restammo ancora qualche giorno chiusi all’ultimo piano dell’albergo, finché il console ottenne che la nostra famiglia venisse “liberata” dall’ultimo piano dell’albergo, senza tuttavia poterlo lasciare.
«Una sera sentimmo dei passi cadenzati sulle scale. Il mattino dopo ci dissero che una parte degli ebrei era stata portata ad un interrogatorio. Poche ore dopo un cameriere venne da mio padre e disse che erano stati pescati dei cadaveri nel lago, tra Meina e Arona, e che qualcuno aveva riconosciuto gli ebrei dell’albergo.
«Riuscii di nascosto dai miei genitori a uscire dall’albergo, attraverso una porticina che i tedeschi non conoscevano. In bicicletta andai sul posto a vedere e per primo riconobbi il padre dei miei amici Fernandez, poi la madre, mentre altri non riuscii a riconoscerli perché erano troppo sfigurati. Tornai in albergo e dopo poche ora salii le scale per trovare il mio amico John figlio dei Fernandez. Mi chiese se avevo saputo che avevano portato via i suoi e un’altra famiglia, i Torres. Credeva ancora che li avrebbero ricondotti in albergo. Io avevo già visto i cadaveri dei suoi genitori e gli dissi sì, di avere fiducia. Non so come fece quella ragazzina…
«Dopo due o tre giorni vennero a prelevare i ragazzi e i più anziani. John mi salutava dicendo che ci saremmo rivisti. Il nonno Fernandez, abbracciandomi mi ringraziò per il tabacco che talvolta gli procuravo: grazie Becky, non so se ci rivedremo, disse. Aveva capito.
«Il giorno dopo, altri cadaveri galleggiavano sul lago. I tedeschi li uccidevano legando loro una pietra al collo e li gettavano nel lago. Solo che nella fretta non sempre riuscivano a legare bene la pietra, così che alcuni cadaveri riemersero».
E c’è ancora chi dice che in Italia non è successo niente.
Quell’Italia che ha fatto del 27 gennaio la Giornata della Memoria. Un bel problema la memoria: ogni giorno ne aggiunge un po’ al successivo. Strato su strato fino a essere quel che siamo e ciò che già stiamo divenendo. Ma questa è una memoria eletta a qualcosa di più di un processo di identificazione: a virtù civica. E chissà se funziona.
“A chi servono le storie di un ennesimo ebreo?”, si chiede un personaggio dell’ultimo romanzo di Chaim Potok. Immaginiamo che servano, giacché sono anche le nostre. Di noi, (“che vivete sicuri/nelle vostre tiepide case”) ai quali Primo Levi chiese se “questo” era un uomo.
E infatti c’è Levi in un momento preciso del ricordo di Becky.
«Non siamo mai stati religiosi, ebrei, sì, ma piuttosto laici. Mio padre ci aveva insegnato che esisteva Dio, ma non eravamo praticanti. Non avevamo mai sentito la nostra presunta diversità. Non mi sono mai sentita diversa.
«Di esserlo perché altri avevano deciso che lo fossi, l’ho capito quando una sera mio padre ci radunò nel suo studio per dirci che il giorno dopo non avremmo più potuto andare a scuola. Fu un trauma. I miei genitori avevano sempre cercato di tutelarci, ci tenevano all’oscuro degli avvenimenti europei e italiani. Alle mie domande, mio padre rispondeva evasivamente.
«Il mattino seguente, mio padre mi accompagnò a salutare l’insegnante e i compagni. Ricordo ancora le lacrime negli occhi di questa maestra; ma ricordo anche che alcuni dei miei più cari compagni, che frequentavano abitualmente casa nostra, non si fecero più vivi».
Inizia così la complicità in uno sterminio? Tra chi insultava gli ebrei per strada e chi li rese invisibili ai propri occhi la differenza rischia di essere così labile. Tra chi firmò le leggi razziali e gli accademici che firmarono il formulario in cui si dichiaravano “non di razza ebraica”. Tra la ferocia e le mani davanti agli occhi.
«I tedeschi – ricorda Becky –si comportavano in maniera sprezzante nei nostri confronti. Ricordo la faccia di disprezzo del militare che ci portava da mangiare. Era giovanissimo. Indottrinato e feroce. Con un gusto particolare nell’infierire su persone che avvertiva più istruite e colte di lui».
Ma, Becky lo sa, è pur un’altra la domanda che viene – quasi che la ferocia del giovane militare tedesco abbia una sua oscena plausibilità (pur se resta lo sgomento per come una nazione civile come quella tedesca abbia potuto) nelle dinamiche di manipolazione delle masse in circostanze di crisi di valori e certezze – e cioè: nessuno si è accorto di quello che si stava preparando e poi avvenne? È ben vero che i contadini polacchi “non sapevano” di Auschwitz; i concittadini di Goethe “non sapevano” di Buchenwald, ma.
«In quei giorni di Meina, non avevamo contatti con l’esterno, se non attraverso il personale e i clienti dell’albergo. Tra questi c’erano dei giornalisti, inviati a Meina perché lì c’era la villa Mondadori; ma non si interessavano più di tanto di quello che stava succedendo nelle camere superiori. Alla sera i saloni dell’albergo erano requisiti dai tedeschi per le loro feste, a cui si associavano alcune clienti. Come se niente fosse.
La gente non ne faceva parola. Forse non immaginava cosa sarebbe successo, forse non se lo domandava nemmeno. Forse non voleva saperlo».
Riprendiamo il ricordo. Scampati all’eccidio, i Behar dovevano pure mettersi in salvo. E fu di nuovo il console turco (una specie di sconosciuto Perlasca) la loro salvezza.
«Infatti ci avvertì che di lì a pochi giorni la Turchia sarebbe entrata in guerra e a quel punto lui non avrebbe più potuto aiutarci.
«Così organizzammo la nostra fuga, in barca. Di notte attraversammo il lago verso la sponda lombarda, dove ci ospitarono, a gruppi di due, alcuni amici. Poi alcuni contrabbandieri ci fecero passare in Svizzera, la nostra salvezza. Ci avevano fatto trascorrere l’ultima notte in una stalla, dalle parti di Abbiate Guazzone e il mattino presto ci fecero passare la rete, dalle parti di Ponte Tresa, mi pare. Io avevo in spalla uno zaino colmo di scatolette di viveri ed ero tutta infagottata, perché mia madre aveva una gran paura che morissimo dì fame e di freddo.
«Le istruzioni erano che appena passata la rete, avremmo dovuto metterci a correre per non essere presi a fucilate dai tedeschi. Io lo feci, ma ero gravata dallo zaino e caddi. Mi ritrovai davanti un militare che mi intimò l’alt in tedesco. Ero sola, non vedevo più gli altri. Quel militare aveva un elmetto come i tedeschi. Ero terrorizzata, piangevo disperata. Lui non riusciva a spiegarsi, ma per farmi capire che eravamo in Svizzera, mi allungò dei cioccolatini
«Fummo riuniti e portati a Bellinzona da cui ripartimmo per il campo di Rovio, sfilando per le vie della città e sentendo su di noi lo sguardo delle persone che si affacciavano a vedere “gli ebrei”. A Rovio abbiamo preso pidocchi e scabbia, infezioni intestinali, ma insomma eravamo vivi. Grazie alla Svizzera».
Non che sia facile essere un “salvato”, di nuovo Levi, come è scritto in un libro capitale del Novecento.
«No che non lo è. Ci si chiede perché “loro” no e noi sì. Mio padre, rientrato dopo la guerra, si chiuse in un mutismo totale. Non amava parlarne, anche perché c’era una grande indifferenza attorno a noi. Lo dice anche Primo Levi: quando tornò e avvertì l’indisponibilità della gente ad ascoltare certe cose. Mio padre lo sperimentava, e taceva».
E per lei Becky, invece, cosa significa essere una “salvata”?
«Ho vissuto questa condizione come un incarico, portando la mia esperienza in giro, parlandone di preferenza ai giovani. Penso che a loro serva: solo testimoniando tra i giovani c’è speranza. Vedo oggi ripetersi gli stessi errori di sessant’anni fa. Mi spiace per loro e mi sforzo di ripetere le parole di Levi: è accaduto e quindi potrà accadere ancora.
«E constato che i giovani non sono estranei a questi discorsi. Ci ascoltano come le ultime voci di un’epoca, coscienti che ci fu un tempo in cui chi doveva parlare ha taciuto portandosi dietro sofferenze mai dette.
«Lo faccio talvolta con fatica, a causa dei miei anni, ma è questo il mio dovere della memoria».
Ma senta, Becky al processo che si celebrò venticinque anni dopo l’eccidio di Meina, gli imputati vennero sì condannati (anche grazie alla sua testimonianza), ma furono presto amnistiati, «e qualcuno fece una bella carriera; uno divenne presidente della Pepsi Cola»; e ancora oggi si avverte come del fastidio quando un ebreo racconta…
«C’è ancora antisemitismo in giro, certo, ma è di nuovo lo specchio dell’odio verso il diverso. Non saprei spiegare diversamente il disprezzo verso gli immigrati più poveri, la xenofobia che si accanisce nei confronti di chi non appartiene alla nostra cultura. Quando assisto a certe aggressioni anche verbali ai danni di qualche extracomunitario (che magari qui vende accendini, ma al suo paese è una persona istruita), ciò che vedo davanti a me è il volto del tedesco che ci imprigionò».
La memoria, grazie Becky, è il presente. «E c’è ancora chi dice che in Italia non è successo [non succede] niente».
[i] Il mio contributo nell’occasione era: La Strage del Lago Maggiore. Una lenta emersione.
[ii] Ringrazio Silvia Magistrini per avermi fornito il giornale originale per permetterne la scansione al fine della pubblicazione su fractaliaspei.







