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Cleonice. Il lungo cammino della memoria *

Quando il corteo dei partigiani sfila sul lungolago di Intra e delle altre località verso Fondotoce, i pochi che si trovano sul percorso e i più che scrutano da dietro le persiane chiuse[1] hanno di certo notato quella donna col foulard in testa, la mano destra fasciata e una borsa stretta al ventre che procede in testa al corteo fra “Tom”[2] e quello alto, tradizionalmente identificato con il tenente Rizzato[3], che sostengono il noto cartello. Nessuno ne sa il nome, e tra i condannati probabilmente solo il diciottenne Ciribi[4] la conosce, seppure da pochi giorni. Anche il suo fiero comportamento nei confronti dei tedeschi e di incoraggiamento ai suoi compagni di sventura (ma con incertezza sul nome) emergerà soprattutto a liberazione avvenuta.

Il 16 maggio 1945 il neo-sindaco di Verbania Vincenzo Adreani indice in municipio “un’Adunanza per onorare la memoria dei martiri di Fondotoce”; centrale tra i molti interventi l’ampia testimonianza di Suzzi, il Quarantatré sopravvissuto[5]. Così il verbale[6] sul suo ricordo di Cleonice:

Giunti a Verbania Fondotoce, oltre la Crociera, li obbligarono sdraiarsi per terra, e tre alla volta li portavano avanti il plotone di esecuzione; nel primo gruppo figurava una donna che morì da eroe con il grido di “Viva l’Italia Libera”. Questa ragazza, racconta il ‘43’, durante il percorso ci incoraggiava e ci ripeteva «Mostriamo a questi signori come noi sappiamo morire».

E quando più avanti “Il ‘43’ ricorda alcuno fra i caduti ed altri sono indicati dai presenti” l’identità “della ragazza” viene così riportata: “signorina Tomasucci Nice di Rieti d’anni ventisette.

Cinque settimane dopo, il 20 giugno, al termine della grandiosa commemorazione del primo anniversario dell’eccidio, i familiari delle vittime chiedono – nonostante non fosse previsto – l’immediata dissepoltura dei caduti. La famiglia Ciribi riconosce subito il corpo del figlio Sergio e successivamente quello della “signorina Nice”.

Decidemmo di portare a Milano la salma di nostro figlio e quella della signorina. Erano morti nello stesso luogo; che riposassero insieme. Furono sepolti nel cimitero di Greco, poi furono trasferiti al cimitero monumentale, nel campo della gloria.[7]

La divisione Valdossola, ottenute dai Ciribi le indicazioni necessarie, tramite il Comune di Petrella Salto, comunica al capofamiglia Tomassetti, tale decisione. Il padre Enrico non manifesta alcun interesse per il recupero della salma ma solo per il contributo rilasciato ai familiari dei caduti. Infatti l’11 novembre firma il modulo per il riconoscimento di Cleonice quale partigiana, modulo che tra l’altro ne riporta in modo scorretto sia nome che cognome (Tomasetti Cleonica).  Alla richiesta di informazioni biografiche su questa donna di cui era noto il comportamento eroico nel giorno della fucilazione ma nulla risultava dagli archivi della formazione, il padre, tra il reticente e lo sprezzante, così risponde il 6 dicembre al comandante Dionigi Superti:

In merito alle notizie biografiche che cotesto Spett. Ufficio mi chiede di mia figlia Tomassetti Cleonice ben poco posso io personalmente comunicare, perché mia figlia fin dall’infanzia ha quasi sempre dimorato a Roma e a Milano. Per questo le notizie interessanti occorre chiederle a persone che hanno conosciuto e avvicinato con una certa intimità mia figlia[8].

Il vuoto di conoscenza lascia così aperto il campo a notevoli imprecisioni sul nome, sulle origini e sull’età; ad es. Anita Azzari, solitamente rigorosa nella documentazione, nel 1954 la definisce “una giovane donna di diciassette anni[9].

Nel 1966 Nino Chiovini pubblica Verbano, giugno quarantaquattro[10] dove per la prima volta vengono pubblicati stralci del memoriale, allora inedito, del giudice Emilio Liguori[11] laddove testimonia quanto aveva potuto osservare quel 20 giugno nello scantinato di Villa Caramora. Sono i passi che meglio delineano la fierezza di Cleonice nel suo ultimo giorno e che ne fissano in modo permanente l’immagine.

«…la porta della cantina si aprì e venne fatta entrare una trentina di persone, spinta avanti a calci e a colpi di canna di moschetto da una squadra di omacci inferociti, bestiali, i quali indossavano la così detta onorata divisa del soldato del popolo eletto, dell’Herrenvolk, del superpopolo: il teutonico.

La scena che dopo l’ingresso in cantina di tanti disgraziati si presentò al mio sguardo, fu delle più penose alle quali io abbia mai assistito.

Penso che un branco di lupi famelici, quando capita in mezzo ad un gregge di pecore, usi verso le proprie vittime una ferocia meno accesa, meno sadica di quella dei soldati tedeschi verso i poveri partigiani rastrellati durante le battute eseguite in Val Grande …

I pugni, le pedate, i colpi di calcio di moschetto, le nerbate non si contavano più. Era una vera gragnuola che si abbatteva inesorabile su dei miseri corpi già grondanti sangue per ogni dove, su dei visi già tumefatti per le percosse ricevute in precedenza. Gli aguzzini sembravano presi nel turbine di un sadico furore, in preda al delirium tremens di marca tipicamente teutonica.

Ogni nerbata, ogni colpo era per giunta accompagnato da un grugnito che stava ad indicare la compiacenza dei carnefici.

Una scena orribile, dicevo, con la quale contrastava la nobile serenità dei torturati. Non un grido, non un lamento. Una fierezza diffusa sui volti di tutti. Dal mio posto di osservazione ogni tanto ero costretto a chiudere gli occhi per non vedere. Temevo di impazzire per lo sdegno suscitato in me da tanto scempio, cui ero costretto ad assistere impotente.

Reputo che i patrioti della Val Grande, dopo aver duramente combattuto il nemico sui campo, abbiano saputo sopportare il suo bestiale furore vendicativo con la stessa fierezza e serenità che opposero ai loro aguzzini gli antichi martiri cristiani, i patrioti del nostro e di tutti i risorgimenti.

Il vertice della furibonda esplosione d’odio contro quei poveri partigiani venne raggiunto quando, ordinato loro di stendersi bocconi per terra, i teutonici si misero a pestarli camminandoci sopra con gli scarponi chiodati, grugnendo animalescamente.

[…] Notai che fra i partigiani vi era una donna, di statura media, di colorito bruno, sui venticinque anni. Anche a costei non furono risparmiati i maltrattamenti, anzi, starei per dire che la dose delle angherie sia stata nei suoi confronti maggiore. Mi parve che, quando arrivava il suo turno, il nerbo si abbassasse sulle sue spalle con maggiore furore e più violenti fossero i calci che la raggiungevano da ogni parte. Eppure la coraggiosa donna non solo incassò ogni colpo senza emettere un grido ma, calma e serena, faceva coraggio agli altri giovani, malconci da quella furia bestiale.

[Verso le quindici[12]] … i guardiani diedero un’occhiata alla loro divisa. Alcuni si tolsero la tuta mimetica rimanendo in camicia e pantaloncini marroni. Qualcuno manovrò per prova i congegni dell’arma della quale era in possesso; tutti poi si diedero con fervore a ravviarsi i capelli, guardandosi nello specchietto del quale ognuno era in possesso, ed avendo cura che la scriminatura segnasse un’impeccabile linea retta dall’occipite alla regione frontale sinistra, senza sgarrare di un pelo.

Tutto questo mi dava l’impressione di gente in procinto di recarsi ad assistere ed a prendere parte ad uno spettacolo che si preannunciava assai divertente, e non già di persone che, per contro si accingevano a compiere un eccidio senza nome.

Lo spettacolo che stava per essere ammannito fu subito intuito dalla donna, alla quale ho accennato sopra. Costei si levò in piedi e con fare spontaneo, senza sforzare il tono della voce, direi quasi con amorevolezza, rivolta ai compagni di sciagura, pronunciò queste testuali parole: “Su, coraggio ragazzi, è giunto il plotone di esecuzione. Niente paura. Ricordatevi che è meglio morire da italiani che vivere da spie, da servitori dei tedeschi”. Aveva appena finito di parlare che, infuriato le fu addosso un soldato germanico, che doveva capire un poco di italiano e che del senso delle parole pronunciate, era stato messo al corrente da un militare italiano. (Quale schifo il contegno servile verso i padroni tedeschi dei militi fascisti! Non di tutti per fortuna, perché ne vidi più di uno fremere di rabbia, osservando ciò che di orribile si compieva intorno a lui). La donna fu colpita atrocemente da più di uno schiaffo e da uno sputo sul viso. Non si scompose; incassò impassibile, e poi fiera, e con aria inspirata, quasi trasumanata, disse parole che per mio conto, la rendono degna di essere paragonata a una donna spartana, o meglio ancora ad una eroina del nostro risorgimento: “Se percuotendomi volete mortificare il mio corpo, è superfluo il farlo: esso è già annientato. Se invece volete uccidere il mio spirito, vi dico che è opera vana: quello non lo domerete mai”. Poi rivolta ai compagni: “Ragazzi, viva l’Italia, viva la libertà per tutti!” Gridò con voce squillante.»

A ventidue anni dalla sua fucilazione conosciamo in modo pressoché dettagliato l’ultimo giorno di vita di Cleonice, ma sulla sua vita precedente vi è ancora il vuoto riempito da ipotesi ed illazioni: il cognome è perlopiù indicato erroneamente come Tommasetti  (o Tomasetti) e la sua origine e professione quale “maestra di Milano”.

Cleonice è sepolta nel Cimitero Maggiore di Milano nel “Campo di Gloria” (Campo 64)

Ma soprattutto il vuoto ne favorisce la mitizzazione, una duplice mitizzazione che ruota intorno a due differenti icone: una che possiamo definire “ufficiale” presente in più testi della resistenza, la seconda che potremmo definire “sotto traccia” frutto in buona parte di passaparola orale.

Quella “ufficiale”, sia pur con varianti da testo a testo, ci fornisce l’immagine di una maestra di Milano, unitasi alla resistenza quale staffetta, moglie di un partigiano e incinta di quattro mesi[13]. Icona consolatoria, di fatto funzionale a una ideologizzazione della resistenza che ha teso a uniformare in immagini stereotipate la ricchezza plurale e variegata della resistenza sia militare che civile; frutto certo di una reazione di difesa contro minimizzazioni e attacchi del ruolo della lotta di liberazione, ma difesa fragile e sostanzialmente controproducente.

In quella che ho indicato come “sottotraccia” e che essenzialmente Chiovini fa propria nel 1974 ne “I giorni della semina”[14] si passa dall’eroina partigiana all’icona romantica della donna innamorata che, incurante delle convenzioni (lei 32 anni, lui 18 anni da soli tre mesi), raggiunge il suo amato, per portargli magari un messaggio o un’arma, ma sostanzialmente per poter stare con lui. Amore irregolare per quei tempi (e non solo) e da tener nascosto nei testi ufficiali ma, non per questo, meno chiacchierato. Versione (e mitizzazione) nata evidentemente dal fraintendimento della decisione dei Ciribi – consapevoli della non possibilità per la famiglia lontana di venire a prelevare la salma – di farsi carico, oltre a quelle del figlio, delle esequie di Cleonice. Ma con buona probabilità alimentata anche dall’immagine – che emerge pure nei ritratti fotografici – di una donna bella e determinata: uno degli argomenti privilegiati delle “voci che corrono” e, spesso, delle “male lingue”. Non capiremmo allora, oggi che conosciamo la realtà del suo percorso di vita, il senso della poesia di Dante Strona[15] che fa prevalentemente riferimento a questa seconda versione del mito e che inizia con un verso, Non so se eri una peccatrice, di un insopportabile e altrimenti incomprensibile moralismo.

Nell’ambiguità delle due figure mitiche contrapposte, per molti anni di Cleonice si preferisce parlare il meno possibile. Le cose cambiano nella prima metà degli anni Ottanta. I famigliari del Giudice Liguori acconsentono alla pubblicazione integrale sul numero 2/1980 della rivista Verbanus del suo diario Quando la morte non ti vuole[16], scritto a caldo nel 1944 dopo la sua liberazione e depositato dopo la sua monte (1968) in copia dattiloscritta al Museo del Paesaggio di Pallanza, di cui, come abbiamo visto e riportato, erano noti solo alcuni passi riprodotti da Chiovini.

Giudice istruttore presso il tribunale di Verbania Pallanza, la mattina del 20 giugno 1944, con l’accusa di collaborare con la resistenza viene arrestato e tradotto nello scantinato di Villa Caramora, a Intra, dove il primo pomeriggio viene portato, con spintoni e percosse, un gruppo di partigiani fra cui Cleonice. Colpito dalla fierezza della donna, dalle sue reazioni alle percosse e dal suo atteggiamento di sostegno e incitamento dei compagni, ne riporterà in dettaglio comportamento e parole nel suo memoriale, completandolo con le informazioni raccolte la sera, dopo l’eccidio, dal partigiano anglo-rhodesiano Frank Ellis che, anch’egli tradotto a Fondotoce, viene però risparmiato.

Nel suo memoriale vi è, in particolare, a conclusione della testimonianza su Cleonice, un invito a celebrarne pubblicamente la figura:

«Anima grande! So (per avermelo confidato un poliziotto, un bolzanese che accompagnò il triste corteo fino al luogo dove avvenne l’esecuzione e vi assistette) che, durante tutto il tragitto di circa cinque chilometri da Intra a Fondotoce, essa continuò a conservare una calma ed una serenità incredibile in una donna: e tale calma e tale serenità seppe per virtù dell’esempio, comunicare agli altri suoi compagni di sventura, avanzò per prima verso i carnefici, guardandoli fieramente negli occhi. Le sue ultime parole furono: “Viva l’Italia!”.

Come lei morirono coraggiosamente sotto le raffiche delle mitragliatrici i suoi quarantadue compagni. Ignoro il nome di questa donna, ma farò di tutto, quando tempi migliori e maggior libertà me lo consentiranno per conoscerlo e additarlo alla pubblica ammirazione. Ebbene non vada dimenticato chi ha saputo soffrire e morire con il nome di un’Italia libera, immune dalla peste fascista, sulla bocca e nel cuore. Il ricordo si contrapporrà a quello delle tante donne italiane, che mentre la Patria era prostrata nella polvere della sconfitta, trescavano pubblicamente con il tedesco, al quale non negavano sorrisi, abbracci ed altro.» (p. 173-174)

 

L’interesse per la figura di Cleonice si riaccende e, su proposta del Comitato Unitario della Resistenza, nel 1981 Comune di Verbania e organismi scolastici decidono di intitolarle la Scuola Elementare di Intra alta. Chiovini intraprende per l’occasione la ricerca di testimonianze di chi aveva avuto rapporti diretti con lei. Il materiale raccolto, integrato con anteriori ricerche e con il memoriale Liguori, permette la pubblicazione di “Classe IIIaB. Cleonice Tomassetti vita e morte[17]. Opera fondamentale, non solo perché permette il definitivo passaggio della figura di Cleonice dal mito a una storia documentata, ma anche perché, pur nell’ambito di una pubblicazione di sole 66 pagine, è ricca e densa di significato e di possibili sottolineature. A partire dal titolo che letto superficialmente si limita ad indicare il luogo, la classe, dove Nice è stata imprigionata dopo il suo arresto in Valgrande; ma è anche – direi soprattutto – un riferimento implicito al mito della maestra milanese che viene da un lato demitizzato e dall’altro rinnovato quasi che quella prigionia in un ambiente scolastico l’abbia consacrata quale “maestra” dei suoi compagni nello scantinato di Villa Caramora e lungo quella sorta di via crucis laica che da Intra li ha portati sulla piana di Fondotoce, indicando loro l’atteggiamento e le parole da pronunciare nel momento estremo.

Prendiamo atto, a seguito delle testimonianze riportate, che Nice non era un’insegnante, che non attendeva un figlio, che non era una staffetta partigiana. Aveva frequentato soltanto le classi elementari di una scuola di paese; in quel momento non c’era nessun uomo nella sua vita; soltanto a una settimana prima della sua morte risaliva il suo ingresso nella resistenza militante.

È bene fare giustizia delle inesattezze a suo tempo dette e scritte su di lei; nella sua vera identità, Nice diventa più comprensibile, persino più apprezzabile.”[18]

Edizione del 1994

Chiovini ci invita pertanto ad abbandonare le raffigurazioni precedenti di Nice e, grazie alla sua ricostruzione, possiamo leggere e rileggere la sua vita tragica ed esemplare sotto diverse angolature: quella del contesto socio politico – la povertà e la cultura patriarcale del mondo contadino di origine – che ne predetermina la tragicità del percorso;  quella di un itinerario di formazione – dalla reazione ai soprusi delle famiglie della “Roma bene” alle amicizie ed affetti milanesi – che la porta all’antifascismo e alla decisione di una resistenza attiva; quella più specificamente femminile di una donna risoluta che sa contrapporsi ad una oppressione di genere negli ambiti familiari, sociali e politici.

Mi soffermo sulla dimensione etica: alla base della partecipazione alla resistenza vi è una scelta, per i più dopo l’8 settembre, per alcuni prima. Ebbene, l’intera vita di Cleonice è contrassegnata da “scelte”. Scelte non nel senso banale di opzioni o preferenze, ma nel senso forte, proprio dell’etica, di intraprendere un’altra strada, di non lasciar correre, di non continuare a subire. Allora la “Scelta” è tale quando l’alternativa non è tra due opzioni allo stesso livello, ma propriamente tra “il non scegliere” lasciando che le circostanze e/o altri decidano per noi, e quella del “salto”, della deviazione in altra direzione assumendosene la responsabilità e il rischio[19].

Nice avrebbe potuto continuare a subire la violenza paterna tra le mura domestiche, come a quei tempi e spesso ancor oggi avviene per la pressione del contesto, avrebbe potuto continuare a vivere nell’ambiente romano con almeno il conforto della sorella maggiore nonostante il parto indesiderato le abbia procurato la nomea di “una poco di buono” e ulteriori tentativi di abuso, avrebbe potuto, dopo la morte del compagno Mario, restare a Milano accettando un destino di solitudine, avrebbe potuto dopo l’arresto a Corte Bué negare ogni addebito invece di assumere su di sé anche la responsabilità dei due compagni, avrebbe potuto nello scantinato di villa Caramora e durante il tragitto stare in silenzio, non mettersi ulteriormente in mostra con il suo atteggiamento e le sue parole di sfida e incitamento. Invece in tutte queste situazioni (e probabilmente in molte altre che non conosciamo) Cleonice ha scelto la strada più difficile e rischiosa, aperta ad ogni incognita, consapevole che altrimenti ne avrebbe pagato la sua dignità e la sua libertà.

Con la pubblicazione di Classe IIIaB la conoscenza, almeno nelle linee essenziali, della vita effettiva della Tomassetti è stata recuperata ma questa conoscenza, anche dopo la riedizione del 1994[20], non ha superato l’ambito locale. La figura di Cleonice, al di fuori del nostro ambito territoriale, rimane poco nota e quando se ne parla su testate o pubblicazioni nazionali, anche su quelle legate alla resistenza, i riferimenti sono a quella che abbiamo sopra definito quale versione “ufficiale”[21].

Le cose cominciano a cambiare dopo che l’editore Tararà nel 2010 decide di pubblicarne una nuova edizione, ampliata con due “annotazioni storiche”[22] e affidando, dietro consiglio di Roberto Begozzi, la prefazione a Maria Silvia Caffari che rilegge il personaggio di Nice sfruttando la propria sensibilità artistica e femminile. Non solo: se ne è fatta in un certo senso testimone e portavoce con uno spettacolo teatrale più volte rappresentato[23] e facendo conoscere il testo di Chiovini in ambito nazionale; tra gli altri ne consegna copia al giornalista Aldo Cazzullo che ne riprenderà le vicende in due suoi libri[24] di ampia diffusione nazionale tanto che l’attore Neri Marcorè ne ha letto un brano su questa esemplare figura di donna e patriota di fronte a migliaia di giovani, a Roma, durante il concerto del Primo Maggio 2011.

Cleonice è così diventata, anche a livello nazionale, una delle figure che incarnano il protagonismo femminile nella Resistenza e la molteplicità di percorsi che hanno portato donne e uomini dalle più diverse provenienze alla lotta di Liberazione.

In un recente saggio sulla matrice partigiana della Costituzione lo storico del diritto Giuseppe Filippetta[25] le dedica un paragrafo dal titolo “La sovranità in una borsa”; dopo averne ripercorso le vicende sulla base del testo di Chiovini, analizza le tre fotografie del corteo sottolineando come l’immagine della donna con la sua borsa ne rappresenti il fulcro.

Chi guarda una qualsiasi delle tre foto non riesce a non guardare la borsa di Cleonice; anche se questa è sempre al margine destro della scena, l’attenzione di chi guarda va lì anche perché la borsa è sempre esattamente al centro dello spazio delimitato dalle due aste che reggono il cartello e dal cartello stesso. Lo sguardo va lì, sul margine de­stro della scena, al centro dello spazio tracciato dal cartello, e nelle due mani che serrano la borsa legge la volontà di non abbandonare qualcosa che è prezioso, che non può essere la­sciato agli aguzzini, qualcosa da portare con sé sino alla fine, oltre la fine, per consegnarlo a coloro che stanno guardando la scena e a coloro che guarderanno la foto. La borsa attira la nostra attenzione perché troviamo istintivamente in essa, per la fermezza con la quale è portata, per l’indipendenza dello sguardo che non si piega alle pose nazifasciste, la risposta alla domanda scritta sul cartello: siamo i liberatori dell’Italia. La borsa di Cleonice è il simbolo della scelta di salire in banda che Cleonice ha fatto solo pochi giorni prima e che ha mante­nuto sotto le violenze e le torture con le quali hanno provato a usare il suo corpo per far scomparire la sua scelta. La borsa di Cleonice è la sovranità di chi prende su di sé la paura e la re­sponsabilità della morte per creare un nuovo ordine di liber­tà, e nessuna pallottola può uccidere una borsa, specie se a tenerla tra le mani è una persona che, scegliendo, ha reso in­cancellabile la propria dignità sovrana.[26]

In un altro passo Filippetta ne sottolinea la specificità femminile:

Nella scelta di Cleonice, e in quella di tante donne che partecipano in prima fila alla guerra di liberazione (si pensi al ruolo fondamentale che esse svolgono nella Resistenza emiliano-romagnola e in quella biellese) c’è pure lo strappo con la società tradizionale e con i suoi modelli patriarcali e maschilisti, ci sono la voglia e il coraggio dell’indipendenza rispetto a costumi e convenzioni che vogliono rinchiudere la donna in ruoli comunque subalterni. Anche in questo la Resi­stenza – tutta, non solo quella rossa – è un movimento di libe­razione.[27]

 

Maria Silvia Caffari con il sindaco Gaetano Micaloni

Soprattutto la Caffari, prendendo contatto con l’Anpi di Rieti e con il Comune di Petrella di Salto, ha permesso a quelle terre di riappropriarsi collettivamente della memoria di Cleonice, diventata sempre più la loro “eroina della resistenza”. Il sindaco Gaetano Micaloni nel 2011, anno del centenario della nascita di Cleonice, parteciperà il 19 giugno alla 67a commemorazione dell’eccidio di Fondotoce inaugurando in memoria della compaesana un cippo collocato nell’area dedicata alle Donne della Resistenza e portando i saluti alla manifestazione.

 

Ringrazio in particolare i responsabili della Casa della resistenza che in questi anni hanno saputo custodire la memoria, la figura di Cleonice Tomassetti. Cleonice è nata in un paese dove la terra dura ha temprato il suo carattere, la sua vita fiera e indomita. Io sono venuto oggi a rappresentare la comunità di Capradosso e Petrella Salto e sono qui presenti i familiari di Cleonice Tomassetti.”

Per la prima volta il Comune di Petrella Salto, a novembre in occasione del centenario della nascita, ne organizzerà la commemorazione pubblica. E da allora nel suo Comune e nella provincia di Rieti numerose sono state le iniziative (lapidi, spettacoli, presentazioni librarie ecc.) in sua memoria. Nel 2017 a settembre, in due giorni di celebrazione, viene intitolato “Largo Cleonice” e una targa di ricordo è

apposta sulla sua casa; e si arriva al Concorso “I giovani e la memoria” proposto per l’anno scolastico 2018-2019 dall’Anpi e dalla CGIL reatine, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale, agli studenti di quel territorio che ha vissuto, in particolare nei primi mesi del ’44, le ferite della guerra e dell’occupazione e che si libera dalla presenza nazifascista nel giugno 1944 quando i partigiani entrano a Rieti prima dell’arrivo delle truppe angloamericane[28]. La prima scuola premiata è stato l’Istituto Comprensivo di Petrella Salto che, con le classi della Terza Media, ha realizzato il filmato Come un fiore reciso. Cleonice Tomassetti, partigiana nell’animo che, con la sensibilità tutta femminile delle sue studentesse e la parlata locale di una giovane interprete, ripercorre la vita di una donna fiera, libera e indipendente nonostante le tragedie che hanno costellato la sua vita, ma anche negli affetti e nella ricerca della gioia e della bellezza del vivere.

Nel momento in cui i colpi la falcidiano e cade a terra, il suo “spirito intatto” ritorna alla sua terra e la vediamo salire sulla Rocca di Beatrice Cenci a Petrella Salto per trasmetterci il suo messaggio:

«Oggi più che mai sono antifascista. Morire per delle idee è affascinante. Per un’Italia libera dalla violenza degli uomini. In una terra dove una donna possa scegliere, esprimersi, lavorare, partecipare. Perché la morte non può farmi paura.

Mi rivolgo ai quarantadue uomini che mi hanno accompagnato in questo doloroso corteo: “Coraggio compagni. Facciamo vedere a questi signori come sanno morire gli italiani. Hanno infangato e umiliato il mio corpo in ogni modo, ormai è annientato. Ma il mio spirito è intatto. Viva l’Italia!”.

Raccontate questa storia. Non sono stata una maestra. Non sono stata una staffetta. Tanto meno un’eroina. Questo sono stata: una donna che come tanti altri fiori recisi della mia terra, come la più popolare Beatrice Cenci, ha saputo essere se stessa sfidando la violenza e il pregiudizio. Una donna che ha amato e desiderato la libertà sopra ogni altra cosa al punto da cavalcare e vincere la morte stessa. Una partigiana nell’animo.»

A distanza di 75 anni possiamo dire che Cleonice è definitivamente tornata a casa.

 

E, forse non a caso, qui nel Verbano, nello stesso periodo in cui quel filmato viene presentato e premiato, su WhatsApp viene diffusa, dapprima anonima, un’altra intesa lettura, anche questa femminile, della figura della nostra Nice, partigiana e alchimista[29]. Dopo essere riusciti a conoscerne l’autrice le abbiamo chiesto l’autorizzazione a pubblicarlo.

 

 

 

* Articolo inizialmente scritto per Nuova Resistenza Unita (n. 1/2020) ma, rivelatosi decisamente troppo lungo, su RNU compare in versione ridotta.

 

Cleonice by Nicoletta Immorlica

 

Cleonice by Ruggero Zearo

 

Elisa B. interpreta Cleonice ne “Come un fiore reciso”

[1]Per la via non incontravamo quasi nessuno perché la gente era terrorizzata. Ma chissà quanti occhi erano puntati su di noi dalle persiane delle finestre”: dalla testimonianza di Carlo Suzzi in Orazio Barbieri, I sopravvissuti, Pentalinea, Prato 1999, p. 48.

[2] Carlo Antonio Beretta “Tom” (Monza, 11.07.1913), capitano di fanteria e dal febbraio precedente partigiano del Valdossola, come tutti i partigiani noti fucilati a Fondotoce. [Nota biografica, come le successive, estratta dalla Banca Dati del Centro di Documentazione, consultabile sul sito https://www.casadellaresistenza.it/].

[3] Ezio Rizzato, nato a Pressana (VR) il 27.09.1909, tenente di complemento di artiglieria; si è unito al Valdossola sin dagli inizi della formazione (settembre-ottobre 1943) e vi ha assunto il ruolo di Aiutante Maggiore. È tradizionalmente identificato con il partigiano che regge il cartello alla destra di Cleonice nel lato verso la strada. Suzzi dice invece che Rizzato era vicino a lui più indietro, che portava il cappello di alpino, e che sarà fucilato insieme a lui e a un giovane varesino rimasto ignoto.  Di quello alto che reggeva il cartello racconta invece che, mentre tutti durante la fucilazione erano “… sereni e forti. Soltanto uno, quello alto che portava il cartello, era impazzito. Si era messo a correre per il prato. I Tedeschi lo afferrarono e lo trascinarono a forza vicino a noi. Un tedesco lo tenne per il bavero della giacca ed un altro gli sparò con la pistola sul viso.”  (I sopravvissuti, cit. p. 50)

[4] Sergio Ciribi (Milano 17.03.1926). Era salito in montagna con Giorgio Guerreschi (Milano, 1926) e Cleonice a metà giugno e, subito dopo la prima notte a Corte Bué, catturati nel pieno del rastrellamento. La conoscenza fra Ciribi e Cleonice risale agli inizi del mese (cfr. più avanti la ricostruzione di Chiovini).

[5] Carlo Suzzi “Quarantatré” (Busto Arsizio, 16.07.1926 † 16.07.2017 Bang Lamung, Tailandia) partigiano del Valdossola dal dicembre 1943.

[6] Riportato integralmente in Mino Ramoni, Vincenzo Adreani. Primo sindaco di Verbania. Il sindaco della liberazione (1883-1948), VB/doc, Verbania 2009, p. 64-68.

[7] Nino Chiovini, Classe IIIaB. Cleonice Tomassetti vita e morte, 3^ ed. Tararà, Verbania 2010, p. 39 (Testimonianza di Edvige Uggeri vedova Ciribi). In realtà il “Campo della Gloria” è al Cimitero Maggiore (Musocco): Campo 64 Perpetuo destinato ai Caduti della Lotta di Librazione. Qui riposa la salma di Tomasetti (sic) Cleonice (n. 443); al suo fianco, oltre Sergio Ciribi (n. 444), altri due partigiani fucilati a Fondotoce: Luigi Brown (n. 442) e Franco Marchetti (n. 445).

[8] Classe IIIaB cit., p. 72.

[9] Anita Azzari, L’Ossola nella Resistenza italiana, Il rosso e il blu, Santa Maria Maggiore 2004, p. 74 (riedizione del testo del 1954).

[10] Edito a cura del Comitato Permanente Verbanese della resistenza e del Circolo Nuova Resistenza con il patrocinio del Comune di Verbania nel XX della Repubblica e nel XXII anniversario dell’eccidio di Fondotoce, Verbania giugno 1966.

[11] Verrà pubblicato sedici anni dopo, cfr. sotto nota n. 16. Lo stralcio sotto riportato riprende integralmente quanto riportato da Chiovini in questa opera (p. 53-55) e poi riprodotto nelle varie edizioni de I giorni della semina. Rispetto al memoriale pubblicato anni dopo vi sono alcuni stralci e qualche variante non significativa.

[12] Il memoriale poi pubblicato dice più correttamente “alle cinque” ovvero le diciassette.

[13] I testi principali che hanno veicolato questa mitizzazione sono: Mounier W., L’allucinante racconto di 43, in “La lotta”, Novara giugno 1954; Secchia P. – Moscatelli C., Il Monterosa è sceso a Milano, Einaudi, Torino 1958; Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, vol. II, La Pietra, Milano 1971, p. 387; Addis Saba M., Partigiane. Tutte le donne della resistenza, Mursia, Milano 1998, p. 137. Questa versione, con piccoli aggiornamenti, è ancor oggi, incredibilmente e nonostante le richieste di correzione, riportata sul sito ufficiale nazionale dell’ANPI: https://www.anpi.it/donne-e-uomini/2660/cleonice-tomassetti . Corretta invece su Wikipedia la voce Cleonice Tomassetti.

[14] In Verbano, giugno quarantaquattro (Comitato della Resistenza, Verbania 1966, p. 71 nota 42) Chiovini parlava ancora di “una maestra elementare di Milano, staffetta della formazione Valdossola”, mentre ne I giorni della semina (Comitato per la Resistenza nel Verbano, Comune di Verbania 1974, p. 7 nota 8) – versione immutata anche nelle edizioni successive – ci presenta Cleonice ancora come maestra, di Rieti, non staffetta partigiana, ma semplicemente una donna “salita a Rovegro, dove fu catturata, per rivedere una persona a lei cara, un partigiano che venne poi fucilato a Fondotoce accanto a lei.” Chiovini chiarirà e approfondirà la differenza fra le due versioni in un articolo (Fondotoce fra passato e presente) su Resistenza Unita del maggio 1979.

[15] Ragazza partigiana, poesia datata 22 giugno 1980, riportata da Chiovini all’inizio di Classe IIIaB (p. 5).

[16] Verbanus n. 2/1980, Alberti libraio editore, Verbania gennaio 1981, p. 140-212. Ripubblicato in volume dallo stesso editore nel 1982, annotato da Nino Chiovini, con il titolo Quando la morte non ti vuole. I casi di un giudice istruttore al tempo della grande tormenta. Il rastrellamento in Valgrande del giugno 1944 nel diario di un uomo libero (pp. 113).

[17] Edito dal Comitato Unitario per la Resistenza nel Verbano e con il “Patrocinio del Comune di Verbania in occasione dell’intitolazione della Scuola Elementare di Renco-Righino a Cleonice Tomassetti”, Verbania giugno 1981.

[18] Classe IIIaB cit., p. 65.

[19] Ho esplicitato questa concezione forte di “scelta” richiamandone l’origine nel pensiero di Søren Kierkegaard ed illustrandola con esempi storici e contemporanei in un incontro con gli studenti sul tema del volontariato; l’intervento è reperibile sul mio blog: Modalità della SCELTA e contesto storico.

[20] Sempre a cura del Comitato Unitario per la Resistenza nel Verbano; riedizione, o meglio ristampa, sostanzialmente identica alla precedente.

[21] Ad esempio sul Corriere della Sera del 20 giugno 1994 e, ancor più recentemente, su Patria indipendente del marzo/aprile 2009.

[22] Mauro Begozzi, 20 giugno 1944: tre foto e una variante, p. 77-84; Gianmaria Ottolini, Nice dal mito alla storia, p. 85-92.

[23] Cleonice, Teatrino al forno del pane fondato da Giorgio Buridan, maggio 2011.

[24] Viva l’Italia. Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra nazione, Mondadori, Milano 2010, pp. 93-94; Possa il mio sangue servire. Uomini e donne della Resistenza, Rizzoli, Milano 2015, cap. V, pp. 56-65. I due passi di Cazzullo riprendono il testo di Chiovini correttamente nella sostanza ma con alcune imprecisioni: ad es. il giudice Liguori diventa un “medico antifascista”.

[25] L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione, Feltrinelli, Milano 2018.

[26] Ivi, p. 64-65.

[27] Ivi, p. 170-171.

[28] La documentazione sul concorso e i lavori premiati, introdotti dal tema della memoria e un inquadramento sulla resistenza nella provincia di Rieti, è pubblicata nel volume a cura di Giuseppe Manzo, I giovani e la memoria. Gli episodi della Resistenza a Rieti e in provincia raccontati dagli studenti reatini, Edizioni Funambolo, Rieti 2019. Il libro è dedicato Alla memoria di Cleonice Tomassetti.

[29] Maria Minola, Cleonice Tomassetti, l’alchimista.

La Stella Alpina

Tra le carte di famiglia ho rinvenuto questa tesina universitaria di venticinque anni fa. Oggi è possibile “sfogliare” online tutta la collezione de “La Stella Alpina” all’interno de I giornali alla macchia e questo lavoro può esser lo stimolo per una lettura approfondita di questo come di altri giornali clandestini della Resistenza. Per “un ritorno alle fonti” o anche semplicemente per rivivere in diretta, al di là delle mediazioni, lo spirito di quei tempi.

Ringrazio le autrici per l’autorizzazione alla pubblicazione (go).

 

LA STELLA ALPINA

Giornale clandestino della Resistenza

In Valsesia e nel Verbano Cusio Ossola [1]

di Beatrice Ruffini e Valentina Ottolini

COME NASCE”LA STELLA ALPINA”

Quando nella primavera e inizio estate del 1944 le formazioni Garibaldine della Valsesia, dopo la fase di rastrellamenti in­vernali conclusasi con il gran rastrellamento dell’inizio di aprile, avviano quella liberazione che si spingerà poi fino a Romagnano, già parecchie tipografie collaborano alla resistenza stampando volantini e manifesti clandestini; comincia allora a farsi più forte la necessità di un vero e proprio giornale con uscite più o meno regolari che diventi portavoce delle formazio­ni garibaldine operanti in Valsesia, nel Cusio, nell’Ossola e nel Verbano.

L’idea di mettere in atto il giornale viene al capitano Ciro (Eraldo Gastone) durante la sua permanenza presso il 1° Comando partigiano organizzato su base

                “Ciro” Gastone

militare a Foresto Sesia. La si­tuazione in Valsesia però si capovolge a causa dello scarso ar­mamento e l’idea del giornale deve essere temporaneamente abban­donata.

L’iniziativa viene ripresa dopo il trasferimento del Comando Operativo a Valduggia, località ideale per la sua immagine di paese tranquillo che non desta sospetti e nello stesso tempo in posizione strategica per la sua collocazione a due passi dai centri più abitati della bassa Valsesia (Borgosesia, Serravalle, Grignasco) e lungo l’itinerario che porta al passo della Cremosina che consente il rapido accesso al Cusio (S. Maurizio d’Opaglio, Omegna) e al Borgomanerese (Gozzano, Borgomanero).

Così scrive Moscatelli:

Nella Valsesia e nella Valdossola le condizioni per condurre la guerra partigiana nel complesso erano più favorevoli nella media valle e nella pianura novarese che non in montagna. (…)

In primavera, anche come conseguenza della ripercussione dell’avanzata degli alleati, i Comandi partigiani si orientano a portare la lotta in pianura. Il Comando della VI Brigata decide di spostarsi a valle sia per essere più vicino a quella che sarebbe diventata la zona di operazione, sia per la necessità di trovare sistemazione in una località che non sia più nota a tutti, e che non finisca, quindi, per essere sempre l’obiettivo principale del nemico. Sistemando il Comando in zona avanzata, verso i centri dove l’attività partigiana sarebbe diventata presto molto intensa, si poteva garantire la sua sicurezza più con misure di vigilanza che non col numero di partigiani posti a sua difesa, assicurando il suo collegamento con i reparti mediante un regolare servizio di staffette e lo spostamento continuo dei suoi membri verso le formazioni.

Il Comando della VI Brigata viene spostato a Valduggia nella casa di Angelo Zanotti, un vecchio cascinale ai margini del pae­se che diviene luogo di riunione con i comandanti delle diverse formazioni.

Valduggia, tranquillo e industrioso comune di circa tremila abitanti, incassato nella valle omonima, fu dapprima un nido, un rifugio, per diventare in breve tempo la cittadella dei parti­giani anche se le sue case antiche, le sue nitide chiese, le graziose frazioni sperdute tra le verdi serenità dei boschi, vi conferivano un aspetto quanto mai innocente e pacifico.

A pochi chilometri dalla carrozzabile e dal forte presidio fascista di Borgosesia, controllata pure dal presidio tedesco di Gozzano, Valduggia condusse per più di un anno una intensa, si­lenziosa e ininterrotta vita garibaldina. Vi si stabilì la sede non soltanto del Comando, ma dei servizi, le stazioni radio, l’ospedale, la sartoria, il calzaturificio dei fratelli Barlas­sina, i magazzini, i depositi e più tardi persino la tipografia Stella Alpina.[2]

Lo stesso Capitano Ciro prende parte all’edizione del gior­nale insieme al Commissario Politico Cino (Vincenzo Moscatelli) e ad un gruppo di giovani collaboratori fra cui Pino, il Capo Redattore e Adolfo il tipografo. “La Stella Alpina” vede così la luce il 12 ottobre 1944 con il suo numero 1, anno I, portante la data del 15 ottobre 1944. Essa prende spunto da giornali prove­nienti da Milano quali “Il Combattente“, “L’Unità” e “La nostra lotta“.

Non mancava probabilmente una certa emulazione con le forma­zioni garibaldine del Biellese che dal 1° settembre erano uscite con il loro organo “La Baita“, giornale che diventerà successi­vamente portavoce di tutte le formazioni partigiane del Biel­lese.[3]

La scelta del nome “Stella Alpina” e del corrispondente sim­bolo non è stata difficile: il fiore, da sempre considerato em­blema delle Alpi, dei montanari e degli alpini, era anche il contrassegno dei garibaldini della zona.

La «Stella Alpina» metallica o ricamata era cucita come mo­strina di riconoscimento sulle divise dei garibaldini di quelle valli; ora diventava anche il titolo del loro giornale, simbolo di forza e di resistenza, incitamento a nuove audacie, alla con­quista di più alte vette per la libertà.

«Baita» e «Stella Alpina» erano una necessità non soltanto per i partigiani combattenti ma per le popolazioni delle zone liberate…[4]

Il lavoro editoriale risulta particolarmente difficile sia per la mancanza di fondi che per l’utilizzo di caratteri tipici di una piccola tipografia, gli unici a disposizione; senza di­menticare naturalmente i problemi legati alla condizione stessa di clandestinità.

Dice Angelo Zanotti, l’organizzatore del sistema di sicurezza del Comando segreto di Valduggia:

“…un sotterraneo bene attrezzato, con macchine da scri­vere, radio e tutto, insomma un posto tranquillo. (…) Era una casa che chiunque avesse potuto anche entrare lì, se era chiuso non potevano vedere niente; come dove avevo il magazzino, dove tenevo i materiali, i giornali per la distribuzione, che l’avevo sotto terra: si tirava su una botola e lì sotto poi c’era una sala molto lunga, con degli scaffali; poi sopra questa botola veniva sparso un po’ di terra, un po’ di sabbia, che non si ve­deva proprio niente insomma. (…)

D.: In tipografia avete mai avuto delle difficoltà?

R.: No, si stampava tranquillamente. C’era già prima questa tipografia dei fratelli Tosalli a Valduggia. Era sicura. La not­te in cui si stampava i giornali si raddoppiava la sorveglianza. La sorveglianza [veniva fatta] molto da lontano, che si arrivava quasi a metà strada tra Valduggia e Borgosesia, e poi così anche dalle altre parti, di modo che si facesse in tempo a fare spa­rire tutta la roba che fosse stata in macchina.[5]

Il principale problema da affrontare è comunque quello della distribuzione: bisogna far pervenire pacchi voluminosi e compro­mettenti alle brigate e alle divisioni da dove, a loro volta pervenivano rapporti, “giornali murali” e informazioni dal C.I.P. (Centro Informazioni e Polizia), oltre che le collabora­zioni dei vari scrittori sparsi nei diversi distaccamenti; a tutto questo intenso traffico provvede l’Ufficio di Smistamento diretto dallo stesso Angelo Zanotti. I collegamenti e il tra­sporto dei giornali viene garantito dalla preziosa collabora­zione di ragazze che riuscivano a passare inosservate ai posti di blocco tenendo nascoste le pile di giornali in borse e gerle ricoperte di verdure, fieno o magari di “funghi porcini”.

 

COME È ORGANIZZATA

La Stella Alpina” inizialmente è l’organo del Comando Unifi­cato delle Brigate Garibaldine della Valsesia, del Cusio, del­l’Ossola e del Verbano comandate da Cino Moscatelli. Successiva­mente diventerà l’organo di tutte le formazioni (Volontari della Libertà). Come “Direttore Responsabile”, nonostante la condi­zione di clandestinità, si è comunque firmato lo stesso Moscatelli.

Essa fa parte del complesso panorama della stampa delle For­mazioni Garibaldine (si contano almeno 100 giornali) facilmente riconducibile ad una tematica unitaria per il rapporto più co­stante delle formazioni locali con la direzione centrale e per una maggiore circolazione della stampa di partito. In realtà questo tipo di pubblicazione è principalmente opera dei Commis­sari Politici e dei Comandanti di Divisione che sono più pre­senti e attivi rispetto a quelli delle altre formazioni.

La Stella Alpina“, che continuerà ad uscire come settimanale di informazione anche nel dopoguerra, si presenta inizialmente come quindicinale a stampa di grande formato, quasi sempre di due pagine strutturato, tenendo conto delle condizioni di diffi­coltà sopra ricordate, con grande professionalità. Si distingue tipograficamente per le caratteristiche di una moderna testata locale.

Si rivolge in primo luogo ai partigiani combattenti, ma progressivamente presta attenzione al pubblico più vasto dei collaboratori, simpatizzanti e, quando la situazione lo consente, al­le popolazioni delle zone liberate. Afferma a questo proposito Domenico Tarizzo, distinguendo la stampa partigiana di montagna da quella di città:

E qui ci accostiamo intimamente al compito della stampa par­tigiana: compito vario e complesso, ma con un unico obiettivo fondamentale: l’avvio di un dialogo tra l’italiano oppresso dal fascismo, e un mondo di idee che nel frattempo ha continuato ad andare avanti.

Funzione della stampa militare tradizionale è di creare, o di contribuire a creare, uno spirito di corpo. Anche la stampa par­tigiana deve assolvere a compito analogo, ma mutato è il signi­ficato di «spirito di corpo», mutato è (in certi limiti) lo sti­le, mutate sono le prospettive. (Per averne un’impressione abbastanza pertinente e sincronica, basta sfogliare uno dei do­cumenti non dico dell’altra parte della barricata, del nemico, ma dell’alleato, del fratello dall’altra parte del fronte, del Corpo Italiano di Liberazione di inquadramento monarchico-badogliano che risale l’Italia al fianco degli angloamericani). Per un foglio partigiano, il «corpo» è, almeno potenzialmente, l’intero popolo italiano: ed è questo pubblico che l’anonimo articolista ha sempre davanti agli occhi, più che i limiti so­vente angusti della propria Formazione. Qui è la svolta inedita, la novità. Date le condizioni precarie dell’arruolamento parti­giano, il patto di volontariato può essere infranto in ogni mo­mento, se solo vien meno lo slancio, la fiducia di contribuire a fare una storia d’Italia diversa. In particolare la stampa di montagna ha quindi la funzione di spiegare e approfondire i motivi di una scelta che poteva anche essere emozionale, fondata su un calcolo di sopravvivenza (sfuggire alla deportazione in Germania; sottrarsi alla leva fascista), o su un moto di subita­nea indignazione (ribellione alle violenze di tedeschi e fasci­sti).

Alquanto diversa la funzione della stampa di città, in genere più politicizzata, nel senso di una maggior interdipendenza dal pensiero dei partiti (…).” [6]

 

La funzione della “Stella Alpina” è pertanto quella di for­nire le direttive militari, gli articoli di informazione poli­tica spesso derivati dagli organi ufficiali di partito, e un’ampia informazione sulla guerra articolata in diverse rubri­che:

  •  Brigata degli eroi“: rubrica in evidenza grafica nelle cui colonne vengono elencati i nomi dei caduti con indicazione di data e luogo di nascita e del luogo, data e modalità del decesso. Contiene inoltre l’invito ai lettori a colla­borare fornendo notizie utili riguardo di episodi di eroi­smo ignorati.
  •  Bollettini di guerra“: comunicati periodici, indicati con numero progressivo, sullo svolgimento dettagliato, giorno per giorno e suddivisi per zona (Zona Valsesia, Zona Os­sola) delle operazioni militari emessi dalle sezioni del Comando Raggruppamento Garibaldino della Valsesia e Valdossola.
  • Giornali murali“: pubblicazione, a partire dal terzo nu­mero (15 novembre 1944), di estratti di giornali murali dei diversi reparti con lo scopo di portare a conoscenza del maggior numero di lettori questa iniziativa. Il fatto che molte formazioni vedano riportati o citati i propri giornaletti costituisce senza dubbio un incentivo per co­loro che non avevano ancora iniziato questa consuetudine.

 Sono ancora pochi, troppo pochi, i giornali murali nei no­stri reparti. Eppure, se interrogate un partigiano qualsiasi su qualunque argomento, ha sempre un sacco di cose da dire. Fuori, ragazzi, le vostre lamentele, la vostra critica, i vostri sugge­rimenti, i vostri consigli, i vostri pensieri! Fuori i vostri desideri, le aspirazioni, l’entusiasmo delle vostre battaglie, le fatiche dei servizi, la stanchezza delle lunghe camminate! Scrivete di voi, del vostro reparto, della vostra vita, dei vo­stri rapporti con le popolazioni. Dite a tutti le vostre neces­sità di lotta, il vostro amore per la patria, il vostro bisogno di libertà. Fate che in ogni reparto ci sia il vostro giornale murale a documentare la vostra volontà di vittoria e resurrezione.

Nelle nostre segnalazioni è di turno il «Giornale Murale n. 2» del II Btg. «Peppino» della 118a Brig. «Servadei». Questo foglio è uscito di sorpresa, senza il benestare del Comando di Brigata, quindi è merce di «contrabbando». (…)

«Gloria eterna agli eroi caduti per la patria» -Si scrive per Kurzkaia Megona, caduto nell’assalto al presidio di Borgosesia – «Ma tu hai fatto qualche cosa di più per la Tua Patria: hai insegnato ai partigiani il vero significato della, parola Patria».

Il partigiano Tito (il quale, tra parentesi, assicura di non essere il grande Capo dei Parti giani Jugoslavi) scrive con sen­timento nostalgico il raccontino «Notte in baita»; (…)”.[7]

 

Altra caratteristica importante della “Stella Alpina” è la sua funzione propagandistica attraverso la quale ci si rivolge al mondo civile in cerca di una sempre più vasta collaborazione e partecipazione. Azione resa ancora più incisiva dal tono enfatico degli articoli, soprattutto di quelli posti in prima pagina che oscillano tra l’articolo di fondo politico e il vero e pro­prio proclama che denuncia ed invita alla mobilitazione.

Il giornale, nato come “Organo del Comando Raggruppamento Garibaldino del Sesia – Cusio – Ossola e Verbano“, si qualifica, a partire dal n. 4, anno II del 21 marzo 1945, come il “Giornale dei Volontari della Libertà del Sesia – Ossola – Biellese“, diventando così rappresentante di un movimento più vasto sia sul piano territoriale, includendo il biellese, che politico e militare, rappresentando ora l’intero movimento partigiano.

 

“LA STELLA ALPINA” E LA “REPUBBLICA DELL’OSSOLA”

L’Ossola era stata liberata il 10 settembre 1944; viene for­mata una “Giunta Provvisoria amministrativa per la città di Do­modossola e territori liberati circostanti” (la cosiddetta “Re­pubblica dell’Ossola“) che dura trentacinque giorni fino al 14 di ottobre quando Domodossola viene rioccupata dai nazifascisti dopo quattro giorni di attacchi lungo le due direttici della Val Cannobina-Val Vigezzo e della Bassa Ossola.[8]

I partigiani, nel complesso circa duemila combattenti, cui si sono aggiunti

oltre duemila civili che in quelle settimane si erano parti­colarmente esposti per la loro impegnata attività politica e so­ciale nell’ambito di quella che il giornale nazista <Das Reich> del 3 novembre equiparava addirittura – evidentemente esage­rando – all’insurrezione di Varsavia[9]

sono costretti ad abbandonare la città. La Divisione “Valdossola” ripara col suo comandante (Superti) in Svizzera, la Divi­sione “Valtoce” dopo la morte del Comandante Di Dio si divide parte in Svizzera e parte in Ossola. La resistenza nella zona poteva comunque ancora contare di una forza di circa 1200 uomini: della Brigata “Battisti” della Divisione “Piave” e di squadre mobili della II Divisione “Garibaldi” ripiegate nelle valli tra l’Ossola, il Cusio e la Valsesia (Val Antrona, Val Strona).

Il primo numero della “Stella Alpina” compare il 15 ottobre 1944 nello stesso giorno in cui si riunisce a Premia per l’ulti­ma volta il Comando Militare Unificato dell’Ossola (CUZO)[10] in cui si decide di rinunciare alla strategia di difesa. Sui “Bol­lettini di guerra” del giornale vengono riportate sinteticamente tutte le azioni che riguardano l’occupazione dell’Ossola, la formazione del Governo provvisorio, i molteplici attacchi delle squadre partigiane con i corrispettivi successi e insuccessi fino all’inizio della riconquista nazifascista (attacco in Val Cannobina del 10 ottobre).

In risposta ad un giornale fascista che dopo la rioccupazione di Domodossola aveva ironizzato con il Governo Provvisorio, de­finendolo uno “staterello“, con un articolo intitolato “Ossola eroica, uno «staterello» che ci ha insegnato” pubblicato sul n. 3 del 15 novembre 1944, la “Stella Alpina” ricorda il ritorno dei fascisti ad ottobre elogiando il comportamento e la tenace difesa delle formazioni partigiane. Anche le sconfitte servono purché i capi militari e politici sappiano trarne insegnamento sul piano della capacità di guida tattica e strategica e nella azione politico amministrativa. In caso contrario

… non si potrà evitare che gli esponenti dei partiti si impongano a quella che invece deve essere espressione della vo­lontà popolare se tale volontà rimarrà per incuria un’espressio­ne soltanto. Indispensabile quindi è lo sviluppo delle Istitu­zioni democratiche (…) che porti alla superfice quelli che dovranno essere domani gli esponenti popolari veramente degni di tale nome per le intrinseche qualità che li distinguono.[11]

  Cino Moscatelli a Novara (30.04.45)

Si tratta evidentemente di una implicita critica alla espe­rienza politica del “Governo Provvisorio” che riflette, nel di­battito sulle zone libere, la posizione garibaldina e in parti­colare quella di Moscatelli, più favorevole ad una “guerra di movimento”.[12]

Sullo stesso numero a conferma di quanto sopra affermato è riportata una scaletta – promemoria di un Commissario Politico (Pron del 2° Battaglione, 10a Brigata, II Divisione) che costi­tuisce una sorta di programma politico di massima:

Attività politica – non basta l’entusiasmo – occorre formarsi una coscienza politica – rinfrancare e schiarire le proprie idee – non disgregarsi domani – difendere i programmi del popolo – perché combattiamo – la nostra libertà reale e non teorica come tante democrazie attuali – cenno alla democrazia svizzera – basta con le cricche – da sudditi a cittadini – partecipazione alla cosa pubblica – critica base fondamentale – combattere le ambizioni, gli arrivismi e le camorre – onestà e sincerità – non ricadere nel regio esercito“.[13]

 

“LA STELLA ALPINA” DURANTE LA LIBERAZIONE E NELL’IMMEDIATO DOPOGUERRA

La Liberazione è preannunciata da un numero doppio degli ini­zi di aprile datato “Pasqua 1945” che porta un grosso titolo:

INSORGI CHE È L’ORA!”

Si tratta di un vero e proprio appello alla mobilitazione generale militare e civile contro il nazifascismo:

“E’ l’ora! L’ora che da tanti mesi il popolo sta attendendo è per scoccare. La lotta durissima e sorda che ha voluto tanto sangue generoso sta per volgere decisamente al suo termine. I bruti d’oltralpe e i rinnegati interni hanno ormai i giorni con­tati, le ore contate: insorga unito tutto il popolo, per farla finita per sempre!

La Vittoria radiosa, la VITTORIA tutta maiuscola, perché fi­nalmente è la nostra, quella vera, quella giusta, quella del po­polo, sta d’innanzi a noi, ci tende le braccia. L’abbiamo tanto invocata in cento canti di battaglia e in mille azioni di lotta eroica! Ormai la stiamo per avere in pugno.

È l’ora decisiva per tutti quanti! L’ora che non consente indugi, che non ammette defezioni. (…)

Insorgi, ch’è l’ora! Dovete insorgere tutti come un sol uomo, insorgere in massa, con tutte le armi e con tutti i mezzi di lotta! Insorgere e far piazza pulita! (…)

Tutte le armi sono buone. E il popolo, nella sollevazione in massa, nell’azione simultanea, ha in mano i mezzi di lotta e le armi più efficaci. Non vi è più alternativa. Muoia il barbaro perché l’Italia possa vivere. (…)

Insorgi, ch’è l’ora! Col ferro e col fuoco nella lotta! Fac­ciamola finita con la Gestapo, le SS, le Brigate Nere!

Nelle officine e negli opifici si scioperi in massa. Fuori tutti contro i barbari! Tornino alla luce per i plufer e le ca­rogne fasciste i vecchi fucili e le rivoltelle nascoste, le bom­be a mano e i pugnali. Ogni arma è buona: anche un sasso, anche una roncola. Il nemico, ormai demoralizzato, deve essere bat­tuto! Non lasciamogli scampo!

I muri di tutte le case si riempiano di scritte:

È l’ora! È la fine!

Addosso ai plufer! Morte gli aguzzini fascisti!

Italiani, insorgete! 4 Novembre!

Tutti, tutti compiano il loro dovere. (…)[14]

Meno enfatico, ma forse più efficace un articoletto di fondo pagina intitolato “Vento d’aprile” probabilmente indirizzato più ai combattenti che alle popolazioni; lo riportiamo per intero.

 

“VENTO D’APRILE.

Ricordate le dure notti di quest’inverno? La neve cadde da dicembre a febbraio. Le strade bloccate, le scorte esaurite. Tre lunghi mesi di gelo, che non finivano mai. Per avere le muni­zioni, non c’era che d’andare a prendersele nei fortini nemici. La luna ti faceva un brutto servizio.

Ma stringemmo i denti e … la cintola. I tedeschi stavano al caldo ed a pancia piena con la roba rubata nei paesi; noi rial­zavamo il bavero e battevamo i piedi sulla neve per scaldarci.

Una vecchia canzone alpina saliva sui fuochi dei nostri ra­pidi bivacchi: Se avete fame, guardate lontano!

Ora tutto ciò è passato!

Sembra un sogno davvero, abbiamo vinto ancora! Tutto il Po­polo ci ha assistiti. Non c’è più bisogno di tante maglie, co­perte ce ne sono. Ci sono armi e munizioni. Le Brigate sono più forti che mai. Sono diventate un vero e proprio esercito, l’esercito della Libertà.

La fame, il terrore, il delitto hanno sollevato il Popolo delle città. Gli scioperi, le manifestazioni di strada, prelu­dono all’insurrezione generale ed aperta! I tedeschi lanciano all’attacco i loro «gorilla», pagati con denaro italiano, ma essi preferiscono ubriacarsi nei paesi e torturare gli inermi nelle prigioni.

Presto torneranno le foglie, e per tutti i bastardi, tutti gli oppressori e i rinnegati sarà finita! Come un impetuoso ven­to d’aprile scenderanno le belle Brigate per la battaglia defi­nitiva. Il nostro impeto è già furore!

Italiani, la finiremo presto con i cani bastardi. Avete la nostra parola!” [15]

             Anno II, n. 12 (13.05.1945)

Già dal 24 aprile 1945 “La Stella Alpina”, riportante la data del 20 aprile, viene resa pubblica ed esposta nelle edicole dove la gente accorre numerosa per averne almeno una copia; ma il primo numero da testata ufficialmente libera e non più clande­stina porta la data del 27 aprile, edizione dedicata interamente alla ormai completata liberazione d’Italia.

Naturalmente ora che non è più clandestino, alcune caratteri­stiche del giornale, già da questo numero, cambiano:

  • da quindicinale diventa settimanale;
  • a fondo pagina reca l’indirizzo della tipografia di Va­rallo Sesia che lo stampa;
  • c’è la possibilità di riceverlo per abbonamento ordinario annuo a L. 100;
  • le inserzioni possono essere fatte pagando L. 30 per riga;
  • aumenta il numero delle fotografie inserite grazie alla maggiore disponibilità di fondi (ad esempio la rubrica “Brigata degli Eroi” viene sostituita da “Martiri ed eroi” dove l’elenco dei nomi dei caduti è affiancato dalle loro fotografie).

Da qui in avanti il giornale avrà un numero sempre maggiore di lettori e la redazione si sposterà prima a Novara in Via Gau­denzio Ferrari 13 e successivamente, dal 1° luglio 1945, a Mi­lano, data la sua diffusione anche in Lombardia per il ritorno nei luoghi d’origine di molti partigiani e sfollati.

Dal 16 settembre le trasformazioni saranno tanto radicali che l’edizione sarà indicata come n. 1, anno I e la testata cambierà in quello di “La Squilla Alpina”, diventando da “Giornale dei Volontari per la Libertà” a “Settimanale Indipendente di Infor­mazioni Politiche, Economiche, Culturali e Sportive”, cambiando non tanto nella grafica quanto nei contenuti.

La testata “La Stella Alpina” verrà ripristinata nel febbraio del ’46 e il giornale continuerà ad essere pubblicato sino al 2 giugno 1950 come settimanale di informazione.

 

 

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[1] Tesina di “Storia contemporanea” all’interno del “Seminario sulla resistenza” condotto dal Prof. Pietro Angelo Lombardi. Università degli studi di Pavia, Anno Accademico 1995/96.

[2] P. SECCHIA – C. MOSCATELLI, Il Monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese nella Valsesia e nella Valdossola, Torino, Einaudi, 1958, pp. 223-224.

[3] “«Baita», uscita all’inizio come foglio della L Brigata «Nedo», diventò poi l’organo di tutte le formazioni partigiane biellesi. La «baita», caratteristica abitazione dei montanari delle Alpi piemontesi, con il suo odore caprigno, i suoi muri sconnessi fatti di legno o di roccia, dalle mille fessure dove il vento gelido penetra e si fonde col fumo denso del focolare, era stata il primo rifugio delle
schiere di giovani che saliti in montagna avevano trovato gli anziani a indicare loro la via del combattimento. La «baita» era stata il ricovero, la caserma, la fucina dove si erano formati i partigiani, nella baita avevano trovato il riposo dopo il combattimento, l’infermeria per curare le ferite, la scuola che aveva insegnato loro molte cose sempre tenute nascoste dal fascismo con l’inganno e la menzogna. Poi le baite erano state distrutte, incendiate dalla furia teutonica che tutto aveva travolto e rovinato nella stolta illusione di sterminare i patrioti; ma il loro nome tanto caro era rimasto nel cuore di ogni partigiano. La baita era il sogno del tetto natio, della famiglia lontana, l’aspirazione ad avere una casa, un avvenire, a
vivere finalmente in un Italia libera e rinnovata. Il primo numero di “«Baita» regolarmente stampato uscì il 1° settembre 1944, e fu per ogni combattente, e per le popolazioni stesse tra le quali veniva diffuso, un’altra prova che la vittoria era prossima, che il movimento partigiano non era più un insieme disordinato di bande, ma un vero esercito, con le sue armi, le sue bandiere, le sue divise, con i suoi martiri ed eroi, con la sua grande fede, ed ora anche con il suo giornale.” (P. SECCHIA – C. MOSCATELLI, cit., pp. 423-424).

[4] P. SECCHIA – C. MOSCATELLI, cit., p. 424.

[5] C. BERMANI, Pagine di Guerriglia. L’esperienza dei Garibaldini della Valsesia, Milano, Sapere Edizioni, 1971, pp. 542 – 547.

[6] D. TARIZZO, Come scriveva la Resistenza. Filologia della stampa clandestina 1943-45, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 6-7.

[7] “La Stella Alpina”, anno II, n. 5-6.

[8] La Repubblica dell’Ossola (aspetti militari) in AA.VV., Le zone libere nella Resistenza Italiana ed Europea. Relazioni e comunicazioni presentate al Convegno Internazionale di Domodossola. 25-28 settembre 1969, Istituto Storico della Resistenza in Provincia di Novara e in Valsesia, Novara 1974, pp. 147-162.

[9] M. PACOR, La Repubblica dell’Ossola (aspetti politici), in AA. VV., Le zone libere ecc. cit. pp. 163-178.

[10] In G. MAGGIA, cit., p. 162.

[11]La Stella Alpina” anno I, n. 3.

[12] Cfr. il capitolo “Pro e contro della «zona libera»”, in C. BERMANI, cit., pp. 499-526 e in particolare, sull’Ossola, pp. 517-519.

[13]La Stella Alpina“, anno I, n. 3.

[14] “La Stella Alpina”, Anno II, n. 5-6.

[15] Ibidem.

Tomassetti Cleonice, l’alchimista*

di Maria Minola

Sulla baita di Corte Bué in Val Grande, dove tu, Cleonice, nel giugno del ’44 hai trascorso la notte prima di essere catturata dai nazifascisti, è apposta una targa che riporta una poesia a te dedicata. Ti citiamo i commoventi versi finali: “… pura e benedetta come noi ti veneriamo, in silenzio, nostra cara, santa partigiana”. E lo sconcertante verso d’apertura “Non so se eri una peccatrice o un’allodola sul solivo…”.

Cara Nice, ti osserviamo nella fotografia che ti ritrae fiera regina sotto un’italianissima corona di ricci bruni e ti chiediamo di lasciare a noi donne la possibilità di renderti giustizia.

Entreremo in punta di piedi nell’anonimo capitolo della tua breve infanzia trascorsa nel nascondimento di un povero paese laziale, di una povera casa e di una famiglia in cui la sopraggiunta mancanza della madre l’ha resa ancor più povera negli affetti.

Prenderemo anche a prestito la risposta del ragazzo sconosciuto a cui, in seguito, chiederai di poterlo seguire per raggiungere la Val Grande. Te la ricordi, Nice? “Non è possibile, il posto dove vado non è un posto per donne!

Ritorniamo pure ora nella tua casa paterna come modello di posto sicuro per le donne, quando, una volta richiusa la porta alle spalle, si chiude fuori il pericolo, il nemico, la guerra. Ma il tuo nemico non è fuori, è dentro, e tu, orfana dello sguardo vigile della tua mamma, non immagini neppure che abbia il volto della persona che più di ogni altra dovrebbe proteggerti. I maschi, che fanno i soldati, ci illustrano l’oscenità della guerra usando termini come sovvertimento, invasione, sottomissione, devastazione e annientamento. Noi chiudiamo gli occhi per non dover vedere tutto questo passare, nel silenzio della tua casa, sul e nel tuo corpo di giovanissima donna.

Ora sei tu che puoi spiegare ai maschi, che fanno i soldati, la mostruosità della guerra e, in aggiunta, anche i suoi effetti collaterali: profuga cerchi salvezza nell’anonimato della capitale, là dove, al servizio presso le belle dimore borghesi, la tua condizione di ragazzina che diventerà madre darà adito a giudizi malevoli e approcci volgari.

Cara Nice, compagna di viaggio di noi donne, se il luogo della nostra vita è il nostro corpo, ciò che ti rimarrà per sempre a ricordo della sua terribile invasione è un Piccolo Essere diventato subito un piccolo lutto.

Ti avevamo promesso giustizia, Nice, ma preferiamo lasciare parlare te, nel tuo dolce accento romanesco, perché nessuna nostra parola può aggiungere qualcosa a queste tue, pronunciate anni dopo davanti ai tuoi torturatori nei famigerati sotterranei di Villa Caramora, a Intra. Cambia lo scenario, uguale la sostanza.

Se percuotendomi volete mortificare il mio corpo, è superfluo il farlo: esso è già annientato. Se invece volete uccidere il mio spirito, vi dico che la vostra opera è vana: quello non lo domerete mai”.

Carissima Cleonice, “gloriosa nella vittoria” – come sta a significare il tuo nome -, sei arrivata davanti al plotone di esecuzione, unica donna dei 43 martiri. La Bellezza potente del Femminile si esprime attraverso le tue ultime parole: “Viva l’Italia, viva la libertà per tutti”.

Ecco, è quell’aggiunta inaspettata “per tutti” che noi troviamo sublime. Con grande lucidità tu invochi libertà anche per chi la sottrae agli altri, per chi l’ha sottratta brutalmente a te e, soprattutto, per chi si crede libero e non sa di averla persa.

Come hai saputo trasformare il fango che ti circondava nel diamante della tua scelta libera, ora con questo grido trasformi il piombo che ti uccide in oro puro.

Cleonice Tomassetti, nostra partigiana, e alchimista.

                                      Corte Bué

* Anticipazione, concordata con l’autrice, della pubblicazione sul n. 1/2020 di Nuova Resistenza Unita, numero dedicato al protagonismo delle donne nella Resistenza.

 

Jorge Icaza romanziere ecuadoriano

Jorge Icaza

Le edizioni Elliot hanno di recente pubblicato una nuova traduzione italiana del romanzo più conosciuto di Jorge Icaza (Quito1906 – 1978): Huasipungo[1]; quella precedente, delle edizioni Nuova Accademia, a cura di Giuseppe Bellini, risalente al 1961, era pressoché introvabile. Di ritorno dall’Ecuador ne avevo portato, insieme ad altri testi, una copia in lingua originale che allora non ero riuscito ad ultimare per poca esperienza con i testi in spagnolo e, in particolare, la presenza di molte espressioni in quechua.

 

Il “boom” del romanzo latino-americano

Parlando oggi di un autore latino-americano, non si può ignorare quello che è stato il “boom” del romanzo degli anni ’60. Una sua efficace ricostruzione “dall’interno” la dobbiamo al cileno José Donoso[2]: Storia personale del “boom”[3] pubblicato nel 1972, l’anno prima del sanguinoso Colpo di Stato.

Ciò che caratterizzava la letteratura latino-americana precedente agli anni ’60 era l’isolamento e un regionalismo nazionalistico ristretto ai singoli paesi.

“Prima del 1960 raramente si sentiva parlare di «narrativa ispano-americana contemporanea» da parte di persone non specializzate; esistevano romanzi uruguaiani, ecuadoriani, messicani e venezuelani. I romanzi di ciascun paese rimanevano confinati nelle proprie frontiere, limitandosi la loro celebrità e competenza, nella maggioranza dei casi, a un fatto locale. […] Per chi non l’abbia vissuto […] riesce impossibile immaginare le condizioni d’isolamento in cui si trovavano i narratori latino-americani appena dieci anni orsono, l’asfissia della mancanza di stimolo e di risonanza.”[4]

Ogni paese aveva i suoi “padri”, i suoi classici nazionali pubblicati, studiati e imposti quale canone nelle università[5]:

“Mentre il mondo dei giovani si espandeva attraverso letture e impegni miranti soprattutto ad abbattere le frontiere, gli scrittori folcloristici, di costume e regionalisti, affaccendati come formiche, cercavano invece di consolidarle, queste frontiere, tra regione e regione, tra paese e paese, per renderle inespugnabili, ermetiche, di modo che la nostra identità, che essi evidentemente vedevano come qualcosa di fragile, di confuso, non venisse a spezzarsi, a dissolversi. Con lenti d’entomologo si misero a catalogare la flora e la fauna e i detti inconfondibilmente nostri, e un libro veniva giudicato «buono» se riproduceva con fedeltà questi mondi autoctoni, quelle cose specifiche che ci differenziavano – ci separavano – da altre regioni e da altri paesi del continente; una sorta di «virilismo» sciovinista a prova di bomba.”[6]

Il processo successivo viene definito da Donoso come la “internazionalizzazione della narrativa ispano-americana degli Anni Sessanta”[7]; internazionalizzazione nel duplice senso di circolazione, conoscenza e scambio reciproco fra gli autori latino-americani e di apertura verso le letterature contemporanee in particolare nord-americane ed europee. L’autore che, dal suo punto di vista, contribuì maggiormente a questa internazionalizzazione fu il messicano Carlos Fuentes che già nel 1958 aveva pubblicato La región más transparente[8].

“L’elemento che forse più mi ha colpito ne La región más transparente è stata quella sua non accettazione di una realtà messicana univoca, il rifiuto – e la sua utilizzazione letteraria – della falsità, delle apparenze. Il suo non era atteggiamento di documentazione, come quello dei narratori che mi circondavano, ma di indagine.”[9]

“L’unità della narrazione era sempre stato per me un concetto sacro: ricordo che fra coloro della mia generazione in Cile, i massimi aggettivi elogiativi, parlando di questo o di quel libro, erano «rotondo» o «compiuto». Non si aveva idea che Umberto Eco, nel 1962, aveva pubblicato Opera aperta. E questo mirabile libro di Carlos Fuentes nulla aveva di chiuso, né di semplice, né di documentaristico, essendo anzi una sintesi di tutte le bastardaggini e di razza, e di gusto, e di linguaggio e di forma: l’artifizio prevaleva sulla naturalità e l’immaginazione soggiogava il realismo senza obbedire a unità pre-narrazione di alcun genere, ma solo a una poderosa ottica personale.”[10]

Lo stesso Fuentes fu tra i numerosissimi intellettuali e scrittori latino-americani che parteciparono nel 1962 al Congresso degli Intellettuali dell’Università di Concepción in Cile: da quel momento, afferma Donoso, una intera generazione di scrittori smise di pensare e di scrivere in termini nazionali ma rivolgendosi a “milioni e milioni di lettori che compongono l’area di lingua spagnola, e spezzando le frontiere così chiaramente delineate, inventare una lingua più ampia e più internazionale”[11].

L’altro aspetto emerso a Concepción, sia nell’intervento di Fuentes che di molti altri e che improntò –almeno sino al 1971 quando il poeta cubano Heberto Padilla fu accusato e arrestato per “attività sovversive” – la pressoché totalità degli scrittori, fu l’adesione entusiastica alla rivoluzione cubana.

“L’infinita quantità di scrittori, appartenenti a tutti i paesi del continente, dichiararono unanimemente la propria adesione alla causa cubana. Penso che quella fede e unanimità politica – o quasi unanimità – fossero allora, e abbiano seguitato a esserlo fino allo scoppio del caso Padilla, uno dei grandi fattori dell’internazionalizzazione della narrativa ispano-americana, unificando mire e mete, fornendo una struttura ideologica alla quale ci si potesse più o meno avvicinare – raramente discostare del tutto – e dando per un certo tempo la sensazione di una coesione continentale.”[12]

Questo processo di internazionalizzazione della letteratura latino-americana, secondo Donoso si incarna principalmente in quattro autori e in tre fasi: l’argentino Julio Cortázar con i suoi racconti fra i quali emerge Las babas del diablo[13] (1959) – cui si ispirerà Michelangelo Antonioni per il film Blow Up(1966) – e il suo successivo romanzo Rayuela (1963)[14]; seguono Carlos Fuentes – di cui abbiamo detto – e il peruviano Mario Vargas Llosa con La ciudad y los perros (1962)[15]; e arriviamo alla terza fase, quella vera e propria del “boom” con Cien años de soledad (1967) del colombiano Gabriel García Márquez che ha fatto anche identificare l’insieme della narrativa latino-americana degli anni ’60 con il cosiddetto “realismo magico”. Il suo successo internazionale fu tale che si riflesse sull’insieme degli scrittori latini di quegli anni e favorì anche la riscoperta di alcuni autori di poco precedenti – il “proto-boom” nella definizione di Donoso[16] – tra cui spiccano  Jorge Luis Borges argentino, Juan Rulfo messicano, Alejo Carpentier e  José Lezama Lima cubani, Juan Carlos Onetti uruguaiano.

Marcelo Chiriboga (con il bicchiere) di fianco a Márquez e altri scrittori (da “Un secreto en la caja”)

Nella sua Storia personale del “boom” Donoso non cita nessuno scrittore ecuadoriano. Sarà nel 1981 che cita, nel suo romanzo El jardín de a lado, Marcelo Chiriboga, autore in particolare di La línea imaginaria (1969, opera dedicata al conflitto per il confine fra Ecuador e Perù), quale principale rappresentante ecuadoriano del “boom”. Chiriboga sarà poi citato da Fuentes e da numerosi altri scrittori; il regista Javier Izquierdo gli ha dedicato un documentario: Un secreto en la caja (2017) considerandolo il «più grande scrittore contemporaneo dell’Ecuador». Non è però possibile leggere La línea imaginaria né le altre sue opere (Jardín de piedra, 1963; Diario de un infiltrado, 1973; La caja sin secreto, 1978: La caja secreta, s.d.) perché non sono mai state scritte in quanto Chiriboga è una invenzione letteraria – figura tipica della letteratura ispano americana e in particolare cilena[17]–  volta a rappresentare ironicamente l’isolamento culturale e letterario dell’Ecuador nel momento in cui le “21 repubbliche” latine del continente si sono aperte al resto del mondo.

Huasipungo

Eppure, ben prima del “boom” l’Ecuador, con Jorge Icaza, ci ha fornito una delle opere narrative più tradotte – ad oggi in oltre 40 lingue –  ed edite e riedite, dell’America Latina: Huasipungo; pubblicato nel 1934 e rivisto più volte dall’autore (l’edizione definitiva è del 1961). Dirà l’autore in una lettera del 1964:

“Ho revisionato il romanzo desideroso di dargli una maggiore chiarezza in un contesto internazionale. Quando l’ho scritto non pensavo che potesse prendere il volo verso altre latitudini del mondo. La mia ambizione era regionale – che servisse come messaggio ed emozione per la gente del mio popolo, perché risolvesse i suoi problemi. Ma le difficoltà nelle traduzioni, nelle perifrasi e nelle parole, si facevano sempre più insormontabili. Per questo mi sono visto quasi obbligato alla revisione.”[18]

Cosa significa la parola quechua huasipungo (o huasipongo)? All’interno di una struttura economico-sociale risalente alla colonizzazione e definito quale concertaje[19] – una sorta di sistema neo-feudale – le popolazioni autoctone erano costrette a svolgere – a vita e con vincolo ereditario per le successive generazioni – lavori agricoli senza alcun compenso (o compensi irrisori e incerti) per il proprietario latifondista; l’unica contropartita era appunto il huasipungo, piccolo appezzamento di terra[20], solitamente in zona meno fertile, in cui l’indio poteva edificare la sua capanna e praticare qualche coltivazione di sussistenza. L’indio in questo modo era legato alla terra e, in caso di cessione di proprietà, anche lui e la sua famiglia passavano al nuovo padrone.

La vicenda

Don Alfonso Pereira, proprietario terriero inurbato, decide di tornare con la famiglia e la servitù ai suoi possedimenti vicini al paese di Tomachi, sia per nascondere la gravidanza irregolare (con un “cholo”, meticcio di origine india) della giovane figlia Lolita, sia per ripianare i suoi debiti mettendo a frutto ed allargando con nuovi acquisti le sue proprietà anche in vista di una loro cessione vantaggiosa ai gringos nordamericani interessati alla possibile estrazione di petrolio. Non esiste una strada, e per un lungo tratto di terreno paludoso, non si possono utilizzare nemmeno i cavalli; sopperiscono gli indios quali portatori e il più forte di loro, Andrés Chiliquinga, avrà l’onore di trasportare sulle spalle il padrone.

In paese don Alfonso fa subito combutta con il curato, persona viziosa e corrotta che sa utilizzare la credulità religiosa dei meticci e degli indios a proprio vantaggio; favorirà l’acquisto delle nuove terre necessarie a don Alfonso e convincerà i paesani a un Minga – tradizione cooperativa di lavoro collettivo in cui il beneficiario ripagava festosamente con cibo e libagioni[21] – per la costruzione di una strada rotabile che unisca il paese con la città, strada che lui stesso sfrutterà gestendo il trasporto di persone e merci. Al lavoro “volontario” dei paesani si aggiunge quello obbligato degli indios sotto la custodia del fattore Policarpo che per malattie, spossatezza, disubbidienza o altro ha una sola medicina: la frusta. I carichi più pesanti e i lavori più pericolosi sono di loro pertinenza e, poco importa se qualcuno soccombe. Non solo, aver concentrato i lavori per la costruzione della strada – indispensabile per il futuro sfruttamento petrolifero, ma presentata quale gloriosa opera di progresso nazionale – e il disboscamento dei nuovi terreni, tralascia consapevolmente quelli di pulitura del fiume: di conseguenza quando arriverà la piena molti huasipungo, e con loro un certo numero di indios di tutte le età, verranno travolti rendendo “liberi” quei terreni.

Edizione italiana del 1961

Nel frattempo il figlio di Lolita nasce e Cunshi, la giovane moglie di Chiliquinga, viene scelta quale nutrice del piccolo; verrà abusata da don Alfonso – non contento di spartirsi con il curato i favori della moglie del luogotenente politico Quintana – e verrà cacciata quando i suoi servigi non saranno più graditi. I lavori coatti e il clima impietoso portano gli indios sempre più alla fame; aver tentato disfamarsi con carne putrida dissotterrata porterà alla morte Cunshi; per poterle fornire un dignitoso funerale soddisfacendo le esose richieste del curato, Andrés tenterà il furto di una mucca, ma sarà scoperto. Sarà punito pubblicamente a frustate dal Commissario Quintana; stessa sorte per il figlioletto che aveva spontaneamente tentato di difendere il padre.

E si arriva all’epilogo. I gringos raggiungono in gran pompa in paese, sono pronti a firmare l’accordo per la concessione petrolifera, ma chiedono che anche il territorio a monte – dove gli indios si erano trasferiti – sia “liberato”; su loro consiglio Don Alfonso assolda un gruppo di delinquenti che scacciano con la violenza tutti gli indios dai loro huasipungos bruciando le abitazioni e uccidendo chi si opponeva. Quando Andrés capisce che gli sgherri del padrone arriveranno anche da lui

“salito sulla staccionata del suo huasipungo e spinto dal coraggio in tanta disperazione, chiamava a raccolta i suoi con la voce roca di un corno di guerra ereditato da suo padre.” [p. 157]

Gli indios accorrono e si raccolgono davanti alla sua abitazione e lo interrogano a più voci su cosa fare; incerto ed incalzato dai suoi lancia un grido potente: “İÑucanchic huasipungooo!(Lo huasipungo è nostrooooo!)[22]. Il grido viene ripreso e dilaga per la vallata mentre la massa degli indios, armati alla meno peggio, dilagano a valle, comprese donne e bambini. Le pallottole degli sgherri comandati dal feroce Guercio Rodríguez e della forza pubblica locale guidata dal Comandante Quintana non riusciranno a fermarli e loro stessi saranno travolti e uccisi. Cinque cadaveri in totale, mentre i gringos e don Alfonso fuggiranno rapidamente a Quito. Il pomeriggio del giorno seguente, come prevedibile, arriveranno le truppe dalla capitale: è il massacro dell’intera popolazione india e la narrazione si chiude con Andrés Chiliquinga che, sfuggendo dall’abitazione in fiamme, si lancia con il figlioletto sottobraccio verso le pallottole della truppa gridando “İÑucanchic huasipungo, caraju!(Lo huasipungo è nostro, maledizione!).

La narrazione è semplice e diretta con forte presenza del discorso diretto, sia quello tra i personaggi principali che quello collettivo dove le voci anonime sia degli abitanti cholos che degli indios si rincorrono e interpellano a vicenda, in più passaggi per intere pagine. Ad esempio quando sui lavori per la costruzione della strada sui mingueros, i partecipanti meticci al lavoro gratuito collettivo da un lato, e sugli indigeni dall’altro, incombe un spaventoso temporale.

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Una notte si aggravò il malcontento del meticciato, per colpa della natura, cieca e implacabile. Doveva essere molto tardi, forse l’una o le due del mattino. Le tenebre di spesso torpore parevano russare al riparo della musica monotona dei grilli e dei rospi. All’improvviso, sulla piattaforma nera del cielo rotolò un tuono con voce cavernosa. Di soprassalto e inquieta, la gente si svegliò afferrandosi a una speranza: “No … non è niente… Ora passerà… Quando molto tuona, poco piove… “. Però le scariche dall’alto si ripeterono, più forti e assordanti. L’evidenza della prossima tormenta obbligò i mingueros a cercare nuovi rifugi. Le tende da campo si riempirono con le meticce più audaci. Fortunatamente quella notte mancavano don Alfonso Pereira e il signor curato. Anche gli indios percependo nell’ombra la necessità istintiva di trovare un riparo, corsero da una parte all’altra, ma purtroppo i pochi luoghi sicuri già erano stati occupati dal meticciato.

<<Non c’è spazio per i roscas[23]>>.

<<Nooo>>.

<<Accidenti, che se ne vadano e basta!>>.

<<Siamo al completo>>.

<<Completo! >>.

<<Qui è per i cristiani>>.

<<Via con i vostri pidocchi!>>.

<<E con la vostra puzza>>.

<<Fuori, maledizione!>>.

Raffiche di vento, gelato e tagliente, soffiando a mulinello sul campo della minga – un versante di pericolosa pendenza –, sparsero le prime grosse gocce dell’acquazzone.

<<Siamo fregati, compagni>>.

<<Adesso sì>>.

Una pagina del testo in spagnolo

<<Piove, per la miseria>>.

<<E non c’è un posto dove nascondersi>>.

<<Doveva succedere>>.

<<Un cielo talmente mutevole>>.

<<E siam così lontani dal paese>>.

<<Abbiamo fatto abbastanza>>.

<<Abbastanza>>.

<<Venite. Venite subito>>.

<<Dove state, eh? Non vi vedo>>.

<<Qui>>.

<<Nel fango>>.

<<Le acque, mamma Nati>>.

<<L’acquazzone, mamma Lola>>.

<<Che facciamo, eh, mamma Mike?>>.

<<Sopportare>>.

<<Sopportare un corno!>>.

<<Padreeee!>>.

<<Se almeno ci fossero rosmarino e rami benedetti da bruciare… Servono perché Dio Padre ci liberi dai fulmini>>.

<<Dai fulmini>>.

<<E dalle acque?».

<<Niente da fare>>.

<<Siamo già fottuti>>.

<<Siamo fottuti>>.

<<Non vi metterete sotto gli alberi, eh?>>.

<<È pericoloso>>.

Anche gli Indios masticarono, come mais tostato, le maledizioni, le suppliche e gli improperi.

<<Padreee>>.

<<Benedettooo>>.

<<Mamminaaa>>,

<<Cuoricinooo>>.

<<Perché, eh, morire presi dal Cuichi[24]?>>.

<<Perché, eh, morire presi dal vento?>>.

<<Runa[25] che non vale niente»,

<< Runa peccatore>>.

<< Runa stupidooo>>.

<<Maledizioneee>>.

Con Le prime gocce di pioggia, l’aria prese l’odore della terra umida, di sterco fresco, del legno putrefatto e di cane bagnato.

<<Passerà?>>.

<<Non passerà?>>.

<<Cos’altro succederà?».

La furia della tempesta cancellò di colpo tutte le voci umane. Come ombre mute e cieche, i corpi cominciarono allora a palparsi con l’affanno infantile di

Edizione italiana del 2018

allontanare dal cuore e dai nervi la solitudine e la paura. Piovve con una furia che sembrava instancabile e, in trenta o quaranta minuti – che sembrarono un secolo ai mingueros inzuppati – l’acqua flagellante gonfiò la terra, infiltrandosi per le gole della montagna, per le crepe delle rupi, per i sinuosi letti dei torrenti, per le rocce dei crinali, mescolando il suo cammino di ribollente baldoria in un correre, intrecciarsi, straripare con grida, invocazioni e lamenti che tornarono a udirsi per tutto il campo.

<<Ancora…>>.

<<Piove forte>>.

 <<Peggio, eh>>.

<<Così forte>>.

<<Sembra che non finisca mai>>.

<<Sono inzuppata. Ecco, adesso vedrete proprio…. >>.

<<Dio non ci deve amare>>.

<<Copriti con questo lembo>>.

<<Uuuhh. È ridotto che fa pena>>,

<<Il fango, dannazione>>.

<<Peggio di così siamo già stati>>.

<<E adesso?>>.

<<L’acqua scorre ai piedi>>.

<<Spostiamoci più in là>>.

<< È uguale>>.

<<Da questa parte>>.

<< È lo stesso».

<<Siamo fregati>>.

<<Bisogna aspettare che passi>>.

<<Aspettare>>.

<<I panni sono ridotti una schifezza>>.

<<Una merda>>.

<<La testa»,

<<Le spalle>>.

<<Avvicinati per riscaldarci>>.

<<La coperta del cristiano>>.

<<Va bene lo stesso>>.

<<Ecco, non ce n’è più>>.

<<Per la miseria!>>.

Malgrado tutto, le meticce e i meticci, attaccati ai loro rifugi malconci – fossa, tavola, baracca improvvisata, ripiego tra pietre e rocce –, tornarono ad agitarsi con ansia di vivere.

Ogni tanto, alla luce dl un lampo, si riuscivano a scorgere gli indios rimasti senza alcun riparo sotto il cielo inclemente, che vagavano a tentoni nel fango, sotto la pioggia, tra l’acqua che aveva invaso ogni angolo e distruggeva tutte le tende, mentre si apriva il passo lungo tutti i declivi.

Poco dopo la pioggia tornò a imperversare. Flagellò ancora la terra cieca, silenziosa, intirizzita dal freddo. I mingueros, oppressi da quella tragica persistenza, a volte monotona e spesso forte, ingoiarono definitivamente i loro commenti, le loro preghiere, i loro insulti. [p. 78 – 81]

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Il romanzo viene solitamente ascritto al realismo e alla letteratura indigenista; rifacendomi a quanto citato di Donoso sulla letteratura del “boom” possiamo di certo affermare che in questo caso si tratta di un’opera narrativamente unitaria, “rotonda e compiuta”, ben lontana dalle “opere aperte” di un Fuentes e dal “realismo magico” di un Márquez. Per inserirlo nell’ambito letterario dell’Ecuador riporto quasi per intero i due paragrafi che il critico Angel F. Rojas ha dedicato a Icaza nella sua storia del romanzo ecuadoriano[26].

 

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Jorge Icaza e Huasipungo

Nello stesso anno [1934] che José de la Cuadra pubblicava a Madrid il suo romanzo Los Sangurimas[27], Jorge Icaza mise in circolazione Huasipungo. Di lì a poco quest’ultimo libro cominciò a esser tradotto in altre lingue: francese, inglese, russo, cinese. Il giovane autore di Quito rapidamente si trasformò nello scrittore più famoso dell’Ecuador, dopo Montalvo. Moltissimi critici stranieri pubblicarono recensioni di questa opera, quasi tutte elogiative. Le edizioni successive si moltiplicarono. E questa nuova modalità di concepire la scrittura, dirompente, semplice, audace e diretta, ricalcata su quella che Icaza introdurrà nella narrazione – spingendosi ancora oltre a quella degli autori de Los que se van, che già scandalizzarono con la crudezza del loro linguaggio e la brutalità delle vicende narrate – incominciava a esser coltivata in altri abiti dell’America: El indio, di Gregorio López y Fuentes, pubblicato in Messico l’anno successivo di Huasipungo, e Cacao, di Jorge Amado, in Brasile, possono servire da esempio.

In un altro capitolo dedicato alla realtà sociale dell’Ecuador ci siamo già riferiti al “concertaje de indios” e al “huasipungo” o “huasipongo”, forma di contratto agricolo subordinato al precedente. La spaventosa realtà sociale ed economica dell’indio, accennata di passaggio da [Juan] Montalvo, trattata successivamente da Abelardo Montalvo nel suo saggio El concertaje de indios e esaminata in modo esaustivo dallo studioso contemporaneo Pio Jaramillo Alvarado nel suo fondamentale libro El indio ecuatoriano dispone, dal punto di vista narrativo, di due romanzi emblematici, che ne sono la cifra e la raffigurazione: Plata y bronce, di [Fernando] Chaves e Huasipungo di Jorge Icaza. Si affronta il problema nell’ambito del romanzo. Con Huasipungo raggiunge l’apice la letteratura “indigenista” ecuadoriana. Segna il punto di arrivo, così come Plata y bronce ne indica quello di partenza.

Huasipungo affronta l’argomento tipico, proprio del romanzo indigenista a contenuto sociale: lo sfruttamento dell’indio da parte dei suoi padroni. Compaiono nella narrazione gli sfruttatori più volte rappresentati: però in questo caso assumono una forma essenziale, quali simboli. Il latifondista, l’amministratore, il sindaco, l’impresario nordamericano, il governo complice e la forza pubblica al servizio del “gamonalismo[28]. L’indio huasipunguero Andrés Chiliquinga è l’eroe che in qualche modo incarna la sua razza e la sua classe. L’esito della vicenda si produce quando gli huasipungueros di una azienda venduta all’impresario straniero resistono allo sgombero. Interviene la forza dello stato e consuma il massacro. Mentre i sodati soffocano la rivolta sparando a raffica contro la moltitudine disarmata, all’indio Chiliquinga – pidocchioso, affamato, azzoppato, abbruttito – capita di lanciare una potente e lapidaria frase quechua: “Ñucanchic huasipungoi”: Il huasipungo è nostro! Che risuona come un grido e soprattutto come un urlo di ribellione. Il finale, seppur tragico, fornisce un appiglio alla speranza.

La narrazione si sviluppa in modo agile e commuovente. Non risparmia nessuna situazione della sofferenza india; utilizza per rappresentarla tutte le righe della sua opera e tutte le risorse della esagerazione, della deformità e del truculento. Passa in rassegna, come dicevamo, tutti gli orrori che, in diversi luoghi e tempi, si sono scatenati contro l’indio. Niente della “leggenda nera” dell’ecomendero[29] spagnolo e del signore feudale creolo è stato omesso. Il risultato è un raccapricciante documento a sostegno del superstite indigeno, abietto e degenerato, trasformato in più situazioni in un essere subumano, che vegeta una vita puramente animale negli sterpeti andini: un documento sociale spaventoso e macabro, concepito e scritto con una obiettività sconcertante; un proclama rivoluzionario che, in mezzo alla più ripugnante miseria e ignoranza diffusa, afferma che l’indio incomincia a trovare il cammino della sua redenzione.

Data la modalità narrativa di Icaza, né in Huasipungo né nei suoi libri successivi si è preoccupato di creare dei personaggi definiti. Il suo eroe è l’uomo-massa, il simbolo di una classe sociale. Andrés Chiliquinga è il soggetto passivo ed avrebbe potuto esser chiunque altro. Non è la personalità dell’uomo – del “subumano” – che interessa a Icaza caratterizzare o distinguere, quanto l’episodio raccapricciante. E, data la sua modalità di narrare, di presentare la vicenda al lettore – con l’eccezione della precisione del dialogo, che sembra stenografica – non si distingue affatto per la sua preoccupazione artistica. È riuscito a suscitare l’interesse per il suo libro per ciò che dice di essenziale, a prescindere della forma difettosa in cui lo dice. Il modo trascurato in cui scrive Icaza è incredibile e, nonostante ciò, alcune delle sue pagine, prive della maestosità che potrebbe loro conferire solo la congruenza fra la sostanza e la forma – questa ultima oggetto di preoccupazione nei suoi ultimi libri – possiedono una forza epica che impressiona nel profondo.

En las calles e le altre opere

Se Huasipungo è una rassegna delle sofferenze dell’indio, nel suo successivo romanzo En las calles, Icaza è riuscito a sintetizzare, con ammirabile precisione, la sostanza tragicomica della nostra nascente democrazia. È un libro amaro; non si tralascia nulla; ce ne fornisce l’orrore quasi pezzi di viscere sbrindellate. E nessuna deliberazione politica che non sia stata decisa o che non potrebbe esserlo. Letto a distanza di dieci anni da quando è stato scritto si osserva come nessuna delle sue satire abbia perso di attualità. I padroni “Luchito” si susseguono sempre uguali o peggiori. Lo Stato continua a reprimere nel modo già descritto le esplosioni di ribellione collettiva. L’uomo del quartiere lotta, come espresso dalle pagine di questo romanzo, per perseguire un benessere da cui è escluso. Nessuno come Icaza ha ritratto la vita del gendarme delle nostre città: la sua esistenza sudicia e sordida; i suoi problemi e le sue amarezze. Il comandante del quartiere, oggetto di irrisione da parte dei signorini, è il simbolo della nostra pseudodemocrazia meticcia. Però non è solamente in questo senso un documento sociale impressionante. Contiene anche vere pagine di storia. La “Battaglia dei quattro giorni” [28 agosto – 1° settembre 1932] […] serve a Icaza per innestare l’avvio della sua narrazione. I due fronti contrapposti si massacrarono, come dice l’autore, in difesa della Costituzione. Però uno difendeva la Costituzione del Presidente. L’altro quella di don Luchito Urrestas: Democrazia!

Successivamente Icaza ha pubblicato altri due romanzi; Cholos (1938) e Media vida deslumbrados (1942), nei quali ha trattato temi e ambiti sociali per lui nuovi. Si avverte il suo progetto di affrontare progressivamente temi della realtà politica e sociale del paese, che abbiano un certo rilievo. Dall’indio è passato al “cholo” [meticcio]; dalla campagna al villaggio e dopo alla città. In questo autore si avverte nel modo più esplicito il fascino che esercitano, nella creazione letteraria, le questioni nazionali che rivelano l’ambito oscuro del nostro vivere. Ciò nonostante, da buon socialista, al di là della modalità ossessiva con cui ha trattato le nostre deformità politiche, economiche e sociali, fa emergere la sua fiducia in un domani più giusto. E, tratto che si avverte a partire da Cholos, l’autore manifesta qui preoccupazione per la forma e il linguaggio. In cambio non è riuscito, nelle sue opere successive, ad eguagliare Huasipungo che resta, fin qui, la sua produzione migliore.

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Alcune osservazioni mi sorgono istantanee. Innanzitutto sul modo di scrivere di Icaza: è immediato ed efficace, del tutto congruente con il contenuto e le finalità del libro; certo non è uno spagnolo letterario ma la sua forza sta proprio nel portarci dentro una situazione non solo con la descrizione ma anche con la sonorità di un idioma “contaminato”. La stessa scelta di lasciare molte parole quechua, fornendo in calce un “vocabulario” – scelta mantenuta nella attuale traduzione di Lucilla Soro, differentemente da quella del 1961 – fa sì che, man mano procediamo nella lettura, queste parole diventino nostre. In secondo luogo definire Andrés Chiliquinga “eroe” non sembra affatto calzante con il personaggio che agisce per lo più in modo istintivo e inconsapevole, che non sa esprimere nemmeno in suo amore per la moglie Cunshi se non a suon di botte e ne provocherà involontariamente la morte costringendola a non vomitare la carne putrida che aveva dissotterrato.  Più che “eroismo” esprime l’abbruttimento a cui il sistema sociale aveva portato gli indios, ormai sradicati dalla loro cultura e sottomessi al potere del padrone e a quello del parroco. Non mi pare nemmeno si possa dire che “Il finale, seppur tragico, fornisce un appiglio alla speranza”. La rivolta, una sorta di jacquerie, è inevitabilmente destinata a sfociare nel massacro.

La speranza non sorge certo dall’interno della vicenda, ma semmai nella forte denuncia che il romanzo esprime; nella lettera sopra citata Icaza infatti diceva di aver scritto perché “servisse come messaggio ed emozione per la gente del mio popolo”.  Se vogliamo fare un raffronto con la nostra letteratura, mi pare che Huasipungo sia più vicino al verismo di un Verga che alla narrativa neorealista del dopoguerra spesso consolatoria e incentrata sulla figura positiva dell’eroe popolare, espressione cosciente della propria classe. Andrés, per intenderci, non ha niente a che vedere con il “nazional-popolare” Metello[30].

 

Cholos (I meticci)

Abbia visto come Angel J. Rojas, pur analizzando la narrativa ecuadoriana sino al 1944, dedichi poche righe a questa opera del 1938. Nella ricerca di documentazione su Icaza ho scoperto che è stata tradotta in italiano da Carlo Bo e pubblicata da Einaudi già nel 1949 nella collana I coralli[31]: di ben dodici anni antecedente alla prima edizione italiana di Huasipungo! Tramite internet sono riuscito ad acquistarne una copia usata e direi che si è dimostrata una piacevole sorpresa. Mi auguro che, visto l’interesse su Icaza che la nuova edizione italiana di Huasipungo ha suscitato, venga nuovamente edita sia per l’importanza dell’opera che per l’autorevolezza del traduttore.

Cholos rappresenta una evoluzione significativa rispetto alla Novela di quattro anni prima, sia dal punto di vista della realtà sociale rappresentata che da quello letterario.

Ritroviamo il latifondista aristocratico – qui don Braulio Peñafiel – che però, pur di mantenere l’apparenza orgogliosa del suo lignaggio, si indebita e deve cedere man mano i suoi possedimenti a San Isodoro al possidente agrario meticcio Alberto Montoya che ampia sempre più, in modo spregiudicato e vessatorio verso i suoi dipendenti – siano cholos o indios –, il proprio potere.

Peñafiel ha una bella moglie meticcia, che ripetutamente rimprovera di non essergli all’altezza e di non saper adeguatamente educare il figlioletto Lucas; mette inoltre incinta una serva india che darà alla luce Guagcho, un meticcio – presto orfano – dal carattere forte e determinato. I due fratellastri si incroceranno nel prosieguo della narrazione pur non riconoscendosi come tali; si innamoreranno entrambi della stessa ragazza, figliastra di Montoya, ma inarrivabile per entrambi. Lucas dovrà imparare a mantenersi da solo dopo esser stato cacciato dal collegio dei gesuiti per il carattere ribelle e per la vergogna di una madre che – il marito oramai invalido e del tutto privo di introiti, pur continuando a vivere nel palazzo della capitale – troverà in modo di mantenere sé e il marito accettando (e incoraggiando) le profferte di Antonio Mena, “un ometto miope e timoroso” non nobile ma generoso nel prestar denaro. E dopo Antonio Mena, molti altri.

Luca diventerà maestro, in odore di “eresia”, a San Isodoro mentre Guagcho diventerà progressivamente l’uomo di fiducia di Montoya e, quando questi nella sua ascesa sociale si trasferirà con la famiglia nella capitale, l’amministratore della sua tenuta.

Ritroviamo il parroco del paese, maneggione, affarista e senza scrupoli che sa sfruttare la credulità popolare e non esiterà, ad esempio, a lasciar imputridire in piazza i cadaveri dei defunti sinché i famigliari non trovino modo di pagare il funerale.

Ritroviamo gli indios sottomessi e timorosi anche quando vorrebbero esprimere la propria protesta per le vessazioni a cui son sottoposti. Tra loro emerge il giovane Chango che sarà accusato di aver ucciso un vecchio indio, suo suocero, mentre il vero responsabile era Guagcho che aveva colpito il vecchio in un eccesso d’ira nel corso delle proteste indie.

Guagcho, licenziato da Montoya, cerca di far tacere il rimorso ubriacandosi e cercando di convincere amici ed abitanti di esser lui il vero assassino. Deciderà di far evadere José Chango che, ferito, in carcere aspetta di esser trasferito a Quito per il processo e l’inevitabile condanna. Dopo la liberazione riesce a farlo curare di nascosto e la narrazione si conclude con la decisione di entrambi di lasciare quelle terre. Troveranno altri a cui unirsi, diventeranno – ci lascia intuire l’autore – banditi o magari guerriglieri, il che è, in fondo, la stessa cosa.

– Se rimarremo qui a lungo, ci acciufferanno – affermò il cholo temendo che l’indio non volesse sradicarsi da quel luogo. Ebbe invece la sorpresa di udire;

– Ma certamente!

Acconsentiva, forse incominciava ad essere inquieto. Per provare meglio insistette:

– A dove andremo?

– Dove vuoi tu… Ormai non ho più ne bambino né moglie… hanno portato via tutti… In qualche altra fattoria ci daranno da lavorare…

– Mai più fattorie, – protestò istintivamente il Guagcho, e dandogli una speranza soggiunse:

– Vedrai come ci andrà bene quando saremo in tre…

Nel dire così sentì un impeto di aspirazioni represse. Voleva di nuovo udire il consiglio dell’uomo che gli aveva parlato fraternamente quella notte[32]. Se fosse stato necessario, lo avrebbe cercato in ogni angolo della terra d’America.

L’alba sorprese i fuggitivi in cima a un altipiano. Il Guagcho si alzò l’ala del cappello in segno di lotta, e il poncho dell’indio fiammeggiò come una bandiera contro lo sfondo purpureo dell’aurora. [p. 324]

 

Se Huasipungo ci consegnava una situazione senza sbocco, chiusa, al di dà della forte denuncia, in questa novela tutto è in movimento, dal declino dell’aristocrazia proprietaria bianca, all’ascesa di una nuova classe di possidenti meticci, al crescere di una intellettualità (Lucas) che si pone il problema dell’eguaglianza e rompe i rapporti con il conservatorismo clericale, a un ceto meticcio più povero che incomincia a superare i pregiudizi contro i roscas. Per arrivare ad un finale, al di là dell’immagine un po’ retorica dell’ultima frase, che – in questo caso sì – apre alla speranza lasciando intravedere più possibilità.

Se la vicenda più complessa di quella rappresentata nel romanzo del 1934 ci dà – ricordando le osservazioni di Donoso – una “opera aperta”, notevole è anche la differenza delle modalità narrative utilizzate.

Certo ritroviamo ancora alcuni passaggi di dialogo diretto collettivo che hanno caratterizzato l’opera precedente, ma soprattutto emerge l’aumento della complessità ad esempio con il passaggio dal narratore esterno a uno interno laddove Lucas, nel momento in cui lascia Quito per svolgere il suo incarico di maestro a San Isidoro, prende in mano e legge – e a più tratti commenta – i suoi «Appunti per un romanzo» in cui rivive il declino della sua famiglia e l’evoluzione del suo tormento interiore; almeno tre punti di vista narrativi che si intrecciano nelle stesse lunghe pagine. E ancor più quando il racconto di Lucas sfocia nel ricordo di un sogno allucinato ambientato su di una sorta di palcoscenico (una piattaforma) su cui si succedono una serie di montagne “che sembravano vagoni in marcia” in cima ad ognuna delle quali vi era una figura “vestita come un re”, una sorta di divinità che oscilla tra la tradizione animistica e quella incaica. Ed in ognuna di queste montagne – con i loro campi coltivati e le popolazioni locali, cui man mano sopraggiungono quelle esterne (colonizzatori, cholos, sacerdoti, militari)  che confliggono, si alleano, scacciano altri sotto la piattaforma – si rappresentano i diversi scenari, passati e futuri, della storia andina. Ed è nell’allucinazione del sogno che, tra lo sveglio e il dormiente, Lucas matura la sua scelta. Questa la conclusione del lungo sogno a metà fra incubo e reverie:

« Scoppiò l’ultimo punto luminoso. Già una luce mattutina filtrava dalla finestra e vidi con gli occhi aperti.

« La piattaforma era discesa ancora di livello; nel sotterraneo gli uomini abbronzati ed i cholitos avanzavano in ginocchio.

« L’inquietudine delle figure gonfiate, nel sentire prossimo il loro definitivo inabissarsi, diede luogo a conversazioni:

– La figura del proprietario -. In questo caso non importa la nostra vecchia inimicizia.

– La figura del prete -. Anche Iddio disse: È necessario perdonare ai nemici.

– La figura del militare: – Questi sono i sentimenti che ci animato per difendere la nostra amata piattaforma.

– Le tre ombre, unite: La nostra piattaforma sprofonda. Tutto per queste canaglie di cholos che non l’amano… Cholos sciagurati! È necessario che ci sostengano: poi li renderemo potenti, li salveremo dalla miseria in cui vivono.

« Per salvarsi dal naufragio, le tre ombre gettarono nei sotterranei, col vecchio trucco coloniale, grandi quantità di uomini pallidi.

« I cholitos, cadendo nel sottosuolo, non si eressero quali carnefici degli uomini abbronzati; come nel sogno, adesso sostennero il peso dell’impalcatura in una comune fraternità.

Sveglio, provai l’angoscia degli incubi. Gli uomini del sotterraneo, per non morire sotto il peso del tavolato che scricchiolava, venivano avanti trascinandosi. Non ne potevano più della loro vita, delle loro ossa!

« Vidi in maniera così chiara, che gridai nel mattino silenzioso:

– Sono uomini e stanno a morire come topi… Evviva i cholos, evviva gli indios!

« Sotto la spinta degli uomini schiavi, dinanzi ai miei occhi scomparve l’impalcatura della vecchia scena. Essi si misero in piedi, spezzarono le ombre e la piattaforma che era stata la loro tortura. Nelle mani dei cholos fiorì la luce della libertà, luce che inondò la mia camera. Il sole era sorto.

« Mi alzai allegro; finalmente avevo qualcosa di utile da dare, qualcosa che poteva essere. Era la mia fede. Da allora un orgoglio di uomo nacque dentro dl me ». [p. 254 – 255]

 

Ovviamente qui non siamo più nel verismo, ci avviciniamo non poco a temi e modalità della narrativa degli anni ‘60 e la lettura di questo successivo romanzo riflette nuova luce su Huasipungo e lo  apre a più ampi significati.

 

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[1] Jorge Icaza, Huasipungo, Elliot, Roma 2018; traduzione di Lucilla Soro e postfazione di Danilo Manera.

[2] Un ritratto della personalità complessa di Donoso lo troviamo in questo contributo.

[3] Ed. italiana, Bompiani, Milano 1974.

[4] Pag. 16-17.

[5] Donoso cita Doña Bárbara (1929) del venezuelano Rómulo Gallegos, Don Secundo Sombra (1926) dell’argentino Ricardo Güiraldes, El hermano asno (1922) del cileno Eduardo Barrios, Los de abajo (1916) del messicano Mariano Azuela e La vorágine (1924) del colombiano José Eustasio Rivera.

[6] Pag. 20-21.

[7] Pag. 45.

[8] Pubblicato in italiano da Il saggiatore col titolo L’ombelico della luna (2000) e riproposto dallo stesso editore dal 2011 con il titolo La regione più trasparente.

[9] Pag. 47-48.

[10] Pag. 52.

[11] Pag. 43.

[12] Pag. 57-58.

[13] Tad. italiana in Le armi segrete, Einaudi.

[14] Tradotto in italiano da Einaudi nel 1969 con il titolo Il gioco del mondo.

[15] Trad. italiana: La città e i cani, Feltrinelli 1967 (poi ripubblicato più volte anche da Rizzoli ed Einaudi).

[16] Pag. 124-125.

[17] Viene da ricordare innanzitutto Roberto Bolaño che utilizza spesso nella sua narrativa questo topos di scrittori inesistenti ma assolutamente plausibili ed esemplificativi.

[18] In Huasipungo, Elliot, Roma 2018, p. 186.

[19] Questo sistema proprietario è anche definito, specie in Perù, gamonalismo. Per l’Ecuador cfr.  Paola Sylva Charvet, Gamonalismo y lucha campesina. Estudio de la sobrevivencia y disolución de un sector terrateniente: el caso de la provincia de Chimborazo 1940-1979, Abya-Yala, Quito 1986.

[20] Simile al manso feudale.

[21] Quando ero a Quito (1987), una domenica eravamo fuori città, sulle pendici del Pichincha, su di un piccolo appezzamento dove i ragazzi giocavano ad Eco-volley, in una abitazione vicina vi era una festa. Mi è stato spiegato che era il momento conclusivo di un minga: i vicini e conoscenti dei giovani sposi, che andavano ad abitare in quella casa, avevano finito di costruire la strada rotabile che permetteva di raggiungere l’abitazione.

[22] Nell’edizione italiana del 1961 la frase quechua viene tradotta “Il nostro huasipungo!”, evidentemente meno potente e meno rispondente all’originale. Angel Rojas (cfr. più avanti) la tradurrà infatti in spagnolo con “İEl huasipungo es nuestro!”.

[23] Termine dispregiativo per indicare gli indios.

[24] Genio malefico dei fiumi e dei monti, identificato con l’arcobaleno che, nella cultura andina ecuadoriana, è portatore di sciagure.

[25] Indio.

[26] Angel F. Rojas, La novela ecutoriana, Ariel, Guayaquil – Quito 1980, pp. 202-206. Traduzione e link nel testo miei.

[27] Anche questo romanzo, come Huasipungo, è stato di recente tradotto e pubblicato in italiano: Edizioni Arcoiris, Salerno 2018. Una bella recensione di entrambe le opere narrativa è stata pubblicata su il manifesto a cura di Francesca Lazzarato: La voce ritrovata dei pueblos originarios.

[28] Forma di potere agrario simile a quello feudale impostosi sulle terre precedentemente appartenenti alle comunità indie.

[29] Latifondista schiavista.

[30] Sulle dis-avventure del concetto (gramsciano?) di nazionalpopolare una documentata e divertita ricostruzione (compreso il dibattito su Metello) la troviamo in Tutta colpa di Antonio. Evoluzione del concetto di nazionalpopolare da Gramsci a Pippo Baudo.

[31] È stata poi riproposta, sempre nella traduzione di Carlo Bo, da Mondadori nel 1955.

[32] Si riferisce a Lucas, il maestro e fratellastro (ignoto come tale) Lucas, con cui aveva parlato a lungo, anche lui fatto allontanare dal prete per le sue idee sovversive.

Sono razzista, ma …

Puntualizzato che qui sopra non manca un “non”, la prendo da lontano. Lontano nel tempo ma qui vicino. A Pallanza in via Cietti vi è Casa Moriggia, edificio storico trecentesco noto per il suo bel portale, i cortili colonnati e per il ciclo di affreschi quattrocenteschi dell’anonimo “Maestro di Casa Moriggia”. Meno noto è che in questa abitazione negli ultimi anni dell’ottocento avesse sede la redazione di un settimanale inizialmente titolato “La lotta. Giornale pallanzese” e, dal n. 20 del 1897, “L’Eguaglianza” con il sottotitolo “Giornale popolare del Verbano, del Cusio e dell’Ossola”. Lo dirigeva il prof. Alfredo Boggio, in quegli anni rettore del “Civico Convitto”. Giornale a tendenza liberal radicale (Cavallottiano si può dire) attento sia ai temi locali che a quelli nazionali, con una forte impronta laica.[1] L’editoriale dell’11 settembre 1898 è dedicato all’antisemitismo d’oltralpe e all’Affare Dreyfus; lo riporto per esteso.

 

L’odio di razza

da L’Eguaglianza, 11 settembre 1898

Oggidì, che un popolo come il francese, il quale si vanta di procedere alla testa del progresso civile, accecato da una bassa passione, cui tenta di larvare con la maschera di patriotismo, si dà a perseguitare gli Ebrei, e commette iniquità, cui esso medesimo non è guari condannava al vederle perpetrate in Russia, in Austria o in Germania, oggidì torna in acconcio qualche considerazione sull’odio ingiusto, che in molti cuori, anche di persone sedicenti assai religiose, cova latente, e non aspetta se non una occasione per ribollire e manifestarsi con tutta la bruttezza della sua forza, com’è avvenuto di là dalle Alpi.

Da qualunque lato lo si guardi, riesce incomprensibile il livore, che in tutti i popoli, ma specie in quelli professanti la religione cristiana, esiste contro la razza giudaica, livore che in differenti epoche della storia si è palesato con inique persecuzioni e vendette, le quali, se già indegne fra i barbari, sono un’onta ignominiosa, quando si veggono consumate da una società, che si millanta civilissima, da un popolo, che si pretende antesignano di ogni nobiltà.

Il povero Dreyfus (o veramente Dreifuss), che ora sembra aver fatto scoppiare la mima, è certamente un pretesto; il delitto, onde lo si accusa, forse imaginario, o non suo.  Tuttavia, quando pure il Dreyfus, nella sua qualità di ufficiale dell’esercito francese, lo avesse commesso, sarebbe stata questa una ragione per trascendere ad eccessi contro innocenti? Inferire contro tutta una razza per la colpa di un singolo individuo è inconcepibile mostruosità.

Che quanti, come il Zola, lo credono innocente cerchino di difenderlo e riabilitarli, nulla di più giusto ed umano; che il sindacato ebraico cooperi all’impresa, nulla di più naturale. Forse non fanno lo stesso, e a buon diritto, i Francesi, ove un loro concittadino sia in qualunque modo calpestato? Come censurare gli Ebrei perché compivano verso il Dreyfus, atrocemente condannato dopo un simulacro di giudizio illegale, uno dei più elementari doveri della giustizia umana?

Dunque nessun motivo, all’altezza della presente civiltà, spiega ed attenua la vergogna dell’antisemitismo, nome assurdo di cosa abbominabile, giacché Sem per avventura non è se non un mito biblico. Ma, quando pure sia stato un personaggio storico, il poveretto è proprio innocente di tutte le infamie, che gli si vogliono addossare. Ad ogni modo però, giacché perseguitano gli Ebrei, perché semiti, cioè discendenti di Sem, vorrebbero di grazia i persecutori insegnarmi, da chi discendono i non Ebrei? E del resto il provenire da Sem, Cham, da Japhet, o da Montezuma, costituisce forse un delitto? Poiché dunque così puerili sotterfugi non valgono a spiegare, e tanto meno ad onestare un fatto obbrobrioso, che non ha, né ha mai avuto, giustificazione possibile, la causa, se non la ragione, della odierna crociata antisemitica vuolsi cercarla altrove.

V’ha chi spiega la prevenzione contro gli Israeliti con la idiosincrasia di quella gente, che dopo tanti secoli di consorzio resta isolata e senza mescolare il suo sangue con quello de’ popoli, in mezzo ai quali vive; ma se questa ragione avesse qualche peso, la varrebbe ugualmente, ed anzi a fortiori, per i gitani e zingari, che praticano esso isolamento ed essa astensione con molto maggior rigore. Ma forse la indifferenza, la noncuranza de’ più verso i zingari proviene dal fatto, che questi son poveri, mentre degl’Israeliti molti sono ricchissimi! …

Né io voglio negare, che uno de’ motivi impellenti all’astio per gli odierni antisemiti non sia, com’è già successo altre volte, la eccessiva, e oggimai per la loro salvezza non più necessaria, auri sacra fames[2] de’ malevisi; ma ad esso bisogna aggiungerne un altro più grave e puramente religioso. Il maggior nemico, che abbiano i figli di Giacobbe, è la Bibbia. L’odio implacabile, che da ogni riga di questa spira contro gli incirconconcisi, si è sempre ritorto contro il popolo, che ivi lo accumulò. Con la lettura del sacro libro i Cristiani assorbono inconsciamente il veleno, e i preti, sia cattolici che protestanti, che per il loro ufficio ne sono più di ogni altro saturi, vanno inoculando quell’odio, forse anche senz’addarsene, nelle coscienze, sicché basta un futile motivo per determinare una crisi dello stato patologico morale.

I cristiani de’ nostri giorni, che ora dal pulpito in chiesa, or coi periodici rugiadosi in piazza, inveiscono contro la così detta razza deicida, ripetono la stessa incongruenza di que’ lor correligionarii, che in altri tempi abbruciavano i giudaizzanti, cantando intorno al rogo salmi giudaici. I trionfi del cattolicismo si sono segnalati sempre con simili carezze al popolo d’Israele. Qual maraviglia dunque, che la odierna reazione clericale riponga in atto procedimenti barbari e inumani?

Una sola cosa invece ha, più che stupito, addolorato nello scandalo francese, e fu il vedere farne parte, anzi esserne l’anima, la generosa gioventù, gli studenti. Né vale a scusarla il sapere, che i suoi atti, e individuali e collettivi, sono spesso inconsulti, e in questo caso provocati da un falso patriottismo. Ma è prossimo il giorno, in cui sarà noto, qual mano occulta abbia mosso quelle infiammabili pedine.

Le religioni positive, nel pretendersi ciascuna assoluta ed unica depositaria della verità, son per natura tutte intolleranti, ma sopra tutte è la cattolica, perché, obliando il Vangelo, ancor più della ebraica s’inspira al Vecchio Testamento, libro tutta sensualità odio, vendetta maledizione e sangue, codice feroce di un popolo rozzo, crudele, materialista, che impone sempre macelli e stragi, e a tipo dell’amore ci offre … il Cantico dei Cantici!

L’Affare Dreyfus

L’Affare Dreyfus è noto: sulla base di un documento (il famoso borderau) a lui attribuito, il capitano Alfred Dreyfus, ebreo francese, nel 1894 accusato di alto tradimento a favore della Germania, viene degradato e condannato alla deportazione nella Guyana; anche quando due anni dopo verrà identificato il vero responsabile (il maggiore Ferdinand Esterhazy) lo Stato Maggiore dell’esercito mette tutto a tacere continuando a sostenere la tesi del “complotto ebraico”. Tra i primi a denunciare le false accuse contro Dreyfus fu Bernard Lazare, scrittore di origini ebraiche di orientamento anarchico e socialista,

Bernard Lazare

che già prima del caso Dreyfus si era soffermato sul proliferare dell’antisemitismo in Francia e sulle sue cause. Cause che individuava in due fattori, uno più generale – la reazione clericale al “sopravvento dello Stato laico su quello cristiano” – e uno più contingente: il fallimento nel 1882 della Union Générale, istituto di credito cattolico, attribuito al presunto controllo ebraico della finanza. Contro gli ebrei l’antisemitismo muove contemporaneamente due accuse fra loro contradditorie: quella di essere i dominatori del capitale e della finanza cosmopolita che sottomette il capitalismo nazionale e quella di essere i portatori di teorie ed azioni sovversive contro il capitalismo e lo Stato. I più potenti capitalisti e i più agguerriti anticapitalisti nello stesso tempo.

La Chiesa ha incolpato ebrei ed eretici della propria sconfitta, si è rivoltata contro di essi, iniziando ad attaccare Israele. L’inerzia dei suoi avversari l’ha resa più audace e più agguerrita che mai, osa di più, combattendo il massone, il libero pensiero, il protestante. La democrazia ha permesso, senza protestare, che l’antisemitismo crescesse. Anzi, ha lasciato fare, per superficialità, per snobismo, ovvero per viltà. Prima o poi capirà il pericolo, e vedrà la rete nella quale si è lasciata imbrigliare. Ma sarà troppo tardi e sconterà la sua inerzia e la sua cecità con anni di reazione clericale.”[3]

Anticipando di un anno il J’Accuse di Émile Zola, Lazare dimostrerà in dettaglio la falsità delle accuse e un processo imbastito senza che l’imputato potesse minimamente difendersi; il tutto allo scopo evidente di gettare in pasto all’opinione pubblica “il Giudeo traditore” e attraverso lui colpire tutta la comunità ebraica.

“Dreyfus … era un soldato, ma era ebreo ed è soprattutto per questo che è stato perseguitato. È stato arrestato perché era ebreo, perché era ebreo è stato giudicato, perché era ebreo è stato condannato …”[4] ed è stata alimentata ad arte una campagna giornalistica di odio e nazionalismo esasperato:

Ebrei influenti, dice “La Cocarde” del 4 novembre (1894) hanno tentato di fermare il processo. Dreyfus, dice “La France” del 5 novembre, è «l’agente di questo potere occulto, di questa élite ebraica internazionale che ha prodotto la rovina dei francesi e si è accaparrata la terra di Francia». “La Libre Parole” alimenta il coro esclamando: «Chi in questo momento non vorrebbe gridare con noi: “La Francia ai francesi”». E il 5 novembre aggiunge: «Sappia l’opinione pubblica che, qualunque cosa dicano, gli ebrei tutti devono essere considerati responsabili del tradimento»[5].

Solo nel 1906, dopo un’ulteriore condanna nel 1899, Dreyfus ottiene la cancellazione delle sentenze precedenti e una tardiva riabilitazione. L’antisemitismo degli antidreyfusardi non fu comunque emarginato né nell’esercito né nella parte più reazionaria e tradizionalista della società francese. Basti ricordare che nel giugno del 1908, due anni dopo la riabilitazione, Dreyfus venne ferito in un attentato durante il trasferimento delle ceneri di Émile Zola al Pantheon. I frutti avvelenati dell’antisemitismo di quegli anni confluirà nelle vicende della seconda guerra mondiale con il collaborazionismo con l’occupante nazista e il regime di Vichy del Generale Pétain.

Il mito del kahal e i Protocolli dei Savi di Sion

Ed è negli stessi anni dell’affaire che, in altro ambito, il tema del complotto ebraico si incarna nel più diffuso libello antisemita, i Protocolli dei Savi di Sion, costruito dalla polizia segreta zarista e pubblicato nel 1903. “Costruito” non solo perché si trattava di un falso ma perché appunto frutto di un collage di testi che risalgono ad un pamphlet[6] del 1864 contro Napoleone III, unitamente a testi antisemiti tedeschi successivi e a una variegata letteratura popolare proliferata nella Russia del tardo 800 e ruotante intorno al mito del Kahal.

Un’analisi circostanziata di questo filone letterario antigiudaico russo è stata effettuata da Alessandro Cifariello[7]. In Russia

“… nella seconda metà dell’Ottocento, nel corso di decenni di campagne giudeofobe a mezzo stampa, la paura psicotica dell’ebreo è capace di nutrire, tra menzogna e manipolazione dell’informazione, le più fantasiose, ardite, malevoli e pericolose calunnie antiebraiche. Personaggi di varia estrazione sociale e differente livello intellettuale arrivano a scorgere dietro alle decisioni di un qualsiasi governo nazionale e a ogni evento storico un velo tenebroso; quello del kahal.

Il kahal, calco di ‘keilla kedosha’, ‘comunità santa’, era il termine assegnato nel medioevo dai legislatori polacchi alla struttura comunitaria ebraica. Riconosciuto come istituzione di autogoverno della comunità ebraica sin da XVI secolo, aveva mantenuto per secoli grande potere, soprattutto a livello locale. Al tempo delle spartizioni della polonia, verso la metà del XVIII secolo, il legislatore russo si imbatté nell’esistenza della struttura comunitaria, che decise di mantenere fino alla sua definitiva abolizione, nel 1844. Tuttavia, nella seconda metà dell’Ottocento, in particolare dopo la pubblicazione dei celebri volumi di Brafman, nell’immaginario collettivo, da termine indicante la forma di autogoverno delle comunità ebraiche dell’Europa orientale, il kahal acquisisce il significato di potenza occulta, di vera e propria società segreta, di direzione centrale ebraica che – attraverso una cospirazione planetaria – governa nell’ombra il popolo ebraico, attua il programma di dominazione del mondo, dirige la mano armata del nichilismo nel suo attacco all’Europa, e realizza il progetto di disgregazione fisica e morale dell’Impero russo. Si cristallizza dunque nella cultura russa una ‘menzogna calunniosa’ che ha come bersaglio l’immaginario kehal degli ebrei.”[8]

Letteratura popolare, romanzi (veri e propri feuilleton) apparsi perlopiù a puntate sulla stampa russa da parte di autori, poco noti in occidente, che danno corpo nell’ultimo ventennio dell’Ottocento a una organica tipologia di “romanzo giudeofobo” russo[9]. La figura dello žid (giudeo) si configura secondo tre dimensioni: economica (sfruttatore e strozzino), politica (agitatore e nichilista) e religiosa occulta (rabbino praticante di riti satanici che complotta per il dominio planetario). Tematiche che da un lato fomentano un antisemitismo diffuso che sfocia in numerosi pogrom, in particolare dopo l’uccisione in un attentato della Zar Alessandro II (13 marzo 1881) da parte dei nichilisti della Narodnaja volja, e dall’altro costituiscono il calco narrativo diretto dei Protocolli.

 Il pregiudizio antiebraico

Se antigiudaismo (religioso) e antisemitismo (razziale) sono ricostruibili anche filologicamente e   storicamente, più variegato e dai contorni indefiniti è il tema del pregiudizio antiebraico tale che possiamo reperirlo anche laddove non penseremmo di trovarlo. A partire dallo stesso testo “L’odio di razza” de L’Eguaglianza che abbiamo riportato per esteso all’inizio: l’autore, deciso sostenitore dell’innocenza di Dreyfus ed esplicito accusatore dell’antisemitismo, non manca di inserire nella sua difesa luoghi comuni contro gli ebrei: ricchissimi, avidi di ricchezza e fanatici religiosi, sia pur superati in questo dai Cristiani che avrebbero assorbito ed amplificato l’intolleranza che traspira dal testo biblico liquidato dall’autore come “libro tutta sensualità odio, vendetta maledizione e sangue” e rigettato anche laddove, con l’alta poesia del Cantico dei cantici [10] esalta la dignità dell’amore umano.

Un testo utile per approfondire il tema ci è fornito da Roberto Finzi: Il Pregiudizio. Ebrei e questione ebraica in Marx, Lombroso, Croce[11]. Così lo introduce Claudio Magris nella prefazione:

“Nei tre saggi di questo libro Roberto Finzi non indaga tanto l’antisemitismo – cui peraltro egli ha dedicato, come si è detto, studi importanti – quanto il pregiudizio che si annida o può annidarsi anche in chi è assolutamente scevro da ogni forma di antisemitismo e anzi lo condanna e cerca di spiegarlo per combatterlo. Tutti e tre i protagonisti di questi saggi sfatano, rifiutano, respingono l’antisemitismo. Non è molto importante che due di essi – Marx e Lombroso – siano ebrei perché può esistere pure, in chiunque, una contorta violenza autolesiva, presente anche nella storia dell’ebraismo, col famoso “odio ebraico di sé” […]

Marx e Lombroso cercano di spiegare, in termini essenzialmente storici, la genesi dell’antisemitismo. Il ricorso alla storia, quale spiegazione di un fenomeno, sfata e smonta di per sé l’irrazionalità di ogni pregiudizio razzista e dunque pure dell’antisemitismo.

Naturalmente non si dà in questo campo alcuna vittoria definitiva per la ragione, perché il pregiudizio rinasce ogni volta dalle sue ceneri. Proprio perché è irrazionale, non si fonda su nulla di obiettivo e non è dimostrabile, esso non è confutabile. (pag. VII-VIII)

Finzi non si limita pertanto a ricostruire il contributo dei tre autori allo studio dell’antisemitismo, ma vuole capire come e perché in questi stessi autori persistano echi non secondari del pregiudizio antiebraico.

“Ecco, dunque, il punto, la spina dorsale delle pagine che seguono, dedicate all’analisi dell’immagine dell’ebreo tramandata dall’opera di tre personalità della cultura ottocentesca e primo novecentesca rappresentanti di tre filoni – il “socialismo scientifico”, la scienza positivista, l’idealismo liberale – non regressivi, ma progressisti e che, in maniera diversa e anche contrapposta, si proponevano di liberare l’uomo dai pregiudizi che ne ottenebravano il cuore e la mente. All’interno della loro ricerca permangono, quanto agli ebrei, scorie del passato: la acuta vigilanza critica che sorregge il loro sforzo analitico sembra come ritirarsi, restare impotente dinnanzi alla “questione ebraica”. Perché? La risposta – che, lo so bene rinvia ad altre, complicate analisi – sta, in sostanza nel punto di vista assunto. Se una “questione ebraica” esiste la causa non può che trovarsi negli ebrei, nella loro storia, nella “dura cervice” che li ha fatti sopravvivere a tutte le traversie della storia. Tanto che, non soddisfatti di tutto quanto è loro occorso, rifiutano la via maestra dello sviluppo civile, il risultato necessario della loro inevitabile e giusta emancipazione: l’assimilazione, intesa non come integrazione in una società che riconosca, all’interno di un quadro di valori condivisi, le differenze, ma quale assorbimento e, alla fine, estinzione, dissolvimento delle identità minoritarie in quella maggioritaria.”[12]  (pag. 5)

Non entro nel merito dell’analisi dettagliata del “pregiudizio persistente” nei tre autori, rimandando alla lettura diretta del testo di Finzi e a una brave sintesi in nota[13]. Due aspetti della sua analisi mi preme sottolineare: la modernità, nei suoi diversi aspetti – scientifico, culturale, artistico, civile … – non solo non ha debellato il pregiudizio, ma nemmeno l’antisemitismo; va inoltre fatta una netta distinzione fra prima e dopo la Shoah.

All’interno del confronto che oppose dreyfusardi e antidreyfusardi ad esempio gli intellettuali innovatori “moderni” si divisero: se molti artisti d’avanguardia presero posizione a favore di Dreyfus (Monet, Pissarro, Signac …) molti altri (Cézanne, Rodin, Degas …) si schierarono sul fronte opposto[14]. E d’altronde lo stesso Zola “campione della lotta contro la condanna di Alfred Dreyfus” non fu esente da “una visione stereotipata della giudaicità”[15].

La cultura antisemita ha fruito “del background di un senso comune ampiamente impregnato di preconcetti giudeofobi che affondano le loro radici nel Medioevo cristiano. Lo sterminio messo in atto da Hitler e dai suoi alleati” sottolinea Finzi “non avrebbe potuto forse nemmeno essere progettato se in tanta parte della popolazione europea non si fossero annidati nel profondo stereotipi antiebraici, che né la cultura né l’adesione a quanto oggi si è soliti chiamare modernità avevano sradicati”[16].

Dopo la Shoah tutto cambia: dal concetto di dio (Jonas) alla poesia (Adorno) e pertanto anche la storiografia dell’antisemitismo con un duplice rischio. Quello “di mettere in relazione diretta con il nazismo autori precedenti” per la presenza di “scorie” giudeofobiche (come alcuni hanno tentato con Marx e non solo), e dall’altra, siccome “il nazismo, ‘barbarie’ per eccellenza, non può avere rapporto alcuno con espressioni artistiche o culturali autentiche” (p. 126) si cerca di nascondere l’antisemitismo effettivo (e in più casi l’adesione al nazismo e/o al fascismo) di autori, artisti e personaggi importanti come qualcosa di “indecente” cha va sottaciuto; l’elenco è lungo: Richard Wagner, Henry Ford, Ezra Pound, Louis-Ferdinand Céline, Carl Schmidt e i filosofi Giovanni Gentile e Martin Heidegger …

L’elenco potrebbe continuare a lungo a dimostrazione che il pregiudizio e gli stereotipi antiebraici rappresentano un esempio straordinariamente evidente e documentato dell’operare della longue durée nell’immaginario collettivo, per nulla esorcizzati dalla “modernità”, dall’“avanguardia”, dal valore estetico o dalla capacità analitica. (p. 129)

Serve allora “uno sforzo voluto e specifico” per indagare, conoscere, individuare, capire e riconoscere quelli che Gramsci indicava come “frantumi eterogenei di mondi culturali fossilizzati” (p. 34) che sono estremamente diffusi anche in coloro che non lo sospettano affatto, rovesciando l’ottica storica che ha accumulato Marx, Lombroso, Croce (e molti altri) che hanno ricercato le “cause” della questione ebraica all’interno del mondo e della cultura ebraica.

“La prospettiva corretta è un’altra, l’esatto opposto. Per dirla con Jean-Paul Sartre: “L’esperienza non fa sorgere la nozione di ebreo, al contrario è questa che chiarisce l’esperienza: se l’ebreo non esistesse, l’antisemita l’inventerebbe”.[17] Il problema non era e non è capire se, come, quanto gli ebrei siano o no diversi dagli altri, e che “tic” – come tutti – si portino dietro, ma quale sia il meccanismo mentale di chi gli ebrei odia indipendentemente da qualsiasi loro carattere storico. Per questo sono importanti le ricerche che si vanno sviluppando sulla “cultura” antisemita. Un “pensiero” che sempre più appare espressione, ed ammissione, di una debolezza “identitaria”. Per affermarsi, l’identità dell’antisemita necessita di un nemico da combattere e battere. Solo dominando, annullando l’altro si ritrova e si realizza.” (p. 6-7)

Gitani e “zingari” [18] 

 

Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.

Mariella Mehr

In accordo con Clotilde Pontecorvo, ritengo che la shoah non vada assolutizzata “come un evento unico” e nemmeno ridimensionata ad “uno dei tanti stermini[19]; assumendo questo “conflitto” fra unicità e possibilità di replicazione dell’orrore nazista, ritengo si possa affermare che l’antisemitismo costituisca la matrice, la fonte ispiratrice, di ogni altra forma di razzismo. L’analisi del pregiudizio antiebraico e dell’antisemitismo fornitaci da Finzi può così fornirci la struttura utile per individuare e interpretare altre forme di razzismo ora emergenti.

Riprendendo il testo de L‘eguaglianza su L’odio di razza che abbiamo riportato all’inizio e che ci serve da filo conduttore per queste riflessioni, vi è un passo che certo oggi sorprende laddove l’autore afferma che “la prevenzione contro gli Israeliti” non viene esercitata “per i gitani e zingari”.  Evidentemente l’autore ignorava la storia di Rom e Sinti: la loro persecuzione ha attraversato tutta l’Europa moderna con leggi di discriminazione sin dal Quattrocento. Sono poi stati come, e per certi versi più degli stessi ebrei, vittime dello sterminio nazista con almeno mezzo milione di vittime corrispondente almeno alla metà della loro popolazione in Europa. Vittime dimenticate. Per loro non vi è stato nessun processo di Norimberga, poche le loro testimonianze e solo negli ultimi anni si è incominciato a far luce sul loro olocausto: Porrajmos (divoramento)[20].

Sono due le date che ricordano lo sterminio di queste popolazioni: il 2 agosto e il 16 maggio.

Il 15 aprile del 2015, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione per adottare il 2 agosto come «giornata europea della commemorazione dell’olocausto dei rom». La risoluzione ricorda: «i 500.000 rom sterminati dai nazisti e da altri regimi (…) e che nelle camere a gas nello Zigeunerlager (campo degli zingari) di Auschwitz-Birkenau in una notte, tra il 2 e il 3 agosto 1944, 2.897 rom, principalmente donne, bambini e anziani, sono stati uccisi». […]

Testimone oculare della notte del 2 agosto fu l’ebreo italiano Pietro Terracina, che ha raccontato a Roberto Olia: «Con i rom eravamo separati solo dal filo spinato. C’erano tante famiglie e bambini, di cui molti nati lì. Certo soffrivano anche loro, ma mi sembrava gente felice. Sono sicuro che pensavano che un giorno quei cancelli si sarebbero riaperti e che avrebbero ripreso i loro carri per ritornare liberi. Ma quella notte sentii all’improvviso l’arrivo e le urla delle SS e l’abbaiare dei loro cani. I rom avevano capito che si prepara qualcosa di terribile.

Sentii una confusione tremenda: il pianto dei bambini svegliati in piena notte, la gente che si perdeva ed i parenti che si cercavano chiamandosi a gran voce. Poi all’improvviso silenzio. La mattina dopo, appena sveglio alle 4 e mezza, il mio primo pensiero fu quello di andare a vedere dall’altra parte del filo spinato. Non c’era più nessuno.

Solo qualche porta che sbatteva, perché a Birkenau c’era sempre tanto vento. C’era un silenzio innaturale, paragonabile ai rumori ed ai suoni dei giorni precedenti, perché i rom avevano conservato i loro strumenti e facevano musica, che noi dall’altra parte del filo spinato sentivamo. Quel silenzio era una cosa terribile che non si può dimenticare. Ci bastò dare un’occhiata alle ciminiere dei forni crematori, che andavano al massimo della potenza, per capire che tutti i prigionieri dello Zigeunerlager furono mandati a morire. Dobbiamo ricordare questa giornata del 2 agosto 1944». (Giuliano Princigalli, “Porajmos, l’olocausto dei Rom”, il manifesto, 1.08.1015)[21]

Le comunità rom e sinti si sono concentrate recentemente su un’altra data: il 16 maggio in ricordo di quanto avvenne, sempre nel campo Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau, due mesi e mezzo prima di quel 2 agosto. Preavvertiti dalla resistenza interna che erano stati destinati quel giorno alle camere a gas, i cinquemila “zingari” si armarono alla bene e meglio con bastoni, pietre e ogni altra arma improvvisata e misero in fuga i guardiani che si erano presentati per condurli alla eliminazione, riuscendo a far sospendere – purtroppo temporaneamente – il massacro. Il più ampio episodio di rivolta avvenuto in un campo di sterminio nazista. Se il 2 agosto è il giorno della memoria rom (del porrajmos) il 16 maggio rappresenta la Giornata internazionale della Resistenza romanì.

Una delle non molte testimonianze scritte reperibili sul porrajmos è quella di Otto Rosenberg, La lente focale. Gli zingari nell’olocausto pubblicata da Marsilio nel 1999 e ripubblicato recentemente dalle edizioni “La Meridiana”. Nel 1936 Otto ha nove anni e abita a Berlino con la sua numerosa famiglia allargata. In previsione delle Olimpiadi, “per fare ordine e pulizia”, tutti gli “zingari” berlinesi per ordine di Hitler vengono deportati e ammassati in un campo di un quartiere periferico della città (Marzahn) a ridosso delle discariche. Inizia il percorso che nel giro di sette anni lo porterà ad Auschwitz e successivamente, prima del fatidico 2 agosto, in altri campi. Un racconto semplice, asciutto, privo di emotività anche quando parla dei medici nazisti che già a Marzahn fanno “ricerca” sui bambini rom per dimostrare che – nonostante la loro origine indoeuropea che li ossessionava – erano impuri e subumani. Oppure quando ad Auschwitz, pur sapendo benissimo cosa uscisse dalle ciminiere dei forni crematori, bambini e ragazzi erano addestrati a fingere di ignorarlo. Il suo ultimo campo sarà quello di Bergen-Belsen dove sarà liberato, unico sopravvissuto della sua famiglia.

Nell’ultima edizione il testo è introdotto dalla prefazione di Dijana Pavlović che, per ricordare come la persecuzione e il tentativo di “pulizia etnica” dei Rom non sia stato solo prerogativa di fascismo e nazismo, riporta un poetico racconto sulla deportazione della scrittrice e poetessa Mariella Mehr e ricorda che questa era

“Una donna nata nel ’48 […] dopo la seconda Guerra mondiale, dopo che il processo dl Norimberga ha rivelato al mondo le atrocità subite da chi è stato internato nei campi di concentramento e di sterminio, ma lei lo stesso ha vissuto il Porrajmos (il genocidio Rom). L’ha subito da bambina e da donna in Svizzera, perché Mariella è una Jenisch, una comunità nomade del Centro Europa. Mariella è stata tolta ai sui genitori quando aveva 5 anni, la mamma Maria Emma è stata sterilizzata e internata in un centro psichiatrico, mentre Mariella è stata prima consegnata a famiglie affidatarie, poi a istituti psichiatrici. Per curate la sue malattia, il suo “gene nomade”, le hanno fatto il primo elettroshock quando aveva solo 9 anni. Quando ne aveva 18 le hanno tolto il figlio e anche lei, come sua madre, è stata sterilizzata. In Svizzera la sterilizzazione delle donne Jenisch e la tortura dei loro figli nei centri psichiatrici e durata fine al 1976. […] Trent’anni dopa il processo di Norimberga, a quasi trent’anni dalla Dichiarazione dei diritti umani, negli anni dei Beatles e dei Rolling Stones, quando la società occidentale era percorsa dai movimenti dl liberazione civile, i nostri più stretti vicini, famosi per civismo e pacifismo, utilizzavano ancora le pratiche della purificazione della razza.”[22]

Se la memoria della shoah è entrata, sia pur in modo incompleto, nella consapevolezza civile democratica e qualsivoglia oltraggio o atto discriminatorio verso la comunità ebraica o il singolo ebreo caratterizza in modo inequivocabile di nazifascismo chi lo esercita, lo stesso dovrebbe valere per ogni oltraggio e discriminazione verso Sinti e Rom. Così evidentemente non è; la memoria del Porrajmos è del tutto minoritaria e attualmente Sinti e Rom costituiscono la minoranza più osteggiata nel nostro paese: secondo una ricerca realizzata dal Pew Research Center nel 2014 in Europa, l’Italia è il paese con il pregiudizio più diffuso (85%) nei loro confronti.[23]

Non per con-chiudere ma per dischiudere

In alcuni precedenti post e in particolare in “I migranti e le nostre comunità” (del marzo 2017) mi ero soffermato sulle nuove teorizzazioni del razzismo (quella “culturalista” in particolare); in tempi rapidi mi pare che oggi il problema non sia tanto a livello di teorizzazioni (biologico, differenzialista, neo-evoluzionista, culturalista …) ma quello della rapida “stura” di comportamenti e atteggiamenti palesemente e manifestamenti razzisti. Se consideriamo “la pratica” del pregiudizio razzista nel suo evolversi notiamo come le diverse espressioni del razzismo si mescolino e sommino (es. antisemita[24] e anti islamico, xenofobo e contro le minoranze anche italiane ecc. siano esse etniche, religiose o sessuali). Ricordo un articolo della seconda metà degli anni ’70 – se non sbaglio di Giorgio Bocca – in cui l’autore sosteneva che il razzismo più pervicace fosse quello verso l’estraneo non troppo dissimile, non immediatamente riconoscibile come tale; in passato l’ebreo, poi il “terrone”, oggi (allora) il magrebino, mentre – in particolare in Italia – non avrebbe potuto prender piede un razzismo verso i “negri” quale quello presente negli Stati Uniti dove questo trovava una diversa spiegazione da collegarsi alla storia della schiavitù.

Bocca – o chi per lui –non scriverebbe di certo più quell’articolo; troppi gli episodi che evidenziano come oggi non sia affatto sostenibile quel tipo di lettura. Siamo di fronte ad un regresso dove il “bersaglio” può rapidamente variare di volta in volta: gli “zingari”, gli islamici come gli ebrei, gli immigrati siano economici o richiedenti asilo, i “neri” ecc. ecc. e naturalmente gay e transessuali.

Si dice che tutto ciò sia il portato di insicurezza, paura, incertezza del futuro, crisi di identità, crisi economica e disoccupazione; che vi sia un vento che alimenta questi atteggiamenti e comportamenti: quello del populismo sovranista che percorre l’Europa e non solo.

Tutte spiegazioni che non mi sembrano cogliere il punto centrale, quello che io definirei lo “sdoganamento dall’alto”: se i principali esponenti dei partiti più votati nelle ultime elezioni politiche italiane (2018) non solo “sdoganano” sentimenti e atteggiamenti xenofobi e razzisti, ma li alimentano (il “ministro sovranista dell’odio” che non perde occasione a parole, e nei fatti  come il sequestro di persone in “prigioni galleggianti”, e il guru in declino dei  populisti nostrani che proclama “non essere il razzismo un problema”), allora non c’è da meravigliarsi se episodi di intolleranza, spesso non solo a parole, siamo ormai all’ordine del giorno, e il regresso si manifesti inoltre nel proliferare delle tipologie colpite: gli zingari, gli islamici come gli ebrei, gli immigrati, i “neri” ecc.

Con un paradosso per cui la parola “razzismo” è ancora sottoposta a tabù, a stigma sociale, ma non più il comportamento razzista – a parole e negli atti – spesso anticipato o giustificato a posteriori dall’inciso ricorrente “Non sono razzista … ma”.

È assolutamente doveroso denunciare ogni singola manifestazione di razzismo, facendo memoria delle tragedie del passato e non lasciando correre alcun singolo episodio e manifestazione dell’oggi. Ma penso non sia affatto sufficiente.

Abbiamo più sopra sottolineato come il pregiudizio razzista alberghi in modo diffuso: artisti d’avanguardia e scienziati, pensatori politici progressivi, paesi civili e democratici. Anzi direi che alberga in ciascuno di noi nelle forme più diverse: chi non ha qualche pregiudizio – e magari risentimento – sia esso verso i neri o gli islamici, i “marocchini” o gli “zingari”, i Testimoni di Geova o i “froci”, i cinesi o gli arabi e, sotto sotto, anche un po’ gli ebrei? E ne ho dicerto dimenticati molti. Ed è su noi stessi che abbiamo allora necessità di indagare, di rendere a noi stessi palese ogni forma di pregiudizio che ci accompagna.

Con pochissime eccezioni – quasi tutte, direi, di sesso femminile –, persone nelle quali la totale apertura e curiosità nei confronti degli altri prevale su ogni timore e preconcetto.

Roberto Finzi conclude il suo libro sul Pregiudizio citando Lombroso che – se non era manifestamente antisemita – certo era autore di teorie che il razzismo hanno comunque alimentato.

La ricerca del vaccino che immunizzi in via definitiva la civiltà europea dal contagio antisemita [e io aggiungerei ‘razzista’] arriverà a conclusione solo assumendo, per dirla con Lombroso, che “le epidemie sono una acutizzazione rapida, intermittente, dei morbi che ci affliggono sporadici con molto meno intensità in tutta la vita”.[25]

Dovremmo allora tutti dire:

Sono razzista, ma … man mano che – individualmente e collettivamente – riconosciamo e comprendiamo il morbo che ci affligge, il giorno in cui sapremo trovarne la cura e il vaccino, si farà più vicino.

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[1] La Biblioteca “Aldo Aniasi” della Casa della Resistenza ne ha recentemente acquisito una ventina di numeri relativi al 1998. Temi ricorrenti sul piano locale l’attività del Consiglio Comunale di Pallanza, le onoranze intresi a Felice Cavallotti, la construenda Galleria del Sempione, notizie di economia e di cronaca dal territorio ecc.; temi più generali la critica all’impunità processuale di Francesco Crispi, il sostegno a leggi contro la povertà e la riduzione del prezzo del pane, per il divorzio, per la scuola pubblica e laica ecc. Alcuni contributi di carattere generale sono ripresi da altri giornali, in particolare dal torinese L’Avvenire, organo di un raggruppamento liberal riformista.

[2] Miserabile cupidigia dell’oro. Espressione derivata da Virgilio: (Eneide 3. 56-57): Quid non mortalia pectora cogis, | Auri sacra fames (A cosa non sproni i petti dei mortali, miserabile cupidigia dell’oro).

[3] Bernarde Lazare, L’antisemitismo e l’Affaire Dreyfus, Medusa, Milano 2017, p. 11.

[4] Ivi, p. 51-52.

[5] Ivi, p.58-59.

[6] Dialogo agli inferi tra Machiavelli e Montesquieu dell’autore satirico francese Maurice Joly.

[7] L’ombra del kahal. Immaginario antisemita nella Russia dell’Ottocento, Viella, Roma 2013. Per una sintetica recensione online cfr. qui.

[8] Ivi, p. 12-13.

[9] Gli autori e i testi analizzati da Cifariello sono: Boleslav Markevič (Sul baratro 1880-1885), Nikolaj Vagner (La via oscura, 1890), Vsevolod Krestovskij (la trilogia L’ebreo sta avanzando 1888-1891), Ieronim Jasinskij (Sulle tracce fresche 1892) e Savelij Efron-Litvin che con Tra gli ebrei del 1897 riprende i testi precedenti e si concentra sul tema del complotto del kahal mondiale.

[10] Online sono reperibili varie traduzioni italiane di questo particolare testo biblico: qui quella interconfessionale; una versione audio è reperibile nella versione di Giovanni Luzi. Una dettagliata analisi del testo e delle sue interpretazioni è stata scritta per l’Enciclopedia Italiana nel 1930 da Giuseppe Ricciotti. Per un confronto a più voci cfr. qui (Il Sole 24 Ore).

[11] Bompiani, Milano 2011. Finzi è autore di parecchi studi economici e storici e opere di rilievo su temi di attualità. Ne ricordo due in particolare: Breve storia della questione antisemita (Bompiani, nuova ed. 2019) e Il maschio sgomento. Una postilla sulla questione femminile (Bompiani, 2018).

[12] “Assimilazione, nota Amos Luzzatto, corrisponde alla “infelice traduzione della parola ebraica hitholetut, che andrebbe semmai resa con il termine ‘dissolvimento’ (‘assimilazione’ in ebraico dovrebbe suonare semmai hitdammut)” e aggiunge “l’assimilazione è una relazione almeno binaria, ma soprattutto simmetrica. In simboli se R simboleggia una relazione logica fra a e b, scriveremmo R (a, b) ←→ R (b, a) che significa che se io divento simile a te, anche tu diventi simile a me. Nel dissolvimento invece uno degli elementi della relazione si conserva mentre l’altro svanisce come tale e si identifica, si assorbe nell’altro” (A. Luzzatto, Il posto degli ebrei, Einaudi, Torino 2003, p. 35). In queste pagine, tuttavia, si continuerà a usare il termine assimilazione nel senso della “infelice traduzione della parola ebraica hitholetut”, per la sua sedimentazione e pregnanza nella letteratura della ‘questione ebraica’.” [Nota di Roberto Finzi]

[13] Marx, che non ha mai sottolineato, né tanto meno rivendicato il suo essere ebreo, nella corrispondenza privata con Engels non manca, in particolare riferendosi a Lassalle di lasciarsi andare “a espressioni che oggi hanno un netto retrogusto antiebraico” (p.17) come ‘barone ebreo’ e a riferimenti alla “sua testa e chioma” che “discende dai negri che si unirono all’esodo di Mosè …”. Ma è il suo giovanile saggio Sulla questione ebraica (1844) che identifica ebraismo e capitalismo che fece parlare molti di un “antisemitismo economico” di Marx; non solo le sue analisi successive del capitalismo utilizzeranno ben altri parametri, ma mantenne i rapporti con la parentela e studiosi ebraici e si espresse in modo netto “sulla giustezza della richiesta ebraica di emancipazione politica” (p. 42). In sostanza pregiudizio sì, ma non certo antisemitismo.

Lombroso affronta il tema antiebraico ne L’antisemitismo e le scienze moderne del 1894 che si pone nella prospettiva dell’assimilazione quale esito naturale dello sviluppo storico: è semmai l’antisemitismo che opponendosi all’emancipazione non farebbe che amplificare gli aspetti negativi “dell’avido ebreo mercante”, a meno che – inconsapevole ed inquietante profezia – non si prefigga di “distruggere completamente gli ebrei”. Testo poco noto in Italia, ma che ebbe risonanza in Francia all’interno del dibattito su Dreyfus, in particolare in una seconda edizione della versione francese. Pur schierato con i dreyfusardi e, per sua stessa dichiarazione, vicino al sionismo, il suo testo, in cui riecheggiano le sue posizioni di un scientismo di certo datato, “in realtà rischiava di produrre e ha contribuito a produrre addirittura l’effetto opposto, il rafforzamento nell’immaginario collettivo di antichi, diffusi, pregiudizi antiebraici” in quanto “dalle sue pieghe spunta più di una immagine stereotipa, condivisa da un diffuso sentire giudeofobo” (p.72).

Per quanto riguarda Croce, a parte una posizione diversa che avrebbe espresso durante la guerra in un colloquio con un soldato ebreo, egli, che aveva condannato le leggi razziali e la persecuzione nazista, si oppone a ogni “nazionalismo” e vede per il popolo ebraico, quale unica soluzione, la più piena assimilazione e condanna “non solo la riluttanza a vincere il loro millenario separatismo, stimolo alle deplorevoli separazioni, ma il proposito di rinsaldarlo […] al quale si accompagna una sorta di sentimento tragico, come il popolo destinato a fare di sé stesso olocausto di una divinità feroce” (Contro i nazionalismi di qualsiasi sorta) (p. 83). In sostanza gli ebrei in buona parte causa della propria persecuzione per il rifiuto all’inserimento pieno nella storia progressiva dell’Europa moderna e per una sorta di auto designazione quali vittime sacrificali di un dio rozzo e barbarico.

[14] Ivi, p. 127.

[15] Pag. 34.

[16] Pag. 7.

[17] J.-P. Sartre, Ebrei, Edizioni Comunità, Milano 1948, p. 150.

[18] “Zingari” non è un termine utilizzato nelle lingue sinta e romanì, ha provenienza esterna (è eteronimo) e ha assunto una connotazione dispregiativa.

[19] “Il mio nome” in Una Città n. 46, dicembre 1995. Cfr. anche la voce Shoah su questo blog.

[20] Termine in lingua romanì che significa “divoramento”; è stato utilizzato per indicare l’olocausto dei popoli rom e sinti per opera del fascismo e del nazismo (1934 – 1945) dallo studioso della lingua e cultura dei popoli rom e sinti Ian Hancock. Dice di averlo sentito utilizzare con questa accezione nel 1993 da un rom durante un colloquio. Una relazione sul Porrajmos tenuta da Hancock a Mantova nel giorno della memoria 2013 è reperibile qui. Due sono i siti in italiano che hanno iniziato a raccogliere in modo sistematico la documentazione sul Porrajmos: Memors. Il primo museo virtuale del Porrajmos in Italia e USC Shoah Foundation.

[21] L’articolo completo è reperibile online qui.

[22] Otto Rosenberg, La lente focale. Gli zingari nell’olocausto, La Meridiana, Molfetta 2016, p. 5-6. Per approfondire il porrajmos degli Jenisch in Svizzera cfr. Il genocidio degli Jenisch in Svizzera: cinquant’anni di crimini, abusi e di cultura eugenetica. Sulla Mehr cfr. Mariella Mehr, un poeta vittima della Pro Juventute svizzera di Silvia Leuzzi.

[23] Il grafico è ripreso dal sito de L’internazionale; una rassegna degli articoli sul tema della comunità rom qui.

[24] Sul “ritorno” dell’antisemitismo in Italia cfr. il Rapporto sull’antisemitismo in Italia nel 2016 a cura dell’Osservatorio antisemitismo del CDEC.

[25] Il Pregiudizio cit., p. 130.

L’istruttoria di Osnabrück e il contributo del Comune di Baveno

Il contributo di seguito riportato compare sul n. 1/2019 di Nuova Resistenza Unita in uscita da fine gennaio 2019*. Fa parte degli inserti che dal n. 4 del 2016 pubblichiamo sul tema della Presenza ebraica nel Novarese nel periodo delle leggi razziali e della guerra. È il nono contributo dell’Équipe “Even 1943”**, gruppo di lavoro che, dopo la realizzazione dell’omonimo documentario costruito prevalentemente sulla base di fonti e testimonianze orali e sulla base della traccia tratta da testo di Aldo Toscano (L’Olocausto del Lago Maggiore), si è dedicato in particolare ad una ricerca bibliografica e alla costruzione di pacchetti didattici proposti alle scuole secondarie. Infine si è proseguito con la consultazione presso gli Archivi di Stato e Comunali in funzione dell’implementazione, periodicamente aggiornata, della banca dati del Centro di Documentazione e della diffusione dei risultati della ricerca – in più casi non solo arricchenti ma anche innovativi rispetto a quanto si conosceva precedentemente – con una apposita mostra e, appunto, con gli inserti di Nuova resistenza Unita.

In questo articolo si ricostruiscono le origini dell’istruttoria del Processo di Osnabrück che, come è noto, indagò e processò alcuni dei responsabili degli eccidi perpetrati in più località sul Lago Maggiore e paesi limitrofi da parte delle SS della Leibstandarte Adolf Hitler ***, nonché il contributo importante, e sinora disconosciuto, che il Comune di Baveno con il suo Sindaco Emiliano Bernasconi fornirono all’istruttoria e al processo.

L’istruttoria di Osnabrück

Nel numero VIII dell’inserto ci siamo occupati della stagione processuale in Italia e abbiamo osservato come, con il processo di Torino del 1955, l’unico fra gli eccidi del Lago Maggiore arrivato a procedimento e sentenza nel nostro paese fu quello relativo alla famiglia Ovazza a Intra.

Da parte tedesca, subito dopo gli eccidi e le notizie dei ritrovamenti di cadaveri riaffiorati dal lago, venne avviata una indagine interna alle SS per iniziativa del Generale (Brigadeführer) Theodor Wisch, comandante di divisione della Leibstandarte Adolf Hitler. Indagini poi interrotte e messe a tacere. Così Klinkhammer ricostruisce: “Wish, che si trovava a Salsomaggiore, fece fare delle indagini dopo le notizie sui ritrovamenti dei cadaveri nel lago. Già nell’ottobre 1943, inviò due giudici militari della divisione, gli SS-Hauptsturmführer Jochum e Franz, sul lago Maggiore. Queste indagini condotte dai giudici militari finirono in ogni caso nel nulla, vale a dire che si interruppero in seguito a un ordine superiore.[i]

Sempre secondo Klinkhammer anche il comandante del secondo reggimento Tenente Colonnello Hugo Kraas di stanza a Chivasso e il noto capitano Theo Saevecke, a capo dei servizi informativi della Polizia tedesca a Milano, vennero a conoscenza dei fatti e raccolsero informazioni. L’importante evidentemente era coprire tutto con un velo di silenzio dopo le che le notizie, seppur in modo impreciso, era giunte anche alla stampa straniera.

L’avvio di procedimenti per i crimini di guerra nazisti era già stato ipotizzato dagli alleati dal dicembre 1942 e si concretizzò, come è noto, con i processi di Norimberga sotto l’egida del Tribunale Militare Internazionale: quello principale (20 novembre 1945 – 1° ottobre 1946: 24 imputati con 19 condanne di cui 12 a morte) e i dodici cosiddetti “secondari” contro specifici gruppi (medici, giudici, ministri ecc.) dal 9 dicembre 1946 al 13 aprile 1949 (177 imputati con 142 condanne di cui 26 a morte). Successivamente furono circa duemila i processi che da parte delle nazioni vincitrici occupanti e successivamente dai tribunali delle due Germanie vennero celebrati per reati di guerra e razziali. Un’epoca processuale che non fu vista con favore da una parte della stampa della Germania Federale, letta come un rivangare inutile e controproducente. E non mancarono assoluzioni, amnistie e riabilitazioni.

L’atteggiamento della stampa e dell’opinione pubblica tedesca cambiarono significativamente nel 1958 in seguito alla vicenda di Bernhard Fischer-Schweder e al processo di Ulm (28 aprile – 29 agosto 1958; dieci gli imputati, tra cui Fischer-Schweder, tutti condannati a pene tra i 3 e i 15 anni) che mise alla luce lo sterminio di massa degli ebrei lituani, comprese donne e bambini, e il reinserimento nella vita civile dei criminali nazisti anche sotto falso nome. Il governo di Bonn, sotto pressione dell’opinione pubblica[ii], diede vita a partire dal 1° dicembre 1958 all’Ufficio centrale per l’accertamento dei crimini nazisti con sede a Ludwigsburg (Stoccarda) affidandone la direzione a Erwin Schüle, già pubblico ministero del processo di Ulm[iii].  Nel solo primo anno questo Ufficio avviò ben quattrocento indagini e la sua attività da allora non è mai cessata.

È proprio in questo primo anno di attività che, in seguito a denuncia anonima, l’Ufficio di Ludwigsburg iniziò a indagare sugli eccidi del Lago Maggiore; inizialmente le autorità militari si rifiutarono di indicare i reparti di stanza sul Lago che vennero individuati nel 1961 e i magistrati dell’Ufficio incominciarono gli interrogatori fra gli appartenenti alla Leibstandarte Adolf Hitler[iv]. Fra i nomi più ricorrenti emerse quello di Friedrich Bremer che era stato il comandante della quarta compagnia mitraglieri di stanza a Baveno e che verrà poi indicato come il principale imputato; era nativo di Dissen, paese rurale del distretto di Osnabrück e pertanto l’istruttoria venne demandata a questa Corte, in carico al Primo Procuratore Generale Dr. Bautz.

Friedrich Bremer

 

Nel 1963 venne inviato a Milano il dott. Gerhard Viedmann per raccogliere elementi utili per il procedimento, e in particolare le indagini interne condotte all’epoca dei fatti da Theo Saevecke, il cui incartamento però “era andato distrutto”[v].

Si svilupparono così la collaborazione, ampiamente nota e documentata, della Procura di Osnabrück con il Tribunale di Milano, nella persona del dottor Antonio Amati, e il contributo fondamentale del CDEC, con Eloisa Ravenna, per individuare e contattare i testimoni italiani. Non noto invece – anche per noi rappresentò una “scoperta” quando reperimmo l’incartamento presso l’archivio comunale[vi] – il ruolo assunto dal Comune di Baveno con il suo Sindaco Emiliano Bernasconi.

 

Il contributo del Comune di Baveno

Il rapporto tra il Comune di Baveno e il “Tribunale provinciale di Osnabrück” iniziò con una lettera[vii] del 20 dicembre 1965 in cui, a nome del Giudice Istruttore, dopo aver ricordato le indagini in corso “a carico di appartenenti di prima alla ‘Leibstandarte’ delle SS Adolf Hitler per omicidio di ebrei a Baveno e Meina commesso nel mese di settembre 1943” si richiede al Sindaco la pianta dettagliata di Baveno con la collocazione degli alberghi (“Bella Vista, Bella Riva, Lido Palazzo, Sempione, Ripa etc.”) tentando di accertare la disposizione dei reparti e degli ufficiali delle SS e di segnalare “quali testimoni fossero in grado di fornire informazioni di fatti relativamente agli avvenimenti di allora”.

Il sindaco Bernasconi non si limitò a fornire una risposta puntuale alle richieste del tribunale tedesco ma, facendosene carico in modo estensivo, nominò e convocò in prima seduta il 29 gennaio successivo una apposita commissione da lui presieduta composta da Patroclo della Valle, Franco Martellosio, Cesare Mercandino (già membri del CLN di Baveno) e Giulio Lavarini (comandante della 1a Brigata «Abrami» della divisione «Valtoce»). Dai verbali della seduta risulta che:

  • venne esaminata la richiesta del Giudice Istruttore di Osnabrück e si decise di convocare un primo gruppo di testimoni da interrogare in una seconda seduta fissata per il 26 febbraio;
  • nel frattempo si raccolsero testimonianze sottoscritte e in particolare quella di Giancarlo Samaia, cugino dei Luzzatto residente a Milano, che oltre ad indicare con precisione i membri della famiglia prelevata dalle SS “assistette personalmente con un medico di Baveno di cui non ricorda il nome” alla esumazione di resto umani “sulla spiaggia prospiciente la villa ‘AL RUSCELLO’… ma esclude che questi resti fossero dei membri della famiglia Luzzato”; suggerì inoltre possibili testimoni;
  • si informò il Tribunale di Osnabrück, con lettera del 7 febbraio, della istituzione della commissione e delle sue finalità.

Il 26 febbraio, come stabilito, si effettuò la seconda seduta della commissione; furono convocati sei testimoni ma solo tre si presentarono (Egidio Ferigato, Maria Pagani ed Elda Clerici vedova Pagani) e furono interrogati dal Sindaco alla presenza della commissione. Vennero poi individuati altri 18 testimoni da convocare e interrogare, se necessario anche fuori sede. Il Sindaco e l’architetto Mercandino furono inoltre delegati a “raccogliere a domicilio” le deposizioni di altri tre testi residenti a Milano.

Il 28 febbraio Il Tribunale di Osnabrück rispose al Sindaco ringraziando per «l’interesse attivo» e, al fine di «aiutare nel lavoro della commissione da Lei incaricata», allegò la rogatoria precedentemente inviata il 17 dicembre 1964 al Procuratore Generale della Corte di Appello di Milano (pp. 1-9) con il nome degli imputati e una prima ricostruzione degli eventi sotto indagine unitamente a dodici fotografie degli indagati scattate all’epoca dei fatti per permetterne l’identificazione.  Invitò la commissione alla discrezione e a non trasmettere nulla a stampa, radio e televisione. Si chiese soprattutto l’individuazione dei responsabili diretti degli omicidi e quali fatti specifici i testimoni diretti potessero descrivere.

Gli allegati (le nove pagine della rogatoria e le fotografie degli indagati in divisa) sono storicamente rilevanti perché permettono, con il raffronto alle sedute del processo del 1968[viii], di meglio comprenderne il percorso istruttorio. La “Rogatoria per audizione di testimoni” del dicembre 1964 è titolata “Causa di carcerazione” ed elenca in oggetto gli otto cittadini tedeschi già appartenenti alle “Waffen-SS” sottoposti a “procedimento di istruzione”: Friedrich Bremer (3.12.1919); Hans Röhwer (5.12.1915); Hans Krüger (18.4.1912); Herbert Schnelle (27.41913); Oskar Schulz (18.5.1922); Ludwig Leithe (19.6.1920); Fritz Plöger (29.6.1917); Walter Lange (5.9.1921). Di questi, viene precisato in seguito, “quattro imputati (Bremer, Röhwer, Schulz e Leithe) si trovano ancora in custodia preventiva”.

La rogatoria prosegue indicando le motivazioni del procedimento: “omicidio di un numero non ancora stabilito di ebrei greci ed italiani nei mesi di settembre – ottobre 1943 a Meina, Baveno e in altre località sul Lago Maggiore”. Viene fornita una sintesi di quanto “le indagini fatte fino ad ora hanno avuto come risultato” relativamente agli eccidi di Meina, Baveno, Arona, Orta[ix] con un elenco provvisorio delle vittime, dei possibili responsabili e la disposizione dei reparti:

cap. Hans Becker  “All’incirca del 10 settembre 1943, la regione della riva occidentale del Lago Maggiore fu occupata da formazioni del 1. battaglione delle «Leibstandarte SS – Adolf Hitler». Il comando del battaglione, insieme con le 4. e la 5. compagnia, fu stazionato a Baveno, la 1. compagnia a Pallanza, la 2. compagnia ad Intra e la 3. compagnia a Stresa”.

Risulterebbe che il comandante del battaglione, Hans Becker[x]sia stato in licenza al momento del fatto essendo rappresentato dal Röhwer”.

Vengono indicati 19 testimoni italiani o comunque residenti in Italia, tredici individuati grazie a “una comunicazione del direttore dott. Mapelli del giornale «Corriere della Sera»” e altri sei “ricavati da rapporti dal giornale pubblicato a Roma «Il Momento»” (dicembre 1945-gennaio 1946) e si richiede di indicarne altri possibili. Dovranno esser interrogati “minuziosamente” senza giuramento, distinguendo con precisione la conoscenza diretta dei fatti da quella indiretta.

Degli otto indagati furono sottoposti a processo nel 1968 in cinque, con l’esclusione di Bremer (maestro fabbro di oggetti d’arte), deceduto per cancro prima del dibattimento, e di Plöger e Lange che vi entrarono invece quali testimoni[xi].

Le foto allegate sono 12 relative a otto membri della Leibstandarte; cinque sono con fronte e profilo abbinati, le altre a figura intera; non compaiono

ten. Gerhard Boldt

quelle di Plöger e Lange che, abbiamo visto fungeranno da testimoni; vi sono inoltre quelle del comandante Becker e del tenente Gerhard Boldt[xii].

Ritorniamo ai lavori della commissione di Baveno. La terza seduta fu convocata il 2 aprile 1966. Su 18 testimoni se ne presentano nove, mentre uno (Giovanni Boera, ex guardia comunale), non potendo partecipare per motivi di salute, aveva inviato una testimonianza scritta. Il Sindaco alla presenza della commissione interrogò separatemene i testi mostrando loro le fotografie per l’eventuale riconoscimento dei responsabili. “Esauriti gli interrogatori il Sindaco si riserva di procedere ulteriormente nelle indagini e di rinviare gli atti della Commissione al tribunale di Osnabrück”.

         

Tre mesi dopo, il 9 luglio, venne infatti inviato al Tribunale di Osnabrück un fascicolo di 21 pagine[xiii] con i verbali delle tre sedute della commissione, tredici testimonianze firmate e la trascrizione della lettera di Giovanni Boera, una sintesi dei fatti accertati e dei riconoscimenti; un elenco di dieci testi che “non si sono presentati a deporre ma che sono certamente a conoscenza dei fatti”; un elenco di altre persone, non convocate dalla commissione, ma “che possono fornire informazioni utili”. La ricostruzione del prelevamento delle famiglie Luzzatto e Serman, dei coniugi Wofsi e di Fanny Berger[xiv] è dettagliata. L’unica teste che dalle foto riconobbe con precisione singole SS (Hans Röhwer, Oskar Schulz e Gerhard Boldt), in relazione a quanto avvenuto alla famiglia Serman, è Maria Strola in Platini. Due testimonianze riferirono in modo preciso sul ritrovamento e l’esumazione dei resti davanti alla villa “Al Ruscello”, pur non offrendo elementi certi per l’identificazione dei cadaveri.

 

Così conclude la relazione: “Il lungo tempo trascorso dai fatti, la reticenza di taluni testi che non essendo vincolati dal giuramento non avevano obbligo di deporre su tutto quanto era eventualmente a loro conoscenza, la rapidità e la segretezza con cui agirono le SS., hanno reso assai difficile la raccolta di queste notizie. Sarebbe comunque impossibile negare che le donne e gli uomini ebrei o tali ritenuti dalle SS. più volte qui sopra nominati, furono arrestati e successivamente uccisi da una formazione di SS. che operò sul Lago Maggiore e prevalentemente a Baveno e Meina nel settembre/ottobre 43.

Numerose persone, di cui si danno qui di seguito i nominativi e gli attuali indirizzi, sono in grado di fornire informazioni sui fatti in oggetto. Per varie ragioni, benché sollecitate a farlo, esse non si sono presentate […] veda l’On.le Tribunale di Osnabrück di quali mezzi può, in collaborazione con la giustizia italiana, disporre per ottenere la deposizione”.  

 

L’anno successivo ai lavori della commissione di Baveno il tribunale di Osnabrück ristabilì i contatti con una lettera del 5 ottobre 1967 firmata dal Presidente della Corte di Assise, dott. Haak:

«Per il vostro aiuto gentile di allora, la Procura Generale di Osnabrück è riuscita a mettere gli autori presunti in stato di accusa davanti alla Corte di Assise …».

 

Riprese così la collaborazione tra il tribunale tedesco e il Comune di Baveno con una fitta corrispondenza che durerà sino alla conclusione del processo:

X per la convocazione dei testi con la richiesta di verificarne la residenza e la disponibilità effettiva a recarsi in Germania;

  •  per informarli sulle modalità di viaggio e su quelle di rimborso (allegando la apposita modulistica);
  •  per organizzare, in collaborazione anche con Eloisa Ravenna del CDEC di Milano, il viaggio stesso.

I testimoni relativi alla zona di Baveno (cfr. documento allegato del 14.12.1967) saranno 11, interrogati in cinque sessioni del processo tra il 31 gennaio e l’8 febbraio 1966. A questi si aggiungeranno altri non più residenti in zona, tra cui l’ex podestà Pietro Columella e il già proprietario dell’albergo Beau Rivage, Marino Ferraris[xv].

 

   

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* Colgo l’occasione per invitare gli interessati ad abbonarsi. La quota di abbonamento alla rivista è di euro 11,00. Il pagamento può essere effettuato presso la segreteria della Casa della Resistenza oppure con bollettino sul Conto Corrente Postale n° 12919288, intestato ad Associazione Casa della Resistenza e inserendo come causale ABBONAMENTO NUOVA RESISTENZA UNITA. In alternativa con bonifico e stessa causale: IBAN: Banco Posta IT19Z0760110100000012919288.

** Composta da Ester Bucchi De Giuli, Gianni Galli, Gemma Lucchesi, Gianmaria Ottolini e Chiara Uberti.

*** La ricostruzione di seguito pubblicata supera e anticipa cronologicamente anche quella presente nel documentario, accreditata da molti, che faceva risalire l’istruttoria del Processo di Osnabrück ad una presunta indagine nel 1963 sull’operato a Milano del capitano Theo Saevecke, il capo dei servizi informativi della Polizia tedesca a Milano durante la guerra.

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[i] Lutz Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-44), Donzelli, Roma 1997, p. 75; cfr. anche pp. 72-76.

[ii] Ad es. il Süddeutsche Zeitung pubblicò un editoriale intitolato “Noch sind die Mörder unter uns” (“Gli assassini sono ancora tra noi”).

[iii] Sulla vicenda Fischer-Schweder, processo di Ulm e nascita dell’Ufficio di Ludwisburg cfr. Nicholas Kulish – Souad Mekhennet, Il dottor morte. Storia della caccia al medico boia di Mauthausen, Milano, Mondadori 2014, cap. 15 passim e i due articoli reperibili online: The last nazi Hunters (The Guardian) e Gli ultimi cacciatori di nazisti (Il Post).

[iv] Marco Nozza, Hotel Meina, Net-Il Saggiatore, Milano 2005, p. 125-126.

[v] Ibidem. Le notizie relative all’indagine di Viedmann fecero supporre che Saevecke fosse indagato quale primo responsabile degli eccidi del Lago Maggiore e in più casi a ritenere che il procedimento di Osnabrück avesse preso avvio da una indagine sull’operato a Milano di Saevecke. Cfr. Giampaolo Pansa “Si tenta di accertare se fu Saevecke ad ordinare il feroce eccidio di Meina”, La Stampa, 7.03.1963. A noi, anche sulla base dei nuovi documenti reperiti, pare più corretta la ricostruzione di Nozza che fa risalire l’indagine al 1959 da parte dell’Ufficio di Ludwigsburg.

[vi] Il fascicolo si trova nella cartella ASCB1/881 titolata “Omicidio di ebrei – Processo di Osnabrück” (Riordino anno 2011). Salvo diversa indicazione nel paragrafo successivo faremo riferimento a questa documentazione.

[vii] La lettera, come tutta la documentazione successiva proveniente da Osnabrück, è in “traduzione certificata” curata e controfirmata da August Michel, lo stesso che fungerà da interprete durante tutte le sessioni del Processo con testimoni italiani. Le citazioni sono testuali, comprensive di alcune improprietà dovute ad una versione in italiano molto “alla lettera”.

[viii] Ampiamente documentate dalla stampa quotidiana dell’epoca e dalle ricostruzioni di Marco Nozza e Aldo Toscano.

[ix] Nell’individuazione dei possibili testimoni si fa riferimento anche a Mergozzo.

[x] Su Hans Becker (1911-1944) cfr. il contributo di Raphael Rues (inserto) nel numero precedente di Nuova Resistenza Unita. Le sue foto vengono comunque allegate.

[xi] Testimoniarono Plöger il 6.3.68 e Lange, che risultò uno dei testi chiave per l’accusa, il 18 e 19.4.68; cfr. Nozza, cit. p.166 e 177-180 nonché Aldo Toscano, Io mi sono salvato ecc. p. 172 e 196-198.

[xii] Testimoniò in modo reticente, non confermando quanto dichiarato in istruttoria, il 13 marzo e il 23 e 26 aprile 1968 (Nozza cit., p. 168-170 e Toscano cit. p. 206).

[xiii] In una lettera del 2 gennaio 1968 l’arch. Mercandino, alle soglie del processo di Osnabrück, chiede al Sindaco di Baveno per sé e per e componenti della Commissione, “copia del verbale d’inchiesta da me rassegnatole a suo tempo. A tutti noi che abbiamo collaborato al lento ma inesauribile moto della giustizia sarebbe grato conservare copia del predetto documento.” Si può pertanto desumere che lo stesso Mercandino ne sia stato l’estensore materiale.  Oltre che nell’archivio di Baveno copia del fascicolo è presente nell’archivio CDEC: «Relazione sugli interrogatori e sulle informazioni assunte dal sindaco di Baveno a seguito della richiesta presentata dal tribunale tedesco».

[xiv] Cfr. gli inserti precedenti di Nuova Resistenza Unita e in particolare i n. IV e V.

[xv] Interrogati il 19 febbraio e il 19 marzo Columella; 12 e 19 febbraio (in rogatoria a Milano) Ferraris.

Modalità della SCELTA e contesto storico.

1 Croce_verde_locandina_OK2Il 12 ottobre scorso la Croce Verde di Verbania, all’interno delle iniziative connesse al 50° anniversario della sua fondazione, ha organizzato presso l’Istituto Cobianchi una mattinata di riflessioni sul volontariato (Volontario: il cuore della comunità) e di presentazione di un Concorso destinato alle Scuole primarie, secondarie di primo e secondo grado e alle Agenzie formative del VCO. Tra gli altri (cfr. programma) ci è stato chiesto un contributo anche come Casa della Resistenza. Il tema concordato è stato quello della “scelta” raffrontando analogie e differenze fra la situazione del 1943 e quella di oggi. Di seguito il mio intervento.

 

Modalità della SCELTA e contesto storico.

75 anni fa e oggi

01 CobianchiE sempre con piacere e con un po’ di commozione che torno al Cobianchi, occasione che, per un motivo o per l’altro, colgo più volte ogni anno nonostante sia dal 2006 (dodici anni fa) che sono in pensione. Vi ho insegnato per 32 anni e, in particolare, ho insegnato filosofia nei corsi sperimentali per 26 anni.

La prima attività che facevo svolgere ai miei allievi di terza era quella di fascicolare un dizionarietto filosofico; dizionario organizzato non in ordine alfabetico ma cronologico: i termini/concetti venivano definiti seguendo la successione con cui i filosofi li avevano affrontati ed elaborati. Con una regola ferrea: non utilizzare un termine se non lo si sa definire, ovvero se non ne ce ne siamo impadroniti.

Anton Čechov aveva così sintetizzato questa direttiva:2 cechov-quaderni

Non permettete alle parole di oltrepassare il pensiero.

In questa scuola ho anche coordinato per una dozzina di anni l’Indirizzo di Scienze Umane e Sociali. Queste sono scienze che si basano su di un paradosso di cui chi le studia deve esser consapevole; ognuna di loro, con le sue leggi, studia un aspetto del condizionamento cui l’uomo è soggiacente: quello biologico, sociale, culturale, antropologico, economico, psicologico, inconscio ecc.

2018-10-24

Ma vi è un presupposto, direi – in termini kantiani – un “a priori”: l’uomo per quanto sia condizionato è comunque dotato di libertà; in termini filosofici (e teologici) è dotato di libero arbitro ed è perciò responsabile del suo comportamento. In altri termini è dotato di possibilità di Scelta.

SCELTA

Parola forte, cruciale che non va utilizzata banalmente come equivalente di semplice opzione o preferenza.

La parola deriva dal verbo tardo latino ex-eligere, ‘eleggere fra’, l’elezione di uno fra più candidati, e pertanto lo scegliere fra più possibilità, ed anche l’oggetto di tale scelta.

Se la decliniamo in senso forte, non come banale preferenza od opzione, scelta significa far buon uso della nostra libertà, assumersene in pieno la responsabilità. La “Scelta” comporta individuare ciò che è meglio, ciò che è giusto; una valutazione di cui ci assumiamo il “peso”.

Il filosofo che in maniera profonda ha affrontato il tema della scelta, della possibilità ontologica e della necessità etica della scelta è Søren Kierkegaard. Il testo fondamentale a questo riguardo è Enten Eller.

In italiano l’opera è stata tradotta Aut-Aut[1] mentre la traduzione corretta sarebbe più propriamente Questo o Quello. Probabilmente chi ha tradotto per la prima volta in italiano aveva in mente la romanza verdiana del Rigoletto “Questa o quella … per me pari sono” risonanza che avrebbe prodotto un palese fraintendimento.

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https://www.youtube.com/watch?time_continue=14&v=TIvXV9fhZ4I [2]

Certo con “aut aut” si sottolinea l’aspetto logico della secca alternativa (o questo o quello, ma non entrambi). Ma anche “aut aut” sembra porre le “due scelte” sullo stesso piano. Nel titolo originario “Enten/Questo” indica ciò che si ha davanti, la quotidianità che propriamente non è una scelta, la vita che prosegue da sola senza che vi sia alcuna scelta. “Eller/Quello” è invece il salto, la “scelta” vera e propria; si abbandona il fluire automatico dell’esistenza per qualcos’altro, si effettua una effettiva scelta.

La scelta allora non si pone fra due opzioni allo stesso livello, ma si colloca tra scegliere e non scegliere. La scelta, ogni volta che se ne presenta la possibilità è una sola, la possibilità (e il rischio) di cambiare direzione. Spesso si lascia correre (scorrere) la propria vita quale mera esistenza trascinata dalle circostanze e in questo modo non ne siamo più padroni. La comodità, la non scelta ci risucchia nell’insignificanza.
Mentre “eller/quello” è altro, una deviazione, un salto, il prendere un’altra strada. La vera Scelta si pone allora, ripeto, fra il scegliere e il non scegliere. Scegliere individualmente e, talora, collettivamente.

 

Se la scelta è questo, l’alternativa fra il proseguire come prima, come le circostanze ci hanno collocato, oppure decidere, “scegliere” un’altra strada, sono certe situazioni della vita e della Storia che ci pongono davanti a tale opzioni di “scelta”, cioè di “salto”, di cambiamento di direzione.

 75 anni fa

Nella storia contemporanea dell’Italia quando di parla di Scelta ci si riferisce soprattutto all’8 settembre 1943.

6 Armistizio-1943-Castellano-Eisenhower-Cassibile

Il Generale Castellano, rappresentante del governo Badoglio, e il Generale Eisenhower a Casssibile

Le vicende sono note. A luglio Mussolini era stato deposto e il governo assegnato al Generale Badoglio che inizialmente proseguì la guerra a fianco dei tedeschi. Nel frattempo erano iniziate le consultazioni con gli alleati anglo-americani e il 3 settembre a Cassibile (Siracusa) fu firmato l’Armistizio ovvero la cessazione (provvisoria) delle azioni militari. Gli angloamericani spinsero perché l’annuncio fosse proclamato immediatamente, ma Badoglio tergiversò e non ne diede notizia nemmeno agli Stati maggiori dell’esercito.

L’8 settembre alle 18:30 italiane, l’armistizio fu reso noto prima dai microfoni di Radio Algeri da parte del Generale Eisenhower e, poco più di un’ora dopo, Badoglio, messo alle strette, alle 19:42, lo proclamò alla radio.

L’annuncio colse del tutto impreparate e lasciò prive di direttive le forze armate italiane, sia quelle impegnate all’estero, che quelle operanti in Italia. La mattina successiva la famiglia reale, Badoglio e un numero ristretto di ministri e generali fuggirono da Roma per rifugiarsi a Brindisi già liberata dalle truppe alleate.

Pavone rist._Bridgmn Noorda rist.

guerra civile (Una)

Nel suo libro sulla Moralità della Resistenza[3] non a caso Claudio Pavone intitola il primo capitolo “La scelta” e definisce le immediate conseguenze del proclama dell’armistizio come “Lo sfascio”, una situazione di abbandono e crollo delle istituzioni che abbandonarono il paese e le stesse forze armate nel totale disorientamento in assenza di direttive e di informazioni, lasciando inoltre spazio al fiorire di notizie incontrollate, di fake news diremmo oggi.

“La prima e grande «falsa notizia» che gli italiani videro smentita dai fatti fu che l’armistizio significasse la pace. Assai più rapidamente che dopo il 25 luglio, e con sbocchi ben più radicali, le reazioni immediate si capovolsero in altre di segno opposto, secondo la rapida sequenza, largamente attestata dai documenti e dalla memorialistica, di incredulità-stupore-gioia-8 a stampa-guerra-finita rpreoccupazione-smarrimento. […]

E presto si diffuse il senso di essere stati abbandonati, i soldati dagli ufficiali, tutti gli italiani da qualsiasi autorità che pur avrebbe dovuto proteggerli” [p. 14]

In sostanza il Re Vittorio Emanuele III e il generale Badoglio avevano scelto di non scegliere (fra il concordare con la Germania una uscita unilaterale dalla guerra– il proclamare la neutralità – l’allearsi con gli alleati cambiando fronte come avverrà 40 giorni dopo, il 13 ottobre) dismettendo dalle loro responsabilità e pensando solo a salvare se stessi con la fuga a Brindisi. E allora furono gli Italiani che si trovarono di fronte alla necessità di dover scegliere.

Scegliendo anche loro di non scegliere (lasciando andare le cose come capitavano), oppure prendendo in mano il proprio destino individuale e collettivo.

8 a GiardiniRacconta Bruna Giardini del fratello Ermanno, uno dei partigiani caduti a Trarego:

“L’8 settembre tutti scappavano e lui si è rintanato in casa … tutti gli altri amici anche loro che erano a militare … si sono ritrovati a casa mia. Sono stati otto dieci giorni perché quelli della polizia pressavano perché dovevano presentarsi perché erano disertori. E loro, tutti, molti erano, han deciso: – Noi non andiamo, andiamo in montagna.” [4]

Dove la “montagna” nell’uso corrente di quegli anni è contemporaneamente un luogo, un simbolo e una scelta di libertà. E la parola più usata all’inizio non è “partigiani”, ma “ribelli”.

Nei titoli dei memoriali della Resistenza e dell’Internamento, la parola “Scelta” ricorre, non a caso, con frequenza:

“… accettare di continuare una guerra …o ribellarsi. … Accettare o respingere la chiamata o il richiamo alle armi da parte della Repubblica Sociale Italiana” [F. Sciomachen e altri, La scelta 1943-1945, Alberti, Verbania 2001, p. 11.]

E fra tutte le altre ricordo la bellissima opera di Angelo Del BocaLa scelta[5], in parte autobiografica e in parte narrativa.

Dopo alcuni mesi di renitenza alla leva, agli inizi del 1944, un giovane (lo stesso Angelo), per timore di esporre la famiglia a rappresaglie si presenta al Distretto militare di Novara e presta giuramento alla RSI. L’addestramento in Germania e successivamente i rastrellamenti in inermi villaggi dell’Italia del nord, fanno precipitare il giovane in profonda crisi. Nell’estate del 1944, appena ne ha l’occasione, si unisce alle formazioni partigiane.

Il testo poi, in sedici narrazioni, passa in rassegna altrettante scelte (e non scelte) dell’uno e dell’altro campo. Una sorta di romanzo/raccolta di racconti sociologici che ricostruiscono molte tipologie di percorsi che, nell’ultima guerra, hanno portato uomini a schierarsi (o a ritrovarsi) in uno dei due campi. Per rendere esplicita l’impossibilità di una equiparazione fra i due campi – ed anche per sottolineare il diverso spessore che una giusta scelta può assumere. E tanto più si trattava di spessore significativo, quanto più corrispondeva ad un uso proporzionato e consapevole della pur necessaria violenza. E tanto più ha lasciato segni duraturi. Risponde Guido ai suoi ex-commilitoni che dopo anni sono andati a trovarlo:

“…ci sono vari modi di scegliere: si può scegliere per un giorno e si può scegliere per la vita. Io non sono tipo da scegliere per un giorno …”.

 

Oggi

Si può equiparare la situazione del ’43 – 45 con quella di oggi? In Italia certamente no. Ma in molte parti del mondo direi di sì. Teatri di guerra o comunque di fame, illibertà e disperazione dove la “non scelta” è quella di restare, (tentare di) sopravvivere, oppure la scelta di migrare. Il che significa, nei più consapevoli, aprirsi ad un’altra vita. Faccio riferimento a due libri.

11 infiniti-passi-copertina-001Infiniti Passi. In viaggio con i profughi lungo la via dei Balcani” del giornalista e reporter ticinese Gianluca Grossi[6] in cui testimonia la spinta a suo modo rivoluzionaria di chi ha lasciato alle spalle una precedente “vita fatta a pezzi” decidendo che quella vita non si poteva più sopportare e che era meglio rischiare il tutto per tutto per trovare, per sé e soprattutto per i figli, la possibilità di un futuro più decente. Rompendo con il passato. Sul treno per Amburgo un giovane siriano lo spiega ad Arthur.

«Quando decidi di andartene dal tuo paese puoi portarti soltanto i ricordi, che sono come vecchie fotografie che sceglierai di guardare nei momenti in cui non avrai altro da fare. Non puoi, però, continuare a vivere dentro quelle fotografie».

Il ragazzo fece una pausa. … «Quando lasci il paese nel quale sei nato devi accettare che le tue origini non raccontino più nulla di te. Devi diventare un altro, essere pronto a diventarlo. Non è necessariamente un fatto negativo: ti permette di cominciare davvero una nuova vita, è un po’ come se rinascessi, da un’altra parte del mondo. … . Una volta giunto in Germania, io non sarò più il ragazzo che viveva ad Aleppo, mai più.» [p. 242]

L’altro narra di un ragazzino afgano di etnia hazara, portato dalla madre oltre confine, in Pakistan: Fabio Geda, Nel mare di sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari. La “scelta” in questo caso è della madre, non del piccolo afgano di soli dieci anni. Nel suo paese, dopo che i fondamentalisti avevano ucciso in piazza davanti a tutto il villaggio, il maestro che si era rifiutato di chiudere la scuola, ogni tanto avvenivano razzie di ragazzini arruolati a forza. Enaiatjan stava diventando troppo grande per riuscirsi ad entrare in un piccolo buco dove si nascondeva con il fratellino.

La madre di Enaiatollah non lo ha abbandonato, non se ne è sbarazzata; lo ha portato al 12 coccodrillidi là del confine afgano, a Quetta, per dargli la possibilità di salvarsi, di non essere ucciso o arruolato dai fondamentalisti. Si potrebbe dire che lo ha lasciato in balia del caso e di fronte alla prospettiva di grandissimi rischi. Ma non è così perché nel doloroso commiato ha fornito al figlio una bussola, tre basilari direttive, che lo hanno accompagnato ed orientato nel lunghissimo viaggio che lo ha portato sino a Torino dove oggi svolge il ruolo di educatore.

Il fatto, ecco, il fatto è che non me l’aspettavo che lei andasse via davvero. … anche se tua madre, prima di addormentarti, ti ha preso la testa e se l’è stretta al petto per un tempo lungo, più lungo del solito, e ha detto:

«Tre cose non devi mai fare nella vita, Enaiatjan, per nessun motivo.

  • La prima è usare le droghe. Ce ne sono che hanno un odore e un sapore buono e ti sussurrano alle orecchie che sapranno farti stare meglio di come tu potrai mai stare senza di loro. Non credergli. Promettimi che non lo farai.
  • La seconda è usare le armi. Anche se qualcuno farà del male alla tua memoria, ai tuoi ricordi o ai tuoi affetti, insultando Dio, la terra, gli uomini, promettimi che la tua mano non si stringerà mai attorno a una pistola, a un coltello, a una pietra […]. Promettilo.
  • La terza è rubare. Ciò che è tuo ti appartiene, ciò che non è tuo no. I soldi che ti servono li guadagnerai lavorando, anche se il lavoro sarà faticoso. E non trufferai mai nessuno, Enaiatjan, vero? Sarai ospitale e tollerante con tutti. Promettimi che lo farai[7]

 

E un giovane qui, da noi?

È opportuno osservare che “scelta”, come abbiamo visto, ha sinonimi “deboli”, ma non ha un contrario. Il contrario di scelta è “non scelta”. Possiamo “non scegliere”. Non siamo oggi davanti a situazioni come quelle dell’8 settembre del 1943 o a quelle che fanno decidere i giovani migranti ad abbandonare il loro paese.

13 volontario-anchioMa possiamo anche scegliere di assumerci una responsabilità per il nostro tempo, scegliere di diventare cittadini attivi, di scegliere il volontariato. Scegliere di farsi carico di uno dei tanti problemi, delle tante contraddizioni e insufficienze che la nostra società presenza. Scegliere in qualche modo di essere “adulti” già da giovani. Scegliere di dare un “senso” più profondo alla nostra vita. Essere volontari significa questo. Fare una “scelta” in senso forte, imprimere una deviazione al nostro percorso di vita uscendo dalla “quotidianità” in cui ci siamo ritrovati e che, appunto, non abbiamo scelto.

14 terzo settore

Non entro nel merito delle vasta gamma di possibilità che il Terzo settore offre. Personalmente oltre al volontariato presso la Casa della Resistenza, conosco e ho collaborato con Contorno Viola nel campo della prevenzione dei comportamenti giovanili a rischio (infezioni sessuali, abuso di alcool correlato a incidenti stradali, bullismo, nuove dipendenze, ecc.). Quello che ho verificato – e che la maggior parte delle ricerche sociologiche sul volontariato hanno sottolineato – è che la spinta al volontariato, alla solidarietà non è dovuta solo all’altruismo, ad un forte comportamento pro-sociale, ma anche ad un bisogno profondo connaturato a ciascuno di noi.

15 a todorov 2Ha definito in modo preciso questo bisogno un autore, mancato nel febbraio dell’anno scorso, che considero tra i più ricchi e stimolanti del nostro tempo: Tzvetan Todorov. Bulgaro naturalizzato francese, dalla cultura vastissima, ha lasciato contributi importanti in svariati campi: filosofia, storia, letteratura, psicologia, antropologia ecc. Ha definito se stesso un “passatore”:

Mi sono reso conto che avevo condotto una vita da passatore in più di un modo: dopo aver attra­versato io stesso le frontiere, ho cercato di facilitarne il passaggio ad altri. Prima, frontiere tra paesi, lingue, culture; poi, tra ambiti di studio e disciplinari nel campo delle scienze umane. Ma anche frontiere tra il banale e l’essenziale, tra il quotidiano e il sublime, tra la vita materiale e la vita spirituale. Nei dibattiti, aspiro al ruolo di mediatore. Il manicheismo e le corti­ne di ferro sono ciò che amo meno.” [8]

Ebbene Todorov, in polemica con il Principio del piacere freudiano

(“l’obbedienza a un preteso principio del piacere … così come … l’accumulazione dei divertimenti non porta necessariamente alla soddisfazione)[9]

sostiene che il nostro bisogno fondamentale (e più profondo) è:

Il bisogno che abbiamo che qualcuno abbia bisogno di noi.

In altri termini non c’è niente di peggio che essere (e sentirsi) inutili. E una società come la nostra che prolunga e dilata l’adolescenza, rischia di condannare un numero crescente di adolescenti alla inutilità sociale. La scelta del volontariato risponde così ad un duplice bisogno, individuale e sociale.

Buona scelta!

E ricordatevi, questo o quello non sono pari!

Gianmaria Ottolini

Associazione Casa della Resistenza

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Copertina sp

[1] Søren Kierkegaard, Aut-Aut. Estetica ed etica nella formazione della personalità, Mondadori, Milano 1976.

[2] Questa o quella per me pari sono / a quant’altre d’intorno mi vedo; / del mio core l’impero non cedo / meglio ad una che ad altra beltà.
La costoro avvenenza è qual dono / di che il fato ne infiora la vita; / s’oggi questa mi torna gradita, / forse un’altra doman lo sarà.
La costanza, tiranna del core, / detestiamo qual morbo crudele; / sol chi vuole si serbi fedele; / non v’ha amor, se non v’è libertà.
De’ mariti il geloso furore, degli amanti le smanie derido; / anco d’Argo i cent’occhi disfido / se mi punge una qualche beltà.
(Giuseppe Verdi – Francesco Maria Piave, Rigoletto, Atto I, Scena I).

Il Video è il promo ufficiale del CD “VILLAZÓN: VERDI” della Deutsche Grammophon.

[3] Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 2006.

[4] Intervista registrata durante le riprese del docu-film: Lorenzo Camocardi, Trarego memoria ritrovata, Italia, 2007.

[5] Neri Pozza, Verona 2006.

[6] Salvioli, Bellinzona 2016.

[7] Il testo è scaricabile gratuitamente al seguente indirizzo: http://www.elfoliguria.it/wp-content/uploads/2016/05/Nelmarecisonoicoccodrilli.pdf

[8] Tzvetan Todorov, Una vita da passatore. Conversazione con Catherine Portevin, Sellerio, Palermo 2010, p. 429.

[9] Tzvetan Todorov, L’uomo spaesato. I percorsi dell’appartenenza, Donzelli, Roma 1997, p. 133.

 

 

 

 

 

Leggendo LEVIATANO di Paul Auster

La libertà può esser pericolosa?

L’io narrante del “Leviatano[1], Peter Aaron, è chiaramente l’alter ego dell’autore Paul Auster: oltre all’esplicito gioco linguistico (stesse iniziali e un totale di 10 lettere per entrambi) ambedue sono scrittori, vivono e scrivono a New York, hanno passato alcuni anni giovanili in Francia, si sono sposati, separati e risposati ecc. L’io narrante più propriamente è un io scrivente perché quello che si legge si presenta come un romanzo-indagine sull’amico più caro dell’autore-narratore Aaron: Benjamin Sachs, altro possibile alter ego di Auster. Il titolo “Leviatano” oltre all’evidente riferimento biblico-hobbesiano è anche quello del romanzo incompiuto che Sachs non è riuscito a (non ha voluto) portare a termine. Indagine scritta per (e alla fine consegnata) l’FBI. E il gioco degli specchi (versione narrativa di quelli escheriani: chi guarda e chi è guardato?) potrebbe continuare: l’autore è un personaggio e il personaggio è un autore come già in Trilogia di New York (tre romanzi, esempi di giallo metafisico) pubblicata cinque anni prima dove il gioco delle traslazioni fra i personaggi e fra questi e l’autore era ancora più spiazzante ed intricato.

Anche qui i generi narrativi si mescolano, all’apparenza iniziale si tratta di un giallo con una morte (un uomo saltato in aria) e se ne ricostruisce la storia in una indagine che vuole, per spirito di verità e per lealtà a un’amicizia, anticipare i tempi di quella parallela dell’FBI. Ma ciò che esce dalle parole scritte è soprattutto molto altro perché è solo nella lingua (Lacan) e, per Auster-Aaron, soprattutto nella lingua scritta, che può emergere la verità. Perché la realtà è complessa e il nostro sguardo non fa che mostrarcene un aspetto superficiale. In questa densa scrittura gli aspetti politici, etici, psicologici, artistico letterari, esistenziali ecc. si intrecciano di continuo fra loro. Ne accenno qualcuno.

La bomba e la libertà

“Sachs nacque il sei agosto del 1945. Ricordo la data perché ci teneva moltissimo a farla sapere, e spesso nelle conversazioni parlava di sé come del «primo bimbo di Hiroshima d’America», del «figlio della bomba originale», del «primo bianco a emettere i primi vagiti nell’era nucleare». … Era capace di interpretare il mondo come se fosse un’opera dell’immaginazione e trasformava avvenimenti documentati in simboli letterari, in tropi che indicavano qualche oscuro, complesso disegno incastonato nella realtà. Non riuscivo mai a sapere con certezza quanto prendesse sul serio questo gioco, ma lo faceva spesso, e a volte sembrava quasi incapace di fermarsi. Anche la storia della sua nascita faceva parte di questa coazione. Da un lato era una sorta di umorismo macabro, ma era anche un tentativo di definire la sua identità, un modo di coinvolgere se stesso negli orrori della sua epoca. Sachs parlava spesso della bomba. Per lui era una realtà fondamentale del mondo, una demarcazione ultima dello spirito che a suo vedere ci distingueva da tutte le altre generazioni della storia. Una volta acquisito il potere di distruggere noi stessi, il concetto stesso di vita umana era stato alterato, perfino l’aria che respiravamo era contaminata dal fetore della morte. Sachs non fu di certo il primo a farsi venire in mente questa idea, ma considerato quello che gli è successo nove giorni fa, la sua ossessione ha un che di soprannaturale, quasi fosse una sorta di bisticcio mortale, una parola scompaginata che ha messo radici dentro di lui e ha cominciato a proliferare sfuggendo al suo controllo.” [p. 31 – 33]

Il massimo potere raggiunto dall’uomo è quello di dare la morte agli altri e/o a se stessi. È solo qui che parrebbe realizzarsi la nostra libertà. Quanto avviene a ciascuno di noi, nel corso della nostra vita, è prodotto dal caso; il libero arbitrio ci permette di cogliere o non cogliere le occasioni che le circostanze ci offrono ma poi non sappiamo dove queste occasioni ci possano condurre. E allora ci adagiamo e la libertà rimane un’icona senza più senso. Sachs non crede più nelle parole, nella sua vocazione di scrittore, lascia il suo romanzo Leviatano incompiuto e vuole ridar vita all’icona, a quella Statua della Libertà che sin da bambino, quando a sei anni era stato a visitarla con sua madre salendo sino alla cima all’interno della torcia, aveva colpito la sua immaginazione e prodotto riflessioni sulle contraddizioni (“rendere omaggio al concetto della libertà” mentre sua madre l’aveva costretto a vestirsi in un modo – calzoncini e calzettoni bianchi – per lui odioso) e sui pericoli della libertà (da lassù in cima a quella torcia si può cadere).

«Fu la mia prima lezione di teoria politica … Imparai che la libertà può essere pericolosa. Se non stai in guardia può ucciderti.»

Si autoproclamò come il “Fantasma della libertà” e intraprese a girare in incognito facendo periodicamente saltare in aria una delle tante copie, disseminate in tutti gli States, della statua che si erge nella baia di Manhattan. Non per distruggere un simbolo ma per ridargli vigore, per sottolineare quanto i valori che rappresenta siano stati abbandonati e traditi.

La scrittura e la vita

Se quello accennato è il percorso di Sachs, quello di Aaron è in qualche modo inverso: scrivere per ridar vita. E la vita di Sachs che rivive nel “Leviatano redivivo” si intreccia con la sua stessa vita: per ricostruire quella dell’amico, deve ripercorrere la sua e per ripercorrere la sua deve interpellare, dar parola, a quanti e soprattutto a quante con queste due vite si sono intrecciate ricostruendo situazioni e relazioni che non hanno mai una sola faccia, una sola verità. Lo stesso evento (ad esempio il precipitare di Sachs dall’alto di un edificio durante una festa e il suo salvarsi con non molto danno grazie a delle corde per la biancheria) viene descritto e interpretato in modi diversi. Più punti di vista nessuno dei quali è falso e pertanto nessuno, da solo, è vero; Aaron ce ne rappresenta l’articolazione lasciando più volte a noi lettori il compito di interpretarli e valutarli.

“Mi avevano presentato due versioni della verità, due realtà separate e distinte, e per quanto mi fossi sforzato non sarei mai riuscito a farle collimare. Io mi rendevo conto di questo, ma allo stesso tempo sapevo anche che entrambe le storie mi avevano convinto”.

Quello che ne emerge da questi intrecci di amicizie e relazioni è uno spaccato della intellettualità radicale newyorkese degli anni ’70 e ’80 fatta di fragilità, incostanza relazionale e perdita di senso complessivo. Fragilità nelle relazioni sessuali e sentimentali, dove i rapporti si vivono senza capire le motivazioni del partner e pertanto senza capire se stessi dentro quella relazione. Scrittori, come Aaron e lo stesso Sachs, che faticano a trovare il senso di quello che scrivono, artisti – come Maria Turner – che inseguono progetti sempre nuovi, senza un filo conduttore. Maria

“era semplicemente eccentrica, un’originale che viveva seguendo una complessa serie di bizzarri rituali personali. Per lei ogni esperienza era regolata secondo un sistema, era un’avventura compiuta che generava i propri rischi e le proprie limitazioni, e ogni suo progetto rientrava in una categoria diversa, separata da tutti gli altri.” [p. 69]

Per non parlare della evanescenza dei padri – e talvolta delle madri – dove i figli propri e altrui, quando vi sono,  sembrano dei piccoli alieni evanescenti.

In questo mondo dal futuro privo di senso ogni evento, ogni nuovo incontro ci coglie alla sprovvista e può diventare del tutto destabilizzante.

Scrive Aaron:

“Ho passato tutta la mia vita da adulto a scrivere storie, a mettere persone immaginarie in situazioni inaspettate e spesso improbabili, come fece Sachs quella notte a casa di Maria Turner. Se mi turba ancora raccontare quello che accadde è perché la realtà supera sempre ciò che riusciamo a immaginare. Per quanto sfrenati pensiamo che possano essere, i frutti della nostra fantasia non potranno mai tener testa all’imprevedibilità delle cose che il mondo reale erutta in continuazione. Adesso questa lezione mi sembra inevitabile. Tutto può succedere. E in un modo o nell’altro, succede sempre.” [p. 174]

 

Il Caos, il Caso e l’inanità dei progetti

Se la cifra dell’universo è il caos, la ricerca del vero (o se vogliamo del “senso”) è illusoria; in ambito letterario il giallo classico, razionalistico, dove tutti i tasselli alla fine si ricompongono, lascia progressivamente posto al giallo metafisico dove il detective non solo non trova né l’assassino né le sue motivazioni, ma si perde in un labirinto (nella trilogia quello delle strade di New York). La narrazione travalica il genere per diventare altro a metà strada tra il Nouveau Roman che si perde nei dettagli del quotidiano e il romanzo filosofico che si sofferma a riflettere sulla perdita dei significati.

Se il tutto è caotico, la vita dei personaggi (immagini possibili ci ciascuno di noi) è dominata dalla casualità e sono gli eventi casuali a strutturare la narrazione.

L’inizio della Città di vetro[2] è esplicito:

“Cominciò con un numero sbagliato, tra squilli di telefono nel cuore della notte e la voce all’apparecchio che chiedeva di qualcuno che non era lui. Molto tempo dopo, quando fu in grado di pensare a ciò che gli era accaduto, avrebbe concluso che nulla era reale tranne il caso. Ma questo fu molto dopo. All’inizio non c’erano che il fatto e le sue conseguenze.”

Ed allora Quinn, al ripetersi di quelle telefonate – lui scrittore di libri gialli con lo pseudonimo di William Wilson – un po’ per curiosità, un po’ per l’ebrezza di immedesimarsi nel ruolo di uno dei suoi personaggi (il detective Max Work), sceglie di assumere il ruolo dell’investigatore privato Paul Auster, il destinatario di quelle erronee chiamate notturne. Al di là del gioco degli specchi (cfr. sopra) per cui il personaggio assume il nome (e l’identità?) dell’autore, egli legge il caso come coincidenza e possibile occasione da cogliere senza comunque sapere (né immaginare) dove ci possa portare. In un labirinto senza fine possiamo deviare da un lato o dall’altro e comunque si scoprirà che non c’è via d’uscita. E del falso Paul Auster si perderanno le tracce.

Il caso, anzi una successione di casualità, struttura anche la narrazione di Peter Aaron a partire dall’incontro con Benjamin Sachs che, complice una inaspettata nevicata, permise ai due, ospiti di un reading letterario andato a monte, di conoscersi a fondo dando il via ad una profonda amicizia (“Il caso volle che il venerdì notte arrivasse una tremenda tempesta dal Midwest , e il sabato mattina la città era sepolta sotto quaranta centimetri di neve. …)[3].

Ma l’evento casuale decisivo è l’incontro-scontro di Ben con Reed Dimaggio. Sachs si era perso nel bosco e un giovane, Dwight McMartin, si era offerto con il suo camioncino di riportarlo a casa attraverso una strada sterrata. Ed è qui che uno sconosciuto, fermo con la sua auto, blocca la strada; il giovane Dwight scende per vedere se ha bisogno di aiuto ma questi estrae una pistola e incomincia a sparare. Ben interviene con una mazza tentando di difendere il giovane e colpisce a morte lo sconosciuto. Nel bagagliaio di quest’ultimo Ben trova i documenti intestati appunto a Red Dimaggio e, in una borsa, almeno 160.000 dollari in rotoli da cento.

Quando la sua amica Maria gli dice di sapere chi è questo Dimaggio e di conoscere la sua moglie Lillian

“… aveva capito che quella coincidenza da incubo in realtà costituiva una soluzione, una occasione sotto forma di miracolo. L’essenziale era accettare la misteriosità dell’avvenimento – di accoglierla anziché di negarla, di infondersene come fosse una forza nutriente. Là dove prima tutto gli appariva oscuro, ora vedeva una chiarezza bella e solenne.” [p. 181-182]

In sostanza Ben legge l’avvenimento non come casuale coincidenza ma come miracoloso segnale della propria missione da compiere. Prima interpretata quale sostegno alla moglie e alla figlia dell’ucciso, poi nell’identificazione con la sua vittima: quella dell’anarchico “bombarolo”. Diventerà allora quel Fantasma della Libertà che con i suoi sabotaggi alle copie della Statua della Libertà tenterà di risvegliare un’America che ha perso i valori che quella statua rappresenta. E naturalmente quel percorso lo porta alla fine che l’incipit del romanzo aveva preannunciato.

“Sei giorni fa un uomo è saltato in aria per sbaglio sul ciglio di una strada del Wisconsin del nord. Non ci sono testimoni, ma pare che fosse seduto sull’erba accanto alla sua macchina intento a costruire una bomba, quando questa gli è esplosa fra le mani.” [p. 9]

La tematica della casualità era stata centrale – a partire dallo stesso titolo – in un altro romanzo di Auster, pubblicato due anni prima: La musica del caso[4]. Il protagonista, Jim Nashe, dopo esser stato abbandonato dalla moglie e aver trasferito sua figlia dalla sorella in Minnesota, riceve inaspettatamente una cospicua eredità (duecentomila dollari) dal padre deceduto e scomparso da quando lui aveva due anni. Anche questa volta, come per Ben Sachs, il caso assume la forma del dio maligno; non la divinità ultraterrena o infernale delle tradizione, ma una divinità tutta terrena che si diverte a sconvolgere vite e destini: il dio dollaro[5].

Apre un conto fiduciario con parte della somma per la figlia ormai inserita nella nuova famiglia, “andò a comprarsi una macchina nuova (una rossa Saab 900 a due porte – la prima auto non usata che avesse posseduta)” [p. 9] e si mise a viaggiare per gli States.

“Nashe non aveva nessun piano definito. Tutt’al più l’idea era di lasciarsi andare alla deriva per un po’, viaggiare da un posto all’altro a vedere cosa succedeva. Pensava di stancarsi in un paio di mesi, e a qual punto si sarebbe seduto a riflettere sul da farsi. Ma i due mesi passarono e lui non era ancora pronto a smettere. A poco a poco, si era innamorato della sua nuova vita libera e irresponsabile, e una volta che questo accadde, non c’era più nessuna ragione di smettere.

La velocità era la cosa essenziale, la gioia di sedersi in macchina e precipitarsi avanti attraverso lo spazio. Divenne il bene primario, una fame da saziare a ogni costo.” [p. 17]

Se per Quinn/Auster l’evento casuale dà il via ad un progetto di indagine/conoscenza (inconcludente e necessariamente inconcluso), per Ben Sachs ad una sorta di progetto-missione salvifico, per Nashe l’evento lo spinge a lasciarsi andare all’alea di una successione interminabile di casualità, guidato solo dalla “fame insaziabile” del desiderio. E anche per lui il percorso, che si incrocia anche con l’alea del gioco d’azzardo, si rivelerà autodistruttivo sino all’evento tragico finale ed ineluttabile.

 

Postilla

Quella che emerge dai romanzi di Auster è una immagine desolata dell’America (e della attuale modernità occidentale, e non solo): se tutto è caso non c’è futuro ma solo un continuo presente ripetuto, destinato prima o poi a interrompersi drammaticamente. In questo scenario, prodotti essi stessi dal caso, si delineano Progetti inconcludenti, privi della forza di indirizzare la vita (individuale e collettiva) o, peggio ancora, la scelta della casualità come scelta di vita (che poi non è altro che il lasciarsi andare alla rincorsa dei propri desideri o dei propri rancori momentanei).

Non è un certo fortuito che, in modo ricorrente, i personaggi di Auster siano senza figli o li abbiano abbandonati, se ne siano sbarazzati.  È un indicatore forte. Una società senza figli (e pertanto senza genitori) o che comunque ne mette al mondo sempre meno, sta rinunciando al proprio futuro, non è più in grado di delinearlo. La casualità di una vita senza futuro in un presente ripetitivo dominato dai desideri a breve termine e dalle meschinità rancorose sembra ormai prevalere. Una società dissanguata.

E veniamo a noi, un paese che, come gran parte d’Europa, fa sempre meno figli, con un tasso di fecondità tra i bassi del mondo (1,34) che non solo determina un calo demografico, ma soprattutto un invecchiamento crescente della popolazione. E allora le energie vive ci vengono da altrove: avevo già accennato, commentando Infiniti passi di Gianluca Grossi alla

“spinta a suo modo rivoluzionaria di chi ha lasciato alle spalle una precedente “vita fatta a pezzi” decidendo che quella vita non si poteva più sopportare e che era meglio rischiare il tutto per tutto per trovare, per sé e soprattutto per i figli, la possibilità di un futuro più decente. Rompendo con il passato. Consapevolmente, almeno per i più determinati.”

Le testimonianze, anche letterarie, oramai sono molteplici. Mi ha colpito in particolare quella di Enaiatollah Akbari raccolta da Fabio Geda[6].

Differentemente dai personaggi di Auster, la madre di Enaiat non lo ha abbandonato, non se ne è sbarazzata; lo ha portato al di là del confine afgano, a Quetta, per dargli la possibilità di salvarsi, di non essere ucciso o arruolato dai fondamentalisti. Si potrebbe dire che lo ha lasciato in balia del caso e di fronte alla prospettiva di grandissimi rischi. Ma non è così perché nel doloroso commiato ha fornito al figlio una bussola, tre basilari direttive, che lo hanno accompagnato ed orientato nel lunghissimo viaggio che lo ha portato sino a Torino.

Sono questi i nuovi cittadini che possono riaprire un futuro ad un’Italia – e ad un’Europa – esangue.

Chi vuole ricacciarli, chi fa di tutto perché non vengano salvati e magari affoghino impedendo alle ONG di raccoglierli in mare, non solo vuole annullare il loro possibile futuro ma cancella anche il nostro. Una società sempre più chiusa, sempre più incapsulata in se stessa (e gli scenari raffigurati da Auster non sono solo newyorkesi o statunitensi ma appunto anche nostri), “sovrana” magari delle proprie piccolezze ma incapace di progettare un futuro, non ha bisogno di inconcludenti azioni eclatanti (le bombe del Fantasma della Libertà) ma della linfa vitale di questi “maledetti” migranti che, lasciando alle spalle miserie e tragedie, testardamente intendono progettarsi un futuro. Ne abbiamo un sacrosanto bisogno.

Con una consapevolezza: non solo la natura ma anche la demografia aborre il vuoto e, volenti o nolenti tanti meschini governanti d’Europa, il vento non si può fermare.

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[1] Paul Auster, Leviathan, Viking Press, New York 1992. Edizione italiana: Leviatano, Guanda, Parma 1995.

[2] Paul Auster, trilogia di New York. Città di Vetro. Fantasmi. La stanza chiusa, Einaudi, Torino 1966, p. 5. Evidenziazione mia.

[3] Leviatano cit., p. 18.

[4] The Music of Chance, Viking Penguin, New York, 1990. Edizione italiana: Guanda, Parma 1991.

[5] Dio malefico che non appartiene solo al mondo occidentale. Nel bellissimo film Al di là delle montagne di Jia Zhang-ke, a Fenyang, la dolce Tao tra i due pretendenti sceglie il ricco Zhang che darà poi al loro figlio il nome di Dollar. Nome che ne segnerà il destino di vuoto affettivo “al di là delle montagne”, in Australia, dove il padre, separato dalla moglie, lo porterà a vivere. Una bella ed articolata recensione qui.

[6] Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2010. Online sono reperibili più siti che permettono di leggerlo e scaricarlo gratuitamente in versione e-book o Pdf: ad es. qui.

Una solitudine a due

La pubblicazione dell’ultima produzione letteraria di Rino Romano, “Una solitudine a due. Charles e Mary Lamb[1] mi permette di riprendere quanto avevo scritto nel post Le divagazioni letterarie di Rino Romano.

 

Un “atto unico” … da leggere

 

La prima osservazione è che, anche in questa occasione, il genere letterario cambia; si tratta infatti di un testo teatrale, un atto unico che, nel rigoroso rispetto del canone aristotelico delle unità di tempo, luogo ed azione, condensa la vicenda umana e letteraria dei fratelli Charles e Mary Lamb, scrittori londinesi, legati ai circoli letterari del primo romanticismo ed autori di una fortunata riduzione delle opere di Shakespeare destinata all’infanzia: “Tales from Shakespeare”[2]. Vicenda umana e letteraria molto nota in area anglofona, ma assai meno da noi.

Un testo teatrale che fa seguito, andando a ritroso negli scritti di Romano, ad una antologia poetica (Divagazioni poetico-forestali), un romanzo (La ruota) e, quale prima pubblicazione, una raccolta di “racconti siciliani” (Il passaggio ). Romano sembra così volersi cimentare, quasi a sfidare le sue possibilità di scrittore, di volta in volta in genere e tematica differente. Certo, sotto traccia, si legge la sua esperienza di docente di letteratura e la sua passione per la lettura, magari ad alta voce. Testo teatrale questo che magari un giorno verrà rappresentato ma che, per esplicito invito dell’autore, è in primo luogo destinato alla lettura.

“Perché la ‘lettura’ di un testo teatrale, a chi vi si dedichi con un po’ di attenzione e trasporto, consente la possibilità di vivere un’esperienza indimenticabile, permettendogli di diventare così: regista, attore, coreografo, sceneggiatore, musicista, costumista, ecc. … [Invito alla lettura, p. 11]

Amore per il testo teatrale e invito alla sua lettura che, in un gioco di specchi, si ripresenta al suo interno:

“Charles – Certo, certo … il teatro è bellissimo, la atmosfera da sogno che crea e la musica poi! È bello, certo! Ma la lettura … la lettura di Shakespeare è fondamentale per capirlo davvero!  […]

Ma se leggi, se ti metti davanti alle parole, alle parole scritte, allora … allora capisci davvero! Le parole vengono prima dei personaggi! Shakespeare ha creato le parole, le cose che voleva dire, e poi i personaggi che le dicono. Allora, se resti solo con le parole, puoi fermarti, rileggerle, risentirle: ed è come se tornassi nello stesso momento in cui Shakespeare le ha pensate! Allora c’è una potenza inaudita: un verso, un solo verso può aprire porte segrete e spingerti in un mondo infinito dove il tempo si dissolve e … e restiamo soli: io … IO e SHAKESPEARE.

Allora è poesia!

Ci può essere più verità in un verso di Shakespeare che in un trattato di filosofia!” [pp. 68-70]

Al tono ispirato di Charles la sorella ribatte con ironia, richiamando il clima culturale dell’epoca:

“Mary – Te l’ha detto Coleridge?

Le sue teorie romantiche sono molto suggestive! Specialmente … specialmente quando è sotto l’effetto dell’oppio!

(ride)”

Shakespeare e il teatro, il romanticismo e la poesia e, non ultima, l’educazione. È la sorella che insiste sul valore educativo ed emancipativo, in particolare “per le giovinette”, della loro opera, richiamandosi in modo esplicito alle posizioni protofemministe di Mary Wollstonecraft, tra l’altro prima moglie del loro editore William Godwin.

“Mary – Che libro! “Rivendicazione dei diritti delle donne”! Quello sì che è un libro importante. Vedrai, quel libro farà storia … eccome se la farà! Farà parlare di sé! Che coraggio ha avuto quella donna! [p. 32]

Mary – … (poi con una certa rabbia)

Non dovrebbe essere impedito alle donne di frequentare le scuole ed elevarsi ai più alti livelli della cultura. Non è giusto che le bambine di questo paese debbano stare tra le mura domestiche e crescere imparando a preparare il tè, dire: “Signorsì o com’è bello il cielo oggi!”, e attendere di maritarsi, e quando va loro bene, fare un po’ di pittura o musica! E non potere andare a teatro perché … perché potrebbero essere … “turbate”! E non potere nemmeno leggere le opere di Shakespeare!” [p. 87]

Se il nesso teatro-poesia rimanda alla precedente opera antologica sulla poesia silvestre, possiamo ritrovare nelle altre due opere (il romanzo e i racconti) il tema espresso dal titolo (Una solitudine a due) e che Mary così esprime “con crescente dispiacere e nervosismo”:

“Io, sì … lo so! Sì, sono io la tua prigione, vero? Vuoi dire questo? E hai ragione …” [p. 50]

È questo un tema, richiamando analogie con le opere precedenti, che possiamo esplicitare in questo modo: i legami familiari possono celare un segreto, un dramma nascosto che la narrazione è destinata a svelare. In questo caso il “segreto” è tale solo per i molti lettori nostrani che non conoscono ancora la vicenda dei fratelli Lamb: una “solitudine/prigione a due” che il testo progressivamente fa emergere.

 

I fratelli Lamb; di Francis Stephen Cary.

Nel romanzo il “dramma nascosto” diventava il meccanismo centrale che dava corpo alla stessa narrazione. Ha espresso molto bene questa dinamica di svelamento-riconoscimento, e le sue origini nel teatro classico, Claudio Zanotti[3]:

“La ruota si può definire (riduttivamente) un racconto di agnizione: elemento classico, quest’ultima, della letteratura occidentale sin dal teatro antico, che svolge la funzione di punto dirimente e risolutivo della narrazione: la rivelazione dell’identità del personaggio come colpo di scena, come vera e propria Spannung. Nel romanzo di Rino Romano l’agnizione, intuita sin dalle prime pagine e gradualmente disvelata nel progressivo dipanarsi dei capitoli, rappresenta invece la forza motrice e organizzatrice della trama narrativa.”

Nei Racconti siciliani ritroviamo lo stesso tema/meccanismo narrativo del segreto familiare nascosto e disvelato ne “La diagnosi”, anche se in questo caso la dinamica narrativa più che tragica era tragico-comica.[4]

Leggendo l’antologia poetica sulla poesia silvestre in filigrana con le opere precedenti avevo sottolineato tre temi ricorrenti in Romano: il tema della poesia e della sua lettura interpretativa che, abbiamo visto, qui si amplia nei confronti del testo teatrale, quello dell’eros e, da ultimo, la natura.

Per quanto riguarda l’eros possiamo osservare che qui vi appare sublimato dall’amore fraterno, dal sostegno reciproco che dà forza e nel contempo isola i due fratelli. E in un passo (p. 82-83) compare come spettro negativo (Oh, dio! Che orrore!) che richiama gli abusi “quando qualche insegnante ti chiamava nella sua camera”.

Del tutto assente, dato il contesto, il tema della natura. Direi all’opposto che, non solo la vicenda ma la stessa ambientazione, ben rappresentata dalla copertina, sembrano voler accentuare nel lettore/spettatore virtuale un’ansia claustrofobica che ci porta ad immedesimarci nel destino solitario dei due personaggi.

 

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[1] Evolvo Edizioni, Gravellona 2018.

[2] Pubblicati dal filosofo ed editore William Godwin, Londra 1807. In traduzione italiana cfr. “Racconti da Shakespeare” Rizzoli, Milano 2010.

[3] Rino Romano ci regala “La ruota” pubblicato sul suo blog VERBANIASETTANTA. Politica e Società.

[4] Rimando a quanto scritto e citato nel precedente post.

Le SS-Polizei in Ossola e nel Verbano (1943 – 1945)

La giornata del 20 giugno 1944, così come l’abbiamo riscostruita ed illustrata in Quarantatré … a Fondotoce …  si concludeva con una festa dal sapore funesto.

A Villa Caramora dalle 20 di sera sino a tarda notte si festeggia.

Il pretesto è il compleanno del Colonnello Comandante delle SS e la sua prossima destinazione sul fronte orientale, in Romania.

Un gran va e vieni, ufficiali tedeschi e italiani, della milizia e dell’esercito repubblichino. Molti i civili e le dame italiane.

Il giudice Liguori dalla cantina ascolta e, quando viene fatto salire, osserva nauseato.[1]

Sulla base della testimonianza del giudice e su quanto si era allora a conoscenza quando, nel giugno 2017, abbiamo presentato alla Casa della Resistenza la graphic novel, non era noto il nome del comandante né si sapeva con precisione quali reparti guidasse.

Un anno dopo, sempre all’interno delle iniziative di commemorazione dell’eccidio di Fondotoce, abbiamo presentato il saggio del ricercatore elvetico Raphael Rues[2] SS-Polizei. Ossola-Lago Maggiore. Rastrellamenti e crimini di guerra edito, in edizione trilingue (italiano, tedesco e inglese), da Insubrica Historica (Minusio, CH)[3]. Saggio che rappresenta un primo contributo all’interno di un lavoro più ampio di ricerca sulle formazioni tedesche e fasciste che operarono nell’allora alto novarese tra il settembre 1943 e l’aprile 1945 e che mette in luce aspetti in gran parte non noti.

Questo primo saggio è dedicato ai reparti delle SS-Polizei (reggimenti 12, 15 e 20) che operarono nel nord-ovest del nostro paese. Innanzitutto va precisato che le SS-Polizei non erano propriamente delle SS militarizzate (le Waffen-SS) quali ad esempio le SS della Leibstandarte SS Adolf Hitler responsabili nel settembre ottobre del ’43 degli eccidi degli ebrei sul Lago Maggiore. Si trattava invece di corpi in gran parte provenienti dalla Polizia germanica che Himmler, in qualità di Comandante della polizia e delle forze di sicurezza – oltreché di Reichsführer delle SS – costituì a partire dall’ottobre 1939. La denominazione originaria era quella di Polizei Regiment “Nord” e i reparti vennero utilizzati inizialmente come forze di sicurezza e polizia nelle retrovie delle aree occupate dalla Wehrmacht. In particolare in Galizia (settembre 1941 – febbraio 1942) si resero responsabili di eccidi di partigiani e civili, ebrei e non (33.000 vittime secondo lo storico tedesco Torsten Schäfer). Furono poi dispiegati sul fronte russo subendo consistenti perdite.

“Forse per onorare le gravi perdite subite sul fronte orientale, Himmler il 24 febbraio cambiò la denominazione di questi reggimenti di Polizia in «SS-Polizei Regiment», benché sottostessero ancora alla Polizia (Ordnungspolizei). Questo mutamento avvenne solamente però sulla carta, poiché le uniformi della SS-Polizei non si fregiarono mai di alcuna insegna delle SS, ma solo della tipica coccarda della Polizia.” [p. 24]

I reparti vennero ricostituiti e trasferiti nella Norvegia occupata, o sud di Oslo, e il 28 agosto del 1943 lasciarono il paese per giungere in Italia l’11 settembre dove vennero utilizzati quali reparti specializzati nelle operazioni anti-partigiane fino alla fine della guerra; Rues elenca ben 50 operazioni militari di rastrellamento effettuate nel nord-ovest. Quelle principali che riguardano l’attuale provincia del Verbano Cusio Ossola sono quelle di Megolo (13 febbraio 1944), il rastrellamento della Val Grande (giugno 1944), la rioccupazione di Cannobio e dell’Ossola (settembre- ottobre 1944) per concludersi con la colonna del capitano Stamm (SS-Pol.Rgt.20) in ritirata verso Novara (24-27 aprile 1945).

Tornando al punto di partenza, quella lugubre sera a Villa Caramora, il contributo di Raphael Rues non solo indica con precisione i reparti impiegati nelle operazioni di rastrellamento e negli eccidi di quel giugno 1944, ma anche nome e trascorsi degli ufficiali a capo delle operazioni. In particolare di quel tenente colonnello, Ernst Weis, che la sera del 20 giugno 1944 festeggiò il suo cinquantesimo compleanno. Lascio la parola a Rues.

“Il SS-Pol.Rgt.15 sparì dall’Ossola dopo il 15 febbraio, impegnato in Piemonte – zona di Asti – e Liguria in grandi rastrellamenti, per tornarvi solo a giugno nell’ambito del rastrellamento della Val Grande, operazione «Köln». L’operazione –secondo le fonti tedesche – comportò l’uccisione di 217 e la cattura di 367 partigiani, oltre a 247 persone trasferite ai campi di lavoro del Reich. Vennero impiegati due Kampfgruppen: il primo al comando di Heinrich Galazky Hartel (Strasburgo 1899 – ?), maggiore della Polizia, comandante del II/SS-Pol.Rgt.15, e il secondo di Eduard Psotta (Hohenbirken 1908 – ?) capitano della Polizia, sostituto comandante del I/SS-Pol.Rgt.15.

Tenente Colonnello Ernst Weis. Foto del 1940, allora con i gradi di maggiore della Polizia.

Il II/SS-Pol.Rgt.15 fu il principale responsabile del rastrellamento della Val Grande: direttamente imputabili sono i decessi di 150 -180 partigiani e civili, i quali furono sommariamente eliminati in più luoghi – Fondotoce, Baveno, Val Grande – il tutto nel lasso di tempo di circa dieci giorni.

Il comando del rastrellamento venne stabilito presso la villa Caramora di Intra, dove Weis festeggiò pomposamente i suoi 50 anni la sera stessa della fucilazione di 43 partigiani a Fondotoce, il 20 giugno.” [p. 34]

 

 

Raphael per i suoi lavori di ricerca è venuto più volte alla Casa della Resistenza a consultare la Biblioteca e il Centro di documentazione; in vista della pubblicazione del suo saggio ci ha chiesto di preparargli una breve prefazione. Vi ho con piacere ottemperato e la riporto di seguito.

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Prefazione

Il testo che viene qui pubblicato in edizione plurilingue rappresenta un primo significativo contributo del ben più ampio lavoro di ricerca storica sulla presenza e l’attività dei reparti militari tedeschi e fascisti nelle aree dell’Ossola e del Verbano nel periodo 1943-45, avviato da Raphael Rues oltre vent’anni fa e ripreso in modo organico negli ultimi due anni. L’interesse dell’autore per questo specifico argomento, al di là agli echi oltre confine delle vicende di quegli anni, nacque dalla lettura, ancora quindicenne e successivamente da universitario, di alcune opere sulla resistenza ossolana. Vi avvertì da subito una carenza e un’imprecisione complessive su presenza e tipologia delle forze impegnate dalla “parte avversa”: di qui un lavoro minuzioso di ricostruzione – a partire dalla storiografia e memorialistica partigiana affiancata dalle più scarse fonti (scritte e orali) di parte fascista e tedesca e dalla consultazione degli archivi elvetici – per individuare le unità presenti sul territorio e poter così intraprendere in modo approfondito la ricerca presso gli archivi militari tedeschi. Un corretto lavoro storiografico a fonti plurime supportato da una consapevole ottica “esterna” che neutralmente non “prende parte”, senza che questo significhi sottacere crimini e responsabilità dei reparti e degli ufficiali coinvolti.

L’argomento specifico di questa prima tranche della ricerca riguarda i reggimenti della SS-Polizei operanti in Ossola e nel Verbano di cui viene ricostruita l’origine nell’arruolamento e militarizzazione di reparti di polizia tedesca, l’attività di controllo e messa in sicurezza delle retrovie dei nuovi territori occupati dalla Wermacht in particolare sul fronte nordorientale, il loro successivo impiego al fronte e la loro “specializzazione” nelle operazioni di anti-guerriglia. Reparti di SS-Polizei di cui si fa più volte cenno nella storiografia partigiana ma senza precisarne le unità e spesso confondendole con le Waffen-SS o con la Feldgendarmerie.

Lavoro di estrema importanza perché non solo copre un vuoto sostanziale di ricerca e conoscenza ma anche permette di conoscere in modo più completo e preciso i principali eventi del conflitto fra resistenza e nazifascismo nelle aree dell’Alto-novarese, dalla battaglia di Megolo, al rastrellamento della Val Grande, alla rioccupazione dell’Ossola nell’ottobre del ’44 sino alla capitolazione della Colonna “Stamm” negli ultimi giorni dell’aprile 1945; permette inoltre di comprendere come la forza d’urto di queste formazioni fosse in grado di compiere “vittoriose” operazioni antiguerriglia ma non di “presidiare il territorio” ad operazioni concluse.

La costruzione di una memoria condivisa da parte delle comunità locali e nazionali è questione complessa e di non facile soluzione dopo le fratture che hanno attraversato il “secolo breve”. Pesa innanzitutto quella che Karl Jaspers ha definito come “questione della colpa” che attraversa le responsabilità individuali come quelle collettive; responsabilità che necessitano sia di una corretta definizione e sanzione giuridica per quelle individuali sia di una convinta capacità di rielaborazione collettiva per le altre. Nel caso specifico, sottolinea l’autore, “nessuna delle rappresaglie tedesche commesse dalla SS-Polizei in zona fu penalmente perseguita”: l’unica procedura avviata fu quella per l’eccidio di Fondotoce, ma archiviata dalla procura militare di Torino in quanto “non è possibile svolgere altre indagini per accertare l’identità degli imputati” (accertamento invece ben “possibile come dimostra questo contributo”) e confluita in quello che il giornalista Franco Giustolisi ha efficacemente definito come “armadio della vergogna” insieme ad  altre 2273 “notizie di reato” commesse dalla forze militari tedesche durante l’occupazione; procedure di fatto secretate per decenni e solo dal 1994 rinvenute e, dove possibile, giuridicamente riaperte.

Occorre d’altra parte sottolineare come, se da un lato militari e ufficiali della SS-Polizei nel dopoguerra furono integrati nei corpi della polizia della Germania federale ottenendo anche riconoscimenti ufficiali, dall’altro lato un lavoro storico e collettivo di “rielaborazione della colpa” è senz’altro proceduto nella Germania unificata. Non esiste ad esempio in Italia nulla di paragonabile alla Topographie des Terrors di Berlino dove, tra l’altro, sul pannello dedicato al nostro paese campeggia la fotografia delle quarantatré vittime di Fondotoce; una topografia del terrore compiuto dall’esercito italiano, in particolare nelle colonie africane e nell’ex Jugoslavia, è da noi ben lungi non solo dall’essere realizzata ma anche solo progettata. E le voci meritevoli di alcuni storici, come quella di Angelo Del Boca, sembrano risuonare nel deserto.

Come Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce siamo impegnati in questo lavoro di costruzione di una memoria collettiva a partire dal contributo che la resistenza, locale e non solo, ha dato alla riunificazione del nostro paese e alla elaborazione di una Costituzione Repubblicana in grado di “costituire” il tessuto comune della nostra collettività. Costruzione di una memoria che necessita di operare su più livelli: la raccolta della documentazione e delle altre fonti, i ricordi e la memorialistica dei protagonisti, il raffronto con la storiografia e i suoi sviluppi più recenti per poi restituire, ai visitatori – studenti e adulti – e nelle ricorrenze ufficiali, la sintesi costantemente aggiornata di una memoria viva e sempre più condivisa. Senza il contributo dei ricercatori e degli storici la nostra “mission” sarebbe impossibile; l’importante lavoro di Raphael Rues va a sopperire ad un aspetto fondamentale per la costruzione di una siffatta “memoria viva” e di questo sentitamente lo ringraziamo.

Gianmaria Ottolini

SS-Polizei: retro copertina

[1] Gianmaria Ottolini – Ruggero Zearo, quarantatré … a Fondotoce, 20 giugno 1944, Tararà, Verbania 2017, p. 48.

[2] Raphael Rues (1967) di Minusio (CH). Laureato in storia economica e gestione dei rischi. Responsabile della gestione rischi e qualità presso l’Ufficio federale delle Strade (USTRA) a Berna. Si dedica alla ricerca di storia contemporanea nell’area insubrica e sta realizzando una tesi di Dottorato in Storia Moderna presso la University of Leicester, Inghilterra, sulle formazioni militari tedesche e fasciste che operarono nell’allora alta provincia di Novara fra il settembre 1943 e l’aprile 1945.

[3] Reperibile online presso l’editore Insubrica Historica o direttamente presso la Casa della Resistenza.