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“Viva Babeuf !” di Gino Vermicelli

Giorni fa, mentre stavo preparando una sintesi sulla “Repubblica” dell’Ossola, mi sono imbattuto in questo passo (1) relativo alla situazione militare nazifascista nell’agosto del ’44.

 È da segnalare anche il carattere composito e raccogliticcio delle truppe fasciste e tedesche presenti in Ossola: molti dei presidi erano formati da geor­giani e cecoslovacchi inquadrati nella Wehrmacht. Tali soldati non erano certo animati da grande volontà collaborazionistica, ed appena si presentò l’occasione parecchi di loro – particolarmente i georgiani – passarono nelle fine par­tigiane.

«A fine agosto, mentre si aspettavano i rinforzi, arrivò a Domodossola un contingente composto di georgiani e di polizia tedesca. Detto contingente operò una puntata in valle Formazza dove si erano già verificati casi di diserzione nei presidi esistenti. .. .Durante tale operazione fuggirono oltre settanta georgiani che andavano a ingrossare le file dei ribelli seco trasportando armi compresi una mitragliatrice pesante ed un mortaio» (2)
 

Mi è subito venuta in mente una delle più belle sequenze del romanzo partigiano di Gino Vermicelli, Viva Babeuf !, dove questo passaggio massiccio dei georgiani fra le file partigiane viene rappresentato attraverso la figura del Capitano Cotny.

Di Gino “Edoardo” Vermicelli ne avevamo parlato, sempre pochi giorni fa, mentre stavamo organizzando una serata sulla Repubblica partigiana ossolana a Cannobio; “si ricordano tanti personaggi, civili e militari, politici e partigiani di quel periodo, ma sembra che di Gino si sia persa un po’ la memoria – ci eravamo detti – … eppure per molti di noi è stato più che un partigiano esemplare, è stato un amico e un maestro”. E Viva Babeuf ! non solo è il più bel romanzo partigiano delle nostre terre, ma uno dei più belli di tutta la resistenza italiana.

 

 

Quando l’editore Tararà, nel 2008, decise di ripubblicare il romanzo di Vermicelli (3), mi chiese di scrivere una nota di presentazione editoriale alla nuova edizione. La ripropongo qui nella versione completa che allora preparai (quella edita fu leggermente tagliata per esigenze di impaginazione) e, di seguito, un articolo pubblicato su Nuova Resistenza Unita in cui ho tentato di esplicitare la sua concezione del “fare memoria” che sta alla base del suo romanzo e del suo personale modo di esser testimone di quegli anni.

In appendice alcune delle pagine di Viva Babeuf ! incentrate sul capitano georgiano Cotny: un incentivo a intraprenderne (o riprenderne) la lettura.

 

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Nota editoriale

Viva Babeuf! uscì a stampa per le nostre edizioni – in collaborazione con la Cooperativa “Manifesto anni ‘80” – nel 1984. Erano passati vent’anni da quando Italo Calvino, nella prefazione alla riedizione del suo primo romanzo (Il sentiero dei nidi di ragno), identificava la narrativa della resistenza con una specifica stagione letteraria, quella del neorealismo, o come lui stesso volle precisare, del “neo-espressionismo”.

edizione 2008

edizione 2008

Nei decenni successivi si è fatta sempre più strada la convinzione come sia del tutto improprio collocare questa narrativa (e più in generale la letteratura legata alla resistenza) all’interno di una categoria, un genere letterario, una cifra stilistica specifici.

Questo non ci impedisce, quando parliamo di “letteratura della resistenza” di introdurre un criterio distintivo ancor oggi pertinente: quello del riferimento, o meglio, della centrale e concreta presenza in queste opere della diretta esperienza dell’autore; la trasposizione letteraria può dar vita a personaggi, dialoghi, situazioni e vicende di invenzione ma tramite ed oltre questi c’è un vissuto in prima persona che ripropone in tutta forza la sua presenza.

 

Ed è proprio l’esperienza diretta di questi autori che rivive nella loro narrazione ad introdurre un primo elemento di specificità e differenziazione. Non c’è resistenza se non legata ad un preciso territorio; non solo città, pianura, laguna, collina o montagna, ma proprio quello specifico spazio geografico ed umano.

Come ricorda Rossanda nell’introduzione, la notorietà dell’esperienza partigiana ossolana era già alta durante la guerra e crescerà nei decenni successivi; ma sino all’84 questa esperienza non aveva trovato una sua trasposizione letteraria se non nel breve racconto memorialistico di Franco Fortini (Sere in Valdossola). Viva Babeuf! è allora in primo luogo il romanzo della resistenza ossolana o, volendo precisare, dei monti tra la Valstrona e il versante occidentale dell’Ossola. Questo il paesaggio, soprattutto umano – le donne e gli uomini di quei paesi e di quegli alpeggi con la loro saggezza antica ed il loro spirito comunitario –, che incornicia la narrazione.

 

Il secondo elemento distintivo richiama il quando (e “a chi”) della scrittura e pubblicazione dell’opera. Se negli anni quaranta e i primissimi anni ’50 prevale quella che Calvino individuava come collettiva e reciproca “smania di raccontare” fra chi aveva partecipato alla stagione della liberazione e nel contempo quale difesa della resistenza dai detrattori che ben presto imperversarono, nelle opere successive sembra prevalere una maggior attenzione e differenziazione letteraria, un maggior distanziamento che può assumere o il taglio epico di un Fenoglio o quello antiretorico, antieroico ed ironico di un Meneghello in implicita polemica con ufficialità ed agiografia di molte celebrazioni.

In Viva Babeuf!, che Vermicelli scrive esplicitamente per i giovani degli anni Ottanta (e non solo), la memoria partigiana rivive attraverso la sensibilità maturata nelle lotte dei due decenni precedenti: la dimensione personale e la differenziazione fra i generi, la sessualità, la rivitalizzazione dell’ideale antico di eguaglianza e, non ultimo, lo spirito libertario, antigerarchico ed antimilitarista. “Possono fare come vogliono, combattere o scappare. … Sono liberi di scegliere come non lo è mai stato nessun soldato” … Cotney si convinse che se la guerra era la cosa peggiore, farla come la facevano i partigiani era il modo migliore.

Vi è soprattutto la voglia di far emergere la vitalità, la gioia di vivere di chi ha vissuto quell’esperienza. Alla domanda (retorica) “Se ne è valsa la pena”, in un’opera collettiva sulla resistenza curata da Aldo Aniasi, Vermicelli risponderà: “Veramente la pena non ci fu, se per pena s’intende tormento dell’anima, sofferenza morale. … il tutto era vissuto in un’atmosfera di vivace allegrezza. Il fatto è che avevamo vent’anni ed eravamo convinti che stavamo cambiando il mondo”.

Sta forse qui la distanza maggiore di Viva Babeuf! con la più parte della letteratura partigiana: da quella che Giovanni Falaschi, in una antologia (La letteratura partigiana in Italia 1943 – 1945) uscita pochi mesi prima del romanzo di Vermicelli, chiamava “tragicità e cupezza” di quei testi. Tragicità che ritroviamo anche in molti scritti successivi, magari esplicitata, anche in autori che hanno scelto una scrittura lieve ed ironica, come irrisolto senso di colpa. “In fondo non è colpa nostra se siamo ancora vivi” dirà ad esempio, en passant, Meneghello ne “I piccoli maestri”.

Vermicelli vuole soprattutto narrare quella voglia di vivere e di cambiare; la tragicità della guerra certo c’era, la morte era nelle cose, era messa in conto, ma ce ne parla sempre in modo indiretto, con estremo pudore sia che si tratti della morte dei “loro” che di quella dei “nostri”. L’attenzione è altrove.

 

Narrare. Qui troviamo il terzo elemento distintivo, quello propriamente letterario: le scelte di scrittura e di strutturazione del testo. Proprio perché qui valgono in primo luogo gli orientamenti e i gusti dei singoli autori e, più in profondità la specifica formazione e le personali frequentazioni di lettura, ogni autore è tendenzialmente un caso a sé. Più difficile trovare, almeno nei più significativi, delle costanti. Forse un elemento ricorrente lo ritroviamo nella mescolanza di lingue e linguaggi, sia perché la guerra di resistenza mise fianco a fianco la popolazione civile con i suoi dialetti, con partigiani dalle più svariate provenienze regionali, sociali e culturali, non escluso un buon numero di militari stranieri; sia perché l’antifascismo più o meno consapevole si “abbeverava” spesso di autori stranieri. In alcuni casi questa mescolanza poteva diventare scelta stilistica o, come in Fenoglio, vera e propria sperimentazione letteraria.

Non è il caso di Vermicelli. Certo troviamo il dialetto delle valli e talora il francese, ma in funzione direttamente narrativa; quello che troviamo nello stile della sua opera è soprattutto il “piacere di raccontare”. Chi lo ha conosciuto direttamente sa che Gino era un grande narratore; piccoli episodi, talora poco più che aneddoti, che, qualunque fosse l’uditorio (amici, studenti, giovani o adulti, militanti politici …), erano grado di incantare gli astanti e di trasmettere il suo senso profondo della vita. Di questa oralità narrativa troviamo traccia in più di un episodio del romanzo, ma soprattutto vi ritroviamo una strutturazione narrativa “classica” che probabilmente trova radice nelle letture giovanili del giovane autodidatta emigrato in Francia: i grandi romanzi della letteratura Francese e Russa in particolare. L’intreccio non solo sovrappone attori e osservatori, partigiani e popolazione civile ma ci porta anche dal “nemico”, dall’antagonista tedesco facendoci conoscere il suo, se non realistico, almeno plausibile, punto di vista. Mille miglia dalla frequente estremizzazione negativa (letteraria e più spesso filmica) a cui siamo abituati; anzi quasi un’ironica e benevola commiserazione per chi, nonostante tutta la sua forza distruttiva e, magari, la sua intelligenza, è destinato alla sconfitta.

 

C’è una citazione dal romanzo che abbiamo voluto anteporre alla postuma autobiografia di Vermicelli (4) per la sua capacità di rappresentare il suo percorso di vita (citazione spesso ripresa anche in ambiti del tutto diversi dal contesto originario come può confermare una rapida ricerca su internet) e che ci sembra analogamente chiarire la cifra narrativa del romanzo:

“A volte può essere più bello camminare che arrivare… Arrivare non esiste, è solo un momento del cammino”.

Dall’ultima neve della fine di marzo alla prima neve del successivo ottobre, da una fuga (uno sganciamento) ad una ancor più drammatica fuga e sganciamento per ri-trovare rifugio idoneo al proprio insediamento. Il camminare e la sua circolarità strutturano il romanzo, la vita del partigiano e, ad un livello più alto, il percorso storico perché “Ovunque uno vada, se non è l’ultimo viaggio, dovrà sempre ripartire.” Circolarità perché ogni arrivo sarà una partenza e perché ogni viaggio è un riprendere ciò che, noi od altri prima di noi, si era cominciato; così come altri, dopo di noi, se vorranno, potranno riprendere.

 

Convinti della permanente attualità e vigore letterario del suo romanzo partigiano, ci è parso non inutile, a dieci anni dalla scomparsa di Vermicelli e a ventiquattro dalla prima edizione, proporlo oggi a nuovi lettori, non escludendo, per chi già ha usufruito della prima edizione, il piacere di una rilettura.

 

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“Edoardo” e la memoria della Resistenza

da Nuova Resistenza Unita n. 3, maggio-giugno 2008

Dieci anni fa, la mattina del 21 maggio 1998, Gino Vermicelli ci ha lasciato. Due giorni dopo le esequie alla Casa della Resistenza.

"Edoardo" Vermicelli nel 1945

“Edoardo” Vermicelli nel 1945

Il tratto comune di quanto in quei giorni è stato scritto e di quanto quel pomeriggio a Fondotoce à stato ricordato è il “suo stile”, il suo tratto antieroico ed antiretorico, la sua ironia quasi tesa ad alleggerire e schernire la consistenza di un impegno e d’una fedeltà ideale mai venuta meno. Non a caso solo alla fine del suo percorso di vita si è lasciato convincere a rilasciarne una testimonianza compiuta.1

Potremmo parlare del partigiano, del dirigente politico, del pacifista, dello scrittore o magari – lui l’apprezzerebbe molto – dell’apicoltore. Voglio qui solo sottolineare alcuni aspetti del suo modo di porsi nei confronti della memoria della Resistenza.

Fino al 1984, nonostante le sue numerose collaborazioni ed interventi (Vie Nuove, Il Siciliano Nuovo, La lotta, il manifesto, La classe operaia …) Gino non ha scritto molto sulla resistenza; campeggia la sua lucida cronaca della battaglia di Megolo, pubblicata in più occasioni. Per il resto prevale un certo riserbo.

In una lettera del 1975 così si esprime:

“Sulla resistenza si è scritto molto, qualche volta bene, ma volte malamente; io credo che non serva una immagine agiografica della resistenza. Se, leggendo la nostra storia, i giovani ne ricavassero la sensazione che allora esistevano degli uomini buoni, generosi, immacolati, in lotta contro il male, non ne ricaverebbero nessun insegnamento e nessuna speranza, giacché, guardandoci attorno, di uomini «generosi ed immacolati» ne vedono ben pochi. Così facendo la resistenza rimane una immagine fuori dalla realtà e dalla comprensione delle nuove generazioni.

Invece la storia non è stata quella. Il trasformare i residui dell’esercito italiano in una nuova forza armata è stato un travaglio complesso pieno di contraddizioni, con alti e bassi, sconfitte e vittorie. Noi quel travaglio lo abbiamo vissuto, e ne siamo usciti abbastanza bene. In tutta coscienza io penso che la nostra seconda divisione Redi sia stata una buona formazione, con un livello sufficiente di auto­disciplina, con rapporti corretti con la popolazione, una capacità di combattimento sufficiente. Tutto ciò è stato costruito con fatica, superando ogni giorno una ‘grana’ o difficoltà, ma riuscendo a fare prevalere pian piano le tendenze migliori.

Se riusciremo a raccontare queste cose, potremo destare qualche interesse . …” 2

 Troviamo qui, in nuce, il progetto di Viva Babeuf! 3

Raccontare (non solo ricordare o ricostruire) in quanto la narrazione, diversamente dal memoriale e dal saggio storico, permette al lettore di rivivere tridimensionalmente (vicende, emozioni e sentimenti, pensieri e riflessioni) e al narratore di condensare in un breve arco temporale e in specifici personaggi (insomma in una “storia”) la complessità degli eventi. “Questa è una storia da raccontare”4 diceva talvolta Gino e chi lo conosceva sapeva che di lì a poco, insieme ad un curioso episodio piacevolmente ed ironicamente narrato, sarebbe stato compartecipe di un grande insegnamento.

Raccontare ad esempio come il timido e timoroso Pippo si trasformi in un partigiano coraggioso e rispettato. Più in generale come persone eterogenee (il cattolico, il comunista, l’ebreo, l’impiegata, la contrabbandiera, la mondina, l’universitario, l’operaio, il montanaro, il nobile monarchico …) unitisi un po’ per scelta e più spesso per caso, si incontrino, talvolta scontrino e, all’interno della crudeltà bellica, si trasformino vicendevolmente ponendo le basi per una convivenza basata sul rispetto e la responsabilizzazione di ciascuno. Come un ideale di eguaglianza di origini antiche possa concretizzarsi nella vita quotidiana di una formazione laddove anche chi non porta le armi (il cuoco, la staffetta, l’addetto/addetta al servizio informazioni) abbia lo stesso peso e considerazione del partigiano armato.

Narrare ai giovani di oggi (del 1984 e non solo) il che comporta una riattualizzazione linguistica e soprattutto il saper filtrare gli eventi di allora attraverso le sensibilità delle generazioni degli anni settanta e ottanta (la dimensione personale, il rapporto e le diseguaglianze fra uomini e donne, la sessualità, la costruzione di un potere condiviso, non autoritario…) facendo rivivere, al di là della tragicità del contesto, come “il tutto era vissuto in un’atmosfera di vivace allegrezza. Il fatto è che avevamo vent’anni ed eravamo convinti che stavamo cambiando il mondo5: il sentire collettivo di essere parte attiva del corso positivo della storia.

Questa capacità narrativa e pedagogica di riattualizzare la dimensione profonda (ideale ed emozionale) della resistenza trovava espressione, soprattutto dopo la pubblicazione del romanzo, nei numerosi incontri che Vermicelli ebbe con gli studenti sia di scuole elementari che medie, superiori ed universitarie. Il suo modo di porsi creava immediatamente un clima di attenzione e rispetto; a tutti rispondeva con chiarezza ricostruendo la dimensione quotidiana della lotta di liberazione attraverso piccoli episodi ricchi di implicazioni. È anche in uno di questi incontri che rende esplicito il meccanismo narrativo del romanzo:

I personaggi del libro sono parzialmente veri e parzialmente inventati … e parzialmente messi insieme. Voglio dire … il Simon non sono io, il Simon sono io più un altro che si chiamava Andrea Cascella e che era il comandante militare; (…)Erano due persone diverse; io le ho fuse in un unico personaggio, in Simon; ne ho creato un carattere unico … I miracoli della scrittura!”6

 

Mirko Scrittori, Andrea Cascella e Gino Vermicelli

Mirko Scrittori, Andrea Cascella e Gino Vermicelli

Questa attenzione ad una attualizzazione della memoria della resistenza attraverso modalità comunicative al passo coi tempi e con un occhio di riguardo ai giovani lo ritroviamo nell’attenzione che Vermicelli diede al ruolo della Casa della Resistenza. Nel ‘91, in un articolo a sostegno della proposta di legge regionale per la “Casa della resistenza” di Fondotoce, presentata da Vittorio Beltrami, tra l’altro afferma:

 “A Novara esiste l’Istituto Storico della Resistenza ‘Piero Fornara’ che continue­rà ad essere, per scelta delle organizzazio­ni dei partigiani e degli Enti aderenti al Consorzio, l’unico Istituto Storico della guerra di liberazione per l’alto e il basso novarese. A Fondotoce, la ricca e preziosa documentazione accumulata a Novara in decenni di attività potrà, con l’uso delle tecnologie esistenti, essere comunicata a chi, soprattutto nelle giovani generazioni, vorrà conoscere e giudicare dai fatti la storia di quegli anni.” 7.

E quando, attraverso vicissitudini, stalli e passi avanti la “Casa” è finalmente costruita (ma non ancora collaudata ed arredata), la preoccupazione di Gino è volta al futuro. Per sua iniziativa ci trovammo nel settembre 1997, in una libreria di Verbania, con lui, Maierna, alcuni insegnanti e competenti di nuove tecnologie per ragionare su proposte idonee “alle nuove generazioni”. “Non deve diventare un museo di cimeli” ripeteva. Da quegli incontri nacque una bozza di Progetto di “Centro Multimediale della Casa della Resistenza” (novembre 1997) che costituì il primo abbozzo di quello che, negli anni successivi, sotto la guida di Mauro Begozzi e la progettazione dell’architetto Terranova, si strutturerà come Centro Storico multimediale e Galleria della Memoria.

 

Vermicelli espresse più volte un cruccio: “Perché da noi il 25 aprile non costituisce una gioiosa festa collettiva di tutto un popolo, come lo è per tutti i francesi il 14 luglio, a ricordo dell’inizio della Rivoluzione? Anche da loro c’erano i ‘vandeani’, eppure …”.

Fin quando non avremo un 25 aprile di festa e non solo di celebrazione, significherà che il lavoro di memoria della Resistenza non avrà ancora superato il crinale di una condivisione collettiva senza possibilità di ritorno.

 

“Ho anche sempre sostenuto che ogni resistenza, anche armata, non è militare, poiché nessuno può ordinarti di fare ciò che non vuoi e perché vi è ammesso anche chi decide di non portare armi. Ha saputo narrare benissimo questa complessa vicenda Gino Vermicelli nel suo Viva Babeuf! indimenticabile libro di un indimenticabile compagno coraggioso intelligente tenero e ironico.”

Lidia Menapace

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  1. G. Vermicelli, Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita, Tararà, Verbania 2008.
  2. Lettera a Cafiero Bianchi (Fiero) pubblicata in Un paese nella storia, Casale Corte Cerro 1982 (ristampa 2005).
  3. G. Vermicelli, Viva Babeuf!, Margaroli – Coop. “Manifesto anni 80”, Verbania – Roma 1984. Riedito in occasione del decennale della morte dall’editore Tararà (Verbania 2008).
  4. Ivi, p. 52.
  5. in Aniasi A. (a cura), Ne valeva la pena. Dalla Repubblica dell’Ossola alla Costituzione italiana, M&B Publishing, Milano 1997, p. 141.
  6. Babeuf, Togliatti e gli altri cit., pp. 227-228.
  7. “Sosteniamo in ogni sede la proposta di legge regionale per la “Casa della resistenza” di Fondotoce” in Resistenza Unita, A. 23, n. 12, dic. 1991, p. 3.

 

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edizione del 1984

edizione del 1984

 

[ Il capitano Cotny ] (5)

 Quella mattina del 14 Agosto, verso le undici, il capita­no Cotny decise di andare dal barbiere. Farsi radere era un momento di piacere, con quel barbiere di Premosel­lo. Ci sapeva veramente fare. Gli insaponava ben bene il volto con un pennello morbido, bagnato nell’acqua calda per poi raderlo con un rasoio così affilato che sembrava gli accarezzasse il viso. Infine gli appoggiava sulla faccia rasata un asciugamano tiepido e umido. Mentre lavorava parlava e parlava. Cotny non conosce­va molte parole di italiano, forse un centinaio. Dei di­scorsi del barbiere non capiva una sola parola, però gu­stava la musicalità di quella parlata. Gli piaceva anche vedere dallo specchio la gente che passava nella via.

Vista dallo specchio, la gente era diversa. Quando Cotny camminava nella piazza, quelli che incrociava apparivano tutti piuttosto inquieti, se non addirittura spaventati. Abbassavano lo sguardo, si scansavano per lasciargli il passo, smettevano di parlare quando si avvicinava. Nello specchio era diverso. Vedeva la gente salutarsi, sorridere, parlare e scherzare. E tutto ciò gli ricordava la sua città, in Georgia.

Il primo giorno si era portato la Maschinepistole, ma ora veniva dal barbiere con la sola rivoltella, nel fo­dero sul fianco. La caserma era appena a trenta metri. Quella mattina, dopo averlo ben rasato, e anche incan­tato con la sua parlantina incomprensibile, e mentre gli dava i soliti due colpi di spazzola al bavero della divi­sa, il barbiere gli disse, scandendo bene le sillabe:

– Domani è chiuso.

Cotny conosceva quelle due parole, quindi recepì il messaggio. A sua volta disse una delle parole del suo scarso repertorio di italiano:

– Perché?

– Festa. Domani è festa. Ferragosto.

Capiva anche la parola festa. Ma l’ultima proprio non la conosceva.

– Ferarosto?

– No, ferragosto … – E il barbiere andò verso il muro per indicargli il calendario.

Il giorno 15 era scritto in rosso, a differenza degli al­tri, scritti in nero.

Al suo paese il 15 Agosto non era giorno di festa, ma vi erano altre date in cui si festeggiava. Avrebbe vo­luto chiedergli cosa si onorava con quella festa, ma non era in grado di fare un discorso così complicato. Si limitò a chiedere:

– Danzare?

Il barbiere gli rivolse un sorriso e cominciò a parlare nella sua lingua melodiosa. Gesticolava ed indicava i monti. Poi si ricordò che l’altro non capiva e cercò di riassumere, aiutandosi coi gesti:

– Prima guerra, ante-guerra, danzare su montagna. ­E indicava le montagne.

– Adesso, no? – chiese Cotny.

– Adesso no, paura.

– Paura partigiansi?

L’altro abbassò lo sguardo. Non sorrideva più. Disse: – Paura guerra.

Cotny pagò ed uscì. Davanti alla Casermetta, sulla strada nazionale, due dei suoi uomini stavano tentan­do di parlare con una fanciulla bionda e anche belli­na, che si era fermata lì, con la sua bicicletta, un pie­de a terra e l’altro sul pedale. Erano due ganimedi del Plotone Comando, di quelli che preferiscono dare l’assalto alle donne piuttosto che al nemico.

Nella mente di Cotny passarono rapidi alcuni pensie­ri: che le donne brune della Georgia sono più belle delle italiane; che però le bionde sono più attraenti. Girò lo sguardo, per dare un’altra occhiata alla ragaz­za, ma quella se ne stava già andando, spingendo for­te sui pedali.

«Anche quella ha avuto paura di me,» pensò, un po’ amareggiato.

Si avviò verso i suoi, davanti alla caserma. Quelli gli facevano dei cenni che sembrava volessero dire: «rientrate subito».

Oltre la soglia della casermetta gli spiegarono che quella ragazza aveva detto che tutt’attorno era pieno di partigiani.

Cotny mise il plotone in stato di allarme e controllò se il telefono funzionava, poi si ritirò in quello stanzino chiamato ufficio, dove aveva un tavolo e due se­die; accese una sigaretta e attese che succedesse qual­che cosa.

Senza che lo volesse, i suoi pensieri tornarono alla festa del 15 Agosto. Come si può andare in montagna in un giorno di festa? Saranno quelli della montagna che vengono in paese. Ma qui è tutto diverso. Co­struiscono più case sui monti che nei paesi.

Si alzò e andò a prendere le sue carte topografiche nel­la borsa. Dopo averne aperta una sul tavolo, la esa­minò ancora una volta con attenzione minuziosa. Non vi era un chilometro quadrato di montagna senza un alpeggio. Qualche volta ve ne erano anche due o tre. Fece il conto del numero di quadretti che sulla carta corrispondevano a chilometri quadrati e giunse al da­to che cercava.

«In questa valle e quelle laterali, vi saranno oltre mil­le alpeggi,» pensò.

Guardando ancora attentamente la cartina, scorgeva la fitta ragnatela di sentieri che percorrevano quei monti, ovunque. Quelli che univano i gruppi di baite tra di loro e quelli che riconducevano ai paesi. Poi, esaminando ancora la carta, individuava dappertutto boschi, vallate, costoni.

Rimettendola a posto nella borsa, ebbe come un ge­sto di irritazione e pensò:

«Il maggiore Schultz è proprio matto. Vorrebbe che scovassimo i partigiani in quel labirinto. Ma non ca­pisce che sono loro che stanno scovando noi?»

Era già passata mezz’ora dal momento della messa in allarme del plotone, ma non era successo niente. Sembrava addirittura una giornata più calma delle al­tre. Nei giorni precedenti, erano stati chiamati più volte a causa di colpi di mano dei partigiani. Coi suoi uomini era accorso con urgenza nella zona, arrivando sempre troppo tardi.

«Sono loro i gatti e noi i topi, caro Maggiore Schultz,» pensò ancora.

Si recò poi nel camerone, formò due pattuglie con l’ordine di perlustrare i boschi e i campi attorno al paese. Egli stesso si mise alla testa di dieci uomini per controllare le campagne a Sud di Premosello.

Nei prati incontrarono qua e là uomini anziani e don­ne che falciavano o rastrellavano il fieno.

– Visto partigiansi? – chiedeva loro Cotny, con atteg­giamento minaccioso.

– No, non abbiamo visto nessuno, – rispondevano in­variabilmente quelli.

Fece percorrere alla sua pattuglia un arco attorno al paese. Non vi erano partigiani, né nessuno ne aveva mai visto uno.

Poco prima di rientrare, in un prato già nei pressi del­le case di periferia, scorse un vecchio ed una vecchia che consumavano il loro pranzo, seduti all’ombra, al margine di un boschetto. Cotny scavalcò un muretto di beole per raggiungerli. Faceva caldo. L’uomo era rosso in volto per il caldo e il sole che aveva preso, falciando. I due lo guardarono con il solito sguardo timoroso che ben conosceva.

Giunto a pochi metri dai vecchietti, Cotny pensò che aveva attraversato quel prato proprio per niente, da stupido, tanto la risposta la conosceva già: «non ab­biamo visto nessuno.» Allora si avvicinò ancora ai due e chiese:

– Domani festa?

L’espressione del volto dei due vecchi cambiò subito. Gli sorrisero, rispondendo:

– Sì, domani è festa, è ferragosto.

E il vecchio, allungando una mano verso il cespuglio, alla sua destra, tirò fuori un fiaschetto e un bicchiere e disse:

– Bevete con noi …

Cotny tracannò un bicchiere di vinello piuttosto tiepi­do, salutò e se ne andò dai suoi.

Dopo essere rientrato alla casermetta, chiamò i due ganimedi che avevano parlato con la ragazza bionda e disse loro:

– Quando vi capiterà quella bionda, portatela da me. Prese poi il telefono, chiamò il presidio di Vogogna paese e parlò a lungo con il tenente che lo comandava. Parlava in georgiano molto stretto, ben sapendo che i tedeschi, che disponevano solo di un interprete di russo, anche se lo avessero intercettato non avreb­bero mai potuto capire quel che diceva. Fece altre due o tre telefonate, sempre in georgiano, ed andò a rinfrescarsi.

La ragazza bionda non passò il giorno dopo, ma fu pescata il 16.

I due ganimedi la invitarono, con il massimo di genti­lezza di cui erano capaci.

– Parlare con capitano. Ordine, – dissero.

– No, io dentro non ci vengo, – protestava la ragazza.

– Tu venire. Non paura.

Cotny la fece sedere sulla seconda sedia che c’era nello stanzino, lasciando aperta la porta.

– Tu visto partigiani ieri … secondo?

– Sì, l’altro ieri ho visto tanti partigiani. È vero.

– Io non visti. Perché?

La ragazza cercò di spiegare, un po’ con le parole e un po’ con i gesti che i partigiani quando vedono una donna, saltano fuori, ma se vedono dei soldati, si ac­quattano. E ci riuscì

– Noi fatto giro. Loro non sparare. Perché?

La ragazza si era rinfrancata. Esitò un momento pri­ma di rispondere a quella nuova domanda, poi disse, parlando come il georgiano, per essere capita:

– Voi non cattivi, forse.

Allora Cotny aprì il cassetto del suo tavolo. Ne tirò fuori una scatola di sigarette tedesche: una di quelle scatole rigide, di cartoncino bianco. La diede alla ra­gazza e poi le porse anche una matita, e disse:

– Tu scrivere …

– Io, e perché?

– Io non scrivere italiano. lo scrivere così. .. – e scrisse in cirillico, in un angolo della scatola, «bella bionda». – Tu scrivere: «parlare con Georgiani.»

La ragazza scrisse quella frase, senza comprendere. Ma Cotny continuò:

– Quando incontrare partigiani, dare sigarette a capo.

– E la accompagnò sino alla porta della casermetta.

Subito dopo, chiamati col telefono, Cotny e i suoi do­vettero intervenire ad Ornavasso, dove era stata mi­tragliata una macchinetta tedesca. Per stare alle di­sposizioni del maggiore Schultz, portò i suoi uomini sulla montagna, sino al Boden sul camion e poi a pie­di sino alla Capanna Legnano. Camminando in quei boschi, Cotny pensava:

«Se volessero ammazzarci tutti, lo potrebbero fare ad ogni passo. Schultz è proprio un asino».

Tornarono tardi alla casermetta. La mattina dopo, in un momento di tranquillità, Cotny andò a farsi radere. Il barbiere lo aveva appena avvolto in quella specie di tovaglia che gli metteva addosso prima di insapo­narlo, quando nello specchio vide una ragazza in bi­cicletta fermarsi davanti alla bottega. Non era la bionda che conosceva, era una brunetta esile con occhi nerissimi e vivacissimi. La brunetta entrò dal bar­biere, posò un oggetto bianco sulle ginocchia del Georgiano e uscì, il tutto in pochi secondi. Cotny non aveva avuto nemmeno il tempo di districarsi dal suo telo. Guardò quella cosa bianca: era la sua scatola di sigarette. Tirò fuori una mano, prese il pacchetto, lo rigirò e vide una nuova scritta.

– Cosa scritto? – chiese al Barbiere. Quello lesse:

– Parlare con Georgiani …

– Dopo?

– Questa sera o domani sera alle ore venti nel prato del vecchio col vino.

– Leggere, piano.

Il barbiere rilesse quella frase lentamente, poi restituì la scatola a Cotny, dicendo:

– Ci sono due altre parole che non capisco.

– Io capire, tu fare barba!

Sembrava un invito perentorio, da uomo irritato. Ma guardando Cotny nello specchio, il barbiere non ebbe dubbi. Più che irritato, il Georgiano appariva contento.

 

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Note

  1. Giulio Maggia, La repubblica dell’Ossola. Aspetti militari, in Le zone libere nella Resistenza italiana ed europea. Relazioni e comunicazioni presentate al Convegno internazionale di Domodossola. 25-28 settembre 1969, ISRN, Novara 1974. p. 150.
  2. Relazione sui fatti di Domodossola, del comandante la 7′ compagnia della brigata nera «A. Cristina», 12 settembre 1944. (ISRN, microfilm 112556-58. L’originale si trova a Washington, Archivi nazionali).
  3. Gino Vermicelli, Viva Babeuf ! Romanzo. Prefazione di Rossana Rossanda, Tararà, Verbania 2008.
  4. Gino Vermicelli, Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita. Prefazione di Valentino Parlato, Tararà, Verbania 2000.
  5. pp. 192 – 199 (ed. 2008)

Rivivere la storia con gli occhi dei bambini

Oltre dieci anni fa, per l’esattezza il 14 febbraio del 2004 a Palazzo Flaim, durante il Convegno Nino Chiovini. Il tempo, lo spazio, la memoria, è stato presentato  dalla Scuola elementare di Torchiedo il “corto” La fiùm racconta”, video in cui i bambini interpretavano con fresca naturalezza alcuni passi e personaggi tratti dalle opere di Chiovini.

 

La storia a scuola  2

La fiùm racconta (2003)

 

Era il primo lavoro del “Laboratorio di cinema” della Scuola Primaria “Rodari” che da allora ha ininterrottamente lavorato con una formula estremamente efficace: la nostra storia locale, la spontaneità dei bambini nell’interpretare personaggi e situazioni, una regia originale in grado di valorizzare al massimo quel connubio.

È stata anche la risposta dell’équipe di insegnanti a chi ha pensato di mettere ai margini la storia contemporanea nella formazione degli scolari delle elementari.

 

Menù del DVD "La storia a scuola" con i video realizzati da 2003 al 2013

Menù del DVD “La storia a scuola” con i video realizzati da 2003 al 2013

 

Numerosi i premi e le gratificazioni (compreso un incontro con il Presidente della Repubblica e un viaggio premio) per le otto produzioni che si sono realizzate nel corso degli anni.

Anche quest’anno la soddisfazione non è mancata con la premiazione de “La memoria dei giusti” –realizzato nell’anno scolastico 2012-2013 – nel concorso indetto dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino. Riporto di seguito il comunicato delle insegnanti.

Nel frattempo attendiamo di poter assistere al loro ultimo lavoro che, in concomitanza del 70° anniversario dell’eccidio di Fondotoce, è dedicato alla memoria dei 43 partigiani che sono stati fatti sfilare da Villa Caramora e portati alla morte sui bordi del canale che unisce il Lago di Mergozzo con il Lago Maggiore.

 

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Scuola Primaria Statale “G. Rodari”Torchiedo

Laboratorio di Cinema

 

La memoria dei giusti (2013)

La memoria dei giusti (2013)

 

“L’unicità della Shoah è proprio questa. Che milioni di persone siano state fatte viaggiare per migliaia di chilometri per essere portate a morire. Se li avessero presi messi al muro e fucilati sul posto, sarebbe stata una delle tante stragi degli eccidi che purtroppo le guerre comportano. Ma questa organizzazione sistematica, industrializzata della morte, dove a volte tre generazioni della stessa famiglia scomparivano nello stesso istante. Questa è l’unicità della Shoah”.

(Dall’intervista ad Adriana Torre Ottolenghi realizzata dagli alunni del laboratorio di cinema nella sinagoga di Casale Monferrato, novembre 2012).

Anche quest’anno il lavoro è stato premiato con la vittoria di due premi prestigiosi al concorso “Filmare la storia” indetto dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino:

  • il premio “Paolo Gobetti” per la sezione Scuole Primarie
  • il premio speciale “25 aprile – Anpi”.

Il cortometraggio vincitore, dal titolo “La memoria dei giusti”, è stato realizzato nell’anno scolastico 2012/2013 dagli alunni e dalle insegnanti del Laboratorio di Cinema della Scuola Primaria “G. Rodari” di Torchiedo dell’Istituto Comprensivo Verbania Trobaso.

Si ringraziano per la preziosa collaborazione: Lorenzo Camocardi per la regia e il montaggio, Renato Pompilio per le musiche originali e le signore Adriana Torre e Maria Luisa Ferrari per le loro testimonianze di vita.

Il cortometraggio realizzato è classificabile come “docu-fiction”. Attraverso un’intervista si è raccolta l’esperienza di una bambina ebrea che, con la sua famiglia, durante la guerra è fuggita, dall’imminente deportazione in campo di concentramento, grazie all’aiuto della maestra Anna Bedone di Trarego. La storia di Adriana ha stimolato la scrittura di una sceneggiatura per far rappresentare direttamente ai bambini alcuni episodi della drammatica esperienza personale, che riguarda tutta l’umanità.

La conoscenza, l’analisi e la comprensione, anche di fatti della storia quasi indicibili, sono un dovere fondamentale che spetta a tutti. Gli educatori devono accompagnare i bambini, per i quali la tutela e la delicatezza sono un obbligo, nell’affrontare argomenti così difficili. Occorre trovare il modo, le parole e le più variegate strategie didattiche, per iniziare un approccio alla storia e alla memoria.

Quest’anno per il settantesimo anniversario della strage di Fondotoce il Laboratorio di Cinema ha realizzato un nuovo cortometraggio commemorativo.

Verbania 29/5/2014

Nives Cerutti e Mariella Nasini

 

 

Scuola, Territorio, Memoria nel ricordo del Professor Franco Bozzuto

Credo che si possa affermare che ogni scuola, più che dall’edificio che lo ospita, sia rappresentata dalle persone che vi hanno lavorato e vi lavorano: studenti, docenti, personale.
E dalle loro storie

Franco Bozzuto, 2003

Sabato 7 giugno 2014

ore 14.30

Aula Magna – Istituto Cobianchi

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Ricordo Franco Bozzuto

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Los cerros y las lagunas. I monti e le acque (1)

Dopo la pubblicazione di El brujo y el diablo proseguo con la traduzione di miti e leggende ecuadoregne. Sono tratte, anche in questo caso, da un testo bilingue, in quechua e spagnolo, che costituisce una vera e propria antologia di “letteratura orale quechua” [1] suddivisa per tematiche.

Ritroviamo qui, tra i vari monti, anche un “personaggio” già incontrato nel precedente mito, la montagna sacra Imbabura, qui in una dimensione meno sacrale che ci fa anche conoscere la sua famiglia: la moglie Cotacachi e il figlio Yana-Urcu. Di quest’ultimo abbiamo due versioni della sua nascita.

 

Come il Padre delle montagne distribuì le acque

 In tempi remoti i monti a noi confinanti erano dei veri dormiglioni. È per questo che nessuno di quelli che si trovano nei dintorni possiede acqua.

Un giorno, mentre il Padre dei Monti stava distribuendo le acque, i nostri monti restarono addormentati e, in castigo per questo, ne restarono senza.

Il Monte Manquihua, il Catihua, le valli del Chulcu, le boscaglie del Pasha e altri ancora, oggi hanno acque per non esser incorsi in questa negligenza.

L’alto monte di Quinlli riuscì ad ottenere una laguna.

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Anche due alti monti, il Colta e il Nitón Cruz, non hanno acqua. Questo è ugualmente dovuto alla loro negligenza.

Proprio per questo, ancora ai nostri giorni, non abbiamo acqua per colpa della indolenza delle montagne. Al contrario tutte quelle che risposero alla chiamata la possiedono. Per quelle del nostro circondario nemmeno una goccia.

 

Idilli del Monte Imbabura

 Nei tempi antichi, quando l’Imbabura era ancora adolescente, fece amicizia con i giovani monti e le giovani montagne dei suoi dintorni. Gli uni e gli altri percorrevano queste terre facendosi visita reciprocamente. In una delle sue numerose escursioni, il giovane Imbabura si incontrò con una giovane montagna che si chiamava Cotacachi. Alla sua vista il giovane Imbabura si sentì investito da una indescrivibile felicità e decise di conquistarla.

Crebbe una grande amicizia tra il giovane Imbabura e la giovane Cotacachi. Di continuo li si vedeva passare insieme per la campagna, contemplando le bellezze della natura. Finché, un giorno, egli le disse:

– Desidero farti mia sposa.

Affermazione alla quale ella rispose affermativamente dicendogli:

– Anch’io desidero che tu sia il mio sposo.

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Da quel giorno l’Imbabura, quando andava a visitare la giovane fidanzata, le portava in regalo un poco della scarsa neve della sua vetta, e a sua volta, ella lo ricambiava con la neve della sua cima.

I due monti si unirono e quale frutto di questa unione apparve, di fianco alla giovane Cotacachi, un piccolo monte che chiamarono Yana Urcu.

Con il passar del tempo l’Imbabura, ornai carico di anni, incominciò a soffrire di dolori di testa che gli duravano per giorni e giorni. Quale conseguenza di queste sofferenze la sua testa andò coprendosi di nubi bianche che, poco a poco, incanutirono la sua vetta.

 

Imbabura

Imbabura

Cotacachi

Cotacachi

 

Le origini del Monte Yana Urcu

Si dice che in tempi molto lontani, di fianco alla montagna conosciuta con il nome di Cotacachi, vi era una pianura dove era collocata una enorme azienda. Si dice che vi erano mucche da latte, suini, pecore e ogni sorta di animali da allevamento.

Nel mezzo dell’azienda vi era un grande recinto per il bestiame e, in mezzo a questo, una piccola pietra appena appoggiata sopra il terreno e che, con il passar dei giorni, andava crescendo sempre più.

Il proprietario di quelle terre notò che aveva ormai acquisito una mole considerevole e ordinò che la spostassero da quel luogo. Tuttavia la pietra si era ormai tanto abbarbicata al terreno che fu impossibile sgomberarla.

I giorni passarono e le dimensioni della pietra continuarono a crescere e, poco alla volta, andò ad occupare il recinto. Con lo sconcerto del proprietario la pietra, ormai un macigno, continuava ad aumentare di dimensioni, il che lo faceva vivere in continua apprensione.

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Nei giorni e nelle notti seguenti il macigno continuò la sua crescita impedendo al bestiame di restare in quel recinto. Il fazendeiro, di fronte a tutto ciò, preparò altrove un’altra recinzione per il bestiame e trasferì anche la sua abitazione, lasciando che la pietra continuasse tranquillamente nella sua crescita.

Oggi questa “pietra” è conosciuta con il nome di Yana Urcu.

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Montagne vive e “prolifiche”

Arrivando a Quito non si può far meno di notare il vulcano che sovrasta la città: il Pichincha. Vulcano che ha due vette: il Rucu Pichincha (il vecchio Pichincha) e il Guagua Pichincha (il giovane o il piccolo Pichincha). In realtà il Guagua Pichincha è più alto (4.784 metri rispetto ai 4.698 del Rucu Pichincha) ma essendo quest’ultimo più vicino alla città e l’atro essendo parzialmente nascosto dal primo, per effetto ottico pare più alto. Potremmo tradurre il quechua “Guagua” con Junior: infatti una delle cose che ti dicono subito è che il Guagua Pichincha è considerato nella tradizione locale figlio del Rucu. L’eruzione vulcanica del 1999 che ha ricoperto di parecchi centrimetri di ceneri la città fuorisciva dal cratere del Guagua.

Il vulcano Pichincha da Quito

Il vulcano Pichincha da Quito

Ora siccome l’animismo considera in genere animato, vivente, tutto ciò che si muove, ho pensato che la particolarità dei miti quechua di considerare animati e pertanto di personificare non solo gli animali, i fiumi, il vento e le nuvole, ma anche le montagne, fosse legato al fatto che tutte le principali vette del paese siano vulcaniche.

 

Rileggendo i miti sopra tradotti mi è venuta in mente anche un’altra possibile spiegazione. Si parla di montagne che si muovono, che si vanno a far visita l’un l’altra, ma sempre restando “nel circondario”. Ebbene l’effetto visivo di chi si nuove in zone adiacenti a catene montuose – quali le due cordigliere andine che sovrastano la Sierra ad occidente e ad oriente – è quello che le vette lentamente si muovono e che cime tra loro distanti talvolta si avvicinano. Ora per le popolazioni della sierra andina, nella loro visione della natura come un tutto animato, le imponenti cime che costantemente accompagnano i loro movimenti diventano dei personaggi noti, maschili e femminili, anziani e giovani, di cui si conoscono carattere, vicende e parentele. Alcune viste e venerate con rispetto sacrale, altre trattate con più familiarità. Alcune, come quelle del primo mito, più indolenti, altre più attive. Tutte caratteristiche che spiegano le peculiarità delle singole regioni (alcune ad esempio ricche di acque, altre prive), peculiarità che si ripercuotono sugli abitanti di quelle terre.

 

 

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[1] Fausto Jara Y Ruth Loya, Taruca / La venada [La cerbiatta]. Literatura oral quichua del Ecuador, Cedime / Abya – Yala, Quito 1987

La grande bellezza versus la brutta invidia

di Nives Cerutti

 

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Lapparato umano e la grande bellezza

Per tutti coloro che si sono gustati il film, è sorta immediata e automatica la domanda: “Ma qual è la grande bellezza?” e, ovviamente, si è scatenato il gioco collettivo del “Per me, è…”, nella speranza o presunzione che la ricerca possa portare a un insight, di ciò che è la vera grande bellezza.

Ogni risposta, che è sempre quella vera, ha la consistenza dei riverberi e delle risonanze interiori personali. A tutti capita di rintracciare qualche elemento simbolico, magico e denso di emozione, che lega propri contenuti intimi ai personaggi del film, fino al sorgere di un senso di reciproca appartenenza.

L’apparato psichico, molto umano, di Jep Gambardella si muove ed emerge, attraverso il susseguirsi di esperienze oniriche, ricche delle rappresentazioni dei profondi contenuti interiori di un uomo.

Jep si muove come un funambolo che, di tanto in tanto, precipita in realtà altre e raggiunge luoghi abitati da diverse tipologie umane. Le esperienze si snodano, emergono personaggi precisamente caratterizzati, a lui simmetrici e di lui rappresentativi.

La grande bellezza” è un film che prova a maneggiare un dolore dell’anima, nel quale sempre più frequentemente ci s’imbatte oggi. Cerca un modo per una sua elaborazione e per avviare un catartico possibile cambiamento. Tutto attraverso immagini e un racconto onirico, di una bellezza che toglie il fiato.

Quante rappresentazioni umane contiene!

Quanti affetti e quante emozioni, ricchi di sfumature, trovano voce e colore.

La densità dei corpi, delle mani e delle movenze sfrenate nelle feste, rende l’idea del tentativo di dar voce alle tante tonalità dello spirito.

Fra la moltitudine umana che compare nel film, i più interessanti sono i personaggi che descrivono aspetti psicologici, quasi archetipi, del nostro oggi.

 

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Jep

La grande bellezza. Sospeso tra l’innocenza e la depravazione, la superficialità e la profondità. Contraddittorio, seduttivo e bello fino in fondo.

La fidanzata di Romano

La brutta invidia. Astenica cocainomane. Distrugge ogni speranza in Romano seguendo la regola del “Non io, ma neanche tu”.

 

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Romano

L’alter ego di Jep. Ha la consistenza ingenua dell’artista, pieno di speranze, che raggiunge la grande città alla ricerca della possibilità di socializzare la sua arte, ma anche un po’ sedotto dall’idea della notorietà. Smarrito e deluso trova, come unico riparo alla sofferenza, il ritorno alle sue origini anonime.

 Dadina e la colf

Sdoppiata rappresentazione della figura materna, che accoglie sfoghi, ciba e cura l’anima. Forma di “maternage” che si spera continui, che sa prendersi cura dell’eterno bambino dentro di noi e che meno male che c’è perché sostiene una formazione di base interiore claudicante.

Gli amici

Figure sempre presenti, propongono sfaccettate parti della dissoluzione e dello sperpero adolescenziale del talento.

Bambini e monache

Intercalare onirico. Sfondo ricorrente con la consistenza dell’aura. Evocazione dell’innocenza perduta.

Bambina body-pittrice

La guasta infanzia moderna. Il contrabbando della pura creatività innocente monetizzata. Riporta inevitabilmente a pensare agli attuali criteri di protezione e stimolo, nell’accompagnare i nuovi figli nella loro esperienza di crescita.

Performer che vive di vibrazioni

La voce dei soprusi. Figura immonda che porta con sé la tragicità di traumi veri o presunti, che nessuno vuole più ascoltare, ma che inevitabilmente erodono la serenità.

Andrea e Ramona

Due anime delicate. Figure tra le più importanti nel film, rappresentano quegli aspetti più profondamente celati, perché avvertiti a rischio di frantumazione. Incarnano le fantasie della fragilità in bilico perenne tra l’esistere e la dissoluzione senza ritorno.

Paolo Sorrentino ha dato loro voce, evidenziando, senza illusione, la loro precarietà di sopravvivenza, legata al loro destino, quello di avere quasi la certezza, a priori, di soccombere, spesso incompresi.

Piccole persone, come potrebbero essere i bambini, gli adolescenti o quanti abbiano uno spirito tenue. Esistenze costrette a subire eventi traumatici, senza essere amorevolmente protette e rassegnate ad avere legami affettivi distorti da cui non potersi sganciare, per non perdere proprio tutto.

Andrea e Ramona rappresentano le parti più nascoste di Jep. Personificano le sempre più ricorrenti fantasie mortifere che accompagnano le paure di oggi. Richiamano immagini collegate all’idea di follia che alberga in noi, ruminata, nascosta e che potrebbe esplodere improvvisamente. Evocano ipocondriaci e spaventosi pensieri d’inesorabili e stroncanti malattie, che lasciano la vita svolta a metà, senza possibilità di replica.

Troppo spesso riconosciamo in noi un male di vivere che somiglia ai due personaggi. La sua provenienza deriva da un tempo antico senza immagini, di difficile elaborazione, fatto di sensazioni e smarrimenti. Là dove la vitalitàè già sottile, l’esito è un inesorabile collasso.

Il padre di Ramona

L’eterno adolescente, così emotivamente piccolo e incapace di prendersi cura della progenie, sopraffatto da impulsi, mai addomesticati, e incapace di affrancarsi dalle sue eterne dipendenze. Così disadattato che muove nei figli non già l’ovvio odio, ma dolore, e una rassegnata e calma pena.

La madre di Andrea

Gran dama elegante e conoscitrice del galateo. Ha l’emotività di una bambina, l’ingenuità affettiva e qualche perversione polimorfa infantile. Totalmente incapace di sviluppare l’attaccamento materno. Alla ricerca perenne di conferme, non è in grado di mettersi in contatto col proprio frutto.

Stefania lamica intellettuale di sinistra

Schiava femminista moderna. Cliché dell’emancipata che racconta a sé e agli altri delle fatiche quotidiane che le servono per reggere tutti i ruoli rivestiti: donna, moglie, madre e scrittrice. Fa cadere nell’oblio le manovre necessarie a raggiungere gli elevati ideali, e occulta la propria dipendenza, passività e senso d’inferiorità. Messa a nudo è il vuoto.

Il chirurgo plastico

Il burattinaio. Venditore dell’illusione, è il reificatore dell’età. Banditore tipico dei nostri tempi.

Stefano il custode delle chiavi

Uomo difettato, miope e zoppo ma affidabile. Possiede le chiavi dei luoghi della bellezza assoluta, ben custodita e nascosta.

Il funerale

Psicodramma, che ha la funzione di dare il via all’elaborazione dell’idea del limite umano insormontabile, dello sparire senza ritorno.

La giraffa

Sparizione con l’illusione del ritorno, a sostegno della speranza.

Il cardinale

L’abito non fa il monaco. Incarna la comune e finta elevazione intellettuale, ci consegna l’idea delle tentazioni umane. Uomo sfuggente e attaccato alle cose materiali, dovrebbe accogliere le riflessioni profonde e le domande ontologiche, invece ciò che meglio conosce sono le ricette per nutrire il suo corpo.

Giulio Moneta latitante mafioso ed enigmatico vicino di casa di Jep

Ingannevole icona, frequente realtà italiana. Meschinità e violenza travestite con splendidi e costosi abiti firmati.

La santa

Personifica l’unico modo, estatico, per riemergere dal dolore, dalla consapevolezza d’essere soli al mondo e sopravvissuti alle burrasche affettive. Il suo motto è: “Io mangio solo radici, perché le radici sono importanti”.

Così in Jep, abbandonato al pianto, si fa strada, dalla voce di una vecchia donna misericordiosa, la domanda: “E ora? Chi si prenderà cura di te?”.

Sopravvissuto alle perdite, non gli resta che il recupero delle sue radici, per iniziare il miglioramento interiore e raggiungere la facoltà del soffio che fa volare i fenicotteri.

Elisa

L’amore ideale. Il prototipo. Fatto delle prime percezioni senza parole, delle sensazioni senza immagini della vita che ci accoglie. Solo alla fine Jep si concede di ripercorrere i primi atti del desiderio e il suo primo incontro amoroso con Elisa.

All’evocazione della sua memoria si affiancano le azioni di risalita delle scale. La santa striscia per raggiungere l’estasi spirituale con estremo dolore e fatica; la scalata di Jep è piena di desiderio acerbo, la salita dalla spiaggia alla grotta per gustare il primo contatto amoroso. La rinascita.

La ragazza è anche l’estasi e la bellezza perduta per sempre.

Roma

Utero della nostra umanità. Madre universale. Meravigliosa, sublime e imbarazzante.

Comparse

Figure simboliche esasperate e ridondanti che conosciamo molto bene, perché partecipano spesso alle nostre narrazioni oniriche.

Personaggio principale trasversale

L’inconscio che emerge a tratti più chiaro e a tratti sfuggente. Denso di simboli e di rappresentazioni, che segue leggi non logiche, della giustapposizione, del ribaltamento, dell’esagerazione, del non detto, del camuffamento, della contrazione temporale, della realizzazione dell’impossibile, dell’oggi identico a tanto tempo fa, del déjà-vu, del si può tutto e anche il suo contrario.

L’inconscio è capace di tutto, tranne che beffarsi della morte.

La morte

L’estrema impotenza che mette un punto definitivo.

Regole della messa in scena

Gli episodi raccontati sembrano messe in scena di una quotidianità conosciuta. Invece lo svolgimento dei fatti spesso si allontana dalle regole logiche, fino a evolvere in azioni che in sé sarebbero contraddittorie.

Le scene galleggiano tra inconscio, come nei sogni, e preconscio, come nelle fantasie che accompagnano l’addormentamento e il risveglio, che mantengono un debole legame con la realtà, ma che già sono in bilico sull’abisso dell’orgia onirica.

 

Perché proprio Sorrentino

 

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Paolo Sorrentino è stato premiato perché ha trasformato il suo danno in un’arma. Il suo danno fondamentale ha un nome: “La grande mancanza”. Lui, come ogni vero grande artista, è riuscito a utilizzare la sua più grande sventura, è stato bravo a coniugare il suo smarrimento esistenziale in una perfetta assonanza, con la grande sofferenza collettiva moderna.

Sorrentino ha accordato la sua sensibilità profonda e il suo strumento ha suonato un brano che ha trovato la giusta cassa di risonanza, nelle miserie e nelle meraviglie della nostra epoca. La creatura generata, come prodotto sublimato, ha il potere di far vibrare gli inconsci personali e collettivi, animando molte e variegate emozioni dormienti.

Paolo Sorrentino ha subito dichiarato, attraverso i ringraziamenti a Fellini, Scorsese, Talking Heads e Maradona di utilizzare delle icone, delle immagini mitiche, per dare una definizione di sé e delle proprie forme intime più complicate e più difficili da raccontare. Sembrerebbe un’operazione banale ma, invece, racchiude l’essenza della tensione psicoanalitica: trovare immagini e suggestioni capaci di rappresentare contenuti inconsci, offrire loro un mezzo per una nuova riedizione emotiva e poter rompere il destino del loro congelamento nelle profondità della mente. Solo raramente sono offerti, ai potenti contenuti che albergano negli abissi dell’anima, agganci espressivi e creativi. Più spesso si osservano, a rappresentare i temi dell’inconscio, sintomi e agiti dannosi, sfoghi incompresi e, per questo, reiterati senza possibilità di un’elaborazione evolutiva.

Gli artisti come Paolo Sorrentino sono meravigliosi e competenti visionari, capaci, con la loro creatività, di precorrere i tempi. Sono i più abili psicologi, sono in grado di anticipare e di tratteggiare, con estrema precisione e in modo artistico, l’animo umano e di anticipare le tendenze sociali, dando loro una forma sublime. Questo processo comprensivo, rappresentativo, e nello stesso tempo trasformativo, è sviluppato dagli artisti molto prima di quando i tecnici incominciano a percepire la portata dei fenomeni riguardanti le espressività emotive umane.

 

Lo smarrimento dellessere umano

 

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“La grande bellezza” è un film pieno di significati.  Si è spesso detto tratteggi il cinismo moderno.

Io ho riconosciuto il racconto del grande dolore che ritrovo nell’oggi. Passa dal racconto grottesco e onirico a visioni più realistiche dell’umana condizione. È capace di rappresentare il dolore interiore intollerabile. Raggiunge il punto attraverso l’azione sdrammatizzante dell’ironia, del sarcasmo e della finta spensieratezza colorata, fin dove possibile. E poi inizia la crudele poesia, senza veli, e non resta che commuoversi.

La critica più grande è legata all’idea che bene e male si confondono, gli opposti sono uguali che il film sia pregno di cinismo senza riflessione, che non lasci più speranza di cambiare. Trovo, invece, sia una poderosa opera capace d’illustrare il funzionamento dell’apparato umano, che sveli quanto ci sia dentro tutti noi, che mostri quanta fatica ci occorre, nei dí delle nostre vite, per essere umani e sociali. Quale sforzo e che coraggio servono ad ammettere l’ambivalenza dei sentimenti. Quanto sia più facile intraprendere la strada del sospingere fuori da noi, addossando agli altri, le nostre sgradevoli deformazioni.

È un film che mette in scena l’inconscio, con le sue leggi, attraverso il sogno, prodotto che lascia scorgere quanta vitalità alberga in noi. Ogni volta che lo riguardo, nel tentativo di cogliere nuovi elementi, mi sembra la sintesi di una riuscita terapia psicoanalitica: l’inconscio trova, attraverso le immagini e le storie narrate, la possibilità di rappresentarsi.

 

Paolo Sorrentino ce lha fatta. Lunga vita a Paolo

 

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Come persona appartenente alla categoria di “Italiano”, come fosse mio fratello, io gioisco per il suo risultato. Così come per la conquista di una medaglia d’oro alle Olimpiadi da parte di un atleta, per la coppa del mondo nei campionati di calcio, o per il “Nobel” su qualsiasi argomento.

Senza esitazioni.

Mi sono commossa e ho percepito l’emozione di Paolo Sorrentino, quasi fossi io, nell’istante in cui ha ricevuto il meritato riconoscimento. Ho sentito la sua illusione, come fosse la mia, di aver trovato finalmente la pace e richiuso per sempre i fantasmi e la lacera e tremenda ferita.

Poi ho percepito e compreso l’inesorabile ritorno alla fame e la perdita dell’incanto, che spinge a una nuova sfida per raggiungere l’assoluta pace.

Questo è il destino, è il motore che fa inseguire l’illusione di raggiungere la ricostituzione del tempo sereno e perduto, credere di essere sulla giusta via, sperare che l’obiettivo sia quello che ripagherà del danno subito e, col sopraggiungere della perdita dell’incanto, trovare la forza di rialzare lo sguardo verso una nuova meta.

Il film sembra dire che Paolo abbia ben presente che cosa significhi per lui il dolore di questa ferita, inferta dai fatti legati al terribile destino della sua famiglia. Come in una perfetta catarsi, sembra ci sia stata, in Paolo, un’elaborazione evolutiva, che abbia portato alla possibilità di raccontare e trovare la sua pace.

Qui risiede il motivo dell’attacco violento e distruttivo verso coloro che, come Paolo, tenendo conto dei propri limiti e delle proprie potenzialità, ci provano non per il livido e arido desiderio di sopraffazione, ma per la possibilità di esprimersi e rappresentarsi con creatività e poesia.

La visione del film ha suscitato molta invidia, quel sentimento che sempre più spesso s’intravede nell’italiano medio. Siccome io non sono arrivato, chi è come me, chi mi è fratello e ce l’ha fatta, è da distruggere. La regola dell’invidia è implacabile: “Se io non raggiungo ciò che desidero, neanche tu dovrai averlo”.

 

Il male oggi

 

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Il conflitto, la contrapposizione tra due forze opposte, è il motore delle vicende umane, soggettive e oggettive. Nelle storie che riguardano gli affetti, la dicotomia classica conosciuta è tra l’Amore e l’Odio. Tutti abbiamo ben presente che cosa significano affettivamente questi conflitti amorosi, di provenienza edipica, che si animano, che accompagnano, nella vita, le relazioni amorose e che ci spingono a cambiare.

La nostra è un’epoca che sentiamo sfuggire, densa di grandi e rapidi cambiamenti, così, anche affettivamente, la dicotomia dei sentimenti è cambiata e l’Amore si contrappone sempre più spesso al Dolore, secondo molte declinazioni.

Questa nuova contrapposizione emotiva ha avviato radicali modificazioni relazionali interpersonali con influenze nelle dinamiche dei gruppi sociali.

“La grande bellezza” tratta del pervasivo dolore interiore che ha la consistenza del vuoto, perché non è fatto di passione, ma di paura della sofferenza e di arresto. Racconta della mediocrità degli ideali, del vuoto, dell’indolenza e dell’invidia, ma anche del dolore che consente il ripensamento, con il recupero delle origini, della semplicità per tornare a sentire il gusto del vivere.

A tratti è denso di una sensazione di mancanza assoluta paralizzante, un’afflizione moderna che cerca di essere esorcizzata con le contro fobiche feste.

Non è un caso che la scalata del film ai riconoscimenti abbia scatenato tanti giudizi e, come spesso accade nei delitti più efferati e strani, si siano formati gruppi di sostenitori e di detrattori, spesso nelle situazioni conviviali tra amici.

Ancor più interessante, per sancire una critica stroncante al film, gli si contrappone qualche altra opera ritenuta più meritevole perché carica di buoni sentimenti e di sani principi.

Il film non parla della perdita dell’ideale d’amor cortese, più evoluto, edipico, dove l’Io esistente e non amato odia l’altro che ha usurpato il posto nel cuore dell’amore. Queste dinamiche amorose sviluppano processi tesi a un’attenta osservazione dell’avversario, nel tentativo di carpirne i segreti del successo, imitarli, fortificarsi e rendersi concorrenziale.

La vita, al tempo dell’amore a tre, è sicuramente più ricca, colorata e portatrice di cambiamenti e miglioramenti. La gelosia è l’affetto dominante, propulsivo e finalizzato al competitivo miglioramento. La regola è: “Ti temo e ti odio perché possiedi qualità che io non ho, ma se ti osservo, carpisco i tuoi segreti, m’impegno, miglioro, ti supero e vinco”.

Quanta passione!

L’amore, di cui si ha percezione nel film, perso e ricercato, è più antico, e la sua perdita fa sorgere il desiderio del ricongiungimento totale con l’altro. Non possederlo, non porta la tristezza, porta l’angoscia. La dimensione relazionale è duale, la triangolazione non è ancora raggiunta. Si avverte l’ombra di un avversario usurpatore, che non è altro che il nostro odio, così forte e intollerabile da essere proiettato e che procura un dolore tragico, la cui densità non è assimilabile all’odio della gelosia, ma si avvicina più a un desiderio di annientamento di chiunque si frapponga tra sé e il bene amato.

L’invidia distruttiva invade e stabilisce un ordine di pensieri e azioni tesi alla denigrazione, la regola è: “Se io non posso avere, neppure tu meriti e devi sparire perché tu non vali niente”.

Il film è forte e spacca, come una lama affilata che taglia di netto una mela. Divide e rende evidente ciò che c’è dentro il nostro oggi.

Alla fine, qual è il male che affligge la nostra società? Qual è quel male che sempre più spesso trova il modo di rappresentarsi, evidenziandosi in svariate distorsioni relazionali? Quali sono le espressioni che lasciano trasparire questo male trasversale che sembra sempre più incombere e avere il sopravvento?

Credo si possa dire trattarsi di una piaga narcisistica che non trova alcuna possibilità di cicatrizzarsi e mantiene una costante purulenza, che si manifesta in atti umani quotidiani, sempre più diffusi, caratterizzati dai diversi gradi dell’espressività distruttiva dell’invidia.

Questa ferita muove la smania di raggiungere un obiettivo ritenuto salvifico e pacificatore, il presunto medicamento definitivo, che porta con sé l’idealizzato benessere. Raggiunto però, dopo un breve stordimento maniacale, lascia il posto ad un crescente e sordo dolore di vuoto e perdita.

Per sopravvivere alla terribile angoscia che dilaga nell’animo, non resta che ergere una difesa, proiettiva, che consiste nell’odiare e desiderare di annientare il fratello, che sembra possedere tutto ciò che ci sentiamo in diritto di possedere, la cui mancanza è la causa dei mali e che viviamo come ci fosse stato ingiustamente estorto.

Si tratta della manifestazione di un’implacabile invidia primitiva, carica di distruttività, odio proiettato verso qualcuno o qualcosa a noi esterno, nel tentativo di liberarci dal muto e vuoto male che corrode e annienta.

Paolo Sorrentino sembra aver fatto la pace con i suoi demoni ed è riuscito attraverso la poetica del suo film a mostrare il processo attraverso il quale si è liberato.

Una metamorfosi interiore che muove il violento rancore e i meschini tentativi invidiosi denigratori.

La bellezza per fortuna sta fuori da questi giochi e somiglia a Jep, sembra sorridere con il suo modo elegante e beffardo, e a noi non resta che adorarlo e bramarlo, come nel passaggio tra le mani carezzanti e imploranti, per credere di amarci un po’.

 

Per me la grande bellezza è

 

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Il film intero.

La coniugazione tra realtà intima del regista, scelta della rappresentazione e capacità di legarsi all’inconscio collettivo storico contemporaneo.

La poesia del racconto, che tiene giunti l’osceno e il sublime delle umane faccende.

L’ideale dell’amore che nella mente è sempre così puro.

L’incanto di tanta bellezza di cui è stato capace l’uomo.

La disperazione, per le miserie, che non cambia nel tempo.

L’umana possibilità di contenere tutti gli aspetti, anche contraddittori, nello stesso tempo e nella stessa persona.

L’adolescenza che dovrebbe avere una fine.

La tristezza della misera dilatazione dei desideri adolescenziali, simulacro della vitalità che non c’è più.

Ogni singolo particolare che compare nel film, capace di ammiccare alle realtà emotive dello spettatore e di farlo fremere di piacere e di sofferenza.

Il culmine estatico della santa, che è andata oltre, onnisciente e trascendente.

Lo sguardo puro dei giovani innamorati.

Il canto, la musica e le voci.

Jep Gambardella, eroe seducente e tragico.

Paolo Sorrentino, straordinario visionario.

 

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Agenda Verbania 20 20: presentazione pubblica

Tutto è iniziato all’incirca un anno fa con una serie di “libere conversazioni”, tra cui una iniziale (era una domenica di aprile) con Walter Passerini, sui temi del declino demografico ed economico del nostro territorio e su quali iniziative si potessero mettere in campo per cercare di invertire le negative tendenze in atto.

Dopo un periodo di “incubazione” si è iniziato a dar vita all’idea di fondo: un organismo, un gruppo di persone [1] che, sgombrando il campo da lamentele, risentimenti e pessimismi vari, fosse in grado di mettere a fuoco gli aspetti positivi, “vitali” della nostra zona, individuare soggetti attivi e delineare possibili idee progettuali orientate a favorire nuove forme di occupazione in particolare per le giovani generazioni.

È nata così Agenda Verbania 20 20 nell’ottica di ragionare sul medio periodo (il 2020), al di là delle immediate scadenze politiche ed istituzionali, dentro l’orizzonte della innovazione e della sostenibilità (il 20 20 20 degli obiettivi europei post protocollo di Kyoto).

Nell’attività, che da giugno si è svolta con regolarità, si sono individuati alcuni settori (agende) da indagare e, con il supporto di giovani ricercatori, si è avviata, tramite interviste, una ricognizione (una indagine qualitativa) su questi settori: Welfare; Sport e Turismo; Cultura e Paesaggio.

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 La sera di Venerdì 4 aprile, presso la Sala biblioteca di Villa Olimpia, si terrà la presentazione pubblica della attività di ricerca effettuata e delle proposte progettuali sin qui delineate.

L’uscita pubblica non vuol chiudere una fase, ma aprirne una nuova volta ad aggregare nuovi soggetti e a sviluppare in chiave operativa le proposte.

In particolare è già previsto un successivo appuntamento per sabato 3 maggio: un seminario sui temi del lavoro, anche in questa occasione con la presenza di Walter Passerini che lungo tutto il nostro percorso ci ha dato indicazioni e suggerimenti preziosi.

Di seguito la locandina con il programma dettagliato della serata del 4 aprile e il comunicato stampa distribuito lunedì 31 marzo alla stampa locale.

01_02 locandina corretta

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[1] All’inizio, in modo autoironico, ci eravamo chiamati “Circolo Pickwick”.

Franco Bozzuto e la Casa della Resistenza

 

Ciao franco

L’editoriale di Nuova Resistenza Unita, in uscita in questi giorni, è dedicato al ricordo di Franco Bozzuto e allo stretto rapporto, intessuto in particolare in questi ultimi anni, con la Casa della Resistenza.

 

Intestazione dell'Auditorium del Cobianchi a Lubatti e Velati. 6 giugno 2003

Intestazione dell’Auditorium del Cobianchi a Lubatti e Velati.
6 giugno 2003

 

Ciao Franco

Lunedì 3 marzo, di prima mattina è arrivata la triste notizia. Franco non è più con noi. Il giorno stesso sul web e sui giornali dal giorno successivo innumeri i ricordi di questa grande figura di Preside, di Amministratore, di persona colta, paziente e determinata, dotata di grande umanità e di una sottile vena di ironia, che ha segnato con la sua intelligenza e il suo impegno la comunità del Verbano.

Di famiglia socialista il suo legame con la Resistenza era naturale e nel suo ruolo di Preside (preferiva si dicesse di educatore) ha sempre fatto in modo che la trasmissione di valori fra la Generazione della Resistenza e le sempre nuove generazioni di studenti si rinnovasse di continuo. Nel “suo” Cobianchi con la sua attenta presenza sono più volte intervenuti con contributi di testimonianza ed approfondimento sia partigiani locali (fra tutti Nino Chiovini e Gino Vermicelli) che personalità significative sui temi quali Costituzione, Pace, Memoria (da Oscar Luigi Scalfaro a Becky Behar). E più volte ha sottolineato come quella generazione testimone degli orrori della guerra fosse in grado di trascendere da quegli orrori e farsi portatrice di “valori che sono universali: il rispetto della vita, soprattutto, e quindi della libertà, della giustizia, della convivenza, al di sopra delle possibili differenze di convinzioni politiche e religiose” [1].

Analogamente determinato a che la ricostruzione della storia ultracentenaria del “suo” Istituto non fosse solo una storia scolastica ma che si intrecciasse con la storia dell’intera comunità. Primi fra tutti gli ex allievi che furono parte attiva della Resistenza ed in particolare i due martiri di Trarego, Lubatti e Velati, a cui volle fosse dedicato l’auditorium. Di lì l’incarico a due classi di Scienze Umane di ricostruirne le vicende da cui sortirono una ricerca, un libro, un documentario e la convenzione fra l’Istituto Cobianchi, la Casa della Resistenza e il Comune di Trarego per la memoria dell’eccidio di Promé.

Firma della Convenzione per la memoria dell'eccidio di Promè. 21 febbraio 2004

Firma della Convenzione per la memoria dell’eccidio di Promè.
21 febbraio 2004

Arrivata la pensione fu pertanto del tutto naturale per Franco portare il suo contributo e la sua esperienza all’interno della Casa della Resistenza divenendo parte attiva del Consiglio di amministrazione e, dal 2011, responsabile economico della Casa. Compito che, proprio nel periodo di maggior crisi economica degli enti pubblici – i principali finanziatori della attività della Casa – assunse con determinazione, pazienza e rigore, senza lesinare i suoi sforzi e il suo tempo (telefonate, incontri con gli enti pubblici, verifiche) per rendere trasparenti e sostenibili i conti di una attività in continua trasformazione ed innovazione come quella della nostra Casa.

Con tutta la nostra gratitudine e il nostro affetto ci stringiamo nel ricordo alla moglie Carla e ai figli Anna e Paolo.

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[1] Intervista a Franco Bozzuto, Dirigente Scolastico dell’Istituto Cobianchi, in Memoria di Trarego, ed. Tararà, Verbania 2007 (2^ ed.), pp. 144-148.

El brujo y el diablo – Leyenda Otavaleña

Dal mio lontano viaggio in Ecuador (1987) ho riportato una serie di testi sui miti delle popolazioni locali. Altri mi son stati spediti negli anni successivi. Li ho ripresi in mano di recente mettendo in ordine la libreria.

Un po’ per ripassare lo spagnolo, un po’ per gustarli meglio, ho iniziato a tradurne qualcuno.

Ecco il primo.

Lo stregone e il diavolo – Leggenda Otavaleña *

Nella comunità di Llumán (nord Ecuador) abbondano gli stregoni. Alcuni dedicano la loro arte a favore dei poveri, alleviando i loro guai e le loro malattie; sono gli stregoni perbene. Però ve ne sono anche di malvagi: con i loro poteri rendono più ricchi i ricchi o arricchiscono gli ambiziosi. Questi stregoni sono responsabili del fatto che alcune persone sfruttano il loro prossimo.

 1 lluman y el brujo

Molti anni fa viveva a Llumán uno stregone molto stimato e rispettato da tutti. Era caritatevole e non richiedeva compensi per le sue cure, o per aver riportato la pace in un matrimonio mal assortito, o fatto abbandonare la passione per l’alcol ad un compaesano. Nei suoi rituali magici utilizzava galline e topolini neri. Conosceva molte formule e preghiere per invocare Papà Imbabura (il vulcano sacro Imbabura), il Nostro Signor Gesucristo e la sua Santa Madre. E malgrado la potenza dei suoi esorcismi, questo stregone era povero. Sapeva dove si nascondevano i tesori degli Incas, però non se ne approfittò mai perché avrebbe dovuto allearsi con el Supay (il demone sotterraneo dell’oltretomba) altrimenti detto Diablo (Diavolo), guardiano delle ricchezze sotterranee.

2 siccità

 Arrivarono però anni di siccità. Tutti i giorni il sole sfolgorava, dalle sei di mattina alle sei di sera, e mai compariva una nuvola a nasconderlo anche per un momento o a dissolversi in pioggia. Siccome niente poteva rinfrescare la terra, questa si corrugò come il viso di una vecchia. Le piante ingiallirono e si fecero in polvere; gli animali si accasciarono per morire con le lingue penzolanti dal grugno, secche, annerite e raggrinzite. Il buon stregone non riusciva trovare una soluzione per aiutare la sua gente.  Tutte le sue conoscenze magiche, di punto in bianco, diventarono inutili.

 3 preghiera

Papà Imbabura si era tappato le orecchie. Lo stesso il Nostro Signor Gesucristo; e si dice che la Vergine Maria se ne stesse a lavare i panni in un rio di un paese remoto abitato solo da bianchi. Nessuno ascoltava il povero indio. Disperato, lo stregone decise di appellarsi al Supay.

In una caverna del torrente Huaico (Cotopaxi) era nascosto un tesoro. Lì invocò il Diablo per tre giorni e tre notti. E nell’ultima mezzanotte apparve un uomo nero, alto, tutto vestito di nero, acconciato con un sombrero anch’esso nero con larghe falde che gli nascondevano quasi tutta la faccia; calzava stivali con gli speroni e impugnava una lunga frusta con la mano sinistra. Era il Supay.

4 el Supay 

Lo stregone spiegò che aveva bisogno di denaro per andare a comprare alimenti da portare nei territori non più coltivati per la siccità, per poterli immediatamente distribuire a quella comunità perché la popolazione degli Llumán non muoia.

 Il diavolo sorrise. E nel sorridere brillò fra le sue labbra un dente d’oro. Rispose che avrebbe permesso di estrarre il tesoro a condizione che entro tre anni gli avrebbe consegnato sua moglie e che mai più avrebbe invocato Papà Imbabura, il Signor Gesucristo o la Vergine. Lo stregone accettò ed estrasse l’oro e l’argento lì sotterrati. Arricchitosi in questo modo, diede da mangiare a tutta la comunità.

Tempo dopo arrivarono le piogge. Di nuovo nei campi coltivati crebbero  il mais, la quinoa e le fave. Tutto Llumán rifiorì. Le popolazioni tutte si rallegrarono, meno il buon stregone.

5 la mujer muriò

È che presto sarebbe scaduto il termine pattuito e avrebbe perso sua moglie. Infatti, allo scadere dei tre anni, ella morì. Si distese come addormentata vicino al focolare.

Dopo il funerale e il seppellimento il vecchio, pentito, si mise a piangere. E invocò a squarciagola Papà Imbabura, il Nostro Signor Gesucristo e la Vergine Madre con i quali non si era più inteso, nemmeno una volta, dopo il patto con il Diavolo. Le acque piovane avevano riaperto le orecchie allo spirito del monte Imbabura e al Signor Gesucristo . E la Vergine Madre era appena ritornata dai paesi stranieri. Per questo ascoltarono i lamenti del povero stregone e lo compatirono. Si accordarono tutti e tre e, riconoscenti per tutti i servigi che quegli in altri tempi aveva loro fornito, decisero di permettere la sua discesa nel mondo dei defunti per far uscire da lì la propria moglie.

 6 el viento Guaira

Costoro inviarono il vento Guaira. Questo soffiò nella valle per alcuni giorni e arrivando alla casa dello stregone si trasformò in alcune parole: tramite queste egli venne a sapere il nome del luogo da dove si può entrare nel paese dei morti.

Lo stregone serrò la sua casa. Dopo molte fatiche trovò questa entrata all’altro mondo, si inoltrò e, cammina e cammina, arrivò in una fiorente regione suddivisa in appezzamenti tutti uguali e fertili. Chiese di sua moglie e subito la trovò.

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Per riprendersi dalle fatiche del viaggio riposò alcuni giorni e dopo ritornarono a Llumán. Dall’altro mondo portarono solo poche monete legate in un angolo del fazzoletto. E vissero molti anni ancora e furono felici. E il denaro che si portarono non si esaurì mai: lo spendevano, ma le monete ritornavano ogni volta al loro posto e il gruzzolo non diminuiva.

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Raccontano che ancor oggi uno dei suoi discendenti custodisce questo fazzoletto che rimane appeso ad un travetto del tetto, di sopra, nella soffitta, dove conserva le dorate pannocchie di mais.

Nota editoriale

 9 Lluman Ecuador

Nella provincia di Imbabura risiedono diversi gruppo di indigeni chiamati in modo generico “Otavaleños”; li si chiama, in modo più preciso,  anche con i nomi dei loro paesi come Llumán, Peguche, Natubuela, ecc. Si distinguono per i loro caratteristici costumi e la loro gran laboriosità in agricoltura, artigianato tessile e commercio, molto noti a livello internazionale. Conservano la lingua quechua e molto delle loro usanze e feste tradizionali come quella del Yamor (prime due settimane di settembre, principale festa di Otavalo, dedicata al sole e al grano da cui si trae la sacra bevanda alcolica Yamor). Sono discendenti dei difensori del Regno di Quito contro gli invasori Incas; nelle loro terre si effettuò la battaglia di Yahuaracocha – Lago del Sangue – la più importante di questa accanita lotta di difesa. In Ibarra si tramanda esser nato l’ultimo Inca Atahualpa.

 

Il taxista di Cuenca

Al primo impatto ciò che colpisce è la serenità del racconto: una  discesa agli inferi (una catabasi) del tutto felice, un paesaggio d’oltretomba che riflette gli squadrati appezzamenti di terreno che a perdita d’occhio si distendono sulle fertili colline dell’altipiano andino. Un luogo dove ci si può riposare per qualche giorno. Un ritorno del nostro buen brujo – a differenza del più noto Orfeo e di gran parte di tutte le sue varianti mitiche e letterarie – che si conclude felicemente con la consorte e con il souvenir delle monete magiche.

  altipiano andino

terreni coltivati

Ma l’aspetto che più mi colpisce in questo come in altri miti ecuadoriani è l’appaiamento senza alcun problema della tradizione animistica, profondamente radicata in quelle terre, con la sopraggiunta tradizione cristiana. Appaiamento direi, non sincretismo, dove il culto delle montagne (perlopiù vulcani), dei fiumi e degli animali sacri, dei venti, del Sole e della Luna ecc., convive felicemente con la devozione cattolica.

Quando, insegnando filosofia, dovevo spiegare il concetto di “animismo” spesso ricorrevo al taxista di Cuenca.

Eravamo appunto nell’agosto 1987 e per alcuni giorni abbiamo visitato Cuenca e dintorni; l’agenzia ci aveva affidato ad un taxista molto loquace. Cattolico fervente ricordava il giorno preciso in cui il Papa Giovanni Paolo II era stato in visita a Cuenca (tra la fine di gennaio e i  primi giorni di febbraio del 1985). Saputoci italiani ci chiese se abitavamo vicino al Papa ….

Io sedevo di solito al suo fianco e facevo da interprete per il resto della famiglia. Ogni volta che passavamo di lato o attraversavamo uno dei quattro “rios” di Cuenca me ne ripeteva il nome e le caratteristiche. Ed ogni volta che risalivamo in auto verificava con insistenza se li ricordavo; cosa che per la mia poca memoria e per le denominazioni di derivazione quechua (Machangara, Tomebamba, Tarqui e Yanuncay) non mi riusciva quasi mai, non dando comunque troppo peso a questo suo “pallino”.

Il terzo giorno ci ha portato in un punto panoramico da cui si vedeva l’intera città e sotto cui scorreva uno dei quattro fiumi di Cuenca (francamente non ricordo quale). Poco più avanti c’era un ponticello.

Cuenca

In nostro taxista si mise allora, molto seriamente, ad elogiare la bontà di quel “rio”, a differenza di quello che scorre dall’altra parte della città dal carattere decisamente più aggressivo. Un po’ di anni prima, nell’epoca delle piogge, il fiume si era enormemente ingrossato e stava per travolgere il ponte che potevamo scorgere sotto di noi. Proprio in quel momento una vecchia con due nipoti aveva iniziato ad attraversare il ponticello; il fiume immediatamente interruppe la sua corsa per permettere alla anziana e ai bambini di attraversare e solo quando questi furono al sicuro riprese slancio travolgendo il ponticello.

Al sottoscritto, ad un racconto “tanto ingenuo”, scappò quasi da ridere e, per paura di non riuscire a trattenermi, ai miei figli che mi chiedevano di tradurre, dissi che glielo avrei raccontato più tardi, in albergo.

La sera, ripensandoci, ho capito e un po’ mi vergognai. Il taxista con insistenza mi aveva presentato e fatto conoscere le quattro “persone” (e forse anche qualcosa di più di “persone”) più importanti di Cuenca (che in esteso si chiama, come di continuo ci ricordava: Santa Ana de los quatros Ríos de Cuenca). Ed io, da gran maleducato, continuavo e dimenticarne il nome.

In sostanza cattolicesimo ed animismo, orgoglioso ricordo della visita del Pontefice e rispettosa venerazione delle quattro personalità fluviali che danno nome e lustro alla sua città, nel nostro taxista, cittadino di origini indie, ma da più generazioni inurbato, convivevano del tutto spontaneamente.

Ed io ho avuto modo di apprendere quanto sia facile per un turista, anche animato dalle più buone intenzioni, mancare di rispetto ad usi costumi, tradizioni e credenze locali.

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* Ediciones del Sol , Quito – Ecuador 1985. Testo in quechua e spagnolo; illustrazioni di Gilberto Almeida E.

Giovani e lavoro nel VCO: aspettative, desideri e tendenze

In un mio precedente post ho già parlato della indagine effettuata sui giovani del VCO a cura del Laboratorio di Economia Locale dell’Università Cattolica di Piacenza, all’interno del progetto Paesaggio a colori, e della intenzione di riprenderla su alcuni aspetti allora non presi in considerazione. Ricordo come l’indagine sia stata condotta nel maggio-giugno 2012 su 1550 studenti delle scuole superiori.

Il quadro che emerge sui giovani locali non differisce da quello nazionale e, in particolare, da zone consimili. Se si analizzano le attività durante il tempo libero emerge lo spaccato di una gioventù dinamica, con interessi distribuiti ad ampio raggio, dal divertimento in senso lato, alle relazioni amicali, all’uso frequente di dispositivi mediali, alle attività sportive e con un interesse forte, superiore a contesti analoghi, per le attività più propriamente culturali. Per esempio oltre la metà (50,4%) dedica parte del proprio tempo a leggere almeno una volta a settimana, percentuale superiore ad es. ai giovani di Cremona (43,5%). Fra gli interessi prevale su tutti quello musicale (Ascoltare musica: 93,9%).

Tabella attività giovani

 Il lavoro atteso

 Questi giovani che tipo di lavoro si prospettano per il loro futuro?

I settori privilegiati sono essenzialmente due: Sanità – Servizi socio assistenziali (16,5%) e Turismo (16,2%). Circa un terzo dei giovani intervistati è orientato verso questi ambiti, con una significativa differenza fra i due sessi: decisamente più orientate (41,4%) verso questi due ambiti le ragazze (Sanità e socio assistenziale 23%; Turismo 18,4%), mentre i maschi pur privilegiando anch’essi questi due settori (nel complesso 23,7%: Turismo 14%; Sanità e socio assistenziale 9,7%) si distribuiscono maggiormente verso una pluralità di altre scelte tra cui emerge il settore Informatica e telecomunicazioni (9,5%). Tra le ragazze la terza scelta si orienta a Moda e design (9,5%).

Tab lavoro futuro x sesso

Differenziazione di scelte decisamente alta anche tenendo conto che la voce “altro”, che raccoglie il 10,5% (M 12,8%; F 8,2%), è a sua volta l’accorpamento di una molteplicità di opzioni minori. Il rapporto a questo riguardo precisa:

È significativo segnalare che nella voce “Altro”, che si posiziona al terzo posto, è spesso stata indicata la musica come il settore in cui si auspica lavorare. La musica non è considerata come una delle attività preferite per il tempo libero o come occasione di aggregazione, e quindi come forma di svago, ma viene reputata proprio come opzione lavorativa sulla quale puntare per il futuro professionale.

In sostanza emerge anche da questi dati quanto avevano riscontrato nelle video-interviste sul lavoro giovanile Tra precarietà e innovazionei percorsi di vita dei giovani intervistati spesso erano molto simili (…): comune a tutti era la ricerca di un lavoro significativo in relazione alle aspirazioni e agli interessi personali.

Due le domande che sorgono spontaneamente dagli esisti di queste interviste.

La prima: questi giovani pensano che la provincia in cui vivono possa rispondere alle loro aspirazioni, che vivere nel VCO costituisca una opportunità?

Per la maggioranza (54,3%, con dati del tutto simili fra maschi e femmine) non lo è, e i motivi principali indicati nell’ordine sono: l’assenza di opportunità professionali, la chiusura verso l’esterno sia per lo studio che per il lavoro, la carenza di occasioni anche di svago, una realtà priva di novità, di opportunità formative e di stimoli culturali.

Per i restanti giovani (45,7%) che invece ritengono che vivere nel VCO costituisca un’opportunità i motivi principali stanno nell’ambiente e nel paesaggio, nella qualità della vita, in un ambiente salubre; solo per l’11,6% di costoro  (e pertanto il 5,3% del totale) l’opportunità è costituita dalle possibilità lavorative.

Tab VCO opportunità x sesso 

La seconda domanda è: quanto i desideri lavorativi dei giovani si allineano con la realtà occupazionale del VCO?

Certamente non molto se si fa riferimento alla realtà attuale [1] laddove emergono grandi discordanze se si raffrontano la percentuale effettiva degli addetti con la distribuzione delle aspirazioni dei giovani.

Se si tiene conto che gli addetti totali registrati nelle imprese del VCO al giugno 2013 sono 42.301, i settori decisamente sottostimati dai giovani sono quelli dell’Industria (addetti 23,4%; attese 4,9 %), del Commercio (addetti 20,5%; attese 5,1%) e delle Costruzioni (addetti 12,3%; attese 5,5%). Decisamente più allineati alla realtà attuale l’orientamento al lavoro per il Turismo (addetti 16,1%; attese 16,1) e in parte per l’Agricoltura (addetti 2,4%; attese 3,1%). Sembrerebbero invece significativamente privilegiati (e sovrastimati) dai giovani sia il settore Socio Sanitario e Formativo (addetti 4,2%; attese 21,4%) [2] che quelli delle Attività ricreative, artistiche e culturali (addetti 3,9%; attese 9 %) e dell’Informatica e telecomunicazioni (addetti 1,5%; attese 5,2%).

Ma per capire le possibilità di occupazione e di adeguamento fra aspirazioni lavorative dei giovani e realtà futura è senz’altro meglio superare una visuale statica e volgere lo sguardo alle dinamiche e alle tendenze della nostra economia locale.

 Tendenze e prospettive

 Il quadro del lavoro, e in particolare del lavoro per i giovani, non è certo rassicurante e sembra giustificare in pieno la loro valutazione negativa rispetto alle opportunità lavorative offerte dal VCO. Dal 2008 al 2013, in cinque anni, l’occupazione nelle imprese del VCO è passata da 43.943 addetti a 42.301 con un saldo negativo di 1.642 (- 3,74%). Non ci vuol molto ad essere pessimisti e se vogliamo render ancor più fosco il quadro possiamo sottolineare come l’occupazione dei giovani  sia proprio quella che cala maggiormente, con un trend decisamente preoccupante.

I dati SMAIL elaborati dal gruppo CLAS ci danno il seguente spaccato:

Giovani imorenditori 09 13

Tenendo presente che vengono definiti imprenditori tutti gli addetti che non svolgono lavoro dipendente e che si considerano giovani gli occupati con meno di 35 anni, se si raffrontano il 2009 con il 2012, anni in cui i livelli occupazionali erano molto simili (43.616 e 43.529 con solo 87 addetti in meno nel 2012: – 0,2%), nello stesso periodo di tre anni si passa da 12.244 giovani addetti a 10.660 con  un calo di 1.584  (-12,9%).

Età dipendenti 09 12

Un calo che per i giovani imprenditori è di 517 unità (- 23,2%) e per i dipendenti di 1067 unità (- 10,7%).

Una tendenza purtroppo in linea con i dati demografici del nostro territorio che vedono sempre meno presente la fascia giovanile, costretta a trovar lavoro e spesso residenza fuori provincia, con un forte invecchiamento della popolazione.

Non ci sono dunque prospettive di occupazione per i giovani e dobbiamo rassegnarci ad un territorio sempre più marginale dal punto di vista economico e invecchiato demograficamente?.

Io penso proprio di no.

Certo, non sarà facile invertire la tendenza ma penso che sia questo il compito più importante che tutte le realtà attive del VCO hanno davanti: soggetti economici, politici, amministrativi, formativi, culturali ed associativi.

La prima condizione è che tutti capiscano che questo è il compito comune.

La seconda è che si studino con attenzione quelle che sono le dinamiche in corso  (da noi come altrove) per capire verso quali direzioni sia possibile invertire la dinamica occupazionale.

Sempre sulla base dei materiali precedenti (Paesaggio a colori; dati SMAIL; elaborazione Gruppo CLAS) provo a indicare in modo sintetico e preliminare alcune osservazioni e indicazioni. In modo certo non completo e per punti, ognuno dei quali merita di ulteriore specifico approfondimento.

  •  Gli intraprendenti. Nel 2013 il rapporto fra lavoratori dipendenti e imprenditori è del 65,5% rispetto al 34,5% (poco meno di due lavoratori dipendenti per un imprenditore) e se il calo degli addetti fra il 2008 e il 2013 è del -3,7%, quello dei dipendenti è del -6,3%. In sostanza il futuro è sempre più costituito da imprese di piccole dimensioni e da lavoro indipendente (il “lavoro intraprendente” nella definizione di Walter Passerini).
  •  Le donne. Nel quadro negativo il peso percentuale del lavoro femminile tende invece ad aumentare: le lavoratrici dipendenti dal 2009 al 2012 sono passate dal 41% al 43% e le nuove imprenditrici sono arrivate ad un terzo del totale di nuovi imprenditori (1.045 nel 2012). È un progresso lento che può e deve esser rinforzato tenendo anche conto che ogni nuovo posto di lavoro femminile è un volano per l’occupazione tendendo a produrre impieghi ulteriori nei settori dei servizi.
  • Turismo, turismo, turismo? È un po’ un mantra ripetuto da molti con l’effetto illusorio di far credere che questa potrà essere la nuova “monocultura” del Verbano o addirittura dell’intero VCO. Certo il turismo può e deve ulteriormente svilupparsi ma teniamo presente che il settore turistico attualmente (2013) rappresenta il 16,1% dell’occupazione provinciale (12,5% nel 2007). Tenendo anche conto che le rilevazioni sono del mese giugno e che il dato scende significativamente nel periodo invernale. Un buon obiettivo per i prossimi anni può essere quello di arrivare al 20% e soprattutto di allungare i periodi di maggior attività ed individuare nuovi target rispetto a quelli tradizionali. I settori che maggiormente oggi tendono a crescere sono soprattutto quelli che  offrono servizi anche ai residenti (ristoranti, bar, trasporto, attività di divertimento e benessere).
  • Con la cultura “si mangia”, eccome! Con buona pace di Tremonti e dei suoi consimili questo è un settore importante dell’economia che caratterizza il nostro paese e che, tra l’altro, per il suo naturale legame al territorio non corre rischi di delocalizzazione. Grazie al citato progetto Paesaggio a colori è possibile quantificarne il peso economico ed occupazionale nella nostra provincia. Nonostante il ricco patrimonio culturale e paesaggistico, censito con cura da quel progetto, il VCO per valore aggiunto (% sul totale dell’economia) si colloca nella parte medio bassa della graduatoria nazionale con un 3,7% che è inferiore sia al dato nazionale che a quello piemontese (entrambi al 4,8%) e terzultima tra le province piemontesi, ben lontana non solo dal dato di Torino (5,2%) ma anche da quello di Cuneo (4,8%) e di Novara (4,7%). Se poi guardiamo il dato occupazionale nel VCO  siamo al 4% sul totale, la percentuale più bassa tra tutte le province piemontesi (Italia 5,6%; Piemonte 5,8%). Insomma è questo un settore dove ancor più che in altri è mancata regia e coordinamento e dove le possibilità di sviluppo sono decisamente ampie. [4]
  • Settore agricolo. L’agricoltura copre il 2,4% dell’occupazione provinciale con un dato abbastanza costante dal 2008 (un migliaio di occupati), anche se dopo alcuni anni di lieve crescita si è registrato un calo nell’ultimo anno. I possibili sviluppi, cosa nota ma non ancor sufficientemente praticata, sono tutti nella innovazione sui versanti della qualità e della tipicizzazione e superando frammentazione e isolamento.
  • Industria e costruzioni. Sono i settori dove la crisi si è fatta sentire maggiormente. Dal 2008 al 2013 il peso degli occupati nell’industria è sceso dal 28,2% al 23,4%, con una perdita secca di 2.517 addetti. Nello stesso periodo il settore costruzioni è sceso di un punto percentuale attestandosi al 12,3 % con una perdita di 636 unità. Nel complesso sono i settori più consistenti e tradizionali ad avere un calo maggiore (in particolare carta, metallurgia e prodotti in metallo) mentre vi sono segni di controtendenza in alcuni settori “minori” (alimentari, lavorazione minerali e quel mondo sparso che va sotto la voce “altre industrie” che comprende anche le attività estrattive). In sostanza, come avremo modo di ribadire, è nelle “nicchie” che si possono scorgere segni di ripresa e sviluppo, mentre segnali significativi di una green economy per ora non si intravedono.
  • Soprattutto servizi. Il dato macro è del tutto rilevante: sei occupati del VCO su dieci lo sono nel settore dei servizi; si tratta di 25.117 addetti (59,4%) con una crescita dal 2008 del 6,4% ed un incremento occupazionale di 1.511 unità (nonostante un calo dell’ultimo anno di 591 unità). Vale la pena osservare la seguente tabella (elaborazione Gruppo CLAS) che raffronta i dati occupazionali 2013 con quelli del 2012 e del 2007. L’aumento complessivo non è infatti omogeneo e riguarda soprattutto i tre settori Alloggio e ristorazione (+22,7%, con un rallentamento l’ultimo anno: – 4,1%), Pulizie, manutenzione verde, ecc (+ 12,6% in crescita anche dal 2012: + 4,3%) e, con percentuale ancora maggiore le Attività ricreative artistiche e culturali e altri servizi a persona  (+ 23,1% con lieve incremento anche l’ultimo anno: +0,3%).

 Imprese servizi

L’impressione è che il settore dei servizi stia attraversando una rapida trasformazione e differenziazione e che abbia grosse potenzialità di crescita ulteriore.

  • Public Utilities. Sotto questa voce SMAIL accorpa i servizi connessi alla fornitura di energia, gas, acqua e alla gestione dei rifiuti. È un settore in tendenziale crescita (+2,3% dal 2007) e che ha ulteriori potenzialità di sviluppo, in particolare nel settore rifiuti se ci si avvia, come si è discusso in un recente incontro pubblico, verso una differenziata più spinta e un riciclo e trattamento in zona, nell’orizzonte di “rifiuti zero”.

La coda del pavone

Un aspetto di particolare interesse, già emerso in modo implicito da quanto detto sopra, è che il calo occupazionale non solo non è tale in tutti i settori, ma anche che lo è soprattutto nelle aziende di maggior dimensioni.

Infatti se si disaggregano le imprese del VCO non per settori, ma per numero di addetti, scopriamo che il numero di quelle di piccole dimensioni (sino a nove addetti) sono aumentate dal 2007 di 338 unità (+2,9%) e che di conseguenza sono aumentati gli occupati in queste imprese minori dove si è passati da 22.469 a 23.287 con un incremento di 818 unità (+ 3,6%). Le aziende più piccole rappresentano oggi il 55% degli occupati del VCO mentre quelle superiori a dieci addetti solo il 45%.

Addetti x dimensione impresa

Ed è del tutto evidente che questa tendenza proseguirà nei prossimi anni. Differenziazione delle attività ed emergenza di nuove nicchie di produzione e di servizi che, spesso in modo innovativo, rispondono a nuovi bisogni.

È quel fenomeno che Chris Anderson, il noto direttore di Wired USA, ha definito come Coda lunga riprendendo un concetto statistico che descrive gli eventi economici o linguistici in cui i fattori (i prodotti, le parole ecc.) di minor ampiezza o frequenza, nel loro insieme, superano quelli di maggior frequenza od ampiezza. Laddove il mercato, ad esempio tramite la vendita on-line, permette di offrire una gamma molto vasta di prodotti, quelli più conosciuti verranno complessivamente superati da quelli meno conosciuti che soddisfano esigenze più differenziate. Anderson nel suo libro ha descritto questo fenomeno come il passaggio “da  un mercato di massa ad una massa di mercati” e che, girando sul versante produttivo, possiamo definire come il passaggio da una produzione di massa ad una massa di produzioni. Dove la qualità e la sostenibilità delle singole produzioni aumenta ed è in grado di soddisfare ai bisogni sempre più differenziati con una crescita economica e culturale complessiva.

coda-lunga-02

Ora la Coda lunga non è solo un concetto che ci può aiutare a capire la tendenza di quanto sta oggi avvenendo, tendenza che la crisi accelera e che nel nostro territorio è del tutto evidente; può soprattutto diventare una strategia economica in grado di valorizzare le nicchie produttive e di servizi mettendole in rete e rendendole accessibili a più fruitori. E quando parlo di rete non penso solo alla rete digitale, anche se questa è senz’altro uno strumento indispensabile.

Tutti parlano di innovazione ma spesso si pensa che l’innovazione sia solo nella tecnologia: l’innovazione a tutto campo investe le idee, le categorie del passato che devono essere superate, le strutture organizzative (sulla Pubblica amministrazione ci sarebbe tantissimo da dire), le modalità comunicative, le strutture formative, le scelte produttive e le modalità di interfacciare l’offerta con la domanda.

Pavone coda chiusa e aperta

Per ora il nostro sguardo si è soprattutto concentrato sulla testa del pavone, sulla crisi che investiva i grossi apparati produttivi. Lo sguardo al futuro deve girarsi soprattutto alla coda che per ora è chiusa ma che pian piano si allunga. E se sapremo alimentarla e stimolarla adeguatamente magari un giorno, anche nel nostro per ora desolato VCO, potremo veder dispiegarsi e risplendere la coda del pavone in tutta la sua bellezza.

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[1] Faccio riferimento ai dati raccolti da SMAIL – Sistema di Monitoraggio Annuale delle Imprese e del Lavoro per il VCO, con ultimo riferimento al giugno 12013, e alla loro presentazione a cura del Gruppo CLAS reperibile sul sito della Camera di Commercio del VCO  (scaricabile qui).

[2] I dati SMAIL, diversamente dal questionario LEL, accorpano Sanità, assistenza sociale e istruzione.

[3] Cfr. qui  pagg. 24 – 35.

[4] Se si tiene conto anche del Settore culturale “allargato” (produzioni tipiche enogastronomiche ed artigiane, edilizia di riqualificazione, beni ad attività culturali ..) la percentuale degli occupati del VCO in questi settori sale al 9,5% (ivi pagg. 34 – 35).

[5] Da questi servizi sono escluse le Public Utilities (energia, gas, acqua, rifiuti) calcolati a parte e di cui parlo subito dopo. Sono invece compresi i servizi turistici e culturali di cui abbiamo parlato precedentemente.

Trarego 25 febbraio 1945 *

Copertina opTrarego

qui il 25 febbraio ‘45, a due mesi dalla fine della guerra …

Promé. Una piccola conca dove confluiscono declivi scoscesi, qualche masso con incisioni rupestri, poco più sotto quattro baite che danno il nome alla frazione; tutt’intorno il bosco, da decenni non più tagliato, impedisce oggi la visuale del lago sottostante. Un recinto e delle croci contrassegnano il luogo.

Una scia di sangue. Il sentiero a gradoni di pietra che salendo per poco più di un chilometro conduce al paese di Trarego, per più di due anni è rimasto impregnato dal sangue delle nove vittime – sette partigiani e due civili traforati da centinaia di colpi d’arma da fuoco, sfigurati dai calci dei fucili e mutilati in più parti dalle armi da taglio – che i paesani hanno trasportato al cimitero con scale di legno.

Il funerale negato. I corpi vengono puliti e ricomposti dalle suore dell’asilo e l’intero paese affluisce al cimitero nonostante il divieto del maggiore della milizia confinaria Martinez di celebrare i funerali e di esprimere qualsiasi altra forma di cordoglio per le vittime, pena la messa a fuoco del paese.

Trarego con le due frazioni di Cheglio e Viggiona oggi conta 390 abitanti, circa la metà delle abitazioni censite. Posto a 700 metri, sulle alture della sponda piemontese del Lago Maggiore, ai tempi della guerra, nelle case in affitto o negli alberghi – quasi tutti oggi in stato di abbandono – ospitava oltre 3000 persone, metà delle quali sfollate da Milano o da altre città dell’alta Lombardia, per sfuggire ai bombardamenti alleati. La presenza fascista, a partire dall’ottobre del ’43 è massiccia e quotidiana: posti di blocco, controlli, requisizione forzata di prodotti alimentari. I reparti provenivano abitualmente da Cannero – sottostante paese sulle rive del lago – dove stazionava la legione “Ravenna”, da Cannobio e talvolta dalla Val Vigezzo, località dove erano schierate le milizie della Confinaria.

Partigiani: la loro presenza è comunque significativa; gli abitanti del paese hanno con loro costanti rapporti, soprattutto quelli che utilizzano per il pascolo gli alpeggi sovrastanti il paese e a ridosso della Val Cannobina. E la sera, quando i maimorti, come venivano chiamati i fascisti (sembra, oltre che per i tetri richiami funerei, per le due m cucite sulla divisa), ritornavano nelle loro caserme, i partigiani frequentavano spesso il paese. Numerose le testimonianze sia di partigiani che di paesani, che ricordano l’aiuto dato dagli abitanti: allarmi, nascondigli, trasporto di armi e di persone lungo gli itinerari che conducono oltre il confine con la Svizzera, condivisione dei prodotti dell’economia di montagna (burro, frutta ecc.).

L’inverno 1944–45 da tutti è ricordato come un inverno freddissimo, in cui “erano gelate sin le castagne”, e con poca neve. Dopo i rastrellamenti seguiti alla sconfitta della “Repubblica” partigiana dell’Ossola, il grosso delle formazioni, dopo la metà di ottobre, si era rifugiato in Svizzera. Tra Verbania e il confine era presente soprattutto la formazione della Cesare Battisti guidata dal sottotenente Armando Calzavara “Arca” mentre sulle alture verso l’Ossola erano presenti i garibaldini della “Valgrande Martire”. Oltre alle azioni continue sui presidi fascisti le formazioni mantengono, talora in collaborazione con i contrabbandieri locali, i collegamenti con la Svizzera per il transito di profughi, armi ed informazioni. In territorio svizzero, sopra Ascona, in una villa (posto 24) vi è un punto di appoggio per quelli che hanno sconfinato o, viceversa, decidono di rientrare. Al di qua del confine, nell’alta Val Cannobina, viene installata una ulteriore postazione (posto 24 bis) di appoggio e controllo dei transiti oltre confine.

La volante Cucciolo, comandata da Peppo Chiovini, costituiva una squadra allenata e veloce di partigiani “esperti”, in grado di effettuare spostamenti quotidiani anche di 20 chilometri. A notizie confuse di un attacco al posto 24 bis Arca invia la volante, per l’occasione composta da nove uomini, da sopra Verbania (Scareno, sede del comando), alle Biuse di Olzeno, nell’alta Val Cannobina. Il 24 febbraio, la sera, dopo la prima giornata di cammino, il gruppo di partigiani fa sosta nell’alpeggio di Truno, qualche chilometro sopra Trarego. Tre di loro scendono in paese in corvée per procurarsi provviste presso i negozi di alimentari.

 Volante

Il rastrellamento. Probabilmente informati della loro presenza i comandi delle milizie di Cannobio (il famigerato capitano Mario Nisi) e della Val Vigezzo (Maggiore Martinez) fanno confluire, dall’alba della mattina seguente, tutte le forze disponibili. Accortasi subito di “essere in rastrellamento”, la volante riesce a defilarsi verso il basso e nascondersi, sino alle cinque di sera, in una conca. Il passaggio casuale di alcuni paesani attira l’attenzione dei fascisti che confluiscono sul luogo. L’ultimo tentativo di fuga riesce solo a due dei partigiani che, pur feriti, riescono a precipitarsi a valle e nascondersi. Due paesani, nascostisi in una grotta a valle, probabilmente presi per partigiani anche se disarmati, vengono anch’essi trucidati.

Il rituale della violenza. Non sono morti come si muore in guerra. Sono stati seviziati …e queste cose non passano più” racconta la sorella del più giovane dei partigiani, Gastone “Cesco” Lubatti. Suo padre, medico, ha constatato, nei nove cadaveri 348 ferite sia d’arma da fuoco che da corpi contundenti e da taglio.

Non solo si scaricano sui morti e sui feriti tutte le munizioni, ma si procede al loro annichilimento secondo una ben precisa logica simbolica. In primo luogo la sottrazione delle scarpe: di qui non vi muoverete più; poi il viso: nessuno vi deve più riconoscere; la bocca mutilata e riempita di ricci: non avrete più parola; il cuore, non c’è nessuna pietà; infine i genitali: non avrete eredi. Il seppellimento in una fossa comune avrebbe dovuto concludere la totale cancellazione.

E poi a festeggiare e a vantarsi a voce ben alta della prodezza nell’osteria del paese di Oggiogno, dall’altra parte della vallata.

Terrorizzare la popolazione. Ad un ragazzo di 16 anni delle baite di Promé vengono fatte togliere le scarpe ed avviata la procedura della fucilazione; solo l’intervento del padre riesce a fermare l’esecuzione. Sarà quest’ultimo che dovrà portare in paese l’ordine scritto di recuperare le salme col divieto di qualsiasi celebrazione funebre. Ripetute le minacce di incendiare il paese. Il giorno successivo il capitano Nisi irrompe nella casa di Aldo Brusa, uno dei due civili uccisi, minacciando moglie e giovani figli.

La decima vittima. Un paesano di 54 anni, Giuseppe Clair Gagliani,  in Clair Gagliani corrprecedenza unitosi ai partigiani, il 26 mattina in cimitero esprime sdegno e solidarietà alle vittime. Informati, i fascisti lo cercano e, non trovandolo, prendono in ostaggio, imprigionandola a Cannero, la figlia sedicenne.

Costretto così a consegnarsi, viene scortato sulla mulattiera per Cannero e lì, ad un tornante, assassinato, crivellato di colpi e pugnalate e il corpo abbandonato per strada.

Il rullino ritrovato. La maestra del paese, Anna Bedone Ferrari, donna energica e coraggiosa, che nel pomeriggio prestava servizio in Comune come aiuto-segretaria, dal dicembre del ’43 aveva nascosto e protetto, con il silenzio complice dell’intero paese, una famiglia di sette ebrei (Coen – Torre); il giorno successivo all’eccidio, in accordo col segretario comunale, fotografa i sette partigiani, che le suore avevano ripulito e ricomposto, in modo da poter successivamente esser riconosciuti dai famigliari. Il comando di Cannobio, venutone a conoscenza, sequestra il rullino.

Il 24 aprile, quando Cannobio venne liberata, Nisi riusciva a fuggire; nella sua giacca viene ritrovato il rullino della maestra: quelle foto ancora oggi, con la bambagia che riempie i fori di sevizie e mutilazioni, ci mostrano la violenza di quel giorno.

Il processo. La Corte di Assise straordinaria di Novara, dietro denuncia della madre di Lubatti, processa il maggiore Martinez e il capitano Nisi (quest’ultimo, fatte sparire per sempre le sue tracce, in contumacia ). Il processo si protrasse per oltre un anno e il 27 febbraio 1947 la corte emise la sentenza condannando i due, sulla base della legislazione vigente, alla pena capitale. Pena mai eseguita e ridotta a pochi anni per le successive revisioni ed amnistie.

La corte fra l’altro accertò che tutta l’operazione fu concertata fra i due ufficiali senza alcuna partecipazione (né ordini) da parte tedesca; che i partigiani feriti arresisi furono ugualmente passati per le armi e sottoposti a ulteriore infierire con moschetti e armi da taglio; i loro corpi furono depredati (scarponi, anelli ecc.); che il tutto aveva lo specifico scopo di terrorizzare la popolazione “non solo straziando i cadaveri, ma proibendo i funerali e minacciando incendi nel caso la popolazione desse prova di simpatia verso le vittime o le loro famiglie”.

Conferimento medaglia d’argento al merito civile

Il Presidente della Repubblica, in data 26.06.2008, ha conferito al Comune di Trarego Viggiona la medaglia d’argento al merito civile in memoria delle vittime dell’eccidio di Trarego del 25 febbraio 1945. La richiesta era stata inoltrata nei mesi precedenti dal sindaco Renato Agostinelli citando le pubblicazioni sull’eccidio e “il bellissimo cortometraggio che racconta i tragici fatti della Resistenza, veramente toccante e che ci viene ripetutamente richiesto”. Nella motivazione ufficiale si cita fra l’altro “la popolazione che offrì un ammirevole prova di generoso spirito di solidarietà, prodigandosi nell’accogliere nelle proprie abitazioni partigiani e quanti avevano bisogno di aiuto.

Schede

I caduti. Ivo Borella, 25 anni; Luigi Velati, 21 anni; Corrado Ferrari, 24 anni; Ermanno Giardini, 20 anni; Gastone Lubatti, 19 anni; Luigi Leshiera 22 anni; Pierino Agrati, 25 anni: partigiani della volante; Aldo Brusa e Primo Carmine, paesani; Giuseppe Clair Gagliani, 54 anni.

Caduti

Peimo Carmine e la sorella Giselda

Primo Carmine e la sorella Giselda

Sull’eccidio di Trarego. La vita del paese durante la guerra è narrata in un romanzo (La colpa di essere nati, Gastaldi, Milano 1954), scritto da Marta Minerbi Ottolenghi, una delle ebree rifugiate in paese. Il testo ora ripubblicato (Devanzis, Treviso 2012) riporta fedelmente i fatti così come l’autrice li ha vissuti, modificando però i nomi sia delle persone (la maestra Balducci) che del luogo (Valfiore). L’eccidio nelle pubblicazioni di rievocazione storica fu lasciato a lungo in sordina probabilmente perché più comodo ricordare gli orrori compiuti dai “tedeschi”. Nel 2003 venne alla luce per due ricerche pubblicate casualmente negli stessi mesi: una dello studioso romeno Michael Jakob (docente alle università di Grenoble e Ginevra) che, soggiornando in ferie nel paese lacustre sottostante di Cannero, si appassionò della vicenda (La strage di Trarego, Tararà, Verbania 2003 ); la seconda dell’Istituto Cobianchi di Verbania che aveva due ex allievi fra i caduti di Trarego. Quest’ultima ricerca (Memoria di Trarego) vinse nel 2004 la prima edizione del premio dell’ANCI sulla storia locale e viene ripubblicata nel 2007 in edizione ampliata dall’editore Tararà. Partendo da quest’ultimo testo, il regista Lorenzo Camocardi ha realizzato, con una classe di studenti dello stesso Istituto, il film Trarego memoria ritrovata, prodotto dalla Casa della Resistenza, proiettato in prima visione domenica 4 marzo 2007 nel salone multiuso di Trarego. Il filmato, che contiene interviste a testimoni ed esperti e ricostruzioni fiction interpretate dagli studenti, ha avuto ampia diffusione sia in DVD, in televisioni locali e regionali e in circuiti non commerciali (Comunità locali, circoli ed associazioni culturali, scuole ecc.). Ha inoltre ottenuto la Menzione della giuria al Concorso nazionale Filmare la storia, edizione 2007, indetto dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza nella sezione Premio speciale “25 aprile” ed è stato proiettato nella rassegna Piemonte movie 2009. Nel 2012 viene diffusa una seconda edizione in DVD.

Sul set di "Trarego memoria ritrovata"

Sul set di “Trarego memoria ritrovata”

Nino Chiovini. Comandante della Volante, sopravvissuto miracolosamente all’eccidio, ha dato poi vita alla nuova volante “Martiri di Trarego” che ha

Nino Chiovini - marzo 1945

Nino Chiovini – marzo 1945

partecipato attivamente alla liberazione, il 24 aprile ‘45, di Verbania, Cannero e Cannobio. Ci ha lasciato, volutamente postumo, il racconto La volpe sul suo peregrinare e sulle sue emozioni di quel tragico giorno di febbraio.

Divenne poi uno degli scrittori più amati del Verbano: storico attento e critico della Resistenza (I giorni della semina; Val Grande partigiana e dintorni; Classe IIIaB) e della vita delle genti delle montagne tra il Verbano e la Svizzera (Cronache di terra lepontina; A piedi nudi; Mal di Valgrande; Le ceneri della fatica). Recentemente è stato pubblicato il suo diario partigiano insieme ad altri scritti sulla Resistenza (Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà Verbania 2012). Sull’eccidio ha scritto nel 1982 un opuscolo titolato A Trarego per la libertà, ripubblicato oggi all’interno del citato testo di Michael Jakob.

Il Coro: “Volante Cucciolo” è un gruppo corale strumentale, costituito nell’ottobre 2011 dalla sez. Augusta Pavesi ANPI Verbania, volto all’esecuzione di canti della Resistenza parte in versione originale e parte riarrangiati in chiave moderna. In ogni canto partigiano ci sono le storie e i valori di persone che si giocarono affetti, lavoro, futuro e spesso la vita per difendere la propria dignità di uomini liberi. Riproporli aiuta a ripercorrere il loro cammino, oggi troppo spesso dimenticato o messo in discussione, e a rivivere e difendere la Resistenza e la Costituzione repubblicana che da questa nacque. Cantare insieme ricrea la gioia e il senso di amicizia e di solidarietà umana e politica che furono il collante umano della Resistenza.

Informazioni

Comune di Trarego Viggiona: Via Passo della Piazza 1, 28826 Trarego Viggiona (VB). Tel: 0323/797886

Comunità Montana del Verbano: Sede di Ghiffa, C.so Risorgimento 22, 28823 Fraz. Susello di Ghiffa. Tel: 0323/401177

Proloco Trarego Cheglio Viggiona: Via Passo Piazza 2, Trarego Viggiona, 28826 (VB); Email: info@prolocotraregoviggiona.it; Tel: 0323 797965

Istituto Lorenzo Cobianchi: P.zza Martiri di Trarego 8, 28921 Verbania Intra. Tel: 0323/401563

ANPI Sezione “Augusta Pavesi” di Verbania, C.so Cairoli 39, 28921 Verbania Intra; Email: anpi.verbania@gmail.com

Coro “Volante Cucciolo”: Info e adesioni c/o Flavio Maglio – Email: maglio@alice.it, Tel: 336/699716

Biblioteca Aldo Aniasi: Via Turati 9, 28924 Verbania Fondotoce. Tel: 0323/586802 Email: biblioteca@casadellaresistenza.it

Casa della Resistenza: Via Turati 9, 28924 Verbania Fondotoce. Tel: 0323/586802. Email: info@casadellaresistenza.it

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* Pubblicato nell’Aprile 2012 come inserto della riedizione del docufilm di Lorenzo Camocardi “Trarego memoria ritrovata”, a cura della Casa della Resistenza. Il testo è rimasto identico. Ho solo aggiornato le schede e aggiunto una fotografia.

Il DVD del ducumentario “Trarego memoria ritrovata” è reperibile presso la Casa della Resistenza di Fondotoce e nelle principali librerie del VCO.