Oltre la stupidità della remigrazione
I commenti ricevuti al precedente post La stupidità della remigrazione e dei suoi accoliti mi sono sembrati più attenti all’aspetto satirico che al contenuto politico. Certo parlando di stupidità è inevitabile un po’ di ironia, ma il post voleva essere molto serio nella denuncia del grave pericolo che corrono i paesi ove i partiti “remigratori” diventano forza di governo (Sassonia-Anhalt docet) o sono in grado di condizionare il governo. Il nostro in primis. L’ulteriore accelerazione del declino demografico ed economico come ricordato ne sarà l’esito inevitabile. Paesi invecchiati, impauriti, privi di forze giovani in grado di produrre ricchezza e benessere, avvitati in una spirale autodistruttiva.
È il nostro inevitabile futuro? Non necessariamente.
Avevo scritto anche delle note a margine che non consideravo affatto marginali. Provo a riprenderle in particolare su calo demografico, immigrazione e occupazione.
Calo demografico e denatalità
Da qualche mese si è accentuata l’attenzione al calo demografico del nostro paese sia sul piano giornalistico che su quello politico.
I numeri sono impietosi: dal 2016 al 2025, in dieci anni la popolazione italiana è diminuita di 1milione e 720mila unità: una media di 172mila all’anno che ha però avuto andamento diverso nel decennio. Gli anni di maggior calo sono quelli fra il 2019 e 2022 che corrispondono in parte al periodo della Pandemia Covid-19, mentre negli anni successivi (2032-2025) il calo demografico è rallentato attestandosi su una media di circa 29mila all’anno, frutto anche di un maggiore afflusso migratorio.
Porre l’attenzione solo sulla diminuzione della popolazione è però fuorviante. Come ricordavo nel precedente articolo il calo demografico (tasso negativo di crescita naturale) dipende principalmente da quello che viene da tempo individuato come il problema principale del nostro paese: la denatalità. Nel 2025 con 355mila nascite abbiamo un calo del 3,9% rispetto ai 370mila dell’anno precedente, una diminuzione che dura da tempo. Per avere una popolazione stabile il numero medio di figli per donna dovrebbe essere di 2,1 mentre oggi è al minimo storico del 1,14 con un ulteriore calo dall’anno precedente quando era del 1,18. A questo calo del numero medio di figli per donna si accompagna un costante aumento dell’età media al parto che nel 2025 è salita a 32,7 anni.
Se il maggior afflusso migratorio, come affronteremo più avanti, porta notevoli benefici, questo però non incide, almeno per ora e probabilmente solo in parte nel futuro sulla denatalità. Per due principali motivi: da un lato gli ostacoli frapposti ai ricongiungimenti familiari e, come ricordavo in una nota a margine, la diminuzione del tasso di fertilità (il numero di figli per donna) è in calo a livello mondiale e i paesi con popolazione stabile o in aumento si sono fortemente ridotti. È quella che è stata definita (nuova) transizione demografica[1] che non riguarda solo i paesi ad economia sviluppata, ma è oramai diffusa a livello globale. Un comportamento culturale ed economico che rende sempre più infrequente un numero elevato di figli e di cui gli immigrati sono già portatori o a cui facilmente si adatteranno.
Gli studiosi di demografia da tempo utilizzano un metodo grafico particolarmente efficace che permette di analizzare la struttura della popolazione per fasce di età e per sesso di un paese e prevederne le dinamiche: la cosiddetta Piramide della popolazione. La configurazione del grafico è a pagoda nei paesi a forte crescita demografica, appunto a piramide ove la crescita è regolare e con forme diverse, come vedremo, nei casi di stabilità o decrescita più o meno rapida.
Il sito Popolation Piramid ci permette di analizzare la popolazione mondiale complessiva e per ogni singolo paese, anno per anno, dal 1950 con proiezioni, sulla base degli studi delle Nazioni Unite, sino al 2100.
Per l’Italia possiamo ad esempio confrontare tre situazioni il 1950, il 2026 e il 2063, anno in cui secondo le previsioni si tornerà ad avere lo stesso numero di abitanti del 1950.
Nel 1950 la struttura è quasi cilindrica per le fasce sino ai 29 anni segno di una tendenza stazionaria, un brusco restringimento per la fascia 30-34 che ricorda il dramma della prima guerra mondiale a cui si era accompagnata la pandemia di Spagnola e successivamente una struttura più classicamente piramidale.
L’età mediana è di anni 28,6 e il tasso di fecondità (figli per donna) era di 2,3 con tendenza a salire negli anni immediatamente successivi.
Nel 2026 la struttura piramidale si è persa del tutto, la forma pare richiamare simbolicamente un’urna cineraria etrusca. Le fasce d’età dei bambini sono di molto ridotte rispetto a quelle dei loro genitori a indicare una popolazione che invecchia e regredisce complessivamente.
Negli ultimi 10 anni vi è un calo demografico del 2,6% e l’età mediana è salita a 49,6 anni.
Tra trentasette anni, con l’attuale tendenza, ritorniamo a una popolazione complessiva analoga a quella del 1950, ma con una composizione decisamente diversa. Le fasce di età più consistenti sono tutte oltre i cinquant’anni.
L’età mediana prevista è di 54,2 anni.
Un calo demografico (-8,8% in un decennio) e un invecchiamento sempre più accentuati che dovrebbe portare nel 2100 ad una popolazione ridotta a 35.376.821 abitanti.
Sempre meno e sempre più vecchi.
Un altro sito (Tutt’Italia/statistiche) nella (ex) piramide demografica aggiunge al sesso e all’età un’altra variabile, quella dello stato civile (celibi/nubili, coniugati/e, vedovi/e, divorziati/e).
La forma complessiva (urna cineraria etrusca) nel 2025 naturalmente è analoga a quella del 2026, ma vi possiamo vedere in particolare il peso delle coppie nelle diverse fasce di età.
Se la si raffronta con la prima disponibile (2002) si nota ad esempio come in poco più di vent’anni la presenza dei non coniugati (single) cresca significativamente dopo i 29 anni; difatti se nel 2002 nella fascia 30-34 rappresentavano il 40% di quell’età, nel 2025 sono cresciuti sino al 71%.
Parallelamente si sposta verso l’alto la presenza di coniugati. Se nel 2002 la fascia d’età con maggiori coniugati era quella dai 35 ai 39 (74% di coppie in quella fascia d’età) nel 2025 la fascia più rappresentativa di coppie si sposta di vent’anni: fascia 55-59 ove i coniugati sono il 71% degli italiani con quell’età.
Fattori culturali: il minor desiderio a far figli in un mondo dove cambiamento climatico e diffusione dei conflitti bellici non fanno prevedere un bel futuro per i possibili eredi. Fattori economici che rendono difficile la vita per le giovani coppie.
Vi è un ulteriore fattore.
Come ricordavo nel post precedente, un ulteriore elemento che incide sulla denatalità è il declino della fertilità, in particolare maschile, solo in parte contrastato dal ricorso alla procreazione medicalmente assistita. Argomento tabù e relegato alla iniziativa privata (ed economica) delle coppie. Eppure, sulla base degli ultimi dati noti, nel 2024 su 370mila nascite ben 17.660 sono potute avvenire grazie alle tecniche della procreazione assistita, ossia il 4,8%, quasi una su venti. L’AIFE – Associazione Italiana Fertilità in un recente manifesto[2] propone di rendere pubblico il problema con una apposita Legge Quadro su Fertilità e Natalità per promuovere informazione, formazione e accesso alla procreazione assistita con il servizio sanitario nazionale superando i vincoli legislativi attuali (legge 40 del 2004) che escludono donne single e coppie lesbiche. Ma le forze politiche di destra ad una simile prospettiva sono fermamente avverse sia per un’idea di famiglia e procreazione retrograda che, in particolare, per l’ostracismo alla possibilità che vi accedano coppie dello stesso sesso.
Politiche per l’incremento della natalità
Contrastare la denatalità non può che esser frutto di un’azione che si prospetti nel medio-lungo termine, ovvero che incida a livello strutturale. Come è noto i “bonus bebé” e altre simili azioni sono solo propagandistici e non servono ad affrontare il problema. Il dibattito è ampio e le esperienze in altri paesi non mancano. Accenno per sommi capi ad alcuni elementi fondamentali.
- Innanzitutto serve una battaglia culturale: la natalità non riguarda solo le madri ma entrambi i genitori. Il modello padre che lavora e moglie relegata a casa “a far figli e accudirli”, oltreché iniquo è irrealizzabile nel mondo attuale: non vi sono le condizioni economiche. Le coppie prolifiche sono quelle ove entrambi i genitori lavorano e si prendono paritariamente cura dei figli. Serve pertanto sostenere la maternità e la paternità ad esempio con congedi retribuiti a entrambi i genitori.
- La possibilità di reperire una abitazione a condizioni economiche sostenibili è condizione prima per il formarsi di nuove famiglie e serve pertanto una energica politica per la casa e l’edilizia popolare.
- Oltre all’abitazione i genitori devono poter accedere ad una rete efficiente di servizi sanitari e sociali. Sanità pubblica e servizi pediatrici di prossimità. Asili nido e Scuole materne come servizi indispensabili. Tra l’altro il loro incremento favorirebbe lo sviluppo dell’occupazione femminile che, come abbiamo visto, a sua volta incrementa la natalità. Una spirale positiva che può lasciare il segno.
- Politiche fiscali che alleggeriscano in modo sostanziale le famiglie con figli e detrazioni per tutte le spese che riguardano la salute, l’educazione e una vita sana ed equilibrata delle nuove generazioni.
Sono adeguate queste politiche a far crescere la natalità? Gli storici sanno che mentre i cambiamenti politici hanno una temporalità breve, quelli culturali si modificano nel medio periodo. Il desiderio a procreare può entrare in conflitto con una cultura oggi diffusa incentrata sulla libertà individuale orientata alla propria personale realizzazione o al successo e alla carriera. Come ricordavo sopra guerre e cambiamenti climatici non offrono certo uno scenario favorevole. Da non dimenticare inoltre come lo sviluppo attuale concentrato sul cosiddetto neoliberismo esasperi le differenze economico-sociali accentrando la ricchezza in una élite sempre più esigua con impoverimento di ceto medio ed operaio. Far figli e sostenerne la crescita ha un costo non sostenibile per una fascia crescente della popolazione.
In un articolo su Il Post di due anni fa[3] passando in rassegna i diversi paese ove questo tipo di misure sono state realizzate si osserva come i risultati appaiano modesti o assenti con la prosecuzione del declino della natalità. Rimane comunque il dubbio che forse in loro assenza il calo delle nascite sarebbe stato ancor più accentuato e comunque vi sono stati effetti positivi sulla condizione delle famiglie.

Il caso più eclatante è quello della Corea del Sud, il paese al mondo con il tasso di fecondità più basso al mondo: nel 2023 lo 0,72 per donna (in Italia il tasso nel 2024 era del 1,18). E pensare che cinquant’anni prima il governo aveva attuato una politica per dissuadere le famiglie ad avere oltre due figli. Politica che ha funzionato, mentre dal 2009 si sono sviluppate politiche pro natalità ad ampio spettro (come quella degli “Appuntamenti al buio”) che non si sono dimostrate efficaci. Le hanno provate tutte, ricorda un articolo[4], tranne una: quella culturale per cui una donna deve sostenere la maternità con poco supporto del marito, nonostante gli incentivi al riguardo, e soprattutto incontra discriminazioni e ostacoli nel lavoro e nella carriera dopo la maternità.
In sostanza le leggi e le azioni politiche, anche quelle più avanzate, non sono sufficienti per modificare gli atteggiamenti e pregiudizi culturali: necessitano azioni a tutto campo: scuola, tessuto associativo, denuncia delle discriminazioni di genere, campagne culturali ecc. e la pazienza di chi è consapevole che cambiare gli atteggiamenti, la cultura, delle persone è ancor più difficile della modifica delle loro condizioni socio-economiche.
Immigrazione: cambiamo focus
Siamo da tempo di fronte ad una narrazione nei confronti del fenomeno migratorio che pone l’enfasi su sbarchi, immigrazione illegale, a cui vengono di fatto equiparati i richiedenti asilo (per i quali le procedure sono state rese più restrittive), salvataggi in mare da parte dello ONG dipinti quali azioni criminali al pari degli scafisti (veri o presunti), ecc. ecc..
Il tutto dentro la retorica della invasione[5] ove un termine militare impiegato per definire un fenomeno di tutt’altra natura serve a creare allarmismo, insicurezza e soprattutto paura nelle popolazioni più fragili. Al di là della dimensione ideologica il fine propagandistico ed elettoralistico è ben chiaro.
«Ci sono diversi modi per governare una nazione. Ma la destra, e non soltanto quella “estrema”, ne ha uno che predilige da sempre: quello della paura. Instillare nell’elettorato una perenne, costante e profonda insicurezza, agitando i peggiori fantasmi e raccontando la favola che soltanto un governo “forte” può affrontare simili questioni.»[6]
Chi si oppone a questa narrazione e magari spera in un quadro politico diverso allora non dovrebbe “stare al gioco”. Se ci si limita a richiamare i diritti dei migranti, a sottolineare l’odiosità delle procedure adottate e la vergogna di una propaganda e di azioni che trattano in modo del tutto disumanizzante le persone migranti non si esce da quella narrazione, anzi presta al fianco ad accuse che possono andare da “i soliti buonisti che ignorano il pericolo” a “la sinistra che vuol favorire l’invasione” sino a “escono allo scoperto i fautori della sostituzione etnica”.
Spero di esser chiaro. I diritti di tutti vanno tutelati. Punto.
Occorre spostare l’attenzione, il fuoco del discorso ad una diversa narrazione che non deve essere retorica e propagandistica, ma che vada al cuore di problemi ed esigenze reali. Oltre quanto sostenuto sopra relativamente al declino della natalità e all’esigenza del ricongiungimento familiare per i lavoratori immigrati che regolarmente lavorano.
L’invecchiamento della popolazione, e pertanto l’aumento del numero dei pensionati, e parallelamente la diminuzione delle fasce giovanili e in età di lavoro, e di conseguenza dei contributi versati dai lavoratori attivi e dai loro datori di lavoro, può mettere in crisi l’intero sistema pensionistico.
È infatti noto, ma non molto risaputo, che il sistema pensionistico italiano funziona in modo diverso dal sistema “a salvadanaio” delle pensioni private ma è basato sul criterio della ripartizione detto altrimenti “Patto tra le generazioni”.
Il funzionamento è semplice: i contributi di lavoratori ed aziende versati oggi vengono immediatamente utilizzati dall’INPS per erogare le pensioni degli attuali pensionati.[7] Per quanto potrà reggere questo sistema senza una ripresa della natalità?
Dall’altro lato in molti settori vi è una strutturale carenza di forza lavoro, per una serie di fattori oltre a quello della diminuzione delle fasce di età più giovani: salari bassi, titoli di studio non congrui per giovani diplomati o laureati con le offerte di lavoro disponibili, ricerca di migliori condizioni di vita di giovani italiani che “fuggono all’estero”, ecc. Una domanda di lavoro in molti settori (industria, agricoltura, servizi alla persona …) che può esser soddisfatta solo con l’assunzione di lavoratori immigrati. Porre l’attenzione su queste tematiche che toccano sul vivo le esigenze economiche del paese e la tenuta del sistema della Previdenza Sociale significa porre il focus sulla necessità di una Immigrazione regolare ribaltando la retorica della “invasione”.
Un progetto governativo attivo ma “sotto silenzio”
Il cosiddetto DL Cutro (poi legge 2023/50)[8], legge che prevede una serie di restrizioni alla immigrazione irregolare e ai richiedenti asilo con riduzioni delle già limitate garanzie precedenti[9], in una delle sue pieghe[10] prevede Corsi di formazione professionale e civico-linguistica all’estero con possibile ingresso “fuori quota” degli “stranieri, apolidi o rifugiati” che abbiano completato tali corsi. Il progetto è seguito dai ministeri Lavoro, Interno e Istruzione.
Le Linee Guida indicano i criteri e le modalità di questi corsi “finalizzati all’inserimento lavorativo in Italia” e l’iter che ne consente la approvazione. Su un’altra pagina è possibile sapere con precisione i Corsi approvati: sono oltre 140 distribuiti in 31 paesi[11] quasi tutti extra-europei. La tipologia è molto varia con prevalenza di Meccanica e impiantistica (35 corsi), Edilizia (22), Trasporti e logistica (15), Socio sanitari (13), Turismo (11) e un’altra cinquantina relativa a variegate professionalità. I corsisti sono 10.800 comprensivi di oltre 1200 che hanno già ultimato il corso.
Una iniziativa che evidentemente tiene conto di un dato di realtà: vi è una consistente domanda lavoratori formati in una serie di settori ove solo un afflusso di mano d’opera immigrata può dare adeguata risposta. Certo questi corsi non sono risolutivi ma indicano una possibile strada. Potrebbe parer strano che il governo o suoi esponenti non li rivendichino, ma è evidente che incapperebbero negli strali del general della remigrazione o in altri suoi accoliti: “Invece di cacciare gli immigrati voi li volete fare entrare a porte aperte”. E la cosa sembra terrorizzare questo governo che stupidamente rincorre i fautori della remigrazione.
Certo la normativa “corsi all’estero per fuori quota” non è esente da critiche, in particolare per le procedure di ingresso e assunzione complesse e burocratiche. Soprattutto nulla si prevede per l’inserimento sociale degli immigrati che arrivano con queste procedure (accoglienza, disbrigo pratiche, abitazione, servizi socio sanitari ecc.).
È possibile immaginare (e sperare) un altro governo in grado di mettere a punto e realizzare un progetto di raccordo fra domanda e offerta di lavoro immigrato che preveda in tutte le sue fasi il coinvolgimento di enti pubblici e privati (enti locali, camere di commercio, associazioni imprenditoriali, sindacati, associazioni di volontariato ecc.). Con centri di formazione non solo all’estero ma anche in Italia (o magari nella struttura dell’assurdo Cpr – Centro per il rimpatrio in Albania[12]): non centri per l’espulsione ma per l’accoglienza e la formazione professionale e linguistica di migranti provenienti da paesi dove questi corsi non sono presenti né attuabili.
Un inserimento lavorativo e sociale di nuovi immigrati in grado di dare risposta sia al loro bisogno di una vita migliore che ai guai della nostra economia e all’attuale fragilità del sistema pensionistico; non da ultimo al tanto sbandierato tema della sicurezza. Non è certo il colore della pelle o religioni non cristiane ma precarietà, assenza di lavoro e marginalità sociale che possono produrre degrado e allarme sociale.
Conclusioni
Non tocca certo a me entrare nel dettaglio di un programma alternativo per le prossime elezioni, mi sembra però che dalle tematiche affrontate non si possa prescindere.
Ho già espresso la mia contrarietà al sistema delle primarie che mette al centro le personalità e non i programmi e tende a dividere piuttosto che unire. Inoltre è portatore di un paradosso: si combatte la nuova legge elettorale imposta dalle forze di governo come incostituzionale e nello stesso tempo ci si pone dentro quella ottica tutta centrata sul leader.
Personalmente, come da dettato costituzionale, penso debba essere il Presidente della Repubblica, sulla base dei risultati elettorali, a convocare le forze politiche e, tenuto conto delle loro proposte, scegliere a chi dare l’incarico di formare il governo.
La speranza è riuscire a vedere una luce nonostante tutta l’oscurità.
(Desmond Tutu)
[1] Transizione demografica: passaggio da una popolazione che ha tassi di natalità e mortalità elevati a una popolazione con tassi di natalità e mortalità bassi (da Wikipedia).
[3] Le politiche sulla natalità funzionano poco dappertutto.
[4] Le hanno provate tutte per far fare più figli ai sudcoreani, tranne una.
[5] Invasione: Irruzione forzata e aggressiva, solitamente perpetuata attraverso un’occupazione militare e violenta (Wikipedia). Ingresso nel territorio di uno stato da parte delle forze armate di uno stato belligerante (Treccani).
[6] Andrea Gaiardoni, incipit del suo articolo su La Rocca: “Fate paura” (nel senso di “costruite/fabbricate paura”).
[7] Una semplice spiegazione del meccanismo ad esempio nell’articolo Come funziona il sistema delle pensioni in Italia e con quali soldi si pagano?
[8] Una analisi complessiva del cosiddetto Decreto Cutro ad es. su Altalex: Immigrazione- Guida al Decreto Cutro.
[9] Un’analisi critica dopo la sua approvazione ad es. su l’Unità: Cosa afferma il ‘Decreto Cutro’ convertito in legge dal governo.
[10] Cfr. Ingressi fuori quota (pag. 6).
[11] Albania; Argentina; Bangladesh; Brasile; Colombia; Costa d’Avorio; Cuba; Ecuador; Egitto; Etiopia; Filippine; Ghana; Giordania; Guinea; India; Kenya; Libano; Macedonia del Nord; Marocco; Messico; Nepal; Perù; Repubblica Dominicana; Senegal; Siria; Sri Lanka; Thailandia; Tunisia; Uganda; Uzbekistan; Venezuela.
[12] “«Il paradosso di questa vicenda – aggiunge l’esperto di ActionAid – è che le persone che sono attualmente trattenute in Albania sono state prese dai Cpr italiani e portate in Albania e se devono essere rimpatriate devono comunque essere riportate in Italia». L’eventuale rimpatrio infatti deve avvenire dall’Italia perché non c’è nessun accordo con l’Albania e i Paesi terzi per il rimpatrio.” (da Avvenire del 27.02.2026).








