di Rocco Minerva
In corrispondenza del 77mo dell’eccidio di Trarego è stato pubblicato, per la prima volta in volume e in edizione trilingue, il racconto “La volpe” di Nino Chiovini, edito per i tipi di Tararà e patrocinato dal Parco Letterario titolato al noto partigiano e scrittore. Dopo una “anteprima” a Trarego al termine della commemorazione a Promé, il volume è stato ufficialmente presentato alla Casa della Resistenza il 26 febbraio 2022. Rocco Minerva, che ha curato la traduzione inglese e che per primo aveva suggerito una edizione plurilingue del racconto, ha preparato per l’occasione questo intervento.
Non ho mai conosciuto Nino Chiovini.
Le montagne della Valgrande, invece, avevo cominciato a frequentarle già trent’anni prima della sua morte, quando nel 1961 mio padre mi aveva portato sulla Marona. Allora ero un ragazzino di otto anni e ricordo ancora quella lunga scarpinata da Miazzina, su a Cappella Fina, passando accanto ai ruderi del vecchio albergo del Pian Cavallone, arrivando successivamente alla Forcola dove il sentiero poi s’inerpicava attraverso posti dai nomi mitici – La Scala Santa, il Passo del Diavolo – per arrampicarsi infine su, fino alla Cappella appena sotto la vetta.
Non vorrei che le mie parole suonassero irriverenti o, peggio ancora, sacrileghe, ma per me contava soltanto arrivare in cima. Di quello che mio padre mi andava dicendo – dell’albergo incendiato, dell’eccidio presso la vetta e di tutta Resistenza – io, sinceramente, non capivo molto. Le guerre cosiddette “civili” per quel bambino che ero si fermavano ai tempi quasi leggendari dell’antica Roma: Mario contro Silla, Cesare contro Pompeo, Augusto contro Antonio. E mi schieravo invariabilmente con il vincitore, come se fosse una gara sportiva in cui tifare per qualcuno.
Anche quando cominciai a girare da solo in Valgrande, ciò che mi attraeva erano sempre le sue vette: la Zeda, il Pizzo Ragno, Corte Lorenzo, il Proman, il Pedum. Poi, verso i vent’anni, arrivò il tempo delle traversate: da Premosello a Malesco, da Ponte Casletto lungo il fiume fino all’Arca e a In la Piana, le Strette del Casé, il Sentiero Bove. Il Parco non era ancora stato istituito e andare in Valgrande era come entrare in uno sconfinato parco-giochi, dove, appunto, era possibile giocare a fare l’esploratore nella natura selvaggia, ora cercando un sentiero appena accennato, ora fidandoti di qualche corda sfilacciata o di una fune arrugginita, guadando un torrente dalle acque impetuose, facendo il bagno in una pozza cristallina, accendendo il fuoco in una baita mezza diroccata e tirando fuori dallo zaino ogni ben di Dio.
Ma non capivo quasi niente di quei luoghi; non vedevo nei tetti sfondati e nelle travi tarlate o bruciate di quelle baite né i segni di una di una civiltà di fatica e sudore, né le ferite di una guerra feroce. La wilderness, che tanto mi appassionava, aveva come unico scopo la sua fruizione edonistica, io, però, non sapevo leggere quei posti, non ero capace di guardarli negli occhi.
Quando arrivai al Cobianchi nel 1985, incontrai colleghi – divenuti poi amici – con i quali si andava in montagna. Furono loro a farmi conoscere i libri di Nino Chiovini e furono quelle letture a spalancarmi il vissuto della Valgrande. Grazie a lui, le baite abbandonate divennero alpeggi pieni di vita, nei prativi attorno ad esse (ora invasi da betulle, rovi e ginestre) tornarono a pascolare mandrie e greggi, il mio parco-giochi di qualche anno prima si popolò di boscaioli operosi, bracconieri scaltri, spalloni e bricolle, ma, inevitabilmente, si trasformò anche nel terreno di guerra tra partigiani e nazifascisti.
Qualche anno fa, quando lessi per la prima volta La volpe, mi accorsi anch’io che quel racconto, rispetto ad altri scritti di Nino Chiovini, possedeva un’indubbia valenza letteraria. Si trattava, sì, di una testimonianza relativa a un episodio della Resistenza e che dunque aveva una precisa collocazione storico-geografica (peraltro volutamente non precisata dall’autore), ma presentava allo stesso tempo caratteristiche che esulano dall’ambito strettamente saggistico e che sono invece tipiche della letteratura.
La prima è costituita dal titolo, che svela il suo profondo valore simbolico soltanto nell’epilogo del racconto, uscendo all’improvviso – come la volpe – dalla selva di quei tragici eventi, attraversandoci la strada e facendoci comprendere, come in un’illuminazione, il senso del racconto.
Un altro aspetto è la scelta di un punto di vista soggettivo, che ha il pregio di affacciare emotivamente il lettore sul luogo degli eventi, senza però realizzarsi attraverso un narratore in prima persona, che sarebbe probabilmente troppo invadente e ingombrante, e, inevitabilmente, di parte. Nino Chiovini opta invece per un narratore esterno, più discreto e distaccato, che meglio può rendere quanto il protagonista subisca una serie di eventi a cui si sottrae grazie al suo profondo attaccamento alla vita.
Nella parte centrale del racconto gioca un ruolo fondamentale il monologo interiore che nel suo succedersi di esclamazioni, di frasi spezzate, interrotte e riprese, nei non sequitur che rasentano l’alalia rende mirabilmente lo stress e l’angoscia che il protagonista prova in quei momenti. E in quei momenti non c’è più nessun narratore; non ha più senso che ce ne sia uno. La sintassi non governa più le frasi e queste si riducono a parole, che non sono neppure più pronunciate, che restano pensieri, deboli, flebili.
Proprio mentre mi soffermavo su questi passi de La volpe sentivo il desiderio di dare più voce al racconto, al partigiano, al suo vissuto. E mi chiedevo se avesse senso che un pubblico più vasto di quello in grado di leggere in lingua italiana potesse accedere a questa storia. Così cominciai a tradurre il racconto in inglese, senza neppure sapere se mai si sarebbe potuti giungere a una pubblicazione. Ma a questo punto credo sia necessario chiarire qualche termine. Non mi interessava “tradurre” nel senso etimologico di “trans + ducere” cioè “condurre oltre”, come se il testo in lingua inglese fosse la meta verso cui puntare e il traduttore il protagonista di questo passaggio. Volevo piuttosto, come è più evidente nel verbo inglese, “translate”, termine che etimologicamente è legato al latino “trans + fero” (supino latum), cioè “portare oltre”, volevo portare più in là il racconto di Nino Chiovini, come per amplificarne la voce. E in quest’ottica mi misi al lavoro.
Se qualcuno fosse adesso interessato a conoscere quali siano state le maggiori difficoltà incontrate nella traduzione, chiariamo subito che non sono stati i passi di monologo interiore. Questi possono risultare meno chiari a una prima lettura, ma per la quasi totale assenza della sintassi e per la presenza di un vocabolario essenziale – direi quasi viscerale – non costituiscono in genere un problema.
Paradossalmente, per me, sono risultate più ostiche quelle parole apparentemente semplici come “baita”, “villetta” o “caffelatte”, che però hanno una connotazione fortemente legata a precisi contesti storico-culturali.
Il termine “baita” è usato sull’arco alpino centrale e occidentale in riferimento a piccole costruzioni solitamente con muri a secco in pietra e tetto in piode adibite ad abitazione, stalla, fienile e anche luogo di lavoro (per la produzione di latticini, per esempio). Non potremmo mai chiamare “chalet” o “cottage” una “baita”. Al di là delle differenze architettoniche, la funzione di quelle costruzioni è diversa. E all’interno dello stesso arco alpino, i vocaboli “baita” e “malga” non sono sinonimi, perché hanno connotazioni geografiche ben distinte, dove il secondo termine è tipico delle alpi orientali. In Scozia e in Irlanda si trovano ancora i ruderi di costruzioni rurali (“shieling”) che avevano funzioni analoghe a quella di una baita ed erano usate per la transumanza, ma oltre alla pietra impiegavano anche zolle erbose o torba. Esistono anche “bastle houses”, “blackhouses”, ma non avrebbe avuto senso ricorrere ad alcuno di essi, vista la loro precisa collocazione storico-geografica. Mi è sembrato più corretto scegliere “stone hut”, che da un lato richiama l’aspetto più evidente (la pietra) e dall’altro implica le caratteristiche dell’edificio, rurale e spartano.
Nel finale del racconto Nino Chiovini usa il termine “villetta”. Una villetta nel 1944 era ben diversa da una villetta del ventunesimo secolo. Se il lettore in italiano volesse visualizzare quella costruzione, dovrebbe fare un balzo indietro di un’ottantina d’anni. Ma che termine potrebbe essere meno fuorviante per chi legge in inglese? In città una villetta è una “small house”, mentre in campagna è un “cottage”, se è monofamiliare è una “detached house”, se invece è bifamiliare si parla di “semi-detached house”, colloquialmente “semi”. Se poi è una villetta a schiera il termine è “terraced house”. Si utilizza invece “small villa” nel caso che dei turisti anglosassoni prendano in affitto una casa per le vacanze estive soprattutto nell’area mediterranea. Ora, quanto tutti questi edifici assomiglino alla classica villetta progettata dal geometra che spesso ci immaginiamo dicendo “villetta” è tutt’altra questione. E poi non possiamo dimenticare che la villetta di cui si parla ne La volpe era stata costruita prima del 1944. Alla fine ho optato per “plastered house”, cioè “casa intonacata”, visto che a quei tempi la maggior parte delle abitazioni dei luoghi di cui si parla non lo erano.
Ma è possibile che anche il “caffelatte” abbia costituito un problema? Beh, sì, se ci chiediamo che caffelatte avrà mai bevuto il partigiano prima di partire. Un “white coffee”? Di certo non quello che, usando la parola italiana, in inglese si dice “latte”, riferendosi però a del latte macchiato con schiuma. Molto probabilmente si sarà trattato di latte caldo con un po’ di caffè e, vista la difficile reperibilità del caffè in quel contesto, sarà stato caffè di cicoria, anche se non era necessario specificarlo. D’altra parte non era una libertà che potevo assumermi e la scelta è ricaduta su “a cup of hot milk with coffee”, neutra, banale forse, ma non compromettente.
Queste considerazioni relative alla traduzione suoneranno forse come cavilli, pignoli e pedanti. Vorrei soltanto che fossero intese anche come un segno dello scrupolo con cui mi è sembrato doveroso procedere nel lavoro. In fondo, al di là del risultato, per me si è pur sempre trattato di una forma di rispetto per l’autore.
Qualche anno fa mi trovavo alla Cappella della Marona con un paio di amici. Raggiunta la meta, ci eravamo fermati per fare il classico spuntino, prima di iniziare la discesa. Dopo una decina di minuti ci raggiunse un’escursionista solitaria sulla cinquantina. Dal rapido scambio di saluti mi resi conto che era tedesca. Stavo ancora trafficando nello zaino per cercare un bicchiere e offrirle un sorso di vino, quando mi accorsi che era sparita dentro la cappella, dove un ossario – piuttosto malconcio, in verità – custodisce qualche reliquia dei partigiani uccisi dai nazifascisti. Ne uscì poco dopo con le lacrime agli occhi. In situazioni del genere ammetto di essere particolarmente impacciato – imbranato, se mi passate il regionalismo. La soluzione migliore, avendo finalmente trovato il bicchiere, mi sembrò proprio quella di versarvi un goccio di vino da bere insieme. Lei accettò di buon grado, chiedendoci di scusarla per il suo stato d’animo e ci disse che fin da quando era ragazzina aveva cominciato a frequentare il Lago Maggiore, dove i genitori venivano in vacanza. Continuò, raccontandoci che una quarantina d’anni prima era già stata alla Marona con suo padre, il quale le aveva parlato dell’eccidio del giugno del ’44. Ci disse anche che era un soldato, ma non aggiunse altro. Ripeteva come se fosse un rosario che non le sembrava possibile che degli esseri umani potessero arrivare a tanto e si scusava in continuazione fra lacrime e singhiozzi. Poi mi restituì il bicchiere, ringraziò, si scusò ancora una volta, ci salutò e s’avviò lentamente lungo il sentiero che scende a valle. La seguivo con gli occhi riandando mentalmente a quando a otto anni mio padre mi aveva portato sulla Marona e per me in montagna si doveva andare soltanto per salire su in cima e non capivo niente di Resistenza, di lotta partigiana, di guerre “civili”, fermo com’ero a quelle fra Mario e Silla, fra Cesare e Pompeo. Lei era diventata un punto sempre più in basso, che ogni tanto scompariva fra rocce e ontanelli e io intanto mi chiedevo se tutte le guerre, in fondo, non fossero sempre “civili” che si combattono fra esseri che spesso si scordano di essere umani.
Il 25 aprile viene inaugurata presso la Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce la mostra delle vignette e alcune altre realizzazioni grafiche di Gianni Maierna. La Mostra resterà aperta sino al 20 giugno 2022.
Gianni Maierna
Chiunque abbia visitato la Casa della Resistenza e il Parco della Memoria e della Pace negli anni ’90 del secolo scorso e nel primo decennio del 2000, ricorda senz’altro la figura di questo “custode della memoria”: Maierna vi ha dedicato quotidiana passione e competenza sia nell’accompagnamento dei visitatori, scolaresche in particolare, che nella realizzazione di mostre, realizzazioni grafiche e nella cura quotidiana della struttura interna e del parco.
La storia di Gianni viene da lontano: nasce a Intra nel 1925 e dopo gli studi tecnici all’Istituto Cobianchi trova impiego quale operaio e disegnatore meccanico. Durante l’occupazione nazista dà vita al GAP di Intra in stretto contatto con le Formazioni partigiane locali: Cesare Battisti, Valgrande Martire e Mario Flaim. Della sua esperienza partigiana ci ha lasciato un diario incentrato sull’estate del 1944: 14 Giorni di Agosto.
Nel dopoguerra ha lavorato alla Rhodiatoce di Pallanza e si è distinto per l’attività sindacale e di appoggio alle prime lotte degli anni ’50, anche con vignette satiriche nei confronti della direzione di fabbrica in seguito alle quali è stato trasferito a Milano e isolato in un ufficio senza mansioni. Si è pertanto licenziato ed ha aperto in proprio una officina di autoriparazioni, continuando comunque a seguire le vicende operaie della Rhodia – Montefibre.
Ha militato nel PCI ed è stato consigliere ed assessore sia nel Comune di Verbania che nella Provincia di Novara. Dopo lo scioglimento del PCI ha aderito a Rifondazione comunista.
Animatore della sezione intrese dell’ANPI Augusta Pavesidi cui è stato Presidente per un decennio dal 1994 al 2004, e successivamente Presidente onorario sino alla sua scomparsa nell’ottobre del 2017. Della sua intensa attività sociale possiamo ricordare il suo sostegno, quale Assessore al decentramento, alla nascita dei Comitati di quartiere di Verbania e, durante il conflitto serbo-croato, la costituzione di un Comitato di aiuti per la città di Crikvenica colpita dalla guerra.
Così Nuova Resistenza Unita lo ha ricordato nel n. 1 del 2018
Gianni Maierna (29.6.1925 – 10.10.2017)
“Per noi il momento più giusto era all’imbrunire, quando incominciava a venire il buio … La città era nostra perché conoscevamo tutti i buchi, tutti i modi di passare, entrare in un portone uscire da un altro, avevamo dei passaggi anche sui tetti, per noi era un divertimento perché i fascisti che erano lì non erano del posto …
Quando recuperavamo un’arma, non è che la tenevamo in casa, anche se a un certo momento nel solaio del mio caseggiato avevo da armare 15 persone, ma erano armi che si recuperavano e poi consegnavamo a chi andava in montagna, a chi non poteva resistere in città, perché il partigiano in città lo fai in un modo, quando non puoi resistere in città perché sei ricercato o ti è arrivata la cartolina, allora vai in montagna.”
In questo passo del 2002 in cui racconta agli studenti la sua esperienza di giovane gappista ritroviamo lo spirito, l’impronta che ha contrassegnato tutta la vita di Gianni Maierna: il mettersi in gioco sino in fondo senza esitazioni, la conoscenza dei luoghi e delle persone, il senso pratico – e spesso la furbizia – di chi sa trovare la soluzione giusta, la consapevolezza del significato delle proprie azioni, il tutto accompagnato da un sorriso lievemente ironico volto a bandire ogni rischio di enfasi o retorica. L’attività politica e amministrativa, la presidenza dell’ANPI di Verbania, l’impegno profuso per ottenere e poi rendere viva ed accogliente la Casa della Resistenza, i suoi innumerevoli incontri con gli studenti e i visitatori della Casa e del sacrario di Fondotoce sempre sono stati contrassegnati da questa cifra e da questa sensibilità. Consapevoli, come Associazione e come Nuova Resistenza Unita, che il debito nei suoi confronti è inestinguibile.
L’attività grafica ed umoristica
Ricorda di lui Arialdo Catenazzi:
“Gianni era un artista nato: già a 9 anni sapeva utilizzare la prospettiva e durante la scuola di avviamento al lavoro in disegno era sempre il primo della classe, tanto che a fine corso l’insegnante insistette molto perché continuasse a Milano un corso specifico promuovendo a tal scopo una borsa di studio. Le necessità della numerosa famiglia lo costrinsero, a malincuore, a rifiutare per un posto di apprendista disegnatore presso la ditta Wolmi, frequentando nel contempo un corso serale presso l’Istituto Cobianchi che lo diplomò disegnatore tecnico – meccanico.”
Questa capacità tecnica, unita alla suo sguardo ironico, lo hanno accompagnato durante tutta la sua attività prima di partigiano poi di attivista sindacale, politico e sociale con una produzione costante di svariate realizzazioni grafiche: cartelloni, murales, scenografie, vignette satiriche … Ha inoltre partecipato più volte con le sue vignette alla rassegna umoristica Ridere sotto il Tasso organizzata a Cavandone da don Rino Bricco collocandosi fra i vignettisti non professionisti premiati.
Nelle sue vignette prevale una grafica semplice, essenziale che implicitamente richiama una tradizione umoristica e di denuncia sociale che a partire dai primi irriverenti “fumetti” del Sunday World di New York (1898) passa attraverso la drammatica denuncia della guerra di Käthe Kollwitz e quella più ironica e socialmente corrosiva di un George Grosz.
In alcune delle sue vignette Maierna fa parlare di noi umani e dei nostri vizi e difetti alcuni animali e ne assume lo sguardo critico e sfiduciato. Possiamo ricordare un celebre racconto di Lev Tolstòj in cui il cavallo Cholstomér (1864) parla in prima persona narrando la propria vita e con la sua visuale “estranea” mostra al lettore l’assurdità di gran parte del comportamento e delle convenzioni umane.
Anche quando a parlare non sono direttamente gli animali, questo sguardo ironico e questo effetto di straniamento accompagna gran parte delle sue vignette laddove l’occhio si sofferma di volta in volta su grandi temi quali quelli della guerra, della pace, dell’inquinamento, della parità di genere, delle lotte operaie o su quelli più nostrani della politica nazionale e talora locale.
Si chiarisce allora la comparsa, in molte di queste opere grafiche, di una sorta di contrassegno identificativo che assieme alla firma Gianni e alla data compare nell’angolo inferiore destro del disegno: un gatto che, voltandoci le terga, osserva perplesso e talora si interroga sulla scena rappresentata.
La mostra: Schegge di memoria
Nel suo archivio personale Gianni Maierna ci ha lasciato circa duecento testimonianze grafiche, tra originali e riproduzioni, della sua attività di satira e di commento sociale e politico; queste spaziano dal 1934, in pieno periodo fascista, sino al 2010.

Certamente la sua produzione tra vignette satiriche, manifesti, cartelli e cartelloni, pannelli macro eccetera, è stata molto più vasta e ha accompagnato tutta la sua esperienza di impegno costante quale partigiano, attivista di fabbrica e politico, amministratore, volontario e testimone della memoria collettiva.
Quello lasciatoci è comunque un patrimonio altamente rappresentativo non solo di un percorso individuale ma di un ampio periodo storico sia locale che nazionale e internazionale. Abbiamo selezionato centotrenta “vignette” proponendo un itinerario che incrocia specifiche tematiche e cronologia. Un modo originale di rileggere gran parte del secolo trascorso e l’avvio del nostro attraverso l’ironico “sguardo felino” di Gianni.
Informazioni e dettagli tecnici
Collocazione: Sala esposizioni della Casa della Resistenza, Via Turati 9, Verbania Fondotoce.
Informazioni: tel. 0323 586802; e-mail: info@casadellaresistenza.it
Durata: 25 aprile – 20 giugno 2022
Orari: dal lunedì al venerdì
Mattina: 9.30 – 12.30
Pomeriggio: 14.00 – 17.00
Aperture straordinarie: durante gli eventi – anche prefestivi e festivi o serali – realizzati presso la Casa della Resistenza o su prenotazione.
Caratteristiche: 36 pannelli cm. 60 x 100 suddivisi in 25 sezioni tematiche aperte ciascuna da un testo introduttivo di contestualizzazione. Conclude una sintetica biografia dell’autore.
Progettazione e grafica: Roberto Begozzi, Piero Beldì, Alberto Corsi, Gianmaria Ottolini, Gabriella Piccioli.
Hanno inoltre contribuito alla realizzazione dei testi: ArialdoCatenazzi, Paola Giacoletti, Bruno Lo Duca, Dario Martinelli, Luisa Mazzetti, Stefano Montani, Angelo Vecchi, Claudio Zanotti.
Organizzazione: Associazione Casa della Resistenza.
Con il sostegno: Consiglio Regionale del Piemonte – Comitato Resistenza e Costituzione.
Patrocinio: Città di Verbania, Provincia del Verbano Cusio Ossola, Associazione culturale Stella Alpina, ANPI.
Alcuni Pannelli della Mostra



Il 14 aprile 2022, all’interno delle iniziative per il 77° anniversario della Liberazione, il Centro di documentazione della Casa della Resistenza ha pubblicato, rendendola pubblicamente accessibile, una Banca dati sulle deportazioni – nelle sue varie forme, politiche, razziali, militari e civili – avvenute durante la guerra nel territorio della Provincia di Novara allora comprendente anche il Verbano Cusio Ossola. Un lavoro di ricerca iniziato circa 50 anni fa e che ha permesso di individuare e archiviare con le relative schede anagrafiche le quasi cinquecento vittime della deportazione nazi-fascista avvenute in questo territorio. Di seguito la scheda presentata alla stampa, qui “linkata” per accedere direttamente alle sezioni indicate.
Centro di Documentazione della Casa della Resistenza
Il Centro di Documentazione nasce nel 2010 per tutelare e valorizzare – attraverso progressiva attività di censimento, digitalizzazione e catalogazione – il patrimonio documentale e fotografico relativo alla Resistenza e più in generale alla storia del Novecento nel territorio del Verbano Cusio Ossola.
Questo patrimonio viene “restituito” alla collettività attraverso la pubblicazione di banche dati online: il web rappresenta oggi uno degli strumenti più efficaci dal punto di vista dell’organizzazione e trasmissione dei contenuti, in grado di intercettare un vasto pubblico a livello nazionale e internazionale altrimenti difficilmente raggiungibile e potenziare, di conseguenza, la “vocazione al servizio” dell’Associazione Casa della Resistenza. La pubblicazione online offre inoltre il vantaggio di poter integrare, correggere, aggiornare continuamente le informazioni, tenendo conto delle nuove ricerche e dell’emergere frequente di nuova documentazione.
Nella precedente attività sono state attivate le seguenti quattro banche dati:
1a Divisione Ossola “Mario Flaim”
- Costituzione e Struttura: Comando – Brigate Cesare Battisti e Valgrande Martire – Battaglione Guastatori
- Partigiani: 224 schede personali
- Eventi: 50 schede di approfondimento – Mappa interattiva – Timeline
- Bibliografia: i testi più significativi con relativi Abstract
- Approfondimenti: Mario Flaim – Divisione Valdossola – Brigata Giovine Italia – Brigata General Perotti – Dislocazione dei presidi nemici
Eccidio di Fondotoce
- Introduzione
- Contesto Storico
- Rastrellamento della Val Grande
- Eccidio
- Vittime
- Il Sopravvissuto
- Tre Foto
- Esecutori
- Testimonianze
- Bibliografia
Eccidio degli ebrei sul Lago Maggiore
(sezioni a loro volta suddivise in sottosezioni)
- Introduzione
- Contesto Storico
- Eccidi, suddivisi per 9 località: Baveno, Arona, Meina, Orta, Mergozzo, Stresa, Pian Nava, Novara, Intra
- Esecutori
- Deportazione nel novarese
- Sopravvissuti (e i giusti)
- Beni depredati
- Archivio anagrafico (149 schede)
- Bibliografia
Sognavamo la Libertà.
StoryMap della Resistenza nel Verbano Cusio Ossola
In Collegamento con la Mostra omonima, rivolta agli studenti delle Scuole superiori, questa StoryMap permette di approfondire online in successione cronologica la storia della Resistenza locale attraverso 106 mappe corredate dalle relative schede e in più casi da ulteriori approfondimenti e collegamenti con le altre tre banche dati
La nuova Banca dati accessibile online
Questo lavoro, portato in porto da Gianni Galli, è il punto d’arrivo di molteplici attività condotte dall’Istituto storico della Resistenza di Novara e dalla Casa della Resistenza nel corso degli ultimi cinquant’anni. Alle prime interviste negli anni ’70 con partigiani ex deportati, è seguito il progetto sulla deportazione voluto dall’Aned (Associazione nazionale ex deportati) e realizzato dall’Università di Torino e dagli Istituti storici della Resistenza della Regione.
Si sono succeduti gli studi e le ricerche di Gisa Magenes e quelli svolti dall’Università di Torino e dagli Istituti storici della Resistenza presenti sul territorio nazionale, coordinati da Nicola Tranfaglia e Brunello Mantelli. La ricerca, iniziata nel 2003 comparando i dati del database di Italo Tibaldi con gli elenchi dei deportati presenti negli archivi dei diversi campi e con gli archivi di Bad Arolsen (Croce Rossa Internazionale), ha portato alla pubblicazione nel 2009 dei tre tomi che contengono i 23.862 nomi dei deportati politici italiani (Il libro dei deportati Vol. I: i deportati politici 1943-1945, Mursia, 2009) cui hanno seguito altri due volumi di approfondimento.
Per quanto riguarda i deportati novaresi, in accordo con il precedente direttore dell’Istituto storico della Resistenza di Novara, Mauro Begozzi, principale ideatore di questo progetto, si è pensato di riordinare tutte le informazioni a disposizione per recuperare la memoria degli eventi e delle persone che avevano subito ogni forma di deportazione (con parziale esclusione degli IMI, per i quali sarebbe opportuno un database apposito, che a livello nazionale è già esistente) o che avrebbero dovuto subirla ma sono stati uccisi prima (come è il caso degli “ebrei del Lago Maggiore”).
Per questo, rispetto alla ricerca torinese, nell’attuale database sono stati aggiunti anche i lavoratori coatti e gli Internati Militari Italiani non finiti nei KL, i deportati rimasti nei campi italiani di transito (Bolzano, Fossoli e Risiera di San Sabba a Trieste) e gli ebrei stranieri deportati nei campi italiani.
Struttura della Banca Dati sulla Deportazione nel Novarese
- Progetto
- Introduzione metodologica
- Tipologia dei campi
- Deportazione razziale
- Deportazione politica
- Deportazione militare
- Deportazione civile
- Archivio Anagrafico: 489 schede personali con dati anagrafici, biografici, circostanze ed eventuali collegamenti.
Alcuni esempi di schede anagrafiche:
Giulio Forti (deportato razziale)
Francesco Albertini (antifascista)
Idilio Brandini (partigiano)
don Angelo Ricci (sacerdote)
Giuliano Nicolini (militare)
Clotilde Giannini (civile)
Gianluigi Molinari (lavoro coatto)
NB. L’accesso a questa banca dati, come alle precedenti quattro, è libero. Il materiale è a disposizione di studenti e ricercatori e può essere utilizzato e riprodotto purché se ne citi la fonte.
Les temps obscurs sont toujours là
les villes mendiantes les cerisiers en sang la belle étoile
le douloureux secret des arbres sans un fruit
les fenétres donnant sur des plaies inguérissables
la lune comme un visage blessé à mort
les temps obscurs sont toujours là.[1]
Jean Cayrol
Nel precedente articolo ricordavo come nell’ultimo anno delle superiori con la mia classe avessimo assistito, del tutto inconsapevoli, alla proiezione di Notte e nebbia di Alain Resnais. Il rinvenimento tra i remainder del testo della sceneggiatura scritta da Jean Cayrol[2] mi ha spinto a rivedere il film alla luce del testo e delle sue poesie. Oggi la produzione cinematografica sulla shoah è imponente e si arricchisce di continuo, anche se non sempre con il rigore storico e filmico di Resnais[3]; riconsiderarlo oggi ci può aiutare a discernere con occhio critico all’interno di questa cinematografia della memoria.
Jean Cayrol
Nativo di Bordeaux (1910) Cayrol, abbandonati gli studi giuridici, trova impiego come bibliotecario e si dedica alla scrittura e alla poesia dando vita già a sedici anni ad una rivista (Abeilles et Pensée) ispirata a Paul Claudel, poeta innovativo sul piano stilistico che dopo periodo di vicinanza all’anarchismo si era convertito ad un cattolicesimo intransigente.
Con la Seconda Guerra mondiale Jean Cayrol partecipa attivamente alla Resistenza e nel 1942, per una delazione, viene arrestato assieme al fratello Pierre e deportato in Austria a Gusen, sottocampo di Mauthausen. Il duro lavoro coatto nelle officine sotterranee ne minano la salute ma l’aiuto del religioso “Papa” Johan Gruber[4] gli permise di accedere ad un lavoro meno pesante in infermeria.
A Gusen Cayrol entrò in contatto anche con il sacerdote carmelitano Jacques de Jésus (Lucien Bunel) già direttore del Petit-Collège di Avon, arrestato e deportato per aver nascosto bambini ebrei; alla sua vicenda il regista Louis Malle dedicherà nel 1987 il film Arrivederci ragazzi. Jacques de Jésus muore di sfinimento subito dopo la liberazione e Cayrol dedica un canto funebre al “mio più che fratello R.P. Jacques del Carmelo di Avon”.
Cayrol era un deportato politico NN (Nacht und Nebel) ovvero non registrato e destinato alla eliminazione e alla completa scomparsa, condizione cui erano in particolare destinati gli oppositori nei territori occupati dalla Wehrmacht. Le sue Poesie di notte e nebbia prendono appunto ispirazione da tale condizione, sia pur in modo mediato e indiretto. Egli infatti più che soffermarsi sulla sua esperienza di deportato dà vita in numerosi scritti alla figura del “Lazzaro”, il deportato che ritorna alla vita spaesato in un mondo che aveva dimenticato e non riconosce più. Di se stesso dirà:
Continuavo ad essere in quel vuoto d’aria che il campo di Gusen aveva lasciato, come una sorta di lavagna sulla quale tutto era stato cancellato. Immaginavo di essere un Lazzaro errante rimasto troppo a lungo a contatto con la pietra.[5]
Subito dopo la liberazione scrive On vous parle, primo volume della trilogia Je vivrai l’amour des autres incentrata sul personaggio alter ego Armand che tornando dal mondo concentrazionario porta con sé il vuoto che lo estranea dal mondo circostante. Nel saggio D’un romanesque conceentrationnaire del ’49 teorizza una letteratura lazzariana diversa dalla testimonianza, diretta o trasfigurata letterariamente, della deportazione, ma incentrata sul dopo, sulla “inarrestabile aberrazione di cui l’uomo dei campi è portatore”[6].
L’opera lazzariana, prima di tutto e più di ogni altra cosa, sarà portata a descrivere in maniera dettagliata la più strana delle solitudini che l’uomo sarà stato in grado di sopportare. Non si tratta di una solitudine dalla quale si possa uscire, o fuggire. Ciascuno dei suoi “fedeli” si avvolgerà in questa solitudine come in un abito della sua taglia che lo preserverà dai crudeli attacchi del mondo esterno. È così vulnerabile che, di questa consuetudine alla solitudine, farà il suo unico mezzo di protezione, la sua unica arma. […]
Il deportato ha vissuto fino all’usura la propria morte, la propria condanna, la propria dannazione, non bisogna dimenticarlo. La solitudine, nella quale si chiude, non esiste forse per risolvere quello spaventoso interrogativo che lo lascia talvolta insensibile ai problemi della vita quotidiana e familiare? Nel campo ha esaurito tutte le possibilità di morire, tutti i modi di entrare in agonia e, una volta tornato, ha realizzato la straordinaria libertà che la morte gli ha lasciato, l’indipendenza che conserva nei confronti della propria fine.[7]
Così commenta Boris Pahor:
Per Cayrol la figura del superstite, dell’ex deportato, s’identifica con quella del Lazzaro. Questa concezione del sopravvissuto porta inevitabilmente Cayrol a prendere le distanze da Primo Levi, per il quale soltanto i morti, coloro che venivano chiamati i musulmani, i sommersi, solo loro erano testimoni integrali, mentre i sopravvissuti non sarebbero mai potuti esserlo fino in fondo, proprio in quanto si sono salvati, sono cioè ritornati e dunque non hanno visto la morte in faccia. Per Cayrol non è così. La figura del Lazzaro mette in discussione proprio questa schematica divisione che Levi pone tra sommersi e salvati, ridefinendo e complicando la figura dell’ex deportato come colui che, una volta passato attraverso la morte, ritorna alla vita. Per Cayrol, infatti, anche il superstite è un morto. Un morto che resuscita, al pari della figura biblica di Lazzaro. I salvati di Cayrol sono tutti dei lazzari. Dei risorti, nuova specie umana ritornata alla vita dopo aver vissuto l’esperienza assoluta di annullamento di sé nel campo. Quelli che ritornano dai campi non sono dunque dei sopravvissuti, ma, più propriamente, dei risorti. Non è vero che, come ritiene Levi, soltanto i morti, i musulmani hanno «visto la Gorgone» e hanno «toccato il fondo», in quanto vivere quell’esperienza, vivere in un campo di concentramento significava di per sé l’aver toccato il fondo.[8]
Nella sua attività letteraria successiva Cayrol produrrà una vasta opera sia in campo poetico, che narrativo e saggistico con una poetica d’avanguardia in cui molti vi hanno letto l’anticipazione del Nouveau roman. Dopo l’esperienza di Notte e nebbia proseguiràanche quale sceneggiatore cinematografico sia con Resnais (Muriel o il tempo di un ritorno) sia con Claude Durand[9]. Attivo presso le Editions du Seuil di Parigi, di cui diviene responsabile editoriale, si caratterizzerà per la scoperta e valorizzazione di nuovi talenti, scegliendo comunque una vita lontana dai riflettori anche dopo la sua elezione all’Académie Goncourt dal 1973 al 1995. Muore a 95 anni nella sua città natale.
Genesi e realizzazione del film
Nacht und Nebel, niemand gleich“
(“Notte e Nebbia, (non c’è) più nessuno“)
Richard Wagner, L’oro del Reno
La direttiva di Hitler del 7 dicembre 1941, successiva all’entrata in guerra da parte degli Stati Uniti, stabiliva che gli oppositori politici, sia in Germania che nei paesi occupati dal Reich, se non condannati a morte immediatamente, dovevano esser deportati e (alla lettera) “fatti sparire nella notte e nella nebbia”.
Nel decennale della fine della guerra il Comité d’Histoire de la Deuxième Guerre Mondiale diretto da Henri Michel e Olga Wormser[10], commissionarono alla Argos Film di Parigi un film sulla deportazione; il produttore della Argos, Anatole Dauman ebreo di origine polacca,si rivolse a Alain Resnais allora conosciuto soprattutto quale documentarista.
Resnais ricostruisce lui stesso, in una intervista la genesi del film e le perplessità iniziali sia sue che di Jean Cayrol da lui interpellato[11].
Una sera mi ha chiamato Anatole Dauman chiedendomi di fare un film suoi campi di concentramento. Ho rifiutato perché pensavo dovesse farlo qualcuno che fosse stato deportato davvero. Sono trascorsi circa quindici giorni. Dopodiché, convinto da un amico comune, Frédéric de Towarnicki, è ritornato da me. Ho accettato di incontrarlo per spiegargli perché non volevo fare il film. Non sembrava convinto delle mie ragioni.
Era commissionato da Comitato di Storia della Seconda Guerra Mondiale diretto da Henri Michel e Olga Wormser. Inoltre avevo incontrato lo scrittore Jean Cayrol, amico di Chris Marker; alloggiava all’Hotel della Casa editrice Seuil. Lo incontravo spesso sulle scale e un giorno gli ho esposto il problema. Gli ho detto: “Lei che ha vissuto sulla sua pelle la deportazione, se accetta di scrivere i testi, magari io posso ripensarci e accettare”.
L’accordo con Cayrol, abbastanza riluttante e timoroso di riaprire ricordi dolorosi, era che avrebbe scritto il testo dopo le riprese. Nel frattempo al progetto era stato reclutato anche il compositore austriaco Hanns Eisler che avrebbe scritto la musica per il film.
A quel punto eravamo tutti d’accordo e abbiamo cominciato, come si fa di solito, nonostante i timori.
Mi sono documentato accuratamente grazie agli archivi della Seconda Guerra Mondiale e alle testimonianze raccolte da Olga Wormser e Henri Michel. Ho letto molti libri e in particolare quello di Robert Antelme (La specie umana). Ne finivo uno e ne scoprivo un altro, poi un altro ancora. Ne ho letto uno di David Rousset, si intitolava mi pare “Le pitre ne rit pas” (Il pagliaccio non ride); riprendeva la corrispondenza aberrante tra i dirigenti dei campi di concentramento e le industrie chimiche che facevano esperimenti sui deportati. Queste si lamentavano di ricevere cavie in cattivo stato. Ho letto moltissimo e dopo un mese, forse due mesi, ho presentato a Dauman un testo di circa 15 pagine per proporre il mio progetto del film. [Intervista citata]
Riprese e montaggio
Di fronte ad un budget limitato, alla difficoltà di ottenere i permessi, ai costi per gli spostamenti della troupe la scelta di Resnais fu quella di basarsi il più possibile su filmati di archivio. Archivi polacchi e olandesi in particolare, visionando una gran mole di pellicole ma riproducendone lo stretto necessario.
Non potevamo riuscirci in tre mesi, occorrevano dieci anni per ottenere tutti i contatti necessari, ma soprattutto servivano i soldi. Anatole Dauman, Samy Halfon e Lifchitz, i tre soci della produzione Argos film, non li avevano ed era chiaro che avremmo lavorato in certe condizioni e con un budget molto ridotto. (…)
Avevamo tutti i cinegiornali francesi e gli archivi di quelli polacchi. Li ho visti sul posto e ho cercato di stampare il meno possibile per non spendere troppo. I polacchi ci hanno aiutato molto e il direttore di produzione Edouard Muszka si è impegnato molto per questo film perché tutto andasse per il verso giusto. Abbiamo provato ad accedere agli archivi inglesi, ma non ci siamo riusciti. Siamo andati ad Amsterdam e abbiamo trovato dei documenti 16 millimetri: non descrivevano atti di violenza o soprusi ma mostravano i deportati che venivano messi in posti normali a fare dei lavoretti finché non arrivasse il treno. Poi li facevano salire a bordo e l’importante era mantenere l’ordine. Se i deportati si fossero spaventati, ci sarebbe stata troppa confusione. Mi viene in mente una inquadratura in cui c’è un ufficiale che va avanti e indietro sulla banchina del treno, intorno c’è calma piatta. [Intervista citata]
In questo modo il materiale d’archivio, in bianco e nero, avrebbe costituito la maggior parte del filmato. Si trattava di realizzare le riprese.
Non se ne parlava proprio di viaggi all’estero, siamo andati a visitare un campo nella Francia dell’est, a Struthof. E lì mi è venuta un’idea… Eravamo su una collina che dominava il campo, mi sono avvicinato ad Anatole e gli ho detto: “Ho un’idea che forse le sembrerà pazzesca e che vi costerà parecchi soldi, ma voglio farlo sia a colori che in bianco e nero.”
Mi ha risposto: “Dovremo fare tutto su pellicola colorata e ci verrà a costare molto di più, ma perché no?”
Avviene così la scelta stilistica principale di Resnais: il duro bianco e nero per il passato, un tenue colore per il presente nei campi abbandonati e in gran parte ricoperti dall’erba nel frattempo ricresciuta. Si trattava ora di operare il montaggio.
Nemmeno noi eravamo del tutto convinti di ciò che facevamo; mettere le inquadrature una dietro l’altra e spostarle per cercare un effetto piuttosto che un altro, ci faceva in qualche modo sentire in colpa, ma ci costringeva anche a riflettere sulla condizione umana. Quindi … abbiamo lavorato con un costante senso di vertigine. Ma non voglio sembrare troppo solenne. Ciò che ci spingeva a continuare erano pensieri come: “Non sarà un monumento ai morti!”. Non volevo che poi si dicesse: “Appartiene al passato, non succederà mai più.” Sebbene sia un film girato interamente su documenti, è evidente il riferimento costante al futuro.
Ero così arrivato al primo montaggio e durava circa quaranta minuti e lo feci vedere a Cayrol come promesso. Non l’avevo mai disturbato né durante le riprese né durante il montaggio. [Intervista citata]
Questo primo montaggio, realizzato dal regista insieme a Chris Marker, venne presentato a Cayrol che di fronte a quelle scene si sentì male e preferì scrivere il testo senza lavorare in sala di proiezione e fornendo un testo successivamente. Quando Cayrol presentò il testo, che riprendeva molto della sua esperienza e della precedente produzione poetica, ci si rese conto che quella versione, pur letterariamente di alto livello, mal si adattava con l’alternanza delle immagini. Marker lo riscrisse cadenzandolo in sincronia col filmato. Cayrol ha poi scritto la terza versione, quella definitiva, questa volta in sala di montaggio adattando il testo scena per scena. Come ha poi affermato Resnais: L’impianto, la cadenza è quello di Marker, “ma le parole e i pensieri sono quelli di Cayrol”.
Struttura e poetica
La struttura è semplice: le immagini scorrono articolandosi in cinque fasi:
- Oggi. Un paesaggio tranquillo.
- 1933.La macchina si mette in moto. Costruzione dei campi e deportazione.
- Un altro pianeta. Vita nei campi, rituali, gerarchia e lavoro (la sezione più lunga).
- 1942. L’annientamento produttivo. Le bocche d’areazione non trattengono il grido.
- 1945. Si aprono i campi. Chi e dove sono i responsabili?
La scansione in cinque parti potrebbe sembrare un’ovvia modalità didattica che nel breve tempo di nemmeno 35 minuti “riassume” ciò che richiederebbe ore e ore di pellicola. Ma la struttura profonda, la sua poetica, non è tanto data dalla successione dei temi quanto dal meccanismo rigoroso dei contrappunti. Il colore tenue, virato al verde, delle immagini girate con lento sguardo su quanto restava dei campi abbandonati si alterna al cupo bianco e nero dove foto e brani di filmati d’epoca si succedono con ritmi spezzati. Il testo di Cayrol – recitato con voce fuori campo all’attore Michel Bouquet – non prevarica le immagini e tanto meno le descrive, ma le accompagna con una rigorosa distinzione fra tempo passato declinato all’imperfetto (b/n) e quello al presente (colore) lasciandoci spazi di silenzio per osservare e riflettere.
Analogamente la musica di Hanns Eisler si alterna con precisione fra crescendo e diminuendo in contrappunto fra il passato e il presente laddove gli spazi vuoti e abbandonati dell’oggi, privi di persone e di volti, inevitabilmente ci fanno immaginare chi li ha drammaticamente calpestati e ci fa interrogare se quegli spazi, o altri simili, potranno ancora accogliere altra umanità deportata.
Mentre la telecamera scorre sulle rovine di un campo abbandonato – non importa quale, li rappresenta tutti – la sequenza finale è accompagnata da queste parole:
La guerra dorme, un occhio sempre aperto.
L’erba fedele è spuntata di nuovo sull’Appellplatz, intorno ai block.
Un borgo abbandonato, ancora minaccioso.
Il forno crematorio è fuori uso. I piani nazisti sono superati.
Nove milioni di morti oscurano questo paesaggio.
Chi di noi vigila da questo strano osservatorio, per avvertirci dell’arrivo dei nuovi aguzzini? Hanno davvero un volto diverso dal nostro?
Da qualche parte, in mezzo a noi, ci sono ancora kapò scampati, capi riabilitati, delatori sconosciuti.
Ci siamo noi che guardiamo queste rovine, sinceramente convinti che il vecchio mostro concentrazionario sia morto sotto le macerie; noi che facciamo finta di tornare a sperare davanti a un’immagine che si allontana, convinti che si possa guarire dalla peste concentrazionaria; noi che facciamo finta di credere che tutto questo appartenga a una sola epoca e a un solo paese, e non pensiamo a guardarci intorno e non sentiamo il grido senza fine.
Commenti, ripercussioni e censure
A dieci anni dalla fine della guerra il tema della deportazione e dello sterminio era ancora un tema rimosso dalla memoria collettiva sia in Francia che nel resto dell’Europa. Di questo Resnais e i produttori della Argos erano ben consapevoli. Nelle sale cinematografiche niente era stato ancora proiettato. Di qui la scelta di un rigore che nulla voleva concedere alla spettacolizzazione o all’emotività, in un costante richiamo tra passato documentato e un presente di campi abbandonati e vuoti che portino a riflettere sul vuoto di memoria. Cautela anche testimoniata da una scelta che oggi parrebbe incomprensibile, quella di non nominare nei titoli l’autore della voce fuori campo: si temeva che nominare il noto attore Michel Bouquet avrebbe potuto confondere lo spettatore sul carattere di documento del filmato.
Eppure questo rigore e queste preoccupazioni non bastarono ad evitare la censura. La apposita commissione francese nel dicembre 1955 interviene contestando la violenza del film e la presenza di un guardiano francese nel campo di Pithiviers riconoscibile dal noto képi. Se la prima contestazione dei censori viene superata la seconda, che mette involontariamente in luce oltre alle responsabilità tedesche quelle del collaborazionismo francese, non risulta superabile. I produttori e Resnais[12] pur di dar via alla distribuzione del mediometraggio accettano di mascherarla coprendo con una sorte di trave il dettaglio del copricapo.
Ma i problemi non sono finiti. Quattro mesi dopo Nuit et brouillard viene selezionato dalla giuria di Cannes nella sezione documentari ma, dopo un intervento dell’Ambasciata di Bonn, la Segreteria di Stato dell’Industria e commercio in accordo con il Ministero degli esteri impone la sostituzione del film con altra opera. Scoppia lo scandalo, Cayrol denuncia su Le Monde “una Francia che rifiuta la verità” e caustico Resnais commenta “Ignoravo che al festival il governo nazista avesse una sua rappresentanza”. Le associazioni di ex deportati si mobilitano per andare a manifestare a Cannes. Alla fine il compromesso è che l’opera venga proiettata fuori concorso in una sezione parallela.
Il film dopo Cannes incominciò a girare anche se inizialmente con qualche difficoltà: i documentari brevi venivano di solito proiettati in sala abbinati ad un lungometraggio. Ma difficile era trovare un abbinamento per cui dapprima girò nei Cineforum. Ma la notorietà, facilitata anche dallo scandalo di Cannes, lo fece acquistare da altri paesi e, per prima, fu proprio la Germania occidentale e poi quella orientale e il film trovò poi spazio nelle sale anche in Francia. Imprevedibilmente la società di produzione ne ebbe un ricavo decisamente superiore alle spese e Resnais acquisì la notorietà che poi gli permise di realizzare le sue opere più note a partire da Hiroshima, mon amour (1959).
Nel 1997, in occasione della versione in DVD Resnais riuscì a recuperare e reinserire l’immagine originale “col Kèpi” per cui oggi è possibile visionare il mediometraggio in edizione restaurata sia in DVD che su YouTube:
Il commento di Cayrol
Abbiamo concepito “Notte e nebbia” come un campanello d’allarme.
Notte e nebbia non è soltanto un film di ricordi, ma anche lo specchio di una grande inquietudine. Abbiamo voluto anzitutto – evidentemente – far conoscere, o meglio “portare a conoscenza del pubblico”, la verità sui campi di concentramento nazisti, che furono uno dei volti del delirio razzista più virulento che mai nella nostra epoca.
Di un’esperienza incomprensibile, incomunicabile, irragionevole, abbiamo scelto le immagini più significative che permettessero, entro i limiti di un cortometraggio, di far partecipare a questa enorme carneficina i vivi di oggi, anche coloro che non hanno mai tentato (magari per l’età) di comprendere sino a qual punto abbiano potuto spingersi degli uomini che odiano la libertà e disprezzano gli altri.
Questo film non è un reliquiario cimiteriale, “un’avventura repentinamente congelata”, come scriveva mio fratello Pierre nel momento della sua morte nel campo di Oranienburg, un monumento eretto alla memoria disgregata dei nostri morti. È soprattutto la testimonianza vivente, incredibile, degli esiti estremi dell’oppressione e della forza messi al servizio di un sistema che non ebbe rispetto per i diritti elementari del singolo essere umano, nella sua originalità e nelle sue peculiarità. Abbiamo portato alla luce del sole ciò che si trovava solo negli archivi o nel cuore degli inguaribili sopravvissuti, un insieme di immagini che si raddoppiano, si moltiplicano all’infinito nel sangue, nelle urla, nel pus. Sapevamo benissimo che avremmo potuto soltanto sfiorare la realtà dei campi di concentramento: neppure un film di parecchie ore sarebbe bastato per dire tutto quel che c’era da dire. Come descrivere quei “principati dell’assassinio” nei quali la sola ribellione possibile era quella di morire?
Nel cielo indifferente di queste secche immagini si aggirano minacciosi i nembi sempre mutevoli dell’eterno razzismo. Essi vagano qua e là finendo per deflagrare in qualche luogo piombando addosso a coloro che restano in piedi.
Il ricordo permane soltanto se illuminato dal presente. Se i forni crematori oggi non sono altro che scheletri insignificanti, se il silenzio è calato come un sudario sui terreni mangiati dall’erba dei vecchi campi di sterminio, non dimentichiamo che il nostro stesso paese non è esente dallo scandalo razzista. Ed è perciò che Notte e nebbia diviene non soltanto un esempio sul quale meditare, ma un richiamo, un “campanello d’allarme” contro tutte le notti e tutte le nebbie che calano su una terra che pure era nata nel sole e per la pace.
Jean Cayrol, in “Les Lettres francaises“, n.606, 15 febbraio 1956.
Il giudizio di François Truffaut
“Tutta la forza di questo film a colori che si apre con immagini di erbe spuntate ai piedi delle rovine, risiede in quel tono di una dolcezza terribile che hanno saputo trovare e conservare Resnais e Cayrol (che ha scritto il commento). Notte e nebbia è proprio un’interrogazione che ci chiama in causa tutti: non siamo forse tutti dei “deportatori”, non potremmo divenirlo tutti, almeno per complicità? Il lavoro di Resnais, combinando un reportage a colori e dei documenti d’epoca in bianco e nero, è stato di togliere a questi ultimi tutta la loro teatralità macabra e il loro orribile pittoresco per obbligare noi spettatori a reagire con il nostro cervello piuttosto che con i nostri nervi. Dopo aver guardato quegli strani prigionieri di trenta chili, capiamo facilmente che Notte e nebbia è il contrario di quei film di cui si dice che ci si sente migliori dopo averli visti. Mentre la mdp di Resnais sfiora l’erba ricresciuta e visita i campi abbandonati, Cayrol ci informa sul rituale concentrazionario e si interroga sordamente su “noi che fingiamo di credere che tutto ciò appartiene a una sola epoca e a un solo paese e che non pensiamo a guardare attorno a noi e che non ascoltiamo che si grida senza fine“. Ogni giorno si girano chilometri di pellicola negli studios del mondo intero: per una sera, dobbiamo dimenticare la nostra qualità di critici o spettatori. È l’uomo che sta dentro di noi di cui si parla, che deve aprire gli occhi e interrogarsi a sua volta. Notte e nebbia fa sparire per qualche ora dalla nostra memoria tutti i film: bisogna vederlo assolutamente”.
(François Truffaut, Les films de ma vie, Ed. Flammarion, Paris 1975).
[1] I tempi bui non sono passati / le città mendiche i ciliegi insanguinati il bel firmamento / il segreto doloroso degli alberi infruttiferi / le finestre che danno su piaghe inguaribili / la luna come un viso ferito a morte / i tempi bui non sono passati. (Cœur percé d’un flèche / Cuore trafitto da un dardo, in Jean Cayrol, Notte e nebbia. Seguito da Poesie di notte e nebbia, Nonostante edizioni, Trieste 2014, p. 68-71).
[2] Notte nebbia cit. Oltre alla sceneggiatura del film e alle poesie il libro riporta una postfazione di Boris Pahor, l’autore di Necropoli.
[3] Nuit et brouillard è di fatto il primo documentario destinato al pubblico sul tema della deportazione e dei campi di concentramento. Prima di questo si può ricordare L’ultima tappa della polacca Wanda Jakubowska del 1948 ma che, pur girato ad Auschwitz con sopravvissuti ai campi, non è propriamente un documentario.
[4] Il sacerdote Johann Gruber arrestato dalla Gestapo nel 1938 e internato a Gusen diede vita ad una vera e propria attività clandestina di mutuo soccorso all’interno del campo coinvolgendo e aiutando deportati indipendentemente dal credo religioso. Scoperto e torturato venne assassinato il 7 aprile 1944.
[5] Il était une fois Jean Cayrol, Seuil, Paris 1982, pp. 102-103. Citato da Boris Pahor nella postfazione.
[6] Marina Galletti, “Dalla sopravvivenza alla vita, ovvero da Lazzaro a Ulisse”, in Jean Cayrol, Lazzaro tra noi. Seguito da Testimonianza e letteratura, Nonostante edizioni, Trieste 2016, p. 131.
[7] Lazzaro tra noi cit., p. 73 e 75.
[8] Notte e nebbia cit., p. 179-180.
[9] Durand, oltre che noto editore e traduttore è stato anche sceneggiatore, montatore e regista di film e documentari.
[10] Nel 1954 i due storici avevano pubblicato una raccolta di testimonianze sui campi di concentramento: La tragédie de la deportation, Hachette, Parigi.
[11] Intervista radiofonica condotta da André Heinrich e Nicole Vuillaume per France Culture e riportata negli extra del DVD (ed. RHV 2007).
[12] Resnais ha più volte sottolineato come quella breve immagine non era stata scelta per quel motivo e che, se non ci fosse stato l’intervento censorio, probabilmente nessuno vi avrebbe fatto caso.
In prossimità del Giorno della memoria ripropongo un post che anni fa avevo pubblicato su Facebook ripercorrendo il mio personale itinerario che mi ha portato in particolare ad approfondire gli eccidi compiuti nel 1943 a ridosso del Lago Maggiore. A maggior ragione osservando che viene malauguratamente ripresentato, proprio alla vigilia del 27 gennaio, un film che stravolse quella vicenda e il suo contesto storico e costituì offesa alla persona che di quella vicenda fu principale testimone.
Il mio rapporto con l’Olocausto *
Ho visitato i campi di Mauthausen, Gusen, Ebensee, Dachau all’inizio degli anni Ottanta. Erano le prime due visite organizzate dalla regione Piemonte nei lager, allora destinate solo agli insegnanti. Le conoscenze e la consapevolezza allora erano scarsissime, i tempi della Giornata della Memoria (istituita nel 2000 e celebrata per la prima volta nel 2001) erano lontani a venire.
All’ultimo anno delle superiori (1966) la mia classe era stata portata al Cinema Sociale di Pallanza a vedere un documentario che ci aveva impressionato ma che nessun insegnante, né prima né dopo, si era preso la briga di introdurre o commentare. Si trattava (ho realizzato dopo) di Notte e nebbia di Resnais e le sue immagini erano rimaste in un angolo inquieto della mia memoria personale. La visita ai campi mi diede la possibilità di riaprire e dar luce a quell’inquietudine e di raccogliere e leggere testi e documenti sulla deportazione. In particolare di organizzare una sequenza di diapositive, in parte riprese durante le mie visite e in parte riprodotte da testi, che costituivano la base di un intervento didattico che ho riproposto più volte; allora non c’era ancora Power Point ma la struttura era un po’ quella.
Due aspetti in particolare mi avevano colpito; in primo luogo la standardizzazione industriale dell’olocausto, non solo la stessa organizzazione nei diversi campi, ma anche i più piccoli particolari, dai rituali che scandiscono la “vita” del deportato, alle forme delle baracche, allo sgabello per le punizioni … insomma una multinazionale del terrore volta a trarre il massimo profitto (che andava in buona parte alle SS) dallo schiavismo concentrazionario. Avevo tra l’altro letto che Himmler, diplomato in agraria, si era anche occupato di allevamento industriale di polli e vidi in questo una impressionante conferma di quello che si potrebbe chiamare “industrialismo concentrazionario”. In ogni campo era rigorosamente predisposta la durata media di vita del deportato: dai sei mesi di Mauthausen ai due mesi del duro lavoro sotterraneo di Gusen. Che venisse inoltre utilizzata anche l’informatica IBM per il computo preciso della merce umana in entrata e “in uscita” dai lager lo lessi solo molti anni dopo (IBM and the Holocaust).
L’altro aspetto che mi ha allora colpito è la circostanza che i luoghi scelti per i lager fossero spesso località “turistiche” (è il caso ad es. di Mauthausen e di Ebensee). Dalla lettura dei verbali di Mauthausen ho poi saputo che fra tutte le SS di quel campo una sola era stata al fronte: in sostanza il corpo delle SS del campo era costituito da “imboscati” piccolo borghesi che per amicizie e raccomandazioni familiari erano riusciti ad ottenere, in piena guerra, un “posto sicuro”, ben remunerato e remunerativo. Il lavoro sporco era assegnato alla struttura organizzativa in quanto tale e ai kapò.
Insomma un altro aspetto della banalità del male. In questo caso subordinato non tanto all’obbedienza ottusa analizzata dalla Arendt nel caso Eichmann (su aNobii una mia recensione: La banalità del male), ma al tornaconto personale. Certo l’ideologia razzista, la divisa dell’ordine superiore possono creare il contesto giustificativo, ma poi i moventi delle persone, in questo caso degli “aguzzini” sono assolutamente banali. Lontano mille miglia non solo come è ovvio dalla mitizzata “razza superiore” e dal superomismo, ma anche dalla immagine prevalente di nazismo e SS di tanta letteratura e di tanti film (non solo B-movie). Insomma, contrariamente a quello che molti pensano e alle prevalenti reazioni di fonte all’olocausto, la visita dei campi e le molteplici letture di quegli anni mi hanno confermato nella concezione (in qualche modo di origine socratica) del “male” non come principio attivo (ontologicamente e teologicamente come “entità”) ma come carenza, come assenza (carenza di consapevolezza, di immaginazione, di fantasia, di sensibilità, di intelligenza, di capacità di veder le cose da altri punti di vista). In sostanza carenza di senso etico visto che l’etica non è altro che l’assumere un punto di vista più universale. L’opposto di ogni concezione manichea. Il massimo male è il “niente”, il nulla. Certo, si potrebbe obiettare, ci sono (ci sono stati) i fanatici – non i “pazzi” – ma questi erano e sono una minoranza; quello che bisogna spiegare è come un intero esercito ed un intero popolo abbiano potuto dar vita e sostenere il regime dello sterminio.
Col passar del tempo dell’Olocausto me ne sono occupato sempre meno un po’ perché per le mie vicende didattiche non ho più potuto insegnar storia, ma soprattutto perché il leggere e vedere scene di violenza e di nullificazione dell’uomo in altri contesti (Cile, Sudafrica, Tibet ecc.) mi hanno reso sempre più insopportabile questa “banale” ripetitività. Una certa paura, non del tutto conscia, che la consapevolezza della banalità del male potesse per me diventare una banalizzazione, un mio assuefarmi, un banale appunto déjà vu.
Nel progetto di film sull’Olocausto sul Lago Maggiore (Even 1943) all’inizio sono stato “tirato dentro” un po’ a forza: da Camocardi, da Silvia Magistrini e soprattutto dalla giusta reazione di Becky Behar al brutto film di Lizzani. E allora, in modo condiviso, ci siamo detti con Lorenzo, Gemma e Claudia “non solo Meina, ma tutti gli episodi avvenuti in quell’autunno 1943; non solo le vittime ma anche i salvati; non solo i carnefici ma anche i ‘salvatori’, coloro che in modo semplice hanno aiutato, avvisato, nascosto o fatto fuggire chi era in pericolo di vita”. Questo aspetto per me è essenziale. Se c’è una banalità del male non credo sia corretto parlare di banalità del bene, ma piuttosto di “normalità del bene”. L’azione del “giusto”, la sua limpida normalità getta la giusta luce sulla “miserevolezza” degli eccidi. Sono convinto che non si possa oggi celebrare la Giornata della memoria se non ricordando oltre alle vittime anche l’azione dei “salvatori”.
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* Pubblicato nel 2012 su Facebook
Domenica 5 settembre a Colle si è svolto il Convegno “Erminio Ferrari: narratore, giornalista, editore, traduttore. Un omaggio alla figura umana e professionale di un amico di LetterAltura e del territorio del Verbano-Cusio-Ossola.” Di seguito la ricostruzione, sulla base degli appunti preparati, del mio intervento, comprese alcune parti che avevo omesso per rispettare i tempi richiesti.
La liberazione[1] è il primo libro che ho letto di Erminio; ne ho una copia autografata dedicata a Madel, mia moglie, datata 28 aprile 2006: era appena uscito e lo aveva presentato alla Università della terza età. Le occasioni che ho avuto di conoscerlo personalmente, oltre a una intervista sul tema del contrabbando durante le riprese di Trarego memoria ritrovata[2], sono tutte relative a presentazioni editoriali e convegni.
Nel 2010 alla Fabbrica di Carta (Villadossola) la stessa sera si presentavano Classe III B[3] di Nino Chiovini – di cui avevo curato la riedizione – e il suo Mi ricordo la rossa[4]. Mi aveva colpito una certa ritrosia che interpretai come timidezza e solo col tempo vi riconobbi il tratto che accomuna molti grandi, consapevoli della umana transitorietà.
Nel 2011 il secondo Convegno dedicato a Chiovini (Leggere i fili del tempo) con un suo intervento sulla storia locale che, se non è pura erudizione, non è mai propriamente storia locale. E ancora nel 2012 a Cannobio con la presentazione di Fuorilegge???di Chiovini che permetteva di riflettere su un aspetto paradossalmente poco conosciuto: il Peppo partigiano.
Nel 2016 il convegno dedicato a Gino Vermicelli, con il suo intervento “Viva Babeuf! e la letteratura della resistenza” ove mise in luce la propria vasta competenza critico letteraria.
Ed infine nel febbraio del 2020 con il terzo convegno dedicato a Chiovini: nel suo intervento “I fogli della semina” Erminio ha sottolineato la letterarietà già presente nel Diario partigiano e ne I giorni della semina. Come nella edificazione di un muro a secco di una baita bisogna saper mettere la pietra giusta al posto giusto, così la costruzione scelta e successione delle parole richiede analoga precisione; è così che si fa letteratura, indipendentemente dal genere letterario. Parlava di Chiovini ma, inconsapevole, anche di sé.
Ferrari e la Resistenza: il tema e lo spirito della lotta partigiana ricorre in tutta la sua opera, dai saggi (Contrabbandieri), ai racconti (Porporì, Valzer per un amico) ai romanzi (Passavano di là). Mi soffermo sulle due opere al riguardo più significative: In Valgranda e La liberazione.
In Valgranda
Mauro Begozzi nel secondo Convegno Chiovini ha rovesciato l’immagine classica, col tempo diventata retorica, del “Monte Rosa sceso a Milano”: fu Milano, la pianura, i cittadini che salirono in montagna e si confrontarono e richiesero aiuto e collaborazione a chi la montagna viveva e praticava da generazioni. Rapporto complesso e non sempre facile che Nino Chiovini tematizza e problematizza nel saggio introduttivo a Val Grande partigiana e dintorni e che costituisce il tessuto che unisce i saggi di Mal di Valgrande[5].
In Valgranda. Memoria di una valle[6] di Erminio ne è la continuazione ideale, non solo implicita, ma più volte esplicitata sia con i continui richiami a Chiovini sia a ripetuti riferimenti a Mal di Valgrande.
Mi ha rimesso in strada il rumore di un elicottero. Era dell’elisoccorso. Andava a cercare qualcuno che in valle si era perso davvero. Una cosa difficile da capire: entrano in valle da soli, a gruppi, col bello e col brutto, qualcuno col machete, con le cartine stradali, con gli zaini enormi o con niente addosso, gasati, fanno foto, impauriti, italiani tedeschi francesi olandesi svizzeri inglesi, fanno le prove di sopravvivenza, si portano una bottiglia buona, raccolgono i rifiuti, superano i guadi, scivolano sullo strame bagnato, gettano le lattine e le buste di enervit, hanno uno spezzone di corda con sé, spiano i camosci, amano la natura, scrivono sul libro del rifugio dei loro amori lasciati a casa, o delle avventure sognate nella grande valle, dicono alla loro donna che la amano, vantano il tempo impiegato da qui a là.
Ogni tanto qualcuno cade e muore.
Al circolo, a Cicogna, quel pomeriggio se ne parlava. Ne parlavano quei tre o quattro a un tavolo, contandosela su con l’impegno che si mette quando bisogna stupire. La donna dietro al bancone, che li serviva, andava e veniva con il bottiglione e un tagliere di salame affettato. Le ho chiesto, indicando il Mal di Valgrande, esposto alle sue spalle, se ne aveva venduti, di quei libri. Altroché, ha risposto, altroché, come se fosse contenta di essere grata a chi lo aveva scritto. (p. 109)
“Il lavoro del Nino era stato questo: farsi una ragione attraverso le vite di quella gente” e, poco dopo, Erminio racconta il suo primo incontro, un 25 aprile ad Orasso, con Chiovini da cui ha tratto una “prima lezione” (prendere appunti per non lasciar andare quel il racconto nell’aria) ed una consapevolezza che diventerà programmatica: le diverse narrazioni di un evento non si contraddicono, ma si arricchiscono perché “senza le voci, una Storia muta non avrebbe niente da dire”.
Lo sfondo del nostro incontro è la piazzetta della chiesa di Orasso, Val Cannobina, per un 25 aprile. Io ero su a suonare Bella Ciao con la banda di Cannobio. Ho creduto di riconoscerlo e gli ho chiesto è lei l’autore delle Cronache? C’erano anche la Mari e il comandante Arca che raccontava.
La prima lezione il Nino me l’ha data lì. “Possibile che non hai niente per prendere appunti?”, mi ha chiesto, vedendo che lasciavo andare quel racconto a perdersi nell’aria. Allora ho cominciato a scrivere sul retro di una partitura che avevo per le mani.
Ed è stato grande: stavo scrivendo la seconda versione, in un paio di mesi, del rientro di Parri in Italia, attraverso le montagne della Cannobina. Quel mattino era Arca a raccontarla, col sorriso del capo che sa ringraziare col cuore. Giorni prima, invece, era stato un vecchio di Spoccia, ed era un’altra storia, ma sempre la stessa. Senza le voci, una Storia muta non avrebbe niente da dire. (p. 60)
In Valgranda è un libro di camminate e pensieri, di ricordi, di paesaggi ed emozioni perché “la geografia ha le sue emozioni”; ed è un libro di incontri: incontri casuali, spesso cercati, altre volte organizzati. Dentro questi ricordi e questi incontri si intersecano racconti che diventano storie. Storie che si elevano a Storia, della vita della valle e della Resistenza.
Nel cammino riemergono personaggi come quello straordinario di Maria Peron.
“Scendendo poi verso Pogallo, sul versante opposto al Corte dei galli, ho quasi imparato cosa è una laparatomia.” E di seguito rievoca come Maria in quel corte, in condizioni estreme, sul fieno di una baita, Maria abbia operato chirurgicamente con strumentazione improvvisata il partigiano Scampini gravemente ferito all’addome, lasciandolo poi alla cura di alpigiani. E così, lapidario, conclude:
“Benedetta Maria, Scampini la scampò”. (p. 19)
Ho riletto questa riga tre volte: una summa di umanità e stile dell’Erminio.
La figura ricorrente del comandante Superti o quella straordinaria di Gianni Cella, il partigiano sopravvissuto che “era mutilato di una gamba e sulla sola che aveva si è fatto la Valgrande coi nazisti alle calcagna”.
Il ricordo doloroso degli eccidi: quello del Casaröll rievocato dal Silverio Dinetti di Colloro, allora pastorello di 12 anni o quello del Fornà raccontato da “due donne che avevo intervistato a Falmenta, l’Angela Piazza e la Giovanna Grassi … a modo loro e intrecciando il ricordo dell’una e dell’altra”.
Incontri casuali o cercati e, soprattutto, quelli organizzati quale “mediatore” da Giuseppe Cavigioli che già aveva supportato Chiovini per le interviste riportate in Mal di Valgrande.
Ho conosciuto Cavigioli prima di sapere del suo ruolo di custode della memoria di Superti e del Valdossola, la sua formazione partigiana: faceva arrivare un trasporto di Chianti prodotto sulle colline tra Poggibonsi e San Gimignano; ogni anno faceva il giro dei suoi clienti e consegnava un foglietto che, in una bellissima calligrafia d’altri tempi, descriveva le caratteristiche enologiche di quell’annata. Di lui narra l’Erminio:
… sono passato da casa sua, affacciata, quasi, sul monumento ai quarantadue di Fondotoce. Ci conoscevamo più che altro per telefono: quando usciva un libro del Nino, lui mi chiedeva di segnalarlo sul mio giornale. Sapeva che non c’era bisogno di chiedermelo, ma almeno così ci sentivamo. …
Chiedimi quello che ti serve, se posso… Aveva fatto, in qualche modo, da agente letterario del Nino. Io ho scritto poco, quasi niente, non è il mio mestiere, mi ha spiegato, e la mia gioia è stata quella di far scrivere. (p. 25)

E così, grazie alla mediazione “del Peppino” intorno ad un tavolo, con la presenza del Pietro Spadacini, anche lui partigiano del Valdossola, viene raccolta e riportata per esteso la straordinaria testimonianza di Rinaldo Danini: è stato “uno dei primi a essere arrivato sulla riva del canale dove i quarantatré «erano sparsi a mucchietti. Era la sera del 20 giugno 1944.» Il Rinaldo ha iniziato così con ordine …”.
Al termine della narrazione di quel giorno del ’44, della scoperta del sopravvissuto, Carlo Suzzi, della condizione delle vittime e della loro successiva sepoltura, la moglie del Danini “ci ha servito il caffè e dei biscotti, che dopo un po’ di complimenti io e il Pietro Spadacini abbiamo cominciato a mangiare. Il Rinaldo che non si era più seduto, mi costringeva a inseguirlo col registratore”.
La testimonianza prosegue con il ricordo del 20 giugno dell’anno successivo, quando a liberazione avvenuta, è stata organizzata una grande manifestazione per commemorare i caduti di Fondotoce e, quella stessa sera, le casse delle vittime sono state riesumate per poter effettuare i riconoscimenti.
“La ventunesima cassa della fila superiore era quella della donna, la Cleonice. Lì vicino c’era una signora che diceva di essere venuta per stare vicino alla donna, alla Cleonice, che era partita per la montagna insieme a suo figlio. Ma per fortuna mio figlio è in Svizzera, diceva. “Lei ancora non lo sapeva, ma la cassa sotto quella della Cleonice era quella di suo figlio. Lo ha poi riconosciuto da un lembo di una camicia. E l’hanno dovuta accompagnare via.” (p. 57)[7]
Altra testimonianza raccolta con la mediazione del Peppino quella di Mario Morandi:
Il bello di questa storia è che ricomincia sempre. Non so se per difetto o virtù. E così succede di tutto, un giorno sei di qui, un altro di là. Il filo capita di perderlo senza accorgersene, e allo stesso modo lo si ritrova.
È il raccontare che fa queste cose. L’ascoltare – che è un lasciar raccontare – lo stesso. Un pomeriggio, era d’estate, io e il Peppino Cavigioli eravamo a casa del Mario Morandi, a Cambiasca. Lo avevo cercato perché sapevo che era lui il partigiano ferito al Casaröll e rotolato giù per il prato, di cui mi aveva raccontato il Silverio. È quel ’44 che non esce più dalla figura di questa valle.
Il Peppino aveva fissato l’appuntamento e il Mario Morandi ci aspettava. Ha subito cominciato a raccontare. (p. 111)
E così ascoltiamo “un’altra storia” (“ma sempre la stessa”): “con la Maria Peron per curare lo Scampini ferito, al Casal di gai” e di seguito la sua Valgrande con il ferimento del Pasta, la morte di Bruno Vigorelli, il Casaröll, il ritrovamento miracolosamente scampato di Gianni Cella, il partigiano con una gamba sola (“lo chiamavamo Gamba Una”, ha sorriso il Mario), l’uscita dalla valle, nascosto sopra Premosello. Per poi riattraversarla per arrivare ad Ungiasca.
E ancora le sue vicende avevano seguito la repubblica dell’Ossola, e la sua rotta, la fuga in Vallese, il rientro, la Valgrande rivisitata sulle tracce dei camosci e degli amici persi”. (p. 114)
E la storia ritorna con un altro incontro: quello a Miazzina con Attilio Tradigo e sua moglie Piera “che è una Primatesta di Premosello – perché anche lei ricordava qualcosa di quel giorno al Casaröll” (115).
Caricavano l’Alpe in Valgabbio e “c’erano i tedeschi in La Piana” che portavano via latte formaggio e qualche capra; quando tentano di prelevare anche le mucche decidono di lasciare la valle e dall’alto
alla Colmi abbiamo sentito tutti questi spari e abbiamo visto venire su il fumo dal Casaröll. (p. 138)
E dopo la Piera il racconto dell’Attilio cui “era toccata, in qualche maniera l’eredità di Superti, non certo come capo partigiano, ma come responsabile dell’attività dell’Ibai”, l’industria del legname con le sue teleferiche. E ascoltiamo il racconto straordinario di alcuni personaggi della valle: ul Pepp dul Lia che, il padre colpito da un malore, se lo ha caricato nel gerlo e da Riazzoli lo ha portato sino a Malesco; o il Pirùn Bionda che assieme al Gunda “hanno preso a contratto il trasporto” di una caldaia di più di un quintale da Piagger alla Colma. E quando il socio ha ceduto il Pirùn l’ha presa da solo sulla spalla sino alla Colma. E tutta la vicenda dl disboscamento sino al 1954 “quando è venuto il momento di smantellare la teleferica”.
Sono uscito a fatica anch’io da quella Valgrande, quella sera arrossata. Riaccompagnando a casa il Peppino (aveva preparato per me due bottiglie del suo chianti), vedevo quegli uomini e quel niente che ne è rimasto, fuori che il ricordo. Intanto gelava. (p. 144)
La liberazione
Se In Valgranda è un testo narrativo di memorie e percorsi che si interrompono, si riprendono e spesso si intersecano, La liberazione si struttura quale saggio che, capitolo dopo capitolo, ripercorre in successione quanto a Cannobio avvenne tra la fine di agosto e la prima decade del settembre 1944.
Il 25 aprile 1945, il Cesarino salì in cima al campanile e vi piantò il tricolore. Il campanile è così alto e mi chiedevo ogni volta come abbia fatto. Il perché, quello, credo di saperlo.
L’incipit nel primo capitolo parrebbe fuorviante perché non della liberazione del 1945 parla il libro, ma di quella effimera e più tragica degli “otto giorni di Cannobio”, presto rioccupata dai nazifascisti quando cadde lo zio, il giovane Erminio Ferrari di cui porta il nome e a cui il testo è implicitamente dedicato. Ma è sufficiente un ricordo liceale per capire che quell’incipit è un richiamo ad un analogo avvio: quella Libertà verghiana altrettanto breve ed effimera vissuta dal contado di Bronte.
Una ricostruzione rigorosa e allo stesso tempo corale perché anche qui “senza le voci, una Storia muta non avrebbe niente da dire”: testimonianze di familiari e altri cittadini di Cannobio, partigiani, autorità di entrambi i campi, oltre a documenti anche fascisti e tedeschi ed echi giornalistici oltre confine ecc. che Erminio ha raccolto e “montato” dove anche le voci e interpretazioni dissonanti ci danno un quadro vivo e realistico degli avvenimenti a partire da una sera di agosto.
La sera del 26 agosto 1944, a Cannobio, un drappello di partigiani si scontrò alle Quattro Strade con la ronda tedesca. Ne seguì una sparatoria, tre tedeschi morirono, un quarto rimase ferito; i partigiani si ritirarono con uno dei loro ferito a una gamba.
Il mattino successivo, il comando tedesco impose il coprifuoco e dispose un rastrellamento di tutti gli uomini abitanti nei dintorni delle Quattro Strade. A mezzogiorno, decine di adulti e bambini erano ammassati nella terrazza a lago dell’Albergo Cannobio, sede del comando tedesco. Poco distanti, sulla piazza, tre forche. Di quelle la foto c’è, e in un certo senso questa storia viene da lì. (p. 9)
Da questo più pertinente avvio, con la successiva testimonianza del partigiano ferito, Sergio Cantaluppi, si snoda la ricostruzione, di quello scontro e del rastrellamento successivo, nonché del “miracolo”[8] per cui “le forche non ebbero le loro vittime”, grazie alla intercessione del podestà, del commissario prefettizio di Cannero, del clero locale e dalla decisiva testimonianza, raccolta dal prevosto don Bellorini, del tedesco ferito per cui non di una imboscata si era trattato ma di un reciproco scontro a fuoco in cui la popolazione non c’entrava. Il comando tedesco allora “si limitò” a prelevare 50 ostaggi avviati sulla sponda lombarda, a Luino.
Nel frattempo le forze partigiane si assestano sempre più vicino a Cannobio il cui attacco, che suggellava operativamente l’unificazione nella Piave delle due formazioni Battisti e Perotti, è stato accelerato dagli avvenimenti intervenuti.
Il 2 settembre di prima mattina i partigiani entrano in Traffiume, aiutati dalla popolazione e “da qualche ragazzino reclutato come staffetta”. Alle 13, ora inconsueta, l’attacco: “il nemico, in continua allerta nottetempo e all’alba, fu colto in un momento di rilassata vigilanza, e non poté reagire altrimenti che asserragliandosi nei suoi accantonamenti”.
Il presidio tedesco di Cannobio, come subito dopo quello di confine di Piaggio Valmara, si arrende ottenendo il salvacondotto verso la Svizzera.
La scena, ha poi scritto Adriano Bianchi, era drammatica e insieme teatrale. “Un gruppo di uomini dignitosi e impauriti, i rappresentanti della più efficiente macchina da guerra mai vista sono portati via da un gruppo di ragazzini, che si sono gravati dei loro pesanti fucili”. …
Solo in vista della frontiera, i confinari tedeschi parvero sentirsi al sicuro. Ma non lo erano ancora. “Alla prima richiesta di farli entrare – continua Bianchi – per la novità, credo assoluta, di dover accogliere soldati dell’esercito tedesco consegnati da partigiani, gli elvetici rifiutano. Mentre al di là si svolgono febbrili consultazioni, dalla scorta qualcuno spara in aria, quasi a minacciare la fucilazione del prigionieri sul posto. Sapevo bene che il diritto d’asilo non poteva essere rifiutato, che gli svizzeri non l’avrebbero negato a chi si trovava in immediato pericolo di vita”. Infatti l’intera guarnigione tedesca di Cannobio fu accolta in Svizzera, lasciandosi andare “a scene fanciullesche di gioia. Uno fa il ballo dell’orso, tutti salutano: ciao! ciao! Auf Wiedersehen!” (55)[9]
Non analogo il comportamento della milizia fascista che alla richiesta di resa risponde facendo fuoco uccidendo il partigiano Bruno Panigada. Si dovranno arrendere il giorno successivo con la promessa che, se dal processo a cui erano destinati non fossero emersi crimini contro la popolazione, avrebbero avuta salva la vita.
I cannobiesi, che già il giorno prima avevano festeggiato (“non tutti” precisano più testimoni) imbandierando la città e suonando le campane, si precipitano ad insultare e in alcuni casi ad aggredire i militi condotti sotto scorta all’Albergo Cannobio dove avverrà il processo. Non altrettanto si erano comportati il giorno prima nei confronti dei tedeschi.
Il processo, pur rispettando le formalità, si svolge in tempi accelerati e, in un clima non certo favorevole agli imputati, si conclude con due condanne a morte, cinque ai lavori forzati e tre assoluzioni.
Il fatto increscioso, di cui Erminio sottolinea la gravità, è la successiva soppressione dei cinque condannati ai lavori forzati durante il loro trasferimento, soppressione giustificata da un poco credibile “tentativo di fuga”.
Chi decise e eseguì una sentenza mai pronunciata non fu mai rivelato. … Non vi furono inchieste né si presero provvedimenti – e cita Nino Chiovini che – con la sua lucida onestà di storico e di resistente ha scritto … «Gli avvenimenti dei giorni successivi concomiteranno a facilitare l’impunità e l’incognito dei responsabili, quelli che ordinarono o suggerirono o tollerarono, nonché degli esecutori, tutti individuabili nel settore meno controllato della Piave». (p. 64)
Mentre nella cittadina lacustre si avvia un il tentativo di un governo civile con un CLN locale, le forze partigiane, infoltite da nuove reclute, liberano l’intera Cannobina, Malesco e ridiscendono verso Domodossola che sta per esser liberata.
“Da trenta che eravamo, siamo diventati novecento” nel racconto enfatizzato di un partigiano.
Uno dei nuovi ‘ottocentosettanta’ era l’Ugo Ferrari, classe 1928. Sedici anni. E lo racconta ancora con un sorriso quasi imbarazzato. “La mattina della Liberazione sono sceso anch’io a Cannobio, all’Albergo Cannobio, per chiedere di essere arruolato nei partigiani. Mi sono trovato lì con l’Attilio Zanoni e tuo zio, l’Erminio.
L’Erminio l’hanno messo nel centralino; mentre io e l’Attilio siamo stati messi nella Polizia partigiana, pensa un po’, negli stessi locali della Pubblica sicurezza, sotto i portici in piazza”. …
“Mia suocera – ha ricordato mia madre – mi diceva che l’Erminio cercava di tranquillizzarla assicurandole che sarebbe rimasto giù al centralino in piazza, e che non lo avrebbero mandato sulle linee di combattimento”. (p. 71-72)
In Cannobio erano rimasti solo una trentina di partigiani, di cui molte nuove reclute, e nessuna arma pesante; il tenente Mosca (Michele Fiore) concorda con i tedeschi lo scambio di prigionieri con gli ostaggi cannobiesi tenuti a Luino.
E quando questi, in serata, arrivano a Cannobio, fu festa grande. Fu organizzato un ballo popolare e si andò avanti fino a notte. (p. 81)
Ma la festa durò poco. Alle sei di mattina del 9 settembre un traghetto che alzava bandiera bianca sorprese le ridotte sentinelle partigiane e i maimorti rioccuparono velocemente Cannobio. Tra i caduti partigiani l’Erminio: “Era di guardia al centralino in piazza, e non aveva neppure fatto in tempo a reagire”.
Il giorno dopo i partigiani entrano a Domodossola.
E mentre in Ossola si festeggia la discesa dei partigiani, Cannobio rioccupata, ha scritto Giorgio Bocca nell’appassionato Una Repubblica partigiana, restò “una spina piantata nel fianco dello schieramento partigiano”. (p. 97)
Se nelle prime cento pagine Erminio ricostruisce “a più voci” la storia (e le storie) di quei giorni, negli ultimi sette capitoli si interroga e riflette su quanto avvenuto:
Questa storia doveva finire il 9 settembre 1944. Ma più che finita, mi è rimasta sospesa una domanda: era stato necessario, giusto? (p. 103)
Non pochi sono gli interrogativi che rimandano a interrogativi più generali, storici, politici ed etici, sulla lotta di Liberazione. La liberazione di Cannobio era frutto di un progetto o più il frutto di una successione non sempre prevista di eventi? Ed è stata una liberazione opportuna? Sono state prese in considerazione le conseguenze che sarebbero ricadute sulla popolazione? E perché la cittadina è stata poi lasciata di fatto sguarnita? Quali i limiti da parte dei comandi partigiani, e in particolare quelli del comandante della Perotti, Pippo Frassati? Quanto ha pesato nelle loro scelte il ruolo dei servizi alleati che avevano prospettato l’intervento di una brigata internazionale a ridosso del confine svizzero (il cosiddetto progetto Alexander) e addirittura inviato in val Cannobina una troupe militare americana per riprendere scene di vita e di lotta partigiana? E quale fu il ruolo effettivo della popolazione? Se molti hanno festeggiato e non pochi aiutato, quale il peso degli informatori e delle spie fasciste nella rioccupazione?
Ed allora le domande locali diventano anche domande generali e le riflessioni di Erminio di incrociano, oltre a quelle di Chiovini, con quelle di Claudio Pavone sulla “guerra civile” e della Arendt sulla necessità in determinati momenti storici di mettere in gioco la propria vita:
“noi viventi dobbiamo imparare che non si può vivere in ginocchio, che non si diventa immortali se si corre dietro alla vita, e che, se non si vuole più morire per nulla, si muore nonostante non si sia fatto nulla.” (p. 140).
E soprattutto Todorov che narra e riflette “della coeva liberazione maquisard di Saint-Amand nella Francia occupata dai nazisti” seguita da una sanguinosa rioccupazione tedesca[10]. Di fronte a chi sceglie di aspettare l’intervento alleato “questi partigiani contribuiscono, con la loro azione, al formarsi dell’immagine che la collettività avrà di se stessa … essi agiscono dunque per il bene pubblico”. Ciò non toglie che vi sia un dilemma fra “l’etica della convinzione” (la scelta della resistenza attiva) e “l’etica della responsabilità” che mette nel conto anche le ricadute su altri delle proprie azioni. Così come, nel considerare la Resistenza nella sua globalità non bisogna prendere in considerazione solo la morale eroica del “del sacrificio” (quella dei ribelli) ma anche quella senza armi di chi si assume rischi calcolati per aiutare, proteggere, avvertire del pericolo, nascondere, non denunciare. Sono le “virtù quotidiane” basate sulla “fede nell’uomo” di cui le comunità abbisognano e che permisero ai ribelli in armi di resistere anche nei periodi più duri.
Un “passatore”
Questo denso richiamo a Todorov – autore che Erminio richiama anche in altre sue opere – mi ha colpito. Da un lato perché è un autore che considero fra i più interessanti che ha spaziato in molti campi (oltre alla storia, filosofia, letteratura, psicologia, semiologia e tanti altri) e che ci ha aiutato a capire la nostra epoca successiva al cosiddetto “secolo breve”. Personalmente mi è servito molto sia a scuola che in corsi di aggiornamento per le sue riflessioni etiche, per la lettura di momenti cruciali della storia (la “conquista”, l’illuminismo, i campi di sterminio, il nuovo disordine mondiale …), la letteratura fantastica, le dinamiche psicologiche interpretate in modo alternativo a quello freudiano (il sogno, i bisogni fondamentali dell’uomo…).
Nato in Bulgaria nel 1939, a ventiquattro anni ha lasciato il suo paese per la Francia assimilandone lingua e cultura. In una sua lunga intervista che ricapitola il suo ricco percorso intellettuale si autodefinisce un “passatore”: tra paesi e aree geopolitiche (Bulgaria – Francia), tra lingue e culture, fra ambiti disciplinari, “tra il quotidiano e il sublime”. “Dopo aver attraversato io stesso le frontiere, ho cercato di facilitarne il passaggio ad altri.” [11]
Ecco, questa predilezione di Erminio Ferrari per Todorov non penso sia casuale. L’immagine del passatore penso sia del tutto calzante anche per lui. Non solo per il quotidiano passaggio lavorativo della frontiera, per aver pubblicato sia in Italia che in Svizzera, ma anche per la capacità di passare e contagiare generi diversi: articolo giornalistico, saggio, racconto, romanzo, guida escursionistica …, cultura popolare e cultura alta, alpinismo, musica, storia e letteratura.
Non a caso, oltre a quello della resistenza, il tema del confine e del suo “passaggio”, dei passatori di merci e di uomini, è tema ricorrente in gran parte delle sue opere.
È che certi confini non si disputano, piuttosto si condividono, si confondono e si perdono di vista: in una selva di castagni uccisi e rinati da un male che ogni mezzo secolo li assale; o lungo il solco di una valle che alcune volte caccia acqua da far paura, altre è secca come certi cuori; o tracciato per pietraie ingrate, piccoli deserti lepontini; inteso da lingue che si sovrappongono, parole che figliano parole.
Qui capita spesso di avere un piede in Svizzera e uno in Italia, e un po’ ci si fa l’abitudine.[12]
Emblematica la figura di Meco, protagonista del romanzo Passavano di là[13], la cui solida moralità si fonda in modo omogeneo sul suo passato di partigiano e di sfrusìtt e che fatica a comprendere quella che invece indirizza il nipote e l’amico coetaneo, passatori odierni di uomini.
Bibliografia (provvisoria) degli scritti di Erminio Ferrari
Per aver pubblicato con piccoli editori sia in Italia che in Svizzera, la bibliografia cronologica che segue è sicuramente incompleta. A questo si aggiunge l’assurda situazione del Sistema Bibliotecario del VCO che non è associato al Servizio Bibliotecario Nazionale con il risultato che autori e testi locali sfuggono alle ricerche tramite l’OPAC SBN. Una situazione locale di confine che invece di fare da ponte è essa stessa confinata in un’enclave culturale.
Per gli articoli pubblicati sulla stampa ticinese si può far riferimento al seguente link (occorre login): https://www.pressreader.com/search?query=%22erminio%20ferrari%22
- Luoghi non tanto comuni. Cannobio, il suo lago, la sua valle, conLillo Alaimo e Daniele Grassi; pref. di Germano Zaccheo e Teresio Valsesia, con una poesia di Dante Strona, Press Grafica, Casale Corte Cerro 1985.
- Val Cannobina, Lago Maggiore. Con 27 itinerari escursionistici, con contributi di Mauro Branca … [et al.],Alberti, Intra 1988.
- “Francesco Biamonti. Un bilancio fra cielo e mare”, in Linea d’ombra, Milano settembre 1994.
- In Valgranda. Memoria di una valle, Tararà, Verbania 1996.
- Contrabbandieri. Uomini e bricolle tra Ossola, Ticino e Vallese,Tararà, ©1996, Verbania 1997 (Seconda ed. ampliata: 2000).
- Montagne di carta, La Regione Ticino, Bellinzona 1996.
- “Il passo sospeso del mondo” (su Francesco Biamonti) in laRegione, Bellinzona 27.02.1998.
- Porporì. Zatopek, la banda e altre storie, Tararà, Verbania 1999.
- Giuseppe Brenna, Cascine. Un omaggio ai signori delle montagne ticinesi e mesolcinesi, pref. di Erminio Ferrari, Salvioni, Bellinzona 1996 e 2000.
- Valgrande. Frontiera verde, con Angelo Cavalli, Tararà, Verbania 2001.
- “Val d’Ossola. Puniti dalla valanga”, in Rivista della montagna. Pubblicazione trimestrale del Centro documentazione alpina di Torino, A. 31, n. 2 (febbr. – mar. 2001), p. 66-71.
- “Rigoni Stern: una vita sull’altopiano”, testo e foto di Erminio Ferrari in Rivista della montagna. Pubblicazione trimestrale del Centro documentazione alpina di Torino, A. 31, n. 10 (dic. 2001) p. 88-93.
- Passavano di là, Casagrande, Bellinzona 2002.
- Arthur Cust, Ritorno in val Formazza, a cura di Erminio Ferrari, pref. di Roberto Mantovani, traduzioni e adattamento di Erminio Ferrari e Alice Margaroli, Tararà, Verbania 2004.
- Hubert Mingarelli, Luce rubata, traduzione di Erminio Ferrari, Casagrande, Bellinzona 2004.
- Fransè, Casagrande, Bellinzona 2005.
- La liberazione. Cannobio, agosto-settembre 1944, Tararà, Verbania 2006.
- Una valanga sulla Est. 1881, la “catastrofe Marinelli” al Monte Rosa, a cura di Ermino Ferrari e Alberto Paleari, Tararà, Verbania 2006.
- Riviera, Bellinzonese und Gambarogno. Tiefe Täler, ferne Gipfel, Marco Volken Bilder; Erminio Ferrari Texte; [Übers von Carlo Weder], Salvioni, Bellinzona 2006.
- Riviera, Bellinzonese e Gambarogno Valli profonde, vette remote, Marco Volken fotografie; Erminio Ferrari testi, Salvioni, Bellinzona 2006.
- “La discesa”, in Ticinosette, Bellinzona, 10.10.2008.
- “La parete”, in Ticinosette, Bellinzona, 5.12.2008.
- “Somalia, crisi umanitaria dimenticata dai media” [Registrazione sonora] conferenza, con Gabriella Simoni e Francesco Sinchic, Bellinzona 2008.
- Mi ricordo la rossa. Storie e luoghi dell’Alpe Devero, Tarara, Verbania 2009.
- “La legge padrona della vita e della morte”, laRegione, Bellinzona, 13.07.2011.
- Scomparso. Romanzo, Tararà, Verbania 2013.
- “Luigi Bonanate e Marco Revelli. L’eredità del Muro, la lunga vita del secolo breve”, Cahiers di scienze sociali, Fondazione Università popolare di Torino, n. 1 (2014) p. 62-67.
- “Storie di treni e di contrabbando” in Matteo Terzaghi e Matteo Campagnoli (a cura), Negli immediati dintorni. Guida letteraria tra Lombardia e Canton Ticino, di Anna Banfi [et al.], disegni di Giovanna Durì, Casagrande-Doppiozero, Bellinzona-Milano 2015, p. 57-61.
- Tracce bianche. Con le ciaspole e gli sci dal Lago Maggiore al Monte Rosa. 79 gite brevi,conAlberto Paleari, MonteRosa, Gignese (VB) 2013 (seconda ed. ampliata 2015).
- I 3900 delle Alpi, con Alberto Palearie Marco Volken, MonteRosa, Gignese (VB) 2016.
- Cielo di stelle. Robiei, 15 febbraio 1966, Casagrande, Bellinzona 2017.
- Elio Costa e Gabriele Scardellato, Lorenzo Grassi in ‘Merica. Un umile eroe falmentino in Canada; ed. italiana a cura di Erminio Ferrari; trad. di Alice Margaroli Dancy, Tararà, Verbania 2018.
- “Punta del Nuovo Weisstor”, in Ticino7, Bellinzona, 17.11.2018.
- “Il pizzo Boccareccio”, in Ticino7, Bellinzona, 8.02.2019.
- “Sull’Ofentalhorn. La cima che non ti aspetti”, in Ticino7, Bellinzona, 19.04.2019.
- “Per un pugno di Nickel”, in Ticino7, Bellinzona, 18.10.2019.
- Ossola quota 3000. Tutti i 75 tremila, con Alberto Paleari, Monte Rosa, Gignese 2019.
- “Pizzo Cornera. Toccare la cima, ma con molta attenzione”, in Ticino7, Bellinzona, 18.07.2020.
- Valzer per un amico. Racconti, Tararà, Verbania 2020.
- Un blues per Gilardi, racconto su laRegione, Bellinzona 2.10.2020.
Linkografia su Erminio Ferrari
Biografie e recensioni (cronologico)
- http://www.tarara.it/it_IT/home/autore(f7832947-7d64-4bea-8b5f-a57403c405ca) Biografia dell’editore
- http://www.edizionicasagrande.com/eco_dett.php?id=2022 Recensioni a Passavano di là
- http://www.milanonera.com/franse/ Recensione a Fransè, 15.09.2006
- http://www.letteraltura.it/9314,Ospite.html Biografia LetterAltura 2009
- https://www.anobii.com/books/la-liberazione/9788886593625/01e4588fd3d142057e/reviews/546495badd97263c608b456d Recensione a La liberazione su Anobii, 24.03.2010
- http://nottedinebbiainpianura.blogspot.com/2011/03/franse-di-erminio-ferrari-casagrande.html Recensione a Fransè di Angelo Ricci, 16.03.2011
- https://www.pordenonelegge.it/festival/edizione-2016/autori/2473-Erminio-Ferrari Bio-bibliografia di Erminio aggiornata al 2016
- https://www.corriere.it/cronache/17_aprile_22/minatori-italiani-uccisi-gas-marcinelle-dimenticata-svizzera-8534a70e-26c7-11e7-b6b1-a150ed5c16fd.shtml La tragedia di Marcinelle nel libro di Erminio Ferrari di Paolo Di Stefano, 21.04.2017
- https://www.rsi.ch/rete-uno/programmi/informazione/albachiara/Cielo-di-stelle-Robiei-15-febbraio-1966-8936182.html Presentazione di Cielo di Stelle, 21.04.2017
- https://www.viceversaletteratura.ch/book/16988 Recensione a Cielo di stelle, 5.01.2018
- http://sebamarvin.com/recensione-di-cielo-di-stelle-di-erminio-ferrari/ Recensione a Cielo di stelle, 9.01.2018
- http://mdm.atte.ch/MDM0390-pdf-articolo.pdf Recensione a Cielo di Stelle di Orazio Martinetti
- https://www.planetmountain.com/it/notizie/libri-stampa/valzer-per-un-amico-la-montagna-gli-uomini-e-la-vita.html Recensione di Valzer per un amico, 2.06.2020
Notizia della scomparsa, commenti, ricordi e iniziative
- http://cdn2.prealpina.it/pages/cannobio-precipita-dalla-montagna-morto-232705.html Prealpina, 14.10.2020
- https://www.lastampa.it/verbano-cusio-ossola/2020/10/14/news/escursionista-precipitato-in-valgrande-intervento-dell-elisoccorso-1.39415743 La Stampa VCO, 14.10.2020
- https://www.loscarpone.cai.it/addio-a-erminio-ferrari/ Lo scarpone, notiziario del CAI 14.10.2020
- https://www.montagna.tv/168538/val-grande-muore-in-un-incidente-lo-scrittore-erminio-ferrari/ 14.10.2020
- https://www.cdt.ch/ticino/locarno/addio-a-erminio-ferrari-AI3309057?_sid=i4wowsmm&refresh=true Corriere del Ticino, Addio a Erminio Ferrari, 14.10.2020
- https://ilgiornaledelticino.ch/tragedia-in-val-grande-morto-il-collega-erminio-ferrari/ 14.10.2020
- https://www.laregione.ch/cantone/ticino/1467977/erminio-ferrari-montagna-laregione-penna Addio a Erminio Ferrari, penna de ‘laRegione’, 14.10.2020
- https://www.laregione.ch/opinioni/commento/1468000/erminio-montagna-ermi-se-occhi Ciao Ermi, ci mancherai di Matteo Caratti 14.10.2020
- https://www.laregione.ch/opinioni/commento/1468068/erminio-notte-ferrari-fare-giornalista Un’ultima notte con Erminio Ferrari, giornalista di Lorenzo Erroi, 14.10.2020
- https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/addio-ad-erminio-ferrari.html di Vinicio Stefanello 14.10.20
- https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Morto-Erminio-Ferrari-13515556.html RSI news del 14.10.2020 con tre video; modificato il 30.10.2020
- https://www.tio.ch/ticino/cronaca/1467987/ferrari-montagna-caduta-erminio-giornalista Il portale del Ticino del 14.10.2020, articolo di Davide Milo
- https://www.verbaniamilleventi.org/la-montagna-fatale-a-erminio-ferrari/ 14.10.2020, Ricordo di Matteo Gasparini
- http://www.parcovalgrande.it/novdettaglio.php?id=61758 Il ricordo di Erminio Ferrari, 15.10.2020
- https://www.discoveryalps.it/e-morto-erminio-ferrari/ 15.10.22020 con video LetterAltura 2016
- https://www.laregione.ch/cantone/ticino/1468199/erminio-montagna-anni-ferrari-guerra-giornalismo-redazione-giornalista-grande-ermi Erminio Ferrari: penna, scarponi e passione (il ricordo dei colleghi), 15.10.2020
- https://www.varesenoi.it/2020/10/15/leggi-notizia/argomenti/cronaca-20/articolo/tragica-caduta-in-val-grande-la-montagna-piange-il-volontario-del-soccorso-alpino-erminio-ferrari.html VareseNoi cronaca del 15.10.2020
- https://www.laregione.ch/opinioni/commento/1468478/ermi-anni-erminio-parole-redazione-giorno-tempo-libri-persona-cose ‘Hasta siempre’ Ermi. I saluti e i ricordi della redazione de laRegione, 16.10.2020
- https://www.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/laser/Oltre-la-cima-In-ricordo-di-Erminio-Ferrari-12995384.html ricordo di Erminio in onda il 16.10.2020 a cura di Emanuela Burgazzoli
- https://www.lastampa.it/topnews/edizioni-locali/verbano-cusio-ossola/2020/10/17/news/l-ultimo-abbraccio-di-cannonio-a-erminio-ferrari-ora-sei-nelle-tue-vette-che-hai-sempre-amato-1.39427611 (solo per abbonati) 17.10.2020
- https://www.laregione.ch/rubriche/generi-di-conforto-podcast/1468631/ferrari-erminio-ermi-genere-conforto Podcast Generi di Conforto: ricordo di Erminio Ferrari (puntata 33, 17.10.20)
- https://www.tvsvizzera.it/tvs/letteratura-_storie-di-confine–addio-a-erminio-ferrari/46100990 TV Svizzera per l’Italia del 18.10.2020, articolo di Leonardo Spagnoli
- https://www.verbanonews.it/aree-geografiche/canton-ticino/2020/10/25/un-premio-in-ricordo-di-erminio-ferrari/918662/ Premio in ricordo di Erminio su Verbano news del 25.10.2020
- https://corsodigiornalismo.ch/2020/12/21/assegnati-il-premio-erminio-ferrari-e-il-premio-renato-porrini-2020/ Corso di giornalismo Svizzera italiana, 21.12.2020
- https://www.tio.ch/ticino/attualita/1479760/erminio-premio-ferrari-onore-reportage Assegnato il Premio Erminio Ferrari (1a edizione); articolo di Jenny Covelli del 10.12.2020
- https://www.facebook.com/events/148312347345355/?ref=newsfeed Erminio Ferrari, giornalista, scrittore e tutto il resto … Fabbrica di Carta Villadossola 2.06.2021, evento
- https://www.facebook.com/fabbricadicarta/videos/338699741201639 Erminio Ferrari, giornalista, scrittore e tutto il resto … Fabbrica di Carta Villadossola: 2.06.2021, Video in diretta
- https://www.laregione.ch/cantone/locarnese/1530769/baitin-montagna-erminio-ferrari-limidario Lassù in montagna, ricordando Erminio Ferrari di Stefano Guerra 23.08.2021
- https://www.ossolanews.it/2021/09/04/leggi-notizia/argomenti/cultura-e-spettacoli-4/articolo/aspettando-lettealtura-unescursione-e-un-convegno-in-ricordo-di-erminio-ferrari.html Convegno in ricordo di Erminio Ferrari, 4.09.2021
- https://www.facebook.com/edizioniCasagrande/posts/1480595305624822 (3.09.2021)
- http://www.ticino24.it/index.php/9762-all-alpe-colle-ricordando-erminio-ferrari (4.09.2021)
- https://www.associazioneletteraltura.com/prodotto/aspettando-il-festival-ricordo-di-erminio-ferrari/ (4.09.2021)
Articoli, interviste, racconti di Erminio Ferrari reperibili online
- https://www.planetmountain.com/it/notizie/interviste/silvia-vidal.html Erminio ed Ellade Ossola intervistano Silvia Vidal, 20.09.2003
- https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/walter-bonatti-2005-lintervista.html intervista a Walter Bonatti, La Regione Ticino 14 maggio 2005
- https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/quattordici-volte-edurne-pasaban.html Erminio ed Ellade Ossola intervistano Edurne Pasaban, 24.09.2010
- https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/ueli-steck-i-record-le-visioni-e-i-limiti-dellalpinismo.html Erminio ed Ellade Ossola intervistano Ueli Steck, 19.11.2011
- https://www.planetmountain.com/it/notizie/libri-stampa/attraverso-il-sempione-sentieri-roccia-neve-ghiaccio-di-enrico-serino.html recensione di Attraverso il Sempione – sentieri, roccia, neve, ghiaccio di Enrico Serino, 9.04.2013
- https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/volevamo-solo-scalare-il-cielo-la-solidarnosc-degli-ottomila.html Recensione di Volevamo solo scalare il cielo di Bernadette McDonald, 10.05.2013
- https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/nanga-parbat-1970-la-recensione-di-erminio-ferrari.html Recensione di Nanga Parbat 1970, di Jochen Hemmleb, 23.05.2013
- https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/everest-60-anni-tra-mito-e-business.html Everest, 60 anni tra mito e business, 29.05.2013
- https://www.planetmountain.com/it/notizie/libri-stampa/di-roccia-e-di-ghiaccio-la-storia-dellalpinismo-in-12-gradi-ripercorsa-da-enrico-camanni.html recensione a Di roccia e di ghiaccio di Enrico Camanni, 27.10.2013
- https://www.planetmountain.com/it/notizie/libri-stampa/il-peso-delle-ombre-di-mario-casella-un-libro-sull-alpinismo-le-bugie-e-le-calunnie.html recensione a Il peso delle ombre di Mario Casella, 14.09.2017
- https://www.laregione.ch/estero/confine/1336197/punta-del-nuovo-weisstor Punta del Nuovo Weisstor, 17.11.2018
- https://www.laregione.ch/ticino7/ticino7/1364900/sull-ofentalhorn Sull’Ofentalhorn, 21.04.2019
- https://www.planetmountain.com/it/notizie/interviste/intervista-a-reinhold-messner.html Erminio ed Ellade Ossola intervistano Reinhold Messner, 13.01.2020
- https://www.laregione.ch/ticino7/ticino7/1450035/cornera-devero-anni-maurino-vetta-cima-pizzo Pizzo Cornera. Toccare la cima, ma con molta attenzione, 18.07.2020
- https://www.pressreader.com/switzerland/laregione/20201003/282136408864388 Un blues per Gilardi, 2.10.2020
- https://www.pressreader.com/switzerland/laregione/20201003/282136408864388?fbclid=IwAR0jweSmzBejpTSD9SfeF6_lKkBtD9qLcOm8ZE-ZKcQA6JGLbivsQB8dX6g
- https://www.laregione.ch/ticino7/ticino7/1468457/valzer-giorgio-musica-tempo-montagna-parole-amico-banda-zio-erminio Valzer per un amico, 17.10.2020
- Ricerca degli articoli di e su Erminio Ferrari sulla stampa ticinese (occorre login):
- https://www.pressreader.com/search?query=erminio%20ferrari
[1] La liberazione. Cannobio, agosto-settembre 1944, Tararà, Verbania 2006.
[2] Lorenzo Camocardi, Trarego memoria ritrovata, Lungometraggio, Casa della Resistenza, Verbania 2007.
[3] Nino Chiovini, Classe IIIaB. Cleonice Tomassetti vita e morte, Tararà, Verbania 2010, 3a edizione.
[4] Mi ricordo la rossa. Storie e luoghi dell’Alpe Devero, Tarara, Verbania 2009.
[5] Nino Chiovini, Mal di Valgrande, Vangelista, Milano 1991; 2a ed. Tararà, Verbania 2002.
[6] Tararà, Verbania 1996.
[7] Il partigiano caduto e riconosciuto dalla madre è Sergio Ciribi; cfr. Nino Chiovini, Classe IIIaB. Cleonice Tomassetti Vita e morte, Tararà, Verbania 2010, p. 36-42.
[8] “Il 27 agosto di ogni anno a Cannobio si celebra una messa di ringraziamento nel santuario della Santa Pietà, perché nel 1944 il Signore aveva guardato giù e salvato Cannobio dalla rappresaglia”. La liberazione cit., p. 23.
[9] Dopo la rioccupazione di Cannobio il comando tedesco imporrà alla autorità elvetiche il rientro in Italia di quei militari tedeschi che si erano illusi troppo presto di esser usciti dalla guerra.
[10] Tzvetan Todorov, Una tragedia vissuta. Scene di guerra civile, Garzanti, Milano 1995.
[11] Tzvetan Todorov, Una vita da passatore. Conversazione con Catherine Portevin, Sellerio, Palermo 2010, p. 429.
[12] Erminio Ferrari, “Storie di treni e di contrabbando” in Matteo Terzaghi e Matteo Campagnoli (a cura), Negli immediati dintorni. Guida letteraria tra Lombardia e Canton Ticino, Casagrande-Doppiozero, Bellinzona-Milano 2015, p. 57.
[13] Casagrande, Bellinzona 2002.
La “Fabbrica di Carta”, il salone annuale del libro del VCO, dopo la chiusura forzata del 2020, quest’anno tra maggio e giugno si è realizzata con il titolo: “Storie nella Storia. Il romanzo storico: da Manzoni a Buticchi”. Non sono un amante del genere ma l’abbinamento Dumas-Borgia-Sellerio[1] mi ha incuriosito.
La triade criminale
Come molti commenti hanno sottolineato più che un romanzo storico questa è una “cronaca criminale” che rientra nei diciotto “Delitti celebri” che Alexandre Dumas compose tra il 1835 e il 1840 ripercorrendo le più significative efferatezze dal Rinascimento agli anni a lui contemporanei; all’epoca si era distinto quale commediografo e giornalista e solo successivamente si dedicherà ai suoi più famosi romanzi storici. Il taglio è appunto fra il giornalistico e il cronachistico, rigorosamente in terza persona e con scarsa presenza di dialoghi a sottolineare implicitamente che quanto riportato non è invenzione letteraria ma frutto di una attenta ricerca documentale.
La vicenda si snoda fra il 1492, anno della elezione di Rodrigo Borgia a pontefice col nome di Alessandro VI e il 1507 con la morte del figlio Cesare, ormai in declino dopo la morte nel 1503 del padre, in un combattimento minore sul confine tra Navarra e Castiglia.
Gran parte della cronaca viene ricostruita in modo dettagliato (congiure, trattati e tradimenti, cambi di alleanze, cerimonie, sfilate militari, battaglie, ecc., ecc.) e risulta francamente noiosa laddove la minuziosità dei particolari fa più volte perdere il filo complessivo della narrazione. Non mancano comunque in questa ricostruzione del potere dei Borgia, dei loro crimini e del loro declino, momenti letterari intensi: oltre all’apertura con il dialogo immaginario fra il morente Lorenzo il Magnifico e il fanatico frate Savonarola e la chiusura, con la citazione di una novella del Boccaccio, posso ricordare la corrida a cui Cesare ha invitato il cognato Alfonso d’Aragona.
Una cornice spagnolesca ricostruita nel cuore della città santa in cui i due cognati si salvano reciprocamente dalla furia dei tori appositamente aizzati, a suggellare ufficialmente un patto fra dinastie, in realtà a mascherare il delitto progettato del marito di Lucrezia, ormai divenuto ingombrante per i piani del Pontefice e di suo figlio. E, all’interno di questa cornice, nel momento in cui Cesare rischia di esser travolto dal toro “un grido di donna partì da una delle finestre”. Alfonso attira l’attenzione del toro verso di lui,
“poi, quando la bestia fu a tre passi, fece un balzo di lato offrendogli invece del fianco la spada che affondò fino all’elsa nel corpo dell’animale. Il toro, fermato a metà della sua corsa, restò un istante immobile e fremente sulle quattro zampe, poi cadde sulle ginocchia, emise un muggito sordo e spirò.
Gli applausi scoppiarono da tutte le parti, tanto la stoccata finale era stata data con destrezza e rapidità. Cesare era rimasto a cavallo e cercava con gli occhi, invece di occuparsi di quello che stava succedendo, la bella spettatrice che aveva manifestato col suo grido un così vivo interesse per lui. La sua ricerca non fu infruttuosa poiché aveva riconosciuto una delle damigelle d’onore di Elisabetta, duchessa d’Urbino, fidanzata a Giovanni Caracciolo, capitano generale della repubblica di Venezia.”[2]
E poche pagine dopo sapremo che la bella damigella destinata al veneziano Caracciolo pagherà drammaticamente l’aver destato l’attenzione del duca Valentino: la farà rapire tenendola prigioniera per soddisfare i suoi piaceri sin quando, ormai non più interessato, la farà ritrovare cadavere nel Tevere.
Uno dei numerosissimi delitti della triade che così Dumas definisce: Rodrigo, Cesare e Lucrezia
“formavano la trinità diabolica che regnò per undici anni sul trono pontificio, come una parodia sacrilega della Trinità celeste.”[3]
L’elenco di misfatti e delitti sarebbe lunghissimo e anche difficile elencarne tutte le tipologie: incesto, stupro, rapimento, inganno, falsificazione di documenti, tradimento, corruzione, simonia, nepotismo, assassinio, avvelenamento, sottrazione di cadavere, fratricidio, uxoricidio, ecc. ecc.
Se nella storiografia, nella letteratura e nella cultura di massa, dai film ai fumetti, l’attenzione si è poi concentrata su Cesare e Lucrezia, Dumas mette bene in luce come nella “triade criminale” / “trinità diabolica” abbia un ruolo centrale il padre Rodrigo che sale al soglio con una prospettiva ben precisa di politica familiare.
Rodrigo (Alessandro VI)
Nato nel 1931 nel territorio di Valenza, dopo gli studi di diritto e una iniziale carriera di avvocato “che abbandonò per quella delle armi”.
“Ma dopo qualche prodezza per provare il suo sangue freddo e il suo coraggio, anche questa gli venne a noia. Proprio allora suo padre morì, lasciando una fortuna considerevole e Rodrigo decise di restare ozioso ispirandosi solo al suo estro e alla sua fantasia. A quest’epoca, diventò l’amante di una vedova che aveva due figlie. La vedova morì, lui prese le ragazze sotto tutela, ne mise una in convento e poiché l’altra era una delle più belle donne mai viste, se la tenne come amante. Era la famosa Rosa Vannozza, da cui ebbe cinque figli: Francesco, Cesare, Lucrezia e Goffredo; non si sa il nome del quinto.”[4]
Sembrava orientato a vivere di rendita ma tutto cambiò con la nomina di suo zio Alfonso che divenne papa col nome di Callisto III (1455-1458): questi lo volle a Roma nominandolo successivamente arcivescovo di Valenza e cardinale.
“Aveva fatto un po’ fatica ad accettare il cardinalato che lo incatenava a Roma e avrebbe preferito essere vicario generale della Chiesa, posizione che gli avrebbe dato maggiore libertà di vedere la sua amante e la sua famiglia. Ma suo zio Callisto gli fece balenare davanti agli occhi la possibilità di succedergli un giorno e, da quel momento, l’idea di essere il capo supremo dei re e delle nazioni si impossessò a tal punto di Rodrigo, che non pensò più che al fine che suo zio gli aveva fatto intravedere.” [5]
Trentaquattro anni dopo la morte dello zio e altri quattro pontefici (Pio II, Paolo II, Sisto IV e Innocenzo VIII) nel 1492 Rodrigo, sbaragliando (e corrompendo) gli avversari, ascese al “sacro soglio” assumendo il nome di Alessandro VI e da quella inattaccabile posizione riconobbe i propri figli illegittimi, li collocò nei vari centri di potere, ne organizzò (e disfò) matrimoni, emanando nei loro confronti ordini (anche scellerati) e comunque coprendone i misfatti. La storia della chiesa considera comunque il suo un pontificato di rilievo e innovatore.
Cesare (duca Valentino)
“Cesare Borgia apprese la notizia dell’elezione di suo padre all’università di Pisa dove studiava. La sua ambizione aveva talvolta sognato una simile fortuna, eppure la sua gioia fu smisurata. Era allora un giovane fra i ventidue e i ventiquattro anni, abile in tutti gli esercizi fisici e soprattutto nelle armi. Capace di montare a pelo i più focosi cavalli e di tranciare la testa a un toro con un solo colpo di spada, era però arrogante, geloso, subdolo e, secondo Tommasi, grande fra gli empi […] Tale era l’uomo a cui il destino aveva appena appagato ogni desiderio e che aveva come motto: «Aut Caesar, aut nihil», «O Cesare o niente».”[6]
Mentre il fratello minore, Giovanni, fu instradato al potere politico-militare, Cesare fu nominato dal padre Cardinale, nomina che non corrispondeva ai suoi auspici, più orientato alla vita civile, a festosi festini e alle imprese militari. Dopo l’uccisione del fratello Giovanni (che molti, Dumas compreso, hanno attribuito a un ordine di Cesare), preferì tornare allo stato laicale.
“Dopo la morte del fratello, Cesare aveva mostrato con tutte le sue azioni la scarsa vocazione per la vita ecclesiastica; quindi nessuno fu stupito quando, nel corso di un concistoro riunito da Alessandro VI, Cesare entrò e rivolgendosi a lui, cominciò a dire che fin dai suoi primi anni, per le sue doti e per il suo talento, si era sentito portato verso le professioni secolari, e che si era dato alla Chiesa, accettando la porpora, le altre cariche e l’ordine sacro del diaconato solo per obbedire a Sua Santità.”[7]
Ottenuto il benestare abbandonò la porpora e si dedicò alla sua avventura di conquista di un ampio ducato in Italia centrale. Rapida meteora che abbagliò molti, a partire da Machiavelli, ma che decadde rapidamente dopo la morte, e la protezione, del padre.
Dumas la ritrae a tinte fosche: “La sorella era degna campagna del fratello. Libertina per fantasia, empia per temperamento, ambiziosa per calcolo, Lucrezia bramava piaceri, adulazioni, onori, gemme, oro, stoffe fruscianti e palazzi sontuosi. Spagnola sotto i suoi capelli biondi, cortigiana sotto la sua aria candida, aveva il viso di una Madonna di Raffaello e il cuore di una Messalina, perciò gli [a Rodrigo] era cara e come figlia e come amante perché si vedeva in lei, come in uno specchio magico, con le proprie passioni e i propri vizi.”[8]
In realtà, nonostante questa premessa (e la copertina a lei dedicata dall’editore) in tutta la narrazione Lucrezia ha un ruolo minore e viene il dubbio che più che una protagonista efferata fosse piuttosto la vittima delle volontà del padre e del fratello. Riuscì poi a costruirsi una vita indipendente e un personale prestigio dopo la morte del padre e il declino e morte del fratello. Così ne chiude la vicenda Dumas:
“In quanto a Lucrezia, la bella duchessa di Ferrara, morì tra gli onori e il fasto, adorata dai suoi sudditi come una regina e cantata come una dea dall’Ariosto e dal Bembo.”[9]
[1] Alexandre Dumas, I Borgia, Sellerio, 2004.
[2] Pag. 198-199.
[3] Pag. 52.
[4] Pag. 39-40.
[5] Pag. 41-42.
[6] Pag. 45.
[7] Pag. 154-155.
[8] Pag. 52.
[9] Pag. 283.
a cura del Centro di Documentazione della Casa della Resistenza**
Risalire all’origine dei canti partigiani non è operazione facile sia per il contesto “alla macchia” in cui sono nati che per le caratteristiche proprie di trasmissione orale con il suo continuo riadattamento da luogo a luogo, da banda a banda. Salvo poche eccezioni di testi scritti da uno specifico autore, sono stati sottoposti – sul piano melodico e testuale – a una costante “rielaborazione della tradizione”, iniziata nei mesi della Resistenza e proseguita nel dopoguerra e naturalmente tuttora in atto. Ne fa fede la canzone oggi più cantata – anche all’estero – della Resistenza: Bella Ciao della quale non è noto quanto (e, per alcuni, se) e dove sia effettivamente risuonata durante la Lotta di Liberazione, tanto che Cesare Bermani ha potuto inizialmente definirla una vera e propria “invenzione della tradizione” [1].
Grazie a una donazione[2]il nostro Centro è in possesso di un importante documento coevo: un quaderno dove, in 48 pagine, sono trascritte con cura 30 Canzoni Partigiane. È stato compilato tra il febbraio 1945[3] e i primi due o tre mesi dopo la liberazione dalla ventenne Maria Luisa Fontana (1924 – 2017); era residente a Intra ma la sua famiglia aveva stretti legami con il paese di Intragna, dove spesso stazionava, e con noti esponenti della Resistenza. Intragna è stata inoltre in più occasioni sede di comandi partigiani (Cesare Battisti, Valgrande Martire, e successivamente della Divisione Mario Flaim); Nino Chiovini ricorda anche il ruolo importante che avevano alcune staffette del paese[4].
Salvo due canzoni di diffusione nazionale (La guardia rossa e Fischia il vento[5]) le altre fanno tutte riferimento alle bande e al territorio locali: dal Verbano al Cusio e alla Valsesia. Tre sole sono di autori partigiani noti[6]: Marciar Marciar di Antonio Di Dio, La strada del Pian Vadaà e La volante Martiri di Trarego scritte da Nino Chiovini.
Un primo gruppo riporta gli inni di alcune formazioni: Valdossola, Cesare Battiti e Giovine Italia.
E tutto intorno ai monti
e alle vali del Verbano
ascolti un coro che nessun uguaglia
è il Battaglion Val d’Ossola
e si sente da lontano
la quarta banda
è la giovane Italia,
giovani forti ardenti ed italiani
son loro, sono i nostri partigiani.
Nazi-fascisti finiran nell’onde
del lago dove sono più profonde.
Gridan le voci, grida la mitraglia
i figli siamo noi
della Giovane Italia![7]
Un altro gruppo è dedicato a partigiani caduti. Due al giovane partigiano Lupo[8] (La canzone del Lupo e Lupo): “Oh Lupo sulla montagna / triste e breve è stata la tua campagna; La canzone a Romeo è dedicata al diciannovenne partigiano Mario Brasca caduto il 17 giugno ’44 sulla Marona: “Disse Luigi[9]/ un partigiano in pianto / Romeo riposa lassù sulla Marona / tra neve e ghiaccio”. Una quarta (La canzone a Franco) è dedicata a un partigiano, non identificato, ferito a morte in un trasferimento verso Gozzano per un recupero di armi. Non mancano le canzoni dedicate ai caduti negli eccidi di Fondotoce (Il canto dei 43 fucilati) e Trarego (I 7 martiri e quella sopra citata di Chiovini).
Un aspetto importante del documento è l’indicazione “Si canta sull’aria di …”, in calce alla maggioranza dei testi, che ci permette non solo di “rivivere” le canzoni ma di percepirne il clima e gli aspetti della cultura popolare di riferimento. Oltre ad alcuni inni patriottici di guerra e degli alpini (Piave, Monte Grappa) ben quattro fanno riferimento al repertorio fascista (Giovinezza e gli Inni dei Sommergibilisti, della X Mas e del Battaglione S. Marco) con un rovesciamento tematico dove ad esempio Giovinezza si trasforma in “Capitano capitano / che dal signore sei mandato / tutta Omegna ti saluta / inneggiando al tuo valor …”. In un caso il rovesciamento non è solo tematico, ma beffardo: sull’aria dell’Inno della X Mas ci si rivolge alle ragazze che hanno amoreggiato con i fascisti:
Piangeranno piangeranno
le ragazze di Verbania
se la Decima va via
resterà sol la borghesia
ma i borghesi non le vorran!
I temi melodici più consistenti sono però quelli riferiti alla musica leggera e ballabile composta e diffusa a livello popolare negli anni Trenta e primi Quaranta. Abbiamo ad esempio L’Olandesina[10] dove la storia del baleniere Morris, morto sul mare lasciando alla amata Ketty solo l’eco della sua canzone, si trasforma con poche variazioni nella Cusianina che “amava Bruno il suo bel partigian” morto in montagna. Recupero melodico e tematico ripreso anche in altre aree della lotta partigiana, ad esempio in Romagna (Santa Sofia) dove la bella Vanna piange il partigiano Stoppa[11]. Altre melodie di quegli anni richiamate sono La mia canzone al vento, Campagnola bella, Il tango delle capinere e Rosabella del Molise dove l’invocazione dell’innamorato “Rosabella dimmi sì sì sì” diventa “Patriota vieni giù giù giù / a salvar la gioventù”. All’allegro ritmo di polka della notissima Rosamunda abbiamo due versioni di Oh Fascista! quale irrisione dell’avversario (“tu mi fai morir / perché sui monti / tu non vuoi venir” oppure “ti ricordi / di quel mitra che ti ho fregato / disteso su quel prato / oh che felicità!”).
Non mancano qua e là anche note melanconiche e nostalgiche: in particolare con la canzone Nella notte che riprende la melodia di Una strada nel bosco[12]:
Le prime stelle in cielo brillano già
e un avamposto
veglia e all’erta sta …
Tace
la vallata ed il monte
solo l’eco risponde
col suo placido suon.
I partigiani allor
cantano con languor
cercando di non pensare più
agli affetti lontani!
* Pubblicato in forma leggermente ridotta sul n. 2/2020 di Nuova Resistenza Unita, pag. 12-13.
** Ringraziamo Arialdo Catenazzi “Ari” per l’aiuto nell’identificazione dei nomi di battaglia riportati nel documento.
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Indice delle canzoni
- Marciar Marciar [cfr. av popolo 141-142]
- Inno della IV Banda della Giovane Italia (si canta sull’aria del Piave)
- Canzone del B. [Battaglione] Val d’Ossola
- Capitano (Si canta sull’aria di Giovinezza)
- A mezzanotte va (Sull’aria del Ronda) [Tango delle capinere)
- La canzone del Lupo
- Lupo (si canta sull’aria di Vento) [La mia canzone al vento]
- La canzone a Franco
- La canzone della Banda Cesare Battisti (Monte Zeda)
- Oh Fascista! (Sull’aria di Rosamunda)
- Chiome (Sull’aria di Vento) [La mia canzone al vento]
- O bella Partigiana
- Il canto del partigiano (Sull’aria dell’Inno dei Sommergibili)
- Nella notte (Sull’aria di C’è una strada nel bosco)
- La canzone a Romeo
- Patriota vieni giù (Sull’aria di Rosabella dimmi di sì)
- Nella Valsesia (Sull’aria della Campagnola)
- Siam ribelli (Sull’aria di Battaglioni M.)
- La strada del Pian Vadaà
- Oh fascista! [altra versione. Sempre] (sull’aria di Rosamunda)
- Cusianina (Sull’aria di Olandesina)
- La guardia rossa
- Vinceremo (Sull’aria del Batt. S. Marco)
- Garibaldi (Sull’aria dell’Inno “Monte Grappa”)
- Inno del ribelle
- I 7 martiri (
di Trarego. O traditor) - Il canto dei 43 fucilati
- La volante Martiri di Trarego (Sull’aria del canto russo)
- Il canto del partigiano Russo (tradotto in italiano [Fischia il vento])
- Il canto per chi rapate saran! (Sull’aria del canto della Decima Mas)
Il PDF con l’intero quaderno è scaricabile > qui <
[1] Avanti popolo. Due secoli di canti popolari e di protesta civile, Istituto Ernesto De Martino, 1998, p. 144. Le più recenti ricerche dello stesso Bermani la avvalorano come canto diffuso fra i partigiani del centro Italia: cfr. C. Bermani, Bella ciao. Storia e fortuna di una canzone dalla resistenza italiana all’universalità delle resistenze, Interlinea, Novara 2020.
[2] di Tiziano Maioli, guida ufficiale del Parco Nazionale ValGrande, figlio dell’autrice.
[3] Il retro della copertina porta la data del 20-2-45.
[4] “Sadìn e Margherita”: Fuori legge???. Dal diario partigiano alla ricerca, Tararà 2012, p. 145.
[5] Qui titolata Il canto del partigiano Russo (tradotto in italiano).
[6] Nomi non riportati sul quaderno; i testi hanno non poche varianti anche se di poco peso.
[7] Seconda strofa dell’Inno della IV Banda della Giovane Italia (“Si canta sull’aria del Piave”).
[8] Renzo (Vincenzo) Calabrese di Intra (classe 1925), caduto a Unchio il 21 gennaio 1945.
[9] Luigi Fumagalli Cinema; nel suo diario partigiano racconta della morte di Romeo e cita quattro versi di questa canzone: P. De Toni – A. Catenazzi – E. Monti (a cura), Vite Partigiane, ANPI VCO 2013, p. 55-57.
[10] Su questa melodia anche la sopracitata canzone dedicata a Romeo.
[11] Cfr. https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=51911&lang=it.
[12] Attribuita e cantata dal baritono Gino Bechi (1943) e implicitamente riferita ai bombardamenti alleati.
Nel 2019 esce, edito da Laterza, “Storia della Resistenza” di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli, opera innovativa che affronta la storia complessiva della Resistenza italiana facendo tesoro degli studi più recenti a partire dalla svolta impressa da Claudio Pavone nel 1991 con Una guerra civile. Saggio sulla moralità nella Resistenza. Nel 2020 Franzinelli pubblica “Storia della Repubblica Sociale Italiana 1943-1945” opera che colma un vuoto sostanziale rispetto agli studi sul fascismo, in genere incentrati sul periodo precedente oppure, per il periodo di Salò, su singoli aspetti[i]. Due opere corpose – oltre 1300 pagine – che mantengono la stessa struttura (capitoli tematici in successione logica e cronologica, foto d’epoca e un testo-documento esemplare a conclusione di ogni capitolo) e la stessa metodologia: analisi estesa al medio periodo e costantemente intrecciata con le biografie di personaggi, noti e meno noti, che esplicitano le tematiche affrontate e ne illustrano le articolazioni non sempre convergenti. Due percorsi paralleli – Resistenza e fascismo repubblicano – e nello stesso tempo con dinamiche fra loro rovesciate.
“Abbiamo voluto raccontare la molteplicità della Resistenza, il suo essere costituita da tante spinte diverse, azioni differenti, partecipazioni ineguali ed eterogenee, ma convergenti – pur con motivazioni ideali e pratiche, individuali e collettive, dissimili – verso un unico fine, quello di riacquistare la libertà, sconfiggere il nazismo, disfarsi dell’eredità fascista che aveva oscurato per vent’anni l’Italia”. … “La Resistenza è stata molteplice, articolata, sfaccettata, è stata l’insieme di scelte e comportamenti differenti che si sono intrecciati e sommati in un arco di tempo molto compresso (venti mesi)”[ii].
Articolazione e diversità che si manifesta sin dall’inizio, anzi in più casi “prima dell’inizio” come nella vicenda della maestra trentina Clara Marchetto che copia nel 1940 la documentazione sulla corazzata Littorio per farla pervenire agli alleati, ma denunciata da un infiltrato sarà condannata dal regime all’ergastolo. Liberata nel ’44 dal Comando alleato sarà tra i fondatori del Partito Popolare triestino; denunciata dal democristiano Flaminio Piccoli nel 1949 per tradimento della Patria sarà di nuovo incarcerata e, connessa la libertà provvisoria, preferirà espatriare per non tornare in carcere.
Articolazione che riflette le diverse origini, molto spesso più sociali e territoriali che politiche; scelte per alcuni nate prima dell’8 settembre come per molti militari con l’esperienza traumatica della guerra all’estero, in Grecia e in Russia in particolare, che li ha distaccati dal fascismo, anche chi, come il cattolico Teresio Olivelli, che del fascismo e del culto della “razza italiana” era stato acceso sostenitore. Altrettanto articolato il supporto (il retroterra) che donne, operai, contadini, clero ecc. danno, in forme più o meno attive e convinte, al movimento partigiano.
Vi sono luoghi e situazioni che diventano implicitamente centri di formazione alla libertà.
“I partigiani nascono sulle cime montuose. Sono il frutto di una seminagione avvenuta nella seconda metà degli anni Trenta, quando una generazione di futuri promotori del ribellismo visse l’alpinismo come fattore identitario e stile di vita […] prima di impegnarsi nella Resistenza maturarono un’esperienza e un’etica alpinistiche di prim’ordine, premessa e coronamento della scelta antifascista quale ricerca interiore di libertà. Molti futuri partigiani si sono formati alla Scuola militare di alpinismo di Aosta, fondata nel gennaio 1934 e affidata alla direzione del tenente colonnello Luigi Masini. Al momento dell’armistizio Masini è generale e comanda la 3a Brigata Alpina; evita la cattura da parte tedesca, prende contatto con i primi ribelli di Brescia e di Trento, e nel 1944 assume il comando delle Fiamme Verdi (nel 1953 diverrà deputato per il Partito socialista). L’avvocato Ettore Castiglioni (1908), scalatore e importante studioso, autore di numerose guide alle Alpi, richiamato alle armi nel 1942 e assegnato quale istruttore alla Scuola militare di alpinismo di Aosta, mette a buon frutto le sue capacità per condurre al confine svizzero centinaia di ricercati politici e razziali (incluso il futuro presidente della Repubblica Luigi Einaudi), aiutato da una decina di suoi allievi alpini.”[iii]
Castiglioni fermato e internato dalle autorità elvetiche fuggirà senza attrezzatura né scarpe trovando la morte in montagna per assideramento. Atri caduti nati da questa esperienza sono Leopoldo Gasparotto ucciso dalle SS a Fossoli e il Colonnello bresciano Raffaele Menici che, data vita ad una formazione in Val Camonica collegata ai garibaldini, cadrà in un agguato tesogli da alcuni partigiani delle Fiamme verdi.
È questo uno degli episodi di scontro e violenza tra partigiani, come quello di matrice garibaldina commesso a Porzus[iv] o la uccisione sul Lago d’Orta del maggiore dei servizi USA William Holohan[v], episodi che una storiografia aggiornata, lasciate alle spalle le controversie legate al periodo della guerra fredda, non deve ignorare.
“Sono storie inevitabilmente amare […]. Storie rimaste troppo a lungo nell’ombra, anche per il timore di prestare il fianco ai denigratori della Resistenza […] In realtà danni assai maggiori ha prodotto un silenzio che di fatto ha amputato la complessità del movimento di liberazione nazionale, rendendolo monco e poco credibile agli occhi dei posteri.”[vi]
Se il movimento resistenziale si è alimentato di queste insorgenze dalle mille facce e, sia pur con contrasti, ha saputo convergere in un esito auspicato, inverso è il percorso della Repubblica Sociale: la storia di un tentativo irrisolto che conflitti interni, dipendenza dall’occupante germanico, esaltazione della violenza e razzismo portano a un progressivo sfaldamento.
“La RSI fu anzitutto il regno della discordia. È una storia contorta e complessa, dietro l’unità di facciata stanno linee divergenti, personaggi in rapporti conflittuali tra di loro.”[vii]
Innanzitutto il “pegno” pagato ad Hitler per la liberazione di Mussolini; il Reich il 1° ottobre annette tutto il nordest dal Trentino all’Istria e la Wehrmacht controlla direttamente tutto il territorio a sud di Roma a ridosso del fronte di guerra.
Pegno ribadito con il processo di Verona del gennaio ’44: “L’ambasciatore Filippo Anfuso (già legatissimo a Ciano) riferisce soddisfatto l’apprezzamento dei vertici nazisti per la portata simbolica delle sei fucilazioni:
«Non vi è dubbio che il processo di Verona abbia qui rivelato come l’Italia Repubblicana abbia tagliato i ponti col passato e come intenda essere vicino alla Germania in ogni modo e per sempre».[viii]
Una “repubblica” che non riesce a diventare Stato e che si frammenta in una pluralità e conflitti di competenze.
“Accanto e al di sopra di governo e Partito vi sono i Comandi germanici, ma pure i capi delle province, i comandanti di singoli reparti militari e dei nuclei di polizia più o meno regolari. La debolezza delle istituzioni centrali lascia spazio a potentati locali, in situazioni confuse e fluide, dentro le quali le visioni ideologiche cedono il passo alla tutela di interessi concreti. Salò è la capitale immaginaria di uno Stato dove la periferia conta più di quell’improbabile centro periferico.”[ix]
Uno sfaldamento crescente che miti quale quello della “fedeltà” o dei “ragazzi di Salò” non riescono a nascondere. Il gerarca Renato Ricci invia al fronte
“centinaia di giovani dai 16 ai 18 anni, considerati fascisti integrali pronti a battersi e a morire per l‘idea. […] Tra i lati peggiori e meno indagati vi è il fenomeno dei bimbi-soldati. Col ruolo di mascotte dispongono di piccoli ma efficienti fucili e pugnali. Partecipano ai rastrellamenti e sono spesso privi di freni inibitori; travolti immaturi nel turbine della guerra, la considerano naturale: torturare o uccidere il nemico è un gioco eccitante, legittimato dalla giustezza della causa e dal plauso dei camerati.”[x]
Uno “Stato” che vorrebbe dotarsi di un proprio esercito di leva come auspica il Ministro della difesa Graziani, senza ingerenza della Milizia e delle variegate bande in camicia nera. Per ottenerlo anche lui paga subito il pegno.
“Il 6 ottobre (1943) d’intesa coi tedeschi ordina il disarmo dei carabinieri romani rei il 25 luglio d’esser stati strumento del re e di Badoglio. Reparti paracadutisti, SS e camicie nere disarmano circa 2.000 carabinieri, destinati all’internamento e deportati in Austria, Germania e Polonia. Il 9 ottobre a Hitler e al comandante della Wehrmacht Graziani prospetta la costituzione di 25 Divisioni, ma gli viene concesso di allestirne quattro, meno di un sesto del suo obiettivo.”[xi]
Il tutto intriso di un razzismo che ha radici teoriche e pratiche nel ventennio.
“Il razzismo in camicia nera è autonomo da quello in camicia bruna: le discriminazioni contro i “meticci” in Eritrea e Somalia precedono di un quinquennio la svolta antiebraica del fatidico 1938. […] Il 18 aprile 1944 un decreto istituisce l’Ispettorato generale per la Razza, con sede a Desenzano del Garda, «alle dirette dipendenze del Duce» che verrà diretto da Giovanni Preziosi … colui che nel 1921 introdusse in Italia i «Protocolli dei savi anziani di Sion», amico dei tedeschi che lo avevano salvato e portato in Germania dopo il 25 luglio. Legato al filosofo Julius Evola (che si pregia di averlo quale «intimo amico e collaboratore») e ad altri intellettuali virulentemente antiebraici.”[xii]
E se, grazie alla amnistia di Togliatti (22.6.1946) e alla “Legge di clemenza” (7.2.1948) di Andreotti ben pochi e poco pagheranno per i crimini fascisti, nessuna condanna sarà inflitta per i reati razziali. “Ufficialmente dunque – per la magistratura della Repubblica italiana – la Repubblica Sociale non ha antisemiti condannati come tali.”[xiii]
Il senso profondo di questi due percorsi paralleli e inversi lo si trova nel “lascito morale della Resistenza”[xiv]esemplarmente rappresentato dalle oltre 600 lettere di condannati a morte raffrontato con le analoghe Lettere di caduti della RSI. Se in entrambi i casi forte è la dimensione personale e la preoccupazione per il dolore riservato ai familiari, ben diverso è l’orizzonte morale e politico di riferimento; nel primo caso orientato al futuro in uno scenario di libertà non solo agognato ma che si sente prossimo alla realizzazione, unito alla soddisfazione per avervi contribuito, nel secondo invece tutto orientato ad una “fedeltà” rivolta passato e intriso del modello assimilato del “Credere Obbedire Combattere” e della esaltazione della guerra come “verità della vita”.
Una citazione di Dietrich Bonhoeffer posta all’inizio del primo dei due volumi ci fornisce una efficace chiave di lettura per entrambi:
“Chi parla di soccombere eroicamente davanti a un’inevitabile sconfitta, fa un discorso in realtà molto poco eroico, perché non osa levare lo sguardo al futuro. Per chi è responsabile, la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene. Solo da questa domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde”.[xv]

* Pubblicato su Nuova Resistenza Unita (Anno XXI n. 2, II trimestre 2021, pp. 12-13).
Questo numero è dedicato, fra l’altro, al tema delle diseguaglianze (di ieri e di oggi) con contributi di Arianna Parsi, Enrico Fovanna, Stefano Montani, Paolo Crosa Lenz e Bruno Fornara, al ricordo di Claudio Perazzi (Paolo De Toni) e Donatella Berra (Carla Bonecchi).
Ricordo che è possibile abbonarsi a Nuova Resistenza Unita (Euro 11) o associarsi alla Casa della Resistenza (Euro 26, compresa la quota abbonamento) presso gli uffici di via Turati 9 a Verbania Fondotoce.
In alternativa con bonifico e mandando mail con copia della ricevuta e il proprio indirizzo postale a nuovaresistenzaunita@casadellaresistenza.it; il codice IBAN della Associazione Casa della Resistenza è: Banco Posta – IT19 Z076 0110 1000 0001 2919 288.
[i] Cfr. D. Gagliani, Brigate nere. Mussolini e la militarizzazione del Partito fascista repubblicano» (1999); L. Ganapini, La Repubblica delle camicie nere (1999) attento soprattutto alla articolazione del fascismo a livello locale; R. D’Angeli, Storia del Partito Fascista Repubblicano (2016) che sottolinea la centralità del PFR.
[ii] Storia dellaResistenza, p. XIVe p. 75.
[iii] Ivi, p. 298.
[iv] Ivi, p. 424-432.
[v] Ivi, p. 436-445.
[vi] Ivi, p. 436.
[vii] Storia della Repubblica Sociale, p. IX.
[viii] Ivi, p. 80.
[ix] Ivi, p. 102.
[x] Ivi, p. 179-183 passim.
[xi] Ivi, p. 315-316.
[xii] Ivi p. 409, 455-456 passim.
[xiii] Ivi, p. 468.
[xiv] Cfr. Storia della Resistenza p. 540-555.
[xv] Ivi, p XVI.













































































