Gino Vermicelli, primi articoli su il manifesto quotidiano
Nel precedente post Lotte operaie e repressione negli articoli de il manifesto quotidiano avevo raccolto e pubblicato i principali articoli apparsi sulla nuova testata tra l’aprile e l’ottobre 1971, in sostanza il periodo intercorso tra il processo a Verbania agli operai della Rhodia (con relativa assoluzione) e quello di appello a Torino (con relative condanne). Tra quelli non firmati che ho ripubblicato ve ne era uno del 13 maggio (Politica della Rhodia e sfruttamento sono all’origine della crisi e della disoccupazione) che era, con buon grado di certezza, attribuibile a Gino Vermicelli. Bisognerà però aspettare quasi un anno perché compaiano articoli a lui esplicitamente attribuiti. Ne pubblico i primi tre in quanto, come mi risulta, non sono reperibili online né più ripubblicati[1]. Si tratta come vedremo di tre tipologie testuali diverse: una intervista in occasione del 25 aprile, un intervento nel dibattito successivo alle elezioni del 1972 a cui il manifesto aveva partecipato, e un articolo sul tema economico ed ambientale (Il progresso impazzito) che conferma la sua vista lunga sui processi del mondo in cui viviamo. Li considero assolutamente attuali e mi sono permesso di accompagnarli con alcune contestualizzazioni e accenni all’oggi.
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L’intervista pubblicata il 25 aprile 1972 è la terza in una pagina dedicata alla Liberazione, dopo quella ad altri due partigiani e Commissari politici: Riccardo Tenerini della Brigata “Francesco Innamorati” e Vittorio Ugolini Della brigata Aquila ai quali vengono rivolte le stesse domande. Questo l’incipit
«Il Manifesto ha rivolto a tre compagni dirigenti della Resistenza un gruppo di domande tendenti non a celebrare astrattamente la guerra di liberazione, ma a ricordarne le origini, le caratteristiche politiche, i valori comunisti le vittorie e i problemi irrisolti. Per offrire non una ricostruzione complessiva ma una testimonianza diretta. Ecco le risposte dei nostri tre compagni.»
…
Gino Vermicelli
Commissario della X brigata Garibaldi
DOMANDA. — Come furono trovate le armi?
RISPOSTA. — La guerra popolare di liberazione ha avuto inizio dopo lo sbandamento e l’autoscioglimento dell’esercito italiano. In quei giorni, tutti raccolsero armi da soldati sbandati, nelle caserme abbandonate ecc. Furono quelle le prime armi dei partigiani e durante tutta la guerra le armi italiane rimasero, una parte importante del loro armamento.
Partendo da quelle prime armi fu possibile poi conquistarne altre al nemico. Una sentinella di guardia ad una ferrovia potrà fornire un moschetto, una macchina dei fascisti in transito darà alcuni mitra, un presidio che si arrende porta anche armi più pesanti. Armi e munizioni si intende, perché le armi durano, ma le munizioni si esauriscono. Molto meno si è potuto contare sulle forniture alleate. Almeno per le formazioni garibaldine dell’Ossola vi fu un solo lancio nel febbraio del 1944.
DOMANDA. — Come avveniva il reclutamento? Con quali misure di sicurezza?
RSPOSTA. — Alla fine dell’estate del 1943, sulle Alpi e nelle cascine delle collide esistevano numerosi gruppi di soldati sbandati. Il collegamento politico con essi, la loro conquista ad un organizzazione ed iniziativa di combattimento fu la prima azione di reclutamento. Attorno a quei gruppi che si organizzarono meglio e avevano caratteristiche più combattive, affluirono altri uomini; antifascisti costretti a lasciare le città, operai minacciati di deportazione, giovani richiamati alle armi dalla Repubblica di Salò. Alcuni giungevano con credenziali politiche, altri si aggregavano a quelle formazioni dove esisteva qualcuno che poteva farsi garante.
Le formazioni partigiane della montagna non erano un esercito clandestino, ma un esercito alla macchia, che è una cosa diversa. Per cui le misture di sicurezza nel reclutamento, se la cosa può interessare, erano date dalla vita collettiva ininterrotta, cioè dal fatto che ognuno controllava ogni minuto della vita di ogni altro.
Questa visione della guerra partigiana in Italia, come guerra di popolo, cioè guerra di massa è essenziale per capire la storia e rispondere ad ogni quesito sulla resistenza.
In una visione di guerra di popolo vanno visti i rapporti con la popolazione. Con gli abitanti del paese, le formazioni mantengono rapporti di correttezza e i partigiani singolarmente rafforzano i loro legami di amicizia o di parentela. Questa è una prima garanzia, una popolazione possibilmente amica. Naturalmente ciò non basta, e dunque le formazioni di montagna e di collina sono mobili, cioè non si fermano mai più di alcuni giorni nello stesso alpeggio e nello stesso cascinale. Sul finire del conflitto, nella provincia di Novara operavano circa 5.000 partigiani garibaldini, oltre agli altri, divisi in gruppi logistici di una trentina di uomini o anche meno. Quale dato poteva ricavare lo spionaggio nemico da un simile formicolio?
DOMANDA. — Come avveniva la formazione politica? Qual era la dialettica politica nelle brigate Garibaldi? E nelle altre?
RISPOSTA. — Alla serie di domande sulla dialettica politica nelle formazioni partigiane e tra di esse, è difficile dare una breve risposta. Si deve ricordare che i partigiani conducevano una vita durissima. Essi dovevano combattere e sopravvivere, organizzarsi contro la fame e il freddo, vivere in zone impervie, spostarsi a piedi continuamente. No, la vita politica nelle formazioni non rassomigliava assolutamente a quella di un collettivo studentesco. Il comunismo nasceva dai fatti più che dalla dialettica verbale. Nasceva da una vita collettiva assolutamente egualitaria, dalla piena assunzione delle responsabilità da parte di ognuno, dalla riduzione a minimi termini delle gerarchie. I partigiani formavano comunità di eguali uniti da stretti legami di solidarietà e di autodisciplina. Da lì nasceva il comunismo dei partigiani, almeno alla base. Diversa la situazione nei comandi.
DOMANDA. — Dove ci furono le zone liberate, che giudizio dai oggi di quella esperienza?
RISPOSTA. — Anche per le zone liberate, il discorso è complesso. Durante tutta la guerra vi furono sempre zone praticamente liberate. Dove giungevano regolarmente i partigiani sparivano le vecchie autorità costituite, e gli abitanti gestivano tranquillamente se stessi, durante mesi e mesi, senza nuovi gerarchi, mettendo a legge fondamentale una esigenza di solidarietà. Le grandi zone liberate, ad esempio da noi, la repubblica d’Ossola, furono una cosa diversa. Lì si tentò di stabilire un potere, di affermare una autorità, sia pure espressa da uomini fra i migliori, e la cosa, a mio avviso, passò sopra la testa della gente senza lasciare tracce. Su quella esperienza devo dichiarare, anche a costo di sollevare rancori, che si è costruita molta propaganda.
DOMANDA. — Trovi un rapporto tra la tua esperienza e la guerriglia cubana, la guerra di popolo di Giap, la «lunga marcia» di Mao? O si tratta di condizioni politiche troppo diverse?
RISPOSTA. — Mi sembra che la resistenza italiana abbia avuto punti di paragone con tutte le lotte armate popolari. Io sentirei quella esperienza molto vicina a quella dei compagni vietnamiti nella loro resistenza contro i francesi, o alla lotta antigiapponese dei compagni cinesi, riconoscendo ai compagni vietnamiti e cinesi un ben più alto livello militare e politico. Più difficile un confronto con l’attuale guerra del popolo dell’Indocina. Lì lo scontro si svolge a livello tecnico militare tale che esige obbligatoriamente una forza potentemente armata. Il fatto è che nel Vietnam un piccolo popolo sopporta da solo il peso della macchina militare del più potente stato imperialista. Al tempo nostro, a resistere ai nazisti, eravamo in molti in Europa e nel mondo. Le forze di occupazione dovettero disperdersi e così si indebolirono e furono battute.
DOMANDA. — Come hai vissuto la fase politica del primissimo dopoguerra?
RISPOSTA. — Dopo il 25 aprile i partigiani constatarono nel giro di brevissimo tempo di essere vittoriosi ma non vincitori. Furono applauditi e subito disarmati. La loro lotta fu esaltata, ma la loro esperienza subito cancellata. Le vicende politiche di quegli anni richiederebbero una lunga trattazione. Vi furono nell’immediato dopoguerra alcuni sussulti di rivolta dei partigiani. Gruppi che tornarono in montagna, ribellioni episodiche dissuase più che represse. E così ogni partigiano si trovò solo di fronte a un mondo che non era quello che aveva valuto e in parte vissuto sia pure nella durezza della guerra.
(il manifesto 25 aprile 1972)
Sul giudizio negativo di Vermicelli sulla cosiddetta “Repubblica dell’Ossola” mi sembra utile una contestualizzazione. Relativamente al tema delle zone liberate la strategia militare del CVL e in modo ancor più esplicito quella delle formazioni Garibaldine erano esplicite: evitare in ogni modo di porsi in una situazione di difesa di un territorio.
«L’occupazione di paesi non è fine a se stessa. Non si occupa per poi aspettare il rastrellamento nemico.» (CVL, Circolare del 25.06.1944)
«L’occupazione di paesi e vallate non deve affatto significare rinchiudersi nel limitato spazio occupato, quasi in una specie di repubblica indipendente, preoccupandosi di non essere rastrellati.» (Comando Generale delle Brigate Garibaldi: Direttiva del 18.06.1944).
Sul caso specifico dell’Ossola cito un testo che mi pare del tutto illuminante: è tratto da una intervista del 1992 (e pubblicata per intero nel 2006[2]) al Vicecomandante e successivamente Comandante della Valtoce Eugenio Cefis “Alberto”:
«Il giorno dopo la caduta di Piedimulera, un sacerdote di Domodossola ha mandato a dire a me e a Superti che i tedeschi erano pronti ad arrendersi pur di poter lasciare la valle. […]. Questa è stata la genesi della vicenda di Domodossola. Noi, in realtà, eravamo scesi per prendere armi e tornare in montagna ma a nessuno era passato per la testa di occupare Domodossola! Personalmente, venivo da cinque mesi di guerriglia partigiana in Jugoslavia e sapevo benissimo che se c’era qualcosa di folle era conquistare un centro abitato. La nostra tattica era di colpire e fuggire, ma mai abbarbicarci al territorio, perché il giorno ci si fosse abbarbicati al territorio le truppe regolari nemiche con i loro armamenti ci avrebbero schiacciati. Dunque, abbiamo finito di trattare verso le cinque o le sei in una trattoria della val Formazza con i tedeschi: i fascisti, che pure c’erano, non hanno mai interloquito. Il problema era però, per noi che volevamo il giorno dopo prendere le armi ed andarcene, che il nemico ci lasciasse le armi in luoghi prestabiliti e controllati. […] Abbiamo controllato che nelle due o tre caserme fossero depositate tutte le armi e, a controllo avvenuto, i tedeschi se ne sono andati, i nostri sono entrati in Domodossola e ci saremmo dovuti spartire le armi tra noi e Superti per poi tornare in montagna. Invece sono arrivati i politici, che noi vedevamo come fumo negli occhi, e hanno voluto formare la Giunta provvisoria di governo. […] Per due giorni ci sono state discussioni a non finire, dato che ci hanno costretti a fare quanto non era in programma: per motivi politici, ci hanno cioè costretti a fare dal punto di vista militare e operativo un nonsenso, a tenere la vallata abbarbicati al territorio facendoci bombardare dai mortai da 88.»
Un giudizio negativo ancor più netto di quello di Vermicelli da parte del vicecomandante della formazione che politicamente era la più lontana dai garibaldini della Redi. Un giudizio che non sembra essersi modificato nel tempo diversamente da Vermicelli.
Nel suo romanzo partigiano “Viva Babeuf!” del 1984 il giudizio non muta e prende letterariamente una piega ironica nel dialogo tra il protagonista Simon e il capo dei garibaldini dell’Ossola Aso (ovvero Iso/Aniasi):
« – Fermati e spiegami una cosa, – gli chiese Simon, – perché se i tedeschi sono andati a Sud, tutti corrono verso Nord? […] Aso, tu sai meglio di me qual è il dilemma, o andiamo avanti, fino a Milano, oppure i neri torneranno su, sino al passo San Giacomo.»[3]
E la popolana e contrabbandiera Pia, scesa a Domodossola nella speranza di incontrare Simon cui vorrebbe regalare un fazzoletto rosso in bella mostra nelle vetrine con quelli verdi e azzurri, viene dissuasa da Brunetto: lui non lo metterà probabilmente dicendo che non vuol fare l’attore.
«Pia […] capì e rise contenta. – È vero! È un cinema …, è tutto un cinema!
Adesso riusciva a capire tutto. Quei ragazzi con le facce truci, quelle armi puntate con il dito sul grilletto fra la gente in festa. Era una posa, un modo di atteggiarsi per fare colpo. Un cinema, ecco.»[4]
Nella intervista autobiografica realizzata alla fine degli anni ’90 e pubblicata postuma (“Babeuf, Togliatti e gli altri”) il giudizio sulla Giunta guidata da Tibaldi è chiaramente più articolato.
«Noi, comunque, vivemmo la nuova realtà, perché nel frattempo si era creata una situazione politica estremamente interessante. Contrariamente a quanto era avvenuto in Valsesia, dove non ci fu separazione fra potere politico e potere militare, in Ossola venne creato un Governo locale, un’amministrazione civile che riuscì a fare cose importanti e che noi, partigiani combattenti, non potevamo sottovalutare, anche se in cuor nostro sapevamo che non ce la saremmo cavata facilmente.
Ora, non è il caso che mi metta a raccontare quante e quali cose fece la Giunta provvisoria di Governo dell’Ossola, questo il nome assunto dalla nuova libera amministrazione, ci sono centinaia di libri che ne parlano, tutti interessanti e importanti. Per noi la cosa fu molto semplice: c’era un Governo, era un Governo nostro, democratico e non si poteva lasciarlo da solo. Per cui decidemmo di difendere la Val d’Ossola.
Naturalmente fu una difesa debole. Quando i tedeschi attaccarono in Ottobre, ci furono scontri, scaramucce con dei caduti, ma non una difesa valida. L’idea folle era: tieni la Val Cannobina, tieni il fronte di Gravellona, tieni il fronte delle montagne della Val Grande, una cosa impossibile. Però si combatté un po’ ovunque e per il nemico non fu una passeggiata. Noi perdemmo uomini e Noanche comandanti, come Alfredo Di Dio e il colonnello Attilio Moneta, caduti a Finero.
Ma ci credevate nelle possibilità di difendere il territorio?
No, non ci credevamo. Credevamo di dover fare il possibile per resistere e poi andare. E si fece così.»[5]
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Il Manifesto scelse di presentarsi per la Camera dei deputati alle elezioni anticipate del 7 maggio 1972. Il risultato fu decisamente negativo, al di sotto delle più pessimistiche previsioni: lo 0,67%, 224.313 voti su quasi 33 milioni e mezzo di voti validi (allora la partecipazione al voto era del 93,2%). Nelle settimane successive sulle pagine del quotidiano si aperse un ampio dibattito politico che coinvolse sia il quadro dirigente nazionale che militanti delle diverse regioni.
Vermicelli era candidato nella prima circoscrizione del Piemonte e si era speso molto nella campagna con numerosi incontri e comizi. Quello che segue è il suo contributo al dibattito post elettorale.
Gino Vermicelli
Nemmeno il Manifesto fa miracoli. Non sempre, comunque. Abbiamo fatto il miracolo di mantenere In vita un quotidiano senza mezzi, senza finanziatori occulti, senza burocrazia, ed abbiamo fatto un quotidiano ricco e stimolante. Abbiamo poi creduto di potere fare un secondo miracolo, cioè dare alle elezioni del 7 maggio un segno diverso da quello voluto da coloro che le avevano anticipate: ottenere dietro al Manifesto una affermazione della nuova sinistra italiana, mantenere aperto uno spazio nel campo più tradizionale dello scontro politico in un momento di riflusso e di repressione. Ci «siamo buttati» senza una lira, senza organizzazione, con la sola forza della nostra proposta politica, elaborata per ben altri scontri che non quello elettorale. In una situazione che travolgeva forze molto più solidamente «piazzate» di noi in quel campo, un secondo miracolo non c’è stato. Abbiamo sbagliato a non prevederlo.
Sbagliare è un lusso che possono permettersi solo gli elefanti della politica. La rendita storica accumulata dalla sinistra tradizionale le permette di vivere e crescere (numericamente) pur sbagliando ogni previsione. Una forza giovane e piccola come la nostra no. Per una forza nascente, la tensione politica, la ricerca dolorosa e costante della verità è condizione di vita e di sviluppo. Il nostro dibattito va In tale senso, e in tale spirito esprimo alcune mie opinioni.
1) Il Manifesto deve attrezzarsi per vivere e condurre la sua azione politica in tempi lunghi, nel senso contrario di un arroccamento in posizione di attesa, che sarebbe un suicidio. Il Manifesto deve essere una forza politica attiva, che interviene attivamente nello scontro ogni giorno e oggi stesso. Lo deve fare però con la chiara coscienza che molti frutti del nostro lavoro, della nostra presenza, ci saranno dati a scadenza non ravvicinata. Formare dei quadri, fare avanzare una linea, penetrare in profondità nella realtà non è compito di un breve periodo.
2) Una forza politica, anche se piccola, che si accinge a costruire con una azione prolungata una proposta alternativa deve darsi strutture e forme di organizzazione abbastanza durevoli e solide. Niente resiste e permane poggiando sulla spontaneità. E niente di solido si costruisce nemmeno nel campo dell’intervento nelle situazioni di lotta senza determinate strutture e collegamenti.
Si può anche pensare che la proposta politica dei Manifesto può continuare ad avanzare sulla spinta di un contributo di ricerca teorica fatta da un nucleo centrale che produce una rivista, magari un quotidiano, e che stimola un dibattito politico permanente in tutta la sinistra. Io penso che se alla sua proposta il Manifesto dà alcune migliaia di teste e di gambe, avanzerà meglio ed inciderà di più. Quando si mette insieme alcune migliaia di compagni, bisogna in qualche modo organizzarli, costruire insieme ad essi un lavoro comune. Non so immaginare in nessun campo un concetto di lavoro disgiunto da un concetto di organizzazione. Organizzare il nostro lavoro, e, a tale fine, darci le necessarie strutture, non significa, a mio avviso, sognare ad un partito del Manifesto e tanto meno ad un nucleo d’acciaio. Oltretutto nei giorni nostri l’acciaio non si tempra molto facilmente.
La costruzione di strutture che permettano al Manifesto di organizzare il suo lavoro politico non assumono significato di svolta, o di scadenza, tanto meno di trauma. La scelta è tra mettere a disposizione della nostra proposta politica un lavoro conseguente (e dunque diretto e coordinato) oppure il «casino».
Lavorare meglio non deve significare mettere in ombra il carattere unitario della nostra politica. Prestare attenzione alle avanguardie reali, confrontarci senza settarismo con altre forze rivoluzionarie, essere totalmente al servizio di un disegno unitario ed unificatore della nuova sinistra non riformista, avere la chiara consapevolezza delle nostre dimensioni, non confonderci con quel che è sbagliato, sono questi problemi della nostra linea politica, del nostro stile, che potrà migliorare se lavoreremo meglio, in modo più organizzato.
3) In questo quadro il quotidiano rimane lo strumento essenziale del nostro lavoro. Condivido l’idea di un giornale aperto, che esprime la nostra ispirazione politica, ma ricerca e si arricchisce anche di altri contributi, sollecita la collaborazione di altre forze. Il giornale dovrà avere a settembre un grande rilancio, e di questo rilancio deve farsi carico da un lato li nucleo del compagni che vi lavora e dall’altro, con non minore impegno, tutto il corpo del Manifesto ed in modo organizzato,
La soddisfacente diffusione di aprile e di maggio era data, anche, da un lavoro di diffusione militante collegata alla campagna elettorale e che raggiungeva diverse migliaia di copie al giorno. Solo se un impegno di tale tipo accompagnerà ogni miglioramento redazionale garantiremo la continuità della sua funzione politica.
Certo, tutto ciò vuol dire tenacia, che significa anche pazienza, ed anche tolleranza. È il meno che si può chiedere a chi Intraprende una marcia di migliaia di «lǐ».
(il manifesto 15.07.1972)
In poco più di una colonna del quotidiano, con la sua tipica capacità di sintesi Gino non solo spiega come e perché “abbiamo sbagliato” senza lasciar spazio a delusioni e risentimenti e prospetta il lavoro politico futuro dentro una logica di lungo periodo e respiro pensando al Manifesto come un corpo coeso che non vive solo della riflessione del gruppo nazionale che lavora alla rivista e al quotidiano, ma sa organizzarsi senza cedere alle pulsioni movimentiste e senza chiudersi nei confronti delle altre forze non riformiste.
Mi vengono in mente a questo proposito le parole scritte sul quotidiano da Rossanda il 22 maggio 1998 in ricordo dell’amico mancato il giorno prima.
«“Lo spessore di un’idea si misura nei tempi di bassa marea”, mi disse presto Gino Vermicelli, a metà degli anni Settanta, quando già pestavamo i piedi di fronte al riflusso del movimento e dovevamo riconoscere che l’incrocio che avevamo sperato tra la cultura dei comunisti, della quale i più vecchi fra noi si consideravano i portatori più limpidi e critici, e quella dei movimenti del ’68, non si era verificato. Il manifesto doveva attrezzarsi a un lungo periodo di navigazione controvento, ci dicevano i suoi occhi chiari, sorridenti come il suo parlare quieto e un po’ ironico.
E ci aiutò ad attrezzarci per traversate lunghe. Lo avremmo voluto a Roma, con noi, proprio in via Tomacelli, non solo per l’esperienza che non ci fece mai mancare, ma proprio per temperare le crisi generazionali che ci avrebbero tormentato prima, e gli eccessi di disincanto poi. Lui conosceva le stagioni che seguono alle speranze.»[6]
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L’articolo seguente ci mostra un volto di Vermicelli che allora apparve inaspettato, l’attenzione al tema ecologico e al suo intreccio con le diseguaglianze. Un Vermicelli ecologista meno noto che si ritrova in questo e in un altro articolo successivo su il manifesto relativo al ritardo della sinistra di fronte a questa tematica[7]e che successivamente troverà respiro nelle sue novelle fantastiche ironiche e pedagogiche ad un tempo.
Il Progresso Impazzito
di Gino Vermicelli
Quando, nel settembre del 1970, affermavamo nelle nostre «Tesi» che la maturità del comunismo è solo una faccia, quella positiva, della gigantesca contraddizione storica che viviamo, e che l’altra faccia è rappresentata dalla peggiore catastrofe per l’umanità, molti ci considerarono una nuova specie di quaresimali dell’apocalisse.
Oggi, da tutt’altra sponda, arrivano le ricerche e le scoperte di un prestigioso gruppo di tecnocrati — il System Dynamics Group Massachusetts Institute of Technology (Mit) — che con l’aiuto di una selva di computer giunge a dirci che la catastrofe non è né improbabile né lontana.
Le considerazioni di questo cast di «teste d’uovo» sono esposte con precisione di dati e di grafici in un libro della Est Mondadori. Lo studio è stato voluto dal «Club di Roma» che è una raccolta internazionale di personaggi influenti del sistema. È stato finanziato dalla Fondazione Volkswagen, la prefazione è di Aurelio Peccei, uomo probabilmente onesto ma della Fiat. Ebbene cosa ci dice il Mit? Ci dice che fra 30 anni 7 miliardi di individui popoleranno la terra; che il divario tra paesi ricchi e poveri, stante all’attuale «sviluppo», si accentuerà, raggiungendo un rapporto di 110 a 1 tra il primo e l’ultimo; che già oggi al mondo muoiono ogni anno 10-20 milioni di persone per mancanza di derrate alimentari, e si va a un aggravamento costante di questa carestia; che ogni ulteriore sviluppo agricolo intensivo costerà sempre più e comporterà altri pericoli mentre il dissodamento di terre vergini (che coprono una superficie pari a quella delle terre coltivate) è antieconomico.
Pur considerando terra ed acqua come perennemente rinnovabili e non riducibili, e dimostrando subito dopo che anche questi invece si riducono a causa dell’inurbamento e dell’inquinamento, vengono poi forniti dati circa la durata presumibile delle risorse minerali del globo. Stante alle riserve per ora conosciute, vi sarebbe: oro per 9 anni, rame epiombo per 21, mercurio per 13, gas naturale per ventidue, argento, stagno e zinco per una quindicina di anni. Anche prevedendo di quintuplicare le riserve fin qui conosciute, risulterebbe ai computer che la crisi risolutiva delle materie prime arriverà tra il 2000 e il 2050.
E infine gli inquinamenti. I clorurati usati in agricoltura, il piombo, il mercurio ecc. vengono immessi nella biosfera a ritmo crescente, ed i loro effetti inquinanti si distribuiscono su tutto il pianeta. Solo per la produzione dell’energia, attualmente si immettono ogni anno nell’atmosfera diciotto miliardi di tonnellate di anidride carbonica.
I cervelli elettronici del Massachusetts non sanno quale sia il valore limite superiore di sopportazione dell’inquinamento da parte del pianeta, per cui non possono darci una data precisa per il traguardo mortale. Ma i cervelli umani del Mit valutano che un limite esiste e che forse già lo rasentiamo.
A conclusione dello studio, il Club di Roma avanza una serie di proposte. Sostanzialmente considera impossibile una continuazione della crescita esponenziale, che è stato il modello di «sviluppo» del sistema fino ad oggi e propone di adottare un nuovo modello detto stato di equilibrio globale, i cui punti chiave sono:
1) mantenimento del livello di popolazione a partire dal 1975;
2) uguaglianza tra tasso di investimento e tasso di deprezzamento del capitale industriale a partire dal 1990;
3) riduzione a 1/4 del valore attuale di uso di materie prime per unità di prodotto industriale a partire dal 1976;
4) orientamento dell’attività economica della società verso servizi (istruzione, sanità), piuttosto che verso la produzione di beni materiali;
5) riduzione dell’inquinamento a 1/4 del valore del 1970;
6) impegno di ogni sforzo e capitale occorrente per la produzione di alimenti a prescindere dalla «economicità» di questa scelta;
7) dare la precedenza a tecniche di arricchimento e conservazione del suolo;
8) allungare la vita media dei prodotti, facilitarne la riparazione ed allontanare l’obsolescenza.
L’indagine del Mit è certo parziale.
Ai computer di Boston nessuno ha chiesto quale sia l’entità delle ricchezze del mondo attualmente dissipate in puro spreco. Noi non abbiamo computer ma siamo grado di immaginare che mettendo insieme le spese belliche ai costi della burocrazia parassitaria, aggiungendovi poi i consumi di qualche decina di milioni di privilegiati, gli sprechi spaziali, e, ad esempio, i consumi inutili indotti dalla pubblicità, insieme a mille altre cose caratteristiche del modo di vivere di questa società, scopriremo sicuramente che la maggior parte dei beni della terra non vengono attualmente usati ma sprecati. E tale spreco non è occasionale, ma entra nella logica del sistema, giacché ognuna delle spese inutili elencate è indispensabile al suo funzionamento. E soprattutto nasconde grosse mistificazioni.
Che senso ha parlare di limitazioni delle nascite in un mondo dove il 40 per cento dei consumi e il 50 per cento dell’inquinamento sono dati da un paese come gli Usa dove vive il 6 per cento della popolazione mondiale? Anche se nascessero meno arabi non si ridurrebbe il consumo del petrolio, visto che il petrolio degli arabi è consumato da altri. L’idea di uno stato di equilibrio globale prima di avere risolto, e senza proporsi di risolvere, i paurosi squilibri del mondo è un inganno inaccettabile. L’uomo che consuma mediamente 100 dollari all’anno non potrà mai accettare di vivere in condizioni di staticità con quello che mediamente ne fa fuori 10.000, in nome di un risparmio comune delle ricchezze della terra.
Lo studio e il piano sono stati fatti, cioè, nella ottica, o almeno nei limiti del sistema. Ma nonostante il suo inconfondibile marchio, il Club di Roma non sarà ascoltato.
La società capitalistica non può esistere senza «nuove frontiere», cioè una crescita ad ogni costo e disordinata; crescita della produzione e dei profitti e dunque crescita dei consumi e soprattutto degli sprechi. Lo sfruttamento di rapina di tutte le risorse non ne è un dato incidentale, ne è la legge dominante. Il sistema non vi potrà mai rinunciare.
Il riformismo è soggetto alle stesse leggi. Per i riformisti ogni sviluppo sociale è legato e subordinato alla crescita produttiva intesa in senso tradizionale. In fondo la vera ideologia dominante nell’Urss è quella dello «sviluppo delle forze produttive». La politica al posto di comando per costoro è una eresia. Togliattigrad, fatta ad immagine e somiglianza di Mirafiori ne è una espressione significativa.
Solo in Cina, e solo dopo la rivoluzione culturale, si scorgono alcuni elementi che ci permettono di intravedere un diverso tipo di sviluppo. Non per caso i computer del Mit dando alla Cina il più basso tasso di sviluppo del mondo commettono una gaffe madornale. Mettendo la politica al posto di comando, si delinea in Cina un tipo di sviluppo che è al di fuori degli schemi dell’economia classica, e pertanto incomprensibile e non contabilizzabile per chi conosce solo uno «sviluppo» basato su cause ed effetti di leggi economiche. Ed è in un paese relativamente arretrato (economicamente) come la Cina che vediamo sconfitte le carestie, risolti per l’essenziale i problemi del cibo, del vestiario e della sanità, realizzate fabbriche che non sono inferni per operai (giacché oltretutto vi lavorano manualmente anche i dirigenti). È in Cina che vediamo, con il «riciclaggio» generalizzato delle scorie svilupparsi un’azione antinquinamento assolutamente inimmaginabile per ora nelle società «opulente».
Cento anni fa il vecchio Engels scriveva: «… Ad ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne, sangue e cervello e viviamo nel suo grembo; tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato…
Ma anche in questo campo noi riusciamo solo gradualmente ad acquistare una chiara visione degli effetti sociali mediati, remoti, della nostra attività produttiva, attraverso una lunga e spesso dura esperienza, e attraverso la raccolta e il vaglio del materiale storico; e così ci è data la possibilità di dominare e regolare anche questi effetti.
Ma per realizzare questa regolamentazione occorre di più che non la sola conoscenza. Occorre un completo capovolgimento del modo di produzione da noi seguito fino ad oggi, e con esso di tutto il nostro ordinamento sociale nel suo complesso».
(il manifesto 25.08.1972)
La vista lunga di Vermicelli: il nesso stretto fra sviluppo, ambiente e disuguaglianze non può trovare soluzioni “tecniche” o “tecnocratiche” che o sono illusorie o aumentano le differenze sociali. Oggi che le diseguaglianze si sono accresciute ad un livello impensabile 55 anni fa[8] e la logica dello sviluppo è diventata universale (Cina compresa), la questione di un diverso modello sostenibile ed equo è più che mai attuale ed è strettamente politica.
«Le tecnologie verdi vengono spesso indicate come soluzione, unica e potenzialmente definitiva, alle sfide poste dall’adattamento e la mitigazione del cambiamento climatico. Tuttavia, questa soluzione tecno-ottimista, o technological big fix, sottende una visione semplicistica del processo di riorganizzazione profonda del capitalismo contemporaneo necessario per far sì che la transizione sostenibile possa essere davvero efficace e giusta. La nostra tesi è che la “tecnologia verde” non possa rappresentare una soluzione integrale alla crisi climatica. Le tecnologie verdi non sono una soluzione universale. Se adottate senza un orizzonte equo, possono aumentare le disuguaglianze, dividendo i territori tra chi beneficia della transizione e chi ne subisce le conseguenze. Inoltre, dipendono da minerali critici, estratti spesso in modi dannosi per l’ambiente e le comunità locali.»[9]
[1] Come per il post precedente gli originali che ho potuto consultare sono depositati presso la Biblioteca Aldo Aniasi della Casa della Resistenza in connessione col Fondo “Alberganti Albertini” del Centro di Documentazione.
[2] Intervista curata da Marino Viganò e pubblicata, dopo la morte di Cefis, su “PALOMAR” Rivista di cultura e politica 2/2006, consultabile per esteso >QUI<
[3] Viva Babeuf!, 2^ ed. Tararà, Verbania 2008, p. 284-285.
[4] Ivi, p. 291-292.
[5] Babeuf, Togliatti e gli altri, Tararà, Verbania 2000, p. 120.
[6] Rossana Rossanda, Gino Vermicelli. Un amico delle stagioni che seguono le speranze, in “il manifesto quotidiano” del 22.05.1998. L’articolo è reperibile nell’Archivio storico de il manifesto >QUI<
[7] Rinascita, il manifesto e l’ecologia (Il manifesto quotidiano 5.11.1972).
[8] “Il 2024 è stato un anno particolarmente favorevole per chi occupa le posizioni apicali della piramide sociale globale. La ricchezza aggregata dei miliardari è cresciuta tre volte più velocemente nel 2024 rispetto al 2023.3 L’anno scorso Oxfam prevedeva la comparsa del primo trilionario entro un decennio, ma al ritmo attuale di crescita della ricchezza estrema, entro dieci anni i trilionari potrebbero essere 5.4 Nel frattempo, secondo la Banca Mondiale, il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà di 6.85 dollari al giorno è rimasto pressoché invariato rispetto al 1990”. OXFAM BRIEFING PAPER – GENNAIO 2025, p. 5. Il Rapporto è scaricabile >QUI<
[9] Forum Disuguaglianze Diversità, Le parole per il cambiamento, p 110. Il testo completo è scaricabile >QUI<










