Una parola: Neoliberismo
Le Poste Italiane, non trattano certo bene i periodici dei piccoli editori: i ritardi nella distribuzione sono sempre più pesanti. Sta arrivando solo in questi giorni il numero 1/2026 di Nuova Resistenza Unita.
Da qualche anno vi edito una rubrica (Una parola) che cerca di mettere a fuoco alcuni termini che mi paiono rilevanti per una lettura del mondo attuale alla luce del contributo che la resistenza ci ha trasmesso.
La voce di questo numero è dedicata al Neoliberismo, concezione ideologica che pare attraversare trasversalmente l’intero mondo contemporaneo e che trova oggi i suoi più radicali sostenitori in governi e forze politiche definite di destra-destra che spesso non nascondono il loro richiamo e nostalgia al fascismo sia pur passando da una politica statalista all’abbraccio dell’individualismo neoliberista.
Bisogna recuperare il senso delle parole, è questo il lavoro essenziale di uno scrittore, aiutare a pulire il dizionario (Eduardo Galeano)
Ci sono parole che ribaltano la loro etimologia. Neoliberismo è una di queste: rappresenta una teoria e una sua concretizzazione, che nulla ha a che vedere con la libertà comunque la si intenda sia come libertà individuale che politica e/o sociale. Un rovesciamento che è nello stesso tempo un mascheramento dietro il richiamo ad un valore (la libertà) incontestabile.
Non si tratta di una nuova (neo) teoria economica; in questo ambito non fa che riprendere il Laissez faire, laissez passer settecentesco alla base del liberismo economico.
“Non esiste la società, esistono solo gli individui”: è con questa lapidaria affermazione che la leader britannica Margaret Thatcher, primo ministro negli anni ’80 del secolo scorso, ha reso evidente il retroterra culturale della sua ferrea politica neoliberista anti operaia e antisindacale. Una concezione complessiva della società e dell’agire politico che si è trasformata in una vera e propria ideologia e che ha un riferimento teorico preciso: Friedrich Von Hayek (1899-1992). Austriaco, naturalizzato britannico dopo l’Anschluss, la cui opera più nota è La società libera (1960)[1]. Non solo critica radicale di ogni intervento statale che limiti l’azione del singolo ma anche di qualsiasi forma associativa e azione collettiva, a partire da quelle sindacali. La stessa democrazia rappresentativa è vista da Von Hayek quale ostacolo all’azione del singolo.
Sempre negli anni ’80 analoga a quella della Thatcher, dall’altro lato dell’Atlantico, è la politica di Ronald Reagan ispirato dall’altro teorico neoliberista, lo statunitense Milton Friedman (1912-2006). Nel decennio precedente era stato un gruppo di suoi allievi (i “Chicago Boys”) a impostare l’economia cilena dopo il colpo di stato di Pinochet (11 settembre 1973) tramite una radicale privatizzazione. Ammirato il giudizio di Von Hayek: “Nell’era moderna ci sono esempi di governi autoritari in cui la libertà personale è più al sicuro che nella democrazia”. Le migliaia di vittime del regime cileno evidentemente non contano.
In sintesi i corollari di questa ideologia. I reciproci rapporti fra “gli individui” (come quelli fra Stati) sono regolati dalla competizione che spontaneamente genera l’ordine sociale. La libertà del cittadino viene sostituita dalla “prestazione”: tutti “possono provarci”, se riescono è loro merito, se falliscono loro responsabilità. Le diseguaglianze con la concentrazione della ricchezza non ne sono che l’inevitabile e naturale conseguenza.
Tutti i beni e i servizi devono esser privatizzati, anche quelli immateriali come la comunicazione, la cultura e l’educazione.
Le merci sono più importanti degli uomini: devono poter circolare, mentre la “circolazione” umana (emigrazione/immigrazione) può provocare ostacoli al “libero” mercato. L’eventuale imposizione di dazi non contraddice la politica neoliberista ma diventa ulteriore strumento atto a regolare e ridefinire i rapporti di forza fra gli Stati.
Alcuni richiami atti a contrastare questa ideologia e le sue conseguenze antidemocratiche e antisociali.
Per l’illuminista Immanuel Kant (1724-1804) la ragione e la moralità connaturate all’uomo lo orientano verso la felicità. Sul piano storico politico questo significa porsi come fine la Pace perpetua[2]. Sua premessa è la “Costituzione repubblicana dei singoli stati” (Stato di diritto) e la federazione fra gli Stati che ne impedisca i conflitti armati. Suo esito la possibilità di ogni uomo a trasferirsi in ogni parte del mondo con gli stessi diritti dei cittadini residenti: nessuno straniero deve venir trattato da nemico.
Per il premio Nobel per l’economia (unica donna a riceverlo) Elinor Ostrom (1933-2012), teorica e paladina dei beni comuni, il sapere deve esser tutelato dalle “recinzioni” (alti pagamenti e divieti) che tendono a monopolizzarlo. “La conoscenza è il regno del pubblico e quanto più possibile di essa dev’essere liberamente disponibile”[3].
La Resistenza italiana dopo la liberazione ha dato vita in più parti d’Italia ai Convitti della Rinascita il cui scopo è “porre tutti i lavoratori ed i figli dei lavoratori su di un piano di effettiva libertà nel campo dello sviluppo morale, culturale e professionale”[4].
[1] Ed. italiana, Vellecchi 1969
[2] Per la Pace perpetua, Editori Riuniti 1985
[3] Ch. Hess – E. Ostrom, La conoscenza come bene comune, B. Mondadori 2009, p. 22
[4] Statuto dei Convitti Scuola della Rinascita, art. 2 (marzo 1948)




