Quando il corteo dei partigiani sfila sul lungolago di Intra e delle altre località verso Fondotoce, i pochi che si trovano sul percorso e i più che scrutano da dietro le persiane chiuse[1] hanno di certo notato quella donna col foulard in testa, la mano destra fasciata e una borsa stretta al ventre che procede in testa al corteo fra “Tom”[2] e quello alto, tradizionalmente identificato con il tenente Rizzato[3], che sostengono il noto cartello. Nessuno ne sa il nome, e tra i condannati probabilmente solo il diciottenne Ciribi[4] la conosce, seppure da pochi giorni. Anche il suo fiero comportamento nei confronti dei tedeschi e di incoraggiamento ai suoi compagni di sventura (ma con incertezza sul nome) emergerà soprattutto a liberazione avvenuta.
Il 16 maggio 1945 il neo-sindaco di Verbania Vincenzo Adreani indice in municipio “un’Adunanza per onorare la memoria dei martiri di Fondotoce”; centrale tra i molti interventi l’ampia testimonianza di Suzzi, il Quarantatré sopravvissuto[5]. Così il verbale[6] sul suo ricordo di Cleonice:
“Giunti a Verbania Fondotoce, oltre la Crociera, li obbligarono sdraiarsi per terra, e tre alla volta li portavano avanti il plotone di esecuzione; nel primo gruppo figurava una donna che morì da eroe con il grido di “Viva l’Italia Libera”. Questa ragazza, racconta il ‘43’, durante il percorso ci incoraggiava e ci ripeteva «Mostriamo a questi signori come noi sappiamo morire».
E quando più avanti “Il ‘43’ ricorda alcuno fra i caduti ed altri sono indicati dai presenti” l’identità “della ragazza” viene così riportata: “signorina Tomasucci Nice di Rieti d’anni ventisette.”
Cinque settimane dopo, il 20 giugno, al termine della grandiosa commemorazione del primo anniversario dell’eccidio, i familiari delle vittime chiedono – nonostante non fosse previsto – l’immediata dissepoltura dei caduti. La famiglia Ciribi riconosce subito il corpo del figlio Sergio e successivamente quello della “signorina Nice”.
“Decidemmo di portare a Milano la salma di nostro figlio e quella della signorina. Erano morti nello stesso luogo; che riposassero insieme. Furono sepolti nel cimitero di Greco, poi furono trasferiti al cimitero monumentale, nel campo della gloria.”[7]
La divisione Valdossola, ottenute dai Ciribi le indicazioni necessarie, tramite il Comune di Petrella Salto, comunica al capofamiglia Tomassetti, tale decisione. Il padre Enrico non manifesta alcun interesse per il recupero della salma ma solo per il contributo rilasciato ai familiari dei caduti. Infatti l’11 novembre firma il modulo per il riconoscimento di Cleonice quale partigiana, modulo che tra l’altro ne riporta in modo scorretto sia nome che cognome (Tomasetti Cleonica). Alla richiesta di informazioni biografiche su questa donna di cui era noto il comportamento eroico nel giorno della fucilazione ma nulla risultava dagli archivi della formazione, il padre, tra il reticente e lo sprezzante, così risponde il 6 dicembre al comandante Dionigi Superti:
“In merito alle notizie biografiche che cotesto Spett. Ufficio mi chiede di mia figlia Tomassetti Cleonice ben poco posso io personalmente comunicare, perché mia figlia fin dall’infanzia ha quasi sempre dimorato a Roma e a Milano. Per questo le notizie interessanti occorre chiederle a persone che hanno conosciuto e avvicinato con una certa intimità mia figlia”[8].
Il vuoto di conoscenza lascia così aperto il campo a notevoli imprecisioni sul nome, sulle origini e sull’età; ad es. Anita Azzari, solitamente rigorosa nella documentazione, nel 1954 la definisce “una giovane donna di diciassette anni”[9].
Nel 1966 Nino Chiovini pubblica Verbano, giugno quarantaquattro[10] dove per la prima volta vengono pubblicati stralci del memoriale, allora inedito, del giudice Emilio Liguori[11] laddove testimonia quanto aveva potuto osservare quel 20 giugno nello scantinato di Villa Caramora. Sono i passi che meglio delineano la fierezza di Cleonice nel suo ultimo giorno e che ne fissano in modo permanente l’immagine.
«…la porta della cantina si aprì e venne fatta entrare una trentina di persone, spinta avanti a calci e a colpi di canna di moschetto da una squadra di omacci inferociti, bestiali, i quali indossavano la così detta onorata divisa del soldato del popolo eletto, dell’Herrenvolk, del superpopolo: il teutonico.
La scena che dopo l’ingresso in cantina di tanti disgraziati si presentò al mio sguardo, fu delle più penose alle quali io abbia mai assistito.
Penso che un branco di lupi famelici, quando capita in mezzo ad un gregge di pecore, usi verso le proprie vittime una ferocia meno accesa, meno sadica di quella dei soldati tedeschi verso i poveri partigiani rastrellati durante le battute eseguite in Val Grande …
I pugni, le pedate, i colpi di calcio di moschetto, le nerbate non si contavano più. Era una vera gragnuola che si abbatteva inesorabile su dei miseri corpi già grondanti sangue per ogni dove, su dei visi già tumefatti per le percosse ricevute in precedenza. Gli aguzzini sembravano presi nel turbine di un sadico furore, in preda al delirium tremens di marca tipicamente teutonica.
Ogni nerbata, ogni colpo era per giunta accompagnato da un grugnito che stava ad indicare la compiacenza dei carnefici.
Una scena orribile, dicevo, con la quale contrastava la nobile serenità dei torturati. Non un grido, non un lamento. Una fierezza diffusa sui
volti di tutti. Dal mio posto di osservazione ogni tanto ero costretto a chiudere gli occhi per non vedere. Temevo di impazzire per lo sdegno suscitato in me da tanto scempio, cui ero costretto ad assistere impotente.
Reputo che i patrioti della Val Grande, dopo aver duramente combattuto il nemico sui campo, abbiano saputo sopportare il suo bestiale furore vendicativo con la stessa fierezza e serenità che opposero ai loro aguzzini gli antichi martiri cristiani, i patrioti del nostro e di tutti i risorgimenti.
Il vertice della furibonda esplosione d’odio contro quei poveri partigiani venne raggiunto quando, ordinato loro di stendersi bocconi per terra, i teutonici si misero a pestarli camminandoci sopra con gli scarponi chiodati, grugnendo animalescamente.
[…] Notai che fra i partigiani vi era una donna, di statura media, di colorito bruno, sui venticinque anni. Anche a costei non furono risparmiati i maltrattamenti, anzi, starei per dire che la dose delle angherie sia stata nei suoi confronti maggiore. Mi parve che, quando arrivava il suo turno, il nerbo si abbassasse sulle sue spalle con maggiore furore e più violenti fossero i calci che la raggiungevano da ogni parte. Eppure la coraggiosa donna non solo incassò ogni colpo senza emettere un grido ma, calma e serena, faceva coraggio agli altri giovani, malconci da quella furia bestiale.
[Verso le quindici[12]] … i guardiani diedero un’occhiata alla loro divisa. Alcuni si tolsero la tuta mimetica rimanendo in camicia e pantaloncini marroni. Qualcuno manovrò per prova i congegni dell’arma della quale era in possesso; tutti poi si diedero con fervore a ravviarsi i capelli, guardandosi nello specchietto del quale ognuno era in possesso, ed avendo cura che la scriminatura segnasse un’impeccabile linea retta dall’occipite alla regione frontale sinistra, senza sgarrare di un pelo.
Tutto questo mi dava l’impressione di gente in procinto di recarsi ad assistere ed a prendere parte ad uno spettacolo che si preannunciava assai divertente, e non già di persone che, per contro si accingevano a compiere un eccidio senza nome.
Lo spettacolo che stava per essere ammannito fu subito intuito dalla donna, alla quale ho accennato sopra. Costei si levò in piedi e con fare spontaneo, senza sforzare il tono della voce, direi quasi con amorevolezza, rivolta ai compagni di sciagura, pronunciò queste testuali parole: “Su, coraggio ragazzi, è giunto il plotone di esecuzione. Niente paura. Ricordatevi che è meglio morire da italiani che vivere da spie, da servitori dei tedeschi”. Aveva appena finito di parlare che, infuriato le fu addosso un soldato germanico, che doveva capire un poco di italiano e che del senso delle parole pronunciate, era stato messo al corrente da un militare italiano. (Quale schifo il contegno servile verso i padroni tedeschi dei militi fascisti! Non di tutti per fortuna, perché ne vidi più di uno fremere di rabbia, osservando ciò che di orribile si compieva intorno a lui). La donna fu colpita atrocemente da più di uno schiaffo e da uno sputo sul viso. Non si scompose; incassò impassibile, e poi fiera, e con aria inspirata, quasi trasumanata, disse parole che per mio conto, la rendono degna di essere paragonata a una donna spartana, o meglio ancora ad una eroina del nostro risorgimento: “Se percuotendomi volete mortificare il mio corpo, è superfluo il farlo: esso è già annientato. Se invece volete uccidere il mio spirito, vi dico che è opera vana: quello non lo domerete mai”. Poi rivolta ai compagni: “Ragazzi, viva l’Italia, viva la libertà per tutti!” Gridò con voce squillante.»
A ventidue anni dalla sua fucilazione conosciamo in modo pressoché dettagliato l’ultimo giorno di vita di Cleonice, ma sulla sua vita precedente vi è ancora il vuoto riempito da ipotesi ed illazioni: il cognome è perlopiù indicato erroneamente come Tommasetti (o Tomasetti) e la sua origine e professione quale “maestra di Milano”.
Ma soprattutto il vuoto ne favorisce la mitizzazione, una duplice mitizzazione che ruota intorno a due differenti icone: una che possiamo definire “ufficiale” presente in più testi della resistenza, la seconda che potremmo definire “sotto traccia” frutto in buona parte di passaparola orale.
Quella “ufficiale”, sia pur con varianti da testo a testo, ci fornisce l’immagine di una maestra di Milano, unitasi alla resistenza quale staffetta, moglie di un partigiano e incinta di quattro mesi[13]. Icona consolatoria, di fatto funzionale a una ideologizzazione della resistenza che ha teso a uniformare in immagini stereotipate la ricchezza plurale e variegata della resistenza sia militare che civile; frutto certo di una reazione di difesa contro minimizzazioni e attacchi del ruolo della lotta di liberazione, ma difesa fragile e sostanzialmente controproducente.
In quella che ho indicato come “sottotraccia” e che essenzialmente Chiovini fa propria nel 1974 ne “I giorni della semina”[14] si passa dall’eroina partigiana all’icona romantica della donna innamorata che, incurante delle convenzioni (lei 32 anni, lui 18 anni da soli tre mesi), raggiunge il suo amato, per portargli magari un messaggio o un’arma, ma sostanzialmente per poter stare con lui. Amore irregolare per quei tempi (e non solo) e da tener nascosto nei testi ufficiali ma, non per questo, meno chiacchierato. Versione (e mitizzazione) nata evidentemente dal fraintendimento della decisione dei Ciribi – consapevoli della non possibilità per la famiglia lontana di venire a prelevare la salma – di farsi carico, oltre a quelle del figlio, delle esequie di Cleonice. Ma con buona probabilità alimentata anche dall’immagine – che emerge pure nei ritratti fotografici – di una donna bella e determinata: uno degli argomenti
privilegiati delle “voci che corrono” e, spesso, delle “male lingue”. Non capiremmo allora, oggi che conosciamo la realtà del suo percorso di vita, il senso della poesia di Dante Strona[15] che fa prevalentemente riferimento a questa seconda versione del mito e che inizia con un verso, Non so se eri una peccatrice, di un insopportabile e altrimenti incomprensibile moralismo.
Nell’ambiguità delle due figure mitiche contrapposte, per molti anni di Cleonice si preferisce parlare il meno possibile. Le cose cambiano nella prima metà degli anni Ottanta. I famigliari del Giudice Liguori acconsentono alla pubblicazione integrale sul numero 2/1980 della rivista Verbanus del suo diario Quando la morte non ti vuole[16], scritto a caldo nel 1944 dopo la sua liberazione e depositato dopo la sua monte (1968) in copia dattiloscritta al Museo del Paesaggio di Pallanza, di cui, come abbiamo visto e riportato, erano noti solo alcuni passi riprodotti da Chiovini.
Giudice istruttore presso il tribunale di Verbania Pallanza, la mattina del 20 giugno 1944, con l’accusa di collaborare con la resistenza
viene arrestato e tradotto nello scantinato di Villa Caramora, a Intra, dove il primo pomeriggio viene portato, con spintoni e percosse, un gruppo di partigiani fra cui Cleonice. Colpito dalla fierezza della donna, dalle sue reazioni alle percosse e dal suo atteggiamento di sostegno e incitamento dei compagni, ne riporterà in dettaglio comportamento e parole nel suo memoriale, completandolo con le informazioni raccolte la sera, dopo l’eccidio, dal partigiano anglo-rhodesiano Frank Ellis che, anch’egli tradotto a Fondotoce, viene però risparmiato.
Nel suo memoriale vi è, in particolare, a conclusione della testimonianza su Cleonice, un invito a celebrarne pubblicamente la figura:
«Anima grande! So (per avermelo confidato un poliziotto, un bolzanese che accompagnò il triste corteo fino al luogo dove avvenne l’esecuzione e vi assistette) che, durante tutto il tragitto di circa cinque chilometri da Intra a
Fondotoce, essa continuò a conservare una calma ed una serenità incredibile in una donna: e tale calma e tale serenità seppe per virtù dell’esempio, comunicare agli altri suoi compagni di sventura, avanzò per prima verso i carnefici, guardandoli fieramente negli occhi. Le sue ultime parole furono: “Viva l’Italia!”.
Come lei morirono coraggiosamente sotto le raffiche delle mitragliatrici i suoi quarantadue compagni. Ignoro il nome di questa donna, ma farò di tutto, quando tempi migliori e maggior libertà me lo consentiranno per conoscerlo e additarlo alla pubblica ammirazione. Ebbene non vada dimenticato chi ha saputo soffrire e morire con il nome di un’Italia libera, immune dalla peste fascista, sulla bocca e nel cuore. Il ricordo si contrapporrà a quello delle tante donne italiane, che mentre la Patria era prostrata nella polvere della sconfitta, trescavano pubblicamente con il tedesco, al quale non negavano sorrisi, abbracci ed altro.» (p. 173-174)
L’interesse per la figura di Cleonice si riaccende e, su proposta del Comitato Unitario della Resistenza, nel 1981 Comune di Verbania e organismi scolastici decidono di intitolarle la Scuola Elementare di Intra alta. Chiovini intraprende per l’occasione la ricerca di testimonianze di chi aveva avuto rapporti diretti con lei. Il materiale raccolto, integrato con anteriori ricerche e con il memoriale Liguori,
permette la pubblicazione di “Classe IIIaB. Cleonice Tomassetti vita e morte”[17]. Opera fondamentale, non solo perché permette il definitivo passaggio della figura di Cleonice dal mito a una storia documentata, ma anche perché, pur nell’ambito di una pubblicazione di sole 66 pagine, è ricca e densa di significato e di possibili sottolineature. A partire dal titolo che letto superficialmente si limita ad indicare il luogo, la classe, dove Nice è stata imprigionata dopo il suo arresto in Valgrande; ma è anche – direi soprattutto – un riferimento implicito al mito della maestra milanese che viene da un lato demitizzato e dall’altro rinnovato quasi che quella prigionia in un ambiente scolastico l’abbia consacrata quale “maestra” dei suoi compagni nello scantinato di Villa Caramora e lungo quella sorta di via crucis laica che da Intra li ha portati sulla piana di Fondotoce, indicando loro l’atteggiamento e le parole da pronunciare nel momento estremo.
“Prendiamo atto, a seguito delle testimonianze riportate, che Nice non era un’insegnante, che non attendeva un figlio, che non era una staffetta partigiana. Aveva frequentato soltanto le classi elementari di una scuola di paese; in quel momento non c’era nessun uomo nella sua vita; soltanto a una settimana prima della sua morte risaliva il suo ingresso nella resistenza militante.
È bene fare giustizia delle inesattezze a suo tempo dette e scritte su di lei; nella sua vera identità, Nice diventa più comprensibile, persino più apprezzabile.”[18]
Chiovini ci invita pertanto ad abbandonare le raffigurazioni precedenti di Nice e, grazie alla sua ricostruzione, possiamo leggere e rileggere la sua vita tragica ed esemplare sotto diverse angolature: quella del contesto socio politico – la povertà e la cultura patriarcale del mondo contadino di origine – che ne predetermina la tragicità del percorso; quella di un itinerario di formazione – dalla reazione ai soprusi delle famiglie della “Roma bene” alle amicizie ed affetti milanesi – che la porta all’antifascismo e alla decisione di una resistenza attiva; quella più specificamente femminile di una donna risoluta che sa contrapporsi ad una oppressione di genere negli ambiti familiari, sociali e politici.
Mi soffermo sulla dimensione etica: alla base della partecipazione alla resistenza vi è una scelta, per i più dopo l’8 settembre, per alcuni prima. Ebbene, l’intera vita di Cleonice è contrassegnata da “scelte”. Scelte non nel senso banale di opzioni o preferenze, ma nel senso forte, proprio dell’etica, di intraprendere un’altra strada, di non lasciar correre, di non continuare a subire. Allora la “Scelta” è tale quando l’alternativa non è tra due opzioni allo stesso livello, ma propriamente tra “il non scegliere” lasciando che le circostanze e/o altri decidano per noi, e quella del “salto”, della deviazione in altra direzione assumendosene la responsabilità e il rischio[19].
Nice avrebbe potuto continuare a subire la violenza paterna tra le mura domestiche, come a quei tempi e spesso ancor oggi avviene per la pressione del contesto, avrebbe potuto continuare a vivere nell’ambiente romano con almeno il conforto della sorella maggiore nonostante il parto indesiderato le abbia procurato la nomea di “una poco di buono” e ulteriori tentativi di abuso, avrebbe potuto, dopo la morte del compagno Mario, restare a Milano accettando un destino di solitudine, avrebbe potuto dopo l’arresto a Corte Bué negare ogni addebito invece di assumere su di sé anche la responsabilità dei due compagni, avrebbe potuto nello scantinato di villa Caramora e durante il tragitto stare in silenzio, non mettersi ulteriormente in mostra con il suo atteggiamento e le sue parole di sfida e incitamento. Invece in tutte queste situazioni (e probabilmente in molte altre che non conosciamo) Cleonice ha scelto la strada più difficile e rischiosa, aperta ad ogni incognita, consapevole che altrimenti ne avrebbe pagato la sua dignità e la sua libertà.
Con la pubblicazione di Classe IIIaB la conoscenza, almeno nelle linee essenziali, della vita effettiva della Tomassetti è stata recuperata ma questa conoscenza, anche dopo la riedizione del 1994[20], non ha superato l’ambito locale. La figura di Cleonice, al di fuori del nostro ambito territoriale, rimane poco nota e quando se ne parla su testate o pubblicazioni nazionali, anche su quelle legate alla resistenza, i riferimenti sono a quella che abbiamo sopra definito quale versione “ufficiale”[21].
Le cose cominciano a cambiare dopo che l’editore Tararà nel 2010 decide di pubblicarne una nuova edizione, ampliata con due “annotazioni storiche”[22] e affidando, dietro consiglio di Roberto Begozzi, la prefazione a Maria Silvia Caffari che rilegge il personaggio
di Nice sfruttando la propria sensibilità artistica e femminile. Non solo: se ne è fatta in un certo senso testimone e portavoce con uno spettacolo teatrale più volte rappresentato[23] e facendo conoscere il testo di Chiovini in ambito nazionale; tra gli altri ne consegna copia al giornalista Aldo Cazzullo che ne riprenderà le vicende in due suoi libri[24] di ampia diffusione nazionale tanto che l’attore Neri Marcorè ne ha letto un brano su questa esemplare figura di donna e patriota di fronte a migliaia di giovani, a Roma, durante il concerto del Primo Maggio 2011.
Cleonice è così diventata, anche a livello nazionale, una delle figure che incarnano il protagonismo femminile nella Resistenza e la molteplicità di percorsi che hanno portato donne e uomini dalle più diverse provenienze alla lotta di Liberazione.
In un recente saggio sulla matrice partigiana della Costituzione lo storico del diritto Giuseppe Filippetta[25] le dedica un paragrafo dal titolo “La sovranità in una borsa”; dopo averne ripercorso le vicende sulla base del testo di Chiovini, analizza le tre fotografie del corteo sottolineando come l’immagine della donna con la sua borsa ne rappresenti il fulcro.
“Chi guarda una qualsiasi delle tre foto non riesce a non guardare la borsa di Cleonice; anche se questa è sempre al margine destro della scena, l’attenzione di chi guarda va lì anche perché la borsa è sempre esattamente al centro dello spazio delimitato dalle due aste che reggono il cartello e dal cartello stesso. Lo sguardo va lì, sul margine destro della scena, al centro dello spazio tracciato dal cartello, e nelle due mani che serrano la borsa legge la volontà di non abbandonare qualcosa che è prezioso, che non può essere lasciato agli aguzzini, qualcosa da portare con sé sino alla fine, oltre la fine, per consegnarlo a coloro che stanno guardando la scena e a coloro che guarderanno la foto. La borsa attira la nostra attenzione perché troviamo istintivamente in essa, per la fermezza con la quale è portata, per l’indipendenza dello sguardo che non si piega alle pose nazifasciste, la risposta alla domanda scritta sul cartello: siamo i liberatori dell’Italia. La borsa di Cleonice è il simbolo della scelta di salire in banda che Cleonice ha fatto solo pochi giorni prima e che ha mantenuto sotto le violenze e le torture con le quali hanno provato a usare il suo corpo per far scomparire la sua scelta. La borsa di Cleonice è la sovranità di chi prende su di sé la paura e la responsabilità della morte per creare un nuovo ordine di libertà, e nessuna pallottola può uccidere una borsa, specie se a tenerla tra le mani è una persona che, scegliendo, ha reso incancellabile la propria dignità sovrana.” [26]
In un altro passo Filippetta ne sottolinea la specificità femminile:
“Nella scelta di Cleonice, e in quella di tante donne che partecipano in prima fila alla guerra di liberazione (si pensi al ruolo fondamentale che esse svolgono nella Resistenza emiliano-romagnola e in quella biellese) c’è pure lo strappo con la società tradizionale e con i suoi modelli patriarcali e maschilisti, ci sono la voglia e il coraggio dell’indipendenza rispetto a costumi e convenzioni che vogliono rinchiudere la donna in ruoli comunque subalterni. Anche in questo la Resistenza – tutta, non solo quella rossa – è un movimento di liberazione.” [27]
Soprattutto la Caffari, prendendo contatto con l’Anpi di Rieti e con il Comune di Petrella di Salto, ha permesso a quelle terre di riappropriarsi collettivamente della memoria di Cleonice, diventata sempre più la loro “eroina della resistenza”. Il sindaco Gaetano Micaloni nel 2011, anno del centenario della nascita di Cleonice, parteciperà il 19 giugno alla 67a commemorazione dell’eccidio di Fondotoce inaugurando in memoria della compaesana un cippo collocato nell’area dedicata alle Donne della Resistenza e portando i saluti alla manifestazione.
“Ringrazio in particolare i responsabili della Casa della resistenza che in questi anni hanno saputo custodire la memoria, la figura di Cleonice Tomassetti. Cleonice è nata in un paese dove la terra dura ha temprato il suo carattere, la sua vita fiera e indomita. Io sono venuto oggi a rappresentare la comunità di Capradosso e Petrella Salto e sono qui presenti i familiari di Cleonice Tomassetti.”
Per la prima volta il Comune di Petrella Salto, a novembre in occasione del centenario della nascita, ne organizzerà la commemorazione pubblica. E da allora nel suo Comune e nella provincia di Rieti numerose sono state le iniziative (lapidi, spettacoli, presentazioni librarie ecc.) in sua memoria. Nel 2017 a settembre, in due giorni di celebrazione, viene intitolato “Largo Cleonice” e una targa di ricordo è
apposta sulla sua casa; e si arriva al Concorso “I giovani e la memoria” proposto per l’anno scolastico 2018-2019 dall’Anpi e dalla CGIL reatine, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale, agli studenti di quel territorio che ha vissuto, in particolare nei primi mesi del ’44, le ferite della guerra e dell’occupazione e che si libera dalla presenza nazifascista nel giugno 1944 quando i partigiani entrano a Rieti prima dell’arrivo delle truppe angloamericane[28]. La prima scuola premiata è stato l’Istituto Comprensivo di Petrella Salto che, con le classi della Terza Media, ha realizzato il filmato Come un fiore reciso. Cleonice Tomassetti, partigiana nell’animo che, con la sensibilità tutta femminile delle sue studentesse e la parlata locale di una giovane interprete, ripercorre la vita di una donna fiera, libera e indipendente nonostante le tragedie che hanno costellato la sua vita, ma anche negli affetti e nella ricerca della gioia e della bellezza del vivere.
Nel momento in cui i colpi la falcidiano e cade a terra, il suo “spirito intatto” ritorna alla sua terra e la vediamo salire sulla Rocca di Beatrice Cenci a Petrella Salto per trasmetterci il suo messaggio:
«Oggi più che mai sono antifascista. Morire per delle idee è affascinante. Per un’Italia libera dalla violenza degli uomini. In una terra dove una donna possa scegliere, esprimersi, lavorare, partecipare. Perché la morte non può farmi paura.
Mi rivolgo ai quarantadue uomini che mi hanno accompagnato in questo doloroso corteo: “Coraggio compagni. Facciamo vedere a questi signori come sanno morire gli italiani. Hanno infangato e umiliato il mio corpo in ogni modo, ormai è annientato. Ma il mio spirito è intatto. Viva l’Italia!”.
Raccontate questa storia. Non sono stata una maestra. Non sono stata una staffetta. Tanto meno un’eroina. Questo sono stata: una donna che come tanti altri fiori recisi della mia terra, come la più popolare Beatrice Cenci, ha saputo essere se stessa sfidando la violenza e il pregiudizio. Una donna che ha amato e desiderato la libertà sopra ogni altra cosa al punto da cavalcare e vincere la morte stessa. Una partigiana nell’animo.»
A distanza di 75 anni possiamo dire che Cleonice è definitivamente tornata a casa.
E, forse non a caso, qui nel Verbano, nello stesso periodo in cui quel filmato viene presentato e premiato, su WhatsApp viene diffusa, dapprima anonima, un’altra intesa lettura, anche questa femminile, della figura della nostra Nice, partigiana e alchimista[29]. Dopo essere riusciti a conoscerne l’autrice le abbiamo chiesto l’autorizzazione a pubblicarlo.
* Articolo inizialmente scritto per Nuova Resistenza Unita (n. 1/2020) ma, rivelatosi decisamente troppo lungo, su RNU compare in versione ridotta.
[1] “Per la via non incontravamo quasi nessuno perché la gente era terrorizzata. Ma chissà quanti occhi erano puntati su di noi dalle persiane delle finestre”: dalla testimonianza di Carlo Suzzi in Orazio Barbieri, I sopravvissuti, Pentalinea, Prato 1999, p. 48.
[2] Carlo Antonio Beretta “Tom” (Monza, 11.07.1913), capitano di fanteria e dal febbraio precedente partigiano del Valdossola, come tutti i partigiani noti fucilati a Fondotoce. [Nota biografica, come le successive, estratta dalla Banca Dati del Centro di Documentazione, consultabile sul sito https://www.casadellaresistenza.it/].
[3] Ezio Rizzato, nato a Pressana (VR) il 27.09.1909, tenente di complemento di artiglieria; si è unito al Valdossola sin dagli inizi della formazione (settembre-ottobre 1943) e vi ha assunto il ruolo di Aiutante Maggiore. È tradizionalmente identificato con il partigiano che regge il cartello alla destra di Cleonice nel lato verso la strada. Suzzi dice invece che Rizzato era vicino a lui più indietro, che portava il cappello di alpino, e che sarà fucilato insieme a lui e a un giovane varesino rimasto ignoto. Di quello alto che reggeva il cartello racconta invece che, mentre tutti durante la fucilazione erano “… sereni e forti. Soltanto uno, quello alto che portava il cartello, era impazzito. Si era messo a correre per il prato. I Tedeschi lo afferrarono e lo trascinarono a forza vicino a noi. Un tedesco lo tenne per il bavero della giacca ed un altro gli sparò con la pistola sul viso.” (I sopravvissuti, cit. p. 50)
[4] Sergio Ciribi (Milano 17.03.1926). Era salito in montagna con Giorgio Guerreschi (Milano, 1926) e Cleonice a metà giugno e, subito dopo la prima notte a Corte Bué, catturati nel pieno del rastrellamento. La conoscenza fra Ciribi e Cleonice risale agli inizi del mese (cfr. più avanti la ricostruzione di Chiovini).
[5] Carlo Suzzi “Quarantatré” (Busto Arsizio, 16.07.1926 † 16.07.2017 Bang Lamung, Tailandia) partigiano del Valdossola dal dicembre 1943.
[6] Riportato integralmente in Mino Ramoni, Vincenzo Adreani. Primo sindaco di Verbania. Il sindaco della liberazione (1883-1948), VB/doc, Verbania 2009, p. 64-68.
[7] Nino Chiovini, Classe IIIaB. Cleonice Tomassetti vita e morte, 3^ ed. Tararà, Verbania 2010, p. 39 (Testimonianza di Edvige Uggeri vedova Ciribi). In realtà il “Campo della Gloria” è al Cimitero Maggiore (Musocco): Campo 64 Perpetuo destinato ai Caduti della Lotta di Librazione. Qui riposa la salma di Tomasetti (sic) Cleonice (n. 443); al suo fianco, oltre Sergio Ciribi (n. 444), altri due partigiani fucilati a Fondotoce: Luigi Brown (n. 442) e Franco Marchetti (n. 445).
[8] Classe IIIaB cit., p. 72.
[9] Anita Azzari, L’Ossola nella Resistenza italiana, Il rosso e il blu, Santa Maria Maggiore 2004, p. 74 (riedizione del testo del 1954).
[10] Edito a cura del Comitato Permanente Verbanese della resistenza e del Circolo Nuova Resistenza con il patrocinio del Comune di Verbania nel XX della Repubblica e nel XXII anniversario dell’eccidio di Fondotoce, Verbania giugno 1966.
[11] Verrà pubblicato sedici anni dopo, cfr. sotto nota n. 16. Lo stralcio sotto riportato riprende integralmente quanto riportato da
Chiovini in questa opera (p. 53-55) e poi riprodotto nelle varie edizioni de I giorni della semina. Rispetto al memoriale pubblicato anni dopo vi sono alcuni stralci e qualche variante non significativa.
[12] Il memoriale poi pubblicato dice più correttamente “alle cinque” ovvero le diciassette.
[13] I testi principali che hanno veicolato questa mitizzazione sono: Mounier W., L’allucinante racconto di 43, in “La lotta”, Novara giugno 1954; Secchia P. – Moscatelli C., Il Monterosa è sceso a Milano, Einaudi, Torino 1958; Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, vol. II, La Pietra, Milano 1971, p. 387; Addis Saba M., Partigiane. Tutte le donne della resistenza, Mursia, Milano 1998, p. 137. Questa versione, con piccoli aggiornamenti, è ancor oggi, incredibilmente e nonostante le richieste di correzione, riportata sul sito ufficiale nazionale dell’ANPI: https://www.anpi.it/donne-e-uomini/2660/cleonice-tomassetti . Corretta invece su Wikipedia la voce Cleonice Tomassetti.
[14] In Verbano, giugno quarantaquattro (Comitato della Resistenza, Verbania 1966, p. 71 nota 42) Chiovini parlava ancora di “una maestra elementare di Milano, staffetta della formazione Valdossola”, mentre ne I giorni della semina (Comitato per la Resistenza nel Verbano, Comune di Verbania 1974, p. 7 nota 8) – versione immutata anche nelle edizioni successive – ci presenta Cleonice ancora come maestra, di Rieti, non staffetta partigiana, ma semplicemente una donna “salita a Rovegro, dove fu catturata, per rivedere una persona a lei cara, un partigiano che venne poi fucilato a Fondotoce accanto a lei.” Chiovini chiarirà e approfondirà la differenza fra le due versioni in un articolo (Fondotoce fra passato e presente) su Resistenza Unita del maggio 1979.
[15] Ragazza partigiana, poesia datata 22 giugno 1980, riportata da Chiovini all’inizio di Classe IIIaB (p. 5).
[16] Verbanus n. 2/1980, Alberti libraio editore, Verbania gennaio 1981, p. 140-212. Ripubblicato in volume dallo stesso editore nel 1982, annotato da Nino Chiovini, con il titolo Quando la morte non ti vuole. I casi di un giudice istruttore al tempo della grande tormenta. Il rastrellamento in Valgrande del giugno 1944 nel diario di un uomo libero (pp. 113).
[17] Edito dal Comitato Unitario per la Resistenza nel Verbano e con il “Patrocinio del Comune di Verbania in occasione dell’intitolazione della Scuola Elementare di Renco-Righino a Cleonice Tomassetti”, Verbania giugno 1981.
[18] Classe IIIaB cit., p. 65.
[19] Ho esplicitato questa concezione forte di “scelta” richiamandone l’origine nel pensiero di Søren Kierkegaard ed illustrandola con esempi storici e contemporanei in un incontro con gli studenti sul tema del volontariato; l’intervento è reperibile sul mio blog: Modalità della SCELTA e contesto storico.
[20] Sempre a cura del Comitato Unitario per la Resistenza nel Verbano; riedizione, o meglio ristampa, sostanzialmente identica alla precedente.
[21] Ad esempio sul Corriere della Sera del 20 giugno 1994 e, ancor più recentemente, su Patria indipendente del marzo/aprile 2009.
[22] Mauro Begozzi, 20 giugno 1944: tre foto e una variante, p. 77-84; Gianmaria Ottolini, Nice dal mito alla storia, p. 85-92.
[23] Cleonice, Teatrino al forno del pane fondato da Giorgio Buridan, maggio 2011.
[24] Viva l’Italia. Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra nazione, Mondadori, Milano 2010, pp. 93-94; Possa il mio sangue servire. Uomini e donne della Resistenza, Rizzoli, Milano 2015, cap. V, pp. 56-65. I due passi di Cazzullo riprendono il testo di Chiovini correttamente nella sostanza ma con alcune imprecisioni: ad es. il giudice Liguori diventa un “medico antifascista”.
[25] L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione, Feltrinelli, Milano 2018.
[26] Ivi, p. 64-65.
[27] Ivi, p. 170-171.
[28] La documentazione sul concorso e i lavori premiati, introdotti dal tema della memoria e un inquadramento sulla resistenza nella provincia di Rieti, è pubblicata nel volume a cura di Giuseppe Manzo, I giovani e la memoria. Gli episodi della Resistenza a Rieti e in provincia raccontati dagli studenti reatini, Edizioni Funambolo, Rieti 2019. Il libro è dedicato Alla memoria di Cleonice Tomassetti.
[29] Maria Minola, Cleonice Tomassetti, l’alchimista.
di Maria Minola
Sulla baita di Corte Bué in Val Grande, dove tu, Cleonice, nel giugno del ’44 hai trascorso la notte prima di essere catturata dai nazifascisti, è apposta una targa che riporta una poesia a te dedicata. Ti citiamo i commoventi versi finali: “… pura e benedetta come noi ti veneriamo, in silenzio, nostra cara, santa partigiana”. E lo sconcertante verso d’apertura “Non so se eri una peccatrice o un’allodola sul solivo…”.
Cara Nice, ti osserviamo nella fotografia che ti ritrae fiera regina sotto un’italianissima corona di ricci bruni e ti chiediamo di lasciare a noi donne la possibilità di renderti giustizia.
Entreremo in punta di piedi nell’anonimo capitolo della tua breve infanzia trascorsa nel nascondimento di un povero paese laziale, di una povera casa e di una famiglia in cui la sopraggiunta mancanza della madre l’ha resa ancor più povera negli affetti.
Prenderemo anche a prestito la risposta del ragazzo sconosciuto a cui, in seguito, chiederai di poterlo seguire per raggiungere la Val Grande. Te la ricordi, Nice? “Non è possibile, il posto dove vado non è un posto per donne!”
Ritorniamo pure ora nella tua casa paterna come modello di posto sicuro per le donne, quando, una volta richiusa la porta alle spalle, si chiude fuori il pericolo, il nemico, la guerra. Ma il tuo nemico non è fuori, è dentro, e tu, orfana dello sguardo vigile della tua mamma, non immagini neppure che abbia il volto della persona che più di ogni altra dovrebbe proteggerti. I maschi, che fanno i soldati, ci illustrano l’oscenità della guerra usando termini come sovvertimento, invasione, sottomissione, devastazione e annientamento. Noi chiudiamo gli occhi per non dover vedere tutto questo passare, nel silenzio della tua casa, sul e nel tuo corpo di giovanissima donna.
Ora sei tu che puoi spiegare ai maschi, che fanno i soldati, la mostruosità della guerra e, in aggiunta, anche i suoi effetti collaterali: profuga cerchi salvezza nell’anonimato della capitale, là dove, al servizio presso le belle dimore borghesi, la tua condizione di ragazzina che diventerà madre darà adito a giudizi malevoli e approcci volgari.
Cara Nice, compagna di viaggio di noi donne, se il luogo della nostra vita è il nostro corpo, ciò che ti rimarrà per sempre a ricordo della sua terribile invasione è un Piccolo Essere diventato subito un piccolo lutto.
Ti avevamo promesso giustizia, Nice, ma preferiamo lasciare parlare te, nel tuo dolce accento romanesco, perché nessuna nostra parola può aggiungere qualcosa a queste tue, pronunciate anni dopo davanti ai tuoi torturatori nei famigerati sotterranei di Villa Caramora, a Intra. Cambia lo scenario, uguale la sostanza.
“Se percuotendomi volete mortificare il mio corpo, è superfluo il farlo: esso è già annientato. Se invece volete uccidere il mio spirito, vi dico che la vostra opera è vana: quello non lo domerete mai”.
Carissima Cleonice, “gloriosa nella vittoria” – come sta a significare il tuo nome -, sei arrivata davanti al plotone di esecuzione, unica donna dei 43 martiri. La Bellezza potente del Femminile si esprime attraverso le tue ultime parole: “Viva l’Italia, viva la libertà per tutti”.
Ecco, è quell’aggiunta inaspettata “per tutti” che noi troviamo sublime. Con grande lucidità tu invochi libertà anche per chi la sottrae agli altri, per chi l’ha sottratta brutalmente a te e, soprattutto, per chi si crede libero e non sa di averla persa.
Come hai saputo trasformare il fango che ti circondava nel diamante della tua scelta libera, ora con questo grido trasformi il piombo che ti uccide in oro puro.
Cleonice Tomassetti, nostra partigiana, e alchimista.
* Anticipazione, concordata con l’autrice, della pubblicazione sul n. 1/2020 di Nuova Resistenza Unita, numero dedicato al protagonismo delle donne nella Resistenza.
Il contributo di seguito riportato compare sul n. 1/2019 di Nuova Resistenza Unita in uscita da fine gennaio 2019*. Fa parte degli inserti che dal n. 4 del 2016 pubblichiamo sul tema della Presenza ebraica nel Novarese nel periodo delle leggi razziali e della guerra. È il nono contributo dell’Équipe “Even 1943”**, gruppo di lavoro che, dopo la realizzazione dell’omonimo documentario costruito prevalentemente sulla base di fonti e testimonianze orali e sulla base della traccia tratta da testo di Aldo Toscano (L’Olocausto del Lago Maggiore), si è dedicato in particolare ad una ricerca bibliografica e alla costruzione di pacchetti didattici proposti alle scuole secondarie. Infine si è proseguito con la consultazione presso gli Archivi di Stato e Comunali in funzione dell’implementazione, periodicamente aggiornata, della banca dati del Centro di Documentazione e della diffusione dei risultati della ricerca – in più casi non solo arricchenti ma anche innovativi rispetto a quanto si conosceva precedentemente – con una apposita mostra e, appunto, con gli inserti di Nuova resistenza Unita.
In questo articolo si ricostruiscono le origini dell’istruttoria del Processo di Osnabrück che, come è noto, indagò e processò alcuni dei responsabili degli eccidi perpetrati in più località sul Lago Maggiore e paesi limitrofi da parte delle SS della Leibstandarte Adolf Hitler ***, nonché il contributo importante, e sinora disconosciuto, che il Comune di Baveno con il suo Sindaco Emiliano Bernasconi fornirono all’istruttoria e al processo.
L’istruttoria di Osnabrück
Nel numero VIII dell’inserto ci siamo occupati della stagione processuale in Italia e abbiamo osservato come, con il processo di Torino del 1955, l’unico fra gli eccidi del Lago Maggiore arrivato a procedimento e sentenza nel nostro paese fu quello relativo alla famiglia Ovazza a Intra.
Da parte tedesca, subito dopo gli eccidi e le notizie dei ritrovamenti di cadaveri riaffiorati dal lago, venne avviata una indagine interna alle SS per iniziativa del Generale (Brigadeführer) Theodor Wisch, comandante di divisione della Leibstandarte Adolf Hitler. Indagini poi interrotte e messe a tacere. Così Klinkhammer ricostruisce: “Wish, che si trovava a Salsomaggiore, fece fare delle indagini dopo le notizie sui ritrovamenti dei cadaveri nel lago. Già
nell’ottobre 1943, inviò due giudici militari della divisione, gli SS-Hauptsturmführer Jochum e Franz, sul lago Maggiore. Queste indagini condotte dai giudici militari finirono in ogni caso nel nulla, vale a dire che si interruppero in seguito a un ordine superiore.”[i]
Sempre secondo Klinkhammer anche il comandante del secondo reggimento Tenente Colonnello Hugo Kraas di stanza a Chivasso e il noto capitano Theo Saevecke, a capo dei servizi informativi della Polizia tedesca a Milano, vennero a conoscenza dei fatti e raccolsero informazioni. L’importante evidentemente era coprire tutto con un velo di silenzio dopo le che le notizie, seppur in modo impreciso, era giunte anche alla stampa straniera.
L’avvio di procedimenti per i crimini di guerra nazisti era già stato ipotizzato dagli alleati dal dicembre 1942 e si concretizzò, come è noto, con i processi di Norimberga sotto l’egida del Tribunale Militare Internazionale: quello principale (20 novembre 1945 – 1° ottobre 1946: 24 imputati con 19 condanne di cui 12 a morte) e i dodici cosiddetti “secondari” contro specifici gruppi (medici, giudici, ministri ecc.) dal 9 dicembre 1946 al 13 aprile 1949 (177 imputati con 142 condanne di cui 26 a morte). Successivamente furono circa duemila i processi che da parte delle nazioni vincitrici occupanti e successivamente dai tribunali delle due Germanie vennero celebrati per reati di guerra e razziali. Un’epoca processuale che non fu vista con favore da una parte della stampa della Germania Federale, letta come un rivangare inutile e controproducente. E non mancarono assoluzioni, amnistie e riabilitazioni.
L’atteggiamento della stampa e dell’opinione pubblica tedesca cambiarono significativamente nel 1958 in seguito alla vicenda di Bernhard Fischer-Schweder e al processo di Ulm (28 aprile – 29 agosto 1958; dieci gli imputati, tra cui Fischer-Schweder, tutti condannati a pene tra i 3 e i 15 anni) che mise alla luce lo sterminio di massa degli ebrei lituani, comprese donne e bambini, e il reinserimento nella vita civile dei criminali nazisti anche sotto falso nome. Il governo di Bonn, sotto pressione dell’opinione pubblica[ii], diede vita a partire dal 1° dicembre 1958 all’Ufficio centrale per l’accertamento dei crimini nazisti con sede a Ludwigsburg (Stoccarda) affidandone la direzione a Erwin Schüle, già pubblico ministero del processo di Ulm[iii]. Nel solo primo anno questo Ufficio avviò ben quattrocento indagini e la sua attività da allora non è mai cessata.
È proprio in questo primo anno di attività che, in seguito a denuncia anonima, l’Ufficio di Ludwigsburg iniziò a indagare sugli eccidi del Lago Maggiore; inizialmente le autorità militari si rifiutarono di indicare i reparti di stanza sul Lago che vennero individuati nel 1961 e i magistrati dell’Ufficio incominciarono gli interrogatori fra gli appartenenti alla Leibstandarte Adolf Hitler[iv]. Fra i nomi più ricorrenti emerse quello di Friedrich Bremer che era stato il comandante della quarta compagnia mitraglieri di stanza a Baveno e che verrà poi indicato come il principale imputato; era nativo di Dissen, paese rurale del distretto di Osnabrück e pertanto l’istruttoria venne demandata a questa Corte, in carico al Primo Procuratore Generale Dr. Bautz.
Nel 1963 venne inviato a Milano il dott. Gerhard Viedmann per raccogliere elementi utili per il procedimento, e in particolare le indagini interne condotte all’epoca dei fatti da Theo Saevecke, il cui incartamento però “era andato distrutto”[v].
Si svilupparono così la collaborazione, ampiamente nota e documentata, della Procura di Osnabrück con il Tribunale di Milano, nella persona del dottor Antonio Amati, e il contributo fondamentale del CDEC, con Eloisa Ravenna, per individuare e contattare i testimoni italiani. Non noto invece – anche per noi rappresentò una “scoperta” quando reperimmo l’incartamento presso l’archivio comunale[vi] – il ruolo assunto dal Comune di Baveno con il suo Sindaco Emiliano Bernasconi.
Il contributo del Comune di Baveno
Il rapporto tra il Comune di Baveno e il “Tribunale provinciale di Osnabrück” iniziò con una lettera[vii] del 20 dicembre 1965 in cui, a nome del Giudice Istruttore, dopo aver ricordato le indagini in corso “a carico di appartenenti di prima alla ‘Leibstandarte’ delle SS Adolf Hitler per omicidio di ebrei a
Baveno e Meina commesso nel mese di settembre 1943” si richiede al Sindaco la pianta dettagliata di Baveno con la collocazione degli alberghi (“Bella Vista, Bella Riva, Lido Palazzo, Sempione, Ripa etc.”) tentando di accertare la disposizione dei reparti e degli ufficiali delle SS e di segnalare “quali testimoni fossero in grado di fornire informazioni di fatti relativamente agli avvenimenti di allora”.
Il sindaco Bernasconi non si limitò a fornire una risposta puntuale alle richieste del tribunale tedesco ma, facendosene carico in modo estensivo, nominò e convocò in prima seduta il 29 gennaio successivo una apposita commissione da lui presieduta composta da Patroclo della Valle, Franco Martellosio, Cesare Mercandino (già membri del CLN di Baveno) e Giulio Lavarini (comandante della 1a Brigata «Abrami» della divisione «Valtoce»). Dai verbali della seduta risulta che:
- venne esaminata la richiesta del Giudice Istruttore di Osnabrück e si decise di convocare un primo gruppo di testimoni da interrogare in una seconda seduta fissata per il 26 febbraio;
- nel frattempo si raccolsero testimonianze sottoscritte e in particolare quella di Giancarlo Samaia, cugino dei Luzzatto residente a Milano, che oltre ad indicare con precisione i membri della famiglia prelevata dalle SS “assistette personalmente con un medico di Baveno di cui non ricorda il nome” alla esumazione di resto umani “sulla spiaggia prospiciente la villa ‘AL RUSCELLO’… ma esclude che questi resti fossero dei membri della famiglia Luzzato”; suggerì inoltre possibili testimoni;
- si informò il Tribunale di Osnabrück, con lettera del 7 febbraio, della istituzione della commissione e delle sue finalità.
Il 26 febbraio, come stabilito, si effettuò la seconda seduta della commissione; furono convocati sei testimoni ma solo tre si presentarono (Egidio Ferigato, Maria Pagani ed Elda Clerici vedova Pagani) e furono interrogati dal Sindaco alla presenza della commissione. Vennero poi individuati altri 18 testimoni da convocare e interrogare, se necessario anche fuori sede. Il Sindaco e l’architetto Mercandino furono inoltre delegati a “raccogliere a domicilio” le deposizioni di altri tre testi residenti a Milano.
Il 28 febbraio Il Tribunale di Osnabrück rispose al Sindaco ringraziando per «l’interesse attivo» e, al fine di «aiutare nel lavoro della commissione da Lei incaricata», allegò la rogatoria precedentemente inviata il 17 dicembre 1964 al Procuratore Generale della Corte di Appello di Milano (pp. 1-9) con il nome degli imputati e una prima ricostruzione degli eventi sotto indagine unitamente a dodici fotografie degli indagati scattate all’epoca dei fatti per permetterne l’identificazione. Invitò la commissione alla discrezione e a non trasmettere nulla a stampa, radio e televisione. Si chiese soprattutto l’individuazione dei responsabili diretti degli omicidi e quali fatti specifici i testimoni diretti potessero descrivere.
Gli allegati (le nove pagine della rogatoria e le fotografie degli indagati in divisa) sono storicamente rilevanti perché permettono, con il raffronto alle sedute del processo del 1968[viii], di meglio comprenderne il percorso istruttorio. La “Rogatoria per audizione di testimoni” del dicembre 1964 è titolata “Causa di carcerazione” ed elenca in oggetto gli otto cittadini tedeschi già appartenenti alle “Waffen-SS” sottoposti a “procedimento di istruzione”: Friedrich Bremer (3.12.1919); Hans Röhwer (5.12.1915); Hans Krüger (18.4.1912); Herbert Schnelle (27.41913); Oskar Schulz (18.5.1922); Ludwig Leithe (19.6.1920); Fritz Plöger (29.6.1917); Walter Lange (5.9.1921). Di questi, viene precisato in seguito, “quattro imputati (Bremer, Röhwer, Schulz e Leithe) si trovano ancora in custodia preventiva”.
La rogatoria prosegue indicando le motivazioni del procedimento: “omicidio di un numero non ancora stabilito di ebrei greci ed italiani nei mesi di settembre – ottobre 1943 a Meina, Baveno e in altre località sul Lago Maggiore”. Viene fornita una sintesi di quanto “le indagini fatte fino ad ora hanno avuto come risultato” relativamente agli eccidi di Meina, Baveno, Arona, Orta[ix] con un elenco provvisorio delle vittime, dei possibili responsabili e la disposizione dei reparti:
cap. Hans Becker “All’incirca del 10 settembre 1943, la regione della riva occidentale del Lago Maggiore fu occupata da formazioni del 1. battaglione delle «Leibstandarte SS – Adolf Hitler». Il comando del battaglione, insieme con le 4. e la 5. compagnia, fu stazionato a Baveno, la 1. compagnia a Pallanza, la 2. compagnia ad Intra e la 3. compagnia a Stresa”.
Risulterebbe che il comandante del battaglione, Hans Becker[x] “sia stato in licenza al momento del fatto essendo rappresentato dal Röhwer”.
Vengono indicati 19 testimoni italiani o comunque residenti in Italia, tredici individuati grazie a “una comunicazione del direttore dott. Mapelli del giornale «Corriere della Sera»” e altri sei “ricavati da rapporti dal giornale pubblicato a Roma «Il Momento»” (dicembre 1945-gennaio 1946) e si richiede di indicarne altri possibili. Dovranno esser interrogati “minuziosamente” senza giuramento, distinguendo con precisione la conoscenza diretta dei fatti da quella indiretta.
Degli otto indagati furono sottoposti a processo nel 1968 in cinque, con l’esclusione di Bremer (maestro fabbro di oggetti d’arte), deceduto per cancro prima del dibattimento, e di Plöger e Lange che vi entrarono invece quali testimoni[xi].
Le foto allegate sono 12 relative a otto membri della Leibstandarte; cinque sono con fronte e profilo abbinati, le altre a figura intera; non compaiono
quelle di Plöger e Lange che, abbiamo visto fungeranno da testimoni; vi sono inoltre quelle del comandante Becker e del tenente Gerhard Boldt[xii].
Ritorniamo ai lavori della commissione di Baveno. La terza seduta fu convocata il 2 aprile 1966. Su 18 testimoni se ne presentano nove, mentre uno (Giovanni Boera, ex guardia comunale), non potendo partecipare per motivi di salute, aveva inviato una testimonianza scritta. Il Sindaco alla presenza della commissione interrogò separatemene i testi mostrando loro le fotografie per l’eventuale riconoscimento dei responsabili. “Esauriti gli interrogatori il Sindaco si riserva di procedere ulteriormente nelle indagini e di rinviare gli atti della Commissione al tribunale di Osnabrück”.
Tre mesi dopo, il 9 luglio, venne infatti inviato al Tribunale di Osnabrück un fascicolo di 21 pagine[xiii] con i verbali delle tre sedute della commissione, tredici testimonianze firmate e la trascrizione della lettera di Giovanni Boera, una sintesi dei fatti accertati e dei riconoscimenti; un elenco di dieci testi che “non si sono presentati a deporre ma che sono certamente a conoscenza dei fatti”; un elenco di altre persone, non convocate dalla commissione, ma “che possono fornire informazioni utili”. La ricostruzione del prelevamento delle famiglie Luzzatto e Serman, dei coniugi Wofsi e di Fanny Berger[xiv] è dettagliata. L’unica teste che dalle foto riconobbe con precisione singole SS (Hans Röhwer, Oskar Schulz e Gerhard Boldt), in relazione a quanto avvenuto alla famiglia Serman, è Maria Strola in Platini. Due testimonianze riferirono in modo preciso sul ritrovamento e l’esumazione dei resti davanti alla villa “Al Ruscello”, pur non offrendo elementi certi per l’identificazione dei cadaveri.
Così conclude la relazione: “Il lungo tempo trascorso dai fatti, la reticenza di taluni testi che non essendo vincolati dal giuramento non avevano obbligo di deporre su tutto quanto era eventualmente a loro conoscenza, la rapidità e la segretezza con cui agirono le SS., hanno reso assai difficile la raccolta di queste notizie. Sarebbe comunque impossibile negare che le donne e gli uomini ebrei o tali ritenuti dalle SS. più volte qui sopra nominati, furono arrestati e successivamente uccisi da una formazione di SS. che operò sul Lago Maggiore e prevalentemente a Baveno e Meina nel settembre/ottobre 43.
Numerose persone, di cui si danno qui di seguito i nominativi e gli attuali indirizzi, sono in grado di fornire informazioni sui fatti in oggetto. Per varie ragioni, benché sollecitate a farlo, esse non si sono presentate […] veda l’On.le Tribunale di Osnabrück di quali mezzi può, in collaborazione con la giustizia italiana, disporre per ottenere la deposizione”.
L’anno successivo ai lavori della commissione di Baveno il tribunale di Osnabrück ristabilì i contatti con una lettera del 5 ottobre 1967 firmata dal Presidente della Corte di Assise, dott. Haak:
«Per il vostro aiuto gentile di allora, la Procura Generale di Osnabrück è riuscita a mettere gli autori presunti in stato di accusa davanti alla Corte di Assise …».
Riprese così la collaborazione tra il tribunale tedesco e il Comune di Baveno con una fitta corrispondenza che durerà sino alla conclusione del processo:
X per la convocazione dei testi con la richiesta di verificarne la residenza e la disponibilità effettiva a recarsi in Germania;
- per informarli sulle modalità di viaggio e su quelle di rimborso (allegando la apposita modulistica);
- per organizzare, in collaborazione anche con Eloisa Ravenna del CDEC di Milano, il viaggio stesso.
I testimoni relativi alla zona di Baveno (cfr. documento allegato del 14.12.1967) saranno 11, interrogati in cinque sessioni del processo tra il 31 gennaio e l’8 febbraio 1966. A questi si aggiungeranno altri non più residenti in zona, tra cui l’ex podestà Pietro Columella e il già proprietario dell’albergo Beau Rivage, Marino Ferraris[xv].
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* Colgo l’occasione per invitare gli interessati ad abbonarsi. La quota di abbonamento alla rivista è di euro 11,00. Il pagamento può essere effettuato presso la segreteria della Casa della Resistenza oppure con bollettino sul Conto Corrente Postale n° 12919288, intestato ad Associazione Casa della Resistenza e inserendo come causale ABBONAMENTO NUOVA RESISTENZA UNITA. In alternativa con bonifico e stessa causale: IBAN: Banco Posta IT19Z0760110100000012919288.
** Composta da Ester Bucchi De Giuli, Gianni Galli, Gemma Lucchesi, Gianmaria Ottolini e Chiara Uberti.
*** La ricostruzione di seguito pubblicata supera e anticipa cronologicamente anche quella presente nel documentario, accreditata da molti, che faceva risalire l’istruttoria del Processo di Osnabrück ad una presunta indagine nel 1963 sull’operato a Milano del capitano Theo Saevecke, il capo dei servizi informativi della Polizia tedesca a Milano durante la guerra.
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[i] Lutz Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-44), Donzelli, Roma 1997, p. 75; cfr. anche pp. 72-76.
[ii] Ad es. il Süddeutsche Zeitung pubblicò un editoriale intitolato “Noch sind die Mörder unter uns” (“Gli assassini sono ancora tra noi”).
[iii] Sulla vicenda Fischer-Schweder, processo di Ulm e nascita dell’Ufficio di Ludwisburg cfr. Nicholas Kulish – Souad Mekhennet, Il dottor morte. Storia della caccia al medico boia di Mauthausen, Milano, Mondadori 2014, cap. 15 passim e i due articoli reperibili online: The last nazi Hunters (The Guardian) e Gli ultimi cacciatori di nazisti (Il Post).
[iv] Marco Nozza, Hotel Meina, Net-Il Saggiatore, Milano 2005, p. 125-126.
[v] Ibidem. Le notizie relative all’indagine di Viedmann fecero supporre che Saevecke fosse indagato quale primo responsabile degli eccidi del Lago Maggiore e in più casi a ritenere che il procedimento di Osnabrück avesse preso avvio da una indagine sull’operato a Milano di Saevecke. Cfr. Giampaolo Pansa “Si tenta di accertare se fu Saevecke ad ordinare il feroce eccidio di Meina”, La Stampa, 7.03.1963. A noi, anche sulla base dei nuovi documenti reperiti, pare più corretta la ricostruzione di Nozza che fa risalire l’indagine al 1959 da parte dell’Ufficio di Ludwigsburg.
[vi] Il fascicolo si trova nella cartella ASCB1/881 titolata “Omicidio di ebrei – Processo di Osnabrück” (Riordino anno 2011). Salvo diversa indicazione nel paragrafo successivo faremo riferimento a questa documentazione.
[vii] La lettera, come tutta la documentazione successiva proveniente da Osnabrück, è in “traduzione certificata” curata e controfirmata da August Michel, lo stesso che fungerà da interprete durante tutte le sessioni del Processo con testimoni italiani. Le citazioni sono testuali, comprensive di alcune improprietà dovute ad una versione in italiano molto “alla lettera”.
[viii] Ampiamente documentate dalla stampa quotidiana dell’epoca e dalle ricostruzioni di Marco Nozza e Aldo Toscano.
[ix] Nell’individuazione dei possibili testimoni si fa riferimento anche a Mergozzo.
[x] Su Hans Becker (1911-1944) cfr. il contributo di Raphael Rues (inserto) nel numero precedente di Nuova Resistenza Unita. Le sue foto vengono comunque allegate.
[xi] Testimoniarono Plöger il 6.3.68 e Lange, che risultò uno dei testi chiave per l’accusa, il 18 e 19.4.68; cfr. Nozza, cit. p.166 e 177-180 nonché Aldo Toscano, Io mi sono salvato ecc. p. 172 e 196-198.
[xii] Testimoniò in modo reticente, non confermando quanto dichiarato in istruttoria, il 13 marzo e il 23 e 26 aprile 1968 (Nozza cit., p. 168-170 e Toscano cit. p. 206).
[xiii] In una lettera del 2 gennaio 1968 l’arch. Mercandino, alle soglie del processo di Osnabrück, chiede al Sindaco di Baveno per sé e per e componenti della Commissione, “copia del verbale d’inchiesta da me rassegnatole a suo tempo. A tutti noi che abbiamo collaborato al lento ma inesauribile moto della giustizia sarebbe grato conservare copia del predetto documento.” Si può pertanto desumere che lo stesso Mercandino ne sia stato l’estensore materiale. Oltre che nell’archivio di Baveno copia del fascicolo è presente nell’archivio CDEC: «Relazione sugli interrogatori e sulle informazioni assunte dal sindaco di Baveno a seguito della richiesta presentata dal tribunale tedesco».
[xiv] Cfr. gli inserti precedenti di Nuova Resistenza Unita e in particolare i n. IV e V.
[xv] Interrogati il 19 febbraio e il 19 marzo Columella; 12 e 19 febbraio (in rogatoria a Milano) Ferraris.
La giornata del 20 giugno 1944, così come l’abbiamo riscostruita ed illustrata in Quarantatré … a Fondotoce … si concludeva con una festa dal sapore funesto.
A Villa Caramora dalle 20 di sera
sino a tarda notte si festeggia.
Il pretesto è il compleanno del Colonnello Comandante delle SS e la sua prossima destinazione sul fronte orientale, in Romania.
Un gran va e vieni, ufficiali tedeschi e italiani, della milizia e dell’esercito repubblichino. Molti i civili e le dame italiane.
Il giudice Liguori dalla cantina ascolta e, quando viene fatto salire, osserva nauseato.[1]
Sulla base della testimonianza del giudice e su quanto si era allora a conoscenza quando, nel giugno 2017, abbiamo presentato alla Casa della Resistenza la graphic novel, non era noto il nome del comandante né si sapeva con precisione quali reparti guidasse.
Un anno dopo, sempre all’interno delle iniziative di commemorazione dell’eccidio di Fondotoce, abbiamo presentato il saggio del ricercatore elvetico Raphael Rues[2] SS-Polizei. Ossola-Lago Maggiore. Rastrellamenti e crimini di guerra edito, in edizione trilingue (italiano, tedesco e inglese), da Insubrica Historica (Minusio, CH)[3]. Saggio che rappresenta un primo contributo all’interno di un lavoro più ampio di ricerca sulle formazioni tedesche e fasciste che operarono nell’allora alto novarese tra il settembre 1943 e l’aprile 1945 e che mette in luce aspetti in gran parte non noti.
Questo primo saggio è dedicato ai reparti delle SS-Polizei (reggimenti 12, 15 e 20) che operarono nel nord-ovest del nostro paese. Innanzitutto va precisato che le SS-Polizei non erano propriamente delle SS militarizzate (le Waffen-SS) quali ad esempio le SS della Leibstandarte SS Adolf Hitler responsabili nel settembre ottobre del ’43 degli eccidi degli ebrei sul Lago Maggiore. Si trattava invece di corpi in gran parte provenienti dalla Polizia germanica che Himmler, in qualità di Comandante della polizia e delle forze di sicurezza – oltreché di Reichsführer delle SS – costituì a partire dall’ottobre 1939. La denominazione originaria era quella di Polizei Regiment “Nord” e i reparti vennero utilizzati inizialmente come forze di sicurezza e polizia nelle retrovie delle aree occupate dalla Wehrmacht. In particolare in Galizia (settembre 1941 – febbraio 1942) si resero responsabili di eccidi di partigiani e civili, ebrei e non (33.000 vittime secondo lo storico tedesco Torsten Schäfer). Furono poi dispiegati sul fronte russo subendo consistenti perdite.
“Forse per onorare le gravi perdite subite sul fronte orientale, Himmler il 24 febbraio cambiò la denominazione di questi reggimenti di Polizia in «SS-Polizei Regiment», benché sottostessero ancora alla Polizia (Ordnungspolizei). Questo mutamento avvenne solamente però sulla carta, poiché le uniformi della SS-Polizei non si fregiarono mai di alcuna insegna delle SS, ma solo della tipica coccarda della Polizia.” [p. 24]
I reparti vennero ricostituiti e trasferiti nella Norvegia occupata, o sud di Oslo, e il 28 agosto del 1943 lasciarono il paese per giungere in Italia l’11 settembre dove vennero utilizzati quali reparti specializzati nelle operazioni anti-partigiane fino alla fine della guerra; Rues elenca ben 50 operazioni militari di rastrellamento effettuate nel nord-ovest. Quelle principali che riguardano l’attuale provincia del Verbano Cusio Ossola sono quelle di Megolo (13 febbraio 1944), il rastrellamento della Val Grande (giugno 1944), la rioccupazione di Cannobio e dell’Ossola (settembre- ottobre 1944) per concludersi con la colonna del capitano Stamm (SS-Pol.Rgt.20) in ritirata verso Novara (24-27 aprile 1945).
Tornando al punto di partenza, quella lugubre sera a Villa Caramora, il contributo di Raphael Rues non solo indica con precisione i reparti impiegati nelle operazioni di rastrellamento e negli eccidi di quel giugno 1944, ma anche nome e trascorsi degli ufficiali a capo delle operazioni. In particolare di quel tenente colonnello, Ernst Weis, che la sera del 20 giugno 1944 festeggiò il suo cinquantesimo compleanno. Lascio la parola a Rues.
“Il SS-Pol.Rgt.15 sparì dall’Ossola dopo il 15 febbraio, impegnato in Piemonte – zona di Asti – e Liguria in grandi rastrellamenti, per tornarvi solo a giugno nell’ambito del rastrellamento della Val Grande, operazione «Köln». L’operazione –secondo le fonti tedesche – comportò l’uccisione di 217 e la cattura di 367 partigiani, oltre a 247 persone trasferite ai campi di lavoro del Reich. Vennero impiegati due Kampfgruppen: il primo al comando di Heinrich Galazky Hartel (Strasburgo 1899 – ?), maggiore della Polizia, comandante del II/SS-Pol.Rgt.15, e il secondo di Eduard Psotta (Hohenbirken 1908 – ?) capitano della Polizia, sostituto comandante del I/SS-Pol.Rgt.15.
Il II/SS-Pol.Rgt.15 fu il principale responsabile del rastrellamento della Val Grande: direttamente imputabili sono i decessi di 150 -180 partigiani e civili, i quali furono sommariamente eliminati in più luoghi – Fondotoce, Baveno, Val Grande – il tutto nel lasso di tempo di circa dieci giorni.
Il comando del rastrellamento venne stabilito presso la villa Caramora di Intra, dove Weis festeggiò pomposamente i suoi 50 anni la sera stessa della fucilazione di 43 partigiani a Fondotoce, il 20 giugno.” [p. 34]
Raphael per i suoi lavori di ricerca è venuto più volte alla Casa della Resistenza a consultare la Biblioteca e il Centro di documentazione; in vista della pubblicazione del suo saggio ci ha chiesto di preparargli una breve prefazione. Vi ho con piacere ottemperato e la riporto di seguito.
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Prefazione
Il testo che viene qui pubblicato in edizione plurilingue rappresenta un primo significativo contributo del ben più ampio lavoro di ricerca storica sulla presenza e l’attività dei reparti militari tedeschi e fascisti nelle aree dell’Ossola e del Verbano nel periodo 1943-45, avviato da Raphael Rues oltre vent’anni fa e ripreso in modo organico negli ultimi due anni. L’interesse dell’autore per questo specifico argomento, al di là agli echi oltre confine delle vicende di quegli anni, nacque dalla lettura, ancora quindicenne e successivamente da universitario, di alcune opere sulla resistenza ossolana. Vi avvertì da subito una carenza e un’imprecisione complessive su presenza e tipologia delle forze impegnate dalla “parte avversa”: di qui un lavoro minuzioso di ricostruzione – a partire dalla storiografia e memorialistica partigiana affiancata dalle più scarse fonti (scritte e orali) di parte fascista e tedesca e dalla consultazione degli archivi elvetici – per individuare le unità presenti sul territorio e poter così intraprendere in modo approfondito la ricerca presso gli archivi militari tedeschi. Un corretto lavoro storiografico a fonti plurime supportato da una consapevole ottica “esterna” che neutralmente non “prende parte”, senza che questo significhi sottacere crimini e responsabilità dei reparti e degli ufficiali coinvolti.
L’argomento specifico di questa prima tranche della ricerca riguarda i reggimenti della SS-Polizei operanti in Ossola e nel Verbano di cui viene ricostruita l’origine nell’arruolamento e militarizzazione di reparti di polizia tedesca, l’attività di controllo e messa in sicurezza delle retrovie dei nuovi territori occupati dalla Wermacht in particolare sul fronte nordorientale, il loro successivo impiego al fronte e la loro “specializzazione” nelle operazioni di anti-guerriglia. Reparti di SS-Polizei di cui si fa più volte cenno nella storiografia partigiana ma senza precisarne le unità e spesso confondendole con le Waffen-SS o con la Feldgendarmerie.
Lavoro di estrema importanza perché non solo copre un vuoto sostanziale di ricerca e conoscenza ma anche permette di conoscere in modo più completo e preciso i principali eventi del conflitto fra resistenza e nazifascismo nelle aree dell’Alto-novarese, dalla battaglia di Megolo, al rastrellamento della Val Grande, alla rioccupazione dell’Ossola nell’ottobre del ’44 sino alla capitolazione della Colonna “Stamm” negli ultimi giorni dell’aprile 1945; permette inoltre di comprendere come la forza d’urto di queste formazioni fosse in grado di compiere “vittoriose” operazioni antiguerriglia ma non di “presidiare il territorio” ad operazioni concluse.
La costruzione di una memoria condivisa da parte delle comunità locali e nazionali è questione complessa e di non facile soluzione dopo le fratture che hanno attraversato il “secolo breve”. Pesa innanzitutto quella che Karl Jaspers ha definito come “questione della colpa” che attraversa le responsabilità individuali come quelle collettive; responsabilità che necessitano sia di una corretta definizione e sanzione giuridica per quelle individuali sia di una convinta capacità di rielaborazione collettiva per le altre. Nel caso specifico, sottolinea l’autore, “nessuna delle rappresaglie tedesche commesse dalla SS-Polizei in zona fu penalmente perseguita”: l’unica procedura avviata fu quella per l’eccidio di Fondotoce, ma archiviata dalla procura militare di Torino in quanto “non è possibile svolgere altre indagini per accertare l’identità degli imputati” (accertamento invece ben “possibile come dimostra questo contributo”) e confluita in quello che il giornalista Franco Giustolisi ha efficacemente definito come “armadio della vergogna” insieme ad altre 2273 “notizie di reato” commesse dalla forze militari tedesche durante l’occupazione; procedure di fatto secretate per decenni e solo dal 1994 rinvenute e, dove possibile, giuridicamente riaperte.
Occorre d’altra parte sottolineare come, se da un lato militari e ufficiali della SS-Polizei nel dopoguerra furono integrati nei corpi della polizia della Germania federale ottenendo anche riconoscimenti ufficiali, dall’altro lato un lavoro storico e collettivo di “rielaborazione della colpa” è senz’altro proceduto nella Germania unificata. Non esiste ad esempio in Italia nulla di paragonabile alla Topographie des Terrors di Berlino dove, tra l’altro, sul pannello dedicato al nostro paese campeggia la fotografia delle quarantatré vittime di Fondotoce; una topografia del terrore compiuto dall’esercito italiano, in particolare nelle colonie africane e nell’ex Jugoslavia, è da noi ben lungi non solo dall’essere realizzata ma anche solo progettata. E le voci meritevoli di alcuni storici, come quella di Angelo Del Boca, sembrano risuonare nel deserto.
Come Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce siamo impegnati in questo lavoro di costruzione di una memoria collettiva a partire dal contributo che la resistenza, locale e non solo, ha dato alla riunificazione del nostro paese e alla elaborazione di una Costituzione Repubblicana in grado di “costituire” il tessuto comune della nostra collettività. Costruzione di una memoria che necessita di operare su più livelli: la raccolta della documentazione e delle altre fonti, i ricordi e la memorialistica dei protagonisti, il raffronto con la storiografia e i suoi sviluppi più recenti per poi restituire, ai visitatori – studenti e adulti – e nelle ricorrenze ufficiali, la sintesi costantemente aggiornata di una memoria viva e sempre più condivisa. Senza il contributo dei ricercatori e degli storici la nostra “mission” sarebbe impossibile; l’importante lavoro di Raphael Rues va a sopperire ad un aspetto fondamentale per la costruzione di una siffatta “memoria viva” e di questo sentitamente lo ringraziamo.
Gianmaria Ottolini
[1] Gianmaria Ottolini – Ruggero Zearo, quarantatré … a Fondotoce, 20 giugno 1944, Tararà, Verbania 2017, p. 48.
[2] Raphael Rues (1967) di Minusio (CH). Laureato in storia economica e gestione dei rischi. Responsabile della gestione rischi e qualità presso l’Ufficio federale delle Strade (USTRA) a Berna. Si dedica alla ricerca di storia contemporanea nell’area insubrica e sta realizzando una tesi di Dottorato in Storia Moderna presso la University of Leicester, Inghilterra, sulle formazioni militari tedesche e fasciste che operarono nell’allora alta provincia di Novara fra il settembre 1943 e l’aprile 1945.
[3] Reperibile online presso l’editore Insubrica Historica o direttamente presso la Casa della Resistenza.
































































Il 12 ottobre scorso la
E sempre con piacere e con un po’ di commozione che torno al Cobianchi, occasione che, per un motivo o per l’altro, colgo più volte ogni anno nonostante sia dal 2006 (dodici anni fa) che sono in pensione. Vi ho insegnato per 32 anni e, in particolare, ho insegnato filosofia nei corsi sperimentali per 26 anni.




preoccupazione-smarrimento. […]
Racconta Bruna Giardini del fratello Ermanno, uno dei partigiani caduti a Trarego:
“
di là del confine afgano, a Quetta, per dargli la possibilità di salvarsi, di non essere ucciso o arruolato dai fondamentalisti. Si potrebbe dire che lo ha lasciato in balia del caso e di fronte alla prospettiva di grandissimi rischi. Ma non è così perché nel doloroso commiato ha fornito al figlio una bussola, tre basilari direttive, che lo hanno accompagnato ed orientato nel lunghissimo viaggio che lo ha portato sino a Torino dove oggi svolge il ruolo di educatore.
Ma possiamo anche scegliere di assumerci una responsabilità per il nostro tempo, scegliere di diventare cittadini attivi, di scegliere il volontariato. Scegliere di farsi carico di uno dei tanti problemi, delle tante contraddizioni e insufficienze che la nostra società presenza. Scegliere in qualche modo di essere “adulti” già da giovani. Scegliere di dare un “senso” più profondo alla nostra vita. Essere volontari significa questo. Fare una “scelta” in senso forte, imprimere una deviazione al nostro percorso di vita uscendo dalla “quotidianità” in cui ci siamo ritrovati e che, appunto, non abbiamo scelto.
Ha definito in modo preciso questo bisogno un autore, mancato nel febbraio dell’anno scorso, che considero tra i più ricchi e stimolanti del nostro tempo:











