Comunicato
La Direzione generale della Politica Regionale e Urbana della Commissione Europea ha comunicato in questi giorni alla partnership territoriale che il progetto Interreg “UP2Peer” è stato selezionato come esempio della politica di coesione dell’Unione Europea e pertanto sarà inserito nel database comunitario che riunisce esempi di buone pratiche a livello europeo.
Il progetto Interreg “UP2Peer”, avviato nel territorio del VCO e del Canton Ticino nel mese di marzo del 2013 e attualmente in fase di conclusione, è stato promosso da una partnership composta da Provincia del VCO, associazione RADIX di Lugano, ASL VCO, Consorzio dei Servizi Sociali del Verbano, associazione Contorno Viola, cooperativa ICS e CREMIT dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Il progetto si avvale del supporto tecnico di LBA Consulting, Daily ed Eclectica e si propone di contrastare, con strumenti innovativi, modalità dannose di consumo di bevande alcoliche tra i giovani mettendo in campo azioni orientate alla prevenzione degli incidenti stradali da guida in stato di ebbrezza alcolica grazie anche alle nuove tecnologie.
In questa prospettiva sono stati realizzati: interventi di prevenzione nell’ambito scolastico che hanno coinvolto oltre 1.200 studenti e una ventina di uscite nel territorio con una postazione mobile dedicata che hanno coinvolto circa 1.500 soggetti.
In particolare nel corso del progetto è stata sviluppata l’applicazione cALCOLapp, messa a punto grazie ad un evento residenziale con la partecipazione di peer educator italiani e svizzeri.
L’applicazione, disponibile su Play e Apple Store, prevede quattro sezioni: Alcol Test, che permette di ottenere una misurazione approssimativa dell’alcolemia; Test Driver che consente, attraverso due giochi, di valutare i propri riflessi e tempi di reazione; Quiz per determinare la conoscenza sul tema alcol e guida con domande a risposta multipla; Help, che in caso di emergenza consente di attivare rapidamente i soccorsi o valutare le soluzioni alternative per il ritorno a casa se non si è in condizione di guidare.
Ad oggi i download dell’applicazione sono oltre 4.000 a fronte dei 200 previsti dal progetto.
È in distribuzione in questi giorni il primo numero di “Nuova Resistenza Unita” del 2015.
Copertina ed editoriali sono dedicati ai fatti di Parigi.
Segnalo in particolare le “Spigolature” di Paolo Bologna che ci sono giunte pochi giorni prima che ci lasciasse.
Indice
p. 1 >> Editoriale: di Giuliana Sgrena
Editoriale grafico: di Ruggero Zearo
p. 2 >> Il male può essere banale? Attualità di Hannah Arendt: a cura di Gianmaria Ottolini
p. 7 >> A Caporetto, quasi un secolo dopo l’ultima battaglia sull’Isonzo: di Marco Travaglini
p. 10 >>Novecentodonne: di Luisa Steiner
p. 11 >> Che l’8 marzo torni ad essere … : di Elisabetta Colusso
p. 12 >> Riconoscimenti e ringraziamenti
p. 13 >> Notizie dal mondo delle biblioteche. Convegno delle Stelline 2015: di Chiara Uberti
>> 10 febbraio, Giorno del ricordo. Diario dall’Istria: di Giorgio Danini
p. 14 >> Spigolature: di Paolo Bologna
>> Giornata della Memoria 2015: di Monica Abbiati e Silvia Marchionini
p. 15 >> Carlo Grossini: di Bruno Pozzato
>> Recensione: Note a margine di Marco Travaglini
p. 16 >> Offerte/ ricordi/ notizie
>> Ricordo del partigiano Renzo Rizzi: di Massimo Zoppi
>> Notizie: “Note di musica. Concorso musicale”
Il 25 febbraio ricorre il 70° anniversario dell’eccidio di Trarego.
Nell’ambito della Convenzione fra Comune di Trarego Viggiona, Istituto Cobianchi e Casa della Resistenza che riconosce e tutela l’area monumentale di Promè quale luogo di memoria, la classe 5° Linguistico del Cobianchi ha preparato una lettura corale di documenti e testimonianze che saranno presentate mercoledì 25 febbraio agli studenti della scuola e sabato 28 presso la sala multiuso (località S. Mauro di Trarego Viggiona) in occasione del rinnovo e ampliamento della Convenzione.
Di seguito il testo predisposto.
Ma se l’uomo nato da mia madre avessi abbandonato, salma insepolta,
allora sì, mi sarei disperata: del resto non mi dispero.
Sofocle, Antigone
Presentazione
Buongiorno a tutti
Siamo la 5ALL del liceo linguistico dell’Istituto Cobianchi; oggi siamo qui con voi, a distanza di 70 anni dagli avvenimenti, per tenere vivo il ricordo delle vittime dell’eccidio di Trarego avvenuto il 25 febbraio 1945.
Poiché siamo una classe interamente femminile, ci è sembrato fin dall’inizio importante sottolineare il ruolo delle donne sia nella Resistenza in generale, sia in relazione alla trasmissione della memoria dell’eccidio. Le donne, infatti, ebbero diversi compiti tutti importantissimi e non sempre giustamente riconosciuti: alcune si preoccupavano di portare i viveri ai partigiani nascosti tra le montagne, di avvertirli dell’arrivo dei fascisti o di fare da staffetta, altre di curare i feriti e di ricomporre i morti, altre ancora imbracciarono direttamente le armi.
Per quanto riguarda l’eccidio di Trarego ci ha colpito il fatto che le vittime sono tutti uomini (partigiani e civili), ma la memoria, quella che è arrivata a noi attraverso le testimonianze, è quasi essenzialmente femminile. Sono le madri, le sorelle, le figlie e persino le suore dell’asilo, che ci hanno lasciato le parole più intense, le testimonianze più toccanti di quanto accaduto ai loro cari e a loro stesse dopo la strage. A loro è toccato il compito di riconoscere, ricomporre i corpi straziati e di celebrare i funerali, sfidando il divieto emanato dai fascisti.
Come Antigone nel mito greco, a loro è toccato il compito di elaborare il lutto negli anni successivi, lasciate spesso sole da istituzioni assenti e di tramandare in ogni occasione, vincendo il dolore e la pena, il ricordo di quanto accaduto. Siccome la maggior parte di queste donne straordinarie non sono più con noi, abbiamo voluto prendere le loro parole e farle nostre. Ci siamo basate principalmente sulle testimonianze contenute nel libro Memoria di Trarego e nel film-documentario “Trarego memoria ritrovata” del regista Lorenzo Camocardi, frutto del lavoro di ricerca di altre classi del Cobianchi, testimonianze che sono state trascritte, nelle parti che ci hanno più colpito, e riportate in prima persona. L’idea finale è stata quella di aggiungere queste voci, come in una specie di coro, al toccante resoconto dell’eccidio steso da Nino Chiovini, un anno dopo gli eventi, “Volante Cucciolo a Trarego” e pubblicato sul giornale “Monte Marona“.
Alle loro voci è dedicato il nostro lavoro.
25 febbraio 1945: Volante Cucciolo a Trarego
la Volante, a Trarego, è caduta senza retorica.
I Caduti di Trarego e tutti i nostri Caduti ci hanno insegnato.
La loro morte ci ha insegnato la vita e la via
di Nino Chiovini in “Monte Marona“, febbraio 1946
La Volante è tornata da un appostamento. È a Premeno. A Premeno arriva un biglietto di Arca. Un biglietto, un ordine di dieci parole: “La Volante deve raggiungere Scareno nel più breve tempo possibile“.
La Volante parte da Premeno. Parte di malavoglia: è appena tornata da un “giro” e vorrebbe stare un po’ a Premeno. Invece deve andare a Scareno. E Scareno non le è simpatico; ma parte, la Volante. E quasi, non canta. Si porta con sé un paio di bottiglie di cognac e qualche vasetto di marmellata, arrivato giusto allora. La Volante beve gli ultimi bicchieri al “Riposo”, poi saluta “mamma Luisina”. Esio, Aurano poi Scareno. E su, al Comando.
Arca è contento di rivedere la Volante. È sempre contento quando la ritrova. La saluta tutta e tende la mano a tutta.
Coro: E tutta la Volante lo saluta; ed è contenta di salutarlo.
Parla, Arca. Dice che in Cannobina la squadra di Dieci è stata attaccata. Ci sono dei morti: uno, forse, ė Dario. Dario era buono e anche un uomo. Un uomo di diciotto anni: un bambino a vederlo, un uomo a conoscerlo.
Arca dice che bisogna far qualcosa contro quelli che hanno accoppato Dario e il resto: contro la “Confinaria”.
Prima di partire, la Volante ha già vuotato una bottiglia di cognac ed ha superato la malinconia di Scareno.
Gigetto e Jubal si tirano le loro barbe: barbe di quattro peli biondi e castani, barbe forzate.
…
LUCIA ZUCCHINETTI: testimonianza su LUIGI VELATI (Gigetto)
Sono Lucia Zucchinetti, figlia della cugina di Luigi Velati: non ho mai conosciuto questo cugino di mia mamma perché è morto troppo giovane; ma lei me ne ha parlato spesso, mostrandomi le foto: bel tipo, atletico, sorridente mentre posa per il fotografo durante una gita in montagna. Perito chimico al Cobianchi, decise di unirsi alla Resistenza partigiana senza tentennamenti, forte e determinato come lo si può essere a vent’anni, consapevole di rischiare la vita da quel momento in poi, ogni giorno e ogni notte, dolce ma irremovibile davanti all’incredulità dei genitori e dei parenti.
Ricordo molto bene i genitori di Gigi, la zia Gina e Domenico Velati: la zia Gina non l’ho mai udita recriminare con il buon Dio per averle strappato quell’unico figlio in modo così crudele; penso volesse farsi carico della dignità e del coraggio da lui dimostrati, accettandone di conseguenza, senza lacrime anche la morte.
Un lampo d’orgoglio negli occhi quando qualcuno la salutava, mentre al cimitero di Pallanza, lucidava con amore il monumento funebre di Gigi o sistemava le ciotole dei fiori. Solo dopo la morte della zia Gina, abbiamo ritrovato nascoste in una scatola le reliquie più amare di quei giorni di lutto: il velo nero che ricoprì il bel volto del giovane su cui si infierì con crudeltà anche dopo la morte, le foto di un cadavere composto pietosamente dopo sevizie e brutalità. Nei nostri tempi, ancora segnati da guerre e dittature, possa il ricordo di Gigi e della sua morte, regalarci un nuovo desiderio di vera pace e libertà.
…
Poi, parte la Volante. Sugli scalini intona la sua canzone.
…squadra dell’allegria;
tra noi partigian non c’è malinconia.
Volante “Cucciolo” contenta e malinconica.
Coro: Nove uomini contenti e malinconici.
È contento Vola di essere accanto a Gino, Cesco accanto a Carluccio, Ermanno accanto a Gigetto, uno accanto all’altro. E la Volante fa i primi passi cantando, e uno allacciato all’altro.
E beve, beve anche l’altra bottiglia di cognac.
Gigetto dice che è ora di andare a dormire. Forse è meglio fermarsi alle prossime baite.
Tutti faticano e camminano nel buio senza luna: contenti e malinconici. Malinconici perché devono andare in Cannobina. Andare in Cannobina significa andare fra gente che non tutta ci vuol bene, gente che non tutta sta zitta; significa mangiar poco e soprattutto significa lasciare la zona bella, la zona che vede Intra, Pallanza e tutti i paesi che piacciono alla Volante.
Alle prime baite la Volante si ferma, entra in una e mette le armi al riparo del fieno. Poi dorme, malinconica e contenta. Nella Volante tutti si vogliono bene.
Coro: Bene sul serio. E dormono uno accanto all’altro, abbracciati. Così, dormono. Perché si vogliono bene.
…
GIULIANA LUBATTI
Sono Giuliana, sorella di Cesco, Gastone Lubatti
Mio fratello aveva undici mesi meno di me. Siamo cresciuti come gemelli, eravamo quasi coetanei.
Aveva il pallino per l’aviazione, e divenne volontario. E rimase lì fino all’otto settembre, quando è stato riportato a casa dai ferrovieri.
Per un po’ rimase a casa con noi, quando si ammalò di pleurite.
Poi arrivò la cartolina, ma lui con i “Mai morti” non ci voleva andare. Lui voleva andare in montagna. Voleva andare a combattere con i partigiani.
Così mio padre lo accompagnò sopra Omegna. Poi si spostò a Premeno, nella Cesare Battisti.
Erano tutti amici, lo andavo a trovare e facevano anche delle feste.
Mi ricordo una volta, una domenica sera, mi ha chiesto di fermarmi lì con loro. Abbiamo fatto una festa e lui disse a tutti: “Non toccate mia sorella, ha un fidanzato!”. Quella sera mi divertii molto, giocammo, ballammo, ridemmo.
È stata l’ultima volta che l’ho visto vivo.
La settimana dopo era già morto.
Lo rividi poi al cimitero. Nonostante fossero stati puliti e tamponati dalle suore erano irriconoscibili. Sdraiati su delle scale, il viso di mio fratello non era più il suo. Lo riconobbi dalla mano.
Mi ricordo solo quello, la sua mano. Non so cosa succede in quei momenti, ma mi sono scordata tutto; mi sono scordata anche di come sono tornata a casa.
Mia madre rimase a letto per giorni, non parlava, non mangiava, non piangeva. Io e mio padre avevamo paura di perdere anche lei. Poi un giorno finalmente pianse, mio padre mi abbracciò e mi disse: “È salva”.
Nino Chiovini, il comandante Peppo, ha lasciato nei suoi scritti memoria di Gastone, che mi piace ricordare: di lui dice che era l’ultimo arrivato nella Volante. Sebbene fossero stati stati compagni di scuola e di squadra di pallacanestro, si erano persi di vista. Nino, ricordando che Gastone aveva scelto la via della lotta di Liberazione nel dicembre ’43, racconta che si era distinto per il suo coraggio in varie azioni, come quella di Ompio, dove aveva imparato a serrare i denti per non crepare. Chiovini racconta come lo ritrovò nella formazione della Volante a Pian Cavallo. Aveva ancora il suo viso infantile, le efelidi sulle guance e più fitte vicino al naso, ancora la peluria chiara sotto le basette, come l’ultima volta che l’aveva visto; solo gli occhi grigio-azzurri erano quelli di un uomo. Di lui Nino ricordava anche la scanzonata scompostezza e la voce lenta e strascicata, sempre pacata, anche quando si arrabbiava.
…
La Volante oggi ha camminato, si è fermata, ha mandato una corvèe a Trarego per prendere viveri. Qualcuno ha fatto il bagno, qualcuno ha dormito, qualcuno ha preparato da mangiare. La corvèe è tornata con pane, carne, vino e una notizia: una pattuglia di fascisti sale tutte le sere a Trarego. Cinque/dieci fascisti, ora di arrivo, abitudini, itinerario e ora di partenza. C’è tutto. La Volante mangia, parte col buio, giunge a Trarego, lo lascia sopra di sé e si apposta sulla strada. Passa il tempo e i fascisti non passano. La squadra di Dieci resta com’è: con i suoi morti. I fascisti restano come sono: senza morti freschi. La Volante torna, cerca una baita col fieno, per dormire. Perché sono le due di notte. Al mattino, esce dalla baita la Volante. Si scrolla di dosso le briciole di fieno e sale su per il prato giallo sciatto di gelo vecchio: per cuocere la carne, sale.
A metà pendio vede uomini, uomini armati, cappello alpino. Un colpo di binocolo: “Confinaria”. A 150 metri. Tutti i sentieri sono pieni di “Confinaria”. Fascisti per tutta la montagna. E la Volante è nove uomini. La Volante tiene consiglio: tra le baite 200 metri dai fascisti. Poi ha deciso.
Coro: Deciso che cosa?
Sa che è in trappola e vuole uscire. Non si scalda e non perde tempo. Non smania e scherza ancora, ma pensa. Che cosa pensa? Ha deciso di non farsi pescare. Cerca un angolo morto per passare le ore che mancano al buio. Scende sparsa, sperando di essere defilata. Forse è defilata: se nessuno la vede. Come si fa ad essere defilati quando non c’è che prato quasi uguale chiazzato di neve e fascisti dappertutto?
Coro: Fascisti sopra su ogni sentiero, fascisti ai lati, fascisti sotto, a Trarego, a Oggiogno.
Ha trovato un angolo morto, la Volante: un catino, un imbuto di terreno, una conchetta, qualcosa per non lasciarsi vedere da tutte le posizioni. Nel catino la Volante parla. Parla, racconta e ride. Cesco racconta e gli altri ridono, Jubal racconta e gli altri ridono, Gigetto racconta e gli altri non ridono: perché parla di Fondotoce. Poi parla Ermanno, poi di nuovo Cesco, poi qualcuno ancora e gli altri ridono, meno quello di guardia che non sente. La Volante ride e non si dà pensiero. Vede i fascisti e non si scalda. Vede le baite bruciare e allora si arrabbia: si chiede perché i fascisti incendiano le baite.
Coro: Che colpa hanno le baite?
Poi, torna contenta di nuovo.
Coro: Contenta di essere tutta assieme, uno accanto all’altro.
Poi, verso sera c’è Vola di guardia e Vola dice che un reparto di 43 uomini scende verso il catino.
La Volante tiene consiglio e decide. Scendere in valle, e con la notte risalire l’altro versante, passando tra i loro presidi.
Brutto è decidere, poi si scherza ancora. Fuori dal catino, la Volante imbocca il sentiero appena segnato, scende verso la valle passando sotto il roccione.
Una raffica scuote il silenzio dei sassi che rotolano pianamente: e la Volante si ferma. Guarda e vede una fila di uomini in cima al roccione: sente altre raffiche e si butta lungo il pendio pelato.
Le raffiche infittiscono, passano accanto alla Volante, fischiano tra la Volante. E la Volante passa accanto alle raffiche, passa nelle raffiche e si muove tra le raffiche.
Coro: Poi, la Volante si muove nel suo destino.
Il destino di Ermanno che, sotto il roccione, spara finché avrà colpi. Il destino dei vivi che il caso lascia vivi. Il destino degli altri che si fermano al muretto. Un muretto a secco, dove comincia il prato. Dietro il muretto, uno accanto all’altro. E i corpi, uno accanto all’altro. E arrivano uno accanto all’altro. E colpiscono quelli della Volante:
Coro: uno accanto all’altro.
…
BRUNA GIARDINI
Sono Bruna Giardini la sorella di Ermanno. Il giorno dell’eccidio sono tornata da scuola e mia mamma mi ha detto: Devi andare su a Trarego perché è venuta la signora Tranquillini ad avvisare che ci sono dei partigiani morti. Mio papà e mio zio erano già avanti. Con la bicicletta sono andata fino a Cannero e poi ho preso tutte le scorciatoie a piedi. Quando sono arrivata mi hanno fatto vedere i morti. Li ho visti proprio tutti! Ero quasi convinta che mio fratello non ci fosse, l’ultimo invece era lui ed era il più conciato di tutti: gli han portato via mezza faccia, era tutto tamponato. Avevo quattordici anni…Mia mamma, una volta finita la guerra, non ha retto al dispiacere di vedere i partigiani che scendevano dalle montagne e suo figlio non c’era perché era già due mesi che era morto. La gente, alla fine della guerra, ha dimenticato tutto. Noi siamo stati sempre persone tranquille e non abbiamo cercato vendetta. Ho testimoniato a tutti e due i processi anche perché sono stata la prima a vedere i morti:il tribunale voleva sapere cosa realmente avevo visto. Purtroppo mi aspettavo che fosse fatta giustizia e invece…
…
Poi, Cesco dice che sono tutti morti e feriti e che la piantino di sparare. Lo dice ad un ufficiale: “Disgraziato, piantala di sparare: son tutti morti e feriti.” Ed è ferito anche lui. E dice proprio “disgraziato”.
La “Confinaria” smette di sparare di lontano. Si avvicina e spara da vicino. Da due metri, spara. Sui morti e sui feriti. Raffiche lunghe, senza senso, per diritto, per traverso. Calci di mitra che spaccano le ossa già rotte dalle raffiche.
Sette morti. E la Volante eran nove. Due borghesi, e fanno nove. Perché due borghesi? Nove morti.
Nove morti e 348 ferite. Nove morti massacrati.
Coro: La Volante morta: uno accanto all’altro, come la Volante viva.
IVO BORELLA (Villa)
Classe 1919
Villa faceva il contadino, prima. In montagna era venuto, ma nessuno ricorda che lui abbia spiegato a qualcuno il perché. Forse non lo avrebbe saputo neanche spiegare, perché non era uno che sapesse spiegarmi tanto bene. Di sicuro glielo diceva il cuore, di starci, perché con quel rospo d’asma che gli gonfiava il petto ad ogni rampa, poteva starsene anche a casa. Invece ci stava di cuore con noi. Non era il solo ad essere così. Con noi c’erano molti giovani a cui solo il cuore aveva fatto indovinare la via. Uno era Villa. Con le parole non sarebbe mai riuscito a indicarci la via.
Adesso la sua vita, da quando lo abbiamo conosciuto a quando è morto, è una via.
CORRADO FERRARI (Jubal)
Classe 1920
Perché un uomo, assordato dai colpi, con i muscoli rotti dai colpi, si alza e sceglie per le sue ultime parole: “Viva il comunismo?” Jubal ha fatto questo. Jubal lo sa. Jubal stava per morire e ha voluto lasciare agli altri queste parole. Gli uomini che muoiono con più calma lasciano un testamento spirituale. Jubal aveva fretta e ha lasciato solo un grido.
LUIGI VELATI (Gigetto)
Classe 1923
Nel giugno ’44 Gigetto era a casa, a Pallanza. Vide sfilare i 43 uomini verso Fondotoce. E li vide morire. Poi, arrivò da noi. “Per quelli di Fondotoce”, disse.
Venne in montagna per i morti, soffrì per i morti, sparò per i morti. E imparò dai morti. Infine morì lui, a Trarego.
E noi abbiamo imparato da lui e ancora impariamo da Gigetto e da tutti i nostri morti: più che dai libri più belli. I morti sono libri che non si scordano e che fanno imparare molto.
E Gigetto è un bel libro.
ERMANNO GIARDINI (Ermanno)
Classe 1924
Forse Ermanno è morto soddisfatto: tutti i colpi fuori dalla canna prima di morire.
Lo cedettero il Capo.
E il suo viso era macinato dalle schegge di una bomba a mano e dai colpi di calcio di un fucile manovrato per la canna. Di chi era la mano che teneva la canna del fucile?
Perché Ermanno quando costui cominciò l’opera, era già morto.
GASTONE LUBATTI (Cesco)
Classe 1925
Cesco aveva diciannove anni. Diciannove anni e il viso da bambino quieto. Si preoccupava più dei compagni che di sé. Poi voleva essere lasciato in pace. Poteva starsene a casa, ma diceva che i fascisti gli toglievano la pace e che avevano torto e, allora, per tornare tranquillo, salì in montagna a sparare: nel dicembre del 1943.
A Trarego, quando si accorse che lui era il ferito più leggero, gridò ai fascisti di piantarla di sparare. I fascisti si fecero sotto e macinarono colpi sui compagni, poi gli chiesero se voleva arruolarsi con loro. Rispose solo che gli facessero fare la fine dei compagni.
E questa non è retorica dell’eroismo.
LUIGI LESCHIERA (Gino)
Classe 1922
Gino era l’uomo Gino. Anzi è l’uomo Gino. Ė perché l’uomo sapeva sempre quel che voleva. Sapeva perché è diventato partigiano. Sapeva perché sparava. E lo diceva agli altri, a quelli che ancora non sapevano. Quasi non lo diceva a parole. Adesso non lo dice a parole. L’hanno imparato gli altri per quello che non faceva e per quello che non diceva.
A Trarego è morto senza parole. Gino non è di quelli che si sentono morire. Se ne è andato senza rumore.
PIERINO AGRATI (Vola)
Classe 1919
Vola era cugino di Gino. Abitavano dalle stesse parti, erano cresciuti quasi assieme, la pensavano allo stesso modo. Solo, Gino agiva più col cuore; Vola più con la testa. Vola cercava sempre quello che era giusto e ci ragionava sopra alle cose. Poi, Vola era buono. Buono e tranquillo. Lui non fumava e teneva il tabacco per noi, quando non ne avevamo. Quando sparava, sapeva sempre quanti colpi erano usciti. E sempre allegro, allegra a gli altri
Quando l’hanno ferito ha voluto ragionarci sopra e disse: ” O’ catà la mea”. Poi è morto.
Vola è di quelli che lasciano il vuoto grande quando muoiono.
ALDO BRUSA-PRIMO CARMINE
I due borghesi non c’entravano. Non erano armati, non avevano sparato, non avevano parteggiato per nessuno. Forse il cuore aveva parteggiato per i nostri. Ma non c’entravano: solo il caso li aveva portati su quella data superficie di terreno entro la quale chi non era in divisa fascista è morto. Anche loro avevano i buchi sporchi di stoffa bruciata, la carne spappolata. Il perché, chiaro, particolare, per loro non c’è. C’è quello generale, sovrano indifferente: la guerra non spigola, miete.
Ma anche loro sono una via.
…
GISELDA CARMINE
Sono Giselda, la sorella di Primo Carmine, uno dei civili uccisi a Promè: Primo era in Francia e lavorava a Montecarlo; quando è scoppiata la guerra è ritornato in Italia perché i francesi erano nostri nemici, e non gli permettevano di lavorare lì. È stato di stanza a Valona e poi in Grecia dove fu fatto prigioniero.
Dopo 5 o 6 mesi venne liberato dai tedeschi e, una volta tornato in Italia, per evitare di dover tornare a combattere si fece levare tutti i denti, in modo da non superare la visita medica per l’arruolamento e avere il congedo illimitato. Nonostante questo nel ’43 venne richiamato a combattere, ma si nascose in paese per poi fuggire su per i monti.
La domenica del 25 febbraio ’45 uno squadrone della Confinaria di Cannobio arrivò a Trarego. Mio fratello appena sentì la notizia dell’arrivo della Confinaria e della Brigata nera, avrebbe voluto tornare a casa, ma incitato da un amico, Aldo Brusa, che poi venne ucciso insieme a lui, decise di recarsi a casa di quest’ultimo a Promè, dove mangiarono insieme e poi si nascosero in una grotta. Qualcuno fece la spia e verso mezzogiorno i partigiani vennero inseguiti: sette caddero vicino a una stalla e due riuscirono a scappare. I soldati passarono anche davanti alla grotta e, non avendo accolto la loro supplica di lasciarli andare perché senza alcun arma, li uccisero con trentadue colpi di mitra ciascuno. Vennero poi scoperti i sette corpi e più in basso trovarono anche quello di mio fratello e del suo amico.
Dopo la strage per alcuni anni non riuscii più a ripercorrere la strada che porta a Promè, perché avevo troppa paura. Sulla pietra del sentiero c’erano ancora le macchie di sangue e ovunque io mi voltassi continuavo a vedere i volti dei partigiani e di mio fratello. Mia mamma ci andava perché c’era il mangime per gli animali, ma piangeva sempre quando tornava.
La guerra ci aveva portato via tutto, è stata la fine di tutto e da una cosa così non ci si può più riprendere.
Suor ALESSANDRINA DUSE
Testimonianza di suor ALESSANDRINA, dell’asilo di Trarego:
Dopo il mostruoso eccidio, i sette copri straziati dai colpi della mitraglia, coperti di sangue e di terra, rimasero lì, soli tra le foglie secche, ancora per due giorni e due notti. Quando finalmente i loro assassini si allontanarono, mi avvicinai a quel luogo di tragedia, muovendomi tra le ombre della notte ormai vicina. Tremava il mio cuore a causa di tutti questi colpi e urla, avevo paura di scoprire la tragedia. Arrivai sul posto di fronte ai corpi massacrati di quei ragazzi, il mio cuore si sentì straziato e non riuscivo a trattenere le lacrime. Poi come avrebbero fatto tutte le mamme, spose e sorelle, cominciai a tamponarli e pulirli in modo da nascondere le ferite più gravi. Composi quei poveri corpi e pregai per le loro anime maledicendo gli assassini. Dopo due giorni permisero la sepoltura e furono portati in cimitero da alcuni paesani. Lavai con misericordia i corpi dei Martiri e mi sostituì alle madri, alle spose e alle sorelle di questi giovani in questa dolorosa circostanza, sfidando i sospetti e le ire fasciste. Vorrei essere ricordata solo per il mio gesto come patriota.
ANNA BEDONE
Sono Anna Bedone Ferrari, maestra della scuola elementare di Trarego negli anni della guerra e aiuto segretario comunale. Negli anni successivi al ’43 mi trovai ad aiutare alcune famiglie ebree, falsificandone i documenti o, come nel caso della famiglia Coen Torre, trovando loro una casa a Trarego.
Il 25 febbraio, il giorno della strage, era un giorno come tanti: ero al lavoro, quando sentii degli spari, a quel punto mi recai a casa della famiglia Torre per riprendere mia figlia che, dopo la scuola, come ogni giorno, veniva ospitata da loro. Nel momento in cui arrivammo a casa, finalmente pensai: “Tra le case di Cheglio mi sento più tranquilla “.
Il giorno dopo arrivò l’ordine di andare a recuperare i cadaveri dei partigiani caduti per seppellirli in una fossa comune nel cimitero di Trarego. Allora il segretario comunale Ciccardini di Oggebbio disse che si potevano fare delle fotografie per il riconoscimento dei corpi da parte dei parenti. Siccome io ero una delle poche ad avere la macchina fotografica, mi chiese nell’ora di pranzo se ero disponibile a scattare delle foto. Io accettai ma, tornata a casa, trovai mio marito contrario poiché aveva paura e pensava che ci bruciassero la casa. Questo suo timore non cambiò la mia scelta.
I corpi erano stati posti su delle scale a pioli per poter essere fotografati, dopo essere stati ricomposti dalle suore che li avevano lavati.
Mentre scattavo le foto il messo comunale faceva da guardia fuori dal cimitero. Di lì, quel giorno, passò una persona, che sospetto sia stata l’informatrice dei fascisti.
Il giorno dopo, infatti, ricevetti una telefonata dal comando che mi intimò di consegnare il rullino, minacciandomi, in caso contrario, di venirmi a prendere. Contattai subito il segretario comunale che si occupò di riconsegnare il rullino.
La notizia della morte dei nostri partigiani si diffuse rapidamente e arrivarono qui amici e parenti a portarli via.
Il rullino venne ritrovato nella tasca del comandante Nisi, il 25 aprile, quando i fascisti scapparono, finita la guerra. Grazie al parroco del paese il rullino tornò nelle mie mani e decisi di farle sviluppare a Intra dal fotografo Moscardelli, il quale al momento del ritiro delle foto mi chiese di lasciargli i negativi che sarebbero stati utili per eventuali celebrazioni.
…
La vicenda di Giuseppe Clair Gagliani
Il giorno in cui avevo scattato le foto il signor Gagliani era presente ed ebbe parole di solidarietà nei confronti dei partigiani uccisi; sembra che abbia esclamato: “Vi vendicheremo!”. Purtroppo qualcuno riferì ai militari fascisti di Cannero la sua frase e così il giorno dopo essi sequestrarono sua figlia sedicenne e telefonarono in municipio con l’ordine di avvisare Gagliani di presentarsi, altrimenti non avrebbero rilasciato sua figlia Maria. Io quel giorno speravo proprio di non incontrarlo, ma, invece, quando sono arrivata alla stazione di Cheglio l’ho incrociato e ho dovuto riferirgli tutto. Fu arrestato e, mentre lo portavano al comando di Cannobio, gli spararono nella schiena. Poi liberarono la figlia.
MARIA GAGLIANI
Sono Maria, figlia di Giuseppe Clair Gagliani. Avevo sedici anni, nel marzo del 1945. Mio padre partecipava alla lotta di liberazione e non si trattenne davanti allo scempio dei partigiani uccisi a Promè. Una spia denunciò ai fascisti il nome di mio padre e così il 1 marzo vennero a casa nostra a cercarlo e, non trovandolo, mi presero come ostaggio. Venni portata a Cannero al comando fascista, dove restai fino all’indomani; ricordo che fui liberata dopo una raffica di colpi di mitraglia. Chiesi subito di mio padre, ma mi dissero che era fuggito. Così chiesi alla gente se sapeva qualcosa, ma dissero che era scappato anche se sapevano già la verità. Io non contenta continuai a chiedere a tutti fino a quando qualcuno mi disse di andare a Cannero perché lì c’era mio padre… Morto. Io pensavo fosse in strada ma non lo vedevo da nessuna parte poi però mi dissero che ero sul gradino dove c’era il suo sangue.
Mia sorella allora era piccola e per non farla assistere alla scena le vennero date 5 lire per andare a comprare le caramelle.
Mia mamma non volle i soldi dal soldato che aveva ucciso mio padre e, quando partecipò al processo, che si tenne a Novara, gettò in faccia all’assassino quelle monete che le erano state date il giorno della sua cattura.
…
Il giorno della liberazione ero su per i monti e sentii le campane suonare, così tornai a casa e vidi mia mamma che piangeva.
Dall’Antigone di Sofocle
Antigone: ” [..] ma se prima del tempo io morirò, questo io lo considero un guadagno: per chi vive, com’io vivo, fra tante pene, un guadagno non sarà la morte?
Per me dunque, affrontar tale destino, è un dolore da nulla. Ma se l’uomo nato da mia madre avessi abbandonato, salma insepolta, allora sì, mi sarei disperata: del resto non mi dispero.
Tu dirai che da folle io mi comporto;
Ma forse di follia m’accusa un folle [..] “
Ricevo da un “piccolo gruppo di cittadini verbanesi” che si firma G.R.U.V. (Gruppo Resistenza Umana Verbania) il simpatico invito a commentare il loro ultimo post sul loro blog I pensieri di Zorro dal titolo
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Fare soldi e….agire razionalmente
ovvero
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che invito a leggere prima della risposta che segue.
Grazie del stimolante invito, alla comune ricerca del tasto nascosto … o forse di una diversa tastiera se non di tutt’altro strumento.
Sulla costante distorsiva niente da ridire, lo dicevamo in tanti alla fine degli anni ’60 del secolo scorso: il vizio è del “sistema”.
Ma col passare dei decenni – e da qui parlo per me perché le strade di noi di quella generazione si sono in gran parte divise e divaricate – mi son reso conto che il “sistema” assomiglia assai poco al Moloch che pensavamo di contrastare. Al di là della “costante distorsiva” che ha certo radice nella separazione fra valore d’uso e valore di scambio e pertanto tra la qualità di un prodotto e il suo valore economico, il “sistema” si è dimostrato molto più flessibile, magmatico, cangiante, capace di adattamento, di deviare e rimettersi poi in carreggiata, di reggere i colpi, di quanto fossimo in grado di immaginare. Più che un Moloch terrificante o un Levitano hobbesiano mi vengono in mente altre immagini. Un flessuoso e accattivante gattopardo (cambiar tutto perché nulla cambi) e una fiumana maleodorante e gelatinosa che tutto invade e corrompe (Blob, il fluido mortale).
Lottavamo contro la società autoritaria e l’autoritarismo, per poi accorgersi che la società permissiva ha poco a che vedere con la felicità e la realizzazione; contrastavamo divieti e censure e ci ritroviamo in una società dove più o meno tutto è lecito. Il sociologo francese Alain Ehrenberg ne parlava già agli inizi degli anni ’90: la depressione – sindrome della società moderna – si è trasformata da patologia della colpa (in conflitto con l’es, con il desiderio) in patologia dell’insufficienza (in conflitto con il “culto della performance”, della prestazione) con benefici crescenti (la costante di cui sopra) per l’industria farmaceutica: la società del Prozac. Lottavamo contro la scuola d’élite (la scuola di classe) per ritrovarci in una scuola di massa dequalificata: riforma Moratti, corsi di laurea triennali che di “universitario” spesso han ben poco, ed ora la “buona scuola” in sintonia con la superficialità pubblicitaria dei tweet renziani.
E potrei continuare.
Il giornalista (e non solo) Valentino Parlato soleva ripetere: “nel mercato la cattiva merce caccia quella buona” (altra declinazione della costante distorsiva).
Da un po’ di tempo mi interessa maggiormente, rispetto al “sistema” (rispetto alla/e costanti di lungo periodo), capire la “fase” (le specificità di medio – breve periodo). Non è escluso che qui si possa prevedere (o almeno intravedere) qualche possibile via d’uscita (o perlomeno di scantonamento).
C’è un aspetto tra gli altri che mi viene in mente (ne avete accennato con il primo esempio), una contraddizione su cui forse si può “lavorare”. La finanziarizzazione dell’economia (da “D – M – D+” a “D – D+”) accelera il trasferimento di ricchezze e la divaricazione crescente tra un numero sempre più piccolo di ricchi sempre più ricchi e l’impoverimento crescente di tutti gli altri (nemmeno ai tempi dei Faraoni, si è detto, esistevamo differenze tali di reddito). Questo è in contraddizione (vostri esempi 2 e 3) con le esigenze di ampliamento del mercato. Certo una parte della produzione si orienta allora verso le nuove élite. Mi diceva un operaio della Bialetti: qui ormai si produce solo “l’alta gamma”; il resto è prodotto nei paesi dell’est dove il lavoro è a basso costo.
Ma i ricchi sempre più ricchi potranno acquistare prodotti sempre più costosi ma la loro ricerca famelica è quella della ricchezza non tanto dei beni di lusso e comunque prima o poi si crea un sovracccumolo, un ingorgo.
E dall’altra parte i beni “di massa” sempre di peggior qualità e (relativamente) a basso prezzo si scontrano con le disponibilità economiche sempre minori dei possibili acquirenti.
L’ingegner Valletta non godeva certo di simpatie diffuse né tra gli operai né a livello sociale; eppure il suo onorario non superava di 30 volte quello di un semplice operaio della FIAT. Certo allora sembrava tanto. Ma l’amatissimo Marchionne (elogiato a destra e manca) pare abbia un “onorario” tra le 800 e le 1000 volte superiori ad un operaio dell’azienda che dirige.
Naturalmente è solo un esempio: di redditi esorbitanti di manager pubblici e privati (e aggiungo di calciatori, uomini di spettacolo ecc.) è pieno il nostro paese.
Il “paese” non è più povero; sono le persone più povere.
Pensare a forme redistributive può essere una risposta (di fase, se non di sistema).
I giovani socialisti svizzeri hanno non molto tempo fa proposto un referendum per impedire, nello stesso settore di lavoro, stipendi superiori oltre le 10 volte di quello più basso.
Certo il referendum è stato democraticamente bocciato dagli elettori elvetici e i promotori son stati bollati come ingenui.
Ma almeno hanno avuto il coraggio di porre all’attenzione il problema.
Mi fermo qui anche se mi vengono in mente altri “scantonamenti”. Semmai a commento della vostra prossima puntata
Buon lavoro e buona resistenza umana.
Gianmaria
Anni fa sono stato a Reggio Emilia ad un convegno delle scuole sperimentali e ho avuto l’occasione di conoscere l’Università del Progetto, scuola superiore per creativi/pubblicitari, e attraverso la presentazione delle esercitazioni per i loro studenti, mettere a fuoco il loro concetto di creatività.
In sostanza la creatività non si sviluppa in una situazione di totale liberà, un foglio bianco, uno spazio libero, un gruppo intorno ad un tavolo, ma di fronte ad una sfida.
E più la sfida è “impossibile”, più l’asticella è alta, più i vincoli sono stretti, e più la risposta creativa è efficace.
Avevo anche recuperato un libretto frutto delle loro esercitazioni che si simulava quale Manuale per la compitazione telefonica (edizione Pseudo Zanichelli).
Per ogni lettera la parola telefonica (A Ancona …. D Domodossola ….) era seguita da una breve descrizione/ racconto di 26 parole iniziando ciascuna con una lettera dell’alfabeto in rigorosa successione.
Un compito di questo tipo parrebbe impossibile: eppure i testi era congruenti e, naturalmente, divertenti.
Altro esempio: dai piccoli oggetti tipici di un astuccio scolastico creare, estendendone le dimensioni, una linea/design di mobili ed arredo.
Di questo insegnamento abbiam fatto tesoro nella peer education: porre una sfida alta significa valorizzare al massimo le potenzialità dei singoli e dei gruppi.
E i risultati, visti dall’esterno, sono apparsi del tutto sorprendenti. Lo abbiamo verificato con i video realizzati dai nostri peer, nelle attività proposte negli eventi residenziali dei progetti Interreg ecc.
I risultati si sono rivelati spesso superiori anche alle nostre stesse aspettative.
Cosa c’entra questo con Verbania, Agenda 20 20 e il CEM?
In un documento/contributo [Il problema c’è(m)] alla serata del 22 gennaio organizzata dall’Amministrazione Comunale (Cem. Da problema a risorsa) la neonata Associazione Agenda 20 20 sostiene che il CEM non è tanto una (possibile) risorsa, quanto una sfida. Una sfida che è posta non solo all’Amministrazione comunale, ma a tutta la comunità cittadina.
Una sfida così alta (dove vincoli e rischi sono enormi) che può darsi una soluzione solo con un progetto creativo di alto livello. O si vola alto (molto alto) o si va a sbattere.
A differenza dalle attività dei peer che hanno una dimensione ludica e pertanto avvengono in uno spazio protetto dove il possibile fallimento non trascina particolari conseguenze negative al di fuori del campo immediato d’azione, nel caso in questione non esiste recinzione protettiva: Amministrazione e città di Verbania o sapranno dare una risposta di alto livello al problema (alla sfida) CEM, oppure un fallimento culturale e gestionale del CEM, per le sue dimensioni ci trascinerà in una crisi non solo amministrativa ma che potrebbe pregiudicare il futuro stesso della città.
La sfida è alta e a suo modo estremamente stimolante. Nella città e nel territorio ci sono le risorse umane, associative, professionali per affrontarla purché si sappiano superare le precedenti divergenze, le profezie di sventura, i risentimenti e le invidie reciproche.
Per il documento/contributo di Agenda 20 20 rimando al blog Verbania Vitale.
È in distribuzione in questi giorni l’ultimo numero del 2014 di Nuova Resistenza Unita, testata nata nel 1969 come “Resistenza Unita – Notiziario mensile del Raggruppamento Unitario della Resistenza (ANPI – FIAP – FIVL) e dell’Istituto Storico della Resistenza in Provincia di Novara «P. Fornara»” e dal 2001 trasformatosi in “periodico dell’Associazione Casa della Resistenza”. Da quattro numeri ha assunto una rinnovata veste grafica nella ricerca di una nuova strada, nel formato e nell’impostazione tematica, più in sintonia con le nuove generazioni di lettori.
Riporto di seguito l’Editoriale e il sommario, ricordando che il Periodico, per chi non lo riceve in abbonamento, può esser richiesto alla Associazione via mail [1] o, ancor meglio, ritirato direttamente a Fondotoce.
Editoriale
Società della comunicazione, società della conoscenza, due espressioni equivalenti come suggerisce il premio Nobel Elenor Ostrom: conoscenza e comunicazione sono i “beni comuni” che caratterizzano la nostra epoca. La trasformazione è stata rapida. Sono giusti sessant’anni dalle prime trasmissioni televisive nel nostro paese. Sommersi oggi da un eccesso di comunicazione stiamo imparando a distinguere, a orientarci e il “come si comunica” è una delle possibili bussole.
Di pelle: comunicazione epidermica che scorre veloce, immediatamente superata e sostituita dalla successiva. La forma pura sembra quella del cinguettio, alla velocità dei 140 caratteri di Twitter. Nata per informare nel più breve tempo possibile, in tempo reale, nel mondo globale, viene da molti confusa come modernità riformatrice a cui tutto (relazioni personali, cultura, politica …) deve uniformarsi. Col risultato di un epidermico vuoto relazionale, culturale e politico.
Di pancia: espressione di sfogo, reazione incontrollata, paura, rancore, rabbia. Se da sfogo personale momentaneo, manifestazione di un bisogno represso, espressione di un disagio, diventa modalità prevalente e volutamente perseguita per alimentare paure e frustrazioni collettive dà vita a nuovi sonni della ragione generatori di mostri. E nell’Europa che non riesce a trovare un ruolo nel mondo non più bipolare, i suoi cultori stanno crescendo in modo preoccupante.
Di cuore: le emozioni connesse ai valori quali solidarietà, empatia, riconoscenza, il sentirsi partecipe di una comunità di intenti, il sogno quando questo non è fuga o rifugio, ma auspicio e molla all’agire. Con una accortezza: le emozioni non possono perdurare a lungo e tanto più son forti tanto più han bisogno di placarsi, di lasciar spazio al viver quotidiano per non trasformarsi in ossessione o, al contrario, in ritualità abitudinaria.
Dell’occhio: la nostra società della comunicazione è anche la società dell’immagine dove la comunicazione visiva non è più di accompagnamento, di “illustrazione” delle altre modalità, di altri testi, di altri messaggi, ma ha una sua autonomia e una sua forza. E se le modalità delle forme comunicative si trasformano rapidamente, quella visiva è quella in cui questa continua trasformazione è più rapida ed accentuata. Quella in cui all’immediatezza del messaggio ricevuto corrisponde una maggior complessità e una continua richiesta di innovazione dal lato dell’elaborazione.
Di testa: riflessione e approfondimento che richiedono pause e tempi più distesi, non adeguandosi ai tempi brevi dell’informazione in tempo reale e delle emozioni. Suo strumento è la parola pensata, rielaborata e scritta, sua cifra la razionalità, suo prodotto la conoscenza. Suo rischio è quello di esser sommersa dalle altre comunicazioni e per evitarlo può intraprendere due strade opposte. Isolarsi, crearsi uno spazio elitario e negarsi pertanto come bene comune. Oppure allearsi con altre forme di comunicazione: la nostra società multipolare e multiculturale è anche una società pluri-comunicativa.
Comunicazione e conoscenza, se adeguatamente calibrate, permettono alla memoria collettiva di mantenersi e rinnovarsi nel tempo. Rinnovarsi perché il “come si comunica” è anche e sempre più “cosa si comunica”.
Questa piccola testata è nata con un grande compito, esser strumento di comunicazione, di intermediazione fra chi i valori della libertà e della democrazia li ha concretizzati nella lotta di liberazione, i partigiani e i resistenti civili di allora che ormai ci hanno in gran parte lasciati (ma non abbandonati), le associazioni che a quei valori esplicitamente si rifanno e le generazioni che si succedono e che da una sempre rinnovata conoscenza e memoria possono trovare alimento per “resistere oggi”.
Nata – ricordava quindici anni fa Mauro Begozzi – come “una via di mezzo tra notiziario e rivista”, consapevole che oggi le “notizie” hanno canali più tempestivi per comunicare, vuol provare ad esser oggi un po’ più rivista. Ma una rivista dove la riflessione e l’approfondimento (di testa) vuol sperimentare l’alleanza con il cuore e con l’occhio: con la riconoscenza per il debito verso chi ci ha lasciato e con il rinnovamento grafico e visivo. Chiediamo ai lettori vecchi e nuovi di aiutarci a trovare la strada giusta con i loro commenti e le loro critiche e, perché no, con la loro attiva collaborazione.
Gianmaria Ottolini
Sommario
- Verso un’agorà di saperi- Il Sistema bibliotecario del Verbano Cusio Ossola, di Andrea Cassina
- Un viaggio tra ferite profonde. Con l’Aned nei Balcani – Settembre 2014, di Marco Travaglini
- Goglio, 19 Ottobre 2014. Lo spirito della Resistenza continua a vivere, di Antonella Braga
- Il tempo che non abbiamo vissuto, di Isabella De Gaspari
- Amelia Valli / Gisella Floreanini, di Alessandra Gebbia
- … riconoscenze e ricordi
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[1] mail: info@casadellaresistenza.it
È stato consegnato da poco all’editore e uscirà nelle prossime settimane il volume Il tunnel e il kayak [1], lavoro collettivo frutto della collaborazione fra il l’associazione Contorno Viola, e il Cremit (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’Informazione e alla Tecnologia) dell’Università Cattolica coordinato dal prof. Pier Cesare Rivoltella. Il testo, come specifica il sottotitolo (Teoria e metodo della Peer&Media Education), intende proporre un nuovo sviluppo della prevenzione fra pari (peer education) di fronte all’espansione del mondo digitale e alla sua pervasività, in particolare nel mondo giovanile.
Ne riporto di seguito un paragrafo che ho scritto riprendendo una tematica a me cara: quella della “Comunità”. C’è spazio di (nuova) comunità nel mondo digitale o questo produce solo frammentazione individualistica e dissocialità? Affrontare questo tema significa individuare il possibile contesto entro cui collocare la prevenzione “ai tempi di internet” e, più in generale, i nuovi scenari di cittadinanza digitale.
L’orizzonte della comunità ai tempi di Internet
La esplicitazione del concetto di comunità e la sua contrapposizione a quello di società [2] è stata elaborata, com’è noto, da Ferdinand Tönnies (1887).
Nella società – diceva Tönnies – «ognuno sta per conto suo e in stato di tensione contro gli altri». La comunità, invece è «convivenza confidenziale, intima, esclusiva», «vita reale e organica… organismo vivente». La società è, per contro, una costruzione artificiale concepita a freddo, «un aggregato meccanico». Nella comunità l’individuo si trova sin dalla nascita e si lega ai suoi nell’ambito di un «sentire comune e reciproco» fondato sulla tenerezza, sul rispetto e sulla dignità. Nella società tutti sono separati «nonostante i legami» apparenti; in essa non si nasce ma «si va»: «si va come in una terra straniera».
In realtà, il luogo in cui gli esseri umani vivono (al tempo di Tönnies e al nostro) è ovviamente la società e non la comunità. Cosicché quest’ultima finisce per apparire come una specie di mitico luogo felice ma che non possediamo più: «un paradiso perduto» (…). Così, la concezione di Tönnies, al di là di ogni altro suo aspetto, si mostra anche come piuttosto pericolosa, perché spinge non verso un possibile impegno nel cambiamento (…) ma piuttosto verso il rimpianto. Eppure l’idea di comunità, nonostante già da settant’anni sia riconosciuta concettualmente debole e di modesta capacità analitica nella teoria sociologica, ha registrato una massa di studi, ed è rimasta tuttora ben viva, sempre veicolando (pur tra precisazioni, rettifiche, mutazioni ecc.) il senso di un luogo sociale in cui si può vivere «umanamente» meglio. Potremmo quasi dire il luogo di una socialità umanizzata. (Amerio, 2004, p. 366-367)
Il tema della comunità ricompare infatti di continuo nel dibattito sociale come in quello politico. E non è privo di ambivalenza. Anche l’etimologia oscilla fra due possibili origini: da un lato comminitas da commune, neutro da communis, ad indicare il possesso / bene comune – o per dirla con Bauman (2012) “cose che abbiamo in comune”; dall’altro la possibile derivazione da cum munus (o cum munia) dove munus indica un obbligo, un dovere, una legge, un incarico e anche un dono, “ma un dono da fare, e non da ricevere; e dunque, anche in questo caso, da un “obbligo” e dunque “i membri di una comunità sono tali perché vincolati da una legge comune” (Esposito, 2009).
Il legame che unisce i membri di una comunità è originario, è un ethos, una legge morale costitutiva o non invece frutto della stessa convivenza (Amerio, 2000) e pertanto passibile di sviluppi e integrazioni? Secondo i teorici del Movimento Antiutilitarista nelle Scienze Sociali, che si rifanno esplicitamente a Marcel Mauss e al suo Saggio sul dono [3], all’origine del legame comunitario si colloca il rituale del dono, in quanto nella permuta reciproca di doni ciò che propriamente viene scambiato non sono gli oggetti ma una forza, un’alleanza orizzontale che nello stesso tempo è sì un vincolo, ma fondato su di un atto gratuito.
È donando che ci si dichiara concretamente pronti a giocare il gioco dell’associazione e dell’alleanza e che si sollecita la partecipazione degli altri allo stesso gioco. (…) L’obbligo che ci fa il dono è un obbligo di libertà. Una esortazione, si sarebbe tentati di dire … (Caillé, 1998)
Diversa la concezione di Esposito secondo cui il munus in quando dono che si deve dare (diversamente dal donum, regalo spontaneo che si può dare o ricevere) è costitutivo di un vincolo in contrasto con la libertà personale e pertanto quest’ultima deve passare attraverso l’immunitas quale fondamento di una società libera:
… se i membri della communitas sono vincolati dalla stessa legge, dallo stesso onere o dono da dare – i significati di munus – immunis è, invece, chi ne è esente o esonerato; chi non ha obblighi rispetto all’altro e può dunque conservare integra la propria sostanza di soggetto proprietario di se stesso. (2009, p. 106)
Certo oggi si è superato il concetto di una successione temporale (dalla Comunità alla Società) e semmai Comunità e Società sono concepite come due tensioni presenti all’interno della stessa comunità sociale. Tensione verso la comunità perlopiù in una concezione ben diversa da quella originaria, chiusa e rigidamente locale descritta da Tönnies e ripresa negli anni ’80 dal filone dei communitarians statunitensi (Ferrara, 1992).
Uno spazio comunitario che spesso nasce come risposta all’isolamento, alle difficoltà e alla fatica del vivere sociale, magari proprio laddove maggiori sono le difficoltà culturali, sociali od economiche – quartieri degradati, comunità di immigrati ecc. – frutto di un impegno più che di una appartenenza precostituita, di una collaborazione che può trovare fondamento (Sennett, 2012) in una fede (religiosa o politica), nella ricerca della semplicità quale risposta ad una società sempre più complessa, oppure nella piacevolezza stessa di una relazione orizzontale liberamente costruita dove è possibile ridare un senso alla propria identità quale individualità socialmente utile e attiva e ricostruire un rapporto paritario con l’altro, al di là delle differenze e barriere sociali:
… vogliamo immaginare la comunità come un processo di presenza nel mondo, un processo in cui le persone prendono atto sia del valore delle relazioni faccia a faccia, sia dei limiti di tali relazioni. (…) Anche se non può riempire tutta l’esistenza, la comunità può essere fonte di piaceri profondi. (p. 299)
Ritroviamo qui, implicitamente, quanto abbiamo detto sopra relativamente al ruolo del peer educatoe nel momento “magico” in cui si mette in gioco all’interno del gruppo dei pari: la sua azione è intrinsecamente orizzontale e comunitaria e permette la (ri)scoperta del piacere di un legame sociale liberamente costruito, frutto di impegno e collaborazione.
Di più, ci pare che questa prevalenza della ricerca di un legame orizzontale-paritario caratterizzi quella che molti hanno definito, a cavallo del nuovo millennio, la “nuova adolescenza” con un ruolo prevalente del gruppo dei pari quale principale riferimento identitario e normativo.
Le indagini dello IARD sulla condizione giovanile, a partire dal quella effettuata nel 2000 (quinto rapporto), parlano della “irresistibile ascesa della socialità ristretta” riferendosi al
… crescente peso dato dai giovani alle relazioni interpersonali, in particolare, a quelle amicali e affettive accanto a quelle familiari. È come se intorno alla famiglia si andasse progressivamente strutturando un nucleo forte di valori tutti riferiti all’intorno sociale immediato della persona. Nucleo che pervade di sé e qualifica l’intero sistema valoriale delle giovani generazioni. (Buzzi et al., 2002, p. 41)
L’evolvere del sistema dei valori nell’ambito della “socialità ristretta” avviene soprattutto a scapito dell’impegno collettivo (civile, politico, religioso …) e gli stessi valori tipici delle “virtù civiche” come eguaglianza, libertà, solidarietà e democrazia vengono riletti e reinterpretati in questo contesto di spazio amicale. Il sesto rapporto (rilevazione del 2004) conferma e rinforza quello di quattro anni prima
… nel senso che le tendenze allora rilevate si vanno confermando. Crescente attenzione verso le aree della socialità ristretta (famiglia, amore, amicizia), diminuzione del ruolo del lavoro nella scala delle priorità, scarso interesse verso l’attività politica e, più in generale, verso l’impegno sociale e la vita collettiva. (Buzzi et al., 2007, p. 140)
Ma, è corretto parlare di “socialità ristretta” per caratterizzare le relazioni dei giovani e l’ambito dove si formano i valori a cui in gran parte si riferiscono? Un conto è parlare del ruolo del gruppo dei pari nel fondare valori e identità. Infatti “gruppo dei pari” ha un’accezione neutra: è il luogo in cui si costruiscono relazioni significative e rapporti di fiducia (parte rilevante del proprio capitale sociale) ma può essere anche un luogo dove si impongono costrizioni, violenze ed emarginazioni che possono, ad esempio, dare origine al fenomeno del bullismo.
L’accezione “socialità ristretta” sembra invece esser tutta connotata in negativo rispetto alle tradizionali agenzie di socializzazione: famiglia, Scuola, Chiesa, Istituzioni pubbliche. Ora il tratto comune di queste ultime è che si basano su di una relazione asimmetrica o, in altri termini, verticale, mentre la forma di socializzazione che sembra caratterizzare in modo prevalente le generazioni giovanili da almeno due decenni è appunto quella amicale, del gruppo dei pari, insomma una socializzazione orizzontale. Il che, tra l’altro, ha anche molto a che vedere con quella che molti chiamano la scomparsa del padre o, per usare una terminologia utilizzata da Lacan (1938), con l’evaporazione del padre. Un padre che dovrebbe assumere, nel dettato freudiano, il ruolo terzo di intermediazione tra l’ambito affettivo familiare e la società e le sue leggi; ruolo appunto che sembra esser “evaporato”, almeno nei suoi connotati tradizionali.
Ulteriore dubbio: siamo proprio sicuri che questa orizzontalità del gruppo dei pari sia “ristretta”? Indagini sia nazionali che locali indicano una rete di relazioni “orizzontali” densa ed estesa [4]. Per non parlare di quella che è stata chiamata “generazione Erasmus” (Cappé, 2011) con oltre due milioni di studenti in 33 Paesi: una rete sociale che travalica lingue, culture e confini e investe di intense nuove relazioni ospiti e ospitanti. Reti giovanili dense ed estese che con il crescente diffondersi dell’accesso al web e ai social network si allargano a nuove diramazioni.
Ma c’è uno spazio nel web per la (ri)costruzione di ambiti comunitari nell’accezione sopra ricordata di Sennett di relazioni “faccia a faccia” caratterizzate da impegno e piacere? In altri termini la rete è solo dis-socialità, fonte di identità frammentate (Lanier, 2010) o può diventare uno spazio di “comunità a venire”? Senza richiamare la sempre più vasta letteratura sul mondo digitale che non sembra riuscire ad uscire dalla classica dicotomia fra apocalittici e integrati, proviamo schematicamente a fare un confronto fra il concetto di comunità e quello di società con le caratteristiche della rete digitale.
Tab. 1
| Comunità | Società | Rete digitale |
| Origine | Trasformazione (fluidità) | Anticipazione |
| Legame naturale | Ruoli e contratti | Assenza di mediazione |
| Organicità | Gerarchia | Orizzontalità (P2P) |
| Sicurezza | Precarietà (insicurezza) | Libertà |
| Confini dal basso | Confini dall’alto (istituzionali) | Tendenzialmente senza confini |
| Beni comuni naturali | Beni privati / beni pubblici | Beni comuni della conoscenza (o dell’informazione) |
| Comunitarismo | Società dello scambio | Società della conoscenza |
| Gerontocrazia | Potere economico e politico | Capitalismo cognitivo |
Se la comunità ha il sapore di una mitica origine (il paradiso perduto) e la società è il luogo (faticoso) delle trasformazioni più subite che realizzate dove è sempre più difficile trovare un senso nella sua liquidità (Bauman 2002 e 2005), il web si apre a ciascuno di noi come uno spazio di possibilità di nuove conoscenze, di nuovi contatti, di nuove relazioni, di nuove sperimentazioni dove è possibile superare legami e vincoli sia naturali che sociali, saltando le mediazioni a cui siamo sottoposti nell’interrelazione sociale.
Non più il mondo olisticamente chiuso della comunità che dà calore e sicurezza ma appunto anche chiusura verso l’esterno e il nuovo, né l’ordine gerarchico della società – di una gerarchia i cui vertici, nel mondo globalizzato, sono sempre più lontani e imperscrutabili – che genera sempre più spesso, alla sua base, precarietà e insicurezza, ma una orizzontalità (amplificata dagli sviluppi peer-to-peer della rete) che ci permette libere interrelazioni in un orizzonte tendenzialmente senza confini; una libertà che inebria ma in cui ci può anche smarrire, dissolversi in una perdita di identità o avvilupparsi in un loop ripetitivo da cui non si riesce (o si ha paura) ad uscire.
I beni comuni (commons in inglese) nella comunità sono costituiti essenzialmente da risorse naturali comuni a disposizione della collettività; il passaggio alla modernità coincide con la loro recinzione (enclosures) e pertanto la loro privatizzazione e, in parte, la loro assunzione da parte dello stato (beni pubblici); solo alcune risorse, considerate marginali (o non “recintabili” e non commerciabili), hanno mantenuto la loro caratteristica di beni a libera disposizione. Solo recentemente si è data rilevanza sia economica che politica e sociale ai beni comuni anche nel nostro contesto socio-economico. E ci si è resi conto “che il concetto di ‘beni comuni’ poteva aiutare a concettualizzare i nuovi problemi emergenti dell’affermarsi dell’informazione digitale distribuita” (Hess e Ostrom, 2007) [5].
Nelle comunità locali preindustriali i beni comuni costituiscono una risorsa limitata (la legna di un bosco, il foraggio delle terre comuni ecc.) a disposizione di tutti ma che ha anche bisogno di una “cura” perché non si esaurisca, in un equilibrio precario che si riesce a mantenere solo in assenza di incremento demografico. Lo sviluppo economico delle società mercantili e industriali incrementa a scala crescente le risorse che si rendono disponibili attraverso il mercato in una società dove però i dislivelli economici (e pertanto le diverse possibilità di accesso ai beni) sono sempre più marcati. Nell’era dell’accesso (Rifkin, 2000) i beni diventano sempre più immateriali (servizi, informazioni, conoscenze), in continua crescita esponenziale e sempre più a libera disposizione. L’era digitale del libero accesso sembra coincidere con la Società della conoscenza dove le risorse si auto implementano (conoscenza produce conoscenza) e dove il consumo non esaurisce il bisogno ma lo amplifica: come esplicitato dal dettato socratico più conosco più so di non sapere e pertanto più aumenta il mio desiderio, il mio bisogno di nuova conoscenza.
Dal paradiso perduto al paradiso preannunciato? Non è tutto così lineare: dietro l’orizzontalità della rete digitale, dietro il libero accesso c’è chi controlla le piattaforme e le loro regole. Se nella comunità preindustriale il potere è prevalentemente quello degli anziani, nel mondo sociale moderno si identifica con quello politico e soprattutto economico e finanziario, mentre nel mondo digitale abbiamo quello che è stato definito “capitalismo cognitivo” (Paulré, 2002), un potere economico che passa attraverso (e si nasconde dietro) la tecnologia strutturandosi con alto grado di orizzontalità in basso e centralizzazione del controllo molto in alto.
C’è spazio in questo mondo digitale per la creazione di ambiti “di comunità”, di gratuito e piacevole impegno, per un accesso coordinato di una nuova generazione di peer attrezzata per navigare nel web? uno spazio salubre, impregnato dall’ethos della collaborazione, in cui sperimentare interventi di prevenzione in risposta ai rischi che i giovani incontrano (e spesso cercano) al di qua e al di là dello schermo?
La risposta non è agevole. Di certo questa è la nostra scommessa, la scommessa di una possibile Peer&Media Education.
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Note
- Edizioni Franco Angeli, 2014. Il significato del titolo – intuibile dall’immagine di copertina – e, soprattutto, l’origine della metafora viene esplicitato nella Prefazione del volume da Pier Cesare Rivoltella.
- Sulla polarità dei due concetti e sul loro “fondamento” cfr. il mio precedente post Il bisogno di Comunità.
- Saggio del 1924, ora in Teoria generale della magia e altri saggi (trad it. 1965).
- Ad esempio una ricerca sul territorio della provincia verbanese afferma: “È interessante notare come il 44,1% degli intervistati ha un gruppo di amici piuttosto ampio, composto da almeno 9 persone … Non solo quindi siamo di fronte ad un territorio in cui tutti i giovani sono di fatto inseriti all’interno di una rete amicale, ma siamo anche di fronte a reti significativamente estese nella loro composizione. Dati importanti, che sembrano delineare una condizione decisamente lontana da quella ‘società degli individui’ spesso identificata come caratterizzante la convivenza sociale dell’epoca presente.” (C. Genova, 2008)
- Le due autrici precisano inoltre che impiegano “le espressioni beni comuni della conoscenza e beni comuni dell’informazione in maniera intercambiabile”.
Testi citati:
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Amerio P. (2004), Problemi umani in comunità di massa, Einaudi, Torino.
Bauman Z. (2002), Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari.
Bauman Z. (2003), Voglia di comunità, Laterza, Roma-Bari.
Bauman Z. (2005), Vita liquida, Laterza, Roma-Bari.
Bauman Z. (2012), Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido, Laterza, Bari.
Buzzi C., Cavalli A., de Lillo A., a cura di (2002), Giovani del nuovo secolo. Quinto rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna.
Buzzi C., Cavalli A., de Lillo A., a cura di (2007), Rapporto Giovani. Sesta indagine dell’Istituto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna.
Caillé A. (1998), Le thiers paradigme. Anthropologie philosophique du don, Desclée de Brouwer, Paris (trad. it.: Il terzo paradigma. Antropologia filosofica del dono, Bollati Boringhieri, Torino, 1998).
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Croce M., Ottolini G. (2004), L’orizzonte della comunità e la strategia del capitale sociale, in Dalle Carbonare E., Ghittoni E., Rosson S.: 99-118.
Dalle Carbonare E., Ghittoni E., Rosson S., a cura di (2004), Peer educator. Istruzioni per l’uso, Franco Angeli, Milano.
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Lanier J. (2010). Tu non sei un gadget. Tr. it. Mondadori, Milano.
Mauss M. (1965), Teoria generale della magia e altri saggi, Einaudi, Torino.
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Rifkin J. (2000), L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Mondadori, Milano.
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Tönnies F. (1887) Gemeinschaft und Gesellschaft, Reislad, Leipzig (trad it., Comunità e società, Laterza, Roma – Bari, 2011).
L’ANPI lo scorso 17 ottobre ha organizzato a Cannero una serata dedicata al 70mo anniversario della Repubblica Partigiana dell’Ossola (40 giorni di libertà – La Repubblica dell’Utopia) e mi ha chiesto un intervento su quell’esperienza e un richiamo alle altre “libere repubbliche” sorte allora in Italia. Ho così preparato una sintesi di quegli avvenimenti accompagnata da alcune riflessioni e comparazioni con l’oggi.
Cannero, 17 ottobre 2014
La Repubblica dell’Ossola (10 settembre – 19 ottobre 1944)
Il manifesto che convoca questa serata riporta la foto del cippo (di uno dei cippi assieme a quelli di Mergozzo, Ornavasso e dell’alta Ossola) che ricorda il confine della “Repubblica Partigiana dell’Ossola”.
Come ricordava Pier Antonio Ragozza tre settimane fa alla Casa della Resistenza, quei cippi non segnalano una divisione statuale, una rigida demarcazione territoriale che in realtà fu labile e mobile nel tempo: quel confine qui a Cannero ad esempio durò pochi giorni e dopo la caduta di Cannobio si spostò di fatto a metà Cannobina, a Ponte Falmenta.
Ricordano invece un confine ben più importante, simbolico, ideale e storicamente concreto nello stesso tempo, quello fra due concezioni dell’uomo e della società, la linea di demarcazione fra una dittatura da una parte e la sperimentazione concreta della democrazia dall’altra.
Condensare in una decina di minuti quella esperienza è pressoché impossibile: andrò velocemente per titoli.
Con una premessa: ogni volta che leggo documenti, testimonianze, ricostruzioni di quei 40 giorni rimango sempre più meravigliato della ricchezza e complessità di quella esperienza, di quanto in un tempo ridotto e in condizioni di estrema difficoltà si è riusciti a realizzare.
L’aspetto militare.
Nonostante la pesante sconfitta subita con il rastrellamento di giugno nella Valgrande (circa 300 caduti) e una molteplicità di azioni repressive contro partigiani, antifascisti e popolazione (l’ultimo episodio fu quello di Premosello il 29 agosto con 5 vittime – un partigiano e quattro civili – e circa 50 abitanti rastrellati), i mesi di luglio ed agosto videro un rafforzamento e una notevole vitalità delle forze partigiane con la nascita di nuove formazioni e la ristrutturazione di altre. Vanno ricordate oltre alle più note Valdossola di Superti e Valtoce di Di Dio, la neonata Valgrande Martiri di Muneghina. In questa area, tra Verbania e il confine, la Perotti di Frassati e la Cesare Battisti di Calzavara che proprio in quei giorni si uniscono per formare la brigata Piave. Nel Cusio la Beltrami di Rutto. Nelle valli a ovest e nord di Villadossola e Domodossola, tra la Val Anzasca e la Val Antigorio vi sono i Garibaldini, in contatto con la Valsesia e che assorbono alcune formazioni e gruppi locali come il battaglione Fabbri dei fratelli Scrittori dando vita alla Divisione “Redi”. Vi è poi a est di Domodossola, nelle valli Isorno e Vigezzo, la formazione autonoma di Viglio che diventerà poi Brigata Matteotti.
Una presenza partigiana eterogenea di circa 1500 combattenti (non particolarmente ben armati) che con azioni successive stringono in una morsa crescente Domodossola dove sono concentrati circa 600 nazifascisti. La presenza di più formazioni, in concorrenza emulativa fra di loro, fa anche sì che i comandi nazifascisti sopravvalutino le forze nemiche. Alla fine di agosto si hanno anche alcune diserzioni fra i fascisti e fra i soldati della Wehrmacht; da ricordare in particolare la diserzione in massa di oltre 70 georgiani passati, con il loro armamento, con i partigiani.
Il 9 settembre, al Croppo di Trontano, con la mediazione dei parroci di Masera e di Domodossola, avviene la trattativa tra i rappresentanti del Valdossola e della Valtoce con i comandi nazifascisti che accettano la resa e nella notte abbandonano la città lasciando, i tedeschi, l’armamento pesante e, i fascisti, anche l’armamento personale. Valdossola e Valtoce (con l’esclusione dei Garibaldini) acquisirono pertanto una quantità considerevole di armi entrando in città il mattino successivo.
Si era evitato di portare i combattimenti in città con prevedibili conseguenze drammatiche per la popolazione civile – era questa in particolare la preoccupazione delle autorità religiose – e si era inflitto al nemico un colpo decisamente significativo sul piano militare e sul loro stesso prestigio. Tutto poteva, in un certo senso, finire qui.
Nella strategia militare del CVL infatti
L’occupazione di paesi non è fine a se stessa. Non si occupa per poi aspettare il rastrellamento nemico. Il territorio occupato deve essere considerato come una base dalla quale devono incessantemente partire le squadre per colpire il nemico. L’occupazione di paesi e vallate deve garantirci una più vasta possibilità di mobilitazione e di istruzione di nuove forze che devono però essere impegnate oltre i ristretti limiti della vallata. (Circolare del 25 giugno)
Analoga e ancor più esplicita la posizione del Comando Generale delle Brigate Garibaldi:
L’occupazione di paesi e vallate non deve affatto significare rinchiudersi nel limitato spazio occupato, quasi in una specie di repubblica indipendente, preoccupandosi di non essere rastrellati. L’occupazione di paesi e vallate deve esser fatta per preparare delle basi più larghe e più solide dove organizzare su più vasta scala e con maggior cura i nostri colpi da portare al nemico, in tutte le direzioni e il più lontano possibile. (Direttiva del 18 giugno)
I garibaldini erano stati esclusi dalle trattative e dalla distribuzione delle armi, ma avevano comunque consolidato le loro posizioni assorbendo gruppi minori e accogliendo nuove reclute ed anche rafforzata l’unità di azione con la Beltrami. Non era nemmeno intenzione espressa della Valtoce quella di occupare stabilmente il territorio né tantomeno dar vita e sostenere un governo locale.
Il governo civile.
Chi puntò alla costituzione di un territorio stabilmente libero e ad una Giunta Provvisoria di Governo, formata da civili in rappresentanza delle diverse formazioni politiche antifasciste, fu soprattutto Superti che, grazie ai suoi rapporti con i socialisti espatriati in Svizzera e, loro tramite, i servizi di informazione alleati, pensava all’Ossola come testa di ponte per un futuro aviosbarco di truppe alleate, in sintonia con Ettore Tibaldi, rapidamente rientrato dalla Svizzera, che da tempo ne aveva elaborato il progetto. Lo stesso CNL locale, immediatamente riattivato, si rese conto della necessità di dare una amministrazione alla città e all’intero territorio liberati. L’ordine di costituzione della Giunta fu emanato da Superti e, superate iniziali incomprensioni, successivamente riconfermato dal CLNAI.
Questa la composizione e gli incarichi della Giunta:
Ettore Tibaldi, (socialista, primario dell’ospedale di Domo; dal novembre del ’43 rifugiato a Lugano): Presidente, Esteri, Giustizia, Igiene.
Giorgio Ballarini (indipendente): Servizi pubblici, Trasporto e Lavoro.
Mario Bonfantini (“Bandini”, novarese, socialista, poi famoso critico letterario): Collegamento con l’autorità militare e Stampa.
Severino Cristofoli (azionista, ingegnere della Rumianca): Organizzazione amministrativa e Controllo della produzione industriale.
Dott. Alberto Nobili (liberale): Finanze, Economia ed Alimentazione.
Giacomo Roberti (comunista): Polizia e Servizi del Personale >> poi sostituito dal ferroviere milanese, anarchico e comunista, Emilio Colombo (“Oreste Filopanti”).
Don Luigi Zoppetti (padre rosminiano, democristiano): Istruzione, Culto e Assistenza >> poi sostituito da don Gaudenzio Cabalà, sacerdote domese (nato a Gravellona).
Avv. Natale Menotti (“Nicola Mari”, verbanese, democristiano): Tributi e Finanze.
Gisella Floreanini (“Amelia Valli”, milanese, comunista, rientrata dalla Svizzera): Assistenza, Organizzazioni di massa.
Furono inoltre nominati
come segretario aggiunto Umberto Terracini che stese tutti i verbali delle 13 sedute di giunta e, in accordo con Tibaldi, salvò (e completò) tutta la documentazione portandola poi in Svizzera come atto di totale trasparenza dell’operato della giunta;
come rappresentante in Svizzera della GPG, Cipriano Facchinetti che tenne i rapporti con il CLN a Lugano;
come giudice straordinario l’avvocato milanese Ezio Vigorelli che istruì con scrupolo i processi per i crimini fascisti e per l’epurazione, ma senza portarli a dibattimento per non dover eseguire condanne a morte;
come curatore dei rapporti economici con la Svizzera Luigi (Gigino) Battisti, (azionista, figlio dell’irredentista Cesare, poi Sindaco di Trento) che ottenne dal paese confinante un carico giornaliero di 20 tonnellate di patate in cambio dei prodotti chimici della Rumianca;
come comandante del neo costituito Corpo Volontario della Guardia Nazionale che unificava i diversi corpi di polizia (finanza, forestale, polizia, carabinieri) in un unico organismo formato di volontari e di militari non compromessi, il colonnello Attilio Moneta che poi cadrà, insieme ad Alfredo Di Dio, al Sasso di Finero il 12 ottobre, durante il contrattacco nazifascista.
E l’elenco potrebbe continuare: commercialisti locali per il bilancio, insegnanti e presidi per riformare la scuola.
Due sono gli aspetti da sottolineare:
- L’attività della giunta, capace di fronteggiare una situazione difficilissima (economica, sanitaria, alimentare, assistenziale, abitativa, postale, dei trasporti e delle comunicazioni ecc.) e nello stesso tempo di precorrere nuovi ordinamenti democratici. Non ci fu il tempo per organizzare elezioni ma si favorirono (grazie in particolare a Gisella Floreanini) la rinascita di organismi di massa e sindacali con l’elezione di commissioni interne per sostituire i sindacati fascisti nonché, di concerto con il CLN, la sostituzione in tutti i comuni ossolani (32, con oltre 80mila abitanti complessivi) dei podestà con la nomina di Commissari straordinari. L’attività legislativa fu a tutto campo con attenzione particolare alla scuola con la sostituzione dei testi fascisti e una revisione dei cicli, alla legalità (non mancarono anche disposizioni contro il contrabbando, in realtà solo enunciate), ad un riordino del sistema di previdenza e di quello fiscale. E, nel momento in cui si delinea la rioccupazione nazifascista, l’organizzazione del trasferimento in Svizzera dei bambini (circa 2500) e poi di parte consistente della popolazione: da 25 a 30mila civili che abbandonarono l’Ossola e, in particolare, Domodossola trovando rifugio nel paese confinante e facendo in modo che, quando il 14 ottobre i nazifascisti rientrarono a Domodossola, il prefetto fascista di Novara Vezzalini si rendesse conto, di fronte ad una città quasi deserta, della impossibilità di esercitare le rappresaglie preannunciate.
- Il clima di partecipazione entusiastica, di fervore democratico, di attività culturali, di dibattiti a tutto campo, che coinvolse i cittadini residenti, un numero consistente di antifascisti rientrati dall’esilio o affluiti dall’Italia occupata (in particolare dal novarese e dal milanese). L’elenco di politici (parlamentari, costituenti, sindaci ecc.), di scrittori, intellettuali, giornalisti, storici ecc., presenti in quei giorni in Ossola, e che poi ebbero un ruolo importante nell’Italia del dopoguerra, è lunghissimo e rischierebbe di rimanere incompleto. Fu quella una fucina di intelligenza e di libera espressione, un “clima” che ha lasciato il segno e che in molti hanno testimoniato. A me vengono in mente le bellissime pagine di Franco Fortini in “Sere in Valdossola”.Vi fu la pubblicazione di un numero consistente di testate giornalistiche, di volantini e manifesti che si aggiunsero ai comunicati e ai notiziari della GPG. Mario Bonfantini diede vita ai corsi di una “Università popolare” sulla storia contemporanea. E, in sincrona a tutto questo, la partecipazione attiva dei cittadini alle esigenze sia militari (costruzione di armi e munizioni nelle fabbriche) che civili (ad esempio gli allievi e gli insegnanti del Rosmini che aiutarono ad accumulare e ridistribuire le derrate – patate, latte condensato, … – e i medicinali provenienti dalla Svizzera utilizzando il sottotetto del Collegio come magazzino).
La libera stampa
Nei 40 giorni della Repubblica si distribuirono in migliaia di copie dieci nuove testate, due direttamente edite dalla Giunta Provvisoria: Bollettino quotidiano di informazioni (16 numeri) e Liberazione 4 numeri). Le altre furono Valtoce dell’omonima formazione (8 numeri), Unità e Libertà dei Garibaldini (3 numeri), Il Patriota della Brigata Matteotti (2 numeri), L’Unità organo del PCI nazionale (2 numeri); e con un singolo numero: Il Combattente dei Volontari della Libertà, La nostra lotta, rivista teorica del PCI, F d G per una vita migliore del Fronte della Gioventù, Avanti! del PSIUP. A questi si aggiunsero due numeri del preesistente settimanale cattolico Il Popolo dell’Ossola.
Un piccolo episodio per ricordare quel clima di partecipazione, ma anche di confronto acceso: la carta di quei bollettini e giornali era per i più quella bianca con due eccezioni: l’azzurro di “Valtoce” che richiamava evidentemente il colore della formazione, e il “rosso” (in realtà più rosa-violaceo) del “Bollettino quotidiano” della Giunta. Quest’ultimo colore (sembra in realtà scelto dalla tipografia per smaltirne una scorta sovrabbondante) fu vissuto come una provocazione dai partigiani azzurri che manu militari requisirono quella carta e così il bollettino, da n. 8 del 29 settembre uscì “normalizzato” con la carta bianca.
Una accelerazione e una anticipazione della storia
Si dice che oggi viviamo in tempi frenetici, dove la rapidità è la cifra dei nuovi scenari economici, finanziari e digitali. Anche quelle sei settimane furono sotto il segno della rapidità, però di una rapidità non fine a se stessa, ma che aveva chiaro il senso dell’agire e dove l’urgenza (allora realmente drammatica) non era utilizzata come pretesto per ridurre la partecipazione dei cittadini e il confronto, anche duro, fra posizioni talora molto differenti. Ogni posizione era rispettata e valorizzata all’interno una finalità complessiva condivisa.
Cosa permise di realizzare tutto questo? Certo erano uomini saggi, politicamente avveduti, dalle salde convinzioni, ma, tutto sommato uomini …non supereroi! Perdi più facendo parte, sul versante politico, di una giunta che solo parzialmente era costituita da cittadini ossolani a conoscenza del territorio e, sul versante militare, appartenendo a formazioni partigiane con differenze e reciproche divergenze non da poco, tanto che la costituzione di un comando militare unificato (CUZO) si realizzò di fatto solo sulla carta e si dovrà aspettare il febbraio-marzo dell’anno successivo perché si arrivi ad una reale unificazione operativa di tutte le formazioni.
Quale il segreto di quei 40 giorni di libertà, di anticipazione di una democrazia moderna; di una attività nel contempo frenetica e rigorosa, emergenziale e proiettata nel futuro, di decisioni rapide e di dibattito intenso e partecipato, di fusione di orientamenti politici apparentemente inconciliabili, di sintonia fra ceti sociali rurali, operai e borghesi, fra abitanti locali, sfollati e rimpatriati, fra civili e formazioni partigiane?
Gli storici insistono sulla particolarità, rispetto altre “zone libere”, del confine con la Svizzera (200 km di confine con due ferrovie e più passi di frontiera), del fatto cioè che la Svizzera ha costituito il retroterra politico (con la presenza e poi il rimpatrio dei fuoriusciti) ed economico, nonché il rifugio nel momento del crollo. A questo alcuni aggiungono la speranza (rivelatasi poi un’illusione) di un intervento alleato via aerea che sembrava promettere una liberazione non solo temporanea, ma l’avvio, la testa di ponte territoriale, militare e politica di una liberazione complessiva dell’Italia occupata. Come è noto gli aeroporti predisposti (vicino a Domodossola e in Vigezzo) si rivelarono fatica sprecata e nemmeno un’arma fu paracadutata in Ossola durante quei giorni.
Certo questi fattori hanno senz’altro contribuito: da un lato il retroterra elvetico ha dato sicurezza e la speranza di un intervento alleato mobilitato le energie. Ma a me sembra che vi sia stato soprattutto un fattore, come dire, psicologico, sociale e politico insieme: la “zona libera” ha creato uno spazio di libertà, di libera espressione che gli ossolani e gli antifascisti affluiti hanno riempito con entusiasmo. Senza quella partecipazione massiccia e quella fame di libertà, di entusiastica collaborazione, nessuna Giunta sarebbe stata in grado di realizzare quanto allora si è realizzato nel presente e progettato per il futuro. Per tutti quei giorni, ricorda Begozzi nel documentario “La Repubblica dell’Utopia”, l’oscuramento venne abolito e quelle luci rimaste accese furono il segno di una felicità collettiva ritrovata, e sono luci che ancora oggi possono illuminarci.
“Repubblica” o “Zona libera”?
È noto come la dizione “Repubblica” in riferimento all’esperienza dell’Ossola sia successiva e come allora si parlasse di “Zona liberata” e di “Giunta Provvisoria di Governo” anche se non mancano fra le stesse testimonianze dei partigiani (un esempio nel documentario “La Repubblica dell’Utopia” di Daniele Cini, 2008) casi – per così dire – di memoria retroattiva.
Non poteva allora chiamarsi Repubblica per ovvi motivi: innanzitutto perché nelle formazioni – e in particolare nella Valtoce – c’erano molti ufficiali di fede monarchica, in secondo luogo perché la stessa Giunta Provvisoria di Governo prese subito contatti, tramite il CLN di Lugano, con il legittimo e monarchico (seppur sostenuto dal CLN) Governo Bonomi per dichiarare fedeltà e ottenere riconoscimento. E poi per una ragione, direi, terminologica: Repubblica allora era quella di Salò e repubblicani i fascisti; il termine “repubblichini”, pur se presente con accezione dispregiava già ai tempi della rivoluzione francese, ebbe larga diffusione in riferimento ai fascisti di Salò solo più tardi, soprattutto dopo il referendum costituzionale e la nascita della Repubblica Italiana.
La dizione prevalente nella storiografia sino agli anni ’60 fu pertanto quella di “zona libera”: così le definisce ad esempio Mario Giovana nel suo libro del 1962 sulla Resistenza Piemontese e, ancora nel 1969, l’importante Convegno internazionale tenuto a Domodossola è appunto intitolato Le zone libere nella Resistenza italiana ed europea.
Il termine “repubblica” durante la guerra era semmai usato in modo dispregiativo nell’espressione “repubblica di banditi” dai tedeschi, oppure sul fronte opposto dal Comando Generale delle Brigate Garibaldi che il 18 giugno del ’44 parla delle zona libera come di qualcosa che non deve diventare una specie di repubblica indipendente. Il già citato Giovana utilizza con il riserbo delle virgolette l’espressione di “libere repubbliche”, per cui è da dedursi che, pur tra cautele (virgolette, cosiddette ecc.), l’uso abbia avuto una certa diffusione prima del libro di Bocca (Una repubblica Partigiana) uscito nel 1964. È comunque questa opera che ne “sdogana” l’utilizzo e da allora l’uso si è diffuso ed è prevalso.
Sul piano più propriamente storiografico il problema è comunque restato aperto: quali zone liberate dai partigiani è giusto chiamare “repubblica”? Per alcuni nessuna, per altri tutte, per altri le più grandi/estese e durature (Bocca), per altri infine quelle in cui, oltre alla zona militarmente liberata, sono sorte istituzioni rappresentative e democratiche
La Memory School che la Casa della Resistenza il 26 e 27 settembre scorso ha dedicato all’esperienza Ossolana e al confronto con analoghe esperienze italiane e straniere, ha utilizzato un’espressione che mi pare particolarmente appropriata: La Repubblica prima della Repubblica. Non una repubblica vera e propria ma appunto un “prima della”, una anticipazione della Repubblica.
Le “Repubbliche” partigiane
Il fenomeno non è certo ristretto all’esperienza Ossolana e in quel 1944, soprattutto sul finire dell’estate e l’inizio dell’autunno, quando, con Roma liberata (4-5 giugno) e lo sbarco in Normandia (6 giugno) sembrava che la guerra avesse preso una accelerazione a favore degli alleati e la liberazione completa dell’Italia fosse questione di pochi mesi.
Quante sono allora state le “Repubbliche partigiane” nel ‘44?
Wikipedia, oltre all’esperienza anticipatrice di Maschito (Basilicata) del settembre – ottobre del 1943, ne indica altre 20 dal febbraio all’inverno del 1944.
Nunzia Augeri nel suo libro “L’estate della Libertà. Repubbliche Partigiane Libere”, da poco pubblicato, ne ha contate 29.
Probabilmente non le conosciamo tutte,
Quello che segue è un ampio stralcio, ripreso dal citato testo di Giovana, relativo alle zone libere del Piemonte nelle aree controllate dal CLNRP (con esclusione della Provincia di Novara che dipendeva dal CLN milanese). Il testo ci permette sia di capire quanto zone libere e nascita di libere istituzioni amministrative locali esprimessero una tendenza diffusa e quante fossero, al di là delle differenze economiche e territoriali, le analogie anche con altre aree (Ossola compresa).
“Dei mesi dall’estate all’autunno del ’44 si può dunque parlare come di una fase di alta efficienza bellica del partigianato piemontese che coincide con la massima espansione territoriale e con una consolidata disciplina nel quadro delle direttive del CLNRP. È l’epoca delle zone libere che comprendono la Valsesia, un settore ampio dell’Astigiano e delle Langhe, le valli di Lanzo, quelle cuneesi orientali del Gesso, della Grana, della Macra, della Varaita e della Stura.
In queste aree di totale giurisdizione partigiana sorgono le libere amministrazioni di decine di CLN e Giunte popolari, si attuano esperimenti originali di autogoverno locale con la regolamentazione del mercato dei prodotti alimentari, la lotta alla speculazione della cosiddetta “borsa nera”, si concepiscono piani di distribuzione delle risorse agricole. Imposte stabilite dalla legislazione fascista, come quella sul celibato, sono abolite; vengono fissati i prezzi delle principali derrate, si contingentano generi di prima necessità, si apportano correttivi ai sistemi degli ammassi. Non sempre e dappertutto tale fiorire di iniziative, nelle quali l’opera dei comandi di formazione si intreccia con spontanei contributi popolari, consegue risultati durevoli o anche solo significativi, poiché i territori liberi, staccati dal corpo dell’economia delle province, con risorse che la guerra ha distrutto o grandemente ridotto, non possono dimensionarsi sull’autosufficienza economica e sono zone assediate in cui la vita civile soffre tutti gli inconvenienti dei blocchi che la circondano. Ciò non ostante, l’epoca delle “libere repubbliche” è il momento più fertile e suggestivo dell’incontro tra movimento partigiano e masse contadine, in un ambiente come quello agricolo del Piemonte e in special modo dei territori che sono tradizionale caposaldo della piccola e media proprietà terriera (Astigiano, Cuneese) dove sopravvivono radicatissime le prevenzioni contro la convivenza forzata con reparti militari sul piede di guerra (retaggio storico delle vicende medioevali e rinascimentali), dove non esiste come problema sociale il declassamento di masse bracciantili e dove infine permane un certo spirito di atavica diffidenza verso coloro che si fanno portatori di esigenze “rivoluzionarie” .
Nelle valli e nei centri rurali della collina langarola o della plaga monferrina gli organi dell’amministrazione democratica sono l’anello che congiunge elemento popolare e volontari combattenti. Contadini, sacerdoti, piccoli proprietari, borghesia possidente, entrano nelle Giunte, partecipano alle assemblee ove si discutono le questioni locali; si emettono decreti, si coordinano le iniziative da comune a comune, viene creata una polizia alle dipendenze delle Giunte, circolano perfino giornali stampati per diffondere i comunicati delle autorità. Assistiamo così al tradursi in pratica dell’ordinamento statuito dal CLNRP per gli organi periferici e per il governo amministrativo dei comuni.
«Riportiamo – è detto nel “Piano di attività della Delegazione civile delle Langhe” – la vita civile delle popolazioni nelle zone libere, controllate dalle formazioni partigiane, al concetto e alla pratica della libertà amministrativa sulla base della democrazia popolare progressiva; e ciò entro il tempo che precederà il ripristino degli organi politici-amministrativi dello Stato, nella forma e nell’espressione giuridica che il popolo italiano darà ad esso … Intorno ad ogni Giunta popolare comunale creare tutta una serie di organismi atti a far rinascere in piena libertà l’attività economica, politica e sociale, come ad esempio i Comitati dei contadini, i gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della Libertà, i comitati del Fronte della Gioventù, i Gruppi studenteschi per l’assistenza alle Giunte popolari, i Consigli scolastici per il controllo della scuola del popolo e via di seguito … In ogni villaggio – dispone il commissario di una divisione partigiana – è necessario costituire tempestivamente dei CLN dei quali devono far parte i componenti dei vari Partiti antifascisti.». (p. 147–148; evidenziazioni mie)
Per quanto riguarda la Valsesia c’è da ricordare che Moscatelli non volle mai usare, neanche dopo la guerra, l’espressione di “repubblica” e che le “zone liberate” valsesiane, con vicende alterne, si susseguirono dal giugno 1944 all’aprile 1945.
Alba (10 ottobre – 2 novenbre). Quei 23 giorni, resi famosi dal racconto di Fenoglio (I ventitré giorni della città di Alba) iniziarono in modo simile a quello dell’Ossola. Le truppe fasciste di stanza in città, in seguito ad un accordo mediato dalla curia vescovile, lasciarono Alba (portandosi seco anche gli armamenti); anche in questo caso dall’accordo furono escluse le formazioni garibaldine. Fu costituito un CLN che non ebbe però la rilevanza di iniziativa paragonabile a quello dell’Ossola o della Carnia. Lo storico Ezio Zubbini ritiene che in questo caso sia del tutto improprio utilizzare l’appellativo di Repubblica, mentre questo può di certo valere per le zone libere delle Langhe (cfr. sopra ).
Tra le molte esperienze in altre regioni ne possiamo citare alcune fra le più significative
- Repubblica partigiana (o Dipartimento) del Corniolo (febbraio – marzo 1944) nell’Appennino forlivese: fu la prima delle repubbliche del centro nord. Istituita il 2 febbraio dal Comandante “Libero Riccardi” (Riccardo Fedel), antifascista della prima ora e comandante della Brigata Garibaldi Romagnola. Oltre al rilevante valore dell’aspetto simbolico di essersi formata nel territorio di nascita di Mussolini, questa esperienza si distinse per iniziative e provvedimenti nella prospettiva di una riforma agricola.
- Montefiorino (17 giugno – 1º agosto 1944). Siamo nell’Appennino modenese dove, in rappresaglia per alcune azioni partigiane, le truppe naziste il 18 marzo avevano compiuto una delle più feroci stragi: a Monchio, Susano e Castrignano (frazioni di Montefiorino) con 136 vittime civili comprese donne e bambini. Nell’esperienza della Repubblica, durata 45 giorni, il ruolo prevalente rimase nelle mani delle formazioni partigiane che gestirono direttamente giustizia e pubblica sicurezza. Per le singole località si costituirono giunte popolari formate dai capi famiglia che elessero i sindaci dei comuni. Con la rioccupazione tedesca il paese, abbandonato dai suoi abitanti, fu dato alle fiamme e continuò a bruciare, in particolare la rocca, per più giorni.
- Carnia (luglio – settembre zona libera; ma GPG 28 settembre – 10 ottobre). Fu la “Repubblica” più vasta per territorio (oltre 2.500 km2 ) comprendente ampie aree a nord e sud del Tagliamento e con una popolazione di oltre 80.000 abitanti distribuita in 40 comuni. La costituzione (28 settembre) della Giunta Provvisoria di Governo (ad Ampezzo) fu preceduta, a partire dai primi di agosto, dalla costituzione di CLN locali e provinciali tramite libere elezioni a cui partecipavano i capifamiglia, donne comprese, con una netta separazione fra potere civile e potere militare. Fra le varie disposizioni si possono ricordare la concessione di autonomia amministrativa al territorio montano e la difesa del patrimonio boschivo; la riforma scolastica, la costituzione di un Tribunale del Popolo e l’abolizione della pena di morte per reati comuni; la gratuità dell’amministrazione della giustizia; la riforma fiscale; la costituzione di un corpo di polizia civica. Particolarmente pressante il problema dei rifornimenti alimentari per la non autosufficienza del territorio e per lo stretto assedio della zona da parte nazifascista; l’assedio fu aggirato dai Gruppi di Difesa della Donna: vennero formati consistenti nuclei femminili che, a piedi, scendevano con la gerla verso la pianura sino a Meduno, dove il servizio di intendenza partigiano le trasportava verso la costa dove potevano rifornirsi di grano e altri generi alimentari.
La riconquista nazista della Carnia avvenne con l’utilizzo di consistenti truppe cosacche a cui seguì la drammatica occupazione di quelle terre da parte di oltre 40.000 cosacchi (militari e civili, con beni personali, cavalli e cammelli) a cui Hitler aveva promesso una nuova patria (Kosakenland in Nord Italien). Per sette mesi i cosacchi si installarono come etnia dominante occupando case e proprietà, macchiandosi in più casi di violenze (assassini, stupri ecc.) e trasferendo usi e costumi delle loro terre d’origine. Crudele anche il loro destino, a parte pochi casi di permanenza e integrazione nella realtà locale, la maggior parte di loro fu ritrasferita in Unione Sovietica e mandata da Stalin nei campi in Siberia.
Anche da questa piccola rassegna di esempi si possono facilmente individuare le problematiche comuni a tutte le zone libere di quel 1944: oltre a quelli della difesa, i problemi della produzione e dell’approvvigionamento, dell’amministrazione della giustizia, della epurazione dei principali esponenti fascisti, di un diverso sistema di fiscalità, del dar vita ad una scuola non più cassa di risonanza dell’ideologia fascista, ecc.
Notevoli anche le differenze: una democrazia in un certo senso calata dall’alto tramite i comandi partigiani e/o i CLN oppure costruita dal basso attraverso elezioni locali come nel caso della Carnia dove la sperimentazione della democrazia ha in un certo senso anticipato l’ufficialità del Governo Provvisorio. La diversa articolazione dei nuovi strumenti di partecipazione democratica. Il ruolo maggiore o minore assegnato ai CLN rispetto alle formazioni partigiane e pertanto una maggiore o minore autonomia fra governo civile potere militare delle formazioni. La capacità di attivare relazioni esterne (con i CLN regionali e nazionali, con altri territori, con il governo Bonomi, con l’estero). La possibilità o meno delle donne a partecipare ai nuovi organismi. La presenza o meno di organizzazioni di massa effettivamente operanti (sindacati, organismi giovanili come il Fronte della Gioventù, femminili come i Gruppi di Difesa delle donne, consigli scolastici, ecc.). Il ruolo del clero locale (sia nelle aree contadine che in quelle urbane) in più casi partecipe attivamente anche con ruoli di governo, in altri più con un ruolo di mediazione con forze ed autorità nazifasciste, in più casi con entrambi questi ruoli, come a Domodossola.
Settanta anni dopo, nei tempi della stanchezza della democrazia
Quell’estate – autunno di settant’anni fa fu giustamente definita come l’epoca della libertà ritrovata: fu in molte parti dell’Italia occupata il tempo in cui si espresse una volontà alta di partecipazione, di sperimentazione di organismi democratici, di nascita e diffusione di molteplici organi di stampa libera. Non solo si introdusse in molti casi il principio fondante di ogni democrazia della divisione dei poteri, ma anche il loro articolarsi e moltiplicarsi: partiti, sindacati, organizzazioni di massa, assemblee, gruppi di azione civile in un fiorire di iniziative che, come osservato per l’Ossola, desta stupore per la capacità di iniziativa concreta che, in poche settimane e in situazioni del tutto avverse, quelle esperienze riuscirono a concretizzare da un lato e a prefigurare dall’altro. In molti di quei casi si forgiò una nuova classe dirigente che sarà quella che ci portò alla Repubblica e alla Costituzione. Il tutto all’interno di un dibattito vivacissimo, con posizioni politiche estremamente differenziate ma con una capacità di ascolto reciproco e di “mediazione alta” di cui oggi abbiam perso memoria.
Viviamo oggi quelli che io chiamo i tempi della stanchezza della democrazia, stanchezza espressa in mille modi, dalla scarsa partecipazione (non solo al voto, ma alla politica in senso lato), all’affievolirsi degli anticorpi democratici che trovano nella lettera della Costituzione il nutrimento: dignità delle persone e del lavoro, antifascismo, laicità, ripudio del razzismo, chiara individuazione e delimitazione dei diritti e dei doveri. Il tutto si esprime con un rigetto della politica di cui un personale politico mediocre – se non corrotto – è, almeno in gran parte, responsabile. Le cause sono complesse e vanno al di là delle responsabilità singole: viviamo in un mondo dove le decisioni che contano sono sempre più lontane dai cittadini, assunte da poteri sovranazionali che sfuggono da trasparenza e controllo. Proprio per questo sarebbe necessaria una nuova “estate della democrazia” in grado di affrontare crisi e problemi dell’oggi.
Si aprono due possibili percorsi di risposta:
Il primo che pensa che alla “stanchezza della democrazia” si debba replicare attraverso la semplificazione, la riduzione delle componenti politiche e rappresentative con una esplicita insofferenza verso opposizioni e minoranze vissute quali intoppo alla governabilità, la limitazione della separazione dei poteri, la riduzione degli organismi e della partecipazione diretta attraverso organi di secondo livello (eletti solo dagli eletti). Insomma attraverso un accentramento del potere e un suo rapporto diretto “con il popolo” saltando le intermediazioni e la complessità del tessuto sociale. Penso che questa strada sia estremamente pericolosa, che ci porti in tutt’altra direzione da quella che nell’Ossola, nella Carnia e nelle decine di “repubbliche prima della Repubblica” si è tentato sperimentare ed anticipare. Una strada che non produce una riforma e un rinnovamento della democrazia, ma un suo ulteriore indebolimento.
Il secondo percorso è tutto da costruire: inventare e sperimentare nuove modalità di partecipazione. Certo quelli che con la nuova Costituzione del 1947 son nati e si sono sviluppati negli ultimi sette decenni vanno rivitalizzati; nuove forme di rappresentanza devono poter far pesare le voci di un tessuto sociale che si è significativamente differenziato ed articolato con nuovi problemi (salute, precarietà, integrazione …) e nuove sensibilità (ambiente, beni comuni, diritti individuali delle donne e degli uomini …). I nuovi media aprono uno spazio che può essere di condizionamento ma, se ben utilizzato, anche di nuova partecipazione; un mondo sempre più globale può esser vissuto come minaccia o come apertura di più ampie possibilità per tutti, la pluralità di culture e di nuove sensibilità può esser percepita come confusione (se non addirittura come pericolo), oppure come ricchezza e arricchimento per tutti. Alla globalizzazione che omologa si può rispondere con nuove forme associative legate ai territori e alle loro specificità e creando relazioni e ponti fra esperienze convergenti anche se lontane nello spazio. È una strada da aprire, non semplice, per molti versi psicologicamente e praticamente difficile, ma di certo non più difficile di quelle anticipazioni di democrazia che partigiani, rappresentanti politici e popolazione sperimentarono settant’anni fa.
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Appendice
I Giornali dell’Ossola libera
Testi consultati
Alba libera. Atti del convegno di studi “La libera repubblica partigiana di Alba, 10 ottobre – 2 novembre 1944. ISR Cuneo – Città di Alba, 1985.
Atti del Convegno “La stampa ed i mezzi di comunicazione dei partigiani e della Repubblica dell’Ossola” (8 ottobre 2004), ANPI Domodossola, 2006.
Augeri Nunzia, L’estate della libertà. Repubbliche Partigiane libere, Carocci, Roma 2014.
Azzari Anita, L’Ossola nella Resistenza Italiana. Prefazione di Angelo del Boca (riedizione), Il rosso e il blu, Santa Maria Maggiore, 2004.
Chiovini Nino, Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà, Verbania 2012.
Del Boca Angelo (a cura), La “Repubblica” partigiana dell’Ossola, Centro Studi Piero Ginocchi, Crodo 2004.
Ferrari Edgardo (a cura), Almanacco storico Ossolano 2005, Grossi, Domodossola, 2003.
Ferrari Erminio, La Liberazione. Cannobio, Agosto-settembre 1944, Tararà, Verbania 2006.
Frassati Filippo (a cura) La Repubblica dell’Ossola. Settembre- Ottobre 1944 (1959): riedizione del 2004 a cura del Comune di Domodossola.
Giovana Mario, La Resistenza in Piemonte. Storia del C.L.N. piemontese, Feltrinelli, Milano 1962.
Le zone libere nella Resistenza italiana ed europea. Relazioni e comunicazioni presentate al Convegno internazionale di Domodossola. 25-28 settembre 1969, ISRN, Novara 1974.
Maggia Giulio (a cura), I giornali dell’Ossola libera, ISRN – Comitato per il 30° anniversario della repubblica dell’Ossola, Novara 1974.





























































