1974. Una lettera dall’ospedale e alcuni ricordi
Ferragosto 1974. Attorno a una affollata tavolata, nel prato dell’Alpe Rusa (sopra Casale Corte Cerro), ospiti dei padroni di casa, i coniugi Alberganti, si trascorre la festa in lieta compagnia. Militanti de il manifesto, Gino Vermicelli con la famiglia e alcuni suoi parenti omegnesi, altri compagni più o meno giovani e molti bambini che giocano nel prato tra una portata e l’altra. La giornata è assolata e naturalmente non manca l’anguria. Una pausa nella attività politica del gruppo locale de Il manifesto[1]. Qualche insetto gira ma non sembra un problema.
Dopo circa tre settimane da quel ferragosto tre ospiti alla Rusa, per l’esattezza Madel Monti, la figlia minore di Vermicelli, Maura, e una sua cugina omegnese manifestano i sintomi dell’Epatite Virale, ceppo A. La concomitanza dell’infezione fa capire che è durante quel ferragosto che il virus è stato trasmesso. Verificata da parte degli Alberganti l’assenza di contaminazione dell’acqua nella locale sorgente ci ricordiamo che dalle fette di anguria abbiamo più volte dovuto scacciare delle vespe che si erano posate sopra. L’ipotesi più plausibile è che siano state loro a trasmettere il virus.
Madel e la giovane Maura dall’Ufficiale sanitario verbanese vengono mandate all’Ospedale Maggiore di Novara, reparto infettivi, mentre l’altra ragazzina viene ricoverata ad Omegna da un’Ufficiale Sanitaria più comprensiva.
Sulle incredibili condizioni reparto novarese, Madel, di concerto con un’altra degente anche lei di Verbania, dopo che tutti i ricoverati son tornati a casa, invia a il Manifesto una lettera che viene pubblicata in prima pagina il 6 di dicembre.
Di seguito il testo.
Lettere e opinioni
Così si curano le degenti all’ospedale della Carità di Novara
Dal reparto medicina Infettiva dell’ospedale Maggiore della Carità di Novara — stanza epatiti virali — sez. donne.
Il reparto è situato in un edificio dichiarato «monumento storico» (forse la cupola della Chiesa di S. Gaudenzio dell’Antonelli è più recente). Che sia stato un lazzaretto non è del tutto provato, ma molto probabile. Fu ospedale militare e poi reparto infettivi durante le terribili epidemie di poliomielite. Voi vi immaginate il reparto infettivi — dove noi siamo costrette «in isolamento» dai vari ufficiali sanitari dei Comuni — un ambiente sterilizzato, lucido e comodo, con un profumo di pulito e di cera. Disilludetevi!!!
Stanzoni polverosi e lugubri. Vetri grigi di polvere. Armadietti dove nell’interno regnano le ragnatele. Servizi igienici sporchi e malsani, veri e propri «cessi». Un piccolo lavabo di un bianco «aulico», un bidet di plastica e un water mal disinfettato, il tutto condito da bestioline varie che dal cesso escono e entrano nel cassetti dei comodini. Tutto questo per sei persone adulte e due bambine.
Tre medici e un primario visitano all’entrata (con tutto comodo: chi entra di sabato viene visitato e gli vengono fatte le analisi al lunedì), poi per tutta la degenza mettono la fleboclisi, guardano le palle degli occhi a noi malate di epatiti virali (per il tifo o altro non sappiamo) e buona notte.
Questo è l’ambiente riposante e distensivo dove viene curata l’epatite virale. Se si sta male, il grande primario (vero e proprio barone) viene, sempre che ci sia, dice «bene, bene» e se ne va, lasciandoti col tuoi dolori senza dare disposizioni per farteli passare. All’entrata ti fanno un sacco di domande (dove sei stata, cosa hai mangiato, malattie tue e della tua famiglia ecc.), riempiono moduli su moduli che dovrebbero in teoria, servire per cercare di capire da dove cacchio arriva l’epatite, ma che in realtà servono a riempire gli scaffali polverosi di qualche ufficio di igiene.
Non cercate di domandare notizie su di voi! Il primario vi guarda schifato e se ne va; gli altri eludono la domanda con risposte spiritose ed esilaranti (secondo loro). Oppure, se sono in buona, spiegano cos’è la malattia in generale, ma mai che parlino del tuo caso specifico (forse perché non lo conoscono nemmeno loro). Una dovrebbe stare tranquilla perché il fegato ha bisogno di serenità, ma qui la vedete la tranquillità?
I medici, ad eccezione di qualcuno giovane che ti tratta meglio, sono i «signori medici» ed è inutile incazzarsi e rispondere male perché la loro aria distaccata e superiore non li abbandona. Qui si tocca con mano come la classe medica si senta una «casta», come il primario si senta un «superman», come noi mutuati siamo per lui solo merda, merda da curare in qualche modo e da trattare coi piedi.
Non parliamo del vitto dell’ospedale. Riso scotto, pastina collosa; verdure con sporcizie varie tipo capelli, terra e sassolini ecc., carne grassa (e ci raccomandano la roba magra), bistecche legnose. E le suore che, oltre alle preghiere, ti vogliono rifilare gli avanzi. Facciano bene o facciano male, chi se ne frega? Questo è il reparto Infettivi, stanza epatiti; compagni traetene voi le conclusioni: a noi sembrano chiare e lampanti.
Un gruppo di degenti
[da il manifesto quotidiano del 6 dicembre 1974, pag. 1]
La pagina de il manifesto con la lettera in primo piano è stata affissa sulla bacheca sindacale dell’Ospedale. Nessuna smentita è arrivata al quotidiano ma … nel giro di pochi giorni, ci han fatto sapere da Novara, l’intero reparto è stato ripulito a fondo e mobilia delle stanze e dei servizi completamente rinnovati! Da non credere!
Alcuni ricordi
Madel, oltre a quanto scritto, ricorda in particolare un episodio. Per la fleboclisi anche per le due bambine venivano utilizzati aghi “regolari” rigidi che provocavano bruciori. Alla richiesta delle degenti adulte di utilizzare le cosiddette farfalline il primario ha risposto “che costano”. Alla rimostranza delle degenti ricordando che i genitori delle ragazzine pagavano la mutua e di fronte alla minaccia di una protesta anche clamorosa alla fine le due “farfalline” sono arrivate.
Personalmente ricordo che, andando ogni due giorni a Novara portando da leggere e altre scorte, mi chiedevo le prime volte come mai a Novara ci fosse tanta nebbia. Non è nebbia mi hanno poi detto, ma la spessa incrostazione di sporco sui vetri esterni, come ho potuto appurare. Tra l’altro aprendo un attimo la finestra, la vista al piano terra, proprio di fronte, era quella dell’ingresso all’Obitorio. Non proprio rassicurante.
Il ricordo di Maura
Ciao Gianmaria, i miei ricordi sono abbastanza vaghi. Non avevo ancora 12 anni ed era probabilmente la prima volta che per diverso tempo (17 giorni se non sbaglio), mi trovavo in un luogo sconosciuto senza qualche famigliare. Il posto era orrendo esattamente come descritto da Madel e il rapporto col personale sanitario quasi inesistente. Avrei potuto vivere giorni pieni di angoscia ed invece quello che ricordo di più è il senso di accoglienza, di calore e leggerezza ricevuti dalle altre pazienti (Madel soprattutto).
Nel grande squallore del Reparto in quella camerata sì scherzava, ci si raccontava e ci si consolava tra donne (e bambine). Quando mi hanno detto che potevo tornare a casa ho pianto perché avrei voluto rimanere ancora un po’…
Appendice
Il successivo 24 dicembre, sempre su il manifesto Felice Piersanti, medico patologo e tra fondatori del quotidiano e dell’omonimo gruppo politico, cita e riprende la lettera “delle degenti di Novara” collegandola all’allora dibattito sulla sanità e al rapporto decisamente carente sia tra istituzioni e lavoratori, che tra lavoratori ospedalieri e lavoratori ricoverati. La riproduco e in nota[2] è possibile accedere al testo in word.
[1] Da poco diventato Partito di Unità proletaria per il comunismo con la fusione con il PDUP. Cfr. La nascita del gruppo de il manifesto a Verbania.
[2] Felice Piersanti, I medici di Novara e gli altri, il manifesto 24.12.1974.




