Giorni fa, mentre stavo preparando una sintesi sulla “Repubblica” dell’Ossola, mi sono imbattuto in questo passo (1) relativo alla situazione militare nazifascista nell’agosto del ’44.
È da segnalare anche il carattere composito e raccogliticcio delle truppe fasciste e tedesche presenti in Ossola: molti dei presidi erano formati da georgiani e cecoslovacchi inquadrati nella Wehrmacht. Tali soldati non erano certo animati da grande volontà collaborazionistica, ed appena si presentò l’occasione parecchi di loro – particolarmente i georgiani – passarono nelle fine partigiane.
«A fine agosto, mentre si aspettavano i rinforzi, arrivò a Domodossola un contingente composto di georgiani e di polizia tedesca. Detto contingente operò una puntata in valle Formazza dove si erano già verificati casi di diserzione nei presidi esistenti. .. .Durante tale operazione fuggirono oltre settanta georgiani che andavano a ingrossare le file dei ribelli seco trasportando armi compresi una mitragliatrice pesante ed un mortaio» (2)
Mi è subito venuta in mente una delle più belle sequenze del romanzo partigiano di Gino Vermicelli, Viva Babeuf !, dove questo passaggio massiccio dei georgiani fra le file partigiane viene rappresentato attraverso la figura del Capitano Cotny.
Di Gino “Edoardo” Vermicelli ne avevamo parlato, sempre pochi giorni fa, mentre stavamo organizzando una serata sulla Repubblica partigiana ossolana a Cannobio; “si ricordano tanti personaggi, civili e militari, politici e partigiani di quel periodo, ma sembra che di Gino si sia persa un po’ la memoria – ci eravamo detti – … eppure per molti di noi è stato più che un partigiano esemplare, è stato un amico e un maestro”. E Viva Babeuf ! non solo è il più bel romanzo partigiano delle nostre terre, ma uno dei più belli di tutta la resistenza italiana.
Quando l’editore Tararà, nel 2008, decise di ripubblicare il romanzo di Vermicelli (3), mi chiese di scrivere una nota di presentazione editoriale alla nuova edizione. La ripropongo qui nella versione completa che allora preparai (quella edita fu leggermente tagliata per esigenze di impaginazione) e, di seguito, un articolo pubblicato su Nuova Resistenza Unita in cui ho tentato di esplicitare la sua concezione del “fare memoria” che sta alla base del suo romanzo e del suo personale modo di esser testimone di quegli anni.
In appendice alcune delle pagine di Viva Babeuf ! incentrate sul capitano georgiano Cotny: un incentivo a intraprenderne (o riprenderne) la lettura.
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Nota editoriale
Viva Babeuf! uscì a stampa per le nostre edizioni – in collaborazione con la Cooperativa “Manifesto anni ‘80” – nel 1984. Erano passati vent’anni da quando Italo Calvino, nella prefazione alla riedizione del suo primo romanzo (Il sentiero dei nidi di ragno), identificava la narrativa della resistenza con una specifica stagione letteraria, quella del neorealismo, o come lui stesso volle precisare, del “neo-espressionismo”.
Nei decenni successivi si è fatta sempre più strada la convinzione come sia del tutto improprio collocare questa narrativa (e più in generale la letteratura legata alla resistenza) all’interno di una categoria, un genere letterario, una cifra stilistica specifici.
Questo non ci impedisce, quando parliamo di “letteratura della resistenza” di introdurre un criterio distintivo ancor oggi pertinente: quello del riferimento, o meglio, della centrale e concreta presenza in queste opere della diretta esperienza dell’autore; la trasposizione letteraria può dar vita a personaggi, dialoghi, situazioni e vicende di invenzione ma tramite ed oltre questi c’è un vissuto in prima persona che ripropone in tutta forza la sua presenza.
Ed è proprio l’esperienza diretta di questi autori che rivive nella loro narrazione ad introdurre un primo elemento di specificità e differenziazione. Non c’è resistenza se non legata ad un preciso territorio; non solo città, pianura, laguna, collina o montagna, ma proprio quello specifico spazio geografico ed umano.
Come ricorda Rossanda nell’introduzione, la notorietà dell’esperienza partigiana ossolana era già alta durante la guerra e crescerà nei decenni successivi; ma sino all’84 questa esperienza non aveva trovato una sua trasposizione letteraria se non nel breve racconto memorialistico di Franco Fortini (Sere in Valdossola). Viva Babeuf! è allora in primo luogo il romanzo della resistenza ossolana o, volendo precisare, dei monti tra la Valstrona e il versante occidentale dell’Ossola. Questo il paesaggio, soprattutto umano – le donne e gli uomini di quei paesi e di quegli alpeggi con la loro saggezza antica ed il loro spirito comunitario –, che incornicia la narrazione.
Il secondo elemento distintivo richiama il quando (e “a chi”) della scrittura e pubblicazione dell’opera. Se negli anni quaranta e i primissimi anni ’50 prevale quella che Calvino individuava come collettiva e reciproca “smania di raccontare” fra chi aveva partecipato alla stagione della liberazione e nel contempo quale difesa della resistenza dai detrattori che ben presto imperversarono, nelle opere successive sembra prevalere una maggior attenzione e differenziazione letteraria, un maggior distanziamento che può assumere o il taglio epico di un Fenoglio o quello antiretorico, antieroico ed ironico di un Meneghello in implicita polemica con ufficialità ed agiografia di molte celebrazioni.
In Viva Babeuf!, che Vermicelli scrive esplicitamente per i giovani degli anni Ottanta (e non solo), la memoria partigiana rivive attraverso la sensibilità maturata nelle lotte dei due decenni precedenti: la dimensione personale e la differenziazione fra i generi, la sessualità, la rivitalizzazione dell’ideale antico di eguaglianza e, non ultimo, lo spirito libertario, antigerarchico ed antimilitarista. “Possono fare come vogliono, combattere o scappare. … Sono liberi di scegliere come non lo è mai stato nessun soldato” … Cotney si convinse che se la guerra era la cosa peggiore, farla come la facevano i partigiani era il modo migliore.
Vi è soprattutto la voglia di far emergere la vitalità, la gioia di vivere di chi ha vissuto quell’esperienza. Alla domanda (retorica) “Se ne è valsa la pena”, in un’opera collettiva sulla resistenza curata da Aldo Aniasi, Vermicelli risponderà: “Veramente la pena non ci fu, se per pena s’intende tormento dell’anima, sofferenza morale. … il tutto era vissuto in un’atmosfera di vivace allegrezza. Il fatto è che avevamo vent’anni ed eravamo convinti che stavamo cambiando il mondo”.
Sta forse qui la distanza maggiore di Viva Babeuf! con la più parte della letteratura partigiana: da quella che Giovanni Falaschi, in una antologia (La letteratura partigiana in Italia 1943 – 1945) uscita pochi mesi prima del romanzo di Vermicelli, chiamava “tragicità e cupezza” di quei testi. Tragicità che ritroviamo anche in molti scritti successivi, magari esplicitata, anche in autori che hanno scelto una scrittura lieve ed ironica, come irrisolto senso di colpa. “In fondo non è colpa nostra se siamo ancora vivi” dirà ad esempio, en passant, Meneghello ne “I piccoli maestri”.
Vermicelli vuole soprattutto narrare quella voglia di vivere e di cambiare; la tragicità della guerra certo c’era, la morte era nelle cose, era messa in conto, ma ce ne parla sempre in modo indiretto, con estremo pudore sia che si tratti della morte dei “loro” che di quella dei “nostri”. L’attenzione è altrove.
Narrare. Qui troviamo il terzo elemento distintivo, quello propriamente letterario: le scelte di scrittura e di strutturazione del testo. Proprio perché qui valgono in primo luogo gli orientamenti e i gusti dei singoli autori e, più in profondità la specifica formazione e le personali frequentazioni di lettura, ogni autore è tendenzialmente un caso a sé. Più difficile trovare, almeno nei più significativi, delle costanti. Forse un elemento ricorrente lo ritroviamo nella mescolanza di lingue e linguaggi, sia perché la guerra di resistenza mise fianco a fianco la popolazione civile con i suoi dialetti, con partigiani dalle più svariate provenienze regionali, sociali e culturali, non escluso un buon numero di militari stranieri; sia perché l’antifascismo più o meno consapevole si “abbeverava” spesso di autori stranieri. In alcuni casi questa mescolanza poteva diventare scelta stilistica o, come in Fenoglio, vera e propria sperimentazione letteraria.
Non è il caso di Vermicelli. Certo troviamo il dialetto delle valli e talora il francese, ma in funzione direttamente narrativa; quello che troviamo nello stile della sua opera è soprattutto il “piacere di raccontare”. Chi lo ha conosciuto direttamente sa che Gino era un grande narratore; piccoli episodi, talora poco più che aneddoti, che, qualunque fosse l’uditorio (amici, studenti, giovani o adulti, militanti politici …), erano grado di incantare gli astanti e di trasmettere il suo senso profondo della vita. Di questa oralità narrativa troviamo traccia in più di un episodio del romanzo, ma soprattutto vi ritroviamo una strutturazione narrativa “classica” che probabilmente trova radice nelle letture giovanili del giovane autodidatta emigrato in Francia: i grandi romanzi della letteratura Francese e Russa in particolare. L’intreccio non solo sovrappone attori e osservatori, partigiani e popolazione civile ma ci porta anche dal “nemico”, dall’antagonista tedesco facendoci conoscere il suo, se non realistico, almeno plausibile, punto di vista. Mille miglia dalla frequente estremizzazione negativa (letteraria e più spesso filmica) a cui siamo abituati; anzi quasi un’ironica e benevola commiserazione per chi, nonostante tutta la sua forza distruttiva e, magari, la sua intelligenza, è destinato alla sconfitta.
C’è una citazione dal romanzo che abbiamo voluto anteporre alla postuma autobiografia di Vermicelli (4) per la sua capacità di rappresentare il suo percorso di vita (citazione spesso ripresa anche in ambiti del tutto diversi dal contesto originario come può confermare una rapida ricerca su internet) e che ci sembra analogamente chiarire la cifra narrativa del romanzo:
“A volte può essere più bello camminare che arrivare… Arrivare non esiste, è solo un momento del cammino”.
Dall’ultima neve della fine di marzo alla prima neve del successivo ottobre, da una fuga (uno sganciamento) ad una ancor più drammatica fuga e sganciamento per ri-trovare rifugio idoneo al proprio insediamento. Il camminare e la sua circolarità strutturano il romanzo, la vita del partigiano e, ad un livello più alto, il percorso storico perché “Ovunque uno vada, se non è l’ultimo viaggio, dovrà sempre ripartire.” Circolarità perché ogni arrivo sarà una partenza e perché ogni viaggio è un riprendere ciò che, noi od altri prima di noi, si era cominciato; così come altri, dopo di noi, se vorranno, potranno riprendere.
Convinti della permanente attualità e vigore letterario del suo romanzo partigiano, ci è parso non inutile, a dieci anni dalla scomparsa di Vermicelli e a ventiquattro dalla prima edizione, proporlo oggi a nuovi lettori, non escludendo, per chi già ha usufruito della prima edizione, il piacere di una rilettura.
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“Edoardo” e la memoria della Resistenza
da Nuova Resistenza Unita n. 3, maggio-giugno 2008
Dieci anni fa, la mattina del 21 maggio 1998, Gino Vermicelli ci ha lasciato. Due giorni dopo le esequie alla Casa della Resistenza.
Il tratto comune di quanto in quei giorni è stato scritto e di quanto quel pomeriggio a Fondotoce à stato ricordato è il “suo stile”, il suo tratto antieroico ed antiretorico, la sua ironia quasi tesa ad alleggerire e schernire la consistenza di un impegno e d’una fedeltà ideale mai venuta meno. Non a caso solo alla fine del suo percorso di vita si è lasciato convincere a rilasciarne una testimonianza compiuta.1
Potremmo parlare del partigiano, del dirigente politico, del pacifista, dello scrittore o magari – lui l’apprezzerebbe molto – dell’apicoltore. Voglio qui solo sottolineare alcuni aspetti del suo modo di porsi nei confronti della memoria della Resistenza.
Fino al 1984, nonostante le sue numerose collaborazioni ed interventi (Vie Nuove, Il Siciliano Nuovo, La lotta, il manifesto, La classe operaia …) Gino non ha scritto molto sulla resistenza; campeggia la sua lucida cronaca della battaglia di Megolo, pubblicata in più occasioni. Per il resto prevale un certo riserbo.
In una lettera del 1975 così si esprime:
“Sulla resistenza si è scritto molto, qualche volta bene, ma volte malamente; io credo che non serva una immagine agiografica della resistenza. Se, leggendo la nostra storia, i giovani ne ricavassero la sensazione che allora esistevano degli uomini buoni, generosi, immacolati, in lotta contro il male, non ne ricaverebbero nessun insegnamento e nessuna speranza, giacché, guardandoci attorno, di uomini «generosi ed immacolati» ne vedono ben pochi. Così facendo la resistenza rimane una immagine fuori dalla realtà e dalla comprensione delle nuove generazioni.
Invece la storia non è stata quella. Il trasformare i residui dell’esercito italiano in una nuova forza armata è stato un travaglio complesso pieno di contraddizioni, con alti e bassi, sconfitte e vittorie. Noi quel travaglio lo abbiamo vissuto, e ne siamo usciti abbastanza bene. In tutta coscienza io penso che la nostra seconda divisione Redi sia stata una buona formazione, con un livello sufficiente di autodisciplina, con rapporti corretti con la popolazione, una capacità di combattimento sufficiente. Tutto ciò è stato costruito con fatica, superando ogni giorno una ‘grana’ o difficoltà, ma riuscendo a fare prevalere pian piano le tendenze migliori.
Se riusciremo a raccontare queste cose, potremo destare qualche interesse . …” 2
Troviamo qui, in nuce, il progetto di Viva Babeuf! 3
Raccontare (non solo ricordare o ricostruire) in quanto la narrazione, diversamente dal memoriale e dal saggio storico, permette al lettore di rivivere tridimensionalmente (vicende, emozioni e sentimenti, pensieri e riflessioni) e al narratore di condensare in un breve arco temporale e in specifici personaggi (insomma in una “storia”) la complessità degli eventi. “Questa è una storia da raccontare”4 diceva talvolta Gino e chi lo conosceva sapeva che di lì a poco, insieme ad un curioso episodio piacevolmente ed ironicamente narrato, sarebbe stato compartecipe di un grande insegnamento.
Raccontare ad esempio come il timido e timoroso Pippo si trasformi in un partigiano coraggioso e rispettato. Più in generale come persone eterogenee (il cattolico, il comunista, l’ebreo, l’impiegata, la contrabbandiera, la mondina, l’universitario, l’operaio, il montanaro, il nobile monarchico …) unitisi un po’ per scelta e più spesso per caso, si incontrino, talvolta scontrino e, all’interno della crudeltà bellica, si trasformino vicendevolmente ponendo le basi per una convivenza basata sul rispetto e la responsabilizzazione di ciascuno. Come un ideale di eguaglianza di origini antiche possa concretizzarsi nella vita quotidiana di una formazione laddove anche chi non porta le armi (il cuoco, la staffetta, l’addetto/addetta al servizio informazioni) abbia lo stesso peso e considerazione del partigiano armato.
Narrare ai giovani di oggi (del 1984 e non solo) il che comporta una riattualizzazione linguistica e soprattutto il saper filtrare gli eventi di allora attraverso le sensibilità delle generazioni degli anni settanta e ottanta (la dimensione personale, il rapporto e le diseguaglianze fra uomini e donne, la sessualità, la costruzione di un potere condiviso, non autoritario…) facendo rivivere, al di là della tragicità del contesto, come “il tutto era vissuto in un’atmosfera di vivace allegrezza. Il fatto è che avevamo vent’anni ed eravamo convinti che stavamo cambiando il mondo”5: il sentire collettivo di essere parte attiva del corso positivo della storia.
Questa capacità narrativa e pedagogica di riattualizzare la dimensione profonda (ideale ed emozionale) della resistenza trovava espressione, soprattutto dopo la pubblicazione del romanzo, nei numerosi incontri che Vermicelli ebbe con gli studenti sia di scuole elementari che medie, superiori ed universitarie. Il suo modo di porsi creava immediatamente un clima di attenzione e rispetto; a tutti rispondeva con chiarezza ricostruendo la dimensione quotidiana della lotta di liberazione attraverso piccoli episodi ricchi di implicazioni. È anche in uno di questi incontri che rende esplicito il meccanismo narrativo del romanzo:
“I personaggi del libro sono parzialmente veri e parzialmente inventati … e parzialmente messi insieme. Voglio dire … il Simon non sono io, il Simon sono io più un altro che si chiamava Andrea Cascella e che era il comandante militare; (…)Erano due persone diverse; io le ho fuse in un unico personaggio, in Simon; ne ho creato un carattere unico … I miracoli della scrittura!”6
Questa attenzione ad una attualizzazione della memoria della resistenza attraverso modalità comunicative al passo coi tempi e con un occhio di riguardo ai giovani lo ritroviamo nell’attenzione che Vermicelli diede al ruolo della Casa della Resistenza. Nel ‘91, in un articolo a sostegno della proposta di legge regionale per la “Casa della resistenza” di Fondotoce, presentata da Vittorio Beltrami, tra l’altro afferma:
“A Novara esiste l’Istituto Storico della Resistenza ‘Piero Fornara’ che continuerà ad essere, per scelta delle organizzazioni dei partigiani e degli Enti aderenti al Consorzio, l’unico Istituto Storico della guerra di liberazione per l’alto e il basso novarese. A Fondotoce, la ricca e preziosa documentazione accumulata a Novara in decenni di attività potrà, con l’uso delle tecnologie esistenti, essere comunicata a chi, soprattutto nelle giovani generazioni, vorrà conoscere e giudicare dai fatti la storia di quegli anni.” 7.
E quando, attraverso vicissitudini, stalli e passi avanti la “Casa” è finalmente costruita (ma non ancora collaudata ed arredata), la preoccupazione di Gino è volta al futuro. Per sua iniziativa ci trovammo nel settembre 1997, in una libreria di Verbania, con lui, Maierna, alcuni insegnanti e competenti di nuove tecnologie per ragionare su proposte idonee “alle nuove generazioni”. “Non deve diventare un museo di cimeli” ripeteva. Da quegli incontri nacque una bozza di Progetto di “Centro Multimediale della Casa della Resistenza” (novembre 1997) che costituì il primo abbozzo di quello che, negli anni successivi, sotto la guida di Mauro Begozzi e la progettazione dell’architetto Terranova, si strutturerà come Centro Storico multimediale e Galleria della Memoria.
Vermicelli espresse più volte un cruccio: “Perché da noi il 25 aprile non costituisce una gioiosa festa collettiva di tutto un popolo, come lo è per tutti i francesi il 14 luglio, a ricordo dell’inizio della Rivoluzione? Anche da loro c’erano i ‘vandeani’, eppure …”.
Fin quando non avremo un 25 aprile di festa e non solo di celebrazione, significherà che il lavoro di memoria della Resistenza non avrà ancora superato il crinale di una condivisione collettiva senza possibilità di ritorno.
“Ho anche sempre sostenuto che ogni resistenza, anche armata, non è militare, poiché nessuno può ordinarti di fare ciò che non vuoi e perché vi è ammesso anche chi decide di non portare armi. Ha saputo narrare benissimo questa complessa vicenda Gino Vermicelli nel suo Viva Babeuf! indimenticabile libro di un indimenticabile compagno coraggioso intelligente tenero e ironico.”
Lidia Menapace
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- G. Vermicelli, Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita, Tararà, Verbania 2008.
- Lettera a Cafiero Bianchi (Fiero) pubblicata in Un paese nella storia, Casale Corte Cerro 1982 (ristampa 2005).
- G. Vermicelli, Viva Babeuf!, Margaroli – Coop. “Manifesto anni 80”, Verbania – Roma 1984. Riedito in occasione del decennale della morte dall’editore Tararà (Verbania 2008).
- Ivi, p. 52.
- in Aniasi A. (a cura), Ne valeva la pena. Dalla Repubblica dell’Ossola alla Costituzione italiana, M&B Publishing, Milano 1997, p. 141.
- Babeuf, Togliatti e gli altri cit., pp. 227-228.
- “Sosteniamo in ogni sede la proposta di legge regionale per la “Casa della resistenza” di Fondotoce” in Resistenza Unita, A. 23, n. 12, dic. 1991, p. 3.
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[ Il capitano Cotny ] (5)
Quella mattina del 14 Agosto, verso le undici, il capitano Cotny decise di andare dal barbiere. Farsi radere era un momento di piacere, con quel barbiere di Premosello. Ci sapeva veramente fare. Gli insaponava ben bene il volto con un pennello morbido, bagnato nell’acqua calda per poi raderlo con un rasoio così affilato che sembrava gli accarezzasse il viso. Infine gli appoggiava sulla faccia rasata un asciugamano tiepido e umido. Mentre lavorava parlava e parlava. Cotny non conosceva molte parole di italiano, forse un centinaio. Dei discorsi del barbiere non capiva una sola parola, però gustava la musicalità di quella parlata. Gli piaceva anche vedere dallo specchio la gente che passava nella via.
Vista dallo specchio, la gente era diversa. Quando Cotny camminava nella piazza, quelli che incrociava apparivano tutti piuttosto inquieti, se non addirittura spaventati. Abbassavano lo sguardo, si scansavano per lasciargli il passo, smettevano di parlare quando si avvicinava. Nello specchio era diverso. Vedeva la gente salutarsi, sorridere, parlare e scherzare. E tutto ciò gli ricordava la sua città, in Georgia.
Il primo giorno si era portato la Maschinepistole, ma ora veniva dal barbiere con la sola rivoltella, nel fodero sul fianco. La caserma era appena a trenta metri. Quella mattina, dopo averlo ben rasato, e anche incantato con la sua parlantina incomprensibile, e mentre gli dava i soliti due colpi di spazzola al bavero della divisa, il barbiere gli disse, scandendo bene le sillabe:
– Domani è chiuso.
Cotny conosceva quelle due parole, quindi recepì il messaggio. A sua volta disse una delle parole del suo scarso repertorio di italiano:
– Perché?
– Festa. Domani è festa. Ferragosto.
Capiva anche la parola festa. Ma l’ultima proprio non la conosceva.
– Ferarosto?
– No, ferragosto … – E il barbiere andò verso il muro per indicargli il calendario.
Il giorno 15 era scritto in rosso, a differenza degli altri, scritti in nero.
Al suo paese il 15 Agosto non era giorno di festa, ma vi erano altre date in cui si festeggiava. Avrebbe voluto chiedergli cosa si onorava con quella festa, ma non era in grado di fare un discorso così complicato. Si limitò a chiedere:
– Danzare?
Il barbiere gli rivolse un sorriso e cominciò a parlare nella sua lingua melodiosa. Gesticolava ed indicava i monti. Poi si ricordò che l’altro non capiva e cercò di riassumere, aiutandosi coi gesti:
– Prima guerra, ante-guerra, danzare su montagna. E indicava le montagne.
– Adesso, no? – chiese Cotny.
– Adesso no, paura.
– Paura partigiansi?
L’altro abbassò lo sguardo. Non sorrideva più. Disse: – Paura guerra.
Cotny pagò ed uscì. Davanti alla Casermetta, sulla strada nazionale, due dei suoi uomini stavano tentando di parlare con una fanciulla bionda e anche bellina, che si era fermata lì, con la sua bicicletta, un piede a terra e l’altro sul pedale. Erano due ganimedi del Plotone Comando, di quelli che preferiscono dare l’assalto alle donne piuttosto che al nemico.
Nella mente di Cotny passarono rapidi alcuni pensieri: che le donne brune della Georgia sono più belle delle italiane; che però le bionde sono più attraenti. Girò lo sguardo, per dare un’altra occhiata alla ragazza, ma quella se ne stava già andando, spingendo forte sui pedali.
«Anche quella ha avuto paura di me,» pensò, un po’ amareggiato.
Si avviò verso i suoi, davanti alla caserma. Quelli gli facevano dei cenni che sembrava volessero dire: «rientrate subito».
Oltre la soglia della casermetta gli spiegarono che quella ragazza aveva detto che tutt’attorno era pieno di partigiani.
Cotny mise il plotone in stato di allarme e controllò se il telefono funzionava, poi si ritirò in quello stanzino chiamato ufficio, dove aveva un tavolo e due sedie; accese una sigaretta e attese che succedesse qualche cosa.
Senza che lo volesse, i suoi pensieri tornarono alla festa del 15 Agosto. Come si può andare in montagna in un giorno di festa? Saranno quelli della montagna che vengono in paese. Ma qui è tutto diverso. Costruiscono più case sui monti che nei paesi.
Si alzò e andò a prendere le sue carte topografiche nella borsa. Dopo averne aperta una sul tavolo, la esaminò ancora una volta con attenzione minuziosa. Non vi era un chilometro quadrato di montagna senza un alpeggio. Qualche volta ve ne erano anche due o tre. Fece il conto del numero di quadretti che sulla carta corrispondevano a chilometri quadrati e giunse al dato che cercava.
«In questa valle e quelle laterali, vi saranno oltre mille alpeggi,» pensò.
Guardando ancora attentamente la cartina, scorgeva la fitta ragnatela di sentieri che percorrevano quei monti, ovunque. Quelli che univano i gruppi di baite tra di loro e quelli che riconducevano ai paesi. Poi, esaminando ancora la carta, individuava dappertutto boschi, vallate, costoni.
Rimettendola a posto nella borsa, ebbe come un gesto di irritazione e pensò:
«Il maggiore Schultz è proprio matto. Vorrebbe che scovassimo i partigiani in quel labirinto. Ma non capisce che sono loro che stanno scovando noi?»
Era già passata mezz’ora dal momento della messa in allarme del plotone, ma non era successo niente. Sembrava addirittura una giornata più calma delle altre. Nei giorni precedenti, erano stati chiamati più volte a causa di colpi di mano dei partigiani. Coi suoi uomini era accorso con urgenza nella zona, arrivando sempre troppo tardi.
«Sono loro i gatti e noi i topi, caro Maggiore Schultz,» pensò ancora.
Si recò poi nel camerone, formò due pattuglie con l’ordine di perlustrare i boschi e i campi attorno al paese. Egli stesso si mise alla testa di dieci uomini per controllare le campagne a Sud di Premosello.
Nei prati incontrarono qua e là uomini anziani e donne che falciavano o rastrellavano il fieno.
– Visto partigiansi? – chiedeva loro Cotny, con atteggiamento minaccioso.
– No, non abbiamo visto nessuno, – rispondevano invariabilmente quelli.
Fece percorrere alla sua pattuglia un arco attorno al paese. Non vi erano partigiani, né nessuno ne aveva mai visto uno.
Poco prima di rientrare, in un prato già nei pressi delle case di periferia, scorse un vecchio ed una vecchia che consumavano il loro pranzo, seduti all’ombra, al margine di un boschetto. Cotny scavalcò un muretto di beole per raggiungerli. Faceva caldo. L’uomo era rosso in volto per il caldo e il sole che aveva preso, falciando. I due lo guardarono con il solito sguardo timoroso che ben conosceva.
Giunto a pochi metri dai vecchietti, Cotny pensò che aveva attraversato quel prato proprio per niente, da stupido, tanto la risposta la conosceva già: «non abbiamo visto nessuno.» Allora si avvicinò ancora ai due e chiese:
– Domani festa?
L’espressione del volto dei due vecchi cambiò subito. Gli sorrisero, rispondendo:
– Sì, domani è festa, è ferragosto.
E il vecchio, allungando una mano verso il cespuglio, alla sua destra, tirò fuori un fiaschetto e un bicchiere e disse:
– Bevete con noi …
Cotny tracannò un bicchiere di vinello piuttosto tiepido, salutò e se ne andò dai suoi.
Dopo essere rientrato alla casermetta, chiamò i due ganimedi che avevano parlato con la ragazza bionda e disse loro:
– Quando vi capiterà quella bionda, portatela da me. Prese poi il telefono, chiamò il presidio di Vogogna paese e parlò a lungo con il tenente che lo comandava. Parlava in georgiano molto stretto, ben sapendo che i tedeschi, che disponevano solo di un interprete di russo, anche se lo avessero intercettato non avrebbero mai potuto capire quel che diceva. Fece altre due o tre telefonate, sempre in georgiano, ed andò a rinfrescarsi.
La ragazza bionda non passò il giorno dopo, ma fu pescata il 16.
I due ganimedi la invitarono, con il massimo di gentilezza di cui erano capaci.
– Parlare con capitano. Ordine, – dissero.
– No, io dentro non ci vengo, – protestava la ragazza.
– Tu venire. Non paura.
Cotny la fece sedere sulla seconda sedia che c’era nello stanzino, lasciando aperta la porta.
– Tu visto partigiani ieri … secondo?
– Sì, l’altro ieri ho visto tanti partigiani. È vero.
– Io non visti. Perché?
La ragazza cercò di spiegare, un po’ con le parole e un po’ con i gesti che i partigiani quando vedono una donna, saltano fuori, ma se vedono dei soldati, si acquattano. E ci riuscì
– Noi fatto giro. Loro non sparare. Perché?
La ragazza si era rinfrancata. Esitò un momento prima di rispondere a quella nuova domanda, poi disse, parlando come il georgiano, per essere capita:
– Voi non cattivi, forse.
Allora Cotny aprì il cassetto del suo tavolo. Ne tirò fuori una scatola di sigarette tedesche: una di quelle scatole rigide, di cartoncino bianco. La diede alla ragazza e poi le porse anche una matita, e disse:
– Tu scrivere …
– Io, e perché?
– Io non scrivere italiano. lo scrivere così. .. – e scrisse in cirillico, in un angolo della scatola, «bella bionda». – Tu scrivere: «parlare con Georgiani.»
La ragazza scrisse quella frase, senza comprendere. Ma Cotny continuò:
– Quando incontrare partigiani, dare sigarette a capo.
– E la accompagnò sino alla porta della casermetta.
Subito dopo, chiamati col telefono, Cotny e i suoi dovettero intervenire ad Ornavasso, dove era stata mitragliata una macchinetta tedesca. Per stare alle disposizioni del maggiore Schultz, portò i suoi uomini sulla montagna, sino al Boden sul camion e poi a piedi sino alla Capanna Legnano. Camminando in quei boschi, Cotny pensava:
«Se volessero ammazzarci tutti, lo potrebbero fare ad ogni passo. Schultz è proprio un asino».
Tornarono tardi alla casermetta. La mattina dopo, in un momento di tranquillità, Cotny andò a farsi radere. Il barbiere lo aveva appena avvolto in quella specie di tovaglia che gli metteva addosso prima di insaponarlo, quando nello specchio vide una ragazza in bicicletta fermarsi davanti alla bottega. Non era la bionda che conosceva, era una brunetta esile con occhi nerissimi e vivacissimi. La brunetta entrò dal barbiere, posò un oggetto bianco sulle ginocchia del Georgiano e uscì, il tutto in pochi secondi. Cotny non aveva avuto nemmeno il tempo di districarsi dal suo telo. Guardò quella cosa bianca: era la sua scatola di sigarette. Tirò fuori una mano, prese il pacchetto, lo rigirò e vide una nuova scritta.
– Cosa scritto? – chiese al Barbiere. Quello lesse:
– Parlare con Georgiani …
– Dopo?
– Questa sera o domani sera alle ore venti nel prato del vecchio col vino.
– Leggere, piano.
Il barbiere rilesse quella frase lentamente, poi restituì la scatola a Cotny, dicendo:
– Ci sono due altre parole che non capisco.
– Io capire, tu fare barba!
Sembrava un invito perentorio, da uomo irritato. Ma guardando Cotny nello specchio, il barbiere non ebbe dubbi. Più che irritato, il Georgiano appariva contento.
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Note
- Giulio Maggia, La repubblica dell’Ossola. Aspetti militari, in Le zone libere nella Resistenza italiana ed europea. Relazioni e comunicazioni presentate al Convegno internazionale di Domodossola. 25-28 settembre 1969, ISRN, Novara 1974. p. 150.
- Relazione sui fatti di Domodossola, del comandante la 7′ compagnia della brigata nera «A. Cristina», 12 settembre 1944. (ISRN, microfilm 112556-58. L’originale si trova a Washington, Archivi nazionali).
- Gino Vermicelli, Viva Babeuf ! Romanzo. Prefazione di Rossana Rossanda, Tararà, Verbania 2008.
- Gino Vermicelli, Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita. Prefazione di Valentino Parlato, Tararà, Verbania 2000.
- pp. 192 – 199 (ed. 2008)
Oltre dieci anni fa, per l’esattezza il 14 febbraio del 2004 a Palazzo Flaim, durante il Convegno Nino Chiovini. Il tempo, lo spazio, la memoria, è stato presentato dalla Scuola elementare di Torchiedo il “corto” La fiùm racconta”, video in cui i bambini interpretavano con fresca naturalezza alcuni passi e personaggi tratti dalle opere di Chiovini.
Era il primo lavoro del “Laboratorio di cinema” della Scuola Primaria “Rodari” che da allora ha ininterrottamente lavorato con una formula estremamente efficace: la nostra storia locale, la spontaneità dei bambini nell’interpretare personaggi e situazioni, una regia originale in grado di valorizzare al massimo quel connubio.
È stata anche la risposta dell’équipe di insegnanti a chi ha pensato di mettere ai margini la storia contemporanea nella formazione degli scolari delle elementari.
Numerosi i premi e le gratificazioni (compreso un incontro con il Presidente della Repubblica e un viaggio premio) per le otto produzioni che si sono realizzate nel corso degli anni.
Anche quest’anno la soddisfazione non è mancata con la premiazione de “La memoria dei giusti” –realizzato nell’anno scolastico 2012-2013 – nel concorso indetto dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino. Riporto di seguito il comunicato delle insegnanti.
Nel frattempo attendiamo di poter assistere al loro ultimo lavoro che, in concomitanza del 70° anniversario dell’eccidio di Fondotoce, è dedicato alla memoria dei 43 partigiani che sono stati fatti sfilare da Villa Caramora e portati alla morte sui bordi del canale che unisce il Lago di Mergozzo con il Lago Maggiore.
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Scuola Primaria Statale “G. Rodari”– Torchiedo
Laboratorio di Cinema
“L’unicità della Shoah è proprio questa. Che milioni di persone siano state fatte viaggiare per migliaia di chilometri per essere portate a morire. Se li avessero presi messi al muro e fucilati sul posto, sarebbe stata una delle tante stragi degli eccidi che purtroppo le guerre comportano. Ma questa organizzazione sistematica, industrializzata della morte, dove a volte tre generazioni della stessa famiglia scomparivano nello stesso istante. Questa è l’unicità della Shoah”.
(Dall’intervista ad Adriana Torre Ottolenghi realizzata dagli alunni del laboratorio di cinema nella sinagoga di Casale Monferrato, novembre 2012).
Anche quest’anno il lavoro è stato premiato con la vittoria di due premi prestigiosi al concorso “Filmare la storia” indetto dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino:
- il premio “Paolo Gobetti” per la sezione Scuole Primarie
- il premio speciale “25 aprile – Anpi”.
Il cortometraggio vincitore, dal titolo “La memoria dei giusti”, è stato realizzato nell’anno scolastico 2012/2013 dagli alunni e dalle insegnanti del Laboratorio di Cinema della Scuola Primaria “G. Rodari” di Torchiedo dell’Istituto Comprensivo Verbania Trobaso.
Si ringraziano per la preziosa collaborazione: Lorenzo Camocardi per la regia e il montaggio, Renato Pompilio per le musiche originali e le signore Adriana Torre e Maria Luisa Ferrari per le loro testimonianze di vita.
Il cortometraggio realizzato è classificabile come “docu-fiction”. Attraverso un’intervista si è raccolta l’esperienza di una bambina ebrea che, con la sua famiglia, durante la guerra è fuggita, dall’imminente deportazione in campo di concentramento, grazie all’aiuto della maestra Anna Bedone di Trarego. La storia di Adriana ha stimolato la scrittura di una sceneggiatura per far rappresentare direttamente ai bambini alcuni episodi della drammatica esperienza personale, che riguarda tutta l’umanità.
La conoscenza, l’analisi e la comprensione, anche di fatti della storia quasi indicibili, sono un dovere fondamentale che spetta a tutti. Gli educatori devono accompagnare i bambini, per i quali la tutela e la delicatezza sono un obbligo, nell’affrontare argomenti così difficili. Occorre trovare il modo, le parole e le più variegate strategie didattiche, per iniziare un approccio alla storia e alla memoria.
Quest’anno per il settantesimo anniversario della strage di Fondotoce il Laboratorio di Cinema ha realizzato un nuovo cortometraggio commemorativo.
Verbania 29/5/2014
Nives Cerutti e Mariella Nasini
Dopo la pubblicazione di El brujo y el diablo proseguo con la traduzione di miti e leggende ecuadoregne. Sono tratte, anche in questo caso, da un testo bilingue, in quechua e spagnolo, che costituisce una vera e propria antologia di “letteratura orale quechua” [1] suddivisa per tematiche.
Ritroviamo qui, tra i vari monti, anche un “personaggio” già incontrato nel precedente mito, la montagna sacra Imbabura, qui in una dimensione meno sacrale che ci fa anche conoscere la sua famiglia: la moglie Cotacachi e il figlio Yana-Urcu. Di quest’ultimo abbiamo due versioni della sua nascita.
Come il Padre delle montagne distribuì le acque
In tempi remoti i monti a noi confinanti erano dei veri dormiglioni. È per questo che nessuno di quelli che si trovano nei dintorni possiede acqua.
Un giorno, mentre il Padre dei Monti stava distribuendo le acque, i nostri monti restarono addormentati e, in castigo per questo, ne restarono senza.
Il Monte Manquihua, il Catihua, le valli del Chulcu, le boscaglie del Pasha e altri ancora, oggi hanno acque per non esser incorsi in questa negligenza.
L’alto monte di Quinlli riuscì ad ottenere una laguna.
Anche due alti monti, il Colta e il Nitón Cruz, non hanno acqua. Questo è ugualmente dovuto alla loro negligenza.
Proprio per questo, ancora ai nostri giorni, non abbiamo acqua per colpa della indolenza delle montagne. Al contrario tutte quelle che risposero alla chiamata la possiedono. Per quelle del nostro circondario nemmeno una goccia.
Idilli del Monte Imbabura
Nei tempi antichi, quando l’Imbabura era ancora adolescente, fece amicizia con i giovani monti e le giovani montagne dei suoi dintorni. Gli uni e gli altri percorrevano queste terre facendosi visita reciprocamente. In una delle sue numerose escursioni, il giovane Imbabura si incontrò con una giovane montagna che si chiamava Cotacachi. Alla sua vista il giovane Imbabura si sentì investito da una indescrivibile felicità e decise di conquistarla.
Crebbe una grande amicizia tra il giovane Imbabura e la giovane Cotacachi. Di continuo li si vedeva passare insieme per la campagna, contemplando le bellezze della natura. Finché, un giorno, egli le disse:
– Desidero farti mia sposa.
Affermazione alla quale ella rispose affermativamente dicendogli:
– Anch’io desidero che tu sia il mio sposo.
Da quel giorno l’Imbabura, quando andava a visitare la giovane fidanzata, le portava in regalo un poco della scarsa neve della sua vetta, e a sua volta, ella lo ricambiava con la neve della sua cima.
I due monti si unirono e quale frutto di questa unione apparve, di fianco alla giovane Cotacachi, un piccolo monte che chiamarono Yana Urcu.
Con il passar del tempo l’Imbabura, ornai carico di anni, incominciò a soffrire di dolori di testa che gli duravano per giorni e giorni. Quale conseguenza di queste sofferenze la sua testa andò coprendosi di nubi bianche che, poco a poco, incanutirono la sua vetta.
Le origini del Monte Yana Urcu
Si dice che in tempi molto lontani, di fianco alla montagna conosciuta con il nome di Cotacachi, vi era una pianura dove era collocata una enorme azienda. Si dice che vi erano mucche da latte, suini, pecore e ogni sorta di animali da allevamento.
Nel mezzo dell’azienda vi era un grande recinto per il bestiame e, in mezzo a questo, una piccola pietra appena appoggiata sopra il terreno e che, con il passar dei giorni, andava crescendo sempre più.
Il proprietario di quelle terre notò che aveva ormai acquisito una mole considerevole e ordinò che la spostassero da quel luogo. Tuttavia la pietra si era ormai tanto abbarbicata al terreno che fu impossibile sgomberarla.
I giorni passarono e le dimensioni della pietra continuarono a crescere e, poco alla volta, andò ad occupare il recinto. Con lo sconcerto del proprietario la pietra, ormai un macigno, continuava ad aumentare di dimensioni, il che lo faceva vivere in continua apprensione.
Nei giorni e nelle notti seguenti il macigno continuò la sua crescita impedendo al bestiame di restare in quel recinto. Il fazendeiro, di fronte a tutto ciò, preparò altrove un’altra recinzione per il bestiame e trasferì anche la sua abitazione, lasciando che la pietra continuasse tranquillamente nella sua crescita.
Oggi questa “pietra” è conosciuta con il nome di Yana Urcu.
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Montagne vive e “prolifiche”
Arrivando a Quito non si può far meno di notare il vulcano che sovrasta la città: il Pichincha. Vulcano che ha due vette: il Rucu Pichincha (il vecchio Pichincha) e il Guagua Pichincha (il giovane o il piccolo Pichincha). In realtà il Guagua Pichincha è più alto (4.784 metri rispetto ai 4.698 del Rucu Pichincha) ma essendo quest’ultimo più vicino alla città e l’atro essendo parzialmente nascosto dal primo, per effetto ottico pare più alto. Potremmo tradurre il quechua “Guagua” con Junior: infatti una delle cose che ti dicono subito è che il Guagua Pichincha è considerato nella tradizione locale figlio del Rucu. L’eruzione vulcanica del 1999 che ha ricoperto di parecchi centrimetri di ceneri la città fuorisciva dal cratere del Guagua.
Ora siccome l’animismo considera in genere animato, vivente, tutto ciò che si muove, ho pensato che la particolarità dei miti quechua di considerare animati e pertanto di personificare non solo gli animali, i fiumi, il vento e le nuvole, ma anche le montagne, fosse legato al fatto che tutte le principali vette del paese siano vulcaniche.
Rileggendo i miti sopra tradotti mi è venuta in mente anche un’altra possibile spiegazione. Si parla di montagne che si muovono, che si vanno a far visita l’un l’altra, ma sempre restando “nel circondario”. Ebbene l’effetto visivo di chi si nuove in zone adiacenti a catene montuose – quali le due cordigliere andine che sovrastano la Sierra ad occidente e ad oriente – è quello che le vette lentamente si muovono e che cime tra loro distanti talvolta si avvicinano. Ora per le popolazioni della sierra andina, nella loro visione della natura come un tutto animato, le imponenti cime che costantemente accompagnano i loro movimenti diventano dei personaggi noti, maschili e femminili, anziani e giovani, di cui si conoscono carattere, vicende e parentele. Alcune viste e venerate con rispetto sacrale, altre trattate con più familiarità. Alcune, come quelle del primo mito, più indolenti, altre più attive. Tutte caratteristiche che spiegano le peculiarità delle singole regioni (alcune ad esempio ricche di acque, altre prive), peculiarità che si ripercuotono sugli abitanti di quelle terre.
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[1] Fausto Jara Y Ruth Loya, Taruca / La venada [La cerbiatta]. Literatura oral quichua del Ecuador, Cedime / Abya – Yala, Quito 1987
Tutto è iniziato all’incirca un anno fa con una serie di “libere conversazioni”, tra cui una iniziale (era una domenica di aprile) con Walter Passerini, sui temi del declino demografico ed economico del nostro territorio e su quali iniziative si potessero mettere in campo per cercare di invertire le negative tendenze in atto.
Dopo un periodo di “incubazione” si è iniziato a dar vita all’idea di fondo: un organismo, un gruppo di persone [1] che, sgombrando il campo da lamentele, risentimenti e pessimismi vari, fosse in grado di mettere a fuoco gli aspetti positivi, “vitali” della nostra zona, individuare soggetti attivi e delineare possibili idee progettuali orientate a favorire nuove forme di occupazione in particolare per le giovani generazioni.
È nata così Agenda Verbania 20 20 nell’ottica di ragionare sul medio periodo (il 2020), al di là delle immediate scadenze politiche ed istituzionali, dentro l’orizzonte della innovazione e della sostenibilità (il 20 20 20 degli obiettivi europei post protocollo di Kyoto).
Nell’attività, che da giugno si è svolta con regolarità, si sono individuati alcuni settori (agende) da indagare e, con il supporto di giovani ricercatori, si è avviata, tramite interviste, una ricognizione (una indagine qualitativa) su questi settori: Welfare; Sport e Turismo; Cultura e Paesaggio.
La sera di Venerdì 4 aprile, presso la Sala biblioteca di Villa Olimpia, si terrà la presentazione pubblica della attività di ricerca effettuata e delle proposte progettuali sin qui delineate.
L’uscita pubblica non vuol chiudere una fase, ma aprirne una nuova volta ad aggregare nuovi soggetti e a sviluppare in chiave operativa le proposte.
In particolare è già previsto un successivo appuntamento per sabato 3 maggio: un seminario sui temi del lavoro, anche in questa occasione con la presenza di Walter Passerini che lungo tutto il nostro percorso ci ha dato indicazioni e suggerimenti preziosi.
Di seguito la locandina con il programma dettagliato della serata del 4 aprile e il comunicato stampa distribuito lunedì 31 marzo alla stampa locale.
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[1] All’inizio, in modo autoironico, ci eravamo chiamati “Circolo Pickwick”.
L’editoriale di Nuova Resistenza Unita, in uscita in questi giorni, è dedicato al ricordo di Franco Bozzuto e allo stretto rapporto, intessuto in particolare in questi ultimi anni, con la Casa della Resistenza.
Ciao Franco
Lunedì 3 marzo, di prima mattina è arrivata la triste notizia. Franco non è più con noi. Il giorno stesso sul web e sui giornali dal giorno successivo innumeri i ricordi di questa grande figura di Preside, di Amministratore, di persona colta, paziente e determinata, dotata di grande umanità e di una sottile vena di ironia, che ha segnato con la sua intelligenza e il suo impegno la comunità del Verbano.
Di famiglia socialista il suo legame con la Resistenza era naturale e nel suo ruolo di Preside (preferiva si dicesse di educatore) ha sempre fatto in modo che la trasmissione di valori fra la Generazione della Resistenza e le sempre nuove generazioni di studenti si rinnovasse di continuo. Nel “suo” Cobianchi con la sua attenta presenza sono più volte intervenuti con contributi di testimonianza ed approfondimento sia partigiani locali (fra tutti Nino Chiovini e Gino Vermicelli) che personalità significative sui temi quali Costituzione, Pace, Memoria (da Oscar Luigi Scalfaro a Becky Behar). E più volte ha sottolineato come quella generazione testimone degli orrori della guerra fosse in grado di trascendere da quegli orrori e farsi portatrice di “valori che sono universali: il rispetto della vita, soprattutto, e quindi della libertà, della giustizia, della convivenza, al di sopra delle possibili differenze di convinzioni politiche e religiose” [1].
Analogamente determinato a che la ricostruzione della storia ultracentenaria del “suo” Istituto non fosse solo una storia scolastica ma che si intrecciasse con la storia dell’intera comunità. Primi fra tutti gli ex allievi che furono parte attiva della Resistenza ed in particolare i due martiri di Trarego, Lubatti e Velati, a cui volle fosse dedicato l’auditorium. Di lì l’incarico a due classi di Scienze Umane di ricostruirne le vicende da cui sortirono una ricerca, un libro, un documentario e la convenzione fra l’Istituto Cobianchi, la Casa della Resistenza e il Comune di Trarego per la memoria dell’eccidio di Promé.
Arrivata la pensione fu pertanto del tutto naturale per Franco portare il suo contributo e la sua esperienza all’interno della Casa della Resistenza divenendo parte attiva del Consiglio di amministrazione e, dal 2011, responsabile economico della Casa. Compito che, proprio nel periodo di maggior crisi economica degli enti pubblici – i principali finanziatori della attività della Casa – assunse con determinazione, pazienza e rigore, senza lesinare i suoi sforzi e il suo tempo (telefonate, incontri con gli enti pubblici, verifiche) per rendere trasparenti e sostenibili i conti di una attività in continua trasformazione ed innovazione come quella della nostra Casa.
Con tutta la nostra gratitudine e il nostro affetto ci stringiamo nel ricordo alla moglie Carla e ai figli Anna e Paolo.
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[1] Intervista a Franco Bozzuto, Dirigente Scolastico dell’Istituto Cobianchi, in Memoria di Trarego, ed. Tararà, Verbania 2007 (2^ ed.), pp. 144-148.
In un mio precedente post ho già parlato della indagine effettuata sui giovani del VCO a cura del Laboratorio di Economia Locale dell’Università Cattolica di Piacenza, all’interno del progetto Paesaggio a colori, e della intenzione di riprenderla su alcuni aspetti allora non presi in considerazione. Ricordo come l’indagine sia stata condotta nel maggio-giugno 2012 su 1550 studenti delle scuole superiori.
Il quadro che emerge sui giovani locali non differisce da quello nazionale e, in particolare, da zone consimili. Se si analizzano le attività durante il tempo libero emerge lo spaccato di una gioventù dinamica, con interessi distribuiti ad ampio raggio, dal divertimento in senso lato, alle relazioni amicali, all’uso frequente di dispositivi mediali, alle attività sportive e con un interesse forte, superiore a contesti analoghi, per le attività più propriamente culturali. Per esempio oltre la metà (50,4%) dedica parte del proprio tempo a leggere almeno una volta a settimana, percentuale superiore ad es. ai giovani di Cremona (43,5%). Fra gli interessi prevale su tutti quello musicale (Ascoltare musica: 93,9%).
Il lavoro atteso
Questi giovani che tipo di lavoro si prospettano per il loro futuro?
I settori privilegiati sono essenzialmente due: Sanità – Servizi socio assistenziali (16,5%) e Turismo (16,2%). Circa un terzo dei giovani intervistati è orientato verso questi ambiti, con una significativa differenza fra i due sessi: decisamente più orientate (41,4%) verso questi due ambiti le ragazze (Sanità e socio assistenziale 23%; Turismo 18,4%), mentre i maschi pur privilegiando anch’essi questi due settori (nel complesso 23,7%: Turismo 14%; Sanità e socio assistenziale 9,7%) si distribuiscono maggiormente verso una pluralità di altre scelte tra cui emerge il settore Informatica e telecomunicazioni (9,5%). Tra le ragazze la terza scelta si orienta a Moda e design (9,5%).
Differenziazione di scelte decisamente alta anche tenendo conto che la voce “altro”, che raccoglie il 10,5% (M 12,8%; F 8,2%), è a sua volta l’accorpamento di una molteplicità di opzioni minori. Il rapporto a questo riguardo precisa:
È significativo segnalare che nella voce “Altro”, che si posiziona al terzo posto, è spesso stata indicata la musica come il settore in cui si auspica lavorare. La musica non è considerata come una delle attività preferite per il tempo libero o come occasione di aggregazione, e quindi come forma di svago, ma viene reputata proprio come opzione lavorativa sulla quale puntare per il futuro professionale.
In sostanza emerge anche da questi dati quanto avevano riscontrato nelle video-interviste sul lavoro giovanile Tra precarietà e innovazione : i percorsi di vita dei giovani intervistati spesso erano molto simili (…): comune a tutti era la ricerca di un lavoro significativo in relazione alle aspirazioni e agli interessi personali.
Due le domande che sorgono spontaneamente dagli esisti di queste interviste.
La prima: questi giovani pensano che la provincia in cui vivono possa rispondere alle loro aspirazioni, che vivere nel VCO costituisca una opportunità?
Per la maggioranza (54,3%, con dati del tutto simili fra maschi e femmine) non lo è, e i motivi principali indicati nell’ordine sono: l’assenza di opportunità professionali, la chiusura verso l’esterno sia per lo studio che per il lavoro, la carenza di occasioni anche di svago, una realtà priva di novità, di opportunità formative e di stimoli culturali.
Per i restanti giovani (45,7%) che invece ritengono che vivere nel VCO costituisca un’opportunità i motivi principali stanno nell’ambiente e nel paesaggio, nella qualità della vita, in un ambiente salubre; solo per l’11,6% di costoro (e pertanto il 5,3% del totale) l’opportunità è costituita dalle possibilità lavorative.
La seconda domanda è: quanto i desideri lavorativi dei giovani si allineano con la realtà occupazionale del VCO?
Certamente non molto se si fa riferimento alla realtà attuale [1] laddove emergono grandi discordanze se si raffrontano la percentuale effettiva degli addetti con la distribuzione delle aspirazioni dei giovani.
Se si tiene conto che gli addetti totali registrati nelle imprese del VCO al giugno 2013 sono 42.301, i settori decisamente sottostimati dai giovani sono quelli dell’Industria (addetti 23,4%; attese 4,9 %), del Commercio (addetti 20,5%; attese 5,1%) e delle Costruzioni (addetti 12,3%; attese 5,5%). Decisamente più allineati alla realtà attuale l’orientamento al lavoro per il Turismo (addetti 16,1%; attese 16,1) e in parte per l’Agricoltura (addetti 2,4%; attese 3,1%). Sembrerebbero invece significativamente privilegiati (e sovrastimati) dai giovani sia il settore Socio Sanitario e Formativo (addetti 4,2%; attese 21,4%) [2] che quelli delle Attività ricreative, artistiche e culturali (addetti 3,9%; attese 9 %) e dell’Informatica e telecomunicazioni (addetti 1,5%; attese 5,2%).
Ma per capire le possibilità di occupazione e di adeguamento fra aspirazioni lavorative dei giovani e realtà futura è senz’altro meglio superare una visuale statica e volgere lo sguardo alle dinamiche e alle tendenze della nostra economia locale.
Tendenze e prospettive
Il quadro del lavoro, e in particolare del lavoro per i giovani, non è certo rassicurante e sembra giustificare in pieno la loro valutazione negativa rispetto alle opportunità lavorative offerte dal VCO. Dal 2008 al 2013, in cinque anni, l’occupazione nelle imprese del VCO è passata da 43.943 addetti a 42.301 con un saldo negativo di 1.642 (- 3,74%). Non ci vuol molto ad essere pessimisti e se vogliamo render ancor più fosco il quadro possiamo sottolineare come l’occupazione dei giovani sia proprio quella che cala maggiormente, con un trend decisamente preoccupante.
I dati SMAIL elaborati dal gruppo CLAS ci danno il seguente spaccato:
Tenendo presente che vengono definiti imprenditori tutti gli addetti che non svolgono lavoro dipendente e che si considerano giovani gli occupati con meno di 35 anni, se si raffrontano il 2009 con il 2012, anni in cui i livelli occupazionali erano molto simili (43.616 e 43.529 con solo 87 addetti in meno nel 2012: – 0,2%), nello stesso periodo di tre anni si passa da 12.244 giovani addetti a 10.660 con un calo di 1.584 (-12,9%).
Un calo che per i giovani imprenditori è di 517 unità (- 23,2%) e per i dipendenti di 1067 unità (- 10,7%).
Una tendenza purtroppo in linea con i dati demografici del nostro territorio che vedono sempre meno presente la fascia giovanile, costretta a trovar lavoro e spesso residenza fuori provincia, con un forte invecchiamento della popolazione.
Non ci sono dunque prospettive di occupazione per i giovani e dobbiamo rassegnarci ad un territorio sempre più marginale dal punto di vista economico e invecchiato demograficamente?.
Io penso proprio di no.
Certo, non sarà facile invertire la tendenza ma penso che sia questo il compito più importante che tutte le realtà attive del VCO hanno davanti: soggetti economici, politici, amministrativi, formativi, culturali ed associativi.
La prima condizione è che tutti capiscano che questo è il compito comune.
La seconda è che si studino con attenzione quelle che sono le dinamiche in corso (da noi come altrove) per capire verso quali direzioni sia possibile invertire la dinamica occupazionale.
Sempre sulla base dei materiali precedenti (Paesaggio a colori; dati SMAIL; elaborazione Gruppo CLAS) provo a indicare in modo sintetico e preliminare alcune osservazioni e indicazioni. In modo certo non completo e per punti, ognuno dei quali merita di ulteriore specifico approfondimento.
- Gli intraprendenti. Nel 2013 il rapporto fra lavoratori dipendenti e imprenditori è del 65,5% rispetto al 34,5% (poco meno di due lavoratori dipendenti per un imprenditore) e se il calo degli addetti fra il 2008 e il 2013 è del -3,7%, quello dei dipendenti è del -6,3%. In sostanza il futuro è sempre più costituito da imprese di piccole dimensioni e da lavoro indipendente (il “lavoro intraprendente” nella definizione di Walter Passerini).
- Le donne. Nel quadro negativo il peso percentuale del lavoro femminile tende invece ad aumentare: le lavoratrici dipendenti dal 2009 al 2012 sono passate dal 41% al 43% e le nuove imprenditrici sono arrivate ad un terzo del totale di nuovi imprenditori (1.045 nel 2012). È un progresso lento che può e deve esser rinforzato tenendo anche conto che ogni nuovo posto di lavoro femminile è un volano per l’occupazione tendendo a produrre impieghi ulteriori nei settori dei servizi.
- Turismo, turismo, turismo? È un po’ un mantra ripetuto da molti con l’effetto illusorio di far credere che questa potrà essere la nuova “monocultura” del Verbano o addirittura dell’intero VCO. Certo il turismo può e deve ulteriormente svilupparsi ma teniamo presente che il settore turistico attualmente (2013) rappresenta il 16,1% dell’occupazione provinciale (12,5% nel 2007). Tenendo anche conto che le rilevazioni sono del mese giugno e che il dato scende significativamente nel periodo invernale. Un buon obiettivo per i prossimi anni può essere quello di arrivare al 20% e soprattutto di allungare i periodi di maggior attività ed individuare nuovi target rispetto a quelli tradizionali. I settori che maggiormente oggi tendono a crescere sono soprattutto quelli che offrono servizi anche ai residenti (ristoranti, bar, trasporto, attività di divertimento e benessere).
- Con la cultura “si mangia”, eccome! Con buona pace di Tremonti e dei suoi consimili questo è un settore importante dell’economia che caratterizza il nostro paese e che, tra l’altro, per il suo naturale legame al territorio non corre rischi di delocalizzazione. Grazie al citato progetto Paesaggio a colori è possibile quantificarne il peso economico ed occupazionale nella nostra provincia. Nonostante il ricco patrimonio culturale e paesaggistico, censito con cura da quel progetto, il VCO per valore aggiunto (% sul totale dell’economia) si colloca nella parte medio bassa della graduatoria nazionale con un 3,7% che è inferiore sia al dato nazionale che a quello piemontese (entrambi al 4,8%) e terzultima tra le province piemontesi, ben lontana non solo dal dato di Torino (5,2%) ma anche da quello di Cuneo (4,8%) e di Novara (4,7%). Se poi guardiamo il dato occupazionale nel VCO siamo al 4% sul totale, la percentuale più bassa tra tutte le province piemontesi (Italia 5,6%; Piemonte 5,8%). Insomma è questo un settore dove ancor più che in altri è mancata regia e coordinamento e dove le possibilità di sviluppo sono decisamente ampie. [4]
- Settore agricolo. L’agricoltura copre il 2,4% dell’occupazione provinciale con un dato abbastanza costante dal 2008 (un migliaio di occupati), anche se dopo alcuni anni di lieve crescita si è registrato un calo nell’ultimo anno. I possibili sviluppi, cosa nota ma non ancor sufficientemente praticata, sono tutti nella innovazione sui versanti della qualità e della tipicizzazione e superando frammentazione e isolamento.
- Industria e costruzioni. Sono i settori dove la crisi si è fatta sentire maggiormente. Dal 2008 al 2013 il peso degli occupati nell’industria è sceso dal 28,2% al 23,4%, con una perdita secca di 2.517 addetti. Nello stesso periodo il settore costruzioni è sceso di un punto percentuale attestandosi al 12,3 % con una perdita di 636 unità. Nel complesso sono i settori più consistenti e tradizionali ad avere un calo maggiore (in particolare carta, metallurgia e prodotti in metallo) mentre vi sono segni di controtendenza in alcuni settori “minori” (alimentari, lavorazione minerali e quel mondo sparso che va sotto la voce “altre industrie” che comprende anche le attività estrattive). In sostanza, come avremo modo di ribadire, è nelle “nicchie” che si possono scorgere segni di ripresa e sviluppo, mentre segnali significativi di una green economy per ora non si intravedono.
- Soprattutto servizi. Il dato macro è del tutto rilevante: sei occupati del VCO su dieci lo sono nel settore dei servizi; si tratta di 25.117 addetti (59,4%) con una crescita dal 2008 del 6,4% ed un incremento occupazionale di 1.511 unità (nonostante un calo dell’ultimo anno di 591 unità). Vale la pena osservare la seguente tabella (elaborazione Gruppo CLAS) che raffronta i dati occupazionali 2013 con quelli del 2012 e del 2007. L’aumento complessivo non è infatti omogeneo e riguarda soprattutto i tre settori Alloggio e ristorazione (+22,7%, con un rallentamento l’ultimo anno: – 4,1%), Pulizie, manutenzione verde, ecc (+ 12,6% in crescita anche dal 2012: + 4,3%) e, con percentuale ancora maggiore le Attività ricreative artistiche e culturali e altri servizi a persona (+ 23,1% con lieve incremento anche l’ultimo anno: +0,3%).
L’impressione è che il settore dei servizi stia attraversando una rapida trasformazione e differenziazione e che abbia grosse potenzialità di crescita ulteriore.
- Public Utilities. Sotto questa voce SMAIL accorpa i servizi connessi alla fornitura di energia, gas, acqua e alla gestione dei rifiuti. È un settore in tendenziale crescita (+2,3% dal 2007) e che ha ulteriori potenzialità di sviluppo, in particolare nel settore rifiuti se ci si avvia, come si è discusso in un recente incontro pubblico, verso una differenziata più spinta e un riciclo e trattamento in zona, nell’orizzonte di “rifiuti zero”.
La coda del pavone
Un aspetto di particolare interesse, già emerso in modo implicito da quanto detto sopra, è che il calo occupazionale non solo non è tale in tutti i settori, ma anche che lo è soprattutto nelle aziende di maggior dimensioni.
Infatti se si disaggregano le imprese del VCO non per settori, ma per numero di addetti, scopriamo che il numero di quelle di piccole dimensioni (sino a nove addetti) sono aumentate dal 2007 di 338 unità (+2,9%) e che di conseguenza sono aumentati gli occupati in queste imprese minori dove si è passati da 22.469 a 23.287 con un incremento di 818 unità (+ 3,6%). Le aziende più piccole rappresentano oggi il 55% degli occupati del VCO mentre quelle superiori a dieci addetti solo il 45%.
Ed è del tutto evidente che questa tendenza proseguirà nei prossimi anni. Differenziazione delle attività ed emergenza di nuove nicchie di produzione e di servizi che, spesso in modo innovativo, rispondono a nuovi bisogni.
È quel fenomeno che Chris Anderson, il noto direttore di Wired USA, ha definito come Coda lunga riprendendo un concetto statistico che descrive gli eventi economici o linguistici in cui i fattori (i prodotti, le parole ecc.) di minor ampiezza o frequenza, nel loro insieme, superano quelli di maggior frequenza od ampiezza. Laddove il mercato, ad esempio tramite la vendita on-line, permette di offrire una gamma molto vasta di prodotti, quelli più conosciuti verranno complessivamente superati da quelli meno conosciuti che soddisfano esigenze più differenziate. Anderson nel suo libro ha descritto questo fenomeno come il passaggio “da un mercato di massa ad una massa di mercati” e che, girando sul versante produttivo, possiamo definire come il passaggio da una produzione di massa ad una massa di produzioni. Dove la qualità e la sostenibilità delle singole produzioni aumenta ed è in grado di soddisfare ai bisogni sempre più differenziati con una crescita economica e culturale complessiva.
Ora la Coda lunga non è solo un concetto che ci può aiutare a capire la tendenza di quanto sta oggi avvenendo, tendenza che la crisi accelera e che nel nostro territorio è del tutto evidente; può soprattutto diventare una strategia economica in grado di valorizzare le nicchie produttive e di servizi mettendole in rete e rendendole accessibili a più fruitori. E quando parlo di rete non penso solo alla rete digitale, anche se questa è senz’altro uno strumento indispensabile.
Tutti parlano di innovazione ma spesso si pensa che l’innovazione sia solo nella tecnologia: l’innovazione a tutto campo investe le idee, le categorie del passato che devono essere superate, le strutture organizzative (sulla Pubblica amministrazione ci sarebbe tantissimo da dire), le modalità comunicative, le strutture formative, le scelte produttive e le modalità di interfacciare l’offerta con la domanda.
Per ora il nostro sguardo si è soprattutto concentrato sulla testa del pavone, sulla crisi che investiva i grossi apparati produttivi. Lo sguardo al futuro deve girarsi soprattutto alla coda che per ora è chiusa ma che pian piano si allunga. E se sapremo alimentarla e stimolarla adeguatamente magari un giorno, anche nel nostro per ora desolato VCO, potremo veder dispiegarsi e risplendere la coda del pavone in tutta la sua bellezza.
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[1] Faccio riferimento ai dati raccolti da SMAIL – Sistema di Monitoraggio Annuale delle Imprese e del Lavoro per il VCO, con ultimo riferimento al giugno 12013, e alla loro presentazione a cura del Gruppo CLAS reperibile sul sito della Camera di Commercio del VCO (scaricabile qui).
[2] I dati SMAIL, diversamente dal questionario LEL, accorpano Sanità, assistenza sociale e istruzione.
[3] Cfr. qui pagg. 24 – 35.
[4] Se si tiene conto anche del Settore culturale “allargato” (produzioni tipiche enogastronomiche ed artigiane, edilizia di riqualificazione, beni ad attività culturali ..) la percentuale degli occupati del VCO in questi settori sale al 9,5% (ivi pagg. 34 – 35).
[5] Da questi servizi sono escluse le Public Utilities (energia, gas, acqua, rifiuti) calcolati a parte e di cui parlo subito dopo. Sono invece compresi i servizi turistici e culturali di cui abbiamo parlato precedentemente.
qui il 25 febbraio ‘45, a due mesi dalla fine della guerra …
Promé. Una piccola conca dove confluiscono declivi scoscesi, qualche masso con incisioni rupestri, poco più sotto quattro baite che danno il nome alla frazione; tutt’intorno il bosco, da decenni non più tagliato, impedisce oggi la visuale del lago sottostante. Un recinto e delle croci contrassegnano il luogo.
Una scia di sangue. Il sentiero a gradoni di pietra che salendo per poco più di un chilometro conduce al paese di Trarego, per più di due anni è rimasto impregnato dal sangue delle nove vittime – sette partigiani e due civili traforati da centinaia di colpi d’arma da fuoco, sfigurati dai calci dei fucili e mutilati in più parti dalle armi da taglio – che i paesani hanno trasportato al cimitero con scale di legno.
Il funerale negato. I corpi vengono puliti e ricomposti dalle suore dell’asilo e l’intero paese affluisce al cimitero nonostante il divieto del maggiore della milizia confinaria Martinez di celebrare i funerali e di esprimere qualsiasi altra forma di cordoglio per le vittime, pena la messa a fuoco del paese.
Trarego con le due frazioni di Cheglio e Viggiona oggi conta 390 abitanti, circa la metà delle abitazioni censite. Posto a 700 metri, sulle alture della sponda piemontese del Lago Maggiore, ai tempi della guerra, nelle case in affitto o negli alberghi – quasi tutti oggi in stato di abbandono – ospitava oltre 3000 persone, metà delle quali sfollate da Milano o da altre città dell’alta Lombardia, per sfuggire ai bombardamenti alleati. La presenza fascista, a partire dall’ottobre del ’43 è massiccia e quotidiana: posti di blocco, controlli, requisizione forzata di prodotti alimentari. I reparti provenivano abitualmente da Cannero – sottostante paese sulle rive del lago – dove stazionava la legione “Ravenna”, da Cannobio e talvolta dalla Val Vigezzo, località dove erano schierate le milizie della Confinaria.
Partigiani: la loro presenza è comunque significativa; gli abitanti del paese hanno con loro costanti rapporti, soprattutto quelli che utilizzano per il pascolo gli alpeggi sovrastanti il paese e a ridosso della Val Cannobina. E la sera, quando i maimorti, come venivano chiamati i fascisti (sembra, oltre che per i tetri richiami funerei, per le due m cucite sulla divisa), ritornavano nelle loro caserme, i partigiani frequentavano spesso il paese. Numerose le testimonianze sia di partigiani che di paesani, che ricordano l’aiuto dato dagli abitanti: allarmi, nascondigli, trasporto di armi e di persone lungo gli itinerari che conducono oltre il confine con la Svizzera, condivisione dei prodotti dell’economia di montagna (burro, frutta ecc.).
L’inverno 1944–45 da tutti è ricordato come un inverno freddissimo, in cui “erano gelate sin le castagne”, e con poca neve. Dopo i rastrellamenti seguiti alla sconfitta della “Repubblica” partigiana dell’Ossola, il grosso delle formazioni, dopo la metà di ottobre, si era rifugiato in Svizzera. Tra Verbania e il confine era presente soprattutto la formazione della Cesare Battisti guidata dal sottotenente Armando Calzavara “Arca” mentre sulle alture verso l’Ossola erano presenti i garibaldini della “Valgrande Martire”. Oltre alle azioni continue sui presidi fascisti le formazioni mantengono, talora in collaborazione con i contrabbandieri locali, i collegamenti con la Svizzera per il transito di profughi, armi ed informazioni. In territorio svizzero, sopra Ascona, in una villa (posto 24) vi è un punto di appoggio per quelli che hanno sconfinato o, viceversa, decidono di rientrare. Al di qua del confine, nell’alta Val Cannobina, viene installata una ulteriore postazione (posto 24 bis) di appoggio e controllo dei transiti oltre confine.
La volante Cucciolo, comandata da Peppo Chiovini, costituiva una squadra allenata e veloce di partigiani “esperti”, in grado di effettuare spostamenti quotidiani anche di 20 chilometri. A notizie confuse di un attacco al posto 24 bis Arca invia la volante, per l’occasione composta da nove uomini, da sopra Verbania (Scareno, sede del comando), alle Biuse di Olzeno, nell’alta Val Cannobina. Il 24 febbraio, la sera, dopo la prima giornata di cammino, il gruppo di partigiani fa sosta nell’alpeggio di Truno, qualche chilometro sopra Trarego. Tre di loro scendono in paese in corvée per procurarsi provviste presso i negozi di alimentari.
Il rastrellamento. Probabilmente informati della loro presenza i comandi delle milizie di Cannobio (il famigerato capitano Mario Nisi) e della Val Vigezzo (Maggiore Martinez) fanno confluire, dall’alba della mattina seguente, tutte le forze disponibili. Accortasi subito di “essere in rastrellamento”, la volante riesce a defilarsi verso il basso e nascondersi, sino alle cinque di sera, in una conca. Il passaggio casuale di alcuni paesani attira l’attenzione dei fascisti che confluiscono sul luogo. L’ultimo tentativo di fuga riesce solo a due dei partigiani che, pur feriti, riescono a precipitarsi a valle e nascondersi. Due paesani, nascostisi in una grotta a valle, probabilmente presi per partigiani anche se disarmati, vengono anch’essi trucidati.
Il rituale della violenza. “Non sono morti come si muore in guerra. Sono stati seviziati …e queste cose non passano più” racconta la sorella del più giovane dei partigiani, Gastone “Cesco” Lubatti. Suo padre, medico, ha constatato, nei nove cadaveri 348 ferite sia d’arma da fuoco che da corpi contundenti e da taglio.
Non solo si scaricano sui morti e sui feriti tutte le munizioni, ma si procede al loro annichilimento secondo una ben precisa logica simbolica. In primo luogo la sottrazione delle scarpe: di qui non vi muoverete più; poi il viso: nessuno vi deve più riconoscere; la bocca mutilata e riempita di ricci: non avrete più parola; il cuore, non c’è nessuna pietà; infine i genitali: non avrete eredi. Il seppellimento in una fossa comune avrebbe dovuto concludere la totale cancellazione.
E poi a festeggiare e a vantarsi a voce ben alta della prodezza nell’osteria del paese di Oggiogno, dall’altra parte della vallata.
Terrorizzare la popolazione. Ad un ragazzo di 16 anni delle baite di Promé vengono fatte togliere le scarpe ed avviata la procedura della fucilazione; solo l’intervento del padre riesce a fermare l’esecuzione. Sarà quest’ultimo che dovrà portare in paese l’ordine scritto di recuperare le salme col divieto di qualsiasi celebrazione funebre. Ripetute le minacce di incendiare il paese. Il giorno successivo il capitano Nisi irrompe nella casa di Aldo Brusa, uno dei due civili uccisi, minacciando moglie e giovani figli.
La decima vittima. Un paesano di 54 anni, Giuseppe Clair Gagliani, in
precedenza unitosi ai partigiani, il 26 mattina in cimitero esprime sdegno e solidarietà alle vittime. Informati, i fascisti lo cercano e, non trovandolo, prendono in ostaggio, imprigionandola a Cannero, la figlia sedicenne.
Costretto così a consegnarsi, viene scortato sulla mulattiera per Cannero e lì, ad un tornante, assassinato, crivellato di colpi e pugnalate e il corpo abbandonato per strada.
Il rullino ritrovato. La maestra del paese, Anna Bedone Ferrari, donna energica e coraggiosa, che nel pomeriggio prestava servizio in Comune come aiuto-segretaria, dal dicembre del ’43 aveva nascosto e protetto, con il silenzio complice dell’intero paese, una famiglia di sette ebrei (Coen – Torre); il giorno successivo all’eccidio, in accordo col segretario comunale, fotografa i sette partigiani, che le suore avevano ripulito e ricomposto, in modo da poter successivamente esser riconosciuti dai famigliari. Il comando di Cannobio, venutone a conoscenza, sequestra il rullino.
Il 24 aprile, quando Cannobio venne liberata, Nisi riusciva a fuggire; nella sua giacca viene ritrovato il rullino della maestra: quelle foto ancora oggi, con la bambagia che riempie i fori di sevizie e mutilazioni, ci mostrano la violenza di quel giorno.
Il processo. La Corte di Assise straordinaria di Novara, dietro denuncia della madre di Lubatti, processa il maggiore Martinez e il capitano Nisi (quest’ultimo, fatte sparire per sempre le sue tracce, in contumacia ). Il processo si protrasse per oltre un anno e il 27 febbraio 1947 la corte emise la sentenza condannando i due, sulla base della legislazione vigente, alla pena capitale. Pena mai eseguita e ridotta a pochi anni per le successive revisioni ed amnistie.
La corte fra l’altro accertò che tutta l’operazione fu concertata fra i due ufficiali senza alcuna partecipazione (né ordini) da parte tedesca; che i partigiani feriti arresisi furono ugualmente passati per le armi e sottoposti a ulteriore infierire con moschetti e armi da taglio; i loro corpi furono depredati (scarponi, anelli ecc.); che il tutto aveva lo specifico scopo di terrorizzare la popolazione “non solo straziando i cadaveri, ma proibendo i funerali e minacciando incendi nel caso la popolazione desse prova di simpatia verso le vittime o le loro famiglie”.
Conferimento medaglia d’argento al merito civile
Il Presidente della Repubblica, in data 26.06.2008, ha conferito al Comune di Trarego Viggiona la medaglia d’argento al merito civile in memoria delle vittime dell’eccidio di Trarego del 25 febbraio 1945. La richiesta era stata inoltrata nei mesi precedenti dal sindaco Renato Agostinelli citando le pubblicazioni sull’eccidio e “il bellissimo cortometraggio che racconta i tragici fatti della Resistenza, veramente toccante e che ci viene ripetutamente richiesto”. Nella motivazione ufficiale si cita fra l’altro “la popolazione” che “offrì un ammirevole prova di generoso spirito di solidarietà, prodigandosi nell’accogliere nelle proprie abitazioni partigiani e quanti avevano bisogno di aiuto.”
Schede
I caduti. Ivo Borella, 25 anni; Luigi Velati, 21 anni; Corrado Ferrari, 24 anni; Ermanno Giardini, 20 anni; Gastone Lubatti, 19 anni; Luigi Leshiera 22 anni; Pierino Agrati, 25 anni: partigiani della volante; Aldo Brusa e Primo Carmine, paesani; Giuseppe Clair Gagliani, 54 anni.
Sull’eccidio di Trarego. La vita del paese durante la guerra è narrata in un romanzo (La colpa di essere nati, Gastaldi, Milano 1954), scritto da Marta Minerbi Ottolenghi, una delle ebree rifugiate in paese. Il testo ora ripubblicato (Devanzis, Treviso 2012) riporta fedelmente i fatti così come l’autrice li ha vissuti, modificando però i nomi sia delle persone (la maestra Balducci) che del luogo (Valfiore). L’eccidio nelle pubblicazioni di rievocazione storica fu lasciato a lungo in sordina probabilmente perché più comodo ricordare gli orrori compiuti dai “tedeschi”. Nel 2003 venne alla luce per due ricerche pubblicate casualmente negli stessi mesi: una dello studioso romeno Michael Jakob (docente alle università di Grenoble e Ginevra) che, soggiornando in ferie nel paese lacustre sottostante di Cannero, si appassionò della vicenda (La strage di Trarego, Tararà, Verbania 2003 ); la seconda dell’Istituto Cobianchi di Verbania che aveva due ex allievi fra i caduti di Trarego. Quest’ultima ricerca (Memoria di Trarego) vinse nel 2004 la prima edizione del premio dell’ANCI sulla storia locale e viene ripubblicata nel 2007 in edizione ampliata dall’editore Tararà. Partendo da quest’ultimo testo, il regista Lorenzo Camocardi ha realizzato, con una classe di studenti dello stesso Istituto, il film Trarego memoria ritrovata, prodotto dalla Casa della Resistenza, proiettato in prima visione domenica 4 marzo 2007 nel salone multiuso di Trarego. Il filmato, che contiene interviste a testimoni ed esperti e ricostruzioni fiction interpretate dagli studenti, ha avuto ampia diffusione sia in DVD, in televisioni locali e regionali e in circuiti non commerciali (Comunità locali, circoli ed associazioni culturali, scuole ecc.). Ha inoltre ottenuto la Menzione della giuria al Concorso nazionale Filmare la storia, edizione 2007, indetto dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza nella sezione Premio speciale “25 aprile” ed è stato proiettato nella rassegna Piemonte movie 2009. Nel 2012 viene diffusa una seconda edizione in DVD.
Nino Chiovini. Comandante della Volante, sopravvissuto miracolosamente all’eccidio, ha dato poi vita alla nuova volante “Martiri di Trarego” che ha
partecipato attivamente alla liberazione, il 24 aprile ‘45, di Verbania, Cannero e Cannobio. Ci ha lasciato, volutamente postumo, il racconto La volpe sul suo peregrinare e sulle sue emozioni di quel tragico giorno di febbraio.
Divenne poi uno degli scrittori più amati del Verbano: storico attento e critico della Resistenza (I giorni della semina; Val Grande partigiana e dintorni; Classe IIIaB) e della vita delle genti delle montagne tra il Verbano e la Svizzera (Cronache di terra lepontina; A piedi nudi; Mal di Valgrande; Le ceneri della fatica). Recentemente è stato pubblicato il suo diario partigiano insieme ad altri scritti sulla Resistenza (Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà Verbania 2012). Sull’eccidio ha scritto nel 1982 un opuscolo titolato A Trarego per la libertà, ripubblicato oggi all’interno del citato testo di Michael Jakob.
Il Coro: “Volante Cucciolo” è un gruppo corale strumentale, costituito nell’ottobre 2011 dalla sez. Augusta Pavesi ANPI Verbania, volto all’esecuzione di canti della Resistenza parte in versione originale e parte riarrangiati in chiave moderna. In ogni canto partigiano ci sono le storie e i valori di persone che si giocarono affetti, lavoro, futuro e spesso la vita per difendere la propria dignità di uomini liberi. Riproporli aiuta a ripercorrere il loro cammino, oggi troppo spesso dimenticato o messo in discussione, e a rivivere e difendere la Resistenza e la Costituzione repubblicana che da questa nacque. Cantare insieme ricrea la gioia e il senso di amicizia e di solidarietà umana e politica che furono il collante umano della Resistenza.
Informazioni
• Comune di Trarego Viggiona: Via Passo della Piazza 1, 28826 Trarego Viggiona (VB). Tel: 0323/797886
• Comunità Montana del Verbano: Sede di Ghiffa, C.so Risorgimento 22, 28823 Fraz. Susello di Ghiffa. Tel: 0323/401177
• Proloco Trarego Cheglio Viggiona: Via Passo Piazza 2, Trarego Viggiona, 28826 (VB); Email: info@prolocotraregoviggiona.it; Tel: 0323 797965
• Istituto Lorenzo Cobianchi: P.zza Martiri di Trarego 8, 28921 Verbania Intra. Tel: 0323/401563
• ANPI Sezione “Augusta Pavesi” di Verbania, C.so Cairoli 39, 28921 Verbania Intra; Email: anpi.verbania@gmail.com
• Coro “Volante Cucciolo”: Info e adesioni c/o Flavio Maglio – Email: maglio@alice.it, Tel: 336/699716
• Biblioteca Aldo Aniasi: Via Turati 9, 28924 Verbania Fondotoce. Tel: 0323/586802 Email: biblioteca@casadellaresistenza.it
• Casa della Resistenza: Via Turati 9, 28924 Verbania Fondotoce. Tel: 0323/586802. Email: info@casadellaresistenza.it
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* Pubblicato nell’Aprile 2012 come inserto della riedizione del docufilm di Lorenzo Camocardi “Trarego memoria ritrovata”, a cura della Casa della Resistenza. Il testo è rimasto identico. Ho solo aggiornato le schede e aggiunto una fotografia.
Il DVD del ducumentario “Trarego memoria ritrovata” è reperibile presso la Casa della Resistenza di Fondotoce e nelle principali librerie del VCO.



























































