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Gino Vermicelli, primi articoli su il manifesto quotidiano

24 aprile 2026

Nel precedente post Lotte operaie e repressione negli articoli de il manifesto quotidiano avevo raccolto e pubblicato i principali articoli apparsi sulla nuova testata tra l’aprile e l’ottobre 1971, in sostanza il periodo intercorso tra il processo a Verbania agli operai della Rhodia (con relativa assoluzione) e quello di appello a Torino (con relative condanne). Tra quelli non firmati che ho ripubblicato ve ne era uno del 13 maggio (Politica della Rhodia e sfruttamento sono all’origine della crisi e della disoccupazione) che era, con buon grado di certezza, attribuibile a Gino Vermicelli. Bisognerà però aspettare quasi un anno perché compaiano articoli a lui esplicitamente attribuiti. Ne pubblico i primi tre in quanto, come mi risulta, non sono reperibili online né più ripubblicati[1]. Si tratta come vedremo di tre tipologie testuali diverse: una intervista in occasione del 25 aprile, un intervento nel dibattito successivo alle elezioni del 1972 a cui il manifesto aveva partecipato, e un articolo sul tema economico ed ambientale (Il progresso impazzito) che conferma la sua vista lunga sui processi del mondo in cui viviamo. Li considero assolutamente attuali e mi sono permesso di accompagnarli con alcune contestualizzazioni e accenni all’oggi.

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L’intervista pubblicata il 25 aprile 1972 è la terza in una pagina dedicata alla Liberazione, dopo quella ad altri due partigiani e Commissari politici: Riccardo Tenerini della Brigata “Francesco Innamorati” e Vittorio Ugolini Della brigata Aquila ai quali vengono rivolte le stesse domande. Questo l’incipit

«Il Manifesto ha rivolto a tre compagni dirigenti della Resistenza un gruppo di domande tendenti non a celebrare astrattamente la guerra di liberazione, ma a ricordarne le origini, le caratteristiche politiche, i valori comunisti le vittorie e i problemi irrisolti. Per offrire non una ricostruzione complessiva ma una testimonianza diretta. Ecco le risposte dei nostri tre compagni.»

Gino Vermicelli

Commissario della X brigata Ga­ribaldi

DOMANDA. — Come furono trovate le armi?

RISPOSTA. — La guerra popolare di liberazione ha avuto inizio dopo lo sbandamento e l’autoscioglimento dell’esercito italiano. In quei giorni, tutti raccolsero armi da sol­dati sbandati, nelle caserme abbandonate ecc. Furono quelle le prime armi dei partigiani e durante tutta la guerra le armi italiane rimasero, una parte importante del loro ar­mamento.

Partendo da quelle prime armi fu possibile poi conquistarne altre al nemico. Una sentinella di guardia ad una ferrovia potrà fornire un moschetto, una macchina dei fascisti in transito darà alcuni mitra, un presidio che si arrende porta an­che armi più pesanti. Armi e munizioni si intende, perché le armi du­rano, ma le munizioni si esaurisco­no. Molto meno si è potuto contare sulle forniture alleate. Almeno per le formazioni garibaldine dell’Osso­la vi fu un solo lancio nel febbraio del 1944.

DOMANDA. — Come avveniva il re­clutamento? Con quali misure di si­curezza?

RSPOSTA. — Alla fine dell’estate del 1943, sulle Alpi e nelle cascine delle collide esistevano numerosi gruppi di soldati sbandati. Il colle­gamento politico con essi, la loro conquista ad un organizzazione ed iniziativa di combattimento fu la prima azione di reclutamento. Attorno a quei gruppi che si organiz­zarono meglio e avevano caratteristiche più combattive, affluirono al­tri uomini; antifascisti costretti a lasciare le città, operai minacciati di deportazione, giovani richiamati alle armi dalla Repubblica di Salò. Alcuni giungevano con credenziali politiche, altri si aggregavano a quelle formazioni dove esisteva qualcuno che poteva farsi garante.

Le formazioni partigiane della mon­tagna non erano un esercito clan­destino, ma un esercito alla mac­chia, che è una cosa diversa. Per cui le misture di sicurezza nel re­clutamento, se la cosa può interes­sare, erano date dalla vita collet­tiva ininterrotta, cioè dal fatto che ognuno controllava ogni minuto della vita di ogni altro.

Questa visione della guerra parti­giana in Italia, come guerra di po­polo, cioè guerra di massa è essen­ziale per capire la storia e rispon­dere ad ogni quesito sulla resi­stenza.

In una visione di guerra di popolo vanno visti i rapporti con la popo­lazione. Con gli abitanti del paese, le formazioni mantengono rapporti di correttezza e i partigiani singo­larmente rafforzano i loro legami di amicizia o di parentela. Questa è una prima garanzia, una popolazio­ne possibilmente amica. Natural­mente ciò non basta, e dunque le formazioni di montagna e di colli­na sono mobili, cioè non si fermano mai più di alcuni giorni nello stes­so alpeggio e nello stesso cascinale. Sul finire del conflitto, nella pro­vincia di Novara operavano circa 5.000 partigiani garibaldini, oltre agli altri, divisi in gruppi logistici di una trentina di uomini o anche meno. Quale dato poteva ricavare lo spionaggio nemico da un simile for­micolio?

DOMANDA. — Come avveniva la for­mazione politica? Qual era la dialet­tica politica nelle brigate Garibaldi? E nelle altre?

RISPOSTA. — Alla serie di doman­de sulla dialettica politica nelle for­mazioni partigiane e tra di esse, è difficile dare una breve risposta. Si deve ricordare che i partigiani con­ducevano una vita durissima. Essi dovevano combattere e sopravvive­re, organizzarsi contro la fame e il freddo, vivere in zone impervie, spostarsi a piedi continuamente. No, la vita politica nelle formazioni non rassomigliava assolutamente a quella di un collettivo studentesco. Il comunismo nasceva dai fatti più che dalla dialettica verbale. Nasce­va da una vita collettiva assoluta­mente egualitaria, dalla piena assunzione delle responsabilità da parte di ognuno, dalla riduzione a mi­nimi termini delle gerarchie. I par­tigiani formavano comunità di eguali uniti da stretti legami di so­lidarietà e di autodisciplina. Da lì nasceva il comunismo dei partigia­ni, almeno alla base. Diversa la si­tuazione nei comandi.

DOMANDA. — Dove ci furono le zone liberate, che giudizio dai oggi di quella esperienza?

RISPOSTA. — Anche per le zone liberate, il discorso è complesso. Durante tutta la guerra vi furono sempre zone praticamente liberate. Dove giungevano regolarmente i partigiani sparivano le vecchie au­torità costituite, e gli abitanti ge­stivano tranquillamente se stessi, durante mesi e mesi, senza nuovi gerarchi, mettendo a legge fonda­mentale una esigenza di solidarietà. Le grandi zone liberate, ad esempio da noi, la repubblica d’Ossola, fu­rono una cosa diversa. Lì si tentò di stabilire un potere, di affermare una autorità, sia pure espressa da uomini fra i migliori, e la cosa, a mio avviso, passò sopra la testa della gente senza lasciare tracce. Su quella esperienza devo dichia­rare, anche a costo di sollevare rancori, che si è costruita molta propaganda.

DOMANDA. — Trovi un rapporto tra la tua esperienza e la guerriglia cubana, la guerra di popolo di Giap, la «lunga marcia» di Mao? O si tratta di condizioni politiche trop­po diverse?

RISPOSTA. — Mi sembra che la resistenza italiana abbia avuto pun­ti di paragone con tutte le lotte armate popolari. Io sentirei quella esperienza molto vicina a quella dei compagni vietnamiti nella loro resi­stenza contro i francesi, o alla lotta antigiapponese dei compagni cinesi, riconoscendo ai compagni vietna­miti e cinesi un ben più alto livel­lo militare e politico. Più difficile un confronto con l’attuale guerra del popolo dell’Indocina. Lì lo scon­tro si svolge a livello tecnico mi­litare tale che esige obbligatoriamente una forza potentemente armata. Il fatto è che nel Vietnam un piccolo popolo sopporta da solo il peso della macchina militare del più potente stato imperialista. Al tempo nostro, a resistere ai nazisti, eravamo in molti in Europa e nel mondo. Le forze di occupazione do­vettero disperdersi e così si indebolirono e furono battute.

DOMANDA. — Come hai vissuto la fase politica del primissimo dopo­guerra?

RISPOSTA. — Dopo il 25 aprile i partigiani constatarono nel giro di brevissimo tempo di essere vittorio­si ma non vincitori. Furono applau­diti e subito disarmati. La loro lotta fu esaltata, ma la loro esperienza subito cancellata. Le vicende poli­tiche di quegli anni richiederebbe­ro una lunga trattazione. Vi furono nell’immediato dopoguer­ra alcuni sussulti di rivolta dei partigiani. Gruppi che tornarono in montagna, ribellioni episodiche dis­suase più che represse. E così ogni partigiano si trovò solo di fronte a un mondo che non era quello che aveva valuto e in parte vissuto sia pure nella durezza della guerra.

(il manifesto 25 aprile 1972)

 Sul giudizio negativo di Vermicelli sulla cosiddetta “Repubblica dell’Ossola” mi sembra utile una contestualizzazione. Relativamente al tema delle zone liberate la strategia militare del CVL e in modo ancor più esplicito quella delle formazioni Garibaldine erano esplicite: evitare in ogni modo di porsi in una situazione di difesa di un territorio.

 «L’occupazione di paesi non è fine a se stessa. Non si occupa per poi aspettare il rastrellamento nemico.» (CVL, Circolare del 25.06.1944)

«L’occupazione di paesi e vallate non deve affatto significare rinchiudersi nel limitato spazio occupato, quasi in una specie di repubblica indipendente, preoccupandosi di non essere rastrellati.» (Comando Generale delle Brigate Garibaldi: Direttiva del 18.06.1944).

Sul caso specifico dell’Ossola cito un testo che mi pare del tutto illuminante: è tratto da una intervista del 1992 (e pubblicata per intero nel 2006[2]) al Vicecomandante e successivamente Comandante della Valtoce Eugenio Cefis “Alberto”:

«Il giorno dopo la caduta di Piedimulera, un sacerdote di Domodossola ha mandato a dire a me e a Superti che i tedeschi erano pronti ad arrendersi pur di poter lasciare la valle. […]. Questa è stata la genesi della vicenda di Domodossola. Noi, in realtà, eravamo scesi per prendere armi e tornare in montagna ma a nessuno era passato per la testa di occupare Domodossola! Personalmente, venivo da cinque mesi di guerriglia partigiana in Jugoslavia e sapevo benissimo che se c’era qualcosa di folle era conquistare un centro abitato. La nostra tattica era di colpire e fuggire, ma mai abbarbicarci al territorio, perché il giorno ci si fosse abbarbicati al territorio le truppe regolari nemiche con i loro armamenti ci avrebbero schiacciati. Dunque, abbiamo finito di trattare verso le cinque o le sei in una trattoria della val Formazza con i tedeschi: i fascisti, che pure c’erano, non hanno mai interloquito. Il problema era però, per noi che volevamo il giorno dopo prendere le armi ed andarcene, che il nemico ci lasciasse le armi in luoghi prestabiliti e controllati. […] Abbiamo controllato che nelle due o tre caserme fossero depositate tutte le armi e, a controllo avvenuto, i tedeschi se ne sono andati, i nostri sono entrati in Domodossola e ci saremmo dovuti spartire le armi tra noi e Superti per poi tornare in montagna. Invece sono arrivati i politici, che noi vedevamo come fumo negli occhi, e hanno voluto formare la Giunta provvisoria di governo. […] Per due giorni ci sono state discussioni a non finire, dato che ci hanno costretti a fare quanto non era in programma: per motivi politici, ci hanno cioè costretti a fare dal punto di vista militare e operativo un nonsenso, a tenere la vallata abbarbicati al territorio facendoci bombardare dai mortai da 88.»

Un giudizio negativo ancor più netto di quello di Vermicelli da parte del vicecomandante della formazione che politicamente era la più lontana dai garibaldini della Redi. Un giudizio che non sembra essersi modificato nel tempo diversamente da Vermicelli.

edizione del 1984

Nel suo romanzo partigiano Viva Babeuf!del 1984 il giudizio non muta e prende letterariamente una piega ironica nel dialogo tra il protagonista Simon e il capo dei garibaldini dell’Ossola Aso (ovvero Iso/Aniasi):

« – Fermati e spiegami una cosa, – gli chiese Simon, – perché se i tedeschi sono andati a Sud, tutti corrono verso Nord? […] Aso, tu sai meglio di me qual è il dilemma, o andiamo avanti, fino a Milano, oppure i neri torneranno su, sino al passo San Giacomo.»[3]

E la popolana e contrabbandiera Pia, scesa a Domodossola nella speranza di incontrare Simon cui vorrebbe regalare un fazzoletto rosso in bella mostra nelle vetrine con quelli verdi e azzurri, viene dissuasa da Brunetto: lui non lo metterà probabilmente dicendo che non vuol fare l’attore.

«Pia […] capì e rise contenta. – È vero! È un cinema …, è tutto un cinema!

Adesso riusciva a capire tutto. Quei ragazzi con le facce truci, quelle armi puntate con il dito sul grilletto fra la gente in festa. Era una posa, un modo di atteggiarsi per fare colpo. Un cinema, ecco.»[4]

Nella intervista autobiografica realizzata alla fine degli anni ’90 e pubblicata postuma (“Babeuf, Togliatti e gli altri”) il giudizio sulla Giunta guidata da Tibaldi è chiaramente più articolato.

«Noi, comunque, vivemmo la nuova realtà, perché nel frattempo si era creata una situazione politica estremamente interessante. Contrariamente a quanto era avvenuto in Valsesia, dove non ci fu separazione fra potere politico e potere militare, in Ossola venne creato un Governo locale, un’amministrazione civile che riuscì a fare cose importanti e che noi, partigiani combattenti, non potevamo sottovalutare, anche se in cuor nostro sapevamo che non ce la saremmo cavata facilmente.

Ora, non è il caso che mi metta a raccontare quante e quali cose fece la Giunta provvisoria di Governo dell’Ossola, questo il nome assunto dalla nuova libera amministrazione, ci sono centinaia di libri che ne parlano, tutti interessanti e importanti. Per noi la cosa fu molto semplice: c’era un Governo, era un Governo nostro, democratico e non si poteva lasciarlo da solo. Per cui decidemmo di difendere la Val d’Ossola.

Naturalmente fu una difesa debole. Quando i tedeschi attaccarono in Ottobre, ci furono scontri, scaramucce con dei caduti, ma non una difesa valida. L’idea folle era: tieni la Val Cannobina, tieni il fronte di Gravellona, tieni il fronte delle montagne della Val Grande, una cosa impossibile. Però si combatté un po’ ovunque e per il nemico non fu una passeggiata. Noi perdemmo uomini e Noanche comandanti, come Alfredo Di Dio e il colonnello Attilio Moneta, caduti a Finero.

Ma ci credevate nelle possibilità di difendere il territorio?

No, non ci credevamo. Credevamo di dover fare il possibile per resistere e poi andare. E si fece così.»[5]

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Il Manifesto scelse di presentarsi per la Camera dei deputati alle elezioni anticipate del 7 maggio 1972. Il risultato fu decisamente negativo, al di sotto delle più pessimistiche previsioni: lo 0,67%, 224.313 voti su quasi 33 milioni e mezzo di voti validi (allora la partecipazione al voto era del 93,2%). Nelle settimane successive sulle pagine del quotidiano si aperse un ampio dibattito politico che coinvolse sia il quadro dirigente nazionale che militanti delle diverse regioni.

Vermicelli era candidato nella prima circoscrizione del Piemonte e si era speso molto nella campagna con numerosi incontri e comizi. Quello che segue è il suo contributo al dibattito post elettorale.

Gino Vermicelli

Nemmeno il Manifesto fa mira­coli. Non sempre, comunque. Abbia­mo fatto il miracolo di mantenere In vita un quotidiano senza mezzi, senza finanziatori occulti, senza bu­rocrazia, ed abbiamo fatto un quo­tidiano ricco e stimolante. Abbiamo poi creduto di potere fare un se­condo miracolo, cioè dare alle ele­zioni del 7 maggio un segno diver­so da quello voluto da coloro che le avevano anticipate: ottenere die­tro al Manifesto una affermazio­ne della nuova sinistra italiana, mantenere aperto uno spazio nel campo più tradizionale dello scon­tro politico in un momento di ri­flusso e di repressione. Ci «siamo buttati» senza una lira, senza or­ganizzazione, con la sola forza del­la nostra proposta politica, elabora­ta per ben altri scontri che non quello elettorale. In una situazione che travolgeva forze molto più soli­damente «piazzate» di noi in quel campo, un secondo miracolo non c’è stato. Abbiamo sbagliato a non pre­vederlo.

Sbagliare è un lusso che possono permettersi solo gli elefanti della politica. La rendita storica accumu­lata dalla sinistra tradizionale le permette di vivere e crescere (nu­mericamente) pur sbagliando ogni previsione. Una forza giovane e pic­cola come la nostra no. Per una for­za nascente, la tensione politica, la ricerca dolorosa e costante della ve­rità è condizione di vita e di svilup­po. Il nostro dibattito va In tale senso, e in tale spirito esprimo al­cune mie opinioni.

1) Il Manifesto deve attrezzarsi per vivere e condurre la sua azione politica in tempi lunghi, nel senso contrario di un arroccamento in po­sizione di attesa, che sarebbe un suicidio. Il Manifesto deve essere una forza politica attiva, che inter­viene attivamente nello scontro ogni giorno e oggi stesso. Lo deve fare però con la chiara coscienza che molti frutti del nostro lavoro, del­la nostra presenza, ci saranno da­ti a scadenza non ravvicinata. For­mare dei quadri, fare avanzare una linea, penetrare in profondità nel­la realtà non è compito di un bre­ve periodo.

2) Una forza politica, anche se pic­cola, che si accinge a costruire con una azione prolungata una propo­sta alternativa deve darsi struttu­re e forme di organizzazione abba­stanza durevoli e solide. Niente re­siste e permane poggiando sulla spontaneità. E niente di solido si costruisce nemmeno nel campo del­l’intervento nelle situazioni di lot­ta senza determinate strutture e collegamenti.

Gino Vermicelli ad una manifestazione di studenti. Verbania Intra 1972

Si può anche pensare che la pro­posta politica dei Manifesto può continuare ad avanzare sulla spin­ta di un contributo di ricerca teo­rica fatta da un nucleo centrale che produce una rivista, magari un quotidiano, e che stimola un dibat­tito politico permanente in tutta la sinistra. Io penso che se alla sua proposta il Manifesto dà alcu­ne migliaia di teste e di gambe, avanzerà meglio ed inciderà di più. Quando si mette insieme alcune migliaia di compagni, bisogna in qual­che modo organizzarli, costruire in­sieme ad essi un lavoro comune. Non so immaginare in nessun campo un concetto di lavoro disgiunto da un concetto di organizzazione. Organizzare il nostro lavoro, e, a tale fine, darci le necessarie strut­ture, non significa, a mio avviso, sognare ad un partito del Ma­nifesto e tanto meno ad un nucleo d’acciaio. Oltretutto nei giorni no­stri l’acciaio non si tempra molto facilmente.

La costruzione di strutture che per­mettano al Manifesto di organizzare il suo lavoro politico non as­sumono significato di svolta, o di scadenza, tanto meno di trauma. La scelta è tra mettere a disposi­zione della nostra proposta poli­tica un lavoro conseguente (e dun­que diretto e coordinato) oppure il «casino».

Lavorare meglio non deve signifi­care mettere in ombra il carattere unitario della nostra politica. Pre­stare attenzione alle avanguardie reali, confrontarci senza settarismo con altre forze rivoluzionarie, es­sere totalmente al servizio di un disegno unitario ed unificatore del­la nuova sinistra non riformista, avere la chiara consapevolezza del­le nostre dimensioni, non confon­derci con quel che è sbagliato, sono questi problemi della nostra linea politica, del nostro stile, che potrà migliorare se lavoreremo me­glio, in modo più organizzato.

3) In questo quadro il quotidiano rimane lo strumento essenziale del nostro lavoro. Condivido l’idea di un giornale aperto, che esprime la no­stra ispirazione politica, ma ricerca e si arricchisce anche di altri con­tributi, sollecita la collaborazione di altre forze. Il giornale dovrà avere a settembre un grande rilancio, e di questo rilancio deve farsi carico da un lato li nucleo del compagni che vi lavora e dall’altro, con non minore impegno, tutto il corpo del Manifesto ed in modo organizzato,

La soddisfacente diffusione di apri­le e di maggio era data, anche, da un lavoro di diffusione militante collegata alla campagna elettorale e che raggiungeva diverse migliaia di copie al giorno. Solo se un im­pegno di tale tipo accompagnerà ogni miglioramento redazionale ga­rantiremo la continuità della sua funzione politica.

Certo, tutto ciò vuol dire tenacia, che significa anche pazienza, ed anche tolleranza. È il meno che si può chiedere a chi Intraprende una marcia di migliaia di «lǐ».

(il manifesto 15.07.1972)

Gino Vermicelli e Andrea Cascella intervistati da Enrico Bosio

In poco più di una colonna del quotidiano, con la sua tipica capacità di sintesi Gino non solo spiega come e perché “abbiamo sbagliato” senza lasciar spazio a delusioni e risentimenti e prospetta il lavoro politico futuro dentro una logica di lungo periodo e respiro pensando al Manifesto come un corpo coeso che non vive solo della riflessione del gruppo nazionale che lavora alla rivista e al quotidiano, ma sa organizzarsi senza cedere alle pulsioni movimentiste e senza chiudersi nei confronti delle altre forze non riformiste.

Mi vengono in mente a questo proposito le parole scritte sul quotidiano da Rossanda il 22 maggio 1998 in ricordo dell’amico mancato il giorno prima.

«“Lo spessore di un’idea si misura nei tempi di bassa marea”, mi disse presto Gino Vermicelli, a metà degli anni Settanta, quando già pestavamo i piedi di fronte al riflusso del movimento e dovevamo riconoscere che l’incrocio che avevamo sperato tra la cultura dei comunisti, della quale i più vecchi fra noi si consideravano i portatori più limpidi e critici, e quella dei movimenti del ’68, non si era verificato. Il manifesto doveva attrezzarsi a un lungo periodo di navigazione controvento, ci dicevano i suoi occhi chiari, sorridenti come il suo parlare quieto e un po’ ironico.

E ci aiutò ad attrezzarci per traversate lunghe. Lo avremmo voluto a Roma, con noi, proprio in via Tomacelli, non solo per l’esperienza che non ci fece mai mancare, ma proprio per temperare le crisi generazionali che ci avrebbero tormentato prima, e gli eccessi di disincanto poi. Lui conosceva le stagioni che seguono alle speranze[6]

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L’articolo seguente ci mostra un volto di Vermicelli che allora apparve inaspettato, l’attenzione al tema ecologico e al suo intreccio con le diseguaglianze. Un Vermicelli ecologista meno noto che si ritrova in questo e in un altro articolo successivo su il manifesto relativo al ritardo della sinistra di fronte a questa tematica[7]e che successivamente troverà respiro nelle sue novelle fantastiche ironiche e pedagogiche ad un tempo.

Il Progresso Impazzito

di Gino Vermicelli

Quando, nel settembre del 1970, af­fermavamo nelle nostre «Tesi» che la maturità del comunismo è solo una faccia, quella positiva, della gigantesca contraddizione storica che viviamo, e che l’altra faccia è rappresentata dalla peggiore cata­strofe per l’umanità, molti ci considerarono una nuova specie di quaresimali dell’apocalisse.

Oggi, da tutt’altra sponda, arrivano le ricerche e le scoperte di un pre­stigioso gruppo di tecnocrati — il System Dynamics Group Massachu­setts Institute of Technology (Mit) — che con l’aiuto di una selva di computer giunge a dirci che la ca­tastrofe non è né improbabile né lon­tana.

Le considerazioni di questo cast di «teste d’uovo» sono esposte con pre­cisione di dati e di grafici in un libro della Est Mondadori. Lo studio è stato voluto dal «Club di Roma» che è una raccolta internazionale di personaggi influenti del sistema. È stato finanziato dalla Fondazione Volkswagen, la prefazione è di Aure­lio Peccei, uomo probabilmente one­sto ma della Fiat. Ebbene cosa ci dice il Mit? Ci dice che fra 30 anni 7 miliardi di individui popoleranno la terra; che il divario tra paesi ric­chi e poveri, stante all’attuale «sviluppo», si accentuerà, raggiungendo un rapporto di 110 a 1 tra il pri­mo e l’ultimo; che già oggi al mon­do muoiono ogni anno 10-20 milio­ni di persone per mancanza di der­rate alimentari, e si va a un aggra­vamento costante di questa carestia; che ogni ulteriore sviluppo agricolo intensivo costerà sempre più e com­porterà altri pericoli mentre il dissodamento di terre vergini (che co­prono una superficie pari a quella delle terre coltivate) è antiecono­mico.

Pur considerando terra ed acqua come perennemente rinnovabili e non riducibili, e dimostrando subito dopo che anche questi invece si riducono a causa dell’inurbamento e dell’inquinamento, vengono poi forniti dati circa la durata presumibile delle risorse minerali del globo. Stante alle riserve per ora conosciute, vi sarebbe: oro per 9 anni, rame epiombo per 21, mercurio per 13, gas naturale per ventidue, argento, stagno e zinco per una quindicina di anni. Anche prevedendo di quintu­plicare le riserve fin qui conosciu­te, risulterebbe ai computer che la crisi risolutiva delle materie prime arriverà tra il 2000 e il 2050.

E infine gli inquinamenti. I clorurati usati in agricoltura, il piombo, il mercurio ecc. vengono immessi nella biosfera a ritmo crescente, ed i loro effetti inquinanti si distribuiscono su tutto il pianeta. Solo per la produzione dell’energia, attualmente si immettono ogni anno nell’atmosfera diciotto miliardi di tonnellate di anidride carbonica.

I cervelli elettronici del Massachu­setts non sanno quale sia il valore limite superiore di sopportazione dell’inquinamento da parte del pianeta, per cui non possono darci una data precisa per il traguardo mortale. Ma i cervelli umani del Mit va­lutano che un limite esiste e che forse già lo rasentiamo.

 A conclusione dello studio, il Club di Roma avanza una serie di proposte. Sostanzialmente considera impossibile una continuazione della crescita esponenziale, che è stato il modello di «sviluppo» del sistema fino ad oggi e propone di adottare un nuovo modello detto stato di equilibrio glo­bale, i cui punti chiave sono:

1) mantenimento del livello di po­polazione a partire dal 1975;

2) uguaglianza tra tasso di investimento e tasso di deprezzamento del capitale industriale a partire dal 1990;

3) riduzione a 1/4 del valore attuale di uso di materie prime per unità di prodotto industriale a partire dal 1976;

4) orientamento dell’attività econo­mica della società verso servizi (istruzione, sanità), piuttosto che verso la produzione di beni mate­riali;

5) riduzione dell’inquinamento a 1/4 del valore del 1970;

6) impegno di ogni sforzo e capitale occorrente per la produzione di alimenti a prescindere dalla «economicità» di questa scelta;

7) dare la precedenza a tecniche di arricchimento e conservazione del suolo;

8) allungare la vita media dei prodotti, facilitarne la riparazione ed allontanare l’obsolescenza.
L’indagine del Mit è certo parziale.

Ai computer di Boston nessuno ha chiesto quale sia l’entità delle ric­chezze del mondo attualmente dissipate in puro spreco. Noi non abbiamo computer ma siamo grado di immaginare che mettendo insieme le spese belliche ai costi della burocrazia parassitaria, ag­giungendovi poi i consumi di qualche decina di milioni di privi­legiati, gli sprechi spaziali, e, ad esempio, i consumi inutili indotti dalla pubblicità, insieme a mille al­tre cose caratteristiche del modo di vivere di questa società, sco­priremo sicuramente che la mag­gior parte dei beni della terra non vengono attualmente usati ma sprecati. E tale spreco non è occa­sionale, ma entra nella logica del sistema, giacché ognuna delle spe­se inutili elencate è indispensa­bile al suo funzionamento. E so­prattutto nasconde grosse mistifi­cazioni.

Che senso ha parlare di limita­zioni delle nascite in un mondo dove il 40 per cento dei consumi e il 50 per cento dell’inquinamen­to sono dati da un paese come gli Usa dove vive il 6 per cento della popolazione mondiale?  Anche se nascessero meno arabi non si ri­durrebbe il consumo del petrolio, visto che il petrolio degli arabi è consumato da altri. L’idea di uno stato di equilibrio globale prima di avere risolto, e senza proporsi di risolvere, i pau­rosi squilibri del mondo è un in­ganno inaccettabile.  L’uomo che consuma mediamente 100 dollari all’anno non potrà mai accettare di vivere in condizioni di staticità con quello che mediamente ne fa fuori 10.000, in nome di un ri­sparmio comune delle ricchezze della terra.

Lo studio e il piano sono stati fatti, cioè, nella ottica, o almeno nei limiti del sistema. Ma nonostante il suo inconfondi­bile marchio, il Club di Roma non sarà ascoltato.

La società capitalistica non può esistere senza «nuove frontiere», cioè una crescita ad ogni costo e disordinata; crescita della produ­zione e dei profitti e dunque cre­scita dei consumi e soprattutto de­gli sprechi. Lo sfruttamento di ra­pina di tutte le risorse non ne è un dato incidentale, ne è la legge dominante. Il sistema non vi potrà mai rinunciare.

Il riformismo è soggetto alle stesse leggi. Per i riformisti ogni svilup­po sociale è legato e subordinato alla crescita produttiva intesa in senso tradizionale. In fondo la ve­ra ideologia dominante nell’Urss è quella dello «sviluppo delle forze produttive». La politica al posto di comando per costoro è una ere­sia. Togliattigrad, fatta ad imma­gine e somiglianza di Mirafiori ne è una espressione significativa.

Solo in Cina, e solo dopo la rivo­luzione culturale, si scorgono al­cuni elementi che ci permettono di intravedere un diverso tipo di sviluppo. Non per caso i computer del Mit dando alla Cina il più basso tasso di sviluppo del mondo commettono una gaffe ma­dornale.  Mettendo la politica al posto di comando, si delinea in Cina un tipo di sviluppo che è al di fuori degli schemi dell’economia classica, e pertanto incomprensi­bile e non contabilizzabile per chi conosce solo uno «sviluppo» basa­to su cause ed effetti di leggi eco­nomiche. Ed è in un paese relati­vamente arretrato (economicamen­te) come la Cina che vediamo sconfitte le carestie, risolti per l’essenziale i problemi del cibo, del vestiario e della sanità, realizzate fabbriche che non sono inferni per operai (giacché oltretutto vi lavo­rano manualmente anche i diri­genti). È in Cina che vediamo, con il «riciclaggio» generalizzato delle scorie svilupparsi un’azione antinquinamento assolutamente inimmaginabile per ora nelle società «opulente».

Cento anni fa il vecchio Engels scriveva: «… Ad ogni passo ci vie­ne ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la domi­niamo come chi è estraneo ad es­sa, ma che noi le apparteniamo con carne, sangue e cervello e viviamo nel suo grembo; tutto il nostro dominio sulla natura con­siste nella capacità che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle nel modo più appropriato…

Ma anche in questo campo noi riusciamo solo gradualmente ad acquistare una chiara visione degli effetti sociali mediati, remoti, del­la nostra attività produttiva, at­traverso una lunga e spesso dura esperienza, e attraverso la raccolta e il vaglio del materiale storico; e così ci è data la possibilità di dominare e regolare anche questi effetti.

Ma per realizzare questa regola­mentazione occorre di più che non la sola conoscenza. Occorre un completo capovolgimento del modo di produzione da noi seguito fino ad oggi, e con esso di tutto il no­stro ordinamento sociale nel suo complesso».

(il manifesto 25.08.1972)

Foto di Daniel Moqvist su Unsplash

La vista lunga di Vermicelli: il nesso stretto fra sviluppo, ambiente e disuguaglianze non può trovare soluzioni “tecniche” o “tecnocratiche” che o sono illusorie o aumentano le differenze sociali. Oggi che le diseguaglianze si sono accresciute ad un livello impensabile 55 anni fa[8] e la logica dello sviluppo è diventata universale (Cina compresa), la questione di un diverso modello sostenibile ed equo è più che mai attuale ed è strettamente politica.

«Le tecnologie verdi vengono spesso indicate come soluzione, unica e potenzialmente definitiva, alle sfide poste dall’adattamento e la mitigazione del cambiamento climatico. Tuttavia, questa soluzione tecno-ottimista, o technological big fix, sottende una visione semplicistica del processo di riorganizzazione profonda del capitalismo contemporaneo necessario per far sì che la transizione sostenibile possa essere davvero efficace e giusta. La nostra tesi è che la “tecnologia verde” non possa rappresentare una soluzione integrale alla crisi climatica. Le tecnologie verdi non sono una soluzione universale. Se adottate senza un orizzonte equo, possono aumentare le disuguaglianze, dividendo i territori tra chi beneficia della transizione e chi ne subisce le conseguenze. Inoltre, dipendono da minerali critici, estratti spesso in modi dannosi per l’ambiente e le comunità locali.»[9]


[1] Come per il post precedente gli originali che ho potuto consultare sono depositati presso la Biblioteca Aldo Aniasi della Casa della Resistenza in connessione col Fondo “Alberganti Albertini” del Centro di Documentazione.

[2] Intervista curata da Marino Viganò e pubblicata, dopo la morte di Cefis, su “PALOMAR” Rivista di cultura e politica 2/2006, consultabile per esteso >QUI<

[3] Viva Babeuf!, 2^ ed. Tararà, Verbania 2008, p. 284-285.

[4] Ivi, p. 291-292.

[5] Babeuf, Togliatti e gli altri, Tararà, Verbania 2000, p. 120.

[6] Rossana Rossanda, Gino Vermicelli. Un amico delle stagioni che seguono le speranze, in “il manifesto quotidiano” del 22.05.1998. L’articolo è reperibile nell’Archivio storico de il manifesto >QUI<

[7] Rinascita, il manifesto e l’ecologia (Il manifesto quotidiano 5.11.1972).

[8] “Il 2024 è stato un anno particolarmente favorevole per chi occupa le posizioni apicali della piramide sociale globale. La ricchezza aggregata dei miliardari è cresciuta tre volte più velocemente nel 2024 rispetto al 2023.3 L’anno scorso Oxfam prevedeva la comparsa del primo trilionario entro un decennio, ma al ritmo attuale di crescita della ricchezza estrema, entro dieci anni i trilionari potrebbero essere 5.4 Nel frattempo, secondo la Banca Mondiale, il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà di 6.85 dollari al giorno è rimasto pressoché invariato rispetto al 1990”. OXFAM BRIEFING PAPER – GENNAIO 2025, p. 5. Il Rapporto è scaricabile >QUI<

[9] Forum Disuguaglianze Diversità, Le parole per il cambiamento, p 110. Il testo completo è scaricabile >QUI<

From → Πόλις, Memoria

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