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“Sperimentare la scuola”. Un pezzo di storia

È stato pubblicato dall’editore Blônk Sperimentare la scuola. Storie di buone prassi (Pavia, gennaio 2023) curato da un gruppo di docenti di quella che fu la “Maxi-sperimentazione” dell’Istituto Lorenzo Cobianchi[i] di Verbania. Non poteva e non voleva essere la storia completa di quella esperienza quarantennale (1974 – 2014) in cui hanno lavorato più di trecento insegnanti e che ha diplomato 2256 studenti, ma la ricostruzione sintetica di alcune delle esperienze didattiche che gli autori hanno direttamente sperimentato; per non perderne memoria e come possibile stimolo a chi oggi lavora nella scuola[ii].

Il libro “è dedicato a Carla Rossi Bozzuto[iii], che ha dato vita e curato la Maxi-sperimentazione dell’Istituto tecnico Lorenzo Cobianchi di Verbania. Senza di lei questa sperimentazione non sarebbe stata possibile.”


Scheda dell’editore

Il racconto di come venne ideata e condotta la Sperimentale, dalle voci dei suoi protagonisti. Un contributo sorprendentemente attuale al dibattito contemporaneo.

Nel 1974 un gruppo di insegnanti dell’Istituto tecnico industriale Cobianchi di Verbania, su impulso del Ministero della Pubblica Istruzione e con l’incentivo del Preside del tempo, ideò un originale modello di scuola secondaria superiore, che permettesse di modernizzare la scuola sentita, in quegli anni, come obsoleta e bisognosa di innovazione.

La Maxi-sperimentazione o Sperimentale, come venne chiamata, è stata fondata, sviluppata e autogestita dagli stessi insegnanti che l’avevano ideata ed è continuata fino al 2010, anno della riforma Gelmini che, oltre alle varie modifiche, ha sancito la fine di tutte le esperienze di sperimentazione. Nel suo lungo periodo di vita, la Maxi-sperimentazione è cambiata, anche attraverso i contributi di tutti gli insegnanti che negli anni vi hanno lavorato, così come sono cambiati i tempi e il milieu culturale, politico e sociale del nostro Paese, fino a quando è stata definitivamente chiusa. Ne parlano i protagonisti, insegnanti e studenti.

Con contributi di

Marina Beretta, Cristina Bolelli, Guido Boschini, Patrizia Favati, Mercedes Filippi, Rocco Minerva, Gianmaria Ottolini, Francesca Paracchini, Barbara Pesce, Luca Sarasini

Conclusioni a cura di:

Roberto Maragliano e Cristiano Corsini

“Le esperienze che vengono descritte, e le modalità con cui sono state condotte, assumono ancora più valore se slegate dalla particolare cornice della Sperimentale; infatti, grazie al Regolamento sull’autonomia scolastica, tutte le scuole possono ancora oggi condurre simili esperienze e improntare le proprie attività sulla condivisione, sul lavoro in équipe e sulla ricerca didattica”. Dalla prefazione a cura di Cristina Bolelli e Guido Boschini

Indice dettagliato

pagina 3     SPERIMENTARE LA SCUOLA.

STORIE DI BUONE PRASSI

5     Gli autori

9     Dedica a Carla Rossi Bozzuto

11   Presentazione di Cristina Bolelli e Guido Boschini

14     Ricerca e formazione, di Guido Boschini e Barbara Pesce

19     Laboratori e tecnologia, di Guido Boschini e Barbara Pesce

23     Chi impara cosa? Il metodo di studio, di Patrizia Favati

41     Numeri in libertà? La valutazione per obiettivi, di Mercedes Filippi e Rocco Minerva

65     II lavoro d’equipe e le sue articolazioni, di Gianmaria Ottolini

92     Cronologia dell’esperienza di Maxi­sperimentazione presso l’Istituto Cobianchi, di Cristina Bolelli

101     La voce degli studenti – esperienze nei corsi di Maxi-sperimentazione Biologico, Linguistico Moderno e Scienze Umane e Sociali, di Marina Beretta, Francesca Paracchini e Luca Sarasini

110    Conclusioni a cura di Roberto Maragliano e Cristiano Corsini

119    Allegati e documenti:

  • Piano orario del primo Biennio della Maxi-sperimentazione
  • La professionalità di base e le esperienze di studio-lavoro. Documento elaborato nell’a.s. 1982/1983
  • Progetto Qualità. Scheda di osservazione della comunicazione non verbale
  • Convegno Come noi nessuno mai – 26 e 27 ottobre 2001. Ventitré enunciati in discussione
  • Estratti da Professione studente
  • Esempio di prova strutturata per obiettivi (Lingua inglese)

Link citati

Nel mio contributo faccio riferimento ad alcuni collegamenti ipertestuali. Li riporto di seguito come link attivi per comodità di chi utilizza l’edizione cartacea.

Ulteriore documentazione

Il libro riporta in appendice ventisette pagine di allegati, una piccolissima parte del materiale allora prodotto; non si poteva pensare di ampliare ulteriormente questa sezione senza rendere il volume estremamente pesante. Sfruttando le possibilità più agili di un blog ne allego alcuni altri linkabili in formato PDF.

  • Analisi dell’esperienza “Area elettiva”: il piano di studi del primo Biennio della Sperimentazione[iv] era suddiviso in Area comune, Altre attività (Sport, Studio), Area di Progetto, Area opzionale e Attività elettive. Su richiesta del ministero, in un’ottica di risparmio, sia l’Area di Progetto che le Attività elettive vengono abolite[v]. Riporto una ricostruzione di quest’ultima esperienza presente così come è stata ricordata all’interno del progetto di ricerca “Verbania Tempo Libero”[vi]: scaricabile < qui >.
  • Tirocinio presso la Scuola Elementare. Previsto per gli studenti di Scienze Umane e Sociali[vii] nel corso degli anni si è consolidato e le sue modalità e gli strumenti per l’osservazione e la progettazione sono stati riportati in un apposito Libretto: scaricabile < qui >.
  • Scheda di osservazione della comunicazione verbale e dell’interazione didattica: negli allegati, tra gli strumenti elaborati all’interno del Progetto Qualità[viii], abbiamo riportato la “Scheda di osservazione della comunicazione non verbale”; in parallelo a quest’ultima veniva proposta quella relativa all’interazione verbale: scaricabile < qui >.
  • Ricerca di Romagnano – Indirizzo di Scienze Umane e Sociali: Estratto dal n. 4/1980 di Ieri Novara Oggi[ix], articolo introduttivo su ricerca storica e didattica e analisi complessiva dell’esperienza realizzata in collaborazione con l’Istituto Storico della Resistenza di Novara[x]. Scaricabile < qui >.
  • Ricerca di Romagnano – Indirizzo elettronico: Estratto dal n. 4/1980 di Ieri Novara Oggi[xi], articolo sul ruolo dell’informatica nella ricerca storica e relazione sull’attività degli studenti.  Scaricabile < qui >.
  • Gli studenti nell’Area di progetto. Osservazione del clima socio-emotivo: gli studenti incaricati quali osservatori del progetto in corso negli Indirizzi Biologico-Sanitario e Chimico[xii] erano divisi in tre gruppi che attuavano modalità osservative diversificate. Il “Gruppo ombra”ha impiegato la metodologia Shadowing. La loro reazione è scaricabile < qui >.
  • Pratiche di formazione e manutenzione del Gruppo classe: dopo aver partecipato nel marzo 2006 al Seminario nazionale La categoria della complessità, organizzato a Sezze dalla rete di scuole Passaggi – Le scienze sociali in classe, il nostro indirizzo di Scienze umane e sociali è stato invitato a collaborare al testo, del Consiglio italiano per le Scienze sociali, Nuovi saperi per la scuola[xiii]. Il nostro contributo, nella versione originaria inviata all’editore, è scaricabile < qui >.

Recensioni e presentazioni

Beatrice Archesso, su La Stampa del 27.01.2023
Amelia Stancarelli, sul sito online La Società in Classe
Paola Giacoletti, su EcoRisveglio del 1.03.2023


[i] Per una contestualizzazione di quella esperienza cfr. su questo blog la parte introduttiva di La sperimentazione ex art.3. Un intervento del 1984.

[ii] Per una analisi approfondita del periodo delle sperimentazioni in Italia, uno studio a tutto campo è reperibile online: la Tesi di Dottorato di Giordano Lovascio presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo BoGovernare il cambiamento. Sperimentazione e società nella scuola superiore tra anni Settanta e Ottanta”. L’Istituto Cobianchi è ampiamente riportato così come le figure che diedero vita all’esperienza.

[iii] Così di lei si scrive nella Tesi sopra citata di Giordano Lovascio: “L’Istituto [Cobianchi] partecipò fin dal 1974 al processo sperimentale, sotto la guida del preside Rattazzi […] e della professoressa Carla Rossi Bozzuto, insegnante di Italiano e Storia e caparbia coordinatrice della sperimentazione: in prima fila negli anni segnati dal dibattito sulla riforma” (pag. 332).

[iv] Cfr. Sperimentare la scuola …pag. 119-121.

[v] Cfr. pag. 96-97.

[vi] Cfr. pag. 85.

[vii] Cfr.  pag. 80-81 e nota 39.

[viii] Cfr. pag. 76-77.

[ix] Pag. 269-299: “Didattica della storia: alcune ipotesi, una esperienza” a cura di A. Mignemi, R. Negroni, G. Ottolini.

[x] Cfr. pag. 82-83.

[xi] Pag. 300-315: “Scuola, Ricerca e strumenti informatici” a cura di G. Margaroli.

[xii] Anno scolastico 1996/97: cfr. pag. 81-82

[xiii] C. Pontecorvo e L. Marchetti, Nuovi saperi per la scuola. Le Scienze Sociali trent’anni dopo, Marsilio – Consiglio Italiano per le Scienze Sociali, Venezia 2007: pag. 157-175.

Marcia su Roma di Mark Cousins: decostruzione di un mito

Ma quando avvenne la “marcia”?

Come è noto c’è una data ufficiale che però non sembra corrispondere ai fatti. Vediamo di ricapitolare cosa avvenne dal 24 al 31 ottobre 1922.

  • Il 24 ottobre in una grande adunata a Napoli convergono squadre fasciste specie dal centro sud. Mussolini lancia la sfida al governo Facta:

«Noi fascisti non intendiamo andare al potere per la porta di servizio … Noi vogliamo diventare Stato! …  O ci daranno il Governo o ce lo piglieremo noi calando su Roma».

  • Per organizzare e guidare la marcia, stabilita per il 27 ottobre, sono designati i “quadrumviri” (Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare De Vecchi e Michele Bianchi) che pongono la loro sede a Perugia (Hotel Brufani). Mussolini invece staziona presso la sede del Il Popolo d’Italia a Milano da dove gestisce direttamente i contatti politici.
  • Dal 26 e in pieno sviluppo il 27 e 28 la mobilitazione fascista si concentra in tutti i capoluoghi di provincia: il piano prevedeva l’occupazione degli edifici pubblici, rastrellamento di armi, mantenimento di presidi armati e invio a Roma, in camion e soprattutto in treno, delle squadre più organizzate[1].

  • Il 27, in seguito alle notizie provenienti dalle prefetture di tutto il paese sulla insurrezione in atto, Facta dichiara lo Stato d’Assedio che il re non firmerà.
  • 28 e 29: Facta si dimette e si profila un governo Salandra che inglobi i fascisti. Mussolini con un editoriale del Il Popolo d’Italia respinge l’ipotesi:

« … la vittoria non può esser mutilata da combinazioni dell’ultima ora. Per arrivare a una transizione Salandra non valeva la pena di mobilitare. Il Governo dev’essere nettamente fascista.» (29 ottobre)

Il re convoca Mussolini per formare il nuovo governo.

  • Alle 10.30 del 30 ottobre Mussolini giunge a Roma in treno e, dopo aver ricevuto formalmente l’incarico dal re, forma un governo di coalizione. Le prime squadre entrano a Roma nel pomeriggio
  • Il 31 il grande corteo fascista attraversa Roma; le immagini di quella sfilata verranno perlopiù retrodatate al 28.

Così commenta Franzinelli:

“Il raffronto tra il calendario della politica e l’acme dell’insurre­zione evidenzia un dato di fatto lapalissiano: la marcia su Roma non precedette, bensì seguì la nomina di Mussolini a capo del governo. Il duce, insomma, anticipò (in vagone-letto) le colon­ne che, alla resa dello Stato liberale, si rimisero in marcia, o me­glio salirono sui treni, per sfilare nella capitale, omaggiando il re e il duce, divenuto – grazie a loro – presidente del Consiglio.

Il nascente governo è nominalmente di coalizione tra fa­scisti, nazionalisti, popolari, liberali e democratici, ma il fatto che Mussolini, oltre che presidente del Consiglio, sia ministro dell’Interno e ministro degli Esteri, che il segretario del PNF, Michele Bianchi, divenga segretario generale dell’Interno e il quadrunviro Emilio De Bono direttore generale della PS, fa in­tendere che il fascismo si fa Stato, mentre gli alleati sono privi di reale incidenza.

Comunque, se di colpo di Stato si può parlare, esso fu perpe­trato non già a Roma, ma alla periferia, con l’occupazione di pre­fetture, questure e uffici pubblici di mezza Italia, il 27-28 ottobre.”[2]

Le premesse dell’insurrezione

Alle elezioni del novembre 1919 il movimento fascista, nato il 23 marzo di quell’anno (Fasci italiani di combattimento), non elegge nessun deputato. Due anni dopo, in quelle del maggio 1921, entrato in coalizione nei “Blocchi nazionali” proposti da Giolitti, elegge 35 deputati fra cui lo stesso Mussolini e il 7 novembre si costituisce il Partito nazionale Fascista (PNF) strutturato a livello paramilitare con posizioni nettamente reazionarie e antisocialiste.

Le squadre fasciste intervengono contro gli scioperi sia bracciantili che operai, contro le leghe e i sindacati, contro le Case del popolo e le redazioni dei giornali avversari, contro le amministrazioni socialiste e repubblicane; azioni violente quasi sempre tollerate dalle forze dell’ordine e impunite dalla magistratura. Le violenze crescono in modo esponenziale durante tutto il 1921 e già si hanno alcuni casi di occupazioni di città come Treviso nel luglio e Ravenna nel settembre di quell’anno. La conquista dei capoluoghi diverrà sistematica a partire dal maggio 1922 sostenuta da una crescita sia di iscritti che di sezioni del PNF (oltre 1300 sezioni e 323.000 iscritti).

“La conquista militare investe i baluardi socialisti. Con tecnica collaudata, la mobilitazione inizia nelle campagne e culmina nei centri urbani. Decisiva è la «rapidità di spostamento»: monta­ti su treni (senza munirsi di biglietto) o su camion (privi di targa per depistare le indagini), gli squadristi scorraz­zano indisturbati di regione in regione. Al contrario, i socialisti si caratterizzano per l’«immobilità»: radicati nella borgata o nel quartiere, vengono sbaragliati dalla guerra di movimento, che moltiplica le energie e accresce la «specializzazione» dei profes­sionisti della violenza. Il dislivello tra le due concezioni pena­lizza le sinistre, legate a una cultura localistica.”[3]

Solo Parma, con il socialista Guido Picelli e gli Arditi del popolo riuscirà a resistere anche dopo il fallimento nel resto del paese dello “sciopero legalitario” indetto dalla Alleanza del Lavoro all’inizio di agosto: ancora il 14 di ottobre Italo Balbo, alla guida di almeno 10.000 fascisti, dovrà rinunciare ad occupare la città ritirandosi.

Il mito della marcia su Roma

La sacralizzazione della marcia sarà rapida: il 28 ottobre 1922, verrà proclamato quale inizio dell’Anno I dell’era fascista. Già nel primo anniversario del 1923, ancora con il governo formalmente di coalizione, verrà dichiarata una festa nazionale di 4 giorni e per l’occasione verranno coniate monete d’oro da 20 e 100 lire ed emessa una serie di francobolli «per celebrare la data dell’avvento al potere del Fascismo».

Viene organizzata una replica della marcia ed emessa una amnistia che in realtà servirà solo per liberare i fascisti condannati per le violenze precedenti alla marcia. L’indicazione del 28 quale data ufficiale della marcia ha un significato preciso: solo dopo la “conquista” da parte delle truppe fasciste della città di Roma, il re avrebbe nominato Mussolini capo del governo.

E annualmente il mito viene “potenziato” e celebrato dai discorsi di Mussolini, così come il numero di “caduti” fascisti durante la marcia cresce di anno in anno e ancor più i “brevetti” rilasciati ai partecipanti sia veri che presunti, tal che tale onorificenza verrà esplicitamente assegnata anche a chi non ha affatto partecipato alla marcia ma è comunque considerato meritevole per aver contribuito al successo del fascismo[4].

L’immagine celebrata sarà quella di una perfetta organizzazione militare guidata da Mussolini in persona. Margherita Sarfatti nel suo Dux scriverà

 “Il Duce imbraccia il fucile … la Vittoria non sarà mutilata”

La vittoria del fascismo diventa allora prosecuzione di quella di Vittorio Veneto: vittoria anche contro il nemico interno. E alle celebrazioni civili si aggiungono annualmente quelle religiose di ringraziamento per la sconfitta del comune nemico bolscevico.

Nel Decennale il mito assurge alla sua massima espressione. Viene Celebrata sia l’insurrezione che le opere realizzate dal regime. Il 29 ottobre 1932 viene inaugurata a Roma al Palazzo delle Esposizioni la Mostra della Rivoluzione Fascista allestita da Mario Sironi: 15.000 fotografie distribuite in 15 sale con citazioni del duce fino all’ultima sala Q dedicata alla marcia assunta a mito astorico di rilevanza decisamente maggiore della Presa della Bastiglia, che celebra la Bellezza e perfezione della macchina diretta dal DUX. La mostra avrà due anni di aperura e quattro milioni di visitatori.

Numerose le opere memorialistiche come il Diario 1922 di Italo Balbo e quelle cinematografiche. Il regista Alessandro Blasetti realizza il documentario propagandistico, commissionato dal Ministero dell’Istruzione, Il Decennale che verrà proiettato in tutte le scuole elementari e medie. Giovacchino Forzano realizza Camicia nera una fiction propagandistica ove l’avvento e le opere compiute dal fascismo nel decennale sono “riscoperte” da un ex combattente che aveva perso la memoria. La fiction più significativa sarà realizzata l’anno dopo da Blasetti con Vecchia guardia: la vicenda, ambientata a Viterbo nel 1922, esalta le imprese degli squadristi locali, capitanati dal reduce della Grande Guerra Roberto Cardini (interpretato da Mino Doro), che con scontri violenti e olio di ricino costringono operai e infermieri a interrompere gli scioperi. Alle imprese squadriste partecipa anche il giovanissimo Mario, fratello di Roberto, che morirà negli scontri.  La vicenda si conclude con le squadre fasciste di Viterbo che partono per Orte e di lì partecipare alla marcia per la capitale. Il film, nella versione tedesca, piacque particolarmente a Hitler che volle incontrare Blasetti e il dodicenne Franco Brambilla, l’interprete di Mario Cardini.

Gli equivoci della demitizzazione

Nell’ambito dell’antifascismo e delle sinistre dell’epoca si può osservare una sostanziale sottovalutazione del movimento fascista e del significato della marcia su Roma: di fronte alla retorica del mito fascista si punta spesso alla demitizzazione amplificando aspetti grotteschi e contrapponendo l’ironia alle esaltazioni roboanti. Lasciando sottotraccia il fatto che il fascismo ha preso rapidamente il potere, annullando le opposizioni e assumendo rapidamente il carattere di una dittatura totalitaria.

I comunisti del PCd’I nel loro organo torinese L’Ordine Nuovo a più riprese tra il 1921 e il ’22 esprimono questa sottovalutazione: il fascismo “è caratterizzato dall’incapacità organica di darsi una legge, a fondare uno Stato”[5]; “I fascisti vogliono buttare giù il baraccone parlamentare? Ma noi ne saremmo lietissimi.”[6] Nei giorni dell’insurrezione il PCd’I pensa a una sceneggiata che si concluderà con una divisione di poltrone gestita da Giolitti e il 28 ottobre l’editoriale de L’Ordine Nuovo recita “Nella sorda lotta tra liberali e fascisti il proletariato non può parteggiare: esso non può che attendere lo svolgersi degli avvenimenti”. La notte successiva redazione e tipografia verranno devastate e il giornale comunista potrà in seguito uscire solo in fogli ciclostilati clandestini.

La Confederazione Generale del Lavoro rifiuta di proclamare uno sciopero generale antifascista “per non compromettere la propria indipendenza”; tre anni dopo il regime metterà al bando ogni sindacato non fascista e  la CGdL si dividerà fra chi sceglie l’autoscioglimento e chi (sinistra sindacale) ricostituirà clandestinamente il sindacato all’estero.

Nel 1923, nel primo anniversario della marcia l’organo socialista Avanti! la definirà una: “passeggiata goliardica, ricca di pittoresco, scarsa d’azione”. Già sottoposto ad attacchi e devastazioni anche l’Avanti! dovrà poi passare alla clandestinità con redazione all’estero a seguito delle leggi fasciatissime del 1926.

L’atteggiamento di sottovalutazione delle forze organizzate (e divise) delle sinistre e più in generale antifasciste si riflette nelle posizioni di molti esponenti di rilievo che nei loro scritti esprimono spesso la loro avversione al fascismo con l’ironia e la demitizzazione. Possiamo ricordare Emilio Lussu con la sua Marcia su Roma e dintorni (1931) che mette alla berlina in particolare (ma non solo) i fascisti sardi, Ignazio Silone che nel suo saggio Il fascismo. Origini e sviluppo, terminato nel 1931 e pubblicato prima in tedesco nel 1934, parla della marcia non come una rivoluzione ma di “una normalissima parata”; ancor più corrosivo Gaetano Salvemini nelle sue Lezioni di Harvard (1933)

“Dopo la revoca del decreto di stato d’assedio, nel pomeriggio del 28 ottobre e per tutto il giorno 29 e la notte seguente, migliaia di fascisti avevano «marciato su Roma», unendosi a coloro che già avevano «marciato» nella notte del 27 e la mattina del 28. Al­cuni di loro, come il Duce, «marciarono» in vagone letto; la mag­gioranza «marciò» nei treni che erano stati presi d’assalto, altri su camion, alcuni a cavallo o anche a piedi. Al loro passaggio vi fu ovunque un incredibile massacro di polli e intere botti di vino vennero ridotte all’asciutto; e quel contadino che fosse stato tan­to indiscreto da reclamare i propri diritti di proprietà su una gal­lina o su un fiasco di vino correva il rischio di passarsela brutta, come «comunista» e «nemico della patria. … Quando tutto fu preparato per questa ridicola dimostrazione, finalmente nel pomeriggio del 31 ottobre la dimostrazione ebbe luogo. Cinquantamila uomini sfilarono in parata per le strade di Roma per celebrare la loro vittoria, dopo una «marcia su Roma» che non c’era mai stata.”[7]

L’unica voce lucida dissonante sembra essere quella di Piero Gobetti: in occasione del primo anniversario della marcia su La Rivoluzione Liberale scrive che Mussolini:

«in un anno di go­verno ha spezzato tutte le resistenze, ha costretto tutti gli uomini a piegarsi, a rinunciare alla loro dignità. Ha ridotto alla schiavi­tù liberali, democratici, popolari», mentre «il regime si consoli­da, trionfa di tutte le opposizioni, canzona tutti gli avversari»[8].

Non c’è da meravigliarsi se questa lettura demitizzante e dissacrante del fascismo nel dopoguerra sia rimasta quale eredità nella cultura e nell’immaginario del nostro paese.

Ne è chiara espressione nel 1962 il film La marcia su Roma di Dino Risi con Gassman e Tognazzi nella vesti di non molto convinti squadristi che dopo alterne vicissitudini, compreso un periodo in galera, parteciperanno inizialmente alla marcia per poi dissociarsene a seguito di episodi di eccessiva violenza di propri commilitoni. Abbandonata la camicia nera e indossati vestiti borghesi osserveranno perplessi la grande sfilata per le vie di Roma. Si inseriscono nel filmato alcune sequenze di A noi! (cfr. sotto) ma il contesto (e lo sguardo) è quello di una commedia all’italiana che dal film trapassa agli eventi storici. E all’immaginario collettivo.

Vi è una certa difficoltà da parte italiana a guardare al fascismo senza cadere in sottovalutazioni. Anche un intellettuale come Umberto Eco che pur ha sottolineato il pericolo di un ritorno del fascismo, sia pur in forme diverse, nel suo Il fascismo eterno[9] affermerà che «Il fascismo fu certamente una dittatura, ma non era compiutamente totalitario»: la sua forma di dittatura, diversamente dal regime totalitario nazista, può esser definita come un «Totalitarismo fuzzy» (ovvero sfumato, incerto). Dimenticando che Hitler fu un ammiratore e di fatto un allievo di Mussolini di cui volle imitarne le gesta in terra germanica, anche se inizialmente in modo sostanzialmente maldestro con il Putsch di Monaco (novembre 1923).

Nell’immaginario e nella cultura italiana è perdurata questa sottovalutazione del fascismo implicitamente autoassolvendoci di esserne stati i “padri” il che ci ha permesso di (o meglio ci siamo permessi) di non fare i conti su cosa il fascismo effettivamente è stato e ha comportato come conseguenze non solo in Italia. Diverso lo sguardo di storici non italiani: ne cito due.

Lo storico tedesco Hans Woller che in Mussolini il primo fascista[10] sulla base della documentazione degli archivi tedeschi evidenzia il debito di Hitler nei confronti di Mussolini, il carattere totalitario del suo regime che ha fascistizzato lo Stato italiano divenendo l’originario riferimento internazionale per tutti i movimenti politici e regimi autoritari di destra.

Lo storico argentino Federico Finchelstein che nel suo saggio Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale[11] sottolinea che quando diventò un regime, nell’Italia del 1922, il termine «fascismo» ricevette un’atten­zione su scala mondiale da parte di numerosi movimenti politici antidemocratici che vi si ispirarono.

“Come osserva lo storico del fascismo giapponese Reto Hoffmann, i movimenti fascisti «indossavano un arcobaleno di camicie» – color acciaio in Siria, verde in Egitto, blu in Cina, arancione in Sud Africa, oro in Messico – e queste varianti dicono molto sugli specifici adattamenti nazionali di quella che chiaramente era un’ideologia globale. A questa connessione fra ideologia e vestiario si potrebbe aggiungere il classico bruno in Germania e, ovviamente, il nero in Italia, l’azzurro in Portogallo e in Irlanda, il verde in Brasile. Ispirandosi a un rifiuto globale dei valori democratici universali, il fascismo mostra­va una tavolozza ideologica chiaramente collocata all’estrema destra dello spettro politico.”[12]

No!, la marcia su Roma non fu una parata folkloristica ma la messa in scena finale di una insurrezione e il fascismo non fu una barzelletta. Le barzellette erano semmai lo strumento (debole) di chi non voleva piegarsi fino in fondo al regime e, se da questo punto di vista erano comprensibili, ripetute dopo (o il loro spirito) diventano falsificazione storica e copertura della mancata resa dei conti con le nostre responsabilità storiche.

Le letture da fuori (dall’estero) ci ricordano due cose almeno: che Hitler fu ammiratore ed allievo di Mussolini, da cui riprese ideologia e modalità d’azione e che il fascismo italiano diffuse nel mondo un germe malato. Una varante oscura della modernità: i fascismi si diffusero non solo in Europa ma in tutti i continenti come ci ricorda Finchelstein quali movimenti politici organizzati in forme paramilitari che utilizzano la violenza contro avversari in ripudio della democrazia.

Se teniamo conto di tutto questo la lettura di Mark Cousins diventa più comprensibile. Abbiamo avuto bisogno di un regista straniero per permetterci finalmente di ripercorrere con occhio diverso il 1922 e quanto malauguratamente ne seguì.

Il regista Mark Cousins

“Sono cresciuto a Belfast, dove la guerra era costante, seppure non a livelli troppo elevati. Ero un ragazzo nervoso, forse lo sono ancora, entrare in un luogo come una sala con quelle sue grandi luci, mi pareva che il cinema mi stringesse tra le sue braccia, rispondeva a quell’esigenza condivisibile di stare insieme, di socializzare e al contempo permetteva di fuggire, di andare fuori, rappresentava una forma di evasione. Non c’era però né un libro né una pellicola che spiegassero questa sensazione in maniera accettabile, per questo ho fatto The Story of Film: An Odyssey.”[13]

Regista irlandese, anche se nato a Coventry nel 1965, inizialmente i suoi interessi e studi sono indirizzati alla storia dell’arte per poi rivolgersi al cinema che considera la forma d’arte principale del XX secolo, in grado di rivolgersi ad ogni sorta di pubblico. Inizia come conduttore televisivo di della serie prodotta dalla BBC Moviedrome in cui presenta film poco noti (una sorta di “Fuori orario” britannica) per poi produrre numerosi documentari sulla storia del cinema sino alla sua opera principale: The Story of Film: An Odyssey (2011). L’intento non è filologico, né nostalgico ma volto a far rivivere la magia dello sguardo “altro” del cinema con una visuale non limitata all’occidente ma con forte attenzione internazionale alle cinematografie asiatiche e africane. In altre sue opere si dedica in particolare a due temi: il cinema e i bambini (A Story of Children and Film, 2013) e la cinematografia delle registe (Women Make Film: A New Road Movie Through Cinema, 2018). Importante anche la sua rilettura della filmografia di Orson Welles (Lo sguardo di Orson Welles, 2018).

Il metodo di analisi Cousins non è storico ma semiotico dove le sequenze rimandano ad altre sequenze in una sorta di Mise en abyme; analogamente la successione dei temi non segue un ordine logico ma analogico e magari casuale.

“Leggenda vuole che, quando lavori a uno dei suoi documentari, segua un procedimento analogico, scrivendo nomi o scene di pellicole su pezzi di carta 4×3, che poi mescola a suo piacimento sul pavimento del suo ufficio. Da qui parte tutto un lavoro che poi troverà la sua definitiva fine in sede di montaggio.”[14]

Due rimandi filmici di un secolo fa

Prima di addentrarci nel docu-drama Marcia su Roma qualche cenno ai due rimandi fondamentali di Cousins, entrambi facilmente visionabili integralmente online.

Opera della prima e prolifica regista italiana Elvira Notari, il lungometraggio È piccerella (1922), ispirato nel titolo e parzialmente nella vicenda ad una canzone del noto musicista napoletano Salvatore Gambardella, narra l’amore funesto di Tore per la giovane Margaretella che innamorati tanti ne aveva già avuti e tanti ne aveva lasciati. Pur di legarla a sé Tore, con regali sempre più costosi, rovina economicamente anche la propria famiglia. Il tutto finirà in tragedia con il ferimento di Tore in un duello di coltello e pistola con un altro pretendente, la morte di sua madre ridotta in miseria e, ormai abbandonato dalla piccerella, la sua uccisione della giovane ammaliatrice. La scena finale ci mostra Tore in carcere in preda ai suoi incubi di un amore malato.

Al di là della vicenda melodrammatica il film ci dà uno spaccato efficacissimo della vita collettiva napoletana: la sfilata tra due ali di folla delle carrozze e delle prime autovetture di ritorno dal pellegrinaggio delle giovani ragazze accompagnate dai familiari dal Santuario di Montevergine, i pranzi d’obbligo in trattoria  dopo il digiuno per il pellegrinaggio, la vita nei bar e i balli nei ristoranti,  la festa di Santa Maria del Carmine con l’affollamento al mercato, l’addobbo dei balconi delle case patrizie, la folla che assiste partecipe alla fantasmagoria dei fuochi d’artificio.

Il film, come altri della Notari, ebbe notevole successo sia in Italia che tra gli emigrati negli Stati Uniti che potevano ritrovarvi una rappresentazione veritiera della vita in madrepatria. Il film è in sostanza una carrellata delle passioni, spesso estreme, dei napoletani rappresentate anche in modo crudo come nel duello o nella uccisione di Margaretella. Il critico Yann Esvan nel suo commento su E Muto Fu ne intravede una anticipazione del neorealismo:

“… è proprio questa caratteristica [la crudezza e i comportamenti esasperati] a far emergere il cinema della Notari rispetto ai suoi contemporanei, che diventa un primo passaggio verso quel cinema neorealista che prenderà forma solo nel dopoguerra. Se per noi, quindi, il cinema della Notari è ricco di spunti ed interessi, non era invece così amato dal regime, che appena possibile cercò di sostituire questa Napoli ferina ad una raggiante e priva di ombre come in Vedi Napule e po’ mori di Perego (1928) … . Un’altra caratteristica dei film della Notari è l’attenzione al folklore locale, con la presenza di tante processioni e feste patronali, ma anche quella di variare molto la lingua delle didascalie che spazia dall’aulico al napoletano”.

È piccerella è visionabile integralmente <qui>.

Passiamo ora al film ufficiale della marcia su Roma: A noi! del regista lombardo Umberto Paradisi (1878-1933); la pellicola è stata di recente restaurata a cura dell’Archivio Storico Luce. Girato nel 1922 e presentato il 23 marzo 1923 in occasione del quarto anniversario della nascita dei Fasci italiani di combattimento, il suo titolo completo recita “A Noi! Con le Camicie Nere, dalla sagra di Napoli alla conquista di Roma”. La produzione è del Sindacato d’Istruzione Cinematografica diretta da Luciano De Feo, società che attraverso altri passaggi darà poi vita nel 1924 all’Istituto LUCE (L’Unione Cinematografica Educativa) che l’anno successivo Mussolini trasformerà in ente pubblico ufficiale: il principale strumento di propaganda del regime.

Le prime sequenze riproducono il seguente documento ufficiale:

“Il Partito Nazionale Fascista dichiara essere il film “A NOI! …” la rappresentazione ufficiale dei memorabili avvenimenti che, per virtù della nostra Gente usa a trionfi e civiltà millenarie, hanno restituita all’Italia l’anima eroica di Vittorio Veneto, e lo consacra alla silenziosa, fervida, devota ammirazione degli Italiani in Patria e per tutto il mondo”

Il film è suddiviso in tre episodi. Il primo è dedicato alla giornata del 24 ottobre con il grande raduno delle camicie nere a Napoli. Dopo una ripresa dall’alto della città e del Golfo alle prime luci dell’alba si susseguono gli arrivi soprattutto dal centro e dal sud, sia per treno che con nave. Sfilano le camicie nere compresi i balilla da Piazza plebiscito al grande concentramento all’Arenaccia. Non manca l’esibizione del “Santo Manganello”. Mussolini e i quadrumviri salgono sul palco. Il volto dallo sguardo severo del duce conclude la prima parte.

Il secondo episodio è titolato “Le giornate del 28-29 Ottobre 1922” con le riprese a Roma (con molte sequenze comunque girate nei giorni successivi). Si inizia con le transenne di quello che viene chiamato il “Simulacro dello Stato d’Assedio” e militari che controllano l’arrivo delle camicie nere. Camion e treni affluiscono; numerosi gli episodi di attacco ai “covi di sovversivi” e di falò della stampa avversaria. I cittadini romani applaudono e in parte si accodano alle camicie nere. Alla stazione Termini la folla assiste all’arrivo di Mussolini. Le ultime sequenze sono in Piazza del Quirinale con la folla che fa ala per far passare le automobili delle autorità e che sventola i cappelli per salutare il re che si è affacciato.

Il terzo episodio è dedicato al “30 ottobre – Nella gloria di Roma Benito Mussolini capo del Governo di restaurazione”. Mussolini in abiti civili con la tuba consegna un foglio a un collaboratore (la lista dei ministri?), concentramento delle camicie nere in Piazza del Popolo e Mussolini con i quadrumviri che danno precise disposizioni per la sfilata. Gli aerei dal campo di Centocelle sorvolano la città. La sfilata procede verso Piazza Venezia gremita di folla con la fanfara dei Bersaglieri sulla scalinata dell’Altare della Patria omaggiata dal saluto fascista dei partecipanti. Il corteo continua a sfilare per poi dirigersi verso il Quirinale dove il re Con l’ammiraglio Thaon di Revel e il generale Cadorna assistono al grande corteo. Le ultime sequenze mostrano Mussolini con Thaon di Revel e Cadorna che sfilano verso il Vittoriano per rendere omaggio al milite ignoto.

Commenta Carlo d’Acquisto nella presentazione del film restaurato:

“Si capisce … che c’erano delle immagini fatte in diversi momenti e poi messi insieme, come se fosse un work in progress.  … La forza di questo documento sta nel suo essere in qualche modo l’antesignano di quello che sarà poi il tipico stile dell’Istituto Luce. Un primo, imperfetto, sforzo propagandistico in cui lo stesso Mussolini “l’eroe purissimo” è ripreso, … in maniera un po’ estemporanea, senza una grande cura dell’immagine. Non c’era ancora quella cultura che darà agli operatori un modo molto preciso di riprendere il Duce e di consegnarlo al popolo. Le immagini sono state riprese in maniera frettolosa, perché non si sapeva come sarebbe andata la marcia su Roma”.

A Noi! nella versione restaurata dall’Istituto Luce è visionabile <qui>.

La decostruzione di Cousins (Italia 2022)

Presentato al Festival di Venezia il 31 agosto fuori concorso nella sezione Giornate degli autori. Il progetto originario era di Tony Saccucci che aveva visionato filmati degli anni venti del ‘900 e in particolare A Noi! di Paradisi. Si rende conto che era necessario uno sguardo straniero che rivedesse quel periodo con un occhio diverso da quello consueto nel nostro paese. Sottopone il progetto a Cousins che ne è entusiasta e insieme scrivono la sceneggiatura.

L’Italia è il Paese che mi ha maggiormente ispirato a livello visivo, sono quindi entusiasta di realizzare proprio qui un film sulla cultura delle immagini.

L’affermazione del regista irlandese è chiara: non intende realizzare un documentario storico, ma sulla “cultura delle immagini” del fascismo e pertanto un documentario (un docu-drama) su come il fascismo si è autorappresentato e si è proposto agli italiani e al mondo intero; in sostanza sulla sua mitizzazione e nello specifico sul mito della marcia su Roma. Il tutto naturalmente con il suo stile e il suo metodo: non cronologico, non per successioni logiche ma per rimandi visivi da immagine ad immagine con una circolarità che parte dal presente di Trump che pronuncia una frase ripresa dal repertorio mussoliniano (Meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora), richiamato verso la fine dalle immagini dell’assalto a Capitol Hill.

La suddivisione in capitoli che scandiscono le sequenze non sempre aiuta perché quello che conta non è il filo logico ma le connessioni, ad esempio le immagini sghembe di Roma, che ancor oggi testimoniano l’architettura del regime, ci ricordano che in quello “scenario” si impose un attore amante dei balconi. E nel contempo ci richiamano alla nostra mancanza di una seria resa dei conti con il fascismo e le sue eredità.

Tre mi paiono i livelli del discorso di Cousins.

Il primo è l’analisi filologica di A noi! che ne evidenzia trucchi e falsificazioni, ma anche ingenuità di un meccanismo di propaganda ai suoi inizi. Dalle riprese a campo lungo dell’adunata napoletana non così oceanica come si voleva mostrare, al nascondere la pioggia e le relative pozzanghere che avrebbero reso meno “solare” la gloriosa marcia, all’utilizzo di tre cineprese in contemporanea da punti diversi per poi montare in successione le sequenze moltiplicando il numero dei partecipanti, all’aereo che parte da Centocelle che con immagini sovrapposte diventa una intera squadra che sorvola gloriosamente il corteo, e soprattutto  l’anticipazione della data della sfilata e  l’utilizzo di immagini di Mussolini che vien fatto sfilare mentre non era ancora a Roma e all’altare della Patria con sequenze invece relative al 4 novembre.

E di contrappunto alle falsificazioni del “documentario” di Paradisi le immagini veritiere della Napoli del 1922 con la folla, questa sì oceanica, testimoni della vita collettiva partenopea documentata (paradossalmente?) dalla “fiction” È piccerella di Elvira Notari. Di particolare impatto la scena della affollata mensa per i poveri durante la festa della Madonna del Carmine mentre dall’alto dei balconi delle case patrizie si affacciano le giovani dame vestite a festa: una efficace rappresentazione del popolo e delle divisioni di classe, del tutto assenti in A Noi!

A rappresentare, in un secondo livello, il rapporto popolo/fascismo e la sua evoluzione vi sono le brevi parti fiction con Alba Rohrwacher che interpreta una popolana che inizialmente riprende convinta gli impegni (ordine, pace, lavoro …) e le frasi del regime (Con l’amore se è possibile, con la forza se è necessario!) e che progressivamente mostrerà invece disincanto e delusione per le mancate promesse del duce. Nei titoli di coda la sua voce intonerà Bella Ciao.

Il terzo livello, in genere meno sottolineato dai commenti, ma a mio parere fondamentale per capire il messaggio che Cousins vuol tramettere agli spettatori, è rappresentato dal Tevere che scorre, oggi come allora. Fuor di metafora le conseguenze e le ricorrenze di quella storia. Mentre le camicie nere scorrono per le vie di Roma un voce fuori campo recita “Mussolini disse che il fascismo era un grido oceanico che fu percepito in tutto il mondo … aveva [purtroppo] ragione”. Si rivela a questo livello l’importanza di quello sguardo “straniero” che cercava Saccucci. Noi italiani, compresi alcuni storici di grido[15], siamo abituati a vedere il fascismo come una questione delimitata nel nostro ventennio; dei fascismi espliciti ed anche impliciti, presenti in tutto il mondo nel secolo scorso e nel nostro in genere non ci occupiamo. Anche in questo caso Cousins non sviluppa un discorso organico ma dissemina tutto il film con segnali forti: da alcune brevi sequenze di Una giornata particolare a testimonianza della emarginazione degli omosessuali, al tema del colonialismo con i fischi dei giornalisti italiani ad impedire al Negus la sua denuncia alla Società delle Nazioni e, di rimando, crude immagini e impressionanti numeri di relative vittime, al tema della guerra e delle sue conseguenze catastrofiche, agli eredi odierni di quella marcia e di quel modo di intendere politica e potere.

Per concludere, Cousins utilizza il linguaggio filmico per smontare il mito della marcia non solo nella sua rappresentazione propagandistica, in particolare cinematografica, ma anche nei suoi contenuti e nelle sue promesse. Alle immagini del mito affianca altre immagini che rendono il mito incongruo: la sua è pertanto una analisi semiotica e non storica. Se leggessimo invece il suo documentario con l’ottica dello storico ne saremmo disorientati per i continui salti temporali e tematici e ci soffermeremmo su alcune enfasi relative a questioni dubbie e controverse quale ad esempio il ruolo della massoneria nella salita al potere di Mussolini.

Il Trailer ufficiale del film <qui>


[1] Cfr. Mimmo Franzinelli, L’insurrezione fascista. Storia e mito della marcia su Roma, Mondadori, Roma, p. 158-159.

[2] Ivi, p,211.

[3] Ivi, p. 47.

[4] È il caso, ad esempio, di Ettore Ovazza, ebreo che sarà poi trucidato con la sua famiglia dalle SS a Intra nell’ottobre del 1943.

[5] Antonio Gramsci, 2.01.1921.

[6] Amedeo Bordiga, 26.07.1922.

[7] Ripreso da M. Franzinelli, Insurrezione cit., p. 298-299.

[8] Ivi, p. 272.

[9] Originariamente discorso in inglese tenuto alla Columbia University e pubblicato “The New York Review of Books”; tradotto poi su «La Rivista dei libri» come «Totalitarismo fuzzy e Ur-Fascismo». In seguito pubblicato con il titolo «Il fascismo eterno» in «Cinque scritti morali» (1997) e riproposto isolatamente da La nave di Teseo nel 2018.

[10] Edito in italiano da Carocci, Roma 2018.

[11] Tradotto in italiano da, Donzelli, Roma 2019-

[12] Dai fascismi ai populismi cit. p.48. Per una analisi più approfondita delle posizioni di Finchelstein e di Eco rimando al mio post Fascista chi? Un pubblico dibattito.

[13] Intervista di Luisa Ceretto pubblicata sul n. 17 (luglio 2020) della rivista online Primi Piani.

[14] Fabio Secchi Frau in Mark Cousins. L’arte dell’altrove su Mymovies.it.

[15] Cfr. Emilio Gentile, Chi è fascista, Laterza bari-Roma 2019. Anche per questo testo rimando al mio post Fascista chi? Un pubblico dibattito.

La montagna di domani

Dialoghi sulla storia delle alpi, sul futuro dell’alpinismo e dell’ambiente alpino.

Il Novecento ha rappresentato per le Alpi e per le terre alte d’Italia un secolo cruciale che ha cambiato radicalmente un modo secolare di vivere in montagna. Ancora di più il XXI secolo si configura come cruciale per le montagne della Terra e per gli uomini che vivono su di esse.
La “terribile” estate 2022 ha posto con forza il problema del futuro delle terre alte: siccità prolungate, eventi metereologici estremi, crolli di rocce e accelerato arretramento dei ghiacciai pongono la società contemporanea di fronte a sfide inedite e ineludibili. Le Alpi sono un mondo fragile, ma prezioso per l’Italia e per l’Europa. “La montagna di Domani” propone dialoghi e approfondimenti su aspetti di questa grande trasformazione. Sempre tra passato e futuro.

Quattro incontri alla Casa della Resistenza


Sabato 10 Dicembre 2022, ore 17.30

Presente e futuro dell’alpinismo contemporaneo

Fabrizio Manoni dialoga con Paolo Crosa Lenz


Sabato 18 Febbraio 2023, ore 17.30

Il Club Alpino Italiano e la montagna di domani

Antonio Montani (presidente generale del CAI) e Bruno Migliorati (presidente CAI Piemonte)

in dialogo con Paolo Crosa Lenz


Sabato 25 Marzo 2023, ore 17.30

Unione Operaia Escursionisti Italiani – Una storia italiana

Pietro Pisano dialoga con Gianmaria Ottolini


Sabato 15 Aprile 2023, ore 17.30

Il Genio degli Ossolani nel mondo “Almanacco Storico Ossolano 2023”

Enrico Rizzi e Massimo Gianoglio dialogano con Alessandro Grossi

Nino Chiovini e il Parco Letterario® intestato a suo nome

Costituito per iniziativa del Parco Nazionale ValGrande e della Associazione Casa della Resistenza, nell’ottobre del 2020, il Parco Letterario® Nino Chiovini nasce tramite una convenzione con la Società del Paesaggio Culturale Italiano la quale, connettendo paesaggio e tradizione culturale e letteraria, organizza e coordina

“una rete nazionale, ed internazionale, costituita da elementi di interesse turistico e luoghi che, per importanza sul piano storico-testimoniale, architettonico e di richiamo dell’identità anche sotto il profilo economico e sociale, si prestino a svolgere un ruolo di primo piano anche come meta di viaggio nell’ambito delle politiche di turismo responsabile e sviluppo sostenibile.”

I Parchi Letterari® attualmente sono 29 in Italia e quattro all’estero. Il Parco dedicato a Nino Chiovini al momento è l’unico costituito in Piemonte e fa riferimento, sul piano territoriale, all’area della Valgrande con i territori limitrofi e, sul piano culturale, storico e letterario, a Chiovini quale principale rappresentante dei molti autori che hanno dedicato i loro scritti a queste terre, alla loro storia e alle loro genti.

Due recenti numeri di riviste legate al territorio del Verbano Cusio Ossola hanno dedicato ampio spazio a questo Parco Letterario®. Si tratta del n. 4/2022 di Nuova Resistenza Unita, rivista dal 2000 edita a cura della Casa della Resistenza di Fondotoce, con articoli di Marco Travaglini, Tullio Bagnati, Paolo Crosa Lenz e Tiziano Maioli, e del n. 3/2022 della rivista della Associazione Alternativa-A che recentemente è passata dal formato cartaceo a quello online: in questo numero[i] un articolo collettivo è redatto dai curatori del progetto Tra natura e parola sostenuto dalla Fondazione Cariplo tramite un bando per la promozione del libro e della lettura, progetto che ha rappresentato, negli ultimi mesi, la principale attività del Parco Letterario®.

Per entrambe le riviste ho redatto due sintetici pezzi – che di seguito riporto – sulla figura del partigiano Peppo e dello scrittore Nino che riprendono e aggiornano quanto su questo blog ho già postato sulla figura umana e letteraria del precursore del Parco Nazionale della Val Grande.

Il partigiano Peppo

Partigiano e scrittore: nonostante la notorietà di Nino Chiovini per i suoi scritti sulla resistenza e la cultura rurale montana, della sua figura di partigiano combattente si è in genere saputo poco e scritto ancor meno. Il motivo è evidente: nei libri sulla resistenza da lui pubblicati in vita non ha detto di sé praticamente nulla e al suo raggruppamento, che assumerà la denominazione Giovine Italia, dedica non più di due paginette de I Giorni della Semina e solo in una nota[ii] si evince che dalla sua costituzione subito dopo l’8 settembre al marzo ’44 ne era stato designato quale comandante.

Ci fanno intuire molto di più le fotografie della “banda di Pian Cavallone”. Non è necessario esser esperti di prossemica per capire come la sua quasi costante collocazione al centro del gruppo non sia casuale, ma il naturale raggrupparsi intorno a lui degli uomini della banda. Mentre costoro con gli atteggiamenti e mostrando le (poche) armi esprimono volontà di azione e spirito di gruppo, in alcuni anche un po’ di spavalderia, la postura di Peppo più composta, con lo sguardo volto in avanti, in un caso anche con il corpo proteso, esprime determinazione e proiezione verso le gli scopi ultimi della lotta. L’atteggiamento spontaneo di un leader, riconosciuto come tale dalla sua formazione. Anche le foto degli ultimi mesi (marzo –aprile ’45) mi hanno colpito: non sembrano quasi più rappresentare la stessa persona dell’anno precedente. Le prime ci mostravano la fisionomia di un ragazzo, le seconde quelle di un uomo adulto. Evidentemente quei diciannove mesi hanno forgiato ed irrobustito il corpo, modificato la fisionomia oltre che l’animo. Questa non è però una specificità di Peppo, ma comune a molti partigiani. Ricordo come il partigiano Giuseppe Spitti spesso raccontasse che, quando era tornato a casa, sua mamma non l’avesse riconosciuto: partito ragazzo e tornato adulto.

La pubblicazione, dopo la sua scomparsa, di scritti di Chiovini non pubblicati in vita, o comunque non raccolti in volume, ci forniscono ulteriori elementi.

In particolare il diario partigiano Fuori legge??? stampato a puntate nell’immediato dopoguerra sul settimanale Monte Marona[iii]: oltre al suo valore letterario, al rapporto fra ambiente e stagioni che cadenzano le vicende della formazione, possiamo ritrovarvi la specificità del suo modo di vivere e concepire la lotta partigiana.

Peppo aveva iniziato la sua attività antifascista a Cuggiono con un gruppo di giovani ispirati dal sacerdote Giuseppe Albeni; con l’8 settembre riescono a procurarsi armi ed è lui a proporre di trasferirsi nel Verbano, terra della sua origine e della sua infanzia che ben conosce, costituendo il nucleo originario della banda che progressivamente si allargherà con nuove reclute sia provenienti dalla Lombardia occidentale, che locali.

Prioritaria è la conoscenza del territorio, dei percorsi possibili tra paese e paese, tra un alpeggio e un altro, non solo per i trasferimenti e il reperimento di cibo (le corvée) ma come addestramento che permetta alla banda di muoversi nel modo più rapido possibile e conoscendo, laddove necessario, le possibili vie di fuga.

La piccola banda nei primi mesi cambia spesso collocazione, anche per i contatti con le altre formazioni presenti sul territorio (Valdossola, Cesare Battisti), sino al suo trasferimento nel febbraio ’44 al Pian Cavallone. Quando a fine marzo si presenta un ufficiale degli alpini, Biancardi, con credenziali del CLN di Milano, Chiovini gli cede senza problemi il comando e dà vita ad un piccolo gruppo (una “volante”) che opera più a ridosso dei centri abitati, rimanendo formalmente alle dipendenze della formazione, ma operando con larga autonomia. 

Peppo privilegia infatti il piccolo gruppo coeso, dove tutti si vogliono bene e si stimano reciprocamente ed è sua cura valorizzare le relazioni interne evitando possibili screzi ed incomprensioni. Dopo la prima piccola volante alloggiata in tenda, alla fine del rastrellamento di giugno, con il gruppo della Giovine Italia non confluito nella Valgrande Martire di Muneghina, si unisce alla Cesare Battisti di Arca dando vita alla Volante Cucciolo che opererà sino al 25 febbraio del ’45 quando a Trarego sarà sopraffatta dalle milizie fasciste. Sopravvissuto Peppo darà poi vita alla nuova volante Martiri di Trarego che opererà sino alla liberazione.

Questa dimensione del piccolo gruppo coeso ed esperto, di professionisti della guerra di movimento, padroni del territorio è per Chiovini connaturata al suo stile di comando ma, al contempo, è una scelta legata ad una concezione della guerra partigiana che rifiuta ogni forma di attendismo: la volante ubbidisce al comandante della formazione, esegue le missioni che le vengono affidate, ma spesso, in assenza di ordini specifici, sa scegliersi i suoi obiettivi: a nazisti e fascisti non bisogna dar tregua.

Questa capacità di “muoversi come pesci nell’acqua” è legata ad un altro aspetto si cui Nino insiste sia nel Diario che in altri suoi scritti[iv]: la costruzione di un rapporto positivo con la popolazione locale.  Sia costruendo una rete di collegamenti non solo con il CLN dei centri maggiori, ma con persone fidate nei paesi dell’entroterra per avere punti di appoggio, abitazioni in cui nascondersi ecc., sia per reperire le fonti di approvvigionamento, come quella consistente e ricorrente fornita dalle suore del sanatorio di Miazzina. Diventa allora fondamentale l’atteggiamento nei confronti della gente comune, non come quello di una forza occupante, ma quello di persone come loro che partecipano ad esempio ai momenti di festa con le genti che salgono … dai paesi sottostanti per vedere quegli individui che la propaganda fascista chiama … fuori legge. Ed è importante, nelle località non ancora abitualmente frequentate dissiparne i timori: “Si attendevano di vederci girare per il paese con lo sguardo fiero, l’arma imbracciata senza sicura. Invece si sono accorti che camminiamo come loro e non chiediamo i documenti alla gente[v]. Ed impietoso sarà il giudizio di Chiovini su chi invece si si è poi comportato in modo vessatorio nei confronti dei residenti.[vi]

Il tutto accompagnato, nel diario, a una ripetuta sottolineatura della radicale differenza fra partigiani e nazi-fascisti: questi nei loro atteggiamenti, sin nelle loro canzoni, sono in guerra, la guerra è il loro orizzonte; i partigiani, dice Peppo, sono indirizzati al dopo, ad una libera e normale vita quotidiana (liberi di camminare senza armi e di girare per le vie della città); certo, sono di necessità nella guerra, ma non ne sono plagiati “perché la guerra perde soltanto di fronte a chi la odia”.

Nino Chiovini partigiano e cantore delle nostre terre

Biganzolo 1923 – Verbania 1991. Lo spazio di una vita si declina per convenzione fra due date e lo si sigilla con un appellativo ma è evidente che lo spessore di ogni esistenza non è delimitabile tra due cifre localizzate. Quella di Nino Chiovini si è espressa in poliedriche attività ed esperienze. Per citarne alcune: lo studente attento ad accogliere in pieno periodo fascista gli insegnamenti più critici dei suoi insegnanti del Cobianchi, il neo diplomato perito chimico, il giovane alpinista, l’antifascista che opera a Cuggiono prima dell’8 settembre, il partigiano con una sua particolare visione della guerra di movimento legata al piccolo gruppo esperto e coeso, il redattore della testata Monte Marona ecollaboratore di molte riviste e pubblicazioni, l’insegnante, anche se solo per un breve periodo del dopoguerra, il tecnico della Rhodiatoce e rappresentante sindacale, il politico e amministratore nel Comune di Verbania, e naturalmente il ricercatore, lo storico della resistenza del Verbano e della civiltà rurale montana, il precursore del Parco Nazionale della Val Grande, l’amante e il conoscitore approfondito del territorio locale e del mondo naturale. Su ognuna di queste peculiarità si potrebbe ricucirne il filo.

Non facile da inquadrare neppure la sua figura di scrittore. Nella trilogia partigiana (I giorni della semina 1970, Val Grande partigiana e dintorni 1980, Classe 3aB. Cleonice Tomassetti Vita e morte 1981) quello che emerge è lo storico rigoroso che ricostruisce in modo asciutto quasi essenziale le drammatiche vicende del giugno 1944 e che nel contempo fa emergere alcune figure, specie femminili che racchiudono in sé il senso profondo di quei giorni: la mamma di Gianni, l’infermiera Maria, Cleonice.

Nella successiva trilogia della civiltà rurale montana (Cronache di terra lepontina 1987, A piedi nudi 1988, Le ceneri della fatica 1992 postumo), attraverso documenti d’archivio, con una peculiare sensibilità socio-antropologica incentrata sui tempi lunghi della storia la sua attività si è “trasformata in ricerca sulla vita di quelle comunità rurali mon­tane verbanesi e vigezzine tra il XIII e il XIX secolo e si è infi­ne tradotta in osservazioni sulla civiltà rurale di quei luoghi[vii].

Se ad una prima lettura le due trilogie paiono stilisticamente e tematicamente distinte è con Mal di Valgrande (1991) che si rende evidente sia l’unitarietà tematica – il nostro debito verso partigiani e montanari che “hanno raggiunto il ri­poso perenne e vivono solo più nel ricordo di una parte di quelle viventi” – che la cifra etica di tutta la scrittura di Chiovini: il dar parola. Dar voce a chi non l’ha più, a chi di solito non è ascoltato, a chi è stato messo da parte. Dar voce alle persone, ma anche ai luoghi perché portano i segni delle precedenti generazioni e ci parlano, ci possono parlare, se il nostro orecchio e la nostra mente sono attrezzati, attraverso le tracce disseminate nel territorio. 

Ed è infine con la più recente pubblicazione di testi non editi in vita – in particolare il racconto La volpe e il diario partigiano Fuori legge ??? – che ha fatto emergere lo spessore letterario di tutti i suoi scritti come ha in particolare sottolineato Erminio Ferrari durante l’ultimo convegno su Chiovini (Il silenzio dei corti, febbraio 2020) con il suo intervento I fogli della semina: rigore e ricchezza terminologica, solida struttura narrativa e una scelta e collocazione delle parole  che, come le pietre di un muro a secco, sono selezionate con oculatezza e collocate al giusto posto.

Possiamo ad esempio leggere, o rileggere, A piedi nudi senza chiederci se è un saggio o un romanzo: la sua modernità di scrittura e la sua ininterrotta attualità sta proprio nel trascendere i generi letterari; ben altro spessore rispetto molta odierna letteratura nostrana spesso scritta quasi pronta per divenire sceneggiatura o ad arricchire la voga del giallo italiano che mescola delitti improbabili con descrizioni turistiche di questa o quella città: belli e facili da leggere come da dimenticare.


[i] Leggibile per esteso <qui>.

[ii] Cfr. I giorni della semina, ed. Tararà, Verbania 2005, nota 10, p. 39: “… comando, che per elezione gli uomini della formazione mi avevano affidato fin dal principio.”

[iii] Dall’ottobre 1945 al luglio 1946. Cfr. Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà, Verbania 2012.

[iv] Cfr. Formazioni partigiane e popolazione dell’Alto Novarese durante il rastrellamento del giugno 1944, in “NovaraProvicia 80”, n. 2, 1984. Riprodotto in Fuori legge??? Dal diario cit., p. 141-149.

[v] Ivi, p.89.

[vi] Il riferimento è in particolare al Capitano Galli della Valgrande Martire: cfr. ivi, p. 232.

[vii] Nino Chiovini, Cronache di terra lepontina. Malesco e Cossogno: una contesa di cinque secoli, Vangelista, Milano 1987, pag. 200.

Una ricerca sulla popolazione anziana di Verbania (1981-1983)

La pubblicazione e archiviazione nella apposita sezione del blog di questa relazione, curata da Roberto Negroni e dal sottoscritto, uscita in tre numeri del periodico “Per Cambiare” edito dalla CGIL Alto Novarese[1], richiede una breve premessa.

Ho già accennato in un precedente post al quadro in cui si inserisce la Sperimentazione di Ordinamento e Strutture dell’Istituto Cobianchi (Maxisperimentazione); negli anni relativi a questa ricerca siamo ancora “negli anni d’oro”, ovvero nell’ottica della Sperimentazione per la Riforma di una Scuola superiore unitaria e nello specifico alla presenza nella “Maxi” di classi articolate su due indirizzi oltreché di insegnanti che vi accedono tramite l’istituto del comando. Tra le finalità oltre a quello della professionalità di base che si concretizza in particolare nelle esperienze di studio e lavoro e, in alcuni casi, in vere e proprie ricerche, vi è quello del legame tra scuola e territorio con uno scambio reciproco di competenze e prestazioni con enti sia pubblici che privati.

In questo contesto si è realizzata negli anni scolastici 1981/82 e 1982/83 una Ricerca sociale sulla condizione della popolazione anziana di Verbania. Ricerca commissionata dal Comune di Verbania e in stretta collaborazione con l’Assessorato al Servizio Sociale[2]: si è così costituita una équipe di sette docenti affiancati da cinque operatori del Servizio Assistenza del Comune[3].

Per l’indirizzo Elettronico sono state coinvolte le classi IV e V (1981/82) e V (1982/83), per Scienze umane le classi IV A e C (1981/82) che hanno poi proseguito l’anno successivo in quinta.

La finalità era quella di indagare consistenza e condizioni degli anziani di Verbania che vivono nella loro abitazione (con l’esclusione di quelli alloggiati in Istituti) individuando le problematicità e i possibili interventi futuri anche per ridurre i ricoveri in Strutture per anziani. Si è estratto un campione statistico ed elaborato un questionario (dati anagrafici, relazioni sociali, salute, abitazione, economia: 100 domande con complessivi 213 item) che è stato poi sottoposto da sette coppie di studenti di Scienze umane a 350 intervistati.

La relazione scientifica della ricerca è stata presentata alla maturità 1983 dei due indirizzi; nella impossibilità di riprodurre e pubblicare su Fractalia Spei una mole di 101 pagine cui sui aggiungono 118 fra tabelle e grafici nonché un fascicolo di Allegati di 67 pagine, questi tre articoli sul periodico sindacale ne sintetizzano i risultati evidenziandone anche prospettive e indicazioni che tale ricerca aveva individuato per le politiche di settore.

Rilette oggi queste pagine sulla ricerca condotta quarant’anni fa ci fanno intravedere un percorso che ancor oggi è in atto, sia sul piano demografico[4] sia relativamente alla divaricazione tra due modalità di vivere la condizione anziana[5].

COME STA CAMBIANDO LA POPOLAZIONE DI VERBANIA (1)

Lo smantellamento del tessuto indu­striale che da ormai quindici anni inve­ste Verbania e che in questi mesi sembra voler raggiungere le dimensioni del col­lasso, ha prodotto e produce effetti intui­bili ma solo in parte indagati. In primo luogo un processo di “terziarizzazione” dell’economia che va di pari passo con la diffusione di nuove forme di attività per lo più integrative dei redditi tradizionali (secondo lavoro, lavori part-time, lavoro nero, ecc.), fenomeni dei quali si parla da tempo, ma che è difficile quantificare in modo preciso.

Vi sono, in secondo luogo, molteplici ripercussioni sulla struttura demografica della popolazione, delle quali in genere si parla meno, ma che sono più agevolmen­te analizzabili e di cui vogliamo parlare.

Di questo si è infatti occupata una ri­cerca sociale realizzata negli ultimi due anni dagli studenti dei corsi sperimentali del Cobianchi (Scienze umane e sociali con l’ausilio del corso Elettronici per l’elaborazione dei dati col calcolatore). Obiettivo della ricerca era quello di ana­lizzare caratteristiche e condizioni della attuale popolazione anziana di Verbania in modo da fornire al Comune, che l’ha commissionata, gli elementi di conoscen­za necessari per i futuri interventi. La ricerca è stata condotta su due piani: quello dell’analisi demografica della po­polazione verbanese e quello dell’indagi­ne tramite questionario ad un gruppo di anziani scelto per campione.

Ci occupiamo per ora delle caratte­ristiche demografiche di Verbania, rile­vate sulla base dei dati dell’anagrafe comunale (ottobre 1982).

L’aspetto che emerge immediatamen­te è quello di un invecchiamento globale della popolazione che procede parallela­mente ad una riduzione massiccia delle nascite evidenziata dalla esigua consi­stenza delle fasce d’età infantile (0-4 e 5-9 anni).

Il fenomeno è presente anche a li­vello nazionale e in particolare nel Nord Italia, ma da noi assume dimensioni del tutto particolari: gli ultrasessantenni a Verbania infatti costituiscono il 22% della popolazione (contro il 17% in Italia e il 19% in Piemonte), mentre i giovani (0-14 anni) rappresentano solo il 16% (contro il 21% in Italia e il 19% in Piemonte). Se rapportiamo fra loro i due gruppi degli ultrasessantenni e dei giovani vediamo che, mentre in Italia l’ “indice di vecchia­ia” (cioè il numero di anziani per 100 gio­vani) è di 80 e in Piemonte di 107, a Ver­bania è ben di 134 con un incremento di + 54 rispetto alla situazione nazionale e di +27 rispetto a quella regionale. A Verbania abbiamo pertanto un invecchia­mento globale della popolazione che sem­bra costituire un caso limite anche rispet­to alla situazione delle aree settentrionali del Paese.

L’invecchiamento non è comunque l’unico aspetto rilevante della situazione demografica locale; esso si accompagna ad una crescente “femminilizzazione”. È noto infatti come la percentuale di donne aumenti col crescere dell’età e sia perciò più consistente laddove maggiore è il peso numerico degli anziani. A Verbania le donne costituiscono il 53,3% della po­polazione globale contro il 51,3% riscon­trabile sia in Italia che in Piemonte.  Il fenomeno è naturalmente particolar­mente consistente fra gli anziani; il 64% degli ultrasessantenni di Verbania è in­fatti di sesso femminile. Se consideriamo infine i più anziani, gli ultrasettantenni, di fronte a 2664 donne di quell’età (69%) vi sono solo 1195 maschi (31%). Del tutto eccezionale risulta perciò essere l’indice di vecchiaia femminile (numero di an­ziane su cento giovani dello stesso sesso): a Verbania è addirittura di 173 contro il 95 nazionale (+ 78) e il già consistente dato regionale: 128 (+ 45).

Se questi due fenomeni, pur nella loro particolare consistenza, sono comunque analoghi a tendenze riscontrabili a livello nazionale, vi è un terzo aspetto del tutto specifico direttamente collegabile con la situazione economica del nostro terri­torio e che riguarda la popolazione in età lavorativa (20-60 anni). Se guardiamo il grafico (fig. 1) notiamo un avvallamento tra i 25 e i 40 anni e un rilievo fra i 40 e i 60 che non trova riscontro a livello nazio­nale.

Fig. 1. Distribuzione della popolazione di Verbania per fasce di età / sesso (1982)

Mentre in Italia le fasce 20-40 com­prendono il 52% della popolazione in età lavorativa, a Verbania esse costitui­scono solo il 48%; inversa ovviamente la situazione per le fasce 40-60. Questo si­gnifica che il processo di invecchiamento colpisce anche le fasce intermedie, con una scarsa consistenza delle fasce in età lavorativa più giovani (20-40), cosa che evidentemente si ripercuote sulla scarsa natalità. I motivi di questo feno­meno particolare sono facilmente intui­bili; osservando il grafico (fig. 1) notiamo come dopo la fascia d’età 15-19, in assolu­to la più consistente, vi sia un rapido de­cremento. La crisi occupazionale che, come è risaputo, colpisce soprattutto l’occupazione giovanile, determina per­tanto, subito dopo l’età scolare, un rapido allontanamento di lavoratori giovani ver­so altre zone. Bisogna poi ricordare che il fenomeno è descritto sulla base dei dati anagrafici; è a tutti noto che molti giovani verbanesi svolgono la loro attività del tutto o prevalentemente fuori del territo­rio, pur mantenendo la residenza anagra­fica nel Comune; pertanto il fenomeno è con ogni probabilità assai più consisten­te di quanto appaia dai dati ufficiali.

Fig. 2. Confronto della distribuzione per fasce di età delle popolazioni di Verbania, Piemonte e Italia (1982)

Se questo calo delle fasce d’età la­vorativa giovane non è presente a livello nazionale, lo ritroviamo nella situazione regionale (fig. 2); solo che qui è più ri­dotto e spostato verso le fasce d’età 20-30. Possiamo solo supporre che Ver­bania, che ha assistito da 15 anni ad un processo di smobilitazione industriale, anticipi una tendenza demografica non tanto nazionale, ma tipica delle aree, pre­valentemente del Nord, dove è in atto un ridimensionamento (quando non lo sman­tellamento) del tessuto produttivo. Ver­bania perciò come caso eccezionale, ma non atipico, in quanto probabilmente prefigura situazioni economiche, demo­grafiche e sociali che si stanno diffonden­do in molte zone a suo tempo intensamen­te industrializzate ed ora investite dalla crisi.

Studiare quanto avviene a Verbania, i processi economici, le loro conseguenze demografiche e sociali, può pertanto ri­sultare utile anche per capire ciò che sta avvenendo altrove.

L’ultimo aspetto demografico analiz­zato è quello dei gruppi di origine. Ver­bania, per la sua storia e la sua colloca­zione, è stata terra di immigrazione; in­fatti ben il 57% della sua popolazione non è residente dalla nascita. I flussi di immi­grazione si sono differenziati nel tempo a seconda dei diversi luoghi di origine con l’eccezione dei nati in Provincia di Novara che si distribuiscono in tutte le fasce d’età. La popolazione proveniente dal­l’Italia settentrionale, il cui insediamento è per lo più antecedente o immediata­mente successivo alla 2a guerra mondia­le, è la più anziana. La presenza di ori­ginari del Sud e delle isole è soprattutto caratterizzata da un’ampia fascia tra i 15 e i 60 anni, costituita prevalentemente dai massicci flussi di immigrazione tra la fine degli anni cinquanta e i sessanta. Questo fa sì che la popolazione ultrasessantenne si differenzi significati­vamente, rispetto alla provenienza, dal­l’insieme della popolazione. Fra gli an­ziani infatti i nati a Verbania scendono dal 43% al 16%; quelli del Centro – Sud – Isole dall’11% all’8%; aumentano invece gli originari della Provincia di Novara (dal 23% al 26%) e in particolare del rimanente Nord Italia (dal 20% al 36%). È anche presente un piccolo gruppo di nati all’estero (2,5%) la cui composizione è prevalentemente anziana e femminile, fenomeno questo riconducibile a flussi di emigrazione dal Verbano avvenuti nella prima metà del secolo, con successivi rientri unitamente a mogli e figli acqui­siti all’estero.

Del tutto inversa è la composizione delle fasce d’età più giovani (0-19 anni); qui infatti i nati a Verbania costituiscono il 79% (rispetto al 43% sull’intera popo­lazione), indice questo di un rallenta­mento significativo dei flussi di immigra­zione in questi ultimi anni.

Quelle che, sia pure per sommi capi, abbiamo descritto, ci sembrano costitu­ire le caratteristiche più significative della situazione demografica di Verbania; in un prossimo articolo cercheremo di capire, sulla base dei risultati emersi dalla somministrazione di un questiona­rio, come questa situazione socio – demografica particolare si rifletta e influenzi la condizione della popolazione anziana di Verbania.

LA CONDIZIONE ANZIANA (2)

Gli anziani di Verbania

Per le caratteristiche di centro urbano e industriale, che ha costituito per lungo tempo area di attrazione e su cui si è suc­cessivamente innestata una pesante crisi occupazionale, Verbania (lo abbiamo vi­sto la volta scorsa) rappresenta nell’at­tuale situazione italiana un caso limite di invecchiamento demografico.

Nell’ottobre 1981 gli anziani (ultra­sessantenni) di Verbania erano 7.250 su una popolazione complessiva di 32.589 (22,2%). Si tratta di una popolazione anziana a prevalenza femminile: infatti contro 2.668 maschi (36,8% sul totale degli anziani) abbiamo 4.582 femmine (63,2%); il peso degli ultrasessantenni maschi sul totale della popolazione maschile (15.231) è del 17,5%, mentre delle anziane sul totale delle femmine sale al 26,4%.

I semplici dati numerici ci fanno su­bito percepire come la condizione anziana sia in gran parte collegata alla condizione femminile.

La distribuzione di questa popolazione anziana sul territorio del Comune non è affatto omogenea: infatti, analizzando il peso percentuale degli ultrasessantenni sul totale degli elettori nelle 42 circoscri­zioni elettorali, si passa dall’11% del seggio 22 (Renco) al 38,5% del seggio 34 (Intra – S. Giuseppe). Questa disomoge­neità non appare casuale, ma legata soprattutto all’età di costruzione delle abitazioni. La popolazione più anziana è cioè concentrata in gran parte nelle zone di più antica edificazione (centri storici di Intra e Pallanza, Biganzolo, Trobaso est ed ovest, Cavandone, Suna ovest, Ca­stagnola). Le zone con una bassa percen­tuale di anziani corrispondono invece a situazioni di edificazione più recente e a insediamenti di edilizia popolare (Renco, S. Bernardino, S. Anna, Torchiedo, Righi­no, Pallanza – Ospedale, Intra – Campo Sportivo, Zoverallo). Appare pertanto subito evidente come gli anziani di Verbania abitino soprattutto proprio dove le condi­zioni abitative risultano più disagiate.

IL QUESTIONARIO

Per analizzare con maggiore preci­sione questo ed altri elementi che carat­terizzano la “condizione anziana” di Ver­bania, si è individuato (sulla base dell’e­tà, del sesso e della circoscrizione eletto­rale) un campione di 350 ultrasessantenni che fosse rappresentativo dell’intera popolazione di quell’età.

Gli studenti di Scienze Umane e So­ciali dei corsi sperimentali del Cobianchi nel maggio – giugno e nel settembre – ot­tobre del 1982 si sono recati nelle abita­zioni di questi anziani e hanno loro sotto­posto un questionario. Si trattava di un questionario abbastanza ampio (oltre 100 domande, alcune delle quali molto arti­colate) riguardante soprattutto la vita di relazione, lo stato di salute, la condizione abitativa e la situazione economica. L’at­tenzione era cioè rivolta agli anziani “non istituzionalizzati” che vivono nel tessuto urbano e sociale cittadino; è questo infatti il terreno di intervento del Servizio Socia­le del Comune che ha commissionato e partecipato alla progettazione della ri­cerca.

Descrivere in dettaglio i risultati emersi sarebbe molto lungo; ci limitiamo dunque a delineare le principali caratte­ristiche evidenziando dapprima, qualita­tivamente e quantitativamente, i settori della popolazione dove maggiormente si concentrano i disagi. La condizione del­l’ “anziano” (non diversamente da quel­la del “cittadino”) non è infatti una con­dizione omogenea; una ricerca che si limi­tasse a descrivere una “situazione media generale” senza individuare caratteristi­che e bisogni dei settori più disagiati risulterebbe pressoché inutile ai fini di un intervento.

UNA VITA DI SOLITUDINE

Il primo elemento che emerge è la presenza consistente di anziani che conduco­no una vita prevalentemente di solitudi­ne, con limitate e talora inesistenti rela­zioni sociali, con difficoltà a trovare aiuto, con assenza di interessi e attività socializ­zanti. Questa vita di solitudine non ri­guarda in modo indifferenziato tutti gli anziani, ma caratterizza soprattutto la condizione e le abitudini degli ultrasettantenni e in particolare delle donne. Mentre infatti vive con il coniuge l’88% degli anziani maschi intervistati, solo il 33% delle anziane sono coniugate (tra le ultrasettantenni si scende al 23%); inoltre abitano da soli il 28% degli anziani con una prevalenza fra gli ultrasettantenni (32%) e soprattutto fra le anziane in genere (39%) e le ultrasettantenni spe­cificatamente (42%).

Viene in luce una vita di relazione estremamente povera con limitati rapporti con parenti, amici e conoscenti che co­stringe in particolare la maggioranza del­le anziane (51%) a trascorrere gran parte della giornata a casa da sole. Mancando il sostegno di parenti e conoscenti emer­ge, principalmente fra i più anziani (39%) il bisogno di un aiuto per svolgere i lavori domestici (soprattutto quelli più pesanti) e per sbrigare le pratiche (ritiro pensione, documenti ecc.). Scarsa, in particolare fra le anziane, è la partecipazione ad at­tività socializzanti sia di tipo individuale (lavoro, custodia nipoti, assistenza ad ammalati, ecc.) che collettivo (iniziative sociali e culturali, centri d’incontro, ecc.).

Questa vita di solitudine che investe una fetta consistente della popolazione soprattutto femminile, costituisce quindi un fenomeno sociale di ampie proporzio­ni, un fenomeno però silenzioso, nascosto e ignorato proprio per il suo essere rin­chiuso dentro le mura domestiche. Per riuscire a percepirlo visivamente ed umanamente dovremmo prestare maggiore attenzione a certi momenti della vita collettiva: l’ingresso di negozi e grandi ma­gazzini la mattina presto, gli uffici postali nei giorni di distribuzione delle pensioni, alcuni ambulatori mutualistici, i reparti di geriatria degli ospedali, ecc.

Questa assenza di vita di relazione inoltre non sembra essere modificata, se non in misura irrilevante, dalle attività e dalle iniziative private e pubbliche che il territorio offre ai cittadini e agli anziani in particolare.

LA PRECARIETÀ COME NORMA

È in questa dimensione di isolamento che si collocano e pesano gli altri aspetti indagati.

Una condizione di salute precaria (in particolare per quanto riguarda la vista: 31%; la funzione cardiocircolatoria: 25%; il sonno e il riposo notturno: 24%; la mo­tilità generale: 19%) che richiede spese notevoli per medicinali, il ricorso a visite specialistiche a pagamento (38%) e si scontra con la difficoltà a reperire assi­stenza in caso di malattia. Fra gli ultrasettantenni pesano in particolare la man­canza (totale o parziale) di autosufficienza (22%) e i disturbi alla motilità (26%). In questo quadro si spiega il ricorso massiccio all’ospedalizzazione (il 47% degli ultrasettantenni è stato ricoverato in ospe­dale negli ultimi 5 anni), soprattutto per malattie generali; tale massiccio ricorso è probabilmente da addebitare non tanto ad esigenze “cliniche”, ma a carenze “sociali” quali la mancanza di assistenza generica ed infermieristica, l’inefficienza della medicina di base, condizioni abita­tive disagiate, ecc.

Anche la situazione abitativa appare complessivamente abbastanza differen­ziata (44% in affitto contro il 53% in pro­prietà o usufrutto); le situazioni più gravi (prevalenza della locazione, alloggi situa­ti ai piani superiori senza ascensore, ri­scaldamento inadeguato, assenza di ac­qua calda, servizi igienici esterni, ecc.) investono prevalentemente gli ultrasettantenni e soprattutto le zone ad alta den­sità che corrispondono, come abbiamo vi­sto, alle aree di più antica edificazione. Ad esempio il 45% degli ultrasettantenni (rispetto al 32% della fascia meno anzia­na) non ha tutte le stanze riscaldate; nelle zone ad alta densità di anziani si passa al 55% per gli ultrasettantenni e al 51 % per la fascia d’età 60 – 69.

Questa situazione abitativa si somma agli altri fattori di disagio che, come ab­biamo più volte sottolineato, incidono so­prattutto su ben determinati settori della popolazione anziana. Ad esempio circa il 25% degli ultrasettantenni presenta dif­ficoltà di movimento ed è spesso impossi­bilitato a lasciare la propria abitazione; non è azzardato supporre che questa co­strizione sia da addebitare non solo alla condizione di salute, ma anche alle bar­riere imposte dalla situazione abitativa.

Si osserva infine una condizione eco­nomica basata prevalentemente su un reddito pensionistico (il 58% degli anzia­ni di Verbania non percepisce altri redditi oltre la pensione) su cui gravano massic­ciamente le spese legate alla sussistenza (riscaldamento, vitto, affitto).

Come abbiamo visto le situazioni più disagiate investono (e si sommano) pre­cise stratificazioni: ultrasettantenni, don­ne, zone ad alta densità; è così possibile tracciare gli steccati all’interno dei quali si colloca il vero “problema degli anziani” a Verbania nei suoi più gravi aspetti. Tanto più che il questionario ha rilevato come l’atteggiamento prevalente di que­ste fasce nei confronti della propria con­dizione sia caratterizzato da una tendenza all’accettazione e alla rassegnazione che si esprimono anche in una scarsa propen­sione a modificare, sia pure negli aspetti secondari e di non difficile attuazione, la propria realtà di vita.

•      •      •     •

Qualsiasi intervento che si ponga real­mente il compito, se non di trasformare, perlomeno incidere su di una situazione sociale di così ampia portata deve infatti conoscere e tenere nel debito conto non solo la “situazione oggettiva”, ma anche quella “soggettiva”; situazione soggetti­va che una ricerca sociale, sia pure trami­te campione e colloquio domiciliare, può solo delineare tramite alcuni comporta­menti generali, ma che nell’impatto con la realtà quotidiana si rivela sempre più ricca ed articolata.

I NUOVI ANZIANI (3)

Nel precedente numero si è visto come la ricerca svolta abbia consentito di loca­lizzare soprattutto negli ultrasettantenni, nella popolazione femminile e nelle zone ad alta densità abitativa, le aree sociali più disagiate della popolazione anziana di Verbania. L’individuazione di queste aree co­stituiva, appunto, l’obiettivo principale dell’indagine, perché, si diceva, descrivere soltanto una “situazione media generale” servirebbe assai poco ai fini di un interven­to.

Durante la fase di analisi dei dati rela­tivi all’insieme degli ultrasessantenni è pe­rò emerso un aspetto di carattere generale nuovo e, per certi versi, antitetico rispetto a quelli descritti. Diciamo un “aspetto nuo­vo”, non però nel senso di inaspettato: in fondo la ricerca sociale ci porta spesso a scoprire l’acqua calda, cioè fenomeni in­dividuabili anche da una semplice osserva­zione abbastanza attenta della realtà; la ve­ra novità risiede soprattutto nel fatto che una ricerca efficace consente il ridimensio­namento di quei fenomeni.

Tramonto dell’immagine tradizionale dell’anziano

In cosa consiste questo aspetto nuovo? A Verbania (ma non solo qui naturalmen­te) si è costituita e va affermandosi, accan­to alla tradizionale figura dell’anziano, quella che potremmo definire una figura di “nuovo anziano”.

Un po’ tutti noi quando pensiamo al­l’anziano usiamo come stereotipo genera­le di riferimento l’immagine tradizionale del “vecchietto” e della “vecchietta” ve­stiti all’antica, che vanno a letto con le galline, abbarbicati ad un quadro domestico ottocentesco, testimoni spaesati di un tem­po perduto cui restano nostalgicamente e tenacemente fedeli. È l’immagine tradizio­nale dei “nonni”, tanto consueta fino a tempi non molto lontani, ma oggi progressivamente ed inesorabilmente anacronisti­ca. Gli anziani di oggi non costituiscono più una schiera di nonnetti, disorientati su­perstiti di una estinta società rurale e pa­triarcale, che si aggirano come marziani in una società industriale o post-industriale. L’anziano odierno è sempre più spesso una persona formata e vissuta nella società del capitalismo industriale: il sessantenne de­gli anni ’80 è nato negli anni ’20, ha vissuto da protagonista l’ultima guerra, la rico­struzione, gli anni dell’espansione indu­striale, il boom, l’era del frigorifero, del te­levisore e dell’automobile, la crisi degli an­ni ’60 e la depressione degli anni ’70. Non molto dissimile è l’esperienza dei settanten­ni e talora anche degli ottantenni. Si tratta perciò di soggetti sociali integrati nella real­tà del capitalismo maturo, nella quale vi­vono e si muovono riconoscendone ritmi, relazioni, processi ed abitudini; soltanto la vivono con un ruolo diverso e la conside­rano da una prospettiva che è conseguente a questo ruolo.

Una nuova figura

Una nuova figura, quindi, di “nuovo anziano”, che svolge attività lavorativa o ne è alla ricerca, che mantiene comunque una vita di relazione, che non sembra di­sposto ad accettare passivamente un deterioramento della propria condizione, che mantiene consuetudini e ritmi analoghi a quelli delle fasce di popolazioni più giova­ni.

Questa nuova figura riguarda anch’es­sa precisi settori sociali: le fasce meno anziane (60 – 69 anni) e prevalentemente ma­schili. Tra gli elementi significativi, che so­no stati rilevati mediante questionario, confermanti questa figura, abbiamo ad esem­pio:

  • una scarsa propensione a rimanere soli nell’abitazione: il 13% dei maschi (contro il 54% delle ultrasettantenni);
  • orari e ritmi di vita non anticipati rispet­to all’insieme della popolazione;
  • una significativa quota di maschi sessan­tenni (29%) che dichiara di lavorare;
  • tra coloro che non lavorano una maggiore insoddisfazione per la propria situazione economica, nella fascia d’età 60 – 69, che non sembra tanto dipendere dal livello di reddito, quanto dal proprio atteggiamento di vita;
  • una maggiore disponibilità nei sessanten­ni a cambiare alloggio o a ristrutturare l’at­tuale che non risulta essere in relazione con la situazione abitativa (che è peggiore per i più anziani) ma, appunto, con l’età.

Evidentemente una disponibilità al cam­biamento implica un atteggiamento attivo e costruttivo nei confronti del proprio fu­turo; recenti ricerche psico-sociali hanno evidenziato la stretta relazione esistente tra questo atteggiamento e l’ampiezza dello “spazio di vita” personale (cioè l’estensio­ne della rete di relazioni familiari e sociali).

Queste caratteristiche di fondo delle fa­sce di nuovi anziani possono essere colle­gate sia alle trasformazioni generali tipiche di una società industriale matura (redditi pensionistici più diffusi e più alti, assimi­lazione di abitudini di vita urbana, presen­za dilagante di “lavoro sommerso”, ma­gari a tempo parziale, che assume il carat­tere di reddito integrativo), sia, in modo di­retto, ai mutamenti della realtà socio­economica del nostro territorio. L’esigua presenza di una popolazione attiva giova­ne (20 – 40 anni) comporta probabilmente un maggior coinvolgimento delle fasce d’e­tà più alte nella composizione del reddito familiare. A questo si aggiunge la presen­za diffusa, nel Verbano, del pre­pensionamento, che sul piano generale è impiegato come strumento parzialmente in­dolore per ridurre l’occupazione e sul pia­no individuale facilita l’inserimento in at­tività lavorative “sommerse” a tempo pie­no o parziale che, con ogni probabilità, tendono a prolungarsi ben oltre i sessant’anni.

Nuovi termini del “problema anziani”

Il crescente affermarsi di questa figura di “nuovo anziano” contribuirà a ridefi­nire in termini diversi da quelli attuali le caratteristiche sociali del cosiddetto “pro­blema anziani”. Questa condizione tende­rà infatti a differenziarsi in modo netto da quella delle fasce di età più giovani o, me­glio, a discostarsi quasi esclusivamente per un diverso rapporto con il lavoro e con i ruoli connessi con la funzione produttiva. All’anziano competono ruoli derivanti o da un rapporto più elastico e precario con il lavoro o da una pressoché totale ed emar­ginante assenza di tale rapporto. La sua condizione tende a perdere quella specificità che pure ha avuto in tempi recenti (quella del nonno superstite di una realtà scomparsa ed immesso in un mondo inconcepibilmente differente) e ad accostarsi sempre più a quella di altre fasce sociali marginali alla funzione produttiva, quali ad esempio quelle del giovane in prima oc­cupazione, del disoccupato, ecc., dalle qua­li differisce principalmente per la sicura di­sponibilità di un reddito pensionistico.

È infatti probabile che gli attuali sessan­tenni per le loro abitudini e la loro storia, nei prossimi anni, con l’avanzare dell’età, non facciano proprie le caratteristiche ri­tenute “tradizionali” dell’anziano, che og­gi delineano soprattutto l’ultrasettantenne.

D’altra parte, la tendenza demografica in atto amplierà nei prossimi anni il peso complessivo degli anziani e, in particola­re, dei sessantenni, sul complesso della po­polazione.

Il “nuovo anziano” acquisterà così un ruolo progressivamente prevalente nella de­finizione complessiva della condizione an­ziana, provocando un superamento dei li­miti di età e di sesso che per ora lo caratte­rizzano. Il processo non sarà certo rapido né, soprattutto per le donne, agevole (ma se la popolazione anziana resta caratteriz­zata da una massiccia presenza femmini­le, tendono pure ad aumentare le donne an­ziane che hanno svolto attività produttive, che hanno quindi acquisito le abitudini di vita e che dimostrano la vitalità e la socia­lità che oggi caratterizzano soprattutto gli uomini sessantenni).

Linee di intervento

I modi ed i tempi di questo processo di­penderanno anche dall’attenzione che si sa­rà in grado di prestarvi e dalla individua­zione di iniziative atte ad agevolarlo e a sti­molarlo valorizzandone gli aspetti più po­sitivi (una vita di relazione ricca, un rap­porto con il lavoro più basato sulla quali­tà che sulla quantità, ruoli più flessibili, ecc.).

Queste iniziative non potranno che porsi sempre meno sotto il segno di un tradizio­nale o riformato assistenzialismo e sempre più sotto quello di potenziamento di fun­zioni socialmente riconosciute (ad esempio tramite lavori socialmente utili, formazio­ne permanente, ecc.), più o meno connes­se con quelle produttive, ma che originino, comunque, ruoli socialmente attivi, ap­prezzati e portatori di valori.

Sottolineare l’importanza di questo mu­tamento complessivo di fisionomia della condizione anziana non deve significare ignorare o sottovalutare i problemi di fa­sce attualmente più disagiate ed emarginate e la relativa necessità di interventi. Oggi vi­viamo una fase di transizione in cui al cre­scente peso numerico dei “nuovi anziani” si somma il persistere, tutt’altro che trascu­rabile in termini quantitativi, di fasce di “anziani tradizionali” sulle quali più gra­va il disagio e l’emarginazione. Concen­trarsi nello sforzo di progettare futuri e più consoni interventi non potrebbe certo giu­stificare l’eventuale trascuratezza per i gruppi attualmente più gravati da proble­mi.

II  dualismo presente nella condizione anziana richiede di operare in duplice direzione, richiede interventi contemporanei, ma differenziati. Richiede uno sforzo analitico e progettuale che attenui i disagi attuali e valorizzi il potenziale presente nella nuova figura emergente, superando i limiti di una tradizione assistenzialistica ed emarginante sempre meno compatibile con una società che in modo sempre più rapido e consistente tende ad invecchiare.

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ALLEGATI

  1. Gli autori della ricerca

La ricerca è stata realizzata dagli allievi dell’indirizzo di Scienze Umane e Sociali dei Corsi Sperimentali dell’I.T.IS. “L.Cobianchi” (anno scolastico 1981/82, IV A-C; anno scolasti­co 1982/83, V A-C):

Manuela BERTINATO, Sandra BONOMI, Martina BOSSI, Maria Luisa CALDERARA, Antonella CERUTTI, Nives CERUTTI, Carla DALLA SA­VINA, Paola DE MARCO, Roberto FILIPPI, Alessandra GIACOMUZZI, Salvina GITTO, Paola SAU, Patrizia SINCIC, Ivana TASSERA, Paola VIGANÒ,

coordinati dall’Insegnante Gianmaria OTTOLINI.

L’elaborazione dei dati è stata effettuata presso il Centro di Calcolo dell’Istituto dagli allievi dell’indirizzo Elettronico (anno scolastico 198l/82, IV A; anno scolastico 1982/83, V A):

Maurizio ALOISI, Marco ARDIZIO, Fabio BOLZONI, Alberto CARGANICO, Leonardo DEL NEGRO, Massimiliano FABBRI, Marco FARÈ, Raffaele MATLI, Enrico PATRIARCA, Massimo PERELLI PELATI, An­tonio SERENA, Andre SOLDI, Massimo VERRI,

coordinati dall’Insegnante Luigi ORSI.

Hanno collaborato alla realizzazione gli Insegnanti:

Paolo DELLA VALENTINA, Italo ISOLI, Paolo MOTTINI, Roberto NEGRONI, Marcella SOGLIANI,

e il personale del Servizio Sociale del Comune di Verbania:

Egle BARANI, Claudio CRISTINA, Madel MONTI, Franca MUSINI, Ma­risa SERRA.

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2. Piano di lavoro a.s. 1981/2 e 1982/3

ISTITUTO TECNICO INDUSTRIALE STATALE STATALE

Lorenzo COBIANCHI” VERBANIA – INTRA

CORSI SPERIMENTALI DI SCUOLA MEDIA UNITARIA

RICERCA PSICO-SOCIOLOGICA SULLA CONDIZIONEDEGLI ANZIANI DI VERBANIA

INDIRIZZI: Scienze umane e sociali, Elettronico ANNI SCOLASTICI: 1981/82, 1982/83

FINALITÀ DIDATTICA: Esperienza di studio-lavoro (cfr. nota finale)

FINALITÀ SOCIALE: Individuazione, sulla base di un campione statistico

dei bisogni della popolazione anziana di Verbania, con particolare riferimento a:

  • vita di relazione
  • stato di salute
  • situazione economica
  • condizione abitativa;

il tutto in funzione di una futura riqualificazione dei servizi socio-assistenziali del settore.

A tal fine la ricerca sarà svolta in stretta collaborazione con l’Assessorato e gli Uffici preposti alla Assistenza del Comune di Verbania.

COMMITTENZA: Comune di Verbania

PIANO DI LAVORO

1. INDIVIDUAZIONE DI UN CAMPIONE STATISTICO

Prof. I. Isoli

Classi: 5^ Elettronici 1981/82

4^ Scienze Umane 1981-82

Periodo: Gennaio-Aprile 1982

2. CORSO DI BIOLOGIA SULLA CONDIZIONE DEGLI ANZIANI
Prof. P. Mottini

Classe: 4^ Scienze Umane    1981/82

Periodo: 15 gennaio – 28 febbraio 1982

3. CORSO DI PSICO-SOCIOLOGIA SULLA CONDIZIONE DEGLI ANZIANI

Prof. P. Della Valentina

Classe: 4^ Scienze Umane 1981/82

Periodo : 15 febbraio – 15 marzo 1982

4. CORSO SULLA METODOLOGIA DELLE RICERCHE PSICO-SOCIOLOGICHE

Prof. P.Della Valentina

Classe: 4^ Scienze Umane 1981/82

Periodo: Aprile 1982

5. INDAGINE CONOSCITIVA SULL’ESPERIENZA DEL COMUNE DI BAVENO

Contenuti: Stato dei servizi socio-assistenziali per gli anziani

Caratteristiche e risultati della Ricerca psicosociolo­gica ivi effettuata

Caratteristiche e modalità di gestione della Casa Albergo

Classe: 5^ Scienze Umane 1981/32

Comunicazione alla 4^ Scienze Umane 1981/82: marzo 1982

6. ANALISI LEGISLAZIONE E CARATTERISTICHE degli INTERVENTI ASSISTENZIALI

Contenuti: Legislazione nazionale e regionale sui servizi socio-as-           sistenziali

Caratteristiche e modalità degli interventi a favore degli anziani      attualmente in atto nel territorio di Verbania.

Relatori: Operatori dell’Ufficio Assistenza del Comune di Verbania

Classe: 4^ Scienze Umane 1981/82

Periodo: 1-15 marzo 1982

7. COSTRUZIONE DEL QUESTIONARIO

Classe 4^ Elettronici 1981/82: individuazione di una griglia codificata

Classe 4^ Scienze Umane 1981/82: formulazione degli item in collaborazione con l’Ufficio Assistenza del Comune

Periodo: 15 marzo – 30 aprile

8. CORSO DI TECNICA DEL COLLOQUIO

Contenuti e relatori da definire

Periodo: Aprile 1982

9. SIMULAZIONE INTERVISTE

Classe: Scienze Umane 1981/82

Periodo: 1 – 15 maggio 1982

10. PRESENTAZIONE

  1. Incontri e Assemblee con la Commissione Anziani del Comune di Verbania, i Comitati di Quartiere e gli altri Enti interessati, per presentare e spiegare modalità e finalità della ricerca.
  2. Lettera del Comune e della Scuola agli anziani scelti per il campione.

Periodo: 1-20 maggio 1982

11.  SOMMINISTRAZIONE QUESTIONARIO

Rilevatori: Studenti 4^ Scienze umane 1981/82

Periodo: 20 maggio – 20 giugno 1982

12. ELABORAZIONE ELETTRONICA DEI DATI

Prof. L. Orsi

Classe: 5^ Elettronici a 1982/83

Periodo: Settembre – ottobre 1982

13. INTERPRETAZIONE

Obiettivo: Individuazione di ipotesi di lavoro per l’Ente Locale

Classe: 5^ Scienze Umane 1982/83

Periodo: Novembre – dicembre 1982

14. RELAZIONE SCRITTA

Classi: 5^ Elettronici per l’elaborazione elettronica

   5^ Scienze Umane 1982/83 per tutto il resto

Periodo: dicembre 1982-gennaio 1983

Nota per Genitori e studenti

Le esperienze di studio-lavoro costituiscono un momento importante ai fini della professionalizzazione di base dei diversi indirizzi del triennio sperimentale.

Per professionalità di base si intende infatti non solo una preparazione teorica (il “sapere”) necessaria per l’inserimento nell’area professionale corrispondente all’indirizzo, ma anche una preparazione pratica (il “saper fare”).

Le esperienze di studio-lavoro – che comunque non sono mai solo esperienze di lavoro operativo, ma che puntano ad uno stretto legame fra consapevolezza teorica e acquisizione di capacità pratiche – risultano pertanto un momento centrale per l’acquisizione di questo “saper fare” e costituiscono parte integrante dei corsi del triennio sperimentale.

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3. Schema Piano di lavoro a.s. 1982/3

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4. Lettera del Comune di Verbania agli anziani selezionati per l’intervista[6]



[1] Uscite in successione nei tre numeri di Novembre e Dicembre 1983 e del Giugno 1984.

[2] Sindaco di Verbania: Nino Ramoni; Assessore al Servizio Sociale: Ivana Ronchi.

[3] L’elenco degli studenti, insegnanti e operatori sociali che hanno realizzato la ricerca, è riportato negli allegati.

[4] Utile confrontare i dati di allora con quelli attuali così come sono stati analizzati da Maurizio Colombo e Cinzia Gatti: L’evoluzione demografica nel Verbano Cusio Ossola pubblicato sulla rivista online Alternativa A n. 1 2022, p. 12-15; occorre ricordare che attualmente l’indice di vecchiaia è passato, per gli anziani, dagli over 60 agli over 65.

[5] La ricerca ha stimolato le politiche di settore in una duplice direzione: assistenza domiciliare per le fasce più fragili, politiche di stimolo alla vita socialmente attiva per favorire ulteriormente l’emergere dei “nuovi anziani”. Politiche che per l’assistenza si sono allargate oltre il territorio verbanese con la nascita del Consorzio dei Servizi Sociali del Verbano. La polarizzazione della figura dell’anziano e l’emergere e crescere di quello che allora avevamo chiamato “nuovo anziano” è stata confermata nel 2014 da una indagine qualitativa promossa da Agenda2020: Welfare e città mediale; da questa indagine sono nate le riflessioni che hanno portato al progetto che hai poi assunto la denominazione La Cura è di Casa.

[6] Siglata dall’Assessore Ivana Ronchi.

Il fascismo che perdura *

Che il fascismo non si sia dissolto il 25 aprile ‘45 può sembrare un’ovvietà. Basterebbe ripercorrere la cronaca recente e meno recente del nostro paese.

Eppure non mancano sostenitori del “fascismo archiviato” una volta per tutte dalla Liberazione e dalla nascita di una Repubblica con Costituzione antifascista. Non avendo – diversamente da altri paesi come la Germania – nemmeno iniziato a fare i conti con il fascismo, si archiviano le sue propaggini e continuità come irrilevanti. Questo sul piano istituzionale ma anche storiografico: basti ricordare Emilio Gentile, oratore ufficiale innanzi al Capo dello Stato il 25 aprile dello scorso anno.

Un unico e irripetibile fascismo?

Allievo di De Felice e sostenitore del fascismo italiano come Modernità totalitaria[1], Gentile nell’aprile 2019 pubblica Chi è Fascista[2], un’auto-intervista in cui polemizza con “il fascismo eterno” di Umberto Eco[3]. Senza entrare nel merito della sua analisi del fascismo – per più versi condivisibile – quale specifica forma di totalitarismo, Gentile lo considera però un fenomeno unico ed irripetibile sia nazionalmente che a livello internazionale. Esamina del “neofascismo” solo quello istituzionale rappresentato dal Movimento Sociale e da Alleanza Nazionale, “neofascismo” che si estingue con la sua confluenza nel Popolo delle Libertà (2009). Non prende in considerazione la galassia del neofascismo radicale ed extraparlamentare ed afferma che nessun partito attuale può esser definito “fascista” e non c’è alcun pericolo di un ritorno del fascismo. I regimi e i movimenti esplicitamente fascisti diffusisi in Europa e nel resto del mondo, vengono ignorati. Ed infine, siccome il fascismo storico (l’unico esistito) è stato sconfitto nel 1945 e i suoi epigoni nostalgici si sono dissolti nel 2009, per Gentile oggi l’antifascismo non avrebbe più ragione di esistere.

L’antifascismo ha debellato il fascismo nel 1945 per cui entrambi (fascismo e antifascismo) apparterrebbero al passato, “ma con una sostanziale differenza”: mentre il fascismo “è definitivamente debellato”, l’antifascismo, con l’unità di tutti i partiti della Resistenza, ci ha lasciato una “eredità vitale”, lo Stato repubblicano e la sua Costituzione.

Fact Checking: la Storia alla prova dei fatti

Coordinata da Carlo Greppi che ne ha pubblicato nel 2020 il primo volume (L’antifascismo non serve più a niente) la serie Fact Checking, pubblicata da Laterza, si prefigge di affrontare in modo rigoroso e nel contempo accessibile le fake news che dilagano nei social e che spesso sono riprese dalla politica. Un modo battagliero di ricondurre alla verifica storica che potremmo definire “militante” se questo termine non si fosse nel tempo identificato con “ideologico” e “partitico”: caratteristica di questi storici, al di là delle specifiche differenze, è di essere accomunati da un taglio post ideologico, superando le barriere delle “competenze di appartenenza”, e da una visione non retorica ed attualizzata di democrazia e antifascismo. In successione sono stati poi pubblicati E allora le foibe? di Eric Gobetti, Anche i partigiani però … di Chiara Colombini, Prima gli Italiani! (sì, ma quali?) di Francesco Filippi, Il fantastico regno delle Due Sicilie. Breve catalogo delle imposture neoborboniche di Pino Ippolito Armino, Non si parla mai dei crimini del comunismo di Gianluca Falanga e Il fascismo è finito il 25 aprile 1945 di Mimmo Franzinelli. Atre uscite sono preannunciate e nel frattempo il testo di Falanga è pubblicato in Spagnolo e Polacco e quello di Gobetti in Sloveno.

Il fascismo [che non] è finito il 25 aprile 1945

Utile allora leggere quest’ultimo testo[4] della serie Fact Checking curato da Mimmo Franzinelli. Più che ripercorrere la storia del neofascismo italiano su cui studi e pubblicazioni non mancano, l’autore si sofferma soprattutto su quanto è perdurato a livello di istituzioni e apparato statale fra fascismo e repubblica. Attraverso profili biografici di personaggi noti e meno noti, Franzinelli ricorda molti di coloro che “dopo aver vissuto da privilegiati durante la dittatura, contribuendo al soffocamento delle libertà” dopo la breve pausa del ’45 “ripresero tranquillamente l’esistenza [e le cariche] godendosi i privilegi ricevuti dal regime. … Mancano da noi studi sul genere di quelli dedicati dagli studiosi tedeschi al ruolo dei nazisti nella Germania del secondo dopoguerra.”[5]

 Un primo esempio lo abbiamo con lo strumento principe della repressione del regime: il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato (TSDS) istituito nel 1926 con le “leggi fascistissime” e composto da “Consoli della Milizia” e giudici provenienti dalla magistratura ordinaria e militare. Continuerà ad operare sino alla caduta di Mussolini.

L’udienza del 26 luglio 1943 viene cancellata per forza maggiore, poiché il regime è imploso. L’indomani il go­verno Badoglio imposta una strategia continuista: l’inglo­bamento delle camicie nere della Milizia nell’Esercito e lo scioglimento del Tribunale speciale ma col contestuale trasferimento dei suoi incartamenti al Tribunale militare. Inoltre, i giudici giunti al TSDS dalla magistratura militare e/o da quella ordinaria vengono restituiti al loro ufficio. Con questo provvedimento, il nuovo governo legittima – nel momento in cui il re fa arrestare il duce – l’operato del Tribunale fascista, e per certi versi lo fa proseguire sotto altre forme.[6]

Il risultato sarà che più condanne del tribunale fascista verranno confermate nel dopoguerra. Ad esempio il caporale di fanteria Pietro Boni, l’ultimo condannato del TSDS per aver espresso “frasi disfattiste” verso la guerra fascista: cinque anni di carcere militare che continuerà a scontare sino al 1948. Tra i molti altri …

viene ad esempio confermata dalla cassazione il 17 luglio 1947 la pesante condanna inflitta nel settembre 1941 contro una ventina di antifascisti cattolico-pacifisti di Tivoli (…): a parere della Cassazione, infatti, essi non furono condannati per reati politici, ma per comportamento antinazionale …[7]

A fronte di centinaia di casi analoghi tutti i giudici del Tribunale speciale che “infierirono sui dissidenti politici nell’interesse della dittatura” beneficeranno nell’estate 1946 dell’amnistia Togliatti, compreso Mario Griffini, Console della Milizia Volontaria fascista (MVSN), giudice istruttore del TSDS dal  1928, vicepresidente dal 1941 al ’43 e presidente del rinato Tribunale Speciale durante la Repubblica Sociale; e non pochi faranno brillanti carriere nelle magistrature ordinarie e militari. A maggior ragione ciò avvenne per i giudici ordinari che applicarono le leggi fasciste, quelle razziali comprese, spesso anche loro pubblici sostenitori. Gli esempi sono moltissimi; tra gli altri Antonio Azara fascista della prima ora, sostenitore del “diritto razzista” che si riciclerà democristiano divenendo nel 1952 presidente della Cassazione e ministro di Grazia e Giustizia (1953-54) e senatore sino al decesso (1967)[8]. Oppure Sofo Borghese (1913 – 2011) iscritto al PNF a 22 anni, sottocapomanipolo della Milizia, aperto sostenitore della legislazione razziale che partecipa quale giudice relatore a Milano nel 1944 al processo di condanna a morte tramite fucilazione di cinque partigiani; prosciolto dalla Commissione d’epurazione farà brillante carriera giudiziaria divenendo procuratore generale della Cassazione e poi presidente della II Sezione.

Nell’immediato dopoguerra si è così avuta un’epurazione ridotta ai minimi termini laddove i giudici destinati ad epurare erano spesso anche loro da epurare e un’amnistia per i reati di fascisti fucilatori e torturatori a maglie larghissime mentre giudici dal notorio passato fascista useranno ben altra severità verso partigiani accusati per azioni di guerra rubricate quali reati comuni.  Si tratta, nel suo complesso, di un “sostanziale fallimento della transizione italiana” dal fascismo alla repubblica che

ha condizionato e frustrato la ricerca della verità sulla storia contemporanea e nello specifico sul fascismo (…). Questo processo di conoscenza è stato anzi ostacolato da insabbiamenti e attuazioni estensive di amnistie. E ha inciso in modo deter­minante nel falsare realtà e percezione del fascismo, questo passato che non passa, non essendo stato elaborato in una narrazione condivisa e assimilato dalla società italiana. Sono mancati, insomma, i conti con il fascismo: un doloroso ma necessario processo sulle responsabilità di una dittatu­ra ventennale e di venti mesi di sanguinosa guerra civile. Anche per questo, si ripropongono periodicamente versio­ni «bonarie» del duce e della sua dittatura. E si cerchereb­be invano il termine fascismo nel testo della legge n. 211 del 20 luglio 2000, istitutiva della Giornata della Memoria.[9]

La continuità della magistratura si ripete per altri apparati a partire dal principale strumento poliziesco di repressione, l’OVRA, e più in generale per prefetture e corpo di polizia dove le immissioni democratiche avvenute con la Liberazione vengono progressivamente emarginate.

Esemplare fra tutte la vicenda di Marcello Guida direttore di Ventotene, carceriere feroce verso gli antifascisti di cui spesso ottiene il prolungamento di pena oltre quella inflitta dal Tribunale speciale. Farà di tutto per riciclarsi col governo Badoglio e nella repubblica sino alla sua presenza determinante, quale questore di Milano, nello sviamento verso la “pista anarchica” degli attentati fascisti del 1969 (pista imbastita a Roma dall’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’interno – UAR, di cui Guida si fa attivo esecutore) e nella morte di Pino Pinelli.

Gli ultimi capitoli sono dedicati all’oggi, alla lobby nera trasversale che rivendica l’eredità di Mussolini e “del logo con la silhouette della bara del duce dalla quale scaturisce la fiamma tricolore” (il simbolo del M.S.I notoriamente da leggersi con nome del duce) e ai tentativi di far leva su movimenti di scontento sociale per indirizzarli verso azioni violente come l’assalto alla sede della CGIL del 9 ottobre scorso.

“Sul piano culturale, la fiamma del fascismo viene ali­mentata dalla Fondazione Alleanza nazionale, associazione di diritto privato con sede a Roma in via della Scrofa 39, costituitasi nel 2011 – sulle ceneri del partito Alleanza na­zionale – per «la conservazione, la tutela e la promozione del patrimonio politico e di cultura storica e sociale che è stato proprio della storia della Destra italiana e, segnata­mente, del patrimonio di Alleanza Nazionale, oltre che dei Movimenti e delle aggregazioni politiche e sociali che ad essa hanno dato causa e contributo ideale». Essa detiene il tesoretto – materiale e immateriale – del disciolto Movi­mento sociale, inclusi il patrimonio immobiliare e il logo con la silhouette della bara del duce dalla quale scaturi­sce la fiamma tricolore (concesso in uso al partito Fratelli d’Italia). Tra le iniziative promosse dalla Fondazione AN: la proclamazione del 2002 quale «Anno Almirantiano»; la mostra «Nostalgia dell’Avvenire a 70 anni di nascita del MSI», incontri e convegni su «L’Aquila e la Fiamma», «L’attualità del pensiero nazionalpopolare di Pino Rauti», ecc.

La Fondazione assegna annualmente il Premio Cara­vella Tricolore, conferito nel 2021 a Giorgia Meloni, pre­sidente di Fratelli d’Italia, per il libro Io sono Giorgia (…). L’anno precedente il Caravella fu consegnato all’ex terrorista Gabriele Adinolfi: fondatore negli anni Settanta del movimento Terza posizione.” [10]

Le ultime pagine del suo libro Franzinelli le dedica al dibattito surreale sulla legittimità e permanenza della cittadinanza onoraria a Mussolini che centinaia di comuni italiani, su ordine dall’alto, spesso eseguito da Commissari prefettizi, “concessero” al duce nel 1924: impensabile in Germania un simile dibattito su Hitler che, non dimentichiamo, dal fondatore del fascismo prese insegnamento ed esempio.

La fiamma mussoliniana da Almirante alla Meloni [11]

I simboli hanno un grande significato in politica perché permettono ad una collettività di identificarsi; questo vale in particolare per i fascismi dove, come ricorda Finchelstein[12], l’elemento mitico e simbolico prevale su quello razionale e programmatico. Limitandoci al contesto italiano i movimenti neo-fascisti e neo-nazisti, per motivi evidenti, utilizzano solo in privato e/o singolarmente la simbologia ufficiale di riferimento: fascio e svastica. Vi è comunque tutta gamma di simboli nordici o presunti tali (ed es. l’ascia bipenne[13]), pagani, runici oppure la croce celtica che, introdotta nella simbologia della destra francese dal collaborazionista filonazista Jacques Doriot, fu rilanciata in Italia negli anni ’60 e ’70 da movimenti neofascisti collaterali al Movimento Sociale[14]

Ma veniamo a quello che è il simbolo tradizionale del neofascismo italiano per così dire “istituzionale”: la cosiddetta “fiamma tricolore”.

Nel 1945, dopo la Liberazione e la sconfitta della Repubblica Sociale buona parte dei quadri del Partito Fascista Repubblicano si danno alla clandestinità e un certo numero trova rifugio a Roma; Pino Romualdi, già vice segretario del PFR, dà vita ad una struttura ufficiosa di coordinamento denominata “Senato” e in vista del Referendum istituzionale(2.06.46) tratta sia con i monarchici (Umberto II) sia con i rappresentanti dei partiti repubblicani garantendo ad entrambi neutralità e rispetto del risultato in cambio di una successiva concessione dell’amnistia che sarà poi emanata il successivo 22 giugno dal Ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti[15].

Può così costituirsi ufficialmente il Movimento Sociale Italiano (12.11.1946) su iniziativa di Pino Romualdi, Giacinto Trevisonno,Giorgio Almirante Arturo Michelini e altri.

Il suo simbolo venne forgiato da Giorgio Almirante e nel suo significato ufficiale era costituito dall’acronimo incorniciato del neonato Movimento Sociale Italiano da cui si ergeva una fiamma tricolore richiamante – in realtà molto vagamente – l’emblema degli Arditi della Prima guerra mondiale: un richiamo patriottico e una scelta stilistica (ad es. i caratteri delle lettere) che solo vagamente richiamava l’epoca del ventennio e le sue origini.

Se questo era il suo significato ufficiale, ve ne era uno “nascosto”, in realtà ben noto sia all’interno che all’esterno del partito neofascista. L’acronimo, inserito in quella sorta di catafalco, a ben vedere non è tale in quanto l’ultima lettera, la “I”, non  è seguita, come le due precedenti, dal punto di abbreviazione; non si tratta di un refuso – così rimarrà sino alla fine del MSI – ma dell’indicazione che non di una lettera inziale trattasi, ma appunto di una lettera finale; a quel punto non ci vuol molto a leggere le tre lettere come una abbreviazione di “MusSolinI e interpretare la fiamma che sorge dal sarcofago del duce come il suo spirito eterno a cui si rinnova fedeltà.

Che questo sia il significato ufficioso (una sorta di segreto di Pulcinella) verrà esplicitato in più occasioni come nella mostra del 2017 “Nostalgia dell’avvenire. Il Movimento Sociale Italiano a 70 anni dalla nascita” curata dallo storico di area Giuseppe Parlato: cfr. [qui].     

La fiamma tricolore rimarrà infatti quale simbolo delle successive formazioni neofasciste: Alleanza Nazionale, Movimento Sociale Fiamma Tricolore e da ultimo l’attuale Fratelli d’Italia.

Un quesito sorge spontaneo: siccome molti sondaggi danno a quest’ultimo partito il primo posto nella preferenza degli elettori, se tale scelta fosse confermata nelle prossime elezioni la leader di Fratelli d’Italia potrebbe legittimamente aspirare alla carica di Presidente del Consiglio. Ma potrebbe il segretario di un partito che nel suo simbolo ufficiale si richiama direttamente a Mussolini diventare capo del governo della Repubblica nata dalla sconfitta del fascismo? È una domanda che si dovrebbero fare non solo gli elettori ma anche le istituzioni, politiche, amministrative e culturali, a ogni livello. Penso sia ora di sciogliere una volta per tutte l’ambiguità, ben sottolineata da Franzinelli, di una Repubblica democratica che non ha mai reciso nettamente i nodi con le eredità della dittatura di fascista.

  • Pubblicato in forma ridotta sul n. 3/2022 di Nuova Resistenza Unita.

[1] Cfr. EmilioGentile (a cura), Modernità totalitaria. Il fascismo italiano, Laterza, Roma-Bari 2008.

[2] Emilio Gentile, Chi è fascista, Laterza, Bari-Roma 2019. Una analisi più dettagliata di questa opera in un mio precedente post: Fascista chi? Un pubblico dibattito.

[3] Cfr. Umberto Eco, Il fascismo eterno, La nave di Teseo, Milano 2017.

[4] Il fascismo è finito il 25 aprile 1945, Laterza, Bari-Roma 1922.

[5] Ivi, Prefazione p. X.

[6] Ivi, p. 9.

[7] Ivi, p. 11.

[8] Franzinelli (Ivi, p. 43) sottolinea inoltre come “Il lemma dedicatogli nel 1988 dal Dizionario biografico degli italiani Treccani ignora il suo attivo coinvolgimento nella campagna razzista e lo presenta nel 1943-45 come antifascista …”.

[9] Ivi, p. 49-50.

[10] Ivi, p. 109-110.

[11] Riprendo qui in forma leggermente modificata dal mio post, sopra già citato, Fascista chi? Un pubblico dibattito.

[12] Federico Finchelstein, Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale, Donzelli, Roma 2019. 

[13] L’ascia bipenne o labrys, spesso ritenuta norrena ma in realtà di origine cretese, fu adottata come simbolo da Ordine Nuovo e altri movimenti neofascisti /neonazisti (es. M.P.N. Movimento patria nostra).

[14] In particolare fu il simbolo ufficiale del primo Campo Hobbit (maggio 1977); nel secondo campo (giugno 1978) più direttamente controllato dalla direzione del Movimento Sociale, per decisione di Almirante, il simbolo venne vietato; ricomparve nel terzo campo (luglio 1980) per iniziativa dei dissidenti di Terza Posizione; i due leader di quest’ultimo movimento, Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi, saranno successivamente protagonisti rispettivamente di  Forza NuovaCasa Pound.

[15] L’amnistia Togliatti troverà una ulteriore espansione il 7.02.48 con la «Legge di clemenza» (Andreotti) che reintegrava in toto il personale amministrativo del fascismo.

La sperimentazione ex art. 3. Un intervento del 1984

La pubblicazione e archiviazione nella apposita sezione del blog di questo intervento a un seminario nazionale della CGIL Scuola, poi pubblicato dall’agenzia sindacale[1], richiede alcune note di contestualizzazione.

L’articolo 3 che diede vita alle “Sperimentazioni di ordinamento e struttura” era inserito nel DPR 419 del 31.05.1974[2]. Regolamentava le sperimentazioni costituite sia sulla base di programmi nazionali che per iniziativa autonoma delle scuole approvate dai Collegi dei docenti.

La diffusione delle cosiddette “maxisperimentazioni” è strettamente legata al dibattito sulla Riforma unitaria della secondaria superiore che avrebbe dovuto costituire il naturale proseguimento della Scuola media unificata a cui diede vita il primo centrosinistra con la legge n. 1859 (dicembre 1962). Il dibattito era stato aperto nel 1970 da Aldo Visalberghi con i suoi 10 punti del Convegno di Frascati[3]: proposta di una superiore unitaria con biennio comune e indirizzi triennali con un’area comune forte[4]. Su questa base si è mossa anche la Commissione Biasini (1971-72)[5] e successivamente il dibattito parlamentare che, con mediazioni, giunse nel 1977 ad una Legge di riforma unitaria approvata dalla Camera dei deputati ma che non giunse al Senato per la fine della VII legislatura. Riforma rimasta poi nel cassetto e non più ripresentata al cui tramonto ha evidentemente contribuito la lobby trasversale, molto ben rappresentata in parlamento da tutti gli schieramenti, contraria all’unitarietà e in genere mascherata dietro alla “difesa del Liceo”.

La sperimentazione dell’Istituto Cobianchi, frutto di un gruppo di ricerca e proposta coordinato da Carla Rossi Bozzuto, viene presentata dal Preside Giulio Cesare Rattazzi ed approvata dal Ministero nel 1974 qualche mese prima dello stesso DPR 419. L’idea di fondo, nell’ottica della riforma unitaria della scuola superiore, era di sperimentare un modello di Biennio comune, e due anni dopo, alcuni indirizzi di aree culturali diverse, in sintonia con altre sperimentazioni autonome piemontesi con cui ci si coordina. Nel triennio un’area comune solida permette classi articolate su due indirizzi (es. Scienze Umane / Biologico, Linguistico/Elettronico). Nell’ottica della sperimentazione per la riforma, e pertanto di un progetto a termine, si attiva solo una classe per indirizzo e gli insegnanti vi accedono tramite l’istituto del comando che garantisce docenti disponibili a sperimentare e a sobbarcarsi un carico di lavoro più impegnativo.

Con il tramonto della riforma le sperimentazioni cambiano sia per spinta del Ministero che introduce i “progetti assistiti”, che dei sindacati che spingono all’inserimento delle cattedre in organico. Si modificano man mano le caratteristiche inziali: tramonto delle classi articolate su due indirizzi, apertura di più classi dello stesso indirizzo rispondendo alla domanda del territorio nel mentre alcuni corsi “traslocano” verso i progetti assistiti caratterizzati da un’area comune meno significativa.

Si passerà dallo sperimentare per la riforma a sperimentare e offrire al mercato indirizzi non presenti (o presenti ma obsoleti) indispensabili nel quadro di un cambiamento complessivo dell’economia e di una maggiore richiesta di professioni nel terziario.

Nel 1984, al tempo del seminario di Chianciano, organizzato dalla CGIL Scuola, siamo nel mezzo di questo processo.  In quell’anno (a.s. 1983/84) le sperimentazioni presenti a livello nazionale sono 236 con una distribuzione non omogenea: le regioni con una presenza più diffusa sono Lombardia (36), Emilia Romagna (34), Lazio (22), Piemonte (21) e Veneto (20).  Al seminario CGIL sono rappresentate 47 scuole con maggiore presenza dell’Emilia (10) e del Piemonte (9).

I temi in discussione sono molteplici incentrati comunque sul come mantenere le finalità dello sperimentare una scuola nuova in un quadro cambiato e, nel dettaglio, il mantenimento – sostenuto da tutte le principali sperimentazioni – dell’istituto del comando.

Successivamente al seminario verrà costituito un coordinamento sindacale CGIL delle sperimentazioni, come a Chianciano sotto la regia di Luigi Gennari: le sue riunioni romane, pur caratterizzate da un alto dibattito, si concludevano regolarmente con un non casuale intervento a favore della messa in organico dei docenti delle sperimentazioni. E così avverrà rendendo evidente la scelta nazionale del sindacato a favore della pressione categoriale contraddicendo sia l’idea della “sperimentazione” che la concezione stessa di confederalità: non più un sindacato a sostegno di una “scuola per tutti” ma cintura di trasmissione delle spinte categoriali.

Gianmaria Ottolini

(ITIS «Cobianchi» – Verbania)

Molte delle cose che volevo dire sono già state dette da altri e quindi non le ripeto. La prima questione investe il rap­porto con il sindacato.

Cosa è successo in questi anni? Bene o male molti di noi penso abbiano vissuto una divisione (che non ha attraversato solo le nostre coscienze, ma che spesso ha contrapposto fisi­camente i compagni) tra l’andare con il sindacato e l’impe­gnarsi nella didattica o nelle sperimentazioni. In ben altro mo­do era nato il nostro sindacato, come ben ricorda chi ha vis­suto questa esperienza, sia pure a livello locale.  A un certo punto sono venuti a dirti: «la situazione è cambiata, voi non siete più al passo coi tempi, oggi ci dobbiamo occupare della condizione materiale della categoria e non di didattica o ri­forma».

Va molto bene che il sindacato abbia organizzato questo convegno; se però non si apre parallelamente una riflessione critica su quelli che sono stati gli orientamenti sindacali di questi anni, non può non nascere qualche sospetto.

Se il discorso nei confronti delle sperimentazioni si limi­tasse a dire: «ormai siete privi di committenza politica, noi siamo pronti ad offrirvela» qualche preoccupazione, non nei confronti dei presenti, ma rispetto al sindacato nel suo com­plesso, non può non mancare. Allora cosa può fare il sinda­cato? Può fare molte cose, purché con chiarezza e lucidità: innanzitutto individuare dei terreni precisi di vertenzialità cioè questioni precise da portare avanti con un confronto demo­cratico che in questi anni è spesso mancato. Per esempio la questione della immissione in organico delle cattedre della spe­rimentazione: è una questione molto grossa e si rischia di met­tere in discussione l’esistenza stessa della sperimentazione. Noi di Verbania abbiamo elaborato un documento contenente pro­poste precise; è chiaro che il netto cambiamento di posizione del sindacato sposta il confronto su un altro livello, per cui vedremo di riaggiornarlo alla luce della nuova situazione. Un altro aspetto vertenziale è quello della monetizzazione. Io non sono d’accordo con le proposte emerse.

Non solo sul fatto, spero acquisito, che non abbia senso pagare «l’anima professionale più bella» (dagli scatti di anzia­nità a quelli dei… corsi d’aggiornamento); nemmeno sulla pro­posta di monetizzare i progetti. Il pretendere che un certo pro­getto, sia pure con determinate e verificabili caratteristiche e limitatamente al tempo di attuazione, comporti differenzia­zione salariale, mi sembra estremamente rischioso. Sappiamo benissimo quali sarebbero le dinamiche che si verrebbero ad innestare: la corsa al progetto pagato da un lato, la conces­sione del «favore» subcondizione dall’altro.

Il discorso di fondo mi sembra invece quello del supera­mento della figura unica docente; quali altre figure oltre al docente si devono prevedere della scuola. Questo coinvolge non solo la sperimentazione, ma l’insieme della scuola. Sarà importante che determinati progetti sperimentali richiedano nuove forme di organizzazione del lavoro e un certo numero di figure diverse dal docente. Mi sembra questa l’ottica cor­retta con cui affrontare la questione: ricercare soluzioni che rendano più efficace e meno gravosa la sperimentazione, ma nella prospettiva di una loro possibile generalizzazione; non è il caso della monetizzazione.

Altra questione è quella della verifica della sperimentazio­ne. Non può esservi verifica che si limiti all’esistente senza nel contempo verificare cosa è successo a monte. Ogni speri­mentazione è figlia di centinaia di compromessi a cui ci han­no costretti. Questo non significa rifiutare la verifica: ci deve essere senz’altro perché nel mondo delle sperimentazioni c’è un po’ di tutto e bisogna in qualche modo tentare di capire quello che c’è. La prima verifica è tentare di capire l’esisten­te, non confrontando astrattamente, sulla carta, i modelli, ma le persone.

Il Ministero ha organizzato alcuni modelli di confronto, ad esempio i convegni di Arezzo sul psico-sociale-pedagogico. Iniziative analoghe vi sono state per il socio-sanitario. Questi confronti sono stati molto utili, il problema è che bisogna estenderli a tutti gli indirizzi, e, in secondo luogo, non solo agli indirizzi. Realizzare cioè iniziative analoghe per esempio sul biennio, sull’area scientifica del biennio, sulle opzioni, sui trienni, sui settori dell’area comune, etc. Prima cioè di una qualsiasi verifica scientifico-quantitativa, verifiche qualitative che permettano di conoscere l’esistente, non dimenticando che le verifiche devono coinvolgere attivamente la realtà sotto ve­rifica.

Un’altra questione, un nodo di fondo che mi sembra irri­solto: la sperimentazione, mi sembra, si è posta in questi an­ni tre ordini di finalità differenti.

Nelle sperimentazioni nate come la nostra dal ’74, la fina­lità prevalente consisteva nella modifica di strutture; allora si diceva «sperimentare nella prospettiva della riforma». Ora questo è un compito che comunque rimane: la sperimentazio­ne «di ordinamenti e strutture» rimane come finalità della spe­rimentazione anche oggi. La sperimentazione ha però dato an­che altre cose: per esempio l’individuazione di nuovi profili professionali; questa è una cosa diversa e più affine al di­scorso della sperimentazione come laboratorio.

Vi è stato però anche un altro compito: la sperimentazio­ne e l’art. 3 sono stati usati per rendere più flessibile la strut­tura scolastica esistente. Questo spiega il proliferare enorme di sperimentazioni «minori». Non la costruzione di progetti pilota ma rendere in vari modi più elastica una struttura che è arcaica, arretrata, rigida. Questa terza finalità si sembra mol­to diversa rispetto alle prime due. Quali sono queste «flessibilizzazioni» che vengono messe in atto? Essenzialmente di due tipi. Verticali e orizzontali.

Nel primo caso ad esempio la modifica di un intero indi­rizzo come il portare a cinque anni il Magistrale; oppure mo­dificare alcuni programmi o indirizzi. Queste modifiche sono spesso di estrema importanza e non è certo il caso di aspetta­re la riforma; anche dopo l’eventuale riforma dovrà essere sempre possibile rivedere certi contenuti disciplinari, modifi­care programmi, strutture orarie delle discipline, ecc.

Nel secondo caso si tratta di modifiche attuate in risposta a particolari esigenze e contingenze territoriali: l’esistenza in particolare di determinate caratteristiche culturali e professio­nali, di esigenze molto specifiche del mercato del lavoro ecc.

Per tutti e tre questi ordini di finalità è stata usata la 419, ma in modo confuso, mischiando le carte.

Qual è l’elemento che differenzia questa ultima finalità (la flessibilizzazione) delle prime due? Differenza che in parte coin­cide, ma non sempre, con la distinzione tra maxi e mini. Mi sembra una differenza che coinvolge il rapporto che c’è tra l’art. 3 e l’art. 5[6]; cioè la questione del suo rapporto con l’u­tenza. Per dirla brutalmente; siamo di fronte ad una speri­mentazione a numero chiuso o no? Raccoglie tutte le doman­de di iscrizione e si immette sul mercato scolastico o no? È questa una questione molto grossa su cui mi sembra esistere una carenza di riflessione. Vorrei spiegarmi meglio e allora parlo della nostra esperienza.

Noi siamo partiti nel ’74 con un obiettivo chiaro: lavorare per la riforma. Si imposta un modello unitario e si attivano certi indirizzi tra cui l’indirizzo elettronico. In tutta l’alta pro­vincia di Novara e l’alta provincia di Varese (di qua e di là del lago) non c’è nessun altro indirizzo elettronico, per cui su questo indirizzo si convoglia una enorme domanda. Il pro­blema è se rispondere o meno a questa domanda. Se vi ri­spondiamo dovremmo aprire almeno quattro classi di elettro­nica; ma allora non sperimenteremmo più niente. La media­zione è: apriamo due classi invece di una. Era chiaramente una risposta debole tra esigenze contraddittorie, e così si va avanti per alcuni anni.

È necessaria una ricaduta sui corsi normali dell’Istituto do­ve è previsto l’indirizzo elettronico. Per cui la proposta che emer­ge dal preside e da altri insegnanti è di aprire un corso elet­tronico nel normale. Solo che il corso tradizionale di elettro­nica è obsoleto per cui si propone (per i corsi normali) il pro­getto AMBRA. Scopriamo che il progetto AMBRA è stato scopiazzato dal nostro e da altri corsi sperimentali, amplian­do però le ore di indirizzo e mangiando gran parte dell’area comune. Hanno senso due corsi quasi uguali, uno innestato su un’area comune solida e l’altro canalizzato? Ci si propone di togliere l’elettronico dalla sperimentale per permettere l’a­pertura al normale-AMBRA (che, si racconta, è anche lui in­centrato sulla professionalità di base. È chiaro che una «pro­fessionalità di base» senza area comune è come un cerchio quadrato). Non c’è altra possibile mediazione, rispondiamo, che averne aperti due, all’interno della stessa scuola (AMBRA-normale/elettronico-sperimentale) in un regime di semi-consenso rispetto alla domanda dell’utenza. Noi, come per gli altri no­stri indirizzi, apriamo un solo corso. L’AMBRA ne apre 2 o 3 o 4 o più a seconda del numero di domande, tutt’al più ponendo un limite sulla base delle strutture fisiche della scuo­la. Sull’AMBRA come sugli altri miniprogetti guidati ho sen­tito proposte che non mi convincono; in sostanza si dice: ri­conduciamo questi progetti alla maxisperimentazione visto che si rifanno anch’essi all’art. 3. La proposta mi lascia del tutto perplesso.

In realtà questi progetti sono, a parte il metodo scorretto con cui sono stati elaborati (in modo più o meno clandestino, sac­cheggiando le esperienze delle maxisperimentazioni) niente al­tro che delle maxisperimentazioni di nuovi programmi. In que­sti termini li possiamo accettare: sono una risposta ad una esi­genza immediata. Ma non indicano nessuna prospettiva. A bre­ve termine sono anche estremamente concorrenziali: prometto­no alta professionalità e riducono l’area comune a quella degli istituti tecnici e in molti casi anche questa mangiucchiata qua e là. Hanno però il fiato corto, non formano, con una cultura di base così limitata, una manodopera flessibile.

Vorrei parlare, infine, della proposta di superare le disci­pline in area comune. Queste cose mi fanno rizzare i capelli. Le esperienze di questi anni e gli errori che molti di noi han­no scontato su questo terreno, mi fanno dire subito altolà. Noi quando sperimentiamo dobbiamo conoscere anche i li­velli di caduta; significa che se falliamo, è necessario sapere quale è il punto di atterraggio. Allora io introduco un ele­mento di interdisciplinarietà sulla base su cui mi sono attesta­to; lo stesso per le esperienze di studio-lavoro ecc. Ma se mi cade tutta l’area comune non mi rimane più niente. Allora il dire eliminiamo la disciplinarietà in area comune, come av­viene per esempio per l’area scientifica in alcuni dei mini­progetti laddove si propone la «scienza della materia» può diventare estremamente pericoloso.

Sempre sull’area comune: ho l’impressione che, da parte di noi maxisperimentazioni «storiche», nate un decennio fa, si sia posto in modo un po’ troppo rigido la distinzione fra area comune e area di indirizzo. Non esiste invece qualcosa di intermedio fra area comune e area di indirizzo? Se ci rife­riamo alla struttura della riforma esistono: l’area comune, gli indirizzi divisi in quattro settori. Oltre l’area comune e gli indirizzi esiste un’area comune ad intero settore, cioè un’area che è comune solo per certi indirizzi, o no?

Detto in altri termini tra la professionalità di base e la cultura generale non esiste allora una cultura specifica che non è relativa solo a quell’indirizzo, ma a un certo numero di in­dirizzi pur non essendo comune a tutti? Penso che molti di noi abbiano notato nei nostri ragazzi questa dicotomia tra i due tipi di formazione (area comune-area di indirizzo): certo non in tutti e non nella stessa misura per tutti gli indirizzi. La prima osservazione è che questa frattura è molto meno traumatica e in alcuni casi felicemente superata qualora un indirizzo ha in qualche modo uno «spessore culturale», cioè una consapevolezza scientifica, metodologica ed epistemolo­gica e delle conoscenze anche teoriche non riferite, canalizza­te e canalizzabili in modo univoco verso il proprio indirizzo. Se questo avviene, se c’è questo «spazio culturale» allora il raccordo con l’area comune avviene spontaneamente.

Il problema che si pone è allora questo «spazio culturale» può diventare uno spazio strutturale? Tra area comune e area di indirizzo è pensabile un’area di settore? Penso che, soprat­tutto le sperimentazioni che hanno attivato un consistente nu­mero di indirizzi debbano porsi seriamente questo interroga­tivo.


[1] La sperimentazione art. 3 nella secondaria superiore. Problemi e prospettive, Seminario SNS-CGIL Chianciano 9-10 novembre 1984, Agenzia Stampa CGIL, Roma 1985, p. 38-39.

[2] Decreto Presidente Repubblica 31 maggio 1973 n. 419: Sperimentazione e ricerca educativa, aggiornamento culturale e professionale ed istituzione dei relativi istituti. Titolo I – Sperimentazione e ricerca educativa (art. 1-6). Il testo completo del DPR è consultabile <qui>.

[3] Tenuto a Villa Falconieri e organizzato dall’OCSE e dal Ministero PI.

[4] Il documento finale in 10 punti iniziava con questa premessa: “La scuola secondaria superiore deve costituire una struttura unitaria articolata nel suo interno tramite un sistema di materie e attività comuni, altre opzionali e altre ancora elettive, tali da permettere un progressivo orientamento culturale in direzioni specifiche. L’asse pedagogico comune assicura, in forme non rigide, una preparazione linguistico-logico-matematica e tecnologico-scientifica e un’apertura critica sui problemi storico-sociali. Le scelte individuali lo integrano senza compartimentazioni cristallizzate”.

[5] Cfr. Mario Reguzzoni, Scuola secondaria e Commissione Biasini, in Aggiornamenti Sociali marzo 1972.

[6] Art. 5 – Iscrizione degli alunni. “L’iscrizione degli alunni alle classi o scuole interessate ad un programma di sperimentazione di cui al precedente art. 3 avviene a domanda.”

Quando Eugenio Scalfari venne a Verbania nel 1968. Un breve ricordo

Non ricordo il giorno preciso.

Era comunque la prima metà di ottobre.

L’occasione era il congresso locale del PSU (Partito Socialista Unitario)[1] che eleggeva i delegati che avrebbero poi partecipato ai congressi provinciali e regionali sino al Congresso nazionale a Roma (23-28 ottobre 1968).

Avevo aderito al neonato PSU tra la fine del ’66 e l’inizio del 1967. Eravamo un piccolo gruppo di giovani socialisti; ricordo in particolare Renato Ruta che frequentava anche lui la Statale di Milano: con lui avevo preparato insieme un esame anche se lui era un anno avanti e frequentava Lettere mentre io Filosofia e avevamo deciso insieme di associarsi al nuovo partito. Fra gli altri giovani c’era Silvano Silvani e Madel Monti; ci ritrovammo subito con il gruppo dei lombardiani guidato da Paolo Monchini e Nino Ramoni. Eravamo orientati all’apertura su temi quali l’imperialismo con altri giovani, in particolare quelli del PCI.

Come è noto Scalfari, originariamente di formazione laico liberale e tra i fondatori del Partito radicale, era entrato nel partito accettando la candidatura elettorale (elezioni del maggio 1968) quale deputato che gli garantiva l’immunità dopo la condanna per l’inchiesta pubblicata dall’Espresso sul SIFAR e il tentativo di colpo di Stato del generale De Lorenzo (il cosiddetto “Piano Solo”).

Quella sera venivo da Milano e, ricordo, avevo tra le mani Stato e Rivoluzione di Lenin[2], uno dei testi che dovevo portare per l’esame di Dottrine politiche (esame che in realtà ho poi rimandato di circa tre anni). Non sarei mancato al Congresso locale, nella sede di Via Roma a Intra perché, oltre alla volontà di sostenere la mozione di Sinistra socialista (Riccardo Lombardi), si sapeva della presenza di Scalfari che presentava la mozione Impegno Socialista di Antonio Giolitti. Era l’unica presenza di rilievo nazionale e tutti leggevamo e seguivamo la sua creatura giornalistica, l’Espresso, le sue inchieste e le vicende che ne erano scaturite. Come scrive Luciana Castellina su il manifesto:

Eugenio Scalfari fu il primo ad attraversare la cortina di ferro che, in quegli anni di guerra fredda, separavano non solo gli stati occidentali da quelli orientali, ma anche le loro rispettive società civili. In particolare quella italiana dove negli anni ’50, in particolare dopo il 18 aprile del 1948, non si sviluppò solo un duro scontro politico, ma crebbe una rigida e invalicabile distanza. I comunisti si vedevano fra loro, gli altri restavano chiusi nel mondo ufficiale. … Quando nel 1955 esce l’Espresso, inventato da Scalfari, il Muro si incrina.[3]

Non ricordo nel dettaglio l’intervento di Scalfari che riscosse un applauso corale (ma non altrettanti voti alla mozione da lui sostenuta). Ricordo molto bene invece l’episodio finale di quel Congresso. Eravamo già avanti nella presentazione delle mozioni quando l’esponente locale della mozione “demartiniana” (Riscossa e Unità Socialista di Francesco De Martino) fa entrare e registrare un folto gruppo di suoi paesani, tutti con tessera di recentissimo conio, i quali poi naturalmente alla fine voteranno quella mozione.

L’episodio, di evidente clientelismo, ha suscitato un imbarazzo diffuso ma nessuno dei locali ha osato opporsi probabilmente per non aprire un contrasto nella sezione verbanese.

Eugenio Scalfari negli anni in cui era deputato

Al termine della votazione e prima della stesura del verbale c’è stato un intervento durissimo di Scalfari che contestava il risultato chiedendo che il suo intervento fosse messo a verbale. A regolamento le iscrizioni al Congresso dovevano avvenire prima dell’inizio della presentazione delle mozioni e chiedeva che i voti dei ritardatari venissero annullati. Aggiungeva che un partito che al suo primo Congresso avesse tollerato evidenti episodi di malcostume non avrebbe avuto lungo futuro. Previsione avveratasi l’anno successivo.

Non saprei dire oggi quanto questo episodio, o altre considerazioni più generali, abbia pesato nella mia decisione di non rinnovare l’iscrizione l’anno successivo.

Lo comunicai per primo a Paolo Monchini, la persona che maggiormente stimavo della locale sezione, e ricordo ancora con commozione il suo commento dispiaciuto e la sua stretta di mano.

Paolo Monchini con Mario Paracchini. Circolo Socialista, anni ’70.

Oramai ero pienamente coinvolto nelle attività del movimento degli studenti, ma questa è un’altra storia.


[1] Altrimenti detto Partito Socialista Unificato, nato dalla fusione dei PSI e PSDI nel 1966 con il non fortunato simbolo ironicamente chiamato “bicicletta”. Ebbe vita breve e si scisse nuovamente nel 1969.

[2] Ricordo il dettaglio perché quando Scalfari è entrato in sala passando davanti al nostro gruppo di giovani volle vedere che libro avevo in mano; non fece commenti ma non riuscì a trattenere un legger, comprensibile, moto di disgusto.

[3] Eugenio Scalfari fu il primo a rompere il Muro in Italia, in il manifesto 15 luglio 2022, p. 1 e 14.

Intervento su “The Fox”

di Rocco Minerva

In corrispondenza del 77mo dell’eccidio di Trarego è stato pubblicato, per la prima volta in volume e in edizione trilingue, il racconto “La volpe” di Nino Chiovini, edito per i tipi di Tararà e patrocinato dal Parco Letterario titolato al noto partigiano e scrittore. Dopo una “anteprima” a Trarego al termine della commemorazione a Promé, il volume è stato ufficialmente presentato alla Casa della Resistenza il 26 febbraio 2022. Rocco Minerva, che ha curato la traduzione inglese e che per primo aveva suggerito una edizione plurilingue del racconto, ha preparato per l’occasione questo intervento.

Non ho mai conosciuto Nino Chiovini.

Le montagne della Valgrande, invece, avevo cominciato a frequentarle già trent’anni prima della sua morte, quando nel 1961 mio padre mi aveva portato sulla Marona. Allora ero un ragazzino di otto anni e ricordo ancora quella lunga scarpinata da Miazzina, su a Cappella Fina, passando accanto ai ruderi del vecchio albergo del Pian Cavallone, arrivando successivamente alla Forcola dove il sentiero poi s’inerpicava attraverso posti dai nomi mitici – La Scala Santa, il Passo del Diavolo – per arrampicarsi infine su, fino alla Cappella appena sotto la vetta.

Non vorrei che le mie parole suonassero irriverenti o, peggio ancora, sacrileghe, ma per me contava soltanto arrivare in cima. Di quello che mio padre mi andava dicendo – dell’albergo incendiato, dell’eccidio presso la vetta e di tutta Resistenza – io, sinceramente, non capivo molto. Le guerre cosiddette “civili” per quel bambino che ero si fermavano ai tempi quasi leggendari dell’antica Roma: Mario contro Silla, Cesare contro Pompeo, Augusto contro Antonio. E mi schieravo invariabilmente con il vincitore, come se fosse una gara sportiva in cui tifare per qualcuno.

Anche quando cominciai a girare da solo in Valgrande, ciò che mi attraeva erano sempre le sue vette: la Zeda, il Pizzo Ragno, Corte Lorenzo, il Proman, il Pedum. Poi, verso i vent’anni, arrivò il tempo delle traversate: da Premosello a Malesco, da Ponte Casletto lungo il fiume fino all’Arca e a In la Piana, le Strette del Casé, il Sentiero Bove. Il Parco non era ancora stato istituito e andare in Valgrande era come entrare in uno sconfinato parco-giochi, dove, appunto, era possibile giocare a fare l’esploratore nella natura selvaggia, ora cercando un sentiero appena accennato, ora fidandoti di qualche corda sfilacciata o di una fune arrugginita, guadando un torrente dalle acque impetuose, facendo il bagno in una pozza cristallina, accendendo il fuoco in una baita mezza diroccata e tirando fuori dallo zaino ogni ben di Dio.

Ma non capivo quasi niente di quei luoghi; non vedevo nei tetti sfondati e nelle travi tarlate o bruciate di quelle baite né i segni di una di una civiltà di fatica e sudore, né le ferite di una guerra feroce. La wilderness, che tanto mi appassionava, aveva come unico scopo la sua fruizione edonistica, io, però, non sapevo leggere quei posti, non ero capace di guardarli negli occhi.

Quando arrivai al Cobianchi nel 1985, incontrai colleghi – divenuti poi amici – con i quali si andava in montagna. Furono loro a farmi conoscere i libri di Nino Chiovini e furono quelle letture a spalancarmi il vissuto della Valgrande. Grazie a lui, le baite abbandonate divennero alpeggi pieni di vita, nei prativi attorno ad esse (ora invasi da betulle, rovi e ginestre) tornarono a pascolare mandrie e greggi, il mio parco-giochi di qualche anno prima si popolò di boscaioli operosi, bracconieri scaltri, spalloni e bricolle, ma, inevitabilmente, si trasformò anche nel terreno di guerra tra partigiani e nazifascisti.

Qualche anno fa, quando lessi per la prima volta La volpe, mi accorsi anch’io che quel racconto, rispetto ad altri scritti di Nino Chiovini, possedeva un’indubbia valenza letteraria. Si trattava, sì, di una testimonianza relativa a un episodio della Resistenza e che dunque aveva una precisa collocazione storico-geografica (peraltro volutamente non precisata dall’autore), ma presentava allo stesso tempo caratteristiche che esulano dall’ambito strettamente saggistico e che sono invece tipiche della letteratura.

La prima è costituita dal titolo, che svela il suo profondo valore simbolico soltanto nell’epilogo del racconto, uscendo all’improvviso – come la volpe – dalla selva di quei tragici eventi, attraversandoci la strada e facendoci comprendere, come in un’illuminazione, il senso del racconto.

Un altro aspetto è la scelta di un punto di vista soggettivo, che ha il pregio di affacciare emotivamente il lettore sul luogo degli eventi, senza però realizzarsi attraverso un narratore in prima persona, che sarebbe probabilmente troppo invadente e ingombrante, e, inevitabilmente, di parte. Nino Chiovini opta invece per un narratore esterno, più discreto e distaccato, che meglio può rendere quanto il protagonista subisca una serie di eventi a cui si sottrae grazie al suo profondo attaccamento alla vita.

Nella parte centrale del racconto gioca un ruolo fondamentale il monologo interiore che nel suo succedersi di esclamazioni, di frasi spezzate, interrotte e riprese, nei non sequitur che rasentano l’alalia rende mirabilmente lo stress e l’angoscia che il protagonista prova in quei momenti. E in quei momenti non c’è più nessun narratore; non ha più senso che ce ne sia uno. La sintassi non governa più le frasi e queste si riducono a parole, che non sono neppure più pronunciate, che restano pensieri, deboli, flebili.

Proprio mentre mi soffermavo su questi passi de La volpe sentivo il desiderio di dare più voce al racconto, al partigiano, al suo vissuto. E mi chiedevo se avesse senso che un pubblico più vasto di quello in grado di leggere in lingua italiana potesse accedere a questa storia. Così cominciai a tradurre il racconto in inglese, senza neppure sapere se mai si sarebbe potuti giungere a una pubblicazione. Ma a questo punto credo sia necessario chiarire qualche termine. Non mi interessava “tradurre” nel senso etimologico di “trans + ducere” cioè “condurre oltre”, come se il testo in lingua inglese fosse la meta verso cui puntare e il traduttore il protagonista di questo passaggio. Volevo piuttosto, come è più evidente nel verbo inglese, “translate”, termine che etimologicamente è legato al latino “trans + fero” (supino latum), cioè “portare oltre”, volevo portare più in là il racconto di Nino Chiovini, come per amplificarne la voce. E in quest’ottica mi misi al lavoro.

Se qualcuno fosse adesso interessato a conoscere quali siano state le maggiori difficoltà incontrate nella traduzione, chiariamo subito che non sono stati i passi di monologo interiore. Questi possono risultare meno chiari a una prima lettura, ma per la quasi totale assenza della sintassi e per la presenza di un vocabolario essenziale – direi quasi viscerale – non costituiscono in genere un problema.

Paradossalmente, per me, sono risultate più ostiche quelle parole apparentemente semplici come “baita”, “villetta” o “caffelatte”, che però hanno una connotazione fortemente legata a precisi contesti storico-culturali.

Il termine “baita” è usato sull’arco alpino centrale e occidentale in riferimento a piccole costruzioni solitamente con muri a secco in pietra e tetto in piode adibite ad abitazione, stalla, fienile e anche luogo di lavoro (per la produzione di latticini, per esempio). Non potremmo mai chiamare “chalet” o “cottage” una “baita”. Al di là delle differenze architettoniche, la funzione di quelle costruzioni è diversa. E all’interno dello stesso arco alpino, i vocaboli “baita” e “malga” non sono sinonimi, perché hanno connotazioni geografiche ben distinte, dove il secondo termine è tipico delle alpi orientali. In Scozia e in Irlanda si trovano ancora i ruderi di costruzioni rurali (“shieling”) che avevano funzioni analoghe a quella di una baita ed erano usate per la transumanza, ma oltre alla pietra impiegavano anche zolle erbose o torba. Esistono anche “bastle houses”, “blackhouses”, ma non avrebbe avuto senso ricorrere ad alcuno di essi, vista la loro precisa collocazione storico-geografica. Mi è sembrato più corretto scegliere “stone hut”, che da un lato richiama l’aspetto più evidente (la pietra) e dall’altro implica le caratteristiche dell’edificio, rurale e spartano.

Nel finale del racconto Nino Chiovini usa il termine “villetta”. Una villetta nel 1944 era ben diversa da una villetta del ventunesimo secolo. Se il lettore in italiano volesse visualizzare quella costruzione, dovrebbe fare un balzo indietro di un’ottantina d’anni. Ma che termine potrebbe essere meno fuorviante per chi legge in inglese? In città una villetta è una “small house”, mentre in campagna è un “cottage”, se è monofamiliare è una “detached house”, se invece è bifamiliare si parla di “semi-detached house”, colloquialmente “semi”. Se poi è una villetta a schiera il termine è “terraced house”. Si utilizza invece “small villa” nel caso che dei turisti anglosassoni prendano in affitto una casa per le vacanze estive soprattutto nell’area mediterranea. Ora, quanto tutti questi edifici assomiglino alla classica villetta progettata dal geometra che spesso ci immaginiamo dicendo “villetta” è tutt’altra questione. E poi non possiamo dimenticare che la villetta di cui si parla ne La volpe era stata costruita prima del 1944. Alla fine ho optato per “plastered house”, cioè “casa intonacata”, visto che a quei tempi la maggior parte delle abitazioni dei luoghi di cui si parla non lo erano.

Ma è possibile che anche il “caffelatte” abbia costituito un problema? Beh, sì, se ci chiediamo che caffelatte avrà mai bevuto il partigiano prima di partire. Un “white coffee”? Di certo non quello che, usando la parola italiana, in inglese si dice “latte”, riferendosi però a del latte macchiato con schiuma. Molto probabilmente si sarà trattato di latte caldo con un po’ di caffè e, vista la difficile reperibilità del caffè in quel contesto, sarà stato caffè di cicoria, anche se non era necessario specificarlo. D’altra parte non era una libertà che potevo assumermi e la scelta è ricaduta su “a cup of hot milk with coffee”, neutra, banale forse, ma non compromettente.

Queste considerazioni relative alla traduzione suoneranno forse come cavilli, pignoli e pedanti. Vorrei soltanto che fossero intese anche come un segno dello scrupolo con cui mi è sembrato doveroso procedere nel lavoro. In fondo, al di là del risultato, per me si è pur sempre trattato di una forma di rispetto per l’autore.

Qualche anno fa mi trovavo alla Cappella della Marona con un paio di amici. Raggiunta la meta, ci eravamo fermati per fare il classico spuntino, prima di iniziare la discesa. Dopo una decina di minuti ci raggiunse un’escursionista solitaria sulla cinquantina. Dal rapido scambio di saluti mi resi conto che era tedesca. Stavo ancora trafficando nello zaino per cercare un bicchiere e offrirle un sorso di vino, quando mi accorsi che era sparita dentro la cappella, dove un ossario – piuttosto malconcio, in verità – custodisce qualche reliquia dei partigiani uccisi dai nazifascisti. Ne uscì poco dopo con le lacrime agli occhi. In situazioni del genere ammetto di essere particolarmente impacciato – imbranato, se mi passate il regionalismo. La soluzione migliore, avendo finalmente trovato il bicchiere, mi sembrò proprio quella di versarvi un goccio di vino da bere insieme. Lei accettò di buon grado, chiedendoci di scusarla per il suo stato d’animo e ci disse che fin da quando era ragazzina aveva cominciato a frequentare il Lago Maggiore, dove i genitori venivano in vacanza. Continuò, raccontandoci che una quarantina d’anni prima era già stata alla Marona con suo padre, il quale le aveva parlato dell’eccidio del giugno del ’44. Ci disse anche che era un soldato, ma non aggiunse altro. Ripeteva come se fosse un rosario che non le sembrava possibile che degli esseri umani potessero arrivare a tanto e si scusava in continuazione fra lacrime e singhiozzi. Poi mi restituì il bicchiere, ringraziò, si scusò ancora una volta, ci salutò e s’avviò lentamente lungo il sentiero che scende a valle. La seguivo con gli occhi riandando mentalmente a quando a otto anni mio padre mi aveva portato sulla Marona e per me in montagna si doveva andare soltanto per salire su in cima e non capivo niente di Resistenza, di lotta partigiana, di guerre “civili”, fermo com’ero a quelle fra Mario e Silla, fra Cesare e Pompeo. Lei era diventata un punto sempre più in basso, che ogni tanto scompariva fra rocce e ontanelli e io intanto mi chiedevo se tutte le guerre, in fondo, non fossero sempre “civili” che si combattono fra esseri che spesso si scordano di essere umani.

Schegge di memoria: Mostra dei disegni di Gianni Maierna

Il 25 aprile viene inaugurata presso la Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce la mostra delle vignette e alcune altre realizzazioni grafiche di Gianni Maierna. La Mostra resterà aperta sino al 20 giugno 2022.

Gianni Maierna

Gianni Maierna

Chiunque abbia visitato la Casa della Resistenza e il Parco della Memoria e della Pace negli anni ’90 del secolo scorso e nel primo decennio del 2000, ricorda senz’altro la figura di questo “custode della memoria”: Maierna vi ha dedicato quotidiana passione e competenza sia nell’accompagnamento dei visitatori, scolaresche in particolare, che nella realizzazione di mostre, realizzazioni grafiche e nella cura quotidiana della struttura interna e del parco.

Con Arialdo Catenazzi

La storia di Gianni viene da lontano: nasce a Intra nel 1925 e dopo gli studi tecnici all’Istituto Cobianchi trova impiego quale operaio e disegnatore meccanico. Durante l’occupazione nazista dà vita al GAP di Intra in stretto contatto con le Formazioni partigiane locali: Cesare Battisti, Valgrande Martire e Mario Flaim. Della sua esperienza partigiana ci ha lasciato un diario incentrato sull’estate del 1944: 14 Giorni di Agosto.

Nel dopoguerra ha lavorato alla Rhodiatoce di Pallanza e si è distinto per l’attività sindacale e di appoggio alle prime lotte degli anni ’50, anche con vignette satiriche nei confronti della direzione di fabbrica in seguito alle quali è stato trasferito a Milano e isolato in un ufficio senza mansioni. Si è pertanto licenziato ed ha aperto in proprio una officina di autoriparazioni, continuando comunque a seguire le vicende operaie della Rhodia – Montefibre.

Con Togliatti e Gildo Bardaglio

Ha militato nel PCI ed è stato consigliere ed assessore sia nel Comune di Verbania che nella Provincia di Novara. Dopo lo scioglimento del PCI ha aderito a Rifondazione comunista.

Animatore della sezione intrese dell’ANPI Augusta Pavesidi cui è stato Presidente per un decennio dal 1994 al 2004, e successivamente Presidente onorario sino alla sua scomparsa nell’ottobre del 2017. Della sua intensa attività sociale possiamo ricordare il suo sostegno, quale Assessore al decentramento, alla nascita dei Comitati di quartiere di Verbania e, durante il conflitto serbo-croato, la costituzione di un Comitato di aiuti per la città di Crikvenica colpita dalla guerra.

Così Nuova Resistenza Unita lo ha ricordato nel n. 1 del 2018

Gianni Maierna (29.6.1925 – 10.10.2017)

Catenazzi e Maierna a Trarego

“Per noi il momento più giusto era all’imbrunire, quando incominciava a venire il buio …  La città era nostra perché conoscevamo tutti i buchi, tutti i modi di passare, entrare in un portone uscire da un altro, avevamo dei passaggi anche sui tetti, per noi era un divertimento perché i fascisti che erano lì non erano del posto …

Quando recuperavamo un’arma, non è che la tenevamo in casa, anche se a un certo momento nel solaio del mio caseggiato avevo da armare 15 persone, ma erano armi che si recuperavano e poi consegnavamo a chi andava in montagna, a chi non poteva resistere in città, perché il partigiano in città lo fai in un modo, quando non puoi resistere in città perché sei ricercato o ti è arrivata la cartolina, allora vai in montagna.”

In questo passo del 2002 in cui racconta agli studenti la sua esperienza di giovane gappista ritroviamo lo spirito, l’impronta che ha contrassegnato tutta la vita di Gianni Maierna: il mettersi in gioco sino in fondo senza esitazioni, la conoscenza dei luoghi e delle persone, il senso pratico – e spesso la furbizia – di chi sa trovare la soluzione giusta, la consapevolezza del significato delle proprie azioni, il tutto accompagnato da un sorriso lievemente ironico volto a bandire ogni rischio di enfasi o retorica. L’attività politica e amministrativa, la presidenza dell’ANPI di Verbania, l’impegno profuso per ottenere e poi rendere viva ed accogliente la Casa della Resistenza, i suoi innumerevoli incontri con gli studenti e i visitatori della Casa e del sacrario di Fondotoce sempre sono stati contrassegnati da questa cifra e da questa sensibilità. Consapevoli, come Associazione e come Nuova Resistenza Unita, che il debito nei suoi confronti è inestinguibile.

Con Gabriella Piccioli

L’attività grafica ed umoristica

Ricorda di lui Arialdo Catenazzi:

Gianni era un artista nato: già a 9 anni sapeva utilizzare la prospettiva e durante la scuola di avviamento al lavoro in disegno era sempre il primo della classe, tanto che a fine corso l’insegnante insistette molto perché continuasse a Milano un corso specifico promuovendo a tal scopo una borsa di studio. Le necessità della numerosa famiglia lo costrinsero, a malincuore, a rifiutare per un posto di apprendista disegnatore presso la ditta Wolmi, frequentando nel contempo un corso serale presso l’Istituto Cobianchi che lo diplomò disegnatore tecnico – meccanico.”

Casa della Resistenza: Giorno della Memoria 2004

Questa capacità tecnica, unita alla suo sguardo ironico, lo hanno accompagnato durante tutta la sua attività prima di partigiano poi di attivista sindacale, politico e sociale con una produzione costante di svariate realizzazioni grafiche: cartelloni, murales, scenografie, vignette satiriche … Ha inoltre partecipato più volte con le sue vignette alla rassegna umoristica Ridere sotto il Tasso organizzata a Cavandone da don Rino Bricco collocandosi fra i vignettisti non professionisti premiati.

Nelle sue vignette prevale una grafica semplice, essenziale che implicitamente richiama una tradizione umoristica e di denuncia sociale che a partire dai primi irriverenti “fumetti” del Sunday World di New York (1898) passa attraverso la drammatica denuncia della guerra di Käthe Kollwitz e quella più ironica e socialmente corrosiva di un George Grosz.

In alcune delle sue vignette Maierna fa parlare di noi umani e dei nostri vizi e difetti alcuni animali e ne assume lo sguardo critico e sfiduciato. Possiamo ricordare un celebre racconto di Lev Tolstòj in cui il cavallo Cholstomér (1864) parla in prima persona narrando la propria vita e con la sua visuale “estranea” mostra al lettore l’assurdità di gran parte del comportamento e delle convenzioni umane.

Anche quando a parlare non sono direttamente gli animali, questo sguardo ironico e questo effetto di straniamento accompagna gran parte delle sue vignette laddove l’occhio si sofferma di volta in volta su grandi temi quali quelli della guerra, della pace, dell’inquinamento, della parità di genere, delle lotte operaie o su quelli più nostrani della politica nazionale e talora locale.

Si chiarisce allora la comparsa, in molte di queste opere grafiche, di una sorta di contrassegno identificativo che assieme alla firma Gianni e alla data compare nell’angolo inferiore destro del disegno: un gatto che, voltandoci le terga, osserva perplesso e talora si interroga sulla scena rappresentata.

La mostra: Schegge di memoria

Nel suo archivio personale Gianni Maierna ci ha lasciato circa duecento testimonianze grafiche, tra originali e riproduzioni, della sua attività di satira e di commento sociale e politico; queste spaziano dal 1934, in pieno periodo fascista, sino al 2010.

Belzebù o marionetta?

Certamente la sua produzione tra vignette satiriche, manifesti, cartelli e cartelloni, pannelli macro eccetera, è stata molto più vasta e ha accompagnato tutta la sua esperienza di impegno costante quale partigiano, attivista di fabbrica e politico, amministratore, volontario e testimone della memoria collettiva.

Quello lasciatoci è comunque un patrimonio altamente rappresentativo non solo di un percorso individuale ma di un ampio periodo storico sia locale che nazionale e internazionale. Abbiamo selezionato centotrenta “vignette” proponendo un itinerario che incrocia specifiche tematiche e cronologia. Un modo originale di rileggere gran parte del secolo trascorso e l’avvio del nostro attraverso l’ironico “sguardo felino” di Gianni. 

Informazioni e dettagli tecnici

Collocazione: Sala esposizioni della Casa della Resistenza, Via Turati 9, Verbania Fondotoce.

Informazioni: tel. 0323 586802;  e-mail: info@casadellaresistenza.it

Durata: 25 aprile – 20 giugno 2022

Orari: dal lunedì al venerdì

                Mattina: 9.30 – 12.30

                Pomeriggio: 14.00 – 17.00

Aperture straordinarie: durante gli eventi – anche prefestivi e festivi o serali – realizzati presso la Casa della Resistenza o su prenotazione.

Caratteristiche: 36 pannelli cm. 60 x 100 suddivisi in 25 sezioni tematiche aperte ciascuna da un testo introduttivo di contestualizzazione. Conclude una sintetica biografia dell’autore.

Progettazione e grafica: Roberto Begozzi, Piero Beldì, Alberto Corsi, Gianmaria Ottolini, Gabriella Piccioli.

Hanno inoltre contribuito alla realizzazione dei testi: ArialdoCatenazzi, Paola Giacoletti, Bruno Lo Duca, Dario Martinelli, Luisa Mazzetti, Stefano Montani, Angelo Vecchi, Claudio Zanotti.

Organizzazione: Associazione Casa della Resistenza.

Con il sostegno: Consiglio Regionale del Piemonte – Comitato Resistenza e Costituzione.

Patrocinio: Città di Verbania, Provincia del Verbano Cusio Ossola, Associazione culturale Stella Alpina, ANPI.

Alcuni Pannelli della Mostra

Vignetta presentata alla Rassegna “Ridere sotto il Tasso” di Cavandone