Vai al contenuto

Fascista chi? Un pubblico dibattito

Il corso annuale 2020 per insegnanti organizzato dalla Casa della Resistenza era dedicato a “Fascismi e nuovi fascismi” e le lezioni dovevano tenersi presso l’Istituto Cobianchi di Verbania. Per le restrizioni che hanno poi portato al lockdown il corso si è interrotto dopo la prima lezione tenuta da Enzo R. Laforgia sulla scuola fascista e il Testo unico di stato (Come si diventa fascisti).

Il corso è stato riproposto quest’anno in modalità online e la prima lezione è stata tenuta da Angelo Vecchi (Senza rinnegare il passato. Storia e memoria nel neofascismo. 1946-1977). Il tempo trascorso mi ha permesso di integrare la mia lezione prevista per il secondo incontro (Dal fascismo repubblicano al neofascismo) con alcuni testi usciti nel frattempo (in particolare di Federico Finchelstein e Mimmo Franzinelli).

Dopo essermi raccordato alla prima lezione dell’anno precedente con esempi sulla scuola locale durante il fascismo ho poi dedicato sei slide preliminari al pubblico dibattito attuale sul fascismo per cercare di delimitarne il significato storico e politico. Riprendo in forma estesa questa parte del mio intervento.

Il dibattito sul fascismo si è arricchito recentemente di molti contributi storici, giornalistici ed anco letterari: sulla figura di Mussolini, sulle bugie che il fascismo veicolava su se stesso, sulle banalizzazioni e le “idiozie” che le ripropongono, sulle malefatte nascoste (affarismo, corruzione e mani sporche), sul perché in Italia non abbiamo fatto i conti con il fascismo e, parallelamente, sulla crisi che ha attraversato e attraversa l’antifascismo e in quali prospettive debba oggi porsi un antifascismo maturo e consapevole[a]. All’interno di questo dibattito più ampio mi soffermo sulle concezioni, alcune più ampie, altre più ristrette, di “fascismo”: quali e quanti sono stati a pieno titolo i fascismi e pertanto chi, propriamente, può esser definito fascista.

Siamo tutti (almeno un po’) fascisti: Michela Murgia

Il 21 agosto 2017 la scrittrice, blogger e polemista Michela Murgia pubblica sul suo profilo facebook un post dall’esplicito titolo «Piccolo discorso sul fascismo che siamo». Il post ha avuto ampia risonanza, con molti commenti e migliaia di condivisioni. Alcune delle sue affermazioni sono diventate vere e proprie parole d’ordine su siti e gruppi antifascisti presenti nei social network.

Questo l’inizio:

«A te che hai vent’anni e mi chiedi cos’è il fascismo, vorrei non doverti rispondere. Vorrei che nel 2017 la risposta a questa domanda la sapessimo già tutti, ma se me lo chiedi è perché non è così.

So perché me lo domandi. Credi che io sia intollerante se dico che il fascismo è reato e deve rimanerlo sempre. Credi che “se il fascismo e il comunismo hanno causato entrambi tanto dolore nel corso della storia devono essere considerati reato senza distinguo”.

È quindi colpa mia se me lo chiedi.”

Queste le affermazioni principali del “piccolo discorso”:

  • Il fascismo non è un’ideologia, ma un metodo che può applicarsi a qualunque ideologia;
  • non è il contrario del comunismo, ma della democrazia;
  • il fascismo è un reato; come la mafia non è un’opinione politica;
  • proprio come la mafia, non è né di destra né di sinistra;
  • in democrazia il cosa ottieni non vale mai più del come lo hai ottenuto. Se i rapporti si invertono qualunque soggetto collettivo diventa un fascismo, persino il partito di sinistra, il gruppo parrocchiale, la bocciofila.

In conclusione “Nessuno è al sicuro, se non dentro allo sforzo di ricordarsi in ogni momento che cosa rischiamo tutti quando cominciamo a pensare che il fascismo è solo un’opinione tra le altre.”

L’anno successivo riprende la stessa tematica con un pamphlet dal titolo – e dal contenuto – provocatorio: “Istruzioni per diventare fascisti”[b]. Siccome la democrazia «è il metodo di governo peggiore», la sua alternativa più sperimentata – il fascismo – è un sistema di gestione dello Stato assai migliore» ci avvia con una sorta di manuale ad un’acquisizione completa dell’esser fascisti. E un test finale confermerà che in effetti (poco o tanto) lo siamo. Questo il percorso che dall’esser (più o meno convinti) democratici ci porta a diventare a pieno titolo fascisti:

  • Cominciare da capo”. Sostituiamo la parola leader (che discute e pertanto perde tempo) con capo che non è in discussione e non perde tempo.
  • Semplificare è troppo complicato”. In passato le opinioni critiche potevano esser messe sotto silenzio (repressione, carcere, confino) oggi con internet è più difficile; di fronte alla complessità la comprensione passa attraverso una semplificazione, operazione complicata e pericolosa che lascia spazio al dissenso, occorre allora banalizzare e i social sono uno strumento potente: qualsiasi opinione critica e dissidente può esser demolita con la banalizzazione.
  • Farsi dei nemici”. In democrazia il confronto è fra avversari, il fascismo deve crearsi dei nemiciperché il fascismo per porsi deve opporsi”.
  • Ovunque proteggicontro ogni diversità interna ed esterna che suoni come minaccia: pressoché tutti “hanno qualcosa da perdere e se gli fai vedere che quel qualcosa è minacciato, si fideranno di chiunque si dimostri in grado di difenderlo”.
  • Nel dubbio mena”. In democrazia la parola è libera: che la tua parola sia violenta ed inciti alla azione.Il passaggio successivo è breve.
  • Voce di popolo”. Al popolo piace esser corteggiato. “Esaltare le qualità popolari è il primo passaggio per alimentare un genuino sentimento fascista nelle masse”.
  • Non ti scordar di me”. Più o meno tutti hanno nostalgia dei tempi passati e noi italiani abbiamo la fortuna di aver già vissuto il fascismo. E, se qualcuno ne ricorda gli orrori, sminuite, mettete in dubbio, negate, parlate d’altro (es. le foibe). Insomma occorre riscrivere la storia.

In una nota finale Murgia precisa che la sua non ha voluto esser una provocazione, un semplice gioco di inversione dei punti di vista perché

Le cose che ho scritto, non tutte e non sem­pre, in qualche momento della mia esistenza, quelli più duri, superficiali, incazzati o ignoranti, anche solo per un istante le ho pensate, e credo che sia capitato a cia­scuno di noi.”

In sostanza questo libello più che definire e denunciare il fascismo intende far capire quanto la democrazia sia oggi fragile e quanto il fascismo (inteso soprattutto come metodo antidemocratico) sia in grado di insinuarsi nella democrazia e corromperla dall’interno.

Nascono spontanee alcune osservazioni: è possibile ridurre il fascismo solo al metodo e affermare che non è (e non ha) una ideologia: una sorta di clava che può esser utilizzata da chiunque? E di conseguenza affermare che non è né di destra né di sinistra? È chiaro che, se così fosse, non avrebbe alcun senso ricostruire la storia politica del fascismo e del neofascismo: se l’oggetto di studio è (solo) un crimine il suo studio attiene unicamente alla storia criminale e alla cronaca nera.

 La questione dirimente, come ho già sottolineato in un precedente post[c] che di seguito riprendo, attiene al quesito se in politica sia centrale e preminente la dicotomia destra/sinistra o quella fra autoritarismo e democrazia.

Una necessaria digressione: Sinistra e destra

Conviene richiamare il significato di destra e di sinistra non tanto quale collocazione lineare – spaziale delle forze politiche, ma nei contenuti caratterizzanti e nei valori di riferimento che i due concetti esprimono. Mi richiamo alla posizione di Norberto Bobbio che considera insuperabile la dicotomia e prioritaria rispetto al metodo.

Nella contrapposizione fra estremismo e moderatismo viene in questione soprattutto il metodo, nell’antitesi fra destra e sinistra vengono in questione soprattutto i valori. Il contrasto rispetto ai valori è più forte che quello rispetto al metodo”. (Norberto Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli 1994,p. 33)

L’antitesi fra destra e sinistra nel linguaggio politico risale ai tempi della Rivoluzione francese: durante la Costituente i favorevoli al diritto di veto incondizionato del Re sedevano a destra, i contrari a sinistra. Nella “topografia politica” questa dicotomia venne così a sostituire quella precedente di “alto e basso” dove destra subentrò all’alto (il potere tradizionale) e sinistra al basso (i molti senza potere).  Molti studiosi ritengono che questo modo di rappresentare la dislocazione delle forze politiche non sia casuale ma fondata su tradizioni e archetipi profondi (es. quello religioso: “sedere alla destra del padre”; l’uso di “destro” “dritta”, “droit”, “right” per indicare la giusta diritta direzione, ma anche ordine, chiarezza).  All’opposto “sinistra” e “sinistro” connotano minaccia, calamità, disordine, confusione.

Anche ricerche sociologiche svolte in più paesi indicano come la divisione sia percepita come fondamentale[d] nonostante la molteplicità voci che affermano “sia superata dai tempi”. Possiamo rappresentare questa dicotomia in una tabella di confronto fra i rispettivi valori e contenuti caratteristici[e]:

Carattere fondanteSinistra: EguaglianzaDestra: Gerarchia
Altre caratteristicheClassi disagiateClassi agiate
” “Libero pensieroReligiosità
” ” Discontinuità Continuità
” ” Emancipazione Difesa della tradizione
” ” CosmopolitismoNazionalismo
” ” Pacifismo Militarismo
” ” Logos (razionalità)Mito e richiami irrazionali
Pensatore di riferimento Rousseau: eguaglianza originaria dello Stato di natura che società e proprietà hanno corrotto Nietzsche: diseguaglianza originaria che società e cristianesimo stravolgono con eguaglianza fittizia

Va inoltre sottolineato come la dicotomia libertà/autoritarismo (come già ricordava Bobbio) non coincida con la dicotomia sinistra/destra: vi sono infatti destre democratiche come sinistre autoritarie e, naturalmente, viceversa.

Allo stesso modo, aggiungo, occorre sottolineare come vi siano ulteriori dimensioni della politica[f] che non coincidono con la polarità sinistra/destra e che la attraversano:

  • individualità contrapposta a comunità[g]: vi è un individualismo di destra spesso coniugato al neoliberismo e uno radicale di sinistra promotore dei diritti delle differenze, così come il concetto di comunità può caratterizzarsi come chiusura identitaria basata su “sangue e suolo” come su uno spazio di condivisa ed egualitaria ricerca del bene comune;
  • le attività economiche umane contrapposte alla difesa dell’ambiente: vi è infatti un ambientalismo di destra come di sinistra e sull’altro lato la difesa, spesso ad oltranza, del “progresso economico” può incontrare fautori su entrambi i lati dello schieramento politico.
  • centralismo dello Stato contrapposto all’autonomismo dei territori: antitesi che ha attraversato anche la Resistenza dove a fianco del  centralismo prevalente della Liberazione Nazionale propugnata dal CLN si è anche affiancato l’autonomismo federalistico elaborato dalla Carta di Chivasso; per venire ai nostri tempi dove un movimento come la Lega, chiaramente di destra, si sia caratterizzato originariamente come autonomistico (e talora anche separatista) per poi trasformarsi in un partito nazional-sovranista; oppure osservando come l’autonomismo e separatismo repubblicano catalano abbia una prevalenza di sinistra cui si contrappongono, oltre alla destra del Partito popolare e i movimenti esplicitamente nazionalisti e fascisti come gli eredi del falangismo franchista, anche – pur in maniera meno virulenta – il PSOE di Pedro Sánchez.

Ritornando alle perplessità relative alle affermazioni della Murgia, mi pare del tutto evidente, proprio a partire dalle caratterizzazioni che lei stessa attribuisce al fascismo (es. il ruolo centrale del Capo) e dalla accezione condivisa di destra e sinistra – che ho sopra cercato di sintetizzare – come questo, dal punto di vista sia storico che politico, sia indubbiamente un movimento politico di destra. Il che non vuol certo dire che tutta la destra sia fascista o che rappresentando una posizione politica il fascismo non possa essere anche un reato. Murgia stessa ci avverte (cfr. sopra) che, se da un lato è utile (anche se è non sempre facile) “semplificare”, quanto dall’altro sia invece pericoloso “banalizzare”.

Ci sono stati (e ci potranno ancora essere) più fascismi: Umberto Eco

Il 25 aprile del 1995 Umberto Eco, nel 50° della Liberazione, pronuncia davanti agli studenti della Columbia University un discorso in inglese sul fascismo e sui pericoli di un suo ritorno; pubblicato il 22 giugno successivo su “The New York Review of Books” verrà tradotto tre mesi dopo su «La Rivista dei libri» come «Totalitarismo fuzzy e Ur-Fascismo». Sarà poi pubblicato con il titolo «Il fascismo eterno» in «Cinque scritti morali» (1997) e recentemente riproposto isolatamente da La nave di Teseo (2018).

Nella prima parte del suo discorso, ricordato il ruolo dei soldati americani e di Roosevelt nella liberazione dei paesi europei dal nazifascismo, si sofferma sul rapporto fra il fascismo italiano e altri regimi e movimenti simili quali il nazismo, il falangismo e molti altri. Si sofferma in particolare sugli aspetti culturali e politici sottolineandone le differenze interne e le contraddizioni. In sintesi sottolinea che il fascismo italiano:

  • Non aveva una ideologia monolitica (a differenza, ad esempio, del nazismo)
  • Sul piano culturale e artistico al suo interno convivevano orientamenti diversi
  • Sul piano politico ha potuto essere laico, anticlericale e cattolico tradizionalista, monarchico e repubblicano ecc.
  • «Il fascismo fu certamente una dittatura, ma non era compiutamente totalitario»: la sua forma di dittatura può esser definita come un «Totalitarismo fuzzy» (sfumato, incerto).

Questi suoi confini incerti hanno fatto sì che il termine (a differenza dal nazismo, o dal falangismo) diventasse una sineddoche (pars pro toto) indicando regimi e movimenti che, pur differenti fra loro, mostrano una qualche «somiglianza di famiglia». È così possibile definire l’Ur-Fascismo (primigenio, persistente, eterno, ricorrente) indicandone una serie di caratteristiche che non compaiono mai tutte insieme ma la presenza di una o più di queste ci avvertono che siamo di fronte ad una delle tante forme di “fascismo ricorrente”: infatti «è sufficiente che una di loro sia presente per far coagulare una nebulosa fascista».

Caratteristiche dell’Ur-Fascismo
1. Culto della tradizione: la verità è originaria, rivelata una volta per tutte, va semmai riscoperta e “coltivata”; non ci può essere avanzamento del sapere.2. Rifiuto del modernismo: l’Illuminismo, l’età della ragione, è visto come l’inizio della depravazione moderna (irrazionalismo).
3. Culto dell’azione per l’azione: l’azione è bella di per sé mentre pensare è una forma di evirazione. La cultura è sospetta perché introduce elementi critici.4. Rifiuto dello spirito critico: per la cultura scientifica il disaccordo è strumento di avanzamento del sapere; per l’Ur-Fascismo è invece tradimento.
5. Paura della differenza: l’Ur-Fascismo cerca il consenso esacerbando la naturale paura della diversità; è dunque razzistaper definizione.6. Appello alle classi medie frustrate: le crisi economiche e politiche producono disagio e incertezza che rendono questi ceti un possibile uditorio.
7. Nazionalismo e xenofobia: per i ceti privi di identità sociale la “Nazione”, vittima di complotti esterni o interni (gli ebrei), ne fornisce il sostituto.8. Nemici ricchi e forti ma deboli nel contempo: con spostamento retorico disprezzati per ricchezza e potenza, ma destinati anche alla sconfitta.
9. La vita è guerra permanente: non lotta per la vita ma “vita per la lotta”. Il pacifismo è collusione col nemico. Vi sarà una soluzione finale (Armageddon)10. Disprezzo per i deboli: elitismo popolare. Ogni cittadino appartiene al popolo migliore e i membri del partito sono i cittadini migliori.
11. Ciascuno sia educato da eroe. Il culto dell’eroismoè strettamente legato alculto della morte quale migliore ricompensa di una vita eroica.12. Machismo: disprezzo per le donne e condanna per sessualità non conformista (omosessualità, castità). Le armi rappresentano un Ersatz (sostituto) fallico.
13. Populismo qualitativo: la “voce del popolo” non si esprime in modo quantitativo (parlamentarismo) ma in una “volontà comune” che il “leader” sa esprimere.14. L’Ur-Fascismo parla la “neolingua”: basata su un lessico povero (e stravolto) ed una sintassi elementare volti a limitare il pensiero complesso e critico.

Eco conclude la il suo discorso sottolineando come il fascismo possa ritornare anche se sotto forme non immediatamente riconoscibili:

«L’Ur-fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili … L’Ur-fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo.»

Al netto della indubbia efficacia e ricchezza del contributo di Umberto Eco, non bisogna dimenticare che si trattava di un discorso destinato ad un pubblico specifico e non di una approfondita analisi storica e, proprio per questo, non mancano a mio parere alcuni aspetti problematici che provo di seguito a riassumere.

Innanzitutto è ancora oggi sostenibile che il fascismo italiano nel ventennio fosse sì autoritario ma non compiutamente totalitario e fosse privo di una propria ideologia definita? Parecchi studi, recenti e meno recenti, sostengono il contrario, a partire dal ruolo della scuola uniformata a un modello preciso con il Testo Unico di Stato, per non parlare degli strumenti coercitivi del regime contro ogni forma benché minima di dissidenza.

Analogamente non mi pare convincente la sottolineatura di Eco sulla diversità fra fascismo e nazismo: da questo punto di vista condivido la posizione dello storico tedesco Hans Woller[h] che parla di Mussolini come “il primo fascista” a cuoi Hitler si è ispirato; certo successivamente, per i reciproci rapporti di forza, le relazioni fra loro si sono in qualche modo rovesciate, influenzando il nazismo a sua volta il fascismo: una sorta di reciproca “sincronizzazione” di due totalitarismi non solo alleati ma sostanzialmente omogenei.

Ed infine “eternità” significa che c’è stato «fascismo prima del fascismo»? L’Ur-fascismo è un “fascismo eterno” o, sottolineando la specificità del termine tedesco (Ur)[i], un “modello”, una sorta di raffigurazione generale o, se vogliamo, un “prototipo” a cui il fascismo italiano ha dato vita e a cui i diversi fascismi si rapportano? Non mi pare che le due espressioni siano equivalenti.

Vi è stato un solo fascismo, quello del regime: Emilio Gentile

Emilio Gentile, storico, allievo di De Felice e sostenitore del fascismo italiano come «Modernità totalitaria»[j] nell’aprile 2019 pubblica «Chi è Fascista»[k], una «pseudo-intervista» nella quale, intervistando se stesso, interviene nel dibattito pubblico sul fascismo polemizzando in particolare con “il fascismo eterno” di Eco e con chi lo ripropone oggi. Non prende in realtà in considerazione la prima parte del discorso di Umberto Eco e in particolare la concezione del fascismo come un “Totalitarismo fuzzy”. La critica a Eco di Gentile si sofferma soprattutto sulla sua concezione di un “fascismo eterno”.

“Introdurre l’eternità nella storia uma­na, attribuire l’eternità a un fenomeno storico, sia pure con le migliori intenzioni, comporta una grave distorsio­ne della conoscenza storica. … La pratica dell’analogia è molto diffusa nelle attuali de­nunce sul ritorno del fascismo, con un uso pubblico della storia in cui prevale la tendenza a sostituire alla storiografia – una conoscenza critica scientificamente elaborata – una sorta di “astoriologia”, come possiamo chiamarla, dove il passato storico viene continuamente adattato ai desideri, alle speranze, alle paure attuali.

Non ho ben compreso quando hai detto che la storia viene so­stituita dalla “astoriologia”. Forse intendevi dire “astrologia”?

No, ho detto proprio astoriologia. Ho ritenuto opportuno coniare questo neologismo per definire un nuovo genere di narrazione storica, fortemente mescolata con l’immagi­nazione, che ha con la storia la stessa relazione che l’astro­logia ha con l’astronomia. Col metodo dell’astoriologia, come avviene nell’astrologia, avvalendosi di una visione della storia come storia-che-mai-si-ripete-ma-sempre-ritorna-in-altre-forme, è facile scoprire analogie che dimostra­no l’esistenza di un “fascismo eterno”, e fare pronostici sul suo periodico ritorno. Ma le analogie della astoriologia sono inconsistenti quanto le analogie dell’astrologia.”[l]

Gentile si sofferma poi sulle caratteristiche peculiari del fascismo italiano che, sostiene, è nato nel 1921 e non nel 1919 coi Fasci di combattimento,per cui il considerare il 2019 come centenario della nascita del fascismo rappresenterebbe, dal suo punto di vista, un falso storico. In sostanza identifica il fascismo con il “regime” di cui fornisce, nell’ultimo capitolo una «mappa storica».

Considera infine del “neofascismo” solo quello istituzionale rappresentato storicamente Movimento Sociale Italiano e da Alleanza Nazionale, “neofascismo” che si conclude, ed estingue con la sua confluenza nel Popolo delle Libertà (2009). Non prende in alcun modo in considerazione la galassia del neofascismo radicale ed extraparlamentare ed afferma che nessun partito attuale può esser definito “fascista” e non c’è alcun pericolo di un ritorno del fascismo.

L’antifascismo ha debellato il fascismo nel 1945 per cui entrambi (fascismo e antifascismo) appartengono al passato, “ma con una sostanziale differenza”: mentre il fascismo “è definitivamente debellato”, l’antifascismo, con l’unità di tutti i partiti della Resistenza, ci ha lasciato una “eredità vitale”, lo Stato repubblicano e la sua Costituzione.[m]

Mappa storica del fascismo
Dimensione organizzativa Partito milizia. Movimento di massa (specie ceti medi) in stato di guerra contro gli avversari; usa ogni mezzo per creare un nuovo regime
Dimensione culturale Pensiero mitico. Senso tragico e attivistico della vita. Mito della giovinezza: artefice di storia
Ideologia anti-teorica e pragmatica, espressa esteticamente con i miti e i simboli di una religione laica volta all’integrazione fideistica delle masse: creazione di un “uomo nuovo
Primato politica: comunità-nazione come unità organica; persecuzione di chi non si identifica
Etica civile. Subordinazione totale del cittadino allo Stato: disciplina, virilità, spirito guerriero
Dimensione istituzionale Apparato di polizia: previene, controlla, reprime (terrore organizzato) dissenso e opposizione
Partito unico. Difesa armata regime (aristocrazia al comando) e mobilitazione delle masse
Sistema politico: simbiosi fra regime e Stato ordinato in una gerarchia dominata dal “capo
Economa: organizzazione corporativa, soppressione libertà sindacale, collaborazione dei ceti produttivi sotto il controllo del regime, mantenendo proprietà privata e divisione in classi
Politica estera: espansione imperialista e creazione di una nuova civiltà mondiale

Non sono pochi gli aspetti problematici della posizione di Emilio Gentile. In primo luogo cristallizza il fascismo in un modello unico, quello italiano del regime, che in tal modo diventa irripetibile; ed anche in questa “modellizzazione” molti aspetti del fascismo italiano – quali le tendenze conservatrici, reazionarie e talora clericali – vengono sottaciuti. Anche la sua visione è in qualche modo “astorica” in quanto non valuta come i movimenti politici – e il fascismo nel caso specifico – si trasformino nel tempo. Non a caso fa decorrere il fascismo dal 1921: restringendo l’arco temporale il “modello” (la “mappa”) diventa più omogenea al suo interno e di conseguenza irripetibile.

In questo modo i regimi e i movimenti esplicitamente fascisti diffusisi in Europa e – come vedremo – nel resto del mondo, non vengono in alcun modo presi in considerazione. Allo stesso modo ignora l’esistenza e il pericolo dei movimenti radicali neofascisti e neonazisti.

Ed infine, siccome il fascismo storico (l’unico esistito) è stato sconfitto nel 1945 e i suoi epigoni nostalgici si sono dissolti nel 2009, per Gentile oggi l’antifascismo non avrebbe più ragione di esistere.

I molteplici fascismi diffusosi tra le due guerre mondiali in ogni parte del mondo hanno padri ed eredi: Federico Finchelstein

Federico Finchelstein[n] è uno storico di nazionalità argentina, docente di storia negli Stati Uniti. Studioso della storia politica dell’America latina, dei fascismi nel nord e sud del mondo (fascismo transatlantico/transnazionale) e dei loro rapporti con il populismo. Di recente l’editore Donzelli ha pubblicato la traduzione di due suoi importanti saggi che “entrano” a pieno titolo nel pubblico dibattito sul fascismo: Dai fascismi ai populismi[o] e Breve storia delle bugie dei fascismi[p].

Secondo Finchelstein per conoscere cosa è stato e cosa è il fascismo serve una analisi storica (diacronica) e globale (transnazionale) che lui effettua sia sulla base delle sue conoscenze sulla storia latinoamericana e del fascismo, che attraverso una ampia rassegna della storiografia, in particolare extra-europea. Cita al proposito lo storico indiano Benjamin Zachariah:

la ricerca sul fascismo tende a ignorare la letteratura extra-europea per motivi di imbarazzo, di specializzazione professionale o di (in)competenza, oppure perché la considera come un elemento secondario nella storia delle idee fasciste”[q]

Il fascismo nacque in Italia nel 1919, manel periodo fra le due guerre mondiali la politica violenta, antidemocratica e razzista che il movimento italiano rappresentava “fece la sua comparsa simultaneamente in tutto il mondo”: non solo in Europa (falangismo, salazarismo, nazismo, ustascia, ecc.), ma in America latina (nacionalismo in Argentina, integralismo in Brasile, leopardos in Colombia …), in India, in Cina, in Giappone, in Africa, nei paesi islamici …

“Il fascismo era transnazionale ancor prima che Mussolini chiamasse così il proprio movimento ma quando diventò un regime, nell’Italia del 1922, il termine «fascismo» ricevette un’atten­zione su scala mondiale, e acquisì significati diversi nei vari contesti lo­cali. Ciò non significa che le influenze italiane (o francesi, o più tardi tedesche) non fossero importanti per i fascisti transnazionali. Ma solo in alcuni casi ci si limitò a una semplice imitazione. I fascisti transna­zionali rimodellarono l’ideologia fascista per adattarla alle proprie spe­cifiche tradizioni nazionali e politiche. […] Il fascismo assunse diverse colorazioni, connesse a differenti significati. Come osserva lo storico del fascismo giapponese Reto Hoffmann, i movimenti fascisti «indossavano un arcobaleno di camicie» – color acciaio in Siria, verde in Egitto, blu in Cina, arancione in Sud Africa, oro in Messico – e queste varianti dicono molto sugli specifici adattamenti nazionali di quella che chiaramente era un’ideologia globale. A questa connessione fra ideologia e vestiario si potrebbe aggiungere il classico bruno in Germania e, ovviamente, il nero in Italia, l’azzurro in Portogallo e in Irlanda, il verde in Brasile. Ispirandosi a un rifiuto globale dei valori democratici universali, il fascismo mostra­va una tavolozza ideologica chiaramente collocata all’estrema destra dello spettro politico.”[r]

Il fascismo “transnazionale” nelle sue diverse espressioni, non nasce nel vuoto ma in quello che potremmo chiamare “lo spirito dei tempi”: alle sue origini troviamo innanzitutto la tradizione del pensiero irrazionalistico ed anti-illuminista che ha impregnato movimenti reazionari e/o populisti già dalla fine dell’Ottocento e, fattore dirompente, l’esperienza violenta della prima guerra mondiale, “l’avvento di una nuova epoca di guerra totale. L’ideologia fascista emerse infatti per la prima volta nelle trincee della prima guerra mondiale. … Questo ideale guerresco, e il connesso concetto di militarizzazione della politica, trascesero i confini europei e si diffusero anche in paesi lontani e diversi come l’India, l’Iraq e il Perù”.[s]

Il fascismo si presenta così come risposta “moderna” alla crisi della democrazia e del capitalismo: una “modernizzazione reazionaria” antiliberale e antisocialista, il «lato oscuro della modernità». Le sue caratteristiche ricorrenti si possono così riassumere:

  • Abbandono del pensiero politico reazionario assolutistico (il potere dall’alto) a cui si sostituisce una concezione rivoluzionaria della sovranità popolare non basata sulla rappresentanza democratica ma sulla delega e sulla identificazione del popolo con il Capo. Ritroviamo ovunque questa triade: il Capo espressione diretta della “volontà del popolo”, i suoi diretti seguaci (il partito-milizia) e il popolo-nazione.
  • Il popolo-nazione non è concepito come una realtà sociale differenziata al suo interno (come «demos») ma etnicamente come realtà nazionale omogenea (come «ethnos»); di conseguenza chi non è identificabile (o non si identifica) con il popolo nazione non ne fa parte, è nemico o “anti-popolo”. Il razzismo è componente intrinseca di tutti i fascismi.
  • Centralità ed esaltazione della violenza sia come mezzo per realizzare le proprie finalità – distruggere la democrazia per realizzare uno Stato totalitario[t], opprimere e sopprimere i nemici sia interni (l’antipopolo) che esterni (nazionalismo e colonialismo) – che come fine: la sua è una funzione sacrale e rigeneratrice che va coltivata in quanto tale.
  • La politica non è concepita come «ratio» ma come soggettività estetica: il fascismo, attraverso il mito, i simboli e il rito pubblico che rivitalizzano la tradizione e l’identità di un popolo, diventa qualcosa che «si vede» e viene vissuto.

“… la prassi del fascismo non si collegava a una politica della quotidianità o a un’estetica mondana, concentrandosi piuttosto su una serie di rituali e spettacoli politici il cui scopo era oggettivare la politica fascista e assicurarle un fondamento nelle esperienze vissute. Queste prassi presentavano il fascismo come qualcosa che poteva essere visto, e implicavano la partecipazione diretta e il contatto con gli altri, tra­sformando le idee in realtà vissuta.”[u]

  • La qualità deve sostituire la quantità: questo vale per la rappresentanza del popolo che non deve essere meramente “quantitativa” (la “maggioranza numerica”) ma “qualitativa”, espressione profonda delle esigenze di un popolo che solo il Capo e il suo partito sanno esprimere. Lo stesso vale per la modernità superando l’economicismo meccanico e quantitativo del liberalismo.

“I fascisti volevano sostituire una modernità ri­tenuta meccanica, ripetitiva e inconsapevole con una modernità «quali­ficata» in cui il fascista potesse domare la materia e l’economia. I fascisti concepivano la loro modernità nei termini di un «dominio dello spirito e del politico», ponendo al centro delle loro preoccupazioni un’«etica della guerra» e un violento senso virile e comunitario.”[v]

  • La verità non si determina empiricamente ma è espressa dal Capo e non può esser messa in discussione; la stampa deve assoggettarsi alle verità “di regime” e i nuovi mass media (radio e cinema) diventano il veicolo delle «menzogne ideologiche».

. Il fasci­smo produceva una «verità» che era nazionalistica e allo stesso tempo assoluta. Privata di connotazioni plurali, es­sa escludeva qualsiasi forma di dissenso, e diventava l’esi­to esclusivo di rapporti di potere gerarchici. Contestando le tradizionali definizioni della verità, i fascisti insistevano sul significato nascosto della verità stessa, che per loro era un segreto rivelato nel potere e tramite esso. (…)

Di conseguenza, la politica fascista aveva un carattere mitologico. Nel fascismo, la forma suprema di verità non richiedeva conferme empiriche: semmai, emanava da un’affermazione di tipo intuitivo di concetti ritenuti espressione di miti metastorici, che il capo incarnava. Questa dissociazione fra analisi politica e realtà fu uno sviluppo fatale, un esito della ricerca fascista di una for­ma suprema di autenticità politica che potesse trascendere la ragione. In questo senso, i fascisti non solo mentivano, ma ingannavano se stessi, cadendo, come rilevò Adorno nel 1951, sotto l’«incantesimo» della «falsità».”[w]

Che rapporto c’è tra fascismo e populismo?

Secondo Finchelstein è pressoché impossibile dare una “definizione” di populismo, perché indica una serie di movimenti molto diversi fra loro e che nel tempo hanno subito notevoli trasformazioni e oscillazioni, in alcuni casi anche fra destra e sinistra. L’elemento di connessione con il fascismo riguarda in particolare il rapporto fra popolo e capo che ne rappresenta simbioticamente la volontà: “il leader è non solo la voce del popolo ma anche un individuo dai tratti messianici e illuminato, predestinato a incarnare il potere”. Per approfondire il fenomeno è più opportuno “un approccio che permetta una comprensione in termini storici di ciò che il populismo ha rappresentato nel corso del tempo”. Prescindendo dai precursori a cavallo fra Ottocento e inizio Novecento, Finchelstein individua due modelli

  • Dopo la sconfitta nel 1945 del nazifascismo il populismo, particolarmente in America latina, accetta la democrazia, pur interpretata in modo autoritario, e rifiuta la violenza sia come metodo di conquista del potere sia come valore in sé. In alcuni casi, come nel peronismo argentino, diede vita anche a movimenti orientati a sinistra.

“Innanzi tutto, il populismo è una concezione autoritaria della democrazia, che dopo il 1945 ha riformu­lato l’eredità del fascismo per associarlo a diverse procedure democra­tiche. È per questo motivo che costituisce una forma di post-fascismo, che procede a una rielaborazione del fascismo per adattarlo a un’epoca democratica.

Ciò significa che il populismo non è il fascismo. Il fascismo è stato storicamente contestualizzato soprattutto come una forma di dittatura politica, che spesso emerge di fatto all’interno della democrazia con l’intento di distruggerla. Storicamente, il populismo ha fatto il contra­rio. Spesso è scaturito da altre esperienze autoritarie, comprese le dit­tature, e nella maggior parte dei casi ha alterato o distorto i sistemi de­mocratici, sminuendone le qualità, ma senza mai, o quasi mai, arrivare al punto di distruggerli.”[x]

  • Dopo il crollo dell’URSS e nei tempi più recenti si assiste ad un riavvicinamento del populismo al fascismo; in particolare viene ripresa la concezione del popolo come «ethnos» e di conseguenza il razzismo che inevitabilmente porta anche alla violenza.

“ … i primi populismi … cercarono di allontanarsi dall’«eredità fascista», mentre «nei populismi di oggi, più recenti, di estrema destra, invece, vediamo l’affermazione dell’idea contraria, ossia l’utilizzo di xenofobia e razzismo per connettere il popolo con il potere, come dimostra chiaramente, fra gli altri, il caso di Donald Trump. Pertanto questi populismi attuali, non dico che si siano riconvertiti in fascismo, ma si avvicinano al fascismo, riprendono alcuni temi forti del fascismo … Se si guarda al fenomeno in senso ampio, ci troviamo di fronte ad una storia del populismo che, in un primo momento, si allontana dal fascismo, riformulandolo in chiave democratica … e, in un secondo momento, oggi, per la precisione, dimostra di voler tornare a quel fascismo.”[y]

Un inciso nostrano: la fiamma mussoliniana

I simboli hanno un grande significato in politica perché permettono ad una collettività di identificarsi; questo vale in particolare per i fascismi dove, come ricorda Finchelstein, l’elemento mitico e simbolico prevale su quello razionale e programmatico. Limitandoci al contesto italiano i movimenti neo-fascisti e neo-nazisti, per motivi evidenti, utilizzano solo in privato e/o singolarmente la simbologia ufficiale di riferimento: fascio e svastica. Vi è comunque tutta gamma di simboli nordici o presunti tali (ed es. l’ascia bipenne[z]), pagani, runici oppure la croce celtica che, introdotta nella simbologia della destra francese dal collaborazionista filonazista Jacques Doriot, fu rilanciata in Italia negli anni ’60 e ’70 da movimenti neofascisti collaterali al Movimento Sociale[aa].  

Ma veniamo a quello che è il simbolo tradizionale del neofascismo italiano per così dire “istituzionale”: la cosiddetta “fiamma tricolore”.

Nel 1945, dopo la Liberazione e la sconfitta della Repubblica Sociale buona parte dei quadri del Partito Fascista Repubblicano si danno alla clandestinità e un certo numero trova rifugio a Roma; Pino Romualdi, già vice segretario del PFR, dà vita ad una struttura ufficiosa di coordinamento denominata “Senato” e in vista del Referendum istituzionale(2.06.46) tratta sia con i monarchici (Umberto II) sia con i rappresentanti dei partiti repubblicani garantendo ad entrambi neutralità e rispetto del risultato in cambio di una successiva concessione dell’amnistia che sarà poi emanata il successivo 22 giugno dal Ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti[bb].

Può così costituirsi ufficialmente il Movimento Sociale Italiano (12.11.1946) su iniziativa di Pino Romualdi, Giacinto Trevisonno,Giorgio Almirante Arturo Michelini e altri.

Il suo simbolo venne forgiato da Giorgio Almirante e nel suo significato ufficiale era costituito dall’acronimo incorniciato del neonato Movimento Sociale Italiano da cui si ergeva una fiamma tricolore richiamante – in realtà abbastanza vagamente – l’emblema degli Arditi della Prima guerra mondiale: un richiamo patriottico e una scelta stilistica (ad es. i caratteri delle lettere) che solo vagamente richiamava l’epoca del ventennio e le sue origini.

Se questo era il suo significato ufficiale, ve ne era uno “nascosto”, in realtà ben noto sia all’interno che all’esterno del partito neofascista. L’acronimo, inserito in quella sorta di catafalco, a ben vedere non è tale in quanto l’ultima lettera, la “I”, non  è seguita, come le due precedenti, dal punto di abbreviazione; non si tratta di un refuso – così rimarrà sino alla fine del MSI – ma dell’indicazione che non di una lettera inziale trattasi, ma appunto di una lettera finale; a quel punto non ci vuol molto a leggere le tre lettere come una abbreviazione di “MusSolinI e interpretare la fiamma che sorge dal sarcofago del duce come il suo spirito eterno a cui si rinnova fedeltà.

La fiamma tricolore rimarrà infatti quale simbolo delle successive formazioni neofasciste: Alleanza Nazionale, Movimento Sociale Fiamma Tricolore e da ultimo l’attuale Fratelli d’Italia.

Alcune brevi osservazioni

Richiamavo all’inizio la necessità di un antifascismo maturo ovvero che sappia riprendere finalità e valori della Resistenza per coniugarli nel mondo odierno, il che richiede una corretta ed aggiornata e non riduttiva lettura della Resistenza e nel contempo la consapevolezza di quanto il fascismo abbia inciso in profondità, nazionalmente e internazionalmente, dalla prima alla seconda guerra mondiale e di quanto i suoi epigoni siano diffusi e ricorrenti. Limitarsi a visioni riduttive oppure utilizzare i termini (storici, politici, sociali) in forma puramente connotativa quali sorta di etichette da affibbiare a ciò che “mi piace” o “non mi piace” non solo è fuorviante ma limita la nostra “capacità di presa” sulla realtà.

Riflettere sulla denotazione, sul significato storico di ciò che il fascismo è stato – senza però cristallizzarlo ad un modello storicamente dato, in quanto i movimenti politici come le ideologie e i movimenti culturali si trasformano nel tempo e nei diversi contesti – non solo ci permette di “ri-conoscerlo” ma soprattutto di affrontare intellettualmente e politicamente i suoi epigoni e le sue, non sempre facili da riconoscere, modalità attuali di manifestarsi.

Evitando forme riduttive e talora fuorvianti. Ne cito una per farmi capire.

«Il fascismo non è una opinione ma un reato» oppure «… non è una idea ma un reato», sorta di slogan che non solo nasconde una fallacia (ciò che è opinione/idea non è reato – ciò che è reato non è una idea/opinione), ma implica una sorta di disarmo intellettuale. È come affermare che non serve una battaglia culturale e ideale contro il fascismo, ma è sufficiente richiamare la magistratura al suo dovere. Il fatto che, sulla base della nostra Costituzione e legislazione, il fascismo sia un reato, non ci esime da una battaglia culturale, ideale e politica.

E ritorno all’inizio di questo dibattito, a quel «fascismo che siamo» da cui eravamo partiti. Fuorviante non solo nel considerare il fascismo solo come “metodo” ma anche nell’intendere quel “siamo” individualmente come “ognuno di noi”: ovvero, questa era la conclusione, siamo tutti – oggi come oggi – (almeno un po’) fascisti.

Io proporrei un «fascismo che siamo» intendendolo collettivamente: il fascismo che siamo come collettività nazionale non solo perché l’Italia è stata fascista ma soprattutto perché non ha mai (non abbiamo mai) veramente fatto i conti con il fascismo. Se in Germania una riflessione dapprima filosofica a partire da Karl Jaspers[cc] e poi politica sulla “colpa tedesca” si è progressivamente imposta, da noi né sul piano della riflessione etica e filosofica né politica i “conti” non sono mai stati fatti.

Un esempio e un auspicio: a Berlino nella ex sede della Gestapo è collocata la “Topographie des Terrors” sui crimini compiuti in Germania e all’estero dal nazismo e dalla Wehrmacht. Quando anche da noi vi sarà una analoga “Topografia del terrore” sui crimini del fascismo e dell’esercito italiano compiuti nelle colonie, nella ex Jugoslavia[dd] e in altri paesi europei, allora potremmo dire che del “fascismo che siamo” abbiamo cominciato a rielaborarne concretamente la colpa. Per il momento siamo molto “bravi” a denunciare i crimini altrui nascondendo sotto lo slogan “italiani brava gente” le nostre colpe nazionali per cui nell’immaginario collettivo la nostra presenza militare ad esempio nei Balcani è più legata a un film quale Mediterraneo che a quanto la ricerca storica ha e sta documentando.

Bibliografia

Bobbio Norberto, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, Roma 1994

Canali Mauro – Volpini Clemente, Mussolini e i ladri di regime. Gli arricchimenti illeciti del fascismo, Mondadori, Milano 2019

Colombini Chiara, Anche i partigiani però …, Laterza, Roma-Bari 2021

Consonni Manuela, L’eclisse dell’antifascismo, Laterza, Roma-Bari 2015

Eco Umberto, Il fascismo eterno, La nave di Teseo, Milano 2017

Filippi Francesco, Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo, Bollati Boringhieri, Torino 2019

Filippi Francesco, Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto, Bollati Boringhieri, Torino 2020

Finchelstein Federico, Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale, Donzelli, Roma 2019

Finchelstein Federico, Breve storia delle bugie dei fascismi, Donzelli, Roma 2020

Gentile Emilio, Chi è fascista, Laterza, Roma-Bari 2019

Giovannini Paolo – Palla Marco (a cura), Il fascismo dalle mani sporche. Dittatura, corruzione, affarismo, Laterza, Roma-Bari 2019

Gobetti Eric, E allora le foibe?, Laterza, Roma-Bari 2020

Greppi Carlo, L’antifascismo non serve più a niente, Laterza, Roma-Bari 2020

Luzzatto Sergio, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, Torino 2004

Murgia Michela, Istruzioni per diventare fascisti, Einaudi, Torino 2018


[a] Su queste tematiche cfr. la bibliografia posta in calce.

[b] Einaudi, Torino 2018, pp. 97.

[c] A Zurigo un intervento su “Fascismo ieri e oggi” (25 ottobre 2017)

[d] J.A. Laponce, Left and Right. The Topography of Political Perception, University of Toronto, 1981.

[e] Ho ripreso e rielaborato da “L’opposizione destra-sinistra. Riflessioni analitiche” di Anna Elisabetta Galeotti in Franco Ferraresi (a cura), La destra radicale, Feltrinelli, Milano 1984, pp. 253-275.

[f] Ho sviluppato questa tematica in un post del 2013: Nuove dimensioni per la politica?

[g] Cfr. due mie precedenti contributi: Il bisogno di comunità e L’orizzonte della comunità ai tempi di Internet.

[h] Hans Woller, Mussolini, il primo fascista, Carocci, Roma 2018.

[i] Cfr. i termini Urbild [prototipo] e Urdeutsch [tipicamente tedesco].

[j] Cfr. EmilioGentile (a cura), Modernità totalitaria. Il fascismo italiano, Laterza, Roma-Bari 2008.

[k] Laterza, Bari-Roma 2019.

[l] Ivi, p. 6-7.

[m] Ivi, p. 125.

[n] Informazioni su di lui anche sul sito dell’editore Donzelli (qui) e naturalmente su Wikipedia edizione inglese (qui la versione italiana del traduttore automatico).

[o] Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale, Donzelli, Roma 2019. 

[p] Breve storia delle bugie dei fascismi, Donzelli, Roma 2020.

[q] Dai fascismi ecc. cit., p. 85.

[r] Ivi, p.46-48.

[s] Ivi, p. 60.

[t] Totalitario (e totalitarismo) comporta abitualmente una valutazione e accezione negativa: Mussolini invece “se ne appropriò, trasformandolo da aggettivo politico di segno negativo a concetto (positivo) dotato di una propria pregnanza simbolica” (ivi. P. 70).

[u] Ivi, p. 66.

[v] Ivi, p. 104.

[w] Breve storia delle bugie cit., p. 48.

[x] Dai fascismi ecc. cit., p. 17.

[y] Fondazione Giangiacomo Feltrinelli: Fascismo e populismo. Conversazione con Federico Finchelstein.

[z] L’ascia bipenne o labrys, spesso ritenuta norrena ma in realtà di origine cretese, fu adottata come simbolo da Ordine Nuovo e altri movimenti neofascisti /neonazisti (es. M.P.N. Movimento patria nostra).

[aa] In particolare fu il simbolo ufficiale del primo Campo Hobbit (maggio 1977); nel secondo campo (giugno 1978) più direttamente controllato dalla direzione del Movimento Sociale, per decisione di Almirante, il simbolo venne vietato; ricomparve nel terzo campo (luglio 1980) per iniziativa dei dissidenti di Terza Posizione; i due leader di quest’ultimo movimento, Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi, saranno successivamente protagonisti rispettivamente di  Forza NuovaCasa Pound.

[bb] L’amnistia Togliatti troverà una ulteriore espansione il 7.02.48 con la «Legge di clemenza» (Andreotti) che reintegrava in toto il personale amministrativo del fascismo.

[cc] Cfr. Karl Jaspers, La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania, Cortina, Milano 1996.

[dd] Sui crimini italiani nella ex Jugoslavia qualcosa si sta effettivamente muovendo, grazie al lavoro di alcuni giovani storici come Eric Gobetti e all’Appello per un riconoscimento ufficiale dei crimini fascisti durante l’invasione della Jugoslavia da parte dell’esercito italiano lanciato dall’Istituto nazionale Ferruccio Parri.

Gino Vermicelli ecologista. Due racconti (quasi) inediti

La ricca personalità di Gino Vermicelli è nota in molte sfaccettature della sua attività e dei suoi scritti: il giovane migrato in Francia e militante del PCF, il partigiano “Edoardo” commissario politico in Ossola nella II Divisione garibaldina Redi, dirigente politico nel dopoguerra del Fronte della gioventù e di seguito del PCI ad Agrigento e Novara; dirigente sindacale a Verbania. Dagli anni sessanta organizzatore del movimento cooperativo novarese. Collaboratore di numerose testate nazionali e locali e, dal 1969, cofondatore del gruppo politico-editoriale de Il manifesto; autore del più bel romanzo sulla resistenza ossolana, Viva Babeuf! Ed inoltre pacifista (Assopace), antimilitarista (Proletari in divisa), e naturalmente molto altro, non dimenticando – come ha voluto rimarcare in calce al suo romanzo – l’apicoltore o, come ha ricordato nella autobiografia postuma, l’albergatore a Rimini[1].

Di Vermicelli cultore e divulgatore di temi ecologici si è invece parlato poco. Eppure due dei suoi primi contributi sul quotidiano Il manifesto[2] affrontano proprio questi temi: i limiti dello sviluppo messi in evidenza dal rapporto del MIT- Club di Roma (1972) e il ritardo della politica italiana – e della sinistra in specie – ad affrontare queste tematiche; anche uno dei suoi ultimi scritti[3] riprende questi temi.

Ma è nella sua produzione novellistica che il narratore Vermicelli soprattutto esprime questa sua sensibilità. Si tratta di nove “favole ecologiche” – pubblicate in parte sulla rivista letteraria stresiana Microprovincia[4] e in parte postume[5] – che in modo indiretto, con il linguaggio leggero della favolistica, l’assunzione di punti di vista immaginari e molta ironia, affrontano i temi del degrado ambientale, della follia dello sviluppo incontrollato e “insostenibile”, del difficile equilibrio fra attività umane, tecnologia ed ambiente. Il messaggio implicito è che, se vogliamo davvero ricostruire un equilibrio ecologicamente sostenibile, oltre a progetti e studi approfonditi e politiche che se ne facciano carico, è necessaria una educazione che parta dai primi anni di età: favole ecologiche rivolte ai bambini ma molto utili anche per gli adulti.  Le due che seguono[6], scritte tra il 1985 e il 1986 – le ultime ad esser pubblicate – assumono rispettivamente il punto di vista delle bottiglie abbandonate dall’incuria dell’uomo e quello di volpi britanniche nel loro conflittuale rapporto con la “civiltà” umana dagli anni trenta del secolo scorso ai primi decenni post bellici.  

­­­­­­­­­­­­____________________

Dalla parte delle bottiglie [7]

Se non avete mai visto una bottiglia incarognita è perché non sapete guardare le bottiglie.

Osservatele bene, in qualche discarica abusiva (o anche autorizzata), tra detriti di muratura, sacchetti di plastica, vecchi scatoloni e residui alimentari più o meno marcescenti; osservatele, vi dico, e vi accorgerete che quelle hanno raggiunto il livello della disperazione senza ritorno.

Dopo averle osservate così frammiste ad ogni tipo di sudiciume, riflettete. Immaginate che una di quelle fosse stata una bottiglia di Barolo del 1972, o di Dolcetto del 1978 o anche solo di Lambrusco dell’ultima vendemmia. In ogni caso sempre si tratta di bottiglie piene d’orgoglio e di dignità, con una loro personalità, sottoposte ad un’umiliazione senza pari.

Non mi si venga a raccontare che faccio confusione tra contenitore e contenuto; le due cose sono strettamente legate, interdipendenti. Lo immaginate voi uno che dal vinaio chiedesse:

Mi dia settantacinque centilitri di Chateauneuf du Pape.

No, non può succedere, per essere intesi di bottiglie bisogna parlare. Il contenuto è vincolato al contenitore per tutta la comune esistenza.

Immaginare l’abisso di vergogna e di disperazione in cui precipita una bottiglia che passa da un giorno all’altro dallo scaffale dei vini pregiati al secchio dell’immondizia non è difficile. Ma non è il solo caso.

Vi sarà capitato un giorno d’estate di imbattervi, in qualche prato di montagna o anche di collina, nei residui dei “pic-nic” dell’ultimo “week end”. Osservate le bottiglie abbandonate contro il tronco di una grossa pianta: vi appariranno smarrite. Esse non sanno se sono state dimenticate oppure abbandonate di proposito. Possono essere anche bottiglie di acqua gassata o di bibite varie, oltreché di vino, ma l’espressione è la stessa ed è di smarrimento. Non si danno pace perché continuano a sperare che qualcuno si ricorderà di loro e tornerà a raccoglierle, ma poi, passando i giorni e non succedendo niente eccole lì, sempre più avvilite. Cosa possono fare, delle bottiglie, sotto un albero in un prato? È una situazione assurda e quelle si avviano verso la follia. Nel qual caso rotolano e si nascondono nell’erba, si rompono sotto gli zoccoli del bestiame al pascolo e talvolta feriscono qualche animale o anche qualche turista dei “week-end” degli anni successivi che non abbia avuto l’accortezza di guardarsi bene attorno prima di sedersi.

Le bottiglie più dure riescono a non perdere il ben dell’intelletto ma egualmente, se abbandonate a lungo, si incanagliscono e finiscono col compiere atti di teppismo. Personalmente ho potuto osservare il comportamento di una bottiglia di Nebbiolo lasciata sui bordi di un’autostrada. Era rimasta lì per settimane a rimuginare la sua rabbia, fino a quando, a seguito di un temporale, riuscì a rotolare di alcuni decimetri verso la carreggiata. Il destino volle che quel giorno si formassero degli incolonnamenti e che il solito marpione decidesse di fare il furbo superando tutti sulla corsia di emergenza. Non l’avesse mai fatto! La bottiglia come un kamikaze gli scivolò sotto la ruota anteriore destra facendogli secca la gomma e annullandogli ogni velleità di fare ulteriormente il furbetto.

Ora, è questo teppismo delle bottiglie abbandonate che maggiormente preoccupa le autorità. Ad esempio si sono formate bande che si dedicano alla “guerriglia dei bassi fondali”, che è un tipo di guerriglia specifico delle volgari cocci aguzzi e si dispongono in agguato sui bassi fondali nei pressi delle spiagge, al mare, ai laghi o nei fiumi. Succede sempre che qualche sprovveduto, ignaro dello stato di guerra, nella stagione dei bagni vada a camminarvi sopra. A quel punto quello è una uomo (oppure una donna o un ragazzo) ferito, e non sarà un uomo (oppure donna o ragazzo) morto solo grazie alla puntura antitetanica, se avrà l’accortezza di farsela fare.

Le vittime di questa piccola guerra detta “dei bassi fondali” sono ogni anno migliaia, senza contare quelli che vengono colpiti (più esattamente tagliati) da cocci che si erano nascosti nella sabbia e da quelli che si erano mimetizzati nell’erba.

Contro queste forme di terrorismo delle bottiglie vi è chi propugna la linea dura: proibizione assoluta di fare i bagni dove i fondali sono sospetti e divieto totale di camminare scalzi sull’erba o sulla sabbia. Io devo dire che sono più propenso alla linea morbida. Sono con il partito della trattativa. Cosa chiedono le bottiglie? Le loro rivendicazioni sono ragionevoli, ascoltatele:

1) Visto che la nostra nascita è costata lavoro, fatica e … petrolio (un litro per ogni chilo di vetro), è ingiusto condannarci ad una vita assurdamente effimera.

2) Ogni bottiglia vuota dovrà essere raccolta, lavata, sterilizzata e riutilizzata. La gioia di poter sempre ritrovare un contenuto e fare una nuova esistenza non ci deve essere negata.

3) Quelle fra di noi che dovessero subire disgrazie e risultare sbrecciate, incrinate o rotte, dovranno avere il diritto di essere riportate in vetreria per essere rifatte con tutte le regole dell’arte vetraria.

Il rispetto della dignità delle bottiglie sarà ricambiato da queste con il rispetto per i piedi, le mani, le natiche e le gomme degli umani.

A me non sembrano proposte estremistiche. Così stando le cose, lo confesso, io sono dalla parte delle bottiglie.

Le volpi di Bristol [8]

La colpa, oppure il merito (a seconda dei punti di vista) è stato di una vecchia volpe zoppa conosciuta da quelle par­ti sotto il nome di Foxtour. Il fatto è che a Bristol le vol­pi ora vivono in città. Ma questa è una storia che merita di essere raccontata dall’inizio.

Una volta, ma tanto, tanto tempo fa, le volpi del sud ovest dell’Inghilterra stavano tranquillamente al gioco, il gioco consisteva nel fatto che gli uomini mangiavano le volpi per cui queste si sentivano in diritto, quando ci riuscivano, di mangiare le galline, i conigli e le oche degli uomini. Questi, se erano poveri, facevano i bracconieri usando tagliole e lacci che normalmente le volpi scoprivano ed evitavano; ogni tanto però riuscivano a catturare qualche volpe distratta, “fuori di testa”, come si dice, cosa che succede anche fra quei canidi. I ricchi invece organizzavano grosse battute con trombe, caval­li, cani e valletti. Ma ai ricchi non piace soffrire e le grandi cacce alla volpe si facevano solo se il tempo era bello, non vi era nebbia, non vi era fango, non faceva troppo caldo e nemmeno troppo freddo. Le grandi cacce avvenivano dunque rara­mente.

Alle volpi sembrava normale che gli uni cercassero di man­giare gli altri e viceversa; la fame è fame e le leggi della natura sono quelle che sono. In realtà, all’inizio del vente­simo secolo, quando anche i bracconieri cominciarono ad avere dei fucili, pensarono che si barava un po’ al gioco, ma non si preoccuparono più di tanto; l’astuzia non è mai mancata alle volpi ed usandola bene anche un cacciatore con arma da fuoco può essere reso innocuo, o quasi.

Quel che forse non sapete è che le volpi, sul finir dell’in­verno, se le notti sono chiare, si radunano nelle radure dei boschi. In quegli incontri non solo nascono trame amorose (anche le volpi usano procreare), ma avvengono scambi di in­formazioni e anche di pettegolezzi. Così, in una chiara notte dell’inizio di marzo del 1932 si diffuse una notizia che dove­va in parte cambiare il comportamento di quegli animali. L’in­formazione fu riportata da una femmina delle campagne di Bath, una volpe conosciuta con il nome di Foxpett a causa della sua fama di pettegola sempre ben informata. La storia Foxpett la raccontò così:

Lo sapete che gli uomini non ci mangiano più? Vi è ormai tale abbondanza di cibo tra gli uomini che mangiare volpi è considerato cosa bizzarra e ripugnante, roba da maniaci…”

Ma come?” interloquì subito un giovane volpacchiotto ap­pena arrivato dalle colline dette Cotswold Hills, “come non ci mangiano più? Dalle mie parti ci cacciano maledettamente, come prima se non di più!

Lo so bene” rispose sussiegosa la vecchia Foxpett, “ma non ci cacciano per mangiarci, lo fanno per le nostre pelli. Le femmine degli uomini amano adornarsi con pellicce di volpi. Per quelle ci cacciano, non per mangiarci …

Quella notte nella radura vi fu un gran trambusto e la riprovazione si diffuse poi sia in pianura che in collina. L’idea di un comportamento tanto innaturale suscitò collera ovunque. È da allora che le volpi si sono lasciate andare, come è nella logica delle cose malvagie, ad atti di rappresaglia altrettanto odiosi. Infatti, è a partire da quegli anni che le volpi commettono stra­gi. Quando riescono ad entrare in un pollaio uccidono non solo i pennuti che intendono mangiare, ma li fanno secchi tutti; am­mazzano proprio tutti, galli, galline, oche e tacchini vengono sterminati non per fame ma per vendetta.

Come si sa, la vendetta non ha mai risolto niente né portato alcun bene. Gli uomini continuarono a cacciare le volpi per po­ter conciare le loro pellicce. Si dice che fu in quegli anni che nacque l’espressione “fare la pelle”. Per evitare che fosse loro “fatta la pelle” le volpi dovettero mettere in atto un nu­mero infinito di astuzie ed infine ne escogitarono una decisi­va: la rogna.

Vecchie volpi rognose ve ne erano sempre state, ma poche. Pri­ma di questa vicenda venivano accuratamente evitate dalle altre che, incontrandole, si fermavano sì a conversare, ma a debita distanza. Dopo la diffusione della moda dei “renard” le volpi rognose furono invece particolarmente ricercate dalle loro con­sorelle e, maschi o femmine che fossero, in ogni caso amorevol­mente abbracciate e coccolate, con insistenti strofinamenti di cute. Nel giro di due anni tutte le volpi del sud ovest dell’In­ghilterra furono “colpite” da quella malattia che gli uomini chiamano scabbia. I cacciatori considerarono quel fatto una sciagura poiché quel male, facendo perdere il pelo a quelle bestie ne annullava il valore. Invece, dal punto di vista delle volpi, la rogna fu una benedizione del cielo. Meglio, mille volte meglio essere spelacchiate che spellate.

Vi fu poi un periodo di pace per le volpi delle campagne di Bristol. Alla fine degli anni trenta molti cacciatori furono spe­diti altrove per sparare non alle volpi ma ai loro simili e i canidi ne approfittarono per procreare e moltiplicarci in gran­de quantità. È pur vero che in quei tempi i pollai erano custo­diti come fossero banche ma, in assenza degli uomini cacciatori, si moltiplicarono anche lepri, conigli, scoiattoli, ghiri, qua­glie e pernici che, in aggiunta a grilli, cavallette frutti e bacche assicuravano comunque cibo alle volpi, nel sud ovest dell’Inghilterra come altrove. Ma i tempi della goduria dovevano finire.

Una notte di febbraio del 1948, nella radura di un bosco poco distante da Bristol si diffuse una notizia terribile. A portarla questa volta non fu la vecchia Foxpett, ormai morta da tempo, ma sua nipote, chiamata Foxpettter, che nel darla appariva sì preoccupata, ma soprattutto piena di sé per essere stata la prima ad averlo saputo.

“Gli uomini ci hanno dichiarati animali nocivi; i caccia­tori potranno spararci quando vogliono e chi porterà una nos­tra coda al guardiacaccia riceverà due sterline…”

Fra le volpi l’indignazione fu pari alla paura. Le proteste di quelle bestiole si levarono al cielo.

“Nocive noi!” esclamò una volpetta dalla coda spelacchia­ta, “ma se lo sanno tutti che i soli, i veri nocivi sono loro…”

“Ora diranno che siamo state noi ad inquinare il Severn…” ribatté un’altra dal gannito stridulo.

“E a incendiare i boschi …”

“E a rovinare le colline per fabbricare cemento e mattoni …”

“E a scavare la pianura per estrarre sabbia …”

“E ad ammorbare l’aria col fumo delle ciminiere…”

Il raduno delle volpi del febbraio 1948 si concluse in una grande confusione, con quegli animaletti pieni di rabbia. Si racconta che è da allora che i veterinari delle campagne hanno dovuto fare i conti con una nuova malattia; la rabbia delle volpi, appunto. Molti però pensano che quella sia solo una leg­genda.

Solo il vecchio Foxtour non perse la calma. Quel volpone era stato impallinato, una volta, in gioventù e da allora claudicava, insomma era un po’ zoppo. Avendo perso alcuni punti in lestezza era riuscito a campare svi­luppando ulteriormente quel ben dell’intelletto che è l’astuzia. Per tutte le volpi dei dintorni di Bristol il vecchio Foxtour era un maestro di furbizia. Della sua abilità si par­lava molto, d’inverno, nelle tane sotto la neve.

L’intelletto di Foxtour aveva però un limite; funzionava so­lo quando la bestiola aveva fame. Dopo un pasto abbondante il volpone si ritrovava del tutto ottuso. In quello stato riusciva solo a molestare le femmine oppure a rincorrere la sua coda, girando in tondo. Proprio per questo suo tic lo chiamavano Foxtour. Al terzo giorno di digiuno, invece, la volpaccia di­ventava un portento.

All’inizio di marzo, quell’anno, nevicò sul sud ovest dell’Inghilterra. Brutt’affare per le volpi in cerca di cibo e grossa pacchia per i cacciatori in cerca di volpi. Al terzo giorno di digiuno, puntualmente, a Foxtour venne l’ispirazione: “Per evitare che il cacciatore ti trovi devi andare da dove parte“. Si avviò quindi verso Bristol, dove giunse a notte fonda e su­bito scoprì che a quell’ora, nelle strade, sono allineati gros­si bidoni pieni di rifiuti, quindi di vettovaglie.

Il fatto che quei contenitori fossero già frequentati dai gatti che si ritenevano titolari di tutti i diritti non lo impressionò molto. Gli bastò sollevare leggermente il labbro perché alla vista delle sue zanne i felini abbandonassero il campo, cioè i bidoni.

Foxtour capì che gli bastava esplorare alcune pattumiere, un’ora di lavoro al massimo, per risolvere il problema del cibo quotidiano, ma prima doveva trovare un posto sicuro dove nascondersi durante il giorno. Individuò i ruderi di una fab­brica abbandonata e quella gli sembrò la residenza ideale per una volpe solitaria. Ma il volpone non aveva ancora scoperto tutto.

Fu infatti nella sua seconda uscita notturna che Foxtour dove­va imbattersi in una brutta avventura; attorno alle pattumiere vide aggirarsi un cane randagio più grosso di lui. La nostra vol­pe dovette battere in ritirata e stare rintanata tre giorni di seguito nella sua fabbrica prima che gli venisse l’idea gius­ta. Al terzo giorno, come sempre l’ispirazione arrivò:

Se una volpe incontra un cane, la volpe scappa. Se un cane incontra tre volpi, il cane scappa…”

Quella notte Foxtour se ne tornò in campagna per convincere due graziose volpette che conosceva a scendere in città con lui, e per farlo, raccontò loro la storia delle pattumiere. Quel che Foxtour non sapeva è che una di quelle femminucce se l’in­tendeva con un tipaccio chiamato lnt-Fox; insomma una spia. Appena informata quella volpaccia vendette la notizia in tutta la contea e già a maggio le volpi, a Bristol, erano decine.

Così è andata la storia, ora quei canidi dalla folta coda si sono sistemati in città, chi nei cunicoli delle fabbriche ab­bandonate, chi nelle cantine di vecchi tuguri, chi ha scavato tane nei parchi e chi ha trovato un angolino comodo in qualche cimitero. Hanno occupato la città, poi gli uomini li hanno presi in simpatia dichiarandoli animali protetti.

È una pacchia? Non troppo: Le volpi sono fatte per vivere libere nei boschi e nei campi e forse là qualcuna vorrebbe ri­tornare. Ma come fare? Le vecchie volpi pioniere sono morte da tempo e quelle nate in città non sanno come si fa per uscir­ne. Una sola potrebbe guidarle alla fuga. È un volpacchiotto chiamato Foxtoursix, il più furbo dei volpacchiotti. Solo che riesce a mettere in funzione tutta la sua intelligenza solo dopo tre giorni di digiuno, e ciò, a Bristol, non può proprio succedere.

Mirko Scrittori, Andrea Cascella e Gino Vermicelli

[1] Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita, Tararà, Verbania 2000, p. 179-180.

[2] Il progresso impazzito (25.8.1972) e Rinascita, il manifesto e l’ecologia (5.11,1972).

[3] Il secondo fronte. Grazie alla ‘globalizzazione’ si aggrava il degrado ambientale. “La Scintilla”, febbraio 1998.

[4] La cometa di Halley (1985); Una storia incredibile (1986); Il nordest della Baviera (1987); Il vizio di pensare (1988); La congiura delle automobili (1990).

[5] Il satellite dubbioso e L’oro dell’alchimista edite con l’autobiografia (cfr. nota 1), Dalla parte delle bottiglie (Il Cobianchi, 2000) e Le volpi di Bristol (Nuova resistenza Unita, n. 4, 2020). Da quest’ultimo numero della rivista ho ripreso anche questa mia introduzione.

“Edoardo” Vermicelli nel 1945

[6] Ringrazio le figlie Laura e Maura per l’autorizzazione a pubblicarle su questo blog.

[7] Dattiloscritto, datato 1986. Pubblicato sulla rivista “Il Cobianchi” nel 2000.

[8] Dattiloscritto, non datato. Presumibilmente del 1985 o 1986. Pubblicato su Nuova Resistenza Unita n. 4 2020.

Storia, scrittura e moralità in Nino Chiovini

Era la parola sorretta dalla memoria che suppliva agli scritti, non solo nella trasmissione delle testimonianze e della cultura delle comu­nità montane, ma in altre circostanze, quali le contestazioni, le liti, la perpetuazione delle usanze civili e religiose. (“A piedi nudi”)

… campeggia, quasi a voler essere personaggio e imporre una sua presenza, la selvaggia e quasi mitica Valle del Fiume Grande dei nostri predecessori di cinque e più secoli or sono, la Val Grande partigiana e martire, in quel periodo testimone di episodi abbietti e di eventi esaltanti, di avvenimenti tanto drammatici da rasentare l’irrealtà, da sembrare incredibili. (“Val Grande partigiana e dintorni”)

Un Parco Letterario

Sabato 24 ottobre 2020, con le firme dei Presidenti della Rete dei Parchi Letterari, del Parco Nazionale ValGrande e della Casa della Resistenza, si è costituito il Parco Letterario Nino Chiovini che, ventiseiesimo in Italia e primo nel territorio piemontese, viene dedicato al “partigiano, storico e scrittore verbanese, figura chiave della ricerca etno-antropologica, storico-geografica, socio-economica della Val Grande e del suo territorio, nonché scrittore dalla riconosciuta valenza letteraria[1].

Riprendo, rielaborandolo ed ampliandolo, l’intervento che a nome della Casa della Resistenza ho preparato per l’occasione. Pochi giorni prima una caduta fatale in montagna ci aveva privato di Erminio Ferrari che della cifra umana e letteraria di Nino Chiovini è stato il più coerente interprete e prosecutore, per cui è stato spontaneo, nel mio come in molti degli altri contributi, accostare le due figure.

Tutta la storia è storia locale

Un filo diretto di continuità, come persona e come scrittore, lega Erminio Ferrari – di recente tragicamente scomparso – con Nino Chiovini; in particolare aveva introdotto nel 2002 le riedizioni di due opere di Chiovini: Mal di Valgrande (la precedente era del 1991) e Valgrande partigiana e dintorni che risaliva al 1980.

Nella prefazione di quest’ultima Erminio Ferrari, dopo aver sottolineato il nesso fra il lavoro di Chiovini e quello di Nuto Revelli, citato in epigrafe al saggio introduttivo del volume (Guerriglia nel mondo dei vinti), e di Claudio Pavone, l’autore di Una guerra civile[2] aggiungeva:

Revelli-Chiovini-Pavone: non siamo qui, s’intende, a stabilire gerarchie di valori tra le opere né, all’oppo­sto, a illuminare di luce riflessa (quella del professore) lo storico di periferia; il parallelo serve, casomai, a rilevare come, pur da una collocazione defilata, il fare storia di Nino Chiovini fosse nel solco della più seria e accorta ricerca.

Perché è questo che conta: non esiste storia locale. Di “locale” possono esservi semmai il valore di una “storia”, o le capacità, le fortune, di un autore; mentre, come hanno dimostrato storici superlativi del nostro tempo, anche di uno sputo di terra si può narrare una storia che parla al mondo. In questo senso si è anche detto, ribaltando la prospettiva, che tutta la storia è storia locale; e allora sì siamo d’accordo. Ed è certo che quella di Nino Chiovini lo era con questo significato.[3]

Il discorso in forma più articolata lo si ritrova nella prefazione di “Mal di Valgrande”: la Storia locale, sottolinea Erminio, “non è narrazione di avvenimenti puri e semplici”, non è pura erudizione (quest’ultima semmai è il “vizio infantile” della storia cosiddetta locale). E richiama lo storico Fernand Braudel e Plinio Martini, scrittore elvetico particolarmente amato da Chiovini, che ne Il fondo del sacco:

fa chiedere all’io narrante “Ora io non so se la storia di un paese di cinquecento anime possa avere un significato”. Che è un po’ come chiedersi se abbia significato la vita di ognuno. La storia impegna chi la “fa”, chi la indaga, in que­sta ricerca di senso, e forse la storia locale ancora di più della grande storia del mondo. Perché nelle perife­rie dei grandi eventi universali si misura la loro porta­ta, leggendola nei luoghi e su volti ben noti allo stu­dioso. Che a sua volta vi si specchia e si interroga.[4]

Una dimensione etica

Erminio ricorda anche come Nino, parlando di “Cronache di terra Lepontina” gli avesse detto che “Lo interessava, e scopriva la possibilità di scrivere ‘una storia di base, non solo politica o storia di potere. Una storia economica finalmente e una storia morale”.[5]

don Giuseppe Albeni

Una storia morale e pertanto una scrittura morale. Vorrei cercare, sia pur per sommi capi, di approfondire questa dimensione etica, non solo degli scritti, ma dell’intera figura di Chiovini, che è stata figura ricca e poliedrica di attività ed esperienze; per citarne alcune: lo studente attento ad accogliere in pieno periodo fascista gli insegnamenti più critici dei suoi insegnanti del Cobianchi, il neo diplomato perito chimico, il giovane alpinista, l’antifascista che opera a Cuggiono prima dell’8 settembre con altri giovani ispirati da don Giuseppe Albeni, il partigiano Peppo con una sua particolare visione della guerra di movimento legata al piccolo gruppo esperto e coeso, l’insegnante, solo per un breve periodo subito dopo la guerra, ma che ne avrebbe per certo avuto la “stoffa” come dimostrerà nella sua magistrale lezione del marzo 1983 all’Università della terza età di Verbania su “Fascismo antifascismo e resistenza nel Verbano[6], il tecnico della Rhodiatoce e rappresentante sindacale che dà il suo contributo di competenze tecniche alle rivendicazioni operaie, il politico e amministratore nel Comune di Verbania, e naturalmente il ricercatore, lo storico della resistenza del Verbano e della civiltà rurale montana, il precursore del Parco Nazionale della Val Grande, l’amante e il conoscitore approfondito del territorio locale e del mondo naturale. Su ognuna di queste peculiarità si potrebbe ricucire il filo del suo percorso di scrittura. Ad esempio il chimico di cui si trova evidente traccia nella accuratezza terminologica e nell’asciutto rigore del suo scrivere che spesso ci riecheggia la qualità stilistica di un altro chimico: Primo Levi.

Personalmente ho conosciuto Nino, che chiamavamo Peppo col suo nome di partigiano, durante le lotte della Rhodiatoce, sfociate nell’occupazione del marzo 1969 e nel successivo ciclo di lotte durate per oltre un decennio. Ricordo in particolare una Assemblea aperta del 1979 con le operaie in Cassa integrazione che, a differenza dei colleghi maschi, erano state escluse da un recente accordo con l’azienda dal rientro nei reparti; assemblea cui erano anche presenti sindacalisti, tecnici ed esterni. Chiovini ha introdotto e gestito l’assemblea. Mi aveva colpito la sua capacità di dar parola, di far parlare queste donne anche di fronte a interventi più paludati di sindacalisti, tecnici e politici.

La moralità del “dar parola”

Ecco il “dar parola”: questo mi sembra lo specifico tratto della moralità degli scritti, e non solo degli scritti, di Nino Chiovini. Dar parola che non è solo “passare il microfono” ma richiede modalità, anche tecniche, specifiche e una “cura”, un prendersi carico, un raccogliere e una capacità di predisporre l’ascolto. Dar voce chi non l’ha più, a chi di solito non è ascoltato, a chi è stato messo da parte. Dar voce alle persone, ma anche ai luoghi perché portano i segni delle precedenti generazioni e ci parlano, ci possono parlare, se il nostro orecchio e la nostra mente sono attrezzati, attraverso le tracce disseminate nel territorio. 

Il paesaggio da Chiovini non è visto e descritto in un’ottica estetizzante; nella Presentazione di “Mal di Valgrande” questa visione morale del territorio è esplicita: il fascino che esercita quella valle, “la sua originale natura” diventa chiave di lettura per intendere il sentire degli alpigiani, contesto che illumina il testo delle testimonianze raccolte. “Questo libro” afferma nell’introduzione:

È fondato sulle testimo­nianze orali e rappresenta la mia gratificante rappre­sentazione scritta di vicende udite — e registrate — da persone, alcune delle quali hanno raggiunto il ri­poso perenne e vivono solo più nel ricordo di una parte di quelle viventi. Per me, che non contrassi uno specifico rapporto af­fettivo con la Val Grande connaturato all’esperienza degli alpigiani, ma di cui confesso di apprezzare i molteplici aspetti della sua originale natura dominata da percettibili grandi silenzi e remoti suoni celati en­tro smisurati spazi, tanto da indurmi a periodiche escursioni specie nella parte alta, e di essere pure af­fascinato dall’alto grado e dalla qualità dell’interven­to umano effettuato nel passato, specie nelle sue aree estreme, è stato importante cimentarmi nell’interpre­tazione dei sentimenti che animarono gli alpigiani che operarono entro quella valle, senza nostalgìe e con­scio che la realtà da affrontare è quella odierna.[7]

Mal di Valgrande

Possiamo considerare “Mal di Valgrande” il ponte, non cronologico, ma contenutistico, fra le due trilogie delle opere principali di Chiovini: la trilogia partigiana (I giorni della semina, Val Grande Partigiana e dintorni, Classe IIIa B. Cleonice Tomassetti vita e morte) e quella della “civiltà rurale montana” (Cronache di terra Lepontina, A piedi nudi. Una Storia di Vallintrasca, Le ceneri della fatica). Nella Presentazione Nino esplicita le modalità di questo “dar parola” e il debito metodologico (oltre che tematico) con Nuto Revelli, così come il ruolo fondamentale dell’amico Giuseppe Cavigioli, “mediatore” come lo è stato Dalmasin Giraudo per Revelli. E prima ancora, sul Colophon, riporta, paese per paese (Colloro, Cuzzego, Miazzina, Premosello, Rovegro, Trontano) i 24 nomi dei testimoni[8]: in qualche modo gli autori originari di quanto tra anteguerra, guerra e dopoguerra, possiamo oggi ascoltare della vita e dei ricordi di questi “contadini di montagna”.

L’incrocio fra le due tematiche – resistenza, civiltà rurale montana – tematizzato criticamente nel saggio introduttivo di Valgrande partigiana e dintorni[9], in queste pagine emerge direttamente da più testimonianze. Fra tutte la più intensa quella di Silverio Dinetti (Avevo dodici anni)[10] sull’eccidio dell’Alpe Casarolo del 22 giugno 1944 durante il rastrellamento della Valgrande.  Dapprima Chiovini inquadra il contesto e la figura del testimone:

Gli alpigiani di Premosello e di Colloro, che da po­chi giorni avevano ricominciato l’annuale monticazio­ne estiva nei corti dell’alta Val Grande, si trovano sen­za volerlo nel mezzo di quella bufera che non li ri­sparmia. Anch’essi terrorizzati e perseguitati dalle truppe nemiche, che non perdonano loro l’aiuto pre­stato ai partigiani, non per questo cessano di stare dal­la loro parte, pagando un alto prezzo di sangue, di­struzioni, saccheggi.

Quel 22 giugno, soldati tedeschi e fascisti compiono un eccidio di partigiani e di contadini all’alpe Casarolo. È di ciò che accadde in quel luogo, quel giorno, la precisa circostanziata testimonianza di Silverio Dinet­ti di Colloro, a quel tempo pastorello dodicenne, unico testimone di tutte le fasi della strage compiuta. L’ho raccolta il giorno di San Gottardo, festa patrona­le di Colloro, il 5 maggio 1980.

Silverio Dinetti, divenuto operaio-contadino, di giorno lavorava alla Sisma di Villadossola; per il resto della giornata faticava a Colloro, accudendo con la moglie al bestiame — una mucca, capre, pecore — e lavorando la terra. Questo suo secondo lavoro lo pre­feriva al primo: socialmente utile in tutta compiutezza e a lui congeniale. [p. 113-114]

Ci avverte poi come il suo dar parola sia mediato dalla trascrizione in lingua oltreché dal passaggio dal parlato allo scritto: l’implicito invito è di immedesimarci con mente e sentimento nella situazione di ascolto dell’operaio-contadino che nella sua parlata locale rievoca la traumatica esperienza di trentasei anni prima, di quella “giornata di bel tempo” quando aveva compiuto dodici anni da due giorni appena:

L’originale racconto di Silverio, che ho necessaria­mente tradotto in lingua corrente, tentando senza suc­cesso di conservargli la sua efficacia e la sua pro­prietà, è infinitamente più vivo; non soltanto io non sono in grado di scrivere in dialetto ossolano, ma non ho la capacità di riprodurre l’impressione che mi han­no fatto la precisione e le reiterate ripetizioni di alcuni particolari ormai indelebili nella sua memoria. [p. 115]

La trilogia Partigiana

Senza richiamare il nome non è possibile “dar parola” e quando Verbano, giugno quarantaquattro del 1966[11] otto anni dopo viene ampliato e arricchito dando vita a I giorni della semina[12], l’opera ancor oggi più completa sulla resistenza locale, a conclusione del testo vengono riportati i nomi degli oltre 320 caduti della resistenza del Verbano, la loro età e la data e il luogo ove hanno deposto il loro seme di cui noi abbiamo il dovere di raccogliere i frutti. Quella “cronaca di una sconfitta”, quel dramma del rastrellamento dentro la Val Grande è ricostruita con una scrittura asciutta e senza fronzoli, lapidaria così come sono le lapidi che ricordano i nomi dei caduti ed è doveroso “farne il conto” quale debito ai noti e ai molti ignoti. Altrettanto doveroso ricordare la determinazione di riprendere la lotta dei rimasti in vita quandanche “per la maggior parte in precarie condizioni fisiche”.

Le perdite partigiane sono molto gravi: quasi trecento morti! Sette tra la popolazione civile, diciotto-venti della Giovine Italia, 34 della Cesare Battisti e 220-240 del Valdossola. Il numero dei caduti appartenenti al Valdossola non può essere stabilito che per differenza tra la forza ufficiale precedente al rastrellamento e il numero dei superstiti. In molti casi il riconoscimento dei cadaveri rinvenuti è risultato impossibile; in altri casi i corpi non sono stati ritrovati e sono ancora oggi celati in luoghi pressoché inaccessibili o fuori mano; alcuni si presumono morti d’inedia, nascosti in anfratti. Si tenga presente, infine, che nei giorni immediatamente precedenti il rastrellamento, l’afflusso dl nuove reclute ai distaccamenti partigiani fu particolarmente intenso e parte di esse, non registrate al loro arrivo, sono cadute rimanendo spesso anonime. Ovviamente il maggiore numero dei morti si registra tra le reclute, ossia tra i meno preparati fisicamente, moralmente e militarmente.

Le baite incendiate sono 208; cinquanta case dell’abitato di Cicogna sono state distrutte o danneggiate dall’inutile bombardamento; tre rifugi alpini (alla Bocchetta dl Campo, al Pian Cavallone e al Plan Vadàa) sono stati distrutti e un altro (la Casa dell’Alpino ad Alpe Prà) danneggiato. Rimangono in vita circa centosessanta partigiani (dei quali cinquanta più o memo feriti), per la maggiore parte in precarie condizioni fisiche. Undici di essi sono riparati oltre il confine svizzero. Pressoché nessuna defezione si verifica tra i superstiti: anzi, riprenderà immediatamente l’afflusso di nuovi volontari ai centri cui hanno fatto capo i sopravvissuti.[13]

E, racconto inframmezzato al resoconto del rastrellamento e della ritirata partigiana, si snoda la vicenda tragica della “madre di Gianni[14] che “con le scarpe dal mezzo tacco e con il cuore che pare le voglia uscire dal petto, sale faticosamente accanto al figlio”. È il 12 giugno quando, dopo quattro giorni di faticosa traversata,

il gruppo di partigiani rimasto nel bosco del vallone di Finero, di cui fanno parte oltre a Scalabrino, gli inglesi Frank e Pitt, Gianni e sua madre, sono risvegliati dal fragore del combattimento di Pian di Sale. Non appena è l’alba Scalabrino, tirandosi dietro una decina di compagni (tra cui i due inglesi) e una mitragliatrice Breda ’37, parte in direzione della lontana Val Grande. Rimangono Gianni e sua madre che è mal ridotta, più altri cinque-sei. Gianni scende sulla mulattiera in riva al torrente e si apposta; come passa un vecchio alpigiano, lo abborda e gli spiega della madre sofferente, chiedendogli se può accompagnarla a Finero e magari tenerla in casa per qualche giorno: l’uomo accetta. Gianni torna dalla madre e l’accompagna dal vecchio. Poche parole di commiato dette sottovoce, gli sguardi carichi d’affetto e di speranza, l’ultimo abbraccio convulso; poi senza voltarsi a guardare e a testa china, ognuno s’incammina per opposte direzioni.[15]

Teresa Binda

Opposte direzioni di cui il destino ha beffardamente invertito le sorti: il figlio, che ha voluto salvare la madre da un rientro obbligato nella valle percorsa dalle truppe nazifasciste, si salverà mentre sua madre la ritroviamo il 27 giugno su di un “autocarro che si ferma in un prato al margine delle strada appena fuori Beura [che] trasporta otto uomini e una donna destinati alla fucilazione”. Se prima il racconto intercalato della “madre di Gianni” aveva implicitamente dato voce alla testimonianza del figlio, ora Chiovini vuol “dar parola” anche a lei, nel momento stesso del martirio:

La madre di Gianni è preparata a morire; e lì in piedi, calma all’aspetto, ma angosciata dentro per il figlio che «Dio mio fa che sia vivo!». E il ragazzo che le sta accanto, il ragazzo che singhiozza di rabbia, le parrà un po’ suo figlio. E la carezza che gli si allunga nell’attimo in cui sente il comando del fuoco, si trasforma nell’antico gesto materno di protezione, inutile contro la scarica che li trapassa. Dopo di loro, gli altri sette. A Beura, Val d’Ossola, il 27 giugno 1944.[16]

Se ne I giorni della semina la parola data dall’autore a “i morti e i vivi” del rastrellamento di giugno, è perlopiù mediata dalla scrittura dell’autore, in Val Grande partigiana e dintorni è invece data direttamente. Chiovini ha infatti raccolto e pubblicato quattro “storie di protagonisti” scritte da loro stessi, accompagnandole da una introduzione e corredandole di essenziali note:

Gli interventi operati nei riguardi dei testi originali sono limitati all’indispensabile: quel tanto che li rendesse comprensibili a sufficienza laddove ho presunto che occorresse. Nessun episodio, giudizio o testimonianza espressi dai quattro autori sono stati modificati o soppressi […]. La mia principale preoccupazione è stata, insomma, quella di conservare la sostanza, la genuinità e l’originalità dei testi …[17]

Il primo scritto, L’infermiera Maria[18] è delle quattro storie, l’unico che viene redatto per essere reso pubblico”; qui Chiovini propriamente ridà voce in quanto il testo era stato letto dalla stessa Maria Peron, poco dopo la Liberazione, ai microfoni della neonata Radio Verbania Libertà. In una dozzina di pagine, volutamente essenziali, abbiamo “dalla sua stessa voce”, la vicenda straordinaria di questa partigiana senz’armi che da infermiera di Niguarda diventa “medico di Brigata” in ValGrande per curare e dare conforto e cure sia “ai suoi ragazzi” che agli alpigiani.

Dalle suore ottenni un altro vestito da contadina e un gerlo; così acconciata potei circolare liberamente – nonostante che i nemici fossero informati che un’infermiera partigiana circolava nella zona e le dessero la caccia – riuscendo a procurare ai miei ragazzi delle castagne e un po’ di latte. [p. 37]

Costituita la brigata Valgrande Martire, il lavoro sanitario divenne sempre più intenso sia per l’ampliamento delle zone delle operazioni e l’ingrossamento della formazione, che per le cure che andavo sempre più praticando anche alle popolazioni della montagna, praticamente prive di assistenza sanitaria. [p. 40]

La sezione successiva (Il comandante[19]) è dedicata a Dionigi Superti di cui pubblica una Relazione sul rastrellamento del giugno 1944, probabilmente non destinata alla pubblicazione ma che “non sembra servire ad altro che a fissare sulla carta alcuni appunti”. Non si tratta solo di render noto uno testo inedito sul rastrellamento della Valgrande del “comandante partigiano di maggior rilievo nel Verbano Cusio Ossola” “dopo la morte di Filippo Beltrami a Megolo” ma di una riabilitazione che corregge il giudizio in parte negativo ne I giorni della semina e soprattutto, dopo l’esperienza dell’Ossola libera, l’ostracismo da parte delle altre formazioni e del CLN che gli hanno impedito il rientro in Italia dalla Svizzera con accuse poi dimostratesi infondate. Un “Partigiano vero e saggio” amato dai suoi uomini, con buone capacità organizzative e “che ha saputo conservare un ottimo rapporto con la popolazione”, come ribadirà in un articolo su Resistenza Unita[20] dopo la sua morte a Madrid e il rientro delle spoglie in Italia. La parola essenziale di Superti ci offre una cronistoria “in diretta” di quei giorni di giugno:

All’alba del giorno 12 vengo informato che gli alpigiani di Premosello stanno fuggendo con il bestiame perché colà sono arrivate colonne di truppe tedesche e fasciste; dispongo subito perché in caso di attacco i feriti e i disarmati siano inviati in luoghi sicuri e perché tutte le pattuglie in servizio si portino alla bocchetta di Campo a cui farò affluire altri reparti. Dati questi ordini mi rimetto in marcia con gli uomini che con me erano partiti dal confine svizzero, per portarmi al posto 12, sede del comando … [p. 56]

Il terzo scritto, il più ampio fra i quattro[21], è di un ossolano di famiglia contadina, Alfonso Comazzi: si tratta di ricordi personali destinati ai figli e agli amici; Chiovini ne era casualmente entrato in possesso e, rintracciato l’autore, “pian piano guadagno la sua fiducia: fatico a convincerlo, infine acconsente ma vuole che siano tolte alcune frasi, qualche nome, anche quello del milite fascista che l’ha picchiato a sangue”.

È una storia straordinaria, raccontata con “il ritmo di un soggetto cinematografico”. Classe 1924, per non esser arruolato nella Repubblica Sociale riesce a farsi assumere con un suo amico dalla Todt[22], ritrovandosi senza volerlo con la divisa della Wermacht ma, spirito ribelle, inizia una vicissitudine di fughe, catture e fughe che lo riportano in Ossola dove, a Tappia, viene arrestato in una azione di rastrellamento.

Mi conducono nella piazzetta al centro del paese, mi fanno levare le stringhe delle scarpe, poi mi portano in una stradetta poco fuori dell’abitato. Ci sono due ufficiali tedeschi e due fascisti; mi vedono addosso la cintura dell’esercito tedesco e me la tolgono: si accorgono che la croce uncinata della fibbia è stata limata e cominciano ad usarla come frusta contro di me. Dopo pochi colpi sono irriconoscibile. […] Mi picchiano ancora, continuamente; poi non ricordo più niente. Quando rinvengo mi trovo grondante di sangue dalla faccia; vedo che molte case del paese sono in fiamme. Vicino a me c’è Pierino, anche lui è malconcio; da lui vogliono sape­re chi sono, ma continua a sostenere che non mi conosce, anche se siamo amici e compaesani. [p. 83-84]

Finirà in carcere a Domodossola, destinato alla fucilazione quale disertore della Wermacht; il giorno prestabilito verrà invece scarcerato dai partigiani che hanno liberato Domodossola. Automaticamente arruolato farà parte prima della Cesare Battisti e, conclusa l’esperienza dell’Ossola libera, dopo un internamento in Svizzera, rientrerà nei partigiani garibaldini sino alla liberazione.

Intanto le formazioni si sono ingrossate: la 83° brigata Comoli, comandata da Mirco, fa parte della 2° divisione Garibaldi Redi, comandata da Iso e Pippo Coppo. Credo che la Redi sia la più organizzata di tutta l’Ossola; abbiamo persino una divisa, uguale per tutti, partigiani e comandanti. E nessuno ha più dell’altro, e se c’è da mangiare c’è per tutti, se si salta il pasto è così per tutti. [p. 101]

La avventura di questo “modesto figlio dell’Ossola, che più andava in cerca della tranquillità, più se ne allontanava” si conclude il successivo due maggio, il suo “ultimo giorno di partigiano”:

“… il mattino dopo consegno le armi al mio comando e me ne torno a casa mia e stavolta per sempre”. [p. 103]

Con l’ultimo scritto[23] rientriamo in Val Grande, nei giorni del rastrellamento: sono i “Ricordi partigiani” di Gianni Cella; nel 1910, a sei anni, aveva perso una gamba tranciata da un vagone merci. Cresciuto, dopo la morte del padre, in orfanatrofio accumulò sentimenti di ribellione che, nonostante la menomazione, lo portarono alla decisione di diventare partigiano combattente salendo in Val Grande nel marzo del 1944. Nonostante la sua stampella riuscirà a sfuggire al rastrellamento con un ripiegamento all’interno dell’impervia valle che ha dell’incredibile.

Io che ero uno degli ultimi della colonna, visti cadere parecchi compagni falciati dalle raffiche e a mia volta travolto dai superstiti che retrocedevano, pur di non cadere vivo in mano dei tedeschi, mi gettai rotolando per una ripidissima scarpata; poteva essere la fine ma fui assistito dalla fortuna e caddi in una pozza del ruscello. L’acqua attutì la mia caduta e mentre infuriava la sparatoria, sebbene intontito e quasi privo di forze, mi aggrappai disperatamente a un masso e cominciai a salire la sponda opposta. Ero scorticato in molte parti del corpo e quasi esausto, ma la volontà mi diede la forza di risalire e di scomparire nel bosco; per fortuna nella caduta non avevo rotta né perduta la stampella, altrimenti la situazione sarebbe diventata tragica per me. [p.116]

Sarà poi tra i partigiani che entrano il 10 settembre nella Domodossola liberata e, per prima cosa, andrà all’ospedale a far riparare “la mia stampella che a forza di camminare si era di molto accorciata”.

Quando, nel 1981, il Comune di Verbania, su proposta del Comitato Unitario per la Resistenza e in accordo con le istituzioni scolastiche, decide di titolare la Scuola Elementare di Intra alta a Cleonice Tomassetti, le “parole” dell’ultimo giorno della vita e il comportamento fiero della donna che sfilava nella prima fila dei “quarantatré” verso Fondotoce, erano ampiamente note: abbiamo la testimonianza di Carlo Suzzi subito dopo la Liberazione, poi più volte rilasciata[24], e il toccante diario del giudice Emilio Liguori, che – già noto a Chiovini e da lui ripreso nel 1966 in Verbano, giugno quarantaquattro e poi ne I giorni della semina – , viene per la prima volta integralmente pubblicato l’anno precedente[25].

Questo il noto passo di Liguori:

Lo spettacolo che stava per essere ammannito fu subito intuito dalla donna, alla quale ho accennato sopra. Costei si levò in piedi e con fare spontaneo, senza forzare il tono della voce, direi quasi con amorevolezza, rivolta ai compagni di sciagura pronunciò queste testuali parole: «Su, coraggio ragazzi, è giunto il plotone di esecuzione. Niente paura. Ricorda­tevi che è meglio morire da Italiani che vivere da spie, da servitori dei Tedeschi».

Aveva appena finito di parlare che, infuriato, le fu addosso un soldato germanico, che doveva capire un poco d’italiano e che del senso delle parole pronunciate era stato messo al corrente da un militare ita­liano. (Quale schifo il contegno servile verso i padroni tedeschi dei nostri militi! Non di tutti per fortuna, perché ne vidi più di uno fremere di rabbia osservando ciò che di orribile si compiva intorno a lui). La donna fu colpita atrocemente da più di uno schiaffo e da uno sputo sul viso. Non si scompose; incassò impassibile, e poi fiera e con aria inspirata, quasi trasumanata, disse parole che, per mio conto, la rendono degna di essere paragonata a una donna spartana, o meglio ancora ad una eroina del nostro risorgimento: «Se percuotendomi volete mortificare il mio corpo, è superfluo il farlo: esso è già annientato. Se invece volete ucci­dere il mio spirito, vi dico che la vostra è opera vana: quello non lo do­merete mai!».

Poi rivolta ai compagni: «Ragazzi, viva l’Italia, viva la libertà per tutti!», gridò con voce squillante. Anima grande! So (per avermelo confidato un poliziotto, un bolza­nese, che accompagnò il triste corteo fino al luogo dove avvenne l’esecuzione e vi assistette) che, durante tutto il tragitto di circa nove chilometri da Intra a Fondotoce, essa continuò a conservare una calma ed una sere­nità incredibili in una donna: e tale calma e serenità seppe, per virtù dell’esempio, comunicare agli altri suoi compagni di sventura. Avanzò per prima verso i carnefici, guardandoli fieramente negli occhi. Le sue ul­time parole furono: «Viva l’Italia!».[26]

Ma di chi erano quelle parole? Non bastava correggere il nome dalle storpiature più volte occorse[27], bisognava restituire a quelle parole la figura autentica della donna che le ha pronunciate superando le mitizzazioni più o meno ufficiali (la maestra milanese, staffetta partigiana, moglie incinta di un comandante partigiano …) e quelle romantiche della donna matura salita in montagna per raggiungere il suo giovanissimo innamorato[28]. Nasce allora, frutto di una attenta ricerca, Classe IIIa B. Cleonice Tomassetti. Vita e morte che, raccogliendo le testimonianze di chi l’aveva effettivamente conosciuta, ci consegna la storia di una donna di origine contadine, travolta da dolorose vicende a cui ha sempre saputo reagire con scelte coraggiose e inusuali nel contesto socio-culturali del periodo.

La sua parola decisa ci viene restituita dal sarto, comunista e avventista Eugenio Dalle Crode: Nice quando sente l’affermazione di Sergio Ciribi

Vado in montagna con i partigiani”

disse “Allora, ci vengo anch’io”. Lei, le decisioni le prendeva così, all’improvviso.[29]

Tramite le parole di Giorgio Guerreschi, sopravvissuto, ritroviamo la parola di Nice, e il suo accento romanesco, quando, salita con i due giovani compagni in Val Grande per unirsi ai partigiani, a Corte Bué, si accorsero “di essere capitati dentro un rastrellamento”.

Mentre stava ancora diluviando, sentimmo sparare in lontananza; […] scorgemmo gruppi di soldati tedeschi e fascisti che si avvicinavano alla baita in cui ci trovavamo. Erano ancora lontani e facemmo in tempo a nascon­dere il fucile tra le erbacce, dietro la baita, e a discutere sul modo di giustificare la nostra presenza. Scartata l’idea di dire che stavamo facendo una gita e bugie consimili, decidemmo di dire la verità, cioè che eravamo venuti in montagna per unirci ai partigiani, ma che non li avevamo trovati.

Corte Bué

I soldati erano ormai vicini e avanzavano con le armi spianate; una parte di loro erano SS italiane; altri erano soldati dell’esercito tedesco, ma avevano lineamenti asia­tici, mentre i loro ufficiali dovevano essere tedeschi. Alla baita giunsero per primi gli italiani, che ci assalirono e cominciarono a picchiarci alla cieca, urlando che eravamo partigiani, poi arrivarono gli altri; un soldato mongolo mi disse: “Russland“. Un altro scoprì il fucile dietro la baita e addosso a noi piovve un’altra razione di pugni e pedate.

Poi si calmarono e cominciarono a interrogarci; noi dicemmo, come d’accordo, la verità, ma capimmo subito che non eravamo creduti. Allora la donna, che ci vedeva come ragazzini, disse che noi non avevamo colpa, che era stata lei a convincerci a salire in montagna. “Sono ancora ragazzi, la colpa è soltanto mia“, aggiunse. Non è vero che si inginocchiò davanti all’ufficiale; anzi, a un certo punto cominciò a inveire in romanesco contro di lui, man­dandolo a quel paese. Era una donna decisa.[30]

E allora Chiovini ci invita a riascoltare le sue note parole rievocate dal giudice nel loro autentico e profondo significato:

Delle sue reiterate esortazioni ai compagni di suppli­zio, la prima – in quella tetra cantina – le frutta l’affronto di altre percosse e di uno sputo sul viso. La sua sferzante e precisa risposta è quella che avrebbe dato un vecchio saggio in pace con la vita. Anche Nice è in pace con la vita, ma non è un vecchio saggio: è una donna umiliata, dal corpo annientato. Ecco perché la sua risposta rivela una coscienza etico politica, insospettata in una “serva di locanda”.

Infine, quel viva l’Italia che, in perfetta lucidità grida alto nell’istante in cui è raggiunta dalla morte. Che non è tanto contrapposizione e invettiva agli uccisori, quanto messaggio programmatico e di speranza, affinché si rea­lizzi una società italiana in cui si riesca a vivere in maniera diversa e equa, in cui abbia cittadinanza la dignità umana, in cui la donna non sia più umiliata in quanto donna; come invece fu lei, troppe volte, fino alla fine.[31]

La trilogia della “civiltà rurale montana”

È in Cronache di terra lepontina[32] che Chiovini elabora e tematizza la nozione di “civiltà rurale montana”; la genesi e lo sviluppo di questo suo studio è esplicitata nel capitolo conclusivo:

Era cominciata come indagine sulle vicende che opposero la comunità di Malesco a quella di Cossogno. Strada facendo, so­prattutto attraverso la riesumazione e la decifrazione dei docu­menti della lite conservati nell’archivio comunale di Malesco, si è trasformata in ricerca sulla vita di quelle comunità rurali mon­tane verbanesi e vigezzine tra il XIII e il XIX secolo e si è infi­ne tradotta in osservazioni sulla civiltà rurale di quei luoghi.[33]

La contesa che per oltre cinque secoli ha contrapposto le due comunità per l’utilizzo degli alpeggi in alta Val Grande (Val Portaiola), “avari pascoli tra i milledue e i duemila metri di quota”[34], era nata in seguito a due atti di compravendita del 1251 e del 1304, diversamente interpretati dalle due parti. La contesa ha avuto momenti aspri e in particolare, nel 1355, un eccidio – non si sa fino a che punto reale o leggendario – all’Alpe Campo di sette maleschesi, e si è formalmente conclusa con un atto notarile siglato a Domodossola nel 1888. La vicenda permette di mettere in luce i rapporti fra i due comuni e il rapporto fra la “piccola storia” di due comunità montane e la “grande storia” che quella terra ha attraversato, ad esempio nel 1798 con il conflitto fra i repubblicani cisalpini e le “truppe dell’assolutista re di Piemonte e di Sardegna” quando “gli alpeggi della Val Portaiola videro transitare nella neve alta e ospitarono 400 repubblicani” in cerca di salvezza verso la Svizzera e che invece furono sopraffatti e sottoposti, a Domodossola  e in più località a plurime fucilazioni.  Una sorta di anticipazione di quello che avverrà in quelle vallate 146 anni dopo perché talvolta la storia si ripete e non sempre “in farsa”.

Due comunità quella di Cossogno e quella di Malesco che, dopo quell’accordo di fine Ottocento, avranno sviluppi diversi: la prima, storicamente più estesa, abbiente e popolata, vedrà progressivamente un declino economico e demografico con l’abbandono dell’economia montana (agricola, zootecnica, forestale) e l’assorbimento nell’orbita di Intra e Pallanza (poi Verbania), la seconda ha saputo sia pur parzialmente mantenere una economia agricola e zootecnica successivamente affiancata dal turismo e dal frontalierato – che ha in gran parte sostituito l’emigrazione – con un discreto sviluppo sul piano economico e demografico.

Questo iter storico, frutto di un impegno profuso negli archivi,lo si ritrova nella seconda parte dell’opera (La contesa), ma Chiovini non si accontenta di ricostruire gli eventi (la cosiddetta “storia evenemenziale”). Vuole dar luce – metaforicamente “dar parola” – alla vita quotidiana delle popolazioni che hanno colonizzato e praticato le terre alte valgrandine con una ricerca etno-antropologica del tutto originale su quella che lui stesso definisce “civiltà rurale montana” perché

è altrettanto utile e importante sapere come si dipa­nava il corso della vita in quel periodo, che essere informati sugli sviluppi, sulle responsabilità e sugli esiti della secolare contesa.[35]

Civiltà rurale che, nei suoi tempi lunghi, viene indagata, e presentata al lettore nella prima parte del libro, a partire dai primi insediamenti paleolitici sino al suo recente declino con un’ottica pluridisciplinare che unisce conoscenza geografica del territorio, archeologia, storia, toponomastica, cultura materiale, geologia, botanica, economia, diritto, analisi linguistica – e molto altro – con una rigorosa sintesi. In questo (ri)dar parola a “una civiltà estinta” centrale diventa l’analisi delle parlate locali a cui è dedicato un capitolo[36] perché la lingua può lasciar tracce spesso più durature di altre attività umane.

Le collettività rurali montane, pur essendosi caratterizzate co­me mondo subalterno, quindi culturalmente dipendenti e nel contempo parzialmente estranee alla società che fioriva nella val­le padana, e che tra il XIV e il XIX secolo si trasformò da feu­dale in capitalistica, espressero complessivamente valori culturali autoctoni, sia pure con differenti radicamenti, con analoghe ca­ratteristiche lungo tutto l’arco alpino.

Anche nel nostro territorio, letteralmente a ogni piè sospinto, esistono ancora tracce, testimonianze, sopravvivenze anche cor­pose di un patrimonio culturale accumulato e sedimentato nel corso di un millennio di vita da una società oggi inarrestabilmen­te in via di estinzione, sia pure non ancora consumata e tanto meno registrata anagraficamente.

Su tutte le testimonianze culturali si ergono i dialetti parlati (più precisamente, sopravvissuti) nei nostri villaggi montani, dal­la Valsesia al Mottarone al Cusio all’Ossola al Verbano alle valli locarnesi, dialetti risalenti a un’unica origine e diventati più o meno dissimili nel lessico e nella pronuncia a causa delle recipro­che separatezze. (p. 93)

Viene velocemente ripercorso l’iter di queste parlate dal ceppo originario celtico con gli innesti leponzi, latini, barbarici e tardo medievali in un rapporto di autonomia e talvolta di scambio reciproco fra “dialetto” e lingua ufficiale. Il dar parola in questo caso non è solo scelta “morale”: diventa vera e propria metodologia. Perché ciò che rimane di quella civiltà oltre le tracce materiali – sempre più residuali – sono appunto le parole. Ma si tratta di parole che da un lato vanno riscoperte, riportate alla luce e dall’altra fatte rivivere nel loro pieno significato. Metodologia che, qui esplicitata, percorre tutto il lavoro di Chiovini di ricostruzione nel lungo periodo della civiltà montana, sia nella sua progressiva espansione dai centri abitati a valle agli alpeggi in alta quota, che nell’analisi delle sue componenti etno-antropologiche.

… a partire dal XII secolo […] nei documenti conosciuti dell’epoca ricorre sempre più spesso il termine di runca, ossia terra dissodata di recente, voce derivata dal latino classico runco, runcare (sterpare, dissodare), giunto alla soglia dei nostri giorni nel medesi­mo significato con il verbo dialettale runcàa e con i toponimi deri­vati, che indicano luoghi del territorio utilizzato con precise carat­teristiche; Runch, Runchett, Runcàsc, Runcutìn, ossia luoghi colti­vati, a media/breve distanza dal centro abitato.[37]

Nei dialetti alto novaresi, per indicare gli alpi si usano i termi­ni di curt (mediato dal latino cohors inteso come spiazzo o radu­ra) e di alp di origine celtica, insieme a quello di munt (monte) usato prevalentemente nell’alto Verbano per indicare gli alpi maggengali o primaverili, mentre quelli di piazza e di culma sono riservati agli alpi posti a ridosso di un colle.[38]

Possiamo, grazie alla toponomastica, ad esempio individuare l’origine quali “località in cui … venivano concentrate o confinate le greggi di capre” nel nome di molte località del Verbano e dell’Ossola derivati dai vocaboli dialettali di cavra e crava[39], come del duro lavoro di terrazzamento dei declivi nei vocaboli piaggia, campèi o pinezz[40].

La cultura materiale della civiltà montana è fondata sul legno e sulla pietra, le baite ne sono la testimonianza più duratura ed è grazie all’idioma locale che possiamo conoscerne e capire le diverse funzioni e il lavoro tecnicamente ingegnoso che hanno richiesto.

La bàita nel dialetto maleschese è chiamata casera (nome co­mune a tutta l’Ossola), mentre nel dialetto cossognese è la Casi­na, diminutivo/dispregiativo dell’italiano casa e del dialettale . Le bàite, anch’esse in origine costruite sommariamente per minime esigenze, come elementari ricoveri di fortuna […] fino a diventare, dopo il XVI secolo, i fabbricati utilizzati annualmente per la monticazione estiva, praticata fino a pochi decenni or sono.

Le bàite sono, di norma, costruzioni di modeste proporzioni, con vani alti non più di due metri. A seconda della loro utilizza­zione, si dividono in «bàite da fuoco» (casér da fógh) e «baite per il bestiame» (casér dìi besti). Le prime, quasi sempre a un piano e sprovviste di soffitto sotto il tetto, venivano utilizzate per il la­voro domestico: cucinare e lavorare il latte; se la bàita era dotata di un piano superiore, quest’ultimo era adibito a rudimentale ca­mera da letto; ma le bàite a due piani erano rare; in Val Grande poi, un lusso sconosciuto. Le «baite per il bestiame» erano quasi sempre a due piani, se­parate da un rudimentale assito, in cui il piano inferiore fungeva da stalla e quello superiore, comprendente anche il sottotetto, fungeva da fienile e da camera da letto, in cui il letto era il fieno medesimo.[41]

L’evoluzione delle lingue ha leggi simili a quelle biologiche: il distanziamento temporale e spaziale crea barriere (fra lingue / fra specie) comunicative e di reciproca fecondità. Come vi sono lingue che hanno mantenuto la loro trasparenza per parecchi secoli (e l’Italiano è una di queste) mentre altre, le cosiddette lingue giovani, a fatica si rapportano oltre i due o tre secoli, lo stesso vale per le culture. Il lavoro culturale sul passato, quando non è solo erudizione, è proprio quello di mantener viva (o di rivitalizzare) questa trasparenza che non solo ci dà conoscenza, comunicazione con il nostro passato, ma soprattutto fecondità di continuo rinnovabile. Da questo punto di vista gli scritti di Chiovini sono preziosi ed esemplari.

Nella “trilogia partigiana” un “volume” (Classe IIIa B) era dedicato a una eccezionale figura femminile (Cleonice Tomassetti) che solo grazie alla ricerca e alla scrittura di Chiovini riprende vita e implicitamente parola, emergendo dal silenzio a cui sarebbe stata altrimenti condannata. Lo stesso avviene, in questa seconda trilogia, con Sofia Benzi la cui epica vita di montanara, grazie alla memoria mediatrice del figlio Antonio è raccolta e ricostruita nelle pagine di “A piedi nudi[42], quella che molti, a buon titolo, ritengono la sua opera letterariamente più intensa.

Il “dar voce” in questa opera viene più volte esplicitato: “Antonio, dialettalmente chiamato con il diminutivo Tugnìn … è il narratore di questa storia di Vallintrasca[43]. Antonio Ruschetti, classe 1918, viene conosciuto da Chiovini all’interno della Rhodiatoce: operaio “nato a Caprezzo, ma che soltanto per metà era di Caprezzo, e per l’altra metà – quella materna – di Cicogna” mal si adattava, lui che era stato contadino, boscaiolo e cameriere, alla vita chiusa, monotona e gerarchizzata della fabbrica. Chiovini lo reincontra anni dopo, entrambi in pensione, e Antonio “mentre si mangiava … attorno al tavolo di un rifugio alpino” incomincia a raccontare con “fervida memoria … la storia della prima parte della sua vita … una storia personale e corale che andava riscoprendo il mondo scomparso.”

Quel giorno stesso presi i primi appunti […]. Successivamente prese forma un progetto: quello di per­seguire la ricostruzione di alcuni aspetti della vita di allora nelle due valli Intrasche, attraverso la rappresentazione scritta di quella storia insieme personale e collettiva. Gli strumenti principali sarebbero sta­ti, oltre alla fondamentale testimonianza di Antonio (mio «io narran­te»), verificata fin dove era possibile attraverso confronti e documen­ti, quelli individuati in seguito: un succinto diario redatto da suo pa­dre in gioventù […] e, più tardi, le notizie, le date, i nomi, i fatti che cominciai a strappare ai fascicoli degli archivi, alle collezioni dei giornali d’epoca, alle apparentemente aride pagine dei registri anagrafici parrocchiali e comunali che elabo­rai trasformandoli in alberi genealogici […] fino a farne parziale chiave di lettura della vita di villaggio.[44]

Quello che ne emerge è la narrazione, storicamente documentata, di una sorta di saga familiare: I Benzi originari di Giardinetto (Alessandria) trasferitisi a Cicogna, i Morandi, carbonai in Val Pogallo, provenienti da Torricella (Canton Ticino) e i Ruschetta, famiglia di Intragna i cui “rampolli” erano usi a “sciamare per il mondo in cerca di lavoro e di mitica fortuna”[45].

Saga famigliare che ha in Antonio il suo ultimo rappresentante e in sua madre, Sofia Benzi, il personaggio emblematico.

Sofia, nome di regine e principesse bizantine e Romanoff, era la quintogenita della famiglia di Pà Iachìn [Giacomo Benzi] e di Maria Boldini. Per la verità, l’atto di nascita dell’8 dicembre 1875 porta – non è possibile sapere se per errore o per una vampata di stramba esibizione di erudizione paterna – il più sofisticato nome di Soffida, ma fin dalla nascita la bimba fu chiamata con quello più semplice di Sofia, che finì per imporsi anche nei documenti anagrafici, dopo che divenne sposa e madre. Sofia, come le sorelle, crebbe contadina. Contadina e analfabeta, come le sorelle. […]

Sofia si stava trasformando in un’avvenente ragazza dai bei capelli castani leggermente ondulati nei giorni di festa, mediante l’artificio dell’acqua zuccherata. I suoi capelli non erano tanto lunghi, perché per la prima volta nel corso dell’adolescenza e per la seconda volta nella prima gioventù, li aveva venduti. Tagliati dall’uomo che una volta all’anno faceva il giro dei villaggi per acquistare i capelli dalle ragazze; li pagava bene …[46].

Sofia sposerà Stefano (Stévan) Morandi e andrà a vivere a Tregugno, un corte maggengale, sull’altro versante del rio Pogallo rispetto a Cicogna, e avrà da lui cinque figli (uno morto in tenera età) conducendo una vita da alpigiana con trasferimenti stagionali nei corti più in quota. Nel settembre 1913 “alla Soliva, nel fienile in cui dormivano i due sposi e i loro quattro figli[47] a soli 37 anni Stévan muore di infarto tra le braccia della moglie. Ad aggravare la sua condizione di vedova con quattro figli – il maggiore, Giuseppe, aveva dieci anni – l’anno successivo un fulmine colpisce la stalla carbonizzando le due mucche di sua proprietà.

La situazione sembra poter cambiare quattro anni dopo: complice una capra che aveva cambiato gregge il Sacumàn (Giuseppe Ruschetti) vedovo di 52 anni, residente a Caprezzo, la conosce e “quando la donna sorrise di cortesia … all’uomo sembrò ringiovanire di colpo”; rimasta incinta del vedovo che si era fermato in alpe qualche giorno, si sposeranno mesi dopo ed è dalla loro unione che nasce appunto Antonio.

L’abitazione di Sofia a Tregugno

Il trasferimento di Sofia e dei suoi figli nel paese di Caprezzo non durerà molto: il secondo marito, uomo fatto di legno coriaceo, possidente fattosi da sé anche grazie a ricorrenti periodi di lavoro all’estero, si rivelerà presto un marito e padre padrone autoritario e violento. Prima i figli di prime nozze e poi la stessa Sofia lo abbandoneranno tornando a Tregugno. Una vita di alpeggio senz’altro più dura e povera di quella in paese, scelta da Sofia, allora quarantaquattrenne, con libera consapevolezza per il resto dei suoi giorni.

Antonio dopo un periodo di alternanza fra madre e padre, avrà con lei rapporti saltuari sempre meno frequenti e confronti non facili con i fratellastri sia di parte paterna che materna. E se il rapporto con la madre è stato per lui avaro di affetti sia per i sempre meno frequenti momenti di vicinanza che per il disagio interiore provocato dal conflitto fra i due genitori, da lei ha senz’altro ereditato la sua intensa capacità narrativa. Tredicenne, sale a Tregugno per portare un cesto di fichi alla madre e vi si ferma due giorni.

La sera del primo giorno la Sofia, riprendendo una vecchia abitu­dine che i figli ben conoscevano, la trascorse a raccontare al figlio, che provava piacere persino a riascoltare vicende già conosciute, sto­rie tramandate da sua madre, ricordi d’infanzia e di gioventù (in fon­do ai quali riaffiorava inevitabilmente la reminiscenza del suo Stévan), in cui manifestava le sue doti di narratrice, assecondata da un’eccezionale memoria, l’esercitata memoria degli analfabeti.

L’esercizio della memoria, che per analfabeti e semianalfabeti sup­pliva all’impossibilità di servirsi della scrittura, sia per scrivere sia per leggere, era l’antico strumento, utilizzato e affinato sin dal primo af­fermarsi della civiltà rurale montana (analogamente, ma più largamente che nelle altre società rurali) per trasmettere di generazione in genera­zione — mediante la parola, unico veicolo della comunicazione — le cronache e la storia del villaggio e della famiglia, le tradizioni, i costu­mi, le credenze, gli aneddoti, ossia tutto ciò che rappresentava quel­l’umile cultura.[48]

Capacità narrativa e viva memoria che rivive per noi tramite Chiovini che ne ha “raccolto la parola”.

Antonio ha trasfuso in ogni pagina (di questa storia di Vallintrasca), fino a quest’ultima, il ricordo del passato suo e della sua generazione …

Quel mondo scomparso rappresentava la riconosciuta e accettata civiltà della fatica quotidiana, del lavoro realizzato da mani con le palme di cuoio; la civiltà dei sentieri e delle mulattiere selciate e lastricate, dei geometrici terrazzamenti e, in fondo, dell’ottimismo collettivo, sim­boleggiato dal rituale saluto di congedo — alégher, allegri — che si scambiavano i suoi abitanti.[49]

E di questo mondo della fatica quotidiana, Sofia morta a 72 anni precipitando da una rupe mentre trasportava “scalza, naturalmente”, una gerla d’erba appena tagliata era la

plebea regina vissuta di lavoro, di dedizione, di devozione, e fino alla morte povera d’af­fetti, di gioie, di fortuna. E sempre, fino alla morte, sorretta dall’ino­bliabile memoria di una breve stagione d’amore.[50]

Con Le ceneri della fatica, edito postumo nel 1992, l’anno successivo alla sua scomparsa, se geograficamente Chiovini ci fa discendere di latitudine e di altitudine dagli alpeggi dell’alta Val Grande delle Cronache, e da quelli di Tregugno e della Soliva (A Piedi Nudi) per approdare al paese collinare di Ungiasca sovrastante l’attuale Verbania, questo apparente scostamento territoriale corrisponde ad un completamento e approfondimento della tematica delle due opere precedenti di cui questo lavoro

è fratello e parte integrante – un contributo alla conoscenza della civiltà rurale montana, al principio e durante la sua parabola discendente nel Verbano, e riferibile a un territorio ben più vasto di quello qui messo a fuoco.[51]

L’occasione che ha spinto l’autore è dovuta all’acquisizione di “due plichi di documenti (… per un totale di 181) concernenti abitanti ungiaschesi, in date comprese tra il 1695 e il 1850” a cui si aggiunge un duplice interesse tematico ed affettivo.

Tematico in quanto l’abitato di Ungiasca, presumibilmente nato come alpeggio maggengale di Unchio (come anche il toponimo suggerisce), divenuto a partire dal secolo XI “centro abitato permanente autonomo” e successivamente collegatosi “amministrativamente e canonicamente al più importante luogo di Cossognomantenendo comunque fino al 1815 “un’originale e caparbia autonomia”, rappresenta un esempio tipico di villaggio di Vallintrasca, con una sua vita e cultura comunitaria incentrata sulla attività agro-pastorale e collocato a metà strada tra quelli maggiormente isolati e poveri più in quota come Cicogna e Scareno e i borghi rivieraschi di Intra e Pallanza proiettati verso uno sviluppo commerciale, artigianale e successivamente industriale.

Affettivo perché quel paese è “stata la culla dei miei avi paterni” ed è da lui direttamente conosciuto e frequentato nelle abitazioni e nelle persone, sia nel paese che nei suoi corti maggengali e di monticazione estiva, in particolare quelli del Vréi (la conca d’Aurelio) a cui era salito la prima volta, a dieci anni, con suo padre in una mattina di estate, lasciandogli un ricordo indelebile.

Laddove il sentiero abbandonava il terreno boscoso, in quel punto alternato a estesi affioramenti rocciosi, mi ritrovai al prin­cipio del vasto terreno prativo della conca.

Mai avevo veduto in montagna tanto prato in una sola esten­sione. Prato costituito da tante «pezze» quanto erano i proprietari, denunciate dai tagli operati in tempi successivi o ancora in­tonse con erba e fiori svettanti verso l’alto. E, sparsi su quell’im­mensa mappa verde, i corti che mio padre andava menzionando mano a mano giungevano a tiro d’occhio. Nomi di corti che mi erano diventati familiari a Ungiasca, ma che ora prendevano corpo: corti con le minuscole casere ombreggiate da alberi d’al­to fusto, per lo più frassini e noci. […]

Durante il pasto, consumato sullo spiazzo prospiciente il cor­te, assieme al racconto dei suoi ricordi salienti e più radicati, le­gati a quel luogo in cui fu iniziato alla mansione di pastorello du­rante il giornaliero pascolo del bestiame bovino, mio padre an­dava narrando episodi e aspetti della sua vita in quel corte, stret­tamente legata a quella della sua famiglia e delle altre famiglie della comunità ungiaschese e di tant’altre.[52]

Le tre diverse tipologie di fonti – quella documentale dei plichi acquisiti, arricchita dalla ricerca presso archivi comunali, parrocchiali e familiari, quella orale del padre e delle altre testimonianze raccolte[53], quella personale di esperienze e ricordi – si fondono in un unico percorso tematico. Se possiamo affermare che Chiovini (ri)dà qui voce a testimoni riemersi dagli antichi documenti e a quelli da lui ricercati e intervistati, il dar voce e parola principale mi sembra di poter affermare sia quello conferito ad un soggetto collettivo: la comunità ungiaschese che ci parla di sé, della sua storia e nel contempo esemplarmente testimonia nascita, fasi di crescita e successivo tramonto della civiltà rurale montana.

…dopo la vittoria dei comuni lombardi sul Barbarossa (1177) e la pace di Costanza (1183), la disgregazione del sistema feudale era giunta anche nelle nostre terre. Gli abita­ti collinari e montani andavano assumendo le caratteristiche di loci (lögh nella forma dialettale), mentre gli abitanti, già servi della gleba, affrancati dai tributi e dalle prestazioni gratuite do­vuti al feudatario, si trasformavano in appartenenti a comunità autogestite attraverso proprie leggi (consuetudini e statuti) e istituti autonomi (assemblee vicinali e consigli di credenza), che si fondavano sulla lavorazione della terra e sull’allevamento del bestiame. Pur esistendo frange di possessi individuali di origine allodiale, prevalevano nettamente il possesso e l’uso comune della terra esterna alla cintura villica e del bestiame.

Era quindi in atto, similmente a quanto avveniva in tutti i ter­ritori dei due versanti dell’arco alpino e delle valli prealpine, la nascita e l’esistenza di un nuovo tipo di vita sociale e produttiva, che si differenziava da quelle sorte e in formazione nei comuni ur­bani e nelle campagne di pianura e di collina, per una larga auto­nomia dai centri di potere temporale tradizionale e di nuova for­mazione, tranne quelli di matrice spirituale rappresentati dalla chiesa cristiana. Quella società viene denominata civiltà rurale montana.

I territori verbanesi in cui si sviluppò quel tipo di civiltà furo­no quelli delle due valli Intrasche, dell’area collinare intrese.[54]

Una società essenzialmente basata su una economia di sussistenza, senza quasi differenziazioni sociali al suo interno e con la netta prevalenza della gestione collettiva dei beni (terre, bestiame), delle attrezzature (mulini, torchi, forni …) e dei lavori di trasformazione e manutenzione del territorio (terrazzamenti, irrigazione, rete viaria …). Nel rapporto con Intra e Pallanza con cui sono fitti gli scambi di prodotti si viene a costituire dalla fine del sec. XII una unità amministrativa territoriale, la “Comunità d’Intra Pallanza e Vallintrasca”, comprendente, oltre i due borghi lacustri, i sedici villaggi dei due rami della Vallintrasca[55] disposti nelle rispettive valli del San Bernardino e del San Giovanni. Comunità con un Podestà intrese ma con effettiva larga autonomia alle singole comunità di villaggio (i luoghi). Se l’autorità politica e soprattutto quella religiosa erano collocati a Intra, Chiovini sottolinea la netta preminenza demografica degli abitanti di Vallintrasca rispetto a Intra e Pallanza: si arriverà a un equilibrio fra le due popolazioni solo verso la metà dell’Ottocento[56].

Alla originaria fase di prevalenza della proprietà comunitaria subentra dalla metà del Cinquecento una seconda fase della società rurale montana: da comunitaria a parcellizzata “con l’acquisizione di campi, prati e persino corti, da parte di singoli nuclei familiari” (i ‘particolari’), mantenendo comunque gli organismi della comunità e la gestione collettiva con particolar riguardo alle aree boschive e ai pascoli. Tale processo di suddivisione proprietaria arriva a conclusione nel secolo successivo.

Le conseguenze più evidenti furono la sostituzione di parte del bestiame ovino con quello bovino, ritenuto più adatto e più redditizio in quel nuovo tipo di economia agricola e zootecnica. Ciò causò l’aumento di prodotti caseari e una diminuzione della produzione di lana e di carne ovina.[57]

Alpe Aurelio, Curt Marianìn

La documentazione su Ungiasca permette di far luce sulla cultura, di quella e di analoghe comunità, che era egualitaria fra i diversi “fuochi” familiari, ma con nette divisioni rispetto ai “forensi” che venivano a collocarsi ai confini dei paesi, e all’interno delle famiglie allargate con ruoli distinti fra maschi e femmine, fra adulti e meno adulti, fra il capofamiglia che partecipa alle Vicinanze e gli altri. Era una cultura fondata sulla fatica quotidiana ma a suo modo equilibrata con periodi di riposo normativamente fissati: oltre alle domeniche le numerose feste religiose. La religione rappresentava infatti non solo un orizzonte di senso condiviso ma anche un potere normativo e giurisdizionale in una società composta in grande prevalenza – in totalità per le donne – da analfabeti per cui

l’anziano nel campo della memoria stori­ca e della propagazione dello scibile connessi a quella società, esercitava da secoli un ruolo importante. Egli era un riconosciu­to detentore del sapere, da cui derivava un’indiscussa autorità, che si tramutava in potere non codificato, ma esercitato e accet­tato, e che si palesava nel suo richiesto intervento quale autore­vole testimone, arbitro, estimatore, narratore.

Il rapporto tra istituzione religiosa e popolazione verbanese nel XIV secolo era molto stretto e nel contempo anomalo. Era un legame religioso culturale su cui tuttavia prevaleva quello di consapevole dipendenza da un riconosciuto potere che aveva valore politico. La vita religiosa era semplice: si fondava sulla quotidiana pre­ghiera e su alcune pratiche religiose rituali private e pubbliche.[58]

Una società normata da regole rigide, ma consapevolmente accettate, volte a mantenere l’equilibrio al proprio interno e con l’ambiente circostante.

Per quanto attiene il legname da ardere, va ricordato che veniva usato quasi esclusi­vamente per cuocere i cibi e per le esigenze di lavorazione casearia, e solo eccezionalmente per esigenze di riscaldamento di lo­cali d’abitazione. Il patrimonio boschivo comunitario era stato sottoposto fin dal principio della formazione della società rurale montana a vincolo statutario o consuetudinario.  […]

In generale, alla proibizione di tagliare legna nei boschi co­munitari e a quella di produrre carbone — se non per compro­vate necessità comunitarie e con il divieto di cederlo a forensi — si accompagnava la concessione di raccogliere legna morta, ma della quantità trasportabile all’abitazione in un solo viaggio giornaliero.[59]  

Equilibrio che si riflette su un paesaggio “parecchio diverso da quello attuale”:

Quel che si presentava agli occhi dell’uomo del Seicento e del Settecento — e che da quell’epoca registrò una lenta involuzione fino alla metà del nostro secolo, per poi nel giro di tre decenni degenerare rapidamente a partire dalle fasce più esterne — era un paesaggio variegato e ordinato in cui, durante la stagione estiva predominavano il biondo chiaro dei campi di cereali e il verde rigoglioso e uniforme dei prati, che lasciavano spazio qua e là alle isole verde cupo di boschetti e gerbidi diligentemente tenuti sgombri da arbusti infestanti e da fogliame secco; o alle chiome maestose dei castagni da frutto, sotto cui vegetava un mo­desto fondo prativo. Le minuscole costruzioni rurali, sparse con avveduto criterio su quel territorio, testimoniavano la quotidia­na operosità di persone e la compresenza del bestiame domesti­co.

Era, in conclusione, un paesaggio in cui l’effetto della mano dell’uomo era avvertito in modo continuo, sistematico, persino ossessivo, in cui quasi nulla sembrava crescere al di fuori della sua volontà: la produzione di beni era diventata la regola, la di­struzione e lo spreco non trovavano spazio.[60]

Involuzione successiva del paesaggio che riflette il declino della cultura rurale montana sottoposta a spinte demografiche, migratorie, economiche e normative che la portarono ad una progressiva dissoluzione laddove la crescita economica ed industriale a valle non solo ha comportato, dalla metà ottocento in poi, una invertita distribuzione della popolazione fra montagna e cittadine rivierasche, ma un modello di sviluppo incompatibile con quello comunitario della civiltà rurale montana.

…era lo sviluppo in­dustriale in atto che metteva a nudo e acutizzava antiche dignito­se povertà, che scardinava i precedenti equilibri tra lavoro ma­nuale e reddito, di fronte alle cui conseguenze gli abitanti dei vil­laggi erano completamente inermi, indotti ad abbandonare quanto restava delle loro attività e ad accettare il nuovo modello di sviluppo e le sue regole, o a consentire che quel modello mi­nasse alle radici le loro possibilità di sopravvivenza sempre più stentata, fino a cancellare dalla montagna verbanese le strutture di quell’antica esperienza di vita.

Nei riguardi di quel crepuscolo e di quel tramonto la monta­gna verbanese fu completamente sola: la sua civiltà si stava estinguendo tra la generale indifferenza.[61]

Val Pogallo, Alpe Leciuri

Declino che ha subito una drastica e definitiva accelerazione con le distruzioni dell’ultima guerra e successivamente con l’espansione economica industriale del dopoguerra. Anche laddove “le fiamme dei rastrellatori” non hanno lascito il segno, come nei corti ungiaschesi dell’Alpe Aurelio, la trasformazione fu inevitabile, in molti casi l’abbandono totale dei campi invasi da “erica, felci e rovi” e con le casere progressivamente ridotte a rovine, in altri con “una modifica di destinazione d’uso” quali baite per i soggiorni di fine settimana ed estivi.

Nella conca d’Aurelio, l’ultimo baluardo della monticazione estiva, che resisteva solitario da una decina d’anni, cadde nel 1985, quando l’Ursulìn di Ungiasca «caricando» per l’ultima volta il curt Barnàrd con il bestiame ridotto a una mucca in me­nopausa, un asino divenuto recalcitrante al basto e a qualche pe­cora, simbolicamente scrisse l’ultima lettera della parola «fine» a un’epoca e a una civiltà divenute da tempo anacronistiche.[62]

Se in questo ampio lavoro di ricostruzione storica e testimoniale Chiovini ha voluto (ri)dar parola ad una società “fondata sul sentimento di solidarietà … e sull’operosità non competitiva … una società che fece onore al genere umano e a quello della natura che la ospitò”, ha inteso dare la parola anche a noi, nel senso che più volte, anche esplicitamente, ci interpella:

Che ci ha insegnato, che suggerimenti di fondo, di valore universale, ha espresso quella società rispetto a quella in cui viviamo? Non sembra intelligente eludere la risposta. [63]

Non sembra intelligente e nemmeno, aggiungerei, eticamente lecito “eludere la risposta” in particolare per noi che oggi viviamo anche il declino della successiva società industriale la quale, dopo aver promesso generale benessere, ci consegna un lascito di crescenti disuguaglianze sociali nonché di diffuso degrado e inquinamento ambientale a cui non sono estranee le odierne nuove malattie ed epidemie. Dovendo decidere in sostanza, per riprendere il significato profondo espresso da Chiovini nella titolazione e nella sua esplicitazione in premessa, se ci riferiamo alle Ceneri della fatica di quella cultura montana dei nostri avi unicamente come residuo cui possiamo anche esprimere ammirazione e nostalgia, oppure le leggiamo in profondità quale

sedime fecondo che si posò sulla superficie della condizione umana come su di un terreno arato e insieme raffiguranti la memoria storica enciclopedica da custodire, da esaminare, da interpretare, affinché ci aiuti a scegliere i percorsi, ci faciliti il cammino sopra questa terra nel corso delle rispettive vite, nell’intento di individuare e di perseguire gli scopi della più accettabile natura umana.”[64]

L’altra trilogia

Ho sinteticamente ripercorso le due note trilogie di Chiovini; ve ne è anche una terza, quella delle opere che non ha voluto pubblicare in vita. Il diario partigiano Fuori legge???, uscito a puntate su Monte Marona[65] ma che poi, nonostante l’invito di Calzavara, non ha voluto raccogliere in volume, lo struggente racconto “La volpe[66] e “Piccola storia partigiana della banda di Pian Cavallone[67]. Sono opere che hanno direttamente al centro, sia pur con modalità di scrittura diverse (il diario, il racconto, la documentata ricostruzione critica), la figura stessa dell’autore. Si è detto di un riserbo, caratteristico della personalità di Chiovini, a parlare, anche indirettamente di sé. Io penso vi sia anche altro: “dar parola” è nettamente diverso dal “prender parola” e probabilmente Nino considerava questi scritti in qualche modo esterni all’orizzonte morale delle sue opere principali. Eppure se li andiamo a rileggere anche qui ritroviamo in alcuni passaggi e sezioni gli stessi tratti della moralità del “dar parola”.

Ad esempio, in Fuori legge???, la voce piangente di Nord, giovane partigiano originario di Vicenza, cui segue il passo, quasi manzoniano, dell’“Addio Albergo del Pian Cavallone” oramai avvolto dalle fiamme appiccate dai reparti fascisti della Legione Tagliamento.

Addio, Albergo del Pian Cavallone! Hai finito di ospitare i cenciosi soldati di un esercito senza capo, senza Stato Maggiore, senza artiglierie, senza direttive, spesso senza pane, senza armi.

Ti amavamo perché ricordiamo quando ci riparavi dal freddo, dalla tormenta. Ti amavamo perché lì, abbiamo indurito i muscoli, abbiamo trovato un senso della vita. Ora non sei altro che macerie e muri arrostiti dal fuoco, anneriti dal fumo, come ce ne sono a Milano, a Berlino, a Londra, a Cassino, dovunque sono passate le Divisioni vittoriose o le disordinate colonne in ritirata; dovunque è passata la guerra che vince sul vinto e sul vincitore: su gli uomini e sulle cose. La guerra perde soltanto di fronte a chi la odia, a noi. Dinanzi a Guido che preferiva starsene a casa a pescare, davanti a Bagat, che dice di essere salito perché non vuole andare in guerra, innanzi a Gabri che avrebbe voluto frequentare il Politecnico.[68]

E queste parole non possono non risuonarci dentro quando, andando al Rifugio, passiamo davanti ai resti dell’Albergo e a quella persiana metallica traforata dalle mitragliate fasciste. Oppure, se saliamo da Scareno all’alpeggio della Rocca, non possono non tornarci in mente le parole, gli scambi di informazioni ed anco e le facezie di quel gruppo eterogeneo di partigiani sopravvissuti al rastrellamento che lì si è radunato e, in attesa di poter ricostituire la formazione, si raccontano a vicenda le loro storie e le loro speranze[69].

Analogamente quando scendiamo da Trarego a Promé non può non ritornarci a mente il racconto de La Volpe che ci fa rivivere, come “in diretta”, quel 25 febbraio con gli occhi e il sentire del partigiano sopravvissuto, del “ragazzo”, che era allora Chiovini, e nel contempo lo sconcerto della popolazione locale di fronte a quell’eccidio e a quell’orrenda profanazione dei corpi, espresso con tipico riserbo dal montanaro che lo ha ospitato, il quale all’incalzare, il giorno successivo, delle domande del ferito risponde quasi a monosillabi.

Il braccio si è trasformato in una ridicola salsiccia violacea. La donna lo guarda con apprensione e si sente disarmata.

In quella entra l’uomo che torna dal lavoro:

Salute! Come va? Il ragazzo – risponde con un gesto amichevole del braccio sano.

Anche l’uomo si china ad esaminare il braccio e il suo viso cotto dal sole mantiene quell’aria imbarazzata di quando è entrato.

– Si sa qualcosa di preciso? – Gli chiede il ragazzo.

– Dicono che i fascisti se ne sono andati.

– No, no – incalza – dei miei compagni, dico.

– Mah… dicono che ci sono dei morti…

– Quanti? – Il ragazzo cerca di far l’indifferente per indurre l’uomo, che evidentemente sa, a vuotare il sacco.

Questi per poco sta in silenzio; poi, senza guardarlo, sbotta:

– Nove.

– Ma chi lo ha detto? e nella voce del ragazzo c’è ancora speranza.

– La gente.

– Li han visti?

– Si.

– Dove?

– Lo sai dove.

[…]

Il ragazzo si scuote per chiedere ancora:

– Siete proprio sicuro?

L’uomo risponde di si con il capo, perché il groppo gli serra la gola.

– Allora bisogna che vada – decide il ragazzo.

– Dove?

– Al comando.

– È meglio che stai qui fino a domani sera.

– No, no. Vado stasera. Se m’insegnate la strada per arrivare fino a …, poi il resto lo so.

– Senti – risponde l’uomo che ora pare più vecchio – qui puoi stare finché vuoi. Nessuno ti manda via; hai bisogno di riposare; poi, nel braccio devi aver dentro qualcosa.

– No, devo andare; così potrò anche farmi guardare il braccio.

Scena dal docufilm “Trarego memoria ritrovata”

L’uomo capisce che è inutile insistere; poi è troppo preso a frenare le lacrime. A mezzogiorno, invece di mettersi a mangiare con gli altri muratori, ha attraversato la valle ed è salito a vedere i ragazzi morti, che la gente del paese vicino aveva trasportato con le scale al cimitero inondato di mazzi di bucaneve e di sempreverde. Davanti ai loro corpi martoriati pensava: «speriamo che nessuna delle loro mamme veda come sono ridotti». E a piangere non aveva vergogna, perché lì tutti piangevano.

Tornando incrociò un pattuglione di militi e si sentì come se non avesse il denaro per comprare una medicina indispensabile a un suo figlio malato.

Il partigiano è pronto per la partenza: fuori si è già fatto buio. In cucina beve una tazza di caffelatte caldo, poi saluta cominciando dalla donna. La ringrazia e lei continua a cantilenargli materne raccomandazioni, infine l’abbraccia. L’uomo gli si avvicina con il sorriso mesto e sottomesso di chi, da generazioni, vive con poca speranza:

– Ciao; e ricordati che i fascisti non sono razza da stare sulla terra – poi gli stringe in fretta la mano e se ne va verso la camera, pentito d’aver detto uno sproposito. [70]

Ed infine, se non abbiamo letto laPiccola storia partigiana della banda di Pian Cavallone”, come faremmo oggi a conoscere, al di là del nome poi assunto dalla Divisione che ha riunito tutti i partigiani del Verbano “di ogni colore”, la figura e il percorso di vita di Mario Flaim che lo ha portato dalla nativa Rovereto al rifugio del Pian Cavallone “in divisa di tenente degli alpini” con “una quindicina di uomini” e le sue parole di cristiano intransigente con cui ha rivendicato la sua scelta di combattere il fascismo, non escludendo la possibilità del martirio? Parole, che Flaim aveva espresso in una conferenza agli operai cattolici di Sant’Angelo Lodigiano “quando la sua decisione di partecipare alla lotta di liberazione è già operante”, a cui Chiovini ridà voce e delle quali riporto alcuni brevi stralci.

Così vogliamo andare verso la nostra patria: chini, in ginocchio, e chiederle perdono. Ecco dinnanzi a te i tuoi figli; essi ti colpirono, essi ti hanno tradita, ma pur anch’essi hanno sofferto per te, per te hanno lanciato la loro vita al di là della morte. Chiudi nelle profondità misteriose ogni amarezza e accogli sul tuo altare, in segno di riparazione feconda, il sangue di quelli che sono morti mormorando il tuo nome. […]

Mobiliteremo le nostre energie, raccoglieremo con devozione l’esempio luminoso dei grandi che resero illustri le antiche nostre tradizioni, e sorgerà ancora su tante rovine, su tanto disperato sacrificio un nuovo spirituale rinascimento che irradierà di sé tutte le genti. Solo una preghiera io depongo ai tuoi piedi, Cristo, mentre piangi sopra Gerusalemme. Fa che questo avvenga per virtù nostra italiana, per faticosa opera nostra. […]

Credo che non tornerò. Fate che le mie ossa riposino in questa terra Barazina, dove arrivai come un vinto e donde riparto soldato. Per la mia tomba chiedo alla vostra pietà qualche umile fiore, che sia bianco, però.[71]

Flaim cadrà durante il rastrellamento della Val Grande il 17 giugno sulla Marona nel tentativo di rallentare l’avanzata delle truppe tedesche e il suo corpo sarà ritrovato “sulle balze occidentali sottostanti la cima” con altri dieci caduti di cui quattro restati senza nome. A Mario Flaim “simbolo dell’unità” di tutte le anime della resistenza è oggi titolato il Palazzo sede del Consiglio comunale di Verbania e la piazza adiacente.

Una mission per il Parco letterario

Se il “dar parola”, il “dar e ridar voce” rappresenta la specifica ed intrinseca moralità che impregna la totalità delle opere di Chiovini, il neonato Parco Letterario intestato a suo nome non può limitarsi al pur fondamentale compito di una offerta culturale ed escursionistica innovativa, ma deve anch’esso impregnarsi dell’assunto morale di questo “dar parola” sia a chi oggi non c’è più, ma ha lasciato cospicue tracce sul nostro territorio – i resti dell’oramai scomparsa “civiltà rurale montana, i cippi e i monumenti dei caduti della lotta partigiana –, sia a tutti coloro che ancor oggi gravitano a ridosso della Val Grande, in comunità spesso marginalizzate dai principali flussi economici e comunicativi.

Una mission che impegna i due enti, Parco Nazionale della Valgrande e Casa della Resistenza, che lo hanno progettato e istituito in accordo con la Società Italiana del Paesaggio, a coinvolgere non solo come fruitori, ma come soggetti attivi, turismo culturale ed escursionistico e comunità locali nella costruzione di una memoria viva e di continuo rinnovata.

Bibliografia degli scritti di Nino Chiovini

“Io di politica non me ne voglio interessare” in Monte Marona n. 7, 23.05.1945, Verbania (firmato Peppo)

“… e tu a che partito sei iscritto?” in Monte Marona n. 9, 7.06.1945, Verbania (firmato Peppo)

“Vola” in Monte Marona n. 12, 21.06.1945, Verbania (firmato Peppo)

Fuori Legge ??? Diario di un partigiano nel Verbano”, 36 puntate in Monte Marona, Verbania, dal n. 15 del 6 ottobre ’45 al n. 54 del 10 luglio del 1946 (firmato enneci); riedizione parziale delle puntate 17-23 (dal 12 giugno al 29 giugno 1944) in Resistenza Unita n.6, giugno 1989

“25 Febbraio. Volante ‘Cucciolo’ a Trarego” in Monte Marona n. 34, 20.02.1946, Verbania (non firmato)

Verbano, giugno quarantaquattro, Comitato della Resistenza, Verbania 1966, p. 71

I giorni della semina 1943 – 1945, Comitato per la Resistenza nel Verbano, Comune di Verbania 1974, p. 140 (riedizioni come I giorni della semina: Vangelista, Milano 1974, 1979 e 1995, p. 155; Tararà, Verbania 2005, p. 159 con prefazione di Oscar Luigi Scalfaro)

“Nino Chiovini sulle trattative e sulla liberazione dell’Ossola” in Resistenza Unita n. 3, marzo 1974, Novara (lettera firmata)

“Fondotoce fra passato e presente” in Resistenza Unita, supplemento al n. 5, maggio 1979, Novara

“Sulle sponde del Ticino nell’inverno del ’43”, in Resistenza Unita n. 1, gennaio 1980, Novara

“Due giorni prima avevo compiuto dodici anni” in Resistenza Unita n. 6, giugno 1980, Novara (ripubblicato in Mal di Valgrande)

Val Grande partigiana e dintorni. 4 storie di protagonisti, Margaroli, Verbania 1980, p. 123 (riedizione: Comune di Verbania – Comitato della Resistenza, Verbania 2002, p. 126 con prefazione di Erminio Ferrari e un ricordo di giuseppe Cavigioli)

Classe IIIa B. Cleonice Tomassetti. Vita e morte, Comitato per la Resistenza nel Verbano, Comune di Verbania, 1981, p. 66 (riedizione parziale in Resistenza Unita n. 6, giugno 1992; ristampa nel 1994); nuova edizione di Tararà, Verbania 2010 (a cura di Gianmaria Ottolini, prefazione di Maria Silvia Caffari, annotazioni storiche di Mauro Begozzi e Gianmaria Ottolini)

“Il ’44 sulle sponde del Lago Maggiore” in Novara n. 1/81, Camera di Commercio di Novara, 1981

“Note sul battaglione partigiano Taurinense in Jugoslavia” in Novara n. 2/81 Camera Commercio di Novara, 1981

“Quando stava per sorgere l’alba di un mondo nuovo. Nel Verbano”, in Resistenza Unita nn. 4/5, aprile-maggio 1981, Novara

“Partigiani e ‘sfrusitt’ nell’Alto Novarese” in Ieri Novara Oggi, n. 5, Novara 1981, p. 117-140

“Precisazione”, in Resistenza Unita n. 11, novembre 1981, Novara (a proposito della manifestazione di Pala di Miazzina)

“La divisione ‘Garibaldi’ in Jugoslavia” in Resistenza Unita n. 12, dicembre 1981, Novara

Quando la morte non ti vuole di E. Liguori, Alberti, Verbania 1981 (curatore e prefatore)

“Ho conosciuto Nicola Mari” in Resistenza Unita nn. 4/5, aprile-maggio 1982, Novara

“Partigiani all’estero” in Resistenza Unita nn. 4/5, aprile-maggio 1982, Novara

“Per non gridare alle pietre” in Resistenza Unita n. 6, giugno 1982, Novara (firmato n.c.)

“In biblioteca. Quando la morte non ti vuole” in Resistenza Unita n. 9, settembre 1982, Novara

A Trarego per la libertà, Comune di Verbania 1982 (ristampa 1995)

Il Verbano tra fascismo antifascismo e resistenza, Comune di Verbania, 1983, p. 22 (dispensa per L’Università della terza età)

“Storie d’anteguerra in Val Grande” in Verbanus n. 4, Alberti, Verbania 1983 (ripubblicato in Mal di Valgrande)

“Formazioni partigiane e popolazione dell’Alto Novarese durante il rastrellamento del giugno 1944”, in Novara Provincia 80, n. 2, Novara 1984

“Un altro modo di scrivere di Resistenza. Ancora su ‘Viva Babeuf!’ di Gino Vermicelli”, in Il VCO, n. 10 del 19.5.1984, Verbania, p. 9

“Mario Flaim: sulle montagne del Verbano un testimone della fede e della libertà” in Il Verbano, 9.06.1984, Verbania; tratto dall’inedito “Piccola Storia partigiana della Banda di Pian Cavallone” (cap. VI – VIII), pubblicato con la presentazione, e intercalato da commenti, di G. Cacciami

“Otto giorni di libertà a Cannobio” in Il VCO, 6.10.1984, Verbania

“Andare a sachìtt” in Novara n.1/84, Camera di Commercio di Novara, 1984 (ripubblicato in Mal di Valgrande)

Gli alpini dell’Intra in Jugoslavia: Piero Zavattaro Ardizzi e i suoi uomini in quindici mesi di guerra partigiana in Montenegro e in Bosnia di G. Scotti: schede biografiche e note di N. Chiovini, Comitato per la Resistenza nel Verbano, Verbania 1984, p. 113

“I corti di Velina” in Novara n.4/85, Camera Commercio di Novara, 1985 (riedizione: Alberti, Verbania 1986; ripubblicato in Mal di Valgrande)

“A Verbania Borghese si arrende” in Resistenza Unita nn. 4/5, aprile-maggio 1985, Novara

“25 aprile” in Il VCO, 24 aprile 1985

“8.9.1943 nella Francia meridionale. In quei giorni ad Albertville” in Resistenza Unita nn. 1/2, gennaio-febbraio 1986, Novara

“Di nome vipera” in Eco Risveglio Ossolano del 20.02.86, Domodossola 1986

“Dialetti delle valli Anzasca e Intrasca. Studio inedito del XIX secolo di Giuseppe Belli e di altri autori”, in Novara n. 2/86 e 4/86, Camera di Commercio di Novara, 1986

Cronache di terra lepontina. Malesco e Cossogno: una contesa di cinque secoli, Vangelista, Milano 1987, p. 202 (riedizione: Tararà, Verbania 2007, p. 190)

“La liberazione di Cannobio nei documenti dell’Archivio Centrale dello Stato” in Novara n. 2/87, Camera di Commercio di Novara, 1987 (con A. Mignemi)

“Giugno 1944. Rastrellamento in Valgrande. Cronaca di una sconfitta” in Resistenza Unita n. 6, giugno 1987, Novara

“Appunti di storia sociale della Val Grande”, relazione al Convegno Val Grande ultimo paradiso, Verbania 19.09.1987

“Ricordo di Dionigi Superti. Un partigiano vero e saggio” in Resistenza Unita n. 3, marzo 1988, Novara

“Spigolando in biblioteca. Le aquile delle montagne nere” in Resistenza Unita n. 7, luglio 1988, Novara

A piedi nudi. Una storia di Vallintrasca, Vangelista, Milano 1988, p. 186 (riedizione: Tararà, Verbania 2004, p. 195)

“Ungiasca perduta” in Verbanus n. 9/88, Alberti, Verbania 1988

“Medaglia di Bronzo a Gastone Lubatti. Ma perché non d’oro?” in Resistenza Unita n. 11, novembre 1988, Novara

“Addio alle armi”, in Le Rive n. 1/89, pp. 56 – 58, Domodossola 1989 (ripubblicato in Mal di Valgrande)

“Cuggiono: un paese nella Resistenza” in Resistenza Unita n. 10, ottobre 1989, Novara, disponibile in rete: http://win.ecoistitutoticino.org/resistenza/cuggiono-nascita-della-resistenza.htm – ultima visita 1.02.2020 –

“Giuseppe Bosco Bagat” in Resistenza Unita n. 10, ottobre 1989, Novara

“Incisioni rupestri nell’area Verbano-Cusio” in Bollettino Storico per la Provincia di Novara n. 1/90, pp. 143 – 152, Novara 1990 (con A. Biganzoli)

“Grandiccioli: montagna fra i laghi” in Le Rive n. 1/90, pp. 54 – 55, Domodossola 1990

“Intra, Pallanza e il retroterra montano” intervento al convegno “Comuni, Province e disegno del territorio”, Verbania 23-24 marzo 1990, trascrizione a c. A. Mignemi, disponibile c/o ISRN, non pubblicato

“Verbania minore” in Le Rive n. 3-4/90, pp. 54 – 77, Domodossola 1990

“La storia del Lin” in Le Rive n. 5/90, pp. 41 – 44, Domodossola 1990

“Il ‘racconto’ di Nino Chiovini, in Il Cobianchi, Verbania 1990, pp. 34 – 38

“Impressioni e ricordi. Da Cannobio a Domodossola” in Resistenza Unita n. 10, ottobre 1990, Novara

“Il borgo di Sant’Ambrogio” in Le Rive n. 2/91, Domodossola 1991

“Da Villa Caccia Piatti a Villa Pos: due secoli di storia” in Le Rive n. 5/91, Domodossola 1991

Mal di Valgrande, Vangelista, Milano 1991, p. 141 (riedizione: Tararà, Verbania 2002, p. 184 con prefazione di Erminio Ferrari)

Le ceneri della fatica, Vangelista, Milano, 1992, p. 256 (riedizione: Tararà, Verbania 2019, p. 239)

La volpe” in Verbanus n. 18, Verbania 1997, pp. 354-368; riedito in: Istituto Cobianchi, Memoria di Trarego, Verbania 2003, pp. 154-164 (nuova ed. Tararà, Verbania 2007, pp. 160 – 169)

Fuori legge ??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà, Verbania 2012, p. 271 (prefazione di Gianmaria Ottolini; postfazione di Mauro Begozzi)

Piccola storia partigiana della banda di Pian Cavallone, Tararà, Verbania 2014, p. 127 (note iniziali di Lidia Chiovini; introduzione di Gianmaria Ottolini)

Locandina del Convegno “il Silenzio dei Corti” 14 – 15 febbraio 2020

[1] Dalla presentazione del progetto “Parco Letterario “Nino Chiovini” – Luoghi e memoria: il Patrimonio etno-antropologico e la Resistenza come fattori di conoscenza, di partecipazione e di produzione culturale”. Il Progetto completo è visionabile > qui < .

[2] Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991. Il titolo è editoriale, quello originario dell’autore è nel sottotitolo. Per un approfondimento cfr. > qui < .

[3] In Nino Chiovini, Val Grande partigiana e dintorni. 4 storie di protagonisti: Maria Peron, Dionigi Superti, Alfonso Comazzi, Gianni Cella, 2a edizione per conto del Comune di Verbania – Comitato della Resistenza, Verbania 2002, p. 9 – 10. Evidenziazioni mie.

[4] In Nino Chiovini, Mal di Valgrande, 2a edizione, Tararà, Verbania 2002, p. 8. Evidenziazioni mie.

[5] Ivi, p. 12.

[6] Comune di Verbania, 1983, p. 22 (dispensa per L’Università della terza età). Riportata in Fuori legge ??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà, Verbania 2012, p. 203-237.

[7] Ivi, p. 23.

[8] In Nino Chiovini, Mal di Valgrande, Vangelista, Milano 1991, p. 6. La seconda edizione (cfr. nota 4) non riporta questo elenco di 24 testimoni.

[9] Guerriglia nel mondo dei vinti, in Valgrande partigiana cit. p. 15 – 31. Il saggio inizia con questa citazione di Nuto Revelli che anticipa la problematicità tematizzata del rapporto fra i due mondi: i partigiani da un lato e i contadini di montagna, dall’altro.

Forse in quel mondo di poveri, dove la paura e la solidarietà si confondevano, eravamo più padroni che ospiti. Forse chiedevamo troppo. Era la guerra che soprattutto contava. ‘A questa gente, dicevamo, penseremo poi’.” (Il mondo dei vinti, Einaudi, Torino 1977, pag. XX).

[10] Mal di Valgrande, ed 1991, p. 113 – 119.

[11] Edito a cura del Comitato permanente Verbanese della Resistenza e del Circolo Nuova resistenza con il patrocinio del Comune di Verbania nel XX della Repubblica e nel XXII anniversario di Fondotoce.

[12] I giorni della semina 1943 – 1945, Comitato per la Resistenza nel Verbano, Comune di Verbania 1974, p. 140 (riedizioni: I giorni della semina, Vangelista, Milano 1979 e 1995, p. 155; Tararà, Verbania 2005, p. 159).

[13] I giorni della semina, Tararà, Verbania 2005, p. 99-100.

[14] Teresa Binda (1900 – 1944), madre vedova del giovane partigiano Gianni Saffaglio (1925 – 2017), salita in ValGrande per trovare il figlio fu bloccata in valle dall’inizio del rastrellamento e lo seguì nella ritirata della colonna Muneghina. Al rientro a Verbania, riconosciuta da un fascista prigioniero poi liberato durante il rastrellamento, fu arrestata nella sua casa di Suna e fucilata a Beura Cardezza assieme a otto partigiani il 27 giugno 1944. Insignita della Medaglia d’oro al Merito Civile il 14 febbraio 2008.

[15] I giorni della semina cit., p. 71.

[16] Ivi p. 93.

[17] Val Grande partigiana e dintorni. 4 storie di protagonisti. Maria Peron, Dionigi Superti, Alfonso Comazzi, Gianni Cella, Margaroli, Verbania 1980, p. 7.

[18] Ivi, p. 25-45.

[19] Ivi, p. 47-68.

[20] Resistenza Unita, n. 3, marzo 1988. Ripubblicato in Fuori legge ??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà, Verbania 2012, p. 121-124.

[21] Val Grande partigiana ecc. cit. p. 69-107.

[22] Organizzazione Todt. Costituita dal Ministro tedesco degli Armamenti e della produzione bellica, Fritz Todt, divenne operativa in tutti i paesi europei occupati con mansioni di edilizia militare. Chi aderisce viene esentato dal servizio militare per cui vi affluiscono renitenti, disertori, anche ex partigiani ecc. che vivono così in una situazione dove l’ingaggio tedesco li sottrae legalmente da qualsiasi rappresaglia fascista. Vi aderiscono operai provenienti da tutte le regioni occupate dai tedeschi. Molti anche dal VCO. Complessivamente la Todt arriverà a contare 240.000 operai. In alcuni casi operai addetti a particolare mansioni, come Comazzi, furono costretti ad arruolarsi nella Wermacht.

[23] Val Grande partigiana ecc. cit. p. 105-119.

[24] Cfr. Mino Ramoni, Vincenzo Adreani. Primo sindaco di Verbania. Il sindaco della liberazione (1883-1948), VB/doc, Verbania 2009, p. 64-68 e Orazio Barbieri, I sopravvissuti, Feltrinelli, Milano 1972, p. 36-50 (riedito ed. Pentalinea, Prato, 1999, p. 42-60).

Cleonice

[25] Emilio Liguori, Quando la morte non ti vuole. (I casi di un giudice istruttore al tempo della grande tormenta), in Verbanus n. 2, 1980, Alberti libraio editore, p. 140-212. Poi riedito isolatamente: Alberti 1981.

[26] Ivi, p. 173. Corsivi miei.

[27] Anche sulla sua tomba, al Cimitero Maggiore di Milano (Campo di Gloria n. 64), sulla sua lapide (n. 443) il cognome è erroneamente indicato come Tomasetti.

[28] Su queste mitizzazioni e su come Chiovini abbia dato il contribuito fondamentale al recupero della memoria di questa donna straordinaria, cfr., su questo stesso blog, Cleonice. Il lungo cammino della memoria. Una bella lettura al femminile è quella di Maria Minola: Tomassetti Cleonice, l’alchimista.

[29] Classe IIIa B. Cleonice Tomassetti. Vita e morte, Tararà, Verbania 2010, p. 35.

[30] Ivi, p. 43-44.

[31] Ivi, p. 68.

[32] Cronache di terra lepontina. Malesco e Cossogno: una contesa di cinque secoli, Vangelista, Milano 1987 (riedizione Tararà, Verbania 2007).

[33] Ivi, p. 200.

[34] Ivi, p. 15.

[35] Ivi, p. 200.

[36] Ivi, L’idioma di una civiltà estinta, p. 93-102.

[37] Ivi, p. 25.

[38] Ivi, p. 36.

[39] Ivi, p. 38.

[40] Ivi, p. 39.

[41] Ivi, p. 104-105. L’analisi tecnica e terminologica della struttura delle baite e, in particolare, del tetto in pietra (piòd) che richiedeva competenze specifiche – quelle del teciàtt –sono descritte in modo particolareggiato nelle pagine successive.

[42] A piedi nudi. Una storia di Vallintrasca, Vangelista, Milano 1988 (riedizione: Tararà, Verbania 2004).

[43] Ivi, p. 119.

[44] Ivi, p. 12-13.

[45] Ivi, p 89.

[46] Ivi, p. 63.

[47] Ivi, p. 112.

[48] Ivi, p. 152-153.

[49] Ivi, p. 185-186.

[50] Ivi, p. 181.

[51] Le ceneri della fatica, Vangelista, Milano 1992, p. 7 (riedizione: Tararà, Verbania 2019).

[52] Ivi, p. 218.

[53] Gli archivi consultati (12) e le testimonianze raccolte (13) sono indicate all’inizio: cfr. Ivi, p. 6.

[54] Ivi, p. 16-17.

[55] Oggi per Vallintrasca si intende solo la valle del San Giovanni (Valle Intragna), mentre storicamente e nei testi di Chiovini viene compresa anche la valle del San Bernardino, il torrente che nasce a ponte Casletto dalla confluenza del Rio Grande e del Rio Pogallo. L’uso al plurale (le Vallintrasche) risolve il possibile equivoco.

[56] Ivi, p. 191.

[57] Ivi, p. 43.

[58] Ivi, p. 171.

[59] Ivi, p. 165-166.

[60] Ivi, p. 164-165.

[61] Ivi, p. 192-193.

[62] Ivi, p. 255-256.

[63] Ivi, p. 194.

[64] Ivi, p. 10.

[65] Cfr. Il diario partigiano di Nino Chiovini. Il diario è stato poi ripubblicato integralmente in Fuori legge ??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà, Verbania 2012.

[66] Pubblicato postumo sulla rivista Verbanus n. 18, Verbania 1997, pp. 354-368 e riedito in: Istituto Cobianchi, Memoria di Trarego, Verbania 2003, pp. 154-164 (nuova ed. Tararà, Verbania 2007, pp. 160 – 169).

[67] Pubblicato da Tararà, Verbania 2014.

[68] Fuori Legge, ed. cit., p. 61.

[69] Ivi, p. 82-84.

[70] In Verbanus n. 18, Verbania 1997, pp. 366-368.

[71] Piccola storia partigiana della banda di Pian Cavallone, Tararà, Verbania 2014, p. 84-86.

Frattali 5. Visite Virtuali al tempo del COVID-19 (giorni 57 – 71)

Dall’8 marzo, viste le restrizioni di movimento man mano intensificatesi, giornalmente ho postato su facebook una o più foto tratte dall’archivio digitale dei miei viaggi degli ultimi anni. Un modo per riguardare e richiamare alla mente – e agli occhi – luoghi e artisti che avevo apprezzato o che mi avevano comunque colpito; nel contempo, ai tempi del #iorestoacasa, una modalità per tener aperti i contatti con i miei amici digitali. Frattali di bellezza e pertanto di speranza.

Di seguito la nona e decima settimana di fotografie con i testi (didascalie e talvolta qualcosa di più) e i link che le accompagnavano. Ho poi concluso con il 71mo giorno (17 maggio), antecedente alla riapertura e all’alleggerimento sostanziale delle misure di contenimento.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 26) #iorestoacasa

Jannis Kounellis (Pireo 1936 – Roma 2017), Senza titolo, 1991

Artista greco, naturalizzato italiano, è uno dei massimi esponenti in Italia della corrente dell’Arte povera, di un’arte povera non minimalista, si è detto. Ama infatti installazioni scenografiche di forte impatto. Questa opera apre la collezione permanente “L’irruzione del contemporaneo” al Mart di Rovereto dedicata ai linguaggi artistici che, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, hanno reinventato pittura e scultura “superando la spazio astratto della cornice e del piedistallo, sconfinando nello spazio della vita”.

“Io sono un pittore: sono un visionario, ma non dipingo.
Vorrei guadagnare la visione, cioè ciò che all’inizio era il quadro.
È la visione il mestiere del pittore”.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 27) #iorestoacasa

Mario Merz (Milano 1925 – Torino 2003): Chiaro Oscuro, 1983.

Mario Merz, Chiaro Oscuro

Altro artista approdato all’arte povera; dopo il periodo delle scritte luminose al neon che riproponevano gli slogan del 1968, le installazioni di igloo lo caratterizzano per tutto il periodo successivo. Con l’utilizzo dei materiali più diversi l’autore – come si afferma nella presentazione di una mostra dello scorso anno all’Hangar Pirelli Bicocca –“indaga e rappresenta i processi di trasformazione della natura e della vita umana: in particolare gli igloo, visivamente riconducibili alle primordiali abitazioni, diventano per l’artista l’archetipo dei luoghi abitati e del mondo e la metafora delle diverse relazioni tra interno ed esterno, tra spazio fisico e spazio concettuale, tra individualità e collettività. Queste opere sono caratterizzate da una struttura metallica rivestita da una grande varietà di materiali di uso comune, come argilla, vetro, pietre, juta e acciaio – spesso appoggiati o incastrati tra loro in modo instabile – e dall’uso di elementi e scritte al neon” (https://pirellihangarbicocca.org/mostra/mario-merz-igloos/#)

“Chiaro Oscuro” fa parte della permanente contemporanea al Mart di Rovereto. Questo il commento in loco: «Alla ricerca dei principi che regolano le energie della natura, a partire dal 1968 Mario Merz realizza gli igloo: strutture circolari che rimandano alle pratiche essenziali dell’umanità, come costruire una casa, pensare il cosmo o esplorare il mondo. In linea con la pratica di Merz, in “Chiaro Oscuro” l’artista compone l’installazione come un demiurgo che trasforma e mescola forme e materiali artificiali e naturali, pieni e vuoti, superfici chiare e oscure nel tentativo di connettere archetipi, esaltarli e attivarli».

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 28) #unpocoesco

Armando Testa (Torino 1917-1992), Punt e Mes (variazioni 1960-62) e Sedie con matita (1972).

Oggi un autore che si colloca tra arte contemporanea e grafica, tra ironia dadaista e pubblicità. Visto che è lecito uscire un po’, possiamo brindare ma non sederci.

Al Mart nel 2017, in occasione del centenario della sua nascita, era allestita la temporanea “Tutti gli ‘ismi’ di Armando”. Di seguito l’introduzione:

Punt e Mes Totem

«Scrivendo in merito al Futurismo e alla vita moderna, nel 1928 Fortunato Depero annotava: “L’arte dell’avvenire sarà potentemente PUBBUCITARIA. Tale profetica affermazione ha trovato riscontro nel corso del Novecento e del nuovo millennio in forme espressive che contaminano le discipline, superano lo specifico delle arti e prendono coscienza del ruolo della comunicazione e dell’attivo contributo dei media nel dare forma alla società e al proprio tempo.

In tale scenario il Mart coglie l’occasione del centenario della nascita per celebrare il genio di Armando Testa (1917-1992). Personaggio dall’inesauribile curiosità e inarrestabile fantasia, Testa ha saputo trasferire le sperimentazioni delle avanguardie artistiche nell’immaginario collettivo moderno. Come suggerisce il titolo della mostra, manifesti, caroselli, sculture e dipinti mettono in luce le connessioni con i principali “temi” del Novecento: il dinamismo del Futurismo, la composizione dell’Astrattismo, i paradossi visivi del Surrealismo o gli slittamenti semantici del Dadaismo. Le dichiarazioni dell’autore, estratte da interviste storiche dell’Archivio Rai, orientano un percorso che evidenzia gli omaggi a grandi maestri del XX secolo come Piet Mondrian, Pablo Picasso, John Cage e approfondisce alcuni temi affrontati da Armando Testa in una relazione talvolta fondata e, in altri casi, ironica e divertita rispetto ai motivi più profondi dell’arte contemporanea. Al centro del suo interesse vi è sempre l’idea del “moderno” come istanza che si impone nella necessità di corrispondere alla velocità e alle dinamiche del cambiamenti sociali dell’Italia del dopoguerra. Armando Testa è un protagonista fondamentale della nostra epoca esibendo la straordinaria capacità di determinare un immaginario popolare che investe la vita quotidiana, accompagna le Innovazioni del modi di produzione, crea nuovi miti attraverso l’elaborazione di aggiornate tecniche di comunicazione che, nella loro straordinaria sintesi, continuano a offrirsi all’analisi e al piacere di interminabili divagazioni per indagini semiotiche, riflessioni sociologiche e pratiche artistiche dell’attualità.»

Sedie con matita

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 29) #unpocoesco

Fortunato Depero (Fondo 1892 – Rovereto 1960), Casa d’arte futurista Depero

Se nel 1918 nascono in Italia un certo numero di Case d’arte futuriste a partire da quella di Prampolini a Roma, questa fondata l’anno dopo a Rovereto era, nella concezione dell’artista, un’officina di arti applicate (arazzi, marionette, grafica pubblicitaria …) ed è successivamente diventata un vero e proprio museo. Dal 1989 è incorporato nel Mart (Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto) e nel 2009 è stato restaurato e ristrutturato su progetto dell’architetto Renato Rizzi.

 

 

Questa l’autopresentazione sul sito:

“Quando vivrò di quello che ho pensato ieri, comincerò ad avere paura di chi mi copia”. (F. Depero) «La Casa d’Arte Futurista Depero è l’unico museo fondato da un futurista – lo stesso Depero, nel 1957 – in base a un progetto dissacrante e profetico: innovazione, ironia, abbattimento di ogni gerarchia nelle arti. L’edificio si trovava nell’elegante centro storico della Rovereto medioevale. Depero, un vero pioniere del design contemporaneo, curò personalmente ogni dettaglio: i mosaici, i mobili, i pannelli dipinti. Morì nel 1960, poco dopo l’apertura. Il 17 gennaio 2009, in occasione del centenario del Futurismo, il Mart ha dato una seconda vita a Casa Depero. Un complesso restauro, firmato dall’architetto Renato Rizzi, ha recuperato le zone originali progettate dall’artista, completandole con due nuovi livelli ispirati direttamente al gusto di Fortunato Depero. Dentro si possono ammirare, esposti a rotazione, circa 3000 oggetti lasciati dall’artista alla città, fra dipinti, disegni, tarsie in panno, grafiche e giocattoli.
Casa Depero ospita anche un ricco programma espositivo, che reinterpreta in chiave contemporanea l’originaria vocazione di questo luogo al dialogo tra artisti e comunità locale.»

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 30) #unpocoesco

Fortunato Depero (1892 –1960), Casa d’arte futurista Depero: Autoreclame e Pubblicità.

  1. Studi di insegne pubblicitarie, 1929http://www.mart.trento.it/casadepero
  2. Cartellone Balli Plastici, 1918
  3. Copertina di “”, 1930

4-5. Campari, 1926

«L non è vana, inutile e esagerata espressione di megalomania, bensì indispensabile NECESSITÀ per far conoscere rapidamente al pubblico le proprie idee e creazioni».

«L’arte dell’avvenire sarà potentemente pubblicitaria. Tale espressione apparentemente eretica, tale audace concezione e inoppugnabile constatazione l’ho avuta dai musei e dalle opere del passato. L’arte dei secoli passati è pregna di glorificazioni. Ovunque un’impronta guerresca e religiosa, ovunque una documentazione di fatti, di cerimonie e di personaggi esaltati nelle loro atmosfere vittoriose, nei loro simboli, nei gradi di comando e di splendore. Anche i loro prodotti eccelsi ed ambienti regali (architetture, regge, troni, drappi, alabarde, stemmi ed armi di ogni foggia) appaiono in simultanea glorificazione. Non c’è opera antica se non inghirlandata di trofei gloriosi pubblicitari, di arnesi di pace, di guerra e di vittoria; timbrati da sigle e da simboli originali di potenti casati, composti e stilizzati con una libertà autoincensatoria ultrareclamistica. […]

 

L’arte della pubblicità è un’arte decisamente colorata, obbligata alla sintesi. Arte fascinatrice che arditamente si piazzò sui muri, sulle facciate dei palazzi, nelle vetrine, nei treni, sui pavimenti delle strade, dappertutto. Si tentò perfino di proiettarla sulle nubi. È insomma un’arte viva che penetra e si diffonde ovunque, moltiplicata all’infinito e che non rimane sepolta nei musei. Arte libera da ogni freno accademico.

Arte gioconda, spavalda, esilarante, ottimistica. Arte di difficile sintesi, dove l’artista è alle prese con la creazione ad ogni costo. Il cartello è l’immagine simbolica di un prodotto, è la geniale trovata plastica e pittorica necessaria per esaltarlo e interessarlo. Esaltando con ingegno i nostri prodotti, le nostre imprese, (cioè i fattori e l’essenza della nostra vita), non facciamo che dell’arte sinceramente moderna. L’arte pubblicitaria poi offre temi e campo di ispirazione inesplorati. Essa è fatalmente necessaria, attuale e rapidamente pagata. Sono persuaso che un solo industriale dà maggiore incremento all’arte nuova e alla sua evoluzione, più di cento critici o di cento collezionisti passatisti. […]

L’influenza dello stile d’avanguardia e futurista in tutte le applicazioni e creazioni pubblicitarie e decorative è evidente, lo stesso mi vedo frequentemente plagiato, con più o meno gusto, con più o meno intelligenza. Ciò mi fa naturalmente molto piacere e, benché mi sia dedicato all’arte pubblicitaria con limitato tempo, constato e non esito a dichiararlo, di avere fatto scuola; ma aggiungo che in questo campo inesauribile avrò ancora qualcosa da dire.»

(Dalla Rivista “Futurismo”, Roma, 1933)

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 1) #unpocoesco

Fortunato Depero (1892 –1960), Marionette di legno e Balli Plastici (Casa d’arte futurista Depero)

Costruzione di donna, 1917

Marionette

Video “Pagliacci”: apertura e scena conclusiva.

Operai

Ballerina negra (New York, 1929)

«… Per ottenere un maggior senso geometrico e di libertà proporzionale nei costumi, nei personaggi e nei rapporti fra scena e figura, bisognerebbe dimenticare addirittura l’elemento uomo e sostituirlo con l’automa inventato; cioè con la nuova marionetta libera nelle proporzioni, di uno stile inventivo e fantasioso, atta ad offrire un godimento mimico paradossale e a sorpresa…».  (F. Depero)

Il progetto dei “Balli Plastici” nasce nel 1917-18 con l’incontro di Depero con il poeta svizzero Gilbert Clavel e il loro soggiorno a Capri. Un “teatro magico” realizzato con marionette di legno dai movimenti meccanici e accompagnato da musiche d’avanguardia. La prima rappresentazione a Roma nel 1918 con undici repliche nel Teatro dei Piccoli fondato dal grande burattinaio Vittorio Podrecca.

Lo stile delle marionette realizzate in quegli anni continuerà a caratterizzare anche le opere successive di Depero: sculture, dipinti, “mosaici di stoffa” ecc.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 2) #unpocoesco

Fortunato Depero, Casa d’arte futurista Depero, 1957

Al piano terra su una parete tre grossi dipinti a olio di analoghe dimensioni (cm. 220 x 168,5 ciascuno) si presentano quasi come un grande murale che interseca modernità e tradizione nelle simbologie e nelle strutture architettoniche, miti antichi e miti contemporanei, in una grande visione dove l’antico diventa integralmente moderno.

Da sinistra: Generosità sconfinata – Pietre antiche e moderne – Vampa eroica

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 3) #unpocoesco

Fortunato Depero (1892 –1960), Diabolicus (1924), autoritratto

Esposto nella Casa d’arte futurista, abbiamo un autoritratto che si distacca dalle autorappresentazioni tipiche di molti artisti. In questo autoritratto del 1924 (titolato “Diabolicus” nel 1932 dopo il ritorno dagli Stati Uniti) Depero si raffigura come un montanaro (con alle spalle le Dolomiti) e contemporaneamente come un viaggiatore ove le Dolomiti si trasformano in grattacieli. Sarà infatti nel 1928 che Depero si trasferisce a New York e che “diabolicamente” trasformerà le Dolomiti in grattacieli e se stesso, dal montanaro attaccato alle proprie radici e tradizioni, nel viaggiatore moderno volto alla scoperta del “nuovo mondo”, nel contempo messaggero oltreoceano dell’arte futurista.

 

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 4) #unpocoesco

Rovereto.

1-2 . Palazzo Del Ben – Conti d’Arco (sec XV), Piazza Rosmini

 

  1. Palazzo Pretorio – Municipio (sec XV)

  1. Per le vie del centro

Campana dei caduti

Chiudo questa (retro)visita virtuale a Rovereto con immagini di questa cittadina con cui noi del VCO e del Novarese, come abbiamo in parte già visto, abbiamo molti rapporti. Sul piano artistico con pittori presenti nelle collezioni del Mart (Tozzi, Casorati, Dudreville …) e perché qui sono nati due personaggi importanti per il nostro territorio. La figura di Antonio Rosmini e i Collegi rosminiani di Stresa e Domodossola sono ampiamenti noti. Meno noto è che Mario Flaim, comandante partigiano caduto sulla Marona e a cui è stata intitolata nell’ultimo periodo della Resistenza la Divisione che ha riunito tutte le formazioni del Verbano, sia anche lui originario della cittadina trentina.

Vale la pena, dopo il Mart e la Casa d’Arte Depero, percorrerne le vie, ammirare il Palazzo del Ben, oggi sede della Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, nonché il Palazzo Pretorio, oggi sede municipale  – entrambi risalenti al XV secolo – e, se si è autonomi nel trasporto, salire sul Colle di Miravalle dove è collocata la Campana dei Caduti (o della Pace), forgiata con il bronzo dei cannoni delle diverse nazioni in conflitto, che con i suoi cento rintocchi ogni sera al tramonto ricorda i caduti di tutte le guerre.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 5) #unpocoesco

Polimede di Argo, Kléobi e Bitone (585 a.C. circa). Museo Archeologico di Delfi.

Statue in marmo di grandi dimensioni (h. cm. 216) dello stile arcaico dei kouroi (ragazzi nudi astanti) di derivazione egizia. Furono scoperte nel 1893 e 1894 durante scavi organizzati da archeologi francesi.

I due gemelli, nella tradizione mitica, erano figli della sacerdotessa Cidippe del tempio di Hera. Secondo il racconto di Erodoto dovendo la loro madre recarsi a celebrare i riti della divinità olimpica, in assenza dei buoi, i due figli trascinarono il carro della sacerdotessa sino al tempio. La madre commossa per la loro dedizione chiese a Hera la ricompensa più grande che dei mortali potessero ricevere. La Dea li fece addormentare per sempre in un sonno piacevole, una sorta di morte inconsapevole e indolore.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 6) #unpocoesco

Sfinge dei Nassi (565 a.C. circa). Museo Archeologico di Delfi.

Dono della popolazione di Nasso, la principale isola delle Cicladi, all’oracolo di Delfi. Statua di cm 222, scolpita nel marmo originario dell’isola, si ergeva a Delfi su di una colonna di 10 metri davanti al tempio di Apollo.

Tra le varie raffigurazioni della Sfinge questa, oltre il corpo di leone e il viso di donna – che qui ricorda quello tipico delle Korai greche – è nella versione alata, raffigurazione presente sia in Grecia che in tutto il medio oriente. Alla Sfinge si collega, come è noto, il mito di Edipo.

 

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 7) #unpocoesco

Toro in oro e argento a sbalzo di dimensioni naturali, VI sec a.C. Delfi, Museo Archeologico.

Nel 1939, sotto la Via Sacra che conduce al tempio di Apollo, sede dell’Oracolo, è stato rinvenuto un deposito degli artistici oggetti preziosi che i “postulanti” recavano per poter accedere al responso del Dio.

Dal libro di Michael Scott, “Delfi. Il centro del mondo antico, una efficace ricostruzione:

«(L’oracolo) non dice né occulta ma dà segni.» Eraclito

«Il giorno fissato era giunto. Dopo un viaggio su per i tortuosi sentieri montani che portavano al luogo santo nascosto nei recessi del massiccio del Parnaso, si erano riunite nel santuario di Apollo persone venute da vicino e da lontano, rappresentanti di città e di Stati, di dinastie e di regni fin dalla parte opposta del Mediterraneo. Allo spuntare dell’alba girò la voce che presto si sarebbe saputo se il dio Apollo avrebbe risposto alle loro domande. La luce del sole si rifletteva sulla facciata di marmo del tempio, la sacerdotessa dell’oracolo entrò nella parte più interna e gli interpellanti in folla cominciarono ad avanzare, in attesa del proprio turno per apprendere che cosa avessero in serbo per loro gli dei. Si riteneva che le divinità potessero tutto, controllassero tutto, sapessero tutto: le loro sentenze, più e più volte, si erano dimostrate definitive. Tra gli interpellanti c’era chi aveva atteso mesi, chi aveva percorso migliaia di chilometri. Adesso attendevano pazienti il proprio turno, ognuno presumibilmente pieno di apprensione per ciò che avrebbe ascoltato entrando nella casa del dio. Alcuni ne uscivano soddisfatti, altri delusi, i più pensierosi.

Al crepuscolo la sacerdotessa del dio si faceva muta. Le folle si disperdevano, dirette verso tutti gli angoli del mondo antico, portando con sé le parole profetiche dell’oracolo di Delfi.»

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 8) #unpocoesco

Auriga, 475 a.C. circa. Museo Archeologico di Delfi. Statua in bronzo (cm. 180) e ornamenti argentei.

La Statua originaria comprendeva anche la quadriga con i cavalli, di cui sono pervenuti solo alcuni frammenti.

È stata commissionata da Polizelo di Dinomene, tiranno siciliano di Gela, per celebrare la vittoria ai Giochi Pitici del 478 a.C. Delfi infatti non era famosa solo per il Tempio di Apollo e l’oracolo, ma ogni quattro anni vi si svolgevano, prima ancora di quelli olimpici, giochi panellenici (Pitici) che comprendevano non solo le competizioni sportive ma anche gare poetiche e musicali. Sovrastante al tempio di Apollo vi è infatti il teatro e, ancora più in alto, lo stadio per le competizioni sportive.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 9) #unpocoesco

Tesoro degli Ateniesi, Delfi (510 – 490 a.C. circa)

I templi del Tesoro o Donari custodivano le offerte preziose che le poleis greche donavano ad Apollo delfico. Secondo alcuni quello ateniese fu eretto per celebrare la vittoria della democrazia della polis attica nei confronti della tirannia, mentre secondo Pausania per celebrare la battaglia di Maratona (490 a.C.) contro i Persiani.

È un tipico tempio dorico “in antis” e il fregio con le metope che orna la parte superiore, rappresentava le imprese di Teseo, l’eroe mitico per eccellenza ateniese (di fronte), e quelle di Eracle, eroe tebano (di lato). Il tempio fu ricostruito tra il 1903 e il 1906 con un finanziamento del comune di Atene; le metope recuperate sono custodite nel Museo di Delfi.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 3 – giorno 10) #passoechiudo

Delfi, Tempio di ApolloOracolo e Teatro

Con le foto dei due monumenti principali di Delfi, Tempio di Apollo con il sacello dell’Oracolo e il Teatro, chiudo dopo tre mesi e 10 giorni le mie visite virtuali quotidiane.

 

 

 

Posto sul lato est del massiccio del Parnaso – monte brullo e per niente ‘paradisiaco’ come è invece rappresentato dalla tradizione poetica – il tempio di Apollo risale al V secolo a.C. e venne ricostruito dopo un incendio con il finanziamento della potente famiglia aristocratica ateniese degli Alcmeonidi. Nella cripta dove vi erano esalazioni considerate miracolose la Pizia dava voce al responso del Dio.

Racconta Plutarco: «Non c’è niente di strano, dunque, se fra tante esalazioni che la terra fa scaturire, solo queste di Delfi riescano ad invasare le anime traendole alla visione del futuro. La tradizione conferma senz’altro il nostro discorso. Si racconta infatti che il potere di questo luogo si rivelò per la prima volta quando un pastore, capitato qui per caso, cominciò a proferire voci ispirate. Da principio i presenti dissero che era matto, ma poi, quando le predizioni di quell’uomo si realizzarono, restarono sbalorditi. A Delfi i più eruditi ricordano ancora il suo nome: Coreta.»

(Il tramonto degli oracoli, in Dialoghi Delfici, Piccola Biblioteca Adelphi, Milano, 1995, pp. 118-119)

Il teatro ove, oltre le frequenti rappresentazioni di commedie e tragedie, si svolgevano le gare di musica e poesia associate ai giochi pitici. La configurazione visibile oggi risale ad una ristrutturazione del IV secolo e al restauro del II sec a.C., in epoca romana. Poteva contenere 5.000 posti ed aveva un ingresso con un fregio rappresentante le dodici fatiche di Eracle.

 

 

Frattali 4. Visite Virtuali al tempo del COVID-19 (giorni 43 – 56)

Dall’8 marzo, viste le restrizioni di movimento man mano intensificatesi, giornalmente ho postato su facebook una o più foto tratte dall’archivio digitale dei miei viaggi degli ultimi anni. Un modo per riguardare e richiamare alla mente – e agli occhi – luoghi e artisti che avevo apprezzato o che mi avevano comunque colpito; nel contempo, ai tempi del #iorestoacasa, una modalità per tener aperti i contatti con i miei amici digitali. Frattali di bellezza e pertanto di speranza.

Di seguito la settima e ottava settimana di fotografie con i testi (didascalie e talvolta qualcosa di più) e i link che le accompagnavano.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 12) #iorestoacasa

Luigi Guerricchio (Matera 1932-1996) – Palazzo Lanfranchi, sezione Arte contemporanea

1. Interno-esterno, 1976

 

2. Argano e uomini del maggio, 1990

 

3. Uomo seduto con bastone, 1994

 

4. Autoritratto

La sezione di Arte contemporanea di Palazzo Lanfranchi dedica una sala a questo pittore materano.

“Luigi Guerricchio nasce il 12 ottobre del 1932 a Matera, dove muore il 1996, discendente da una famiglia borghese materana. Compiuti gli studi classici, si iscrisse alla Facoltà di Scienze Politiche presso l’Università di Firenze; ma, attratto dall’ambiente artistico fiorentino, lascia gli studi universitari e ritorna a Matera. Successivamente si trasferisce a Napoli iscrivendosi alla Scuola del Nudo presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli. A quel periodo risale l’incontro, a Portici, con Rocco Scotellaro, che influenzerà la sua formazione ideologica e la caratterizzazione della sua figura artistica.”

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 13) #iorestoacasa

Carlo Levi (1902 – 1975), ritratti. Matera – Palazzo Lanfranchi, sezione Arte contemporanea.

1. Altiero Spinelli, 1939

 

2. Ernesto Rossi, 1949

 

3. Giuseppe Di Vittorio, 1952

 

4. Rocco Scotellaro, 1953

Nell’area del Museo nazionale d’arte medievale e moderna della Basilicata (Palazzo Lanfranchi) dedicata al pittore-scrittore Carlo Levi, oltre al grande telero Lucania ’61 che visiteremo domani, in una sala vi è un’ampia selezione di sue opere. Si tratta in gran parte di ritratti (e alcuni autoritratti) dalla grande forza espressiva. È un po’ come far scorrere la storia italiana tra guerra e dopoguerra.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 14) #iorestoacasa

Carlo Levi (1902 – 1975), Lucania ’61, tela di m. 18,50 x 3,20 (telero).

Lucania ’61: prima e seconda scena

 

Lucania ’61: seconda e terza scena

 

Lucania ’61, particolare

 

Lucania ’61: particolare

Lucania ’61: particolare

 

Lucania ’61: particolare

 

L’opera ha rappresentato la Basilicata all’Esposizione internazionale Italia ’61 di Torino ed è dedicata alla memoria di Rocco Scotellaro, poeta lucano suo amico e simbolo della civiltà contadina.

Riporto dal sito “Matera Inside” la descrizione di quest’opera unica nel suo genere per impatto visivo e risonanza politico-sociale. Frutto anche di una documentazione attenta come si vede in alcune fotografie esposte di fronte all’opera.

“Le tre scene sono ispirate alla quotidianità lucana, alla sua immensa umanità pregna di dolore antico e paziente lavoro. Da sinistra a destra del dipinto appare Rocco Scotellaro, il poeta della libertà contadina che è, come lo stesso Levi ha dichiarato in una descrizione dell’opera, il filo conduttore del dipinto. Appare morto e col volto bianco nella grotta da cui cominciano i tempi, accerchiato da donne addolorate e che lamentano la sua scomparsa; poi ci appare ragazzo dal viso lentigginoso o, ancora, rivolto a parlare a una folla in piazza, accerchiato da altri intellettuali dell’epoca che compaiono sulla scena: Giuseppe Zanardelli, Francesco Saverio Nitti, Giustino Fortunato, Guido Dorso.

Non mancano le scene del vicinato e del lavoro domestico. Si vede una donna incinta attorniata da ragazzini, tra i quali Rocco adolescente. E, sotto il sole cocente di mezzogiorno, compare anche una lunga fila di muli e capre, il cui colore contrasta quello del paesaggio dei monti argillosi e dei campi deserti dai colori dell’estate. Non manca niente dell’intero mondo lucano; sembra non essere mutato e aver preservato, seppur con notevoli slanci verso il moderno, quella purezza che ancora oggi anima il dipinto e rende ogni spettatore lucano fiero di appartenere a quella terra.”

Noi non ci bagneremo sulle spiagge

a mietere andremo noi

e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.

Abbiamo il collo duro, la faccia

di terra abbiamo e le braccia

di legna secca colore di mattoni.

Abbiamo i tozzi da mangiare

insaccati nelle maniche

delle giubbe ad armacollo.

Dormiamo sulle aie

attaccati alle cavezze dei muli.

Non sente la nostra carne

il moscerino che solletica

e succhia il nostro sangue.

Ognuno ha le ossa torte

non sogna di salire sulle donne

che dormono fresche nelle vesti corte.”

Rocco Scotellaro (1948)

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 15) #iorestoacasa

Mario Botta (Mendrisio 1943): Complesso del Mart, Rovereto (2000/2002)

Oggi da Matera ci spostiamo a Rovereto a visitare il Mart, Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. La sede centrale era precedentemente a Trento, al Palazzo delle Albere, di fianco al MUSE, e nel 2002 si è trasferita a Rovereto in un nuova sistemazione che è essa stessa un’opera d’arte progettata dall’architetto svizzero Mario Botta in collaborazione con Giulio Andreoli, ingegnere di Rovereto. In questo complesso si fondono lo stile dell’architetto ticinese, che molti fanno risalire a Le Corbusier, e soluzioni ingegneristiche d’avanguardia con risonanze palladiane esplicitate dalla cupola di acciaio e plexiglas che sovrasta l’ampio ingresso al museo, una sorta di piazza con tanto di fontana al centro; vieni così trasportato, prima ancora di accedere al museo, in una dimensione temporale e spaziale “estranea” al contesto esterno.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 16) #iorestoacasa

Arturo Martini (Treviso 1889 – Milano 1947)

La moglie del poeta, 1922

La moglie del poeta (1922), gesso (esemplare unico)

Quando siamo stati al Mart, nel 2017, era allestita la mostra Un’eterna bellezza. Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento”. Il gesso di Martini ne contrassegnava l’accesso. Avevamo incontrato Martini circa 5 settimane fa a Ca’ Pesaro con un’opera abbastanza diversa (La prostituta, 1913). In questo caso la ricerca stilistica di semplificazione e di ritorno ai valori classici riesce ad esprimere sia plasticità che dimensione poetica, esaltata questa dal biancore del gesso.

Nei prossimi giorni non “visiteremo” sia alcune altre opere di questa mostra che altre delle collezioni permanenti del Mart.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 17) #iorestoacasa

Giacomo Balla (Torino 1871 – Roma 1958), Numeri innamorati (1923). Olio su tela. Mart, Rovereto.

Numeri innamorati, 1923

Opera enigmatica che si discosta anche da quelle più prettamente futuriste. Molti si sono dedicati all’interpretazione di quei numeri e dei loro collegamenti (amorosi?). Non mi addentro; se qualche amico matematico o esperto di cabala vuole cimentarsi, ben venga. Quasi tutti tirano in ballo la serie di Fibonacci ma … poi il quattro che c’entra?

Visto che siamo alla vigilia del 25 aprile è bene ricordare che Balla, come la maggior parte dei futuristi italiani aderì al fascismo e nel decennio 1925 – 35 è uno degli artisti più in vista del regime. Ma si è pentito in tempi non sospetti; dirà del 1937: «Avevo dedicato con fede sincera tutte le mie energie alle ricerche rinnovatrici, ma a un certo punto mi sono trovato insieme a individui opportunisti e arrivisti dalle tendenze più affaristiche che artistiche; e nella convinzione che l’arte pura è nell’assoluto realismo, senza il quale si cade in forme decorative ornamentali, perciò ho ripreso la mia arte di prima: interpretazione della realtà nuda e sana». E da questo momento la cultura del regime lo accantona. Verrà rivalutato nel dopoguerra.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 18) #iorestoacasa

Cagnaccio di San Pietro (Desenzano 1897 – Venezia 1946), La partenza (1936)

La partenza, 1936

Per il 25 aprile abbiamo un autore ribelle, vissuto durante il fascismo, ma irruentemente ostile al fascismo, per avversione morale prima che ideologica o politica. Scalpore (e rifiuto) fece la sua opera “Dopo l’orgia” (1928) che rappresentava in modo esplicito la corruzione morale del fascismo. Ha uno stile personale riconoscibile, tra Nuova oggettività, metafisica e realismo magico. Contorni netti, colori forti e una sorta di sospensione temporale caratterizza le sue opere. In questa “partenza” mi colpito in particolare l’intensità espressiva dello sguardo dei due anziani coniugi: la tristezza di lei e la dolorosa preoccupazione di lui.

Di seguito il commento che la affiancava all’interno della mostra “Un’eterna bellezza” al Mart di Rovereto.

“La povera gente della laguna di Venezia è protagonista della pittura di Cagnaccio fin dal suo esordio, ma è soprattutto negli anni Trenta che si nota l’accentuarsi di uno sguardo di commossa partecipazione rivolto alle vicende di pescatori e operai, scaricatori e modesti artigiani. Pur senza attenuarne il duro realismo, l’artista infonde ai suoi dipinti un nuovo acconto mistico e spirituale che non si manifesta solamente nelle opere di soggetto religioso ma anche in quelle che ritraggono la vita del popolo. La partenza mostra due anziani genitori sul molo, intenti a fissare con tristezza e rassegnazione il mare, dove si è allontanata la barca che trasporta qualcuno a loro caro. Immerse in una tenera luce rosata, immobili e quasi statuarie, le due figure esprimono una dignità che Cagnaccio riconosce a tutta la sua gente, gli abitanti di San Pietro in Volta con cui aveva trascorso l’infanzia.”

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 19) #iorestoacasa

Guizzo di pesce, 1915

Fortunato Depero (1892-1960), Guizzo di pesce (1915), gesso. Mart, Rovereto

A Rovereto è naturale trovare il poliedrico Depero e, dopo la sede centrale del Mart, avremo occasione di incontrarlo ancora nella sua Casa d’Arte Futurista. Qui abbiamo una delle prime opere futuriste, tutta tesa a liberare la scultura dalla staticità dove appunto più che il pesce è rappresentato il dinamismo del suo guizzo. Dal suo sito ufficiale, nella biografia di quel periodo leggiamo:

“L’11 marzo 1915 Balla e Depero lanciano il manifesto Ricostruzione futurista dell’universo nel quale si firmano «astrattisti futuristi». Infatti, dopo il suo definitivo rientro a Roma, nel settembre del 1914, Depero si era impegnato in un’opera di “alleggerimento” della sua tavolozza e della materia pittorica introducendo un colorismo nuovo, fatto di tinte piatte regolate per andamenti curvilinei, secondo l’influenza di Balla, ma aggiungendovi un senso plastico, di forte volumetria. Pur introducendo, inoltre, le sue ricerche “analogiche” ispirate al mondo animale, il lavoro del biennio 1914-1916 è di evidente distacco dalla figurazione, dunque a modo suo “astratto”, sebbene non muovesse da presupposti non oggettivi. Le opere di Depero di quel periodo […] sono piuttosto improntate ad una ricerca analogica sulle forme animali o sulle onomatopee esplosive.”

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 20) #iorestoacasa

Fausto Melotti (Rovereto 1901 – Milano 1986), Contrappunto domestico (1973). Acciaio.

Contrappunto domestico, 1973

Mart Rovereto

«Noi crediamo che all’arte si arrivi attraverso l’arte, frutto d’intuito personale: perciò tutto il nostro sforzo consiste nell’insegnare il piccolo eroismo di pensare con il proprio cervello.» (F. Melotti, 1934)

Scultore, pittore e musicista, aderisce al movimento Abstraction-Création”, fondato a Parigi nel 1931 con lo scopo di promuovere e diffondere l’opera degli artisti non figurativi.

Il suo vuole essere in particolare un “astrattismo musicale”: «La musica mi ha richiamato, disciplinando con le sue leggi, distrazioni e divagazioni in un discorso equilibrato» (1973)

Questo il commento a quest’opera esposta al Mart:

“Cognato dell’architetto Gino Pollini e cugino del critico Carlo Belli, Meloni appartiene ad un milieu culturale che ha origine nella città di Rovereto, ma che assume ben presto una rilevanza nazionale. Negli anni Trenta è al centro degli sviluppi dell’astrattismo italiano con le sue sculture dalla rigorosa geometria, espressione di una poetica che l’artista definisce un “incontro fra immaginazione e raziocinio”. Le opere degli anni Settanta sviluppano maggiormente la componente onirica e proseguono quel processo di alleggerimento delle forme scultoree da cui scaturisce un delicato gioco di equilibri, ispirato al linguaggio musicale.”

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 21) #iorestoacasa

Massimo Campigli (Berlino 1895 – Saint Tropez 1971). Mart, Rovereto.

Oggi “visitiamo” due opere di Massimo Campigli (nome d’arte di Max Ihlenfeldt), tedesco naturalizzato italiano, che risalgono all’inizio dell’influenza etrusca, che lo caratterizzerà in tutto il successivo percorso artistico. Di seguito il testo dei due pannelli di accompagnamento.

1, Le due sorelle, 1929. Olio su tela

“Come i fratelli de Chirico, Severini, de Pisis e Tozzi, Massimo Campigli è uno egli “Italiens de Paris”, ma mantiene stretti legami con l’Italia e dal 1926 espone con Novecento italiana. Nel 1928 visita il Museo di Villa Giulia dove rimane affascinato dall’arte etrusca. Questa scoperta ha come conseguenza un mutamento nello stile pittorico di Campigli: le sue figure femminili perdono la maestosità statuaria e la solida volumetria che caratterizza Donne con chitarra (1925) … per assumere forme più sintetiche e minute, rese con una pittura che imita la luminosità dell’affresco. Il colore è un olio magro, dall’opacità simile a quella dell’intonaco, steso con pennellate che paiono trattenute dalla ruvidezza di una superficie scabra come quella di un muro scrostato. I volti delle due sorelle della moglie, Maria ed Elisabetta Radulescu affiorano leggeri in superficie, i volumi appena accennati da un chiaroscuro tratteggiato con delicatezza.”

 

2. Figure (Donne sul terrazzo, Biografia) 1931

“Campigli rielabora il primitivismo in un linguaggio allo stesso tempo ingenuo e raffinato, infantile e colto. Come altri artisti dell’epoca, guarda all’arte del passato per trarne ispirazione e ad affascinarlo è soprattutto l’arte etrusca, scoperta nel 1928 in occasione di una visita al Museo di Villa Giulia, a Roma. Le figure femminili di questo quadro, con i loro corpi stilizzati ad anfora e la frontalità arcaica, ricordano quelle dell’arte funeraria etrusca, soprattutto nelle coppie con le braccia o le mani intrecciate. La tecnica, un olio magro dalla pasta densa, talvolta incisa come un graffito, richiama alla mente antichi affreschi parzialmente scrostati.”

 

 

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 22) #iorestoacasa

Mario Sironi (Sassari 1885 – Milano 1961)

Il porto, 1921

Il porto (1921 circa). Tempera e china su carta intelata.

Anche oggi abbiamo un artista che, passato attraverso il futurismo, è poi approdato ad uno stile personale peculiare che caratterizzerà gran parte della sua produzione successiva: tinte scure, figure geometrizzanti, ombre spesse. Nel suo caso l’adesione al futurismo si è coniugata con quella al fascismo, collaborando in particolare, sul piano grafico, con “Il popolo d’Italia” di Mussolini e altri periodici fascisti. Il crollo del regime ha per lui costituito un trauma e il crollo delle sue illusioni. È noto come durante la liberazione di Milano abbia cercato di allontanarsi a piedi verso Como ma, fermato da un posto di blocco partigiano, abbia rischiato di esser passato per le armi. Era presente il partigiano Gianni Rodari che, riconosciutolo, gli ha però firmato un lasciapassare.

Questo il pannello di commento all’interno della mostra“Un’eterna bellezza. Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento” al Mart di Rovereto.

«Quando Sironi si trasferisce da Roma a Milano, nel 1919, le periferie urbane della città industriale diventano protagoniste di paesaggi malinconici, solitari, resi con tinte scure e ombre dense. Le strade appaiono silenziose e prive di quella vitalità e operosità che caratterizzano un luogo di produzione. Come scrive Margherita Sarfatti, “da questo squallore meccanico della città odierna (l’artista) ha saputo trarre gli elementi e lo stile di una bellezza e di una grandiosità nuove”. Il disordine del porto, con l’affollarsi di gru, ciminiere, cisterne e barche alla darsena, è sottoposto a una radicale semplificazione, reso con nitide geometrie che contrastano con le forme curvilinee dell’uomo, della donna e del cavallo in primo piano. Questo gruppo di figure, che pare tratto da un bassorilievo antico, conferisce alla scena una misura classica e interpreta quell’idea di glorificazione del lavoro che l’artista svilupperà negli anni seguenti.»

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 23) #iorestoacasa

Ritratto di mia moglie (1920)

Mario Tozzi (Fossombrone 1995 – Saint-Jean-du-Gard, FR 1979)

Ritratto di mia moglie (1920)

Dedico gli ultimi tre giorni di retro-visita alla mostra “Un’eterna bellezza. Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento” esposta al Mart di Rovereto, a figure femminili. Oggi abbiamo un artista che consideriamo in gran parte Verbanese, con un’opera che precede lo stile geometricamente stilizzato ed aereo successivo. Ha vissuto l’infanzia a Suna e ha anche frequentato il corso di chimica all’istituto Cobianchi, senza però ultimarlo. Proprio a Suna aveva conosciuto la giovane francese, Marie Therèse Lemair in vacanza sul Lago Maggiore, che sposò dopo la guerra. Con lei si trasferisce a Parigi e, avvicinatosi ad altri artisti italiani come Campigli e De Chirico, venne così a far parte del gruppo denominato “Les Italiens de Paris”.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 24) #iorestoacasa

Ubaldo Oppi (Bologna 1889 -1942 Vicenza) La jeune fìlle sentimentale, 1920 -1922. Olio su masonite.

La jeune fìlle sentimentale, 1920 -1922

Un altro autore in cui, come per Mario Tozzi, la raffigurazione femminile risulta centrale è Ubaldo Oppi. In questo caso l’omaggio alla moglie non è nel ritratto ma, come in altre sue opere, nella collocazione del soprannome all’interno del dipinto, nello specifico sulla copertina del libro tenuto dalla “giovane ragazza sentimentale”. Di seguito il testo di accompagnamento:

«Questo dipinto precede di poco l’adesione di Oppi al gruppo dei Sette pittori del “Novecento”, ma appartiene ancora a una fase della sua ricerca caratterizzata da un segno secco e preciso e da tinte piatte e brillanti. Alle spalle della figura si nota lo stesso tipo di pavimento a scacchi bianchi e rossi di un’opera del 1919, Il chirurgo (1919), dove le piastrelle scandiscono lo spazio con una prospettiva che appare ribaltata in avanti. Anche in questo dipinto, a ben guardare, la scacchiera non è disegnata con uno scorcio corretto e ricorda, piuttosto, l’ingenua prospettiva intuitiva dei primitivi italiani. Anche il paesaggio alla finestra, quasi un quadro nel quadro, ha un sapore trecentesco. La jeune fille sentimentale si sostiene il capo con aria trasognata e tiene in mano un libro con sovraimpresso il soprannome della moglie dell’artista, Adele Leone, ritratta in altre opere di Oppi.»

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 25) #iorestoacasa

Concerto, 1924

Felice Casorati (Novara 1883 – Torino 1963), Concerto, 1924.

Concludo questa retro-visita della mostra “Un’eterna bellezza. Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento” al Mart di Rovereto con il dipinto, di un autore di origine novarese, di esplicita esaltazione della bellezza dei corpi femminili raffigurati in una sorta di tempo “sospeso” e in contrappunto con i colori scuri e le linee geometriche del contesto (la stanza, la finestra, il cubo su cui poggia una mano). Opera che, in relazione alla situazione rappresentata e alla sua titolazione, è stata variamente interpretata e vuol probabilmente rapportarsi ad una tradizione pittorica rinascimentale. È stata acquistata dalla Direzione Generale della Rai di Torino, campeggia nella Sala Casorati della Direzione di Torino di via Cavalli ed è l’opera più richiesta della vasta collezione artistica della RAI per esposizioni sia all’estero che in Italia.

Covid-19, sport e attività fisica. Un questionario

 A cura di Sport Attitude di Saverio Ottolini

Per chi svolge attività fisica a qualsiasi livello sportivo, le restrizioni di movimento e di accesso a strutture sportive hanno evidentemente costituito un problema a cui i più hanno sopperito con allenamenti indoor. Per monitorare e valutare quanto è avvenuto nei mesi di marzo ed aprile Sport Attitude, avvalendosi dell’aiuto di un esperto di indagini che qui ringraziamo, ha dato vita ad un questionario online.

 La piattaforma utilizzata è quella fornita da SurveyMonkey© che permette di costruire questionari, diffonderli, raccogliere risposte ed elaborare i risultati di sondaggi tramite la tecnologia digitale.

Il questionario, rivolto a sportivi di entrambi i sessi, è stato diffuso il 5 maggio e chiuso il 13 maggio. Le domande erano 10 e quelle sotto riportate sono le tematiche affrontate.

Hanno risposto 96 sportivi, 71 maschi e 25 femmine. Tre di loro sono professionisti (MTB, Sci, Corsa in montagna) gli altri amatori che in maggioranza partecipano a competizioni a livello regionale. Di seguito i risultati in tabelle (cliccare sopra se si vuole vederle a tutto schermo) dei 10 quesiti con sintetici commenti.

Sport praticati:

Q1: Totali. Valori assoluti

Gli sport più praticati dagli intervistati, in ordine sono: ciclismo (76 %), MTB (69%), corsa in montagna (65%) e sci (54%). Oltre a quelli indicati dal questionario gli “altri” sport praticati sono: tennis (5), alpinismo, escursionismo montano, scalata, arrampicata, trekking (5), nuoto (4), sci alpinismo (3), canoa, vela, surf (3), corsa, running (3), body building, calisthenics (2), arti marziali (2), calcetto (1), pesca in montagna (1). Per quanto riguarda le differenze fra i due sessi non vi sono significative differenze con qualche prevalenza percentuale maschile nel ciclismo, MTB, Corsa in montagna e femminile nello sci; soprattutto è maggiore la percentuale di sportive che hanno indicato altri sport rispetto a quelli indicati dal questionario, in particolare il tennis, il nuoto e altri sport acquatici.

Frequenza di allenamento

Maschi:

Q2: M. Valori %

 Femmine:

Q2: F. Valori %

Q2: F. Valori %

Come si può vedere dal raffronto fra maschi e femmine, mentre tra i primi solo una piccola minoranza non si è mai allenato e il 72,9% si è allenato almeno tre volte la settimana, tra le sportive il 20 % in questi due mesi non si è mai allenata e la percentuale di quelle che lo hanno fatto almeno tre volte la settimana scende al 60%.

Allenamenti: raffronto con il periodo antecedente alle restrizioni

Maschi:

Q3: M. Valori %

Per la maggioranza degli sportivi maschi il periodo di restrizioni non ha inciso sulla frequenza degli allenamenti che è stata analoga e persino maggiore per il 73,2% di loro. Si è però trattato di allenamenti per la maggioranza più brevi (60,6%) e con un affaticamento minore (50,7%).

Femmine:

Q3: F. Valori %

Nettamente diverso per le sportive il raffronto tra gli allenamento degli ultimi due mesi e quelli a cui erano abituate precedentemente: infatti per la maggioranza di loro è diminuita sia la frequenza (56%), sia la durata dei singoli allenamenti (60%) che il corrispondente affaticamento (52%)

Raffronto con il periodo precedente sul piano fisico e psicologico

Maschi:

Q4; M. Valori %

 La percezione delle proprie condizioni fisiche per la maggioranza dei maschi non è cambiata o addirittura è migliorata (57,7%); è comunque consistente per il restante degli atleti intervistati la percezione di un peggioramento di condizione fisica: 42,2%. Sul piano psicologico la situazione è sostanzialmente equivalente; di fronte a un 60,6% di atleti che non hanno vissuto una situazione psicologica più pesante, la percentuale di quelli per cui le restrizioni hanno inciso sul piano psicologico sfiora il 40%.

Femmine:

Q4: F. Valori %

Situazione diversa per le femmine per le quali la percezione di un peggioramento della propria condizione fisica è molto più diffusa (68%) rispetto ai maschi intervistati (42,2%), mentre la percentuale di sportive che non hanno risentito psicologicamente del periodo di restrizioni (60%) è analoga a quella maschile. Da sottolineare però che per un quarto delle femmine questo periodo sul piano psicologico ha inciso molto pesantemente.

Contatti mantenuti

Q5: Totali. Valori %

Rispetto a questo quesito le percentuali dei due sessi sono quasi perfettamente sovrapponibili: le risposte indicano una volontà consistente di mantenere vivi i rapporti con l’ambiente sportivo, contrastando l’isolamento e raccogliendo informazioni e indicazioni utili, privilegiando in particolare altri atleti (47,4%) e preparatori atletici (30,3%).

Tipologia di attività fisica prospettata per i prossimi mesi

Q6: Totali. Valori %

Come era prevedibile tutti gli intervistati si propongono di effettuare nei prossimi mesi allenamento, soprattutto individuale, non escludendo comunque allenamenti di gruppo (54,3%). Consistente la propensione alla partecipazione a competizioni, in questo caso maggiore fra i maschi (47,3%) rispetto alle femmine (32,3%). Naturalmente le risposte a questo quesito rispecchiano oltre alle propensioni individuali, le diversità connesse alle tipologie di sport praticati.

Come migliorare la propria preparazione atletica

Maschi:

Q7: M. Valori %

Le prime tre tipologie indicano le modalità di auto-formazione sia che avvengano tramite pubblicazioni e siti web specialistici, sia attraverso scambi di informazioni e opinioni mediate dai social media (WhatsApp, Facebook e altri, come Instagram indicato in due casi sotto la voce “altro”). Per queste tipologie le percentuali di apprezzamento sono perlopiù tra il poco e l’abbastanza, mentre sono considerate rilevanti da meno del 10% egli sportivi intervistati. Le ultime due (Test di valutazione e consulenza di preparatore) indicano invece l’affidamento a personale specializzato sia periodico (test) che continuativo; le percentuali di apprezzamento sono decisamente più alte sia per i test (abbastanza 40%, molto 44,3%) che soprattutto per la consulenza continuativa (abbastanza 25,7%, molto 61,4%).

Femmine:

Q7: F. Valori %

Non eccessivamente diverse nel complesso le valutazioni delle sportive, con alcune particolari specificazioni: una maggior fiducia nell’utilizzo dei social media (abbastanza + molto: 56%) rispetto a quella dei maschi (abbastanza + molto: 38%) e un parziale minor apprezzamento sia dei test di valutazione (molto 36% rispetto al 44,3% dei maschi) che della consulenza continuativa (molto 50% rispetto al 61,4% dei maschi).

Ambienti per lo sport

Q8: Totali. Valori assoluti

In questo caso erano possibili più risposte ed essendovi un numero significativo di “altro” (che nessuno degli intervistati specifica però nel dettaglio) è più utile osservare i valori assoluti; tra gli ambienti per lo sport che si è propensi ad utilizzare dopo il periodo estivo, l’unico fra quelli indicato su cui si concentrano le risposte sono le palestre/centri di preparazione nonostante le incertezze e difficoltà sulle modalità del loro accesso e utilizzo che le disposizioni anti-contagio vorranno indicare.

Attività nelle palestre

Q9: Totali. Valori assoluti

Quesito subordinato al precedente; in tabella i valori assoluti di chi pensa di ritornare ad utilizzare centri fitness e palestre: vengono prese in considerazione tutte le attività e servizi indicati, con prevalenza dell’allenamento individuale, ma non escludendo anche i corsi. In sostanza si può rilevare, come già nel quesito precedente una volontà di ritornare alla “normalità” e ad attività sperimentate. E magari di far tesoro anche di questo periodo di restrizioni non necessariamente negativo come emerge ad esempio in una risposta libera di una atleta che afferma di aver avuto occasione di scoprire alcune modalità di allenamento (indoor) utili anche successivamente.

In una situazione comunque ancora di incertezza dove le scelte delle attività e delle loro modalità dipenderà in parte dalle normative, e come dice un atleta nel commento finale, anche dalle decisioni delle società sportive di appartenenza.

Età degli intervistati

Q10: Totali. Valori assoluti.
Non risponde: 1

Gli sportivi (M e F) intervistati, pur distribuendosi su tutte le fasce di età, si concentrano in quelle fra i 37 e i 54 anni (57 su 95 pari al 60%), concentrazione ancor più netta per le femmine che per il 48% (12 su 25) appartengono alla fascia d’età 49-54. L’appartenenza prevalente a fasce di età non giovanili è anche legata al fatto che gli sportivi che hanno risposto al questionario appartengono a discipline sportive prevalentemente individuali, mentre pochi tra loro sono quelli che praticano sport di squadra, dove l’età di norma è più bassa.

– – – – –

L’analisi delle risposte al questionario sopra riportata è volta a rendere leggibile e divulgabile quanto emerso dall’inchiesta. Non si escludono analisi più approfondite e magari confronti con indagini analoghe. Per questo forniamo di seguito, su foglio Excel, il report completo dei dati sia in valori assoluti che percentuali. Un ringraziamento a chi ci ha aiutato nella elaborazione e ai 96 atleti che hanno aderito a questo sondaggio.

 

Report completo, consultabile qui > Risultati questionario

 

La pandemia nell’epoca della biopolitica

 di Andrea Bocchiola

Psicoanalista, Società Psicoanalitica Italiana

C’è qualcosa di profondamente ironico nella pandemia da Covid-19. In un mondo, parlo della società occidentali avanzate, ossessionato dall’orrore per lo straniero, sia esso il terrorismo, il migrante, il virus che infetta i nostri computer, la senilità, la malattia, la sessualità, l’antagonismo sociale o il conflitto psichico, il fatto che un piccolo virus invada il nostro mondo arrivando a paralizzarlo, è un fatto tanto tragico quanto terribilmente ironico. Nessun’altra minaccia avrebbe potuto essere altrettanto chirurgica e coincidere con il nostro sintomo più cogente: la pretesa di immunizzazione della vita da tutto ciò che apparentemente la minaccia, anche a costo di arrivare a immunizzarla da se stessa, uccidendola.

Sennonché l’ironia lascia, deve lasciare il posto alla preoccupazione.

Da alcuni decenni l’ordine politico delle nostre società è andato modificandosi profondamente. Smarrito il controllo dell’economia, che al limite può indirizzare ma assolutamente non controllare e guidare, la politica ha anche smarrito ogni suo legame con una qualche visione del mondo e con esso anche qualsiasi distinzione forte tra pensiero conservatore e progressista; e certamente, il ritorno della lotta politica attorno alle grandi questioni del sovranismo e del populismo, non modifica questo sfondo, che rimane fondamentalmente condiviso da tutta la classe politica e dal sentire comune, e che possiede due aspetti che meritano qualche breve considerazione.

Il primo riguarda la spoliticizzazione della vita sociale. Da decenni ormai la società rivolge alla politica una richiesta forte di spoliticizzazione dei mondi della vita. Ogni conflitto che la attraversa deve essere preso in carico dalla politica, che lo deve risolvere, senza che una manovra di soggettivazione dell’antagonismo, anche brutale, che attraversa la società, sfiori i suoi membri.

Il secondo aspetto riguarda la trasformazione della politica in regime biopolitico. Priva di una weltanschauung e priva di un controllo della vita economica, alla politica rimane poco d’altro se non il governo della vita, la protezione della vita da tutto ciò che la minaccia, ossia, per dirlo concisamente, dal conflitto. Cosa che è possibile realizzare solo intervenendo sui corpi e sulle menti. In altre parole la politica biopolitica non può che tradursi in un regime dei corpi e in un regime delle menti.

Di qui l’interesse a presidiare, regolamentare e legiferare sulle soglie della vita e della morte e casomai a convogliare su di essa quel poco di battaglia politica che rimane. Basti pensare all’applicazione sempre più difficile della interruzione di gravidanza, alla polemiche bioetiche intorno alle fecondazioni assistite e alla ricerca sulle staminali, come a quello sull’eutanasia e sulle cure palliative. Basti pensare, ancora, ai dibattiti completamente ideologici intorno alla adozione e alla genitorialità delle coppie omosessuali — un inciso e lo dico da psicoanalista: la famiglia “naturale” eterosessuale, è in grado di fare tali e tanti disastri con i figli che è umanamente impossibile fare peggio — quindi siano benvenute le famiglie omosessuali se vorranno cimentarsi nel gioco della paternità e maternità, male che vada riprodurranno sui bambini le stesse stupidaggini in cui la famiglia naturale sovente eccelle.

Ora, a questo regime dei corpi fa da contraltare un regime delle menti, di cui una cultura sempre più psicologizzata e pedagogizzata fa da perfetto terreno di coltura.

Del resto non c’è niente di meglio che psicologizzare la sofferenza, il disagio e il conflitto per consolidare la spoliticizzazione dei mondi della vita. La sofferenza della persona sarà sempre dovuta a un trauma (un evento esterno in cui essa non ha nessuna parte) e sarà sempre individuale (ossia riguarda solo quella persona e non gli altri). Così una difficoltà scolastica diventa un disturbo dell’apprendimento, con il doppio risultato di assolvere gli insegnanti dalla difficoltà di trasmissione del sapere e i genitori dall’essere parte dell’angoscia che il bambino esprime come un disturbo scolastico e in generale di assolvere tutti dal prendere atto della propria parte nel conflitto che attraversa le proprie vite mentre il bambino diventa il suo unico, evacuabile, emendabile, rappresentante.

Come che sia, la progressiva affermazione di questo doppio regime “medico” e “psicologico”, per il quale non c’è vita senza “terapia”, e che costituisce il regime biopolitico, ha un effetto profondamente normalizzante della vita personale, di relazione e della vita sociale e profondamente anestetizzante.

Pensate alla cultura psuedobuddista della meditazione e del suo imperativo categorico del “qui e ora”. Ma riuscite a immaginare un modo migliore per aiutare le persone a farsi andare bene il disastro che stanno vivendo, cancellando ogni spazio di pensiero e di riflessione al riguardo? Là dove lo spazio nobile della politica richiederebbe un gesto di soggettivazione, appunto politica, della propria condizione personale e sociale, abbiamo delle pratiche disciplinari che ci aiutano a cancellare questo spazio e a rinchiuderci in un mondo chiuso al pensiero e alle scomodità della riflessione. Scomodità che, ad esempio, ci imporrebbero di chiederci, quale sia la parte, la nostra parte, nelle difficoltà che sperimentiamo e qual è l’equivoco ideologico nascosto nelle parole del “potere” (non nel modo paranoico persecutorio del populista, ma in quello riflessivo critico, ossia razionale del citoyen, ossia del soggetto democratico –critico che dovrebbe essere al cuore di ogni democrazia rappresentativa – e non a caso i populisti attaccando l’uno e l’altro, nel loro programma fondamentalmente eversivo della soggettività democratica e della democrazia rappresentativa stessa). Non a caso una disciplina come la psicoanalisi, che proprio questo atto di soggettivazione e di soggettivazione politica assume al cuore della propria etica e del proprio metodo clinico, è sotto attacco da parte di tutte le psicologie e psicoterapie “del benessere” contemporanee, occupate invece a svolgere la loro funzione all’interno del regime biopolitico delle menti (cosa che del resto è sempre stata loro compito, almeno dai tempi del fondatore della psicologa scientifica, ossia il filosofo dello stato leviatanico, Thomas Hobbes).

Se dunque questo, descritto per sommi capi, è lo sfondo e l’orizzonte politico della contemporaneità, come non domandarsi quale il suo rapporto con la crisi pandemica con la quale siamo alle prese.

Non si tratta qui di mettere in discussione una serie di decisioni politiche, probabilmente in buona parte gravose e inevitabili, o di stigmatizzare decisioni in qualche modo impossibili e comunque sbagliate, data la gravità, la velocità e la estensione della crisi che si è dovuto e che stiamo ancora affrontando.

Si tratta tuttavia di ascoltare il non detto di queste decisioni, di individuarne la dimensione sintomatica e la problematicità interna, per non esserne travolti in futuro, a crisi conclusa.

Perché penso sia sotto gli occhi di tutti la straordinaria normalizzazione della vita che ha preso corpo in questi due mesi di lockdown, ma sia meno visibile ai più ciò che in questa normalizzazione è passato sotto silenzio. Dal servizio di consultorio e interruzione di gravidanza fondamentalmente sospeso — peraltro in modo coerente con l’attacco della obiezione di coscienza a questo diritto fondamentale della donna e con l’attacco politico recente da parte della destra salviniana — alla scomparsa degli sbarchi dei migranti, quantomeno agli occhi dell’opinione pubblica e soprattutto dei migranti non regolari tout court dalla società italiana, abbandonati in una terra di nessuno senza alcun accesso al sistema sanitario e neppure ai lavoretti di sopravvivenza — anche qui in modo coerente al mainstream dell’opinione politica maggioritaria nel paese. O alla iperfetazione della famiglia “regolare”, che in queste settimane di lockdown è apparsa il solo porto sicuro — al netto delle violenze domestiche — mentre ogni altra relazione, non santificata da matrimonio, unione civile o stato anagrafico è stata sospesa in quanto potenzialmente “pericolosa”, in quanto amplificatrice di contagio. Il desiderio sessuale si è trovato così normalizzato entro le mura domestiche con buona pace di ogni altra pratica sessuale, la cui promiscuità non era compatibile con il codice igienico antivirale — con relativa scomparsa in una terra di nessuno, per fare un esempio, dell’industria del sesso e della prostituzione almeno fino a che l’Elemosiniere del Papa si è preoccupato di come facessero a vivere i transessuali privati della loro sola fonte di sostentamento.

Ora, tutto questo era probabilmente inevitabile e la situazione troppo complessa per perdersi in sfumature, ma dovrebbe far riflettere il silenzio intorno a questa normalizzazione familista dei comportamenti. Il fatto stesso che pochissime e inascoltate voci si siano levate per la difesa dei diritti delle minoranze colpiti dalla disciplina del lockdown è il sintomo silenzioso di una cultura, la nostra, che da qualche anno ha accelerato la sua corsa verso un perbenismo in cui la suscettibilità personale da politically correct — che di per sé costituisce la tragedia della cultura liberal progressista — fa il pari con una pretesa identitaria naif — che di per sé costituisce la tragedia di una cultura sovranista in un mondo secolarizzato.

Non è dunque il lockdown e la grossolanità della sua implementazione a dover essere esaminato criticamente, ma il silenzio politico intorno a questa normalizzazione della vita, e la sua sintomatica potenza, esemplificativa di un sentire profondo, che si trova perfettamente incardinato in un universo biopolitico di irreggimentazione dei corpi e delle anime, dal quale qualsiasi traccia di dubbio, di conflitto e di complessità deve essere estromesso il più velocemente possibile.

C’è poi un ulteriore aspetto a dover essere considerato. Il processo di normalizzazione cui accenniamo è andato a braccetto con l’affermarsi, sempre più esplicito di una strana mescolanza di deresponsabilizzazione dei cittadini e di paternalismo del potere. Quest’ultimo se a parole ha fatto appello alla responsabilità dei cittadini, di fatto li ha totalmente deresponsabilizzati, togliendogli la libertà insieme alla responsabilità e alla consapevolezza personale. Si sarebbe potuto fare diversamente, come altrove in Nord Europa? Probabilmente no, ma la cosa è ugualmente significativa. Il potere si è così premurato di regolamentare tutta la vita dei cittadini, ed è stato obbligato a farlo, perché gli aveva preventivamente tolto il raziocinio. Peccato che la vita non si possa regolamentare per legge, la legge è troppo grossolana per la vita, e da qui le mille incomprensioni, e i molteplici errori nella stesura dei decreti e nella comunicazione politica. Sennonché è proprio del regime biopolitico dei corpi e delle menti, una iperlegiferazione in cui il governo della vita protegge la vita sospendendo la responsabilità e il pensiero dei suoi membri incapaci, à la Hobbes, di controllarsi da soli, e bisognosi di essere pedissequamente irreggimentati come fossero dei bambini.

Esiste una versione nobile della politica che possiamo e forse dobbiamo opporre a quello biopolitico, che di fatto la riduce ad amministrazione dell’esistente. È la politica come arte dell’impossibile, come gesto capace di rendere reale ciò che tutti hanno sempre considerato impossibile fino ad allora. Forse dovremmo cominciare a coltivare questa arte della politica, di contro alla asfissia delle menti e alla terapia dei corpi, che la biopolitica da troppo tempo ci sta somministrando senza che la minima voce critica riesca a farsi sentire.

 

Biografia minima di riferimento

AA.VV, La medicalizzazione della vita, in aut-aut, 340, Il Saggiatore, Milano, 2008

AA.VV, Lo stato penale globale, in aut-aut, 346, Il Saggiatore, Milano, 2008

Delmas-Marty, Pour un droit commun, Seuil, Paris 1994

Esposito, Nove pensieri sulla politica, Il Mulino, Bologna, 1993

Esposito, Immunitas, Einaudi, Torino, 2002

Kristeva, Les nouvelles maladies de l’âme, Fayard, Paris 1993

Memmi, Faire vivre et laisser mourir. Le gouvernement contemporain de la naissance et de la mort, édition la découvert, Paris, 2003

 

Frattali 3. Visite Virtuali al tempo del COVID-19 (giorni 29 – 42)

Dall’8 marzo, viste le restrizioni di movimento man mano intensificatesi, giornalmente ho postato su facebook una o più foto tratte dall’archivio digitale dei miei viaggi degli ultimi anni. Un modo per riguardare e richiamare alla mente – e agli occhi – luoghi e artisti che avevo apprezzato o che mi avevano comunque colpito; nel contempo, ai tempi del #iorestoacasa, una modalità per tener aperti i contatti con i miei amici digitali. Frattali di bellezza e pertanto di speranza.

Di seguito la quinta e sesta settimane di fotografie con i testi (didascalie e talvolta qualcosa di più) e i link che le accompagnavano.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (29) #iorestoacasa

Michele Pepe: Piazza del Ferrarese (1838)

Bari, Museo Storico Civico (Strada Sagges)

Di questo artista né la guida del Museo né il Catalogo Generale dei Beni Culturali dicono altro.

La Piazza del Ferrarese Piazza è quella che permette l’accesso alla città medievale a partire dal Porto Vecchio. Prende il nome da un commerciante di Ferrara – un certo Stefano Fabri o Fabbro – che nel Seicento si era stabilito a Bari e teneva in questa area i suoi magazzini.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (30) #iorestoacasa

Exultet I (XI secolo), Museo Diocesano di Bari.

Oggi faccio un’eccezione. Non sono mie fotografie ma riproduzioni con lo scanner da un testo acquistato in loco. Non era infatti possibile fotografare quegli eccezionali documenti: tre exultet, rotoli liturgici in pergamena legati alla liturgia pasquale. Di particolare rilievo, per antichità e originalità rispetto ad altri documenti analoghi, l’Exultet I di cui presento sette immagini e un passo di commento dal libro citato.

«L’Exultet I è la prima espressione artistico-letteraria che la terra di Bari ha prodotto. Tra fine X e inizi XI secolo, all’interno della tradizione liturgica beneventana, ma in un contesto di cultura bizantina, e anche di cultura latina, Bari partecipa a una produzione di roto­li liturgici, propria dell’Italia centromeridionale. Uno scriptorium barese, della cattedrale o del monastero di San Benedetto, ha creato un rotolo di oltre cinque metri, che contiene, tra immagini, testo e notazioni musicali, YExultet, il canto pasquale, l’annuncio solenne della risurrezione di Cristo. Le immagini sono per la gran parte originali, a volte uniche, a confronto con quelle di altri rotoli e, per la prima volta, appaiono capovolte rispetto al testo che il diacono deve cantare, cosicché il popolo possa vederle mentre la pergamena si srotola dall’alto dell’ambone. Il testo, in scrittura bene­ventana, ma in una forma originale barese, detta perciò Bari-type, e con notazioni musicali “neumatiche” (cioè di “segni”, non di note), pur attingendo a una tradizio­ne più antica, è solo in parte comune al testo della tra­dizione franco-romana (quella che ancora ritroviamo, con delle variazioni, nell’attuale testo della liturgia romana), in gran parte diverso, originale, presente in tutto o in parte in altri rotoli, ma per la prima volta è a Bari completo e così strettamente legato alle immagini da farci concludere che c’è stata una comunità, di genia­li uomini di fede e di cultura, che ha creato qualcosa di unico, quasi certamente la prima espressione poetica­mente compiuta della terra di Bari.» [Giuseppe Micunco (a cura), Exultet I di Bari. Parole e immagini alle origini della letteratura in Puglia, Stilo ed., Bari 2011, p. 27-28].

Gioisca la madre terra

1. Gioisca la madre terra. La Terra nelle sembianze di una giovane donna tra due alberi accompagnata da un cinghiale, un ariete, un cane e un capro

 

 

 

 

 

 

 

Si allieti la madre chiesa

2. Si allieti la madre chiesa. La Chiesa rappresentata nel momento della benedictio cerei con un baldacchino al centro, il vescovo in alto a destra e sulla sinistra il diacono che svolge l’Exultet.

 

 

 

Cristo risorge dagli inferi, libera dalla morte

3. Cristo risorge dagli inferi, libera dalla morte. Anastasi (Resurrezione): Gesù schiaccia la morte ed esce dal limbo seguito da Adamo ed Eva, mentre un demone alato è sospinto nell’inferno.

 

 

 

 

 

 

Cristo nella rosa dei venti

4. Cristo nella rosa dei venti. Cristo nella Rosa dei venti. Divisa in tre zone concentriche e dodici raggi (uno per vento) con al centro un mezzobusto di Cristo benedicente, la rosa contrassegna ciascun vento con una figura alata e un nome in rosso.

 

 

La lode delle api e del cero

5. La lode delle api e del cero. Il lavoro delle api, produttrici della cera con cui si realizza il cero pasquale.

 

 

 

 

 

L’autorità spirituale: il vescovo e i ministri

6. L’autorità spirituale: il vescovo e i ministri. L’autorità spirituale nei suoi paramenti sacri.

 

 

 

L’autorità civile: i due imperatori

 

 

 

 

7. L’autorità civile: i due imperatori. Il potere temporale nella persona degli imperatori bizantini (Basilio II e Costantino VIII).

 

 

 

 

 

 

 

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (31) #iorestoacasa

Non si può lasciar Bari senza ricordare il patrono della città, San Nicola (270 Patara di Licia – 343 Myra), il santo la cui salma a Myra (Licia, oggi Turchia) venne trafugata nel 1083 da marinai baresi su commissione di mercanti e armatori della città. Per proteggere Bari con le reliquie del grande taumaturgo, si disse, ma probabilmente non erano estranei interessi economici legati a quello che chiameremmo oggi “turismo religioso”. E per custodirne le reliquie si eresse la bellissima basilica in suo nome, da subito meta rinomata di pellegrinaggi. Un santo globale venerato in occidente ed oriente, da tutta la Russia (Siberia compresa) alla Castiglia, dai Paesi Bassi alla Turchia. Anche l’immagine si è progressivamente trasformata, da quella ieratica orientale, ad una più massiccia, con barba più folta e lunga, il colorito talora da olivastro a nero, quest’ultimo dovuto, secondo lo studioso Michele Bacci, ai supporti lignei delle icone che si scuriscono col tempo, tanto che la statua del santo nella basilica barese, opera di Giovanni Corsi (1794) e portata ancor oggi nelle processioni, è inequivocabilmente “negra”. La migrazione del culto a nord, nei Paesi Bassi (Sinterklaas) lo collegò con i regali ai bambini nella vigilia della sua festa, la notte fra il 5 e il 6 dicembre. Quando, durante la Guerra di secessione americana, l’illustratore di origine tedesca Thomas Nast rappresentò Santa Claus (anch’egli portatore di doni ai bambini ma che, originariamente, era figura diversa da S. Nicola/Sinterklaas) l’iconografia, le narrazioni e le denominazioni progressivamente si sono fuse e confuse dando vita a quello che in Italia chiamiamo Babbo Natale, tanto che quasi tutti, tranne gli studiosi più accorti, tendono a identificare le due figure. E in questa progressiva metamorfosi, con un paradossale “ritorno a casa”, dal 2005 un’orribile statua in plastica di Santa Claus, nell’iconografia tipica della Coca Cola, con tanto di campanella al posto del bastone pastorale e dei libri sacri, proprio a Myra si erge nella piazza della Basilica. Un santo globale e oramai globalizzato.

San Nicola (s.d.), Museo Nicolaiano, Bari. Icona tipica (s.d.) che riproduce le fattezze del santo secondo la tradizione dell’icona miracolosa di Zarajsk (Russia), originaria, secondo la leggenda, di Cherson (Corea).

Giovanni Corsi, San Nicola ‘Nero’ (1794), Basilica di San Nicola.

Zurab Tsereteli, San Nicola (2003), Piazza San Nicola. Dono di Vladimir Putin alla città di Bari e relativa dedica bilingue.

  Michele Bacci, San Nicola. Il grande taumaturgo, Laterza, Bari 2009.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 1) #iorestoacasa

Eraclio

Barletta: Il Colosso (Eraclio, in loco “Arè”), V secolo d.C.: statua in bronzo alta circa 5 metri collocata a lato della Basilica del Santo Sepolcro.

Sia l’origine che l’identificazione dell’imperatore rappresentato non sono sicure e al riguardo non mancano leggende. La versione oggi più accreditata dagli studiosi la ritiene forgiata a Ravenna e raffigurante l’imperatore Teodosio II, mentre del tutto incerte sono le modalità e i motivi del suo approdo a Barletta.

 

 

 

 

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 2) #iorestoacasa

Barletta, Palazzo Della Marra (sec XVI). Ingresso e volta della scalinata.

Dal sito del FAI – luoghi del cuore: “Oggi sede della Pinacoteca Giuseppe De Nittis, il Palazzo Della Marra rappresenta una rara testimonianza in terra di Bari di una residenza privata di gusto tardo manierista. Costruito nel secolo XVI da Lelio Orsini passò poi alla potente famiglia Della Marra che ne avviò imponenti trasformazioni. Il palazzo fu poi acquisito dalla famiglia Fraggianni. Nell’area retrostante dell’edificio, venne realizzato un giardino “murato” che si affaccia sul mare. Ancora oggi recintato, è del tutto privo di vegetazione ma conserva filari di colonne”.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 3) #iorestoacasa

Trani, Cattedrale di Santa Maria Assunta (sec. XII), legata al culto di San Nicola Pellegrino (Nicola da Trani). È considerata il più bell’esempio di Romanico pugliese, e non solo pugliese. Per la collocazione sul mare, per il chiarore del suo materiale, per la sopraelevazione del suo corpo principale con due livelli sottostanti, per lo slancio delle sue navate, per la luminosità e il gioco di luci dell’interno, per il suo alto campanile con arco di passaggio a sesto acuto sottostante, ecc. ecc., rappresenta un esempio unico non rassomigliante ad altri luoghi di culto. Se di solito scelgo una o due foto fra quelle archiviate, in questo caso non sono riuscito a scendere sotto la dozzina.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 4) #iorestoacasa

Lastra marmorea in due riquadri (sec XI): Grifo e Leone

Teste di grifo (sec. XII)

 

Trani, Museo Diocesano, Palazzo Addazi (ex Seminario vescovile) e attiguo Palazzo Lodispoto.

Inaugurato nel 1975 nell’ex seminario per dare una adeguata sistemazione al materiale lapideo e scultoreo proveniente da scavi e demolizioni operate nella Cattedrale ed in altre chiese tranesi. Con il crescere del suo patrimonio si ampliò nel 1998 con i locali dell’attiguo Palazzo Lodispoto (XVII sec.). Nel sotterraneo e parte del primo piano ospita anche il Museo della macchina per scrivere della Fondazione S.E.C.A.

 

  1. Lastra marmorea in due riquadri (sec XI): Grifo e Leone. Il manufatto è stato accostato all’iconografia delle cassette d’avorio bizantine e islamiche che influenzavano la scultura pugliese dell’epoca.

2-3. Teste di grifo (sec. XII). Provenienti dalla Chiesa di S. Maria della Scala (Trani), sono stati attribuite al giovanissimo Nicola Pisano.

  1. Eterno Padre (sec. XV-XVI

    Eterno Padre (sec. XV-XVI). Lastra in pietra di spessore 26. cm.; la mano destra in atto benedicente, la sinistra regge il globo crucifero. Originariamente nel muraglione prossimo alla cattedrale; rimosso nel 1927.

  2. Fabrizio da Trani, Madonna col Bambino (1467)

    Fabrizio da Trani, Madonna col Bambino (1467). Scultura in pietra dipinta con Madonna che stringe il Bambino e gli sostiene il piede. Il Fanciullo regge l’emblema cristologico. Proviene dal Monastero carmelitano de Gesù Maria.

 

 

 

 

 

 

 

6. Macchina da scrivere Remington (USA, 1873).

Macchina da scrivere Remington (USA, 1873)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 5) #iorestoacasa

1. Entrata con ponte in pietra

Trani, Castello Svevo. Edificato a partire dal 1233 per volere di Federico II di Svevia. Direttamente sul mare a pianta quadrangolare sul modello dei Castelli crociati di Terra Santa. Struttura dalle linee essenziali a scopo principalmente difensivo. La Cattedrale e il Castello si rivolgono reciprocamente le facciate non si capisce se per reciproco rispetto o implicito conflitto fra due contrapposti poteri.

Per inciso oggi è Pasqua, non viviamo per ora alcuna resurrezione, e abbiam bisogno di altre tipologie di difesa da quelle miliari vecchie e nuove.

  1. Entrata con ponte in pietra che sostituisce quello ligneo originario.
  2. 2. Cortile centrale

    Cortile centrale e mensole sospese con altorilievi poste sul prospetto dell’ala nord.

 

3. Mensola con raffigurazione di Adamo ed Eva presso l’albero della Conoscenza. Mi sembrano ben rappresentare la fragile progenie da cui discendiamo, fragilità di cui, in questi giorni, stiamo rendendocene pienamente conto.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 6) #iorestoacasa

Matera, 1981.

 

 

 

La storia di Matera, popolata sin dall’epoca preistorica, è costituita da periodi di sviluppo e splendore e fasi di declino e miseria sino all’attuale “risorgimento” che l’ha portata a divenire la Capitale europea della cultura nel 2019. Quando vi siamo stati nel 1981 il centro storico era poco abitato, il grosso della popolazione trasferito nella città nuova, i sassi abbandonati e il turismo ai minimi termini. Si poteva tranquillamente arrivare in auto sino a Piazza Duomo come si vede nella foto (la 127 verde targata NO è naturalmente la mia). Le chiese rupestri alto medievali fuori città erano praticamente abbandonate.

Ben diversa la città quando siamo tornati nel 2016, come vedremo nei prossimi giorni.

C’è stato un piccolo dibattito su questo post che riporto:

Rino Romano: Paradossalmente, quello che ha salvato Matera è stata… la povertà, che ha impedito la corsa alla ristrutturazione cementificata del boom economico.

Io: Rino il discorso è un po’ più complicato. Direi che Matera è stata salvata, dallo stravolgimento e anche dalla miseria dalla Cultura nelle sue diverse accezioni: letteraria, cinematografica, urbanistica, sociologica ecc. ed anche politica. Senza “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi e ancora lo stesso Levi nel 1961 con il suo straordinario pannello Lucania ’61 all’Esposizione Internazionale di Torino di quell’anno, l’interesse già dal ’49 di sociologi e urbanisti che, guidati da Adriano Olivetti, hanno dato vita alla “Commissione per lo studio della città e dell’agro di Matera”, e ancora “Il vangelo secondo Matteo“(1964) di Pasolini che con quel bianco e nero fantastico ha fatto percepire a molti la straordinaria ancestrale bellezza di quei “sassi”. Ed ancor prima l’intervento politico per interessamento diretto di Togliatti e di De Gasperi che dal 1953 ha permesso la costruzione di quartieri residenziali a lato della città storica “liberando” i sassi. Il tutto con contraddizioni: quell’intervento residenziale che ha liberato dalla malaria che proliferava nei sassi ha sottratto alla popolazione terre coltivabili e favorito indirettamente negli anni del boom l’emigrazione e un ulteriore impoverimento. La consapevolezza sia in loco che a livello generale del valore straordinario di quell’ambiente, se era da subito presente negli intellettuali e urbanisti sopra ricordati, ha impiegato molto, troppo direi, per affermarsi nella consapevolezza generale.

 Io: Un ricordo diretto di quando siamo stati a Matera nel 1981. Appena arrivati al centro in Piazza Duomo si è avvicinato un ragazzo che, abbiam saputo poi, aveva finito il secondo anno di ragioneria e si è proposto da guida per farci visitare i sassi. Ha detto di non preoccuparci per l’auto e ha chiamato due o tre ragazzini più giovani di lui affidandogliela – in dialetto stretto – in custodia. Ci ha guidato nella visita e alla nostra osservazione sullo stato di abbandono nonostante si sapesse che in più occasioni vi eran stati stanziamenti a favore della riqualificazione di Matera, ci ha detto che il sindaco di allora, con l’accordo di tutti, aveva investito gran parte delle sovvenzioni per costruire il nuovo stadio comunale. Che la cultura, in tutti i suoi aspetti, sia la risorsa principale del nostro paese oggi a Matera lo sanno, nel resto della penisola troppi ancora no (non solo tra beceri e sovranisti).

Rino: Sì Gianmaria, il percorso che ha salvato Matera è certamente molto più complesso di quanto non dica la mia lapidaria osservazione. Essa deriva dal fatto che ho ben presente come in meridione, un certo benessere acquisito negli anni del boom abbia stravolto il tessuto edilizio di moltissimi centri e causato imperdonabili perdite. Non la ristrutturazione, ma la demolizione e il cemento armato hanno costituito la chiave del progresso. Ho presente il mio comune e quelli limitrofi che con le rimesse degli emigrati e altro hanno stravolto le strutture urbane. Per Matera valgono molto le cose da te rilevante.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 7) #iorestoacasa

Matera, 2016. Vedute d’insieme.

 

 

Alcune corrispondono alle stesse visuali di trentacinque anni prima pubblicate ieri: la differenza è impressionante e non dipende certo dalle qualità di quelle diapositive un po’ invecchiate.

Non aggiungerei altro a quanto detto ieri, commenti compresi. Direi solo che scegliere fra le otre 400 scattate non mi è stato facile. Gioie e dolori del digitale.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 8) #iorestoacasa

Matera, Cattedrale di Santa Maria della Bruna (sec XIII): esterno e affreschi

Esterno

1-3 Esterno, Rosone e Porta Della Misericordia

Rosone

Porta Della Misericordia

Santa Maria della Bruna

Rinaldo da Taranto (attribuito a), 1270, Santa Maria della Bruna

Rinaldo da Taranto (attribuito a) 1270 circa, Giudizio Universale

 

  Anonimo (sec. XV), San Luca evangelista

 

Riporto da una guida online le vicissitudini del nome del Duomo Cattedrale. Quasi tutti comunque riferiscono la dizione “Santa Maria della Bruna” al colorito dell’affresco attribuito a Rinaldo da Taranto; da osservare la particolarità del Bambino che benedice col la V a due dita e non con le tradizionali tre. Notevole l’affresco del Giudizio universale, in parte salvato dal restauro.

«Le denominazioni del tempio hanno avuto, durante gli anni, diverse vicissitudini. Principalmente esso fu chiamato di “Santa Maria di Matera”, come si può legge-re in uno strumento notarile del 1277. Fu in seguito an-che chiamato di “Santa Maria dell’Episcopio”, come si rileva dal testamento del connestabile De Bernardis del 1318. Infine, probabilmente dal 1389, è stato sempre indicato con il nome di “Santa Maria della Bruna”. Diverse sono state le motivazioni date al termine “Bruna”. Secondo alcuni, credo impropriamente, il termine è derivato dal colore olivastro della effigie della Madonna con il Bambino venerata nella cattedrale. Per altri dovrebbe provenire dalla riduzione dialettale della parola ebraica “Ebron”, colle della Giudea dove Maria si recò a visitare Santa Elisabetta, nel ricordo della festa della Protettrice della città. Più propriamente il vocabolo deve essere interpretato nell’uso comune proprio dell’epoca medioevale. Pertanto dovrebbe derivare da “brùnja” (corrispondente al provenzale “broigne” e al tedesco “Brünne”), che nel latino longobardo significa: “corazza”, “usbergo”, “difesa”. Lo si rileva con competenza dalla dizione della 17a legge di Carlo Magno, che suona: “ut nullus extra regnum nostrum, brunas vendere praesumat” (perché nessuno presuma di vendere corazze al di fuori del mio regno). Allora: “Santa Maria della Bruna” deve significare: “Santa Maria della protezione”, “della difesa”. Il gioiello più significativo del sacro tempio è dato proprio dall’affresco raffigurante la Madonna con il Bambino, oggi ubicato sull’altare della prima campata della navata sinistra. Un tempo era posto sulla controfacciata della chiesa, donde fu staccato nel 1576. Attribuito dalla studiosa Stella Calò a Rinaldo di Taranto, fu datato dal Gulle al 7° decennio del XIII secolo, e se n’è potuto apprezzare l’alto valore soprattutto dopo il restauro effettuato, nel 1984, dalla Soprintendenza per i beni artistici e storici della Basilicata, che ha inteso ricuperare l’immagine antica, alterata da varie dipinture e da microlacune prodotte dai chiodi infissi sulla superficie dipinta. Il restauro ha portato alla luce l’alta qualità de dipinto, evidenziata anche dalla presenza di tracce di dorature e di azzurrite. Per la sua colorazione uniforme, per la rigidezza del disegno e la fissità dello sguardo della vergine Madre, per la collocazione del Bambino benedicente con “due” dita (e non con “tre” alla forma latina), sul braccio sinistro della Madre, proprio secondo i ritmi greci, l’affresco è certamente bizantino.» (Franco Conese)

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 9) #iorestoacasa

Madonna del melograno

 

Deesis

Chiesa rupestre: Santuario della Madonna delle tre porte:

  1. Madonna del Melograno
  2. Cristo benedicente (Deesis) e Vergine inginocchiata

Wikipedia nella voce “Chiese rupestri di Matera”, ne nomina 170. Per la collocazione al di là del fiume Gravina, nella zona del Parco Archeologico, sottostante al Belvedere di Murgia Timone da cui si può contemplare l’intera città di Matera dal lato del sasso caveoso, è quella più conosciuta al di fuori del centro urbano. Quando siamo stati nel 1981 era abbandonata e piena di sterpaglie; oggi è protetta da una cancellata e non si può entrare se non accompagnati da personale autorizzato. Era conosciuta anche col nome di “Grotta delle Croci” per i simboli cristiani scolpiti sui pilastri, uno dei quali è crollato.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 10) #iorestoacasa

Madonna con Bambino in trono (inizio sec XIII), intagliatore lucano di cultura catalana.

 

 

Statue lignee, Palazzo Lanfranchi, Matera

Dal 2003 il Palazzo secentesco Lanfranchi, nato come seminario diocesano, ospita il Museo nazionale d’arte medievale e moderna della Basilicata che si articola in tre sezioni: Arte sacra, Collezione di pittori del sei-settecento prevalentemente di scuola napoletana, Arte Contemporanea con ampia sezione dedicata a Carlo Levi. Oggi quattro statue lignee della sezione Arte sacra che coprono il periodo dal duecento a settecento.

 

 

Madonna in trono con Bambino (sec XIV)

San Pietro martire (sec XVII)

San Giuseppe (metà sec. XVIII), scultore napoletano

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 11) #iorestoacasa

Palazzo Lanfranchi, Matera: Collezione d’Errico

Giovane contadina

Giuseppe Bonito (1707-1789): Giovane contadina

 

Luigi Stanziano: Zampognaro

La collezione d’Errico, nella sezione “Collezionismo”, comprende una selezione di tele di scuola napoletana databili tra Seicento e Settecento tra cui appunto Giuseppe Bonito, appartenenti all’Ente Morale Camillo d’Errico di Palazzo San Gervasio, fondamentale testimonianza di collezionismo privato in Basilicata. A questi bisogna aggiungere un limitato numero di dipinti dell’Ottocento, per la maggior parte ritratti, genere diffuso nel variegato panorama della pittura risorgimentale e post-unitaria, tra cui Luigi Stanziani.

 

 

La “Festa della Liberazione” a Stresa, 75 anni fa.

In occasione del 75° anniversario della Liberazione riporto integralmente la cronaca della Giornata della Liberazione a Stresa apparsa sul foglio “Valtoce[1], organo dell’omonima divisione partigiana, in data 12 maggio 1945[2] e firmata dal “Commissario di Raggruppamento Giorgio [Buridan].

VERBANO EROICO *

È la festa dei patrioti, la festa della vit­toria.

Tutti gli stresiani — miei concittadini — perché anch’io sono stresiano[3] e ci tengo a pro­clamarlo — sono scesi in piazza per assistere alla cerimonia.

Il lungo lago variopinto: ragazze dagli abiti azzurri, rossi, di tutti i colori, e bandiere tante bandiere alle finestre. Anche i balconi sono gre­miti di gente che attende impaziente l’inizio della cerimonia.

Con il nostro azzurro camioncino dell’Uffi­cio Stampa ci appostiamo presso al Municipio e subito la folla ci circonda. S’inizia la distribu­zione dell’ultimo numero del “Valtoce”.

— Finalmente arrivano!

GO

Arrivano in colonne magnificamente inqua­drate i ragazzi della “Valtoce”. In testa è la vecchia brigata “Steffanoni[4] che porta il labaro della Divisione, seguita a poca distanza dalla brigata «Abrami». Vedo il Comandante di Bri­gata Renato Boeri ed in mezzo, inquadrata in divisa da Crocerossina, è la signorina Ottolini che molto ha collaborato con noi sia come staf­fetta ed informatrice, che prestandosi all’opera umanitaria di infermiera.

GO

I Reparti si incolonnano davanti al Muni­cipio mentre la folla applaude e lancia fiori. Le finestre sono pavesate di bandiere tricolori e delle Nazioni Unite. Le macchine fotografiche scattano. Ad un tratto si eleva il canto dell’inno partigiano “Fischia il vento e soffia la bufera” e, nelle nostalgiche note di questo inno, mi par di rivivere tutte le sofferenze passate dai ragazzi della “Valtoce”. Davanti a questo Municipio, sino a pochi giorni or sono in mano dei nostri ne­mici, oggi i nostri ragazzi eleganti nelle loro semplici divise e perfettamente inquadrati can­tano al cielo azzurro la loro gioia per la ricon­quistata libertà.

Al balcone del Municipio si affacciano le Autorità locali. Distinguo il Sindaco Zanoni[5], il Vice-Sindaco[6] ed altri membri del Comitato di Liberazione. C’è anche Don Ricci[7] il nostro arci­prete che tanto ha sofferto.

Partigiani e popolazione ascoltano gli interventi sotto al Municipio di Stresa. GO

Partigiani e popolazione ascoltano gli interventi sotto al Municipio i di Stresa. GO

A nome del Comitato di Liberazione locale il Vice-Sindaco ci invia il suo saluto e ricorda le tradizioni partigiane di Stresa:

“A liberazione avvenuta il Comitato si è trovato sulle spalle il lavoro grave e la responsabilità dei partiti politici. Vi assicuro che avremmo fatto a meno di questo compito. Ci si accusa di essere troppo deboli, io v’accerto di essere assolutamente imparziale.

D’altra parte ritengo che il nostro attuale dovere non sia tanto quello di giudicare un pas­sato ormai sepolto, bensì quello di preparare un avvenire migliore. Vi si rammentano a questo proposito due cose: voi potete liberamente pre­sentarvi al Comitato, al Municipio, al Comando Militare, ed esporre i vostri desideri ed i vostri bisogni. Particolarmente lo deve fare chi ha su­bito ingiustizie nel passato. La seconda cosa è che il Comitato dovrà presto scomparire non appena il Governo sarà insediato e quando tutta l’Italia potrà provvedere alle elezioni generali.

Stresa infinite volte con voi ha trepidato quando c’erano i rastrellamenti infami. Stresa ha atteso con voi questo grande giorno. Questo grande giorno è venuto, e voi in collaborazione con le formazioni partigiane Garibaldine, voi ci avete portato la liberazione. Per questo non avete atteso l’arrivo delle Armate Alleate”.

 

Comandante Rino Pachetti. MP

L’oratore ricorda poi l’eroico gesto condotto dal Comandante Rino nell’ultima azione su Stresa[8], in cui, salito sul tetto del fortino in cemento costruito dai fascisti ha tentato di demolirlo con bombe a mano; invia un saluto a Giulio “Tom Mix”[9] il popolare Comandante della brigata “Abrami”, noto per il suo coraggio veramente d’eccezione, e per la caratteristica personalità fisica dell’uomo dei monti. Ricorda l’irruente Franz[10] che porta in tutte le sue azioni la vigoria del suo caldo sangue napoletano.

 

"Renatino" Boeri. GO

“Renatino” Boeri. GO

“Ma voi permettete — continua l’oratore — che una parola di simpatia particolare io la rivolga al vostro Comandante Renato. Renato che io ho incontrato più di un anno fa, nel feb­braio del 1944, quando le condizioni di vita lo obbligavano a vivere ben nascosto in baite molto sporche. Renato che è stato l’anima della sua Brigata, della sua Divisione, che imprigionato e poi lasciato libero è rimasto al suo posto con i suoi ragazzi pur sapendo quale rischio correva, e che rappresenta cosi degnamente tutta una fa­miglia che tanto ha fatto per la liberazione d’Ita­lia. Circa quattro mesi fa nella mia qualità di Vice-sindaco avevo espresso a Renato il desi­derio di averlo al Municipio, ed ora propongo un rappresentante per i villeggianti quale Consigliere Municipale e chiedo che d’ora in avanti questo rappresentante sia Renato Boeri”.

 

don Angelo Ricci. WB

Parla quindi dell’arciprete Don Ricci[11] che nel lontano settembre 1943 scontò molti mesi di carcere a San Vittore e fu poi inviato in Germania ed obbligato per lungo tempo all’esilio. Il Comitato di Liberazione offre a Don Ricci la tessera n. 1 di Membro onorario ed il discorso si conclude fra gli applausi al grido di “Viva l’Italia”.

Parla a sua volta il Sindaco esaltando l’opera fattiva dei patrioti. E ricorda agli eroici volon­tari della libertà la necessità di riprendere i loro posti di lavoro presso i rispettivi comuni di resi­denza, tratteggia l’aspra lotta condotta, elogia i capi ed i gregari, ed il suo discorso si conclude al grido di “Viva l’Italia del lavoro!”.

Invitato da tutto il popolo e dai Membri del Comitato di Liberazione parla Renato Boeri Co­mandante della Brigata “Steffanoni”:

Maggio 1945. Discorso del Comandante Renato Boeri. Dietro di lui don Ricci. WB

“È con commozione che noi vi salutiamo, è con la com­mozione di chi ha vissuto per tanto tempo in montagna aspettando queste ore. Stresa è sem­pre stata la nostra meta, il nostro premio. Oggi finalmente questa meta e questo premio sono stati raggiunti.

Siamo commossi perché sentiamo dell’ami­cizia, della simpatia, quale forse neppure pote­vamo prevedere. Siamo commossi perché questa simpatia l’abbiamo sentita anche se per forza di cose nascosti ed anche quando, noi eravamo in alto e voi qua. Perché anche tra voi ci sono stati dei combattenti, come noi sulle montagne, noi con le armi in mano, voi forse con altri mezzi, ma tutti abbiamo egualmente sofferto, tutti ab­biamo ugualmente combattuto. Oggi tra di noi c’è della fratellanza, siamo tutti fratelli in questa ora e così come siamo stati patrioti dobbiamo essere sempre soprattutto italiani.

Fra giorni lasceremo le nostre divise, lasce­remo le nostre armi. Torneremo, torneremo ad essere dei cittadini, torneremo ai nostri compiti e ci uniremo a voi, con voi. Sempre pronti a far del bene all’Italia quando questo sia necessario. È per questo che accetto con commozione l’ono­re che il Comitato mi fa. Mi sembra strano rico­struire una casa ma io voglio tanto bene a Stresa perché a Stresa ho vissuto da anni, perché a Stresa ho sentito ed ho provalo mille sensazioni che mai si dimenticano ed io per Stresa farò sempre tutto il possibile.

È appunto in segno di affetto per Stresa che ho scelto queste montagne perché qui volevo difendere la mia libertà e la libertà di tutti i ragazzi che sono stati con me.

Oggi vi ringrazio, vi ringrazio per quanto avete fatto per tutti i miei ragazzi, per quanto avete fatto per tutti gli altri patrioti delle altre formazioni. Oggi ringrazio soprattutto i rappre­sentanti del Comitato di Liberazione che sono un po’ l’emblema di tutti voi con cui ho vissuto a contatto; già da mesi, e da mesi hanno com­battuto con noi.

Mi unisco al saluto fatto a Don Angelo Ricci che per primo ci indicò la via della montagna; fu lui che ci spinse a reagire, fu lui che ci dettò la via da seguire.

Oggi noi siamo stati un poco con voi qua a Stresa. Io credo che per quanto abituati alla vita delle brigate, alla vita della montagne tutti noi, qui con voi, ci siamo comportati nel migliore dei modi. Io credo che nessun incidente, se non qualche piccolo incidente comprensibile del resto dopo tante sofferenze, sia avvenuto.

A voi chiedo una cosa sola: che veniate da noi se avete qualche cosa da dire. Venite, noi ci sentiamo liberi, democratici, non siamo fa­scisti! Tutte le opinioni vanno rispettate, di qual­siasi tinta di qualsiasi colore siano.

Renato Boeri al centro. GO

Io vi ringrazio ancora una volta.

Ringrazio i miei ragazzi, ringrazio tutti quanti.

La Brigata “Steffanoni” considera come ap­partenenti alla sua formazione tutti i compo­nenti del Comitato di Liberazione Nazionale e Don Angelo Ricci a cui consegno il tesserino di onore”.

Il discorso di Renato si conclude tra grandi applausi. Sono un po’ commosso. E mi par quasi impossibile di trovarmi qui e di udire le parole del mio vecchio compagno di lotta. Mi ritornano rapidamente alla mente, in un veloce succedersi di immagini e di impressioni, tutte le vicende e le avventure passate: il primo gruppo con la radio trasmittente, la missione “Salem[12] che si trovava allora all’Alpe Formica, in una piccola scomoda baita sopra Sovazza. Ricordo l’attesa impaziente degli “aviolanci” che dovevano rifornirci di armi sufficienti per reclutare in zona i ragazzi che seguivano la via dei monti, i primi contatti con il povero Alfredo Di Dio che seguiva con simpatia questa nostra fatica, la prima “volante” di Tom Mix di scorta al gruppo radio e tante, tante avventure passate che ora sarebbe troppo lungo rievocare.

E — colmando una lacuna nel discorso di Renato — desidero ricordare alcuni nostri caduti.

Piero Carnevali. MP

Desidero soprattutto, ricordare Piero Carne­vali[13] sergente maggiore degli Alpini, che volonta­riamente lasciò la moglie ed i bimbi per seguirci nell’arduo lavoro della radio e venne proditoria­mente ucciso dai tedeschi,

Giovanni Bono. MP

 

desidero rievocare la memoria di “Gianni”[14] il 1° radiotelegrafista della missione «Salem» che con rara abilità sapeva captare e diffondere i preziosi messaggi, e tanti, tanti altri tra cui “Fachiro[15] che conobbi lo scor­so anno ai primi di Ottobre quando mi recai con il Comandante Di Dio in visita alla Brigata “Steffanoni”.

 

“Fachiro” e Boeri. MP

Tutti rivivono nel mio ricordo, tutti coloro che sono caduti da eroi, tutti coloro che con noi hanno attivamente collaborato e tra questi desi­dero ricordare la famiglia Boroni[16] che tanto ha saputo lottare per la causa. Il buon “Pedrin” che con poche ma sincere parole dialettali sa esprimere come nessun oratore ne è capace, tutto l’odio profondo verso i neo-fascisti, i collabora­zionisti e le spie e che — abilmente insinuandosi negli ambienti fascistoidi stresiani — ha saputo fornirci utili e precise informazioni, la moglie Emilia che unisce ad un’esuberanza toscana un senso profondo di responsabilità e di astuzia, la figlia — benché giovanissima — abile staffetta che molto ha lavorato per noi ed il figlio Renato, lui pure partigiano nella “Steffanoni”. Desidero siano ricordati questi eroici compagni di lotta come pure il buon Padre Amministratore del Collegio Rosmini che fu attivissimo nel cogliere informazioni e che tanti aiuti in viveri fornì ai primi gruppi.

Desidero in questo giorno di festa ricordare tutte le staffette, e tutti coloro che con noi col­laborarono per la libertà d’Italia e per la gloria partigiana di questa nostra cara Stresa.

Commissario di Raggruppamento

GIORGIO

 

* In quale giorno si è svolta la Festa della Liberazione di Stresa? L’articolo non lo precisa. I partigiani del Mottarone sono scesi nella cittadina lacustre il 24 aprile, ma si è dovuto aspettare il giorno successivo, dopo il passaggio della Colonna Stamm[17] partita da Baveno, per considerare pienamente liberata la zona.

Leggendo il Diario di Giorgio Buridan si evince come le formazioni della Valtoce dal 25 aprile, analogamente alle altre del Verbano Cusio Ossola, fossero confluite a Milano per liberare la città e qui stazionarono almeno sino al 29 di aprile[18]. Per cui, anche se normalmente si parla del “25 aprile”, la Festa della Vittoria a Stresa deve esser stata celebrata nei primi giorni di maggio. Anche la fotografia sopra riprodotta del discorso del Comandante Boeri dal Municipio, ripresa dal blog di Wilma Burba, porta la dicitura “Maggio 1945”.

Ringrazio Maria Silvia Caffari per avermi fatto pervenire, tempo fa, la copia di questo numero di “Valtoce”.

“Ginin” Ottolini. Aprile-maggio 1945. Stresa. GO

Le note, i link e le fotografie riportate sono naturalmente aggiunte redazionali del blog; delle foto nelle rispettive didascalie si indica la fonte sia provengano dal lascito di Giannina Ottolini che da siti web come indicato delle sigle esplicitate in nota[19].

 

——   —   ——

 

Sul lungolago di Stresa il 28 aprile 2019, per iniziativa del Comune e dell’Anpi Vergante, è stata posta una targa a ricordo del Comandante della Stefanoni, Renato Boeri: di seguito alcune foto della cerimonia a cui ha partecipato il figlio Tito.

Sindaco di Stresa e rappresentanza Provincia e Anpi Vergante scoprono la targa. FR

Il partigiano Romano Possi con Tito Boeri. FR

 

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

[1] L’intestazione completa è: “Valtoce” / 1a Divisione Raggruppamento Divisioni Patrioti Cisalpine “Alfredo Di Dio” / Volantino quotidiano per i patrioti del Raggruppamento.

[2] Anno 2 – N. 8.

[3]

Giorgo Buridan. 1944 Val Vigezzo. RM

Giorgio Buridan è nato a Stresa il 14 settembre 1921 dal padre Paolo e da Maria Teresa Cappa Legora. Sfollato nel 1943 da Torino, dove risiedeva, nella villa del nonno materno a Stresa, era già in contatto con i gruppi di Giustizia e Libertà da prima del 25 luglio. Una sua Biografia in “Giorgio Buridan. Breve biografia di un partigiano combattente” sul sito www.rosmini.it. Sul rapporto fra Buridan e i rosminiani e, in particolare, con Clemente Rebora cfr. Un avvenimento inedito della vita di Don Clemente Rebora.

[4] [Sic] Cfr. anche il Fondo Brigata Stefanoni sul Data base dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia. Ampia documentazione è reperibile sul sito del Museo Partigiano dell’Associazione raggruppamento Divisioni Patrioti Alfredo Di Dio.

[5] [Sic]: Giuseppe Zanone, Sindaco della Liberazione, socialista. In carica dal 25 aprile 1945 fino al 9 Aprile del 1946 quando, in seguito alle elezioni del 31 Marzo, venne istituito un Consiglio comunale e una giunta regolarmente eletti con Sindaco Sergio Stucchi. Cfr. I Sindaci di Stresa e 1946. Anno primo della Repubblica Italiana a Stresa dal blog Appunti Retrodatati di Wilma Burba.

[6] Arch. Emilio Fornasini. In qualità di Vicesindaco seguirà “in collaborazione coll’assessore Stucchi Geom. Sergio, i lavori comunali e in particolar modo a quelli inerenti alla viabilità, giardini e ufficio tecnico”. Cfr. nota 5.

[7] Don Angelo Ricci (1905 – 1907). Di lui dice Wilma Burba nel suo blog: “Don Angelo Ricci, nato a Novara il 2 luglio 1905 da Germano e Rosa Bruno, che prese possesso della parrocchia il 15 maggio 1938; subito rinnovò l’organo e la cantoria, procurò suppellettile sacra e ricchi paramenti, pose il tabernacolo di sicurezza. Essendo egli in aperto contrasto con il nazismo, anche per aver aperto una scuola popolare all’Oratorio nella quale venivano accolti i bambini ebrei, durante la seconda guerra mondiale venne arrestato il 19 ottobre 1943 ed incarcerato, prima in S. Vittore a Milano, poi inviato in Germania.  Fatto rientrare in Italia per intervento del cardinale Ildefonso Schuster venne assegnato agli arresti domiciliari a Cesano Boscone e successivamente a Novara. Riprese in mano la parrocchia stresiana nel Natale del 1944.” Cfr. Cronistoria dei Parroci di Stresa.

Di don Ricci e del suo arresto parla anche Marco Nozza in Hotel Meina (Il Saggiatore, Milano 2005, p. 42-43): “non erano molti in quei tempi, ad avere coraggio. Uno di questi, e le testimonianze sono concordi, era Il parroco di Stresa: don Angelo Ricci. Parlava chiaro in piazza ed anche dal pulpito. Fin dal giorno che a Stresa arrivarono le SS. Du­rante la messa, all’omelia, disse di loro tutto quello che pensava. Ed era un tipo che non parlava soltanto. Agiva. Aiutava gli ebrei. Faceva di tutto per nasconderli. Prima dell’8 settembre, nell’oratorio di Stresa aveva organizzato dei corsi per studenti sfollati, cattolici e non cattolici, ebrei e non ebrei, non faceva nessuna distinzione. Gli insegnanti erano pure loro sfollati.

Fu uno di questi professori della sua scuola che, in buona fede, lo tradì, riportando avventatamente alcune dichiarazioni di don Ricci alla presenza di un personaggio infido, che fece la spia. Arrestato, il prete fu portato a Milano e rinchiuso nel carcere di San Vittore, dove fu denudato e torturato. Gli misero addosso l’abito a strisce del de­tenuto e lo obbligarono a fare i mestieri più miseri. Ma don Ricci, co­me addetto ai servizi di pulizia, ebbe la possibilità di circolare abba­stanza liberamente nei vari raggi del carcere, riuscendo in tal modo a entrare in possesso di coperte, lenzuola, latte, frutta, pane, il tutto prelevato ingegnosamente dai magazzini del carcere sfruttando an­che la venalità di certe guardie. Per lui, a San Vittore, fu coniata una strofetta: «Nel reparto paglionai / sono tutti molto gai / perché un prete ha dimostrato / che rubar non è peccato». Inviato a Mauthausen, ci stette solo tre giorni. … Il rimpa­trio era dovuto al diretto interessamento del cardinale Schuster, che richiamò il comandante tedesco delle SS di Milano al rispetto di un impegno preso con l’autorità ecclesiastica di non far deportare preti, donne e bambini. Più avanti, i tedeschi non rispettarono più nessun impegno.”

Rino Pachetti. MP

[8] [ Nella “Relazione sull’attività svolta dal Comandante Rino Pachetti dal giorno 8 settembre 1943 fino alla Liberazione d’Italia” datata 22 maggio, questa azione viene così descritta: “Quindi il 14 aprile, dopo una ispezione a tutte le Brigate della divisione, trovandomi a Gignese presso il comando della Brigata “Stefanoni” venni a conoscenza dell’avvenuto attacco ad Arona da parte dei garibaldini. Immediatamente decisi di compiere atto di disturbo al presidio di Stresa nello intento di neutralizzare forze che avrebbero potuto convergere su Arona. Con 50 uomini piombai in città alle 11,40 e con azione rischiosissima riuscii unitamente al patriota Macario della “Stefanoni”, a raggiungere il tetto dell’albergo Italia, sede del presidio nemico, da dove, con lancio di due bombe ad alto esplosivo, smantellai e demolii in parte il fortino, che dominava la piazza. Per 3 ore tenni la città in mani patriote e fui costretto a ritirarmi soltanto per l’arrivo di preponderanti forze tedesche da Baveno. Anche per questa azione allegherò il bollettino compilato dal Comandante Renato Boeri, il quale, come sempre, si comportò da valoroso.”

[9] Giulio LavariniTom Mix” (Armeno 1918 – 1976) di famiglia contadina, dalla primavera del ’44 comanda il gruppo partigiano “Falchi del Mottarone” che confluirà nella “Valtoce”. Dopo la morte di Franco Abrami il 20 giugno 1944, assume il comando della brigata “Abrami” che affianca la “Stefanoni” sul versante occidentale del Mottarone. Catturato nel dicembre ’44 e tradotto a San Vittore per essere deportato, riuscirà a fuggire durante il trasbordo nel lager e riprendere così il comando della “Brigata Abrami”. Cfr. Enrico Massara, Antologia dell’Antifascismo e della Resistenza novarese. Uomini ed episodi della Lotta di Liberazione, Novara 1984, p. 756-757.

[10] Franco Cassani Franz”, nato a Laveno il 5.10.1914. Riconosciuto partigiano combattente per mesi 19. Sul suo ferimento e della operazione notturna per estrargli la pallottola da parte del giovane studente di medicina Pariani, cfr. Ginin crocerossina e partigiana.

[11] Cfr. sopra nota 7.

[12] Sulla missione Salem cfr. in particolare le tre puntate de I ribelli della Presa pubblicate sull’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola.

[13] PietroPieroCarnevali, nato a Stresa Carciano il 18.4.1911 e caduto ad Armeno il 28 luglio del ’44. Fa da subito parte del gruppo che affianca la missione Salem vigilando sulla sua sicurezza, tenendo i contatti con le staffette e curando gli approvvigionamenti. Di lui, nel Diario, Giorgio Buridan dice: “Il buon Piero è un po’ il factotum del gruppo e con la sua vasta esperienza di Alpino e il suo buonumore mantiene alto il morale di tutti.” Giorgio Buridan, …in cielo s’è sempre una stella per me … Diario di Guerra partigiana del Commissario del Raggruppamento Divisioni Partigiane “Cisalpine”, a cura di Maria Silvia Caffari e Margherita Zucchi, Tararà, Verbania 2014, p. 40; cfr. anche p. 55-56, 183 e 201.

[14] Giovanni Bono, “Gianni” torinese, radiotelegrafista paracadutato con Enzo Boeri sul Mottarone il 17 marzo 1944 (Missione radio “Salem”). Di lui Buridan nel diario ricorda il “carattere allegro e simpatico. In nota al Diario si riporta: “«In: P.Tompkins, L’altra resistenza, 1a ed. Rizzoli 1995: Boeri, ritenendo pericolosa la situazione per Gianni Bono e Aldo [Campanella], li mandò con un’altra radio “Locust” sul­le montagne a nord di Bergamo. E a pag. 393: “Gianni Bono e Aldo Campa­nella, operatori di Locust, che da ventotto giorni trasmettevano da una grotta nelle Prealpi Bergamasche… furono sorpresi da brigatisti neri di Bergamo… Tentarono la fuga, feriti gravemente…  Partati a valle, interrogali, torturali, dopo poche ore giustiziali. Nessuno dei due disse una parola”. Era il 15 Marzo 1945 a Valbondione.» Cfr. Giorgio Buridan, …in cielo s’è sempre una stella per me … cit. pp. 39, 162, 181-182, 245.

da “Il Fuorilegge”. MP

[15] Guido TilcheFachiro”, nato ad Alessandria (ET) il 6.7.1921. Nel sopra citato Diario di Buridan in nota si precisa: «…studente, nato in Egitto era tornato in Italia per il servizio militare, aderisce poi alla Resistenza diventando vice Comandante della Brigata Stefanoni. Muore in combattimento a Gignese il 29 novembre ’44. Renato Boeri scrive: “Mi morì accanto e la sua morte fu la mia salvezza. Fu questo l‘ultimo suo atto di generosità, perché generoso fu sempre”; una bella descrizione del ragazzo Fachiro si trova nel necrologio, pubblicato ne Il Fuo­rilegge, in Ricordi della Resistenza, Guida del Museo della Resistenza “Alfredo Di Dio” di Ornavasso, p. 64.»  [Allego la riproduzione del necrologio, non firmato, di Boeri che, tra l’altro, spiega il suo particolare nome di battaglia].

I funerali di Tilche si svolsero a Gignese, con la partecipazione in massa di partigiani e popolazione, nella chiesetta di San Rocco.

[16] [Sic]: Pietro Borroni, residente a Stresa con la moglie Emilia. Entrambi i figli sono stati partigiani nella Brigata Stefanoni, con riconoscimento di effettivi 13 mesi. La figlia Fernanda “Nanda”, nata a Stresa il 1° aprile 1926 e il maggiore, Renato, nato a Gargallo il 1° gennaio 1919.

[17] Cfr. Raphael Rues, SS-Polizei. Ossola – Lago Maggiore 1943-1945, Insubrica Historica, Minusio 2018, pp. 40-43.

[18] Giorgio Buridan, …in cielo s’è sempre una stella per me … cit. pp. 164-179.

[19] Fotografie:

FR: fractaliaspei

GO: lascito Giannina Ottolini “Ginin

MP: sito Museo Partigiano dell’Associazione Raggruppamento Divisioni Patrioti Alfredo Di Dio

RM: sito www.rosmini.it

WB: Wilma Burba dal blog Appunti retrodatati

Frattali 2. Visite Virtuali al tempo del COVID-19 (giorni 15-28)

Dall’8 marzo, viste le restrizioni di movimento man mano intensificatesi, giornalmente ho postato su facebook una o più foto tratte dall’archivio digitale dei miei viaggi degli ultimi anni. Un modo per riguardare e richiamare alla mente – e agli occhi – luoghi e artisti che avevo apprezzato o che mi avevano comunque colpito; nel contempo, ai tempi del #iorestoacasa, una modalità per tener aperti i contatti con i miei amici digitali. Frattali di bellezza e pertanto di speranza.

Di seguito la terza e quarta settimane di fotografie con i testi (didascalie e talvolta qualcosa di più) e i link che le accompagnavano.

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (15)

In questa terza settimana di (ri)visite virtuali mi sposto a Firenze. D’obbligo la visita alla Galleria degli Uffizi e, oltre alle opere più note, mi ha colpito questo ritratto femminile di Piero del Pollaiolo, come dice la didascalia del museo (per altri è opera del fratello Antonio). 1475 circa

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (16)

Boccaccio Boccaccino (Ferrara 1468 c. – Cremona 1525): Zingarella (1504-1505)

Sempre alla Galleria degli Uffizi, proseguo con ritratti femminili.

La didascalia annessa tra l’altro riporta:

“Proveniente dalla collezione del Cardinal Leopoldo de’ Medici, faceva parte della quadreria di Palazzo Pitti … Il pittore è tra i protagonisti della pittura cremonese dell’inizio del Cinquecento, introducendovi elementi naturalistici derivati dalla pittura veneta.”

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (17)

Jean-Étienne Liotard (Ginevra 1702-1789): Ritratto detto di Maria Adelaide di Francia vestita alla turca

Firenze – Galleria degli Uffizi. Didascalia:

“L’opera è entrata nelle collezioni della Galleria degli Uffizi nel 1932.

Un’iscrizione posta sul retro del dipinto permette di identificare la protagonista con Maria Adelaide, figlia di Luigi XV e sorella di Luisa Elisabetta, duchessa di Parma. Liotard, ritrattista di origine svizzera ma di formazione francese, visse a Costantinopoli e a Vienna e ritrasse spesso personaggi in costume esotico”.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (18)

Agnolo Bronzino (Firenze 1503-1572): Il doppio ritratto del nano Morgante (ante 1553)

Sempre agli Uffizi, cambio genere; un’opera (fronte e retro) e un soggetto particolare: forse il più famoso nano di corte, rappresentato anche da altri artisti come il Giambologna.

“Il Bronzino ritrasse per Cosimo I de’ Medici il nano Morgante «ignudo e tutto intero», su due lati della stessa tela (Vasari), eseguita in relazione con la disputa, promossa da Varchi, su quale arte fosse più importante. Contro i sostenitori della scultura Bronzino intese affermare con questo dipinto la capacità del pittore di rappresentare contemporaneamente più lati di una figura. Agnolo dichiara così il predominio della pittura, la quale, non solo offre due vedute del nano, ma anche raffigura lo scorrere del tempo: sul fronte la caccia comincia, sul retro è conclusa”.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (19)

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Scudo con testa di Medusa, olio su tela, tra il 1595 e il 1598, Galleria degli Uffizi.

Nel giorno 19 del Covid-19 mi sembra appropriata questa testa che pietrifica e che Perseo sconfisse con l’intelligenza e, come ricorda Calvino, “con la leggerezza”.

Il mito di Medusa riletto da Italo Calvino (“Saggio sulla Leggerezza” – Lezioni americane):

“Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo: qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle. In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa. L’unico eroe capace di tagliare la testa della Medusa è Perseo, che vola coi sandali alati, Perseo che non rivolge il suo sguardo sul volto della Gorgone ma solo sulla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo. Ecco che Perseo mi viene in soccorso anche in questo momento, mentre mi sentivo già catturare dalla morsa di pietra, come mi succede ogni volta che tento una rievocazione storico-autobiografica. Meglio lasciare che il mio discorso si componga con le immagini della mitologia. Per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare, Perseo si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge il suo sguardo su ciò che può rivelarglisi solo in una visione indiretta, in un’immagine catturata da uno specchio. Subito sento la tentazione di trovare in questo mito un’allegoria del rapporto del poeta col mondo, una lezione del metodo da seguire scrivendo. Ma so che ogni interpretazione impoverisce il mito e lo soffoca: coi miti non bisogna aver fretta; è meglio lasciarli depositare nella memoria, fermarsi a meditare su ogni dettaglio, ragionarci sopra senza uscire dal loro linguaggio di immagini. La lezione che possiamo trarre da un mito sta nella letteralità del racconto, non in ciò che vi aggiungiamo noi dal di fuori. Il rapporto tra Perseo e la Gorgone è complesso: non finisce con la decapitazione del mostro. Dal sangue della Medusa nasce un cavallo alato, Pegaso; la pesantezza della pietra può essere rovesciata nel suo contrario; con un colpo di zoccolo sul Monte Elicona, Pegaso fa scaturire la fonte da cui bevono le Muse. In alcune versioni del mito, sarà Perseo a cavalcare il meraviglioso Pegaso caro alle Muse, nato dal sangue maledetto di Medusa. (Anche i sandali alati, d’altronde, provenivano dal mondo dei mostri: Perseo li aveva avuti dalle sorelle di Medusa, le Graie dall’unico occhio). Quanto alla testa mozzata, Perseo non l’abbandona ma la porta con sé, nascosta in un sacco; quando i nemici stanno per sopraffarlo, basta che egli la mostri sollevandola per la chioma di serpenti, e quella spoglia sanguinosa diventa un’arma invincibile nella mano dell’eroe: un’arma che egli usa solo in casi estremi e solo contro chi merita il castigo di diventare la statua di se stesso. Qui certo il mito vuol dirmi qualcosa, qualcosa che è implicito nelle immagini e che non si può spiegare altrimenti. Perseo riesce a padroneggiare quel volto tremendo tenendolo nascosto, come prima l’aveva vinto guardandolo nello specchio. È sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato di vivere, una realtà che egli porta con sé, che assume come proprio fardello. Sul rapporto tra Perseo e la Medusa possiamo apprendere qualcosa di più leggendo Ovidio nelle Metamorfosi. Perseo ha vinto una nuova battaglia, ha massacrato a colpi di spada un mostro marino, ha liberato Andromeda. E ora si accinge a fare quello che ognuno di noi farebbe dopo un lavoraccio del genere: va a lavarsi le mani. In questi casi il suo problema è dove posare la testa di Medusa. E qui Ovidio ha dei versi (IV, 740-752) che mi paiono straordinari per spiegare quanta delicatezza d’animo sia necessaria per essere un Perseo, vincitore di mostri:

“Perché la ruvida sabbia non sciupi la testa anguicrinita (anguiferumque caput dura ne laedat harena), egli rende soffice il terreno con uno strato di foglie, vi stende sopra dei ramoscelli nati sott’acqua e vi depone la testa di Medusa a faccia in giù”.

Mi sembra che la leggerezza di cui Perseo è l’eroe non potrebbe essere meglio rappresentata che da questo gesto di rinfrescante gentilezza verso quell’essere mostruoso e tremendo ma anche in qualche modo deteriorabile, fragile. Ma la cosa più inaspettata è il miracolo che ne segue: i ramoscelli marini a contatto con la Medusa si trasformano in coralli, e le ninfe per adornarsi di coralli accorrono e avvicinano ramoscelli e alghe alla terribile testa. Anche questo incontro d’immagini, in cui la sottile grazia del corallo sfiora l’orrore feroce della Gorgone, è così carico di suggestioni che non vorrei sciuparlo tentando commenti o interpretazioni. Quel che posso fare è avvicinare a questi versi d’Ovidio quelli d’un poeta moderno, Piccolo testamento di Eugenio Montale, in cui troviamo pure elementi sottilissimi che sono come emblemi della sua poesia (“traccia madreperlacea di lumaca o smeriglio di vetro calpestato”) messi a confronto con uno spaventoso mostro infernale, un Lucifero dalle ali di bitume che cala sulle capitali dell’Occidente. Mai come in questa poesia scritta nel 1953, Montale ha evocato una visione così apocalittica, ma ciò che i suoi versi mettono in primo piano sono quelle minime tracce luminose che egli contrappone alla buia catastrofe (“Conservane la cipria nello specchietto quando spenta ogni lampada la sardana si farà infernale…”). Ma come possiamo sperare di salvarci in ciò che è più fragile? Questa poesia di Montale è una professione di fede nella persistenza di ciò che più sembra destinato a perire, e nei valori morali investiti nelle tracce più tenui: “il tenue bagliore strofinato laggiù non era quello d’un fiammifero”. Ecco che per riuscire a parlare della nostra epoca, ho dovuto fare un lungo giro, evocare la fragile Medusa di Ovidio e il bituminoso Lucifero di Montale. È difficile per un romanziere rappresentare la sua idea di leggerezza, esemplificata sui casi della vita contemporanea, se non facendone l’oggetto irraggiungibile d’una quête senza fine.”

Un’altra interessante lettura sul blog La misura delle cose: “O mostro, o Gorgone, o Medusa, o Sole”.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (20) #iorestoacasa

Michelangelo Merisi da Caravaggio, Bacco (1596-1597). Galleria degli Uffizi

“Di quel glorioso figlio di Semele, sì, di Dioniso

narrerò come apparve presso la spiaggia del limpido mare,

su uno sperone della costa. Di un giovine imberbe aveva

appena assunto la forma: stupende gli ondeggiavano le nere chiome

lucenti; sopra le robuste spalle indossava un manto purpureo.”

(Inno a Dioniso. Inni omerici, VII)

 

“Il nostro signore Dioniso è spesso chiamato dai teologi Enos (vino), dall’ultimo dei suoi doni …”

“Tutto fece Zeus padre, ma Bacco lo portò a compimento”

“Dioniso è origine della purificazione; per questo è il dio redentore, e Orfeo dice:

«Gli uomini perfette ecatombi faranno in tutte le stagioni dell’anno, e celebreranno i misteri, desiderosi di purificare iniqui antenati; ma tu (Dioniso), comandando su questi, quelli che vuoi, li libererai dai mali terribili e da passioni infinite».”

(Frammenti orfici, 190, 191, 202)

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (21) #iorestoacasa

Francesco Mosca detto Il Moschino (Firenze 1531 – Pisa 1578): Diana e Atteone (ante 1565)

Firenze, Museo Nazionale del Bargello

Il mito della trasformazione del cacciatore Atteone in Cervo, e poi sbranato dai suoi stessi cani, per aver visto Artemide nuda mentre faceva il bagno con le sue ancelle, è narrato da Ovidio nelle “Metamorfosi” (Libro III, vv. 138-259). Mito rappresentato, sin dall’antichità, da numerosi artisti. In età moderna ad esempio abbiamo il Sodoma, Tiziano, Rubens, Tiepolo; nella scultura possiamo ricordare la scenografica rappresentazione in due gruppi che si staglia ai lati della fontana in fondo al viale della Reggia di Caserta. (Tommaso Solari e altri). Qui abbiamo un altorilievo in marmo, opera denominata anche ““Diana al bagno con le ninfe che converte Atteone in cervo”, e firmata: “Opus Francisci Moschini Florentini”.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (22) #iorestoacasa

Telemaco Signorini (Firenze 1835-1901): Riomaggiore

Firenze, Palazzo Pitti

L’opera non è datata. Signorini tornò più volte a Riomaggiore dopo la sua prima visita nel 1860 e vi soggiorno per alcuni periodi, in particolare fra il 1892 e il 1897; attratto dalla particolare luminosità di quelle terre, molti sono i suoi dipinti che ne ritraggono scorci, vedute, abitanti. Da una guida online delle Cinque Terre riporto il passo a lui dedicato.

“Vi era chi, di Riomaggiore, non ne sapeva neppure il nome, prima che Telemaco Signorini avesse cominciato ad esporre a Firenze, a Venezia, a Londra, a Parigi.
Nel 1860, quando Telemaco Signorini, attratto dall’estetica del pittoresco, scoprì Riomaggiore, non immaginava certo che avrebbe regalato a questo borgo, nato e cresciuto in una piega della roccia, uno dei più attraenti certificati di nascita: quello dell’arte.
C’è un aneddoto poco noto: Signorini vide un giorno in una piazza di Spezia, in cui si teneva il mercato, alcune donne vestite in modo differente dalle altre. Gli dissero che erano di Riomaggiore e Signorini decise di andarvi per dipingerle e conoscerle sul posto. Non esisteva ancora la ferrovia che fu aperta quattordici anni dopo, esattamente il 4 agosto 1864. L’artista fiorentino vi arrivò attraverso i monti e non fu accolto troppo bene, anzi la gente del luogo si rintanò nelle case e quasi scomparve. Ma lui non si perse d’animo e cominciò egualmente a dipingere le case di Riomaggiore e le sue donne.
Dopo qualche mese passatovi ad intervalli, dal 1892 al 1897 si stabilì in una casa situata nei pressi della chiesa di San Giovanni, con una terrazzina affacciata sul borgo e sul mare. Su quella terrazza Signorini dipinse diversi quadri, quello con la veduta della chiesa, tra gli altri. Del borgo poi illustrò ogni angolo.
L’amore di Signorini per Riomaggiore è raccolto in queste tele che il macchiaiolo dipinse ispirandosi a questo paesaggio, irripetibile e mutevole, e alle figure più caratteristiche che lo animavano. Nelle pennellate larghe, dense di colore, nel gioco delle luci e delle ombre, nel disegno sicuro e nel mirabile taglio delle prospettive, c’è tutta l’anima, la luce, la scenografia del borgo con quell’impianto verticale, che solo Signorini sapeva vedere e interpretare: ci sono le case e le rocce, il sole e il mare, le vigne e gli olivi, le strade e le piazze.
Il grande «macchiaiolo», è ancora vivo qui, presente, in quella casa ove abitò durante i suoi soggiorni, sulla cui facciata è stata murata una lapide che lo ricorda.”

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (23) #iorestoacasa

Ruggero Focardi (Firenze 1864 – Livorno 1934): Vita campagnola (1894)

Rimaniamo oggi a Palazzo Pitti con un altro rappresentante – meno conosciuto – dei macchiaioli fiorentini. Di Telemaco Signorini, che lo aveva scoperto e valorizzato, subì l’influenza e ne divenne amico.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (24) #iorestoacasa

Alberto Savinio (Atene 1891 – Roma 1952): Atto II quadro primo e Atto III, attrezzeria scenica: carro di Armida per Armida di G. Rossini (1952)

Firenze, Museo Novecento (C/o antico Ospedale di San Paolo – Scuole Leopoldine)

Albero Savinio fu musicista, scrittore, pittore, scenografo, regista teatrale. Nel 1952, per il Maggio fiorentino, mette in scena l’Armida di Rossini interpretata dalla Callas. Opera poco nota del repertorio rossiniano: una storia di magia, amore e vendetta che si rifà ad un personaggio della Gerusalemme Liberata. Savinio morirà in quello stesso anno.

ARMIDA: (scene finali)

“Amor… con quel sospiro / Perché il mio sdegno affreni?…
Forse spietato sei, / Sebben tu piangi, Amor.
(Verso la Vendetta).
Forse pietade è in lei / Cinta benché d’orror.
(Pensa alquanto, poi corre alla prima larva).
È ver… gode quest’anima / In te, fatal Vendetta.
Da me repente involati / Perfido Amor; t’affretta.
(Sparisce la larva dell’ Amore).
Se al mio poter, voi Furie, / Sorde non siete ancor,
Ad inseguir traetemi / Un empio, un traditor.
SCENA ULTIMA
Coro di demoni, recando il carro d’Armida / tirato da draghi.
CORO
Paga sarai.
ARMIDA
Distrutto / Tutto qui resti, tutto.
(I demoni, armati di faci, eseguiscono,
e la scena ritorna nel primo orrore).
ARMIDA e CORO
S’altro non può, l’Averno/ T’ispiri il suo furor.
(Armida ascende il carro e s’innalza a
volo tra i globi di fiamme e di fumo.
Cala il sipario).
F I N E

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (25) #iorestoacasa

Giorgio de Chirico (Volos 1889 – Roma 1978): Les Bains Mysterieux (1934-1936 circa).

Oggi restiamo ancora al Museo Novecento di Firenze, con un’opera del fratello di Savinio, il più famoso De Chirico; opera che si può riconnettere più al suo “periodo enigmatico” che a quello metafisico. Si collega a una serie di litografie rappresentanti cabine, vasche e bagnanti curate per il volume “Mythologie” di Jean Cocteau. Racconta lui stesso come gli era venuta quell’ispirazione: «l’idea dei bagni misteriosi mi venne una volta che mi trovavo in una casa ove il pavimento era stato molto lucidato con la cera. Guardai un signore che camminava davanti a me e le di cui gambe riflettevano nel pavimento. Ebbi l’impressione che egli potesse affondare in quel pavimento, come in una piscina, che vi potesse muoversi e anche nuotare. Così immaginai delle strane piscine con uomini immersi in quella specie di acqua-parquet, che stavano fermi e si muovevano…».

Il tema dei “Bagni misteriosi” sarà poi ripreso in forma scultorea a Milano con un suo progetto in dodici opere e realizzato da Giulio Macchi nel 1973 per la manifestazione “Contatto Arte/Città” della 15° Triennale e collocato, “per la gioia dei cittadini”, nel parco Sempione all’interno della fontana.  Deteriorato per vandalismi, il complesso fu restaurato tra il 2001 e 2019 e le statue originali collocate al Museo del Novecento dell’Arengario, mentre al Parco Sempione sono state collocate delle copie.

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (26) #iorestoacasa

Riccardo Dalisi (Potenza 1931)

Cinque foto dalla mostra “Idee in Volo” a cura di Cintya Concari e Roberto Marcatti

Must – Museo Storico Città di Lecce, 2016

Mirare a Lecce la Caffettiera napoletana progettata da un designer di Potenza e realizzata a Omegna da Alessi: un link mentale e visuale pluridimensionale. Bellissime le sue giocose opere di latta ecocompatibili.

Dalla presentazione biografica all’interno della mostra riporto questo passo:

“Da sempre impegnato nel sociale (resta fondamentale l’esperienza del lavoro di quartiere con i bambini del Rione Traiano, con gli anziani della Casa del Popolo di Ponticelli e negli ultimi anni l’impegno con i giovani del ione Sanità di Napoli), ha fondato l’Università di strada, l’associazione Semi di Laboratorio e ha promosso il “Premio Compasso di Latta”, iniziativa per una nuova ricerca nel campo del design nel segno del sostegno umano, della eco-compatibilità e della decrescita”

Riporto anche la presentazione a suo tempo diffusa dal sito di Architettura e design “Floornature”.

«Il Museo Storico della Città di Lecce presenta una mostra dedicata all’attività di Riccardo Dalisi, architetto, scultore, pittore, designer. L’opera dell’architetto/artista napoletano è un’occasione per riflettere su temi attuali come riciclo, decrescita e eco-compatibilità.
Temi alla base del lungo lavoro di ricerca di Riccardo Dalisi ben prima che “diventassero di moda”, e che hanno dato luogo ad opere dal “design povero” ottenute lavorando materiali comuni con abilità artigiana ma dall’alto valore sociale e politico.
Basti pensare alla ricerca sulla caffettiera napoletana iniziata per Alessi nel 1979. Un lavoro che ha generato una serie di prototipi – sculture in cui si fonde arte e design e che portò Dalisi a collaborare con lattonai e ramaioli di Rua Catalana a Napoli. La lunga ricerca dell’architetto-artista ha trasformato la caffettiera nell’icona di “un’opera buffa del design” ed è stato premiato con il Compasso d’Oro nel 1981. Proprio il Premio Compasso d’Oro, ma stavolta, alla Carriera è l’ultimo riconoscimento in ordine di tempo ricevuto dall’architetto-artista nel 2014.» (Agnese Bifulco)

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (27) #iorestoacasa

Mauro Manieri (Lecce 1687 – 1744): Palazzo Marrese, Piazzetta I Falconieri, Lecce.

Il Barocco leccese con la sua pietra calcarea dorata e friabile, segnata in modo irregolare dal tempo che in qualche modo alleggerisce uno stile altrove più greve, non contrassegna solo le chiese e i monumenti più noti ma lo si ritrova su palazzi e balconi per le vie del centro. Una poesia reperita online celebra questo materiale naturalmente “povero” e artisticamente virtuoso:

«Neglette, e quasi molli in ampia massa,

le pietre a Lecce crea l’alma Natura:
ma poiché son rescise, in loro passa
virtute, che le pregia, e che l’indura:
mirabili a vederle, ò se vi si lassa
scelti lavor la dedala scultura,
ò se ne fanno i dorici Architetti
gran frontespitij con superbi aspetti.»

(Ascanio Grandi, I fasri sacri, 1635

 

Visite virtuali al tempo del COVID-19 (28) #iorestoacasa

Bari, Teatro Petruzzelli

Bellissima opera voluta, progettata e portata a termine nel 1903 dalla famiglia omonima e dai loro parenti Messeni che ne ereditarono la proprietà. Ha ospitato i maggiori rappresentati dei diversi generi dello spettacolo: lirica, balletto, concertistica, commedia, musical, ecc.; simbolo della grande cultura del nostro paese e allo stesso tempo dei suoi misteri. Per un incendio doloso avvenuto nella notte del 26 ottobre 1991 il teatro restò chiuso per 18 anni prima di esser riaperto al pubblico nel 2009 dopo lunghi lavori di ricostruzione. I diversi processi hanno individuato e condannato uno dei responsabili materiali ma non i mandanti e la vicenda, con i motivi mai pienamente chiariti del dolo e del ruolo della cosche criminali, con le modalità della sua ricostruzione e con il passaggio controverso di proprietà al Comune di Bari che ne è seguito, è ancora oggi oggetto di polemiche e sospetti. Una vicenda tutta italiana.