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Deportazione nel Novarese: pubblicata la banca dati online

Il 14 aprile 2022, all’interno delle iniziative per il 77° anniversario della Liberazione, il Centro di documentazione della Casa della Resistenza ha pubblicato, rendendola pubblicamente accessibile, una Banca dati sulle deportazioni – nelle sue varie forme,  politiche, razziali, militari e civili – avvenute durante la guerra nel territorio della Provincia di Novara allora comprendente anche il Verbano Cusio Ossola. Un lavoro di ricerca iniziato circa 50 anni fa e che ha permesso di individuare e archiviare con le relative schede anagrafiche le quasi cinquecento vittime della deportazione nazi-fascista avvenute in questo territorio. Di seguito la scheda presentata alla stampa, qui “linkata” per accedere direttamente alle sezioni indicate.

Centro di Documentazione della Casa della Resistenza

Il Centro di Documentazione nasce nel 2010 per tutelare e valorizzare – attraverso progressiva attività di censimento, digitalizzazione e catalogazione – il patrimonio documentale e fotografico relativo alla Resistenza e più in generale alla storia del Novecento nel territorio del Verbano Cusio Ossola.  

Questo patrimonio viene “restituito” alla collettività attraverso la pubblicazione di banche dati online: il web rappresenta oggi uno degli strumenti più efficaci dal punto di vista dell’organizzazione e trasmissione dei contenuti, in grado di intercettare un vasto pubblico a livello nazionale e internazionale altrimenti difficilmente raggiungibile e potenziare, di conseguenza, la “vocazione al servizio” dell’Associazione Casa della Resistenza. La pubblicazione online offre inoltre il vantaggio di poter integrare, correggere, aggiornare continuamente le informazioni, tenendo conto delle nuove ricerche e dell’emergere frequente di nuova documentazione.

Nella precedente attività sono state attivate le seguenti quattro banche dati:

1a Divisione Ossola “Mario Flaim”

Partigiani della Divisione Flaim sfilano a Milano. 6 maggio 1945
  • Costituzione e Struttura: Comando – Brigate Cesare Battisti e Valgrande Martire – Battaglione Guastatori
  • Partigiani: 224 schede personali
  • Eventi: 50 schede di approfondimento – Mappa interattiva – Timeline
  • Bibliografia: i testi più significativi con relativi Abstract
  • Approfondimenti: Mario Flaim – Divisione Valdossola – Brigata Giovine Italia – Brigata General Perotti – Dislocazione dei presidi nemici

Eccidio di Fondotoce

Eccidio degli ebrei sul Lago Maggiore

(sezioni a loro volta suddivise in sottosezioni)

Sognavamo la Libertà.

StoryMap della Resistenza nel Verbano Cusio Ossola

In Collegamento con la Mostra omonima, rivolta agli studenti delle Scuole superiori, questa StoryMap permette di approfondire online in successione cronologica la storia della Resistenza locale attraverso 106 mappe corredate dalle relative schede e in più casi da ulteriori approfondimenti e collegamenti con le altre tre banche dati

La nuova Banca dati accessibile online

Questo lavoro, portato in porto da Gianni Galli, è il punto d’arrivo di molteplici attività condotte dall’Istituto storico della Resistenza di Novara e dalla Casa della Resistenza nel corso degli ultimi cinquant’anni. Alle prime interviste negli anni ’70 con partigiani ex deportati, è seguito il progetto sulla deportazione voluto dall’Aned (Associazione nazionale ex deportati) e realizzato dall’Università di Torino e dagli Istituti storici della Resistenza della Regione.

Si sono succeduti gli studi e le ricerche di Gisa Magenes e quelli svolti dall’Università di Torino e dagli Istituti storici della Resistenza presenti sul territorio nazionale, coordinati da Nicola Tranfaglia e Brunello Mantelli. La ricerca, iniziata nel 2003 comparando i dati del database di Italo Tibaldi con gli elenchi dei deportati presenti negli archivi dei diversi campi e con gli archivi di Bad Arolsen (Croce Rossa Internazionale), ha portato alla pubblicazione nel 2009 dei tre tomi che contengono i 23.862 nomi dei deportati politici italiani (Il libro dei deportati Vol. I: i deportati politici 1943-1945, Mursia, 2009) cui hanno seguito altri due volumi di approfondimento.

Per quanto riguarda i deportati novaresi, in accordo con il precedente direttore dell’Istituto storico della Resistenza di Novara, Mauro Begozzi, principale ideatore di questo progetto, si è pensato di riordinare tutte le informazioni a disposizione per recuperare la memoria degli eventi e delle persone che avevano subito ogni forma di deportazione (con parziale esclusione degli IMI, per i quali sarebbe opportuno un database apposito, che a livello nazionale è già esistente) o che avrebbero dovuto subirla ma sono stati uccisi prima (come è il caso degli “ebrei del Lago Maggiore”).

Per questo, rispetto alla ricerca torinese, nell’attuale database sono stati aggiunti anche i lavoratori coatti e gli Internati Militari Italiani non finiti nei KL, i deportati rimasti nei campi italiani di transito (Bolzano, Fossoli e Risiera di San Sabba a Trieste) e gli ebrei stranieri deportati nei campi italiani.

Struttura della Banca Dati sulla Deportazione nel Novarese

Alcuni esempi di schede anagrafiche:

Giulio Forti (deportato razziale)

Francesco Albertini (antifascista)

Idilio Brandini (partigiano)

don Angelo Ricci (sacerdote)

Giuliano Nicolini (militare)

Clotilde Giannini (civile)

Gianluigi Molinari (lavoro coatto)

NB. L’accesso a questa banca dati, come alle precedenti quattro, è libero. Il materiale è a disposizione di studenti e ricercatori e può essere utilizzato e riprodotto purché se ne citi la fonte.

“Notte e nebbia” di Resnais & Cayrol

Les temps obscurs sont toujours là

les villes mendiantes les cerisiers en sang la belle étoile

le douloureux secret des arbres sans un fruit

les fenétres donnant sur des plaies inguérissables

la lune comme un visage blessé à mort

les temps obscurs sont toujours là.[1]

Jean Cayrol

Nel precedente articolo ricordavo come nell’ultimo anno delle superiori con la mia classe avessimo assistito, del tutto inconsapevoli, alla proiezione di Notte e nebbia di Alain Resnais. Il rinvenimento tra i remainder del testo della sceneggiatura scritta da Jean Cayrol[2] mi ha spinto a rivedere il film alla luce del testo e delle sue poesie. Oggi la produzione cinematografica sulla shoah è imponente e si arricchisce di continuo, anche se non sempre con il rigore storico e filmico di Resnais[3]; riconsiderarlo oggi ci può aiutare a discernere con occhio critico all’interno di questa cinematografia della memoria.

 Jean Cayrol

Nativo di Bordeaux (1910) Cayrol, abbandonati gli studi giuridici, trova impiego come bibliotecario e si dedica alla scrittura e alla poesia dando vita già a sedici anni ad una rivista (Abeilles et Pensée) ispirata a Paul Claudel, poeta innovativo sul piano stilistico che dopo periodo di vicinanza all’anarchismo si era convertito ad un cattolicesimo intransigente.

Con la Seconda Guerra mondiale Jean Cayrol partecipa attivamente alla Resistenza e nel 1942, per una delazione, viene arrestato assieme al fratello Pierre e deportato in Austria a Gusen, sottocampo di Mauthausen. Il duro lavoro coatto nelle officine sotterranee ne minano la salute ma l’aiuto del religioso “Papa” Johan Gruber[4] gli permise di accedere ad un lavoro meno pesante in infermeria.

A Gusen Cayrol entrò in contatto anche con il sacerdote carmelitano Jacques de Jésus (Lucien Bunel) già direttore del Petit-Collège di Avon, arrestato e deportato per aver nascosto bambini ebrei; alla sua vicenda il regista Louis Malle dedicherà nel 1987 il film Arrivederci ragazzi. Jacques de Jésus muore di sfinimento subito dopo la liberazione e Cayrol dedica un canto funebre al “mio più che fratello R.P. Jacques del Carmelo di Avon”.

Cayrol era un deportato politico NN (Nacht und Nebel) ovvero non registrato e destinato alla eliminazione e alla completa scomparsa, condizione cui erano in particolare destinati gli oppositori nei territori occupati dalla Wehrmacht. Le sue Poesie di notte e nebbia prendono appunto ispirazione da tale condizione, sia pur in modo mediato e indiretto. Egli infatti più che soffermarsi sulla sua esperienza di deportato dà vita in numerosi scritti alla figura del “Lazzaro”, il deportato che ritorna alla vita spaesato in un mondo che aveva dimenticato e non riconosce più. Di se stesso dirà:

Continuavo ad essere in quel vuoto d’aria che il campo di Gusen aveva lasciato, come una sorta di lavagna sulla quale tutto era stato can­cellato. Immaginavo di essere un Lazzaro errante rimasto troppo a lungo a contatto con la pietra.[5]

Subito dopo la liberazione scrive On vous parle, primo volume della trilogia Je vivrai l’amour des autres incentrata sul personaggio alter ego Armand che tornando dal mondo concentrazionario porta con sé il vuoto che lo estranea dal mondo circostante. Nel saggio D’un romanesque conceentrationnaire del ’49 teorizza una letteratura lazzariana diversa dalla testimonianza, diretta o trasfigurata letterariamente, della deportazione, ma incentrata sul dopo, sulla “inarrestabile aberrazione di cui l’uomo dei campi è portatore[6].

L’opera lazzariana, prima di tutto e più di ogni altra cosa, sarà portata a descrivere in maniera dettagliata la più strana delle solitudini che l’uomo sarà stato in grado di sopportare. Non si tratta di una solitudine dalla quale si possa uscire, o fuggire. Ciascuno dei suoi “fedeli” si avvolgerà in questa solitudine come in un abito della sua taglia che lo preserverà dai crudeli attacchi del mondo esterno. È così vulnerabile che, di questa consuetudine alla solitudine, farà il suo unico mezzo di protezione, la sua unica arma. […]

Il deportato ha vissuto fino all’usura la propria morte, la propria condanna, la propria dannazione, non bisogna dimenticarlo. La solitudine, nella quale si chiude, non esiste forse per risolvere quello spaven­toso interrogativo che lo lascia talvolta insensibile ai problemi della vita quotidiana e familiare? Nel campo ha esaurito tutte le possibilità di morire, tutti i modi di entrare in agonia e, una volta tornato, ha realizzato la straordinaria libertà che la morte gli ha lasciato, l’indipendenza che conserva nei confronti della propria fine.[7]

Così commenta Boris Pahor:

Per Cayrol la figura del superstite, dell’ex depor­tato, s’identifica con quella del Lazzaro. Questa concezione del sopravvissuto porta inevitabilmen­te Cayrol a prendere le distanze da Primo Levi, per il quale soltanto i morti, coloro che venivano chiamati i musulmani, i sommersi, solo loro erano testimoni integrali, mentre i sopravvissuti non sa­rebbero mai potuti esserlo fino in fondo, proprio in quanto si sono salvati, sono cioè ritornati e dunque non hanno visto la morte in faccia. Per Cayrol non è così. La figura del Lazzaro mette in discussione proprio questa schematica divisione che Levi pone tra sommersi e salvati, ridefinendo e complicando la figura dell’ex deportato come colui che, una vol­ta passato attraverso la morte, ritorna alla vita. Per Cayrol, infatti, anche il superstite è un morto. Un morto che resuscita, al pari della figura biblica di Lazzaro. I salvati di Cayrol sono tutti dei lazzari. Dei risorti, nuova specie umana ritornata alla vita dopo aver vissuto l’esperienza assoluta di annulla­mento di sé nel campo. Quelli che ritornano dai campi non sono dunque dei sopravvissuti, ma, più propriamente, dei risorti. Non è vero che, come ritiene Levi, soltanto i morti, i musulmani hanno «visto la Gorgone» e hanno «toccato il fondo», in quanto vivere quell’esperienza, vivere in un campo di concentramento significava di per sé l’aver toc­cato il fondo.[8]

Nella sua attività letteraria successiva Cayrol produrrà una vasta opera sia in campo poetico, che narrativo e saggistico con una poetica d’avanguardia in cui molti vi hanno letto l’anticipazione del Nouveau roman. Dopo l’esperienza di Notte e nebbia proseguiràanche quale sceneggiatore cinematografico sia con Resnais (Muriel o il tempo di un ritorno) sia con Claude Durand[9]. Attivo presso le Editions du Seuil di Parigi, di cui diviene responsabile editoriale, si caratterizzerà per la scoperta e valorizzazione di nuovi talenti, scegliendo comunque una vita lontana dai riflettori anche dopo la sua elezione all’Académie Goncourt dal 1973 al 1995. Muore a 95 anni nella sua città natale.

Genesi e realizzazione del film

Nacht und Nebel, niemand gleich

(“Notte e Nebbia, (non c’è) più nessuno“)

Richard Wagner, L’oro del Reno

La direttiva di Hitler del 7 dicembre 1941, successiva all’entrata in guerra da parte degli Stati Uniti, stabiliva che gli oppositori politici, sia in Germania che nei paesi occupati dal Reich, se non condannati a morte immediatamente, dovevano esser deportati e (alla lettera) “fatti sparire nella notte e nella nebbia”.

Nel decennale della fine della guerra il Comité d’Histoire de la Deuxième Guerre Mondiale diretto da Henri Michel e Olga Wormser[10], commissionarono alla Argos Film di Parigi un film sulla deportazione; il produttore della Argos, Anatole Dauman ebreo di origine polacca,si rivolse a Alain Resnais allora conosciuto soprattutto quale documentarista.

 Resnais ricostruisce lui stesso, in una intervista la genesi del film e le perplessità iniziali sia sue che di Jean Cayrol da lui interpellato[11].

Una sera mi ha chiamato Anatole Dauman chiedendomi di fare un film suoi campi di concentramento. Ho rifiutato perché pensavo dovesse farlo qualcuno che fosse stato deportato davvero. Sono trascorsi circa quindici giorni. Dopodiché, convinto da un amico comune, Frédéric de Towarnicki, è ritornato da me. Ho accettato di incontrarlo per spiegargli perché non volevo fare il film. Non sembrava convinto delle mie ragioni.

Era commissionato da Comitato di Storia della Seconda Guerra Mondiale diretto da Henri Michel e Olga Wormser. Inoltre avevo incontrato lo scrittore Jean Cayrol, amico di Chris Marker; alloggiava all’Hotel della Casa editrice Seuil. Lo incontravo spesso sulle scale e un giorno gli ho esposto il problema. Gli ho detto: “Lei che ha vissuto sulla sua pelle la deportazione, se accetta di scrivere i testi, magari io posso ripensarci e accettare”.

L’accordo con Cayrol, abbastanza riluttante e timoroso di riaprire ricordi dolorosi, era che avrebbe scritto il testo dopo le riprese. Nel frattempo al progetto era stato reclutato anche il compositore austriaco Hanns Eisler che avrebbe scritto la musica per il film.

A quel punto eravamo tutti d’accordo e abbiamo cominciato, come si fa di solito, nonostante i timori.

Mi sono documentato accuratamente grazie agli archivi della Seconda Guerra Mondiale e alle testimonianze raccolte da Olga Wormser e Henri Michel. Ho letto molti libri e in particolare quello di Robert Antelme (La specie umana). Ne finivo uno e ne scoprivo un altro, poi un altro ancora. Ne ho letto uno di David Rousset, si intitolava mi pare “Le pitre ne rit pas” (Il pagliaccio non ride); riprendeva la corrispondenza aberrante tra i dirigenti dei campi di concentramento e le industrie chimiche che facevano esperimenti sui deportati. Queste si lamentavano di ricevere cavie in cattivo stato. Ho letto moltissimo e dopo un mese, forse due mesi, ho presentato a Dauman un testo di circa 15 pagine per proporre il mio progetto del film. [Intervista citata]

Riprese e montaggio

Di fronte ad un budget limitato, alla difficoltà di ottenere i permessi, ai costi per gli spostamenti della troupe la scelta di Resnais fu quella di basarsi il più possibile su filmati di archivio. Archivi polacchi e olandesi in particolare, visionando una gran mole di pellicole ma riproducendone lo stretto necessario.

Alain Resnais

Non potevamo riuscirci in tre mesi, occorrevano dieci anni per ottenere tutti i contatti necessari, ma soprattutto servivano i soldi. Anatole Dauman, Samy Halfon e Lifchitz, i tre soci della produzione Argos film, non li avevano ed era chiaro che avremmo lavorato in certe condizioni e con un budget molto ridotto.  (…)

Avevamo tutti i cinegiornali francesi e gli archivi di quelli polacchi. Li ho visti sul posto e ho cercato di stampare il meno possibile per non spendere troppo. I polacchi ci hanno aiutato molto e il direttore di produzione Edouard Muszka si è impegnato molto per questo film perché tutto andasse per il verso giusto. Abbiamo provato ad accedere agli archivi inglesi, ma non ci siamo riusciti. Siamo andati ad Amsterdam e abbiamo trovato dei documenti 16 millimetri: non descrivevano atti di violenza o soprusi ma mostravano i deportati che venivano messi in posti normali a fare dei lavoretti finché non arrivasse il treno. Poi li facevano salire a bordo e l’importante era mantenere l’ordine. Se i deportati si fossero spaventati, ci sarebbe stata troppa confusione. Mi viene in mente una inquadratura in cui c’è un ufficiale che va avanti e indietro sulla banchina del treno, intorno c’è calma piatta. [Intervista citata]

In questo modo il materiale d’archivio, in bianco e nero, avrebbe costituito la maggior parte del filmato. Si trattava di realizzare le riprese.

Non se ne parlava proprio di viaggi all’estero, siamo andati a visitare un campo nella Francia dell’est, a Struthof. E lì mi è venuta un’idea… Eravamo su una collina che dominava il campo, mi sono avvicinato ad Anatole e gli ho detto: “Ho un’idea che forse le sembrerà pazzesca e che vi costerà parecchi soldi, ma voglio farlo sia a colori che in bianco e nero.”

Mi ha risposto: “Dovremo fare tutto su pellicola colorata e ci verrà a costare molto di più, ma perché no?”

Avviene così la scelta stilistica principale di Resnais: il duro bianco e nero per il passato, un tenue colore per il presente nei campi abbandonati e in gran parte ricoperti dall’erba nel frattempo ricresciuta. Si trattava ora di operare il montaggio.

Nemmeno noi eravamo del tutto convinti di ciò che facevamo; mettere le inquadrature una dietro l’altra e spostarle per cercare un effetto piuttosto che un altro, ci faceva in qualche modo sentire in colpa, ma ci costringeva anche a riflettere sulla condizione umana. Quindi … abbiamo lavorato con un costante senso di vertigine. Ma non voglio sembrare troppo solenne. Ciò che ci spingeva a continuare erano pensieri come: “Non sarà un monumento ai morti!”. Non volevo che poi si dicesse: “Appartiene al passato, non succederà mai più.” Sebbene sia un film girato interamente su documenti, è evidente il riferimento costante al futuro.

 Ero così arrivato al primo montaggio e durava circa quaranta minuti e lo feci vedere a Cayrol come promesso. Non l’avevo mai disturbato né durante le riprese né durante il montaggio. [Intervista citata]

Questo primo montaggio, realizzato dal regista insieme a Chris Marker, venne presentato a Cayrol che di fronte a quelle scene si sentì male e preferì scrivere il testo senza lavorare in sala di proiezione e fornendo un testo successivamente. Quando Cayrol presentò il testo, che riprendeva molto della sua esperienza e della precedente produzione poetica, ci si rese conto che quella versione, pur letterariamente di alto livello, mal si adattava con l’alternanza delle immagini. Marker lo riscrisse cadenzandolo in sincronia col filmato. Cayrol ha poi scritto la terza versione, quella definitiva, questa volta in sala di montaggio adattando il testo scena per scena. Come ha poi affermato Resnais: L’impianto, la cadenza è quello di Marker, “ma le parole e i pensieri sono quelli di Cayrol”.

Struttura e poetica

La struttura è semplice: le immagini scorrono articolandosi in cinque fasi:

  1. Oggi. Un paesaggio tranquillo.
  2. 1933.La macchina si mette in moto. Costruzione dei campi e deportazione.
  3. Un altro pianeta. Vita nei campi, rituali, gerarchia e lavoro (la sezione più lunga).
  4. 1942. L’annientamento produttivo. Le bocche d’areazione non trattengono il grido.
  5. 1945. Si aprono i campi. Chi e dove sono i responsabili?

La scansione in cinque parti potrebbe sembrare un’ovvia modalità didattica che nel breve tempo di nemmeno 35 minuti “riassume” ciò che richiederebbe ore e ore di pellicola. Ma la struttura profonda, la sua poetica, non è tanto data dalla successione dei temi quanto dal meccanismo rigoroso dei contrappunti. Il colore tenue, virato al verde, delle immagini girate con lento sguardo su quanto restava dei campi abbandonati si alterna al cupo bianco e nero dove foto e brani di filmati d’epoca si succedono con ritmi spezzati. Il testo di Cayrol – recitato con voce fuori campo all’attore Michel Bouquet – non prevarica le immagini e tanto meno le descrive, ma le accompagna con una rigorosa distinzione fra tempo passato declinato all’imperfetto (b/n) e quello al presente (colore) lasciandoci spazi di silenzio per osservare e riflettere.

Analogamente la musica di Hanns Eisler si alterna con precisione fra crescendo e diminuendo in contrappunto fra il passato e il presente laddove gli spazi vuoti e abbandonati dell’oggi, privi di persone e di volti, inevitabilmente ci fanno immaginare chi li ha drammaticamente calpestati e ci fa interrogare se quegli spazi, o altri simili, potranno ancora accogliere altra umanità deportata.

Mentre la telecamera scorre sulle rovine di un campo abbandonato – non importa quale, li rappresenta tutti – la sequenza finale è accompagnata da queste parole:

La guerra dorme, un occhio sempre aperto.

L’erba fedele è spuntata di nuovo sull’Appellplatz, intorno ai block.

Un borgo abbandonato, ancora minaccioso.

Il forno crematorio è fuori uso. I piani nazisti sono superati.

Nove milioni di morti oscurano questo paesaggio.

Chi di noi vigila da questo strano osservatorio, per avvertirci dell’arrivo dei nuovi aguzzini? Hanno davvero un volto diverso dal nostro?

Da qualche parte, in mezzo a noi, ci sono ancora kapò scampati, capi riabilitati, delatori sconosciuti.

Ci siamo noi che guardiamo queste rovine, since­ramente convinti che il vecchio mostro concentrazionario sia morto sotto le macerie; noi che facciamo finta di tornare a sperare davanti a un’immagine che si allontana, convinti che si possa guarire dalla peste concentrazionaria; noi che facciamo finta di credere che tutto questo appartenga a una sola epoca e a un solo paese, e non pensiamo a guardarci intorno e non sentiamo il grido senza fine.

Commenti, ripercussioni e censure

A dieci anni dalla fine della guerra il tema della deportazione e dello sterminio era ancora un tema rimosso dalla memoria collettiva sia in Francia che nel resto dell’Europa. Di questo Resnais e i produttori della Argos erano ben consapevoli. Nelle sale cinematografiche niente era stato ancora proiettato. Di qui la scelta di un rigore che nulla voleva concedere alla spettacolizzazione o all’emotività, in un costante richiamo tra passato documentato e un presente di campi abbandonati e vuoti che portino a riflettere sul vuoto di memoria. Cautela anche testimoniata da una scelta che oggi parrebbe incomprensibile, quella di non nominare nei titoli l’autore della voce fuori campo: si temeva che nominare il noto attore Michel Bouquet avrebbe potuto confondere lo spettatore sul carattere di documento del filmato.

Eppure questo rigore e queste preoccupazioni non bastarono ad evitare la censura. La apposita commissione francese nel dicembre 1955 interviene contestando la violenza del film e la presenza di un guardiano francese nel campo di Pithiviers riconoscibile dal noto képi. Se la prima contestazione dei censori viene superata la seconda, che mette involontariamente in luce oltre alle responsabilità tedesche quelle del collaborazionismo francese, non risulta superabile. I produttori e Resnais[12] pur di dar via alla distribuzione del mediometraggio accettano di mascherarla coprendo con una sorte di trave il dettaglio del copricapo.

Ma i problemi non sono finiti. Quattro mesi dopo Nuit et brouillard viene selezionato dalla giuria di Cannes nella sezione documentari ma, dopo un intervento dell’Ambasciata di Bonn, la Segreteria di Stato dell’Industria e commercio in accordo con il Ministero degli esteri impone la sostituzione del film con altra opera. Scoppia lo scandalo, Cayrol denuncia su Le Monde “una Francia che rifiuta la verità” e caustico Resnais commenta “Ignoravo che al festival il governo nazista avesse una sua rappresentanza”. Le associazioni di ex deportati si mobilitano per andare a manifestare a Cannes. Alla fine il compromesso è che l’opera venga proiettata fuori concorso in una sezione parallela.

Il film dopo Cannes incominciò a girare anche se inizialmente con qualche difficoltà: i documentari brevi venivano di solito proiettati in sala abbinati ad un lungometraggio. Ma difficile era trovare un abbinamento per cui dapprima girò nei Cineforum. Ma la notorietà, facilitata anche dallo scandalo di Cannes, lo fece acquistare da altri paesi e, per prima, fu proprio la Germania occidentale e poi quella orientale e il film trovò poi spazio nelle sale anche in Francia. Imprevedibilmente la società di produzione ne ebbe un ricavo decisamente superiore alle spese e Resnais acquisì la notorietà che poi gli permise di realizzare le sue opere più note a partire da Hiroshima, mon amour (1959).

Nel 1997, in occasione della versione in DVD Resnais riuscì a recuperare e reinserire l’immagine originale “col Kèpi” per cui oggi è possibile visionare il mediometraggio in edizione restaurata sia in DVD che su YouTube:

  • Versione in francese: [qui]     
  • Versione in italiano: [qui]   

Il commento di Cayrol

Abbiamo concepito “Notte e nebbia” come un campanello d’allarme.

Notte e nebbia non è soltanto un film di ricordi, ma anche lo specchio di una grande inquietudine. Abbiamo voluto anzitutto – evidente­mente – far conoscere, o meglio “por­tare a conoscenza del pubblico”, la verità sui campi di concentramento nazisti, che furono uno dei volti del deli­rio razzista più virulento che mai nella nostra epoca.

Di un’esperienza incomprensibile, inco­municabile, irragionevole, abbiamo scelto le immagini più significative che permettessero, entro i limiti di un cortometraggio, di far partecipare a questa enorme carneficina i vivi di oggi, anche coloro che non hanno mai tentato (magari per l’età) di comprendere sino a qual punto abbiano potuto spingersi degli uomini che odiano la libertà e disprezzano gli altri.

Questo film non è un reliquiario cimiteriale, “un’avventura repentinamente conge­lata”, come scriveva mio fratello Pierre nel momento della sua morte nel campo di Oranienburg, un monumento eretto alla memoria disgregata dei nostri morti. È soprattutto la testimonianza vivente, incredibile, degli esiti estremi dell’oppressio­ne e della forza messi al servizio di un sistema che non ebbe rispetto per i diritti ele­mentari del singolo essere umano, nella sua originalità e nelle sue peculiarità. Abbiamo portato alla luce del sole ciò che si trovava solo negli archivi o nel cuore degli inguaribili sopravvissuti, un insieme di immagini che si raddoppiano, si molti­plicano all’infinito nel sangue, nelle urla, nel pus. Sapevamo benissimo che avrem­mo potuto soltanto sfiorare la realtà dei campi di concentramento: neppure un film di parecchie ore sarebbe bastato per dire tutto quel che c’era da dire. Come descri­vere quei “principati dell’assassinio” nei quali la sola ribellione possibile era quella di morire?

Nel cielo indifferente di queste secche immagini si aggirano minacciosi i nembi sem­pre mutevoli dell’eterno razzismo. Essi vagano qua e là finendo per deflagrare in qualche luogo piombando addosso a coloro che restano in piedi.

Il ricordo permane soltanto se illuminato dal presente. Se i forni crematori oggi non sono altro che scheletri insignificanti, se il silenzio è calato come un sudario sui ter­reni mangiati dall’erba dei vecchi campi di sterminio, non dimentichiamo che il nostro stesso paese non è esente dallo scandalo razzista. Ed è perciò che Notte e nebbia diviene non soltanto un esempio sul quale meditare, ma un richiamo, un “campa­nello d’allarme” contro tutte le notti e tutte le nebbie che calano su una terra che pure era nata nel sole e per la pace.

Jean Cayrol, in “Les Lettres francaises“, n.606, 15 febbraio 1956.

Il giudizio di François Truffaut

“Tutta la forza di questo film a colori che si apre con immagini di erbe spuntate ai piedi delle rovine, risiede in quel tono di una dolcezza terribile che hanno saputo trovare e conservare Resnais e Cayrol (che ha scritto il commento). Notte e nebbia è proprio un’interrogazione che ci chiama in causa tutti: non siamo forse tutti dei “deportatori”, non potremmo divenirlo tutti, almeno per complicità? Il lavoro di Resnais, combinando un reportage a colori e dei documenti d’epoca in bianco e nero, è stato di togliere a questi ultimi tutta la loro teatralità macabra e il loro orribile pittoresco per obbligare noi spettatori a reagire con il nostro cervello piuttosto che con i nostri nervi. Dopo aver guardato quegli strani prigionieri di trenta chili, capiamo facilmente che Notte e nebbia è il contrario di quei film di cui si dice che ci si sente migliori dopo averli visti. Mentre la mdp di Resnais sfiora l’erba ricresciuta e visita i campi abbandonati, Cayrol ci informa sul rituale concentrazionario e si interroga sordamente su “noi che fingiamo di credere che tutto ciò appartiene a una sola epoca e a un solo paese e che non pensiamo a guardare attorno a noi e che non ascoltiamo che si grida senza fine“. Ogni giorno si girano chilometri di pellicola negli studios del mondo intero: per una sera, dobbiamo dimenticare la nostra qualità di critici o spettatori. È l’uomo che sta dentro di noi di cui si parla, che deve aprire gli occhi e interrogarsi a sua volta. Notte e nebbia fa sparire per qualche ora dalla nostra memoria tutti i film: bisogna vederlo assolutamente”.

(François Truffaut, Les films de ma vie, Ed. Flammarion, Paris 1975).


[1] I tempi bui non sono passati / le città mendiche i ciliegi insanguinati il bel firmamento / il segreto doloroso degli alberi infruttiferi / le finestre che danno su piaghe inguaribili / la luna come un viso ferito a morte / i tempi bui non sono passati. (Cœur percé d’un flèche / Cuore trafitto da un dardo, in Jean Cayrol, Notte e nebbia. Seguito da Poesie di notte e nebbia, Nonostante edizioni, Trieste 2014, p. 68-71).

[2] Notte nebbia cit. Oltre alla sceneggiatura del film e alle poesie il libro riporta una postfazione di Boris Pahor, l’autore di Necropoli.

[3] Nuit et brouillard è di fatto il primo documentario destinato al pubblico sul tema della deportazione e dei campi di concentramento. Prima di questo si può ricordare L’ultima tappa della polacca Wanda Jakubowska del 1948 ma che, pur girato ad Auschwitz con sopravvissuti ai campi, non è propriamente un documentario.

[4] Il sacerdote Johann Gruber arrestato dalla Gestapo nel 1938 e internato a Gusen diede vita ad una vera e propria attività clandestina di mutuo soccorso all’interno del campo coinvolgendo e aiutando deportati indipendentemente dal credo religioso. Scoperto e torturato venne assassinato il 7 aprile 1944.

[5] Il était une fois Jean Cayrol, Seuil, Paris 1982, pp. 102-103. Citato da Boris Pahor nella postfazione.

[6] Marina Galletti, “Dalla sopravvivenza alla vita, ovvero da Lazzaro a Ulisse”, in Jean Cayrol, Lazzaro tra noi. Seguito da Testimonianza e letteratura, Nonostante edizioni, Trieste 2016, p. 131.

[7] Lazzaro tra noi cit., p. 73 e 75.

[8] Notte e nebbia cit., p. 179-180.

[9] Durand, oltre che noto editore e traduttore è stato anche sceneggiatore, montatore e regista di film e documentari.

[10] Nel 1954 i due storici avevano pubblicato una raccolta di testimonianze sui campi di concentramento: La tragédie de la deportation, Hachette, Parigi.

[11] Intervista radiofonica condotta da André Heinrich e Nicole Vuillaume per France Culture e riportata negli extra del DVD (ed. RHV 2007).

[12] Resnais ha più volte sottolineato come quella breve immagine non era stata scelta per quel motivo e che, se non ci fosse stato l’intervento censorio, probabilmente nessuno vi avrebbe fatto caso.

Il mio rapporto con l’Olocausto

In prossimità del Giorno della memoria ripropongo un post che anni fa avevo pubblicato su Facebook ripercorrendo il mio personale itinerario che mi ha portato in particolare ad approfondire gli eccidi compiuti nel 1943 a ridosso del Lago Maggiore. A maggior ragione osservando che viene malauguratamente ripresentato, proprio alla vigilia del 27 gennaio, un film che stravolse quella vicenda e il suo contesto storico e costituì offesa alla persona che di quella vicenda fu principale testimone.

Il mio rapporto con l’Olocausto *

Ho visitato i campi di Mauthausen, Gusen, Ebensee, Dachau all’inizio degli anni Ottanta. Erano le prime due visite organizzate dalla regione Piemonte nei lager, allora destinate solo agli insegnanti. Le conoscenze e la consapevolezza allora erano scarsissime, i tempi della Giornata della Memoria (istituita nel 2000 e celebrata per la prima volta nel 2001) erano lontani a venire.

All’ultimo anno delle superiori (1966) la mia classe era stata portata al Cinema Sociale di Pallanza a vedere un documentario che ci aveva impressionato ma che nessun insegnante, né prima né dopo, si era preso la briga di introdurre o commentare. Si trattava (ho realizzato dopo) di Notte e nebbia di Resnais e le sue immagini erano rimaste in un angolo inquieto della mia memoria personale. La visita ai campi mi diede la possibilità di riaprire e dar luce a quell’inquietudine e di raccogliere e leggere testi e documenti sulla deportazione. In particolare di organizzare una sequenza di diapositive, in parte riprese durante le mie visite e in parte riprodotte da testi, che costituivano la base di un intervento didattico che ho riproposto più volte; allora non c’era ancora Power Point ma la struttura era un po’ quella.

Due aspetti in particolare mi avevano colpito; in primo luogo la standardizzazione industriale dell’olocausto, non solo la stessa organizzazione nei diversi campi, ma anche i più piccoli particolari, dai rituali che scandiscono la “vita” del deportato, alle forme delle baracche, allo sgabello per le punizioni … insomma una multinazionale del terrore volta a trarre il massimo profitto (che andava in buona parte alle SS) dallo schiavismo concentrazionario. Avevo tra l’altro letto che Himmler, diplomato in agraria, si era anche occupato di allevamento industriale di polli e vidi in questo una impressionante conferma di quello che si potrebbe chiamare “industrialismo concentrazionario”.  In ogni campo era rigorosamente predisposta la durata media di vita del deportato: dai sei mesi di Mauthausen ai due mesi del duro lavoro sotterraneo di Gusen. Che venisse inoltre utilizzata anche l’informatica IBM per il computo preciso della merce umana in entrata e “in uscita” dai lager lo lessi solo molti anni dopo (IBM and the Holocaust).

L’altro aspetto che mi ha allora colpito è la circostanza che i luoghi scelti per i lager fossero spesso località “turistiche” (è il caso ad es. di Mauthausen e di Ebensee). Dalla lettura dei verbali di Mauthausen ho poi saputo che fra tutte le SS di quel campo una sola era stata al fronte: in sostanza il corpo delle SS del campo era costituito da “imboscati” piccolo borghesi che per amicizie e raccomandazioni familiari erano riusciti ad ottenere, in piena guerra, un “posto sicuro”, ben remunerato e remunerativo. Il lavoro sporco era assegnato alla struttura organizzativa in quanto tale e ai kapò.

Insomma un altro aspetto della banalità del male. In questo caso subordinato non tanto all’obbedienza ottusa analizzata dalla Arendt nel caso Eichmann (su aNobii una mia recensione: La banalità del male), ma al tornaconto personale. Certo l’ideologia razzista, la divisa dell’ordine superiore possono creare il contesto giustificativo, ma poi i moventi delle persone, in questo caso degli “aguzzini” sono assolutamente banali. Lontano mille miglia non solo come è ovvio dalla mitizzata “razza superiore” e dal superomismo, ma anche dalla immagine prevalente di nazismo e SS di tanta letteratura e di tanti film (non solo B-movie). Insomma, contrariamente a quello che molti pensano e alle prevalenti reazioni di fonte all’olocausto, la visita dei campi e le molteplici letture di quegli anni mi hanno confermato nella concezione (in qualche modo di origine socratica) del “male” non come principio attivo (ontologicamente e teologicamente come “entità”) ma come carenza, come assenza (carenza di consapevolezza, di immaginazione, di fantasia, di sensibilità, di intelligenza, di capacità di veder le cose da altri punti di vista). In sostanza carenza di senso etico visto che l’etica non è altro che l’assumere un punto di vista più universale. L’opposto di ogni concezione manichea. Il massimo male è il “niente”, il nulla. Certo, si potrebbe obiettare, ci sono (ci sono stati) i fanatici – non i “pazzi” – ma questi erano e sono una minoranza; quello che bisogna spiegare è come un intero esercito ed un intero popolo abbiano potuto dar vita e sostenere il regime dello sterminio.

Col passar del tempo dell’Olocausto me ne sono occupato sempre meno un po’ perché per le mie vicende didattiche non ho più potuto insegnar storia, ma soprattutto perché il leggere e vedere scene di violenza e di nullificazione dell’uomo in altri contesti (Cile, Sudafrica, Tibet ecc.) mi hanno reso sempre più insopportabile questa “banale” ripetitività. Una certa paura, non del tutto conscia, che la consapevolezza della banalità del male potesse per me diventare una banalizzazione, un mio assuefarmi, un banale appunto déjà vu.

Nel progetto di film sull’Olocausto sul Lago Maggiore (Even 1943) all’inizio sono stato “tirato dentro” un po’ a forza: da Camocardi, da Silvia Magistrini e soprattutto dalla giusta reazione di Becky Behar al brutto film di Lizzani. E allora, in modo condiviso, ci siamo detti con Lorenzo, Gemma e Claudia “non solo Meina, ma tutti gli episodi avvenuti in quell’autunno 1943; non solo le vittime ma anche i salvati; non solo i carnefici ma anche i ‘salvatori’, coloro che in modo semplice hanno aiutato, avvisato, nascosto o fatto fuggire chi era in pericolo di vita”. Questo aspetto per me è essenziale. Se c’è una banalità del male non credo sia corretto parlare di banalità del bene, ma piuttosto di “normalità del bene”. L’azione del “giusto”, la sua limpida normalità getta la giusta luce sulla “miserevolezza” degli eccidi. Sono convinto che non si possa oggi celebrare la Giornata della memoria se non ricordando oltre alle vittime anche l’azione dei “salvatori”.

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* Pubblicato nel 2012 su Facebook

Aggressività: forme e interpretazioni (dispensa didattica – febbraio 1999)

Come già sottolineavo in un precedente post, la scuola difficilmente riesce a mantenere memoria delle sue attività e percorsi didattici, cui si aggiunge la scarsa cura dei suoi archivi. La situazione si è aggravata recentemente: l’esigenza di nuovi spazi necessari per sfoltire le classi nell’epoca della pandemia fa spesso sì che archivi e magazzini si trasformino in aule e laboratori e i materiali didattici, tesine, ricerche, vecchi testi e magari anche verbali ecc. vengano accumulati in malo modo se non, irresponsabilmente, mandati al macero.

In solaio ho un certo numero di questi materiali realizzati nelle classi dell’Indirizzo di Scienze Umane e Sociali dell’Istituto Cobianchi nelle quali ho insegnato, per cui non penso sia inutile digitalizzare e postare alcuni di quelli che mi sembrano più significativi. Con l’avvertenza che vanno letti collocandoli non solo nel contesto didattico di quei corsi sperimentali ma anche in quello culturale e delle conoscenze dell’epoca.

Nell’anno scolastico 1998-99 per le classi 5^A e 5^B si era scelto quale argomento monografico interdisciplinare da presentare all’esame “Aggressività e violenza”. In questo ambito avevo realizzato una dispensa di base sulla Aggressività che riporto di seguito. In calce una sintetica descrizione del percorso realizzato con quelle classi.

AGGRESSIVITÀ

Dispensa di base

Premessa

Si pone, in primo luogo, un problema a prima vista terminologico, ma che immediatamente diventa concettuale: quale significato assegniamo alla parola “aggressività”? L’etimologia latina (aggredior = vado verso, cammino in avanti) apre la strada a due accezioni decisamente diverse, che però vengono molte volte confuse fra loro. Confusione, appunto, non solo terminologica, ma con rilevanti conseguenze sul piano concettuale. Bisogna infatti distinguere fra:

1. AGGRESSIVITÀ nell’accezione derivante da “progredisco, mi affermo, mi autorealizzo, impongo la mia presenza, pongo in evidenza il mio esserci (ci sono) e il mio essere (sono così)”. Aggressività in questa accezione è pertanto predisposizione, capacità di mobilitare le proprie energie, per la propria (auto)affermazione.

>  tendenza/tentativo di imporsi, di influenzare, di affermarsi  >  AGGRESSIVITÀ AFFERMATIVA

L’aggressività in questa accezione:

  • può avere (ed ha in primo luogo) una funzione espansiva (attività, creatività, ampliamento della propria sfera di azione e di influenza) ed una funzione difensiva (tutela del proprio spazio e, ancor prima, della propria identità);
  • non è necessariamente conflittuale: può risolversi in una appartenenza accettata nel gruppo a cui ci siamo posti/imposti, in una “accoglienza”, in un riconoscimento del nostro esserci e del nostro essere (delle nostre peculiarità);
  • può essere anche una aggressività “chiamata” (richiesta) dal gruppo: «dimostra di essere all’altezza, di poter essere “degno” di farne parte e/o di potervi svolgere un determinato ruolo»; ogni iniziazione o rito di passaggio (per esempio un esame) comporta pertanto un impiego di aggressività (di mobilitazione delle proprie energie per affermarsi);
  • vi può essere competizione/conflittualità qualora il proprio porsi tenda a sovrapporsi con l’esserci (o la volontà di porsi) di altri (questo dipende dalle condizioni sociali date: possibilità o meno di spazio “sociale”, all’interno del gruppo in generale e/o in uno specifico ruolo, per il “nuovo”).

L’aggressività, in questo ultimo caso, si afferma/disloca in un conflitto; è bene ricordare come il conflitto all’interno di una comunità non abbia in genere caratteristiche violente né si risolvi necessariamente con una vittoria/sconfitta in quanto:

  • i conflitti, all’interno delle comunità, si svolgono secondo regole (e talora veri e propri rituali) da tutti condivisi; la competizione/conflitto diventa dunque, in primo luogo, una competizione con se stesso, un mettersi alla prova, sia pur in relazione alla prova dell’altro;
  • il conflitto può trovar soluzione, all’interno di una comunità, solo attraverso una mediazione; e vi è mediazione solo se vi è riconoscimento dell’altro, della sua presenza nella comunità e del suo punto di vista;
  • il porre, sostenere il proprio punto di vista (le proprie esigenze, i propri diritti, le proprie capacità, ecc.) all’interno di una mediazione comporta aggressività in questa prima accezione (aggressività affermativa);
  • l’assenza di mediazione comporta la permanenza del conflitto o la rottura/scissione della comunità: solo da qui può derivarne aggressività nella seconda accezione (aggressività distruttiva);
  • la mediazione non necessariamente comporta distribuzione di vantaggi e svantaggi (soluzione a somma zero), ma può anche portare a vantaggi reciproci (soluzione a somma positiva): il  conflitto (gioco competitivo a somma zero) può cioè trasformarsi in cooperazione (gioco cooperativo a somma  positiva); la creatività (e produttività sociale) di una comunità consiste in fondo proprio in questo:  permettere l’affermazione non competitiva di tutti i suoi membri valorizzandone le capacità e  mobilitandone le energie (l’aggressività affermativa).

2. AGGRESSIVITÀ nell’accezione derivante da “invado (o comunque tento di invadere) lo spazio altrui”, non ne riconosco la collocazione qui, violo il suo “intorno”. L’aggressività in questa accezione comporta negazione, offesa, danneggiamento e, in prospettiva, distruzione (morte) dell’altro. Aggressività pertanto che si manifesta come AGGRESSIONE e che comporta necessariamente l’impiego di violenza. Essa comporta, qualunque sia il livello dell’aggressione, un non riconoscimento dell’altro, la non accettazione della sua presenza, dei suoi diritti, della sua persona, del suo esserci.

Dal “fatti più in là”   a:           “scompari dalla mia vista”      …         “esci dalla comunità” …  “non meriti di esistere, non esisti, non sei nulla”       …         “ti distruggo”.

      > Volontà di violare, danneggiare, distruggere  > AGGRESSIVITÀ DISTRUTTIVA

Ora è evidente che la riflessione sull’aggressività che ci interessa è quella sull’aggressività/aggressione; è necessario tener comunque presente anche il primo significato, proprio per evitare di confondere i due tipi di aggressività. Qual è l’origine dell’aggressività distruttiva? Quali le cause? Deriva e/o si innesta su quella affermativa ed ha pertanto anch’essa una funzione adattiva o ha altre origini (non necessariamente adattive e magari disadattive)? La distruttività si rivolge solo verso altri o possiamo parlare anche di autoaggressività (o autodistruttività o aggressività autoplastica)?

Le risposte sono diverse e in parte derivano dell’intravedere o meno un nesso fra l’aggressività affermazione e l’aggressività aggressione: l’aggressione scatta forse quando una energia autoaffermativa non riesce a realizzarsi, qualunque siano i motivi “scatenanti”? dire SÌ o NO implica concezioni diversissime dell’atto aggressivo, e più in generale dell’uomo. Dire SÌ implica una concezione pessimista negativa/ distruttiva dell’uomo: essere che, per realizzarsi, deve (dovrebbe) sempre entrare in competizione/conflitto con i suoi simili.

   La diversità delle risposte dipende, in secondo luogo dalla diversità degli ambiti culturali e scientifici in cui sono nate: neuropsicologia, etologia, psicologia sperimentale e comportamentismo, psicologia sociale, psicoanalisi, psichiatria, antropologia, filosofia, … Le due tendenze fondamentali possono essere così riassunte:

1. l’aggressività/aggressione ha origini istintuali e di conseguenza non può essere eliminata, ma solo controllata;

2. essa ha origini ambientali e pertanto è possibile dar vita a contesti sociali (e in prospettiva statali) in cui la aggressività (aggressione) può scomparire (esser superata).

Naturalmente sono possibili anche mediazioni del tipo: su di un corredo genetico innato si innestano le influenze dell’ambiente (della cultura) che possono indirizzare la base innata in direzioni fra loro molto diverse. E quali sono le influenze dell’ambiente che possono innescare una aggressività distruttiva? Anche qua abbiamo fondamentalmente due tipi di risposte fra loro contrapposte:

1. la frustrazione (interferenza che inibisce un bisogno, una meta, una attività di realizzazione) genera una tendenza all’aggressività che ha bisogno di “scaricarsi” (modello pneumatico-catarchico);

2. la assimilazione di modelli di comportamento violento sia in modo diretto (imitazione) che indiretto (allentamento delle inibizioni all’aggressività).

La violenza

Il tutto nasce da una semplice constatazione: l’uomo è l’animale più violento in quanto esercita la sua aggressione anche contro la sua stessa specie.

“Che l’uomo sia un essere aggressivo ci pare fuori discussione. Ad eccezione di certi roditori, nessun vertebrato distrugge abitualmente altri membri della sua stessa specie. In genere nessun altro animale prova un piacere particolare nell’esercitare la crudeltà su un suo simile. Siamo soliti definire gli esempi più ripugnanti di crudeltà umana come “brutali” o “bestiali”, volendo significare con questi aggettivi che un tale comportamento sarebbe caratteristico di animali meno evoluti di noi. Purtroppo bisogna riconoscere, invece, che le punte estreme del comportamento cosiddetto “bestiale” si riscontrano solo nell’uomo e che in natura è impossibile trovare un equivalente del maltrattamento riservato ai propri simili dagli esseri umani. La triste realtà è che noi siamo la specie più crudele e spietata che sia mai comparsa sulla faccia della terra e che, anche se rabbrividiamo d’orrore quando sui giornali o nei libri di storia leggiamo delle atrocità commesse dall’uomo, in fondo al cuore sappiamo che ognuno di noi alberga in sé quei medesimi impulsi che ci ripugnano, gli impulsi che spingono all’omicidio, alla tortura, alla guerra”. A. STORR, L’aggressività nell’uomo, De Donato, Bari, 1968, p. 11

La constatazione che l’uomo sia l’animale che più frequentemente esercita violenza contro appartenenti alla sua stessa specie, solleva il velo ad una realtà che, di norma, ci rifiutiamo di accettare: l’uso del termine “bestiale”, come sottolinea Storr costituisce pertanto una indicativa distorsione dei fatti. Che in “ciascuno di noi alberga in sé quei medesimi impulsi che ci ripugnano, gli impulsi che spingono all’omicidio, alla tortura, alla guerra” costituisce invece una INTERPRETAZIONE (o meglio uno dei due ambiti possibili di interpretazione: quello INNATISTA”). Potremmo anche dire: “in molti contesti relazionali, sociali, e storico politici albergano dei forti condizionamenti che possono spingere l’uomo (animale “culturale” e pertanto flessibile) all’omicidio, alla tortura, alla guerra (INTERPRETAZIONE AMBIENTALISTA).

Dagli stessi fatti possiamo pertanto trarre conclusioni simmetricamente opposte; evitiamo, pertanto, almeno per ora, di trarre conclusioni, ma tentiamo di andare più a fondo riportando elementi significativi della “fenomenologia” (del manifestarsi) della violenza umana. Con la consapevolezza che in questo campo è estremamente difficile scindere fatti da interpretazioni, che le modalità di descrizione, l’attenzione a certi aspetti piuttosto che ad altri sono spesso portatori di un giudizio, di una interpretazione, di una tesi.

L’aspetto che, implicitamente, vogliamo sottolineare in questa premessa è invece quello della PROBLEMATICITÀ della violenza e dell’aggressività nell’uomo. Problematicità che non riguarda solo le interpretazioni possibili, ma lo stesso manifestarsi delle dinamiche aggressive.

Un primo ordine di considerazioni riguarda la “dotazione” umana di mezzi per l’aggressione. Alcuni etologi hanno evidenziato come l’uomo, rispetto agli altri animali sia “di natura” debole ed indifeso, sprovvisto di quei mezzi naturali di difesa che caratterizzano le diverse specie di animali (corazza, pelliccia, mimetizzazione, artigli, zanne, ecc.): l’uomo si sarebbe trovato in un ambiente ostile, privo di ogni mezzo di difesa e sostentamento: una “scimmia nuda”. Una costituzione biologica “paranoide”: la debolezza filogenetica che porta a temere e a sopravvalutare la forza dell’avversario e a ritenersi estremamente deboli e indifesi. Su questa debolezza originaria si sarebbe innestata, come difesa evolutiva, l’assenza di inibizione all’aggressività, inibizione invece presente, sotto varia forma, nella maggior parte delle specie animali.

“Grazie allo sviluppo del suo cervello, l’uomo è stato capace di rimediare alla carenza di elementi difensivi e offensivi naturali con l’invenzione delle armi. È anzi probabile che l’invenzione delle armi abbia preceduto l’evoluzione in homo sapiens e che la diminuzione delle dimensioni dei formidabili canini dei nostri progenitori antropoidi, per esempio, si sia verificata appunto perché queste armi naturali erano state sostituite da quelle artificiali. È probabile, per esempio, che l’australopiteco, specie intermedia tra le scimmie antropomorfe e l’uomo, con un cervello appena un po’ più grande di quello del gorilla, si servisse per la caccia di armi rudimentali. L’uomo, il primate non specializzato e non protetto, è dovuto diventare intelligente per sopravvivere, ma la sua stessa intelligenza gli ha preso la mano. L’invenzione delle armi primitive era necessaria, altrimenti l’homo sapiens non ce l’avrebbe fatta a sopravvivere e ad evolversi. Tuttavia le armi moderne sono ben lontane dall’essere surrogati diretti delle zanne e degli artigli. Inoltre, anche se il cinico può sempre definire adattiva la bomba all’idrogeno, in quanto potrebbe risolvere il problema del sovrappopolamento, è difficile poter sostenere che le armi termonucleari favoriscano la sopravvivenza dell’uomo al pari delle prime lance e delle prime scuri.

      La realizzazione delle armi assume un notevole interesse psicologico, in quanto c’è un’enorme differenza emotiva tra l’uccisione del nemico a distanza e il tentarne l’eliminazione da vicino. Se i conflitti umani si limitassero alle scazzottature, ci sarebbero sempre un buon numero di morti, poiché, come abbiamo visto, il potenziale paranoide dell’uomo ha il sopravvento sul funzionamento delle inibizioni naturali, che invece impediscono alla maggior parte degli animali di accanirsi sugli avversari sconfitti. Inoltre, come ha fatto notare K. Lorenz, proprio perché gli esseri umani sono tanto poco dotati di armi naturali, vengono a mancare forti inibizioni contro l’aggressività intraspecifica: se gli uomini avessero zanne o corna, sarebbero meno spinti ad uccidersi vicendevolmente. L’arma artificiale è uno strumento troppo cerebrale perché la natura potesse provvedere a una salvaguardia. Nonostante tutto ciò, restano sempre tracce di meccanismi inibitori, in quanto molti esseri umani si astengono dall’infierire a calci sul nemico a terra e sentono persino pietà per l’avversario ferito. Tuttavia, ogni traccia di questo comportamento “decente” scompare non appena tra i due contendenti si interpone una certa distanza. È ovviamente vero che i piloti da bombardamento non sono né migliori né peggiori degli altri uomini: è difficile pensare che anche uno solo di loro, quando gli fosse data una lattina di benzina e gli fosse imposto di rovesciarla addosso a un bambino per dargli fuoco, non disobbedirebbe all’ordine. Eppure, mettete un uomo normale a bordo di un aereo a poche decine di metri al di sopra di un villaggio e lo vedrete, senza un attimo di esitazione, scaricare alto esplosivo e napalm, infliggendo pene e ferite spaventose a uomini, donne e bambini. La distanza fra lui e la gente che sta bombardando trasforma le persone in bersagli impersonali: non sono più esseri umani come lui, con i quali possa identificarsi. A. STORR, L’aggressività nell’uomo, De Donato, Bari, 1968, pp. 140-142

L’elemento della VICINANZA/DISTANZA dall’altro è pertanto fondamentale: può trattarsi di una distanza spaziale oppure di una distanza psicologica, o più semplicemente di una distanza sensoriale. L’ALTRO è, appunto, altro da me, non lo riconosco, non scattano meccanismi di identificazione, di empatia: la sua non visibilità, il suo essere anche ALTROVE rafforza questo meccanismo.

Nei campi di sterminio nazisti le prime esecuzioni avvenivano con fucilazioni in massa sull’orlo di fosse comuni; le SS appartenenti ai plotoni di esecuzione dopo un cero periodo incominciavano a vivere situazioni traumatiche (incubi, insonnia, crisi depressive, scatti d’ira e di violenza incontrollata, ecc.). I comandanti decisero allora, per evitare queste conseguenze traumatiche sulla loro truppa, di far allestire delle camere a gas, mascherate da docce. Le SS non avrebbero più visto né le scene di disperazione precedenti all’esecuzione, né i corpi trafitti dalle pallottole, il sangue, ecc. Il meccanismo, tragicamente ha funzionato: non vi sono state più turbe psichiche tra gli aguzzini e il compito “traumatico” di portar fuori i cadaveri dalle camere a gas e di bruciarli nei forni crematori fu affidato alle stesse vittime dei lager.

C’è chi ha detto, riferendosi a questi e ad altri casi analoghi, che gli aguzzini sono in fondo solo degli uomini privi del tutto di immaginazione. Il pilota che non immagina (non vede) l’esito del suo bombardamento (e l’asettico linguaggio militare – obiettivo, risultato, ecc. – è funzionale a questo) o i generali, gli strateghi che, con una serie di astrazioni parlano di “teatro del conflitto, di dislocazione delle forze, di obiettivi tattici e strategici”, in cui i soggetti (i militari e i civili) sono ridotti a puri numeri; la guerra nucleare rappresenta, da questo punto di vista, il massimo dell’astrazione.

Ma l’aggressività può, oltre un certo limite, scatenarsi anche CON LA VICINANZA: se l’altro invade il mio territorio (o quello che considero tale), se in troppi ci troviamo a convivere nello stesso ambiente circoscritto, allora può scattare, più o meno forte, l’aggressività. L’altro deve comunque essere ALIO, ALIENO, psicologicamente sentito come totalmente diverso da noi; qui ma del tutto altra cosa da me: non deve scattare nessun meccanismo di identificazione: “l’altro non è un uomo”.

Le ideologie razziste partono, non a caso, dalla negazione del fatto del tutto evidente (non solo sul piano scientifico, ma anche su quello del semplice buon senso) che la specie umana è una sola.

L’aggressione richiede che nessun processo empatico sia avvenuto (egocentrismo):

   non riesco                                                                           

   non posso                                                     > a decentrarmi

   non sono capace (in genere/nello specifico) > ad assumere il punto di vista dell’altro

   non voglio                                       > a vedere l’uguale, al di là delle differenze.

L’aggressività potrebbe allora essere connessa ad un incompleto sviluppo dell’intelligenza? Ad una carenza di capacità di decentrarsi (egocentrismo), ad una incapacità di immaginare se stessi nell’altro e viceversa? Non è una spiegazione sempre convincente. Adulti del tutto razionali, capaci di pensare, certamente dotati di pensiero astratto, hanno commesso crimini orrendi. Anzi c’è chi ha sottolineato come la capacità di astrazione possa a sua volta favorire un comportamento violento. La capacità di astrarre, cioè di isolare un aspetto dagli altri, può diventare un filtro per non vedere l’altro in carne, ossa e sentimenti, ma come un numero, un ostacolo, un nemico, un oggetto di indagine, ecc. Basti ad esempio ricordare il ruolo, la meticolosità e la freddezza di certi burocrati o certi medici nella deportazione nazista.

      “La violenza è spesso un comportamento freddo e ragionato, anziché una manifestazione emotiva” (A. Montagu)

Intermezzo

Hans Magnus Enzensberger, in una delle sue ballate sulla storia del progresso, ha rappresentato in modo esemplare questa possibile commistione di lucida razionalità, volontà di potere (o di successo “scientifico”), freddezza e violenza. La ballata è dedicata a Ugo Celetti, il medico psichiatra italiano che introdusse la terapia con l’elettroshock. Quello che qui ci interessa non è un giudizio sulla terapia dell’elettroshock, né un giudizio storico su Cerletti, ma la ricostruzione “dall’interno” di una possibile dinamica di lucida e razionale violenza. Dinamica dissociata che l’autore esprime con l’alternanza di due livelli di discorso (pensato).

U. C. (1877-1963)

I.

E mi recai al mattatoio (ed ero Direttore dell’Ist. Neurobiol. di Milano) e vidi i crani dei maiali tra le pesanti morse di metallo (e il mio studio in Via Savoia) e la leva dell’interruttore (e i miei bronzi antichi sullo scrittoio) e osservai come gli animali crollassero privi di coscienza e s’irrigidissero (e Prof. di Neuropsichiatria Univ. Bari Univ. Genova Univ. Roma) e come dopo un paio di secondi fossero colti da convulsioni (e inventore di un detonatore ad accensione ritardata per l’artiglieria e l’aereonautica) e pensai di disporre qui un materiale estremamente prezioso per i miei esperimenti (e le mie onorificenze e medaglie d’oro) e decisi di identificare la dose la tensione e il metodo adatti a procurare la morte dei maiali (e Pres. Soc. It. Psich.) e diedi loro delle scariche elettriche nel cranio da diverse parti (e Membro Onor. della Comm. di Biol. e Med. del C.N.R.) e nel tronco per parecchi minuti (e candidato al Premio Nobel) e mi accorsi che raramente gli animali soccombevano quando la corrente traversava la loro testa (e la mia governante di casa e il mio accendisigari da tavolo in cristallo di Murano) e che dopo uno spasimo violento giacevano immobili per alcuni minuti (e Dr. h. c. Sorbonne, Parigi) e che poi si rialzavano con estrema fatica (e Dr. h. c. Rio de Janeiro e San Paolo e Montreal per ricerche d’avanguardia sul gozzo e sul cretinismo) e tentavano infine di scappare

II.

E avvertii i miei assistenti di non lasciarsi sfuggire le persone adatte all’esperimento (e W il Duce) e il 15.4.1938 il prefetto di Roma mi fece consegnare un individuo da tenere in osservazione (e il Fascismo s’era innalzato sopra le spoglie putride della Dea Libertà) e cito ora dalla sua lettera d’accompagnamento (e Italiani! Camerati! Legionari!): «S. E., di professione ingegnere e di anni 39 e fermato alla stazione centrale e sprovvisto di patente valida e evidentemente non in possesso delle sue piene facoltà mentali» (e inestinguibili ovazioni) e scelsi questo individuo per il mio primo esperimento umano

III.

E gli applicai due elettrodi alle tempie (e le principali indicazioni sono schizofrenia e paranoia) e decisi di cominciare con una corrente alternata di 80 volt e 0,2 secondi (e alcolismo e tossicomania e depressione e malinconia) e i suoi muscoli si irrigidirono (e i principali effetti collaterali sono amnesia e nausea e panico) ed egli s’inalberò (e questa è la tipica “posa del burattino” descritta da von Braunmuhl) e s’accasciò ma senza perdere conoscenza (e le principali complicazioni sono fratture del femore de braccio della mascella e della colonna vertebrale) e si mise a cantare a voce altissima (e disturbi cardiaci ed emorragie interne) e poi tacque e non si mosse più

IV.

E naturalmente tutto ciò rappresentava per me un notevole peso emotivo (e secondo Reil [1803] la tortura non dannosa è una necessità per la medicina mentale) e conferii con i miei assistenti circa l’opportunità di una pausa (e secondo Squire [1973] si ignora la durata dell’amnesia) e l’uomo ci ascoltò e improvvisamente con voce alta e solenne disse: «Non fatelo ancora una volta. È la morte» (e secondo Sogliano [1943] il trattamento può essere ripetuto senza scrupolo alcuno sino a cinque volte nello spazio di dieci minuti) e confesso che il coraggio mi venne meno (e secondo Kalinowski et al. [1946] occorre sempre tener pronti cinture e legacci per i casi in cui il paziente diventa violento e pericoloso) e dovetti farmi forza per non cedere a quel sentimento superstizioso (e secondo Sakel et al. [1965] manca purtroppo tuttora una giustificazione scientifica dell’elettroshock) e poi presi animo e gli diedi ancora una scarica di 110 volt

V.

E da allora nei loro reparti isolati con indosso i loro pigiami si arrampicano sui loro lettini di ferro bianco smaltato (e non potremo mai dimenticare la sua impresa pionieristica) e si beccano un’iniezione (e il suo contributo al progresso scientifico) e quattro infermieri gli afferrano mani e piedi (e il suo ardore creativo) e gli tappano la bocca con un tubo di gomma e gli calcano le fredde placche cromate sulle tempie (e la sua inappagabile sete di sapere) e nei mattatoi non si odono più mugolii e muggiti e squittii (e il suo autentico umanesimo) e poi il capo dà loro una bella scossa (e una giustificazione scientifica di tutto ciò manca purtroppo tuttora) e poi vengono meno e poi si ridestano e poi sono obliterati.

     Hans Magnus Enzensberger, Mausoleum. Trentasette ballate tratte dalla storia del progresso, Einaudi, Torino, 1979, pp. 99-101

Questo stesso passo può anche farci riflettere su come un rapporto sociale educativo e/o di aiuto, per sua natura asimmetrico (padre – figlio, medico – paziente, educatore – educando, assistente – assistito, ecc.) abbia in sé questa possibilità di degenerare in violenza. Questa degenerazione può esser facilitata da istituzioni (specie se chiuse) che tendono alla uniformità e alla spersonalizzazione (collegi, caserme, carceri, manicomi, case di riposo, ecc.).

Culture e aggressività

Il non riconoscimento dell’altro come persona, come proprio simile può essere anche un dato culturale. L’antropologia ci ha fatto sapere come siano molti i popoli che, nella loro lingua, chiamano se stessi “il popolo degli uomini”. Può sembrare bello o perlomeno caratteristico; è bene però ricordare che se “noi siamo gli uomini” questo significa implicitamente allora che “gli altri non sono uomini”. Nella nostra tradizione culturale, possiamo ricordare come i Greci chiamassero gli altri popoli “Barbari”, ovvero “balbettanti”, coloro che “non parlavano, non sapevano parlare”.  Ma, nella cultura greca IL LOGOS è nello stesso tempo ragione e discorso, e pertanto chi non parla (non parla il greco), non sa ragionare, non è un essere razionale. L’umanità razionale (“l’uomo è un animale razionale” costituisce infatti la definizione classica di uomo: Aristotele), ovverosia l’umanità tout court, corrisponde all’estensione della lingua greca.

La violenza non è però sempre e solo contro l’altro, può essere anche contro se stessi. Anzi, tra i due tipi di violenza sembrerebbe sussistere un certo rapporto. L’aggressione verso gli altri non sarebbe che una faccia dell’aggressione verso di sé (e/o viceversa).

D.J. West, nel suo libro “Assassinio seguito da suicidio“, rileva come in Gran Bretagna, su ogni tre omicidi, uno si conclude con il suicidio dell’omicida. Questo farebbe intravedere un intimo rapporto fra tendenza aggressiva e tendenza autodistruttiva (uccido o/e mi uccido).

Incontriamo ancora quell’elemento di ambivalenza, di problematicità che si incontra nell’analisi del manifestarsi della aggressività e della violenza da parte dell’uomo. Essa può manifestarsi:

  • sia in presenza, che in assenza del pensiero astratto
  • sia come esasperazione dell’amore di sé, che come odio di sé
  • sia in connessione con una sessualità repressa, che di una sessualità scatenata
  • ecc.

 Problematicità che si riflette nell’interrogativo di fondo: “L’aggressività costituisce un comportamento innato o acquisito?”   

L’aggressività inoltre può manifestarsi sia all’interno che all’esterno del gruppo (della comunità) di appartenenza. Montagu, sulla base di questa differenziazione distingue quattro fondamentali tipi di società:

1. Aggressività interna bassa / aggressività esterna alta (ad esempio molte popolazioni della Nuova Guinea)

2. Aggressività interna alta / aggressività esterna alta (ad esempio gli Yanoama)

3. Aggressività interna bassa / aggressività esterna bassa (ad esempio i Toda dell’India meridionale)

4. Assenza di aggressività (es. i Punan del Borneo).

Vi sono pertanto un certo numero società dove il comportamento aggressivo è assente ed altre dove si presenta solo in forme lievi.

   “Il campo di variazione è, comunque, estremamente ampio. La variabilità e l’assenza di uno stereotipo suggerisce l’ipotesi che il comportamento violento sia in gran parte appreso. Come si potrebbe altrimenti dare ragione delle spiccate differenze nell’espressione della violenza? Il ricorso all’istinto od ai geni non regge ad un esame critico. Il riduttivo «nient’altro che» dei biologisti estremi e, per converso, degli ambientalisti estremi non porta che ad una gran confusione. Lo sviluppo del comportamento aggressivo sia negli animali sia negli esseri umani dipende, in ogni sua fase, da una complessa interazione tra geni ed ambiente, in cui però l’esperienza sociale gioca un ruolo centrale.

   I dati di fatto suggeriscono l’ipotesi che, come conseguenza della selezione naturale in quell’ambiente naturale in cui gli umani hanno vissuto la parte principale della loro storia evolutiva, essi siano diventati polimorficamente educabili. Gli esseri umani possono imparare praticamente tutto. Tra l’altro, possono imparare ad essere pressoché completamente non-aggressivi. La costituzione genetica umana non va assolutamente vista come un equivalente della dottrina teologica della predestinazione.

Qualunque siano o possano essere le potenzialità aggressive umane, è chiaro che le manifestazioni di aggressività dipenderanno in larga parte dagli stimoli ambientali che riceveranno. Se, come crediamo, è così, c’è di che essere ottimisti, perché se si riesce a capire le condizioni che producono il comportamento aggressivo, si può sperare che cambiando tali condizioni si possa controllare il manifestarsi e lo sviluppo di tale comportamento. (…)

   La questione che ci interessa è come mai alcune società siano così poco aggressive rispetto ad altre?

Quali sono le condizioni che favoriscono l’aggressività negli individui e nella società? Come fanno talune società a tenere sotto controllo il manifestarsi dell’aggressività? (…)

   Margaret Mead fu, molti anni fa, il primo antropologo ad indagare sulle origini dell’aggressività in società preletterate. Nel suo “Sesso e temperamento in tre società primitive”, essa evidenziò l’esistenza di una forte correlazione tra pratiche educative dell’infanzia e successivo sviluppo della personalità. Il bambino che era stato fatto oggetto di molta attenzione, quello i cui bisogni venivano prontamente soddisfatti, come tra gli Arapesh della Nuova Guinea, diventava un adulto gentile, cooperativo, non aggressivo. D’altro canto il bambino cui veniva data una attenzione superficiale ed intermittente, come tra i Murdugomor (sempre della Nuova Guinea) diventava un adulto egoista, non cooperativo, aggressivo.

   Successive ricerche tra popoli sia pre-letterati sia civilizzati hanno sostanzialmente confermato questa correlazione. (…) Quello che la realtà conosciuta sembra indicare è che non ci sono modelli operativi prefissati, non ci sono «istinti» che determinano la spontanea comparsa dell’aggressività oppure il suo scatenarsi a partire da un determinato stimolo. Ciò che può sembrare una reazione «scatenata», «automatica», «prefissata», «stereotipata» ad uno stimolo può essere in realtà qualcosa di assai diverso. Accade spesso che vi siano, tra le condizioni che determinano il comportamento, elementi d’apprendimento che possono essere visti solo se li andiamo a cercare. Questo può significare, in pratica, evitare che si verifichino nella vita del bambino quelle situazioni che tenderebbero a produrre comportamenti aggressivi. O, qualora tali situazioni si producano, percepirne il comportamento conseguente non com’è consueto tra noi occidentali bensì come esempio di gioco fisico esplorativo, con relativa soddisfazione sensoriale per i soggetti implicati, come avviene tra i Fore. Fra costoro, comportamenti di tal genere sono sempre consentiti, ma assai raramente finiscono in liti o scontri. Come dimostra Sorenson, l’aggressione tra i Fore non si scontra con una contro-aggressione, ma con una giocosità e con un’allegria cui ben presto l’«aggressore» finisce per unirsi. (…)

   È stato anche ipotizzato che tutto il continuo brontolare, lamentarsi, battibeccare, sproloquiare dei Boscimani sia un modo di mantenere l’aggressività a livelli tollerabili. La stessa ipotesi è stata avanzata per l’analogo comportamento dei Pigmei della foresta Huri (Africa centrale), tra i quali picchiare la moglie, bisticciare e gridare potrebbe servire a tenere sotto controllo il manifestarsi del comportamento aggressivo. Tali ipotesi traggono origine da una concezione popolare della aggressività umana come «sfogo», compendiata nell’espressione “letting off steam” [letteralmente: lasciar scaricare il vapore]. Il che è noto anche come modello energetico idraulico, in quanto assimila l’aggressività alla crescente pressione del vapore in una caldaia. Il modo per impedire che la pressione del vapore cresca fino a far scoppiare la caldaia è di lasciarne uscire un po’ attraverso una valvola di sicurezza, così da tenere la situazione sotto controllo.

   L’unico problema di questo grazioso modello dell’«energia» aggressiva… è che non c’è alcunché di simile in alcun sistema nervoso di organismi conosciuti. Il difetto dei modelli energetici è che tendono a identificare gli impulsi psichici con energie fisiche tendenti a scaricarsi in azioni fisiche per ridurre la «pressione» e così «concludere» il comportamento. Questi modelli trascurano il fatto che normalmente il comportamento viene «concluso» quando si modifica la struttura degli stimoli che l’anno messo in moto.  Vi sono prove schiaccianti che la manifestazione dell’aggressività porta non ad una sua riduzione bensì ad un suo rafforzamento. (…) Quanto risulta in modo evidente dallo studio di gran parte delle culture pre-letterate è che ad esse non solo dispiace profondamente il manifestarsi della violenza ma anche che lo temono moltissimo e sono generalmente grate a chi ne fa cessare il pericolo.”                                                                                               Montagu, Introduzione a “Il buon selvaggio”

L’esistenza di società non aggressive, e soprattutto la varietà, nelle diverse culture, dei comportamenti aggressivi, porta ad orientarsi verso la considerazione di questi comportamenti come acquisiti, prodotti cioè dalla cultura, o comunque fortemente interconnessi con le diverse tradizioni culturali dei popoli. La concezione dell’aggressività come “sfogo” (catarsi) successivo ad una o più frustrazioni va invece contro l’osservazione ormai acquisita da varie ricerche che i periodi di guerra corrispondono ad un aumento dei crimini e delle violenze interne, anche in paesi non direttamente coinvolti dal conflitto.

   La partecipazione alla guerra ha poi un impatto fortemente traumatico: è ormai vasta la letteratura sulle conseguenze dei reduci americani (o anche australiani) dalla guerra del Vietnam; all’ordine del giorno sono oggi le violenze e le crisi dei reduci russi dalla guerra dell’Afganistan. La partecipazione ad eventi particolarmente violenti sembra produrre la necessità di “una ripetizione” continua di tali eventi: nel sogno, con incubi ricorrenti, con allucinazioni anche da svegli, con atti incontrollati di violenza, crisi nervose ecc.

   L’aggressività insomma sembra esser fonte di ulteriore aggressività. La stessa distinzione fra violenza esterna e violenza interna ad una cultura, nell’epoca dei mass media e dell’intensificazione dei fenomeni migratori a livello planetario, sembra in parte superata. Le immagini delle guerre lontane possono essere “pane quotidiano”, l’impatto emotivo con il “diverso”, con il rappresentante di altre culture, anch’esso evento di tutti i giorni.

   Le forme tradizionali di autoregolazione dell’aggressività, forme acquisite spontaneamente con l’imitazione dei comportamenti osservati in situazioni ricorrenti (educazione implicita) rischiano di esser del tutto inadeguate. L’educazione si trova pertanto davanti compiti nuovi. È necessario “pensare” all’aggressività, conoscerne le dinamiche, sapere come intervenire per:

   1. indurre un comportamento cooperativo

   2. dissuadere dal comportamento aggressivo.

Le punizioni

Le punizioni nei confronti dei comportamenti aggressivi, se esse stesse rigide e aggressive:

  • aumentano la tensione e pertanto la probabilità di una reazione aggressiva;
  • rafforzano l’idea che l’aggressività costituisca una risposta adeguata ai conflitti interpersonali.

D’altro canto la permissività (il non intervenire in nessun caso) allenta le inibizioni e pertanto rinforza il comportamento aggressivo.

La soluzione (sempre difficile) sembra costituita da un intervento tempestivo, fermo e nello stesso senso non aggressivo, ma motivato razionalmente:

  • quanto più l’intervento nei confronti dell’aggressività avviene precocemente (al primo inizio del suo

manifestarsi), tanto più è facile fermarla;

  • tanto più l’intervento è motivato, fornisce cioè spiegazioni verbali, tanto più permette la razionalizzazione del conflitto e pertanto può aprire vie d’uscita (mediazioni, compromessi, soluzione di equivoci, presa in considerazione del punto di vista dell’antagonista, ecc.);
  • la richiesta di motivare verbalmente l’atto aggressivo può favorire in misura ancora maggiore la razionalizzazione.

CONCLUSIONE

   Il quadro complessivo delle teorie e delle argomentazioni innatiste e ambientaliste rende difficile una conclusione logica, “naturale”, “oggettiva” o comunque generalmente condivisibile, non “di parte”; le considerazioni che seguono sono pertanto “convinte” anche se non necessariamente convincenti e condivisibili.

   Non mi sembra esistano “prove” innatiste, ma solo teorie innatiste.

   Vi sono invece un certo numero di prove a sostegno delle posizioni ambientaliste (che non escludono, almeno le più recenti, un innesto su di un corredo genetico), anche se si tratta con evidenza di prove provvisorie, non assolutamente definitive, che possono una per una sollevare più di un dubbio. Ma comunque vi sono.

   Possiamo ricordare in primo luogo gli esperimenti di Milgram e di Zimbardo: le condizioni ambientali e i rapporti sociali, sia quelli gerarchici che quelli del gruppo dei pari possono modificare considerevolmente l’individuo e portarlo verso comportamenti aggressivi del tutto estranei alle sue abitudini. L’uomo sembra pertanto un essere molto flessibile e influenzabile:

  • dalle circostanze;
  • dall’autorità;
  • dalle opinioni e dagli atteggiamenti del gruppo sociale in cui è inserito.

   La violenza non necessariamente è deviante ed “asociale”: può essere esercitata anche per “obbedienza” ad un codice di gruppo. Ad esempio la banda giovanile, la “famiglia” mafiosa, l’esercito della propria patria o del proprio gruppo etnico: dalle periferie delle grandi metropoli, alle vicende della criminalità organizzata, o ancor più drammaticamente a quanto quotidianamente possiamo osservare nella vicina ex Jugoslavia.

Deviante in questi casi è il giovane omosessuale fuggito dalla Sicilia per non esser costretto a partecipare alla faida familiare, o l’obiettore che rifiuta di partecipare alla guerra etnica: entrambi emarginati, rifiutati, costretti ad allontanarsi dal gruppo sociale di appartenenza. 

 Se la struttura sociale in questi casi seleziona verso l’alto i più violenti, se la violenza diventa rituale sociale per la scalata e la determinazione dei capi, se l’esercizio della violenza è la norma (e in questi casi il nemico è molto spesso un nemico inventato, facilmente modificabile a seconda delle circostanze), non ha molto senso parlare di aggressività innata che emerge (o straripa) ad un certo punto perché non più contenibile o non più frenata, ma semmai di rapido e (abbastanza) facile adeguamento alla (nuova) situazione.

   Abbastanza facile adeguamento nella misura in cui l’individuo è dipendente dagli altri, dal gruppo, dal loro giudizio (situazione tipica della adolescenza, ma non solo). Come diceva la Arendt, riferendosi al caso di Eichmann come caso esemplare, il male può essere estremamente banale: può derivare dalla semplice mancanza di autonomia, dalla incapacità non solo di opporsi agli ordini ma dal prendere semplicemente in considerazione tale eventualità, dalla incapacità di esprimere propri giudizi. Ed esprimere un giudizio è cosa di diversa natura dal pensare: si può essere benissimo persona in grado di pensare, di effettuare calcoli o ragionamenti anche non semplici (ad esempio risolvere un problema complesso) e non essere in grado di esprimere un proprio autonomo giudizio. Il giudizio comporta:

  • l’autonomia dal gruppo;
  • la capacità di mettersi in gioco (esprimendo proprie autonome opinioni e valutazioni);
  • la disponibilità a sottoporsi al dissenso sul proprio giudizio
  • la capacità di differenziarsi dal gruppo ed eventualmente di separarsene:
  • una identità personale forte in grado di rinunciare alla più rassicurante identità collettiva.

Si possono inoltre prendere in esame altri fenomeni psicologici e sociali:

  • il rapporto di corrispondenza fra guerra e crescita, nei paesi coinvolti, della criminalità e dei delitti: la guerra non ha funzione catartica, ma sembra agire da modello esemplare, da moltiplicatore, da disibinitore della violenza;
  • la ripetitività dei modelli di comportamento violenti (es. genitori maltrattanti, già a loro volta figli maltrattati);
  • la traumaticità non solo della violenza subita, ma anche di quella praticata (i torturatori della polizia francese durante la guerra d’Algeria, curati da Fanon; il 60% dei reduci americani dal Vietnam che ha dovuto ricorrere a cure psicologiche);
  • la non incidenza della gravità della pena (e quella di morte in particolare) sulla gravità e diffusione dei delitti.

Il tutto sembra dirci il carattere assolutamente non di catarsi (e pertanto non di liberazione, purificazione) della violenza sia praticata, che osservata.

Ruolo della comunicazione

Manca ancora quella che potremmo chiamare una pragmatica della comunicazione violenta.  Si possono comunque individuare alcuni elementi.

1. Una comunicazione “interrotta” o comunque senza risposta (senza feedback) costituisce una frustrazione “forte”, difficilmente accettabile. Può costituire una specie di disconferma di “me in quanto parlante”, di un individuo in quanto soggetto comunicante. Non risulterà allora strano individuare un aumento di aggressività laddove aumenta l’incapacità (o l’impossibilità) a comunicare qualunque ne siano i motivi: oggettivi o soggettivi (sia dalla parte dell’emittente, del codice, del canale o del ricevente).

2. La comunicazione non verbale, che si esprime in primo luogo con il corpo, è più vicina (contigua) al comportamento aggressivo. Potremmo in un certo senso dire che esiste un continuum fra CNV e comportamento aggressivo.  I ragazzi che possiedono ed utilizzano prevalentemente un codice ristretto (Bernstein) sono abituati:

  • ad esprimersi con la CNV
  • a manifestare direttamente i sentimenti
  • in caso di conflitto a dare una risposta corporea e tendenzialmente violenta.

Nei ragazzi che possiedono un codice elaborato vi sarebbe invece una maggior capacità di razionalizzare il conflitto e di conseguenza di dare una risposta verbale. Non si tratterebbe pertanto (interpretazione innatista) di una INIBIZIONE dell’aggressività (che prima o poi dovrà comunque scaricarsi, sia pure in forme socialmente accettabili), ma dell’inserimento del conflitto in un contesto verbale di comunicazione (razionalizzazione e accettazione della comunicazione – sia pur conflittuale – con l’antagonista).

Il ruolo dell’educazione è allora fondamentale; si tratta in sostanza di abituare a:

  • controllare le pulsioni (qualunque ne sia l’origine)
  • acquisire un codice elaborato (pianificazione verbale)
  • enunciare verbalmente le proprie emozioni (razionalizzazione)
  • vivere non drammaticamente i conflitti (accettarli come un momento “normale”, fra i tanti possibili, del rapporto con gli altri).

3. L’aggressività viene spesso “esaltata”, o comunque resa più probabile, dalla presenza dell’ALTRO, del

DIVERSO (straniero, handicappato, omosessuale, ecc.). Possiamo dire che vi è una risposta emotiva che costituisce una costante documentata sia a livello antropologico che sociologico. L’alterità, al suo primo manifestarsi (l’incontro con l’alieno) produce una attivazione, una intensificazione di ogni tipo di risposta, una intensa emozione (di paura, di curiosità, di rabbia, di impotenza, di repulsione, di attrazione, …) che può tradursi sia in comportamento aggressivo, sia in fuga, sia in attrazione/innamoramento.

“La letteratura antropologica concorda nel segnalare la forte reazione emotiva che in ogni tipo di società umana suscitano gli individui culturalmente diversi, quali sono gli stranieri. Quest’emozione può esprimersi in forme di curiosità, interesse, desiderio di conoscenza e di contatto o addirittura di riverenza. Nella maggior parte dei casi determina però una reazione di ripulsa e di disgusto per abitudini e modi di essere diversi da quelli che vengono considerati normali. L’etnocentrismo – insieme di orientamenti e di sentimenti che sollecita a un’acritica adesione alla propria cultura e al rifiuto di quella degli altri – sembra essere una caratteristica generale della società e dei gruppi umani.

    Nella maggior parte delle società semplici, così come nelle società antiche a noi note, i confini dell’umanità si fermano con i confini della comunità. (…) L’uomo si identifica debolmente con l’umanità in generale, mentre si identifica fortemente con una cultura e con una tradizione, sia essa etnica, nazionale, di classe o di gruppo. Al di fuori di questa cultura ci sono solo degli “stranieri”, che provocano una forte reazione emotiva, la cui elaborazione produce un misto di disprezzo e di ammirazione, in cui spesso il primo prevale, aprendo la strada ad un desiderio di distruzione. (…)

      Quanto alla reazione del bambino di fronte all’estraneo, sappiamo che la crisi dell’ottavo mese è collegata anche al decorso più o meno soddisfacente della fase simbiotica, del rapporto con la madre. Nel processo di individuazione-separazione che ha luogo nel primo anno di vita del bambino, la sua reazione all’estraneo appare strettamente collegata al conseguimento di una buona fiducia di base. Se il bambino ha avuto esperienze serene e appaganti con la madre, se si è abituato a veder soddisfatte le sue aspettative, se ha maturato una tranquilla fiducia nei confronti di chi si occupa di lui e del suo ambiente, l’arrivo di un estraneo lo stupirà e lo preoccuperà sempre in qualche misura, ma prevarrà in lui la curiosità, l’interesse e il desiderio di esplorazione. Il contrario accade nel caso in cui il bambino non abbia avuto modo di sviluppare una sufficiente fiducia di base: in questo caso si avrà una reazione di angoscia e paura, anche se mai completamente priva di qualche misura di curiosità e attrazione. (…)

      Le conclusioni che si traggono dall’esame degli studi antropologici e psicologici (…) sono sostanzialmente due:

  1. la reazione emotiva nei confronti del diverso, che qui consideriamo nei termini di “straniero”, è universale e inevitabile, antropologicamente e psicologicamente fondata;
  2. in questa reazione compaiono sentimenti ambivalenti.”

                    S. Tabboni, “Lo straniero come categoria sociologica“, Terzo Mondo, n. 57-58, pp. 89-110

 In questo ambiguo rapporto con l’altro (diverso/straniero) la comunicazione difficile, se non impossibile, svolge evidentemente un ruolo di primo piano; basti ricordare che, per i greci, straniero è colui che non parla il greco, il barbaro (= balbettante).  L’assenza di comunicazione verbale e ancor più la ambiguità della comunicazione non verbale (che per alcuni aspetti è simile tra popoli diversi, ma che presenta perlopiù aspetti molto diversi che rendono equivoco anche il gesto solitamente considerato più naturale: p. es. il sorriso di un orientale) producono:

  • scarsa identificazione;
  • paure inconsce;
  • impossibilità o comunque difficoltà ad interpretare il comportamento altrui e a razionalizzare la relazione;
  • irritazione per “l’incongruenza” dei messaggi (verbali e non verbali) inviati dall’alieno e per la manifesta incapacità di recepire i nostri semplicissimi-ovvi messaggi.

   La scarsa identificazione o difficoltà di empatia, rende anche difficile l’ovvia constatazione che il rapporto è del tutto reciproco e che l’altro vive la nostra stessa difficoltà comunicativa. Non c’è niente che scateni più automaticamente il riso (non il sorriso connesso all’ironia, ma quello “liberatorio” connesso all’ansia) che la derisione del comportamento verbale (pronuncia, distorsione delle parole, ecc.) o non verbale (gestuale, facciale, ecc.) dell’altro, dello straniero.

4. Il bambino, con persone prive di capacità di distanziamento e di assunzione di un punto di vista diverso per:

  • difficoltà personali di sviluppo intellettivo e sociale (egocentrismo);
  • inesperienza, non abitudine, poca consuetudine a vivere con bambini;
  • assenza di conoscenze o preparazione tramandata o vissuta (p. es. genitori che hanno vissuto la loro infanzia in istituti) relative alla specificità infantile e ai suoi codici comunicativi (pianto, riso, contatto fisico, gioco, ecc.);
  • abitudine a relazionarsi con un codice ristretto e pertanto non abituate a razionalizzare la relazione;
  • poca sensibilità ai messaggi empatizzanti (di aiuto, protezione, ecc.) che il bambino spontaneamente invia;
  • incapacità pertanto anche solo di pensare (e pertanto di accettare che) che il bambino possa pensare e comunicare in modo diverso dall’adulto;

può allora diventare una specie di ALIENO. Esso infatti

  • si comporta in modo strano
  • non si fa capire
  • non capisce quello che si dice
  • non fa quello che si vuole da lui
  • non ubbidisce

> è “cattivo”

> è “testardo”, non reagisce all’aumento di aggressività

> rinforzo del comportamento aggressivo (“così almeno capisce”).

 L’aggressione al bambino può così diventare una pratica “normale” di comunicazione con il bambino. Ogni atto di aggressione costituisce la premessa per i successivi: il senso di colpa che inizialmente produce viene rapidamente superato e “razionalizzato” dall’adulto (“capisce solo così”).

   La comunicazione violenta con il bambino è amplificata dalle esperienze personali: la quasi totalità di maltrattamenti ai minori è compiuta infatti da genitori a loro volta maltrattati quando erano bambini.

  Questo non comporta, evidentemente, nessuna necessità, solo un fattore di rischio (non “maltrattato à maltrattante”, ma “maltrattante à maltrattato” o, che è lo stesso, “maltrattato ß maltrattante”).

  Qui ci troviamo di fronte ad un punto delicato della professionalità dell’educatore (e dell’operatore sociale in genere): la necessità di

  • capire (e possibilmente prevedere) i meccanismi sociali, meccanismi che all’occhio esperto diventano sempre più “scontati” e quasi come “automatici”;
  • nel caso specifico di maltrattamenti di minori, capire fino in fondo la dinamica che porta al maltrattamento e che la rende facilmente un comportamento “ripetitivo”;
  • non fraintendere il senso di colpa, e talora l’apparente complicità del minore (sia per i maltrattamenti che per ogni altra forma di abuso);
  • intervenire, in funzione educativa, nei confronto del genitore maltrattante;
  • intervenire sul bambino.

   Necessità di intervento anche (e per certi versi soprattutto) sull’adulto maltrattante, per educarlo al suo ruolo,  non significa giustificare.

   Il capire i meccanismi, è cosa ben diversa dal “comprendere – giustificare”.

   Vi è un orizzonte del “giusto” che non è indagabile con le modalità della psicologia o della sociologia (delle scienze sociali in genere) che pone come “premessa indiscutibile” il rispetto integrale della persona e, in misura logicamente del tutto prioritaria, il rispetto della persona indifesa (minore, disabile, ecc.).

   Questo orizzonte etico è fondante rispetto alle scienze sociali e, di conseguenza, dell’operare di ogni educatore e professionista del sociale. (cfr. per analogia la fondazione deontologica professionale della medicina: giuramento di Ippocrate).

   Ma contemporaneamente all’indispensabile intransigenza etica (ogni adulto normodotato è sempre e comunque pienamente responsabile delle sue azioni), essere in grado di intervenire non moralisticamente (colpevolizzando), ma indicando le possibili vie d’uscita e aiutando a percorrerle.

Gianmaria Ottolini

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Percorso didattico

La modalità di fondo utilizzata, seguendo lo standard degli anni precedenti, presuppone la scelta, da parte delle classi, di un argomento interdisciplinare sulla base di una rosa proposta dai due Consigli di classe congiunti, cui segue la programmazione delle attività sia nelle singole classi che in comune ad entrambe.

In particolare in quell’anno scolastico si è data vita ad un seminario di 37 ore comuni alle due quinte con la presenza anche di tre relatori esterni: Nanni Salio del Centro Sereno Regis di Torino (I conflitti: tipologie, interpretazioni e loro soluzione), don Renato Sacco (l’esperienza dei Costruttori di pace in Bosnia e nel Kosovo), Andrea Gnemmi psicologo (Una ricerca sul pregiudizio etnico tra i giovani della ex Jugoslavia).

L’attività degli studenti, oltre alla partecipazione ai percorsi comuni (lezioni, seminario, attività di gruppo, ecc.) comprendeva un approfondimento individuale con la scelta di un testo di narrativa e uno di saggistica da presentare all’esame di stato.

Di seguito:

  • Schema di Programmazione iniziale
  • Estratto dal verbale con parziale modifica e precisazioni della programmazione
  • Seminario preparatorio: Blocchi di attività e Calendarizzazione oraria.

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Erminio Ferrari: storie e cammini della Resistenza

Domenica 5 settembre a Colle si è svolto il Convegno “Erminio Ferrari: narratore, giornalista, editore, traduttore. Un omaggio alla figura umana e professionale di un amico di LetterAltura e del territorio del Verbano-Cusio-Ossola.” Di seguito la ricostruzione, sulla base degli appunti preparati, del mio intervento, comprese alcune parti che avevo omesso per rispettare i tempi richiesti.

La liberazione[1] è il primo libro che ho letto di Erminio; ne ho una copia autografata dedicata a Madel, mia moglie, datata 28 aprile 2006: era appena uscito e lo aveva presentato alla Università della terza età. Le occasioni che ho avuto di conoscerlo personalmente, oltre a una intervista sul tema del contrabbando durante le riprese di Trarego memoria ritrovata[2], sono tutte relative a presentazioni editoriali e convegni.

Nel 2010 alla Fabbrica di Carta (Villadossola) la stessa sera si presentavano Classe III B[3] di Nino Chiovini – di cui avevo curato la riedizione – e il suo Mi ricordo la rossa[4]. Mi aveva colpito una certa ritrosia che interpretai come timidezza e solo col tempo vi riconobbi il tratto che accomuna molti grandi, consapevoli della umana transitorietà.

Nel 2011 il secondo Convegno dedicato a Chiovini (Leggere i fili del tempo) con un suo intervento sulla storia locale che, se non è pura erudizione, non è mai propriamente storia locale. E ancora nel 2012 a Cannobio con la presentazione di Fuorilegge???di Chiovini che permetteva di riflettere su un aspetto paradossalmente poco conosciuto: il Peppo partigiano.

Nel 2016 il convegno dedicato a Gino Vermicelli, con il suo intervento “Viva Babeuf! e la letteratura della resistenza” ove mise in luce la propria vasta competenza critico letteraria.

Ed infine nel febbraio del 2020 con il terzo convegno dedicato a Chiovini: nel suo intervento “I fogli della semina” Erminio ha sottolineato la letterarietà già presente nel Diario partigiano e ne I giorni della semina. Come nella edificazione di un muro a secco di una baita bisogna saper mettere la pietra giusta al posto giusto, così la costruzione scelta e successione delle parole richiede analoga precisione; è così che si fa letteratura, indipendentemente dal genere letterario. Parlava di Chiovini ma, inconsapevole, anche di sé.

Ferrari e la Resistenza: il tema e lo spirito della lotta partigiana ricorre in tutta la sua opera, dai saggi (Contrabbandieri), ai racconti (Porporì, Valzer per un amico) ai romanzi (Passavano di là). Mi soffermo sulle due opere al riguardo più significative: In Valgranda e La liberazione.

In Valgranda

Mauro Begozzi nel secondo Convegno Chiovini ha rovesciato l’immagine classica, col tempo diventata retorica, del “Monte Rosa sceso a Milano”: fu Milano, la pianura, i cittadini che salirono in montagna e si confrontarono e richiesero aiuto e collaborazione a chi la montagna viveva e praticava da generazioni. Rapporto complesso e non sempre facile che Nino Chiovini tematizza e problematizza nel saggio introduttivo a Val Grande partigiana e dintorni e che costituisce il tessuto che unisce i saggi di Mal di Valgrande[5].

In Valgranda. Memoria di una valle[6] di Erminio ne è la continuazione ideale, non solo implicita, ma più volte esplicitata sia con i continui richiami a Chiovini sia a ripetuti riferimenti a Mal di Valgrande.

Mi ha rimesso in strada il rumore di un elicottero. Era dell’elisoccorso. Andava a cercare qualcuno che in valle si era perso davvero. Una cosa difficile da capire: entra­no in valle da soli, a gruppi, col bello e col brutto, qual­cuno col machete, con le cartine stradali, con gli zaini enormi o con niente addosso, gasati, fanno foto, impau­riti, italiani tedeschi francesi olandesi svizzeri inglesi, fan­no le prove di sopravvivenza, si portano una bottiglia buona, raccolgono i rifiuti, superano i guadi, scivolano sullo strame bagnato, gettano le lattine e le buste di enervit, hanno uno spezzone di corda con sé, spiano i camosci, amano la natura, scrivono sul libro del rifugio dei loro amori lasciati a casa, o delle avventure sognate nella grande valle, dicono alla loro donna che la amano, vantano il tempo impiegato da qui a là.

Ogni tanto qualcuno cade e muore.

Al circolo, a Cicogna, quel pomeriggio se ne parlava. Ne parlavano quei tre o quattro a un tavolo, contandosela su con l’impegno che si mette quando bisogna stupire. La donna dietro al bancone, che li serviva, andava e ve­niva con il bottiglione e un tagliere di salame affettato. Le ho chiesto, indicando il Mal di Valgrande, esposto alle sue spalle, se ne aveva venduti, di quei libri. Altroché, ha risposto, altroché, come se fosse contenta di essere grata a chi lo aveva scritto. (p. 109)

“Il lavoro del Nino era stato questo: farsi una ragione attraverso le vite di quella gente” e, poco dopo, Erminio racconta il suo primo incontro, un 25 aprile ad Orasso, con Chiovini da cui ha tratto una “prima lezione” (prendere appunti per non lasciar andare quel il racconto nell’aria) ed una consapevolezza che diventerà programmatica: le diverse narrazioni di un evento non si contraddicono, ma si arricchiscono perché “senza le voci, una Storia muta non avrebbe niente da dire”.

Lo sfondo del nostro incontro è la piazzetta della chiesa di Orasso, Val Cannobina, per un 25 aprile. Io ero su a suonare Bella Ciao con la banda di Cannobio. Ho credu­to di riconoscerlo e gli ho chiesto è lei l’autore delle Cronache? C’erano anche la Mari e il comandante Arca che raccontava.

La prima lezione il Nino me l’ha data lì. “Possibile che non hai niente per prendere appunti?”, mi ha chiesto, ve­dendo che lasciavo andare quel racconto a perdersi nel­l’aria. Allora ho cominciato a scrivere sul retro di una partitura che avevo per le mani.

Ed è stato grande: stavo scrivendo la seconda versione, in un paio di mesi, del rientro di Parri in Italia, attraverso le montagne della Cannobina. Quel mattino era Arca a raccontarla, col sorriso del capo che sa ringraziare col cuore. Giorni prima, invece, era stato un vecchio di Spoccia, ed era un’altra storia, ma sempre la stessa. Senza le voci, una Storia muta non avrebbe niente da dire. (p. 60)

In Valgranda è un libro di camminate e pensieri, di ricordi, di paesaggi ed emozioni perché “la geografia ha le sue emozioni”; ed è un libro di incontri: incontri casuali, spesso cercati, altre volte organizzati. Dentro questi ricordi e questi incontri si intersecano racconti che diventano storie. Storie che si elevano a Storia, della vita della valle e della Resistenza.

Nel cammino riemergono personaggi come quello straordinario di Maria Peron.

Scendendo poi verso Pogallo, sul versante opposto al Corte dei galli, ho quasi imparato cosa è una laparatomia.” E di seguito rievoca come Maria in quel corte, in condizioni estreme, sul fieno di una baita, Maria abbia operato chirurgicamente con strumentazione improvvisata il partigiano Scampini gravemente ferito all’addome, lasciandolo poi alla cura di alpigiani. E così, lapidario, conclude:

Benedetta Maria, Scampini la scampò”. (p. 19)

Ho riletto questa riga tre volte: una summa di umanità e stile dell’Erminio.

La figura ricorrente del comandante Superti o quella straordinaria di Gianni Cella, il partigiano sopravvissuto che “era mutilato di una gamba e sulla sola che aveva si è fatto la Valgrande coi nazisti alle calcagna”.

Il ricordo doloroso degli eccidi: quello del Casaröll rievocato dal Silverio Dinetti di Colloro, allora pastorello di 12 anni o quello del Fornà raccontato da “due donne che avevo intervistato a Falmenta, l’Angela Piazza e la Giovanna Grassi … a modo loro e intrecciando il ricordo dell’una e dell’altra”.

Incontri casuali o cercati e, soprattutto, quelli organizzati quale “mediatore” da Giuseppe Cavigioli che già aveva supportato Chiovini per le interviste riportate in Mal di Valgrande.

Ho conosciuto Cavigioli prima di sapere del suo ruolo di custode della memoria di Superti e del Valdossola, la sua formazione partigiana: faceva arrivare un trasporto di Chianti prodotto sulle colline tra Poggibonsi e San Gimignano; ogni anno faceva il giro dei suoi clienti e consegnava un foglietto che, in una bellissima calligrafia d’altri tempi, descriveva le caratteristiche enologiche di quell’annata. Di lui narra l’Erminio:

  … sono passato da casa sua, affacciata, quasi, sul monumento ai quarantadue di Fondotoce. Ci conosceva­mo più che altro per telefono: quando usciva un libro del Nino, lui mi chiedeva di segnalarlo sul mio giornale. Sapeva che non c’era bisogno di chiedermelo, ma alme­no così ci sentivamo. …

 Chiedimi quello che ti serve, se posso… Aveva fatto, in qualche modo, da agente letterario del Nino. Io ho scrit­to poco, quasi niente, non è il mio mestiere, mi ha spie­gato, e la mia gioia è stata quella di far scrivere.      (p. 25)

10 giugno 2006, Tregugno. Erminio legge “In Valgranda“. Libri in cammino, 1a edizione. Parco Nazionale Val Grande

E così, grazie alla mediazione “del Peppino” intorno ad un tavolo, con la presenza del Pietro Spadacini, anche lui partigiano del Valdossola, viene raccolta e riportata per esteso la straordinaria testimonianza di Rinaldo Danini: è stato “uno dei primi a essere arrivato sulla riva del canale dove i quarantatré «erano sparsi a mucchietti. Era la sera del 20 giugno 1944.» Il Rinaldo ha iniziato così con ordine …”.

Al termine della narrazione di quel giorno del ’44, della scoperta del sopravvissuto, Carlo Suzzi, della condizione delle vittime e della loro successiva sepoltura, la moglie del Danini “ci ha servito il caffè e dei biscotti, che dopo un po’ di complimenti io e il Pietro Spadacini abbiamo cominciato a mangiare. Il Rinaldo che non si era più seduto, mi costringeva a inseguirlo col registratore”.

La testimonianza prosegue con il ricordo del 20 giugno dell’anno successivo, quando a liberazione avvenuta, è stata organizzata una grande manifestazione per commemorare i caduti di Fondotoce e, quella stessa sera, le casse delle vittime sono state riesumate per poter effettuare i riconoscimenti.

“La ventunesima cassa della fila superiore era quella del­la donna, la Cleonice. Lì vicino c’era una signora che di­ceva di essere venuta per stare vicino alla donna, alla Cleonice, che era partita per la montagna insieme a suo figlio. Ma per fortuna mio figlio è in Svizzera, diceva. “Lei ancora non lo sapeva, ma la cassa sotto quella della Cleonice era quella di suo figlio. Lo ha poi riconosciuto da un lembo di una camicia. E l’hanno dovuta accompa­gnare via.” (p. 57)[7]

Altra testimonianza raccolta con la mediazione del Peppino quella di Mario Morandi:

Il bello di questa storia è che ricomincia sempre. Non so se per difetto o virtù. E così succede di tutto, un giorno sei di qui, un altro di là. Il filo capita di perderlo senza accorgersene, e allo stesso modo lo si ritrova.

È il raccontare che fa queste cose. L’ascoltare – che è un lasciar raccontare – lo stesso. Un pomeriggio, era d’esta­te, io e il Peppino Cavigioli eravamo a casa del Mario Morandi, a Cambiasca. Lo avevo cercato perché sapevo che era lui il partigiano ferito al Casaröll e rotolato giù per il prato, di cui mi aveva raccontato il Silverio. È quel ’44 che non esce più dalla figura di questa valle.

Il Peppino aveva fissato l’appuntamento e il Mario Mo­randi ci aspettava. Ha subito cominciato a raccontare. (p. 111)

E così ascoltiamo “un’altra storia” (“ma sempre la stessa”): “con la Maria Peron per curare lo Scampini ferito, al Casal di gai” e di seguito la sua Valgrande con il ferimento del Pasta, la morte di Bruno Vigorelli, il Casaröll, il ritrovamento miracolosamente scampato di Gianni Cella, il partigiano con una gamba sola (“lo chiamavamo Gamba Una”, ha sorriso il Mario), l’uscita dalla valle, nascosto sopra Premosello. Per poi riattraversarla per arrivare ad Ungiasca.

E ancora le sue vicende avevano seguito la repubblica dell’Ossola, e la sua rotta, la fuga in Vallese, il rientro, la Valgrande rivisitata sulle tracce dei camosci e degli amici persi”. (p. 114)

E la storia ritorna con un altro incontro: quello a Miazzina con Attilio Tradigo e sua moglie Piera “che è una Primatesta di Premosello – perché anche lei ricordava qualcosa di quel giorno al Casaröll” (115).

Caricavano l’Alpe in Valgabbio e “c’erano i tedeschi in La Piana” che portavano via latte formaggio e qualche capra; quando tentano di prelevare anche le mucche decidono di lasciare la valle e dall’alto

alla Colmi abbiamo sentito tutti questi spari e abbiamo visto venire su il fumo dal Casaröll. (p. 138)

E dopo la Piera il racconto dell’Attilio cui “era toccata, in qualche maniera l’eredità di Superti, non certo come capo partigiano, ma come responsabile dell’attività dell’Ibai”, l’industria del legname con le sue teleferiche. E ascoltiamo il racconto straordinario di alcuni personaggi della valle: ul Pepp dul Lia che, il padre colpito da un malore, se lo ha caricato nel gerlo e da Riazzoli lo ha portato sino a Malesco; o il Pirùn Bionda che assieme al Gunda “hanno preso a contratto il trasporto” di una caldaia di più di un quintale da Piagger alla Colma. E quando il socio ha ceduto il Pirùn l’ha presa da solo sulla spalla sino alla Colma. E tutta la vicenda dl disboscamento sino al 1954 “quando è venuto il momento di smantellare la teleferica”.

Sono uscito a fatica anch’io da quella Valgrande, quella sera arrossata. Riaccompagnando a casa il Peppino (aveva preparato per me due bottiglie del suo chianti), vedevo quegli uomini e quel niente che ne è rimasto, fuori che il ricordo. Intanto gelava. (p. 144)

La liberazione

Se In Valgranda è un testo narrativo di memorie e percorsi che si interrompono, si riprendono e spesso si intersecano, La liberazione si struttura quale saggio che, capitolo dopo capitolo, ripercorre in successione quanto a Cannobio avvenne tra la fine di agosto e la prima decade del settembre 1944.

Il 25 aprile 1945, il Cesarino salì in cima al campanile e vi piantò il tricolore. Il campanile è così alto e mi chiedevo ogni volta come abbia fatto. Il perché, quello, credo di saperlo.

 L’incipit nel primo capitolo parrebbe fuorviante perché non della liberazione del 1945 parla il libro, ma di quella effimera e più tragica degli “otto giorni di Cannobio”, presto rioccupata dai nazifascisti quando cadde lo zio, il giovane Erminio Ferrari di cui porta il nome e a cui il testo è implicitamente dedicato. Ma è sufficiente un ricordo liceale per capire che quell’incipit è un richiamo ad un analogo avvio: quella Libertà verghiana altrettanto breve ed effimera vissuta dal contado di Bronte.

Una ricostruzione rigorosa e allo stesso tempo corale perché anche qui “senza le voci, una Storia muta non avrebbe niente da dire”: testimonianze di familiari e altri cittadini di Cannobio, partigiani, autorità di entrambi i campi, oltre a documenti anche fascisti e tedeschi ed echi giornalistici oltre confine ecc. che Erminio ha raccolto e “montato” dove anche le voci e interpretazioni dissonanti ci danno un quadro vivo e realistico degli avvenimenti a partire da una sera di agosto.

La sera del 26 agosto 1944, a Cannobio, un drappello di partigiani si scontrò alle Quattro Strade con la ronda tede­sca. Ne seguì una sparatoria, tre tedeschi morirono, un quarto rimase ferito; i partigiani si ritirarono con uno dei loro ferito a una gamba.

Il mattino successivo, il comando tedesco impose il coprifuoco e dispose un rastrellamento di tutti gli uomini abitanti nei dintorni delle Quattro Strade. A mezzogiorno, decine di adulti e bambini erano ammassati nella terrazza a lago dell’Albergo Cannobio, sede del comando tedesco. Poco distanti, sulla piazza, tre forche. Di quelle la foto c’è, e in un certo senso questa storia viene da lì. (p. 9)

Aprile 1945. Partigiani della Cesare Battisti. Sergio Cantaluppi primo a sinistra.

Da questo più pertinente avvio, con la successiva testimonianza del partigiano ferito, Sergio Cantaluppi, si snoda la ricostruzione, di quello scontro e del rastrellamento successivo, nonché del “miracolo”[8] per cui “le forche non ebbero le loro vittime”, grazie alla intercessione del podestà, del commissario prefettizio di Cannero, del clero locale e dalla decisiva testimonianza, raccolta dal prevosto don Bellorini, del tedesco ferito per cui non di una imboscata si era trattato ma di un reciproco scontro a fuoco in cui la popolazione non c’entrava. Il comando tedesco allora “si limitò” a prelevare 50 ostaggi avviati sulla sponda lombarda, a Luino.

Nel frattempo le forze partigiane si assestano sempre più vicino a Cannobio il cui attacco, che suggellava operativamente l’unificazione nella Piave delle due formazioni Battisti e Perotti, è stato accelerato dagli avvenimenti intervenuti.

Il 2 settembre di prima mattina i partigiani entrano in Traffiume, aiutati dalla popolazione e “da qualche ragazzino reclutato come staffetta”. Alle 13, ora inconsueta, l’attacco: “il nemico, in continua allerta nottetempo e all’alba, fu colto in un momento di rilassata vigilanza, e non poté reagire altrimenti che asserragliandosi nei suoi accantonamenti”.

Il presidio tedesco di Cannobio, come subito dopo quello di confine di Piaggio Valmara, si arrende ottenendo il salvacondotto verso la Svizzera.

La scena, ha poi scritto Adriano Bianchi, era dram­matica e insieme teatrale. “Un gruppo di uomini dignito­si e impauriti, i rappresentanti della più efficiente mac­china da guerra mai vista sono portati via da un gruppo di ragazzini, che si sono gravati dei loro pesanti fucili”. …

Solo in vista della frontiera, i confinari tedeschi parve­ro sentirsi al sicuro. Ma non lo erano ancora. “Alla prima richiesta di farli entrare – continua Bianchi – per la novi­tà, credo assoluta, di dover accogliere soldati dell’eserci­to tedesco consegnati da partigiani, gli elvetici rifiutano. Mentre al di là si svolgono febbrili consultazioni, dalla scorta qualcuno spara in aria, quasi a minacciare la fuci­lazione del prigionieri sul posto. Sapevo bene che il dirit­to d’asilo non poteva essere rifiutato, che gli svizzeri non l’avrebbero negato a chi si trovava in immediato pericolo di vita”. Infatti l’intera guarnigione tedesca di Cannobio fu accolta in Svizzera, lasciandosi andare “a scene fan­ciullesche di gioia. Uno fa il ballo dell’orso, tutti saluta­no: ciao! ciao! Auf Wiedersehen!” (55)[9]

Non analogo il comportamento della milizia fascista che alla richiesta di resa risponde facendo fuoco uccidendo il partigiano Bruno Panigada. Si dovranno arrendere il giorno successivo con la promessa che, se dal processo a cui erano destinati non fossero emersi crimini contro la popolazione, avrebbero avuta salva la vita.

I cannobiesi, che già il giorno prima avevano festeggiato (“non tutti” precisano più testimoni) imbandierando la città e suonando le campane, si precipitano ad insultare e in alcuni casi ad aggredire i militi condotti sotto scorta all’Albergo Cannobio dove avverrà il processo. Non altrettanto si erano comportati il giorno prima nei confronti dei tedeschi.

Il processo, pur rispettando le formalità, si svolge in tempi accelerati e, in un clima non certo favorevole agli imputati, si conclude con due condanne a morte, cinque ai lavori forzati e tre assoluzioni.

Il fatto increscioso, di cui Erminio sottolinea la gravità, è la successiva soppressione dei cinque condannati ai lavori forzati durante il loro trasferimento, soppressione giustificata da un poco credibile “tentativo di fuga”.

Chi decise e eseguì una sentenza mai pronunciata non fu mai rivelato. … Non vi furono inchieste né si presero provvedimenti – e cita Nino Chiovini che – con la sua lucida onestà di storico e di resistente ha scritto … «Gli avvenimenti dei giorni successivi concomiteranno a facilitare l’impunità e l’incognito dei responsabili, quelli che ordinarono o suggerirono o tollerarono, nonché degli esecutori, tutti individuabili nel settore meno controllato della Piave». (p. 64)

Mentre nella cittadina lacustre si avvia un il tentativo di un governo civile con un CLN locale, le forze partigiane, infoltite da nuove reclute, liberano l’intera Cannobina, Malesco e ridiscendono verso Domodossola che sta per esser liberata.

Da trenta che eravamo, siamo diventati novecento” nel racconto enfatizzato di un partigiano.

Uno dei nuovi ‘ottocentosettanta’ era l’Ugo Ferrari, classe 1928. Sedici anni. E lo racconta ancora con un sorriso quasi imbarazzato. “La mattina della Liberazione sono sceso anch’io a Cannobio, all’Albergo Cannobio, per chiedere di essere arruolato nei partigiani. Mi sono trovato lì con l’Attilio Zanoni e tuo zio, l’Erminio.

L’Erminio l’hanno messo nel centralino; mentre io e l’Attilio siamo stati messi nella Polizia partigiana, pensa un po’, negli stessi locali della Pubblica sicurezza, sotto i portici in piazza”. …

“Mia suocera – ha ricordato mia madre – mi diceva che l’Erminio cercava di tranquillizzarla assicurandole che sarebbe rimasto giù al centralino in piazza, e che non lo avrebbero mandato sulle linee di combattimento”. (p. 71-72)

In Cannobio erano rimasti solo una trentina di partigiani, di cui molte nuove reclute, e nessuna arma pesante; il tenente Mosca (Michele Fiore) concorda con i tedeschi lo scambio di prigionieri con gli ostaggi cannobiesi tenuti a Luino.

E quando questi, in serata, arrivano a Cannobio, fu festa grande. Fu organizzato un ballo popolare e si andò avanti fino a notte. (p. 81)

Ma la festa durò poco. Alle sei di mattina del 9 settembre un traghetto che alzava bandiera bianca sorprese le ridotte sentinelle partigiane e i maimorti rioccuparono velocemente Cannobio. Tra i caduti partigiani l’Erminio: “Era di guardia al centralino in piazza, e non aveva neppure fatto in tempo a reagire”.

Il giorno dopo i partigiani entrano a Domodossola.

E mentre in Ossola si festeggia la discesa dei partigiani, Cannobio rioccupata, ha scritto Giorgio Bocca nell’appassionato Una Repubblica partigiana, restò “una spina piantata nel fianco dello schieramento partigiano”. (p. 97)

Se nelle prime cento pagine Erminio ricostruisce “a più voci” la storia (e le storie) di quei giorni, negli ultimi sette capitoli si interroga e riflette su quanto avvenuto:

Questa storia doveva finire il 9 settembre 1944. Ma più che finita, mi è rimasta sospesa una domanda: era stato necessario, giusto? (p. 103)

Non pochi sono gli interrogativi che rimandano a interrogativi più generali, storici, politici ed etici, sulla lotta di Liberazione. La liberazione di Cannobio era frutto di un progetto o più il frutto di una successione non sempre prevista di eventi? Ed è stata una liberazione opportuna? Sono state prese in considerazione le conseguenze che sarebbero ricadute sulla popolazione? E perché la cittadina è stata poi lasciata di fatto sguarnita? Quali i limiti da parte dei comandi partigiani, e in particolare quelli del comandante della Perotti, Pippo Frassati? Quanto ha pesato nelle loro scelte il ruolo dei servizi alleati che avevano prospettato l’intervento di una brigata internazionale a ridosso del confine svizzero (il cosiddetto progetto Alexander) e addirittura inviato in val Cannobina una troupe militare americana per riprendere scene di vita e di lotta partigiana? E quale fu il ruolo effettivo della popolazione? Se molti hanno festeggiato e non pochi aiutato, quale il peso degli informatori e delle spie fasciste nella rioccupazione?

Ed allora le domande locali diventano anche domande generali e le riflessioni di Erminio di incrociano, oltre a quelle di Chiovini, con quelle di Claudio Pavone sulla “guerra civile” e della Arendt sulla necessità in determinati momenti storici di mettere in gioco la propria vita:

“noi viventi dobbiamo imparare che non si può vivere in ginocchio, che non si diventa immortali se si corre dietro alla vita, e che, se non si vuole più morire per nulla, si muore nonostante non si sia fatto nulla.” (p. 140).

E soprattutto Todorov che narra e riflette “della coeva liberazione maquisard di Saint-Amand nella Francia occupata dai nazisti” seguita da una sanguinosa rioccupazione tedesca[10]. Di fronte a chi sceglie di aspettare l’intervento alleato “questi partigiani contribuiscono, con la loro azione, al formarsi dell’immagine che la collettività avrà di se stessa … essi agiscono dunque per il bene pubblico”. Ciò non toglie che vi sia un dilemma fra “l’etica della convinzione” (la scelta della resistenza attiva) e “l’etica della responsabilità” che mette nel conto anche le ricadute su altri delle proprie azioni. Così come, nel considerare la Resistenza nella sua globalità non bisogna prendere in considerazione solo la morale eroica del “del sacrificio” (quella dei ribelli) ma anche quella senza armi di chi si assume rischi calcolati per aiutare, proteggere, avvertire del pericolo, nascondere, non denunciare. Sono le “virtù quotidiane” basate sulla “fede nell’uomo” di cui le comunità abbisognano e che permisero ai ribelli in armi di resistere anche nei periodi più duri.

Colle, 5 settembre 2021. Convegno dedicato a Erminio Ferrari.

Un “passatore”

Questo denso richiamo a Todorov – autore che Erminio richiama anche in altre sue opere – mi ha colpito. Da un lato perché è un autore che considero fra i più interessanti che ha spaziato in molti campi (oltre alla storia, filosofia, letteratura, psicologia, semiologia e tanti altri) e che ci ha aiutato a capire la nostra epoca successiva al cosiddetto “secolo breve”. Personalmente mi è servito molto sia a scuola che in corsi di aggiornamento per le sue riflessioni etiche, per la lettura di momenti cruciali della storia (la “conquista”, l’illuminismo, i campi di sterminio, il nuovo disordine mondiale …), la letteratura fantastica, le dinamiche psicologiche interpretate in modo alternativo a quello freudiano (il sogno, i bisogni fondamentali dell’uomo…).

Nato in Bulgaria nel 1939, a ventiquattro anni ha lasciato il suo paese per la Francia assimilandone lingua e cultura. In una sua lunga intervista che ricapitola il suo ricco percorso intellettuale si autodefinisce un “passatore”: tra paesi e aree geopolitiche (Bulgaria – Francia), tra lingue e culture, fra ambiti disciplinari, “tra il quotidiano e il sublime”. “Dopo aver attraversato io stesso le frontiere, ho cercato di facilitarne il passaggio ad altri.[11]

Ecco, questa predilezione di Erminio Ferrari per Todorov non penso sia casuale. L’immagine del passatore penso sia del tutto calzante anche per lui. Non solo per il quotidiano passaggio lavorativo della frontiera, per aver pubblicato sia in Italia che in Svizzera, ma anche per la capacità di passare e contagiare generi diversi: articolo giornalistico, saggio, racconto, romanzo, guida escursionistica …, cultura popolare e cultura alta, alpinismo, musica, storia e letteratura.

Non a caso, oltre a quello della resistenza, il tema del confine e del suo “passaggio”, dei passatori di merci e di uomini, è tema ricorrente in gran parte delle sue opere.

È che certi confini non si disputano, piuttosto si condividono, si confon­dono e si perdono di vista: in una selva di castagni uc­cisi e rinati da un male che ogni mezzo secolo li assa­le; o lungo il solco di una valle che alcune volte caccia acqua da far paura, altre è secca come certi cuori; o tracciato per pietraie ingrate, piccoli deserti lepontini; inteso da lingue che si sovrappongono, parole che figliano parole.

Qui capita spesso di avere un piede in Svizze­ra e uno in Italia, e un po’ ci si fa l’abitudine.[12]

Emblematica la figura di Meco, protagonista del romanzo Passavano di là[13], la cui solida moralità si fonda in modo omogeneo sul suo passato di partigiano e di sfrusìtt e che fatica a comprendere quella che invece indirizza il nipote e l’amico coetaneo, passatori odierni di uomini.

Bibliografia (provvisoria) degli scritti di Erminio Ferrari

Per aver pubblicato con piccoli editori sia in Italia che in Svizzera, la bibliografia cronologica che segue è sicuramente incompleta. A questo si aggiunge l’assurda situazione del Sistema Bibliotecario del VCO che non è associato al Servizio Bibliotecario Nazionale con il risultato che autori e testi locali sfuggono alle ricerche tramite l’OPAC SBN. Una situazione locale di confine che invece di fare da ponte è essa stessa confinata in un’enclave culturale.

Per gli articoli pubblicati sulla stampa ticinese si può far riferimento al seguente link (occorre login): https://www.pressreader.com/search?query=%22erminio%20ferrari%22

  • Luoghi non tanto comuni. Cannobio, il suo lago, la sua valle, conLillo Alaimo e Daniele Grassi; pref. di Germano Zaccheo e Teresio Valsesia, con una poesia di Dante Strona, Press Grafica, Casale Corte Cerro 1985.
  • Val Cannobina, Lago Maggiore. Con 27 itinerari escursionistici, con contributi di Mauro Branca … [et al.],Alberti, Intra 1988.
  • “Francesco Biamonti. Un bilancio fra cielo e mare”, in Linea d’ombra, Milano settembre 1994.
  • In Valgranda. Memoria di una valle, Tararà, Verbania 1996.
  • Contrabbandieri. Uomini e bricolle tra Ossola, Ticino e Vallese,Tararà, ©1996, Verbania 1997 (Seconda ed. ampliata: 2000).
  • Montagne di carta, La Regione Ticino, Bellinzona 1996.
  • “Il passo sospeso del mondo” (su Francesco Biamonti) in laRegione, Bellinzona 27.02.1998.
  • Porporì. Zatopek, la banda e altre storie, Tararà, Verbania 1999.
  • Giuseppe Brenna, Cascine. Un omaggio ai signori delle montagne ticinesi e mesolcinesi, pref. di Erminio Ferrari, Salvioni, Bellinzona 1996 e 2000.
  • Valgrande. Frontiera verde, con Angelo Cavalli, Tararà, Verbania 2001.
  • “Val d’Ossola. Puniti dalla valanga”, in Rivista della montagna. Pubblicazione trimestrale del Centro documentazione alpina di Torino, A. 31, n. 2 (febbr. – mar. 2001), p. 66-71.
  • “Rigoni Stern: una vita sull’altopiano”, testo e foto di Erminio Ferrari in Rivista della montagna. Pubblicazione trimestrale del Centro documentazione alpina di Torino, A. 31, n. 10 (dic. 2001) p. 88-93.
  • Passavano di là, Casagrande, Bellinzona 2002.
  • Arthur Cust, Ritorno in val Formazza, a cura di Erminio Ferrari, pref. di Roberto Mantovani, traduzioni e adattamento di Erminio Ferrari e Alice Margaroli, Tararà, Verbania 2004.
  • Hubert Mingarelli, Luce rubata, traduzione di Erminio Ferrari, Casagrande, Bellinzona 2004.
  • Fransè, Casagrande, Bellinzona 2005.
  • La liberazione. Cannobio, agosto-settembre 1944, Tararà, Verbania 2006.
  • Una valanga sulla Est. 1881, la “catastrofe Marinelli” al Monte Rosa, a cura di Ermino Ferrari e Alberto Paleari, Tararà, Verbania 2006.
  • Riviera, Bellinzonese und Gambarogno. Tiefe Täler, ferne Gipfel, Marco Volken Bilder; Erminio Ferrari Texte; [Übers von Carlo Weder], Salvioni, Bellinzona 2006.
  • Riviera, Bellinzonese e Gambarogno Valli profonde, vette remote, Marco Volken fotografie; Erminio Ferrari testi, Salvioni, Bellinzona 2006.
  • “La discesa”, in Ticinosette, Bellinzona, 10.10.2008.
  • “La parete”, in Ticinosette, Bellinzona, 5.12.2008.
  • “Somalia, crisi umanitaria dimenticata dai media” [Registrazione sonora] conferenza, con Gabriella Simoni e Francesco Sinchic, Bellinzona 2008.
  • Mi ricordo la rossa. Storie e luoghi dell’Alpe Devero, Tarara, Verbania 2009.
  • “La legge padrona della vita e della morte”, laRegione, Bellinzona, 13.07.2011.
  • Scomparso. Romanzo, Tararà, Verbania 2013.
  • Luigi Bonanate e Marco Revelli. L’eredità del Muro, la lunga vita del secolo breve”, Cahiers di scienze sociali, Fondazione Università popolare di Torino, n. 1 (2014) p. 62-67.
  • Storie di treni e di contrabbando” in Matteo Terzaghi e Matteo Campagnoli (a cura), Negli immediati dintorni. Guida letteraria tra Lombardia e Canton Ticino, di Anna Banfi [et al.], disegni di Giovanna Durì, Casagrande-Doppiozero, Bellinzona-Milano 2015, p. 57-61.
  • Tracce bianche. Con le ciaspole e gli sci dal Lago Maggiore al Monte Rosa. 79 gite brevi,conAlberto Paleari, MonteRosa, Gignese (VB) 2013 (seconda ed. ampliata 2015).
  • I 3900 delle Alpi, con Alberto Palearie Marco Volken, MonteRosa, Gignese (VB) 2016.
  • Cielo di stelle. Robiei, 15 febbraio 1966, Casagrande, Bellinzona 2017.
  • Elio Costa e Gabriele Scardellato, Lorenzo Grassi in ‘Merica. Un umile eroe falmentino in Canada; ed. italiana a cura di Erminio Ferrari; trad. di Alice Margaroli Dancy, Tararà, Verbania 2018.
  • “Punta del Nuovo Weisstor”, in Ticino7, Bellinzona, 17.11.2018.
  • “Il pizzo Boccareccio”, in Ticino7, Bellinzona, 8.02.2019.
  • “Sull’Ofentalhorn. La cima che non ti aspetti”, in Ticino7, Bellinzona, 19.04.2019.
  • “Per un pugno di Nickel”, in Ticino7, Bellinzona, 18.10.2019.
  • Ossola quota 3000. Tutti i 75 tremila, con Alberto Paleari, Monte Rosa, Gignese 2019.
  • “Pizzo Cornera. Toccare la cima, ma con molta attenzione”, in Ticino7, Bellinzona, 18.07.2020.
  • Valzer per un amico. Racconti, Tararà, Verbania 2020.
  • Un blues per Gilardi, racconto su laRegione, Bellinzona 2.10.2020.
L’Ermi in redazione fotografato di nascosto dai colleghi de laRegione.

Linkografia su Erminio Ferrari

Biografie e recensioni (cronologico)

Notizia della scomparsa, commenti, ricordi e iniziative

Articoli, interviste, racconti di Erminio Ferrari reperibili online


[1] La liberazione. Cannobio, agosto-settembre 1944, Tararà, Verbania 2006.

[2] Lorenzo Camocardi, Trarego memoria ritrovata, Lungometraggio, Casa della Resistenza, Verbania 2007.

[3] Nino Chiovini, Classe IIIaB. Cleonice Tomassetti vita e morte, Tararà, Verbania 2010, 3a edizione.

[4] Mi ricordo la rossa. Storie e luoghi dell’Alpe Devero, Tarara, Verbania 2009.

[5] Nino Chiovini, Mal di Valgrande, Vangelista, Milano 1991; 2a ed. Tararà, Verbania 2002.

[6] Tararà, Verbania 1996.

[7] Il partigiano caduto e riconosciuto dalla madre è Sergio Ciribi; cfr. Nino Chiovini, Classe IIIaB. Cleonice Tomassetti Vita e morte, Tararà, Verbania 2010, p. 36-42.

[8] “Il 27 agosto di ogni anno a Cannobio si celebra una messa di ringraziamento nel santuario della Santa Pietà, perché nel 1944 il Signore aveva guardato giù e salvato Cannobio dalla rappresaglia”. La liberazione cit., p. 23.

[9] Dopo la rioccupazione di Cannobio il comando tedesco imporrà alla autorità elvetiche il rientro in Italia di quei militari tedeschi che si erano illusi troppo presto di esser usciti dalla guerra.

[10] Tzvetan Todorov, Una tragedia vissuta. Scene di guerra civile, Garzanti, Milano 1995.

[11] Tzvetan Todorov, Una vita da passatore. Conversazione con Catherine Portevin, Sellerio, Palermo 2010, p. 429.

[12] Erminio Ferrari, “Storie di treni e di contrabbando” in Matteo Terzaghi e Matteo Campagnoli (a cura), Negli immediati dintorni. Guida letteraria tra Lombardia e Canton Ticino, Casagrande-Doppiozero, Bellinzona-Milano 2015, p. 57.

[13] Casagrande, Bellinzona 2002.

Una cronaca criminale: “I Borgia” di Alexandre Dumas

La “Fabbrica di Carta”, il salone annuale del libro del VCO, dopo la chiusura forzata del 2020, quest’anno tra maggio e giugno si è realizzata con il titolo: “Storie nella Storia. Il romanzo storico: da Manzoni a Buticchi”. Non sono un amante del genere ma l’abbinamento Dumas-Borgia-Sellerio[1] mi ha incuriosito.

La triade criminale

Come molti commenti hanno sottolineato più che un romanzo storico questa è una “cronaca criminale” che rientra nei diciotto “Delitti celebri” che Alexandre Dumas compose tra il 1835 e il 1840 ripercorrendo le più significative efferatezze dal Rinascimento agli anni a lui contemporanei; all’epoca si era distinto quale commediografo e giornalista e solo successivamente si dedicherà ai suoi più famosi romanzi storici. Il taglio è appunto fra il giornalistico e il cronachistico, rigorosamente in terza persona e con scarsa presenza di dialoghi a sottolineare implicitamente che quanto riportato non è invenzione letteraria ma frutto di una attenta ricerca documentale.

La vicenda si snoda fra il 1492, anno della elezione di Rodrigo Borgia a pontefice col nome di Alessandro VI e il 1507 con la morte del figlio Cesare, ormai in declino dopo la morte nel 1503 del padre, in un combattimento minore sul confine tra Navarra e Castiglia.

Gran parte della cronaca viene ricostruita in modo dettagliato (congiure, trattati e tradimenti, cambi di alleanze, cerimonie, sfilate militari, battaglie, ecc., ecc.) e risulta francamente noiosa laddove la minuziosità dei particolari fa più volte perdere il filo complessivo della narrazione. Non mancano comunque in questa ricostruzione del potere dei Borgia, dei loro crimini e del loro declino, momenti letterari intensi: oltre all’apertura con il dialogo immaginario fra il morente Lorenzo il Magnifico e il fanatico frate Savonarola e la chiusura, con la citazione di una novella del Boccaccio, posso ricordare la corrida a cui Cesare ha invitato il cognato Alfonso d’Aragona.

Una cornice spagnolesca ricostruita nel cuore della città santa in cui i due cognati si salvano reciprocamente dalla furia dei tori appositamente aizzati, a suggellare ufficialmente un patto fra dinastie, in realtà a mascherare il delitto progettato del marito di Lucrezia, ormai divenuto ingombrante per i piani del Pontefice e di suo figlio. E, all’interno di questa cornice, nel momento in cui Cesare rischia di esser travolto dal toro “un grido di donna partì da una delle finestre”. Alfonso attira l’attenzione del toro verso di lui,

poi, quan­do la bestia fu a tre passi, fece un balzo di lato of­frendogli invece del fianco la spada che affondò fino all’elsa nel corpo dell’animale. Il toro, fermato a metà della sua corsa, restò un istante immobile e fremente sulle quattro zampe, poi cadde sulle ginocchia, emise un muggito sordo e spirò.

Gli applausi scoppiarono da tutte le parti, tanto la stoccata finale era stata data con destrezza e rapidità. Cesare era rimasto a cavallo e cercava con gli occhi, in­vece di occuparsi di quello che stava succedendo, la bel­la spettatrice che aveva manifestato col suo grido un così vivo interesse per lui. La sua ricerca non fu in­fruttuosa poiché aveva riconosciuto una delle damigelle d’onore di Elisabetta, duchessa d’Urbino, fidanzata a Giovanni Caracciolo, capitano generale della repubblica di Venezia.[2]

E poche pagine dopo sapremo che la bella damigella destinata al veneziano Caracciolo pagherà drammaticamente l’aver destato l’attenzione del duca Valentino: la farà rapire tenendola prigioniera per soddisfare i suoi piaceri sin quando, ormai non più interessato, la farà ritrovare cadavere nel Tevere.

Uno dei numerosissimi delitti della triade che così Dumas definisce: Rodrigo, Cesare e Lucrezia

formavano la trinità diabolica che regnò per undici an­ni sul trono pontificio, come una parodia sacrilega del­la Trinità celeste.”[3]  

L’elenco di misfatti e delitti sarebbe lunghissimo e anche difficile elencarne tutte le tipologie: incesto, stupro, rapimento, inganno, falsificazione di documenti, tradimento, corruzione, simonia, nepotismo, assassinio, avvelenamento, sottrazione di cadavere, fratricidio, uxoricidio, ecc. ecc.

Se nella storiografia, nella letteratura e nella cultura di massa, dai film ai fumetti, l’attenzione si è poi concentrata su Cesare e Lucrezia, Dumas mette bene in luce come nella “triade criminale” / “trinità diabolica” abbia un ruolo centrale il padre Rodrigo che sale al soglio con una prospettiva ben precisa di politica familiare.

Rodrigo (Alessandro VI)

Nato nel 1931 nel territorio di Valenza, dopo gli studi di diritto e una iniziale carriera di avvocato “che abbandonò per quella delle armi”.

Ma dopo qualche prodezza per provare il suo sangue freddo e il suo coraggio, anche questa gli venne a noia. Proprio allora suo padre morì, lasciando una fortuna considerevole e Rodrigo decise di restare ozioso ispirandosi solo al suo estro e alla sua fantasia. A quest’epoca, diventò l’amante di una vedova che aveva due figlie. La vedova morì, lui prese le ragazze sotto tutela, ne mise una in convento e poiché l’altra era una delle più belle donne mai viste, se la tenne come amante. Era la famosa Rosa Vannozza, da cui ebbe cinque figli: Francesco, Cesare, Lucrezia e Goffredo; non si sa il nome del quinto.”[4]

Sembrava orientato a vivere di rendita ma tutto cambiò con la nomina di suo zio Alfonso che divenne papa col nome di Callisto III (1455-1458): questi lo volle a Roma nominandolo successivamente arcivescovo di Valenza e cardinale.

Aveva fatto un po’ fatica ad accettare il cardinalato che lo incatenava a Roma e avrebbe preferito essere vicario generale della Chiesa, posizione che gli avrebbe dato maggiore libertà di vedere la sua amante e la sua famiglia. Ma suo zio Callisto gli fece balenare davanti agli occhi la possibilità di succedergli un giorno e, da quel momento, l’idea di essere il capo supremo dei re e delle nazioni si impossessò a tal punto di Rodrigo, che non pensò più che al fine che suo zio gli aveva fatto intravedere.” [5]

Trentaquattro anni dopo la morte dello zio e altri quattro pontefici (Pio II, Paolo II, Sisto IV e Innocenzo VIII) nel 1492 Rodrigo, sbaragliando (e corrompendo) gli avversari, ascese al “sacro soglio” assumendo il nome di Alessandro VI e da quella inattaccabile posizione riconobbe i propri figli illegittimi, li collocò nei vari centri di potere, ne organizzò (e disfò) matrimoni, emanando nei loro confronti ordini (anche scellerati) e comunque coprendone i misfatti. La storia della chiesa considera comunque il suo un pontificato di rilievo e innovatore.

Cesare (duca Valentino)

Cesare Borgia apprese la notizia dell’elezione di suo padre all’università di Pisa dove studiava. La sua am­bizione aveva talvolta sognato una simile fortuna, ep­pure la sua gioia fu smisurata. Era allora un giovane fra i ventidue e i ventiquattro anni, abile in tutti gli eser­cizi fisici e soprattutto nelle armi. Capace di montare a pelo i più focosi cavalli e di tranciare la testa a un to­ro con un solo colpo di spada, era però arrogante, ge­loso, subdolo e, secondo Tommasi, grande fra gli em­pi […] Ta­le era l’uomo a cui il destino aveva appena appagato ogni desiderio e che aveva come motto: «Aut Caesar, aut nihil», «O Cesare o niente».[6]

Mentre il fratello minore, Giovanni, fu instradato al potere politico-militare, Cesare fu nominato dal padre Cardinale, nomina che non corrispondeva ai suoi auspici, più orientato alla vita civile, a festosi festini e alle imprese militari. Dopo l’uccisione del fratello Giovanni (che molti, Dumas compreso, hanno attribuito a un ordine di Cesare), preferì tornare allo stato laicale.

“Dopo la morte del fratello, Cesare aveva mostrato con tutte le sue azioni la scarsa vocazione per la vita ec­clesiastica; quindi nessuno fu stupito quando, nel cor­so di un concistoro riunito da Alessandro VI, Cesare en­trò e rivolgendosi a lui, cominciò a dire che fin dai suoi primi anni, per le sue doti e per il suo talento, si era sentito portato verso le professioni secolari, e che si era dato alla Chiesa, accettando la porpora, le altre cari­che e l’ordine sacro del diaconato solo per obbedire a Sua Santità.”[7]

Ottenuto il benestare abbandonò la porpora e si dedicò alla sua avventura di conquista di un ampio ducato in Italia centrale. Rapida meteora che abbagliò molti, a partire da Machiavelli, ma che decadde rapidamente dopo la morte, e la protezione, del padre.

Lucrezia

Dumas la ritrae a tinte fosche: La sorella era degna campagna del fratello. Libertina per fantasia, empia per temperamento, ambiziosa per calcolo, Lucrezia bramava piaceri, adulazioni, onori, gemme, oro, stoffe fruscianti e palazzi sontuosi. Spagnola sotto i suoi capelli biondi, cortigiana sotto la sua aria candida, aveva il viso di una Madonna di Raffaello e il cuore di una Messalina, perciò gli [a Rodrigo] era cara e come figlia e come amante perché si vedeva in lei, come in uno specchio magico, con le proprie passioni e i propri vizi.[8]

In realtà, nonostante questa premessa (e la copertina a lei dedicata dall’editore) in tutta la narrazione Lucrezia ha un ruolo minore e viene il dubbio che più che una protagonista efferata fosse piuttosto la vittima delle volontà del padre e del fratello. Riuscì poi a costruirsi una vita indipendente e un personale prestigio dopo la morte del padre e il declino e morte del fratello. Così ne chiude la vicenda Dumas:

In quanto a Lucrezia, la bella duchessa di Ferrara, morì tra gli onori e il fasto, adorata dai suoi sudditi come una regina e cantata come una dea dall’Ariosto e dal Bembo.”[9] 


[1] Alexandre Dumas, I Borgia, Sellerio, 2004.

[2] Pag. 198-199.

[3] Pag. 52.

[4] Pag. 39-40.

[5] Pag. 41-42.

[6] Pag. 45.

[7] Pag. 154-155.

[8] Pag. 52.

[9] Pag. 283.

Un quaderno di canzoni partigiane*

a cura del Centro di Documentazione della Casa della Resistenza**

Risalire all’origine dei canti partigiani non è operazione facile sia per il contesto “alla macchia” in cui sono nati che per le caratteristiche proprie di trasmissione orale con il suo continuo riadattamento da luogo a luogo, da banda a banda. Salvo poche eccezioni di testi scritti da uno specifico autore, sono stati sottoposti – sul piano melodico e testuale – a una costante “rielaborazione della tradizione”, iniziata nei mesi della Resistenza e proseguita nel dopoguerra e naturalmente tuttora in atto. Ne fa fede la canzone oggi più cantata – anche all’estero – della Resistenza: Bella Ciao della quale non è noto quanto (e, per alcuni, se) e dove sia effettivamente risuonata durante la Lotta di Liberazione, tanto che Cesare Bermani ha potuto inizialmente definirla una vera e propria “invenzione della tradizione” [1].

Grazie a una donazione[2]il nostro Centro è in possesso di un importante documento coevo: un quaderno dove, in 48 pagine, sono trascritte con cura 30 Canzoni Partigiane. È stato compilato tra il febbraio 1945[3] e i primi due o tre mesi dopo la liberazione dalla ventenne Maria Luisa Fontana (1924 – 2017); era residente a Intra ma la sua famiglia aveva stretti legami con il paese di Intragna, dove spesso stazionava, e con noti esponenti della Resistenza. Intragna è stata inoltre in più occasioni sede di comandi partigiani (Cesare Battisti, Valgrande Martire, e successivamente della Divisione Mario Flaim); Nino Chiovini ricorda anche il ruolo importante che avevano alcune staffette del paese[4].

Salvo due canzoni di diffusione nazionale (La guardia rossa e Fischia il vento[5]) le altre fanno tutte riferimento alle bande e al territorio locali: dal Verbano al Cusio e alla Valsesia. Tre sole sono di autori partigiani noti[6]: Marciar Marciar di Antonio Di Dio, La strada del Pian Vadaà e La volante Martiri di Trarego scritte da Nino Chiovini.

Un primo gruppo riporta gli inni di alcune formazioni: Valdossola, Cesare Battiti e Giovine Italia.

E tutto intorno ai monti

e alle vali del Verbano

ascolti un coro che nessun  uguaglia

è il Battaglion Val d’Ossola

e si sente da lontano

la quarta banda

è la giovane Italia,

giovani forti ardenti ed italiani

son loro, sono i nostri partigiani.

Nazi-fascisti finiran nell’onde

del lago dove sono più profonde.

Gridan le voci, grida la mitraglia

i figli siamo noi

della Giovane Italia![7]

Un altro gruppo è dedicato a partigiani caduti. Due al giovane partigiano Lupo[8] (La canzone del Lupo e Lupo): “Oh Lupo sulla montagna / triste e breve è stata la tua campagna; La canzone a Romeo è dedicata al diciannovenne partigiano Mario Brasca caduto il 17 giugno ’44 sulla Marona: “Disse Luigi[9]/ un partigiano in pianto / Romeo riposa lassù sulla Marona / tra neve e ghiaccio”. Una quarta (La canzone a Franco) è dedicata a un partigiano, non identificato, ferito a morte in un trasferimento verso Gozzano per un recupero di armi. Non mancano le canzoni dedicate ai caduti negli eccidi di Fondotoce (Il canto dei 43 fucilati) e Trarego (I 7 martiri e quella sopra citata di Chiovini).

Un aspetto importante del documento è l’indicazione “Si canta sull’aria di …”, in calce alla maggioranza dei testi, che ci permette non solo di “rivivere” le canzoni ma di percepirne il clima e gli aspetti della cultura popolare di riferimento. Oltre ad alcuni inni patriottici di guerra e degli alpini (Piave, Monte Grappa) ben quattro fanno riferimento al repertorio fascista (Giovinezza e gli Inni dei Sommergibilisti, della X Mas e del Battaglione S. Marco) con un rovesciamento tematico dove ad esempio Giovinezza si trasforma in “Capitano capitano / che dal signore sei mandato / tutta Omegna ti saluta / inneggiando al tuo valor …”. In un caso il rovesciamento non è solo tematico, ma beffardo: sull’aria dell’Inno della X Mas ci si rivolge alle ragazze che hanno amoreggiato con i fascisti:

Piangeranno piangeranno

le ragazze di Verbania

se la Decima va via

resterà sol la borghesia

ma i borghesi non le vorran!

I temi melodici più consistenti sono però quelli riferiti alla musica leggera e ballabile composta e diffusa a livello popolare negli anni Trenta e primi Quaranta. Abbiamo ad esempio L’Olandesina[10] dove la storia del baleniere Morris, morto sul mare lasciando alla amata Ketty solo l’eco della sua canzone, si trasforma con poche variazioni nella Cusianina che “amava Bruno il suo bel partigian” morto in montagna. Recupero melodico e tematico ripreso anche in altre aree della lotta partigiana, ad esempio in Romagna (Santa Sofia) dove la bella Vanna piange il partigiano Stoppa[11]. Altre melodie di quegli anni richiamate sono La mia canzone al vento, Campagnola bella, Il tango delle capinere e Rosabella del Molise dove l’invocazione dell’innamorato “Rosabella dimmi sì sì sì” diventa “Patriota vieni giù giù giù / a salvar la gioventù”. All’allegro ritmo di polka della notissima Rosamunda abbiamo due versioni di Oh Fascista! quale irrisione dell’avversario (“tu mi fai morir / perché sui monti / tu non vuoi venir” oppure “ti ricordi / di quel mitra che ti ho fregato / disteso su quel prato / oh che felicità!”).

Non mancano qua e là anche note melanconiche e nostalgiche: in particolare con la canzone Nella notte che riprende la melodia di Una strada nel bosco[12]:

Le prime stelle in cielo brillano già

e un avamposto

veglia e all’erta sta …

Tace

la vallata ed il monte

solo l’eco risponde

col suo placido suon.

I partigiani allor

cantano con languor

cercando di non pensare più

agli affetti lontani!

*   Pubblicato in forma leggermente ridotta sul n. 2/2020 di Nuova Resistenza Unita, pag. 12-13.

** Ringraziamo Arialdo Catenazzi “Ari” per l’aiuto nell’identificazione dei nomi di battaglia riportati nel documento.

————— 

Indice delle canzoni

  1. Marciar Marciar [cfr. av popolo 141-142]
  2. Inno della IV Banda della Giovane Italia (si canta sull’aria del Piave)
  3. Canzone del B. [Battaglione] Val d’Ossola
  4. Capitano (Si canta sull’aria di Giovinezza)
  5. A mezzanotte va (Sull’aria del Ronda) [Tango delle capinere)
  6. La canzone del Lupo
  7. Lupo (si canta sull’aria di Vento) [La mia canzone al vento]
  8. La canzone a Franco
  9. La canzone della Banda Cesare Battisti (Monte Zeda)
  10. Oh Fascista! (Sull’aria di Rosamunda)
  11. Chiome (Sull’aria di Vento) [La mia canzone al vento]
  12. O bella Partigiana
  13. Il canto del partigiano (Sull’aria dell’Inno dei Sommergibili)
  14. Nella notte (Sull’aria di C’è una strada nel bosco)
  15. La canzone a Romeo
  16. Patriota vieni giù (Sull’aria di Rosabella dimmi di sì)
  17. Nella Valsesia (Sull’aria della Campagnola)
  18. Siam ribelli (Sull’aria di Battaglioni M.)
  19. La strada del Pian Vadaà
  20. Oh fascista! [altra versione. Sempre] (sull’aria di Rosamunda)
  21. Cusianina (Sull’aria di Olandesina)
  22. La guardia rossa
  23. Vinceremo (Sull’aria del Batt. S. Marco)
  24. Garibaldi (Sull’aria dell’Inno “Monte Grappa”)
  25. Inno del ribelle
  26. I 7 martiri (di Trarego. O traditor)
  27. Il canto dei 43 fucilati
  28. La volante Martiri di Trarego (Sull’aria del canto russo)
  29. Il canto del partigiano Russo (tradotto in italiano [Fischia il vento])
  30. Il canto per chi rapate saran! (Sull’aria del canto della Decima Mas)

Il PDF con l’intero quaderno è scaricabile  > qui <


[1] Avanti popolo. Due secoli di canti popolari e di protesta civile, Istituto Ernesto De Martino, 1998, p. 144. Le più recenti ricerche dello stesso Bermani la avvalorano come canto diffuso fra i partigiani del centro Italia: cfr. C. Bermani, Bella ciao. Storia e fortuna di una canzone dalla resistenza italiana all’universalità delle resistenze, Interlinea, Novara 2020.

[2] di Tiziano Maioli, guida ufficiale del Parco Nazionale ValGrande, figlio dell’autrice.

[3] Il retro della copertina porta la data del 20-2-45.

[4] “Sadìn e Margherita”: Fuori legge???. Dal diario partigiano alla ricerca, Tararà 2012, p. 145.

[5] Qui titolata Il canto del partigiano Russo (tradotto in italiano).

[6] Nomi non riportati sul quaderno; i testi hanno non poche varianti anche se di poco peso.

[7] Seconda strofa dell’Inno della IV Banda della Giovane Italia (“Si canta sull’aria del Piave”).

[8] Renzo (Vincenzo) Calabrese di Intra (classe 1925), caduto a Unchio il 21 gennaio 1945.

[9] Luigi Fumagalli Cinema; nel suo diario partigiano racconta della morte di Romeo e cita quattro versi di questa canzone: P. De Toni – A. Catenazzi – E. Monti (a cura), Vite Partigiane, ANPI VCO 2013, p. 55-57.

[10] Su questa melodia anche la sopracitata canzone dedicata a Romeo.

[11] Cfr. https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=51911&lang=it.

[12] Attribuita e cantata dal baritono Gino Bechi (1943) e implicitamente riferita ai bombardamenti alleati.

Resistenza e fascismo repubblicano in due testi complementari *

Nel 2019 esce, edito da Laterza, “Storia della Resistenza” di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli, opera innovativa che affronta la storia complessiva della Resistenza italiana facendo tesoro degli studi più recenti a partire dalla svolta impressa da Claudio Pavone nel 1991 con Una guerra civile. Saggio sulla moralità nella Resistenza. Nel 2020 Franzinelli pubblica “Storia della Repubblica Sociale Italiana 1943-1945” opera che colma un vuoto sostanziale rispetto agli studi sul fascismo, in genere incentrati sul periodo precedente oppure, per il periodo di Salò, su singoli aspetti[i]. Due opere corpose – oltre 1300 pagine – che mantengono la stessa struttura (capitoli tematici in successione logica e cronologica, foto d’epoca e un testo-documento esemplare a conclusione di ogni capitolo) e la stessa metodologia: analisi estesa al medio periodo e costantemente intrecciata con le biografie di personaggi, noti e meno noti, che esplicitano le tematiche affrontate e ne illustrano le articolazioni non sempre convergenti. Due percorsi paralleli – Resistenza e fascismo repubblicano – e nello stesso tempo con dinamiche fra loro rovesciate.

Abbiamo voluto raccontare la molteplicità della Resistenza, il suo essere costituita da tante spinte diverse, azioni differenti, par­tecipazioni ineguali ed eterogenee, ma convergenti – pur con moti­vazioni ideali e pratiche, individuali e collettive, dissimili – verso un unico fine, quello di riacquistare la libertà, sconfiggere il nazismo, disfarsi dell’eredità fascista che aveva oscurato per vent’anni l’Ita­lia”. … “La Resistenza è stata molteplice, articolata, sfaccettata, è stata l’insieme di scelte e com­portamenti differenti che si sono intrecciati e sommati in un arco di tempo molto compresso (venti mesi)[ii].

Arresto di Clara Marchetto

Articolazione e diversità che si manifesta sin dall’inizio, anzi in più casi “prima dell’inizio” come nella vicenda della maestra trentina Clara Marchetto che copia nel 1940 la documentazione sulla corazzata Littorio per farla pervenire agli alleati, ma denunciata da un infiltrato sarà condannata dal regime all’ergastolo. Liberata nel ’44 dal Comando alleato sarà tra i fondatori del Partito Popolare triestino; denunciata dal democristiano Flaminio Piccoli nel 1949 per tradimento della Patria sarà di nuovo incarcerata e, connessa la libertà provvisoria, preferirà espatriare per non tornare in carcere.

Teresio Olivelli

Articolazione che riflette le diverse origini, molto spesso più sociali e territoriali che politiche; scelte per alcuni nate prima dell’8 settembre come per molti militari con l’esperienza traumatica della guerra all’estero, in Grecia e in Russia in particolare, che li ha distaccati dal fascismo, anche chi, come il cattolico Teresio Olivelli, che del fascismo e del culto della “razza italiana” era stato acceso sostenitore. Altrettanto articolato il supporto (il retroterra) che donne, operai, contadini, clero ecc. danno, in forme più o meno attive e convinte, al movimento partigiano.

Vi sono luoghi e situazioni che diventano implicitamente centri di formazione alla libertà.

I partigiani nascono sulle cime montuose. Sono il frutto di una se­minagione avvenuta nella seconda metà degli anni Trenta, quando una generazione di futuri promotori del ribellismo visse l’alpinismo come fattore identitario e stile di vita […] prima di impegnarsi nella Resisten­za maturarono un’esperienza e un’etica alpinistiche di prim’ordine, premessa e coronamento della scelta antifascista quale ricerca inte­riore di libertà. Molti futuri partigiani si sono formati alla Scuola militare di al­pinismo di Aosta, fondata nel gennaio 1934 e affidata alla direzione del tenente colonnello Luigi Masini. Al momento dell’armistizio Masini è generale e comanda la 3a Brigata Alpina; evita la cattura da parte tedesca, prende contatto con i primi ribelli di Brescia e di Trento, e nel 1944 assume il comando delle Fiamme Verdi (nel 1953 diverrà deputato per il Partito socialista). L’avvocato Ettore Castiglioni (1908), scalatore e importante stu­dioso, autore di numerose guide alle Alpi, richiamato alle armi nel 1942 e assegnato quale istruttore alla Scuola militare di alpinismo di Aosta, mette a buon frutto le sue capacità per condurre al confine svizzero centinaia di ricercati politici e razziali (incluso il futuro presidente della Repubblica Luigi Einaudi), aiutato da una decina di suoi allievi alpini.[iii]

Castiglioni fermato e internato dalle autorità elvetiche fuggirà senza attrezzatura né scarpe trovando la morte in montagna per assideramento. Atri caduti nati da questa esperienza sono Leopoldo Gasparotto ucciso dalle SS a Fossoli e il Colonnello bresciano Raffaele Menici che, data vita ad una formazione in Val Camonica collegata ai garibaldini, cadrà in un agguato tesogli da alcuni partigiani delle Fiamme verdi.

È questo uno degli episodi di scontro e violenza tra partigiani, come quello di matrice garibaldina commesso a Porzus[iv] o la uccisione sul Lago d’Orta del maggiore dei servizi USA William Holohan[v], episodi che una storiografia aggiornata, lasciate alle spalle le controversie legate al periodo della guerra fredda, non deve ignorare.

Sono storie inevitabilmente amare […]. Storie rimaste troppo a lungo nell’ombra, an­che per il timore di prestare il fianco ai denigratori della Resistenza […] In realtà danni assai maggiori ha prodotto un silenzio che di fatto ha amputato la complessità del movimento di liberazione nazionale, rendendolo monco e poco credibile agli occhi dei posteri.”[vi]

Se il movimento resistenziale si è alimentato di queste insorgenze dalle mille facce e, sia pur con contrasti, ha saputo convergere in un esito auspicato, inverso è il percorso della Repubblica Sociale: la storia di un tentativo irrisolto che conflitti interni, dipendenza dall’occupante germanico, esaltazione della violenza e razzismo portano a un progressivo sfaldamento.

“La RSI fu anzitutto il regno della discordia. È una storia contorta e complessa, dietro l’unità di facciata stanno linee divergenti, personaggi in rapporti conflittuali tra di loro.”[vii]

Innanzitutto il “pegno” pagato ad Hitler per la liberazione di Mussolini; il Reich il 1° ottobre annette tutto il nordest dal Trentino all’Istria e la Wehrmacht controlla direttamente tutto il territorio a sud di Roma a ridosso del fronte di guerra.

Pegno ribadito con il processo di Verona del gennaio ’44: “L’ambasciatore Filippo Anfuso (già legatissimo a Ciano) ri­ferisce soddisfatto l’apprezzamento dei vertici nazisti per la portata simbolica delle sei fucilazioni:

«Non vi è dubbio che il processo di Verona abbia qui rivelato come l’Italia Repubblicana abbia tagliato i ponti col passato e come intenda essere vicino alla Germania in ogni modo e per sempre».[viii]

RSI
RSI mappa 1943

Una “repubblica” che non riesce a diventare Stato e che si frammenta in una pluralità e conflitti di competenze.

Accanto e al di sopra di governo e Partito vi sono i Comandi germanici, ma pure i capi del­le province, i comandanti di singoli reparti militari e dei nuclei di polizia più o meno regolari. La debolezza delle istituzioni centrali lascia spazio a potentati locali, in situazioni confuse e fluide, dentro le quali le visioni ideologiche cedono il passo alla tutela di interessi concreti. Salò è la capitale immaginaria di uno Stato dove la periferia conta più di quell’improbabile centro periferico.[ix]

Uno sfaldamento crescente che miti quale quello della “fedeltà” o dei “ragazzi di Salò” non riescono a nascondere. Il gerarca Renato Ricci invia al fronte

centinaia di giovani dai 16 ai 18 anni, considerati fascisti integrali pronti a battersi e a morire per l‘idea. […] Tra i lati peggiori e meno indagati vi è il fenomeno dei bimbi-soldati. Col ruolo di mascotte dispongono di piccoli ma efficienti fucili e pugnali. Partecipano ai rastrellamenti e sono spesso privi di freni inibitori; travol­ti immaturi nel turbine della guerra, la considerano naturale: tortura­re o uccidere il nemico è un gioco eccitante, legittimato dalla giustezza della causa e dal plauso dei camerati.[x]

Uno “Stato” che vorrebbe dotarsi di un proprio esercito di leva come auspica il Ministro della difesa Graziani, senza ingerenza della Milizia e delle variegate bande in camicia nera. Per ottenerlo anche lui paga subito il pegno.

Il 6 ottobre (1943) d’intesa coi tedeschi ordina il disarmo dei carabinieri romani rei il 25 luglio d’esser stati strumento del re e di Badoglio. Reparti paracadutisti, SS e camicie nere disarma­no circa 2.000 carabinieri, destinati all’internamento e deportati in Austria, Germania e Polonia. Il 9 ottobre a Hitler e al comandante della Wehrmacht Graziani prospetta la co­stituzione di 25 Divisioni, ma gli viene concesso di allestirne quat­tro, meno di un sesto del suo obiettivo.[xi]

Il tutto intriso di un razzismo che ha radici teoriche e pratiche nel ventennio.

Il razzismo in camicia nera è autonomo da quello in camicia bruna: le discriminazioni contro i “meticci” in Eritrea e Somalia precedono di un quinquennio la svolta antiebraica del fatidico 1938. […] Il 18 aprile 1944 un decreto isti­tuisce l’Ispettorato generale per la Razza, con sede a Desenzano del Garda, «alle dirette dipendenze del Duce» che verrà diretto da Giovanni Preziosicolui che nel 1921 introdusse in Italia i «Protocolli dei savi anziani di Sion», amico dei tedeschi che lo avevano salvato e portato in Germania dopo il 25 luglio. Legato al filosofo Julius Evola (che si pregia di averlo quale «in­timo amico e collaboratore») e ad altri intellettuali virulentemente antiebraici.”[xii]

E se, grazie alla amnistia di Togliatti (22.6.1946) e alla “Legge di clemenza” (7.2.1948) di Andreotti ben pochi e poco pagheranno per i crimini fascisti, nessuna condanna sarà inflitta per i reati razziali. “Ufficialmente dunque – per la magistratura della Repubblica italiana –  la Repubblica Sociale non ha antisemiti condannati come tali.[xiii]

Il senso profondo di questi due percorsi paralleli e inversi lo si trova nel “lascito morale della Resistenza[xiv]esemplarmente rappresentato dalle oltre 600 lettere di condannati a morte raffrontato con le analoghe Lettere di caduti della RSI. Se in entrambi i casi forte è la dimensione personale e la preoccupazione per il dolore riservato ai familiari, ben diverso è l’orizzonte morale e politico di riferimento; nel primo caso orientato al futuro in uno scenario di libertà non solo agognato ma che si sente prossimo alla realizzazione, unito alla soddisfazione per avervi contribuito, nel secondo invece tutto orientato ad una “fedeltà” rivolta passato e intriso del modello assimilato del “Credere Obbedire Combattere” e della esaltazione della guerra come “verità della vita”.

Una citazione di Dietrich Bonhoeffer posta all’inizio del primo dei due volumi ci fornisce una efficace chiave di lettura per entrambi:

Chi parla di soccombere eroicamente davanti a un’inevitabile sconfitta, fa un discorso in realtà molto poco eroico, perché non osa levare lo sguardo al futuro. Per chi è responsabile, la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene. Solo da questa domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni fe­conde”.[xv]

Nel cortile del campo di detenzione Wehrmacht di Berlino-Tegel, Dietrich Bonhoeffer (penultimo a destra) insieme con ufficiali dell’Aeronautica Militare Italiana anch’essi prigionieri, all’inizio dell’estate del 1944.

* Pubblicato su Nuova Resistenza Unita (Anno XXI n. 2, II trimestre 2021, pp. 12-13).

Questo numero è dedicato, fra l’altro, al tema delle diseguaglianze (di ieri e di oggi) con contributi di Arianna Parsi, Enrico Fovanna, Stefano Montani, Paolo Crosa Lenz e Bruno Fornara, al ricordo di Claudio Perazzi (Paolo De Toni) e Donatella Berra (Carla Bonecchi).

Ricordo che è possibile abbonarsi a Nuova Resistenza Unita (Euro 11) o associarsi alla Casa della Resistenza (Euro 26, compresa la quota abbonamento) presso gli uffici di via Turati 9 a Verbania Fondotoce.

In alternativa con bonifico e mandando mail con copia della ricevuta e il proprio indirizzo postale a nuovaresistenzaunita@casadellaresistenza.it; il codice IBAN della Associazione Casa della Resistenza è: Banco Posta IT19 Z076 0110 1000 0001 2919 288.


[i] Cfr. D. Gagliani, Brigate nere. Mussolini e la militarizzazione del Partito fascista repubblicano» (1999); L. Ganapini, La Repubblica delle camicie nere (1999) attento soprattutto alla articolazione del fascismo a livello locale; R. D’Angeli, Storia del Partito Fascista Repubblicano (2016) che sottolinea la centralità del PFR.

[ii] Storia dellaResistenza, p. XIVe p. 75.

[iii] Ivi, p. 298.

[iv] Ivi, p. 424-432.

[v] Ivi, p. 436-445.

[vi] Ivi, p. 436.

[vii] Storia della Repubblica Sociale, p. IX.

[viii] Ivi, p. 80.

[ix] Ivi, p. 102.

[x] Ivi, p. 179-183 passim.

[xi] Ivi, p. 315-316.

[xii] Ivi p. 409, 455-456 passim.

[xiii] Ivi, p. 468.

[xiv] Cfr. Storia della Resistenza p. 540-555.

[xv] Ivi, p XVI.

Fascista chi? Un pubblico dibattito

Il corso annuale 2020 per insegnanti organizzato dalla Casa della Resistenza era dedicato a “Fascismi e nuovi fascismi” e le lezioni dovevano tenersi presso l’Istituto Cobianchi di Verbania. Per le restrizioni che hanno poi portato al lockdown il corso si è interrotto dopo la prima lezione tenuta da Enzo R. Laforgia sulla scuola fascista e il Testo unico di stato (Come si diventa fascisti).

Il corso è stato riproposto quest’anno in modalità online e la prima lezione è stata tenuta da Angelo Vecchi (Senza rinnegare il passato. Storia e memoria nel neofascismo. 1946-1977). Il tempo trascorso mi ha permesso di integrare la mia lezione prevista per il secondo incontro (Dal fascismo repubblicano al neofascismo) con alcuni testi usciti nel frattempo (in particolare di Federico Finchelstein e Mimmo Franzinelli).

Dopo essermi raccordato alla prima lezione dell’anno precedente con esempi sulla scuola locale durante il fascismo ho poi dedicato sei slide preliminari al pubblico dibattito attuale sul fascismo per cercare di delimitarne il significato storico e politico. Riprendo in forma estesa questa parte del mio intervento.

Il dibattito sul fascismo si è arricchito recentemente di molti contributi storici, giornalistici ed anco letterari: sulla figura di Mussolini, sulle bugie che il fascismo veicolava su se stesso, sulle banalizzazioni e le “idiozie” che le ripropongono, sulle malefatte nascoste (affarismo, corruzione e mani sporche), sul perché in Italia non abbiamo fatto i conti con il fascismo e, parallelamente, sulla crisi che ha attraversato e attraversa l’antifascismo e in quali prospettive debba oggi porsi un antifascismo maturo e consapevole[a]. All’interno di questo dibattito più ampio mi soffermo sulle concezioni, alcune più ampie, altre più ristrette, di “fascismo”: quali e quanti sono stati a pieno titolo i fascismi e pertanto chi, propriamente, può esser definito fascista.

Siamo tutti (almeno un po’) fascisti: Michela Murgia

Il 21 agosto 2017 la scrittrice, blogger e polemista Michela Murgia pubblica sul suo profilo facebook un post dall’esplicito titolo «Piccolo discorso sul fascismo che siamo». Il post ha avuto ampia risonanza, con molti commenti e migliaia di condivisioni. Alcune delle sue affermazioni sono diventate vere e proprie parole d’ordine su siti e gruppi antifascisti presenti nei social network.

Questo l’inizio:

«A te che hai vent’anni e mi chiedi cos’è il fascismo, vorrei non doverti rispondere. Vorrei che nel 2017 la risposta a questa domanda la sapessimo già tutti, ma se me lo chiedi è perché non è così.

So perché me lo domandi. Credi che io sia intollerante se dico che il fascismo è reato e deve rimanerlo sempre. Credi che “se il fascismo e il comunismo hanno causato entrambi tanto dolore nel corso della storia devono essere considerati reato senza distinguo”.

È quindi colpa mia se me lo chiedi.”

Queste le affermazioni principali del “piccolo discorso”:

  • Il fascismo non è un’ideologia, ma un metodo che può applicarsi a qualunque ideologia;
  • non è il contrario del comunismo, ma della democrazia;
  • il fascismo è un reato; come la mafia non è un’opinione politica;
  • proprio come la mafia, non è né di destra né di sinistra;
  • in democrazia il cosa ottieni non vale mai più del come lo hai ottenuto. Se i rapporti si invertono qualunque soggetto collettivo diventa un fascismo, persino il partito di sinistra, il gruppo parrocchiale, la bocciofila.

In conclusione “Nessuno è al sicuro, se non dentro allo sforzo di ricordarsi in ogni momento che cosa rischiamo tutti quando cominciamo a pensare che il fascismo è solo un’opinione tra le altre.”

L’anno successivo riprende la stessa tematica con un pamphlet dal titolo – e dal contenuto – provocatorio: “Istruzioni per diventare fascisti”[b]. Siccome la democrazia «è il metodo di governo peggiore», la sua alternativa più sperimentata – il fascismo – è un sistema di gestione dello Stato assai migliore» ci avvia con una sorta di manuale ad un’acquisizione completa dell’esser fascisti. E un test finale confermerà che in effetti (poco o tanto) lo siamo. Questo il percorso che dall’esser (più o meno convinti) democratici ci porta a diventare a pieno titolo fascisti:

  • Cominciare da capo”. Sostituiamo la parola leader (che discute e pertanto perde tempo) con capo che non è in discussione e non perde tempo.
  • Semplificare è troppo complicato”. In passato le opinioni critiche potevano esser messe sotto silenzio (repressione, carcere, confino) oggi con internet è più difficile; di fronte alla complessità la comprensione passa attraverso una semplificazione, operazione complicata e pericolosa che lascia spazio al dissenso, occorre allora banalizzare e i social sono uno strumento potente: qualsiasi opinione critica e dissidente può esser demolita con la banalizzazione.
  • Farsi dei nemici”. In democrazia il confronto è fra avversari, il fascismo deve crearsi dei nemiciperché il fascismo per porsi deve opporsi”.
  • Ovunque proteggicontro ogni diversità interna ed esterna che suoni come minaccia: pressoché tutti “hanno qualcosa da perdere e se gli fai vedere che quel qualcosa è minacciato, si fideranno di chiunque si dimostri in grado di difenderlo”.
  • Nel dubbio mena”. In democrazia la parola è libera: che la tua parola sia violenta ed inciti alla azione.Il passaggio successivo è breve.
  • Voce di popolo”. Al popolo piace esser corteggiato. “Esaltare le qualità popolari è il primo passaggio per alimentare un genuino sentimento fascista nelle masse”.
  • Non ti scordar di me”. Più o meno tutti hanno nostalgia dei tempi passati e noi italiani abbiamo la fortuna di aver già vissuto il fascismo. E, se qualcuno ne ricorda gli orrori, sminuite, mettete in dubbio, negate, parlate d’altro (es. le foibe). Insomma occorre riscrivere la storia.

In una nota finale Murgia precisa che la sua non ha voluto esser una provocazione, un semplice gioco di inversione dei punti di vista perché

Le cose che ho scritto, non tutte e non sem­pre, in qualche momento della mia esistenza, quelli più duri, superficiali, incazzati o ignoranti, anche solo per un istante le ho pensate, e credo che sia capitato a cia­scuno di noi.”

In sostanza questo libello più che definire e denunciare il fascismo intende far capire quanto la democrazia sia oggi fragile e quanto il fascismo (inteso soprattutto come metodo antidemocratico) sia in grado di insinuarsi nella democrazia e corromperla dall’interno.

Nascono spontanee alcune osservazioni: è possibile ridurre il fascismo solo al metodo e affermare che non è (e non ha) una ideologia: una sorta di clava che può esser utilizzata da chiunque? E di conseguenza affermare che non è né di destra né di sinistra? È chiaro che, se così fosse, non avrebbe alcun senso ricostruire la storia politica del fascismo e del neofascismo: se l’oggetto di studio è (solo) un crimine il suo studio attiene unicamente alla storia criminale e alla cronaca nera.

 La questione dirimente, come ho già sottolineato in un precedente post[c] che di seguito riprendo, attiene al quesito se in politica sia centrale e preminente la dicotomia destra/sinistra o quella fra autoritarismo e democrazia.

Una necessaria digressione: Sinistra e destra

Conviene richiamare il significato di destra e di sinistra non tanto quale collocazione lineare – spaziale delle forze politiche, ma nei contenuti caratterizzanti e nei valori di riferimento che i due concetti esprimono. Mi richiamo alla posizione di Norberto Bobbio che considera insuperabile la dicotomia e prioritaria rispetto al metodo.

Nella contrapposizione fra estremismo e moderatismo viene in questione soprattutto il metodo, nell’antitesi fra destra e sinistra vengono in questione soprattutto i valori. Il contrasto rispetto ai valori è più forte che quello rispetto al metodo”. (Norberto Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli 1994,p. 33)

L’antitesi fra destra e sinistra nel linguaggio politico risale ai tempi della Rivoluzione francese: durante la Costituente i favorevoli al diritto di veto incondizionato del Re sedevano a destra, i contrari a sinistra. Nella “topografia politica” questa dicotomia venne così a sostituire quella precedente di “alto e basso” dove destra subentrò all’alto (il potere tradizionale) e sinistra al basso (i molti senza potere).  Molti studiosi ritengono che questo modo di rappresentare la dislocazione delle forze politiche non sia casuale ma fondata su tradizioni e archetipi profondi (es. quello religioso: “sedere alla destra del padre”; l’uso di “destro” “dritta”, “droit”, “right” per indicare la giusta diritta direzione, ma anche ordine, chiarezza).  All’opposto “sinistra” e “sinistro” connotano minaccia, calamità, disordine, confusione.

Anche ricerche sociologiche svolte in più paesi indicano come la divisione sia percepita come fondamentale[d] nonostante la molteplicità voci che affermano “sia superata dai tempi”. Possiamo rappresentare questa dicotomia in una tabella di confronto fra i rispettivi valori e contenuti caratteristici[e]:

Carattere fondanteSinistra: EguaglianzaDestra: Gerarchia
Altre caratteristicheClassi disagiateClassi agiate
” “Libero pensieroReligiosità
” ” Discontinuità Continuità
” ” Emancipazione Difesa della tradizione
” ” CosmopolitismoNazionalismo
” ” Pacifismo Militarismo
” ” Logos (razionalità)Mito e richiami irrazionali
Pensatore di riferimento Rousseau: eguaglianza originaria dello Stato di natura che società e proprietà hanno corrotto Nietzsche: diseguaglianza originaria che società e cristianesimo stravolgono con eguaglianza fittizia

Va inoltre sottolineato come la dicotomia libertà/autoritarismo (come già ricordava Bobbio) non coincida con la dicotomia sinistra/destra: vi sono infatti destre democratiche come sinistre autoritarie e, naturalmente, viceversa.

Allo stesso modo, aggiungo, occorre sottolineare come vi siano ulteriori dimensioni della politica[f] che non coincidono con la polarità sinistra/destra e che la attraversano:

  • individualità contrapposta a comunità[g]: vi è un individualismo di destra spesso coniugato al neoliberismo e uno radicale di sinistra promotore dei diritti delle differenze, così come il concetto di comunità può caratterizzarsi come chiusura identitaria basata su “sangue e suolo” come su uno spazio di condivisa ed egualitaria ricerca del bene comune;
  • le attività economiche umane contrapposte alla difesa dell’ambiente: vi è infatti un ambientalismo di destra come di sinistra e sull’altro lato la difesa, spesso ad oltranza, del “progresso economico” può incontrare fautori su entrambi i lati dello schieramento politico.
  • centralismo dello Stato contrapposto all’autonomismo dei territori: antitesi che ha attraversato anche la Resistenza dove a fianco del  centralismo prevalente della Liberazione Nazionale propugnata dal CLN si è anche affiancato l’autonomismo federalistico elaborato dalla Carta di Chivasso; per venire ai nostri tempi dove un movimento come la Lega, chiaramente di destra, si sia caratterizzato originariamente come autonomistico (e talora anche separatista) per poi trasformarsi in un partito nazional-sovranista; oppure osservando come l’autonomismo e separatismo repubblicano catalano abbia una prevalenza di sinistra cui si contrappongono, oltre alla destra del Partito popolare e i movimenti esplicitamente nazionalisti e fascisti come gli eredi del falangismo franchista, anche – pur in maniera meno virulenta – il PSOE di Pedro Sánchez.

Ritornando alle perplessità relative alle affermazioni della Murgia, mi pare del tutto evidente, proprio a partire dalle caratterizzazioni che lei stessa attribuisce al fascismo (es. il ruolo centrale del Capo) e dalla accezione condivisa di destra e sinistra – che ho sopra cercato di sintetizzare – come questo, dal punto di vista sia storico che politico, sia indubbiamente un movimento politico di destra. Il che non vuol certo dire che tutta la destra sia fascista o che rappresentando una posizione politica il fascismo non possa essere anche un reato. Murgia stessa ci avverte (cfr. sopra) che, se da un lato è utile (anche se è non sempre facile) “semplificare”, quanto dall’altro sia invece pericoloso “banalizzare”.

Ci sono stati (e ci potranno ancora essere) più fascismi: Umberto Eco

Il 25 aprile del 1995 Umberto Eco, nel 50° della Liberazione, pronuncia davanti agli studenti della Columbia University un discorso in inglese sul fascismo e sui pericoli di un suo ritorno; pubblicato il 22 giugno successivo su “The New York Review of Books” verrà tradotto tre mesi dopo su «La Rivista dei libri» come «Totalitarismo fuzzy e Ur-Fascismo». Sarà poi pubblicato con il titolo «Il fascismo eterno» in «Cinque scritti morali» (1997) e recentemente riproposto isolatamente da La nave di Teseo (2018).

Nella prima parte del suo discorso, ricordato il ruolo dei soldati americani e di Roosevelt nella liberazione dei paesi europei dal nazifascismo, si sofferma sul rapporto fra il fascismo italiano e altri regimi e movimenti simili quali il nazismo, il falangismo e molti altri. Si sofferma in particolare sugli aspetti culturali e politici sottolineandone le differenze interne e le contraddizioni. In sintesi sottolinea che il fascismo italiano:

  • Non aveva una ideologia monolitica (a differenza, ad esempio, del nazismo)
  • Sul piano culturale e artistico al suo interno convivevano orientamenti diversi
  • Sul piano politico ha potuto essere laico, anticlericale e cattolico tradizionalista, monarchico e repubblicano ecc.
  • «Il fascismo fu certamente una dittatura, ma non era compiutamente totalitario»: la sua forma di dittatura può esser definita come un «Totalitarismo fuzzy» (sfumato, incerto).

Questi suoi confini incerti hanno fatto sì che il termine (a differenza dal nazismo, o dal falangismo) diventasse una sineddoche (pars pro toto) indicando regimi e movimenti che, pur differenti fra loro, mostrano una qualche «somiglianza di famiglia». È così possibile definire l’Ur-Fascismo (primigenio, persistente, eterno, ricorrente) indicandone una serie di caratteristiche che non compaiono mai tutte insieme ma la presenza di una o più di queste ci avvertono che siamo di fronte ad una delle tante forme di “fascismo ricorrente”: infatti «è sufficiente che una di loro sia presente per far coagulare una nebulosa fascista».

Caratteristiche dell’Ur-Fascismo
1. Culto della tradizione: la verità è originaria, rivelata una volta per tutte, va semmai riscoperta e “coltivata”; non ci può essere avanzamento del sapere.2. Rifiuto del modernismo: l’Illuminismo, l’età della ragione, è visto come l’inizio della depravazione moderna (irrazionalismo).
3. Culto dell’azione per l’azione: l’azione è bella di per sé mentre pensare è una forma di evirazione. La cultura è sospetta perché introduce elementi critici.4. Rifiuto dello spirito critico: per la cultura scientifica il disaccordo è strumento di avanzamento del sapere; per l’Ur-Fascismo è invece tradimento.
5. Paura della differenza: l’Ur-Fascismo cerca il consenso esacerbando la naturale paura della diversità; è dunque razzistaper definizione.6. Appello alle classi medie frustrate: le crisi economiche e politiche producono disagio e incertezza che rendono questi ceti un possibile uditorio.
7. Nazionalismo e xenofobia: per i ceti privi di identità sociale la “Nazione”, vittima di complotti esterni o interni (gli ebrei), ne fornisce il sostituto.8. Nemici ricchi e forti ma deboli nel contempo: con spostamento retorico disprezzati per ricchezza e potenza, ma destinati anche alla sconfitta.
9. La vita è guerra permanente: non lotta per la vita ma “vita per la lotta”. Il pacifismo è collusione col nemico. Vi sarà una soluzione finale (Armageddon)10. Disprezzo per i deboli: elitismo popolare. Ogni cittadino appartiene al popolo migliore e i membri del partito sono i cittadini migliori.
11. Ciascuno sia educato da eroe. Il culto dell’eroismoè strettamente legato alculto della morte quale migliore ricompensa di una vita eroica.12. Machismo: disprezzo per le donne e condanna per sessualità non conformista (omosessualità, castità). Le armi rappresentano un Ersatz (sostituto) fallico.
13. Populismo qualitativo: la “voce del popolo” non si esprime in modo quantitativo (parlamentarismo) ma in una “volontà comune” che il “leader” sa esprimere.14. L’Ur-Fascismo parla la “neolingua”: basata su un lessico povero (e stravolto) ed una sintassi elementare volti a limitare il pensiero complesso e critico.

Eco conclude la il suo discorso sottolineando come il fascismo possa ritornare anche se sotto forme non immediatamente riconoscibili:

«L’Ur-fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili … L’Ur-fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo.»

Al netto della indubbia efficacia e ricchezza del contributo di Umberto Eco, non bisogna dimenticare che si trattava di un discorso destinato ad un pubblico specifico e non di una approfondita analisi storica e, proprio per questo, non mancano a mio parere alcuni aspetti problematici che provo di seguito a riassumere.

Innanzitutto è ancora oggi sostenibile che il fascismo italiano nel ventennio fosse sì autoritario ma non compiutamente totalitario e fosse privo di una propria ideologia definita? Parecchi studi, recenti e meno recenti, sostengono il contrario, a partire dal ruolo della scuola uniformata a un modello preciso con il Testo Unico di Stato, per non parlare degli strumenti coercitivi del regime contro ogni forma benché minima di dissidenza.

Analogamente non mi pare convincente la sottolineatura di Eco sulla diversità fra fascismo e nazismo: da questo punto di vista condivido la posizione dello storico tedesco Hans Woller[h] che parla di Mussolini come “il primo fascista” a cuoi Hitler si è ispirato; certo successivamente, per i reciproci rapporti di forza, le relazioni fra loro si sono in qualche modo rovesciate, influenzando il nazismo a sua volta il fascismo: una sorta di reciproca “sincronizzazione” di due totalitarismi non solo alleati ma sostanzialmente omogenei.

Ed infine “eternità” significa che c’è stato «fascismo prima del fascismo»? L’Ur-fascismo è un “fascismo eterno” o, sottolineando la specificità del termine tedesco (Ur)[i], un “modello”, una sorta di raffigurazione generale o, se vogliamo, un “prototipo” a cui il fascismo italiano ha dato vita e a cui i diversi fascismi si rapportano? Non mi pare che le due espressioni siano equivalenti.

Vi è stato un solo fascismo, quello del regime: Emilio Gentile

Emilio Gentile, storico, allievo di De Felice e sostenitore del fascismo italiano come «Modernità totalitaria»[j] nell’aprile 2019 pubblica «Chi è Fascista»[k], una «pseudo-intervista» nella quale, intervistando se stesso, interviene nel dibattito pubblico sul fascismo polemizzando in particolare con “il fascismo eterno” di Eco e con chi lo ripropone oggi. Non prende in realtà in considerazione la prima parte del discorso di Umberto Eco e in particolare la concezione del fascismo come un “Totalitarismo fuzzy”. La critica a Eco di Gentile si sofferma soprattutto sulla sua concezione di un “fascismo eterno”.

“Introdurre l’eternità nella storia uma­na, attribuire l’eternità a un fenomeno storico, sia pure con le migliori intenzioni, comporta una grave distorsio­ne della conoscenza storica. … La pratica dell’analogia è molto diffusa nelle attuali de­nunce sul ritorno del fascismo, con un uso pubblico della storia in cui prevale la tendenza a sostituire alla storiografia – una conoscenza critica scientificamente elaborata – una sorta di “astoriologia”, come possiamo chiamarla, dove il passato storico viene continuamente adattato ai desideri, alle speranze, alle paure attuali.

Non ho ben compreso quando hai detto che la storia viene so­stituita dalla “astoriologia”. Forse intendevi dire “astrologia”?

No, ho detto proprio astoriologia. Ho ritenuto opportuno coniare questo neologismo per definire un nuovo genere di narrazione storica, fortemente mescolata con l’immagi­nazione, che ha con la storia la stessa relazione che l’astro­logia ha con l’astronomia. Col metodo dell’astoriologia, come avviene nell’astrologia, avvalendosi di una visione della storia come storia-che-mai-si-ripete-ma-sempre-ritorna-in-altre-forme, è facile scoprire analogie che dimostra­no l’esistenza di un “fascismo eterno”, e fare pronostici sul suo periodico ritorno. Ma le analogie della astoriologia sono inconsistenti quanto le analogie dell’astrologia.”[l]

Gentile si sofferma poi sulle caratteristiche peculiari del fascismo italiano che, sostiene, è nato nel 1921 e non nel 1919 coi Fasci di combattimento,per cui il considerare il 2019 come centenario della nascita del fascismo rappresenterebbe, dal suo punto di vista, un falso storico. In sostanza identifica il fascismo con il “regime” di cui fornisce, nell’ultimo capitolo una «mappa storica».

Considera infine del “neofascismo” solo quello istituzionale rappresentato storicamente Movimento Sociale Italiano e da Alleanza Nazionale, “neofascismo” che si conclude, ed estingue con la sua confluenza nel Popolo delle Libertà (2009). Non prende in alcun modo in considerazione la galassia del neofascismo radicale ed extraparlamentare ed afferma che nessun partito attuale può esser definito “fascista” e non c’è alcun pericolo di un ritorno del fascismo.

L’antifascismo ha debellato il fascismo nel 1945 per cui entrambi (fascismo e antifascismo) appartengono al passato, “ma con una sostanziale differenza”: mentre il fascismo “è definitivamente debellato”, l’antifascismo, con l’unità di tutti i partiti della Resistenza, ci ha lasciato una “eredità vitale”, lo Stato repubblicano e la sua Costituzione.[m]

Mappa storica del fascismo
Dimensione organizzativa Partito milizia. Movimento di massa (specie ceti medi) in stato di guerra contro gli avversari; usa ogni mezzo per creare un nuovo regime
Dimensione culturale Pensiero mitico. Senso tragico e attivistico della vita. Mito della giovinezza: artefice di storia
Ideologia anti-teorica e pragmatica, espressa esteticamente con i miti e i simboli di una religione laica volta all’integrazione fideistica delle masse: creazione di un “uomo nuovo
Primato politica: comunità-nazione come unità organica; persecuzione di chi non si identifica
Etica civile. Subordinazione totale del cittadino allo Stato: disciplina, virilità, spirito guerriero
Dimensione istituzionale Apparato di polizia: previene, controlla, reprime (terrore organizzato) dissenso e opposizione
Partito unico. Difesa armata regime (aristocrazia al comando) e mobilitazione delle masse
Sistema politico: simbiosi fra regime e Stato ordinato in una gerarchia dominata dal “capo
Economa: organizzazione corporativa, soppressione libertà sindacale, collaborazione dei ceti produttivi sotto il controllo del regime, mantenendo proprietà privata e divisione in classi
Politica estera: espansione imperialista e creazione di una nuova civiltà mondiale

Non sono pochi gli aspetti problematici della posizione di Emilio Gentile. In primo luogo cristallizza il fascismo in un modello unico, quello italiano del regime, che in tal modo diventa irripetibile; ed anche in questa “modellizzazione” molti aspetti del fascismo italiano – quali le tendenze conservatrici, reazionarie e talora clericali – vengono sottaciuti. Anche la sua visione è in qualche modo “astorica” in quanto non valuta come i movimenti politici – e il fascismo nel caso specifico – si trasformino nel tempo. Non a caso fa decorrere il fascismo dal 1921: restringendo l’arco temporale il “modello” (la “mappa”) diventa più omogenea al suo interno e di conseguenza irripetibile.

In questo modo i regimi e i movimenti esplicitamente fascisti diffusisi in Europa e – come vedremo – nel resto del mondo, non vengono in alcun modo presi in considerazione. Allo stesso modo ignora l’esistenza e il pericolo dei movimenti radicali neofascisti e neonazisti.

Ed infine, siccome il fascismo storico (l’unico esistito) è stato sconfitto nel 1945 e i suoi epigoni nostalgici si sono dissolti nel 2009, per Gentile oggi l’antifascismo non avrebbe più ragione di esistere.

I molteplici fascismi diffusosi tra le due guerre mondiali in ogni parte del mondo hanno padri ed eredi: Federico Finchelstein

Federico Finchelstein[n] è uno storico di nazionalità argentina, docente di storia negli Stati Uniti. Studioso della storia politica dell’America latina, dei fascismi nel nord e sud del mondo (fascismo transatlantico/transnazionale) e dei loro rapporti con il populismo. Di recente l’editore Donzelli ha pubblicato la traduzione di due suoi importanti saggi che “entrano” a pieno titolo nel pubblico dibattito sul fascismo: Dai fascismi ai populismi[o] e Breve storia delle bugie dei fascismi[p].

Secondo Finchelstein per conoscere cosa è stato e cosa è il fascismo serve una analisi storica (diacronica) e globale (transnazionale) che lui effettua sia sulla base delle sue conoscenze sulla storia latinoamericana e del fascismo, che attraverso una ampia rassegna della storiografia, in particolare extra-europea. Cita al proposito lo storico indiano Benjamin Zachariah:

la ricerca sul fascismo tende a ignorare la letteratura extra-europea per motivi di imbarazzo, di specializzazione professionale o di (in)competenza, oppure perché la considera come un elemento secondario nella storia delle idee fasciste”[q]

Il fascismo nacque in Italia nel 1919, manel periodo fra le due guerre mondiali la politica violenta, antidemocratica e razzista che il movimento italiano rappresentava “fece la sua comparsa simultaneamente in tutto il mondo”: non solo in Europa (falangismo, salazarismo, nazismo, ustascia, ecc.), ma in America latina (nacionalismo in Argentina, integralismo in Brasile, leopardos in Colombia …), in India, in Cina, in Giappone, in Africa, nei paesi islamici …

“Il fascismo era transnazionale ancor prima che Mussolini chiamasse così il proprio movimento ma quando diventò un regime, nell’Italia del 1922, il termine «fascismo» ricevette un’atten­zione su scala mondiale, e acquisì significati diversi nei vari contesti lo­cali. Ciò non significa che le influenze italiane (o francesi, o più tardi tedesche) non fossero importanti per i fascisti transnazionali. Ma solo in alcuni casi ci si limitò a una semplice imitazione. I fascisti transna­zionali rimodellarono l’ideologia fascista per adattarla alle proprie spe­cifiche tradizioni nazionali e politiche. […] Il fascismo assunse diverse colorazioni, connesse a differenti significati. Come osserva lo storico del fascismo giapponese Reto Hoffmann, i movimenti fascisti «indossavano un arcobaleno di camicie» – color acciaio in Siria, verde in Egitto, blu in Cina, arancione in Sud Africa, oro in Messico – e queste varianti dicono molto sugli specifici adattamenti nazionali di quella che chiaramente era un’ideologia globale. A questa connessione fra ideologia e vestiario si potrebbe aggiungere il classico bruno in Germania e, ovviamente, il nero in Italia, l’azzurro in Portogallo e in Irlanda, il verde in Brasile. Ispirandosi a un rifiuto globale dei valori democratici universali, il fascismo mostra­va una tavolozza ideologica chiaramente collocata all’estrema destra dello spettro politico.”[r]

Il fascismo “transnazionale” nelle sue diverse espressioni, non nasce nel vuoto ma in quello che potremmo chiamare “lo spirito dei tempi”: alle sue origini troviamo innanzitutto la tradizione del pensiero irrazionalistico ed anti-illuminista che ha impregnato movimenti reazionari e/o populisti già dalla fine dell’Ottocento e, fattore dirompente, l’esperienza violenta della prima guerra mondiale, “l’avvento di una nuova epoca di guerra totale. L’ideologia fascista emerse infatti per la prima volta nelle trincee della prima guerra mondiale. … Questo ideale guerresco, e il connesso concetto di militarizzazione della politica, trascesero i confini europei e si diffusero anche in paesi lontani e diversi come l’India, l’Iraq e il Perù”.[s]

Il fascismo si presenta così come risposta “moderna” alla crisi della democrazia e del capitalismo: una “modernizzazione reazionaria” antiliberale e antisocialista, il «lato oscuro della modernità». Le sue caratteristiche ricorrenti si possono così riassumere:

  • Abbandono del pensiero politico reazionario assolutistico (il potere dall’alto) a cui si sostituisce una concezione rivoluzionaria della sovranità popolare non basata sulla rappresentanza democratica ma sulla delega e sulla identificazione del popolo con il Capo. Ritroviamo ovunque questa triade: il Capo espressione diretta della “volontà del popolo”, i suoi diretti seguaci (il partito-milizia) e il popolo-nazione.
  • Il popolo-nazione non è concepito come una realtà sociale differenziata al suo interno (come «demos») ma etnicamente come realtà nazionale omogenea (come «ethnos»); di conseguenza chi non è identificabile (o non si identifica) con il popolo nazione non ne fa parte, è nemico o “anti-popolo”. Il razzismo è componente intrinseca di tutti i fascismi.
  • Centralità ed esaltazione della violenza sia come mezzo per realizzare le proprie finalità – distruggere la democrazia per realizzare uno Stato totalitario[t], opprimere e sopprimere i nemici sia interni (l’antipopolo) che esterni (nazionalismo e colonialismo) – che come fine: la sua è una funzione sacrale e rigeneratrice che va coltivata in quanto tale.
  • La politica non è concepita come «ratio» ma come soggettività estetica: il fascismo, attraverso il mito, i simboli e il rito pubblico che rivitalizzano la tradizione e l’identità di un popolo, diventa qualcosa che «si vede» e viene vissuto.

“… la prassi del fascismo non si collegava a una politica della quotidianità o a un’estetica mondana, concentrandosi piuttosto su una serie di rituali e spettacoli politici il cui scopo era oggettivare la politica fascista e assicurarle un fondamento nelle esperienze vissute. Queste prassi presentavano il fascismo come qualcosa che poteva essere visto, e implicavano la partecipazione diretta e il contatto con gli altri, tra­sformando le idee in realtà vissuta.”[u]

  • La qualità deve sostituire la quantità: questo vale per la rappresentanza del popolo che non deve essere meramente “quantitativa” (la “maggioranza numerica”) ma “qualitativa”, espressione profonda delle esigenze di un popolo che solo il Capo e il suo partito sanno esprimere. Lo stesso vale per la modernità superando l’economicismo meccanico e quantitativo del liberalismo.

“I fascisti volevano sostituire una modernità ri­tenuta meccanica, ripetitiva e inconsapevole con una modernità «quali­ficata» in cui il fascista potesse domare la materia e l’economia. I fascisti concepivano la loro modernità nei termini di un «dominio dello spirito e del politico», ponendo al centro delle loro preoccupazioni un’«etica della guerra» e un violento senso virile e comunitario.”[v]

  • La verità non si determina empiricamente ma è espressa dal Capo e non può esser messa in discussione; la stampa deve assoggettarsi alle verità “di regime” e i nuovi mass media (radio e cinema) diventano il veicolo delle «menzogne ideologiche».

. Il fasci­smo produceva una «verità» che era nazionalistica e allo stesso tempo assoluta. Privata di connotazioni plurali, es­sa escludeva qualsiasi forma di dissenso, e diventava l’esi­to esclusivo di rapporti di potere gerarchici. Contestando le tradizionali definizioni della verità, i fascisti insistevano sul significato nascosto della verità stessa, che per loro era un segreto rivelato nel potere e tramite esso. (…)

Di conseguenza, la politica fascista aveva un carattere mitologico. Nel fascismo, la forma suprema di verità non richiedeva conferme empiriche: semmai, emanava da un’affermazione di tipo intuitivo di concetti ritenuti espressione di miti metastorici, che il capo incarnava. Questa dissociazione fra analisi politica e realtà fu uno sviluppo fatale, un esito della ricerca fascista di una for­ma suprema di autenticità politica che potesse trascendere la ragione. In questo senso, i fascisti non solo mentivano, ma ingannavano se stessi, cadendo, come rilevò Adorno nel 1951, sotto l’«incantesimo» della «falsità».”[w]

Che rapporto c’è tra fascismo e populismo?

Secondo Finchelstein è pressoché impossibile dare una “definizione” di populismo, perché indica una serie di movimenti molto diversi fra loro e che nel tempo hanno subito notevoli trasformazioni e oscillazioni, in alcuni casi anche fra destra e sinistra. L’elemento di connessione con il fascismo riguarda in particolare il rapporto fra popolo e capo che ne rappresenta simbioticamente la volontà: “il leader è non solo la voce del popolo ma anche un individuo dai tratti messianici e illuminato, predestinato a incarnare il potere”. Per approfondire il fenomeno è più opportuno “un approccio che permetta una comprensione in termini storici di ciò che il populismo ha rappresentato nel corso del tempo”. Prescindendo dai precursori a cavallo fra Ottocento e inizio Novecento, Finchelstein individua due modelli

  • Dopo la sconfitta nel 1945 del nazifascismo il populismo, particolarmente in America latina, accetta la democrazia, pur interpretata in modo autoritario, e rifiuta la violenza sia come metodo di conquista del potere sia come valore in sé. In alcuni casi, come nel peronismo argentino, diede vita anche a movimenti orientati a sinistra.

“Innanzi tutto, il populismo è una concezione autoritaria della democrazia, che dopo il 1945 ha riformu­lato l’eredità del fascismo per associarlo a diverse procedure democra­tiche. È per questo motivo che costituisce una forma di post-fascismo, che procede a una rielaborazione del fascismo per adattarlo a un’epoca democratica.

Ciò significa che il populismo non è il fascismo. Il fascismo è stato storicamente contestualizzato soprattutto come una forma di dittatura politica, che spesso emerge di fatto all’interno della democrazia con l’intento di distruggerla. Storicamente, il populismo ha fatto il contra­rio. Spesso è scaturito da altre esperienze autoritarie, comprese le dit­tature, e nella maggior parte dei casi ha alterato o distorto i sistemi de­mocratici, sminuendone le qualità, ma senza mai, o quasi mai, arrivare al punto di distruggerli.”[x]

  • Dopo il crollo dell’URSS e nei tempi più recenti si assiste ad un riavvicinamento del populismo al fascismo; in particolare viene ripresa la concezione del popolo come «ethnos» e di conseguenza il razzismo che inevitabilmente porta anche alla violenza.

“ … i primi populismi … cercarono di allontanarsi dall’«eredità fascista», mentre «nei populismi di oggi, più recenti, di estrema destra, invece, vediamo l’affermazione dell’idea contraria, ossia l’utilizzo di xenofobia e razzismo per connettere il popolo con il potere, come dimostra chiaramente, fra gli altri, il caso di Donald Trump. Pertanto questi populismi attuali, non dico che si siano riconvertiti in fascismo, ma si avvicinano al fascismo, riprendono alcuni temi forti del fascismo … Se si guarda al fenomeno in senso ampio, ci troviamo di fronte ad una storia del populismo che, in un primo momento, si allontana dal fascismo, riformulandolo in chiave democratica … e, in un secondo momento, oggi, per la precisione, dimostra di voler tornare a quel fascismo.”[y]

Un inciso nostrano: la fiamma mussoliniana

I simboli hanno un grande significato in politica perché permettono ad una collettività di identificarsi; questo vale in particolare per i fascismi dove, come ricorda Finchelstein, l’elemento mitico e simbolico prevale su quello razionale e programmatico. Limitandoci al contesto italiano i movimenti neo-fascisti e neo-nazisti, per motivi evidenti, utilizzano solo in privato e/o singolarmente la simbologia ufficiale di riferimento: fascio e svastica. Vi è comunque tutta gamma di simboli nordici o presunti tali (ed es. l’ascia bipenne[z]), pagani, runici oppure la croce celtica che, introdotta nella simbologia della destra francese dal collaborazionista filonazista Jacques Doriot, fu rilanciata in Italia negli anni ’60 e ’70 da movimenti neofascisti collaterali al Movimento Sociale[aa].  

Ma veniamo a quello che è il simbolo tradizionale del neofascismo italiano per così dire “istituzionale”: la cosiddetta “fiamma tricolore”.

Nel 1945, dopo la Liberazione e la sconfitta della Repubblica Sociale buona parte dei quadri del Partito Fascista Repubblicano si danno alla clandestinità e un certo numero trova rifugio a Roma; Pino Romualdi, già vice segretario del PFR, dà vita ad una struttura ufficiosa di coordinamento denominata “Senato” e in vista del Referendum istituzionale(2.06.46) tratta sia con i monarchici (Umberto II) sia con i rappresentanti dei partiti repubblicani garantendo ad entrambi neutralità e rispetto del risultato in cambio di una successiva concessione dell’amnistia che sarà poi emanata il successivo 22 giugno dal Ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti[bb].

Può così costituirsi ufficialmente il Movimento Sociale Italiano (12.11.1946) su iniziativa di Pino Romualdi, Giacinto Trevisonno,Giorgio Almirante Arturo Michelini e altri.

Il suo simbolo venne forgiato da Giorgio Almirante e nel suo significato ufficiale era costituito dall’acronimo incorniciato del neonato Movimento Sociale Italiano da cui si ergeva una fiamma tricolore richiamante – in realtà abbastanza vagamente – l’emblema degli Arditi della Prima guerra mondiale: un richiamo patriottico e una scelta stilistica (ad es. i caratteri delle lettere) che solo vagamente richiamava l’epoca del ventennio e le sue origini.

Se questo era il suo significato ufficiale, ve ne era uno “nascosto”, in realtà ben noto sia all’interno che all’esterno del partito neofascista. L’acronimo, inserito in quella sorta di catafalco, a ben vedere non è tale in quanto l’ultima lettera, la “I”, non  è seguita, come le due precedenti, dal punto di abbreviazione; non si tratta di un refuso – così rimarrà sino alla fine del MSI – ma dell’indicazione che non di una lettera inziale trattasi, ma appunto di una lettera finale; a quel punto non ci vuol molto a leggere le tre lettere come una abbreviazione di “MusSolinI e interpretare la fiamma che sorge dal sarcofago del duce come il suo spirito eterno a cui si rinnova fedeltà.

La fiamma tricolore rimarrà infatti quale simbolo delle successive formazioni neofasciste: Alleanza Nazionale, Movimento Sociale Fiamma Tricolore e da ultimo l’attuale Fratelli d’Italia.

Alcune brevi osservazioni

Richiamavo all’inizio la necessità di un antifascismo maturo ovvero che sappia riprendere finalità e valori della Resistenza per coniugarli nel mondo odierno, il che richiede una corretta ed aggiornata e non riduttiva lettura della Resistenza e nel contempo la consapevolezza di quanto il fascismo abbia inciso in profondità, nazionalmente e internazionalmente, dalla prima alla seconda guerra mondiale e di quanto i suoi epigoni siano diffusi e ricorrenti. Limitarsi a visioni riduttive oppure utilizzare i termini (storici, politici, sociali) in forma puramente connotativa quali sorta di etichette da affibbiare a ciò che “mi piace” o “non mi piace” non solo è fuorviante ma limita la nostra “capacità di presa” sulla realtà.

Riflettere sulla denotazione, sul significato storico di ciò che il fascismo è stato – senza però cristallizzarlo ad un modello storicamente dato, in quanto i movimenti politici come le ideologie e i movimenti culturali si trasformano nel tempo e nei diversi contesti – non solo ci permette di “ri-conoscerlo” ma soprattutto di affrontare intellettualmente e politicamente i suoi epigoni e le sue, non sempre facili da riconoscere, modalità attuali di manifestarsi.

Evitando forme riduttive e talora fuorvianti. Ne cito una per farmi capire.

«Il fascismo non è una opinione ma un reato» oppure «… non è una idea ma un reato», sorta di slogan che non solo nasconde una fallacia (ciò che è opinione/idea non è reato – ciò che è reato non è una idea/opinione), ma implica una sorta di disarmo intellettuale. È come affermare che non serve una battaglia culturale e ideale contro il fascismo, ma è sufficiente richiamare la magistratura al suo dovere. Il fatto che, sulla base della nostra Costituzione e legislazione, il fascismo sia un reato, non ci esime da una battaglia culturale, ideale e politica.

E ritorno all’inizio di questo dibattito, a quel «fascismo che siamo» da cui eravamo partiti. Fuorviante non solo nel considerare il fascismo solo come “metodo” ma anche nell’intendere quel “siamo” individualmente come “ognuno di noi”: ovvero, questa era la conclusione, siamo tutti – oggi come oggi – (almeno un po’) fascisti.

Io proporrei un «fascismo che siamo» intendendolo collettivamente: il fascismo che siamo come collettività nazionale non solo perché l’Italia è stata fascista ma soprattutto perché non ha mai (non abbiamo mai) veramente fatto i conti con il fascismo. Se in Germania una riflessione dapprima filosofica a partire da Karl Jaspers[cc] e poi politica sulla “colpa tedesca” si è progressivamente imposta, da noi né sul piano della riflessione etica e filosofica né politica i “conti” non sono mai stati fatti.

Un esempio e un auspicio: a Berlino nella ex sede della Gestapo è collocata la “Topographie des Terrors” sui crimini compiuti in Germania e all’estero dal nazismo e dalla Wehrmacht. Quando anche da noi vi sarà una analoga “Topografia del terrore” sui crimini del fascismo e dell’esercito italiano compiuti nelle colonie, nella ex Jugoslavia[dd] e in altri paesi europei, allora potremmo dire che del “fascismo che siamo” abbiamo cominciato a rielaborarne concretamente la colpa. Per il momento siamo molto “bravi” a denunciare i crimini altrui nascondendo sotto lo slogan “italiani brava gente” le nostre colpe nazionali per cui nell’immaginario collettivo la nostra presenza militare ad esempio nei Balcani è più legata a un film quale Mediterraneo che a quanto la ricerca storica ha e sta documentando.

Bibliografia

Bobbio Norberto, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, Roma 1994

Canali Mauro – Volpini Clemente, Mussolini e i ladri di regime. Gli arricchimenti illeciti del fascismo, Mondadori, Milano 2019

Colombini Chiara, Anche i partigiani però …, Laterza, Roma-Bari 2021

Consonni Manuela, L’eclisse dell’antifascismo, Laterza, Roma-Bari 2015

Eco Umberto, Il fascismo eterno, La nave di Teseo, Milano 2017

Filippi Francesco, Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo, Bollati Boringhieri, Torino 2019

Filippi Francesco, Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto, Bollati Boringhieri, Torino 2020

Finchelstein Federico, Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale, Donzelli, Roma 2019

Finchelstein Federico, Breve storia delle bugie dei fascismi, Donzelli, Roma 2020

Gentile Emilio, Chi è fascista, Laterza, Roma-Bari 2019

Giovannini Paolo – Palla Marco (a cura), Il fascismo dalle mani sporche. Dittatura, corruzione, affarismo, Laterza, Roma-Bari 2019

Gobetti Eric, E allora le foibe?, Laterza, Roma-Bari 2020

Greppi Carlo, L’antifascismo non serve più a niente, Laterza, Roma-Bari 2020

Luzzatto Sergio, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, Torino 2004

Murgia Michela, Istruzioni per diventare fascisti, Einaudi, Torino 2018


[a] Su queste tematiche cfr. la bibliografia posta in calce.

[b] Einaudi, Torino 2018, pp. 97.

[c] A Zurigo un intervento su “Fascismo ieri e oggi” (25 ottobre 2017)

[d] J.A. Laponce, Left and Right. The Topography of Political Perception, University of Toronto, 1981.

[e] Ho ripreso e rielaborato da “L’opposizione destra-sinistra. Riflessioni analitiche” di Anna Elisabetta Galeotti in Franco Ferraresi (a cura), La destra radicale, Feltrinelli, Milano 1984, pp. 253-275.

[f] Ho sviluppato questa tematica in un post del 2013: Nuove dimensioni per la politica?

[g] Cfr. due mie precedenti contributi: Il bisogno di comunità e L’orizzonte della comunità ai tempi di Internet.

[h] Hans Woller, Mussolini, il primo fascista, Carocci, Roma 2018.

[i] Cfr. i termini Urbild [prototipo] e Urdeutsch [tipicamente tedesco].

[j] Cfr. EmilioGentile (a cura), Modernità totalitaria. Il fascismo italiano, Laterza, Roma-Bari 2008.

[k] Laterza, Bari-Roma 2019.

[l] Ivi, p. 6-7.

[m] Ivi, p. 125.

[n] Informazioni su di lui anche sul sito dell’editore Donzelli (qui) e naturalmente su Wikipedia edizione inglese (qui la versione italiana del traduttore automatico).

[o] Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale, Donzelli, Roma 2019. 

[p] Breve storia delle bugie dei fascismi, Donzelli, Roma 2020.

[q] Dai fascismi ecc. cit., p. 85.

[r] Ivi, p.46-48.

[s] Ivi, p. 60.

[t] Totalitario (e totalitarismo) comporta abitualmente una valutazione e accezione negativa: Mussolini invece “se ne appropriò, trasformandolo da aggettivo politico di segno negativo a concetto (positivo) dotato di una propria pregnanza simbolica” (ivi. P. 70).

[u] Ivi, p. 66.

[v] Ivi, p. 104.

[w] Breve storia delle bugie cit., p. 48.

[x] Dai fascismi ecc. cit., p. 17.

[y] Fondazione Giangiacomo Feltrinelli: Fascismo e populismo. Conversazione con Federico Finchelstein.

[z] L’ascia bipenne o labrys, spesso ritenuta norrena ma in realtà di origine cretese, fu adottata come simbolo da Ordine Nuovo e altri movimenti neofascisti /neonazisti (es. M.P.N. Movimento patria nostra).

[aa] In particolare fu il simbolo ufficiale del primo Campo Hobbit (maggio 1977); nel secondo campo (giugno 1978) più direttamente controllato dalla direzione del Movimento Sociale, per decisione di Almirante, il simbolo venne vietato; ricomparve nel terzo campo (luglio 1980) per iniziativa dei dissidenti di Terza Posizione; i due leader di quest’ultimo movimento, Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi, saranno successivamente protagonisti rispettivamente di  Forza NuovaCasa Pound.

[bb] L’amnistia Togliatti troverà una ulteriore espansione il 7.02.48 con la «Legge di clemenza» (Andreotti) che reintegrava in toto il personale amministrativo del fascismo.

[cc] Cfr. Karl Jaspers, La questione della colpa. Sulla responsabilità politica della Germania, Cortina, Milano 1996.

[dd] Sui crimini italiani nella ex Jugoslavia qualcosa si sta effettivamente muovendo, grazie al lavoro di alcuni giovani storici come Eric Gobetti e all’Appello per un riconoscimento ufficiale dei crimini fascisti durante l’invasione della Jugoslavia da parte dell’esercito italiano lanciato dall’Istituto nazionale Ferruccio Parri.

Gino Vermicelli ecologista. Due racconti (quasi) inediti

La ricca personalità di Gino Vermicelli è nota in molte sfaccettature della sua attività e dei suoi scritti: il giovane migrato in Francia e militante del PCF, il partigiano “Edoardo” commissario politico in Ossola nella II Divisione garibaldina Redi, dirigente politico nel dopoguerra del Fronte della gioventù e di seguito del PCI ad Agrigento e Novara; dirigente sindacale a Verbania. Dagli anni sessanta organizzatore del movimento cooperativo novarese. Collaboratore di numerose testate nazionali e locali e, dal 1969, cofondatore del gruppo politico-editoriale de Il manifesto; autore del più bel romanzo sulla resistenza ossolana, Viva Babeuf! Ed inoltre pacifista (Assopace), antimilitarista (Proletari in divisa), e naturalmente molto altro, non dimenticando – come ha voluto rimarcare in calce al suo romanzo – l’apicoltore o, come ha ricordato nella autobiografia postuma, l’albergatore a Rimini[1].

Di Vermicelli cultore e divulgatore di temi ecologici si è invece parlato poco. Eppure due dei suoi primi contributi sul quotidiano Il manifesto[2] affrontano proprio questi temi: i limiti dello sviluppo messi in evidenza dal rapporto del MIT- Club di Roma (1972) e il ritardo della politica italiana – e della sinistra in specie – ad affrontare queste tematiche; anche uno dei suoi ultimi scritti[3] riprende questi temi.

Ma è nella sua produzione novellistica che il narratore Vermicelli soprattutto esprime questa sua sensibilità. Si tratta di nove “favole ecologiche” – pubblicate in parte sulla rivista letteraria stresiana Microprovincia[4] e in parte postume[5] – che in modo indiretto, con il linguaggio leggero della favolistica, l’assunzione di punti di vista immaginari e molta ironia, affrontano i temi del degrado ambientale, della follia dello sviluppo incontrollato e “insostenibile”, del difficile equilibrio fra attività umane, tecnologia ed ambiente. Il messaggio implicito è che, se vogliamo davvero ricostruire un equilibrio ecologicamente sostenibile, oltre a progetti e studi approfonditi e politiche che se ne facciano carico, è necessaria una educazione che parta dai primi anni di età: favole ecologiche rivolte ai bambini ma molto utili anche per gli adulti.  Le due che seguono[6], scritte tra il 1985 e il 1986 – le ultime ad esser pubblicate – assumono rispettivamente il punto di vista delle bottiglie abbandonate dall’incuria dell’uomo e quello di volpi britanniche nel loro conflittuale rapporto con la “civiltà” umana dagli anni trenta del secolo scorso ai primi decenni post bellici.  

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Dalla parte delle bottiglie [7]

Se non avete mai visto una bottiglia incarognita è perché non sapete guardare le bottiglie.

Osservatele bene, in qualche discarica abusiva (o anche autorizzata), tra detriti di muratura, sacchetti di plastica, vecchi scatoloni e residui alimentari più o meno marcescenti; osservatele, vi dico, e vi accorgerete che quelle hanno raggiunto il livello della disperazione senza ritorno.

Dopo averle osservate così frammiste ad ogni tipo di sudiciume, riflettete. Immaginate che una di quelle fosse stata una bottiglia di Barolo del 1972, o di Dolcetto del 1978 o anche solo di Lambrusco dell’ultima vendemmia. In ogni caso sempre si tratta di bottiglie piene d’orgoglio e di dignità, con una loro personalità, sottoposte ad un’umiliazione senza pari.

Non mi si venga a raccontare che faccio confusione tra contenitore e contenuto; le due cose sono strettamente legate, interdipendenti. Lo immaginate voi uno che dal vinaio chiedesse:

Mi dia settantacinque centilitri di Chateauneuf du Pape.

No, non può succedere, per essere intesi di bottiglie bisogna parlare. Il contenuto è vincolato al contenitore per tutta la comune esistenza.

Immaginare l’abisso di vergogna e di disperazione in cui precipita una bottiglia che passa da un giorno all’altro dallo scaffale dei vini pregiati al secchio dell’immondizia non è difficile. Ma non è il solo caso.

Vi sarà capitato un giorno d’estate di imbattervi, in qualche prato di montagna o anche di collina, nei residui dei “pic-nic” dell’ultimo “week end”. Osservate le bottiglie abbandonate contro il tronco di una grossa pianta: vi appariranno smarrite. Esse non sanno se sono state dimenticate oppure abbandonate di proposito. Possono essere anche bottiglie di acqua gassata o di bibite varie, oltreché di vino, ma l’espressione è la stessa ed è di smarrimento. Non si danno pace perché continuano a sperare che qualcuno si ricorderà di loro e tornerà a raccoglierle, ma poi, passando i giorni e non succedendo niente eccole lì, sempre più avvilite. Cosa possono fare, delle bottiglie, sotto un albero in un prato? È una situazione assurda e quelle si avviano verso la follia. Nel qual caso rotolano e si nascondono nell’erba, si rompono sotto gli zoccoli del bestiame al pascolo e talvolta feriscono qualche animale o anche qualche turista dei “week-end” degli anni successivi che non abbia avuto l’accortezza di guardarsi bene attorno prima di sedersi.

Le bottiglie più dure riescono a non perdere il ben dell’intelletto ma egualmente, se abbandonate a lungo, si incanagliscono e finiscono col compiere atti di teppismo. Personalmente ho potuto osservare il comportamento di una bottiglia di Nebbiolo lasciata sui bordi di un’autostrada. Era rimasta lì per settimane a rimuginare la sua rabbia, fino a quando, a seguito di un temporale, riuscì a rotolare di alcuni decimetri verso la carreggiata. Il destino volle che quel giorno si formassero degli incolonnamenti e che il solito marpione decidesse di fare il furbo superando tutti sulla corsia di emergenza. Non l’avesse mai fatto! La bottiglia come un kamikaze gli scivolò sotto la ruota anteriore destra facendogli secca la gomma e annullandogli ogni velleità di fare ulteriormente il furbetto.

Ora, è questo teppismo delle bottiglie abbandonate che maggiormente preoccupa le autorità. Ad esempio si sono formate bande che si dedicano alla “guerriglia dei bassi fondali”, che è un tipo di guerriglia specifico delle volgari cocci aguzzi e si dispongono in agguato sui bassi fondali nei pressi delle spiagge, al mare, ai laghi o nei fiumi. Succede sempre che qualche sprovveduto, ignaro dello stato di guerra, nella stagione dei bagni vada a camminarvi sopra. A quel punto quello è una uomo (oppure una donna o un ragazzo) ferito, e non sarà un uomo (oppure donna o ragazzo) morto solo grazie alla puntura antitetanica, se avrà l’accortezza di farsela fare.

Le vittime di questa piccola guerra detta “dei bassi fondali” sono ogni anno migliaia, senza contare quelli che vengono colpiti (più esattamente tagliati) da cocci che si erano nascosti nella sabbia e da quelli che si erano mimetizzati nell’erba.

Contro queste forme di terrorismo delle bottiglie vi è chi propugna la linea dura: proibizione assoluta di fare i bagni dove i fondali sono sospetti e divieto totale di camminare scalzi sull’erba o sulla sabbia. Io devo dire che sono più propenso alla linea morbida. Sono con il partito della trattativa. Cosa chiedono le bottiglie? Le loro rivendicazioni sono ragionevoli, ascoltatele:

1) Visto che la nostra nascita è costata lavoro, fatica e … petrolio (un litro per ogni chilo di vetro), è ingiusto condannarci ad una vita assurdamente effimera.

2) Ogni bottiglia vuota dovrà essere raccolta, lavata, sterilizzata e riutilizzata. La gioia di poter sempre ritrovare un contenuto e fare una nuova esistenza non ci deve essere negata.

3) Quelle fra di noi che dovessero subire disgrazie e risultare sbrecciate, incrinate o rotte, dovranno avere il diritto di essere riportate in vetreria per essere rifatte con tutte le regole dell’arte vetraria.

Il rispetto della dignità delle bottiglie sarà ricambiato da queste con il rispetto per i piedi, le mani, le natiche e le gomme degli umani.

A me non sembrano proposte estremistiche. Così stando le cose, lo confesso, io sono dalla parte delle bottiglie.

Le volpi di Bristol [8]

La colpa, oppure il merito (a seconda dei punti di vista) è stato di una vecchia volpe zoppa conosciuta da quelle par­ti sotto il nome di Foxtour. Il fatto è che a Bristol le vol­pi ora vivono in città. Ma questa è una storia che merita di essere raccontata dall’inizio.

Una volta, ma tanto, tanto tempo fa, le volpi del sud ovest dell’Inghilterra stavano tranquillamente al gioco, il gioco consisteva nel fatto che gli uomini mangiavano le volpi per cui queste si sentivano in diritto, quando ci riuscivano, di mangiare le galline, i conigli e le oche degli uomini. Questi, se erano poveri, facevano i bracconieri usando tagliole e lacci che normalmente le volpi scoprivano ed evitavano; ogni tanto però riuscivano a catturare qualche volpe distratta, “fuori di testa”, come si dice, cosa che succede anche fra quei canidi. I ricchi invece organizzavano grosse battute con trombe, caval­li, cani e valletti. Ma ai ricchi non piace soffrire e le grandi cacce alla volpe si facevano solo se il tempo era bello, non vi era nebbia, non vi era fango, non faceva troppo caldo e nemmeno troppo freddo. Le grandi cacce avvenivano dunque rara­mente.

Alle volpi sembrava normale che gli uni cercassero di man­giare gli altri e viceversa; la fame è fame e le leggi della natura sono quelle che sono. In realtà, all’inizio del vente­simo secolo, quando anche i bracconieri cominciarono ad avere dei fucili, pensarono che si barava un po’ al gioco, ma non si preoccuparono più di tanto; l’astuzia non è mai mancata alle volpi ed usandola bene anche un cacciatore con arma da fuoco può essere reso innocuo, o quasi.

Quel che forse non sapete è che le volpi, sul finir dell’in­verno, se le notti sono chiare, si radunano nelle radure dei boschi. In quegli incontri non solo nascono trame amorose (anche le volpi usano procreare), ma avvengono scambi di in­formazioni e anche di pettegolezzi. Così, in una chiara notte dell’inizio di marzo del 1932 si diffuse una notizia che dove­va in parte cambiare il comportamento di quegli animali. L’in­formazione fu riportata da una femmina delle campagne di Bath, una volpe conosciuta con il nome di Foxpett a causa della sua fama di pettegola sempre ben informata. La storia Foxpett la raccontò così:

Lo sapete che gli uomini non ci mangiano più? Vi è ormai tale abbondanza di cibo tra gli uomini che mangiare volpi è considerato cosa bizzarra e ripugnante, roba da maniaci…”

Ma come?” interloquì subito un giovane volpacchiotto ap­pena arrivato dalle colline dette Cotswold Hills, “come non ci mangiano più? Dalle mie parti ci cacciano maledettamente, come prima se non di più!

Lo so bene” rispose sussiegosa la vecchia Foxpett, “ma non ci cacciano per mangiarci, lo fanno per le nostre pelli. Le femmine degli uomini amano adornarsi con pellicce di volpi. Per quelle ci cacciano, non per mangiarci …

Quella notte nella radura vi fu un gran trambusto e la riprovazione si diffuse poi sia in pianura che in collina. L’idea di un comportamento tanto innaturale suscitò collera ovunque. È da allora che le volpi si sono lasciate andare, come è nella logica delle cose malvagie, ad atti di rappresaglia altrettanto odiosi. Infatti, è a partire da quegli anni che le volpi commettono stra­gi. Quando riescono ad entrare in un pollaio uccidono non solo i pennuti che intendono mangiare, ma li fanno secchi tutti; am­mazzano proprio tutti, galli, galline, oche e tacchini vengono sterminati non per fame ma per vendetta.

Come si sa, la vendetta non ha mai risolto niente né portato alcun bene. Gli uomini continuarono a cacciare le volpi per po­ter conciare le loro pellicce. Si dice che fu in quegli anni che nacque l’espressione “fare la pelle”. Per evitare che fosse loro “fatta la pelle” le volpi dovettero mettere in atto un nu­mero infinito di astuzie ed infine ne escogitarono una decisi­va: la rogna.

Vecchie volpi rognose ve ne erano sempre state, ma poche. Pri­ma di questa vicenda venivano accuratamente evitate dalle altre che, incontrandole, si fermavano sì a conversare, ma a debita distanza. Dopo la diffusione della moda dei “renard” le volpi rognose furono invece particolarmente ricercate dalle loro con­sorelle e, maschi o femmine che fossero, in ogni caso amorevol­mente abbracciate e coccolate, con insistenti strofinamenti di cute. Nel giro di due anni tutte le volpi del sud ovest dell’In­ghilterra furono “colpite” da quella malattia che gli uomini chiamano scabbia. I cacciatori considerarono quel fatto una sciagura poiché quel male, facendo perdere il pelo a quelle bestie ne annullava il valore. Invece, dal punto di vista delle volpi, la rogna fu una benedizione del cielo. Meglio, mille volte meglio essere spelacchiate che spellate.

Vi fu poi un periodo di pace per le volpi delle campagne di Bristol. Alla fine degli anni trenta molti cacciatori furono spe­diti altrove per sparare non alle volpi ma ai loro simili e i canidi ne approfittarono per procreare e moltiplicarci in gran­de quantità. È pur vero che in quei tempi i pollai erano custo­diti come fossero banche ma, in assenza degli uomini cacciatori, si moltiplicarono anche lepri, conigli, scoiattoli, ghiri, qua­glie e pernici che, in aggiunta a grilli, cavallette frutti e bacche assicuravano comunque cibo alle volpi, nel sud ovest dell’Inghilterra come altrove. Ma i tempi della goduria dovevano finire.

Una notte di febbraio del 1948, nella radura di un bosco poco distante da Bristol si diffuse una notizia terribile. A portarla questa volta non fu la vecchia Foxpett, ormai morta da tempo, ma sua nipote, chiamata Foxpettter, che nel darla appariva sì preoccupata, ma soprattutto piena di sé per essere stata la prima ad averlo saputo.

“Gli uomini ci hanno dichiarati animali nocivi; i caccia­tori potranno spararci quando vogliono e chi porterà una nos­tra coda al guardiacaccia riceverà due sterline…”

Fra le volpi l’indignazione fu pari alla paura. Le proteste di quelle bestiole si levarono al cielo.

“Nocive noi!” esclamò una volpetta dalla coda spelacchia­ta, “ma se lo sanno tutti che i soli, i veri nocivi sono loro…”

“Ora diranno che siamo state noi ad inquinare il Severn…” ribatté un’altra dal gannito stridulo.

“E a incendiare i boschi …”

“E a rovinare le colline per fabbricare cemento e mattoni …”

“E a scavare la pianura per estrarre sabbia …”

“E ad ammorbare l’aria col fumo delle ciminiere…”

Il raduno delle volpi del febbraio 1948 si concluse in una grande confusione, con quegli animaletti pieni di rabbia. Si racconta che è da allora che i veterinari delle campagne hanno dovuto fare i conti con una nuova malattia; la rabbia delle volpi, appunto. Molti però pensano che quella sia solo una leg­genda.

Solo il vecchio Foxtour non perse la calma. Quel volpone era stato impallinato, una volta, in gioventù e da allora claudicava, insomma era un po’ zoppo. Avendo perso alcuni punti in lestezza era riuscito a campare svi­luppando ulteriormente quel ben dell’intelletto che è l’astuzia. Per tutte le volpi dei dintorni di Bristol il vecchio Foxtour era un maestro di furbizia. Della sua abilità si par­lava molto, d’inverno, nelle tane sotto la neve.

L’intelletto di Foxtour aveva però un limite; funzionava so­lo quando la bestiola aveva fame. Dopo un pasto abbondante il volpone si ritrovava del tutto ottuso. In quello stato riusciva solo a molestare le femmine oppure a rincorrere la sua coda, girando in tondo. Proprio per questo suo tic lo chiamavano Foxtour. Al terzo giorno di digiuno, invece, la volpaccia di­ventava un portento.

All’inizio di marzo, quell’anno, nevicò sul sud ovest dell’Inghilterra. Brutt’affare per le volpi in cerca di cibo e grossa pacchia per i cacciatori in cerca di volpi. Al terzo giorno di digiuno, puntualmente, a Foxtour venne l’ispirazione: “Per evitare che il cacciatore ti trovi devi andare da dove parte“. Si avviò quindi verso Bristol, dove giunse a notte fonda e su­bito scoprì che a quell’ora, nelle strade, sono allineati gros­si bidoni pieni di rifiuti, quindi di vettovaglie.

Il fatto che quei contenitori fossero già frequentati dai gatti che si ritenevano titolari di tutti i diritti non lo impressionò molto. Gli bastò sollevare leggermente il labbro perché alla vista delle sue zanne i felini abbandonassero il campo, cioè i bidoni.

Foxtour capì che gli bastava esplorare alcune pattumiere, un’ora di lavoro al massimo, per risolvere il problema del cibo quotidiano, ma prima doveva trovare un posto sicuro dove nascondersi durante il giorno. Individuò i ruderi di una fab­brica abbandonata e quella gli sembrò la residenza ideale per una volpe solitaria. Ma il volpone non aveva ancora scoperto tutto.

Fu infatti nella sua seconda uscita notturna che Foxtour dove­va imbattersi in una brutta avventura; attorno alle pattumiere vide aggirarsi un cane randagio più grosso di lui. La nostra vol­pe dovette battere in ritirata e stare rintanata tre giorni di seguito nella sua fabbrica prima che gli venisse l’idea gius­ta. Al terzo giorno, come sempre l’ispirazione arrivò:

Se una volpe incontra un cane, la volpe scappa. Se un cane incontra tre volpi, il cane scappa…”

Quella notte Foxtour se ne tornò in campagna per convincere due graziose volpette che conosceva a scendere in città con lui, e per farlo, raccontò loro la storia delle pattumiere. Quel che Foxtour non sapeva è che una di quelle femminucce se l’in­tendeva con un tipaccio chiamato lnt-Fox; insomma una spia. Appena informata quella volpaccia vendette la notizia in tutta la contea e già a maggio le volpi, a Bristol, erano decine.

Così è andata la storia, ora quei canidi dalla folta coda si sono sistemati in città, chi nei cunicoli delle fabbriche ab­bandonate, chi nelle cantine di vecchi tuguri, chi ha scavato tane nei parchi e chi ha trovato un angolino comodo in qualche cimitero. Hanno occupato la città, poi gli uomini li hanno presi in simpatia dichiarandoli animali protetti.

È una pacchia? Non troppo: Le volpi sono fatte per vivere libere nei boschi e nei campi e forse là qualcuna vorrebbe ri­tornare. Ma come fare? Le vecchie volpi pioniere sono morte da tempo e quelle nate in città non sanno come si fa per uscir­ne. Una sola potrebbe guidarle alla fuga. È un volpacchiotto chiamato Foxtoursix, il più furbo dei volpacchiotti. Solo che riesce a mettere in funzione tutta la sua intelligenza solo dopo tre giorni di digiuno, e ciò, a Bristol, non può proprio succedere.

Mirko Scrittori, Andrea Cascella e Gino Vermicelli

[1] Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita, Tararà, Verbania 2000, p. 179-180.

[2] Il progresso impazzito (25.8.1972) e Rinascita, il manifesto e l’ecologia (5.11,1972).

[3] Il secondo fronte. Grazie alla ‘globalizzazione’ si aggrava il degrado ambientale. “La Scintilla”, febbraio 1998.

[4] La cometa di Halley (1985); Una storia incredibile (1986); Il nordest della Baviera (1987); Il vizio di pensare (1988); La congiura delle automobili (1990).

[5] Il satellite dubbioso e L’oro dell’alchimista edite con l’autobiografia (cfr. nota 1), Dalla parte delle bottiglie (Il Cobianchi, 2000) e Le volpi di Bristol (Nuova resistenza Unita, n. 4, 2020). Da quest’ultimo numero della rivista ho ripreso anche questa mia introduzione.

“Edoardo” Vermicelli nel 1945

[6] Ringrazio le figlie Laura e Maura per l’autorizzazione a pubblicarle su questo blog.

[7] Dattiloscritto, datato 1986. Pubblicato sulla rivista “Il Cobianchi” nel 2000.

[8] Dattiloscritto, non datato. Presumibilmente del 1985 o 1986. Pubblicato su Nuova Resistenza Unita n. 4 2020.