La giornata del 20 giugno 1944, così come l’abbiamo riscostruita ed illustrata in Quarantatré … a Fondotoce … si concludeva con una festa dal sapore funesto.
A Villa Caramora dalle 20 di sera
sino a tarda notte si festeggia.
Il pretesto è il compleanno del Colonnello Comandante delle SS e la sua prossima destinazione sul fronte orientale, in Romania.
Un gran va e vieni, ufficiali tedeschi e italiani, della milizia e dell’esercito repubblichino. Molti i civili e le dame italiane.
Il giudice Liguori dalla cantina ascolta e, quando viene fatto salire, osserva nauseato.[1]
Sulla base della testimonianza del giudice e su quanto si era allora a conoscenza quando, nel giugno 2017, abbiamo presentato alla Casa della Resistenza la graphic novel, non era noto il nome del comandante né si sapeva con precisione quali reparti guidasse.
Un anno dopo, sempre all’interno delle iniziative di commemorazione dell’eccidio di Fondotoce, abbiamo presentato il saggio del ricercatore elvetico Raphael Rues[2] SS-Polizei. Ossola-Lago Maggiore. Rastrellamenti e crimini di guerra edito, in edizione trilingue (italiano, tedesco e inglese), da Insubrica Historica (Minusio, CH)[3]. Saggio che rappresenta un primo contributo all’interno di un lavoro più ampio di ricerca sulle formazioni tedesche e fasciste che operarono nell’allora alto novarese tra il settembre 1943 e l’aprile 1945 e che mette in luce aspetti in gran parte non noti.
Questo primo saggio è dedicato ai reparti delle SS-Polizei (reggimenti 12, 15 e 20) che operarono nel nord-ovest del nostro paese. Innanzitutto va precisato che le SS-Polizei non erano propriamente delle SS militarizzate (le Waffen-SS) quali ad esempio le SS della Leibstandarte SS Adolf Hitler responsabili nel settembre ottobre del ’43 degli eccidi degli ebrei sul Lago Maggiore. Si trattava invece di corpi in gran parte provenienti dalla Polizia germanica che Himmler, in qualità di Comandante della polizia e delle forze di sicurezza – oltreché di Reichsführer delle SS – costituì a partire dall’ottobre 1939. La denominazione originaria era quella di Polizei Regiment “Nord” e i reparti vennero utilizzati inizialmente come forze di sicurezza e polizia nelle retrovie delle aree occupate dalla Wehrmacht. In particolare in Galizia (settembre 1941 – febbraio 1942) si resero responsabili di eccidi di partigiani e civili, ebrei e non (33.000 vittime secondo lo storico tedesco Torsten Schäfer). Furono poi dispiegati sul fronte russo subendo consistenti perdite.
“Forse per onorare le gravi perdite subite sul fronte orientale, Himmler il 24 febbraio cambiò la denominazione di questi reggimenti di Polizia in «SS-Polizei Regiment», benché sottostessero ancora alla Polizia (Ordnungspolizei). Questo mutamento avvenne solamente però sulla carta, poiché le uniformi della SS-Polizei non si fregiarono mai di alcuna insegna delle SS, ma solo della tipica coccarda della Polizia.” [p. 24]
I reparti vennero ricostituiti e trasferiti nella Norvegia occupata, o sud di Oslo, e il 28 agosto del 1943 lasciarono il paese per giungere in Italia l’11 settembre dove vennero utilizzati quali reparti specializzati nelle operazioni anti-partigiane fino alla fine della guerra; Rues elenca ben 50 operazioni militari di rastrellamento effettuate nel nord-ovest. Quelle principali che riguardano l’attuale provincia del Verbano Cusio Ossola sono quelle di Megolo (13 febbraio 1944), il rastrellamento della Val Grande (giugno 1944), la rioccupazione di Cannobio e dell’Ossola (settembre- ottobre 1944) per concludersi con la colonna del capitano Stamm (SS-Pol.Rgt.20) in ritirata verso Novara (24-27 aprile 1945).
Tornando al punto di partenza, quella lugubre sera a Villa Caramora, il contributo di Raphael Rues non solo indica con precisione i reparti impiegati nelle operazioni di rastrellamento e negli eccidi di quel giugno 1944, ma anche nome e trascorsi degli ufficiali a capo delle operazioni. In particolare di quel tenente colonnello, Ernst Weis, che la sera del 20 giugno 1944 festeggiò il suo cinquantesimo compleanno. Lascio la parola a Rues.
“Il SS-Pol.Rgt.15 sparì dall’Ossola dopo il 15 febbraio, impegnato in Piemonte – zona di Asti – e Liguria in grandi rastrellamenti, per tornarvi solo a giugno nell’ambito del rastrellamento della Val Grande, operazione «Köln». L’operazione –secondo le fonti tedesche – comportò l’uccisione di 217 e la cattura di 367 partigiani, oltre a 247 persone trasferite ai campi di lavoro del Reich. Vennero impiegati due Kampfgruppen: il primo al comando di Heinrich Galazky Hartel (Strasburgo 1899 – ?), maggiore della Polizia, comandante del II/SS-Pol.Rgt.15, e il secondo di Eduard Psotta (Hohenbirken 1908 – ?) capitano della Polizia, sostituto comandante del I/SS-Pol.Rgt.15.
Il II/SS-Pol.Rgt.15 fu il principale responsabile del rastrellamento della Val Grande: direttamente imputabili sono i decessi di 150 -180 partigiani e civili, i quali furono sommariamente eliminati in più luoghi – Fondotoce, Baveno, Val Grande – il tutto nel lasso di tempo di circa dieci giorni.
Il comando del rastrellamento venne stabilito presso la villa Caramora di Intra, dove Weis festeggiò pomposamente i suoi 50 anni la sera stessa della fucilazione di 43 partigiani a Fondotoce, il 20 giugno.” [p. 34]
Raphael per i suoi lavori di ricerca è venuto più volte alla Casa della Resistenza a consultare la Biblioteca e il Centro di documentazione; in vista della pubblicazione del suo saggio ci ha chiesto di preparargli una breve prefazione. Vi ho con piacere ottemperato e la riporto di seguito.
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Prefazione
Il testo che viene qui pubblicato in edizione plurilingue rappresenta un primo significativo contributo del ben più ampio lavoro di ricerca storica sulla presenza e l’attività dei reparti militari tedeschi e fascisti nelle aree dell’Ossola e del Verbano nel periodo 1943-45, avviato da Raphael Rues oltre vent’anni fa e ripreso in modo organico negli ultimi due anni. L’interesse dell’autore per questo specifico argomento, al di là agli echi oltre confine delle vicende di quegli anni, nacque dalla lettura, ancora quindicenne e successivamente da universitario, di alcune opere sulla resistenza ossolana. Vi avvertì da subito una carenza e un’imprecisione complessive su presenza e tipologia delle forze impegnate dalla “parte avversa”: di qui un lavoro minuzioso di ricostruzione – a partire dalla storiografia e memorialistica partigiana affiancata dalle più scarse fonti (scritte e orali) di parte fascista e tedesca e dalla consultazione degli archivi elvetici – per individuare le unità presenti sul territorio e poter così intraprendere in modo approfondito la ricerca presso gli archivi militari tedeschi. Un corretto lavoro storiografico a fonti plurime supportato da una consapevole ottica “esterna” che neutralmente non “prende parte”, senza che questo significhi sottacere crimini e responsabilità dei reparti e degli ufficiali coinvolti.
L’argomento specifico di questa prima tranche della ricerca riguarda i reggimenti della SS-Polizei operanti in Ossola e nel Verbano di cui viene ricostruita l’origine nell’arruolamento e militarizzazione di reparti di polizia tedesca, l’attività di controllo e messa in sicurezza delle retrovie dei nuovi territori occupati dalla Wermacht in particolare sul fronte nordorientale, il loro successivo impiego al fronte e la loro “specializzazione” nelle operazioni di anti-guerriglia. Reparti di SS-Polizei di cui si fa più volte cenno nella storiografia partigiana ma senza precisarne le unità e spesso confondendole con le Waffen-SS o con la Feldgendarmerie.
Lavoro di estrema importanza perché non solo copre un vuoto sostanziale di ricerca e conoscenza ma anche permette di conoscere in modo più completo e preciso i principali eventi del conflitto fra resistenza e nazifascismo nelle aree dell’Alto-novarese, dalla battaglia di Megolo, al rastrellamento della Val Grande, alla rioccupazione dell’Ossola nell’ottobre del ’44 sino alla capitolazione della Colonna “Stamm” negli ultimi giorni dell’aprile 1945; permette inoltre di comprendere come la forza d’urto di queste formazioni fosse in grado di compiere “vittoriose” operazioni antiguerriglia ma non di “presidiare il territorio” ad operazioni concluse.
La costruzione di una memoria condivisa da parte delle comunità locali e nazionali è questione complessa e di non facile soluzione dopo le fratture che hanno attraversato il “secolo breve”. Pesa innanzitutto quella che Karl Jaspers ha definito come “questione della colpa” che attraversa le responsabilità individuali come quelle collettive; responsabilità che necessitano sia di una corretta definizione e sanzione giuridica per quelle individuali sia di una convinta capacità di rielaborazione collettiva per le altre. Nel caso specifico, sottolinea l’autore, “nessuna delle rappresaglie tedesche commesse dalla SS-Polizei in zona fu penalmente perseguita”: l’unica procedura avviata fu quella per l’eccidio di Fondotoce, ma archiviata dalla procura militare di Torino in quanto “non è possibile svolgere altre indagini per accertare l’identità degli imputati” (accertamento invece ben “possibile come dimostra questo contributo”) e confluita in quello che il giornalista Franco Giustolisi ha efficacemente definito come “armadio della vergogna” insieme ad altre 2273 “notizie di reato” commesse dalla forze militari tedesche durante l’occupazione; procedure di fatto secretate per decenni e solo dal 1994 rinvenute e, dove possibile, giuridicamente riaperte.
Occorre d’altra parte sottolineare come, se da un lato militari e ufficiali della SS-Polizei nel dopoguerra furono integrati nei corpi della polizia della Germania federale ottenendo anche riconoscimenti ufficiali, dall’altro lato un lavoro storico e collettivo di “rielaborazione della colpa” è senz’altro proceduto nella Germania unificata. Non esiste ad esempio in Italia nulla di paragonabile alla Topographie des Terrors di Berlino dove, tra l’altro, sul pannello dedicato al nostro paese campeggia la fotografia delle quarantatré vittime di Fondotoce; una topografia del terrore compiuto dall’esercito italiano, in particolare nelle colonie africane e nell’ex Jugoslavia, è da noi ben lungi non solo dall’essere realizzata ma anche solo progettata. E le voci meritevoli di alcuni storici, come quella di Angelo Del Boca, sembrano risuonare nel deserto.
Come Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce siamo impegnati in questo lavoro di costruzione di una memoria collettiva a partire dal contributo che la resistenza, locale e non solo, ha dato alla riunificazione del nostro paese e alla elaborazione di una Costituzione Repubblicana in grado di “costituire” il tessuto comune della nostra collettività. Costruzione di una memoria che necessita di operare su più livelli: la raccolta della documentazione e delle altre fonti, i ricordi e la memorialistica dei protagonisti, il raffronto con la storiografia e i suoi sviluppi più recenti per poi restituire, ai visitatori – studenti e adulti – e nelle ricorrenze ufficiali, la sintesi costantemente aggiornata di una memoria viva e sempre più condivisa. Senza il contributo dei ricercatori e degli storici la nostra “mission” sarebbe impossibile; l’importante lavoro di Raphael Rues va a sopperire ad un aspetto fondamentale per la costruzione di una siffatta “memoria viva” e di questo sentitamente lo ringraziamo.
Gianmaria Ottolini
[1] Gianmaria Ottolini – Ruggero Zearo, quarantatré … a Fondotoce, 20 giugno 1944, Tararà, Verbania 2017, p. 48.
[2] Raphael Rues (1967) di Minusio (CH). Laureato in storia economica e gestione dei rischi. Responsabile della gestione rischi e qualità presso l’Ufficio federale delle Strade (USTRA) a Berna. Si dedica alla ricerca di storia contemporanea nell’area insubrica e sta realizzando una tesi di Dottorato in Storia Moderna presso la University of Leicester, Inghilterra, sulle formazioni militari tedesche e fasciste che operarono nell’allora alta provincia di Novara fra il settembre 1943 e l’aprile 1945.
[3] Reperibile online presso l’editore Insubrica Historica o direttamente presso la Casa della Resistenza.
Resistenza.
Le parole sono pietre (Carlo Levi)
Parola esplicita e profonda.
Mentre in altre lingue, ad esempio l’inglese (resistance), il primo significato è quello fisico (di un corpo, di un circuito elettrico …), nella lingua italiana, già in numerosi scritti dal duecento in poi, prevale il suo significato politico ed etico civile.
Guido Cavalcanti: “I cittadini di Firenze …cercarono che i sottoposti fussero accatastati …, a questo facevano grandissima resistenza”. Opposizione ad un’autorità, ad un suo provvedimento, contrasto a ciò che viene percepito come oppressivo e lesivo di un diritto; contrasto che ha implicito in sé il suo carattere di legittimità (giuridica o comunque etica).
Francesco Guicciardini “… essendo una città un corpo gagliardo e di grande resistenza, bisogna bene che la violenza sia estraordinaria e impetuosissima a atterrarla”.
Diversamente da parole come lotta, ribellione, guerra e simili, in cui prevale il momento dell’azione (sociale, politica, militare), resistenza prima ancora di un’azione energica di difesa e di contrasto indica un atteggiamento fermo e risoluto e una attitudine, una “saldezza”, una forza in primo luogo morale, di fronte ad aggressione e violenza.
Un significato morale e civile che precede quello militare, dunque.
L’origine è dal tardo latino resistentia, derivata dal verbo re-sistere: star fermo, fermare, contrapporsi, star saldo contro qualcosa o qualcuno, ed anche rialzarsi, rimettersi in piedi, risorgere.
C’è una affinità di origine con un altro composto di sistere (fermarsi): ex-sitere (sorgere, nascere, esistere) per cui sembra legittima una connessione con esistenza: ribadire, riaffermare la propria esistenza, la propria individualità e diversità nei confronti di un regime totalitario e totalizzante.
Un esempio per tutti: Cleonice in prima fila tra i 43 di Fondotoce; una donna a cui la vita ha concesso ben poco; dalla violenza nelle mura familiari a quella subita nelle case dell’aristocrazia romana; dal dolore per la malattia e morte del suo compagno milanese, all’arresto e alle percosse nei sotterranei di Villa Caramora. Travolta a forza, forse umiliata, ma visibilmente non piegata, fino all’ultimo tesa a riaffermare la sua identità e a sollecitare orgoglio e coraggio nei compagni.
Shoah
Non permettete alle parole di oltrepassare il pensiero (Anton Čechov)
Shoah (anche Shoa’ o Sho’ah) termine di origine biblica che significa “desolazione, distruzione, catastrofe, annientamento”. Venne utilizzato dalla comunità ebraica di Palestina nel 1938, riferendosi al pogrom della “Notte dei Cristalli” (9-10 novembre) che segnò l’avvio della fase più violenta della persecuzione antiebraica. Da allora definisce il genocidio della popolazione ebraica d’Europa, perpetrato dal nazismo durante la Seconda guerra mondiale.
Viene preferito al sinonimo Olocausto in quanto quest’ultimo (dal greco holòkauston, da hòlos, tutto, e kaustòs , bruciato) nella tradizione ebraica indica il Sacrificio alla divinità di un animale e, per estensione, sacrificare la propria vita per un ideale religioso o civile; un significato che assimilerebbe lo sterminio del popolo ebraico ad un sacrificio offerto a (e voluto da) Dio. Inoltre Olocausto viene utilizzato anche in riferimento agli altri gruppi etnici, religiosi e sociali oggetto di sterminio sistematico da parte del nazismo: Rom (che hanno un termine analogo a Shoah: Porajmos “divoramento”), Slavi, Testimoni di Geova, omosessuali, disabili fisici e psichici ecc. Per estensione viene infine riferito anche ad altri stermini (olocausto armeno, nucleare …).
Primo Levi ne I sommersi e i salvati ricorda che le SS ammonivano cinicamente i prigionieri in questo modo: “In qualunque modo questa guerra finisca, …abbiamo vinto noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà …la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti.”
Parlare della Shoah è parlare dell’indicibile. Si è anche detto che non si può educare contro Auschwitz, in quanto segna una frattura non cancellabile della nostra storia, ma solo dopo Auschwitz. La pedagogista Clotilde Pontecorvo1 afferma che insegnare la Shoah significa immergersi in un duplice dilemma. Quello appunto fra la non riducibilità alle normali categorie di spiegazione (fra spiegazione e giustificazione il passo è breve) e la necessità di una compiuta ricostruzione storiografica. Il dilemma, inoltre, fra unicità e comparazione. La Shoah è comparabile? Su questa strada possono trovare il varco revisionismi e negazionismi. “E d’altra parte noi non vogliamo porre questo evento al di fuori della storia perché significherebbe rendere possibile la sua riproduzione. È quindi un rischio vederlo come un evento unico, così come è un rischio vederlo come uno dei tanti stermini. … C’è un conflitto, o se vogliamo un dilemma. E il dilemma è per definizione qualcosa che non si risolve, con cui ci si confronta continuamente e che ci deve guidare nell’analizzare, nel capire, nel fare capire.”
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1 “Il mio nome” in Una Città n. 46, dicembre 1995.
Scelta
Ci sono porte al mare che si aprono con parole (Rafael Alberti)
Parola cruciale. Il significato è chiaro: dal verbo tardo latino ex-eligere, ‘eleggere fra’, e pertanto l’elezione fra più candidati, lo scegliere fra più possibilità, ed anche l’oggetto di tale scelta.
Il nodo è semmai teorico ed etico. Affermare la propria possibilità di scelta significa affermare la propria libertà. Al di là di ogni ipotizzato condizionamento e determinazione (teologica, biologica, sociale o psicologica). Ed affermare la libertà comporta, altrettanto radicalmente, il dichiarare la responsabilità delle scelte effettuate.
L’uso quotidiano della parola non aiuta: ci sono “scelte” non realmente tali, ma banali preferenze.
La “Scelta” comporta individuare ciò che è meglio, ciò che è giusto; una valutazione di cui ci assumiamo il “peso”. Non è un aut aut (un o … o …), una decisione di fronte ad un bivio di possibilità equivalenti, ma, nell’espressione del danese Kierkegaard, un Enten-Eller: “questo, od invece quello”. Dove “questo” è la vita come è, la mera esistenza trascinata dalle circostanze. Mentre “quello” è altro, una deviazione, un salto, il prendere un’altra strada. La vera Scelta si pone allora fra il scegliere e il non scegliere. Scegliere individualmente e, talora, collettivamente.
Racconta Bruna Giardini del fratello Ermanno: “L’8 settembre tutti scappavano e lui si è rintanato in casa … tutti gli altri amici anche loro che erano a militare … si sono ritrovati a casa mia. Sono stati otto dieci giorni perché quelli della polizia pressavano perché dovevano presentarsi perché erano disertori. E loro, tutti, molti erano, han deciso: – Noi non andiamo, andiamo in montagna.”
Dove la “montagna” nell’uso corrente di quegli anni è contemporaneamente un luogo, un simbolo e una scelta di libertà. E la parola più usata all’inizio non è “partigiani”, ma “ribelli”.
Nei titoli dei memoriali della Resistenza e dell’Internamento, la parola “Scelta” ricorre, non a caso, con frequenza: “… accettare di continuare una guerra …o ribellarsi”1.
Angelo Del Boca, nel suo bellissimo testo di recente ripubblicato2, in sedici narrazioni passa in rassegna altrettante scelte (e non scelte) dell’uno e dell’altro campo. Per rendere esplicita l’impossibilità di una equiparazione fra i due campi, ed anche per sottolineare il diverso spessore che una giusta scelta può assumere. E tanto più si trattava di spessore significativo, quanto più corrispondeva ad un uso proporzionato e consapevole della pur necessaria violenza. E tanto più ha lasciato segni duraturi.
Risponde Guido ai suoi ex-commilitoni “…ci sono vari modi di scegliere: si può scegliere per un giorno e si può scegliere per la vita. Io non sono tipo da scegliere per un giorno …”3.
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1.F. Sciomachen e altri, La scelta 1943-1945, Alberti, Verbania 2001, p. 11.
2 A. Del Boca, La scelta, Neri Pozza, Vicenza 2006.
3 Ivi, p. 236.
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* Pubblicate in una rubrica titolata “In una parola” rispettivamente sui numeri 6/2006, 1/2007 e 2/2007 di Nuova Resistenza Unita.
Making Quarantatré… by Ruggero Zearo & Gianmaria Ottolini
Arizzano – Calambrone, 10 giugno 2014
– Ciao Gianmaria, sono Rudi, ti ricordi di me?
– Si, certo … è un po’ che non ci sentiamo.
– Ho una proposta da fare a te e alla Casa della Resistenza. Possiamo vederci?
– Adesso sono al mare col nipotino, torno per la celebrazione del 20 giugno. Possiamo vederci subito dopo.
– Mi chiami tu?
– Si, ciao.
Fondotoce, Casa della Resistenza, 24 giugno (con la partecipazione di Ester e Chiara)
… … …
– Si, insomma, una storia illustrata, sui 43. Mi ricordo uno spettacolo che parlava della Tomassetti
– Era della Caffari, l’abbiamo presentato qui[i]
– … e che c’era una bambina che aveva visto passare il corteo.
– Sì, era l’Irene Magistrini … l’aveva raccontato su Nuova resistenza Unita. Ti faccio avere l’articolo.
– Ho cominciato a fare alcuni schizzi di Villa Caramora. Quando li ho finiti te li mando …
– Quando si passa lì davanti … c’è sempre un po’ d’angoscia.
– Ecco, si partirebbe da lì.
– C’è la testimonianza del Giudice Liguori. Bisogna pensare a come sviluppare la storia … dando centralità alle immagini.
– Ho pensato a un qualcosa come quello di Andrea Ventura … Una mattina mi son svegliato[ii] …
– Ne abbiamo qui una copia, nella biblioteca ragazzi …
– Sì l’ho presente, insieme a Franzinelli … sono più racconti molto condensati.
…
– Io provo ad andare avanti … poi ci sentiamo.
– Va bene.
Scambio di mail [iii]
25/06/2014 16:32 Una storia illustrata
Ciao Gianmaria,
perdona se continuo a coinvolgerti. Dopo esserci visti ho iniziato a disegnare la bambina che ho in mente per la storia illustrata e così anche una SS e Cleonice Tomassetti. Mi piacerebbe leggere il testo teatrale di cui mi parlavi, pensi sia recuperabile? Ti allego le prime immagini, mi piacerebbe sapere cosa ne pensi. Grazie, ciao Rudi
On 25/06/14 17.57, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:
Ciao Rudi
Eccolo. Tra l’altro stamane ho recuperato altre due foto dei caduti di Fondotoce.
Sono sulle lapidi del cimitero di Pallanza (corridoio verso forno crematorio, lato destro)
Ottime le immagini. Mi convince un po’ meno il militare.
Ci sentiamo. Gianmaria
26/06/2014 17:18 Re: Una storia illustrata
Ho letto il testo che mi hai inviato, è proprio quello che ascoltai, recitato, tempo fa e di cui avevo solo un vago ricordo. Oggi sono stato a Villa Caramora a fare qualche foto. Grazie ancora, complimenti per il vostro lavoro alla Casa della Resistenza. Ciao, Rudi
….
12/07/2014 11:29 Villa Caramora
Ciao Gianmaria, ti allego, se hai voglia di guardarle, alcune nuove immagini della bambina e dettagli di Villa Caramora. Sono ancora solo prove. Grazie, ciao Rudi
12/07/2014 23:11 Re: Villa Caramora
Grazie Rudi
molto belli ed efficaci, in particolare i dettagli della villa. I dettagli mi paiono carichi di sinistra ambiguità: una bellezza architettonica a suo modo minacciosa.
Seguo con molto interesse il procedere del tuo lavoro. A presto. Gianmaria
…
05/10/2014 19:53 Storia illustrata
Ciao Gianmaria, passata l’estate mi rifaccio vivo. Ti allego alcune nuove immagini, sto sperimentando da autodidatta alcune tecniche. Ho avvicinato le immagini ad alcuni brani tratti dal monologo di Silvia Caffari che mi piace moltissimo. Ho associato poi ad ogni brano una parola. Fammi sapere cosa ne pensi.
L’idea era di far raccontare la storia ai testimoni, al sopravvissuto, ai martiri, ai carnefici (non sono sicuro) attraverso parole e immagini. Una storia per frammenti che non seguisse un ordine temporale. Alla fine, la cronaca dei fatti accompagnata da illustrazioni in b/n (tipo Villa Caramora).
Mi piacerebbe inoltre poter fare il ritratto dei 43, quelli di cui è possibile.
Grazie per la pazienza.
Rudi
07/10/2014 11:19 Re: Storia illustrata
Ciao Ruggero
ieri e l’altro ieri (anche oggi se è per questo) ero impegnato alla correzione di un libro che con Contorno Viola stiamo pubblicando. Per questo ho aspettato di avere la mente un po’ sgombra per guardare con attenzione il tuo bel lavoro.
Mi piace molto. Sia per lo stile delle illustrazioni che per l’abbinamento dei testi.
Naturalmente bisognerebbe avvisare Maria Silvia (e chiederle l’autorizzazione).
Per le foto dei 43 puoi venire alla Casa. Oltre quelle pubblicate sul penultimo numero di Resistenza Unita e sulla mostra esposta, io ne ho recuperate altre. Fammi sapere quando pensi di venire che ci mettiamo d’accordo.
Tra l’altro noi stiamo organizzando una mostra su Kurt Caesar, illustratore de il Vittorioso, tedesco e clandestinamente partigiano
http://it.wikipedia.org/wiki/Kurt_Caesar
Abbiamo incontrato Antonio Giuda, uno dei più grandi collezionisti italiani di fumetti, che sarebbe disponibile a mettere a disposizione gratuitamente la sua raccolta del Vittorioso per l’esposizione.
Come vedi ci stiamo muovendo sulla pluralità dei linguaggi della memoria e il tuo lavoro è decisamente in sintonia con il nostro.
A presto
Gianmaria
07/10/2014 16:12 Re: Storia illustrata
Ciao Gianmaria,
Io potrei nel pomeriggio perché la mattina sono impegnato. Giovedì o venerdì? Fammi sapere, grazie
Rudi
07/10/14 17:06 Re: Storia illustrata
Ciao Ruggero
Siccome giovedì e venerdì di questa settimana non c’è Ester, la responsabile del centro di documentazione fotografica, possiamo fare martedì o mercoledì della prossima settimana?
Gianmaria
08/10/14 14:40 Re: Storia illustrata
A me andrebbe molto meglio mercoledì. L’ora decidila tu, a me andrà bene.
Colgo l’occasione per inviarti il primo ritratto, Angelo Bizzozzero, fatto ieri sera,
ciao Rudi
On 09/10/14 11.59, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:
Possiamo fare alle 14.30.
Dopo io devo vedermi con altri per l’openday della biblioteca ma nel frattempo puoi lavorare con Ester.
Gianmaria
…
Fondotoce, Casa della Resistenza, 15 ottobre 2014 (con la partecipazione di Ester)
…
– … il ritratto è veramente notevole … sembra dal vivo …
– Purtroppo le foto che abbiamo non sono di buona qualità … vecchie foto tessera perlopiù
– … ci metterò un po’ a farli tutti. E per gli ignoti come facciamo?
– Si può ritrarre il muro. Le lapidi degli ignoti sono proprio dietro la croce, assieme ai nomi noti dei 42 martiri.
– Dopo andiamo a fare un foto.
– È la prima parte che non mi convince
– Cambiano i punti di vista
– Si, ma non è chiaro, e neanche la successione. È utile andare a confrontare tutta la documentazione. E i diversi testimoni. C’era anche Ermanno Olmi … alla Colonia Motta
– Io ne frattempo mi dedico ai ritratti, è un lavoro lungo … nei ritagli di tempo
…
Scambio di mail
29/10/2014 18:22 Traccia libro illustrato
Ciao Gianmaria,
ti giro la sequenza delle illustrazioni abbinate a frammenti di testo e a parole chiave. Non ho inserito l’aneddoto di Ermanno Olmi bambino in colonia che vede sfilare il corteo. In due frammenti si fa riferimento all’orario, sicuramente è sbagliato perché si parte da Villa Caramora alle 17 e si arriva a Fondotoce alle 16.
Attendo tue preziose valutazioni.
Grazie
Rudi
On 29/10/14 23.12, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:
Ciao Rudi
lasciami qualche giorno perché sono immerso in due lavori urgenti.
Ci sentiamo la settimana prossima
Gianmaria
30/10/2014 16:08 Re: Traccia libro illustrato
Nessuna fretta, ciao rudi
…
Undici mesi dopo
30/09/2015 15:55 Quarantatre_Traccia
Ciao Gianmaria, ti invio in allegato la nuova traccia del libro.
A presto
Rudi
…
02/10/2015 23.51 Testo Irene Magistrini
Ciao, ti allego intanto il testo della Magistrini. Era a Pallanza (viale delle Magnolie) e non a Suna. Ci sentiamo
Gianmaria
…
23/10/2015 20:42 43
Ciao Gianmaria, scusa il ritardo con cui mi faccio vivo. Ti invio una prova di impaginazione del libro, è solo una parte. Ti allego anche il timone con traccia dei testi e relative immagini.
La prima pagina è bianca così è possibile visualizzare la doppia pagina distesa. Mi piacerebbe intitolarlo 43 scritto in cifra, magari a pennello oppure Quarantatré scritto in lettere, fammi sapere cosa ne pensi, io naturalmente sono pieno di dubbi.
Appena ho altro materiale te lo giro.
A presto
grazie
Rudi
on 02/11/15 02.28, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:
A: Rudi <r.zearo@libero.it> <mailto:r.zearo@libero.it>
CC: Ester Bucchi <ester.bucchi@gmail.com> <mailto:ester.bucchi@gmail.com>
Ciao Rudi
letto riletto e preso in mano tutta la documentazione
Il risultato è che ho molti dubbi. Provo ad elencarli.
- Il titolo: meglio in cifre. In lettere può esser confuso con il nome di battaglia di Suzzi.
- Il problema centrale mi sembra quello della successione delle sequenze. Visto che cambiano i punti di vista (le voci narranti) penso che sia necessario seguire maggiormente un ordine cronologico: es. (i punti sono anche altri) il n.10 (fotografo) che anticipa i bambini alla Colonia Motta. Oppure seguire un ordine per “personaggi”. Adesso i due criteri sono misti
- Qui viene però il problema più difficile. Se la vicenda nel suo complesso è chiara, l’esatta sequenza cronologica e gli orari non sono concordanti nelle varie fonti. Ad es. i prigionieri provenienti da Malesco (tra cui Suzzi) sono stati portati nelle cantine di Villa Caramora o fatti sostare davanti? Liguori e Suzzi danno versioni diverse.
- Di Suzzi vi sono almeno 4 versioni e gli orari cambiano da una all’altra.
- Allo stato attuale mi sembra vi sia una sproporzione tra “il racconto” e la parte con i volti dei 43.
Provo a fare alcune proposte:
- Pensare al volume come diviso in tre parti
- Il racconto a più voci
- i volti
- la vicenda
- O si segue rigorosamente la cronistoria o, come mi sembra più efficace si mettono in successione i racconti dei diversi testimoni (Giudice, Ellis, Suzzi ecc.) naturalmente con una successione il più possibile aderente alla cronistoria. In ogni caso penso che questa parte debba essere ampliata con alcuni episodi/testimonianze: ad es L’altro sopravvissuto (perché non fucilato: ), La signora che esce dalla Chiesa di S. Leonardo, Danini e Velati a Fondotoce , il salvataggio di Suzzi, Don Bozzini e le bare. La festa nazista a Villa Caramora (vista da Liguori)
- qui siamo ok
- Parte storica: una cronistoria il più rigorosa possibile, e con cenni al contesto e relativa bibliografia. Penso che anche in questa parte debba avere, anche se in misura minore, delle immagini sia per congruenza stilistica sia perché altrimenti non la legge nessuno.Come procedere:Io sto tentando di mettere giù una cronistoria con una tabella così strutturata:
| Ora | Durata | Dove | Cosa/Azione | Fonte | note |
Quando è pronta possiamo vederci e ripensare alla prima sezione mettendo giù una sorta di storyboard della prima parte.
Mi rendo conto di complicarti (e complicarmi) la vita ma è la prima volta che mi trovo a collaborare ad graphic novel e si va un po’ a prova ed errore.
Ci sentiamo
Gianmaria
02/11/2015 18:57 Re: 43
Ciao Gianmaria, grazie ancora. Anch’io sto procedendo per tentativi. Apprezzo molto il tuo approccio scientifico. Faccio un’ipotesi alternativa alla tua:
Provo a immaginare il libro non diviso in 3 parti ma come corpo unico. I testi originali scritti da te sono accompagnati da illustrazioni disegnate dal sottoscritto. Si tratta ora solo di trovare lo stile. La cronistoria, la didascalia asciutta (vedi libro Franzinelli-Ventura) in terza persona mi sembra molto efficace, meno complicata della narrazione in prima persona come avevamo inizialmente ipotizzato. Eviterei a questo punto la parte 3 (la vicenda, già inclusa nel testo) soprattutto eviterei di citare le fonti. I nomi, Frank Ellis, Cleonice Tomassetti, Avvocato Emilio Liguori, i vari testimoni (solo se aggiungono qualcosa al racconto) Irene Magistrini ecc. vengono a questo punto citati nel testo.
Andrei a descrivere solamente il giorno 20 giugno 1944. Il racconto potrebbe essere diviso per tappe o luoghi fisici: Cantina di Villa Caramora, Lungolago di Intra, Lungolago di Suna, Fondotoce. Concluderei il racconto sulle mani di Moscardelli che tengono la fotografia.
Per il momento è tutto.
A presto
Rudi
On 02/11/15 19.17, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:
Ciao Rudi
Ci penso; una contestualizzazione sia pur breve (rastrellamento Val Grande) dovrebbe esserci. Potrebbe essere a questo punto una introduzione essenziale. Nel frattempo cerco su Monte Marona del maggio ’45. Chiovini parla di una intervista a Suzzi.
Naturalmente la bibliografia in fondo.
Ci sentiamo
Ciao
Gianmaria
…
18/11/2015 17:47 Attentati Parigi
ciao Gianmaria, pensando agli attentati di Parigi ho sviluppato questa idea grafica che, se ti servirà, potrai utilizzare a supporto di qualche articolo o altro. A presto
Rudi
France.jpg
On 25/11/15 22.15, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:
Ciao Rudi,
scusa se ti rispondo solo ora ma la tua mail era andata a finire in una sottocartella della posta e l’ho vista solo ora.
Giro l’idea grafica originale (e inquietante) alla Casa della resistenza. Grazie mille.
Per quanto riguarda il lavoro su “43” lo riprenderò in mano non appena finito il convegno di Sabato a Baveno che mi sta impegnando a tempo pieno.
Ci sentiamo
Gianmaria
…
Fondotoce, Casa della Resistenza, mercoledì 9 marzo 2016 (con la partecipazione di Ester, Chiara, Roberto)
– Ecco, questi sono i ritratti dei quarantatré
– C’è anche Suzzi?
– Sì, certo!
– Sono commuoventi…ti guardano e ti interrogano …
…
– La “cronaca” del 20 giugno, da Villa Caramora la mattina (arresto del giudice Liguori) alla sera (la festa in onore del colonnello SS), deve confluire in modo naturale nella sezione dei ritratti
– Dobbiamo valorizzare le immagini … testi essenziali
– Una sorta di via crucis laica, ogni episodio un luogo, un evento e dei personaggi precisi
– Riepilogando: Una introduzione sintetica; la cronistoria/via crucis del 20 giugno; i ritratti dei 43
– Mettiamo anche i “Titoli di coda”!
– ???
– Come nei film che danno informazioni post-trama, su cosa hanno poi fatto o cosa è successo ai personaggi e alle località.
– Sì … ma non possiamo chiamarli “titoli di coda”!
– La logica è quella … come chiamarli ci penseremo poi …
– Dobbiamo rivedere tutta la traccia.
– Ci lavoro, appena pronta te la faccio avere.
Scambio di mail
14/03/2016 00:59 Traccia 43
Ciao Rudi
ti allego la bozza della traccia sulla base di quanto ci siam detti martedì scorso.
E’ assolutamente provvisoria.
Quello che in primo luogo conta è la scansione (Titoli/argomenti). I testi sono per ora solo riempiti con scalette o testi precedenti e, per i nuovi con “ritagli” dai testi consultati.
Le immagini ovviamente devi deciderle tu.
Passami tutte le osservazioni e, laddove hai idee sulle immagini per ogni sezione, dimmi il soggetto o i soggetti di modo che per il testo io vedo di svilupparlo in congruenza.
Le tue aggiunte e correzioni sulla traccia, falle in rosso di modo che io le veda subito.
Ci sentiamo
Gianmaria
Allegato: 43 – Traccia 2016
…
Ciao Gianmaria, ti invio in allegato un aggiornamento del lavoro. Ho inserito la copertina, mi piaceva l’idea della finestra chiusa… (sotto il titolo potremmo prevedere un sottotitolo) e ho proseguito con nuovi disegni seguendo il tuo menabò. Alcuni sembrano disegni da scuola media, se ci sarà tempo (e voglia) li rifarò.
Fammi sapere come sta andando, a presto
Rudi
On 15/04/16 02.31, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:
Ciao Rudi,
ti mando l’introduzione che ho provato a metter giù. Dimmi cosa te ne pare.
Per i testi che accompagnano le immagini, vedendo anche quelli di Ventura/Franzinelli, punterei al massimo di sintesi.
Provo ad andare avanti di qualche capitolo tra domani e domenica, poi la settimana prossima è bene che ci vediamo un attimo per coordinare al meglio testo e grafica.
Le persiane chiuse di copertina mi paiono efficaci. Su un eventuale sottotitolo non so.
Ci sentiamo.
Gianmaria
16/04/2016 17:06 Re: 43
Ciao Gianmaria, l’introduzione è perfetta.
Settimana prossima a me andrebbe bene lunedì o giovedì nel primo pomeriggio.
Fammi sapere,
Rudi
… … …
18/04/2016 19:37 43_Aggiornamenti
ciao Gianmaria, ti passo l’aggiornamento, ho inserito l’introduzione e i ritratti.
Ok per giovedì pomeriggio.
Buona serata
Rudi
On 19/04/16 02.06, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:
Ciao Rudi, stavo giusto per mandarti i testi in una loro prima versione.
Te li allego. Però ho fatto riferimento alle pagine della versione precedente.
Come puoi vedere nella prima parte avrei modificato l’ordine di alcune immagini
e di conseguenza l’ordine delle pagine.
Prova a guardarli e giovedì ci confrontiamo.
Giovedì va bene alle 14,15? Qui da me?
Ci sentiamo
Buona … notte
Gianmaria
… … …
19/04/2016 22:00 Re: 43_Aggiornamenti
Ti mando la versione aggiornata del testo con le pagine calibrate sull’ultima versione.
Piccole correzioni per il testo “Moscardelli”
A giovedì
Ciao
Gianmaria
Allegato Testo_43.doc
… … …
Pag. 42 – 43
Lungo lago a Intra, di fronte all’imbarcadero, c’è un piccolo studio fotografico.
Il proprietario, Moscardelli, vede entrare due soldati tedeschi, altri stazionano all’ingresso.
Deve sviluppare del materiale riservato.
Sono le foto scattate al corteo dei condannati a Parco Cavallotti e durante il primo tratto del mesto tragitto.
Il fotografo esegue l’ordine e, di nascosto, ne trattiene copia.
… … …
22/04/2016 22:00 immagini
Ciao
mi son venute in mente alcuni aggiornamenti.
Per i “titoli di coda” cosa ne pensi di un titolo a piena pagina
… in seguito
L’immagine del lago (finta/temuta fucilazione) mettere ai due lati appena accennati due parziali profili di schiena.
Ultima di copertina Non solo persiane aperte ma anche finestra con accennate persone e bandiera italiana (allora aveva lo stemma sabaudo) appesa (in sostanza la liberazione il 24 aprile a Intra)
Ci sentiamo
Gianmaria
… … …
23/04/2016 19:23 quarantatre
Ciao Gianmaria, ho provato a impaginare il testo modificato. Fammi sapere se ti convince o è meglio ritornare alla tua versione.
A presto
Rudi
23/04/2016 21:56 Re: quarantatre
Si,
mi convince abbastanza, anche se i testi vanno rivisti e “asciugati”. Il titolo in copertina va bene in script, ma mi pare a caratteri un po’ “ingombranti”.
In questi giorni sto lavorando ad altro.
Da giovedì della prossima settimana ci rimetto mano. Asciugo i testi e incomincio la parte finale.
Buona serata
Gianmaria
02/05/2016 15:14 43_aggiornamento
Ho aggiunto qualche disegno
ciao, a presto, Rudi
02/05/2016 21:58 Re: 43_aggiornamento
Benissimo.
Sto finendo un altro lavoro, poi in settimana rimetto mano ai testi.
PS. Se il Camion arriva da Cannobio e si ferma al Cavallotti, forse bisogna invertire il senso di marcia.
Ci sentiamo
Gianmaria
06/05/2016 01:56 43
Ciao Rudi
ti allego l’ultima tua versione di “quarantatré” con modifica e correzione dei testi (con evidenziazione e nota).
Ho corretto anche l’età dei caduti che in più casi era stata aumentata di un anno perché non si è tenuto conto del giorno di nascita.
Anche un nome era sbagliato (era così anche sulla banca dati e ho avvisato).
Domani inizio le note della sezione “in seguito”.
Son indeciso se seguire l’ordine del testo (Val Grande, Villa Caramora, Giudice Liguori ecc.) oppure farlo inverso (partendo da Carlo Suzzi). O se fare prima i luoghi e poi le persone.
Gianmaria
1 allegato: 43 corr go.pdf
… … …
06/05/2016 23:27 … in seguito
Ciao Rudi
ho provato ad individuare le voci dell’ultima sezione. Sono una dozzina e mi pare che il percorso “a ritroso” sia quello più logico.
Prova a guardare la scaletta allegata (Ci sono gli argomenti e la loro successione) e vedi se manca qualcosa e se la successione così per te va bene.
Naturalmente titoli e testi sono tutti da rivedere. Il contenuto di una voce dipende anche da ciò che si è scritto prima.
Fammi sapere
Gianmaria
… … …
17/05/2016 01:26 in seguito
Ciao Rudi
ti allego il testo completo dell’ultima parte.
Ho rivisto anche alcuni passaggi delle voci che abbiamo visto oggi.
Domani metterò a punto la bibliografia.
Ci sentiamo
Gianmaria
17/05/2016 14:39 Re: in seguito
Ciao Gianmaria. Ora lo impagino. Ho fatto leggere la bozza a un paio di amici e alla mia compagna e il testo è piaciuto molto. Leggendolo è emerso un refuso: pag 5 – terza riga (contatto) già corretto nel layout. Un’osservazione: Nella parte finale la voce – una donna (Letizia Pellero) manca per dimenticanza o perché non vale la pena aggiungere altro?
Per il momento è tutto, grazie
ciao Rudi
… … …
18/05/2016 23:35 Re: in seguito
Ri- ciao Rudi
i refusi e le correzioni non finiscono mai
Ce n’era uno nel “..in seguito” su Cleonice: intestazione a suo nome (e non: intestazione e suo nome)
A questo punto ti riallego tutto il file
Ciao
Gianmaria
20/05/2016 15:59 quarantatre
ciao Gianmaria, ho terminato il libro, mancano i ringraziamenti e le brevi bio. Non ho inserito le immagini per ogni voce IN SEGUITO ma solo una della croce e del muro a inizio capitolo. Fammi sapere se ti sembra possa funzionare. A me piace.
A presto
Rudi
20/05/2016 23:41 Re: quarantatre
Ciao Rudi
Sì, va bene così. Sia il camion (non era vero che non li sapevi disegnare!) che la parte finale: è pulita e simmetrica alla prima e l’immagine del Monumento e Croce efficace. Ottimo lavoro.
L’unica cosa che non mi convince molto è l’ultima di copertina con solo in testo.
O si mette anche l’immagine corrispondente (i piedi nudi) o (io preferirei) l’immagine della foto che emerge dalla camera oscura. E’ “realistica” e simbolica ad un tempo: i quarantatré che riemergono non solo dalla camera oscura ma anche dalla memoria.
“Testi consultati” andrebbe staccato un po’ di più dal primo testo.
Per le brevi bio aspettiamo di aver trovato l’editore. In genere loro hanno degli standard.
I ringraziamenti naturalmente li scriveremo dopo aver fatto vedere/leggere ai “ringraziandi” il libro. Penserei ad un incipit più o meno così:
Ruggero e Gianmaria ringraziano in particolare
…..
Per resto come procediamo?
- Verificatori (almeno sei: basta il PDF o è meglio anche qualche bozza tipo quella che mi hai dato l’altro giorno?)
- Se vi sono osservazioni significative eventuali correzioni.
- Patrocini? Solo la Casa della resistenza o anche altro? Magari il Parco Val Grande?
- Editore
- Pubblicizzazione (magari anche un Trailer su YouTube)
- Presentazioni
- ecc.
Ci vediamo in settimana a fare il punto?
Ciao
Gianmaria
21/05/2016 21:51 Re: quarantatre
guarda se così è meglio, io in quarta di copertina ho inserito quella frase ma potrebbe anche essere un’altra, magari pensata ad hoc.
ciao
Rudi
… … …
04/06/2016 23:26 43
Ciao Rudi
ho ricevuto un po’ di feedback sul nostro libro. Riusciamo a fare il punto ad es. martedì primo pomeriggio?
Se non ti va bene anticiperei a lunedì, sempre primo pomeriggio.
Fammi sapere
Gianmaria
… … …
08/06/2016 03:40 Scheda 43
Ciao Rudi
ti allego la possibile scheda di presentazione del libro.
Vedi se per te va bene. Non so se è il caso di dire anche qualcosa sui destinatari (il target).
Penso sia eventualmente meglio parlarne nella mail di accompagnamento.
Gianmaria
08/06/2016 15:04 Re: Scheda 43
Ciao Gianmaria, per me va bene. Leggendo la scheda mi è venuto in mente che potrebbe risultare interessante descrivere brevemente il metodo narrativo: l’episodio, tassello dopo tassello, viene alla luce attraverso diversi sguardi: quello di un giudice prigioniero, di una bambina, di una donna, di un ragazzino, di uno studente universitario, di un sopravvissuto (senza citare i nomi).grazieciaoRudi
… … …
09/06/2016 18:17 43_Scheda
Ciao Gianmaria, ho impaginato la scheda, controlla se va bene e se è tutto ok. Grazie
a presto
rudi
… … …
10/06/2016 11:02 Re: 43_… in seguito
Ciao Rudi
ecco la parte finale rivista e uniformata nei tempi verbali e con altre piccole correzioni.
Sostituisce la precedente.
Direi che con questo, per ora fino ad aver trovato l’editore, basta correzioni!
Appena l’hai pronta ci sentiamo.
Gianmaria
… … …
20/06/2016 08:19 Proposta editoriale A info@beccogiallo.it
Edizioni BECCOGIALLO,
Spett. Direzione editoriale
Buongiorno.
Abbiamo avuto l’opportunità di conoscere le vostre edizioni in occasione del Convegno “Sandro Pertini. Il Presidente partigiano” tenuto presso la Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce il 26 aprile 2015. Nell’ambito di quella iniziativa gli autori Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini avevano presentato la loro opera “a fumetti” Pertini fra le nuvole.
Con la presente desideriamo proporvi una graphic novel sull’eccidio di Fondotoce del 20 giugno 1944 e verificare il vostro eventuale interesse alla pubblicazione. L’opera, di cui al momento alleghiamo una sintetica Scheda di presentazione, è stata pensata sia per un pubblico nazionale, quale quello che segue le vostre edizioni, che in modo più specifico come approfondimento e ricordo per i visitatori della Casa della Resistenza e dell’area monumentale di Fondotoce. Ogni anno infatti la Casa della Resistenza accoglie circa 7-8mila tra studenti accompagnati dai loro insegnanti e gruppi organizzati dalle ANPI, in particolare dal Piemonte e dalla Lombardia.
Naturalmente disponibili ad ogni chiarimento e approfondimento, restiamo in attesa di un vostro gentile riscontro.
Cogliamo l’occasione per i più cordiali saluti unitamente ai nostri sentiti auguri per il vostro lavoro editoriale.
Ruggero Zearo
Gianmaria Ottolini
1 allegato: 43_Scheda.pdf
… … …
14/07/2016 00:48 Editori
Ciao Rudi
il settore editoriale che ci interessa ha una “mortalità elevata”. Anche The Box Edizioni ha chiuso. Terre di Mezzo e EGA (gruppo Abele) con i quali avremmo dei contatti non mi sembrano avere linee di graphic novel. Comunque contattiamoli.
Allega la bozza precedente a cui ho aggiunto Settegiorni editore e Coconino Press (assorbito da Fandango libri, che pare abbia sotto di sé anche Becco giallo).
Ciao
Gianmaria
Seguono una decina di mail analoghe ad altri editori del settore fumetti & graphic novel. Nel frattempo passa l’estate e arriva l’autunno.
08/11/2016 16:13 Quarantatre
Ciao Gianmaria, di seguito ti invio l’elenco delle case editrici alle quali ho inviato la presentazione del libro “43” con data e “risposte”.
… … …
28/06/2016 Edizioni BECCOGIALLO – c.a Federoco Zaghis (1/07/2016 Ha riposto che il loro programma editoriale è pieno per i prossimi due anni)
… … …
Pensi sia il caso di inviare nuovamente la presentazione o di individuare altre Case Editrici, magari meno prestigiose? Se vuoi ci sentiamo per parlarne.
Grazie
Rudi
08/11/2016 16:52 Re: Quarantatre
Credo dobbiamo sondare anche qualche editore più locale meno legato al genere.
Ci sentiamo
Gianmaria
… … …
Intra presso “Il Cappellaio Matto” – martedì 21 marzo ore 18 circa (con Pieranna ed Emilia)
…
– Non ero mai stato qui.
– È un posto simpatico …
– Cosa prendete?
– Caffè schiumato.
– Anch’io.
– Un marocchino.
– Non mi sgridate se prendo una birra a quest’ora?
– Questo è la bozza.
– Rudi ha portato anche le tavole originali … i disegni e i ritratti
… …
– Il testo è molto essenziale …
– È voluto, centrali sono immagini. L’abbiamo “asciugato” il più possibile.
– Ma la copertina???
– Le persiane chiuse di Intra mentre passa il corteo.
– Non è molto leggibile
– Certo, si può aggiungere un sottotitolo in copertina
… …
– Lo guardiamo con calma e vi facciamo sapere …
Scambio di mail
22/03/2017 11:40 43
Ciao Rudi
per il sottotitolo avrei pensato (in corsivo sotto la finestra)
… a Fondotoce, il 20 giugno 1944
Non solo “Fondotoce” perché le persiane sono quelle di Intra; ” … a” (magari anche senza i tre punti) può essere inteso come “stato di luogo” ma anche come “destinazione” (quarantatré … destinati a Fondotoce)
Che te ne pare?
Gianmaria
P.S. La data in fondo a pag. 83 dovrebbe naturalmente diventare “giugno 2017”
Il 02/04/2017 08:47, amministrazione@tarara.it ha scritto:
Ciao Gianmaria, ciao Ruggero
In linea di massima siamo d’accordo ad editare il libretto.
Io rientro il 12 e quindi possiamo trovarci per il cronoprogramma.
Ho chiesto ad Alberganti il preventivo per 300 e 500 copie.
Dal 13 possiamo fissare un appuntamento per definire le altre cose, aspetti economici, promozione ecc.
Io leggo le mail e posso rispondervi. Invio questa mail a Emilia. Comunque scrivendo a questo indirizzo o a redazione@tarara.it arriva a entrambe
A presto.
Pieranna Margaroli
… …
17/04/2017 22:37 quarantatré
Ciao
allego le ultime integrazioni correzioni.
Per i risvolti avrei pensato oltre alla sintetica presentazione degli autori, una sintetica presentazione/sinossi del libro. In quale dei due risvolti vedete voi.
Ci sentiamo
Gianmaria
quarantatré
Sottotitolo: … a Fondotoce, 20 giugno 1944
Risvolti:
Nel giugno 1944 la Val Grande e il territorio adiacente tra la Val d’Ossola, la Val Vigezzo e il Lago Maggiore vennero investiti dal più massiccio e duraturo rastrellamento antipartigiano di tutto il nordovest. Oltre 300 i caduti sia in combattimento che in più episodi di fucilazioni collettive. L’evento più drammatico fu quello di Fondotoce dove 43 partigiani, dopo esser stati fatti sfilare lungo i paesi lacustri (Intra, Pallanza, Suna), furono fucilati a tre a tre ai bordi del canale che unisce il Lago di Mergozzo con il Lago Maggiore.
Gli autori
Ruggero Zearo.
… …
Gianmaria Ottolini.
… …
Ringraziamenti (nella pagina del colophon)
Gli autori e l’editore ringraziano l’équipe della Casa della Resistenza per la preziosa collaborazione.
… …
On 04/05/17 08.46, “Pieranna Margaroli” <pieranna.margaroli@margaroli.it> wrote:
Ciao Ruggero, Ciao Gianmaria
Qui sotto il codice EAN/ISBN del volume quarantatre
978-88-97795-34-6
Ciao
Pieranna Margaroli
… …
19/05/2017 21:03 Re: QUARANTATRE’
Ciao Piaranna, Emilia e Rudi
sulla base delle informazioni scambiate stasera con Pieranna e con Rudi propongo di vederci venerdì 26 (prima o dopo cena per me è lo stesso, dite voi). E’ un po’ in là ma nel frattempo possiamo aggiornarci via mail dl procedere dei lavori: esecutivo, prove di stampa ecc. Come vi ho già accennato proporrei di inaugurare e presentare la mostra di Rudi alla Casa della resistenza sabato sera (17 giugno) intorno alle 21.30 al pubblico che aspetta l’arrivo della fiaccolata. Per poi presentare il libro la mattina dopo al termine della celebrazione. Continuo a pensare che non sarebbe male riuscire a presentarlo anche il pomeriggio (o la sera) del 20 giugno in occorrenza dell’anniversario dell’eccidio: sfumata l’ipotesi Spalavera, penserei al Kantiere. Che ne dite?
Buona serata
Gianmaria
… …
19/05/2017 21:03 Re: QUARANTATRE’
Buongiorno, invio in allegato PDF in bassa della copertina e degli interni. Sotto i 3 MB non sono riuscito a farlo stare.
Ruggero
Cavandone presso il Circolo SOMS – venerdì 9 giugno ore 22 circa (cena Scienze Umane del Cobianchi con Patrizia, Cristina, Gemma, Rino, Giudo, Barbara, Marina, Rita, Maria Pia, Marisa, Michele e tanti altri)
…
– Ho messo sui tavoli l’invito alla mostra alla Casa della Resistenza dei disegni di Zearo realizzati per la nostra graphic novel sull’eccidio di Fondotoce.
– Una storia a fumetti?
– Non proprio
…
– Novel in inglese significa romanzo, non novella.
– Ma è in parte di fantasia?
– No, la ricostruzione dei fatti è rigorosa.
– I “fumetti” in gran parte non hanno più le “nuvolette” da cui han preso il nome.
– La distinzione oggi fra fumetti e graphic novel è che i fumetti sono “seriali”, incentrati su personaggi che in genere danno il nome alla serie (Topolino, Dylan Dog ecc.). I graphic novel, come i romanzi, sono opere uniche.
– Ma la vostra graphic allora non è una “novel”!
– Beh, certo … ma si usa così.
– Bisognerebbe definirla “Graphic History” allora!
On 13/06/17 14.14, “Pieranna Margaroli” <pieranna.margaroli@margaroli.it>wrote:Ho sentito la Pressgrafica. Mi consegnerebbero giovedì. Io li chiamerò lostesso giorno per poterlo ritirare io entro la giornata. Vi aggiorno. A sabato e domenica. Ciao.
Pieranna Margaroli
—— . —— . ——
Dal 10 giugno 2014 siamo arrivati al 17 e 18 giugno 2017: finalmente in porto con la presentazione della mostra dei disegni di Ruggero (con anteprima del libro) e la presentazione ufficiale il giorno dopo alla Casa della Resistenza.
Di seguito un po’ di immagini dei due eventi e della successiva presentazione al Monte Verità di Ascona.
Mostra dei disegni alla Casa della Resistenza
Presentazione alla Casa della Resistenza
Presentazione a Monte Verità
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[i] Cleonice di Maria Silvia Caffari. Spettacolo presentato alla Casa della Resistenza il 12 novembre 2011 con M.Silvia Caffari e Mario Cottura e musiche: Paolo Margaria, fisarmonica. Testo ispirato a: Nino Chiovini, Classe IIIaB: Cleonice Tomassetti, vita e morte, Tararà, Verbania 2010.
[ii] Andrea Ventura – Mimmo Franzinelli, Una mattina mi son svegliato. Cinque storie dell’8 settembre 1943, UTET, Novara 2013.
[iii] Le mail che ci siamo scambiati durante la realizzazione di Quarantatré sono oltre duecento; quella che segue è ovviamente una selezione.
Zurigo, la capitale economica della Confederazione elvetica, ospita la comunità italiana più numerosa della Svizzera dopo quella del Canton Ticino. Una comunità, costituitasi nel tempo grazie all’immigrazione operaia, che ha sempre tenute vive, oltre ai rapporti con l’originaria madre patria, le sue combattive tradizioni proletarie. Non a caso qui è stato fondato, già nel 1899, il quotidiano socialista “L’avvenire dei lavoratori”, testata ancora oggi presente in una edizione on line, un osservatorio della politica italiana e d’oltralpe che si distingue per intelligenza e spirito critico e che è possibile ricevere via mail con una semplice richiesta (qui). Ancor oggi è attivo il Ristorante Cooperativo Italiano (Coopi) fondato nel 1905, centro culturale e politico da cui sono passati numerosi esponenti storici del socialismo e dell’antifascismo.
Ogni anno a Zurigo il 25 aprile si celebra la Festa della Liberazione, probabilmente la più sentita e partecipata al di fuori dei confini nazionali.
L’intensa vita associativa della comunità italo-zurighese fa riferimento al Comites di Zurigo e sino ai primi mesi di quest’anno aveva come luogo di
aggregazione la Casa d’Italia dove aveva anche sede un polo scolastico di lingua italiana; in maniera improvvisa la struttura è stata chiusa per una ristrutturazione prevista per i prossimi tre anni su iniziativa del nostro ministero degli esteri e del consolato italiano nella prospettiva di una sua diversa funzione futura quale vetrina turistica ed economica dell’arte e della produzione italiana. Le scuole italiane ospitate hanno dovuto trovare un’altra sede e le numerose associazioni ospitate non possono più usufruire dei locali e dei servizi della struttura e non pare che, a ristrutturazione completata, lo potranno in futuro. L’operazione ha trovato l’adesione convinta del parlamentare del PD Gianni Farina, eletto nella circoscrizione estera. Non sono però mancate critiche e accuse di scarsa trasparenza per i tempi improvvisi e le prospettive non chiare dell’insieme dell’operazione.
Tra le Associazioni italo-zurighesi attive si distingue il Comitato XXV Aprile, anima dell’antifascismo zurighese e principale organizzatrice della annuale Festa della Liberazione; nonostante sia ora privo di sede il Comitato continua la sua attività e gli incontri di approfondimento e discussione.
Questa associazione ha invitato Giorgio Danini e il sottoscritto, quali esponenti del Consiglio di Amministrazione della Casa della Resistenza di Fondotoce, il 29 settembre scorso a parlare del fascismo con attenzione ai suoi sviluppi dopo la Liberazione e nel mondo attuale.
Sulla base della scaletta e di una selezione di brani preparati per l’occasione, ricostruisco di seguito il mio intervento sviluppandone anche alcuni punti che, per ragioni di tempo, avevo appena accennato.
Fascismo ieri e oggi
Presentazione
Un certo numero di voi conosce la Casa della Resistenza per averla visitata due anni fa ed è a seguito di quell’incontro che ci troviamo qui oggi. Vittorio Beltrami, nostro precedente presidente e a suo tempo promotore, quale Presidente della Giunta Piemontese, della legge regionale istitutiva, amava definirla “la più grande Casa della Resistenza dell’Europa”. La Casa e il “Parco della Memoria della Pace” con il lungo muro che ricorda i nomi dei 1300 caduti partigiani nelle province di Novara e del Verbano Cusio Ossola, trova la sua ragione fondativa in eventi storici di eccezionale rilievo: in particolare la prima strage di ebrei avvenuta in Italia coinvolgente almeno nove località prospicenti il Lago Maggiore, il grande rastrellamento della Val Grande, la più massiccia e cruenta operazione antipartigiana di tutto il nord-ovest italiano, l’esperienza della cosiddetta “Repubblica dell’Ossola” che ha saputo anticipare ordinamenti e ispirazioni dell’Italia repubblicana fondata sulla Costituzione, e infine il ruolo attivo che le formazioni del territorio hanno avuto, dopo la sua liberazione il 24 aprile, nella liberazione successiva delle province lombarde limitrofe e di Milano.
La Casa della Resistenza di Verbania e la vostra associazione qui a Zurigo: oltre al legame comune dell’antifascismo che ci unisce e dell’occasione che ha dato vita a questo incontro, voglio ricordare altri due significativi punti di condivisione. Il Comitato XXV Aprile aderisce alla FIAP, la Federazione delle Associazioni Partigiane Italiane che aveva a Milano una sua importante biblioteca; per iniziativa di Aldo Aniasi, il partigiano socialista “Iso”, comandante delle formazioni garibaldine dell’Ossola, tale fondo librario e documentale, vista l’indisponibilità dei locali che prima l’ospitavano, è stato devoluto nel 2000 alla nostra associazione che ha dato vita alla Biblioteca Aldo Aniasi che attualmente detiene circa 17mila opere sulla storia della Resistenza italiana ed Europea e più in generale sulla storia del ‘900.
Vorrei infine ricordare che Viva Babeuf!, il romanzo partigiano di Gino Vermicelli sulla resistenza dell’Ossola, una delle più belle opere narrative sulla resistenza italiana, è stato tradotto e pubblicato in tedesco nel 1990 proprio qui a Zurigo dall’editore Rotpunktverlag, con il titolo Die unsichtbaren Dörfer.
E veniamo all’argomento di questa sera.
Il fascismo come metodo
Partirei, in accordo con Giorgio Danini, con un breve testo che la scrittrice e polemista sarda Michela Murgia ha postato su facebook poco più di un mese fa e che ha avuto una notevole diffusione online: Piccolo discorso sul fascismo che noi siamo dove tra l’altro afferma:
“A te che hai vent’anni e mi chiedi cos’è il fascismo, vorrei non doverti rispondere. Vorrei che nel 2017 la risposta a questa domanda la sapessimo già tutti … È quindi colpa mia se me lo chiedi.
Colpa del fatto che non ti ho detto che il fascismo non è il contrario del comunismo, ma della democrazia. Dovevo dirtelo prima che il fascismo non è un’ideologia, ma un metodo che può applicarsi a qualunque ideologia, nessuna esclusa, e cambiarne dall’interno la natura. … Dire che il fascismo è un’opinione politica è come dire che la mafia è un’opinione politica; invece, proprio come la mafia, il fascismo non è di destra né di sinistra: il suo obiettivo è la sostituzione stessa dello stato democratico ed è la ragione per cui ogni stato democratico dovrebbe combatterli entrambi – mafia e fascismo – senza alcun cedimento. Tu sei vittima dell’equivoco che identifica il fascismo con una destra ed è un equivoco facile, perché il fascismo è la modalità che meglio si adatta alla visione di mondo di molta della destra che agisce in Italia oggi. …
Può esserti utile sapere come riconosco io il fascismo quando lo incontro: ogni volta che in nome della meta non si può discutere la direzione, in nome della direzione non si può discutere la forza e in nome della forza non si può discutere la volontà, lì c’è un fascismo in azione. In democrazia il cosa ottieni non vale mai più del come lo hai ottenuto e il perché di una scelta non deve mai farti dimenticare del per chi la stai compiendo. Se i rapporti si invertono qualunque soggetto collettivo diventa un fascismo, persino il partito di sinistra, il gruppo parrocchiale e il circolo della bocciofila. “
Il fascismo oggi (nel 2017) come metodo antidemocratico. In questa attualizzazione c’è un aspetto importante: il fascismo come rifiuto delle regole e della democrazia, l’esaltazione della forza e pertanto della violenza: ogni mezzo è lecito pur di raggiungere la meta prefissata. La critica della “mediocrità democratica”; l’esaltazione dell’azione, dell’eroismo, l’icona del “guerriero” contro quella del “mercante”. Questi temi erano già presenti in Georges Sorel e nel Sindacalismo rivoluzionario e saranno ripresi da autori “radicali” non solo fascisti. Critica della democrazia che in Mussolini si esprimeva nella formula dispregiativa della “democrazia dei numeri”:
“Lo Stato non è un numero, come somma di individui formanti la maggioranza di un popolo. E perciò il Fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero, abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come deve essere, qualitativamente e non quantitativamente.” (Dottrina del fascismo).
La Murgia sottolinea pertanto un aspetto importante che spiega implicitamente anche perché contro il fascismo (e il nazismo) c’è stata storicamente (e anche oggi bisogna perseguire) una unità democratica (dalla sinistra alla destra). Non convince invece laddove afferma che il fascismo di oggi (e vale anche per quello di ieri?) non è né di destra né di sinistra. In sostanza una messa tra parentesi della dimensione storica che rischia, al di là delle intenzioni dell’autrice, di banalizzare il fascismo (il gruppo parrocchiale e la bocciofila?) mettendone tra parentesi i contenuti e le finalità
Non dimenticando fra l’altro che uno fra i motivi ricorrenti delle nuove destre radicali (neofasciste e neonaziste) è proprio quello del superamento della dicotomia fra destra e sinistra.
Sinistra e destra
Conviene allora riprendere il significato di destra e di sinistra non tanto quale collocazione lineare – spaziale delle forze politiche, ma nei contenuti caratterizzanti e nei valori di riferimento che i due concetti esprimono. Mi richiamo in particolare alla posizione di Norberto Bobbio che considera insuperabile la dicotomia e prioritaria rispetto al metodo.
“Nella contrapposizione fra estremismo e moderatismo viene in questione soprattutto il metodo, nell’antitesi fra destra e sinistra vengono in questione soprattutto i valori. Il contrasto rispetto ai valori è più forte che quello rispetto al metodo”. (Norberto Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli 1994, p. 33)
L’antitesi nel linguaggio politico entrò in uso ai tempi della Rivoluzione francese: durante la Costituente i favorevoli al diritto di veto incondizionato del Re sedevano a destra, i contrari a sinistra. Nella “topografia politica” questa dicotomia venne a sostituire quella precedente di “alto e basso” dove destra subentrò all’alto (il potere tradizionale) e sinistra al basso (i molti senza potere). Molti studiosi ritengono che questo modo di rappresentare la dislocazione delle forze politiche non sia casuale ma fondata su tradizioni e archetipi profondi (es. quello religioso: “sedere alla destra del padre”; l’uso di “destro” “dritta”, “droit”, “right” per indicare la giusta diritta direzione, ma anche ordine, chiarezza). All’opposto “sinistra” connota disordine, confusione, minaccia.
Anche ricerche sociologiche svolte in più paesi indicano come la divisione sia percepita come fondamentale[1] nonostante la molteplicità voci che affermano “sia superata dai tempi”. Possiamo rappresentare questa dicotomia in una tabella di confronto fra i rispettivi valori e contenuti caratteristici[2]:
| Carattere fondante | Sinistra: Eguaglianza | Destra: Gerarchia |
|
Altre caratteristiche |
Classi disagiate | Classi agiate |
| Libero pensiero | Religiosità | |
| Discontinuità | Continuità | |
| Emancipazione | Difesa della tradizione | |
| Cosmopolitismo | Nazionalismo | |
| Pacifismo | Militarismo | |
| Logos (razionalità) | Mito e richiami irrazionali | |
| Pensatori di riferimento | Rousseau: eguaglianza originaria dello Stato di natura che società e proprietà hanno corrotto | Nietzsche: diseguaglianza originaria che società e cristianesimo stravolgono con eguaglianza fittizia |
Va inoltre sottolineato come la dicotomia libertà/autoritarismo (come già ricordava Bobbio) non coincida con la dicotomia sinistra/destra: vi sono infatti destre democratiche come sinistre autoritarie e, naturalmente, viceversa.
Va allo stesso modo ricordato come vi siano ulteriori dimensioni della politica[3] che non coincidono con la polarità sinistra/destra e che la attraversano:
- individualità contrapposta a comunità[4]: vi è un individualismo di destra spesso coniugato al neoliberismo e uno radicale di sinistra promotore dei diritti delle differenze, così come il concetto di comunità può caratterizzarsi come chiusura identitaria basata su “sangue e suolo” come su uno spazio di condivisa ed egualitaria ricerca del bene comune;
- le attività economiche umane contrapposte alla difesa dell’ambiente: vi è infatti un ambientalismo di destra come di sinistra e sull’altro lato la difesa, spesso ad oltranza, del “progresso economico” può incontrare fautori su entrambi i lati dello schieramento politico.
- centralismo dello Stato contrapposto all’autonomismo dei territori: antitesi che ha attraversato anche la Resistenza dove a fianco del centralismo prevalente della Liberazione Nazionale si è anche affiancato l’autonomismo federalistico elaborato dalla Carta di Chivasso; per venire ai nostri tempi dove un movimento autonomistico (e inizialmente anche separatista) come la Lega Nord sia chiaramente di destra[5], mentre dall’altro lato l’autonomismo e separatismo repubblicano catalano abbia una prevalenza di sinistra cui si contrappongono, oltre alla destra istituzionale di Mariano Rajoy, i movimenti esplicitamente nazionalisti e fascisti come gli eredi del falangismo franchista al cui fianco si sono schierati analoghi movimenti italiani.
Il fascismo come contenuto
La tesi che maggiormente mi convince è quella, d’altronde largamente condivisa, che definisce il fascismo (sia vecchio che nuovo) come un movimento politico antidemocratico di destra, con alcune differenze fra quello storico e quello/i odierno/i legate al mutamento di contesto storico culturale.
Il fascismo delle origini (il fascismo come movimento secondo la terminologia di De Felice) aveva caratterizzazioni che non erano tutte “di destra”; questo non solo per le origini socialiste di Mussolini e per la confluenza dei soreliani ma anche per motivi di “proselitismo” (ad es. i fasci che richiamano, oltre al littorio romano, una importante tradizione di lotta popolare presente in Sicilia ma con risonanze nazionali) e per il fatto di porsi come rottura rivoluzionaria contro l’assetto liberale per istituire appunto un “nuovo ordine”. Anche il nazismo che si autodefiniva appunto “nazional-socialismo” e poneva la svastica della simbologia solare precristiana sulla bandiera rossa ha percorso una analoga traiettoria. Ma il fascismo (e così il nazismo) assunto al potere si caratterizza senz’altro come regime autoritario di destra (conservatorismo, tradizionalismo, nazionalismo, militarismo ecc.).
Non penso di soffermarmi sulla questione che penso sia largamente notoria. Ricordo solo alcuni temi, miti e caratterizzazioni che in buona parte ritroveremo nel fascismo successivo. Il rifiuto della analisi sociale (le classi) e la concezione “organicistica” e corporativa (Carta del Lavoro[6] del 1927); centralità dello Stato (Tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, nulla contro lo Stato affermava Mussolini); esaltazione della violenza e della “bella morte” con relativa iconografia (teschi, camicia nera, pugnali…); il partito concepito come milizia e la Casa del fascio come luogo sacro dove celebrare i riti e i martiri fascisti; subordinazione e netta differenziazione di ruolo della donna; il popolo e la nazione come omogeneità sottoposta al “capo”; mito della romanità, della “razza italiana” e della sua missione (imperiale) nel mondo e pertanto razzismo contro i “popoli inferiori”; il rifiuto delle diversità (religiose, sessuali, linguistiche ecc.) e l’individuazione di nemici interni (non solo politici) quali capri espiatori da perseguitare: la legislazione razziale del 1938 non fu pertanto un fulmine a ciel sereno emanata solo per compiacere l’alleato nazista[7] ma esito da tempo preparato; infine, quale sorta di principio trasversale a quanto sopra sottolineato, la netta priorità dell’azione sul pensiero.
Molti di questi caratteri verranno amplificati durante il periodo di Salò (il fascismo repubblicano) dentro un richiamo al “fascismo sociale” delle origini, il rilancio dei sindacati fascisti e della concezione corporativa e il ruolo distinto e prioritario del partito (unico) fascista rispetto allo Stato[8], con i 18 punti della Carta di Verona del 14.11.1943).
Ne richiamo alcuni[9]:
5. – L’organizzazione a cui compete l’educazione del popolo ai problemi politici è unica. Nel Partito, ordine di combattenti e di credenti, deve realizzarsi un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell’Idea Rivoluzionaria. La sua tessera non è richiesta per alcun impiego o incarico.
6. – La religione della Repubblica è la cattolica apostolica romana. Ogni altro culto che non contrasti alle leggi è rispettato.
7. – Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica. …
16. – Il lavoratore è iscritto d’autorità nel Sindacato di categoria senza che ciò impedisca di trasferirsi in altro Sindacato, quando ne abbia i requisiti. I Sindacati convergono in un’unica Confederazione che comprende tutti i lavoratori, i tecnici, i professionisti, con esclusione dei proprietari che non siano dirigenti o tecnici. Essa si denomina Confederazione generale del lavoro, della tecnica e delle arti. …
Cosa è cambiato nel dopoguerra
Analizzando il fascismo post bellico dobbiamo considerare due percorsi paralleli: quello dei partiti che hanno continuato in modo ufficiale e pubblico la sua eredità a partire dal Movimento Sociale con le formazioni politiche successive e dall’altra la galassia dei movimenti fascisti e neofascisti in gran parte esterni a quelle formazioni.
Il Movimento Sociale Italiano nasce e si caratterizzerà come un partito con due anime: quella del nord costituita in gran parte dai reduci della Repubblica di Salò a impronta radicale e che fornisce parte consistente dell’apparato di partito ma che non ha una base elettorale significativa e quella del centro sud più moderata e tendenzialmente filomonarchica in grado di portare un più significativo contributo elettorale. Questa dialettica tra nord e sud del partito, fra repubblicani e monarchici, fra radicali e moderati, in sostanza fra manganello e doppiopetto, si rifletterà nell’alternanza delle segreterie che rappresenterà significativamente questa doppia natura. Dopo la scelta iniziale quale segretario del poco esposto Giacinto Trevisonno (1946-47) avremo da una parte Giorgio Almirante (1947-50) e dall’altra De Marsanich (1950-54) e Arturo Michelini (1954-69) per poi ritornare ad Almirante (1969-87). Alternanza che si riproporrà fra Gianfranco Fini (1987-1990) e Pino Rauti (1990-91) per ritornare a Fini che nel 1995 porterà allo scioglimento il partito con la nascita di Alleanza Nazionale, nuova formazione che si presenta come un partito di destra conservatrice ma che nel suo simbolo mantiene la fiamma tricolore missina, esplicito riferimento alla tradizione fascista e mussoliniana. L’alleanza con Berlusconi porterà poi allo scioglimento anche di Alleanza Nazionale e al suo assorbimento nel Popolo della Libertà nel 2009. Nel 1995 gli irriducibili missini che si rifiutarono di entrare in Alleanza Nazionale diedero vita, sotto la guida di Pino Rauti, al Movimento Sociale Fiamma Tricolore il cui percorso entrerà a pieno titolo nella galassia neofascista cui prima accennavo.
A fianco e all’esterno del Movimento sociale si era infatti sviluppata, subito dopo il crollo della RSI, una costellazione di gruppi, movimenti e formazioni fasciste e neofasciste, in parte in contatto e in parte in conflitto con il partito, in parte anche clandestine, di cui non è certo facile ricostruire la storia e la cronaca, cronaca non di rado criminale[10] e legata alla strategia della tensione e all’eversione. Mi sembra più utile conoscerne (e riconoscerne) i principali filoni e orientamenti[11].
Centrale per tutta questa area è fare conti con il fascismo e con la sua rovinosa caduta: le valutazioni si possono riassumere in tre diverse prese di posizione e di conseguenza individuare tre principali filoni che attraversano questa galassia di destra radicale.
- Il fascismo come rivoluzione mancata: quello del ventennio non ha saputo far fede alle sue origini rivoluzionarie entrando in compromesso con monarchia, chiesa e alta finanza; quello repubblicano della RSI, in particolare con la Carta di Verona, ha ridato linfa al fascismo autentico ma ha preso corpo quando ormai la situazione politica e militare era compromessa. Da lì si deve riprendere un nuovo fascismo adeguato ai tempi. Possiamo individuare quali rappresentanti attuali di questo filone i “fascisti del terzo millennio” di CasaPound.
- Il fascismo come Terza via: sua novità al di là delle antitesi progresso-reazione e capitalismo-collettivismo marxista; promotore di una rivoluzione spirituale contro ogni forma di materialismo sia esso liberale o comunista e che potrà realizzarsi nelle Stato corporativo[12]. L’errore fu quello di concentrarsi contro il collettivismo marxista alleandosi con interessi economici conservatori: equivoco durato sino al 25 luglio del’43. Saranno proprio le principali “potenze materialiste” fra loro alleate, Stati Uniti e Unione Sovietica, a decretare la sconfitta del 1945. Lungo questo filone troviamo i neofascisti di Terza Posizione e, attualmente, di Forza Nuova.
- Il Fascismo come reazione tradizionalista in radicale opposizione al mondo moderno. Si tratta di un orientamento per certi versi più neonazista che neofascista e che trova in Julius Evola il suo principale teorizzatore. Tra i movimenti che più esplicitamente vi si sono ispirati troviamo Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale e loro propaggini in genere riconoscibili sia per il richiamo a “ordini di guerrieri eletti” (La Falange, la Legione, l’Avanguardia…) che a simbologie pagane, runiche (Ôþalan) e nordiche o presunte tali (l’Ascia bipenne).
Il barone di origini siciliane Giulio Cesare Andrea (Julius) Evola (1898-1974) dai molteplici interessi (artista dadaista, cultore di studi filosofici ed esoterici …), non aderì formalmente al partito fascista ma vi collaborò attivamente, in particolare nei corsi di mistica fascista e con numerosi saggi che in qualche modo si collocavano in una posizione di critica da destra del fascismo con una esaltazione della tradizione contro la modernità, dello Stato contro la Società, del mito contro la ragione, della romanità contro il cattolicesimo, dell’Impero contro la nazione (figlia del 1789 e del patriottismo), della trascendenza contro l’immanenza (economica, edonistica), di un razzismo spirituale più che biologico (nazista), dell’élite razziale contro la massa del popolo. L’Impero ghibellino e la Prussia sono indicati come i riferimenti statuali principali, ripresi dal Reich nazista la cui forza risiede nella contiguità-continuità con i miti germanici mentre il cattolicesimo in Italia ci ha allontanato dai miti greci e romani. Lo Stato non deve cercare consenso ma imporre il suo potere in modo “maschio” contro il popolo che è “femmina” (plebe, massa) e che segue le sue “brame” tentando di sovvertire l’ordine. La debolezza di Mussolini è consistita nella ricerca di approvazione del popolo; più efficace il nazismo con il concetto di popolo wolk-razza intesa come totalità organica anche se in Hitler non mancarono aspetti populistici. Bisogna portare sino alle sue estreme conseguenze la critica del moderno principio di eguaglianza negando qualsiasi concessione di partecipazione del popolo. Lo stesso concetto di “partito” va contrastato in quanto frutto della modernità ristabilendo la gerarchia grazie ad un élite guerriera come fu a suo tempo, l’Ordine Teutonico e, con il nazismo, le SS.
Queste posizioni di radicalismo e irrazionalismo estremi di Evola (compresi i suoi studi sulle religioni precristiane e sull’esoterismo) hanno influenzato (e tutt’ora influenzano) gran parte del neofascismo e neonazismo attuali (non solo italiani[13]) anche al di là del filone sopra indicato che più direttamente ed esplicitamente vi si ispira.
Cenni alla situazione attuale
Un quadro complessivo della situazione attuale delle tendenze e movimenti neofascisti e neonazisti richiederebbe ben altro spazio di approfondimento. Dopo la fine del “Secolo breve” con il crollo dell’URSS e del bipolarismo con la contemporanea fine, almeno nell’area occidentale, della società di massa e del ruolo centralistico preminente dei mass media, sostituito dalla orizzontalità dei new media, viviamo in un mondo in cui le forze centrifughe prevalgono su quelle centripete: “tutto si frantuma” dalle famiglie agli stati. Come aveva ben intuito Hobsbawm:
“Il mondo più comodo per i giganti multinazionali è un mondo popolato da staterelli nani o un mondo del tutto privo di stati” (Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, RCS, Milano 1997, p. 331).
In questa “società degli individui”, che ha sostituito la società di massa, il predominio del capitale finanziario genera e amplifica le diseguaglianze producendo insicurezze diffuse in ceti medi prima economicamente “al riparo” dalla povertà su cui diventa agevole far leva orientando risentimento e protesta non contro l’origine del male ma verso nuovi “capri espiatori”. E l’orizzontalità e l’accessibilità di Internet con l’illusione di uno spazio libero dove tutto è permesso fa sì che gruppi e siti esplicitamente neonazisti e neofascisti trovino larga diffusione e purtroppo scarsa “Resistenza”.
Senza entrare nel merito della galassia attuale (in presenza e online) delle organizzazioni di destra radicale, posso in conclusione cercare di indicare alcuni segni distintivi che, pur richiamandosi ai tre filoni sopra ricordati, caratterizzano l’attualità.
- La diffusione e l’utilizzo di un vasto universo di miti e tradizioni esoteriche ed irrazionali sia storicamente reinterpretate che di origine puramente letteraria (es. Tolkien) per rinnovare la concezione evoliana e neonazista di un ordine di eletti in lotta contro il male assoluto che non è più principalmente rappresentato dal comunismo ma dai “contaminatori” della purezza dei costumi e delle tradizioni siano essi interni (laicisti, abortisti, omosessuali ecc.) che esterni, provenienti da culture non europee.
- Il “sovranismo” che riattualizza il nazionalismo storico non tanto individuando il “nemico” in altri Stati ma soprattutto da un lato nelle Istituzioni sovranazionali (ONU, Comunità Europea …) e dall’altro nei “nuovi invasori” ovvero nei migranti. “Padroni a casa nostra” è lo slogan largamente diffuso e la “casa” minacciata da difendere, a seconda delle occasioni, può essere sia lo Stato nazionale che la specifica Regione o la singola località[14].
- L’utilizzo di un razzismo non più su base biologica ma culturale e differenzialista[15] in cui non si ritiene più irriducibile e incompatibile la differenza “razziale” ma quella culturale e soprattutto religiosa. Il che fa sì che il razzista odierno possa, in parziale “buona fede”, affermare “Io non sono razzista” facendo implicito riferimento al razzismo storico a base biologica e nello stesso tempo giustificare atteggiamenti e comportamenti discriminatori. È stato in particolare, già negli anni ’90, lo studioso francese Pierre-André Taguieff a mettere per primo in evidenza la contemporanea trasformazione del razzismo. In questo quadro va anche inserita una analoga metamorfosi in atto, quella dall’antisemitismo all’anti islamismo. Certo l’antisemitismo è ancora diffuso in molti gruppi neonazisti, specie in quelli dell’est Europa dove l’impatto effettivo dei fenomeni migratori da paesi a prevalenza islamica è sostanzialmente irrilevante, e il suo germe ha contaminato (e ancora contamina) il mondo moderno (basti osservare slogan e comportamenti di certe tifoserie calcistiche) ma la progressiva crescita nell’estrema destra odierna di una islamofobia rispetto all’antisemitismo è del tutto evidente. Ha in particolare esplicitato questa metamorfosi lo studioso ebraico, di origini piemontesi ma operante anch’esso in Francia, Enzo Traverso nel suo recente testo La fine della modernità ebraica (Feltrinelli, Milano 2013).
Per suffragare e approfondire quest’ultima tematica delle metamorfosi del nuovo razzismo, tema che mi sembra fondamentale per capire e contrastare gli attuali neofascismi e neonazismi riporto in coda brani dei due autori citati.
Due brani sulla metamorfosi del razzismo
Pierre-André Taguieff, Il nuovo razzismo
“Il nuovo razzismo ideologico si è progressivamente riformulato come un culturalismo e un differenzialismo, entrambi radicali, aggirando così l’argomentazione antirazzista basata sul rifiuto del biologismo e dell’inegualitarismo, pensati come i due caratteri fondamentali del razzismo dottrinale, a cui si credeva ingenuamente di poter opporre il relativismo culturale e il diritto alla differenza. Il principio della recente metamorfosi ideologica del razzismo consiste proprio nel fatto che l’argomento dell’ineguaglianza biologica tra le razze è state sostituito con quello dell’assolutizzazione della differenza fra le culture.
Di conseguenza … l’antirazzismo classico, imperniato di culturalismo e di differenzialismo, non può più funzionare da dispositivo critico efficace, dal momento che le sue tesi e argomentazioni tendono a confondersi con quelle del neonazismo, differenzialista e culturale. Di qui la presa di coscienza della necessità di ripensare l’antirazzismo e di abbandonare la funzione rituale e il significato strettamente commemorativo di quest’ultimo. L’antirazzismo non può limitarsi all’indignazione morale retrospettiva e all’anatema commemorativo se non per autosqualificarsi collaborando alla propria scomparsa per mancanza di “razzisti” corrispondenti ad un identikit desueto.
Né i Gobineau né gli Hitler possono oggi essere trovati lì dove Ii si cerca, e i nuovi razzisti non assomigliano più a queste figure del passato.”
[Il razzismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti, Cortina, Milano 1999, p. 49-50]
Enzo Traverso, Metamorfosi: dall’antisemitismo all’islamofobia
Il declino Della tradizione fascista lascia spazio a un’estrema destra di tipo novo, la cui ideologia riconosce i mutamenti del ventunesimo secolo. Il culto dello stato forte si attenua e lascia spazio alia critica dello stato sociale, alla rivolta fiscale e all’individualismo. Il rifiuto della democrazia – o la sua interpretazione in senso plebiscitario e autoritario – non sempre si accompagna al nazionalismo classico, che in alcuni casi è anzi sostituito da forme di etnocentrismo suscettibili di mettere in discussione il paradigma dello stato-nazione, come dimostrato dalla Lega Nord italiana o dall’estrema destra fiamminga. Altrove il nazionalismo prende la forma di una difesa dell’Occidente minacciato dalla globalizzazione e dallo scontro di civiltà.
Il singolare cocktail il xenofobia, individualismo, difesa dei diritti delle donne e omosessualità realizzato da Pim Fortuyn nel 2002 in Olanda è stato la chiave di un durevole successo elettorale. Tratti analoghi caratterizzano altri movimenti politici dell’Europa del Nord, come il Vlaams Belang in Belgio, il Partito popolare danese o l’estrema destra svedese.
L’islamofobia
L’elemento federatore di questa nuova estrema destra risiede nel razzismo, espresso attraverso un violento rifiuto degli immigrati. Ai nostri giorni, i migranti sono gli eredi delle “classi pericolose” ottocentesche, dipinte dalle scienze sociali dell’epoca come ricettacolo di tutte le patologie sociali, dall’alcolismo alla criminalità alla prostituzione, bacillo di epidemie come il colera. Questi stereotipi – spesso condensati nella raffigurazione di uno straniero dalle caratteristiche fisiche e psichiche molto marcate – derivano da un immaginario orientalista e coloniale che ha sempre aiutato identità incerte e fragili a definirsi negativamente rispetto a nemici e “invasori”, a fondarsi sulla paura dell’“altro”. Nell’Europa contemporanea, il migrante ha essenzialmente i tratti del musulmano e il nuovo razzismo non è più antisemita ma anti-islamico. La memoria della Shoah – una percezione storica dell’antisemitismo attraverso il prisma del genocidio – tende ad offuscare queste evidenti analogie.
Il ritratto dell’arabo musulmano dipinto dalla xenofobia contemporanea non differisce di molto da quello dell’ebreo dipinto dall’antisemitismo di inizio Novecento. Le barbe, i filatteri e i caffetani deli ebrei emigrati dall’Europa orientale un secolo fa corrispondono alle barbe e ai veli musulmani di oggi. In entrambi i casi, le pratiche religiose e culturali, l’abbigliamento e le abitudini alimentari di una minoranza sono usati per costruire lo stereotipo negativo di un corpo estraneo e inassimilabile alla comunità nazionale. Ebraismo e islam fungono così da metafore negative dell’alterità: un secolo fa l’ebreo era sistematicamente rappresentato dall’iconografia popolare con il naso adunco e le orecchie a sventola, oggi l’islam è identificato con il burqa, benché il 99,99 per cento delle donne musulmane che vivono in Europa non indossi il velo integrale. Sul piano politico, infine, lo spettro del terrorismo islamico sostituisce quello del giudeo-bolscevismo.
[La fine della modernità ebraica, Feltrinelli, Milano 2013, p. 114-116]
[1] J.A. Laponce, Left and Right. The Topography of Political Perception, University of Toronto, 1981.
[2] Ho ripreso e rielaborato da “L’opposizione destra-sinistra. Riflessioni analitiche” di Anna Elisabetta Galeotti in Franco Ferraresi (a cura), La destra radicale, Feltrinelli, Milano 1984, pp. 253-275.
[3] Ho sviluppato questa tematica in un post del 2013: Nuove dimensioni per la politica?
[4] Cfr. due mie precedenti contributi: Il bisogno di comunità e L’orizzonte della comunità ai tempi di Internet.
[5] Basti ricordare la figura di Mario Borghezio, proveniente dall’estrema destra neonazista e sostenitore a livello europeo dell’entrismo fascista e nazista “nei movimenti territoriali” come la Lega Nord (cfr. qui).
[6] Il testo completo della Carta del lavoro è reperibile online qui.
[7] Su questo aspetto, in aperta contestazione della descrizione di De Felice sul rapporto Mussolini / ebrei, fondamentale è l’opera di Michele Sarfatti: Mussolini contro gli ebrei, Zamorani, Torino 2017 (nuova edizione). Una attenta recensione è reperibile sul sito de il manifesto a cura Giorgio Fabre.
[8] Questa concezione del partito come ordine degli eletti (i soli che devono averne la tessera) distinto dallo Stato, per certi versi più nazista che mussoliniana (che era invece decisamente statalista) si incarnava in particolare nella figura di Alessandro Pavolini e, sul piano teorico, in quella di Julius Evola (cfr. sotto), punti di riferimento per alcune delle correnti più radicali del successivo neofascismo. Cfr. “I due fascismi di Salò” in Giuseppe Parlato, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 315-322.
[9] I 18 punti della Carta di Verona sono consultabili per esteso online qui.
[10] Per quanto riguarda il nostro territorio del Verbano Cusio Ossola si può ricordare la vicenda di Giovanni Ceniti, già responsabile di Casa Pound del VCO, condannato per l’omicidio del broker Silvio Fanella.
[11] Faccio riferimento in particolare ai saggi contenuti nel testo già citato curato di Franco Ferraresi: cfr. nota 2.
[12] Fra i teorici di questa posizione Enzo Erra: cfr. “Il fascismo tra reazione e progresso” in AA.VV., Sei risposte a Renzo De Felice”, Volpe, Roma 1976, pp. 55-101.
[13] Oltre alla diffusione tra le estreme destre europee, si può citare Steve Bannon, consigliere di Trump, e i suprematisti bianchi statunitensi (cfr. qui).
[14] Spesso in modo improprio viene utilizzata la dizione “populismo” per riferirsi a queste posizioni e spesso anche verso qualsiasi posizione di destra o di sinistra che non sia “moderata”. Sul significato di questo termine ormai largamente utilizzato a proposito e sproposito penso di tornare in un prossimo post.
[15] Di questo ho parlato in maniera diffusa in un mio precedente post: I migranti e le nostre comunità.
Nei giorni scorsi, in seguito alla scomparsa di Gianni Maierna ho cercato quanto avevo scritto recensendo il libro sulla sua esperienza di giovane partigiano gappista. L’ho trovato in una cartella insieme ad altre quattro brevi recensioni di testi sulla resistenza nel Verbano e nell’Ossola in occasione della loro pubblicazione o di una loro riedizione. Recensioni pubblicate su Nuova Resistenza Unita, salvo una (Un salto nel buio di Mario Bonfantini) destinata anch’essa alla pubblicazione ma, per motivi che non ricordo, rimasta nel cassetto (o meglio nel PC). Le ripropongo qui, in successione cronologica, quale suggerimento di possibile (ri)lettura.
Nino Chiovini, I giorni della semina, Tararà, Verbania 2005
I giorni della semina: la nuova edizione
“Vi sono libri resi grandi dall’importanza dell’evento di cui trattano; e, viceversa, eventi che assurgono a grandezza grazie alla qualità di una loro narrazione. Quando le due possibilità coincidono, ne nasce un’opera fondamentale. Tale è I giorni della semina, che le nostre edizioni ripropongono nel progetto di riedizione di tutta l’opera di Chiovini.” Così inizia la nota editoriale che presenta la nuova edizione di quello che è ancor oggi il testo fondamentale per la conoscenza degli eventi del giugno del ’44 e della Resistenza nel Verbano. Testo che, come è anche emerso nell’importante Convegno su Chiovini tenutosi a Verbania il febbraio dello scorso anno (2004), rappresenta il passaggio non agevole e non lineare, nella sua lunga esperienza di scrittura, dal protagonista e testimone al ricercatore. L’uscita della quinta edizione (un evento del tutto raro per un testo locale e di storia) ci consente di ricostruirne il percorso di elaborazione ed editoriale.
La base di partenza è senz’altro costituita dalla collaborazione editoriale tra il ‘45 e il ’47 al settimanale Monte Marona con numerosi articoli e con il diario partigiano. Il tempo, quasi vent’anni, e alcune contingenze (l’invito di Paolo Pescetti a partecipare ad un concorso per uno scritto sulla Resistenza indetto nel 1964 dal “Calendario del Popolo” ed una convalescenza post-operatoria) danno vita a “Verbano, giugno ‘44” pubblicato nel 1966 a cura del Comitato Permanente Verbanese della Resistenza e del Comune di Verbania. Non più diario diretto (all’eccidio di Fondotoce nel diario del 1945-46 era dedicata una sola riga), ma ricostruzione storica: cronaca il più possibile oggettiva “di una sconfitta” e lettura politica del “conflitto interno” fra “forze progressive e democratiche … ed attendismo”. L’ambito è quello del rastrellamento di giugno e degli eccidi che l’hanno concluso.
Otto anni dopo, complice la cassa integrazione, il testo originario viene rivisto ed ampliato, in particolare per quanto riguarda il rapporto fra popolazione e
resistenza e l’assetto delle forze politiche antifasciste e del CLN a Verbania; viene aggiunta una seconda parte (Cronologia della resistenza nel Verbano) che, sia pur in forma sintetica ricostruisce l’intero percorso della Resistenza dalle prime formazioni intorno a Verbania, alla liberazione di Domodossola fino all’insurrezione di aprile; il testo viene infine arricchito ed integrato da un cospicuo apparato di note e precisi riferimenti bibliografici. Con il nuovo titolo I giorni della semina. 1943 – 1945 uscirà per il XXX anniversario dell’eccidio di Fondotoce edito dal Comitato per la Resistenza nel Verbano e con il patrocinio del Comune di Verbania.
Cinque anni dopo, nel 1979, la nuova edizione con l’editore Vangelista di Milano, riveduta da numerose rifiniture ed integrazioni che ne aumentano il rigore ma non ne modificano l’impianto complessivo. L’aspetto più importante dell’edizione del ’79 è dato, oltreché dalla pubblicazione presso un editore a distribuzione nazionale, dall’inizio di una collaborazione editoriale che negli anni successivi si rivelerà particolarmente feconda e che permetterà la pubblicazione delle opere storico-etnografiche su quella che Chiovini definiva la “Civiltà Rurale Montana”: dalle Cronache di terra lepontina dell’87 a A piedi nudi uscito postumo nel 1992. Nel 1995 I giorni della semina viene ristampato in una riedizione postuma identica alla precedente.
L’attuale nuova edizione, presso Tararà, nel testo uguale alle due precedenti, è arricchita dalla prefazione di Oscar Luigi Scalfaro, da una nota editoriale che ripercorre il percorso storico letterario di Nino e da fotografie dell’epoca provenienti dall’archivio dell’autore.
Un breve considerazione finale “di lettura”: I giorni della semina è un testo che, proprio per il suo rigore e l’assenza di altre opere storiche complessive sul Verbano durante la guerra di Liberazione, spesso viene più consultato che letto. Una lettura completa non è certo scorrevole, sia per l’impianto (il giugno ’44, poi il primo anno di guerra, poi Domodossola e gli ultimi mesi di guerra) che per l’evidente presenza di interventi e integrazioni successivi dell’autore che infine dalla probabile difficoltà di una narrazione storica “impersonale” di vicende vissute (e in buona parte già narrate) in prima persona. Eppure la lettura avvince per la ricchezza, per la completezza del quadro d’insieme entro cui avvenne il tragico rastrellamento del giugno ’44, per la capacità di far rivivere la pluralità di dettagli e l’alternarsi di punti di vista, non scontati e non agiografici, la testimonianza diretta del partigiano seguita dalla citazione di un documento ufficiale, la descrizione dei luoghi e dei percorsi delle formazioni amiche e nemiche, la popolazione civile, l’antifascismo in città, le figure indimenticabili di Cleonice Tomassetti e della “madre di Gianni” fucilate a Fondotoce e a Beura, ed infine, a chiudere, l’elenco asciutto ed eloquente, aggiornato di edizione in edizione, di nome, luogo e data di 285 caduti e dispersi. [NRU, n.3, 2005]
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Mario Bonfantini, Un salto nel buio, Interlinea, Novara 2005
Curioso d’uomini
La storia è drammatica, il libro no.
La vicenda autobiografica dell’antifascista socialista (in seguito assessore nel Governo dell’Ossola libera e, nel dopoguerra, noto critico letterario) che, prigioniero a Fossoli, riesce a fuggire dal carro piombato che dovrebbe deportarlo in Germania, viene narrata con una prosa semplice e dal sapore antico (lontanissima ad esempio da un Vittorini) cadenzata in due tempi nettamente distinti (scritti anche in periodi diversi) che ben si completano.
Il primo tempo ha un ritmo accelerato, alimentato dall’ansia (quasi un’ossessione) della fuga, un rincorrersi di intuizioni, progetti, piani di evasione che la realtà rapidamente costringe a rivedere. Primo tempo che si conclude appunto con il salto nel buio dal treno in corsa.
Nel secondo tempo il ritmo è quello della poesia, con le sua pause e i suoi rallentati incantamenti. L’incertezza della definitiva messa in salvo non produce una nuova ansia ma una specie di limbo sospeso tra la fuga riuscita e la libertà non ancora raggiunta.
Ciò che accomuna i due tempi sono da un lato l’ottimismo energico dell’autore-personaggio che comunque confida nelle possibilità degli eventi e nel sostegno altrui, e dall’altra (e questo è l’aspetto che più mi ha colpito) l’attenta descrizione (non esteriore ma dell’animo, del sentire, delle motivazioni dell’agire o del non agire) delle persone man mano incontrate. Con la differenza che nel primo tempo nell’affollamento del campo di Fossoli e della baracca prima, e del vagone piombato dopo, prevalgono le caratterizzazioni collettive: i prigionieri azionisti, socialisti, comunisti, gli ebrei, le SS che stipano questi ultimi col calcio dei moschetti “come se caricassero fieno, con una tale assenza d’ira, anzi meccanica indifferenza, che dava, assai più di quanto l’avrebbero fatto feroci imprecazioni o le percosse più furiose, il senso dell’assolutamente disumano, del demoniaco“. E sul treno l’aggregarsi in nuovi gruppi: i “notabili” dell’antifascismo che se ne stanno in disparte, il gruppo attivo (denominato ironicamente “del governo”) che intende prendere in mano la situazione, la maggioranza che lo appoggia e la minoranza “refrattaria”.
Nel secondo tempo invece incontri singoli, una sorta di catena umana che aiuta il fuggitivo, ognuno diversissimo e con diverse motivazioni e sentire. Il giovanissimo pastore Giovannino il cui aiuto è del tutto ovvio e spontaneo, i suoi famigliari ottusi e generosi al tempo stesso, il parroco socialisteggiante di Serravalle, quello ultraconservatore di Prada, i pastori dell’alpe, il possidente già fascista attento a fiutare i nuovi tempi, infine il montanaro sveglio ed intraprendente che, con il suo calesse, lo conduce nell’ultimo giorno di fuga sino alla villa di un conoscente sul lago di Garda.
Il tutto si snoda fra il 21 e il 29 giugno 1944: due giorni di deportazione e sette di fuga verso la libertà.
Sono gli stessi giorni in cui, dalle nostre parti, sta concludendosi il drammatico rastrellamento della Val Grande.
Questa edizione del 2005 contiene una rigorosa appendice di Roberto Cicala che ricostruisce il percorso di scrittura (tra il 1949 e il ’58) ed editoriale di quest’opera (pubblicata da Feltrinelli nell’ottobre 1959) e riporta ampi stralci delle principali recensioni critiche; quella di Montale, uscita sul Corriere della Sera la vigilia di natale del ’59, è riportata per intero quale prefazione.
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Erminio Ferrari, La Liberazione. Cannobio, agosto-settembre 1944, Tararà, Verbania 2006
La Liberazione di Erminio Ferrari
“Questo non è un libro di storia, semmai racconta una storia” dice l’autore. Storia personalmente rivissuta di quel figlio di sua nonna, di cui porta il nome, caduto nella difesa di Cannobio, e storia corale dalle molte voci (partigiani, civili, autorità dell’uno e dell’altro campo, documenti, risonanze giornalistiche al di qua e al di là del confine) della “Liberazione”.
“Il 25 aprile 1945, il Cesarino salì in cima al campanile e vi piantò il tricolore”. Così l’incipit. Non di quella Liberazione “racconta” però il libro, ma di quella “minore”, esaltante e dolorosa, di Cannobio nel settembre 1944, degli eventi che ne diedero l’avvio (uno scontro a fuoco con tre morti tedeschi la sera del 26 agosto), della rappresaglia tedesca sulla popolazione, della azione partigiana su Cannobio con l’immediata resa tedesca e l’iniziale difesa fascista, la festa popolare ma anche i silenzi di chi si sentiva più dall’altra parte.
Una sola settimana di libertà, poi una massiccia controffensiva tedesca e fascista, dal lago, rioccupò Cannobio, quasi sguarnita, il 9 settembre, proprio mentre, al di là della Cannobina si stava per liberare Domodossola.
“… una storia. E nel raccontarla ne cerca il senso”. Gli ultimi sette capitoli ci portano alla riflessione d’oggi sul senso, sui valori e sugli errori, sulle successive rimozioni e reticenze, sul rapporto non facile fra Resistenza e popolazione e sul debito che oggi noi tutti abbiamo con combattenti e civili di allora: moralità della resistenza attiva e combattente e moralità della resistenza civile, quotidiana. Citando Todorov, dice l’autore, questi partigiani, al di là dell’efficacia immediata, “contribuiscono, con la loro azione, al formarsi dell’immagine che la collettività avrà di se stessa … essi agiscono dunque per il bene pubblico”. [NRU, n. 3, 2006]
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Gianni Maierna, 14 giorni di agosto. Verbania 1944, Tararà, Verbania 2009
Uno sguardo scanzonato di adolescente
È sempre difficile commentare gli scritti di persone che si conoscono molto bene. E questo è il caso. Il diario di Gianni, scritto da adulto, ma riferito all’adolescenza, mantiene di quell’età lo spirito, come d’altronde Gianni fa spesso quando racconta la sua lotta di liberazione agli studenti in visita alla Casa della Resistenza.
Nella prefazione Paolo Bologna sottolinea il rigore descrittivo degli eventi, delle persone e dei luoghi in cui “si riconosce … l’esperto meccanico e disegnatore tecnico”. Paola Giacoletti, nella postfazione sottolinea la portata etica, la consapevolezza della superiorità morale rispetto ai fascisti e la diversità di periodo (l’agosto ’44 poco dopo il tragico rastrellamento della Valgrande) rispetto agli scritti dei gappisti Pesce e Secchia incentrati sulla fase finale della resistenza.
Al sottoscritto il racconto ha ricordato molto gli scritti di Guido Petter1 sulla resistenza: l’età dei giochi adolescenziali che si è trasformata senza soluzione di continuità in un gioco adulto, dove si rischia la vita propria, dei compagni e dei familiari. Ma mantenendo, anche nei momenti tragici (il pestaggio del padre a cui è costretto ad assistere), lo sguardo di chi è convinto non solo di essere dalla parte giusta, ma anche di avere maggiori risorse, la furbizia in primo luogo unita alla conoscenza piena dei luoghi e delle persone, da mettere in campo. E pertanto, un po’ di fortuna aiutando, di esser pronto a vincere la rivincita. Questo occhio di adolescente sveglio lo si ritrova pure dispiegato nel rapporto di rispetto ma anche di piena autonomia con gli adulti: il padre innanzitutto, la madre, i parenti adulti, i vicini di casa, il parroco, il responsabile del servizio informazioni, i capi partigiani ecc.
La differenza principale allora fra la narrazione del gappista Maierna e di quelli più noti sopra ricordati sta nella assoluta mancanza di enfasi eroica, nella capacità di vedere nei fascisti che si incontrano quotidianamente nelle caserme prima e per le vie di Intra dopo non solo ferocia, ideologia della morte ed arroganza di alcuni, ma anche miserie e stupidità di molti, nonché fragilità e paure di coloro che sono stati costretti controvoglia all’arruolamento e che percepiscono con ansia crescente l’ostilità silente della più parte della popolazione. Pur fermandosi la narrazione a quei giorni di agosto, l’esito del conflitto già allora appare pertanto scontato. [NRU, n. 4, 2009]
1 Ci chiamavano banditi; Una banda senza nome; Sempione ’45. Il salvataggio della galleria.
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Cesare Bermani, “Filopanti”. Anarchico, ferroviere, comunista, partigiano, Odradek, Roma 2010
Filopanti, una figura dimenticata che rivive in un “documentario” scritto
Emilio Colombo “Filopanti”, è quello che si può definire “un personaggio” al di fuori degli schemi. Arriva alla Resistenza e, in particolare, ad esser membro della Giunta di Governo dell’Ossola libera, a 58 anni con un passato di militante sindacale e politico sia prima che durante il fascismo. Ferroviere con simpatie anarchiche e sorelliane, dal 1913 diventa figura di rilievo del sindacalismo rivoluzionario dell’USI per poi aderire nel luglio 1921 al neonato Partito Comunista. Sostenitore dell’azione di massa, non disdegna quella individuale come quando, durante gli scioperi del biennio rosso, capostazione a Cuzzago, ferma i treni e con la rivoltella fa scendere i macchinisti crumiri. Dopo l’ascesa del fascismo, cacciato dalle ferrovie ed arrestato per quattro mesi, si adattò ai lavori più diversi mettendo comunque sempre in primo piano la sua integrità rispetto a qualsiasi compromesso. Sostenitore del “libero amore” ebbe tre figli da un’unica donna, Adele, e visse come un trauma irreparabile il di lei abbandono. Episodio quest’ultimo che lo fece diventare anche un po’ misogino, ma non a tal punto da modificare l’affetto privilegiato (e ricambiato) con la figlia Eva. A Villadossola fu tra i promotori dell’insurrezione dell’8 novembre ’43. Nella giunta della “Repubblica” ossolana, quale Commissario per la Polizia e la Giustizia si fece portatore, anche in conflitto con Tibaldi, di una linea di intransigenza verso coloro che avevano sostenuto il fascismo.
In sostanza una personalità complessa, non facile da inquadrare. Dobbiamo a Bermani un ringraziamento per avercelo fatto rivivere con una particolare modalità di ricostruzione dove il lavoro dello storico non consiste nel raccontare o riscrivere, ma in una sorta di “montaggio documentaristico”. La figura di Filopanti emerge dalla sua stessa testimonianza orale inframmezzata e “montata” con testimonianze e documenti di varia natura: interviste, documenti partigiani, articoli giornalistici, relazioni di polizia ecc. Una personalità complessa che è così possibile osservare da variegati punti di vista. Colpisce tra l’altro come Emilio Colombo parli di “Filopanti” in terza persona: quello che probabilmente voleva essere un atteggiamento di umiltà rivoluzionaria lo fa invece risaltare nella sua forte caratteristica di personaggio atipico. [NRU, n. 4, 2010]
Quando sono iniziati i lavori di ampliamento dell’ala ovest della Casa della Resistenza per dar vita alla Biblioteca Aldo Aniasi (poi inaugurata nell’aprile 2007) tra il materiale che abbiamo dovuto spostare mi è capitato tra le mani una collezione quasi completa del giornale partigiano “Monte Marona”. L’occhio è andato quasi subito su Fuori legge???, il diario partigiano di Nino Chiovini pubblicato a puntate sul settimanale tra l’ottobre del 1945 e il luglio dell’anno successivo e firmato con l’acronimo enneci.
A una prima, veloce, lettura mi sono subito reso conto dell’importanza storica e letteraria di quel testo: una narrazione avvincente e una scrittura di notevole qualità. Mi sono chiesto – e ho poi chiesto alla famiglia – come mai non avesse deciso di pubblicarlo in volume; mi hanno detto che “Arca” Calzavara lo aveva invitato a farlo ma che “Peppo” non se la sentì.
Perché? Forse per il taglio più narrativo che “storico”, o per un qualche riserbo personale. Magari anche per l’emergere di una visione parzialmente critica (e autocritica) della attività della formazione della Giovine Italia che verrà esplicitata nello scritto inedito (pubblicato postumo nel 2014) della Piccola storia partigiana della banda di Pian Cavallone.
Letto tutto il diario e recuperato qualche numero che mancava, confortato anche dal parere di Mauro Begozzi e dal nulla osta della famiglia, ho ritenuto utile proporne la ripubblicazione avviandone, con l’aiuto dell’Istituto Storico della Resistenza di Novara, la trascrizione.
È stato così pubblicato nel 2006 sul n. 4 dei Sentieri della Ricerca, la rivista curata da Angelo Del Boca, e per quella occasione ho scritto le note introduttive che riporto di seguito.
Il diario di Chiovini è stato poi ripubblicato in volume nel 2012 da Tararà insieme ad altri suoi scritti sulla resistenza (Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica) con una introduzione aggiornata e ampliata.
Il diario inizialmente era reperibile online sul sito del Centro Studi “Piero Ginocchi” di Crodo, editore della rivista; attualmente è reperibile sul sito escursionistico in ValGrande a questo indirizzo.
“Fuori Legge??? ” di Nino Chiovini. Note su un diario partigiano
di Gianmaria Ottolini
Monte Marona
I primi contributi di Chiovini compaiono nell’immediato dopoguerra sul settimanale Monte Marona[i]. Questa testata partigiana era stata preceduta da tre numeri del foglio ciclostilato Valgrande Martire comparso, a partire dal 21 aprile del 1945, quale portavoce dell’omonima formazione garibaldina. Dal 5 maggio, per iniziativa di Armando Calzavara (Arca), in qualità di comandante della Divisione Mario Flaim che dal marzo ’45 raggruppava unitariamente tutte le formazioni del Verbano[ii], il n. 4 del settimanale esce a stampa con la nuova testata (quattro pagine fitte in formato ‘quotidiano’) quale organo ufficiale appunto della Divisione Mario Flaim e prosegue in questa veste sino alla fine di giugno.
Finito il periodo ‘insurrezionale’, con la smobilitazione, il giornale interrompe le pubblicazioni per riprenderle il 6 ottobre del ’45 (anno I – n. 15) quale Settimanale dell’A.N.P.I. del Verbano – Cusio – Ossola. Arca ne è sempre l’animatore, oltreché ufficialmente il direttore responsabile; le tematiche locali di tipo sociale e politico si affiancano a quelle partigiane e l’orientamento è abbastanza esplicitamente vicino a quello dei partiti di sinistra.
Questo provoca alcuni malumori di cui si fa portavoce Enzo Plazzotta (Selva)[iii] che, da Genova, manda due lettere ad Arca rivendicando, a nome dello spirito libertario e pluralistico della Cesare Battisti, un giornale meno localistico, più battagliero, meno allineato e più libero, denso di “polemica morale” nonché maggiormente attento alla qualità di scrittura[iv]. Nella seconda lettera, del 15 novembre, Selva, indica quale riferimento, con le dovute differenze di mezzi disponibili, Il Politecnico di Vittorini ed invita Arca “a prendere le redini della dissidenza in seno al giornale” contro le “limitazioni della mentalità di partito e di P.C. in particolare” ponendo un aut aut:
“o Monte Marona giornale di sinistra (e in questo caso io dico arrivato, che può anche facilmente tramutarsi in finito) oppure Monte Marona giornale di giovani liberi … una onesta anarchia giornalistica.”
Questo è il problema e bisogna “decidersi a decidere”[v].
Il dilemma è chiaro e il giornale, contrariamente agli auspici di Plazzotta, si orienta più chiaramente verso la prima strada, come viene implicitamente preannunciato nel n. 27 del 29 dicembre annunciando l’integrazione della testata Monte Marona con il titolo “il progresso”[vi]; la scelta è evidentemente condivisa da Arca che pur apprezzava le osservazioni e i suggerimenti di Selva sulla qualità del giornale. Così avvenne infatti, dal n 28 del 5 gennaio, con il nuovo titolo sovraimpresso su quello precedente e, a fianco della nuova testata, la dicitura esplicativa:
“Quelli della Marona, i nostri morti, appartengono a quel numero di uomini coscienti di usare la propria vita per il progresso sociale”
Le pubblicazioni terminano con il n. 66 dell’inizio dell’ottobre ‘46: con l’allontanarsi di Calzavara dal territorio del Verbano[vii] evidentemente venne a mancare il centro propulsore dell’iniziativa editoriale.
I primi due contributi di Chiovini, a firma Peppo, compaiono sul n. 7 e sul n. 9 (23 maggio e 7 giugno ’45); sono entrambi[viii] articoli di riflessione politica contro il qualunquismo di chi considera i partiti tutti ugualmente corrotti, ma anche contro i numerosi nuovi iscritti che affollano le rinate formazioni politiche non per scelta morale, ma per carrierismo.
Il successivo articolo, sempre a firma Peppo, compare il 21 giugno ed è dedicato al partigiano Pierino Agrati (Vola)[ix]; vi sono, evidentemente, riportati alcuni spezzoni del diario partigiano[x] datati tra l’agosto 1944 e il 25 febbraio 1945 ed incentrati sulla figura del commilitone caduto a Trarego. Il pezzo si conclude con una amara riflessione su un presente che non rende giustizia al sacrificio dei caduti e che chiama i compagni sopravvissuti a reagire.
“Oggi sono stato al cimitero di S. Maurizio a ritrovarvi: te, Gino, Cesco, Lanzi, Victor. Sono sicuro che non siete contenti dei vostri compagni vivi poiché questa bella Italia per la quale siete caduti non vive, ma vegeta ed è fatta vegetare.
Tu, Vola, così intransigente, così uomo con i tuoi 25 anni al confronto dei nostri venti, così onesto, così coraggiosamente onesto, dillo ai tuoi compagni di gloria che noi vivi non siamo poi così colpevoli di questo stato di cose. Lo saremo se non reagiremo; aiutaci e illuminaci tu sulla vera strada da seguire.”[xi]
Probabilmente in questo passo conclusivo ritroviamo, anticipate da Chiovini, le motivazioni profonde che hanno spinto Arca e i suoi collaboratori a non accontentarsi di un Monte Marona commemorativo e di denuncia più morale che politica.
Fuori Legge ???
Il 6 ottobre ’45, quando Monte Marona, con il n. 15, riprende vita quale organo dell’ANPI del VCO, inizia anche la pubblicazione di Fuori Legge ??? che dalla terza puntata, sul n. 17, porta il sottotitolo di Diario di un partigiano nel Verbano. Il Diario nella prima puntata compare firmato con l’acronimo emmeci (più che un depistaggio sembrerebbe un refuso) e, dalla seconda, in modo più esplicito, con enneci. La pubblicazione proseguirà regolarmente tutte le settimane, con poche eccezioni perlopiù in connessione a numeri speciali dedicati a particolari ricorrenze (25 febbraio per Trarego, 25 aprile), per 36 puntate fino al n. 54 del 10 luglio del 1946 quando, nonostante la dicitura “continua”, del seguito non si ha più traccia.
L’arco temporale degli eventi narrati va dall’ottobre del ’43, con la costituzione dei primi informali gruppi partigiani nel retroterra collinare di Verbania, al febbraio del ’45 con le ultime azioni della Volante Cucciolo che precedono l’eccidio di Trarego. Non si tratta di una cronaca: l’andamento cronologico è infatti molto irregolare (solo in alcuni passaggi precisato nella data precisa, perlopiù viene indicato il mese) e alcuni salti temporali lasciano il lettore incerto sul succedersi degli eventi. È appunto un “diario” in cui si intrecciano la dimensione narrativa e quella interiore, riflessiva. Di qui un certo riserbo di Chiovini nella pubblicazione di cui, oltre all’acronimo della firma, fanno fede le presentazioni editoriali volute dall’autore, sia in quella originaria (L’autore dice che è necessario, se vogliamo pubblicarlo, premettere qualche parola di scusa), che nella riedizione parziale del 1989 su Resistenza unita:
“Nino Chiovini scrisse queste annotazioni … immediatamente dopo la Liberazione. Come avverte lo stesso autore, a distanza di quasi mezzo secolo il diario va letto come un documento manifestamente frutto di impressioni immediate, condizionate da accesi sentimenti, che risentono dell’atmosfera cruda e magica appena trascorsa.”[xii]
Con ogni probabilità il materiale originario di appunti e annotazioni era più ampio e non è stato interamente utilizzato per la stesura di Fuori Legge??? come fa fede, ad esempio, oltre all’anticipo dei pezzi su Vola, un lungo articolo pubblicato su Resistenza unita nell’ottobre del 1990[xiii]. Nel diario pubblicato si saltava infatti dal 3 settembre con la liberazione di Cannobio al 14 gennaio; della liberazione dell’Ossola e della successiva ritirata non si parlava se non per un breve cenno nel passo successivo dedicato alla “recluta” Lubatti (Cesco). Nell’articolo di cinquantaquattro anni dopo quel periodo, così come è stato vissuto dalla Volante Cucciolo, in occasione della liberazione ossolana ampliatasi in un “plotone esploratori”[xiv], viene raccontato dettagliatamente probabilmente sulla base del materiale del diario allora non utilizzato. Certo lo stile è più distaccato, ma alcune modalità, in particolare quella di centrare il racconto non tanto sulle vicende ma sui luoghi e sui personaggi, richiamano direttamente le modalità del diario. Perché non fu pubblicato allora? Forse perché del personaggio cardine di quelle pagine, il partigiano ucraino Wladimir[xv] aveva perso le tracce e non ne conosceva il destino[xvi], oppure per non esplicitare un giudizio critico[xvii] sulla esperienza ossolana?
Allo stesso modo la vicenda di Trarego, alle cui soglie si interrompe quanto abbiamo del diario, aveva già trovato una sua narrazione nel n. 34 di Monte Marona ad un anno dall’eccidio; lo scritto[xviii] era anonimo ma è evidente la mano di Chiovini, magari coadiuvato dall’altro sopravvissuto, Carlo Castiglioni (Carluccio). E soprattutto troverà una sua compiuta realizzazione nello struggente racconto La volpe, pubblicato postumo, ma la cui prima stesura è di poco successiva alla pubblicazione di Fuori legge???, come afferma nella nota che ne accompagnava il testo.
“Se ben ricordo, scrissi queste pagine … tra il 1948 e il 1950, quando avevo in mente ogni particolare della vicenda descritta. Le correzioni … sono del 19 settembre 1989. Si tratta di correzioni esclusivamente formali, tendenti a perseguire una relativa correttezza del testo, e per esigenze stilistiche.
Al contrario, mi pare giusto che la sostanza – con le sue sequenze, i ritmi, le osservazioni, i monologhi, i dialoghi – sia lasciata intatta, in quanto legata alle spinte emotive, al livello culturale, alla vita di quel tempo lontano.
Oggi non scriverei più quelle pagine. O le scriverei in modo alquanto diverso. Per questa ragione, insieme al desiderio di non partecipare dolorose vicende che mi concernono, finché vivrò mai renderò pubblico questo scritto. … Biganzolo, 20 settembre 1989.”[xix]
Un’ultima osservazione relativa al titolo del diario: una prima disattenta lettura potrebbe farcelo intendere come fuorilegge quale rivendicazione spavalda di una (giusta) rivolta e ribellione; ma le due parole separate e l’enfasi sui tre punti interrogativi[xx] mi sembrano orientare decisamente verso una domanda retorica con evidente risposta negativa: “siamo noi fuori dalla legge (morale e civile) o non piuttosto coloro che, in tempi tremendi di ribaltamento dei valori, hanno cercato di salvaguardarla?” A questo interrogativo il diario vuole dare una risposta.
La narrazione
Non è un romanzo questo, dice l’autore; eppure la freschezza e l’ironia della narrazione, grazie anche alla contiguità degli eventi, ci dà una sorta di ripresa in diretta con un alternarsi di sequenze dal ritmo irregolare, alcune più distaccate, altre con forte centramento soggettivo. I temi che si alternano sono quelli della la lotta per la sopravvivenza stessa della formazione (contro la fame, contro il freddo e la neve del primo inverno, il reperimento di armi che garantissero un minimo di operatività …), il contatto stretto con la natura dei luoghi e il variare delle stagioni (lo spettacolo della neve che tutto sommerge, il piacere del sole invernale, la sintonia, l’amore tra le foglie e i partigiani …), il succedersi degli scontri con il nemico che passano dalle scaramucce iniziali finalizzate al reperimento delle armi alla tragedia del rastrellamento di giugno dopo il quale tutto cambia, le necessità organizzative e di comando dei raggruppamenti.
Direi però che il cadenzarsi della narrazione non è dato tanto dalle vicende militari (che pur ci sono) né dalle fasi politico organizzative abbastanza travagliate delle formazioni, ma dalla successione dei luoghi di insediamento della banda; ad ogni località pare corrispondere una precisa fase di sviluppo dell’esperienza partigiana in una stretta sinbiosi fra il terreno che ospita, le stesse mura che accolgono e la vita interna, le relazioni umane, della formazione dove i tempi del riposo e dell’attesa (quelli stessi in cui Nino ha probabilmente incominciato a raccogliere i suoi appunti per il diario), sono centrali per il costituirsi dello spirito e della fisionomia della formazione; questi i luoghi che soprattutto mi sembrano cadenzare in fasi distinte il percorso narrativo:
- le Alpi del Locchio, di Vel ed Aurelio, e in successione Steppio, Pechi, Pala che assumono nomi in codice (Pechino, Sciangai, Port Arthur) più per un gioco fantastico ed autoironico che per necessità di sicurezza: è la fase costitutiva di uomini ed armamenti, dove ci si incomincia a conoscere e a padronegggiare il territorio e ad impostare le scelte, individuali e collettive, nonché a saggiare le prime reazioni del nemico ;
- l’albergo del Pian Cavallone, ospizio dei “soldati di un esercito di senza capi”: la fase eroico libertaria dove la prima generazione di partigiani ha “indurito i muscoli e ritrovato un senso della vita” preparando, tramite coloro che riusciranno a sopravvivere al grande rastrellamento, l’ossatura delle successive e più organizzate formazioni;
- il primo Tiperary, dapprima una tenda poi un rustico nella zona di Ungiasca, più a ridosso a Verbania, dove il piccolo gruppo aggregato a Chiovini sperimenta le modalità di collegamento fra i diversi distaccamenti e di rapide azioni proprie di una “volante”;
- i nascondigli che si succedono durante il rastrellamento di giugno (il bosco in cui si passa la notte puntando i piedi su di un albero, la casa della nonna a fianco della statale per Premeno, la portineria di una villa) quando si passa dall’amarezza dall’esser tagliati fuori dai combattimenti, alla progressiva consapevolezza delle dimensioni della tragedia che si sta realizzando e che segnerà una linea netta di demarcazione nella guerra: “In questi giorni impariamo che i nemici sono più delinquenti che imbecilli e tali li tratteremo”;
- la Rocca, nel luglio ’44, un alpeggio dai prati scoscesi sopra Scareno dove “gli unici luoghi per sdraiarsi senza il timore di rotolare in valle sono i sentieri, e anche quelli sono scarsi ”: luogo e fase di raccolta e di riorganizzazione in cui convergono provenienze ed esperienze le più disparate: sopravvissuti al rastrellamento o provenienti dalla svizzera, militari e civili, italiani e stranieri (russi, ucraini ed anche un sudafricano), delle età e dei ceti più diversi disparati (“uomini e ragazzi, studenti, ladri, lavoratori”);
- infine la casetta fra le pinete di Sasso Corbè, “il luogo più bello abitato dai partigiani ” – dice Chiovini – dove, nell’inverno del ‘44-’45, la costituita Volante Cucciolo, spostatasi sopra Premeno, si insedia: centro operativo e di riposo di un gruppo, di una squadra, affiatata e coesa di professionisti della guerra di movimento.
Le diverse fasi corrispondono anche a diversi rapporti con la popolazione locale; curiosità e sospetto da parte degli alpigiani che incontrano le prime bande in formazione; solidarietà e condivisione di momenti comuni di allegria con gli abitanti di Miazzina; l’aiuto silenzioso e solidale di alimenti, necessari a sopravvivere durante il rastrellamento, da parte della “buona gente del Verbano”; più difficile, almeno inizialmente, il rapporto con quelli di Premeno dove:
“La gente ci guarda di traverso, sospettosa, paurosa. Ci chiana ‘fascisti rossi’ e teme che mettiamo a soqquadro il paese.
In questi giorni parecchi si sono già ricreduti. Si attendevano di vederci girare per il paese con lo sguardo fiero, l’arma imbracciata senza sicura. Invece si sono accorti che camminiamo come loro e non chiediamo i documenti alla gente.”
In controcanto ai luoghi di insediamento la trama narrativa fa emergere in successione alcuni personaggi intorno a cui si dipanano gli eventi: Marco[xxi] con cui, anche se della formazione “concorrente” della Cesare Battisti, c’è sin dall’inizio un profondo legame di stima e collaborazione e, in più occasioni, di sfottò reciproco; Tucci[xxii] che pur avendo un solo anno in meno “è ancora un bambino” e con cui Peppo stringe un legame profondo, da fratello maggiore, vivendo fianco a fianco molte delle vicissitudini; Guido il Monco[xxiii] operaio comunista che lo sostituirà al comando della Giovane Italia e che Chiovini rispetta ma con cui non riesce ad entrare in sintonia; Arca, il comandante della Battisti, che Chiovini apprezza sia per il modo di concepire la guerra partigiana che per le modalità, per nulla da ufficiale, con cui si rapporta ai suoi partigiani; Bagat[xxiv] già alpino decorato, esperto di armi, dalle decisioni fulminee, autista che “arrostisce” i motori e “che dice di essere salito perché non vuole andare in guerra”; Vola puntiglioso e caparbio, che, sia pur arrivato come recluta addetta ai lavori pesanti, si dimostra come il più maturo fra i partigiani della Volante Cucciolo; Cesco[xxv] che “con il viso infantile, le efelidi sulle guance … e la voce lenta strascicata” ha l’aria spavalda di chi ha già un curricolo partigiano di tutto rispetto e non vuol certo lasciarsi trattare da recluta. E, naturalmente, altri ancora.
Il diario
Un diario “frutto di impressioni immediate, condizionate da accesi sentimenti” dirà Chiovini; certo, in alcuni passaggi anche questo[xxvi], ma a me pare che la dimensione diaristica più evidente sia altra, di riflessione e dialogo interiore che emerge quando, tra un momento narrativo e l’altro, magari a ridosso di un combattimento o di un momento scherzoso di svago, la sequenza si interrompe di colpo per lasciar spazio a domande ed a considerazioni più profonde, esistenziali e morali prima ancora che politiche.
In alcuni casi la dimensione è corale laddove Peppo dà voce, magari per interposta persona, ai sentimenti collettivi come quando dalle lacrime di Nord di fronte al rogo dell’Albergo del Pian Cavallone, emerge un “Addio” collettivo di rimpianto non rassegnato, oppure quando le molteplici personalità e le disparate motivazioni dei sopravvissuti al rastrellamento, concentratisi alla Rocca, si fondono in una volontà comune di ricostituzione.
Ma sono soprattutto le domande, le considerazioni personali, talvolta i dubbi quelli che emergono.
Le responsabilità che chi comanda porta nei confronti del suo gruppo di uomini, di come mantenerlo coeso, di come anche un legame di amicizia privilegiato, quello con Tucci, possa incrinare il rapporto di fiducia con gli altri; di come fare in modo che un gruppo solidale e coeso sia anche aperto e franco nello scambiarsi le reciproche opinioni, valutazioni e desideri. Quanto vi deve essere di discussione democratica e di condivisione degli ordini senza che questo degeneri in individualismo. E soprattutto il carico di responsabilità di chi porta altri a rischiare la vita e deve, di volta in volta, individuare il giusto discrimine fra avventatezza ed attendismo.
Chi siamo noi e chi sono loro. Solo la consapevolezza continua della differenza radicale con il nemico può impedire che la logica della guerra ci renda uguali. Loro bruciano le baite e noi siamo aiutati dalla popolazione; loro se la prendono con chi non c’entra, paesani o famigliari; loro fanno scempio dei cadaveri. La loro è una logica di morte, i loro corpi sono diventati un’appendice delle loro armi. La nostra è una logica di vita. Non solo nel combattimento ma nei comportamenti quotidiani, nel modo di camminare fra la gente, nel cantare. Il tema della radicale differenza fra i canti partigiani e quelli fascisti torna più volte; i loro non sono “i nostri canti popolari nostalgici e solenni, non sono le canzonette allegre e melanconiche” ma “canti freddi, duri, scanditi”; loro “cantano perché odiano” e, mentre con il passare dei mesi le canzoni partigiane diventano sempre più canzoni di speranza, le loro si incupiscono, piene di disprezzo, di rancore e di animosità.
Ma la domanda centrale e ricorrente è soprattutto una: come far guerra in odio alla guerra, senza lasciarsi plasmare dalla logica e dalla cultura del combattimento. Perché “la guerra perde soltanto di fronte a chi la odia”. A Chiovini non basta la certezza di essere dalla parte giusta; è consapevole della “sottile linea rossa”[xxvii] che passa tra l’essere nella guerra e l’essere in guerra. Non basta aver scelto di esser dalla parte giusta del fronte ed interrogarsi sulle ragioni profonde della propria scelta; l’interrogativo va riposto quotidianamente sul qui ed ora individuando il limite che questa scelta pone fra azioni legittime e azioni giuste, con momenti anche forti di autocritica quando ci si accorge che lo spirito di battaglia ha preso il sopravvento. Limite che non solo la giusta avversione per i nazifascisti può spingerci a superare (“So che questa non è la parte migliore dei sentimenti di un partigiano”) ma anche la “foga”, un eccesso di “senso sportivo” (“mi accorgo che per molti mesi, sparare era il mio sport preferito”) che può “soffocare la razionalità”.
Oggi, quando in nome della “esportazione della democrazia” e della “lotta al terrorismo” si giustificano massicci bombardamenti a città e qualsiasi “effetto collaterale” sulle popolazioni civili è considerato un legittimo inconveniente, possiamo leggere che, nel cuore della seconda guerra mondiale, la più sanguinosa della storia dell’umanità, un partigiano, Peppo, a ridosso di un combattimento contro il moloch nazifascista, si interroga se non fosse stato più giusto sparare due colpi invece di tre, pur se “costretti a fare la guerra contro quelli che fanno la guerra”.
Il partigiano “Peppo”
Se provassimo a chiedere ad un cittadino o a uno studente di Verbania di citare il nome di un partigiano della zona, senz’altro la maggior parte farebbe il nome di Nino Chiovini[xxviii]. Eppure nulla, che io sappia, è stato mai scritto di specifico su Chiovini partigiano. Anche nel convegno a lui dedicato[xxix] questa dimensione è rimasta assente. Il perché è evidente: Nino nei suoi libri, anche quelli dedicati alla Resistenza, non parla praticamente mai di sé e del diario partigiano si era persa di fatto memoria.
La lettura oggi del suo diario ci permette di aprire un capitolo che andrà senz’altro ripreso ed approfondito.
La scelta di campo, dopo l’8 settembre è chiara e decisa; Peppo è tra i primi a “salire in montagna” nell’area del Verbano. Porta con sé, oltre al deciso antifascismo, precedentemente maturato a Cuggiono[xxx], un carattere deciso e determinato unito ad una passione sportiva per l’escursionismo montano e la roccia: una miscela che, unita alla conoscenza del territorio, ne fa in modo del tutto naturale il comandante della costituenda Giovane Italia. Siamo nella fase eroica e libertaria di “un esercito senza capo, senza Stato Maggiore, senza artiglierie, senza direttive, spesso senza pane, senza armi”. Accetta il ruolo che gli viene democraticamente assegnato tramite elezioni, ma non è certo quella la sua aspirazione. E di buon grado si ritrae quando altri saranno indicati al suo posto.
Si rende conto delle necessità organizzative e militari della Resistenza ma, fedele allo spirito di ribellione, fa fatica ad accettare le modalità d’essere di buona parte dei comandanti delle formazioni. Quelli di provenienza militare che riportano lo spirito di superiorità di “Ufficiali del Regno” nei confronti “delle truppe”, si fanno chiamare “signor tenente” e, anche quando il cibo praticamente manca, ci tengono a dar vita alla “mensa ufficiali”. Quelli di provenienza e fede comunista, che Chiovini rispetta, ma per i quali la principale, se non unica virtù, sembra essere l’indiscussa obbedienza ai propri capi politici.
Se non un libertario, Peppo è e rimane uno spirito indipendente. Vuol capire e discutere le scelte e, se prevale il dissenso, preferisce andarsene per conto suo, con il suo piccolo gruppo[xxxi]. Non rifiuta la gerarchia di comando, ma, ponderatamente, preferisce scegliersi i propri superiori. E quando, alla fine del rastrellamento, la sua formazione della Giovane Italia, fondendosi con il gruppo di Muneghina, prende un orientamento con cui non si sente più in sintonia, preferisce passare alla Cesare Battisti di Arca.
È lui stesso, spontaneamente, un capo ma la sua dimensione è quella della squadra, di un piccolo gruppo preparato e coeso, della “volante” che si muove velocemente su tutto il territorio, all’interno della quale non solo “ci si capisce al volo” ma dove “tutti si vogliono bene. Bene sul serio. E dormono uno accanto all’altro”. Compito del capo è allora anche la massima attenzione alle relazioni interne, a prevenire dissapori e tensioni. Pur di salvaguardare questa sintonia è disposto, sia pur a malincuore, a rinunciare al contributo di un partigiano esperto e valoroso come Bagat che lui stesso aveva cercato ed “arruolato”. Allo stesso modo quando intuisce che un partigiano ha le qualità personali, oltreché professionali, per entrare a far parte del proprio gruppo, si dà subito da fare, magari con carte false, per farlo trasferire. La prima volante, alloggiata in tenda, collegata alla Banda del Pian Cavallone, la Volante Cucciolo dopo il rastrellamento, il Plotone Esploratori durante la Repubblica dell’Ossola, la Volante Martiri di Trarego dopo l’eccidio del 25 febbraio: questa è la modalità di guerra partigiana che Chiovini concepisce e mette in pratica.
Non è solo questione di modalità di comando e di modo di concepire l’esser partigiano. La modalità della volante è innanzitutto una scelta politica. Peppo, ce lo dice esplicitamente, non è comunista, anche perché, afferma “Io non so che vuole il comunismo”[xxxii] e le discussioni animate ed approssimative che sente al Pian Cavallone gli ricordano quando “anch’io a 15 anni discutevo di calcio e di squadre di calcio”: una questione di “tifo”. Ma ha ben chiara la linea di discrimine che passa attraverso la Resistenza: ci sono i “conservatori”, quelli che aspettano e vogliono presidiare il loro piccolo territorio, l’attendismo insomma che trova proseliti fra le fila partigiane e che spesso è sostenuto dall’esterno dai “comitati” (“gruppetti di individui, per la quasi totalità industriali, che ‘finanziariamente’ ci aiutavano”), e ci sono i partigiani, come Peppo e i suoi, che pensano che al nazifascismo non si debba dar tregua.
La volante è allora non solo un corpo coeso, ma un gruppo di professionisti dell’azione di movimento che ubbidisce con scrupolo alle missioni che le vengono affidate, e che, in mancanza di ordini, sa trovarsi da sola i propri obbiettivi. E quando in un momento di ozio, poco dopo il Natale 1944, Vola lo rimprovera: “Peppo, mi sembra che non hai più voglia di far niente” immediatamente la volante si rimette all’opera “e ricominciamo le nostre scorribande”. Anche l’accettazione di una forma benevola ed ironica di nonnismo fra reclute (“conigli”) ed anziani che impone corvée e lavori pesanti ai nuovi arrivati, ha una funzione precisa: i tempi di formazione e addestramento all’interno di un gruppo partigiano non possono che esser brevissimi, bisogna quanto prima esser pronti a qualsiasi evenienza. È bene, per le reclute e per la squadra, capire subito se qualcuno non è adatto a quella vita.
Infine, direi, un partigiano “critico”; dal diario non emerge in maniera esplicita, ma tra le righe si capisce che non sono pochi gli aspetti che Peppo, all’interno della Resistenza, non condivide, come possiamo trovare conferma nei suoi scritti successivi.
I condizionamenti dall’esterno delle scelte partigiane che talora si traducono in imposizioni dall’alto di comandanti inidonei o comunque non in sintonia con la “banda” che devono dirigere. L’applicazione meccanica della logica militare alle formazioni partigiane sia a livello organizzativo e relazionale che, e questo è l’aspetto più tragico, nella concezione della guerra partigiana quale “eroica difesa ad oltranza” delle proprie posizioni sul terreno.
Chiovini riconosce in pieno il valore, il rigore morale, lo spirito di sacrificio e l’eroismo del tenente Rolando e di Mario Flaim, come confermerà in più occasioni nei suoi scritti. La loro difesa ad oltranza del terreno fino al Pizzo Marona può essere anche giustificata dalla volontà di “proteggere la ritirata del Valdossola”[xxxiii] ma la strategia complessiva durante il rastrellamento non è certo condivisa. Lo si legge fra le righe nel diario e se ne trova conferma in un passo di un’inedita Piccola Storia Partigiana della Banda di Pian Cavallone pubblicata parzialmente nel 1984, ma probabilmente scritta anni prima come revisione e approfondimento della prima parte del diario.
“Le scarse e imprecise notizie sul ‘Valdossola’ sono state portate dai feriti e dai loro accompagnatori in transito per luoghi più adatti, ancora euforici per la tenuta del primo giorno di combattimento. Ma non è soltanto la scarsità e l’imprecisione delle notizie che inducono Rolando a scegliere questa forsennata tattica difensiva, che neppure Superti pretendeva nelle sue indicazioni coordinatrici. Egli si rifà ai canoni della guerra d’Albania, combattuta dall’esercito italiano, fino all’epilogo, in difensiva, sulle montagne dell’Epiro e del Tomori. Naturalmente attribuisce decisiva importanza al terreno, alle possibilità di difesa sulle montagne; di casa, nella fattispecie. E Flaim che gli è accanto non batte ciglio, anzi approva. Fors’anche perché la scelta di Rolando offre quelle possibilità di espiazione e di riscatto dalle colpe altrui, da cui egli sembra attratto”.[xxxiv]
Ed infine, ma non ultima, la sottovalutazione del rapporto con la popolazione locale. Nel diario l’importanza di un rapporto di collaborazione, come abbiamo già sottolineato, è espressa prevalentemente in positivo. Del rapporto problematico, dopo il rastrellamento, della Giovane Italia – unitasi al gruppo del capitano Mario e localmente diretta dal Capitano Galli – con la popolazione di Miazzina, nel diario vi è solo un cenno un po’ forzosamente giustificatorio[xxxv] e in contrasto con quanto, del calore e della condivisione di quegli abitanti, era stato affermato relativamente al periodo precedente. La denuncia del tragico errore di impostazione di una logica di occupazione e vessazione sui residenti, con le sue conseguenze politiche, verrà invece espressa a chiare lettere in una lezione-conferenza del marzo 1983[xxxvi].
Indipendenza di giudizio e spirito critico che Chiovini continuerà ad esprimere quando della Resistenza del Verbano si farà attento e scrupoloso storico; si possono ricordare la rivalutazione di Dionigi Superti[xxxvii] colpito, dopo l’esperienza ossolana, dall’ostracismo e dalla condanna di fatto del CLN e la demitizzazione della figura di Cleonice Tomassetti[xxxviii], l’unica donna tra i fucilati di Fondotoce, che la vulgata partigiana aveva tramandato nello stereotipo di una maestra, moglie di un partigiano, in attesa di un figlio e operante come staffetta partigiana[xxxix]. Chiovini le restituisce la sua identità di popolana dallo spirito ribelle e determinato, non piegata dalle numerose sopraffazioni e sofferenze che la vita le ha dolorosamente consegnato.
Lo scrittore Nino Chiovini
Per chi conosce l’opera di Chiovini la lettura del Diario penso possa costituire, come lo è stato per me, una sorpresa. In genere si distinguono nettamente le opere sulla Resistenza da quelle etno-storiche, non solo per il tema e per la loro successione temporale, ma per una evidente maturazione stilistica dello scrittore che riesce progressivamente ad unire il rigore del ricercatore[xl] ad una crescente capacità narrativa. La lettura del diario, di un testo che pur nella sua incompiutezza, rivela una notevole capacità di scrittura densa di ironia e freschezza narrativa – aggiungendovi magari la rilettura del racconto La Volpe, postumo ma, come abbiamo visto, risalente alla fine degli anni ’40 – mi sembra rimescolare le carte. Penso sia del tutto lecito sostenere che Chiovini avesse già allora la dote dello scrittore, del narratore ed è semmai quella del ricercatore che, con gli anni, viene a maturare sotto la spinta di un preciso impegno etico, civile e politico.
L’impegno non solo a ricostruire con rigore gli eventi della sua terra, quelli a cui aveva partecipato e quelli che avevano segnato le generazioni che lo avevano preceduto, ma soprattutto a saldare un debito personale e collettivo insieme.
In quella terra del Verbano, la terra dei suoi avi, la secolare civiltà della fatica si incontrò con chi, per rifiuto e per scelta, è salito in montagna, spesso sapendo e capendo poco, soprattutto all’inizio, di quel mondo. Si creò allora una crescente convergenza, non priva di contraddizioni, tra i due mondi che Nino analizza con rigore nell’introduzione a Val Grande partigiana e dintorni e che titola significativamente Guerriglia nel mondo dei vinti[xli]. Ed è grazie a quella convergenza che poté arrivare
“il tanto sognato giorno della liberazione. E si tirano le somme: ci si accorge che quei due protagonisti hanno equamente diviso il peso della lotta. La popolazione montana, che ha pagato anche con il sangue, ha sopportato il maggior peso materiale, il peso di grosse distruzioni; i partigiani hanno contribuito in grande misura a riempire di nomi le lapidi che ricordano i caduti della guerra di liberazione.”[xlii]
Questa convergenza di intenti si ruppe nel dopoguerra e chi vinse allora non seppe (o non poté) saldare il debito con le popolazioni montane.
Se guardiamo allo sviluppo cronologico degli scritti di Chiovini[xliii] possiamo distinguere tre fasi:
- gli scritti dell’immediato dopoguerra, basati sulla diretta esperienza (Diario, commemorazioni, racconto La volpe) caratterizzati da un forte centramento soggettivo e da una tensione emozionale che riesce comunque spesso a distanziarsi grazie ad una efficace espressività narrativa;
- dopo una pausa quasi ventennale, se non di scrittura certo di pubblicazione, abbiamo gli scritti di ricerca sulla resistenza centrati non più sulla propria esperienza (che viene messa tra parentesi), ma su una rigorosa indagine (documenti e testimonianze) e dalla ricerca di un nuovo stile, non più letterario, ma rigoroso e concreto nello stesso tempo; rigorosa “cronaca di una sconfitta” e, soprattutto, ricostruzione del conflitto, interno alla Resistenza, fra le forze progressive e l’attendismo che a quella sconfitta ha contribuito[xliv];
- infine la impegnativa ricerca delle ultime sue opere, sulla civiltà rurale montana dove al rigore della documentazione d’archivio e alla ricerca etnografica e linguistica (cultura materiale, terminologie, toponimi, fonti orali, iconografia ecc.) si aggiunge una personale letterarietà storico-narrativa emotivamente partecipe.
Rivedendo l’itinerario complessivo mi sembra allora di poter affermare l’unitarietà stilistica di Chiovini, sia pur all’interno di un percorso in cui le diverse modalità di utilizzo della scrittura vengono sperimentate, messe alla prova, per convergere, nelle ultime opere, in una loro completa e contemporanea utilizzazione.
E, ancor maggiormente, la unitarietà etico-politica di tutta la sua opera: Chiovini si è fatto portavoce di un doppio debito che tutti noi, abitanti vecchi e nuovi di queste terre, abbiamo ereditato:
- debito verso i caduti della guerra partigiana, la semente di sangue che non abbiamo saputo far fruttificare in questa Italia “che vegeta”;
- debito verso le popolazioni montane che affiancarono e sostennero le bande e ne mantennero viva memoria.
Scrive nell’introduzione di Mal di Valgrande:
“I contadini di montagna che ebbero rapporti con la Val Grande ne conservano una particolare memoria, da me valutata più profonda rispetto a quella di chi praticò altre aree montane per analoghe necessità. … Quella memoria poggia sugl’indimenticati ricordi delle tragiche vicende vissute nel corso degli ultimi due anni della seconda guerra mondiale, quando quelle persone, pagando un prezzo liberamente accettato, si schierarono, ognuna nella misura in cui le era possibile o le veniva richiesto, dalla parte di chi si stava battendo per la libertà e per la pace. Fu un’esperienza che si trasformò in patrimonio culturale che andò ad accrescere quello che faceva leva sugli ancestrali sentimenti di libertà e di autonomia e che, nel dopoguerra, trovò espressione sulle lapidi e nell’intitolazione di vie e piazze dei loro piccoli centri abitati.”[xlv]
Diversamente da altri cultori di storia locale Chiovini non è un cultore della nostalgia che, idealizzando il passato, ne ignora le sofferenze e pertanto il nostro debito. Il nostro mondo è uscito dalla fatica quotidiana della sopravvivenza. È indubbiamente meglio la pace odierna della guerra. Il mondo rurale montano dell’anteguerra – e ancor più negli anni di guerra – era “un mondo imperfetto e crudele”. La popolazione montana, allo stesso modo dei partigiani, aveva però chiari e “vivi gli obiettivi, gli scopi, il senso della vita, il suo fine”[xlvi].
Noi che viviamo nella pace, nella libertà, in una società che ha superato la lotta per la sussistenza, figli della società della complessità e dell’incertezza, spesso non sappiamo che senso dare al nostro futuro e alle fatiche, perlopiù immateriali, del nostro tempo (la noia, la confusione, la solitudine.)
La riscoperta del duplice debito ci può dare un senso ed una bussola. Questo mi sembra il messaggio unitario dell’intera opera di Nino Chiovini. Superando le delusioni e “valutando serenamente il mondo odierno”.
* * *
Quando Peppo chiese di poter aggregare Wladimir[xlvii] alla propria volante, Arca gli rispose “Non sa due parole di italiano, poi non lo conosci e non sai se vale”. Nonostante le vicissitudini già trascorse, il suo viso diciannovenne era “ridente come un cespo di primule”, pronto a vivere con entusiasmo e un po’ di incoscienza quei mesi dal luglio all’ottobre del ’44, ignaro delle delusioni che il rientro in patria gli avrebbe procurato.
“Ogni anno, immancabilmente in occasione dell’8 maggio, Wladimir mi scrive esaltando la remota vittoria sul fascismo: un modo per sopravvivere alle delusioni. Regolarmente gli rispondo offrendogli banali notizie personali. Per pudore, per pigrizia mentale persino, per timore di essere frainteso in particolare.
Non perché sia troppo tardi e impossibile per la nostra generazione saper serenamente valutare il mondo odierno, sapendolo fare in relazione alle esperienze passate – quelle negative (che sono le più) soprattutto – a cominciare dalla lontana lotta di liberazione, per concludere con i rapporti persona-persona e persone-natura, in cui s’annidano vecchi e nuovi fascismi.
E trarne le logiche conseguenze.”[xlviii]
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Note
[i] La denominazione richiama la vetta dove il 17 giugno 1944 si svolse uno dei combattimenti più sanguinosi del rastrellamento della Valgrande e dove caddero numerosi partigiani tra cui i due comandanti Gaetano Garzoli e Mario Flaim. Gli originali del settimanale sono stati consultati presso l’archivio della Casa della Resistenza di Fondotoce e la Biblioteca Civica Ceretti di Verbania.
[ii] “si addiviene … alla abrogazione della differenziazione di colore di tutte le formazioni … e alla costituzione della 1a Divisione Ossola ‘Mario Flaim’, al comando di ‘Arca’, con Commissario di guerra Mario (Muneghina).” in G. Biancardi (a cura), Diario storico 1a Divisione Ossola ‘Mario Flaim’, Comune di Verbania, 1995, p. 20.
[iii] Con Giuseppe Perozzi (Marco) è stato, sin dalla sua costituzione, a fianco di Arca nella direzione della Cesare Battisti. Plazzotta nel dopoguerra si affermerà come scultore.
[iv] Lettera dell’8 novembre ’45: “Io non credo che si educhi il popolo verbanese con … pezzi … che si ritrovano facilmente su qualsiasi giornaletto di provincia o di periferia cittadina. … Sarò un sognatore sterile forse, ma, credimi, come sarebbe bello un Monte Marona un po’ più bersaglieresco! … un giornale che scotti in mano, dove ci si butta dentro articoli incandescenti, scritti dopo una chiavata (o durante) o in barca, o anche in redazione, se si riesce a dimenticare che è tale. … Ma fatene magari due di pagine di cronaca, quella che interessa la popolazione locale … Ma le altre due pagine che siano dense … di Voi, del Vostro spirito, della vostra polemica (quella MORALE). Diventate un po’ predicatori e non conferenzieri!”. E. Plazzotta ‘Selva’, Da Pinerolo al Verbano, Alberti, Verbania 1995, p. 81.
[v] Ivi, p. 85.
[vi] “Una novità al prossimo numero!
Al titolo ‘Monte Marona’ sarà aggiunto il titolo ‘Il Progresso’ del Verbano – Cusio – Ossola.
Perché?Un giorno del Giugno 1944, una trentina di partigiani, al comando di Mario Flaim, combatté sul Monte Marona. Combatté per dar modo al grosso della formazione di potersi ritirare. Spararono sino alla fine e nessuno di loro tornò da quel combattimento a raccontare come era andata. Quegli uomini diedero un esempio di sacrificio e di altruismo: di onestà. E ‘Monte Marona’, ora, per noi significa onestà. Quei Caduti, tutti i ‘nostri Caduti’ hanno combattuto e sono morti per la libertà, per la giustizia, per un migliore ordine morale, sociale, economico, e ciò significa combattere e morire per il progresso dell’umanità e per l’onestà del mondo. Progresso e onestà sono senso della vita. Per questo uniamo le due parole: Monte Marona e Progresso”.
[vii] Cfr. G. Biancardi – G. Margarini, Armando Calzavara ‘Arca’, Alberti, Verbania 2001, pp. 10 –13.
[viii] Io di politica non me ne voglio interessare sul n. 7 e … e tu a che partito sei iscritto? sul n. 9.
[ix] Vola sul n. 12 del 21 giugno.
[x] I brani non compaiono nella successiva pubblicazione di Fuori Legge ??? ma ne facevano a tutta evidenza parte. Li ho pertanto inseriti nella trascrizione del diario, differenziandoli graficamente.
[xi] Vola cit.; Gino (Luigi Leschiera) e Cesco (Gastone Lubatti) con Vola sono caduti a Trarego il 25.02.45; Lanzi (Luigi Trelanzi) e Victor (Selepukin) a Colle il 23.07.1944; sono sepolti fianco a fianco nel cimitero di S. Maurizio di Ghiffa.
[xii] “Fuori Legge”. Diario di un partigiano del Verbano (da Monte Marona), in Resistenza unita n. 6, giugno 1989, Novara, inserto “Verbano 1944 – 1989”.
[xiii] Impressioni e ricordi. Da Cannobio a Domodossola in Resistenza Unita n. 10, ottobre 1990, Novara.
[xiv] “A Finero – assurto a centro di retrovia – l’incarico avuto fu quello di costituire un plotone esploratori da impiegare nella zona di Ghiffa e Verbania”. Ibidem
[xv] “Da alcuni mesi Wladimir stava con me. I suoi arti erano coperti di piaghe, effetto di una piodermite contratta in miniera. Ingenuo, scansafatiche, d’incrollabile fede staliniana, temerario, si era assunto il compito non richiesto di mia guardia del corpo”. Ibidem
[xvi] Chiovini ne avrà notizia solo 12 anni dopo: “al suo rientro in patria fu inviato in campo di concentramento, più tardi processato per essersi lasciato catturare dal nemico, inviato in campo di lavoro, infine costretto a farsi altri tra anni di Armata rossa. Non gli era servito neppure il certificato rilasciato da Arca su carta intestata della brigata ch’egli, dopo essere evaso dalla prigionia, aveva combattuto con efficacia nelle nostre file.” Ibibem.
[xvii] Giudizio, che pur se su aspetti limitati, esprimerà nel 1974 in una lettera: Nino Chiovini sulle trattative e sulla liberazione dell’Ossola, Resistenza Unita n. 3, marzo 1974, Novara.
[xviii] 25 Febbraio. Volante ‘Cucciolo’ a Trarego. Abbiamo riprodotto il testo, che ci sembra idealmente completare il diario, come appendice a Fuori Legge ???
[xix] Verbanus n. 18, Verbania 1997, p. 354.
[xx] Dalla quattordicesima puntata (Monte Marona n. 28 del 5 gennaio 1946) i tre punti interrogativi si riducono ad uno solo, forse a seguito di una critica di Selva: “Quei tre ??? che cazzo significano dietro il titolo delle puntate di Peppo? E sono anche brutti tra l’altro. Già, io, il solito esteta fissato!” (Da Pinerolo ecc. cit., p. 82). Mi è sembrato più aderente allo spirito originario mantenere, nella trascrizione e ripubblicazione del diario, i tre, magari brutti, ma certo più espliciti punti interrogativi.
[xxi] Giuseppe Perozzi: cfr. nota 3.
[xxii] Piero Tamburini
[xxiii] Alfredo Labadini; cfr. nota biografica di Chiovini.
[xxiv] Giuseppe Bosco; un suo profilo in E. Trincheri “Marco”, Partigiani raccontano. Liberazione della Valle Cannobina, Cannobio, Cannero e Oggebbio, Verbania 2000, pp. 63-64.
[xxv] Gastone Lubatti; cfr. nota 11.
[xxvi] Ad esempio l’ira di quando viene a sapere che suo padre è stato arrestato e tradotto a S. Vittore “perché due figli di mio padre sono partigiani”. L’altro figlio partigiano è Antonietta (Diciassette) citata nel diario quando, il 20 giugno, nel corso del rastrellamento, accompagna delle reclute.
[xxvii] Il riferimento è al bellissimo film del filosofo regista Terrence Malik (USA, 1998). Se nel romanzo di J. Jones, richiamando un verso di Kipling, la sottile linea rossa era quella “tra la lucidità e la follia”, in Malik assume dimensioni universali, tra la vita e la morte, tra la vitalità della natura e le forze distruttrici, in sostanza fra il bene e il male; tale linea passa dentro ciascuno di noi che, specie in situazioni di guerra, rischiamo di perderne il confine.
[xxviii] Alla sua notorietà, oltre la sua attività di ricercatore e scrittore (cfr. sotto), ha senz’altro contribuito anche il Sentiero Chiovini, il lungo e impegnativo trekking della memoria che, dalla Svizzera a Fondotoce, ripercorre la tragedia della Valgrande e che nel 2006 è giunto alla sua ottava edizione.
[xxix] Nino Chiovini. Il tempo, lo spazio e la memoria, Verbania, 14 febbraio 2004.
[xxx] Cfr. nota biografica.
[xxxi] “marzo 19441. Arriva, inviato da Comitato di Agitazione di Varese, il maggiore Biancardi. Costui è un uomo paurosissimo che non ci faceva concludere nulla di buono e quindi noi vedemmo volentieri quel giorno che se ne andò senza fare ritorno. Era allora comandante ‘Peppo’ (Chiovini Giovanni) che non volendo restare in alto, pensò bene di fuggire di notte con altri due uomini per formare una volante che, alloggiata in tenda, si spostasse velocemente facendo azioni tempestive, restando sempre però agli ordini della banda”. Diario storico cit., p. 146. Cfr. anche nota biografica.
[xxxii] La cosa era del tutto naturale, sia nei piccoli centri che nelle città, per un giovane nato agli inizi degli anni ’20. Cfr. ad esempio i primi capitoli della bella autobiografia di Rossana Rossanda (La ragazza del secolo scorso, Einaudi, Torino 2005).
[xxxiii] I giorni della semina, 5a ed., Verbania 2005, p. 80.
[xxxiv] Mario Flaim: sulle montagne del Verbano un testimone della fede e della libertà in Il Verbano, 9.06.1984. Nei passi precedenti vengono presentati il Tenente Rolando (Gaetano Garzoli), nato nel 1915 ad Arizzano, nell’entroterra di Verbania, e, soprattutto, Mario Flaim, originario di Rovereto, figura di cattolico ispirato e intransigente in cui “alligna un cocente desiderio di espiazione”.
[xxxv] Cfr. l’inizio della puntata n. 28.
[xxxvi] “Sono da addebitare a Galli il suo atteggiamento inadeguato e talvolta vessatorio nei riguardi della popolazione di Miazzina e di altri villaggi” e “A meno di un anno dalla liberazione, in occasione delle prime elezioni amministrative … a Miazzina il 34% degli elettori non vota, non ne sente l’esigenza … a Miazzina. Tre mesi più tardi, in occasione … del referendum istituzionale del 1946 … a Miazzina vince la monarchia con il 52%.” in Il Verbano tra fascismo antifascismo e resistenza, Verbania, 1983, pp. 16 e 18-19. Sulla figura di Galli (Mario di Lella), cfr. anche I giorni della semina cit., p. 115.
[xxxvii]Cfr. Val Grande partigiana e dintorni. 4 storie di protagonisti, Verbania 1980, pp. 50 – 73 e Ricordo di Dionigi Superti. Un partigiano vero e saggio in Resistenza Unita n. 3, marzo 1988, Novara.
[xxxviii] Cfr. Classe IIIa B. Cleonice Tomassetti. Vita e morte, Verbania 1981.
[xxxix] “Prendiamo atto, a seguito delle testimonianze riportate, che Nice non era un’insegnante, che non attendeva un figlio, che non era una staffetta partigiana. Aveva frequentato soltanto le classi elementari di una scuola di paese; in quel momento non c’era nessun uomo nella sua vita; soltanto a una settimana prima della sua morte risaliva il suo ingresso nella resistenza militante. È bene fare giustizia delle inesattezza a suo tempo dette e scritte su di lei; nella sua vera identità, Nice diventa più comprensibile, persino più apprezzabile”, ivi p. 57. L’immagine stereotipata era stata riportata, in buona fede, in P. Secchia – C. moscatelli, Il monte Rosa è sceso a Milano, Einaudi, Milano 1958, p. 253.
[xl] Su quest’aspetto segnalo l’importante contributo di Antonio Biganzoli (Chiovini – La ricerca) al Convegno citato (cfr. nota 29) che da un lato sottolinea il rigore di un metodo che percorre precise fasi di indagine e di documentazione e dall’altro una modalità di scrittura che ne fa “uno scrittore-saggista di qualità” per il suo “modo di intercalare la narrazione: citazioni da fonti storiche, tabelle di dati demografici o di carattere economico, glossari di termini dialettali, così da fare delle sue opere una ragionata miscela di narrativa e di saggistica ed imporre così al testo il distacco della trattazione storica, ma, contemporaneamente, il ‘pathos’ della partecipazione umana”. Non condivido però la tesi di Biganzoli secondo cui per Chiovini la Resistenza costituirebbe solo “un episodio” della storia complessiva, ben più importante, del territorio.
[xli] Val Grande partigiana ecc., cit., pp. 9 – 29.
[xlii] Ivi, p. 20.
[xliii] Cfr. la Bibliografia provvisoria degli scritti.
[xliv] Cfr. I giorni della semina cit., pp. 19 – 21.
[xlv] Mal di Valgrande, Vangelista, Milano 1991, pp. 8 – 9.
[xlvi] A piedi nudi. Una storia di Vallintrasca, Vangelista, Milano 1988, p. 186.
[xlvii] Cfr. note 15 e 16.
[xlviii] Impressioni e ricordi. Da Cannobio a Domodossola, cit.















































































































