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Lo sport del doping. Incontro con Sandro Donati

Avevo preannunciato in un mio precedente articolo l’incontro con Sandro Donati e la sua presentazione del suo libro Lo sport del doping. Chi lo subisce, chi lo combatte. Mi pare utile riprendere il discorso con alcune riflessioni sul libro e sull’incontro.

Il libro

Innanzitutto c’è da dire che è un libro decisamente ben scritto e, direi, appassionante; che va anche al di la di quanto il titolo e la notorietà dell’autore promettono. Un libro che permette molte chiavi di lettura e che può benissimo esser letto sia da chi non è particolarmente ferrato rispetto alle diverse discipline sportive che da chi non ha cognizioni mediche relative all’uso e abuso di farmaci e droghe.

Potremmo descriverlo come un giallo, come un pamphlet politico, come un saggio, come un’autobiografia  e forse altro ancora.

Un giallo: del tipo del giallo americano dove si sa fin dall’inizio chi è l’assassino (dello sport) [il Coni e le federazioni sportive nazionali], i suoi complici [i medici alla Conconi, il CNR, i laboratori antidoping ecc.) e le coperture politiche e statali. Riuscirà il nostro eroe solitario ed emarginato a smascherare e sconfiggere un potere criminale così potente? I colpi di scena non mancano, alleati fidati cambiano casacca, combattenti puliti (atleti e allenatori) vengono emarginati ed epurati … e fino all’ultima pagina non si sa quale sarà l’esito.

Un pamphlet politico: Se, come si dimostra ampiamente, è il Coni in combutta con le federazioni nazionali, a svolgere il ruolo preminente di pusher, la politica (di tutti gli orientamenti) ha sempre lasciato in mano al Coni stesso la gestione dei controlli antidoping privilegiando le amicizie e i favoritismi anche per farsi belli come ministri e governanti per le medaglie frutto di pratiche dopanti volutamente ignorate. E tra i protettori del sistema del doping troviamo i nomi di Giulio Andreotti, parlamentari e responsabili del PCI,come in seguito del PDL (la parlamentare ex atleta notoriamente abusante Manuela di Centa)o della ministre del PD Giovanna Melandri e Livia Turco. Larghe intese sullo sport del doping! Per non parlare di certe inchieste finite nel porto delle nebbie della magistratura romana o delle indagini che avrebbero dovuto svolgere i corpi militari (fiamme gialle, carabinieri, polizia di stato) contro le loro stesse squadre sportive nazionali. E quando una legge (la n. 376 del 14.12.2000) verrà varata, sarà aggirata e, contro il disposto della legge stessa, il Coni continuerà a gestire i controlli degli atleti di livello nazionale.

Un saggio. Il percorso del doping a partire dall’atletica e dalle ricerche e pratiche dei dottori Conconi e dei suoi emuli (Farraggiana, Ferrari ecc.) per ampliare lo sguardo ad altre discipline e al quadro internazionale sino alle ultime vicende più note (Schwazer, Armstrong, Pistorius) e parallelamente le battaglie e i risultati sul piano legale soprattutto internazionale. Dando per scontato che la scienza e la ricerca pro-doping è sempre più avanti di quella antidoping, Donati conclude che prioritaria è una battaglia culturale, battaglia da iniziare nelle scuole proponendo un concetto di sport come gioco ed autorealizzazione e diffidando dalla precoce specializzazione in una specifica disciplina sportiva.

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Un’autobiografia. Il racconto si svolge in modo rigorosamente cronologico quale diario di una battaglia personale. Ne emerge la figura di una personalità  lucida e determinata che non vuol in alcun modo subordinare la sua passione per lo sport e la sua competenza scientifica di ricercatore e studioso dell’allenamento al “risultato” o alla carriera personale. Lavora per gran parte della sua vita nel Coni e nello stesso tempo conduce una battaglia senza tregua contro le pratiche prevalenti del Coni, della Fidal e delle altre federazioni; subisce ogni sorta di boicottaggio ed emarginazione ma non demorde. Quando dovrà alla fine lasciare il Coni non sarà una sconfitta ma si aprirà per lui la strada di proseguire il suo impegno per lo sport pulito all’interno del Wada e con progetti educativi nelle scuole, e prevenzione sociale con Libera di don Ciotti.

L’unico appunto che mi è venuto da fare al libro era relativo alla copertina che sembra confermare il luogo comune del doping come prerogativa del ciclismo, mentre il libro si riferisce soprattutto ad altri sport e, in particolare, all’atletica. Ma come ha precisato nell’incontro l’autore la scelta è stata dell’editore e  da lui non condivisa..

Alessandro Donati a Gravellona  (3 giugno 2013)

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Nell’incontro di Gravellona Donati ha dato un taglio preciso al suo intervento: so che voi qui presenti, in gran parte praticanti di sport, non avete nulla a che fare col doping. Chi lo utilizza non solo è reticente ed omertoso, ma si guarda bene dal venire a parlarne con me. Ma questo non basta; bisogna guardare anche al contesto e non limitarsi a parlare di sport. C’è chi ha interesse che il doping continui ad avvelenare le discipline sportive e anche alla base, tra sportivi ed allenatori,  c’è spesso un concetto decisamente sbagliato di sport, tutto teso alle performance. Non dimenticando tra l’altro che molti record – nelle discipline che li prevedono – sono spesso il frutto di pratiche dopate e che pertanto il proporli come obiettivo alimenta implicitamente il ricorso alle scorciatoie del doping essendo per lo più inarrivabili in modo pulito.

Ho filmato una parte dell’intervento di Donati ma l’audio è risultato molto disturbato; propongo di seguito solo l’inizio (4 minuti) e la trascrizione del suo intervento iniziale (10 minuti circa).

 

“Credo che la mia sia una di quelle storie che capitano raramente perché io ho occupato incarichi di grande rilievo all’interno del mondo dello sport. Sono stato allenatore delle squadre nazionali di  atletica, sono stato il responsabile della pianificazione dell’allenamento delle squadre nazionali di sci alpino, sci nordico, della pallavolo maschile, della scherma, del canottaggio, del pattinaggio, dell’equitazione. Sono stato docente della tecnologia dell’allenamento del CONI per tanti anni, responsabile della ricerca e sperimentazione del Coni.

Se un addetto ai lavori denuncia, è difficile catalogarlo come un disinformato o come una persona non responsabile che non vale la pena ascoltare. Chiaramente una accusa di questo genere metterebbe l’istituzione che mi ha dato quegli incarichi in contraddizione. Quindi vi dico questo perché: è un’opportunità che dall’interno vi venga proposto quello che veramente c’è. Per poi capire una cosa: le istituzioni sportive deviate si permettono di essere deviate perché si accorgono che il grande pubblico ha un tasso di tolleranza molto elevato.

Nel pubblico si annida una ambiguità a volte. Capite perfettamente, molti di voi sono praticanti e già se diamo uno sguardo allo sport amatoriale ci accorgiamo che l’utilizzo del doping negli amatori è molto elevato il che dimostra che la base non è quello che propriamente si definisce una base sana.. Una base che ha problemi, problemi proprio di approccio personali allo sport. C’è da domandarsi se gli amatori quarantenni, quarantacinquenni, cinquantenni si dopano per arrivare novantesimi invece che centoventesimi, mi domando allora quali problemi di accettazione abbiano di sé e quale rischio rappresentino per sé e per il nucleo familiare.

Io conosco molte indagini giudiziarie perché spesso mi trovo ad esser richiesto dai magistrati (come perito) quindi conosco le indagini fatte anche con intercettazioni telefoniche … so della povertà assoluta, non so magari un operaio che spende 700-800 euro al mese (per il doping) per seguire uno sport amatoriale, poi quello più benestante allora magari va anche più in là con migliaia di euro.

È chiaro che questa base acquiescente, ambigua, che si mescola con tanti praticanti corretti e appassionati, genera in coloro che gestiscono lo sport una sicurezza di operare in una direzione che tutto sommato non è contestata, ma viene accettata.

Allora io questa introduzione la termino in questa maniera. Le massime istituzioni sportive in tutti i campi si sono sempre mosse esattamente in parallelo e in sintonia con le istituzioni statali, con i governi. Capirlo per i sistemi dittatoriali è ovvio. Tutti voi sapete che la ex Unione Sovietica, la ex Germania dell’est, nella Germania nazista, nell’Italia fascista, nella Spagna franchista, lo sport era simbolo del paese in una maniera molto esasperata. Quindi il senso del nazionalismo che unisce i vertici della politica con lo sport; non parliamo di persone piene di amor di patria, ma di un nazionalismo strumentale come cosa da esibire: è un male diffuso.

Poi da questi paesi dittatoriali o post dittatoriali in realtà si è propagato anche altrove- Un esempio che ci fa capire molto è il periodo della guerra fredda: si combatteva a suon di imprese spaziali (vere o presunte tali), ma anche a suon di medaglie. È Chiaro che i servizi degli Stati Uniti sapevano che Stalin aveva lanciato un programma nazionale chiamando a raccolta tutti gli scienziati della ex Unione Sovietica – il livello scientifico era molto alto allora – e hanno elaborato un piano (nazionale) di doping. Un piano che aveva il fine di portare l’Unione Sovietica in una situazione di supremazia sportiva e la stessa cosa fece la Germania dell’est. Questo è emerso poi dagli archivi del KGB e della Stasi.

Gli Stati Uniti si sono comportati allo stesso modo: hanno colmato in un attimo il gap. Paese dittatoriale e paese democratico, comportament0 analogo.

Vi cito un esempio che vi fa capire molte cose. Ve lo dico perché noi sportivi ci occupiamo sempre troppo di sport ma dobbiamo anche essere dei cittadini responsabili. Paolo Mieli – ex direttore del Corriere della Sera – circa due anni fa pubblicò un carteggio scritto prima delle olimpiadi di Berlino del 1936 fra i massimi dirigenti del Comitato olimpico statunitense e i massimi dirigenti del Comitato olimpico tedesco. Il presidente del Comitato olimpico statunitense scrive: “Dobbiamo venire a trovarvi per verificare gli impianti prima delle olimpiadi …” … “Nel viaggio siamo rimasti ammirati del vostro grande paese” … “Vi vogliamo informare che anche noi stiamo rendendo dura la vita agli ebrei per entrare nella squadra statunitense. Facciamo il possibile per impedirlo”…

Una riflessione va fatta. … Significa che lo sport ha una vocazione massificata, ha una vocazione conformista. Poi all’interno ci siano tante persone che tendono alla qualificazione della persona: lo sport deve essere tale. Invece il sistema lo utilizza e lo strumentalizza ai suoi fini.

Questa è la cornice di riferimento che ci fa capire tante cose.

Per esempio l’Italia è dotata di una legge penale contro il doping, non soltanto una legge antidroga che c’è in tutti i paesi del mondo. C’è una legge penale contro il doping che c’è in pochi paesi del mondo.

Quindi da questo punto di vista  l’Italia non sembra un paese connivente, ha elaborato una buona legge anche a giudizio della magistratura. Questa legge approvata nel dicembre 2000 prevedeva che entro 90 giorni dalla sua promulgazione il sistema sportivo dismettesse tutti i controlli antidoping e che questi venissero assunti e assorbiti come responsabilità dal ministero della salute. Questa legge è stata ignorata, non è mai stata applicata. Il Sistema sportivo ha continuato a gestirsi i controlli. Quindi un sistema controllore-controllato, capite perfettamente che si crea un corto circuito.

Faccio un esempio. Immaginiamoci una associazione di cantanti rock … famosi, grandi divi ecc. Immaginiamo che a questa associazione che vive delle quote dei cantanti rock venga affidato dallo Stato, stranamente, il compito di fare i controlli per vedere se i cantanti assumono l’eroina o la cocaina. Ma come può questa associazione che vive delle quote associative dei cantanti rock andare a colpire i cantanti rock? Lo capite?.

Passiamo allo sport. I dirigenti, le carriere dei dirigenti, sono proprio basate sui risultati, sulle performance. …”

Verbania che (non) sarà

All’archivio di Stato si è conclusa il 31 maggio la mostra Verbania: la città che non sarà. Utopie urbanistiche nel concorso del ‘39 [1] che ha ricostruito con i materiali d’archivio il concorso di idee per un piano regolatore della “nuova” città indetto il 1° agosto 1939 a quattro mesi dalla costituzione del nuovo Comune. L’iniziativa era stata indetta dall’allora commissario prefettizio Domenico Campanelli e riguardava in particolare l’area tra Suna, Pallanza e Intra con l’intento di dar vita ad un centro cittadino che riorganizzasse la struttura policentrica del nuovo Comune.

Il progetto vincente (gruppo CZ 6 dell’architetto Giorgio Calza Bini) individuava il nuovo centro nell’area prospiciente il lago tra la foce del San Bernardino e le pendici della Castagnola. Qui avrebbero dovuto sorgere la Casa del fascio, gli edifici pubblici, le poste, la chiesa parrocchiale, le scuole elementari, il teatro ecc.

Mostra

Il sistema viario sarebbe stato riorganizzato con a monte di Pallanza e Intra il traffico pesante, più a valle le arterie di collegamento dei tre centri di Suna, Pallanza e Intra e lungo la costa (dal lungolago di Intra sino alla curva dell’Eden e poi sino a Suna) il percorso turistico.

Il piano regolatore fu poi commissionato e redatto ma restò lettera morta per gli eventi bellici successivi che non lasciarono spazio ad un progetto ambizioso e costoso.

I diversi progetti presentati erano il riflesso di un dibattito sulle caratteristiche che avrebbe dovuto assumere la nuova città: città industriale, o piuttosto mercantile, turistica, centro di soggiorno per persone anziane ecc.

Il progetto vincente, oltre alla monumentalità futuristica e al ruolo centrale degli edifici amministrativi, elementi caratteristici dell’epoca, mi sembra riflettere l’idea del centro di una città fortemente caratterizzata come città commerciale (porticato del palazzo degli uffici che richiama esplicitamente le antiche logge dei mercanti; la centralità di una apposita “piazza degli affari” ecc.) con parallela attenzione alla (diremmo noi oggi) vocazione turistica.

Analogie del presente

Mi sembrano interessanti (al di là delle ovvie diversità di contesto storico e di strutturazione attuale di Verbania) le analogie con l’oggi. Non solo e non tanto perché anche ora siamo sotto Commissario prefettizio (sembra che l’utopia più ambiziosa di quello attuale sia quello di togliere macchine – e relativi posteggi – da Piazza Garibaldi a Pallanza) ma per le caratteristiche del dibattito sul futuro di Verbania e per le relative proposte.

L’idea che Verbania abbia bisogno di un centro (che qualcuno oggi individuerebbe nell’area ex acetati); la logica per cui si parte da un “modello” di città (estrapolato dal presente oppure auspicato per il futuro) del tipo: città giardino, città turistica, città della salute, città della cultura ecc. e da questo modello se ne derivino poi le indicazioni, i progetti ecc.

La priorità dell’edificazione (dell’impatto del nuovo) rispetto al definirsi dei bisogni: non la stimolazione e il sostegno ad una serie di eventi ed attività tali che questi poi indirizzino verso i luoghi e le strutture fisiche a loro necessari, ma all’inverso creo una piazza affari così poi ci saranno gli affari, edifico un parco tecnologico e avrò ricerca e produzioni innovative, creo un centro eventi così poi vi sarà una città ricca di eventi di rilievo. Potremmo anche dire: si produce l’hardware senza preoccuparsi del software. Un modo per dilapidare risorse collettive e creare cattedrali nel deserto.

Infine l’opacità, la non trasparenza e il non coinvolgimento pubblico nelle scelte. In un ricorso dei progettisti esclusi (ricorso che non ebbe seguito) si sottolineava come dodici progetti con oltre 200 tavole siano stati analizzati e valutati in solo due sedute, tra l’altro con un membro della Commissione sostituito tra la prima e la seconda seduta. Infine solo i tre progetti vincenti furono mostrati al pubblico che così non fu messo in grado di valutare e confrontare l’insieme dei progetti.

Sognare Verbania

È male dunque prospettare delle utopie (urbanistiche e non solo) per la nostra città?

Direi proprio di no.

Forse occorre rovesciare l’ottica pensando appunto al “software”, dando vita ad idee e progetti che riescano ad “inventarsi” delle possibili nuove vocazioni per il nostro territorio o comunque a ripensare in modo del tutto nuovo quelle tradizionali (industria, energia, turismo, cultura, servizi alle persone ecc.).

Magari rileggendo quelli che sinora erano considerati quali limiti e negatività, come fonte di nuove opportunità.

La mancanza di un “centro”, e pertanto il policentrismo come vocazione plurale che si proietta all’esterno in aree (la collina, il retroterra montano, la piana, il lago) e pertanto in ambiti e attività diversificate.

Il non esser mai stata Verbania effettivo capoluogo provinciale, unitamente al sostanziale fallimento della provincia del VCO, come possibilità di guardare altrove (la Svizzera, l’altra sponda del lago ecc.).

L’esser periferica nella regione piemontese quale possibilità di diventare ponte tra territori diversi.

La “fuga” di giovani e persone di talento come risorsa in grado di collegarci a nuovi territori e a nuove esperienze da conoscere, valorizzare e magari importare creando opportunità per i nostri giovani e attrattiva per quelli di altri territori.

Guardare meno al proprio ombelico, al passato e al presente verbanese, guadando e scrutando più lontano nello spazio e più avanti nel tempo.

Il declino della nostra città non si arresta facendo l’elenco dei nostri mali e, come ho già scritto, dando vita a paralizzanti risentimenti.

Insomma servono idee, suggestioni nuove, direi anche: urgono sogni collettivi.

Manutenzione dell’esistente vs progettazione del nuovo?

Durante l’amministrazione Zanotti ero consigliere comunale e nell’allora maggioranza e in Consiglio più volte si era aperto il dibattito fra priorità della manutenzione (la cura e l’abbellimento della città) e l’investimento in nuovi progetti: quale la priorità fra i due poli o quale l’equilibrio da tenere.

Ripensandoci oggi, mi pare un dibattito fuorviante.

Cerco di spiegarmi con un esempio. Per inciso non intendo usare questo blog (frattali di speranza) per denunciare scempi, malefatte ed incurie. C’è già chi lo fa più che bene, in particolare il sito di Cittadini con Voi, in particolare nella sezione Vivi Verbania.

In commissione urbanistica, non ricordo l’anno, si era affrontato il progetto di edificazione a schiera in Via al Collegio: il progetto approvato prevedeva, a partire dalla casa a schiera più in alto, di fronte alla vecchia entrata del Collegio S. Maria, la realizzazione di una area di parco pubblico che scendeva, con apposito percorso e relativa illuminazione con lampioni, sino alla Via dei Villini. Si sarebbe così aperta una nuova area pubblica e nello stesso tempo un percorso pedonale che avrebbe permesso di congiungersi con Via al Collegio in mezzo al verde e di raggiungere più agevolmente a piedi la Villa e la chiesetta di S. Remigio. Una valorizzazione delle bellezze della Castagnola ed un incremento del patrimonio pubblico.

Ebbene le villette sono state realizzate, i lavoro dell’area parco iniziati, con tanto di percorso pedonale e posa dei lampioni, ma ora il cantiere è abbandonato, l’area invasa dalle erbacce, chiusa a valle mentre a monte lo sbarramento è divelto.

L'area da valle

L’area da valle

100_4307 100_4308Il cantiere abbandonatoil cantiere abbandonato

Da monte

L’area vista da monte

Via al Collegio

Via al Collegio

Non mi risulta che l’amministrazione sia intervenuta e, parlatone con il presidente del Consiglio di quartiere, non risulta nemmeno che nessun abitante abbia mai posto il problema. Lo stesso per i sentieri pedonali della Castagnola che tra i muretti delle ville permettono percorsi non asfaltati e visuali inedite: dalla tromba d’aria dello scorso agosto sono ancora pieni di detriti e in più punti transitabili a fatica.

Si tratta, come dicevo solo di un esempio, e non si fa fatica a trovarne altri in ognuna delle frazioni cittadine.

Allora ho pensato: la vita di una città è un po’ come quella delle persone. Quando l’orizzonte del futuro si restringe, quando non ci sono speranze e progetti per il futuro anche la cura odierna di sé degrada.

Una città che è collettivamente orientata verso un futuro (ideato, progettato, sognato) è una città viva e pertanto una città che ha quotidiana cura di sé. Mentre una città che ha smarrito ogni idea del proprio futuro non sa respirare il presente.

L’alternativa allora non è fra manutenzione/cura del presente e investimento/progettazione nel nuovo, ma fra il declino con tutte le sue implicazioni (economico-sociali, relazionali oltreché urbanistico – ambientali) e capacità di reazione al declino ripensando e riprogettando al futuro.

Un anno di commissariamento tendenzialmente rappresenta un anno di morte civile, di sospensione di ogni decisione e pertanto di aggravamento del declino. Sta alle forze vive della città – nei partiti e nei movimenti del centro-sinistra come nell’associazionismo diffuso – “darsi una mossa”, uscire dai rispettivi gusci e iniziare a ragionare collettivamente sui possibili domani della nostra città, su come invertire l’attuale declino.

Non ci rimane molto tempo a disposizione.

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1. Cfr. fotogallery Verbania, in mostra i progetti fermati dalla guerra (da La Stampa.it)

Lo sport del doping

Lunedì 3 giugno a Gravellona [1] sarà presente Alessandro Donati per presentare la nuova edizione del suo libro Lo sport del doping. Chi lo subisce, chi lo combatte [2].

È un’importante occasione non solo per chi si occupa e si appassiona di sport, ma anche per tutti coloro che si impegnano nei campi delle dipendenze, della prevenzione e della legalità.

Donati è stato maestro dello sport del Coni, allenatore delle squadre nazionali di atletica di velocità e mezzofondo e grande innovatore nel campo delle tecniche di allenamento. Dopo la rottura con il Coni di cui ha denunciato le malefatte, attualmente è l’unico italiano consulente del Wada (l’agenzia mondiale antidoping)[3].

Nel 1989, per l’editore Ponte delle Grazie pubblicò Campioni senza valore con la prefazione di Gianni Minà [4], denunciando senza mezzi termini la macchina infernale del doping nel campo dell’atletica supportato e sorretto da parte del Coni e  delle Federazioni nazionali. Il libro divenne subito introvabile non perché esaurì le vendite ma perché ci fu chi, per nascondere le denunce ivi documentate, si operò per farlo immediatamente sparire. Oggi è scaricabile gratuitamente dal sito di ADS Play Sport e lo stesso Donati dice che l’unica copia in suo possesso l’ha scaricata da internet.

Lo sport del doping ha avuto per fortuna un’altra storia: uscito nell’ottobre del 2012  è andato presto esaurito (questa volta per le effettive vendite) ed ora è appena uscita la seconda edizione aggiornata ed ampliata. Donati tra l’altro ha rinunciato ai diritti d’autore a favore del Gruppo Abele e di Libera.

 

Ho regalato per Natale la prima edizione del libro a mio figlio Saverio (che opera professionalmente nel campo dello sport [5]) e quando gli ho detto che gli avevo procurato un libro sul doping mi ha detto (cito a mente): Guarda che i libri che ci sono sul doping sono più o meno tutti delle prese in giro. Quando poi lo ha letto mi ha detto: Questo finalmente è un libro serio, che dice quello che gli altri tacciono. Lo ho anche prestato ad alcuni degli atleti che seguo.

Gli ho chiesto pertanto di scrivere un suo commento al libro – che riporto di seguito.

Io mi riservo, dopo averlo letto e dopo l’incontro con Donati, di esprimere il mio punto di vista da cittadino e da persona che si occupa di prevenzione.

 sport del doping

Commento al libro di Donati  di Saverio

 Leggere questo libro è stato un enorme piacere ma allo stesso tempo le sue pagine hanno nuovamente aperto una ferita mai guarita .

Per tutte le persone che si occupano di sport solo da appassionati o lo praticano a livello amatoriale molti dei contenuti del libro potranno risultare “sconvolgenti” e, se non fossero puntualmente documentati, potrebbero sembrare azzardati o parzialmente inventati.

Purtroppo le verità raccontate sono provate oltreché sconvolgenti.

 Invece, per chi come me oltre a praticare ad alto livello diverse discipline, ha studiato e attualmente lavora in ambito sportivo, il libro di Donati riporta a galla vicende già conosciute e, grazie alla precisa documentazione e ad un racconto puntuale, aggiunge informazioni e colma qualche perplessità.

È un libro che dovrebbero leggere tutti gli sportivi, ma soprattutto tutti “gli appassionati di sport”, tutte le migliaia di persone che seguono alla TV le partite delle squadra del cuore, le imprese dei campioni del pedale, le sfide al limite dei centesimi dei nuotatori. Forse non arriverebbero a cambiare mentalità e modo di vedere lo sport ma sicuramente potrebbero, mantenendo pari passione e calore, ragionare maggiormente sulla realtà delle cose arrivando ad avere un approccio più “critico e informato”.

Mi piacerebbe che dopo aver letto questo libro qualcuno non si arrabbiasse più per la sostituzione a fine anno dell’attaccante del cuore, ma perché la carriera dei suoi beniamini dura pochissimo in quanto gli atleti vengono spremuti e consumati, spesso spinti al di la delle loro possibilità (sia legalmente che illegalmente).

Mi piacerebbe che, leggendo questo libro, le persone perdessero l’ingenuità che ancora oggi fa sì che le vicende di doping vengano considerate “casi occasionali”.

Partendo dagli amatori fino alle categorie professionistiche i fatti ci dimostrano che oggi, dopo l’emergere di tanti scandali, la realtà non è cambiata e purtroppo, con leggi e metodiche antidoping poco efficienti, ciò che emerge è solo l’apice.

È difficile poter diffondere una corretta cultura sportiva in un mondo dove sponsor e grandi interessi stabiliscono le regole del sistema, dove ogni tipo di informazione è veicolata ed impostata con precisi obiettivi.

 L’unica mia parziale differenza di opinione rispetto all’autore è inerente al concetto di “modello” di atleta. Il fatto che vengano creati modelli artificiali a cui i giovani possono ispirarsi, senza considerare che molti dei successi di questi miti sono artificiali, NON GIUSTIFICA il fatto che un ragazzo venga poi spinto a SBAGLIARE STRADA. È vero che un contesto corrotto non è un buon ambiente in cui un giovane può formare la propria esperienza atletica, ma allo stesso tempo questo non deve essere un’attenuante per sminuire le scelte scorrette degli sportivi.

In tutte le esperienze di vita le persone si trovano a dover scegliere tra quello che è onesto, corretto e ciò che non lo è. Un ragazzo può crescere in un quartiere malfamato, ma in ogni caso riuscire a non diventare un criminale. Se da una parte il Coni e le federazioni nazionali hanno tutte le loro colpe (morali e giuridiche) ben evidenziate da Donati, dal punto di vista sportivo a mio parere LA COLPA È IN OGNI CASO DEL SINGOLO; SIAMO NOI CHE PRENDIAMO LE DECISIONI PER IL NOSTRO FUTURO ED È A NOSTRO CARICO L’ESITO ED IL RISULTATO DELLE NOSTRE SCELTE. Troppo facile considerare le attenuanti dovute al contesto, alla società, al sistema.

Io per anni ho corso in bici partendo dalle gare amatoriali fino a confrontarmi a livello ELITE in ambito internazionale, e tuttora continuo ad allenarmi e a fare ricerca per studiare a fondo le risposte fisiche della macchina umana, ma mai e poi mai mi è passata per la testa l’idea di poter migliorare “artificialmente” una mia prestazione.

Se vinco una gara ringrazio le mie gambe e la mia testa, se perdo ragiono su cosa ho sbagliato e torno più motivato per migliorare dove gli altri mi hanno battuto, e comunque (con grande dispiacere) accetterò la sconfitta e stringerò la mano a chi ha fatto meglio di me in quanto atleta di maggior valore.

 Saverio Ottolini

 

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1. Presso la libreria Margaroli (Parco Commerciale dei Laghi), ore 17.30.

2. Edizioni Gruppo Abele, maggio 2013. Nel link del testo il video di presentazione a cura di Libera Piemonte.

3. Cfr. anche il Codice Mondiale Antidoping WADA e il Sito ufficiale.

4. Cfr. anche “Campioni senza valore” – Il libro scomparso di Alessandro Donati

5. Diplomato ISEF, preparatore, responsabile del Centro SportAttitude, collaboratore di riviste e siti del settore.

Web 2.0 come Sportello lavoro e come “referenza”

Su La Stampa del 15 maggio (pagine VCO) un articolo è dedicato ad un giovane ossolano di Vogogna, Gabriele De Vito [1], che ha vinto il concorso App To You della Microsoft. L’applicazione vincitrice si propone di mettere in relazione diretta domanda ed offerta di lavoro tramite il web saltando le mediazioni cartacee dei curricoli e sarà sviluppata e successivamente lanciata su Apple Store.

L’utilizzo del web per facilitare la ricerca del lavoro (sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta) non è nuovo ed è senz’altro uno dei settori in grande sviluppo proprio in questo periodo di crisi. Numerose le società che operano e offrono servizi on line, ad esempio a livello internazionale l’Adecco o a livello nazionale la Hivejobs che si autodefiniscono rispettivamente Leader mondiale nella gestione delle risorse umane la prima, e Società italiana di Ricerca e Selezione che introduce un modello nuovo nell’ambito del recruiting la seconda.

 logo Adecco          logo_Hivejobs

Il web si rivela così, anche per il mercato del lavoro, uno strumento fondamentale di facilitazione e di riduzione delle mediazioni: se da un lato la nostra società è sempre più complessa e in continuo cambiamento (nel mondo del lavoro in particolare) la rete si dimostra sempre più il percorso facilitato che permette di saltare le mediazioni e di superare le limitazioni di spazio e tempo. E nel campo del lavoro, per giovani e non più giovani, questi percorsi facilitati possono segnare il discrimine fra il limitarsi a cercare (o inventarsi) un lavoro qualsiasi ed invece il riuscire a far combaciare le proprie competenze e le proprie aspettative con quelle delle aziende.

 

Due sondaggi

In due recenti articoli [2] Walter Passerini ho analizzato due indagini, effettuate dalle società sopra indicate, sul mercato del lavoro, sugli atteggiamenti e sulle modalità di utilizzo del web.

Il sondaggio della Hivejobs rispetto alla ricerca del lavoro tramite web afferma:

“Sono circa l’80% dei rispondenti ad utilizzare molto (29%) e moltissimo (49,5%) i canali digitali per promuovere la propria candidatura e cercare nuove offerte di lavoro. E non sono solo i più giovani ad affidarsi a questi strumenti, anche le persone over 55 utilizzano il web molto e moltissimo nel 65% dei casi.

Tra gli strumenti digitali utilizzati… Linkedin si attesta al primo posto (80%), spesso insieme ad altre piattaforme di incontro tra domande e offerte di lavoro quali Monster (80%), Infojobs (74%) e Joprapido (50%). Rimane bassa la percentuale di utilizzo di Facebook (12,5%) e Twitter (5,9%) percepiti principalmente come social network meno legati alla sfera professionale.”

 infostatica lavoro web

I social network generici, come facebook, sono allora ininfluenti in questo ambito? Tutt’altro. Se quelli specializzati sono fondamentali nel mettere rapidamente in contatto e nel far combaciare il più possibile la ricerca delle aziende con le candidature di chi cerca lavoro, la rete in generale e facebook in particolare sono fondamentali per definire la “reputazione digitale” sia del candidato che delle aziende.

Se in passato chi assumeva, oltre al curricolo e al colloquio, cercava informazioni e referenze attraverso i canali tradizionali (lettere di accompagnamento, telefonate e magari raccomandazioni), oggi è prassi comune raccogliere queste informazioni attraverso la rete monitorando la reputazione digitale del candidato.

La ricerca di Adecco relativa proprio al rapporto fra Lavoro e reputazione digitale osserva come spesso tra i motivi adducibili all’insuccesso di un colloquio di lavoro, potrebbe esserci una foto non “sufficientemente” professionale o un profilo inadeguato postati su uno dei Social Network, come ad esempio Facebook; e come lo strumento più “gettonato” per monitorare la reputazione digitale sia proprio Facebook (52%) rispetto a Linkedin (42%).

Il motivo è chiaro: “il 38,5% dei referenti aziendali, ritiene che i frequentatori dei social network si muovano online spesso senza pensare alle conseguenze sulla loro digital reputation” e che pertanto questi costituiscano uno strumento più attendibile per conoscere la personalità anche privata del candidato.

L’aspetto più interessante della ricerca è che le risposte degli intervistati in cerca di lavoro in gran parte smentiscono questa opinione: oltre il 55% dichiara di esser consapevole dell’importanza della propria reputazione digitale e di prendere le opportune misure per tutelarsi sia controllando tramite google le informazioni su di sé reperibili in rete, sia gestendo le impostazioni sulla privacy dei social network che più in generale curando la propria immagine in rete.

 

La rete: totalitarismo distopico o democratizzazione?

Questi due punti di vista contrastanti ci rimandano ad un tema più generale.

Il web 2.0 e i social network rappresentano il punto d’arrivo di una società che ha annullato in maniera pressoché completa la distinzione tra pubblico e privato?

La società dell’accesso avrebbe cioè portato a compimento quella trasformazione culturale che, secondo Bauman [3] (e Alain Ehrenberg da lui citato) sarebbe iniziata una sera degli anni ’80 quando

“durante un popolare talkshow … una certa Vivienne dichiarò che suo marito Michael soffriva di eiaculazione precoce, e che questo le aveva impedito di provare anche una sola volta l’orgasmo in tutta la loro vita matrimoniale.

Cosa c’era di tanto rivoluzionario in quella affermazione? … Vivienne aveva portato sulla pubblica arena un tema assolutamente privato” …

In sostanza la società dei mass media prima e poi quella dei social network 2.0, abolendo le intercapedini che impediscono la vista pubblica del privato, ci avrebbero immesso in una società totalmente trasparente, dove tutti sanno tutto di tutti e dove la sfera privata è sostanzialmente abolita. Qualcosa di simile a quanto prefigurato nella sua utopia negativa da Zamjatin [4] dove tutti sono costretti a vivere in edifici con le mura di cristallo di modo che qualsiasi dimensione privata venga esclusa. E questa soppressione del privato, questa identificazione tra privato e pubblico rappresenta, per gran parte dei teorici del totalitarismo (ad es. Hannah Arendt) una delle caratteristiche distintive dei regimi e delle società totalitarie.

Noi

Nei miei ricordi personali della Cecoslovacchia prima dell’89 è rimasta negativamente impressa l’onnipresenza degli altoparlanti che trasmettevano la radio di stato. Non tanto per la “propaganda”: per lo più era musica classica. Ma che tutti si dovesse ascoltare, nel capeggio come per le vie cittadine, la stessa musica la vivevo come un sopruso e un’invasione nella sfera della libertà personale.

Questo produce oggi la rete e nello specifico facebook, sia pur non per sopruso dall’alto ma per un’autolimitazione della propria libertà dal basso, in un incosciente immettersi collettivo nel mondo totalitario 2.0?

Io la penso diversamente.

Se da un lato posso capire la diffidenza nei confronti di facebook da parte di molti della mia generazione, proprio perché intravedono questo pericolo e non sono disposti a gettare in pasto agli altri la loro privacy, dall’altro le risposte della maggioranza degli intervistati fra coloro che cercano lavoro mi conferma su di una mia convinzione.

Il web 2.0 oltre alle le sue caratteristiche di facilitazione, rapidità, superamento delle mediazioni ecc., rappresenta un potente strumento di “democratizzazione” [5], cioè di quel processo tipico della modernità per cui ciò che precedentemente era privilegio di pochi, diventa alla portata di tutti. Democratizzazione che storicamente ha investito tutte le sfere del nostro vivere sociale, dal vestire (dagli zoccoli alle scarpe), al possesso del mezzo di trasporto individuale, all’istruzione scolastica, ed anche agli aspetti trasgressivi: come il gioco d’azzardo o l’assunzione di droghe come la cocaina che una volta erano esclusivi di alcune ristrette élite.

 

Curare la propria reputazione digitale

Tra gli aspetti di democratizzazione tipici del web 2.0, oltre a quello più evidente dell’accesso all’informazione, vi sono quello dell’autorialità – tutti possono diventare autori di testi on line, come sto facendo io in questo momento, senza la mediazione e il filtro di un editore – e, aspetto su cui si è detto ancora poco, tutti possono gestire la propria immagine pubblica.

L’immagine pubblica sinora non dipendeva dai singoli, ma da un complesso di relazioni con gli altri che sfuggiva al controllo personale. Con l’eccezione in passato di sovrani e mecenati che mettevano a libro paga scrittori ed artisti proprio con questa funzione.

Successivamente questa possibilità di “curare la propria immagine”, di gestire il significato che con questa immagine si vuole trasmettere, si è estesa ai personaggi delle spettacolo: attori, artisti, calciatori, divi in genere [6].

Oggi il web 2.0, oltre a rendere tutti noi potenziali autori, ci permette di gestire (o perlomeno controllare) la nostra immagine pubblica nella rete, quella che appunto viene chiamata la “reputazione digitale”. Questa capacità di controllo e gestione non è automatica e da molti non è assolutamente presa in considerazione. Direi che costituisce una delle principali caratteristiche della competenza digitale.

Competenza, come abbiamo visto, assolutamente necessaria per chi intende utilizzare il web per proporsi nel mondo del lavoro.

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1. Si sono tenute martedì le finali del progetto App To You.

2. Il più recente è sul suo blog Lavori in corso de La Stampa relativa all’indagine dell’Hivejobs: Lavoro, italiani disponibili all’estero e favorevoli a mettersi in proprio ; di qualche settimana sul quotidiano quello sull’indagine dell’Adecco: Le assunzioni ai tempi di Facebook (Download PDF ).

3. Bauman Zygunt, Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido, Laterza, Bari 2012: cfr. pp. 29-41 (Strane avventure della “privacy” 1, 2 e 3).

4. Evgenij Zamjatin, Noi, Feltrinelli, Milano 1963.

5. Utilizzo il termine “democratizzazione” in un’accezione neutra e non valoriale né politica, indicando quel processo, tipico delle società di massa, per cui ciò che era privilegio (o comunque accessibile) solo ad un piccolo gruppo sociale, diventa accessibile ai più. Non necessariamente tale processo è da considerare positivamente: come ad es. la “democratizzazione” dell’uso delle armi negli Stati Uniti.

6. Cfr. Roland Barthes, Miti d’oggi, Einaudi 1974.

Incontro con il Commissario Straordinario di Verbania

Aria anormale di normalità nella sala giunta del Comune di Verbania oggi pomeriggio. Il Commissario Straordinario ha convocato le forze politiche per un confronto sulla vita amministrativa della città. Tassativamente un rappresentante per formazione: quelli che si son presentati in due (Sel compresa) han dovuto mandarne via uno. Altrettanto tassativamente presenti solo le forze politiche selezionate con un criterio che, si è detto, faceva riferimento alle ultime politiche.

Di conseguenza le formazioni civiche e altre minori, che pur hanno significativamente caratterizzato la vita cittadina (e penso che lo faranno ancora) sono state escluse: penso in particolare a Cittadini con Voi. Ma, si è detto, il Consiglio Comunale precedente è sciolto e pertanto non ha, in quanto tale nessuna funzione di rappresentanza, così come le formazioni che – in quanto unicamente locali – erano presenti al suo interno.

Questa situazione  mi conferma nel mio giudizio assolutamente negativo, in particolare sulla vita democratica cittadina, dello scioglimento del Consiglio; e sono ancora sorpreso dei giudizi di soddisfazione espressi da più parti – dall’opposizione  ma in forma meno appariscente anche da membri della (ex)maggioranza – sulle dimissioni di Zacchera. Le giudico invece un boccone avvelenato che per un anno intero graverà su una città già pesantemente segnata dal declino.

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Aria anormale di normalità, dicevo. Tutti in Sala giunta quasi che alcunché di eccezionale fosse accaduto. Saluti, strette di mano, atteggiamenti malcelati di sollievo, gran concordia fra i fratelli separati del PDL e dei Fd’I, aria di distacco da parte della Lega Nord, atteggiamento un po’ spaesato da parte dell’UdC, atteggiamento “da maestrina” da parte della M5S, un po’ aria di rimpatriata fra noi del centrosinistra.

Grande cordialità e disponibilità all’ascolto da parte del Commissario dott. Mazza, affiancato da funzionari comunali e prefettizi, ma assoluta fermezza nell’indicare i paletti di “normalità amministrativa” e di rigorosa applicazione delle norme e dei limiti di spesa.

Insomma come prevedevo dovremo aspettarci un anno intero di “ibernazione democratica” e se qualcosa di vivo riuscirà ad accadere a Verbania lo sarà lontano dai luoghi istituzionali.

Essendomi toccato di rappresentare SEL in questo contesto ho steso un Comunicato Stampa inviato ai giornali e che riporto di seguito.

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COMUNICATO STAMPA

 Verbania 16.05.2013

Incontro delle forze politiche Verbanesi con il Commissario del Comune di Verbania

 Il Commissario Straordinario dott. Michele Mazza ha incontrato oggi 16 maggio, dalle ore 16.00 alle ore 18.30, le forze politiche Verbanesi da lui convocate “al fine di raccogliere proposte inerenti la vita amministrativa comunale”. Erano presenti, con un rappresentante per forza politica, IDV, PD, PDL, Fd’I, LN, UdC, SEL, Comunisti Italiani, M5S.

Il criterio di convocazione, esplicitato dal Commissario, era la partecipazione di tali forze alle ultime elezioni politiche e pertanto erano escluse le liste Civiche cittadine o altre formazioni minori e l’ex Consigliere Tambolla, presente all’inizio, per questo motivo non ha potuto partecipare.

Il tema principale affrontato è stato quello del CEM con la contrarietà alla sua realizzazione da parte della maggioranza delle rappresentanze presenti con l’esclusione di PDL e Fd’I e, in forma più sfumata, di LN e UdC.

Altri temi affrontati il destino dell’Ospedale Castelli, Viabilità e parcheggi, presenza nelle Partecipate (in particolare ConserVCO), turismo e iniziative culturali estive, nuova Questura, questione lavoro e welfare, diffusione delle sale gioco, tutela della Riserva di Fondotoce, Commemorazione dei caduti di Fondotoce il prossimo 23 giugno.

Il sig. Commissario ha risposto a gran parte delle problematiche riportate e sulla questione CEM ha fatto capire come il suo orientamento – pur non escludendo momenti ulteriori di confronto – sia quello di non intervenire sulle procedure già avviate escludendo, come da noi proposto, una consultazione referendaria sulla questione. Particolare attenzione ha prestato al tema della viabilità e dell’aspetto urbano (non escludendo la possibilità di eliminare i posteggi in Piazza Garibaldi) e al problema delle rappresentanze nel ConserVCO.

Come Sinistra Ecologia Libertà abbiamo sottolineato come lo scioglimento del Consiglio Comunale (e di conseguenza anche delle Commissioni Consiliari) rappresenti una sconfitta per la vita democratica dell’intera città e come sia necessario dar comunque vita a ulteriori momenti di confronto come quello odierno e, particolarmente in questa fase, sostenere l’attività dei Consigli di Quartiere come luogo di intermediazione fra la gestione commissariale e i cittadini. Posizione opposta quella sostenuta dal Movimento 5 Stelle che ha dichiarato di vedere di buon occhio l’uscita di scena dei partiti e la gestione della città da parte dei tecnici e dei funzionari.

Il Commissario ha ribadito come intenda convocare in altre occasioni le forze politiche presenti e di volersi rapportare con le altre realtà associative presenti in città.

Gli altri punti da noi sostenuti ed esplicitati nella riunione sono contenuti del documento di seguito riportato e consegnato, come da richiesta, al Commissario.

per SEL VCO

Gianmaria Ottolini

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SEL Verbano.

Documento di sintesi per il Sig. Commissario del Comune di Verbania

Premessa. SEL di Verbania, nella prospettiva di una futura amministrazione di centrosinistra che arresti l’attuale declino della città e le dia prospettive di sviluppo sostenibile, sta elaborando una bozza di documento politico/programmatico da sottoporre al confronto con cittadini, associazioni e forze politiche. Di seguito ci limitiamo ad elencare alcune delle questioni secondo noi più urgenti.

Democrazia e partecipazione. SEL considera una grave sconfitta per la vita democratica della città lo scioglimento del Consiglio Comunale e degli organismi connessi. Apprezza l’incontro odierno e chiede che incontri analoghi avvengano con scadenza mensile. Più importante in questa fase diventa inoltre il ruolo dei Consigli di quartiere e della relativa Commissione Partecipazione che possono avere un rapporto diretto con il Commissario. Realizzazione anche a Verbania (dopo Domodossola ed Omegna) della iniziativa di consegna della cittadinanza onoraria ai giovani nati nella nostra città da cittadini stranieri.

Lavoro e Welfare. La crisi economica mette in evidenza come tema prioritario quello del lavoro e quindi il tema va tenuto presente all’interno di ogni settore mettendo in campo tutte le possibili iniziative di sviluppo occupazionale. Congiuntamente il sostegno alle persone in difficoltà va mantenuto e potenziato.

Salute. Il declino cittadino investe anche il settore sanitario. SEL è per la difesa rigorosa del carattere pubblico della sanità e in particolare dell’Ospedale Castelli. Sostegno alla medicina di base e alle iniziative di gestione collettiva di ambulatori a tempo pieno.

Urbanistica e lavori pubblici. Contrarietà al CEM ritenendo che vi sia altra soluzione possibile, meno pretenziosa, più economica e realizzabile a tempi brevi. Sul CEM chiediamo un referendum cittadino visto che l’opera non è stata mai sottoposta a giudizio né elettorale né referendario alla cittadinanza. Interventi per snellire le procedure per il rilascio di concessioni per il riutilizzo del patrimonio edilizio esistente: questo mette in moto lavoro. La città soffre della mancanza di una manutenzione adeguata e di interventi tendenti a migliorare il suo aspetto (ad es. tutta l’area della Castagnola, Via ai Villini ecc. frazioni periferiche ecc.).

Ambiente e sostenibilità. Un programma di ripristino del verde dopo il disastro dell’evento atmosferico del 25 agosto scorso (San Remigio, parchi cittadini ecc.). Tutela dell’area protetta della Riserva di Fondotoce ed assoluta contrarietà al progetto di un campo di Golf in quell’area. Estensione della posa di pannelli solari su edifici pubblici e messa in funzione di quelli del nuovo parcheggio presso l’Ospedale Castelli. Manutenzione e sviluppo delle piste ciclabili e, almeno nelle ore di punta, ripristino di Libero Bus per i cittadini verbanesi. Verifica rigorosa dell’inquinamento dell’Area Acetati e delle sue conseguenze per l’acquedotto. Sull’Area Acetati chiediamo inoltre un tavolo di lavoro tra proprietà, parti sociali e forze politiche per un confronto sul destino di quell’area.

Cultura e Turismo. Potenziamento dei servizi ai turisti e delle iniziative culturali valorizzando anche le potenzialità e le risorse umane esistenti  in comune (Ufficio Turismo e settore Cultura) ed aprendo per tutto il periodo estivo sino ad ottobre, anche nei giorni festivi, lo IAT di Pallanza e lo sportello di Intra fornendoli di adeguato personale (anche con esperienze di stages per studenti di lingue) e ricco materiale informativo. Organizzazione di un programma di iniziative artistiche e musicali (vista anche la scomparsa di quelle dell’Arena) e sportive che rivitalizzino le frazioni recentemente più sacrificate (Pallanza, frazioni collinari) e  riconferma dell’iniziativa autunnale di Editoria e Gardini.

Per il Circolo SEL Verbano

Pietro Mazzola

Gianmaria Ottolini

Vittorio Beltrami. Un partigiano in paradiso

Viene presentato oggi 3 maggio, alla Fabbrica di Carta (Villadossola), il volume curato dalla Casa della Resistenza dedicato a Vittorio Beltrami, il compianto Presidente della Casa della Resistenza. Il libro ripropone il breve testo di Vittorio, ormai esaurito, Un’avventura etica, alcuni altri suoi scritti ed una intervista. Completano il testo ricordi, testimonianze e commemorazioni tra cui segnalo quella di Mauro Begozzi: Vittorio Beltrami “costruttore di pace”. Ricca la rassegna fotografica.

Vittorio Beltrami

Tra gli altri un mio breve ricordo che riporto di seguito.

Le ultime foto di Vittorio

Venerdì 14 dicembre 2012 si è tenuto il primo Consiglio di Amministrazione della Casa della Resistenza senza la presenza del nostro Presidente. La sua scelta di una “uscita di scena” del tutto privata con l’annuncio della sua scomparsa a funerali avvenuti da un lato ci ha colti di sorpresa e dall’altro ci ha confermato sul modo di concepire il suo ruolo di “personaggio pubblico” – prima uomo politico, presidente del Consiglio Regionale del Piemonte,  poi Presidente di quella che con caparbia definiva “la più grande Casa della Resistenza d’Europa” – : l’uomo pubblico è tale in quanto rappresenta i valori in cui si riconosce, l’uomo privato deve rimanere tale, nel suo piccolo e nella sua fragilità. Ma è proprio in questo voler negarsi in pubblico come persona privata, che sta la grandezza di Vittorio e che tutti, pubblicamente, gli hanno riconosciuto.

Vittorio era un uomo mite ma anche a suo modo determinato e caparbio: ascoltava con attenzione, ma se non era d’accorso con qualcosa o qualcuno era estremamente difficile smuoverlo e bisognava avere ottimi argomenti per riuscire a fargli cambiare idea. Su quella che doveva esser la linea di indirizzo della “Casa della Resistenza più grande d’Europa”, sul ruolo del Consiglio di Amministrazione, sui contenuti, ad esempio, della Galleria della memoria o di un filmato da noi prodotto, sull’utilizzo rigoroso e parsimonioso dei fondi a disposizione non transigeva. E in questo far coincidere centralità dei valori della memoria e del debito ai caduti con la più rigorosa amministrazione del patrimonio e delle attività della nostra Associazione, ha rappresentato un duraturo insegnamento per tutti noi.

Presidenza 1

Quando ho saputo della sua morte ho cercato tra le mie tante fotografie relative alle celebrazioni e alle iniziative della Casa della Resistenza quelle in cui era ritratto Vittorio e mi sono arrabbiato con me stesso per averne pochissime. Le più recenti risalivano addirittura al giugno 2003 in occasione della intestazione dell’auditorium dell’Istituto Cobianchi ai due allievi caduti a Trarego – Luigi Velati e Gastone Lubatti – e al febbraio 2004 a Trarego in occasione della convenzione firmata fra Istituto Cobianchi, Comune di Trarego e Casa della Resistenza per il riconoscimento e la tutela del memoriale di Promé quale luogo della memoria.

Trarego 1

Guardando meglio tra le foto più recenti ho poi trovato le ultime due, relative alla precedente commemorazione di Fondotoce. Vittorio è fra il pubblico, semi-nascosto dietro lo striscione “Ieri oggi Resistenza sempre” sorretto da giovani e partigiani.

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E allora ho capito: non sono stato io a non averlo fotografato, ma era suo preciso volere comparire il meno possibile, anche nello stesso luogo dove rappresentava ufficialmente  l’istituzione “La Casa della Resistenza” che si era assunta la tutela del memoriale di Fondotoce; Casa della Resistenza che proprio lui aveva voluto con una apposita legge regionale e che aveva sino alla sua scomparsa diretto.

Penso sia giusto pubblicare i dettagli di quelle due fotografie a conferma che la grandezza non corrisponde all’apparire.

Di Vittorio ricordo in particolare due espressioni ricorrenti.

La prima era “robusto” (e ” robustezza”): faceva impressione sentirla nella sua voce tenue accompagnata dal suo portamento gracile. “Robusto” non era evidentemente per lui un attributo fisico ma l’espressione forte di una qualifica morale; robusto uno scritto, una testimonianza che riusciva ad esprimere in pieno i valori della Resistenza, quella che nel suo scritto definisce una “Avventura etica”. “Episodi in cui c’era robustezza di tensione” e più in generale la “robustezza degli eventi” ai quali afferma “non sono stato assente” e, anche qui, con ritrosia, a rimarcare come  il suo contributo non fosse quello delle “grandi gesta” ma quello di “un testimone di quel tempo”.

La seconda espressione era relativa al modo in cui puntualmente concludeva le sue telefonate, anche quelle in cui le reciproche posizioni non convergevano: “Un abbraccio”.

Un abbraccio, Vittorio.

Gianmaria

Verbania commissariata

Il commissariamento di un Comune è un atto eccezionale di sospensione dell’attività democratica che prevede lo scioglimento del Consiglio Comunale e la nomina governativa di un Commissario che riassume in sé tutti i poteri del Sindaco e del Consiglio Comunale come prevede l’art, 141 del DL 18.8.200 n. 267. Siccome “Il rinnovo del Consiglio …deve coincidere con il primo turno elettorale utile previsto dalla legge”, ovvero la prossima primavera, nel capoluogo del VCO per un intero anno la vita pubblica sarà congelata.

Cosa è successo di così grave?

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Non “atti contrari alla Costituzione o …gravi e persistenti violazioni di legge” e neppure “gravi motivi di ordine pubblico”. È successo che la crisi dell’amministrazione di centro-destra e la manifesta incapacità del sindaco Zacchera di governare la sua maggioranza vengano fatti ricadere sull’intera città.

È noto infatti come un Commissario di norma non assuma scelte o decisioni al di fuori della normale amministrazione e le esperienze di commissariamento, anche laddove i motivi erano ben più gravi, sono risultate prevalentemente negative. Per una città già in declino come Verbania questo è il frutto avvelenato e ricattatorio di un sindaco che non sa riconoscere i propri limiti e non vuol riconoscere il suo fallimento nonché di un centrodestra litigioso oltre ogni limite che si è frammentato e dove tutti litigano contro tutti; ognuno scarica sui comprimari (e, pro-forma, sull’opposizione) colpe ed  accuse sperando in questo modo di salvarsi a danno degli altri. Da tempo Consiglio comunale e Commissioni consiliari erano paralizzate non da un normale confronto fra maggioranza e opposizione ma dai litigi interni alle varie schegge impazzite della maggioranza.

 

Quattro anni

Tutto era cominciato con l’altisonante “Cambia Verbania”, i festeggiamenti per la vittoria elettorale sotto la Tettoia con un tripudio di bandiere verdi e tricolori e la consigliera comunale Mantovani che, con poco senso del limite e del ridicolo, inneggiava all’abbattimento del muro di Berlino anche a Verbania. E come non ricordare il primo Consiglio comunale al Palazzetto dello Sport con cori da stadio inneggianti alla nuova maggioranza e di ostilità ai “comunisti” dell’opposizione.

E poi il “Cambia Verbania” si è dispiegato quale progressiva sottrazione di tutto ciò che era ereditato dalle amministrazioni precedenti e con giravolte paradossali come quello della Lega che dopo aver fatto la campagna elettorale contro il Teatro in Piazza Fratelli Bandiera perché troppo costoso, si è poi schierata nettamente a favore del Centro Eventi all’Arena dai costi nettamente superiori e di fatto fuori controllo.

Il nuovo sindaco nel momento in cui ha dovuto uscire dal ruolo di oppositore e polemista si è rivelato un improvvisatore, assolutamente incapace di far squadra con il conseguente continuo cambio di assessori e portatore di un’idea di città che assomigliava più a quella di un plastico (qua una fontana, là un centro eventi, qui una bella aiola ecc.) che ad un corpo vivo, ad una comunità fatta di soggetti sociali e culturali da valorizzare ed attivare. Il fallimento del progetto (o meglio dello slogan) “Verbania capitale dei Laghi Europei” riassume in toto queste incapacità.

 

Oggi

Due immagini. Il 25 aprile a Villadossola, alla Fabbrica di Carta, – la rassegna annuale dell’editoria locale – come negli anni precedenti vengono presentati libri legati all’esperienza e ai valori della Resistenza. Ci accorgiamo che prima di questi c’è il sindaco Zacchera, dai noti e dichiarati trascorsi fascisti, che (non si capisce se per provocazione, per insipienza o tentativo di restyling) presentava un suo libro. La sala era praticamente vuota laddove, solitamente, anche il più piccolo autore locale quando presenta la sua novità è almeno attorniato da parenti, amici se non da ammiratori. Un’immagine di solitudine .

Oggi, primo giorno dopo le dimissioni del sindaco è anche il primo giorno che in piazza Gramsci rimane chiusa – definitivamente – l’edicola proprio di fronte a quel Cinema Sociale da tempo sigillato e con l’atrio invaso da foglie secche. Un’immagine di declino.

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Ci voleva un sindaco pallanzese, ho postato su twitter, per ridurre Pallanza ad un deserto.

 

 

 

 

 

La sindrome del risentimento

Come è stato possibile tutto questo?

Non sono affatto uno fra coloro che pensano che ogni amministrazione di centrodestra debba esser pessima né tantomeno che ogni amministrazione di sinistra o centrosinistra sia necessariamente positiva.

Non penso nemmeno che i limiti personali e politici del sindaco e della sua maggioranza siano sufficienti a spiegare un fallimento così clamoroso.

Penso che il fattore decisivo sia da ricercarsi nel collante originario di quella coalizione. Un collante che definirei “sindrome del risentimento”. Ressentiment,  ovvero quel fattore psicologico e sociale che paralizza il desiderio (René Girard), impedisce la proiezione verso il futuro e volge lo sguardo unicamente al passato alla ricerca dei colpevoli delle proprie frustrazioni, dei propri fallimenti e delle proprie sconfitte.

Questo mi pare esser stato il collante con la conseguente opera rancorosa di smantellamento per poi trovarsi senza un’idea di città da perseguire oscillando fra slogan improvvisati (Capitale dei Laghi Europei) e progetti ultra-ambiziosi (CEM).

E il non esser in grado di sostenere collettivamente un progetto condiviso ha prodotto alla fine la scorciatoia di lasciare ad un futuro Commissario il destino di quel Centro eventi e della città, scaricando sul designato fallimenti e contraddizioni.

Col risultato ahimé prevedibile che, avviati i lavori del CEM – e il Commissario incapace di prendere decisioni ostative – sullo spiazzo dell’Arena sorgerà una struttura incompiuta (basta vedere la sorte del Movicentro di Fondotoce) che oltre al dispendio della messa in opera, faticherà a trovare i fondi per il suo prevedibile smantellamento.

 

E adesso?

Ho purtroppo l’impressione che la categoria del risentimento impronti la vita verbanese ben al di là degli amministratori del centrodestra. In uno degli incontri del Centro Menotti c’è stato chi ha scomodato don Cacciami per affermazioni del tipo “Il declino di Verbania è colpa della monocultura Rhodiatoce – Montefibre”, “Come sarebbe stata ricca e florida Verbania se ..” e via colpevolizzando il passato. E adesso si può rischiare, noi tutti possiamo rischiare, di avere lo stesso atteggiamento verso la passata esperienza del centrodestra. Guardare alle sue “colpe” invece che al futuro della città.

Prendiamo atto che quell’esperienza è definitivamente uscita di scena e serenamente ma con lena incominciamo a pensare – e desiderare – un po’ di futuri possibili. Usando le energie e le intelligenze disponibili per individuare vocazioni territoriali e traiettorie economico-sociali possibili.

Solo alcune osservazioni preliminari: una città policentrica come Verbania non ha mai avuto e tantomeno potrà avere una sola vocazione (turistica, industriale o che altro); pur essendo capoluogo (per ora) è una piccola città e deve ragionare in quanto territorio ben più ampio dei propri confini comunali; qualsiasi progetto/prospettiva che non metta al centro il lavoro dei giovani (quelli residenti e quelli che vi potrebbero essere attratti) non arresterà l’attuale declino.

 

Risposta politica al femminicidio

Ritorno dopo una settimana sul tema del femminicidio e constato per prima cosa come in questi pochi giorni il numero di “omicidi di donne in quanto donne” sia aumentato di almeno altre cinque vittime.

Non è mia intenzione monitorare il tragico fenomeno (ho già indicato siti che adempiono a questo doveroso ricordo) ma quella di approfondire ulteriormente il discorso.

 

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Le riflessioni sul femminicidio di Sonia e Andrea

 Riprendo a distanza di due mesi e mezzo le riflessioni di Sonia ed Andrea tentando di organizzare una risposta al loro contributo. Risposta non facile sia per la complessità del loro intervento sia perché mi trovo in una situazione un po’ particolare. Capita spesso in un confronto di condividere le premesse ma non le conclusioni e /o implicazioni. In questo caso mi è capitato un po’ il contrario. Condivido buona parte delle indicazioni e proposte ma non mi trovo in sintonia con un certo numero di premesse.

Non solo per una diversità di approccio: se la loro ottica è ovviamente psicoanalitica (lacaniana in particolare) la mia è prevalentemente storica e psico-sociale; anche su alcuni punti specifici, dati di fatto, direi, non mi ritrovo completamente. Ne indico alcuni.

  • Il problema di fondo non è già il femminicidio…, ma l’omicidio e l’uso della violenza reale (fisica). Penso invece, come gran parte di coloro che si occupano della questione, che il femminicidio non sia riconducibile ed assimilabile tout court ad un omicidio (di una donna) ma sia appunto un omicidio di una donna in quanto donna che ha modalità riconoscibili. Secondo “i dati dell’OMS: la prima causa di uccisione nel Mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio (da parte di persone conosciute). Negli anni Novanta il dato non era noto, e quando alcune criminologhe femministe verificarono questa triste realtà, decisero di “nominarla”. Fu una scelta politica: la categoria criminologica del femmicidio introduceva un’ottica di genere nello studio di crimini “neutri” e consentiva di rendere visibile il fenomeno, spiegarlo, potenziare l’efficacia delle risposte punitive.” [1]

E con femminicidio si indica non solo l’atto dell’omicidio ma il percorso di isolamento sociale, persecuzione e violenza, che precede (e preannuncia) l’omicidio (o il suo tentativo).

  • D’accordo sulla necessità di superare le “tipizzazioni” e l’incasellamento, (gli autori sono sia mariti e partner che ex; padri, ma anche figli e fratelli; italiani e stranieri; e, non secondario, di tutti i ceti sociali) nonché le semplici “stigmatizzazioni morali” perché questi atti “parlano di noi a noi stessi”. Proprio per questo mi pare necessario uno sguardo di genere maschile, complementare a quello femminile che sinora è stato quasi l’unico ad affrontare il fenomeno. Sguardo maschile non per una “banale autocritica” ma per capire le dinamiche e individuare i percorsi per poterne rovesciarne il segno.
  • D’accordo pure sulla assenza del terzo e sulla sua necessità; non lo vedrei però solo come interlocutore nelle forze dell’ordine e nella giustizia di un tribunale presente effettivamente (e perciò anche psicologicamente) a cui la donna in pericolo personale sappia di potersi rivolgere e contare. Penso anche ad una rete sociale e di prevenzione (sportelli antiviolenza, case delle donne ecc.) che laddove vi sono (e sono finanziate, es. l’Austria) sappiano dare risposte efficaci. Leggendo i casi specifici (ad esempio quelli raccolti da Iacona [2]) la donna vittimizzata è spesso sottoposta ad un progressivo isolamento dal suo contesto familiare (la famiglia d’origine), amicale e sociale ed obbligata ad una relazione sempre più esclusiva. La violenza si introduce progressivamente come costrizione e come contrasto ad ogni ricerca di autonomia e ribellione.
  • E veniamo al punto di maggior differenza: la violenza – quando è riferibile ad un fenomeno storico e sociale di grande rilevanza  come lo è senz’altro il femminicidio – è riconducibile al fondamento insociabile della sessualità e alla interiore (interiorizzata) violenza simbolica costituente la premessa a cui segue la violenza reale, sebbene non giustificata sul piano della norma sociale? A parte il fatto che da tempo nutro forti dubbi sulla centralità dell’Es e ne condivida le critiche, oggi più frequenti [3], che sottolineano la prevalenza psicosociale del “noi”, nell’affrontare altre forme storiche (es. l’olocausto) e sociali (es. il bullismo nella scuola [4]) di violenza ho sempre considerato rilevanti le “pressioni sociali” sull’azione individuale. Pressioni sociali che per il femminicidio agiscono non solo nelle società tradizionalmente patriarcali ma anche, seppur in forma meno palese, anche nella nostra società e che, a mio parere, occorrerebbe indagare con maggiore attenzione.
  • Non basta inoltre femminilizzare i “corpi dello stato”, anche se questo ha certo avuto una notevole efficacia per polizia e magistratura; non altrettanto è avvenuto per l’esercito.  Non mi sembra assolutamente sostenibile che “la vera rivoluzione politica nella storia dell’Esercito non è stata la sua professionalizzazione, ma l’inserimento nei suoi ranghi delle donne, con conseguente disturbo del fantasma omosessuale che regolava le relazioni tra i militari e che prendeva la forma del “nonnismo”.” Basta ad e. aver seguito il caso di Melania Rea (e le cronache ci hanno riempito di particolari raccapriccianti) per aver saputo quanto avveniva nella caserma dove operava il marito, per cui direi invece che la pratica sociale del nonnismo (regolatrice dei rapporti interni di potere) si è senza difficoltà trasferita anche sulle reclute femminili. E come non ricordare l’infinito scandalo degli stupri nell’esercito USA con ben 3.192 denunce in un solo anno.
Frame dal documentario “The Invisible War”

Frame dal documentario “The Invisible War”

  • Responsabilità: si può esser d’accordo nell’ottica della responsabilizzazione, dell’assunzione di responsabilità, ovvero nel promuovere un principio di precauzione: un legame, una relazione invece che arricchente reciprocamente, di messa in relazione profonda di due mondi diversi che si integrano e si aprono all’esterno può diventare esclusivo, di progressiva chiusura in un circolo vizioso di possesso e sottomissione. Ed è bene che i campanelli d’allarme (interni ed esterni alla coppia) suonino quanto prima. E direi inoltre che un tale “principio di precauzione sentimentale” dovrebbe riguardare entrambi i generi, lei e lui, perché l’avvitamento distruttivo riguarda entrambi i partner e gli altri possibili membri della famiglia (i figli, se vi sono, in primo luogo).

Una risposta politica

Senz’altro, convengo, la risposta ha da esser politica sia nel senso che deve riguardare la ricostruzione di un patto sociale tra le donne e le istituzioni dello stato, sia nel senso che deve coinvolgere attivamente, a più livelli, i decisori politici, sia perché riguarda i comportamenti pubblici dei cittadini in quanto tali.

Non è ammissibile che le donne che hanno il coraggio di denunciare persecuzioni, violenze, stalking non siano (e non si sentano) protette; ed è quello che sovente accade. Se un medico, dopo aver accertato una malattia non prende le misure previste per la presa in carico del malato e per la sua cura, ne paga giustamente le conseguenze sia sul piano professionale che su quello penale. Altrettanto dovrebbe avvenire quando i segnali (e le denunce) di una violenza contro una donna si sono manifestati: se i funzionari dello stato nelle loro attività giuridiche e di tutela non provvedono a prendere in carico la donna in pericolo mettendo in atto tutte le possibili misure di protezione dovrebbero esser ritenuti professionalmente e penalmente responsabili.

Naturalmente perché questo avvenga sono necessari strumenti legislativi attualmente assenti. È buon segno che la nuova legislatura abbia visto, in particolare da parte della nuova presidente della Camera, dei segnali di sensibilità in tal senso richiamando la urgente necessità di una specifica legislazione [5].

Sul piano della cittadinanza ritengo non solo occorra una battaglia contro tutto ciò che degrada e mercifica le donne (TV e pubblicità, ma anche discorsi da bar, film, ecc), ma il far rientrare nella formazione dei giovani alla cittadinanza anche il tema dei diritti di genere. Ad esempio uno strumento come il documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, dovrebbe entrare nelle scuole superiori al pari di film e documentari sulla legalità e su altri temi di formazione civile.

Come sottolineavo nel mio precedente post, in questi ultimi mesi si è rotto il muro del silenzio e il tema del femminicidio e della violenza di genere è ormai sulla scena pubblica. Ritengo sia necessario andare oltre alla denuncia e approfondire il tema della prevenzione sia tenendo conto delle esperienze in atto che delle riflessioni più generali sui parametri e sulle metodologie della prevenzione in una società complessa, in continua trasformazione, e dove le nuove tecnologie hanno un ruolo crescente nelle relazioni fra le persone. Perché chiunque abbia esperienza di prevenzione sa come le campagne pubbliche di opinione non siano affatto sufficienti a prevenire i fenomeni sociali e i comportamenti  a rischio. Ed anche perché una nuova legislazione sulla violenza di genere non dovrebbe, a mio parere, limitarsi ad individuare e punire la specificità dei reati e prevedere le tutele giudiziarie e delle forze di polizia nei confronti delle vittime, ma anche indirizzare e finanziare in modo organico e diffuso nel territorio strumenti e strutture specifiche di prevenzione.

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1. Perché si chiama femminicidio di Barbara Spinelli.

2. Riccardo Iacona: Se questi sono gli uomini, Chiarelettere, Milano 2012. Cfr anche  la trasmissione, visionabile on-line, Azione diretta.

3. Oltre a quelle note di Todorov, cfr. ad es la rassegna della controversia egoismo/altruismo in E. Ripamonti, Collaborare. Metodi partecipativi per il sociale, Carocci, Roma 2011 e M. Tomasello, Altruisti nati, Bollati Boringhieri, Torino 2010.

4. cfr. G. Ottolini e altri, Il bullismo dalla foto al video. Un percorso nel Verbano-Cusio-Ossola, Supplemento ad Animazione sociale n. 3 2009.

5. Sia nel discorso di insediamento dove Laura Boldrini ha esplicitamente citato l’umiliazione delle donne che subiscono violenza travestita da amore, sia in una recente lettera al Corriere della Sera dove, di fronte ai più recenti casi di violenza contro le donne, ribadisce la necessità che l’Italia si doti di una legge contro la ‘violenza di genere’.

Femminicidi 2013. Il silenzio si è rotto?

Alla fine del 2012 erano 123 (sino a 135 secondo altre fonti [1]) i femminicidi, ovvero gli omicidi di donne in quanto donne [2] . Il triste conteggio non si è fermato e a metà aprile si contano già 30 vittime dall’inizio dell’anno [3].

Nulla è allora mutato dopo il clamore e le reazioni all’iniziativa del parroco di Lerci?

Mi sembra di poter affermare – e non solo perché questo blog è dedicato ai “frammenti di speranza” – che il clima è in parte cambiato, soprattutto per quanto concerne l’attenzione e la conoscenza delle dimensioni del fenomeno. Molte sono state, in questi tre mesi e mezzo, le iniziative e ne ricordo brevemente alcune.

Alcune di forte impatto mediatico, altre di maggior approfondimento: il monologo di Luciana Littizzetto al Festival di Sanremo che si conclude riprendendo il ballo One Billion Rising lanciato a scala planetaria per  V-Day 2013.

Questo l’appello che l’ha lanciato a scala planetaria:

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Spero che abbiate guardato bene il mondo fino a ieri, perché da oggi ne inizia uno nuovo fatto di miliardi di donne, uomini, ragazzi e ragazze che non stanno a guardare e che invece di stare a casa a lamentarsi scendono in piazza e ballano per dire no alla violenza sulle donne e sulle ragazze!

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In Italia il 14 febbraio vi hanno partecipato oltre 300mila persone, 400 associazioni con 250 eventi nelle piazze di ogni parte del paese [4].

Il 24 febbraio Rai 3 mette in onda, nella trasmissione Azione diretta, lo straordinario servizio di Riccardo Iacona sui femminicidi avvenuti in Italia nel 2012 e sulle (poche) strutture esistenti di contrasto alla violenza di genere e di aiuto e protezione per le donne abusate (Centri antiviolenza aderenti alla  Rete nazionale 1522 e a DiRe Donne in Rete contro la violenza ) .[5]

Il 5 aprile è stata presenta l’anteprima di Ferite a morte,  spettacolo coordinato da Serena Dandini con la partecipazione di numerose attrici, scrittrici e giornaliste (Lella Costa, Concita De Gregorio, Piera Degli Esposti, Donatella Finocchiaro e tante altre); lo spettacolo è stato anche presentato alla Biennale della Democrazia di Torino.

 Sul piano internazionale  è bene ancora ricordare  come a  New York, nel mese di marzo, si sia firmata la Carta ONU contro la violenza di genere e il femminicidio, grazie a 131 sì di altrettanti paesi, un solo no (la Libia post rivoluzione!) e cinque riserve (Iran, Sudan, Arabia Saudita, Qatar e Honduras). Un testo di 17 pagine elaborato dalla Commissione sulla condizione della donna (Csw. Commission on the Status of Women) [6].

Non dimenticando, sul piano locale, oltre alla partecipazione al V-Day 2013 del 14 febbraio, le molteplici iniziative culminate nel periodo dell’8 marzo e in particolare quelle realizzate a Domodossola (Stop alla violenza sulle donne e allo Stalking)  coordinate dallo Sportello Donna gestito dalla cooperativa La Bitta: conferenze, spettacoli e sagome di donne ospitate nei locali commerciali della città riportanti le “ordinarie storie (violente) di vicinato” che riguardano direttamente il nostro territorio; dicono le organizzatrici:

Il fenomeno della violenza di genere è trasversale: non conosce differenze di ceto, origine, religione o grado d’istruzione.  Nel Verbano Cusio Ossola,  in due anni, si sono registrati 100 casi di violenza, 12 di stalking e 10 tentati omicidi. Dati allarmanti che emergeranno con azioni ed espressioni diverse negli incontri, performance e spettacoli che si realizzeranno nel mese di marzo nella città di Domodossola.

da LaStampa.it: Domo, testimonianze di donne contro la violenza

da LaStampa.it :  Domo, testimonianze di donne contro la violenza

La violenza continua, ma il silenzio sembra essersi si è rotto.

Non possiamo in alcun modo accontentarci sia perché l’aver spezzato la barriera del silenzio non implica automaticamente una riduzione delle violenze e anche perché la quasi totalità delle iniziative e delle parole scritte ed ascoltate, con pochissime eccezioni [7], provengono dall’universo femminile. Il genere maschile per ora tace, al più limitandosi a dichiarare la solidarietà nei confronti delle iniziative in campo. Occorre un lavoro di scandaglio dentro le ombre del nostro genere, ombre interiori e ombre culturali. Solo il giorno che vi saranno almeno altrettante iniziative maschili forse potremmo dire che violenze di genere e femminicidi sono destinati ad uscire di scena.

E nel frattempo compito prioritario dei decisori politici, uomini e donne, dal parlamento, alle strutture sanitarie, alle amministrazioni locali, è quello di interrogarsi ed attivarsi per rendere realmente efficaci le normative di contrasto e le strutture di prevenzione.

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1. Il 2012 si è chiuso con 135 donne uccise e un numero imprecisato di tentati assassini.

2. Sul termine “femminicidio” cfr. Perché si chiama femminicidio di Barbara Spinelli e il testo della stessa autrice: Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento internazionale, Franco Angeli, Milano 2008. È bene precisare come l’autrice non sia la nota giornalista, figlia di Altiero, ma una più giovane omonima avvocata e studiosa di diritto internazionale.

3. Un ricordo di ciascuna di loro su la 27ma ora sul sito del Corriere della Sera.  “Uccise. Da mariti, fidanzati, spasimanti… Ma anche vittime di rapinatori o di uomini semplicemente violenti, anche per motivi futili. Avremmo voluto annunciare un 2013 senza femminicidi. Non è così, la conta è già iniziata. A ciascuna delle donne uccise dedichiamo un ricordo che per quanto breve servirà a non dimenticarle” . Una iniziativa analoga, con anche foto e informazioni sugli uomini omicidi in In quanto donna.

4. Il V-Day  – dove V sta per Valentino, ma anche Vittoria e Vagina –  è stato creato a New York da Ensler, nel 1998, autrice dei «Monologhi della Vagina». Il video di lancio del ballo è stato girato con l’aiuto del filmaker sudafricano Tony Stroebel. Sulla partecipazione italiana cfr. Le due donne al vertice del movimento globale contro la violenza sulle donne.

5. La trasmissione, visionabile al link del testo, riprende il libro inchiesta, dello stesso Iacona: Se questi sono gli uomini, Chiarelettere, Milano 2012.

6. Cfr. i seguenti link: All’Onu si parla di femminicidio; Carta Onu contro il femminicidio; Violenza contro le donne, la strage senza fine ; La commissione CEDAW alle Nazioni Unite per la 57ma sessione della Commissione sulla condizione delle donne. .

7. Ad es. l’intervista di Marina Caleffi al poeta Roberto Mussapi: Caro maschio io mi vergogno. E tu? sul sito di NoiDonne.

Il punto politico (8 aprile 2013): tra schizofrenie e speranze

Nuvoloni neri e stagnanti sopra il cielo dell’Italia. Stallo sino alle elezioni del nuovo Presidente della Repubblica? Segnali contraddittori e qualche raggio di speranza.

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La linea di Bersani (governo del cambiamento), ci dicono a gran voce i giornali più diffusi, è in grave crisi all’interno del PD, tanto che adesso viene osteggiata (pare) anche da chi sino a ieri aveva appoggiato lo smacchiator di giaguari. Bisogna trattare col PDL, prender atto che l’unico leader legittimato del centrodestra è Berlusconi, Renzi in gran spolvero con sondaggi (virtuali) su una sua gran (possibile) vittoria in caso di nuove elezioni. Insomma tutti contro Bersani e la sua linea che porta al vicolo cieco.

 Ignazio Marino stravince le primarie come candidato sindaco del centrosinistra. Una ottima notizia per Roma e per la sinistra. Ma in assoluta controtendenza con quanto sopra. Insomma il popolo del centrosinistra (che è affluito in massa alle primarie) vota in modo plebiscitario per il candidato sostenuto da Bersani e da Vendola e umiliato quelli sostenuti da Renzi, Veltroni e compagnia bella. I casi sono tre: o non capisco io, o non capiscono gli elettori o non capiscono i fautori (diretti e indiretti) dell’inciucio. E gli elettori del centrosinistra si mostrano testardi privilegiando una scelta di netta demarcazione con il centrodestra.

 Marine Le Pen si dichiara entusiasta del successo di Grillo e della sua politica di rifiuto di alleanza con ogni partito con affermazioni del tutto consonanti: “Penso che non si possano risolvere i problemi con quelli che li hanno creati.[1]

Nello stesso tempo individua una vicinanza fra lei (rappresentante dell’estrema destra francese) e Grillo, ma anche tra Grillo e Berlusconi: “ il voto degli italiani ha espresso un chiaro euroscettiscismo, sia nel voto al Movimento 5 Stelle, sia nel voto a Silvio Berlusconi. La maggioranza degli italiani oggi è critica nei confronti nell’euro”.

La situazione politica italiana è confusa per noi, figuriamoci se vista d’oltralpe. Oppure no?

Provo a semplificare e interpretare; naturalmente di quanto sotto son responsabile solo io ed è possibile che i fatti mi smentiscano assai presto. Ci provo lo stesso.

1. Gli elettori. Sono stanchi, arrabbiati, sfiduciati nei partiti, vogliono cambiamenti e uscita dalla crisi. In grande maggioranza non vogliono più il centrodestra e Berlusconi (che è quello che ha perso più voti in assoluto e in percentuale). Con grosse differenze fra generazioni, tra aree del paese e, non ultimo, tra chi usa spesso la rete  (e sono moltissimi) e gli altri. E con oscillazioni rapide dove, in questa fase di incertezza, la ricerca del nuovo sembra assolutamente prevalere.

2. Il centro. È politicamente scomparso e lo stesso Casini oggi dice di aver sbagliato a puntare su Monti e che in futuro (lui spera di averlo ancora!) dovrà scegliere se schierarsi con il csx o il cdx. Il preannuncio di un ritorno al vecchio ovile della “casa delle libertà”?

3. Il centrodestra. Sembra che solo Berlusconi riesca a tenerlo insieme (con Maroni pupazzo nelle sue mani più di quanto non lo fosse Bossi prima) e allora l’unica strategia è quella di tirare in lungo mantenendo la situazione in fibrillazione perché l’unico vero obiettivo è quello di salvare il leader dai processi ottenendo continui rinvii, garanzie e prescrizioni. La minaccia delle elezioni è solo tattica, mentre la garanzia di impunità strategica. Ed un governo PD – PDL e un presidente della Repubblica amico darebbero senz’altro maggiori tutele al cavaliere.

4. M5S e Grillo. Nessun accordo con i partiti. Lo hanno sempre detto e già molto prima delle elezioni sostenevo che questa posizione ha in sé una radice totalitaria. Sembra che alcune dichiarazioni vadano in questo senso (Vogliamo avere il 100% dei parlamentari). Il che potrebbe spiegare la schizofrenia delle recenti dichiarazioni: no all’accordo col PD e no (gli italiani prenderebbero i bastoni!) all’inciucio PD-PDL e no ai governi tecnici. Insomma no a qualsiasi governo possibile. Impedire ogni soluzione per tornare al voto e avere la maggioranza assoluta.

Un dubbio (e ringrazio Fabio Lavagno per avermelo insinuato): è realistica questa posizione? In realtà sancirebbe la piena sconfitta del centro-sinistra e la rimessa in pieno gioco del centro-destra. Allora la strategia nascosta potrebbe esser questa:

FASE 1. Mettere fuori gioco il PD che diventa l’obiettivo polemico principale (basta scorrere il blog di Grillo per accertarsene).

FASE 2. Ritorno ad un bipolarismo, questa volta centrodestra – M5S: con buone possibilità di vittoria elettorale avendo assorbito gran parte dei voti di un csx sfasciato e anche un po’ di voti di leghisti delusi.

Perché strategia “nascosta”? Perché se fosse così, è evidente che il nemico principale non è (almeno in questa fase politica) il centrodestra e Berlusconi ma il centrosinistra e Bersani; ma questo gli elettori del M5S (anche quelli contrari alla fiducia a Bersani) non lo capirebbero proprio. Il nemico primo per loro (almeno in grandissima maggioranza) – come per quelli del csx –  è senz’altro Berlusconi.

5. Partito Democratico. La linea “governo del cambiamento” è l’unica (se quanto sopra è corretto) in grado sia di uscire dallo stallo che di dare una prospettiva al centrosinistra e alla crisi del paese. Un qualsiasi accordo (diretto o indiretto) di governo col PDL non sarebbe assolutamente approvato dagli elettori e produrrebbe il suicidio del PD e del csx. Insomma l’avversario da sconfiggere in questa fase è Berlusconi e il berlusconismo.

Perché questa prospettiva è così osteggiata all’interno del PD e crescono le sirene dell’inciucio? Penso che non sia solo il crescere delle difficoltà (in buona parte dovute anche all’ostilità di Napolitano a questa prospettiva) ma anche alla crescente consapevolezza che la linea Bersani non potrà passare in modo tranquillo, ma dovrà produrre cambiamenti a tutti i livelli (istituzionali, politici, economici ecc.). Può passare solo se il PD e il csx cambiano significativamente e abbandonano le vecchie abitudini e nomenclature, se si introducono cambiamenti istituzionali, e se si riesce nel contempo a rompere l’accerchiamento congiunto di M5S e PDL facendo emergere le contraddizioni al loro interno. Rendendo anche esplicite le loro strategie (cfr. sopra). Insomma o è cambiamento davvero o non passa; e questo spaventa molti.

Qual è la speranza? Che Bersani tenga la barra, che si arrivi alla elezione di un Presidente della Repubblica al di fuori delle vecchie nomenclature, di garanzia e di legalità per il paese e non di conservazione e impunità a Berlusconi. E dopo le elezioni, se l’ostracismo verso un governo Bersani da parte di tutti i parlamentari M5S perdurasse, avere il coraggio di proporre un altro nome che sparigli i giochi: un eventuale passo indietro personale per far vincere la linea del cambiamento. E la sinistra potrebbe allora rimescolarsi. E magari nascere anche una destra europea e non populista, una destra moderna. E pertanto una dialettica democratica che ci riporti in pieno in un orizzonte democratico.

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1. http://www.polisblog.it/post/72145/beppe-grillo-marine-le-pen-movimento-5-stelle