È in distribuzione il numero 3/2024 di Nuova Resistenza Unita che, in concomitanza con l’80mo della “Repubblica dell’Ossola”, è in gran parte dedicato alla più importante Zona libera partigiana dell’autunno del 1944. Per questo numero, anche su implicito suggerimento del prossimo Convegno Nazionale Progetto e Utopia. Repubbliche partigiane e Zone libere nella Resistenza italiana, il mio contributo nella rubrica “Una parola” è dedicato ad un vocabolo di cui, in questi tempi bui, abbiamo ancora bisogno.
Tutto è stato detto. Senza dubbio. Se le parole non avessero cambiato significato, e i significati non avessero cambiato parole.
Utopia
Alcune parole, non molte a dire il vero, hanno una data e una paternità definita. Il termine Utopia compare infatti per la prima volta nel 1516 nel titolo di un’opera dell’umanista londinese Thomas More. Edita nella fiamminga Lovanio si divide in due parti; nella prima si descrivono le deleterie conseguenze delle recinzioni (enclosures) che trasformavano le aree coltivate in pascoli (le pecore hanno scacciato gli uomini) gettando la mano d’opera agricola nella miseria. La seconda parte, che ha poi dato titolo al volume, presenta l’immaginaria Isola di Utopia di cui vengono descritti i felici e perfetti ordinamenti sociali.
L’etimologia è duplice, si sottolinea nell’edizione del 1518: la parola deriva dal greco “0U TOPOS” e significa, “non-luogo”, nessun luogo, (nowhere) cioè luogo immaginario, ma anche da “EU TOPOS”, ovvero “luogo felice”: un immaginario luogo felice con duplice funzione (le due parti dell’opera): analisi critica della realtà e prefigurazione di un ordinamento giusto e razionale.
Non è un “genere letterario” nuovo (basti richiamare La Repubblica di Platone) ma More gli ha dato il nome e precisato il canone: descrizione dettagliata del “non luogo” (Isola, Città, Stato …) da parte di un osservatore (viaggiatore, naufrago ecc.) che rappresenta il punto di vista esterno del lettore. Molti i sottogeneri che dipendono sia dalla collocazione temporale dell’Utopia (passato, presente, futuro, tempo parallelo …) che dal luogo (isole/città rimaste isolate, società primordiali non contaminate, altri pianeti ecc.); tralasciando versioni mitiche, fiabesche o fantascientifiche, sul piano politico l’Utopia può presentarsi quale progetto, prefigurazione di una società giusta e libera: come stimolo al pensiero critico sul presente e quale programma di massima verso cui indirizzare l’azione.
“Repubblica dell’Utopia” è stata più volte definita la “Repubblica dell’Ossola”; in un convegno del 2014 Pier Antonio Ragozza sottolineava come l’esperienza ossolana non potesse dal punto di vista storico e istituzionale esser definita “Repubblica”, e più propriamente costituisse una anticipazione della Repubblica.
Da tempo la versione letteraria più diffusa è l’Utopia negativa o Distopia, Utopia che si trasforma nel suo contrario e che fa implicito riferimento ai fallimenti di trasformazioni rivoluzionarie che hanno voluto imporsi come utopie realizzate, come società chiuse non più modificabili, in sostanza come potere non discutibile. Il filosofo Ernst Bloch rimarcando la necessità di mantener vivo lo “Spirito dell’Utopia”, di lasciare sempre aperta la dialettica realtà – speranza, sottolineava come qualsiasi sogno, anche se realizzato, non è mai completo ma “mantiene un residuo, fatto d’aria e di vento, eppure più consistente della carne, un residuo che si fa sentire.”
Gino Vermicelli, nella sua saggezza partigiana, ha ben declinato questa esigenza nel suo “Viva Babeuf!”:
“A volte può essere più bello camminare che arrivare … Arrivare non esiste, è solo un momento del cammino”. E ricordo come in una presentazione pubblica del romanzo, mi pare a Borgomanero, ne abbia espresso in modo giocoso il senso profondo con una variante improvvisata de “La partenza del Crociato”. Suonava pressappoco così:
Sbarcò Anselmo e a quella gente / Tosto chiese “È qua l’Oriente?”
“Se l’Oriente vuoi trovare / Sempre più in là tu devi andare!”
È appena uscito il n. 3/2024 di “Alternativa A”, rivista trimestrale rivolta a operatori e volontari del settore sociale e a chiunque a vario titolo abbia interessi nei confronti del terzo settore, pubblicazione che dal gennaio 2022 esce online e con la quale già in due precedenti occasioni ho avuto l’onore – e l’onere – di collaborare[1]. Diversamente dalle tematiche solitamente caratterizzanti questo periodico – il territorio del VCO e le sue tematiche socio-economiche – in questo numero la redazione ha voluto allargare il campo approfondendo il tema “della dimensione temporale, dello scenario storico in cui le nostre esistenze, consapevolmente o meno, si inseriscono. E, più in particolare, della dimensione storica che più ci tocca, che più c’è vicina, che più ci appartiene come memoria, la storia delle nostre comunità, dei nostri territori.”
Numerosi e stimolanti i contributi come si può verificare dal sommario che allego in calce. Affrontando, come richiestomi, gli importanti contributi di Nino Chiovini, Erminio Ferrari e Pier Antonio Ragozza mi è parso utile declinarli alla luce del loro fondamentale apporto alla costruzione di una identità territoriale.
Identità territoriale
Il termine “identità”, nella sua accezione socio-antropologica (appartenenza consapevole ad una comunità) va trattato con una buona dose di cautela. Sia perché, come sottolineava Annibale Salsa[2] oltre tre lustri addietro, le identità tradizionali hanno subito i processi di trasformazione economica e omologazione comportamentale regredendo a fenomeni quali la folklorizzazione e un esasperato localismo, sia perché il richiamo alla “purezza” di presunte identità etniche rappresenta oggi la nuova frontiera del razzismo[3] che dietro alle parole “etnia” (e “cultura”) ripropone i vecchi miti della razza da difendere contro le presunte contaminazioni (es. “sostituzione etnica”). Le identità per ciascuno di noi sono plurime (nazionale, religiosa, professionale e magari sportiva ecc.) e fluttuanti, sempre meno “ascritte” e sempre più frutto di un processo di costruzione.
«la “identità” ci si rivela unicamente come qualcosa che va inventato piuttosto che scoperto; come il traguardo di uno sforzo, un “obiettivo”, qualcosa che è ancora necessario costruire da zero o selezionare fra offerte alternative, qualcosa per cui è necessario lottare e che va poi protetto attraverso altre lotte»[4].
L’identità territoriale, in particolare per chi ama e si identifica con questa terra fra le Lepontine e le rive dei nostri laghi, va assunta pertanto come un compito. Una identità problematica come sottolineavo qualche anno fa[5] sia per l’assenza di una denominazione (Come ci chiamiamo noi del VCO?) che di un perimetro che non sia solo istituzionale.
Ogni identità si forma e consolida attraverso un duplice processo di riconoscimento: interno e esterno, auto-riconoscimento ed etero-riconoscimento (come mi vedo, come “noi” ci vediamo e dall’altro lato come “gli altri” mi e ci vedono). Una identità solida / forte presenta elevata congruenza fra auto riconoscimento ed etero riconoscimento. Viceversa la dissonanza fra i due lati dello specchio è indice di una identità fragile o comunque ancora non pienamente formata. A quanti di noi è capitato, in giro per l’Italia e oltre, di aver difficoltà a chiarire da dove veniamo!
Tralasciando le tematiche del nome e del perimetro provo ad accennare ad alcuni spunti che ci possono indirizzare verso una più consapevole identità territoriale, identità che non ha niente a che vedere con “il sangue e il suolo” (biologicamente ascritta), ma acquisibile – ovunque e da chi si sia nati – con la conoscenza storica, paesaggistica e letteraria di queste terre.
Il Paesaggio
Se il concetto di identità rimanda al concetto di comunità quello di identità territoriale rimanda a quello di Paesaggio, non nei termini tradizionali, ma per come il paesaggio viene oggi concepito. Tradizionalmente infatti ‘paesaggio’ era collegato a panorama: visione globale, dall’alto, verticale; porzione di territorio sottoposto ad uno sguardo capace di coglierne l’unitarietà, l’armonia e la bellezza anche nella sua varietà. In genere si fa risalire la prima descrizione di un paesaggio al Petrarca:
«Nell’aprile del 1336 Francesco Petrarca salì in vetta al Mont Ventoux, il “Monte Ventoso”, nelle Alpi sud-occidentali della Francia. Il racconto dell’impresa di Petrarca è considerato la più antica descrizione di un paesaggio nella storia della letteratura. Chi, come il poeta, ha scalato questo monte straordinario, può immaginare il motivo per cui, proprio in questo luogo, si comprende cosa sia il paesaggio: lo sguardo va lontano, oltre le montagne e le colline, le creste rocciose, le vette boschive; oggi, esattamente come allora per Petrarca, si scorgono il Rodano e le coste del mar Mediterraneo. Si ha l’impressione di avere sotto di sé l’intera Provenza.»[6]
Gli studi più recenti privilegiano una visione orizzontale, ad altezza d’uomo: vederlo pertanto dall’interno, percorrerlo, viverlo. Non panorama ma percorso, cammino sapiente. Se nella concezione tradizionale il paesaggio si connetteva alle arti figurative (pittura, fotografia), la concezione odierna mette in campo la fruizione culturale del territorio ovvero saperlo ‘leggere’ nei suoi segni e nella sua storia e cultura e saperlo metterlo a frutto, ‘valorizzare’. Si passa così non solo da una visione verticale a una orizzontale, ma anche da una concezione contemplativa ad una attiva.
Come costruire allora una “identità territoriale”? Indispensabili sono i nostri scrittori che possono accompagnarci nel cammino. Non mi pare possibile citarli tutti: ne tralascerei – per dimenticanza o non conoscenza – certamente alcuni. Mi soffermerò da un lato su chi più di tutti ha aperto la strada alla conoscenza e riflessione della storia e cultura della nostra terra, Nino Chiovini, e a due che troppo presto e inaspettatamente ci hanno lasciato: Erminio Ferrari e Pier Antonio Ragozza. Con una ulteriore limitazione: non le storie e le narrazioni ma alcune loro descrizioni di “marcatori territoriali”.
Negli studi sulle identità nazionali vengono definiti “marcatori” le caratteristiche utili per identificare una persona come in possesso di una particolare identità nazionale; inizialmente si tratta di aspetti fisici, corporei (acconciature, tatuaggi, abbigliamento, comportamento non verbale ecc.) per poi svilupparsi negli aspetti culturali (lingua, simbolismo, mitologia, religione, arti, professioni tipiche ecc.).
Chiamo allora “marcatori” dell’identità di un territorio quegli indicatori materiali che, grazie alla mediazione dei nostri scrittori, possiamo ri-conoscere come “tipici” durante il cammino.
Nino Chiovini
La scrittura di Chiovini è una scrittura morale: mi è parso di riconoscerne la cifra specifica nella sua capacità (e volontà) di dar parola[7]. Non si tratta solo di un “mettersi di lato” per dar voce a chi non l’ha più, o che mai era stato ascoltato, ma di un utilizzo sapiente delle modalità di ascolto attivo, di “far spazio” e rendere protagonisti i portatori delle “storie della resistenza” e i rappresentanti della “civiltà rurale montana” che ha caratterizzato per secoli gran parte del nostro territorio. E, per quel che qui intendo sottolineare, “dar voce” anche ai luoghi perché nei loro nomi e nei loro segni materiali ci possono parlare purché la nostra mente ne sia attrezzata e consapevole. Le lingue locali e, in particolare, la toponomastica ci parlano dell’origine e della funzione assegnata a quelle località. Di seguito alcuni esempi.
«… a partire dal XII secolo […] nei documenti conosciuti dell’epoca ricorre sempre più spesso il termine di runca, ossia terra dissodata di recente, voce derivata dal latino classico runco, runcare (sterpare, dissodare), giunto alla soglia dei nostri giorni nel medesimo significato con il verbo dialettale runcàa e con i toponimi derivati, che indicano luoghi del territorio utilizzato con precise caratteristiche; Runch, Runchett, Runcàsc, Runcutìn, ossia luoghi coltivati, a media/breve distanza dal centro abitato.»[8]
«Nei dialetti alto novaresi, per indicare gli alpi si usano i termini di curt (mediato dal latino cohors inteso come spiazzo o radura) e di alp di origine celtica, insieme a quello di munt (monte) usato prevalentemente nell’alto Verbano per indicare gli alpi maggengali o primaverili, mentre quelli di piazza e di culma sono riservati agli alpi posti a ridosso di un colle.»[9]
Possiamo, grazie alla toponomastica, ad esempio individuare l’origine quali “località in cui … venivano concentrate o confinate le greggi di capre”, considerate dannose per le coltivazioni vicine ai centri abitati, nel nome di molte località del Verbano e dell’Ossola derivati dai vocaboli dialettali di cavra e crava, come del duro lavoro di terrazzamento dei declivi nei vocaboli piaggia, campèi o pinezz.
La cultura materiale della civiltà montana è soprattutto basata sul legno e sulla pietra, le baite – che incontriamo in tutto il nostro territorio collinare e montano – ne sono la testimonianza più duratura e Chiovini ci accompagna, grazie all’idioma locale, per conoscerne le diverse funzioni e il lavoro tecnicamente ingegnoso che hanno richiesto.
«La bàita nel dialetto maleschese è chiamata casera (nome comune a tutta l’Ossola), mentre nel dialetto cossognese è la Casina, diminutivo/dispregiativo dell’italiano casa e del dialettale cà. Le bàite, anch’esse in origine costruite sommariamente per minime esigenze, come elementari ricoveri di fortuna […] fino a diventare, dopo il XVI secolo, i fabbricati utilizzati annualmente per la monticazione estiva, praticata fino a pochi decenni or sono. Le bàite sono, di norma, costruzioni di modeste proporzioni, con vani alti non più di due metri. A seconda della loro utilizzazione, si dividono in «bàite da fuoco» {casér da fógh) e «baite per il bestiame» {casér dìi besti). Le prime, quasi sempre a un piano e sprovviste di soffitto sotto il tetto, venivano utilizzate per il lavoro domestico: cucinare e lavorare il latte; se la bàita era dotata di un piano superiore, quest’ultimo era adibito a rudimentale camera da letto; ma le bàite a due piani erano rare; in Val Grande poi, un lusso sconosciuto. Le «baite per il bestiame» erano quasi sempre a due piani, separate da un rudimentale assito, in cui il piano inferiore fungeva da stalla e quello superiore, comprendente anche il sottotetto, fungeva da fienile e da camera da letto, in cui il letto era il fieno medesimo.»[10]
Nelle pagine successive, a cui rimando, Chiovini si sofferma sui materiali utilizzati, con il legno più in uso rispetto alla pietra nell’area Valzer e per le baite in alta quota per la necessità di ripararsi dal freddo. Particolare competenza, quella del teciàtt, era richiesta per la costruzione del tetto in piode (piòd). La pietra era il materiale fondamentale sia per le abitazioni nei paesi, per edifici religiosi nei fondovalle (gli oratori), per le cappelle delle Vie Crucis «che si snodano lungo tradizionali percorsi nelle vicinanze dei villaggi» e per le cappelle devozionali che accompagnano i sentieri.
Per concludere con «l’utilizzazione della pietra ollare, le cui lavorazione e uso, nella nostra regione, affondano le radici nell’età del ferro». Denominata nei dialetti locali perlopiù con variazioni dell’italiano “laveggio” (lavesc, lavégg, laujera, Lavijn) è una pietra particolare di cui Chiovini descrive le origini geologiche, le caratteristiche chimiche, le proprietà che ne favoriscono la lavorazione e il suo utilizzo «per ricavarne pignatte, paioli, bicchieri, tubi, olle e persino stufe».
Erminio Ferrari [11]
Domenica 28 luglio scorso la località dei Bagni di Craveggia era particolarmente affollata: le comunità Vigezzine e della Val Onsernone, insieme a corpi d’arma e associazioni culturali svizzere, ANPI del VCO e di Domodossola, Casa della Resistenza, si è inaugurata una targa commemorativa in ricordo della “Battaglia di Frontiera” del 18 ottobre 1944. Mentre transitavo sul sentiero sassoso che conduce al monumento mi sono accorto che su uno dei sassoni a ridosso dell’alveo del torrente, ormai carsico dopo l’alluvione del 1978, una sottile linea nera segnava il confine italo-elvetico. Mi è subito venuto a mente un bellissimo e poco conosciuto racconto breve di Erminio relativo alla valle parallela (le Centovalli), alla sua ferrovia e a questi confini non sempre definiti e visibili. Incuneato fra i Cantoni Vallese e Ticino quello che allora era l’Alto Novarese, oggi assunto a Provincia, è una sorta di “marca di Confine” ove le demarcazioni culturali, linguistiche, lavorative ecc. – in particolare con il Ticino – sono tradizionalmente porose e intrecciate. Lascio la parola all’Ermi.
«Dalla valle esce un treno che porta più storie che vagoni. A cominciare dal nome: sul versante svizzero del confine è la Centovallina, su quello italiano è la Vigezzina. Lo stesso tocca ai due torrenti che dalle medesime montagne scorrono uno verso ovest, il Melezzo, l’altro verso est, la Melezza. È che certi confini non si disputano, piuttosto si condividono, si confondono e si perdono di vista: in una selva di castagni uccisi e rinati da un male che ogni mezzo secolo li assale; o lungo il solco di una valle che alcune volte caccia acqua da far paura, altre è secca come certi cuori; o tracciato per pietraie ingrate, piccoli deserti lepontini; inteso da lingue che si sovrappongono, parole che figliano parole.
Qui capita spesso di avere un piede in Svizzera e uno in Italia, e un po’ ci si fa l’abitudine; finché, di tempo in tempo, di impedirlo non si incaricano la Storia, quella che finisce sui libri – si spara, si fugge, si cerca riparo, si attacca – o le meschine necessità della quotidiana politica, con meno eroici manifesti e artiglierie elettorali. […]
Prendi Re. Da quando i pittori suscitarono il miracolo della Madonna che sanguina – o fu la Madonna a ispirare loro — quell’icona benedicente dilagò per villaggi e alpi, indifferente alle frontiere, occupando lunette su povere facciate, o, in forma di immaginetta, appuntata sulla credenza, insieme alle fotografie dei nipoti e a un promemoria dell’Agricoltore ticinese. E lavorava ignaro o non curandosi dei confini l’Antonio da Tradate che salì a Palagnedra nel quindicesimo secolo a dipingervi almeno una piccola parte di tutte quelle più numerose cose che stanno tra terra e cielo. Nella chiesa originaria di Palagnedra, il suo ciclo allegorico dei mesi corre lungo l’intero coro — oggi una sagrestia — quasi sorreggendo un’apoteosi di santi e profeti e vite di Nostro Signore, che salgono a colmare il cielo artificiale della volta. Spostandosi con i suoi cartoni, questo Giotto un po’ in ritardo disseminò d’arte gli oratori affacciati sul Verbano, dove oggi si dice Italia, e chiese e chiesette di borghi e villaggi svizzeri. Ma bisogna dire che a Palagnedra diede il meglio, forse perché fuori lo attendeva il Gridone che incombe e costringe quasi a rovesciare indietro la testa per vederne la sommità appuntata nel cielo. Il ciclo dei mesi il pittore lo vedeva svolgersi lì fuori, in quella campagna sospesa sul solco inabissato del torrente; e, sopra quella montagna sovrana, un cielo grande abbastanza per ospitare storie sacre e teologie.»[12]
In gran parte delle opere di Ferrari il tema del confine è ben presente, sia in quelle saggistiche che in quelle narrative (ammesso che per lui, come per Chiovini, questa distinzione abbia ancora un senso). Contrabbandieri, partigiani e profughi che trovano riparo in terra elvetica, passatori in tempo di guerra e dopo con i migranti, lavoratori italiani oltre confine ecc. In questo racconto la nostra “identità transfrontaliera” e questo “marcatore” (il confine) non sempre certo e visibile, trovano una sintesi particolarmente efficace.
Pier Antonio Ragozza
“Un Collorese” talvolta si firmava. Studioso di Storia militare, ma non militarista, la sua attenzione si è rivolta in particolare alle due guerre mondiali, alle storie degli Alpini e dei partigiani – con un affetto particolare per gli Alpini-partigiani[13] – e alle modificazioni prodotte da quegli eventi alle nostre terre.
La cosiddetta “Linea Cadorna” innanzitutto, a cui Ragozza, unitamente a Paolo Crosa Lenz, ha dedicato un importante contributo il cui titolo e sottotitolo non indicano solo l’argomento ma soprattutto una esplicita prospettiva: La Linea Cadorna nel Verbano Cusio Ossola. Dai sentieri di guerra alle strade di pace[14].
«Fra le ricchezze storico-culturali ed architettoniche del territorio della Provincia del Verbano Cusio Ossola, c’è anche un patrimonio fatto di opere fortificate e di una viabilità di supporto, realizzate nel primo decennio del XX secolo e più ampiamente nel corso della prima guerra mondiale, che è rimasto quasi del tutto dimenticato per ben più di mezzo secolo, e che solo da alcuni anni a questa parte è finalmente stato riconsiderato come autentica risorsa, per una fruizione a fini pacifici di quanto realizzato per scopi bellici e di difesa nazionale. […] questa imponente struttura difensiva che copre Piemonte e Lombardia, ma con qualche opera in Valle d’Aosta e che nella terminologia burocratico-militare dell’epoca era definita come “Occupazione Avanzata Frontiera Nord”. […] Non era una struttura fortificata continua collocata a ridosso della frontiera, ma una serie di opere composte da appostamenti per la fanteria e postazioni per l’artiglieria costruiti in località arretrate, a presidio e difesa dei punti nevralgici collocati sui principali assi di penetrazione di un potenziale nemico che facesse ingresso dalla Svizzera».[15]
«A parte alcuni episodi [collegati alla Resistenza], la Linea Cadorna non fu mai utilizzata a fini bellici, almeno quelli per cui era stata realizzata, e se mulattiere e strade servirono a rendere meno aspro il cammino degli alpigiani, le fortificazioni vennero invece progressivamente abbandonate e lasciate sole a combattere la silenziosa battaglia contro la vegetazione e le alluvioni che, lentamente, le seppellivano, mentre altrove le vecchie opere militari dovevano lasciare spazio a costruzioni civili o nuovi insediamenti produttivi. Nonostante questo abbandono, la sensibilità e l’attenzione di persone ed associazioni, a cui si sono poi aggiunti anche Enti pubblici, ha portato dagli Anni Ottanta in poi a considerare in modo diverso questo patrimonio di opere e strade, quasi sempre ben integrate nell’ambiente dove sono sorte, per valorizzarne gli aspetti storici ed architettonici, sul modello di quanto fatto all’estero».
L’iniziativa verrà soprattutto avviata dal Gruppo di Ornavasso della Associazione Nazionale Alpini per l’Ossola, dal CAI di Omegna per il Montorfano e, per l’area del Verbano, dalla Comunità Montana Alto Verbano.
Ragozza ha pure dedicato alcuni scritti ai luoghi edificati, sia religiosi che laici, in ricordo dei caduti e dei reduci delle guerre, in particolare al Santuario dei reduci di Lüt della sua Colloro e al Memoriale degli Alpini alla Colletta di Pala[16]. Collocati entrambi in postazione sopraelevata dominano con la loro visuale rispettivamente la Bassa Ossola e la piana di Intra con la parte meridionale del Maggiore nelle sue coste sia piemontesi che lombarde.
Del Santuario del Lüt viene ripercorsa la sua lunga storia. Nato nella prima metà dell’Ottocento come cappella dedicata alla Madonna quale protezione, almeno secondo la leggenda, alla malefica presenza in loco di streghe ed esseri diabolici. Durante la prima guerra di Indipendenza molti ossolani dovettero indossare l’uniforme per combattere contro l’Austria. «Arrivavano dalla Val Grande i tre giovani Colloresi che, nel 1848, fecero voto di ampliare l’originaria cappelletta se fossero tornati incolumi dal conflitto in cui dovevano andare a combattere». E nel corso dei decenni la cappelletta si trasforma in oratorio, poi in Chiesetta e alla fine in santuario, così come si aggiungono le guerre (coloniali, mondiali, Resistenza) che sfornano caduti da incidere sulle lapidi e reduci che si prendono cura della Madonna del Lüt.
«… forse la più bella e intensa descrizione del legame fra lo storico oratorio mariano e l’area oggi divenuta Parco Nazionale si coglie in una poesia di don Remigio Biancossi, il quale davanti alla chiesetta di Lüt, che spicca solitaria con il candore delle sue mura fra le ferrigne rocce che guardano la bassa Ossola, le montagne oltre la Toce, i laghi verso la pianura e le vallate che si aprono a ponente, l’ha poeticamente definita “..quasi un’agnella dispersa dal gregge, alla porta dell’immensa Val Grande…”.
Del tutto diversa e decisamente più recente l’origine del Memoriale di Pala ove sono incisi “i nomi di quasi settecento Caduti, un elenco che copre un trentennio, a partire dal 1915 e sino al 1945, partendo dalla Grande Guerra di cui sono ricordati 349 Caduti, passando per la campagna d'Etiopia del 1935-36 con le sue 47 vittime e chiudendosi con il secondo conflitto mondiale che lasciò sul campo altri 295 Caduti.”
«Ci sono luoghi che, anche senza essere stati teatro di vicende storiche particolari ma grazie all’intervento dell’uomo che li trasforma in segni tangibili di una memoria collettiva, vengono ad assumere un significato particolare, fermando nel tempo ricordi e sentimenti. Uno di questi luoghi è il Memoriale degli Alpini alla Colletta dell’Alpe Pala, poco sopra Miazzina a circa 1000 metri di quota, dove dalla seconda metà degli anni Sessanta del XX secolo sorge questo piccolo sacrario che, idealmente, ferma il ricordo di quello che fu il Battaglione Alpini “Intra”, ma anche dei reparti che derivarono da questo in occasione delle mobilitazioni belliche, oltre che dei Gruppi di artiglieria da montagna, delle unità del Genio e dei servizi alpini. […] La scelta del luogo non era casuale, in quanto la «Colletta di Pala, sulle prime balze del Pian Cavallone, [era] meta un tempo delle esercitazioni del glorioso Battaglione Intra […] che vi giungeva con tutta l’attrezzatura montana e con le salmerie […]. Su quelle montagne, più tardi, giovani alpini e di tutte le armi, [salirono] per sottrarsi all’invasore tedesco e, combattendo per la libertà, hanno sacrificato la loro giovinezza».
[1] Cfr. La comunicazione nei percorsi educativi e Nino Chiovini e il Parco Letterario® intestato a suo nome.
[2] Annibale Salsa, Il tramonto delle identità tradizionali, Priuli & Verlucca, Scarmagno (To) 2007.
[3] Sul “razzismo culturalista” sul mio blog cfr. I migranti e le nostre comunità.
[4] Zygmunt Bauman, Intervista sull’identità, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 13.
[5] Cfr. Per una identità di territorio (ovvero VCO addio?
[6] Hansjörg Küster, Piccola storia del paesaggio, Donzelli, Roma 2010, p. 4.
[7] Cfr. Storia, scrittura e moralità in Nino Chiovini.
[8] Cronache di terra lepontina, Vangelista, Milano 1987, p. 25.
[9] Ivi, p. 36.
[10] Ivi, p.104-105
[11] Cfr. Erminio Ferrari: storie e cammini della Resistenza che contiene anche bibliografia elinkografia dell’autore.
[12] Storie di treni e di contrabbando, in AA.VV Negli immediati dintorni: guida letteraria tra Lombardia e Canton Ticino, Casagrande, Bellinzona 2015. Il racconto completo è consultabile > qui <.
[13] Cfr. ad es. Penna bianca, camicia rossa. Storia di Ugo Pino, Domodossola 2020. La Bibliografia dei suoi testi presenti nelle biblioteche del VCO, curata dalla Biblioteca “Aldo Aniasi” della Casa della Resistenza e quella dei suoi contributi alla rivista Resistenza Unita, ci danno un’idea precisa dei suoi interessi e studi.
[14] Edito dalla Provincia Verbano Cusio Ossola, Gravellona 2007.
[15] Ivi, p. 83. Per il passo successivo p. 181. Sul ruolo non centrale di Cadorna nella progettazione della linea fortificata tradizionalmente a lui attribuita, per la quale furono invece fondamentali il Generale Alberto Pollio (1852-1914) e suoi successori tra cui il Generale Saverio Nasalli Rocca (1856-933) cfr. Debora Chiarelli – Leonardo Parachini, Una linea chiamata Cadorna, Società dei Verbanisti, Verbania 2016.
[16] Il primo in pubblicazione edita dalla Parrocchia di Premosello Chiovenda nel 2003, il secondo come contributo all’interno della rivista Vallintrasche del 2011 edita dal Magazzeno Storico Verbanese.
Lo storico Tony Judt, ebreo britannico docente universitario a Cambridge e dagli anni Novanta presso Università statunitensi, esperto in politica internazionale, conosceva Israele non solo in qualità di studioso ma soprattutto per aver vissuto per un anno in un kibbutz e collaborato come volontario civile con l’esercito israeliano durante la Guerra dei sei giorni, allontanandosi successivamente dalle posizioni sioniste. Nel maggio 2006 su un numero speciale del quotidiano liberale israeliano Haaretz, dedicato al cinquantottesimo anniversario della nascita del paese, pubblica su invito della redazione, un saggio dal titolo Il paese che non voleva crescere[1] in cui esprime le sue preoccupazioni per un paese che non può illudersi di contare a tempo indeterminato dell’appoggio incondizionato degli Stati Uniti ignorando il contesto internazionale.
In particolare si sofferma sull’accusa di antisemitismo rivolta contro chiunque critichi una qualsiasi azione del governo israeliano, non solo perché obsoleta dopo la fine fella guerra fredda, ma soprattutto perché essa stessa “fonte di sentimenti antisemiti”. Affermare che la critica di soprusi, negazione di diritti, violazione delle norme internazionali “è antisemita” comporta implicitamente l’equiparazione dell’ebraismo con tali comportamenti.
Oggi, di fronte alla tremenda guerra di Gaza con migliaia di vittime civili dovrebbero leggere con attenzione le osservazioni di Judt coloro che accusano di antisemitismo chiunque critichi Netanyahu, proponga il cessate il fuoco, sostenga la necessità della nascita a fianco di Israele di uno Stato Palestinese. A meno che tali accuse non siano tanto dettate dalla preoccupazione di una ulteriore diffusione dell’antisemitismo – che non ha certo bisogno di esser alimentato – ma dalla cieca sudditanza e piaggeria alla politica statunitense. Non capendo, come già osservava Judt, che – al di là dell’attuale politica incomprensibile di Biden – il sostegno incondizionato degli Usa alla politica di Israele non potrà durare a lungo sia per la crescente avversione interna (tra cui quella di molti ebrei statunitensi) che, soprattutto, per gli oggettivi interessi geopolitici statunitensi in un mondo in cui gli equilibri stanno rapidamente cambiando.
L’Olocausto non può essere strumentalizzato ancora per giustificare le azioni israeliane. Grazie al passare del tempo, molti Stati dell’Europa occidentale sono riusciti ad affrontare il ruolo svolto nella Shoah, cosa che non era possibile affermare un quarto di secolo fa. Dal punto di vista israeliano, questo ha avuto conseguenze paradossali: fino alla fine della Guerra Fredda, i governi israeliani potevano ancora approfittare della colpa dei tedeschi e degli altri europei, sfruttando la loro incapacità di riconoscere completamente quel che gli ebrei avevano subito sul loro territorio. Oggi che la storia della Seconda guerra mondiale si sta spostando dalle discussioni pubbliche alle aule scolastiche, e da queste nei libri di storia, un numero sempre maggiore di elettori europei e non solo (soprattutto giovani) semplicemente non capisce come possano essere invocati gli orrori dell’ultima guerra europea per permettere o perdonare un comportamento inaccettabile in un altro tempo e luogo. Agli occhi del mondo, il fatto che la bisnonna di un soldato israeliano sia morta a Treblinka non può giustificare le sue violenze verso una palestinese in attesa di passare un postazione di controllo. «Ricordate Auschwitz» non è una risposta accettabile.
In breve: agli occhi del mondo, Israele è uno Stato normale, che si comporta però in maniera anormale. Decide del proprio destino, ma le vittime sono altre. È forte (molto forte), ma la sua condotta rende gli altri vulnerabili. Dunque, privi di qualunque altra giustificazione per le loro azioni, Israele e i suoi sostenitori ricorrono sempre più spesso all’affermazione più vecchia di tutte: Israele è uno stato ebreo, e per questo viene criticato. L’accusa che chi critica Israele è implicitamente antisemita, in Israele e negli Stati Uniti viene considerata un asso nella manica. Se negli ultimi anni è stata utilizzata con più frequenza e aggressività, è perché è l’unica carta rimasta.
L’abitudine di tacciare di antisemitismo qualunque critica straniera è profondamente radicata nell’istinto politico israeliano: Ariel Sharon se ne servì con eccesso caratteristico, ma fu solo l’ultimo di una lunga serie di leader israeliani che la sfruttarono. David Ben Gurion e Golda Meir non furono da meno. Al di fuori di Israele, però, gli ebrei pagano a caro prezzo questa tattica. Non solo inibisce le loro critiche a Israele per paura di apparire in cattiva compagnia, ma spinge chiunque altro a guardare gli ebrei di tutto il mondo come collaboratori de facto dei misfatti israeliani. Quando Israele infrange la legge internazionale nei territori occupati, quando umilia pubblicamente le popolazioni sottomesse a cui ha confiscato le terre – e replica ai suoi critici urlando ad alta voce accuse di «antisemitismo» – in realtà sta dicendo che queste azioni non sono israeliane, ma ebree; l’occupazione non è israeliana, è un’occupazione ebrea; e se questo non vi va giù è perché non vi piacciono gli ebrei.
In molte parti del mondo, c’è il pericolo che questa diventi un’affermazione vera: il comportamento sconsiderato di Israele e l’ostinazione a identificare tutte le critiche come antisemite è ora la principale fonte di sentimenti antisemiti nell’Europa occidentale e in buona parte dell’Asia. Ma il corollario tradizionale – se i sentimenti antisemiti sono vincolati a un’avversione per Israele, allora gli uomini onesti dovrebbero correre in sua difesa – non è più valido. Al contrario, l’ironia è che il sogno sionista si è realizzato: oggi, decine di milioni di persone nel mondo considerano Israele lo Stato di tutti gli ebrei. E, dunque, com’è logico, molti osservatori pensano che un modo per arginare la crescente ondata di antisemitismo nei sobborghi di Parigi o per le strade di Giacarta sarebbe che Israele restituisse i territori ai palestinesi.
Se i leader israeliani hanno potuto ignorare questi sviluppi, è in gran parte perché fino a ora hanno contato sull’appoggio incondizionato degli Stati Uniti – l’unico paese al mondo in cui per numerosi ebrei, tanto nelle dichiarazioni pubbliche dei politici importanti quanto sui mezzi di informazione, l’antisionismo è sinonimo di antisemitismo. Ma questa fiducia che dà per scontata l’approvazione incondizionata statunitense – e l’appoggio morale, militare ed economico che ne consegue – potrebbe rivelarsi la rovina di Israele.
Postilla
Quanto sopra non significa negare l’esistenza di posizioni antisemite tra alcuni veri o presunti sostenitori della causa palestinese, come d’altro canto certamente antisemita è Hamas, l’ala militare in specie, nei fatti, nelle sue dichiarazioni e nei suoi statuti.
Diverso e controverso è il discorso sullo slogan “Dal fiume al mare, Palestina libera sarà” (From the river to the sea, Palestine will be free) che ha una lunga storia non univoca ben analizzata in una attenta e documentata ricostruzione pubblicata dalla testata online il Post nel novembre 2023 a cui rimando.
Anche interpretandola nel suo significato letterale, il suo utilizzo nelle manifestazioni o nelle occupazioni di Università a me pare soprattutto frutto di ingenuità e mancanza di consapevolezza di quanto possa essere controproducente per chi sostiene la causa palestinese. Infatti essa pare simmetrica alla politica sostenuta da Netanyahu che si è sempre opposto alla prospettiva dei due stati. Se in quell’area c’è lo spazio per un solo Stato non è difficile immaginare che quello Stato – per ragioni storiche, rapporti internazionali ed evidenti rapporti di forza – non potrà esser la Palestina.
Per quanto difficile – e qui si potrebbe aprire una parentesi sulle gravi responsabilità sia dell’Europa che degli Stati arabi confinanti – la soluzione dei due Stati è l’unica che può riportare la pace in quel territorio, garantire la sicurezza di Israele e dare risposta alle legittime aspirazioni della popolazione palestinese. Certo non basta dichiararla a voce tale prospettiva, necessitano azioni effettive ed energiche da parte della comunità internazionale. L’Europa, se volesse, potrebbe scegliere di farlo.
[1] Il saggio è stato pubblicato in Italia nel volume di Tony Judt L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del ‘900, Laterza, Roma-Bari 2008, p.276-285 ed è consultabile > qui <.
È in distribuzione – con un certo ritardo – da parte di Poste Italiane il n.1/2024 di Nuova Resistenza Unita. Ho ripreso da questo numero a pubblicare una rubrica, iniziata qualche anno fa, di sintetico approfondimento e riflessione su parole che spesso ci accompagnano. Di seguito quella presente sul numero in arrivo.
Le parole sono azioni
(Ludwig Wittgenstein)
Diplomazia
Ci sono parole che nascono, altre che declinano per poi scomparire, altre infine che emigrano. Diplomazia sembra appunto parola sempre più interdetta nell’orizzonte culturale e politico del nostro mondo, o tuttalpiù destinata ad emigrare verso l’oriente petrolifero. Sintomo del declino europeo. Eppure è una parola recente nata in Francia nel XIX secolo (diplomatie) ovviamente derivante da diploma (fr. diplôme) cui si è aggiunto il suffisso [-zia] che spesso indica un atteggiamento e un comportamento.
Più che al significato moderno (e spesso scolastico) di diploma quale attestato da parte di un’autorità o a quello latino (diploma –ătis) che indicava la certificazione della cittadinanza romana o il lasciapassare per incaricati di missioni e ambascerie, diplomazia trae il suo significato più profondo dall’origine greca (δίπλωμα) tavoletta o foglio piegato in due a sua volta derivante dal verbo διπλόω che significa raddoppiare.
Ci può essere diplomazia, a qualsiasi livello, solo se c’è un doppio riconoscimento, un vicendevole riconoscersi e confrontarsi “faccia a faccia” mettendo sul tavolo le reciproche esigenze e richieste; in assenza di ciò non è possibile alcuna mediazione né compromesso e tantomeno soluzione di un conflitto.
L’atteggiamento opposto alla diplomazia, ed oggi ahimè prevalente, è quello dualistico o manicheo, del Bene (assoluto) contro un Male altrettanto assoluto, o se vogliamo politicamente attualizzare della Democrazia contro la Dittatura. La dialettica del dualismo (sia religioso, che culturale o politico) è nota; non solo perché invece del reciproco (faticoso) riconoscimento ci si avvia ad un altrettanto reciproco accusatorio disconoscimento (tu dittatore VS tu imperialista, ecc.) ma soprattutto perché, siccome contro il male assoluto ogni mezzo è lecito, io Bene divento l’altra simmetrica faccia del Male che combatto. L’inquisitore contro stregoneria e diaboliche eresie utilizza gli strumenti più diabolici, per eliminare i massacratori si massacra, contro il terrorismo si utilizza il terrore e così via.
In un conflitto di questo tipo l’unica uscita prospettata è la eliminazione dell’avversario. Ma in un mondo interdipendente come quello attuale lo sviluppo possibile è solo l’allargamento del conflitto e l’esito finale la reciproca e totale distruzione.
Il Dottor Stranamore è ben vivo e vegeto. A tutti noi il lucido e consapevole dovere di fermare la sua follia.
“La vita è pericolosa, Marion, e può succederci di tutto in qualsiasi momento. Lo sa lei, lo so io, lo sanno tutti – e se non lo sanno, be’, si vede che non sono stati attenti, e se non si sta attenti, non si è vivi sino in fondo”[1].
L’ultima opera di Paul Auster è esplicitamente un romanzo di commiato. Non è autobiografico ma il protagonista è un chiaro alter ego con cui l’autore si identifica: lo scrittore e docente in pensione Seymour Baumgartner che, dopo aver pubblicato “il suo piccolo libro su Kierkegaard”, riflette sulla permanenza delle assenze (soprattutto della moglie Anna scomparsa dieci anni prima) e vorrebbe scrivere un saggio sulla “sindrome dell’arto scomparso”, la percezione persistente e spesso dolorosa di un arto perso traumaticamente; naturalmente “il suo interesse risiede, più che negli aspetti biologici e/o neurologici della sindrome, nella sua capacità di prestarsi a metafora della sofferenza e della perdita”.
E il romanzo ruota, oltre che sulla sua crisi e crescente fatica di scrittore, sulla volontà di dar memoria alla moglie, non tanto alla principale attività di traduttrice, ma alle sue opere in maggior parte non pubblicate (racconti, poesie) che riemergono dai cassetti di uno schedario posto in un angolo dello studio di Anna.
C’è un passo, all’inizio del quarto capitolo, dove Auster sembra volerci lasciare il suo consapevole congedo. Lo riporto per intero.
“Un anno e un mese dopo, Baumgartner è seduto alla stessa scrivania nella stessa stanza e si sta chiedendo se tenere la frase che ha appena scritto o cancellarla e ricominciare. La cancella, ma prima di ricominciare si alza dalla sedia, va alla finestra e guarda giù in giardino. È uno splendido pomeriggio assolato di metà settembre, uno di quei giorni sfacciati e prepotenti che piombano in casa, ti afferrano per la collottola e ti sbattono fuori, e cosi anziché tornare alla scrivania a lottare per la terza o quarta volta con la frase, Baumgartner cede al richiamo del bel tempo e lascia la stanza per andare in giardino, dove si accomoda su una sdraio a metà strada tra il patio e il corniolo. Si palpa il taschino sinistro della camicia e scopre che è vuoto. Niente occhiali da sole. Li avrà lasciati in camera da letto ieri, ma anche se oggi pomeriggio la luce è particolarmente smagliante, non ha nessuna voglia di ritrascinarsi in casa a cercarli. In una giornata come questa, si dice, meglio lasciare che il sole illumini il mondo, e goderselo tutto a occhi nudi, senza protezioni.
Guarda in alto, aguzza la vista al passaggio di un uccello nel cielo. Che nuvole bianche, si dice. Che nuvole candide appiccicate a tutto quell’azzurro, un cielo cosi azzurro non vedeva da anni. Incredibile, pensa. La terra va a fuoco, il mondo è in fiamme, eppure per adesso ancora esistono giornate come questa, e quindi tanto vale approfittarne. Chissà, magari è l’ultima bella giornata che vedrà – o l’ultima giornata in assoluto, se è per quello, no? Certo non si aspetta di morire all’improvviso prima che gli uccelli si sveglino domattina, ma i fatti sono fatti, e i numeri non mentono. Ha settantuno anni, e un altro compleanno si profila all’orizzonte fra appena sei settimane, e una volta che uno entra nella zona dei rendimenti decrescenti, può succedere di tutto.[2]“
E la narrazione terminerà in modo formalmente aperto, ma con un finale facilmente immaginabile per il lettore:
“E così, con il vento in faccia e il sangue che ancora gli sgocciola dalla fronte, il nostro eroe parte in cerca di aiuto, e quando arriva alla prima casa e bussa alla porta, si apre il capitolo finale della saga di S. T. Baumgartner.[3]“
[1] Baumgartner, Einaudi, Torino 2023, p. 25. Di alcune opere di Auster avevo scritto su questo blog poco più di cinque anni fa: Leggendo LEVIATANO di Paul Auster.
[2] P. 82-83.
[3] P. 153.
Come ricordavo in un precedente post
“la scuola difficilmente riesce a mantenere memoria delle sue attività e percorsi didattici, cui si aggiunge la scarsa cura dei suoi archivi. … In solaio ho un certo numero di questi materiali realizzati nelle classi dell’Indirizzo Scienze Umane e Sociali dell’Istituto Cobianchi nelle quali ho insegnato, per cui non penso sia inutile digitalizzare e postare alcuni di quelli che mi sembrano più significativi. Con l’avvertenza che vanno letti collocandoli non solo nel contesto didattico di quei corsi sperimentali ma anche in quello culturale e delle conoscenze dell’epoca.”
Il materiale che riporto è stato realizzato nella classe 5^ di Scienze Umane e Sociali (1982/83)[1] e, per quel che mi riguarda, ha rappresentato la prima esperienza di un approfondimento monografico articolato in un percorso introduttivo dell’insegnante, in successivi lavori di gruppo e in approfondimenti individuali[2]. Materialmente il lavoro presentato all’esame era composto di tre fascicoli: il primo (Note critiche) contenente le lezioni dell’insegnante e le relazioni dei lavori di gruppo, gli altri due (Schede analitiche) contenenti 58 schede di lettura realizzate individualmente dagli allievi sulla base di una griglia predisposta.
Storia dell’Utopia. Note critiche
INDICE
I – L’UTOPIA COME GENERE E COME METODO
1» Nascita e significati del termine pag. 1
- Il genere letterario ” 2
- Tipologia ” 3
- Utopia mitica ” 3
- Utopia mistico-profetica o escatologica ” 4
- Utopia assoluta ” 5
- Utopia classica ” 7
- Utopia etnografica e naturalistica “ 9
- Utopia libertina ” 10
- Utopia spaziale ” 11
- Utopia metafisica ” 11
- Fanta-utopia o utopia temporale ” 12
- Programma utopico ” 14
- Ucronia ” 15
- Utopia negativa ” 16
4. La mentalità utopica “ 18
5. Utopico e utopistico ” 19
6. Lo Spirito dell’utopia ” 20
BIBLIOGRAFIA ” 22
II – LE ARTICOLAZIONI TEMATICHE
1 Generi letterari e utopia ” 24
- Generi letterari ” 24
- Fantasy ” 25
- Fantascienza ” 27
BIBLIOGRAFIA ” 29
2. Utopia e psicanalisi ” 30
- Il simbolismo dell’utopia ” 30
- Eros e utopia in Marcuse ” 33
BIBLIOGRAFIA ” 36
3. Prigioniera in utopia ” 37
- Donne e utopia ” 37
- Mentalità utopica all’interno del femminismo ” 41
BIBLIOGRAFIA ” 42
4. Educazione ed utopia ” 43
a) Il pensiero utopistico ” 43
b) Utopia e pedagogia: caratteri generali e sviluppo storico 44
c) La pedagogia “collettivistica” di Makarenco ” 48
BIBLIOGRAFIA ” 52
- Utopia, violenza e totalitarismo ” 53
- La posizione di Popper ” 53
- La posizione di Baczko ” 54
- Il totalitarismo sovietico nell’analisi di Baczko ” 58
BIBLIOGPAFIA ” 58
L’UTOPIA COME GENERE e COME METODO
Aspetti generali
(Note introduttive dell’insegnante)
- Nascita e significato del termine
“Libretto veramente aureo e non meno utile che piacevole sull’ottima forma di Stato e sulla nuova isola di Utopia composto da Thomas More, personaggio insigne per fama e sapere, cittadino e sceriffo della nobile città di Londra”.
È con questa opera, editata Lovanio nel 1516, che compare per la prima volta il termine UTOPIA. La parola deriva dal greco “0U TOPOS” e significa, letteralmente, “non-luogo”, nessun luogo, cioè luogo inesistente ed immaginario. Ma, già negli anni immediatamente successivi, si sviluppò una contesa di tipo filologico; infatti alcuni umanisti, vicini al More, ritennero che l’“U” iniziale non fosse la contrazione della negazione “0U” che solitamente si premette alle forme verbali e non ai sostantivi (la forma corretta sarebbe “A-TOPIA”), ma la contrazione di “EU” (felice): perciò utopia come “luogo felice”. Nell’edizione di Basilea del 1518 questa duplicità di significato è sottolineata con l’aggiunta ai materiali introduttivi, probabilmente per opera di Pietro Gilles, di:
Sei versi sull’isola di Utopia
Del Poeta Laureato Anemolio,
Nipote di Itlodeo per parte di sorella
“Gli antichi mi chiamarono Utopia per il mio isolamento; adesso sono emula della repubblica di Platone, e forse la supero (infatti ciò che quella a parole ha tratteggiato, io sola lo attuo con le persone, i beni, le ottime leggi), sicché a buon diritto merito di essere chiamata EUTOPIA”.
Al di là della disputa etimologica, che comunque ci fa intravedere due campi semantici possibili (e probabilmente complementari), il procedimento dell’Utopia consiste nel rappresentare (in genere con ampia e “realistica” ricchezza di particolari) uno stato di cose fittizio (in genere un’unità socio-politica.: Stato, Città, ecc.) come realizzato in modo concreto:
- come strumento di analisi critica nei confronti della realtà sociale e politica esistente;
- per prospettare un ordinamento socio-politico giusto e razionale.
Talora questo ordinamento descritto viene interpretato come progetto astratto di difficile o impossibile realizzazione: il “nessun luogo” appunto inteso come rappresentazione puramente fantastica. II termine utopia e l’aggettivo utopistico assumono così, particolarmente nel linguaggio comune, una connotazione prevalentemente negativa.
Ad esempio un certo Sir Thomas Smith, nel 1625, definiva in questo modo l’Utopia: “vana immaginazione, fantasia di filosofi per occupare il loro tempo ed esercitare il loro ingegno“. È proprio la violenza ricorrente di questi attacchi all’utopia (testimoni fra l’altro del suo continuo riemergere in forme nuove), che ci spinge sulla strada della ricerca, dell’analisi e dell’interpretazione delle caratteristiche di una forma di pensiero che non costituisce solo un genere letterario o politico-filosofico, ma una delle forme di rappresentazione intellettiva presente soprattutto laddove si esprime una volontà di critica e di trasformazione.
2. Il genere letterario
Thomas More, non solo ha coniato il termine, ma ha precisato (anche se non fondato) i caratteri del genere letterario.
Non è solo la finzione del luogo a caratterizzare il modello dell’utopia; il NOVUNQUE, il “nessun luogo” è infatti categoria comune a tutta la letteratura che, per la sua natura necessariamente metaforica, allegorica, deve procedere a manipolazioni della realtà anche quando la tematica è di tipo realistico.
Il genere letterario utopistico si basa su uno schema ricorrente abbastanza preciso che possiamo così riassumere:
Il NARRATORE è un viaggiatore (in UTOPIA si arriva soltanto con un viaggio più o meno lungo, più o meno inframmezzato da difficoltà, tempeste, ecc.) oppure un naufrago; non è pertanto un eroe attivo, ma uno che “si ritrova” in una situazione su cui non può esercitare alcun potere. Non è quindi un personaggio nel senso classico della narrativa, cioè un elemento trainante (o ostacolante) di un processo di trasformazione. Egli arriva in Utopia con una precisa connotazione culturale che è incongrua, che si contrappone alla realtà del luogo; è insomma il rappresentante dell’altro mondo (il qui ed ora del lettore) e su questa base e con questa ottica descrive in modo accurato, con un alto grado di specificazione, il nuovo mondo di Utopia. La narrazione pertanto è priva di avvenimenti (processo di trasformazione in una o più sequenze), ma si giocai tutta sulla sfasatura fra i due luoghi cioè sulla irriducibile differenza fra il qui del lettore e il là del non luogo. Il qui del lettore spesso non è neppure enunciato, talora appena accennato, ma è comunque costantemente presente come sottinteso critico delia narrazione. II “non-luogo” permette cioè di vedere con occhi diversi il mondo quotidiano in cui si è immersi.
In alcuni casi può entrare in gioco anche la variabile tempo (passato mitico o futuro più o meno prossimo) ed allora si rende evidente il rapporto di progenitura dell’utopia con la fantascienza.
3. Tipologia
All’interno del genere possiamo individuare molteplici varianti. Non si tratta solo della naturale variazione di un genere letterario (e, perciò, di una tradizione letteraria) dovuta alle diverse individualità creative degli autori; si tratta molto spesso anche di una trasformazione e una caratterizzazione che, in epoche storiche diverse e di fronte a realtà modificate, il pensiero utopistico ha subito e che si riflette sul genere letterario corrispondente. L’emergere e il prevalere di una determinante tipologia (per esempio l’utopia negativa in questo secolo) va cioè per lo più collegata ad un ambito storico-culturale preciso.
Nell’analizzare sinteticamente le diverse tipologie, sia per motivi di chiarezza, che per fornire un agile strumento di lettura delle opere utopistiche, ci soffermeremo comunque in modo prevalente sugli aspetti formali e tematici.
Una indagine storico-culturale (per esempio l’utopia nell’età illuministica) può eventualmente avvenire successivamente alla lettura e all’analisi di un certo numero di testi dell’epoca (o delle epoche) che si desidera prendere in considerazione. (…)
Il fascicolo completo è visionabile > qui <
Storia dell’Utopia. Schede analitiche
Sono state selezionate e reperite cinquantotto opere utopistiche e sulla base della griglia fornita dall’insegnante gli studenti individualmente hanno analizzato i testi ed elaborato le relative schede.
Una selezione di dodici schede[3] è visionabile > qui <.
[1] La stessa classe che aveva partecipato alla Ricerca sulla popolazione anziana di Verbania.
[2] In questo caso il lavoro è stato realizzato all’interno del Corso di Filosofia, successivamente per questo tipo di attività presentate all’Esame di Stato, è prevalso l’approccio pluridisciplinare, con un progetto realizzato da più insegnanti: cfr. > qui <.
[3] Non era pensabile scansionare e riprodurre i due interi fascicolo (272 pagine complessive; 144 e 128). La selezione (sei dal primo e sei dal secondo fascicolo) ha optato per una scheda per allievo. Inoltre, a parte il doveroso richiamo di Thomas More, in linea di massima ho preferito richiamare autori e/o opere non particolarmente note.
In occasione dell’80mo dell’eccidio degli ebrei sul Lago Maggiore, all’interno di una molteplicità di iniziative coordinate dall’ANPI di Novara e che hanno coinvolto vari enti e tutti i comuni coinvolti negli eccidi del settembre-ottobre 1943 (Zakhor–Ricorda), alla Casa della Resistenza si è tenuto il Convegno internazionale Storie memorie oblio (13-14 ottobre 2023).
Quale documentazione abbiamo preparato per i partecipanti una bibliografia cronologica che poi ho presentato e commentato nel mio intervento (La strage del Lago Maggiore. Una lenta emersione fra giornalismo, storia locale e familiare) utilizzando delle slide di presentazione. Quella che segue è una ricostruzione del mio intervento cui seguono i due link che permettono di visualizzare sia la Bibliografia cronologica (oltre 200 titoli) che la Presentazione (36 slide)[1].
L’annuncio alla radio, la sera dell’8 settembre ‘43 dell’Armistizio di Cassabile firmato cinque giorni prima, provoca (come in tutta Italia) tra i residenti e i numerosi sfollati presenti nell’area dei tre laghi Maggiore, Mergozzo ed Orta (area settentrionale dell’allora Provincia di Novara) una iniziale euforia incoraggiata il giorno successivo del titolo cubitale “LA GUERRA è FINITA” sul quotidiano La Stampa. Il tragico equivoco viene rapidamente smentito nei giorni successivi con l’arrivo e l’occupazione del territorio da parte della Panzer-Grenadier Division Waffen-SS “Leibstandarte Adolf Hitler”.
Cosa ha comportato quella occupazione tedesca oggi è sufficientemente noto: la ricerca e uccisione degli ebrei presenti con almeno 58 vittime in nove località (Baveno, Arona, Meina, Orta, Mergozzo, Stresa, Pian Nava, Novara, Intra). Una strage che si voleva tener nascosta e che è emersa lentamente con periodi veri e propri di oblio e il riemergere dell’attenzione in periodi particolari come i processi di Torino e Osnabrück che hanno coinvolto alcuni dei responsabili, e dal cinquantenario dell’eccidio nelle ricorrenze decennali.
Quello che oggi soprattutto sconcerta è che di questa strage si sono occupati soprattutto i giornalisti e, sui singoli episodi, storici locali e testimonianze di sopravvissuti e familiari delle vittime. Quello che manca è una ricerca storica complessiva da parte di storici professionisti tanto che anche nei manuali e nelle sintesi storiche del periodo o non se ne parla o vi si accenna con poche righe.
1943 – 1946. “Scomparsi nel nulla” ma non nel silenzio!

È l’Avanti! edizione clandestina piemontese del 30 settembre a dare per prima notizie sugli eccidi all’interno di «una triste cronaca» della occupazione tedesca dopo l’8 settembre. Sia pur con imprecisioni, frutto evidentemente di passaparola, vengono citate le stragi di Mergozzo, Arona e Stresa:
“Nella provincia di Novara i nazisti hanno dato la caccia agli ebrei, uomini donne e bambini, con accanimento e ferocia. Due ne hanno ucciso a pugnalate presso il lago di Mergozzo, uno lo hanno arso vivo dopo averlo cosparso di benzina nei pressi di Arona, altri hanno rinchiuso nei locali delle scuole di Stresa e poi, fatti salire in barca di notte, hanno massacrato e gettato nel lago.
Piccoli innocenti restituiti cadaveri dalle acque del Lago Maggiore, uomini e donne per ogni dove in Italia trucidati dalla barbarie nazista.“
Altre informazioni vengono riportate il 4 e 18 ottobre nell’edizione milanese della stessa testata con riferimento a Baveno e Stresa.
Il 30 ottobre: l’organo clandestino del Partito d’Azione, «L’Italia Libera», nella edizione romana riporta questa breve cronaca:
“Cronache italiane, Eccidio di ebrei sul Lago Maggiore:
«A Meina (Lago Maggiore) la soldataglia tedesca fece irruzione, nella notte dal 3 al 4 ottobre, in un albergo dove alloggiavano 14 italiani ebrei, nella maggior parte donne e bambini. Dodici di essi furono portati in riva al lago e lì sgozzati e buttati in acqua. Gli altri due che erano riusciti a scappare furono inseguiti, raggiunti ed arsi vivi con un lanciafiamme».
L’organo clandestino della Federazione milanese del PCI, «La Fabbrica» del successivo 25 novembre, in una pagina, titolata «Rendere la vita impossibile all’invasore» riporta una diffida nei confronti di Pietro Columella, Podestà di Baveno, accusato di aver consegnato ai tedeschi “le liste degli ebrei”.
Queste della stampa clandestina sono notizie frammentarie, incomplete e imprecise, a diffusione di necessità limitata, che comunque testimoniano che non tutto è passato sotto silenzio. Tanto che la notizia degli eccidi viene ripresa oltre confine.
Il 23 Ottobre 1943 la testata «Libera Stampa» di Lugano, giornale del Partito Socialista elvetico, all’interno di una corrispondenza da Chiasso si sofferma, anche qui con qualche imprecisione, sugli eccidi del Lago Maggiore:
“Particolarmente nefandi sono stati gli eccidi della zona piemontese del Lago Maggiore: ad Arona, Meina, Stresa, Suna, Pallanza, tutte le famiglie di ebrei sono state arrestate, e non se ne sono potute avere più notizie; molti sono stati barbaramente trucidati, numerosi cadaveri seviziati sono stati trovati nelle campagne e nel lago; tra questi le famiglie di alcuni noti professionisti e di un dirigente della Pirelli di Milano.”
È nell’immediato dopoguerra che compaiono dettagliati reportage sull’insieme degli eccidi: il 1° luglio del ’45 su L’Opinione di Torino e dal 9 dicembre dello stesso anno tre documentati articoli di Nino Gazzale su La Gazzetta d’Italia (alias Gazzetta del Popolo) dove, tra l’altro, si parla per la prima volta anche dell’eccidio a Intra della famiglia Ovazza. Dal 28 dicembre successivo gli stessi articoli, suddivisi qui in cinque puntate, vengono ripubblicati sul giornale romano Il Momento. Giornale del popolo permettendo una conoscenza ampia degli eccidi al di là dell’ambito piemontese e lombardo. Gazzale non riporta le sue fonti a parte quella, citata in due passaggi, del giornalista e scrittore Sabatino Lopez[2].
Vengono anche pubblicati due testi che affrontano parzialmente quanto avvenuto pochi anni prima:
Nel 1945 esce “Un popolo piange. La tragedia degli ebrei italiani” di Giancarlo Ottani. Basato su testimonianze di ebrei italiani deportati o vittime della persecuzione razziale, dedica un breve capitolo all’eccidio di Meina.
Nel 1946 Antonio Bolzani pubblica “Oltre la rete”. Militare svizzero addetto al controllo delle frontiere riporta con precisione e partecipazione memorie personali e resoconti ufficiali dell’afflusso di civili e militari in Canton Ticino. Secondo i dati riportati dei 12.028 civili entrati in Svizzera ben 4.296 erano ebrei. Nel suo commento anticipa il dibattito sulla cosiddetta “terra d’asilo”.
«La fiumana del settembre 1943 è stata improvvisa, impetuosa e sconvolse ogni nostra migliore volontà. Il ‘rigagnolo’ che è succeduto alla fiumana fu a poco a poco contenuto, secondato e i fuggiaschi vennero accolti come si conveniva.»
Poi per quasi un decennio su quanto avvenuto calerà l’oblio.
Il contributo dei giornalisti (1954 – 1979)
1954-1955. Dell’assoluzione in Austria di Gottfried Meier, comandante del reparto SS di stanza a Intra, responsabile dell’eccidio della famiglia Ovazza, emessa dalla Corte di assise di Klangenfurt, sulla stampa italiana il 4 novembre 1954 compaiono solo piccoli trafiletti.
Il processo di Torino del giugno dell’anno successivo sarà invece seguito con molta più attenzione, in particolare su La Stampa dal giornalista Giuseppe Faraci che sottolinea le truci modalità dell’eccidio dell’intera famiglia.
Bisognerà aspettare quasi un altro decennio perché degli eccidi sul Lago Maggiore si torni poi nuovamente a parlare.
1963-1968. In occasione delle indagini che poi confluiranno nel processo di Osnabrück e durante tutte le udienze l’attenzione dei giornali italiani, specialmente quelli milanesi e torinesi, sarà del tutto significativa.
Per la Stampa di Torino, dopo un articolo di Gianpaolo Pansa, seguiranno il processo con alterne corrispondenze Giorgio Martinat e Tito Sansa.
Molti degli articoli e reportage di quelle udienze costituiranno la base per gli studi successivi.
Anche Giorgio Bocca nella sua Storia dell’Italia partigiana del 1966 dedica due paragrafi alla strage di Meina ove, tra l’altro, commenta:
“La strage degli ebrei sul Lago Maggiore dà agli italiani del settembre la lezione agghiacciante del genocidio. Lezione diretta, inequivocabile, che dovrebbe mettere fine alle mormorazioni, ai dubbi. Ma l’incredulità è tenace …“
1976-1986. Dopo il processo di Osnabrück l’attenzione giornalistica sulla stampa quotidiana si concentra principalmente negli anniversari decennali. Sono sempre i giornalisti, come già Bocca, a pubblicare alcuni volumi con sezioni o capitoli dedicati alle stragi sul lago.
I due giornalisti di Epoca Piero Fortuna e Raffaello Uboldi, in una loro storia cronachistica sulla vita quotidiana degli italiani dall’8 settembre al 25 aprile (Sbrindellato, scalzo in groppa a un ciuco, ma col casco d’Africa ancora in capo) del 1976, dedicano cinque pagine all’eccidio di Meina con qualche cenno agli altri episodi; in bibliografia per questo capitolo citano il CDEC.
A livello di approfondimento sono da segnalare soprattutto i lavori del giornalista-scrittore Giuseppe Mayda nel volume «Ebrei sotto Salò» (1978) che dedica un capitolo alla «Strage sul Lago», capitolo ripreso da Enrico Massara in Antologia dell’antifascismo e della Resistenza nel Novarese del 1984, e nel dossier «La strage sul Lago» dello stesso Mayda, pubblicato su “Stampa Sera” (1986).
Anche la RAI, dopo aver trasmesso lo sceneggiato americano Holocaust ne realizza uno analogo, con la regia di Vito Minore, sull’Olocausto italiano che inizia proprio con la Strage sul Lago. Il filmato è andato in onda su RAI 1 all’interno della rubrica Antenna in tre puntate a partire dal 5 giugno 1979.
Gli studi del Centro di documentazione ebraica contemporanea (CDEC)
Il CDEC rappresenta il centro di documentazione e ricerca fondamentale per qualsiasi studio su ebraismo e Shoah in Italia. Di seguito ricordo alcune opere importanti per la nostra tematica.
Nel 1974 esce «Ebrei, fascismo, sionismo» di Guido Valabrega, e l’anno successivo la documentazione curata da Giuliana Donati (Ebrei in Italia: Deportazione, Resistenza).
Nel 1991-1992 escono i due fondamentali testi di Liliana Picciotto sulla deportazione in Italia: il monumentale «Libro della memoria» e lo studio sulla persecuzione e deportazione nel milanese dove si parla anche della strage sul lago (Gli ebrei in Provincia di Milano 1943/1945).
Numerosi i contributi di Michele Sarfatti in particolare su fascismo e leggi razziali; di grande interesse «Gli ebrei nell’Italia fascista» (2000) che ripercorre l’impatto delle leggi del 1938 e il passaggio dalla «persecuzione dei diritti» alla «persecuzione delle vite».
«La maggioranza degli ebrei esitò a rendersi conto della tragica prospettiva che si era improvvisamente delineata l’8 settembre …».
Un verbo, quel “esitare” che non indica solo un ritardo nel capire a fondo, ma una sorta di impedimento psicologico, una difficoltà ad affrontare con consapevolezza ciò che la nuova drammatica situazione avrebbe comportato.
1993: nel cinquantenario le due opere di Nozza e Toscano
È nel cinquantesimo anniversario dell’eccidio che compaiono le due opere a tutt’oggi più significative, complete e articolate.
«Hotel Meina» di Marco Nozza; giornalista milanese, noto per le sue inchieste scomode, ha seguito il processo di Osnabrück ed era in contatto con Eloisa Ravenna, direttrice del CDEC che, in qualità di teste-perito, aveva contribuito alle indagini. Oltre a rendicontare lo svolgimento del processo, e pertanto con attenzione alle stragi di Baveno, Arona, Meina e Stresa (con un accenno anche a Mergozzo), il libro ricostruisce il contesto e la presenza delle SS sul Lago, mentre in appendice riporta varia documentazione quali il diario di Becky Behar e scritti relativi al salvataggio degli ebrei italiani di Salonicco tra cui parti del diario di Lucillo Merci. Nella sua ricostruzione non fa propria la sentenza finale di Osnabrück sulla responsabilità delimitata ai comandanti ed ufficiali presenti sul Lago sostanzialmente per “motivi di rapina”, ma sottolinea come più volte nel dibattimento vi siano testimonianze di “ordini superiori”.
“Il generale di brigata Theo Wish, il colonnello Hugo Kraas e il maggiore Rudolf Lehmann, futuro storico della divisione, erano giunti a Osnabrück molto preoccupati.
La loro preoccupazione era quella di smentire, nel modo più assoluto, che nel settembre del ’43 fosse stata messa in opera, per la prima volta in Italia, la «soluzione finale», ossia quella politica di sterminio degli ebrei che aveva avuto una vera e propria consacrazione durante la conferenza del 20 gennaio 1942 tenuta a Grosser Wannsee, presso Berlino.
La «soluzione finale» doveva essere considerata «Geheime Reichssache», segreto di Stato. Tenuti a questo segreto, primi fra tutti, gli appartenenti alle SS. Primissimi, quelli della Leibstandarte.”[3]
«L’olocausto del Lago Maggiore» di Aldo Toscano viene pubblicato sul Bollettino storico della Provincia di Novara e diffuso dall’editore Alberti in estratto e infine ripubblicato unitamente al diario dell’internamento in Svizzera (Io mi sono salvato) nel 2013. Toscano non era né storico né giornalista, ma ebreo novarese che, nel suo percorso di salvezza verso la Svizzera si trovava a Baveno proprio nei giorni dell’arrivo delle SS. Della strage sul Lago ha saputo solo dopo la fine della guerra ed ha poi dedicato molto del suo tempo libero di impiegato di banca a redigere un saggio basato soprattutto sulle cronache da Osnabrück dei quotidiani piemontesi. La scelta del titolo, non più centrato su Meina, ma sul Lago Maggiore ha contribuito ad allargare la visuale a tutti gli eccidi avvenuti nel settembre-ottobre del ’43; tra l’altro il saggio di Toscano è servito quale canovaccio originario su cui poi è stata costruita la sceneggiatura del documentario Even 1943.
I contributi delle scuole: ricordare attraverso la ricerca storica
Alcune ricerche realizzate da scuole secondarie superiori non sono significative solo sul piano didattico, ma anche per la pubblicazione di documenti inediti e interviste di importanti testimoni.
1992: ITIS Cobianchi di Verbania: L’Antisemitismo in Germania e in Italia, classe 5^B Biologico-Sanitario (a cura del prof. Tiziano Maragno) con approfondimento sulla Strage del Lago Maggiore, documenti e interviste a testimoni.
1995: Licei scientifici “Allende” e “Cremona” di Milano: La persecuzione antiebraica in Italia dal 1938 al 1945 nelle testimonianze raccolte da un gruppo di studenti e insegnanti edito da Anabasi. Di particolare rilievo la pubblicazione dell’inedito diario della moglie di Mario Covo.
2003: Liceo Cavalieri di Verbania: Strage sul Lago Maggiore, saggio elaborato per un concorso regionale (insegnante Silvia Magistrini), inedito.
2009: Il Lago, la guerra, gli ebrei. 1939-1945, a cura del. Comune di Domaso e dei Comuni di Lugano, Meina e Riva del Garda; con allegati «elaborati delle scuole» tra cui il Liceo scientifico di Arona (Prof.ssa Laura Pezzi).
2014: Liceo Parini di Milano: Il dolore di avervi dovuto lasciare. Docenti e studenti ebrei del Liceo “Parini” dalle leggi razziali alla Shoah (1938-1945), pp. 137.
In questo caso direi che siamo all’eccellenza: lavoro di rilevante ricchezza documentale sulle espulsioni di allievi e docenti in seguito alle leggi razziali e sulla sorte di allievi ed ex allievi ebrei. Una parte cospicua è dedicata agli eccidi di Baveno e Arona.
Testimonianze e storie familiari di lutto e di salvezza
La famiglia Ovazza da Gressoney a Intra
Alexander Stille, giornalista statunitense, di origini ebraico-russe, pubblica nel 1991 «Uno su mille. Cinque famiglie ebraiche durante il fascismo». Vissuto in Italia negli anni ‘80 e ‘90 approfondisce il rapporto complesso fra ebraismo e fascismo.
«Ciò che distingueva la storia degli ebrei italiani da quella del resto d’Europa era la lunga coesistenza tra ebrei e fascisti nell’Italia mussoliniana. Il fascismo era rimasto al potere in Italia per sedici anni prima di dichiararsi antisemita nel 1938. Fino ad allora gli ebrei potevano iscriversi al Partito fascista al pari degli altri italiani».[4]
Tra le famiglie di cui Stille ricostruisce le vicende, quella di Ettore Ovazza, rappresentante della borghesia ebraica torinese e proprietario coi fratelli della banca Vitta Ovazza, con la tragica sorte sua e della sua famiglia, diventa esemplare. Fascista-nazionalista convinto[5] (Non mi toccheranno mai, ho fatto troppo per il fascismo) finirà con moglie e figli la sua esistenza passando, primi in Italia, per il camino di una scuola di Intra.
La storia della famiglia allargata (i fratelli di Ettore, consapevoli del pericolo decisero invece di emigrare) è stata raccolta da Paola Lazzarotto e Fiorenza Presbitero (Sembra facile chiamarsi Ovazza, 2009). La prefazione è di Vittorio Segre che nel 1985 aveva pubblicato «Storia di un ebreo fortunato»; emigrato sedicenne in Palestina per sfuggire alle persecuzioni razziali, oltre al racconto della sua vita Segre riporta lo scontro tra «l’italiano-ebreo» Ovazza e gli «ebrei italiani» e sionisti che a Firenze pubblicano Israel.
Mi preme sottolineare come l’eccidio degli Ovazza assuma (non parrebbe possibile) una tragicità ulteriore rispetto all’insieme delle stragi sul Lago; non solo per le modalità dell’uccisione e della eliminazione dei cadaveri (fatti a pezzi e bruciati nella caldaia), ma anche il fatto che non si trovavano nell’area del Lago Maggiore e che il comandante SS di Intra ha appositamente inviato i suoi sottoposti a prelevarli a Gressoney dopo aver estorto con la forza l’informazione al giovane Riccardo arrestato a Domodossola. E il tutto ha avuto origine dal respingimento del giovane da parte delle autorità elvetiche del Vallese.
I Levi – Bachi a Orta
Simonetta Bachi, nipote di Elena, la moglie di Roberto Levi, ha raccolto il diario e la testimonianza diretta della zia in «Vengo domani, zia» (2001): l’arresto del marito e del suocero Mario Levi[6], la loro inutile ricerca e la sua messa in salvo grazie al Podestà Gabriele Galli e al viceparroco di Omegna don Giuseppe Annichini.
«Il podestà di Orta era l’avvocato Galli, che ci avrebbe gentilmente accompagnati ad Omegna, da dove avremmo potuto tentare di espatriare in Svizzera. Ma la partenza fu rinviata giorno seguente, poiché in quella cittadina ci sarebbe stato mercato locale e quindi la possibilità per lui d’incontrare clienti senza dare troppo nell’occhio in nostra compagnia.
Quello che avvenne dopo ci capitò come un fulmine a ciel sereno». (p. 192)
I Covo-Steiner e Arditi a Mergozzo
Luisa Steiner e Mauro Begozzi hanno curato «Un libro per Lica. Lica Covo Steiner 1914-2008» (2011) che tra l’altro contiene il testo e il filmato di una lunga intervista a Lica.[7]
«In casa, c’erano allora anche alcuni ospiti: due nipoti di mio padre, cioè la figlia di una sua sorella e il marito. Si chiamavano Matilde e Alberto Arditi, miei cugini. Hanno portato via anche loro, assieme a mio padre [Mario Abramo Covo] e come sapete, non si è più saputo niente, non si sono mai trovati i corpi. … mi sono precipitata a Milano e sono andata dal console spagnolo. Mio padre aveva ancora la nazionalità spagnola e aveva messo sulla casa di Mergozzo una bella targa con scritto ‘’Proprietà spagnola’’, sperando servisse qualcosa. Invece non è servito a niente. Sono andata sino a Roma, all’Ambasciata; non c’era quasi più nessuno e mi son sentita dire. ‘’Ah no, coi tedeschi non si può trattare. Arrangiatevi, noi non possiamo fare niente, Assolutamente.
E così è stato! Nessuno ha fatto niente, nessuno ha potuto fare niente. Spariti nel nulla». (p. 38)
Salvatore Segre da Stresa a Lugano
In «Tante voci, una storia. Italiani ebrei in Argentina 1938-1948» del 1998 è riportato il diario di Segre in cui racconta la sua travagliata fuga. Dalla sua villa di Stresa, avvisato si allontana la mattina del 16 settembre ‘43 pocoprima che arrivino le SS. Con problemi di salute e necessità di cure mediche si nasconde nei pressi di Biandrate, ospite di un amico per tre mesi, poi a Varese dove organizza il passaggio in Svizzera per il 10 dicembre. Verrà fermato dai militari elvetici e costretto a ripassare il confine e alloggerà in incognito in una pensione a Milano. Il secondo tentativo di espatrio sarà l’11 gennaio del ’44: partito da Bisuschio (Varese) raggiungerà Lugano dove potrà ricevere le cure ed esser formalmente accolto come cittadinolibero a partire dal 24 gennaio.
La Famiglia di Federico Jarach da Arona a Roma
La famiglia dell’industriale milanese Federico Jarach si salva grazie all’allerta dal medico Luca Canelli. Con l’aiuto del custode Luciano Visconti e della moglie, lasciano la villa in barca pochi minuti prima dell’arrivo delle SS. Dopo un periodo a Dumenza (VA) raggiungono Roma vivendo tra rischi e difficoltà e con falsa identità, sotto l’occupazione nazista, fino alla liberazione di Roma.
Sono undici le persone che scamparono alla morte; Lodovico Misrachi, non potendo seguire il resto della famiglia per motivi di salute, venne prelevato in auto dal dott. Canelli e con l’aiuto del dott. Rattazzi nascosto all’ospedale di Arona. (Cfr. «Il Comandante» di Ilaria Pavan, 2001.)
La famiglia Berger-Engel tra Vienna, Milano e Baveno
Fanny Jette Engel, moglie dell’imprenditore Ignazio Berger ucciso dai nazisti il giorno dell’Anschluss (12 marzo ‘38) resta dapprima a Vienna con la figlia Helene, fidando nella protezione del genero, poliziotto cristiano. I figli Robert e Albert erano a Milano per gestire la filiale italiana dell’impresa paterna. Sarà il figlio Robert, aiutato dal tenente Riccardo Crippa, a organizzare il suo trasferimento a Milano. Dopo i bombardamenti dell’agosto ‘43, Robert si trasferisce vicino a Lecco, mentre Fanny si rifugia a Baveno, presso l’Hotel Eden dove sarà arrestata nella notte del 14 settembre. L’intera vicenda è ricostruita dal nipote Tommy Berger nella prima parte di «Onora il padre» (2007).
La famiglia Lopez da Arona a Roveredo
Sabatino Lopez, commediografo e giornalista, la moglie Sisa Tabet e il figlio Guido nel ’43 sono sfollati ad Arona all‘Albergo Italia accolti da Gianfilippo Usellini, pittore antifascista. Il 15 settembre i due coniugi vengono avvisati da un ciclista che le SS stanno arrivando. Su suggerimento si siedono sulla panchina leggendo il giornale facendo finta di niente quando vedono arrivare la camionetta e le SS salire a cercarli. Il giorno dopo raggiungono Premeno dove si trova il figlio Guido e il 19 da Intra col traghetto tornano a Milano, nascosti dagli amici Pelizzola. In dicembre Usellini procura documenti falsi e organizza la fuga da Cannobio a Brissago.Trovano poi ospitalità al Ricovero di Roveredo Grigioni sino alla fine della guerra.
Diverso il percorso di Guido: dopo due tentativi falliti, il 1° ottobre viene accolto e internato nei campi di lavoro svizzeri. Si ricongiunge coi genitori a Roveredo alla fine della guerra. (Cfr. Guido Lopez, Finché c’è carta e inchiostro c’è speranza, 2019).
L’espatrio di Umberto Terracini, ebreo e comunista.
Tra i salvati che hanno evitato la strage del ‘43 vi è Umberto Terracini che tra carcere e confino aveva già subito 19 anni di prigionia. Si trova in quei giorni a Orta e la cosa è nota al Podestà Gabriele Galli che lo protegge e più volte lo invita a casa sua e che, con probabilità, è tra gli organizzatori della sua fuga. Terracini, intervistato, così racconta:
“Mia nipote aveva una villetta sul lago d’Orta. Ci andammo. Ci svegliò in piena notte un fascista del luogo … Un letterato, un buon uomo. Ci avvertì che un plotone di tedeschi aveva iniziato a rastrellare il paese. Cercavano antifascisti ed ebrei. Presto sarebbero arrivati anche lì. Restammo incerti, non sapevamo come comportarci. Il segretario del Fascio ruppe ogni indugio: era venuto in barca … “Va bene” ci disse “scendete, montate sulla mia barca, venite per il momento a casa mia”. Così ci offrì un primo rifugio sicuro. Fece di più: organizzò dopo due giorni il nostro passaggio clandestino in Svizzera.”[8]
Secondo Cesare Bermani (in «Guerra e dopoguerra sul Lago d’Orta») Terracini è stato salvato dal poeta e critico cinematografico Augusto Mazzetti, «fascistissimo ma evidentemente contrario alla persecuzione razziale.»
Dibattito e contributi storiografici complessivi
Tenendo conto che la Strage sul Lago fatica ad entrare nella storiografia ‘’titolata’’, provo ad indicare alcuni lavori che inquadrano il tema complessivo o ne approfondiscono singoli aspetti.
- Del 2001 l’importante Convegno della Comunità di Sant’Egidio i cui atti furono poi pubblicati nel 2003 (La strage dimenticata): un bilancio degli studi sull’eccidio all’interno delle persecuzioni degli ebrei in Piemonte e l’inizio di un confronto fra interpretazioni diverse. Due i quesiti principali. Uno è esplicitato dal titolo: cosa ha fatto sì che «il primo eccidio di ebrei in Italia» sia stato a lungo dimenticato? L’altro riguarda l’accettazione o meno sul piano storico della conclusione del processo di Osnabrück: stragi compiute per iniziativa locale e con finalità di rapina. Non è invece frutto di volontà e ordini superiori all’interno di finalità politiche e militari connesse all’occupazione tedesca?
- Il volume già citato del Comune di Domaso (2009) contiene più saggi significativi, tra cui quello di Liliana Picciotto (Le stragi di ebrei in provincia di Novara): una sintesi rigorosa all’interno del quadro degli eccidi di ebrei durante l’occupazione tedesca. Mette almeno in parte in discussione la tesi della esclusiva iniziativa locale delle stragi. Riferisce che anche da parte partigiana nel 1944 fu avviata una inchiesta sugli eccidi del Lago Maggiore.
- Tesi di Laurea di Mariella Terzoli, discussa alla Sapienza di Roma nel 2016: «Una storia dimenticata? Lago Maggiore, settembre-ottobre 1943». Un lavoro documentato di sintesi di quanto emerso negli studi più recenti con riferimenti anche sulla «Terra d’asilo» e sulla occupazione militare tedesca. Su alcuni episodi vi sono nuove informazioni rispetto agli studi precedenti. In particolare su quello di Pian Nava, di cui prima del documentario «Even 1943» poco nulla si sapeva. Tra l’altro viene accertata la responsabilità e attuazione italiana dell’arresto dei due coniugi originari di Salonicco.
Approfondimenti su specifiche tematiche
I processi
Per i procedimenti a carico di Gottfried Meir, responsabile dell’eccidio della famiglia Ovazza, il saggio di Eva Holpfer «L’azione penale contro i crimini in Austria. Il caso di Gottfried Meir, una SS austriaca in Italia», (“La Rassegna Mensile di Israel”, 2003) ricostruisce sia la sentenza di assoluzione del Tribunale austriaco di Klangenfurt (1954), che quella di condanna all’ergastolo del Tribunale militare di Torino (1955). Sentenza mai eseguita, come è noto, per la mancata estradizione da parte austriaca.
Sul processo di Osnabrück, in un primo momento ritenuto esser scaturito da una indagine sull’operato di Saevecke a Milano, oltre a quanto già riportato relativamente ai testi del 1993 di Nozza e Toscano ricordo quello di Luigi Borgomaneri «Hitler a Milano: crimini di Theodor Saevecke capo della Gestapo» (1997) che dedica un capitolo al possibile ruolo di Saevecke nell’eccidio del Lago Maggiore.
Un aspetto precedentemente ignorato è il ruolo del Comune di Baveno che ha collaborato attivamente all’istruttoria con una indagine locale e con il reperimento e l’invio di testimoni al processo; nel merito abbiamo pubblicato sul n. 1/2019 di «Nuova Resistenza Unita» l’articolo «L’istruttoria di Osnabrück e il contributo del Comune di Baveno»[9], una sintesi su quanto emerso in un fascicolo non ancora noto depositato presso l’archivio del Comune. L’articolo fa inoltre risalire al 1961 le indagini sull’operato delle SS sul Lago Maggiore avviate dall’Ufficio di Stoccarda sui crimini nazisti[10] e l’istruttoria demandata ad Osnabrück del cui distretto era originario il principale imputato, Friedrich Bremer, poi deceduto prima del dibattimento.
Occupazione militare tedesca e reparti coinvolti negli eccidi
Su questo tema abbiamo dapprima il testo di Lutz Klinkhammer «Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-1944)» del 1997 che in un capitolo (Eccidi programmati sul lago Maggiore) ricostruisce l’arrivo sul lago del reparto della LSSAH i cui compiti formalmente militari di presidio confini e disarmo dei reparti italiani si concretizzarono più in feste, festini, arresto e uccisioni degli ebrei e rapina dei loro beni. Parla anche delle indagini interne alla divisione Leibstandarte SS Adolf Hitler condotte da giudici militari che «finirono nel nulla, vale a dire che si interruppero in seguito a un ordine superiore».
La pubblicazione e analisi dei documenti relativi ai reparti LSSAH era stata curata nel 1995 da Carlo Gentile nella rivista dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo, ‘’Il presente e la storia’’: «Settembre 1943. Documenti sulla attività della divisione “Leibstandarte-SS-Adolf Hitler” in Piemonte».
Su Nuova Resistenza Unita n. 4/2018 lo storico elvetico Raphael Rues ripercorre sinteticamente la storia del primo battaglione della LSSAH.
Il tema è ripreso in modo approfondito da Raphael Rues insieme a Mariella Terzoli sulla rivista ‘’L’impegno’’ del dicembre 2022:
«La 1a Ss-Panzer Division “Leibstandarte SS Adolf Hitler” nella occupazione della provincia di Novara (autunno 1943)». Si sottolinea come la LSSAH sia «uno dei soggetti più noti e pubblicizzati del Terzo Reich, prossimo a una dimensione tanto mitologica e apocrifa quanto distante dalla realtà … offuscando la scia di sangue e i crimini di guerra che questa unità commise in tutta l’Europa contro ebrei, civili, prigionieri di guerra alleati e prigionieri sovietici».
Se ne ripercorre genesi e attività in Francia e Ucraina e naturalmente le sue «imprese» sul Lago Maggiore con dinamica di eccidi e rapine non solo verso ebrei. Dopo il soggiorno sul Lago il reparto fu inviato sul fronte orientale dove subì gravi perdite, poi nelle Fiandre e successivi spostamenti per contrastare l’avanzata sovietica. Si ripercorrono poi i processi di Klagenfurt, Torino e Osnabrück per poi contestare la visione di una occupazione tedesca ordinata e ben gestita mentre «la pianificazione, la struttura e le responsabilità dello Stato nazista rimasero poco chiare, caotiche e mal gestite».
Salonicco 1943: tra deportazione e salvezza
La storia della prosperosa comunità ebraica di Salonicco, della sua distruzione da parte dell’occupante nazista e del salvataggio degli ebrei italiani per iniziativa del Console Guelfo Zamboni e del suo collaboratore, il capitano Lucillo Merci, ha trovato risonanza grazie alle attività dell’Ambasciata di Atene e la pubblicazione nel 2006 di «Ebrei di Salonicco, 1943. I documenti dell’umanità italiana». Numerosi poi gli articoli sulla stampa tra i quali si possono ricordare quello di Sergio Luzzatto che parla di uno «Schindler italiano» e l’intervista rilasciata a ‘’L’Espresso’’ dalla figlia di Lucillo Merci, entrambi del 2007.
Per inquadrare le origini, storia e caratteristiche dell’insediamento ebraico a Salonicco un testo fondamentale è quello di Benbassa e Rodrigue, «Storia degli ebrei sefarditi. Da Toledo a Salonicco»(2004) che si sofferma anche sugli orientamenti politici all’interno della comunità con il confronto fra il più moderno ‘’Sionismo’’ e il ‘’Sefarditismo’’ più legato a tradizione e identità ebraica specifica.
Il salvataggio degli ebrei italiani di Salonicco e degli oltre 600 che ottennero il passaporto pur non avendo cittadinanza italiana è dettagliatamente ricostruito dal giornalista Nico Pirozzi in «Salonicco 1943» che utilizza in particolare il diario originale del Capitano Merci. Inquadra la vicenda all’interno della storia della comunità con le sue luci ed ombre, compresa la figura del rabbino collaborazionista Koretz, e naturalmente quella degli «italiani che non si voltarono dall’altra parte»
« … i loro nomi sono Guelfo Zamboni e Giuseppe Castruccio, i due Consoli. … Chiamati ad operare sul campo furono Riccardo Rosenberg, Vice Console e ufficiale del servizio informazioni (SIM), Lucillo Merci, capitano del Regio esercito delegato a tenere i contatti con il comando militare tedesco di Salonicco». (p. 10)
La terra elvetica tra espulsioni ed asilo
Numerosi gli studi sul passaggio di frontiera e l’alternanza fra accoglienza e respingimenti con un’evoluzione dai testi centrati sull’accoglienza a quelli che trattano anche i respingimenti in certe fasi e per certe categorie, gli ebrei in particolare. Il volume di Renata Broggini, «Terra d’asilo. I rifugiati italiani in Svizzera» del 1993 già dal titolo è indicativo della visione positiva dell’asilo offerto. La stessa Broggini corregge il tiro nel 1998 in «La frontiera della speranza» ove parla del «capitolo oscuro» del respingimento di circa il 50% degli ebrei, riconsegnati a una sorte probabile di sterminio. Capitolo le cui responsabilità sono ancora da accertare.
In seguito a polemiche interne e accuse di associazioni ebraiche il governo elvetico ha costituito una Commissione Indipendente di Esperti con trenta storici, presieduta da Jean-François Bergier, che ha lavorato dal 1996 al 2002 presentando un voluminoso rapporto e sette studi allegati. Una sintesi si trova nel testo di Boschetti-Kreis «La Svizzera e la Seconda guerra mondiale nel Rapporto Bergier» (2016). Del 2008 il lavoro sull’area varesina di Francesco Scomazzon «Maledetti figli di Giuda vi prenderemo! La caccia nazifascista agli ebrei in una terra di confine, Varese 1943-1945».
Nel 2009 Christian Luchessa («La politica d’asilo della Svizzera dopo l’8 settembre 1943») sul tema afferma:
«Se alla maggioranza dei profughi politici si riservò una generosa ospitalità, diverso fu l’atteggiamento dimostrato nei riguardi dei fuggiaschi ebrei. Nei primissimi giorni dopo l’annuncio dell’armistizio, le autorità federali adottarono nei loro confronti una politica piuttosto liberale. La situazione mutò però rapidamente; già il 21 settembre 1943, il capo della polizia federale dichiarò che l’ammissione di rifugiati ebrei, allorché si attuava lo sfratto su larga scala dei militari, poteva causare una reazione spiacevole nell’opinione pubblica. Il giorno seguente si decise di concedere l’asilo unicamente agli Ebrei che possedevano parenti in Svizzera. Nel pomeriggio, le decisioni si inasprirono ulteriormente: si ipotizzò di respingere indistintamente tutti i fuggiaschi israeliti, poiché non vi erano notizie di persecuzioni a loro danno. Applicata in un primo momento, questa misura non fu avallata dal Consiglio federale, che consigliava di attendere l’evoluzione delle condizioni al confine».
Una sintesi più recente nel testo di Scamazzon, La linea sottile. Il fascismo, la Svizzera e la frontiera (1925-1945) del 2022 che sottolinea l’oscillazione della Svizzera fra respingimenti, terra di transito e terra di asilo.
I giusti,
La tematica dei ‘giusti’ (e dei ‘salvati’) ha iniziato ad emergere dopo l’istituzione del Giorno della memoria e la pubblicazione dei «Giusti d’Italia» (2006) riconosciuti da Yad Vashem, con l’attività di Gariwo, la creazione dei «Giardini dei Giusti» e la celebrazione del 6 marzo come Giornata dei giusti (dal 2017).
Il saggio di Coduri e Parachini, Il Lago Maggiore e la Shoah. Salvati e salvatori a Verbania (2004) cita Elvezio Coduri e sua moglie Olive Cosgrove che nascosero a Suna due famiglie ebraiche; il Comandante dei Vigili Giovanni Galli e il Podestà Ernesto Pirola impedirono che i nomi degli ebrei presenti a Verbania giungessero al comandante Max Sterl della 1° Compagnia della Leibstandarte di stanza a Pallanza.
Ne «I giusti d’Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei, 1943-1945» (a cura di Liliana Picciotto), oltre ai coniugi Coduri si cita Luca Canelli di Arona per l’aiuto alla famiglia Jarach e il salvataggio di Lodovico Misrachi sottratto dall’irruzione nazista. La stessa Picciotto nel libro del Comune di Domaso ricorda i coniugi Luciano e Angela Visconti, custodi di Villa Jarach, la proprietaria dell’albergo Speranza di Stresa, Franca Negri, che avvisò gli ebrei alloggiati nel suo e negli altri alberghi dell’arrivo delle SS e la segretaria comunale di Meina, Gianna Calderara, che fece avvisare a tempo Gino Ottolenghi. Possiamo poi ricordare Gabriele Galli e don Giuseppe Annichini , il pittore Gianfilippo Usellini e altri ancora.
… e gli ingiusti?
Se una minoranza, a differenza dei più, non si voltò dall’altra parte, ci fu anche chi consapevolmente collaborò e talora ne approfittò, per razzismo, per lucro, per sudditanza all’esercito occupante. Su queste figure si è diffuso un silenzio ai limiti dell’omertà e niente è stato scritto a parte il libro di Mimmo Franzinelli che in Delatori. Spie e confidenti anonimi: l’arma segreta del regime fascista (2001) riporta anche il caso dei passatori fedifraghi. Nomi noti nel nostro ambito sono quello del Podestà di Baveno Pietro Columella con la vicenda delle false lettere che evidenzia l’attiva collaborazione con le SS anche nel tentativo di far passare sotto silenzio gli eccidi, il Podestà Umberto Testa e il Segretario Comunale Giuseppe Turino di Stresa che fornirono lista e indirizzo degli ebrei residenti come accertabile da documento in archivio nonostante il loro diniego durante il processo di Osnabrück. Il comandante dei Carabinieri di Premeno Brig. Tomaso Pronzato (Pian Nava) come evidenziato da Mariella Terzoli nella sua tesi di laurea, sulla base della documentazione sui delatori custodita dal CDEC.
Vi è poi il ruolo di collaborazione degli interpreti che hanno accompagnato le SS sia nella richiesta dei nominativi che durante gli arresti e gli interrogatori delle vittime. Nozza nel sua libro ne cita alcuni: Clemente Perazzi, Alfredo Proni, Elisabeth Von Rauthenkran e Mario Campiglio.
Questo degli ingiusti è ancora un libro tutto da scrivere.
Ulteriori approfondimenti su singoli eccidi
In «Memorie ritrovate», testo sull’eccidio di partigiani del giugno 1944 a Baveno, Gianni Galli dedica una sezione alla strage degli ebrei e ai pochi resti ritrovati e deposti in una tomba con i nomi delle 14 vittime, collocata a lato del sacrario intestato ai diciassette partigiani fucilati lungolago.
Franco Giannantoni con «La ragazza dalla gonna scozzese», grazie all’aiuto dei nipoti della vittima e una attenta ricerca documentale, risolve il quesito sull’identità di Carla Caroglio, arrestata con la «accusa» di essere ebrea e uccisa dalle SS nonostante fosse ariana e cattolica. C’era stato un episodio in cui la ragazza non aveva mostrato particolare piacere nel vedere la bandiera nazista, ma il motivo principale sembra esser dovuto al suo rapporto sentimentale con un ebreo. Arrestata mentre era dal parrucchiere e brutalmente interrogata dal comandante Friedrick Hans Roehwer nella sede del comando, fu poi trasferita all’Hotel La Ripa e uccisa due giorni dopo. Del suo corpo non si è più trovata traccia.
Presentato in occasione delle commemorazione dell’80mo dell’eccidio, il lavoro del medico nonché giornalista e scrittore Claudio Pasciutti, «I giorni dell’eccidio. Arona 1943» (con introduzione di Chiara Fabrizi) ripercorre con una sorta di racconto-rievocazione quella che definisce «una strage silenziosa». Costruito narrativamente sotto forma di diario (9 settembre – 25 dicembre 1944) di una immaginaria amica coetanea di Eugenia Penco, figlia della vittima Margherita Coen, il testo ricostruisce le vicende e la personalità delle vittime. Particolarmente ricca, e in gran parte inedita, la documentazione fotografica.
L’ex sindaco di Meina, Maurizio Cotti Piccinelli, in «Meina, settembre 1943. Stragi, occultamenti e amnesie» (con postfazione del teologo Giannino Piana) ripercorre il periodo dell’estate e settembre 1943 passando in rassegna personaggi e luoghi della cittadina lacustre con riferimenti alla vicenda degli ebrei italiani originari di Salonicco e alla nascita e a episodi, anche controversi, della resistenza nel Vergante. Esplicito l’intento dell’autore di sollevare da ogni responsabilità gli abitanti di Meina da quanto avvenuto nell’omonimo Hotel: al proposito ricorda il salvataggio degli ebrei residenti avvisati e nascosti come quello raccontato dall’allora quindicenne Aldo Ottolenghi avvisato dall’impiegata comunale Gianna Calderara.
Elena Mastretta sul n. 21 de «I sentieri della Ricerca» (E più bella e gioiosa era Orta) ricostruisce l’eccidio di Orta basandosi sul testo di Simonetta Bachi (Vengo domani zia) confrontato con il capitolo che la scrittrice e biografa Carole Angier ha dedicato a Mario e Roberto Levi nella sua biografia di Primo Levi (Il doppio legame). L’intento è di uscire dalla cruda e numerica rappresentazione storica degli eccidi per «conoscere aspetti della vita di Elena e Roberto Levi che non sono del tutto estranei alla strage, anche se si collocano a margine di essa». Particolare attenzione è dedicata alla personalità della «ragazza» Elena che «dal 1939 tiene un diario dal quale ci arriva l’immagine di una femminilità fragile, poco consapevole delle vere dinamiche storiche che si stanno svolgendo accanto a lei», ma che «improvvisamente» nel momento della tragedia si trasforma in donna determinata a raggiungere la salvezza portandosi appresso la ferita di un marito scomparso nel nulla senza sapere quando è stato ucciso né un luogo su cui piangere. Il titolo è ripreso da una lettera del settembre 1941 inviata dall’innamorato Roberto a Elena.
Un testo non recente che è doveroso ricordare è «Quando i picasass presero le armi. Mergozzo nella Resistenza 1943-45» (1997) curato da Paolo Bologna. La memoria storica del luogo, ancor oggi attiva, di Carlo Armanini ripercorre le vicende del paese affacciato sul lago durante la guerra, compreso «L’arresto dei signori Covo-Arditi». Spicca il ricordo (Mergozzo, 15 settembre 1943) dell’allora bambina di due anni Luisa Steiner, ricordo più di immagini e percezioni che di parole. Il caldo e il cielo limpido di quel giorno di settembre, il braccio alzato di chi ha accompagnato i tedeschi, i capelli improvvisamente sbiancati di «Mati», la mano di Roberto stretta sulla spalla de lei «per sostenerla e sostenersi», lo sguardo disperato e impotente del giovane militare tedesco. E poi il lungo «non sapere» della sorte dei cari.
L’eccidio degli ebrei di Novara ha avuto modalità differenti da quelle avvenute sui tre laghi e i singoli episodi sono emersi in tempi successivi, probabilmente vittime non uccise sul luogo ma avviate e inghiottite verso la deportazione. Approfondisce questa Shoah novarese la storica Anna Cardano con due saggi pubblicati su «L’impegno», Rivista di Storia contemporanea edita dall’Istituto per la Storia della Resistenza nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia: «I sommersi del 19 settembre 1943 a Novara» del dicembre 2020 e «Alcuni aspetti della Shoah a Novara. Fatti e memorie» del giugno 2023.
L’impegno continuativo di memoria e ricerca della Casa della Resistenza
La Casa della Resistenza di Fondotoce, sin dalla erezione del Muro dei caduti che riporta nel lato sud una lapide con le vittime ebree del 1943, con attività di ricerca e iniziative di memoria rivolte sia a scuole che a un pubblico adulto, si è assunta l’impegno di ricordare attivamente l’insieme di questi eccidi e il loro contesto. In particolare, grazie alla spinta di Mauro Begozzi, impegnandosi a superare un ricordo frammentato dei singoli eccidi, o quale appendice a quello più noto di Meina, ma a considerarli in modo unitario: la prima strage di ebrei in Italia durante la II Guerra Mondiale, l’unica con vittime unicamente ebraiche e la seconda per entità dopo quella delle Fosse Ardeatine. L’insieme delle attività si è articolata in convegni sia in occasione del Giorno della Memoria che nelle ricorrenze del settembre ottobre degli eccidi; nel corso degli anni abbiamo ospitato come testimoni e interlocutori Becky Behar, Simonetta Bachi, Luisa Steiner, il Procuratore generale Marco De Paolis, nel 2018 la Senatrice Liliana Segre, lo storico elvetico Raphael Rues e molti altri.
In consonanza con le finalità della Associazione di unire ricerca storica e archiviazione della documentazione con la predisposizione di strumenti di conoscenza e divulgazione rivolti sia a ricercatori che a studenti di ogni fascia d’età, tra il 2007 e il 2010 siamo stati impegnati nella realizzazione del documentario Even 1943. Olocausto sul Lago Maggiore che oltre alla diffusione in DVD è stato presentato in numerose occasioni; nel 2012 se ne è concretizzata anche una versione con sottotitoli in inglese e dal 2023 è anche disponibile online.
Nello stesso periodo si è inaugurato (2009) il Monumento dell’artista Carla Bonecchi che ricorda l’eccidio, collocato di fianco all’ingresso della Casa.
Oltre alle numerose iniziative sul tema con le scuole e la proposta di specifici Pacchetti didattici frutto del lavoro di ricerca bibliografico e documentale (2014) si sono avviate, all’interno della Banca dati online del nostro Centro di Documentazione, prima la sezione su L’eccidio degli ebrei sul Lago Maggiore, frutto della ricerca di documentazione negli archivi e successivamente (2020) la sezione parallela dedicata alla Deportazione nel Novarese che prende in considerazione, oltre a quella razziale, le diverse tipologie (politica, militare e civile). Sezione quest’ultima curata da Gianni Galli.
Tra il 2016 e il 2019 abbiamo pubblicato sulla nostra rivista Nuova Resistenza Unita 12 inserti speciali (comprensivi di uno curato da Raphael Rues) dedicati alla presenza ebraica nel Novarese tra il 1938 e il 1945, alla loro persecuzione e ai processi del dopoguerra (scaricabili > qui <).
Nel 2018 si è Inaugurata la mostra «Eccidio degli ebrei sul Lago Maggiore. Settembre ottobre 1943» realizzata in 21 pannelli su tela, adatti alla esposizione in locali differenti. È idonea sia a momenti celebrativi aperti al pubblico adulto sia come strumento didattico rivolto alle scuole accompagnato da lezioni introduttive e alla preparazione di giovani guide alla visita (peer education).
Alcune riflessioni. Non per concludere ma per rilanciare
Di fronte alla mole, ricca e al contempo frammentaria, di scritti e documentazione che, in modo non certo completo, ho passato in rassegna, mi sembra di poter affermare che sono maturi i tempi perché l’“Olocausto del Lago Maggiore” venga finalmente affrontato dagli storici di professione con un approccio unitario all’insieme della strage tematizzando criticamente sia le questioni controverse che le zone buie che tutt’ora permangono.
La questione centrale, già sottolineata, è relativa a quanto gli eccidi siano stati realizzati su iniziativa locale per finalità principalmente di rapina o se e quanto abbiano invece pesato indicazioni e ordini dall’alto dei comandi, della Divisione e non solo. L’eccidio del lago Maggiore rappresenta l’avvio della Shoah in Italia o un episodio laterale dovuto a deprecabile iniziativa di alcuni ufficiali e non alla prima applicazione della “soluzione finale” nel nostro Paese? L’accesso completo alle carte del processo di Osnabrück potrebbe chiarire la questione; in particolare per il ruolo dei comandi della divisione nel processo e in particolare del maggiore Rudolf Lehmann futuro storico della Leibstandarte che ha poi contribuito a quella che lo storico elvetico Raphael Rues ha definito “una dimensione tanto mitologica e apocrifa quanto distante dalla realtà” della LSSAH. Che finalità ha avuto l’indagine interna alla Leibstandarte è perché si è conclusa in un nulla di fatto, per poi essere invece “ripescata” quale giustificazione della Corte di Appello di Berlino per annullare la sentenza di primo grado? Ed entrando nel dettaglio come interpretare le differenze di comportamento fra i diversi reparti? In particolare quello di stanza a Pallanza, il cui comandante ha emanato una specifica direttiva ma non pare essersi attivato per la ricerca effettiva degli ebrei, pur presenti, in loco.
Le zone buie sono essenzialmente due: l’entità e la destinazione dei beni sottratti (abitazioni, conti bancari, valuta, gioielli ecc.) e soprattutto il ruolo italiano negli e durante gli eccidi. Non solo per quelli che ho chiamato gli “ingiusti” che hanno collaborato attivamente nel fornire elenchi e indirizzi, nel minimizzare e tranquillizzare, che hanno accompagnato le SS ai recapiti, fatto da interpreti, ubbidito ad un’autorità straniera occupante (non dimentichiamo che – salvo per l’eccidio di Intra – il Governo ufficiale è ancora quello di Badoglio) ecc., ma anche l’atteggiamento di almeno una parte consistente della popolazione che non solo “si è voltata dall’altra parte”, ma ha partecipato a feste e festini organizzati dalle SS, in più occasioni ha saccheggiato ulteriormente le abitazioni già depredate dai nazisti. Ed è proprio in questo quadro che il comportamento di “chi non si è voltato dall’altra parte” risalta come esemplare.
Vi è un punto di cui mi sono convinto e che contrasta non solo con l’opinione corrente ma anche di qualche serio ricercatore: viene quasi sempre affermato che gli ebrei erano presenti nell’Alto Novarese perché, in prossimità della Svizzera, si stavano preparando o comunque prevedevano il loro passaggio oltre confine. Sulla base delle interviste effettuate durante le riprese di Even 1943 e di quanto letto in documenti e memorie, penso al contrario che i più si ritenessero sicuri in loco. Questo è certo per chi già vi risiedeva come ad esempio i Luzzatto a Baveno, ma anche per altri come i Levi a Orta per i quali è esplicito il diario di Elena sulla contrarietà dei suoceri all’espatrio. E penso che questo valga per la maggioranza, sia per i provenienti dalla Grecia, sia da altre Località; questo essenzialmente per due motivi: il considerare la zona tranquilla a cui erano infatti confluiti numerosissimi sfollati dalle zone a rischio per i bombardamenti (e tra questi appunto un certo numero di ebrei) e soprattutto per quanto ha sottolineato Sarfatti nel suo volume sopra ricordato: la consapevolezza che dopo l’8 settembre si apriva, dopo la fase della “persecuzione dei diritti”, quella della “persecuzione delle vite” non è stata immediata ed ha “esitato” ad affermarsi e concretizzarsi. Per fare un esempio ricordo i due coniugi ultracinquantenni Humbert Scialom e Berthe Bensussan che dopo lungo peregrinare da Salonicco a Parigi per poi entrare in Italia dalla Liguria e installarsi con consistente bagaglio a Pian Nava, da cui han anche mandato cartoline a loro parenti in Olanda; se la loro intenzione fosse stata quella di raggiungere la Svizzera avrebbero di certo scelto altro percorso e altra località. Sono stati invece prelevati il 17 settembre da una squadra di fascisti[11] (o comunque di profittatori) “su segnalazione del comandante della stazione del Corpo dei Reali Carabinieri (R.R.C.C.) di Premeno.”. Consegnati ai tedeschi di stanza a Verbania il giorno successivo, di loro (e dei loro beni) non si è saputo più nulla. Nacht und Nebel, Notte e Nebbia, in tedesco ma anche in italiano.
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Presentazione (36 slide). Scaricabile >qui<
Gli eccidi e le vittime (per località, date e gruppi familiari). Scaricabile >qui<
[1] Rispetto al Convegno sia la bibliografia allegata che le slide contengono alcune limitate ma significative integrazioni in particolare riferita al reperimento di alcuni brevi articoli coevi sulla stampa clandestina e a testi usciti più recentemente.
[2] Ebreo presente con la moglie ad Arona durante il rastrellamento; avvisati a tempo, riusciranno a salvarsi.
[3] Marco Nozza, Hotel Meina, Il Saggiatore – Net, Milano 2005, p. 229.
[4] Dall’edizione del 2011 (Garzanti, Milano), p. 8.
[5] Sulla attività editoriale di Ovazza fondatore della testata «La nostra bandiera», Vincenzo Pinto pubblica L’ebreo “fascistissimo”. Il fascismo ingenuo, estetico e sentimentale di Ettore Ovazza (2011), riportato poi nel testo «In nome della Patria» (2015). Sulla stessa tematica abbiamo il saggio del 2002 di Luca Ventura «Ebrei con il duce. “La nostra bandiera” (1934-1938)».
[6] Mario era lo zio e Roberto il cugino di Primo Levi.
[7] Sempre Luisa Steiner e Begozzi hanno curato «Lica Steiner» (2015) per la collana Novecentodonne. Per la storia familiare del marito di Lica, Albe Steiner, è utile la lettura di Marzio Zanantoni «Albe Steiner. Cambiare il libro per cambiare il mondo. Dalla Repubblica dell’Ossola alle Edizioni Feltrinelli» del 2013.
[8] Quando diventammo comunisti, Rizzoli, Milano 1981, p.133.
[9] Ripubblicato su questo blog: > qui <.
[10] Cfr. “Gli ultimi cacciatori di nazisti” (dal giornale online il Post).
[11] Non certo dalla “Brigare Nere”, come afferma il documento rilasciato dal sindaco del luogo nel 1946, visto che il 17 settembre siamo ancora “sotto Badoglio” e le Brigate nere si costituiranno ben dieci mesi dopo, nel luglio ’44. La documentazione è riportata nella Tesi di Mariella Terzoli (cfr. sopra).



























































































