Pietro Secchia e Gino Vermicelli
Il 7 luglio del 1973, 53 anni fa, si è spento Pietro Secchia, Commissario politico generale delle Brigate Garibaldi e successivamente dirigente del PCI. Gino Vermicelli, già Commissario politico garibaldino in Valdossola e tra i fondatori de il manifesto, sul quotidiano del successivo 10 luglio lo ha ricordato ripercorrendone l’itinerario politico.
Vermicelli, attivo nelle organizzazioni giovanili di lingua italiana del PCF era rientrato in Italia alcune settimane prima dell’8 settembre ’43 con il compito di riorganizzare il Partito comunista a Novara e attivarsi per l’avvio della resistenza armata. Sono di allora i primi contatti con Secchia e successivamente con Cino Moscatelli.
Nel suo ricordo di Secchia, che sotto riporto, Vermicelli esprime il rispetto e nel contempo e la lontananza propria di chi ha poi intrapreso un diverso itinerario. Divergenza e lontananza espresse nel suo stile essenziale nelle ultime righe dell’articolo.
Ricordo di Pietro Secchia
di Gino Vermicelli
Provare un sentimento di rispetto per un compagno dal quale si sa di essere disapprovati e condannati, è una strana situazione. Eppure io non so provare un diverso sentimento per Pietro Secchia, e non perché ora giace in una bara.
Nell’agosto del 1943 per allacciare un collegamento con il barlume di organizzazione del partito allora esistente a Novara, dovetti recarmi a Biella. Lì aleggiava una atmosfera di esaltazione e anche di mistero. Era tornato (o stava per tornare) dal carcere fascista, mi si diceva, un compagno molto importante e preparato. Più tardi seppi che questi era Pietro Secchia.
Alcune settimane dopo, il Pci, contro ogni esitazione attendista, decideva di dare comunque inizio alla guerra partigiana a di costituire le brigate Garibaldi. Di queste brigate, Pietro Secchia sarà da subito, il commissario politico generale.
Credo che la sua storia politica sia stata fortemente caratterizzata da quanto avvenne in quegli anni. Forse più di tanti altri, forse più dello stesso Palmiro Togliatti, Secchia raccolse la importanza di quella esperienza. La storia della delegazione Alta Italia del Pci è stata, a mio parere, anche diversa, talvolta politicamente separata, dalla storia del Pci, così come maturava in quegli anni nelle zone occupate dagli alleati. E in quelle vicende certo Pietro Secchia non fu uomo di secondo plano. Nel 1946 Secchia è, si dice, uno degli uomini forti della direzione del Pci.
E in verità, la commissione organizzazione, da lui diretta, era un luogo dal quale si esercitava sul partito un potere reale. Io ricordo che, alla vigilia del referendum istituzionale del 1946, a dei compagni che gli chiedevano cosa sarebbe successo se la monarchia avesse ottenuto la maggioranza, egli rispose che comunque l’Italia sarebbe diventata una repubblica, giacché questa era la volontà degli operai, dei braccianti, dei mezzadri e delle forze antifasciste.
Secchia, è stato certamente un uomo dell’apparato, e sicuramente passerà alla storia come un uomo duro, uno stalinista, come si usa dire oggi. E ciò anche se chi lo ha conosciuto ha potuto ritrovare in lui atteggiamenti aperti, talvolta un carattere bonario.
La verità è che dura era la prassi che reggeva l’apparato del Pci in quegli anni e che egli ne era l’espressione più diretta. Certo egli aveva molti nemici.
Pietro Secchia ed altri compagni a lui vicini, sono usciti dalla storia vera del Pci verso la metà degli anni ’50. La clamorosa fuga di un suo uomo di fiducia, Nino Seniga, scappato a Locarno portandosi un grosso pacco di milioni e, sembra, documenti riservati, diede armi assolute ai suoi nemici interni. Nel giro di breve tempo perse ogni potere. L’ottavo congresso sanciva questa emarginazione. Lì Secchia pronunciò un discorso allora definito operaista che sarebbe forse interessante rileggere oggi.
Gli incarichi conferiti a quei compagni dopo quel periodo furono puramente onorifici, ma i più privi di reale potere. Essi avevano giocato la loro vita sulla concezione dell’Urss come centro della rivoluzione mondiale, e, si è visto, hanno giocato su una prospettiva maledettamente perdente.
Vennero avanti, sbranandoli senza pietà, i giovani leoni dell’apparato che, in nome di un nuovo stile di vita del partito, strapparono loro il potere e operarono perché, cambiando tutto niente mutasse.
Eppure Pietro Secchia, rientrato nell’ombra, non ha mai dato adito al sospetto di infedeltà. I giovani compagni di Lotta continua che tentarono di coinvolgerne il nome in una tenebrosa faccenda, sono stati da lui recentemente rintuzzati con estrema durezza. Egli era fra quei militanti che pensano che al partito si resta fedeli tutta la vita nel bene e nel male.
Nel male no, proprio no. Ed è per questo che siamo diversi e ci separammo.
(il manifesto 10.07.1973)





