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Una parola: Rastrellamento

È in corso di stampa il n. 2/2024 di Nuova Resistenza Unita dedicato in parte al Rastrellamento di giugno in Val Grande (Operazione Köln) e al Progetto Ignoti volto al riconoscimento dei partigiani caduti e non riconosciuti. Questo il mio contributo all’interno della rubrica Una parola.

Non so se le parole abbiano creato il mondo, ma temo che lo distruggeranno.  (Stanislaw Jerzy Lec)

Rastrellamento

Vi sono parole la cui origine metaforica non è più di immediata evidenza, metafore morte come “tramonto” (al di là del monte) o “arrivare” (giungere a riva), altre in cui l’immagine metaforica è forte e viva. Rastrellamento è una di queste. Rastrello e rastrellare, come i corrispondenti latini rastrum e rādĕre (raschiare, rasare, radere) rivelano l’origine onomatopeica nel suono vibrante (r, str …); il bravo giardiniere “rasa” il terreno, raccoglie foglie ed erbacce per eliminarle bruciandole o tuttalpiù farne compost, terriccio. Un’immagine cruda; se rastrellare mantiene l’ambivalenza fra significato originario e traslato bellico, rastrellamento è termine unicamente militare che non nasconde, anzi ne dichiara il messaggio: uomini come foglie ed erbacce da eliminare per far “terra bruciata” di un’area “infestata da banditi”.

Termine militare e pertanto oggetto di studi strategici e manuali operativi che hanno accompagnato l’attività della Wehrmacht durante la 2a Guerra Mondiale nell’ambito specifico della “controguerriglia”; nata sul fronte orientale come Waldkampf (Battaglia nei boschi: “il modo di combattere dei russi costringono spesso a combattere in foreste estese1), concepita inizialmente come operazione da affidare a reparti di polizia militarizzati per poi evolvere in Bandenbekämpfung (Guerra alle Bande) secondo il principio dell’inversione dell’iniziativa: “il baricentro della guerriglia deve venire spostato. Il bandito deve essere spinto, dalla frequenza e regolarità delle nostre azioni, dal ruolo dell’aggressore a quello del difensore. Questo non corrisponde al suo spirito combattivo, nel quale i fattori più determinanti sono agguato, appostamento e assalto.”

Assieme ad altre modalità (attacchi a sorpresa e caccia, costituzione di Jagdkommandos reparti specifici di controguerriglia) il rastrellamento prevede l’utilizzo di più reparti e forze, anche aeree, per accerchiare forze partigiane e rinchiuderle in una o più “sacche” per poi procedere all’annientamento radicale di uomini e distruzione di tutte le risorse del territorio rurale o montano.

Le “dottrine” tedesche furono analizzate e riprese da altri eserciti, occidentali e non, laddove la guerriglia aveva ancora analoghe caratteristiche territoriali (Vietnam, Afghanistan …).

In conclusione ad un convegno dedicato a Chiovini, Mauro Begozzi ricordava: “In futuro, ebbe a scrivere un generale, uno stratega, comandante delle forze Nato nel sud-est europeo, ma già protagonista anch’egli della resistenza nelle nostre zone, Alberto Li Gobbi, nei paesi occidentali qualsiasi forma di guerriglia non potrà più svolgersi in montagna, bensì nelle città, tra le macerie fumanti delle case distrutte, nei sobborghi e nelle periferie delle metropoli.”

Non mi risulta esista un termine specifico per operazioni analoghe al rastrellamento in queste aree urbane ed è forse un bene che anche la parola esiti di fronte all’amplificarsi a dismisura dell’orrore bellico.

“quarantatré” di Ruggero Zearo

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1. Questa citazione e la successiva sono tratte da Alessandro Politi, Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, Stato Maggiore dell’Esercito. Ufficio Storico, Roma 1966.

Il rastrellamento” di Ruggero Zearo

Dall’Ungheria nazista all’Universo concentrazionario

Essere senza destino” del Premio Nobel Imre Kertész

“Forse per la sua stessa enormità, la Shoah non ha pro­dotto molti libri indispensabili. Libri di cui non si possa proprio fare a meno, per verbalizzare l’indicibile, per concettualizzare l’impensabile, per tramandare l’imperdonabi­le. I titoli di questi libri d’eccezione, credevamo di cono­scerli già tutti. Se questo è un uomo di Primo Levi, La ba­nalità del male di Hannah Arendt, Essere senza destino di Imre Kertész, Intellettuale a Auschwitz di Jean Améry. Ma adesso, alla lista delle letture indispensabili va aggiunto il titolo di un volume stampato per la prima volta in ingle­se, nella New York del 1947 (l’anno stesso della prima edi­zione di Se questo è un uomo), e da allora mai più pubbli­cato in alcuna lingua. La tigre sotto la pelle, di Zvi Kolitz, è un libro assolutamente straordinario.”

La lettura di questo passo di Sergio Luzzatto[1] mi ha subito posto tre ovvi quesiti: chi è Imre Kertész (di cui non avevo mai sentito parlare né letto il libro citato), perché non viene citato Necropoli di Boris Pahor che ritengo assolutamente da collocare fra gli indispensabili sulla Shoah e. infine, chi è l’autore del citato La tigre sotto la pelle. Al terzo rimando a quando avrò recuperato e letto il libro di Zvi Kolitz. Al secondo penso di aver risposto in un mio precedente articolo su questo blog (Shoah, percorsi di lettura asimmetrici) in cui oltre a Levi ed Améry mi soffermo su Necropoli di Pahor. E veniamo all’autore del primo quesito.

Imre Kertész: una vita e il suo assurdo

Imre nasce a Budapest il 9 novembre 1929 da Aranka Jakab e László Kertész, coppia di ebrei ungheresi di classe media non praticanti. Nato nell’anno della grande crisi in cui molti preferiscono invece togliersi la vita.

“Quando sono venuto al mondo il Sole era nel segno della più grande crisi economica fino ad allora mai conosciuta, la gente si buttava di sotto dall’Empire State Building, dal turul (l’aquila immaginaria della tradizione ungherese) in cima al ponte Francesco Giuseppe, e da tutti i punti situati in alto dell’intero globo; si gettava nell’acqua, nei precipizi, sul lastricato, a seconda delle possibilità”[2].

Ebreo ungherese di Budapest; quando Imre nasce la popolazione ebraica dell’Ungheria si era quasi dimezzata dopo il Trattato di Trianon per lo scorporo di territori rurali con presenza significativa di comunità ebraiche, concentrandosi prevalentemente nella capitale ove costituisce circa un quarto degli abitanti della città, ma già dal 1920 era stato dato avvio a norme antiebraiche con la legge del numerus clausus che limitava l’accesso alle Università e alle professioni. Il successivo progressivo avvicinarsi alla Germania con norme sempre più restrittive sfocerà nel 1944 con il governo del capo dei nazionalsocialisti ungheresi Ferenc Szálasi.

“Un capo partito di nome Adolf Hitler mi guardava torvo dalle pagine del suo Mein Kampf, la prima legge antisemita ungherese chiamata numerus clausus si trovava sullo zenit della mia costellazione prima che il suo posto fosse preso dalle leggi successive. Tutti i segnali terrestri (non so nulla di quelli celestiali) testimoniavano l’inutilità, o meglio l’irragionevolezza, della mia nascita.”

Per non parlare della situazione famigliare in disfacimento e di una “buona educazione” che lo disciplinava alla obbedienza e alla remissività.

“Ero un inconveniente anche per i miei genitori che stavano divorziando. Sono la manifestazione materiale di qualche incontro amoroso di due persone che non si amavano […]. Figlioletto di mio padre e di mia madre che non avevano più nulla in comune, alunno di un istituto privato dove mi avevano internato mentre loro sbrigavano le pratiche del divorzio; scolaro e piccolo cittadino dello Stato. […] Ero circondato, sovrintendevano alla mia mente: mi educavano. Mi allevavano per eliminarmi, a volte con parole affettuose, altre con rimproveri severi. Non protestavo mai, mi impegnavo a fare il mio meglio: mi lasciavo andare alla nevrosi della buona educazione con languida buona volontà. Ero un membro umilmente impegnato, seppure non sempre perfettamente allineato, della tacita congiura che attentava alla mia vita”.

1944. Arresto di cittadini ebrei a Budapest

Remissività introiettata che porterà, lui ragazzino, a subire le progressive discriminazioni, prima con l’inserimento in corsi per soli ebrei, la stella gialla sui vestiti fin quando, scortato dalle forze di polizia ungheresi, viene portato con migliaia di concittadini alla stazione di Budapest, destinazione Auschwitz, senza tentare in alcun modo la fuga, anche se le occasioni non erano mancate. Tra i quattordici e quindici anni attraversa così l’esperienza concentrazionaria (Auschwitz e Buchenwald) che segnerà tutta la sua vita e i suoi scritti.

Dopo la liberazione del Campo di Buchenwald da parte dell’esercito statunitense (11 aprile 1945), rientrato a Budapest non ancora sedicenne riprende gli studi, si diploma al liceo nel 1948 e intraprende l’attività di giornalista e di traduttore dal tedesco all’ungherese. Nel 1951 perde il lavoro di giornalista presso il periodico “Chiarezza” in quanto la rivista si era allineata alle posizioni staliniste del partito, da cui Imre era decisamente lontano. Tra le traduzioni su cui si era cimentato vi era La nascita della Tragedia di Friedrich Nietzsche; contrariamente a molte letture e alla stessa posizione del filosofo tedesco, Imre non vede nello spirito dionisiaco la riscoperta di una naturalità originaria ma la nullificazione della individualità che nell’età moderna si esprime come spirito gregario tipico dei partiti-regime come quelli nazista e comunista-stalinista. La via di uscita può essere solo la scelta di vivere in posizione marginale non rinunciando alla propria razionalità.

Dopo un periodo di lavoro operaio e il servizio militare riprende l’attività di giornalista indipendente e di traduttore iniziando anche l’attività di scrittore grazie ad un amico musicista che gli aveva proposto di comporre libretti per operette musicali. All’inizio degli anni ’60 inizia a lavorare sulla sua opera più nota (Essere senza destino / Sorstalanság) che avrà un parto lunghissimo – circa tredici anni – sia per l’insoddisfazione dei primi risultati che per periodi ricorrenti di depressione e del fantasma del suicidio che, afferma più volte Kertész, accompagna costantemente i sopravvissuti, in particolare gli scrittori, costretti a rivivere il loro passato, ricordando Jean Améry che elaborava le sue opere con al fianco dei fogli una pistola.

Completato nel 1973 ma inizialmente rifiutato dagli editori ungheresi, Essere senza destino uscirà due anni dopo (1975) senza però riscuotere particolare interesse.

Dopo il crollo del muro si trasferisce a Berlino e, con la pubblicazione in tedesco della sua opera a cui si sono aggiunti gli altri due testi della cosiddetta trilogia dell’Olocausto (Fiasco del 1988 e Kaddish per il bambino non nato del 1990) inizia la sua notorietà che lo porterà a riconoscimenti internazionali come il Premio Herder nel 2000 e il Premio Nobel per la Letteratura nel 2002 con la motivazione “per una scrittura che sostiene l’esperienza fragile dell’individuo contro l’arbitrarietà barbarica della storia”.

In Ungheria, visto che tra l’altro Kertész è stato il primo premio Nobel per la Letteratura ungherese (e ancor oggi l’unico) è nata qualche polemica perché Imre viveva e lavorava in Germania e in una intervista a Die Welt del 2009 si è definito “berlinese”. La sua posizione nei confronti della nazione natale è sempre stata ambivalente. Da un lato molto critica, anche per il periodo postcomunista come esplicita in uno scritto del 1997 in cui sottolinea non solo la permanenza dell’antisemitismo ma una sorta di suo “bisogno” per poter scaricare le proprie colpe nazionali.

“Se davvero [le autorità ungheresi] non vogliono vedere le vite distrutte di tan­te persone, una Storia completamente erronea per una serie di guasti dei quali sono colpevoli, dei momenti sto­rici avviati alla rovina per le loro colpe, e si ostinano a considerare quegli eventi come disgrazie causate da mal­vagie forze straniere, oppure da una sorta di maledizione nazionale, dal destino, anzi dal fato… se è davvero così, allora si può affermare che hanno bisogno dell’antisemi­tismo.

L’anima di una piccola nazione dell’Europa centro-orientale, gravata dal complesso del padre e scivolata in una perversione sadomasochistica, sembra non poter vivere senza il grande oppressore, sul quale scaricare la propria disgrazia storica, e senza il capro espiatorio delle minoranze, su cui sfogare il sovrappiù di odio e di risentimento accumulato durante la sequela dei fal­limenti quotidiani. Senza antisemitismo, quale identità potrebbe avere chi è ininterrottamente occupato con la propria specifica identità magiara? Ma che cos’è mai la specificità magiara? Affrontando la questione in modo diretto, si può affermare che quella specificità si rintraccia principalmente nelle affermazioni negative, tra le quali quella più semplice – quando non menano il can per l’aia – recita: “Ungherese è ciò che non è ebreo.” Eh già, ma che cos’è ebreo? Ebbene, è evidente: quel­lo che non è magiaro. L’ebreo è colui del quale si può parlare al plurale perché è identico a tutti gli altri ebrei, le cui caratteristiche si possono riunire in tabelle, pro­prio come accade per una razza animale non troppo complicata (naturalmente sto pensando a bestie nocive, il cui pelo setoso è un puro inganno ecc.), e siccome la parola “ebreo” in ungherese è diventata un’espressione spregiativa, il tribuno politico magiaro dell’ultima ora, incanutito nell’onesta prassi di collaboratore, per evitare ogni complicazione dirà “straniero”, ma tutti sapranno a chi si riferisce e, all’occasione, sarà privato dei diritti, bollato, derubato e picchiato a morte. E io… Io che cosa posso fare qui?”[3]

Dall’altro lato ha sempre continuato a considerarsi ungherese, prima ancora che ebreo, a difendere anche con una polemica virulenta, i diritti culturali e linguistici della consistente minoranza magiara in Romania. Negli ultimi anni tornerà a vivere a Budapest e il suo lascito sarà diviso fra l’Accademia delle Arti di Berlino e la Casa Museo Kertész Imre di Budapest.

Un’eredità contesa a partire dal premio Nobel del 2002: l’anno successivo il governo magiaro gli assegnò la Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica ungherese e quello federale tedesco nel 2004 lo omaggiò con analoga onorificenza germanica. E attualmente il governo di Viktor Orbán, nella volontà di riscrivere la storia del proprio paese, tenta di accreditarlo nella sua visione nazionalistica

“nel tentativo di trasformarlo in un eroe nazionale in chiave anticomunista. Finiscono in soffitta, o meglio sotto il tappeto, i feroci attacchi di cui lo scrittore ebreo fu vittima da parte dei partiti di destra, compreso il Fidesz di Orbán, al momento della vittoria del Nobel nel 2002, soprattutto per le parole sull’Olocausto, gli orrori del nazismo e le complicità ungheresi.”[4] 

Essere senza destino

Oggi non sono andato a scuola. O meglio, ci sono an­dato, ma solo per farmi esonerare dal nostro professore. Gli ho portato la lettera di mio padre, in cui richiede il mio esonero per “motivi familiari”. Il professore ha chie­sto quali fossero questi motivi familiari. Io gli ho risposto che mio padre è stato chiamato al periodo di lavoro obbli­gatorio; a quel punto lui non ha più fatto obiezioni.”

Inizia così il racconto del quattordicenne Gyurka (Köves György); siamo a Budapest nella primavera del 1944 e con la stella gialla che porta come tutti i familiari raggiunge il padre che, destinato non si sa dove né per quanto, viene sommerso da una mesta cerimonia di saluto dalla famiglia allargata. Non molto dopo anche il giovane è assegnato al lavoro come “apprendista manovale” in una raffineria petrolifera alla periferia della città. Un giorno mentre si reca al lavoro, il pullman viene fermato da un poliziotto e tutti gli ebrei, giovani e meno giovani, costretti a scendere. Concentrati in un capannone dove Gyurka si riunisce con i suoi coetanei di lavoro coatto, verranno poi scortati dalla polizia ungherese fino alla stazione. Un treno blindato lo porterà ad Auschwitz dove, grazie al suggerimento di alcuni deportati di dichiarare di avere sedici anni, riuscirà a superare la selezione iniziale (ma non tutti i suoi compagni). Verrà poi trasferito a Buchenwald e di lì al campo di lavoro di Zeitz (a sud di Lipsia). Un suo concittadino “veterano” del campo, Bandi Citrom, gli fa spontaneamente da tutore e lo istruisce alla dura arte della sopravvivenza: lavarsi, tenere sempre una scorta della razione di cibo, “non lasciarsi mai andare” mantenendo la propria dignità ed anche il proprio orgoglio magiaro affrontando con decisione la fatica del lavoro. Gyurka per un po’ riuscirà a seguire i dettami del più anziano concittadino, ma coll’aumentare della fatica, della spossatezza fisica e per una infezione al ginocchio incomincerà a lasciarsi andare sin quasi arrivare al punto di non ritorno. Operato in qualche modo passa in più reparti di infermeria tra freddo cimici e pidocchi, sarà riportato Buchenwald sino a che si ritrova in un reparto di infermeria tenuto da vecchi deportati col triangolo rosso che lo curano, lo nutrono e lo riportano in guarigione. Siamo ormai nell’aprile del 1945, il campo viene liberato dagli alleati. A piedi e con mezzi di fortuna si unisce ad un gruppo di giovani ungheresi per ritornare a casa. A Budapest non ha voglia di seguire la trafila burocratica dei soccorsi e decide di riprendere in mano il proprio destino. Per prima cosa cerca la casa di Bandi Citrom ma trova la giovane moglie oramai rassegnata al non ritorno del marito. A casa sua scopre che l’appartamento è occupato da una famiglia ungherese che gli chiude la porta in faccia. I vecchi vicini ebrei gli comunicano di aver ricevuto la notizia della morte di suo padre a Mauthausen. Trova assurdo che gli chiedano di “dimenticare gli orrori” consapevole che la “reminiscenza” di quei giorni e di quelle persone (Bandi Citrom, gli infermieri, e tutti gli altri) non lo lasceranno più.

“… non esiste assurdità che non possa esser vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile.”

Le giravolte del destino

Imre dichiarerà più volte che questo è un romanzo e non è autobiografico. È però evidente che la sua esperienza concentrazionaria ne è la fonte principale.

Il racconto scorre in modo lineare ed è di facile lettura … ma è decisamente spiazzante, non facile da inquadrare e si può capire perché non fosse ben accolto dall’Ungheria comunista del dopoguerra, trovando notorietà solo dopo il successo in Germania e il Premio Nobel.

Innanzitutto non è un libro di denuncia né delle atrocità naziste né del collaborazionismo magiaro; certo ci sono entrambe (per verti versi più il secondo che le prime) ma descritte (spesso solo accennate) in modo asettico, come qualcosa di ovvio e “naturale”.

La narrazione in prima persona del giovane Gyurka ne ricostruisce lo sguardo infantile, non seleziona e non dà priorità a questo o quel dettaglio od evento, di fronte ad accadimenti inattesi emerge lo stupore del ragazzino e nello stesso tempo una sorta di realismo fatalistico: se avviene così è perché così deve essere. A partire dal contrassegno giallo che naturalmente porta come tutti i suoi parenti e i conoscenti ebrei. Mentre la sorella maggiore della sua amica Annamaria, con cui aveva rubato qualche fuggevole bacio, mal sopportava la stella gialla per gli sguardi di odio che intercetta nella gente e si interroga su che cosa significhi essere ebrea, Gyurka commenta “a me sembra che il suo modo di vedere sia un po’ esagerato”.

La guardia magiara di confine che avvisa gli ebrei del treno blindato che sono giunti alla frontiera, li interpella dal finestrino “con buone intenzioni” chiedendo di lasciare in mani ungheresi denaro e oggetti preziosi, piuttosto di farseli poi requisire dai tedeschi. («In fin dei conti anche voi, a ben vedere, siete ungheresi!»). In cambio avrebbe dato loro dell’acqua anche se “violava le disposizioni”. Siccome chi trattava chiedeva di ricevere prima l’acqua il gendarme

“… alla fine era piuttosto arrabbiato: «Porci ebrei, sapreste fare affari anche con le cose più sacre». Era così che la vedeva lui. E con voce soffocata dall’indignazione e dall’astio ci espresse l’augurio: «Allora crepate di sete!». Cosa che poi accadde davvero, almeno così si diceva nel nostro vagone.“

E alcuni interrogativi che il giovane si pone giunto in un posto sconosciuto dal nome di Auschwitz-Birkenau ci sconcertano. Come mai ci sono dei detenuti con le divise a righe, certo ebrei visto la stella gialla, in quel posto ove era venuto per lavorare, “provando interesse nei loro confronti e mi sarebbe piaciuto conoscere i loro reati”. Diversamente dagli altri testi “indispensabili” sulla Shoah citati all’inizio, qui vi è un rovesciamento di prospettiva fra lettore che apprende e narratore che sa e “verbalizza l’orrore dell’indicibile”. Gyurka non sa, non capisce dove si trova, acquisterà consapevolezza lentamente, passo a passo; noi lettori invece sappiamo e ci stupiamo del suo stupore.

Solo alla fine, ritornato a Budapest, cercando di spiegare ad altri che non capiscono (un giornalista, i vecchi vicini di casa), ripercorrendo la sua esperienza ne trova in qualche modo il senso: il tempo, l’essere ebreo, il destino.

Il tempo, il suo succedersi a tappe ci permette di sopravvivere, persino talvolta di annoiarci, “…in generale … io non mi sono accorto degli orrori”.

“Sì, e come te lo spieghi?”. E allora, dopo averci riflettuto, ho detto: “Con il tempo”. “Cosa significa, con il tempo?” “Significa che il tempo aiuta.” “Aiuta…? In co­sa?” “In tutto,” e ho cercato di spiegargli come è, arrivare in una stazione non proprio lussuosa ma nel complesso ac­cettabile, pulita e graziosa, dove solo lentamente, col suc­cedersi del tempo, tappa dopo tappa ti si chiarisce tutto quanto. Quando hai superato la prima tappa, quando sai di averla passata, già ti si presenta la prossima. Quando poi sei arrivato a conoscere tutto, allora hai anche compre­so tutto. E mentre comprendi tutto, non rimani certo inat­tivo: già sistemi le cose nuove, vivi, agisci, ti muovi, adem­pì le continue richieste di ogni tappa successiva. Se però non ci fosse questa successione nel tempo e tutte queste conoscenze si riversassero su di noi in una volta sola, forse la nostra testa non riuscirebbe a sopportarle e nemmeno il nostro cuore – così cercavo di spiegargli. […] D’altra parte, ho proseguito, c’era il difetto, si potrebbe dire lo svantaggio, che il tem­po, in qualche modo, bisognava trascorrerlo. Per esempio avevo visto dei prigionieri – gli ho detto – che erano nel campo di concentramento già da quattro, sei o dodici an­ni, anzi, più esattamente: c’erano ancora. Ora, queste per­sone, per quattro, sei o dodici anni, ovvero in quest’ultimo caso dodici per trecentosessantacinque giorni, ovvero do­dici per trecentosessantacinque per ventiquattro ore, e an­cora avanti, dodici per trecentosessantacinque per venti­quattro per… e all’indietro, in secondi, minuti, ore, giorni: ebbene, avevano dovuto in qualche modo superare questo dalla A alla Z. D’altra parte ancora, ho aggiunto, proprio questo poteva essere stato d’aiuto, perché se tutto questo tempo, dodici per trecentosessantacinque per ven­tiquattro per sessanta per sessanta, si fosse improvvisa­mente riversato su di loro in un colpo solo, non avrebbero resistito – al modo come invece hanno resistito – non lo avrebbero retto né fisicamente né psichicamente.”

Essere ebreo per un ragazzo di famiglia non osservante, laica che senso ha? Drasticamente, dice Gyurka, In sé niente, sono le circostanze che ti fan diventare tale.

“Ciascuno ha fatto i suoi passi finché ha potuto: an­ch’io, e questo non solo marciando in colonna a Birkenau, bensì già prima, qui a casa. Li ho fatti con mio padre, con mia madre, con Annamaria e anche – forse quelli più diffi­cili – con la sorella maggiore. Adesso glielo saprei spiegare cosa significa essere “ebreo”: niente, niente per me e nien­te in sé, in origine, e questo finché non si innescano quei passi. Niente di tutto quello è vero, non esiste del sangue diverso, non esiste niente, ma solo… e qui mi sono blocca­to, ma all’improvviso mi è venuta in mente la frase del giornalista: esistono solo date circostanze e all’interno di esse nuovi dati di fatto.”

Il destino forse non esiste, scopre alla fine Gyurka, discutendo animatamente con i vecchi vicini che lo avevano invitato a dimenticare; siamo liberi – e responsabili – di ogni passo che facciamo.

“Anch’io ho vissuto un destino da­to. Non era il mio destino, eppure l’ho vissuto – e non ca­pivo come potessero non concepire che io, adesso, volevo farne qualcosa di questo destino, che dovevo ancorarlo, agganciarlo a qualcosa, che non potevano dirmi semplice­mente che era stato un errore, un incidente, una specie di sbandata o magari che non era affatto accaduto. Mi rende­vo già conto, e anche chiaramente, che non riuscivano a capirmi, che le mie parole a loro non andavano a genio, anzi, che c’era qualcosa che urtava loro persino i nervi. Mi accorgevo che di tanto in tanto il signor Steiner voleva inter­rompermi, voleva quasi balzare su, vedevo che l’altro vec­chio lo tratteneva e ho sentito che gli ha detto: “Lo lasci stare, non vede che vuole semplicemente parlare? Lo lasci parlare”, e infatti io ho parlato, probabilmente a vuoto e forse anche in modo un po’ sconnesso. Comunque anche così ho spiegato loro che non si può cominciare una vita nuova ma soltanto proseguire quella vecchia. Io e nessun altro ho fatto i miei passi e, aggiungo, con rettitudine. […] Volevano forse che tutta la mia rettitudine e tutti i miei passi pregressi perdessero il loro significato? Perché questo repentino cambiamento dell’animo, perché questa riluttanza, questo rifiuto di voler comprendere: se esiste un destino, allora la libertà non è possibile; se però – ho continuato, sempre più sorpreso di me stesso, sempre più eccitato – la libertà esiste, allora non esiste un destino, il che significa – mi so­no fermato ma solo per prendere fiato – il che significa che noi stessi siamo il destino – questo ho improvvisamente ca­pito, e l’ho capito in quel preciso istante con una pregnan­za fino a quel momento sconosciuta.”

Il Film

Nel 2005, con la regia di Lajos Koltai, esce Senza destino. Fateless che, a prima vista, ripercorre fedelmente le vicende del testo originario. È lo stesso Imre Kertész a curarne la sceneggiatura e che però afferma:

“La sceneggiatura è come un assegno in bianco di cui il registra fa quello che vuole … Dopo il film si differenzia in modo incredibile dal testo in quanto è un altro genere. L’eroe di “senza destino” è obbligato a rivivere quel periodo, un periodo terribile, secondo per secondo. Minuto per minuto, ora per ora, giorno per giorno, mese per mese. Quel tempo è l’orrore, questo è uno degli aspetti determinanti e fondamentali che Lajos ha subito afferrato e capito.”[5]

Koltai non è propriamente un registra ma ha acquisito notorietà quale direttore della fotografia con registi quali l’ungherese István Szabó e l’italiano Giuseppe Tornatore e la sua scelta è innanzitutto visiva, virata verso un marrone atta a rappresentare una cupezza che richiama

“… un certo mondo visivo, paragonabile solo alla pittura e agli esempi che mi piacciono di quel genere. Quindi è tutto totalmente medievale; sembra quasi un dipinto medievale.“

La musica che accompagna immagini e vicenda del giovane deportato sono di Ennio Morricone che sceglie di assecondare il film senza alcuna forzatura né insistenza:

“Una dignità il film l’aveva già. La sua musica ha la dignità che ha il film … L’etica conta sempre. Penso sempre all’etica musicale, ovvero alla fattura della scrittura di una partitura. Lì dentro ci deve essere già la dignità del compositore. Qualche volta la partitura oltrepassa la misura: evitare questo è la mia preoccupazione.”

Un film strettamente aderente al testo e alla sceneggiatura che ne deriva, eppure necessariamente “radicalmente diverso” nel messaggio e nella finalità. Non c’è più il rovesciamento spiazzante fra lettore (spettatore) che sa e protagonista che non sa. Non vi è più un narratore interno che ci immerge nel racconto e negli stessi pensieri del protagonista, il nostro sguardo è invece necessariamente esterno, quello della cinepresa che accompagna il bambino deportato ma non si identifica col suo sguardo interiore. Diversamente dal romanzo questo è invece esplicitamente un film di denuncia di un passato perlopiù ignorato in Ungheria, differentemente da quanto avviene in Germania dove l’Olocausto è insegnato nelle scuole, voluto da uno scrittore-sceneggiatore che ha scelto un regista ungherese per destinarlo ai connazionali magiari. Dice il regista:

“… facciamo un film sull’Olocausto perché non è stato trattato a sufficienza. È il passato ma ancora oggi persino il mio vicino pensa non sia accaduto ma una sorta di storia della Disney. Incredibile! E parlo di persone che hanno studiato. Bisogna dare visioni; un film parla un linguaggio visivo e questo è il vero linguaggio per parlare alla gente.”

Le altre due opere della TRILOGIA

Fiasco (1988)[6]

Il fallimento del titolo è quello di “un vecchio” che davanti a un secretaire pensa e ricorda, e che forse non è tanto vecchio d’età e capiamo dal nome (Köves) trattarsi del protagonista di Essere senza destino. Ora è uno scrittore nella Germania comunista al cui conformismo asfissiante non riesce ad adattarsi. E i suoi manoscritti gli vengono più volte rispediti dagli editori con giudizi poco lusinghieri. Se l’opera precedente era narrativamente lineare, questa presenta una struttura complessa, una “opera aperta” con tanto di romanzo nel romanzo e continui riferimenti all’opera precedente.

“I lettori della nostra casa editrice hanno letto il Suo mano­scritto, e in base al loro parere concorde, non approviamo la pub­blicazione del Suo romanzo.

«Riteniamo che la composizione artistica della materia deri­vante dalla Sua esperienza non sia riuscita, nonostante il tema sia terribile e impressionante. Che il romanzo non diventi, per il let­tore, un’esperienza impressionante, è dovuto in primo luogo alle reazioni del protagonista che sono a dir poco strane. Riteniamo co­munque comprensibile che il protagonista, adolescente, non riesca a comprendere subito cosa stia succedendo intorno a lui (le chia­mate all’Arbeitsdienst, l’obbligo di portare la stella gialla, età), ma non riusciamo a spiegarci perché, arrivando al campo di concen­tramento, ritenga “sospetta” la rasatura a zero dei prigionieri. Le frasi di cattivo gusto continuano: “neanche i loro volti sembrava­no ispirare fiducia: orecchie a sventola, nasi sporgenti, occhi inca­vati, dalle luci minuscole e furbesche. Da ogni punto di vista sem­bravano comunque degli ebrei”.

«Poco credibile anche che la visione dei forni crematori su­sciti in lui “la sensazione di una sorta di scherzo goliardico”, “di certe beffe”, poiché sa di essere in un campo di sterminio, e che il suo essere ebreo è sufficiente perché lo uccidano. Il suo com­portamento, le sue annotazioni assurde, disgustano e offendono il lettore, che con rabbia legge anche la fine del romanzo, visto che il comportamento fino ad allora tenuto dal protagonista non offre appiglio a un giudizio morale, l’individuazione delle re­sponsabilità (per esempio, i rimproveri fatti alla famiglia ebraica che abita nella loro casa). E dobbiamo accennare anche allo sti­le. Le Sue frasi sono espresse per lo più maldestramente, con gran­de fatica, e purtroppo sono frequenti le espressioni del tipo “.. .per lo più insomma davvero…”; “molto naturalmente, e un attimino oltre a ciò…”.

«Per questo Le restituiamo il manoscritto.

«Distinti saluti.

«…Questa lettera mi regalò, per lo meno, un mattino ricco di sentimenti: ancora oggi sento una certa nostalgia, a riandarci con il pensiero.

Ma nonostante tutto vi è una sorta di “lieto fine”, l’esser stato fedele a se stesso alla fin fine ha pagato e il destino che si è scelto lo condurrà sino alla fine. Con la nostalgia della “fase eroica”, della lotta solitaria per imporsi. E così il “vecchio” ci lascia.

“La sua avventura unica, la sua epoca eroica, ora e per sempre sono giun­te alla fine. Ha trasformato in un oggetto la propria persona il suo testardo segreto l’ha diluito facendolo divenire una generalità, la sua realtà indicibile l’ha fatta evaporare in gesti. L’unico romanzo possibile per lui sarà un libro tra i libri, che condividerà la stessa sorte degli altri libri, aspettando che su di esso cada lo sguardo del raro acquirente. La sua vita diventerà quella di uno scrittore, che scrive, scrive i suoi libri, fino a che non deruba completamente se stesso e non si purifica diventando un nudo scheletro, liberandosi dai fronzoli superflui: dalla vita. Sisifo – dice il racconto — dobbia­mo immaginarcelo felice. Certo. Ma anche lui è minacciato dalla misericordia. Sisifo – e l’Arbeitsdienst [Lavoro coatto] – sono eterni, è vero; ma la roccia non è immortale. Attraverso un cammino aspro, in tanti ruzzolamenti, prima o poi si consuma, e Sisifo un bel giorno si scopre a fischiettare distratto e a scalciare davanti a sé, nella polvere, nien­te più che una pietruzza grigia.

E cosa ne può fare? Chiaramente si piega, se la mette in ta­sca, se la porta a casa – dato che è sua. Nelle sue ore vuote – e adesso lo aspettano soltanto ore vuote – la tira fuori ogni tanto.

Mettersi a far finta di farla ruzzolare su, verso l’alto delle vette, sarebbe ridicolo: ma con i suoi occhi vecchi velati dalla catarat­ta, può osservarla, come se anche adesso ne considerasse il peso, e la presa. Ci avviluppa sopra le dita tremanti e insensibili, e si­curamente la impugna ancora nel momento dell’ultimo, estremo slancio – quando senza vita cade dalla sedia posta di fronte al se­crétaire.”

Kaddish per il bambino non nato (1999)[7]

Se Essere senza destino era strutturato come un racconto lineare, con un unico narratore interno e una unitarietà temporale (un anno) che si apre e chiude a Budapest – la complessità e lo spiazzamento nasceva semmai dal confronto/conflitto con il lettore – e con Fiasco Kertész approda, secondo la felice concettualizzazione di Umberto Eco, ad una Opera aperta, con questo testo che chiude la “trilogia” abbiamo una “orazione”. Testo da leggere possibilmente ad alta voce con rimandi e ricorrenze in un flusso ininterrotto dove il prima e il dopo si intersecano di continuo. Testo non a caso idoneo ad una sua recitazione teatrale[8]. Nel primo testo avevamo il bambino narrante, nel secondo lo scrittore, qui il sopravvissuto con una ormai quasi completa sovrapposizione fra narratore ed autore. Sopravvissuto che non riesce, anzi non vuole liberarsi dal proprio passato. Da Auschwitz non si guarisce!

“No!” – dissi subito e immediatamente …

Questo l’incipit mentre due anziani passeggiano in un faggeto vicino alla loro casa di cura. La “domanda innocente” che ha scatenato e scombussolato l’io narrante era semplicemente “se avessi un figlio”. Ma quel “No!” che viene ribadito è soprattutto il No! che fece a sua moglie (ora ex). Per cui l’oratoria funebre è nel contempo per il figlio non nato e per un matrimonio che si è dimostrato impossibile fra un sopravvissuto e una giovane e bella ebrea (e medico) che aveva voglia di vivere e desiderio di guarire il suo amato.

Scrittore e traduttore “la penna è la mia zappa”,

“… scrivo perché devo scrivere, e se scriviamo, dialoghiamo, l’ho letto da qualche parte, fin quando esisteva un dio, probabilmente dialogavamo con Dio, ora che non c’è più, uno presumibilmente dialoga solo con gli altri o, nella migliore delle ipotesi, con se stesso, vale a dire che parla da solo o borbotta, come dir si voglia …”

 E, rivolto al figlio non nato (e non voluto)

“… la mia vita considerata come possibilità della tua esistenza alla luce della serie di riconoscimenti e all’ombra del tempo che scade si modificò così una volta per tutte: la tua non esistenza considerata come liquidazione necessaria e radicale della mia esistenza … Perché solo così ha un senso tutto quello che è successo, che ho fatto e che mi hanno fatto …” 

E ritorna più volte al suo incontro con la giovane e bella ebrea

“… visto che voleva par­larmi perché aveva saputo chi ero: B. scrittore e traduttore di cui aveva letto uno “scritto”, del quale doveva assolutamente parlare con me, disse, e abbiamo anche parlato, fino a quan­do non siamo finiti a letto – Dio mio! – e abbiamo parlato an­che dopo, anche durante, ininterrottamente …”

“Poi venne fuori il titolo di un libro allora di moda, una frase del libro di moda allora, anzi ancora oggi, anzi di sicuro per sempre, che l’autore pronuncia dopo essersi schiarito la vo­ce in maniera dovuta ma ovviamente rivelatasi poi inutile, con la voce rotta dall’emozione: “Per Auschwitz non c’è spiega­zione”  […], come se que­sta proposizione enunciativa, che reprime allo stato embrio­nale tutte le enunciazioni, enunciasse qualcosa, laddove non bisogna essere Wittgenstein per accorgersi che, già solo pren­dendo in considerazione la logica linguistica, è sbagliata, va­le a dire che vi si riflettono al massimo i desideri, l’infantile moralità menzognera o sincera e vari complessi soffocati: a parte questo non ha alcun valore enunciativo. Credo, l’ho an­che detto, poi ho solo parlato, parlato in maniera inarresta­bile, ormai logorroica, a tratti soffermandomi su uno sguar­do femminile puntato su di me, che pareva volesse far scatu­rire in me una sorgente, mi venne in mente, nel bel mezzo del­la mia coazione a parlare, di sfuggita e probabilmente in ma­niera erronea, riflettendo al massimo desideri e vari complessi soffocati, dico, mi venne in mente che era lei, la mia futura moglie, ma prima la mia amante, che conobbi solo dopo tale conversazione, quando, stanco, turbato e dimentico di tutto e pronto ad andarmene (“all’inglese”, come si suol dire), el­la attraversò un tappeto verde-blu, come se camminasse sul mare.”

… in una di queste notti incandescenti al buio, mia moglie disse che po­tevamo rispondere a tutte queste domande e risposte, a tutte queste domande e risposte che riguardano le nostre vite, solo con la nostra vita, più precisamente con la vita intera, perché tutte le domande poste e tutte le risposte fornite da ora in poi sarebbero state domande insufficienti e risposte insufficienti, e lei poteva immaginare la completezza nello stesso modo, per­ché, perlomeno per quanto la riguardava, nessun’altra com­pletezza poteva sostituire la completezza unica, integrale, rea­le, quindi voleva un figlio da me, mi disse. Sì, e

“No!” – dissi subito e immediatamente, senza esitazione e, per così dire, istintivamente, perché ormai è del tutto na­turale che i nostri istinti agiscano contro i nostri istinti, che, per così dire, i nostri controistinti agiscano al posto, anzi a mo’ dei nostri istinti; e come se questo

“No! ” non fosse stato un “No! ” abbastanza secco – o poiché forte della mia incon­gruenza – mia moglie si mise a ridere. Lei comprendeva, mi disse più tardi, da quale profondità fosse sgorgato quel mio

“No!”, e cosa dovessi vincere dentro di me perché dive­nisse un sì. Io le risposi che credevo anch’io di aver compre­so quello che pensava, ma il

“No!”

era “No!”, […]

le dissi, tanto basti immaginare una con­versazione disperata e infame, le dissi, immaginiamo, le dis­si, il bambino, il nostro bambino, le tue grida, diciamo, le dissi, il bambino ha sentito qualcosa e strilla, diciamo, “Non voglio essere ebreo! “, visto che è fin troppo immaginabile e motivato che il bambino non voglia essere ebreo, e che la ri­sposta metterebbe a disagio me, diciamo, sì, perché come si può costringere una creatura a essere ebrea, a questo ri­guardo, le dissi, camminerei sempre a testa bassa davanti a lei – a te – perché non potrei darle – darti – niente, né una spiegazione né una fede né un’arma da fuoco, …

“No! ” – non potrei mai essere padre, destino e dio di un altro uomo,

“No! ” – non potrà mai accadere a un altro bambino quel­lo che è accaduto a me nell’infanzia,

“No! ” – urlò, ululò dentro di me qualcosa, è impossibile che questo, l’infanzia, accada a lui – a te – e a me.

E allora nella coppia qualcosa si rompe in modo irrimediabile

E anche ora, disse mia moglie, anche ora dentro di lei tutto diceva che voleva vivere. Le dispiaceva per me, ma le dispiaceva soprattutto perché era così impotente; ma ave­va fatto tutto quello che poteva per salvarmi (e io tacqui, seb­bene mi avesse sconcertato il modo in cui parlava). Già solo per gratitudine, continuò mia moglie, ero stato io a mostrar­le quella strada che proprio io non riuscivo a percorrere con lei, perché le ferite che mi portavo dentro erano più tenaci del mio giudizio, forse avrei potuto anche scacciarle, sem­brava, ma almeno a lei pareva, disse mia moglie, che non aves­si voluto e non volessi scacciarle, e questo ci era costato il no­stro amore, il nostro matrimonio. Disse di nuovo che le di­spiaceva che mi avessero rovinato, disse, e che mi fossi rovi­nato, cosa che all’inizio non aveva visto, anzi, disse mia mo­glie, all’inizio si era meravigliata del fatto che, malgrado mi avessero rovinato, è vero, io non mi fossi rovinato, all’epoca mi vedeva così, ma si sbagliava, disse mia moglie, non sareb­be stato un problema, e non avrebbe generato in lei un sen­timento di delusione, sebbene fosse fuor di dubbio che ne aveva sofferto, disse mia moglie. Ripeté che voleva salvarmi, ma che la sterilità, una qualche forma di sterilità di intenti, di affetto e di amore aveva pian piano estinto l’affetto e l’amore verso di me, lasciando dentro di lei solo un senso di sterilità e di inutilità e di infelicità.

“Poi ci separammo. E se, malgrado tutto, non ricordi gli anni successivi a quello come anni di totale arsura desertica è soltanto dovuto al fatto che, anche in questi anni, come del resto sempre da allora, prima e naturalmente anche durante il periodo del matrimonio, lavoravo, sì, mi ha salvato il lavoro, anche se in realtà mi ha salvato solo per conto della distru­zione. In questi anni non solo sono giunto ad alcuni ricono­scimenti decisivi, ma in questi anni ho riconosciuto che i miei riconoscimenti si intrecciano uno dopo l’altro, nodo a nodo con la mia sorte. In questi anni ho riconosciuto anche la ve­ra natura del mio lavoro che, tutto sommato, non è altro che scavo, lo scavo ulteriore, definitivo, di quella fossa che altri hanno cominciato a scavare per me nelle nuvole, nei venti, nel nulla.”

“In questi anni ho iniziato a scrivere fogliettini sul mio matrimonio. In questi anni si è fatta viva di nuovo mia mo­glie. Una volta, sperando in nuove ricette[9], l’aspettavo nel so­lito caffè, lei teneva per mano due bambini. Una fanciulla da­gli occhi scuri con i pallidi puntini delle lentiggini sparse in­torno al nasino e un ragazzo caparbio, dagli occhi allegri e du­ri come sassi grigio-azzurri. Salutate il signore, disse loro. Una volta per tutte mi ha fatto tornare completamente in me. Ogni tanto, come un furetto malconcio, superstite della grande di­sinfestazione, guizzo furtivamente per la città. Di tanto in tan­to drizzo le orecchie a un suono, a un’immagine, come se il fiuto intermittente dei ricordi assediasse dall’aldilà i miei sen­timenti incalliti e infingardi. In prossimità di qualche casa, al­l’angolo di qualche strada, mi fermo spaurito, con le narici dilatate, scruto tutt’intorno con lo sguardo allarmato, voglio fuggire, ma qualcosa mi tiene prigioniero. Sotto i piedi il ca­nale ribolle, come se la piena inquinata dei miei ricordi vo­lesse emergere dal suo letto nascosto per trascinarmi via. Co­sì sia; mi ci sono preparato. Durante il mio ultimo, grande raccoglimento, ho presentato la mia vita ancora fragile, ca­parbia, l’ho presentata per partire con il fardello di questa vi­ta nelle mani levate in alto, per immergermi nelle acque im­petuose, nere, di un fiume oscuro, Dio mio!

lasciami immergere

per l’eternità,

Amen”


Bibliografia ragionata delle altre opere di Kertész disponibili in traduzione italiana

I Diari

1992 Diario dalla galera (1961-1991). Ed. it. Bompiani, Milano 2009

A partire dal 1961 per tutto il periodo del governo comunista ungherese. I temi sono quelli dell’arte e del come rappresentare Auschwitz, i temi della libertà e del conformismo sotto una nuova forma di totalitarismo.

“1* maggio 1965. Essere senza destino – come titolo possibile, ma senz’altro come sottotitolo. Cosa intendo per destino? In ogni caso la possibilità della tragedia. La determinazione esterna, le stigmate costringono la nostra vita in una situazione condizionata dal totalitarismo, in un’assurdità, fa fallire questa possibilità: se quindi noi viviamo come realtà la determinatezza che ci viene imposta, invece che la necessità derivante dalla nostra libertà relativa, questo io lo chiamo assenza di destino. […]

1966 Non gli ebrei, bensì l’uomo, che occasionalmente è ebreo: “l’ebreo” come situazione nel totalitarismo […]

Settembre 1982. È un paradosso che, nonostante tutto, l’uomo ricerchi la felicità: in questo si cela la sua infelicità. Questo è l’errore, giacché solo nella sofferenza c’è qualcosa di simile alla vita. E – anche se in un primo momento sembra una contraddizione – soltanto nella sofferenza vi è consolazione. […]

Febbraio 1990. Gli uomini vivono la liberazione dalla tirannia come un crollo. Cosa succederebbe se li gettassero nella libertà!”

2003 Lo spettatore. Annotazioni 1991 – 2001. Ed it. Bompiani, Milano 2018

Dopo il crollo del muro le delusioni per un paese, l’Ungheria, che non sa far buon uso della libertà ma si rifugia nel nazionalismo.

“Sono un europeo che custodisce l’unica forma di esistenza universale, l’unica coscienza universale, che vive l’unica forma di vita senza patria – e fuori di patria –, ovvero sono ebreo, eclettico, esistenzialista, credente irreligioso, errabondo esiliato.”

«…adesso ho almeno una prova del fatto che il contenuto più importante della mia vita è stato, in fondo, la libertà, che gli atti più importanti – le mie opere – sono stati atti di libertà.»
«È arrivato il rapporto del cosiddetto ufficio storico – tre mesi fa sono andato a chiedere, nell’ufficio che gestisce e archivia queste denunce, che mi consegnassero i documenti a me intestati, tutto quello che potrebbe essere stato scritto su di me tra il 1950 e il 1989. Ed ecco la risposta: “Lei non figura nei documenti d’archivio attualmente a nostra disposizione.” Dunque non hanno aperto alcun fascicolo su di me, nessuno mi ha denunciato. Ho preso un abbaglio! Ho vissuto la mia vita così, totalmente ignorato.»

…Il nazionalismo non è però che la forma effimera dell’odio e della distruzione universali. In verità si dovrebbero svelare i motivi profondi dell’odio e della distruzione universali, si dovrebbe indagare perché il mondo si odii così tanto, e per quale motivo si diriga con tanta foga verso la distruzione. In relazione alle culture sinora esistite possiamo notare due svolte: l’uomo ha perduto la fede, non solo nella vita ultraterrena, ma anche in quella terrena; la sua vita non ha un fine morale individuale (amore e redenzione) né ha più un orizzonte comunitario, creativo (forme di esistenza più alte, eccelse, più spirituali e creatrici) al quale desideri tendere. La seconda svolta – che del resto discende dalla prima – è che il modo di rapportarsi dell’uomo verso l’altro uomo è diventato un rapporto ostile, quello dell’omicida nei confronti della vittima, dell’omicida nei confronti dell’omicida, della vittima nei confronti dell’omicida.»

2010 L’ultimo rifugio. Romanzo di un diario (2001 – 2009), ed. it. Bompiani, Milano 2019

Il periodo della vita in Germania, in “esilio volontario” da una Ungheria con cui fatica a riconoscersi; in questi anni l’arrivo dei riconoscimenti per la sua opera sino al Premio Nobel per la letteratura. Già precedentemente aveva scritto: «Propriamente non ho ricevuto in nessun luogo tanto affetto, quanto me ne ha dato quella Germania, dove vollero uccidermi.»  Ma il nostro passato ci accompagna e oramai la vecchiaia avanza con tutti i suoi segni del declino. Aperti comunque all’inaspettato.

“Ci portiamo la nostra vita ovunque. Governare la barca verso la fine. Misurare l’importanza di ogni cosa rispetto alla morte.”

«Ogni relazione umana è un’illusione. La famiglia: questioni di eredità, patrimonio. L’amicizia: parole calde, impotenza, inerzia. Talvolta una gioia per la disgrazia altrui. L’amore: vola via senza lasciare tracce da un momento all’altro. E qualcosa comunque esiste, nonostante tutto talvolta fiorisce un’azione. Ma sempre in modo inatteso e, nella maggior parte dei casi, non là dove la si aspetta, non da parte di colui nel quale abbiamo riposto tutta la nostra fiducia».

Altre opere

1993 Verbale di polizia. Ed. it. Casagrande, Bellinzona CH 2007

Scritto a quattro mani con lo scrittore (e matematico) ungherese Péter Esterházy. Un semplice controllo sul treno fra Budapest e Vienna quando oramai la cortina di ferro si è dissolta fa capire all’autore (e personaggio) che il passato fa enorme fatica a passare.


1997 Storia poliziesca. Ed. it. Feltrinelli, Milano 2007

«Alla fine decisi che non avrei omesso le azioni “rivoltanti”, avrei, invece, spostato l’ambientazione in un immaginario paese sud-americano. Questo lavoro rappresentò per me una sfida insolita […] non avevo mai scritto un romanzo che non fosse nato da una diretta e incalzante necessità esistenziale».

Il Protagonista/narratore è agente dei servizi segreti, condannato a morte per i suoi trascorsi di torturatore sotto la dittatura che lascia un memoriale sui suoi trascorsi e sul percorso di iniziazione sotto la guida dei suoi superiori. L’orrore ha una sua logica e non è prerogativa solo di Auschwitz.

1997 Io, un altro. Cronaca di una metamorfosi. Ed. it. Bompiani, Milano 2012

Il mondo cambia (dopo la fine dell’Unione Sovietica) e questo, volente o nolente, fa cambiare l’autore che su questo suo cambiamento racconta e riflette. Mal digerisce il riemergere del nazionalismo e non accetta di esser strumentalizzato e ridotto quale testimonial dell’orrore dell’antisemitismo. Esce sempre più spesso dal proprio paese e la sua identità da un lato si arricchisce e all’altro sembra divenire meno comprensibile.

Un giorno, capiremo quello che stiamo pensando?” (Jung).

Un giorno capirò la mia vita? Riuscirò a capirla? Tutto indica il contrario: l’io estraneo radicato in me, il moralista che approva se stesso, il menzognero inventore di favole. Hannah Arendt afferma che ogni scritto origina da un solo impulso: comprendere qualche cosa. Ma lascia che la nebulosità offuschi la parola “comprendere”. […]

Forse noi realizziamo uno scopo e, anche se nel pieno delle nostre attività quotidiane, non teniamo in grande considerazione questa impresa; senza neppure accorgercene portiamo a compimento il fine della nostra vita – di quella vita che noi invece reputiamo senza scopo,”

1998 Il vessillo britannico (tre racconti). Ed. it. Bompiani, Milano 2004

Il primo racconto del 1991 che dà il titolo al volume, ripercorre gli anni del dopoguerra, il suo poco tollerato lavoro di giornalista, la convivenza con la futura moglie “conosciuta quando era appena uscita da un campo di lavoro dove l’avevano trattenuta per un anno dove l’avevano trattenuta con la solita motivazione: vale a dire senza alcuna motivazione”, la ricerca di un alloggio sino agli eventi della rivoluzione ungherese del 1956. Durante quegli assembramenti di popolo nelle strade della capitale, l’episodio che Imre ricorda ai suoi più giovani amici:

“In modo inaspetta­to, una macchina tipo jeep fece la sua comparsa; aveva il cofano completamente coperto dai colori inglesi – azzur­ro, bianco, rosso -, insomma… da un grande vessillo bri­tannico. Sgusciava a velocità folle tra le nereggianti ali del­la moltitudine raccolta sui due marciapiedi quando, prima sporadico, poi sempre più fitto, risuonò l’applauso della gente – un segno di aperta simpatia. Ormai soltanto da dietro vidi la macchina che era sfrecciata sotto il mio na­so: ed ecco che, nell’istante in cui l’applauso parve conso­lidarsi, diventare quasi voluminoso, dal finestrino di sini­stra si sporse titubante – all’inizio quasi riluttante – una mano. […] Era un cenno forse d’amicizia, forse di saluto, forse un piccolo gesto di compassione: in ogni caso, conteneva una decisa approvazione,”

Il secondo racconto, “Il cercatore di tracce” è una sorta di giallo in parte onirico in parte metafisico dove il protagonista “l’ospite” ovvero “l’inviato” che alla fine sappiamo esser “straniero” è indagatore e forse indagato. Cerca una fabbrica (quella del lager di Zeit?) e incrocia delle donne misteriose, la moglie, una velata di nero che lo perseguita e una che appare in mezzo alla folla.

“Era bella, sì, eppure c’era qualcosa di lacerato in quella donna. Nel suo splendore compariva qualche segno di di­sperazione per lo sforzo sostenuto; nella sua sicurezza di sé, qualcosa della sonnambula; nella sua bellezza, qualco­sa di trasandato, qualche tratto che era sul punto di diven­tare repellente, che minacciava in ogni istante di scatenar­si e di impadronirsi di quel volto con improvvise contra­zioni.

Chi era dunque quella donna? Una strega? Uno spirito distruttore? Dove aveva già visto quel volto?”

Il terzo racconto, “Verbale” del 1991 anticipa il racconto “Verbale di polizia” del 1993. È in realtà un “contro-verbale” in cui Kertész ricostruisce la vicenda del suo fermo alla frontiera quando stava per recarsi a Vienna. Una situazione che gli richiama Kafka: “La condanna non viene tutta insieme, il processo stesso diventa pian piano la condanna.”

2003 Liquidazione. Ed. it. Feltrinelli, Milano 2005

Storia del suicidio di uno scrittore, indicato semplicemente da una B puntata, nato in campo di concentramento, e della indagine di Keserü, suo amico ed editore che vuole capire i motivi del suicidio e reperire l’ultimo romanzo a cui B. stava lavorando.

“Prima di lasciare l’appartamento lessi ancora una volta il messaggio di addio di B.: «SCUSATEMI! BUONA NOTTE!». Era il messaggio di addio più breve della letteratura universale e – pensai – nel suo genere era un capolavoro.”

B. aveva lasciato anche una lettera alla (ex) moglie e la richiesta di bruciare tutto: la lettera e l’ultimo manoscritto.

È finito il nostro mondo, il nostro – ora lo vedo chiaramente – servile mondo-prigione, che abbiamo tan­to odiato. Eppure è stato quest’odio a mantenerci in vita, ades­so lo so. Il dispetto, l’ostinazione che ci fa sopravvivere. – E l’amore? – potresti chiedermi. Mi sembra di sentire la tua voce. – L’amore non conta?

Non lo so, Sara. Tu ci hai provato in ogni modo. Mi dispiace. Devo sparire, andare via per sempre di qui, insieme con tut­to quello che – come posso dire? – porto dentro di me, co­me la peste. Porto dentro di me delle forze capaci di un’in­credibile distruzione, con il mio ressentiment si potrebbe distruggere il mondo intero, e ne parlo in maniera elegan­te, per non dire cose da far vomitare.

2003 Il secolo infelice (raccolta di saggi). Ed. it. Bompiani, Milano 2012

Raccolta di scritti a carattere saggistico realizzati fra il 1990 e il 2002 sui temi ricorrenti nelle sue opere letterarie: l’Olocausto, la Libertà, il totalitarismo, il ruolo dell’arte, l’Europa, l’essere ebreo e l’antisemitismo …

“Non considero “saggi” nel senso tradizionale del ter­mine gli scritti che seguono; parlerei piuttosto di “approssimazioni”, anche se naturalmente questo genere letterario non esiste. Da una parte vorrei sottolineare il fatto che nessuno di questi lavori esaurisce il pro­prio soggetto, ma riesce al massimo ad approssimarsi a esso; dall’altra vorrei evidenziare che essi affrontano, sebbene da un altro punto di vista, lo stesso argomento delle mie opere narrative: l’inavvicinabile.”

Chiude il volume “Eureka!”, il discorso pronunciato in occasione del conferimento del Premio Nobel 2002 per la letteratura[10].

“Si dice di me, a volte per elogiarmi, a volte per cri­ticarmi, che io sia lo scrittore di un unico argomento, l’Olocausto. Non ho niente in contrario e – salvo alcu­ne riserve – perché non dovrei accettare il posto a me assegnato sulle mensole delle biblioteche? In fondo, quale autore non è lo scrittore dell’Olocausto? Inten­do dire che non c’è bisogno di scegliere l’Olocausto come tema principale per notare quella voce rotta che da decenni regna sull’arte moderna d’Europa. Dirò di più: non conosco un’arte autentica e di valore nella quale non si percepisca questa rottura, come se dopo una notte di incubi, l’uomo non si guardasse distrutto e perso intorno al mondo. Io non ho mai considerato il complesso di problemi chiamato Olocausto come un conflitto inabrogabile tra tedeschi ed ebrei; non ho mai creduto che questo fosse il più giovane capitolo nella storia delle sofferenze degli ebrei. Non l’ho mai visto come un singolare deragliamento della storia, come un pogrom più imponente di quelli precedenti, come una premessa della creazione dello stato ebrai­co. Nell’Olocausto io ho riconosciuto la condizione umana, il capolinea della grande avventura dove è giunto l’uomo europeo dopo duemila anni di etica e di cultura morale.

Adesso dobbiamo riflettere soltanto su come prose­guire da qui.”



[1] “Il fiore di una bambina” del 2008, ripubblicato in Un popolo come gli altri, Donzelli, Roma 2019, p. 135.

[2] Questa citazione e le seguenti sono riprese da un articolo pubblicato originariamente sul quotidiano ungherese Magyar Nemzet il 10 novembre 2001 a cura  di Zoltán Hafner, direttore dell’Istituto Imre Kertész di Budapest. La traduzione è di Andrea Rény ed è visionabile online > qui <.

[3] Io, un altro. Cronaca di una metamorfosi, Bompiani, Milano 2012, p. 67-68.

[4] Da AmargiPress del 12.11-2020: “Zona Disagio. L’Ungheria riscrive (ancora) un pezzo di storia”.

[5] Dalla intervista, come le successive al regista e a Ennio Morricone, rilasciata dopo la presentazione del film a Cannes e riportata negli extra del DVD:

[6] Ed. italiana: Fiasco, Feltrinelli, Milano 2001. Sul rapporto con l’opera precedente è consultabile online l’intervista all’autore sul Corriere della Sera curata da Giorgio Pressburger in occasione dell’edizione italiana: > qui <.

[7] Ed. italiana, Feltrinelli, Milano 2006

[8] Cfr. la messa in scena a cura di e con Ruggero Cara.

[9] Le ricette di antidepressivi che la moglie, medico, continuava prescrivergli anche dopo la separazione.

[10] Il discorso era stato pronunciato in Ungherese. Online sono disponibili le versioni in Inglese e Francese: > qui < e > qui <.

L’accusa di antisemitismo

Lo storico Tony Judt, ebreo britannico docente universitario a Cambridge e dagli anni Novanta presso Università statunitensi, esperto in politica internazionale, conosceva Israele non solo in qualità di studioso ma soprattutto per aver vissuto per un anno in un kibbutz e collaborato come volontario civile con l’esercito israeliano durante la Guerra dei sei giorni, allontanandosi successivamente dalle posizioni sioniste.  Nel maggio 2006 su un numero speciale del quotidiano liberale israeliano Haaretz, dedicato al cinquantottesimo anniversario della nascita del paese, pubblica su invito della redazione, un saggio dal titolo Il paese che non voleva crescere[1] in cui esprime le sue preoccupazioni per un paese che non può illudersi di contare a tempo indeterminato dell’appoggio incondizionato degli Stati Uniti ignorando il contesto internazionale.

In particolare si sofferma sull’accusa di antisemitismo rivolta contro chiunque critichi una qualsiasi azione del governo israeliano, non solo perché obsoleta dopo la fine fella guerra fredda, ma soprattutto perché essa stessa “fonte di sentimenti antisemiti”. Affermare che la critica di soprusi, negazione di diritti, violazione delle norme internazionali “è antisemita” comporta implicitamente l’equiparazione dell’ebraismo con tali comportamenti.

Oggi, di fronte alla tremenda guerra di Gaza con migliaia di vittime civili dovrebbero leggere con attenzione le osservazioni di Judt coloro che accusano di antisemitismo chiunque critichi Netanyahu, proponga il cessate il fuoco, sostenga la necessità della nascita a fianco di Israele di uno Stato Palestinese. A meno che tali accuse non siano tanto dettate dalla preoccupazione di una ulteriore diffusione dell’antisemitismo – che non ha certo bisogno di esser alimentato – ma dalla cieca sudditanza e piaggeria alla politica statunitense. Non capendo, come già osservava Judt, che – al di là dell’attuale politica incomprensibile di Biden – il sostegno incondizionato degli Usa alla politica di Israele non potrà durare a lungo sia per la crescente avversione interna (tra cui quella di molti ebrei statunitensi) che, soprattutto, per gli oggettivi interessi geopolitici statunitensi in un mondo in cui gli equilibri stanno rapidamente cambiando.

L’Olocausto non può essere strumen­talizzato ancora per giustificare le azioni israeliane. Grazie al pas­sare del tempo, molti Stati dell’Europa occidentale sono riusciti ad affrontare il ruolo svolto nella Shoah, cosa che non era possi­bile affermare un quarto di secolo fa. Dal punto di vista israelia­no, questo ha avuto conseguenze paradossali: fino alla fine della Guerra Fredda, i governi israeliani potevano ancora approfittare della colpa dei tedeschi e degli altri europei, sfruttando la loro in­capacità di riconoscere completamente quel che gli ebrei avevano subito sul loro territorio. Oggi che la storia della Seconda guerra mondiale si sta spostando dalle discussioni pubbliche alle aule scolastiche, e da queste nei libri di storia, un numero sempre mag­giore di elettori europei e non solo (soprattutto giovani) sempli­cemente non capisce come possano essere invocati gli orrori del­l’ultima guerra europea per permettere o perdonare un compor­tamento inaccettabile in un altro tempo e luogo. Agli occhi del mondo, il fatto che la bisnonna di un soldato israeliano sia morta a Treblinka non può giustificare le sue violenze verso una palesti­nese in attesa di passare un postazione di controllo. «Ricordate Auschwitz» non è una risposta accettabile.

In breve: agli occhi del mondo, Israele è uno Stato normale, che si comporta però in maniera anormale. Decide del proprio de­stino, ma le vittime sono altre. È forte (molto forte), ma la sua con­dotta rende gli altri vulnerabili. Dunque, privi di qualunque altra giustificazione per le loro azioni, Israele e i suoi sostenitori ricor­rono sempre più spesso all’affermazione più vecchia di tutte: Israele è uno stato ebreo, e per questo viene criticato. L’accusa che chi critica Israele è implicitamente antisemita, in Israele e negli Stati Uniti viene considerata un asso nella manica. Se negli ultimi anni è stata utilizzata con più frequenza e aggressività, è perché è l’unica carta rimasta.

L’abitudine di tacciare di antisemitismo qualunque critica stra­niera è profondamente radicata nell’istinto politico israeliano: Ariel Sharon se ne servì con eccesso caratteristico, ma fu solo l’ul­timo di una lunga serie di leader israeliani che la sfruttarono. Da­vid Ben Gurion e Golda Meir non furono da meno. Al di fuori di Israele, però, gli ebrei pagano a caro prezzo questa tattica. Non solo inibisce le loro critiche a Israele per paura di apparire in cat­tiva compagnia, ma spinge chiunque altro a guardare gli ebrei di tutto il mondo come collaboratori de facto dei misfatti israeliani. Quando Israele infrange la legge internazionale nei territori oc­cupati, quando umilia pubblicamente le popolazioni sottomesse a cui ha confiscato le terre – e replica ai suoi critici urlando ad alta voce accuse di «antisemitismo» – in realtà sta dicendo che queste azioni non sono israeliane, ma ebree; l’occupazione non è israelia­na, è un’occupazione ebrea; e se questo non vi va giù è perché non vi piacciono gli ebrei.

In molte parti del mondo, c’è il pericolo che questa diventi un’affermazione vera: il comportamento sconsiderato di Israele e l’ostinazione a identificare tutte le critiche come antisemite è ora la principale fonte di sentimenti antisemiti nell’Europa occiden­tale e in buona parte dell’Asia. Ma il corollario tradizionale – se i sentimenti antisemiti sono vincolati a un’avversione per Israele, allora gli uomini onesti dovrebbero correre in sua difesa – non è più valido. Al contrario, l’ironia è che il sogno sionista si è realiz­zato: oggi, decine di milioni di persone nel mondo considerano Israele lo Stato di tutti gli ebrei. E, dunque, com’è logico, molti osservatori pensano che un modo per arginare la crescente onda­ta di antisemitismo nei sobborghi di Parigi o per le strade di Gia­carta sarebbe che Israele restituisse i territori ai palestinesi.

Se i leader israeliani hanno potuto ignorare questi sviluppi, è in gran parte perché fino a ora hanno contato sull’appoggio in­condizionato degli Stati Uniti – l’unico paese al mondo in cui per numerosi ebrei, tanto nelle dichiarazioni pubbliche dei politici importanti quanto sui mezzi di informazione, l’antisionismo è sinonimo di antisemitismo. Ma questa fiducia che dà per scontata l’approvazione incondizionata statunitense – e l’appoggio mora­le, militare ed economico che ne consegue – potrebbe rivelarsi la rovina di Israele.

Tony Judt

Postilla

Quanto sopra non significa negare l’esistenza di posizioni antisemite tra alcuni veri o presunti sostenitori della causa palestinese, come d’altro canto certamente antisemita è Hamas, l’ala militare in specie, nei fatti, nelle sue dichiarazioni e nei suoi statuti.

Diverso e controverso è il discorso sullo slogan “Dal fiume al mare, Palestina libera sarà” (From the river to the sea, Palestine will be free) che ha una lunga storia non univoca ben analizzata in una attenta e documentata ricostruzione pubblicata dalla testata online il Post nel novembre 2023 a cui rimando.

Anche interpretandola nel suo significato letterale, il suo utilizzo nelle manifestazioni o nelle occupazioni di Università a me pare soprattutto frutto di ingenuità e mancanza di consapevolezza di quanto possa essere controproducente per chi sostiene la causa palestinese. Infatti essa pare simmetrica alla politica sostenuta da Netanyahu che si è sempre opposto alla prospettiva dei due stati. Se in quell’area c’è lo spazio per un solo Stato non è difficile immaginare che quello Stato – per ragioni storiche, rapporti internazionali ed evidenti rapporti di forza – non potrà esser la Palestina.

Per quanto difficile – e qui si potrebbe aprire una parentesi sulle gravi responsabilità sia dell’Europa che degli Stati arabi confinanti – la soluzione dei due Stati è l’unica che può riportare la pace in quel territorio, garantire la sicurezza di Israele e dare risposta alle legittime aspirazioni della popolazione palestinese. Certo non basta dichiararla a voce tale prospettiva, necessitano azioni effettive ed energiche da parte della comunità internazionale. L’Europa, se volesse, potrebbe scegliere di farlo.


[1] Il saggio è stato pubblicato in Italia nel volume di Tony Judt L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del ‘900, Laterza, Roma-Bari 2008, p.276-285 ed è consultabile > qui <.

Una parola: Diplomazia

È in distribuzione – con un certo ritardo – da parte di Poste Italiane il n.1/2024 di Nuova Resistenza Unita. Ho ripreso da questo numero a pubblicare una rubrica, iniziata qualche anno fa, di sintetico approfondimento e riflessione su parole che spesso ci accompagnano. Di seguito quella presente sul numero in arrivo.

Le parole sono azioni
(Ludwig Wittgenstein)

Diplomazia

Ci sono parole che nascono, altre che declinano per poi scomparire, altre infine che emigrano. Diplomazia sembra appunto parola sempre più interdetta nell’orizzonte culturale e politico del nostro mondo, o tuttalpiù destinata ad emigrare verso l’oriente petrolifero. Sintomo del declino europeo. Eppure è una parola recente nata in Francia nel XIX secolo (diplomatie) ovviamente derivante da diploma (fr. diplôme) cui si è aggiunto il suffisso  [-zia] che spesso indica un atteggiamento e un comportamento.

Più che al significato moderno (e spesso scolastico) di diploma quale attestato da parte di un’autorità o a quello latino (diploma –ătis) che indicava la certificazione della cittadinanza romana o il lasciapassare per incaricati di missioni e ambascerie, diplomazia trae il suo significato più profondo dall’origine greca (δίπλωμα) tavoletta o foglio piegato in due a sua volta derivante dal verbo διπλόω che significa raddoppiare.

Ci può essere diplomazia, a qualsiasi livello, solo se c’è un doppio riconoscimento, un vicendevole riconoscersi e confrontarsi “faccia a faccia” mettendo sul tavolo le reciproche esigenze e richieste; in assenza di ciò non è possibile alcuna mediazione né compromesso e tantomeno soluzione di un conflitto.

L’atteggiamento opposto alla diplomazia, ed oggi ahimè prevalente, è quello dualistico o manicheo, del Bene (assoluto) contro un Male altrettanto assoluto, o se vogliamo politicamente attualizzare della Democrazia contro la Dittatura. La dialettica del dualismo (sia religioso, che culturale o politico) è nota; non solo perché invece del reciproco (faticoso) riconoscimento ci si avvia ad un altrettanto reciproco accusatorio disconoscimento (tu dittatore VS tu imperialista, ecc.) ma soprattutto perché, siccome contro il male assoluto ogni mezzo è lecito, io Bene divento l’altra simmetrica faccia del Male che combatto. L’inquisitore contro stregoneria e diaboliche eresie utilizza gli strumenti più diabolici, per eliminare i massacratori si massacra, contro il terrorismo si utilizza il terrore e così via.

In un conflitto di questo tipo l’unica uscita prospettata è la eliminazione dell’avversario. Ma in un mondo interdipendente come quello attuale lo sviluppo possibile è solo l’allargamento del conflitto e l’esito finale la reciproca e totale distruzione.

Il Dottor Stranamore è ben vivo e vegeto. A tutti noi il lucido e consapevole dovere di fermare la sua follia.

Baumgartner, l’addio di Paul Auster

“La vita è pericolosa, Marion, e può succederci di tutto in qualsiasi momento. Lo sa lei, lo so io, lo sanno tutti – e se non lo sanno, be’, si vede che non sono stati attenti, e se non si sta attenti, non si è vivi sino in fondo”[1].

L’ultima opera di Paul Auster è esplicitamente un romanzo di commiato. Non è autobiografico ma il protagonista è un chiaro alter ego con cui l’autore si identifica: lo scrittore e docente in pensione Seymour  Baumgartner che, dopo aver pubblicato “il suo piccolo libro su Kierkegaard”, riflette sulla permanenza delle assenze (soprattutto della moglie Anna scomparsa dieci anni prima) e vorrebbe scrivere un saggio sulla “sindrome dell’arto scomparso”, la percezione persistente e spesso dolorosa  di un arto perso traumaticamente; naturalmente “il suo interesse risiede, più che negli aspetti biologici e/o neurologici della sindrome, nella sua capacità di prestarsi a metafora della sofferenza e della perdita”.

E il romanzo ruota, oltre che sulla sua crisi e crescente fatica di scrittore, sulla volontà di dar memoria alla moglie, non tanto alla principale attività di traduttrice, ma alle sue opere in maggior parte non pubblicate (racconti, poesie) che riemergono dai cassetti di uno schedario posto in un angolo dello studio di Anna.

C’è un passo, all’inizio del quarto capitolo, dove Auster sembra volerci lasciare il suo consapevole congedo. Lo riporto per intero.

“Un anno e un mese dopo, Baumgartner è seduto alla stes­sa scrivania nella stessa stanza e si sta chiedendo se tenere la frase che ha appena scritto o cancellarla e ricominciare. La cancella, ma prima di ricominciare si alza dalla sedia, va alla finestra e guarda giù in giardino. È uno splendido pomeriggio assolato di metà settembre, uno di quei giorni sfacciati e prepotenti che piombano in casa, ti afferrano per la collottola e ti sbattono fuori, e cosi anziché torna­re alla scrivania a lottare per la terza o quarta volta con la frase, Baumgartner cede al richiamo del bel tempo e la­scia la stanza per andare in giardino, dove si accomoda su una sdraio a metà strada tra il patio e il corniolo. Si pal­pa il taschino sinistro della camicia e scopre che è vuoto. Niente occhiali da sole. Li avrà lasciati in camera da letto ieri, ma anche se oggi pomeriggio la luce è particolarmen­te smagliante, non ha nessuna voglia di ritrascinarsi in ca­sa a cercarli. In una giornata come questa, si dice, meglio lasciare che il sole illumini il mondo, e goderselo tutto a occhi nudi, senza protezioni.

Guarda in alto, aguzza la vista al passaggio di un uccello nel cielo. Che nuvole bianche, si dice. Che nuvole candide appiccicate a tutto quell’azzurro, un cielo cosi azzurro non vedeva da anni. Incredibile, pensa. La terra va a fuoco, il mondo è in fiamme, eppure per adesso ancora esistono giornate come questa, e quindi tanto vale approfittarne. Chissà, magari è l’ultima bella giornata che vedrà – o l’ul­tima giornata in assoluto, se è per quello, no? Certo non si aspetta di morire all’improvviso prima che gli uccelli si sveglino domattina, ma i fatti sono fatti, e i numeri non mentono. Ha settantuno anni, e un altro compleanno si profila all’orizzonte fra appena sei settimane, e una volta che uno entra nella zona dei rendimenti decrescenti, può succedere di tutto.[2]

E la narrazione terminerà in modo formalmente aperto, ma con un finale facilmente immaginabile per il lettore:

“E così, con il vento in faccia e il sangue che ancora gli sgocciola dalla fronte, il nostro eroe parte in cerca di aiuto, e quando arriva alla prima casa e bussa alla porta, si apre il capitolo finale della saga di S. T. Baumgartner.[3]


[1] Baumgartner, Einaudi, Torino 2023, p. 25. Di alcune opere di Auster avevo scritto su questo blog poco più di cinque anni fa: Leggendo LEVIATANO di Paul Auster.

[2] P. 82-83.

[3] P. 153.

Nuova Resistenza Unita n. 1/2024

È in corso di stampa il primo numero del 2024 di Nuova Resistenza Unita dedicato in buona parte al ricordo di Lidia Menapace.

Indice dei contributi

Marco Travaglini, Editoriale

Marco Travaglini, Lidia Menapace, partigiana dalla parte delle donne

Giancarlo Martini, Un’amicizia, un affetto, una libertà: Lidia Menapace e Don Giacomini

Monica Lanfranco, Maestra di vita, politica e sorriso

Giuliana Sgrena, Lidia

Gianmaria Ottolini, Una parola: Diplomazia

Angelo Vecchi, In ricordo di Bartolomeo Creola caduto a Megolo

Marco Travaglini, La ribellione operaia contro il fascismo negli scioperi del marzo 1944 a Torino

Pier Antonio Ragozza, Cominciò così, a Niksic il 9 settembre 1943

Marco Nifantani, “Lo decide il Cervandone” di Antonio Biganzoli

Bruno Fornara, “Il federale” di Luciano Salce

Giorgio Danini, In ricordo di Simona Sartori

Redazione, Comitato Tecnico Scientifico

— — ——

È possibile richiederne copia direttamente presso la Casa della Resistenza di Fondotoce o, ancor meglio, abbonandosi.

Storia dell’Utopia. Un percorso didattico (1982/83)

Come ricordavo in un precedente post

“la scuola difficilmente riesce a mantenere memoria delle sue attività e percorsi didattici, cui si aggiunge la scarsa cura dei suoi archivi. … In solaio ho un certo numero di questi materiali realizzati nelle classi dell’Indirizzo Scienze Umane e Sociali dell’Istituto Cobianchi nelle quali ho insegnato, per cui non penso sia inutile digitalizzare e postare alcuni di quelli che mi sembrano più significativi. Con l’avvertenza che vanno letti collocandoli non solo nel contesto didattico di quei corsi sperimentali ma anche in quello culturale e delle conoscenze dell’epoca.

Il materiale che riporto è stato realizzato nella classe 5^ di Scienze Umane e Sociali (1982/83)[1] e, per quel che mi riguarda, ha rappresentato la prima esperienza di un approfondimento monografico articolato in un percorso introduttivo dell’insegnante, in successivi lavori di gruppo e in approfondimenti individuali[2]. Materialmente il lavoro presentato all’esame era composto di tre fascicoli: il primo (Note critiche) contenente le lezioni dell’insegnante e le relazioni dei lavori di gruppo, gli altri due (Schede analitiche) contenenti 58 schede di lettura realizzate individualmente dagli allievi sulla base di una griglia predisposta.

Storia dell’Utopia. Note critiche

INDICE

I – L’UTOPIA COME GENERE E COME METODO

1» Nascita e significati del termine                              pag.               1

  • Il genere letterario                                                 ”                   2
  • Tipologia                                                               ”                    3
  • Utopia mitica                                                       ”                   3
  • Utopia mistico-profetica o escatologica                ”                   4
  • Utopia assoluta                                                      ”                    5
  • Utopia classica                                                       ”                     7
  • Utopia etnografica e naturalistica                          “                    9
  • Utopia libertina                                                      ”                    10
  • Utopia spaziale                                                       ”                   11
  • Utopia metafisica                                                   ”                   11
  • Fanta-utopia o utopia temporale                           ”                   12
  • Programma utopico                                               ”                   14
  • Ucronia                                                                    ”                   15
  • Utopia negativa                                                       ”                   16

4. La mentalità utopica                                                                     18

5. Utopico e utopistico                                                 ”                  19

6. Lo Spirito dell’utopia                                                 ”                  20

BIBLIOGRAFIA                                                              ”                   22

II – LE ARTICOLAZIONI TEMATICHE

1 Generi letterari e utopia                                         ”                   24

  1. Generi letterari                                                   ”                  24
  2. Fantasy                                                                     ”                   25
  3. Fantascienza                                                          ”                   27

BIBLIOGRAFIA                                                                ”                   29

2. Utopia e psicanalisi                                                  ”                     30

  1. Il simbolismo dell’utopia                                      ”                     30
  2. Eros e utopia in Marcuse                                    ”                       33

BIBLIOGRAFIA                                                              ”                      36

  3. Prigioniera in utopia                                       ”                      37

  1. Donne e utopia                                                   ”                    37
  2. Mentalità utopica all’interno del femminismo    ”                  41

BIBLIOGRAFIA                                                             ”                      42

4. Educazione ed utopia                               ”       43

a)    Il pensiero utopistico                              ”       43

b) Utopia e pedagogia: caratteri generali e sviluppo storico      44

c) La pedagogia “collettivistica” di Makarenco      ”      48

BIBLIOGRAFIA                                                         ”      52

  • Utopia, violenza e totalitarismo                     ”       53
  • La posizione di Popper                                  ”       53
  • La posizione di Baczko                                        ”       54
  • Il totalitarismo sovietico    nell’analisi di Baczko  ”            58

BIBLIOGPAFIA                                              ”            58

L’UTOPIA COME GENERE e COME METODO

Aspetti generali

(Note introduttive dell’insegnante)

  1. Nascita e significato del termine

“Libretto veramente aureo e non meno utile che piacevole sullot­tima forma di Stato e sulla nuova isola di Utopia composto da Tho­mas More, personaggio insigne per fama e sapere, cittadino e sce­riffo della nobile città di Londra”.

È con questa opera, editata Lovanio nel 1516, che compare per la prima volta il termine UTOPIA. La parola deriva dal greco “0U TOPOS” e significa, letteralmente, “non-luogo”, nessun luogo, cioè luogo inesistente ed immaginario. Ma, già negli anni immediatamente successivi, si sviluppò una con­tesa di tipo filologico; infatti alcuni umanisti, vicini al More, ritennero che l“U” iniziale non fosse la contrazione della nega­zione “0U” che solitamente si premette alle forme verbali e non ai sostantivi (la forma corretta sarebbe “A-TOPIA”), ma la contra­zione di “EU” (felice): perciò utopia come “luogo felice”. Nell’edizione di Basilea del 1518 questa duplicità di significato è sottolineata con l’aggiunta ai materiali introduttivi, probabil­mente per opera di Pietro Gilles, di:

Sei versi sull’isola di Utopia
Del Poeta Laureato Anemolio,
Nipote di Itlodeo per parte di sorella

Utopia di Thomas More. ed 1518

“Gli antichi mi chiamarono Utopia per il mio isolamento; adesso sono emula della repubblica di Platone, e forse la supero (infatti ciò che quella a parole ha tratteggiato, io sola lo attuo con le persone, i beni, le ottime leggi), sicché a buon diritto merito di essere chiamata EUTOPIA”.

Al di là della disputa etimologica, che comunque ci fa intravede­re due campi semantici possibili (e probabilmente complementari), il procedimento dell’Utopia consiste nel rappresentare (in genere con ampia e “realistica” ricchezza di particolari) uno stato di co­se fittizio (in genere un’unità socio-politica.: Stato, Città, ecc.) come realizzato in modo concreto:

  1. come strumento di analisi critica nei confronti della realtà sociale e politica esistente;
  2. per prospettare un ordinamento socio-politico giusto e ra­zionale.

Talora questo ordinamento descritto viene interpretato come progetto astratto di difficile o impossibile realizzazione: il “nessun luogo” appunto inteso come rappresentazione puramente fanta­stica. II termine utopia e l’aggettivo utopistico assumono così, particolarmente nel linguaggio comune, una connotazione prevalen­temente negativa.

Ad esempio un certo Sir Thomas Smith, nel 1625, definiva in questo modo l’Utopia: “vana immaginazione, fantasia di filosofi per occupare il loro tempo ed esercitare il loro ingegno“. È proprio la violenza ricorrente di questi attacchi all’utopia (testimoni fra l’altro del suo continuo riemergere in forme nuove), che ci spinge sulla strada della ricerca, dell’analisi e dell’interpretazione delle caratteristiche di una forma di pensiero che non costituisce solo un genere letterario o politico-filosofico, ma una delle forme di rappresentazione intellettiva presente so­prattutto laddove si esprime una volontà di critica e di trasfor­mazione.

2. Il genere letterario

Thomas More, non solo ha coniato il termine, ma ha precisato (anche se non fondato) i caratteri del genere letterario.

Non è solo la finzione del luogo a caratterizzare il modello del­l’utopia; il NOVUNQUE, il “nessun luogo” è infatti categoria comu­ne a tutta la letteratura che, per la sua natura necessariamente metaforica, allegorica, deve procedere a manipolazioni della realtà anche quando la tematica è di tipo realistico.

Il genere letterario utopistico si basa su uno schema ricorrente abbastanza preciso che possiamo così riassumere:

Il NARRATORE è un viaggiatore (in UTOPIA si arriva soltanto con un viaggio più o meno lungo, più o meno inframmezzato da difficoltà, tempeste, ecc.) oppure un naufrago; non è pertanto un eroe attivo, ma uno che “si ritrova” in una situazione su cui non può eserci­tare alcun potere. Non è quindi un personaggio nel senso classico della narrativa, cioè un elemento trainante (o ostacolante) di un processo di trasformazione. Egli arriva in Utopia con una precisa connotazione culturale che è incongrua, che si contrappone alla realtà del luogo; è insomma il rappresentante dell’altro mondo (il qui ed ora del lettore) e su questa base e con questa ottica descri­ve in modo accurato, con un alto grado di specificazione, il nuo­vo mondo di Utopia. La narrazione pertanto è priva di avvenimenti (processo di trasformazione in una o più sequenze), ma si giocai tutta sulla sfasatura fra i due luoghi cioè sulla irriducibile differenza fra il qui del lettore e il là del non luogo. Il qui del lettore spesso non è neppure enunciato, talora appena accennato, ma è comunque costantemente presente come sottinteso critico delia narrazione. II “non-luogo” permette cioè di vedere con occhi di­versi il mondo quotidiano in cui si è immersi.

In alcuni casi può entrare in gioco anche la variabile tempo (pas­sato mitico o futuro più o meno prossimo) ed allora si rende evi­dente il rapporto di progenitura dell’utopia con la fantascienza.

3. Tipologia

All’interno del genere possiamo individuare molteplici varianti. Non si tratta solo della naturale variazione di un genere lette­rario (e, perciò, di una tradizione letteraria) dovuta alle diverse individualità creative degli autori; si tratta molto spesso anche di una trasformazione e una caratterizzazione che, in epoche storiche diverse e di fronte a realtà modificate, il pensiero utopistico ha subito e che si riflette sul genere letterario corri­spondente. L’emergere e il prevalere di una determinante tipologia (per esempio l’utopia negativa in questo secolo) va cioè per lo più collegata ad un ambito storico-culturale preciso.

Nell’analizzare sinteticamente le diverse tipologie, sia per mo­tivi di chiarezza, che per fornire un agile strumento di lettura delle opere utopistiche, ci soffermeremo comunque in modo prevalente sugli aspetti formali e tematici.

Una indagine storico-culturale (per esempio l’utopia nell’età illuministica) può eventualmente avvenire successivamente alla lettura e all’analisi di un certo numero di testi dell’epoca (o del­le epoche) che si desidera prendere in considerazione. (…)

Il fascicolo completo è visionabile > qui <

Storia dell’Utopia. Schede analitiche

Sono state selezionate e reperite cinquantotto opere utopistiche e sulla base della griglia fornita dall’insegnante gli studenti individualmente hanno analizzato i testi ed elaborato le relative schede. 

Una selezione di dodici schede[3] è visionabile > qui <.



[1] La stessa classe che aveva partecipato alla Ricerca sulla popolazione anziana di Verbania.

[2] In questo caso il lavoro è stato realizzato all’interno del Corso di Filosofia, successivamente per questo tipo di attività presentate all’Esame di Stato, è prevalso l’approccio pluridisciplinare, con un progetto realizzato da più insegnanti: cfr. > qui <.

[3] Non era pensabile scansionare e riprodurre i due interi fascicolo (272 pagine complessive; 144 e 128). La selezione (sei dal primo e sei dal secondo fascicolo) ha optato per una scheda per allievo. Inoltre, a parte il doveroso richiamo di Thomas More, in linea di massima ho preferito richiamare autori e/o opere non particolarmente note.

La strage del Lago Maggiore. Una lenta emersione

In occasione dell’80mo dell’eccidio degli ebrei sul Lago Maggiore, all’interno di una molteplicità di iniziative coordinate dall’ANPI di Novara e che hanno coinvolto vari enti e tutti i comuni coinvolti negli eccidi del settembre-ottobre 1943 (Zakhor–Ricorda), alla Casa della Resistenza si è tenuto il Convegno internazionale Storie memorie oblio (13-14 ottobre 2023).

Quale documentazione abbiamo preparato per i partecipanti una bibliografia cronologica che poi ho presentato e commentato nel mio intervento (La strage del Lago Maggiore. Una lenta emersione fra giornalismo, storia locale e familiare) utilizzando delle slide di presentazione. Quella che segue è una ricostruzione del mio intervento cui seguono i due link che permettono di visualizzare sia la Bibliografia cronologica (oltre 200 titoli) che la Presentazione (36 slide)[1].

L’annuncio alla radio, la sera dell’8 settembre ‘43 dell’Armistizio di Cassabile firmato cinque giorni prima, provoca (come in tutta Italia) tra i residenti e i numerosi sfollati presenti nell’area dei tre laghi Maggiore, Mergozzo ed Orta (area settentrionale dell’allora Provincia di Novara) una iniziale euforia incoraggiata il giorno successivo del titolo cubitale “LA GUERRA è FINITA” sul quotidiano La Stampa. Il tragico equivoco viene rapidamente smentito nei giorni successivi con l’arrivo e l’occupazione del territorio da parte della Panzer-Grenadier Division Waffen-SS “Leibstandarte Adolf Hitler”.

Cosa ha comportato quella occupazione tedesca oggi è sufficientemente noto: la ricerca e uccisione degli ebrei presenti con almeno 58 vittime in nove località (Baveno, Arona, Meina, Orta, Mergozzo, Stresa, Pian Nava, Novara, Intra). Una strage che si voleva tener nascosta e che è emersa lentamente con periodi veri e propri di oblio e il riemergere dell’attenzione in periodi particolari come i processi di Torino e Osnabrück che hanno coinvolto alcuni dei responsabili, e dal cinquantenario dell’eccidio nelle ricorrenze decennali.

Quello che oggi soprattutto sconcerta è che di questa strage si sono occupati soprattutto i giornalisti e, sui singoli episodi, storici locali e testimonianze di sopravvissuti e familiari delle vittime. Quello che manca è una ricerca storica complessiva da parte di storici professionisti tanto che anche nei manuali e nelle sintesi storiche del periodo o non se ne parla o vi si accenna con poche righe.

1943 – 1946. “Scomparsi nel nulla” ma non nel silenzio!

È l’Avanti! edizione clandestina piemontese del 30 settembre a dare per prima notizie sugli eccidi all’interno di «una triste cronaca» della occupazione tedesca dopo l’8 settembre. Sia pur con imprecisioni, frutto evidentemente di passaparola, vengono citate le stragi di Mergozzo, Arona e Stresa:

Nella provincia di Novara i nazisti hanno dato la caccia agli ebrei, uomini donne e bambini, con accanimento e ferocia. Due ne hanno ucciso a pugnalate presso il lago di Mergozzo, uno lo hanno arso vivo dopo averlo cosparso di benzina nei pressi di Arona, altri hanno rinchiuso nei locali delle scuole di Stresa e poi, fatti salire in barca di notte, hanno massacrato e gettato nel lago.

Piccoli innocenti restituiti cadaveri dalle acque del Lago Maggiore, uomini e donne per ogni dove in Italia trucidati dalla barbarie nazista.

Altre informazioni vengono riportate il 4 e 18 ottobre nell’edizione milanese della stessa testata con riferimento a Baveno e Stresa.

Il 30 ottobre: l’organo clandestino del Partito d’Azione, «L’Italia Libera», nella edizione romana riporta questa breve cronaca:

Cronache italiane, Eccidio di ebrei sul Lago Maggiore:

«A Meina (Lago Maggiore) la soldataglia tedesca fece irruzione, nella notte dal 3 al 4 ottobre, in un albergo dove alloggiavano 14 italiani ebrei, nella maggior parte donne e bambini. Dodici di essi furono portati in riva al lago e lì sgozzati e buttati in acqua. Gli altri due che erano riusciti a scappare furono inseguiti, raggiunti ed arsi vivi con un lanciafiamme».

L’organo clandestino della Federazione milanese del PCI, «La Fabbrica» del successivo 25 novembre, in una pagina, titolata «Rendere la vita impossibile all’invasore» riporta una diffida nei confronti di Pietro Columella, Podestà di Baveno, accusato di aver consegnato ai tedeschi “le liste degli ebrei”.

Queste della stampa clandestina sono notizie frammentarie, incomplete e imprecise, a diffusione di necessità limitata, che comunque testimoniano che non tutto è passato sotto silenzio. Tanto che la notizia degli eccidi viene ripresa oltre confine.

Il 23 Ottobre 1943 la testata «Libera Stampa» di Lugano, giornale del Partito Socialista elvetico, all’interno di una corrispondenza da Chiasso si sofferma, anche qui con qualche imprecisione, sugli eccidi del Lago Maggiore:

Particolarmente nefandi sono stati gli eccidi della zona piemontese del Lago Maggiore: ad Arona, Meina, Stresa, Suna, Pallanza, tutte le famiglie di ebrei sono state arrestate, e non se ne sono potute avere più notizie; molti sono stati barbaramente trucidati, numerosi cadaveri seviziati sono stati trovati nelle campagne e nel lago; tra questi le famiglie di alcuni noti professionisti e di un dirigente della Pirelli di Milano.”

È nell’immediato dopoguerra che compaiono dettagliati reportage sull’insieme degli eccidi: il 1° luglio del ’45 su L’Opinione di Torino e dal 9 dicembre dello stesso anno tre documentati articoli di Nino Gazzale su La Gazzetta d’Italia (alias Gazzetta del Popolo) dove, tra l’altro, si parla per la prima volta anche dell’eccidio a Intra della famiglia Ovazza. Dal 28 dicembre successivo gli stessi articoli, suddivisi qui in cinque puntate, vengono ripubblicati sul giornale romano Il Momento. Giornale del popolo permettendo una conoscenza ampia degli eccidi al di là dell’ambito piemontese e lombardo. Gazzale non riporta le sue fonti a parte quella, citata in due passaggi, del giornalista e scrittore Sabatino Lopez[2].

Vengono anche pubblicati due testi che affrontano parzialmente quanto avvenuto pochi anni prima:

Nel 1945 esce “Un popolo piange. La tragedia degli ebrei italiani” di Giancarlo Ottani. Basato su testimonianze di ebrei italiani deportati o vittime della persecuzione razziale, dedica un breve capitolo all’eccidio di Meina.

Nel 1946 Antonio Bolzani pubblica “Oltre la rete”. Militare svizzero addetto al controllo delle frontiere riporta con precisione e partecipazione memorie personali e resoconti ufficiali dell’afflusso di civili e militari in Canton Ticino. Secondo i dati riportati dei 12.028 civili entrati in Svizzera ben 4.296 erano ebrei. Nel suo commento anticipa il dibattito sulla cosiddetta “terra d’asilo”.

«La fiumana del settembre 1943 è stata improvvisa, impetuosa e sconvolse ogni nostra migliore volontà. Il ‘rigagnolo’ che è succeduto alla fiumana fu a poco a poco contenuto, secondato e i fuggiaschi vennero accolti come si conveniva.»

Poi per quasi un decennio su quanto avvenuto calerà l’oblio.

Il contributo dei giornalisti (1954 – 1979)

1954-1955. Dell’assoluzione in Austria di Gottfried Meier, comandante del reparto SS di stanza a Intra, responsabile dell’eccidio della famiglia Ovazza, emessa dalla Corte di assise di Klangenfurt, sulla stampa italiana il 4 novembre 1954 compaiono solo piccoli trafiletti.

Il processo di Torino del giugno dell’anno successivo sarà invece seguito con molta più attenzione, in particolare su La Stampa dal giornalista Giuseppe Faraci che sottolinea le truci modalità dell’eccidio dell’intera famiglia.

Bisognerà aspettare quasi un altro decennio perché degli eccidi sul Lago Maggiore si torni poi nuovamente a parlare.

1963-1968. In occasione delle indagini che poi confluiranno nel processo di Osnabrück e durante tutte le udienze l’attenzione dei giornali italiani, specialmente quelli milanesi e torinesi, sarà del tutto significativa.

Per la Stampa di Torino, dopo un articolo di Gianpaolo Pansa, seguiranno il processo con alterne corrispondenze Giorgio Martinat e Tito Sansa.

Molti degli articoli e reportage di quelle udienze costituiranno la base per gli studi successivi.

Anche Giorgio Bocca nella sua Storia dell’Italia partigiana del 1966 dedica due paragrafi alla strage di Meina ove, tra l’altro, commenta:

La strage degli ebrei sul Lago Maggiore dà agli italiani del settembre la lezione agghiacciante del genocidio. Lezione diretta, inequivocabile, che dovrebbe mettere fine alle mormorazioni, ai dubbi. Ma l’incredulità è tenace …

1976-1986. Dopo il processo di Osnabrück l’attenzione giornalistica sulla stampa quotidiana si concentra principalmente negli anniversari decennali. Sono sempre i giornalisti, come già Bocca, a pubblicare alcuni volumi con sezioni o capitoli dedicati alle stragi sul lago.

I due giornalisti di Epoca Piero Fortuna e Raffaello Uboldi, in una loro storia cronachistica sulla vita quotidiana degli italiani dall’8 settembre al 25 aprile (Sbrindellato, scalzo in groppa a un ciuco, ma col casco d’Africa ancora in capo) del 1976, dedicano cinque pagine all’eccidio di Meina con qualche cenno agli altri episodi; in bibliografia per questo capitolo citano il CDEC.

A livello di approfondimento sono da segnalare soprattutto i lavori del giornalista-scrittore Giuseppe Mayda nel volume «Ebrei sotto Salò» (1978) che dedica un capitolo alla «Strage sul Lago», capitolo ripreso da Enrico Massara in Antologia dell’antifascismo e della Resistenza nel Novarese del 1984, e nel dossier «La strage sul Lago» dello stesso Mayda, pubblicato su “Stampa Sera” (1986).

Anche la RAI, dopo aver trasmesso lo sceneggiato americano Holocaust ne realizza uno analogo, con la regia di Vito Minore, sull’Olocausto italiano che inizia proprio con la Strage sul Lago. Il filmato è andato in onda su RAI 1 all’interno della rubrica Antenna in tre puntate a partire dal 5 giugno 1979.

Gli studi del Centro di documentazione ebraica contemporanea (CDEC)

Il CDEC rappresenta il centro di documentazione e ricerca fondamentale per qualsiasi studio su ebraismo e Shoah in Italia. Di seguito ricordo alcune opere importanti per la nostra tematica.

Nel 1974 esce «Ebrei, fascismo, sionismo» di Guido Valabrega, e l’anno successivo la documentazione curata da Giuliana Donati (Ebrei in Italia: Deportazione, Resistenza).

Nel 1991-1992 escono i due fondamentali testi di Liliana Picciotto sulla deportazione in Italia: il monumentale «Libro della memoria» e lo studio sulla persecuzione e deportazione nel milanese dove si parla anche della strage sul lago (Gli ebrei in Provincia di Milano 1943/1945).

Numerosi i contributi di Michele Sarfatti in particolare su fascismo e leggi razziali; di grande interesse «Gli ebrei nell’Italia fascista» (2000) che ripercorre l’impatto delle leggi del 1938 e il passaggio dalla «persecuzione dei diritti» alla «persecuzione delle vite».

«La maggioranza degli ebrei esitò a rendersi conto della tragica prospettiva che si era improvvisamente delineata l’8 settembre …».

Un verbo, quel “esitare” che non indica solo un ritardo nel capire a fondo, ma una sorta di impedimento psicologico, una difficoltà ad affrontare con consapevolezza ciò che la nuova drammatica situazione avrebbe comportato.

1993: nel cinquantenario le due opere di Nozza e Toscano

È nel cinquantesimo anniversario dell’eccidio che compaiono le due opere a tutt’oggi più significative, complete e articolate.

«Hotel Meina» di Marco Nozza; giornalista milanese, noto per le sue inchieste scomode, ha seguito il processo di Osnabrück ed era in contatto con Eloisa Ravenna, direttrice del CDEC che, in qualità di teste-perito, aveva contribuito alle indagini. Oltre a rendicontare lo svolgimento del processo, e pertanto con attenzione alle stragi di Baveno, Arona, Meina e Stresa (con un accenno anche a Mergozzo), il libro ricostruisce il contesto e la presenza delle SS sul Lago, mentre in appendice riporta varia documentazione quali il diario di Becky Behar e scritti relativi al salvataggio degli ebrei italiani di Salonicco tra cui parti del diario di Lucillo Merci. Nella sua ricostruzione non fa propria la sentenza finale di Osnabrück sulla responsabilità delimitata ai comandanti ed ufficiali presenti sul Lago sostanzialmente per “motivi di rapina”, ma sottolinea come più volte nel dibattimento vi siano testimonianze di “ordini superiori”.

“Il generale di brigata Theo Wish, il colonnello Hugo Kraas e il maggiore Rudolf Lehmann, futuro storico della divisione, erano giunti a Osnabrück molto preoccupati.

La loro preoccupazione era quella di smentire, nel modo più asso­luto, che nel settembre del ’43 fosse stata messa in opera, per la pri­ma volta in Italia, la «soluzione finale», ossia quella politica di ster­minio degli ebrei che aveva avuto una vera e propria consacrazione durante la conferenza del 20 gennaio 1942 tenuta a Grosser Wannsee, presso Berlino.

La «soluzione finale» doveva essere considerata «Geheime Reichssache», segreto di Stato. Tenuti a questo segreto, primi fra tutti, gli ap­partenenti alle SS. Primissimi, quelli della Leibstandarte.”[3]

«L’olocausto del Lago Maggiore» di Aldo Toscano viene pubblicato sul Bollettino storico della Provincia di Novara e diffuso dall’editore Alberti in estratto e infine ripubblicato unitamente al diario dell’internamento in Svizzera (Io mi sono salvato) nel 2013. Toscano non era né storico né giornalista, ma ebreo novarese che, nel suo percorso di salvezza verso la Svizzera si trovava a Baveno proprio nei giorni dell’arrivo delle SS. Della strage sul Lago ha saputo solo dopo la fine della guerra ed ha poi dedicato molto del suo tempo libero di impiegato di banca a redigere un saggio basato soprattutto sulle cronache da Osnabrück dei quotidiani piemontesi. La scelta del titolo, non più centrato su Meina, ma sul Lago Maggiore ha contribuito ad allargare la visuale a tutti gli eccidi avvenuti nel settembre-ottobre del ’43; tra l’altro il saggio di Toscano è servito quale canovaccio originario su cui poi è stata costruita la sceneggiatura del documentario Even 1943.

I contributi delle scuole: ricordare attraverso la ricerca storica

Alcune ricerche realizzate da scuole secondarie superiori non sono significative solo sul piano didattico, ma anche per la pubblicazione di documenti inediti e interviste di importanti testimoni.

1992: ITIS Cobianchi di Verbania: L’Antisemitismo in Germania e in Italia, classe 5^B Biologico-Sanitario (a cura del prof. Tiziano Maragno) con approfondimento sulla Strage del Lago Maggiore, documenti e interviste a testimoni.

1995: Licei scientifici “Allende” e “Cremona” di Milano: La persecuzione antiebraica in Italia dal 1938 al 1945 nelle testimonianze raccolte da un gruppo di studenti e insegnanti edito da Anabasi. Di particolare rilievo la pubblicazione dell’inedito diario della moglie di Mario Covo.

2003: Liceo Cavalieri di Verbania: Strage sul Lago Maggiore, saggio elaborato per un concorso regionale (insegnante Silvia Magistrini), inedito.

2009: Il Lago, la guerra, gli ebrei. 1939-1945, a cura del. Comune di Domaso e dei Comuni di Lugano, Meina e Riva del Garda; con allegati «elaborati delle scuole» tra cui il Liceo scientifico di Arona (Prof.ssa Laura Pezzi).

2014: Liceo Parini di Milano: Il dolore di avervi dovuto lasciare. Docenti e studenti ebrei del Liceo “Parini” dalle leggi razziali alla Shoah (1938-1945), pp. 137.

In questo caso direi che siamo all’eccellenza: lavoro di rilevante ricchezza documentale sulle espulsioni di allievi e docenti in seguito alle leggi razziali e sulla sorte di allievi ed ex allievi ebrei. Una parte cospicua è dedicata agli eccidi di Baveno e Arona.

Testimonianze e storie familiari di lutto e di salvezza

La famiglia Ovazza da Gressoney a Intra

Alexander Stille, giornalista statunitense, di origini ebraico-russe, pubblica nel 1991 «Uno su mille. Cinque famiglie ebraiche durante il fascismo». Vissuto in Italia negli anni ‘80 e ‘90 approfondisce il rapporto complesso fra ebraismo e fascismo.

«Ciò che distingueva la storia degli ebrei italiani da quella del resto d’Europa era la lunga coesistenza tra ebrei e fascisti nell’Italia mussoliniana. Il fascismo era rimasto al potere in Italia per sedici anni prima di dichiararsi antisemita nel 1938. Fino ad allora gli ebrei potevano iscriversi al Partito fascista al pari degli altri italiani».[4]

Tra le famiglie di cui Stille ricostruisce le vicende, quella di Ettore Ovazza, rappresentante della borghesia ebraica torinese e proprietario coi fratelli della banca Vitta Ovazza, con la tragica sorte sua e della sua famiglia, diventa esemplare. Fascista-nazionalista convinto[5] (Non mi toccheranno mai, ho fatto troppo per il fascismo) finirà con moglie e figli la sua esistenza passando, primi in Italia, per il camino di una scuola di Intra.

La storia della famiglia allargata (i fratelli di Ettore, consapevoli del pericolo decisero invece di emigrare) è stata raccolta da Paola Lazzarotto e Fiorenza Presbitero (Sembra facile chiamarsi Ovazza, 2009). La prefazione è di Vittorio Segre che nel 1985 aveva pubblicato «Storia di un ebreo fortunato»; emigrato sedicenne in Palestina per sfuggire alle persecuzioni razziali, oltre al racconto della sua vita Segre riporta lo scontro tra «l’italiano-ebreo» Ovazza e gli «ebrei italiani» e sionisti che a Firenze pubblicano Israel.

Mi preme sottolineare come l’eccidio degli Ovazza assuma (non parrebbe possibile) una tragicità ulteriore rispetto all’insieme delle stragi sul Lago; non solo per le modalità dell’uccisione e della eliminazione dei cadaveri (fatti a pezzi e bruciati nella caldaia), ma anche il fatto che non si trovavano nell’area del Lago Maggiore e che il comandante SS di Intra ha appositamente inviato i suoi sottoposti a prelevarli a Gressoney dopo aver estorto con la forza l’informazione al giovane Riccardo arrestato a Domodossola. E il tutto ha avuto origine dal respingimento del giovane da parte delle autorità elvetiche del Vallese.

I Levi – Bachi a Orta

Simonetta Bachi, nipote di Elena, la moglie di Roberto Levi, ha raccolto il diario e la testimonianza diretta della zia in «Vengo domani, zia» (2001): l’arresto del marito e del suocero Mario Levi[6], la loro inutile ricerca e la sua messa in salvo grazie al Podestà Gabriele Galli e al viceparroco di Omegna don Giuseppe Annichini.

«Il podestà di Orta era l’avvocato Galli, che ci avrebbe gen­tilmente accompagnati ad Omegna, da dove avremmo potuto tentare di espatriare in Svizzera. Ma la partenza fu rinviata giorno seguente, poiché in quella cittadina ci sarebbe stato mercato locale e quindi la possibilità per lui d’incontrare clienti senza dare troppo nell’occhio in nostra compagnia.

Quello che avvenne dopo ci capitò come un fulmine a ciel sereno». (p. 192)

I Covo-Steiner e Arditi a Mergozzo

Luisa Steiner e Mauro Begozzi hanno curato «Un libro per Lica. Lica Covo Steiner 1914-2008» (2011) che tra l’altro contiene il testo e il filmato di una lunga intervista a Lica.[7]

«In casa, c’erano allora anche alcuni ospiti: due nipoti di mio padre, cioè la figlia di una sua sorella e il marito. Si chiamavano Matilde e Alberto Arditi, miei cugini. Hanno portato via anche loro, assieme a mio padre [Mario Abramo Covo] e come sapete, non si è più saputo niente, non si sono mai trovati i corpi. … mi sono precipitata a Milano e sono andata dal console spagnolo. Mio padre aveva ancora la nazionalità spagnola e aveva messo sulla casa di Mergozzo una bella targa con scritto ‘’Proprietà spagnola’’, sperando servisse qualcosa. Invece non è servito a niente. Sono andata sino a Roma, all’Ambasciata; non c’era quasi più nessuno e mi son sentita dire. ‘’Ah no, coi tedeschi non si può trattare. Arrangiatevi, noi non possiamo fare niente, Assolutamente.

 E così è stato! Nessuno ha fatto niente, nessuno ha potuto fare niente. Spariti nel nulla». (p. 38)

Salvatore Segre da Stresa a Lugano

In «Tante voci, una storia. Italiani ebrei in Argentina 1938-1948» del 1998 è riportato il diario di Segre in cui racconta la sua travagliata fuga. Dalla sua villa di Stresa, avvisato si allontana la mattina del 16 settembre ‘43 pocoprima che arrivino le SS. Con problemi di salute e necessità di cure mediche si nasconde nei pressi di Biandrate, ospite di un amico per tre mesi, poi a Varese dove organizza il passaggio in Svizzera per il 10 dicembre. Verrà fermato dai militari elvetici e costretto a ripassare il confine e alloggerà in incognito in una pensione a Milano. Il secondo tentativo di espatrio sarà l’11 gennaio del ’44: partito da Bisuschio (Varese) raggiungerà Lugano dove potrà ricevere le cure ed esser formalmente accolto come cittadinolibero a partire dal 24 gennaio.

La Famiglia di Federico Jarach da Arona a Roma

La famiglia dell’industriale milanese Federico Jarach si salva grazie all’allerta dal medico Luca Canelli. Con l’aiuto del custode Luciano Visconti e della moglie, lasciano la villa in barca pochi minuti prima dell’arrivo delle SS. Dopo un periodo a Dumenza (VA) raggiungono Roma vivendo tra rischi e difficoltà e con falsa identità, sotto l’occupazione nazista, fino alla liberazione di Roma.

Sono undici le persone che scamparono alla morte; Lodovico Misrachi, non potendo seguire il resto della famiglia per motivi di salute, venne prelevato in auto dal dott. Canelli e con l’aiuto del dott. Rattazzi nascosto all’ospedale di Arona. (Cfr. «Il Comandante» di Ilaria Pavan, 2001.)

La famiglia Berger-Engel tra Vienna, Milano e Baveno

Fanny Jette Engel, moglie dell’imprenditore Ignazio Berger ucciso dai nazisti il giorno dell’Anschluss (12 marzo ‘38) resta dapprima a Vienna con la figlia Helene, fidando nella protezione del genero, poliziotto cristiano. I figli Robert e Albert erano a Milano per gestire la filiale italiana dell’impresa paterna. Sarà il figlio Robert, aiutato dal tenente Riccardo Crippa, a organizzare il suo trasferimento a Milano. Dopo i bombardamenti dell’agosto ‘43, Robert si trasferisce vicino a Lecco, mentre Fanny si rifugia a Baveno, presso l’Hotel Eden dove sarà arrestata nella notte del 14 settembre. L’intera vicenda è ricostruita dal nipote Tommy Berger nella prima parte di «Onora il padre» (2007).

La famiglia Lopez da Arona a Roveredo

Sabatino Lopez, commediografo e giornalista, la moglie Sisa Tabet e il figlio Guido nel ’43 sono sfollati ad Arona all‘Albergo Italia accolti da Gianfilippo Usellini, pittore antifascista. Il 15 settembre i due coniugi vengono avvisati da un ciclista che le SS stanno arrivando. Su suggerimento si siedono sulla panchina leggendo il giornale facendo finta di niente quando vedono arrivare la camionetta e le SS salire a cercarli. Il giorno dopo raggiungono Premeno dove si trova il figlio Guido e il 19 da Intra col traghetto tornano a Milano, nascosti dagli amici Pelizzola. In dicembre Usellini procura documenti falsi e organizza la fuga da Cannobio a Brissago.Trovano poi ospitalità al Ricovero di Roveredo Grigioni sino alla fine della guerra.

Diverso il percorso di Guido: dopo due tentativi falliti, il 1° ottobre viene accolto e internato nei campi di lavoro svizzeri. Si ricongiunge coi genitori a Roveredo alla fine della guerra.    (Cfr. Guido Lopez, Finché c’è carta e inchiostro c’è speranza, 2019).

L’espatrio di Umberto Terracini, ebreo e comunista.

Tra i salvati che hanno evitato la strage del ‘43 vi è Umberto Terracini che tra carcere e confino aveva già subito 19 anni di prigionia. Si trova in quei giorni a Orta e la cosa è nota al Podestà Gabriele Galli che lo protegge e più volte lo invita a casa sua e che, con probabilità, è tra gli organizzatori della sua fuga. Terracini, intervistato, così racconta:

“Mia nipote aveva una villetta sul lago d’Orta. Ci andammo. Ci svegliò in piena notte un fascista del luogo … Un letterato, un buon uomo. Ci avvertì che un plotone di tedeschi aveva iniziato a rastrellare il paese. Cercavano antifascisti ed ebrei. Presto sarebbero arrivati anche lì. Restammo incerti, non sapevamo come comportarci. Il segretario del Fascio ruppe ogni indugio: era venuto in barca … “Va bene” ci disse “scendete, montate sulla mia barca, venite per il momento a casa mia”. Così ci offrì un primo rifugio sicuro. Fece di più: organizzò dopo due giorni il nostro passaggio clandestino in Svizzera.”[8]

Secondo Cesare Bermani (in «Guerra e dopoguerra sul Lago d’Orta») Terracini è stato salvato dal poeta e critico cinematografico Augusto Mazzetti, «fascistis­simo ma evidentemente contrario alla persecuzione razziale

Dibattito e contributi storiografici complessivi

Tenendo conto che la Strage sul Lago fatica ad entrare nella storiografia ‘’titolata’’, provo ad indicare alcuni lavori che inquadrano il tema complessivo o ne approfondiscono singoli aspetti.

  • Del 2001 l’importante Convegno della Comunità di Sant’Egidio i cui atti furono poi pubblicati nel 2003 (La strage dimenticata): un bilancio degli studi sull’eccidio all’interno delle persecuzioni degli ebrei in Piemonte e l’inizio di un confronto fra interpretazioni diverse. Due i quesiti principali. Uno è esplicitato dal titolo: cosa ha fatto sì che «il primo eccidio di ebrei in Italia» sia stato a lungo dimenticato? L’altro riguarda l’accettazione o meno sul piano storico della conclusione del processo di Osnabrück: stragi compiute per iniziativa locale e con finalità di rapina. Non è invece frutto di volontà e ordini superiori all’interno di finalità politiche e militari connesse all’occupazione tedesca?
  •  Il volume già citato del Comune di Domaso (2009) contiene più saggi significativi, tra cui quello di Liliana Picciotto (Le stragi di ebrei in provincia di Novara): una sintesi rigorosa all’interno del quadro degli eccidi di ebrei durante l’occupazione tedesca. Mette almeno in parte in discussione la tesi della esclusiva iniziativa locale delle stragi. Riferisce che anche da parte partigiana nel 1944 fu avviata una inchiesta sugli eccidi del Lago Maggiore.
  • Tesi di Laurea di Mariella Terzoli, discussa alla Sapienza di Roma nel 2016: «Una storia dimenticata? Lago Maggiore, settembre-ottobre 1943». Un lavoro documentato di sintesi di quanto emerso negli studi più recenti con riferimenti anche sulla «Terra d’asilo» e sulla occupazione militare tedesca. Su alcuni episodi vi sono nuove informazioni rispetto agli studi precedenti. In particolare su quello di Pian Nava, di cui prima del documentario «Even 1943» poco nulla si sapeva. Tra l’altro viene accertata la responsabilità e attuazione italiana dell’arresto dei due coniugi originari di Salonicco.

Approfondimenti su specifiche tematiche

I processi

Per i procedimenti a carico di Gottfried Meir, responsabile dell’eccidio della famiglia Ovazza, il saggio di Eva Holpfer «L’azione penale contro i crimini in Austria. Il caso di Gottfried Meir, una SS austriaca in Italia», (“La Rassegna Mensile di Israel”, 2003) ricostruisce sia la sentenza di assoluzione del Tribunale austriaco di Klangenfurt (1954), che quella di condanna all’ergastolo del Tribunale militare di Torino (1955). Sentenza mai eseguita, come è noto, per la mancata estradizione da parte austriaca.

Sul processo di Osnabrück, in un primo momento ritenuto esser scaturito da una indagine sull’operato di Saevecke a Milano, oltre a quanto già riportato relativamente ai testi del 1993 di Nozza e Toscano ricordo quello di Luigi Borgomaneri «Hitler a Milano: crimini di Theodor Saevecke capo della Gestapo» (1997) che dedica un capitolo al possibile ruolo di Saevecke nell’eccidio del Lago Maggiore.

Un aspetto precedentemente ignorato è il ruolo del Comune di Baveno che ha collaborato attivamente all’istruttoria con una indagine locale e con il reperimento e l’invio di testimoni al processo; nel merito abbiamo pubblicato sul n. 1/2019 di «Nuova Resistenza Unita» l’articolo «L’istruttoria di Osnabrück e il contributo del Comune di Baveno»[9], una sintesi su quanto emerso in un fascicolo non ancora noto depositato presso l’archivio del Comune. L’articolo fa inoltre risalire al 1961 le indagini sull’operato delle SS sul Lago Maggiore avviate dall’Ufficio di Stoccarda sui crimini nazisti[10] e l’istruttoria demandata ad Osnabrück del cui distretto era originario il principale imputato, Friedrich Bremer, poi deceduto prima del dibattimento.

Occupazione militare tedesca e reparti coinvolti negli eccidi

Su questo tema abbiamo dapprima il testo di Lutz Klinkhammer «Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-1944)» del 1997 che in un capitolo (Eccidi programmati sul lago Maggiore) ricostruisce l’arrivo sul lago del reparto della LSSAH i cui compiti formalmente militari di presidio confini e disarmo dei reparti italiani si concretizzarono più in feste, festini, arresto e uccisioni degli ebrei e rapina dei loro beni. Parla anche delle indagini interne alla divisione Leibstandarte SS Adolf Hitler condotte da giudici militari che «finirono nel nulla, vale a dire che si interruppero in seguito a un ordine superiore».

La pubblicazione e analisi dei documenti relativi ai reparti LSSAH era stata curata nel 1995 da Carlo Gentile nella rivista dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo, ‘’Il presente e la storia’’: «Settembre 1943. Documenti sulla attività della divisione “Leibstandarte-SS-Adolf Hitler” in Piemonte».

Su Nuova Resistenza Unita n. 4/2018 lo storico elvetico Raphael Rues ripercorre sinteticamente la storia del primo battaglione della LSSAH.

Il tema è ripreso in modo approfondito da Raphael Rues insieme a Mariella Terzoli sulla rivista ‘’L’impegno’’ del dicembre 2022:

«La 1a Ss-Panzer Division “Leibstandarte SS Adolf Hitler” nella occupazione della provincia di Novara (autunno 1943)». Si sottolinea come la LSSAH sia «uno dei soggetti più noti e pubblicizzati del Terzo Reich, prossimo a una dimensione tanto mitologica e apocrifa quanto distante dalla realtà … offuscando la scia di sangue e i crimini di guerra che questa unità commise in tutta l’Europa contro ebrei, civili, prigionieri di guerra alleati e prigionieri sovietici».

Se ne ripercorre genesi e attività in Francia e Ucraina e naturalmente le sue «imprese» sul Lago Maggiore con dinamica di eccidi e rapine non solo verso ebrei. Dopo il soggiorno sul Lago il reparto fu inviato sul fronte orientale dove subì gravi perdite, poi nelle Fiandre e successivi spostamenti per contrastare l’avanzata sovietica. Si ripercorrono poi i processi di Klagenfurt, Torino e Osnabrück per poi contestare la visione di una occupazione tedesca ordinata e ben gestita mentre «la pianificazione, la struttura e le responsabilità dello Stato nazista rimasero poco chiare, caotiche e mal gestite».

Salonicco 1943: tra deportazione e salvezza

La storia della prosperosa comunità ebraica di Salonicco, della sua distruzione da parte dell’occupante nazista e del salvataggio degli ebrei italiani per iniziativa del Console Guelfo Zamboni e del suo collaboratore, il capitano Lucillo Merci, ha trovato risonanza grazie alle attività dell’Ambasciata di Atene e la pubblicazione nel 2006 di «Ebrei di Salonicco, 1943. I documenti dell’umanità italiana». Numerosi poi gli articoli sulla stampa tra i quali si possono ricordare quello di Sergio Luzzatto che parla di uno «Schindler italiano» e l’intervista rilasciata a ‘’L’Espresso’’ dalla figlia di Lucillo Merci, entrambi del 2007.

Per inquadrare le origini, storia e caratteristiche dell’insediamento ebraico a Salonicco un testo fondamentale è quello di Benbassa e Rodrigue, «Storia degli ebrei sefarditi. Da Toledo a Salonicco»(2004) che si sofferma anche sugli orientamenti politici all’interno della comunità con il confronto fra il più moderno ‘’Sionismo’’ e il ‘’Sefarditismo’’ più legato a tradizione e identità ebraica specifica.

Il salvataggio degli ebrei italiani di Salonicco e degli oltre 600 che ottennero il passaporto pur non avendo cittadinanza italiana è dettagliatamente ricostruito dal giornalista Nico Pirozzi in «Salonicco 1943» che utilizza in particolare il diario originale del Capitano Merci. Inquadra la vicenda all’interno della storia della comunità con le sue luci ed ombre, compresa la figura del rabbino collaborazionista Koretz, e naturalmente quella degli «italiani che non si voltarono dall’altra parte»

« … i loro nomi sono Guelfo Zamboni e Giuseppe Castruccio, i due Consoli. … Chiamati ad operare sul campo furono Riccardo Rosenberg, Vice Console e ufficiale del servizio informazioni (SIM), Lucillo Merci, capitano del Regio esercito delegato a tenere i contatti con il comando militare tedesco di Salonicco». (p. 10)

La terra elvetica tra espulsioni ed asilo

Numerosi gli studi sul passaggio di frontiera e l’alternanza fra accoglienza e respingimenti con un’evoluzione dai testi centrati sull’accoglienza a quelli che trattano anche i respingimenti in certe fasi e per certe categorie, gli ebrei in particolare. Il volume di Renata Broggini, «Terra d’asilo. I rifugiati italiani in Svizzera» del 1993 già dal titolo è indicativo della visione positiva dell’asilo offerto. La stessa Broggini corregge il tiro nel 1998 in «La frontiera della speranza» ove parla del «capitolo oscuro» del respingimento di circa il 50% degli ebrei, riconsegnati a una sorte probabile di sterminio. Capitolo le cui responsabilità sono ancora da accertare.

In seguito a polemiche interne e accuse di associazioni ebraiche il governo elvetico ha costituito una Commissione Indipendente di Esperti con trenta storici, presieduta da Jean-François Bergier, che ha lavorato dal 1996 al 2002 presentando un voluminoso rapporto e sette studi allegati. Una sintesi si trova nel testo di Boschetti-Kreis «La Svizzera e la Seconda guerra mondiale nel Rapporto Bergier» (2016). Del 2008 il lavoro sull’area varesina di Francesco Scomazzon «Maledetti figli di Giuda vi prenderemo! La caccia nazifascista agli ebrei in una terra di confine, Varese 1943-1945».

Nel 2009 Christian Luchessa («La politica d’asilo della Svizzera dopo l’8 settembre 1943») sul tema afferma:

«Se alla maggioranza dei profughi politici si riservò una generosa ospitalità, diverso fu l’atteggiamento dimostrato nei riguardi dei fuggiaschi ebrei. Nei primissimi giorni dopo l’annuncio dell’armistizio, le autorità federali adottarono nei loro confronti una politica piuttosto liberale. La situazione mutò però rapidamente; già il 21 settembre 1943, il capo della polizia federale dichiarò che l’ammissione di rifugiati ebrei, allorché si attuava lo sfratto su larga scala dei militari, poteva causare una reazione spiacevole nell’opinione pubblica. Il giorno seguente si decise di concedere l’asilo unicamente agli Ebrei che possedevano parenti in Svizzera. Nel pomeriggio, le decisioni si inasprirono ulteriormente: si ipotizzò di respingere indistintamente tutti i fuggiaschi israeliti, poiché non vi erano notizie di persecuzioni a loro danno. Applicata in un primo momento, questa misura non fu avallata dal Consiglio federale, che consigliava di attendere l’evoluzione delle condizioni al confine».

Una sintesi più recente nel testo di Scamazzon, La linea sottile. Il fascismo, la Svizzera e la frontiera (1925-1945) del 2022 che sottolinea l’oscillazione della Svizzera fra respingimenti, terra di transito e terra di asilo.

I giusti,

La tematica dei ‘giusti’ (e dei ‘salvati’) ha iniziato ad emergere dopo l’istituzione del Giorno della memoria e la pubblicazione dei «Giusti d’Italia» (2006) riconosciuti da Yad Vashem, con l’attività di Gariwo, la creazione dei «Giardini dei Giusti» e la celebrazione del 6 marzo come Giornata dei giusti (dal 2017).

Il saggio di Coduri e Parachini, Il Lago Maggiore e la Shoah. Salvati e salvatori a Verbania (2004) cita Elvezio Coduri e sua moglie Olive Cosgrove che nascosero a Suna due famiglie ebraiche; il Comandante dei Vigili Giovanni Galli e il Podestà Ernesto Pirola impedirono che i nomi degli ebrei presenti a Verbania giungessero al comandante Max Sterl della 1° Compagnia della Leibstandarte di stanza a Pallanza.

Ne «I giusti d’Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei, 1943-1945» (a cura di Liliana Picciotto), oltre ai coniugi Coduri si cita Luca Canelli di Arona per l’aiuto alla famiglia Jarach e il salvataggio di Lodovico Misrachi sottratto dall’irruzione nazista. La stessa Picciotto nel libro del Comune di Domaso ricorda i coniugi Luciano e Angela Visconti, custodi di Villa Jarach, la proprietaria dell’albergo Speranza di Stresa, Franca Negri, che avvisò gli ebrei alloggiati nel suo e negli altri alberghi dell’arrivo delle SS e la segretaria comunale di Meina, Gianna Calderara, che fece avvisare a tempo Gino Ottolenghi. Possiamo poi ricordare Gabriele Galli e don Giuseppe Annichini , il pittore Gianfilippo Usellini e altri ancora.

… e gli ingiusti?

 Se una minoranza, a differenza dei più, non si voltò dall’altra parte, ci fu anche chi consapevolmente collaborò e talora ne approfittò, per razzismo, per lucro, per sudditanza all’esercito occupante. Su queste figure si è diffuso un silenzio ai limiti dell’omertà e niente è stato scritto a parte il libro di Mimmo Franzinelli che in Delatori. Spie e confidenti anonimi: l’arma segreta del regime fascista (2001) riporta anche il caso dei passatori fedifraghi. Nomi noti nel nostro ambito sono quello del Podestà di Baveno Pietro Columella con la vicenda delle false lettere che evidenzia l’attiva collaborazione con le SS anche nel tentativo di far passare sotto silenzio gli eccidi, il Podestà Umberto Testa e il Segretario Comunale Giuseppe Turino di Stresa che fornirono lista e indirizzo degli ebrei residenti come accertabile da documento in archivio nonostante il loro diniego durante il processo di Osnabrück. Il comandante dei Carabinieri di Premeno Brig. Tomaso Pronzato (Pian Nava) come evidenziato da Mariella Terzoli nella sua tesi di laurea, sulla base della documentazione sui delatori custodita dal CDEC.

Vi è poi il ruolo di collaborazione degli interpreti che hanno accompagnato le SS sia nella richiesta dei nominativi che durante gli arresti e gli interrogatori delle vittime. Nozza nel sua libro ne cita alcuni: Clemente Perazzi, Alfredo Proni, Elisabeth Von Rauthenkran e Mario Campiglio.

Questo degli ingiusti è ancora un libro tutto da scrivere.  

Ulteriori approfondimenti su singoli eccidi

Baveno

In «Memorie ritrovate», testo sull’eccidio di partigiani del giugno 1944 a Baveno, Gianni Galli dedica una sezione alla strage degli ebrei e ai pochi resti ritrovati e deposti in una tomba con i nomi delle 14 vittime, collocata a lato del sacrario intestato ai diciassette partigiani fucilati lungolago.

Franco Giannantoni con «La ragazza dalla gonna scozzese», grazie all’aiuto dei nipoti della vittima e una attenta ricerca documentale, risolve il quesito sull’identità di Carla Caroglio, arrestata con la «accusa» di essere ebrea e uccisa dalle SS nonostante fosse ariana e cattolica. C’era stato un episodio in cui la ragazza non aveva mostrato particolare piacere nel vedere la bandiera nazista, ma il motivo principale sembra esser dovuto al suo rapporto sentimentale con un ebreo. Arrestata mentre era dal parrucchiere e brutalmente interrogata dal comandante Friedrick Hans Roehwer nella sede del comando, fu poi trasferita all’Hotel La Ripa e uccisa due giorni dopo. Del suo corpo non si è più trovata traccia.

Arona

Presentato in occasione delle commemorazione dell’80mo dell’eccidio, il lavoro del medico nonché giornalista e scrittore Claudio Pasciutti, «I giorni dell’eccidio. Arona 1943» (con introduzione di Chiara Fabrizi) ripercorre con una sorta di racconto-rievocazione quella che definisce «una strage silenziosa». Costruito narrativamente sotto forma di diario (9 settembre – 25 dicembre 1944) di una immaginaria amica coetanea di Eugenia Penco, figlia della vittima Margherita Coen, il testo ricostruisce le vicende e la personalità delle vittime. Particolarmente ricca, e in gran parte inedita, la documentazione fotografica.

Meina

L’ex sindaco di Meina, Maurizio Cotti Piccinelli, in «Meina, settembre 1943. Stragi, occultamenti e amnesie» (con postfazione del teologo Giannino Piana) ripercorre il periodo dell’estate e settembre 1943 passando in rassegna personaggi e luoghi della cittadina lacustre con riferimenti alla vicenda degli ebrei italiani originari di Salonicco e alla nascita e a episodi, anche controversi, della resistenza nel Vergante. Esplicito l’intento dell’autore di sollevare da ogni responsabilità gli abitanti di Meina da quanto avvenuto nell’omonimo Hotel: al proposito ricorda il salvataggio degli ebrei residenti avvisati e nascosti come quello raccontato dall’allora quindicenne Aldo Ottolenghi avvisato dall’impiegata comunale Gianna Calderara.

Orta

Elena Mastretta sul n. 21 de «I sentieri della Ricerca» (E più bella e gioiosa era Orta) ricostruisce l’eccidio di Orta basandosi sul testo di Simonetta Bachi (Vengo domani zia) confrontato con il capitolo che la scrittrice e biografa Carole Angier ha dedicato a Mario e Roberto Levi nella sua biografia di Primo Levi (Il doppio legame). L’intento è di uscire dalla cruda e numerica rappresentazione storica degli eccidi per «conoscere aspetti della vita di Elena e Roberto Levi che non sono del tutto estranei alla strage, anche se si collocano a margine di essa». Particolare attenzione è dedicata alla personalità della «ragazza» Elena che «dal 1939 tiene un diario dal quale ci arriva l’immagine di una femminilità fragile, poco consapevole delle vere dinamiche storiche che si stanno svolgendo accanto a lei», ma che «improvvisamente» nel momento della tragedia si trasforma in donna determinata a raggiungere la salvezza portandosi appresso la ferita di un marito scomparso nel nulla senza sapere quando è stato ucciso né un luogo su cui piangere. Il titolo è ripreso da una lettera del settembre 1941 inviata dall’innamorato Roberto a Elena.

Mergozzo

Un testo non recente che è doveroso ricordare è «Quando i picasass presero le armi. Mergozzo nella Resistenza 1943-45» (1997) curato da Paolo Bologna. La memoria storica del luogo, ancor oggi attiva, di Carlo Armanini ripercorre le vicende del paese affacciato sul lago durante la guerra, compreso «L’arresto dei signori Covo-Arditi». Spicca il ricordo (Mergozzo, 15 settembre 1943) dell’allora bambina di due anni Luisa Steiner, ricordo più di immagini e percezioni che di parole. Il caldo e il cielo limpido di quel giorno di settembre, il braccio alzato di chi ha accompagnato i tedeschi, i capelli improvvisamente sbiancati di «Mati», la mano di Roberto stretta sulla spalla de lei «per sostenerla e sostenersi», lo sguardo disperato e impotente del giovane militare tedesco. E poi il lungo «non sapere» della sorte dei cari.

Novara

L’eccidio degli ebrei di Novara ha avuto modalità differenti da quelle avvenute sui tre laghi e i singoli episodi sono emersi in tempi successivi, probabilmente vittime non uccise sul luogo ma avviate e inghiottite verso la deportazione. Approfondisce questa Shoah novarese la storica Anna Cardano con due saggi pubblicati su «L’impegno», Rivista di Storia contemporanea edita dall’Istituto per la Storia della Resistenza nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia: «I sommersi del 19 settembre 1943 a Novara» del dicembre 2020 e «Alcuni aspetti della Shoah a Novara. Fatti e memorie» del giugno 2023.

L’impegno continuativo di memoria e ricerca della Casa della Resistenza

La Casa della Resistenza di Fondotoce, sin dalla erezione del Muro dei caduti che riporta nel lato sud una lapide con le vittime ebree del 1943, con attività di ricerca e iniziative di memoria rivolte sia a scuole che a un pubblico adulto, si è assunta l’impegno di ricordare attivamente l’insieme di questi eccidi e il loro contesto.  In particolare, grazie alla spinta di Mauro Begozzi, impegnandosi a superare un ricordo frammentato dei singoli eccidi, o quale appendice a quello più noto di Meina, ma a considerarli in modo unitario: la prima strage di ebrei in Italia durante la II Guerra Mondiale, l’unica con vittime unicamente ebraiche e la seconda per entità dopo quella delle Fosse Ardeatine. L’insieme delle attività si è articolata in convegni sia in occasione del Giorno della Memoria che nelle ricorrenze del settembre ottobre degli eccidi; nel corso degli anni abbiamo ospitato come testimoni e interlocutori Becky Behar, Simonetta Bachi, Luisa Steiner, il Procuratore generale Marco De Paolis, nel 2018 la Senatrice Liliana Segre, lo storico elvetico Raphael Rues e molti altri.

In consonanza con le finalità della Associazione di unire ricerca storica e archiviazione della documentazione con la predisposizione di strumenti di conoscenza e divulgazione rivolti sia a ricercatori che a studenti di ogni fascia d’età, tra il 2007 e il 2010 siamo stati impegnati nella realizzazione del documentario Even 1943. Olocausto sul Lago Maggiore che oltre alla diffusione in DVD è stato presentato in numerose occasioni; nel 2012 se ne è concretizzata anche una versione con sottotitoli in inglese e dal 2023 è anche disponibile online.

Nello stesso periodo si è inaugurato (2009) il Monumento dell’artista Carla Bonecchi che ricorda l’eccidio, collocato di fianco all’ingresso della Casa.

Oltre alle numerose iniziative sul tema con le scuole e la proposta di specifici Pacchetti didattici frutto del lavoro di ricerca bibliografico e documentale (2014) si sono avviate, all’interno della Banca dati online del nostro Centro di Documentazione, prima la sezione su L’eccidio degli ebrei sul Lago Maggiore, frutto della ricerca di documentazione negli archivi e successivamente (2020) la sezione parallela dedicata alla Deportazione nel Novarese che prende in considerazione, oltre a quella razziale, le diverse tipologie (politica, militare e civile). Sezione quest’ultima curata da Gianni Galli.

Tra il 2016 e il 2019 abbiamo pubblicato sulla nostra rivista Nuova Resistenza Unita 12 inserti speciali (comprensivi di uno curato da Raphael Rues) dedicati alla presenza ebraica nel Novarese tra il 1938 e il 1945, alla loro persecuzione e ai processi del dopoguerra (scaricabili > qui <).

Nel 2018 si è Inaugurata la mostra «Eccidio degli ebrei sul Lago Maggiore. Settembre ottobre 1943» realizzata in 21 pannelli su tela, adatti alla esposizione in locali differenti. È idonea sia a momenti celebrativi aperti al pubblico adulto sia come strumento didattico rivolto alle scuole accompagnato da lezioni introduttive e alla preparazione di giovani guide alla visita (peer education).

Alcune riflessioni. Non per concludere ma per rilanciare

Di fronte alla mole, ricca e al contempo frammentaria, di scritti e documentazione che, in modo non certo completo, ho passato in rassegna, mi sembra di poter affermare che sono maturi i tempi perché l’“Olocausto del Lago Maggiore” venga finalmente affrontato dagli storici di professione con un approccio unitario all’insieme della strage tematizzando criticamente sia le questioni controverse che le zone buie che tutt’ora permangono.

La questione centrale, già sottolineata, è relativa a quanto gli eccidi siano stati realizzati su iniziativa locale per finalità principalmente di rapina o se e quanto abbiano invece pesato indicazioni e ordini dall’alto dei comandi, della Divisione e non solo. L’eccidio del lago Maggiore rappresenta l’avvio della Shoah in Italia o un episodio laterale dovuto a deprecabile iniziativa di alcuni ufficiali e non alla prima applicazione della “soluzione finale” nel nostro Paese? L’accesso completo alle carte del processo di Osnabrück potrebbe chiarire la questione; in particolare per il ruolo dei comandi della divisione nel processo e in particolare del maggiore Rudolf Lehmann futuro storico della Leibstandarte che ha poi contribuito a quella che lo storico elvetico Raphael Rues ha definito “una dimensione tanto mitologica e apocrifa quanto distante dalla realtà” della LSSAH. Che finalità ha avuto l’indagine interna alla Leibstandarte è perché si è conclusa in un nulla di fatto, per poi essere invece “ripescata” quale giustificazione della Corte di Appello di Berlino per annullare la sentenza di primo grado? Ed entrando nel dettaglio come interpretare le differenze di comportamento fra i diversi reparti? In particolare quello di stanza a Pallanza, il cui comandante ha emanato una specifica direttiva ma non pare essersi attivato per la ricerca effettiva degli ebrei, pur presenti, in loco.

Le zone buie sono essenzialmente due: l’entità e la destinazione dei beni sottratti (abitazioni, conti bancari, valuta, gioielli ecc.) e soprattutto il ruolo italiano negli e durante gli eccidi. Non solo per quelli che ho chiamato gli “ingiusti” che hanno collaborato attivamente nel fornire elenchi e indirizzi, nel minimizzare e tranquillizzare, che hanno accompagnato le SS ai recapiti, fatto da interpreti, ubbidito ad un’autorità straniera occupante (non dimentichiamo che – salvo per l’eccidio di Intra – il Governo ufficiale è ancora quello di Badoglio) ecc., ma anche l’atteggiamento di almeno una parte consistente della popolazione che non solo “si è voltata dall’altra parte”, ma ha partecipato a feste e festini organizzati dalle SS, in più occasioni ha saccheggiato ulteriormente le abitazioni già depredate dai nazisti. Ed è proprio in questo quadro che il comportamento di “chi non si è voltato dall’altra parte” risalta come esemplare.

Vi è un punto di cui mi sono convinto e che contrasta non solo con l’opinione corrente ma anche di qualche serio ricercatore: viene quasi sempre affermato che gli ebrei erano presenti nell’Alto Novarese perché, in prossimità della Svizzera, si stavano preparando o comunque prevedevano il loro passaggio oltre confine. Sulla base delle interviste effettuate durante le riprese di Even 1943 e di quanto letto in documenti e memorie, penso al contrario che i più si ritenessero sicuri in loco. Questo è certo per chi già vi risiedeva come ad esempio i Luzzatto a Baveno, ma anche per altri come i Levi a Orta per i quali è esplicito il diario di Elena sulla contrarietà dei suoceri all’espatrio. E penso che questo valga per la maggioranza, sia per i provenienti dalla Grecia, sia da altre Località; questo essenzialmente per due motivi: il considerare la zona tranquilla a cui erano infatti confluiti numerosissimi sfollati dalle zone a rischio per i bombardamenti (e tra questi appunto un certo numero di ebrei) e soprattutto per quanto ha sottolineato Sarfatti nel suo volume sopra ricordato: la consapevolezza che dopo l’8 settembre si apriva, dopo la fase della “persecuzione dei diritti”, quella della “persecuzione delle vite” non è stata immediata ed ha “esitato” ad affermarsi e concretizzarsi. Per fare un esempio ricordo i due coniugi ultracinquantenni Humbert Scialom e Berthe Bensussan che dopo lungo peregrinare da Salonicco a Parigi per poi entrare in Italia dalla Liguria e installarsi con consistente bagaglio a Pian Nava, da cui han anche mandato cartoline a loro parenti in Olanda; se la loro intenzione fosse stata quella di raggiungere la Svizzera avrebbero di certo scelto altro percorso e altra località. Sono stati invece prelevati il 17 settembre da una squadra di fascisti[11] (o comunque di profittatori) “su segnalazione del comandante della stazione del Corpo dei Reali Carabinieri (R.R.C.C.) di Premeno.”. Consegnati ai tedeschi di stanza a Verbania il giorno successivo, di loro (e dei loro beni) non si è saputo più nulla. Nacht und Nebel, Notte e Nebbia, in tedesco ma anche in italiano.

Becky Behar. Foto di scena da Even 1943.

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Presentazione (36 slide). Scaricabile >qui<


Gli eccidi e le vittime (per località, date e gruppi familiari). Scaricabile >qui<


[1] Rispetto al Convegno sia la bibliografia allegata che le slide contengono alcune limitate ma significative integrazioni in particolare riferita al reperimento di alcuni brevi articoli coevi sulla stampa clandestina e a testi usciti più recentemente.

[2] Ebreo presente con la moglie ad Arona durante il rastrellamento; avvisati a tempo, riusciranno a salvarsi.

[3] Marco Nozza, Hotel Meina, Il Saggiatore – Net, Milano 2005, p. 229.

[4] Dall’edizione del 2011 (Garzanti, Milano), p. 8.

[5] Sulla attività editoriale di Ovazza fondatore della testata «La nostra bandiera», Vincenzo Pinto pubblica L’ebreo “fascistissimo”. Il fascismo ingenuo, estetico e sentimentale di Ettore Ovazza (2011), riportato poi nel testo «In nome della Patria» (2015). Sulla stessa tematica abbiamo il saggio del 2002 di Luca Ventura «Ebrei con il duce. “La nostra bandiera” (1934-1938)».

[6] Mario era lo zio e Roberto il cugino di Primo Levi.

[7] Sempre Luisa Steiner e Begozzi hanno curato «Lica Steiner» (2015) per la collana Novecentodonne. Per la storia familiare del marito di Lica, Albe Steiner, è utile la lettura di Marzio Zanantoni «Albe Steiner. Cambiare il libro per cambiare il mondo. Dalla Repubblica dell’Ossola alle Edizioni Feltrinelli» del 2013.

[8] Quando diventammo comunisti, Rizzoli, Milano 1981, p.133.

[9] Ripubblicato su questo blog: > qui <.

[10] Cfr. Gli ultimi cacciatori di nazisti” (dal giornale online il Post).

[11] Non certo dalla “Brigare Nere”, come afferma il documento rilasciato dal sindaco del luogo nel 1946, visto che il 17 settembre siamo ancora “sotto Badoglio” e le Brigate nere si costituiranno ben dieci mesi dopo, nel luglio ’44. La documentazione è riportata nella Tesi di Mariella Terzoli (cfr. sopra).

Femminicidio. Undici anni dopo cosa è cambiato?

La crudeltà, che secondo Nietzsche è «la risorsa dell’orgoglio ferito», scorre in canali diversi da quelli del lavoro e della conoscenza, in cui un’educazione razionale la potrebbe certamente orientare. (Max Horkheimer)[1]

Fractaliaspei – Frammenti similari di speranza nasce undici anni fa, per l’esattezza il 4 febbraio 2013 con il primo editoriale sul tema della speranza. Due giorni dopo con l’articolo 122 femminicidi nel 2012. Quanti nel 2013? ho aperto la sezione “Violenze di genere” a cui sono seguiti altri interventi ed articoli.

Con la sua recente riflessione (Femminicidi. Irrilevanza del patriarcato e illusioni dell’educazione all’affettività) Andrea Bocchiola mi invita a riaprire il dibattito e ad estenderlo a tutti coloro che intendono approfondire la tematica superando la comprensibile emotività che i recenti episodi hanno suscitato.

Questo blog è aperto ad altri contributi oltreché a commenti in coda a questi due interventi, naturalmente nel rispetto delle opinioni e della consapevolezza della gravità che l’argomento comporta.

2013 – 2023: uno scenario in lenta e faticosa evoluzione

Quell’articolo iniziava riferendosi alla squallida vicenda del volantino appeso sul portone della chiesa dal parroco di Lerici in cui affermava che sono le donne, con il loro comportamento, la causa prima dei femminicidi. Oggi sarebbe forse difficile ipotizzare un episodio analogo da parte di un parroco, ma la logica del “se la sono cercata” in riferimento a stupri e a violenze più gravi non è tramontata, basti osservare quanto avviene nei processi dove spesso, da parte di giudici e avvocati avversi, le vittime sono pesantemente vittimizzate (cfr. > qui <).

In un articolo successivo gli psicoanalisti Sonia de Cristofaro e Andrea Bocchiola intervenivano con una riflessione sulla violenza e l’esigenza di una sorta di principio di precauzione femminile: “Ogni donna dovrebbe disporre di un campanello di allarme interno che, dinanzi a certe situazioni gravide di violenza le fa dire “no” prima ancora di incespicarvi.”

Di qui la necessità di “un terzo” sia simbolico che reale:

Innanzitutto serve la ricostruzione di un patto sociale tra le donne e le istituzioni dello stato e quindi l’assicurazione della presenza di un “terzo” simbolico (interno, cioè psichico, ed esterno, cioè legale) come assetto minimo di prevenzione della violenza maschile.”

Se sul piano legislativo non sono mancati strumenti di maggior tutela contro le varie forme di violenza di genere, la loro effettiva applicazione e tempestività è ancora del tutto carente per cui quel “patto” è ben lungi dall’essersi realizzato come una recente polemica che ha coinvolto polizia di stato e carabinieri ben evidenzia.

E veniamo alla questione dei numeri. Se per l’anno 2012 la valutazione era di 122 femminicidi, per il 2023 le valutazioni sono discordanti e oscillano fra i 109 e gli 88 e in un caso scendono addirittura a 43. Il motivo di questa disparità è risaputo: non tutti gli omicidi di donne sono femminicidi ma una definizione legislativa e giuridica condivisa sia sul piano nazionale che internazionale è ancora da realizzare. Su questa tematica tra i molti altri si possono consultare l’Osservatorio Femminicidi di Repubblica e un approfondimento del periodico L’essenziale.

Anche prendendo il dato più alto (109) sembrerebbe esservi una diminuzione rispetto ai 122 del 2012; una bella analisi su today.it ci fa capire che i numeri vanno letti con attenzione e possono esser facilmente fraintesi: infatti mentre in generale quantità e statistica degli omicidi in Italia nel decennio 2012-2021 è costantemente diminuita, questo vale per la componente maschile ma non per quella femminile, proprio a causa dei femminicidi il cui tasso (0,4 ogni 100mila abitanti) è rimasto sostanzialmente invariato e colloca il nostro paese al terzo posto in Europa di questa tragica graduatoria, dopo Germania e Francia.

Affermare che nulla da allora è cambiato sarebbe comunque fuorviante. A partire dalla stessa parola Femminicidio – e dal relativo concetto – che pur inserita quale neologismo nel 2008 dalla Treccani e nonostante la pubblicazione nello stesso anno di un approfondito studio comparativo della giurista Barbara Spinelli[2], allora faceva fatica ad essere accettata e non mancavano, nel dibattito pubblico misere battute  del tipo “allora l’assassinio di un maschio è un ‘maschicidio’!”. Anche se esistono ancora resistenze ad un suo inserimento nella legislazione, oggi la differenza fra un omicidio con vittima femminile e un femminicidio, sia pur nella più generale accezione di “omicidio di una donna in quanto donna”, è generalmente accettato. Tanto che per la Treccani “femminicidio” è la parola dell’anno 2023.

Per quanto riguarda la quantificazione e il monitoraggio della violenza di genere nel corso degli anni, un importante passo in avanti è costituito dalla Legge 5.5.2022 n. 53 (Disposizioni in materia di statistiche in tema di violenza di genere) che fissa criteri precisi per rilevarne le diverse forme garantendo “un flusso informativo adeguato per cadenza e contenuti sulla violenza di genere contro le donne al fine di progettare adeguate politiche di prevenzione e contrasto e di assicurare un effettivo monitoraggio del fenomeno” con la possibilità, nei prossimi anni, di confrontare dati omogenei.

Direi che ciò che è soprattutto cambiato è la sensibilità collettiva che si esprime in molteplici forme che vanno oltre alla rottura del silenzio che sottolineavo nell’aprile 2013. Sul piano mediatico se la trasmissione di approfondimento curata da Riccardo Iacona costituiva una assoluta novità, da allora il tema ha continuato ad esser presente sia in televisione che in molteplici spettacoli teatrali e le testate giornalistiche televisive in più casi dedicano un apposito spazio (es. > qui < e > qui <), per non parlare della stampa quotidiana. Sul versante legislativo è nel 2013 che prende vita la prima legge esplicitamente volta al “Contrasto alla violenza di genere” (Legge 15.10.2013 n. 119) che ha aperto la strada ad un settore specifico della nostra legislazione e nel 2017 ad una specifica Commissione parlamentare di inchiesta.

È soprattutto al livello della partecipazione pubblica che questa crescente sensibilità si è manifestata sia con una presenza più consistente ed attiva agli eventi pubblici come quelli legati alla giornata internazionale del 25 novembre, in particolare dal 2016 con la costituzione anche in Italia del movimento femminista “Non Una di Meno”, sia con momenti simbolici come scarpe, nastri e panchine rosse, oppure con murales riferiti alla violenza di genere e al femminicidio in generale oppure a casi specifici come quello di Marsala per Marisa di Leo.

A livello di approfondimento numerosi gli incontri, le conferenze e i convegni. Sul piano locale ricordo quello organizzato per l’8 marzo del 2023 dal Coordinamento donne dello SPI-CGIL: “Perché Eva subisce la violenza? E, la legge, la difende abbastanza?” in cui sono emersi temi di rilievo quali il gap fra la normativa di tutela e la sua conoscenza e applicazione sottolineando come di fronte ad almeno un terzo di donne che subisce violenza, solo una su dieci sporga denuncia. Non solo per paura ma spesso per una concezione del rapporto di coppia fondato sulla dipendenza affettiva. Una concezione dell’amore che definirei la malsana concezione di un “universo a due” che isola la coppia dal contesto e che, in un periodo di declino della socialità, è spesso perseguito non solo dalla componente maschile, ma anche da quella femminile. Un universo chiuso e malato laddove qualsiasi piccola differenza – di opinione, di scelta, di comportamento – può facilmente sfociare in violenza ove ovviamente è la componente femminile a subire.

E finisco questa frammentaria e necessariamente incompleta carrellata sul decennio trascorso citando il Progetto Airone: di fronte al drammatico tema degli orfani di femminicidio – tema a lungo ignorato e su cui legislazione e interventi statati sono in terribile ritardo – si è costituito nel 2015 un partenariato di trenta soggetti pubblici e privati – tra cui cinque università – intorno ad un progetto di intervento “a sostegno di ciascun orfano di crimine domestico, che possa garantire per il futuro l’adozione di linee guida e protocolli d’intervento.”

Qualcosa sta cambiando?

Un aumento di conoscenza e sensibilità, iniziative di denuncia e di supporto alle vittime (es. Sportelli donna) che ha mobilitato operatori delle professioni sociali, associazioni ed enti pubblici in modo crescente ma che sinora ha coinvolto una minoranza attiva – soprattutto femminile – e che non pare sia riuscita ad arginare o diminuire violenza di genere e femminicidi.

Eppure ho il sentore che qualcosa stia cambiando. E non è solo un auspicio; mi riferisco in particolare ad un segnale e ad un evento specifico.

Un segnale. Il successo del film della Cortellesi. C‘è ancora domani non solo ha riportato il grande pubblico nelle sale ma lo ha fatto in un periodo dell’anno in cui in passato le sale si riempivano con i cosiddetti cinepanettoni perlopiù improntati ad una comicità casareccia quasi sempre volgare e maschilista, imponendosi invece con uno stile filmico e una tematica diametralmente opposti. Un successo frutto soprattutto di un passaparola – a voce e nei social – non certo dovuto solo ad una attenta pubblicizzazione o alla popolarità della attrice-regista. Certo alcuni critici e cinefili hanno storto il naso quasi che il successo in sala sminuisse la qualità del film[3]. Quello che qui mi interessa sottolineare è che la partecipazione di un così vasto pubblico, di ambo i sessi, su una tematica esplicitamente di contrasto al predominio violento maschile va ben oltre alla partecipazione attiva, ma comunque minoritaria, di cui abbiamo sopra parlato. In sostanza mi pare che questo sia il segnale che si sia raggiunta – o si stia per raggiungere – quella che in sociologia viene definita “massa critica” per cui opinioni e comportamenti di una minoranza attiva diventano maggioritari. Se dovessi esprimere in poche parole il mio giudizio sul film direi: “Un film giusto al momento giusto”.

Un evento drammatico

Mi riferisco naturalmente alla uccisione di Giulia Cecchettin; mai un femminicidio aveva polarizzato così l’attenzione e una simile partecipazione sia ai funerali che alle manifestazioni del successivo 25 novembre[4]. I motivi sono tanti, dal tempo passato fra la denuncia della scomparsa di Giulia al ritrovamento del suo corpo devastato, dal fatto che l’assassino era quello che fino al giorno prima si sarebbe di certo definito il prototipo del “bravo ragazzo” e soprattutto gli interventi della sorella Elena e quello del padre al funerale e successivamente da Fabio Fazio. Interventi importanti sia perché hanno voluto uscire dal dolore familiare per trasformarlo in impegno civile. Non è certo il primo caso, basti ricordare i parenti delle vittime delle stragi, o il padre di Carolina Picchio[5]. Con una differenza: in quei casi si faceva riferimento a eventi o tematiche specifiche (la verità su una strage, la denuncia e prevenzione del bullismo …) mentre sorella e padre di Giulia hanno posto un problema di responsabilità che riguarda l’intera società, la componente maschile in primo luogo ma, implicitamente, anche quella femminile. E che abbiano toccato un nervo scoperto lo si è visto da un certo numero di reazioni scomposte e incredibili con pesanti accuse di strumentalizzazione del dolore sia da politici che da conduttori televisivi. Reazioni che non vi sono certo state, ad esempio, nei confronti dei familiari della strage di Ustica e di Paolo Picchio.


Quando mi chiedo se qualcosa sta cambiando non mi riferisco solo al fatto che vi è maggiore sensibilità ed attenzione nei confronti della violenze di genere – che tra l’altro ha incentivato il numero di segnalazioni e richieste di aiuto al 1522 – né tantomeno ad una auspicata diminuzionedi femminicidi che anzi – come paventa Bocchiola nel suo intervento (violenza chiama violenza) – sembrerebbe esservi in questo inizio 2024 una sorta di efferata emulazione. E i media dovrebbero essere molto attenti a come affrontare questi casi, certo senza censura ma soprattutto senza alimentare morbosa curiosità.

Mi chiedo se non è maturo il tempo per affrontare in modo più efficace violenza di genere sia nell’analisi delle sue motivazioni sia nelle modalità e strategie di prevenzione. Abbandonando risposte semplicistiche e polarizzate, spesso frutto della applicazione meccanica di categorie politiche o moralistiche, non limitandosi nemmeno a trovare un accordo sul minimo denominatore come talora in parlamento. Certo se devo dar vita ad una legge, come la n. 53 sopra ricordata, di monitoraggio di violenza di genere, il non utilizzare la parola “femminicidio” può essere anche un compromesso accettabile. Ma questa logica del “troviamo ciò su cui siamo tutti d’accordo” non serve ad analizzare, capire e pertanto prevenire. In sostanza serve un pensiero critico che riesca ad andare alla radice di un fenomeno – il femminicidio – che sinora, nonostante quanto sottolineato sopra, non accenna a diminuire.

Alcuni spunti di riflessione e qualche considerazione sull’intervento di Andrea Bocchiola

Viviamo in una società complessa e le scienze sociali ci hanno insegnato che i fenomeni delle nostre società possono essere letti e interpretati da molteplici punti di vista disciplinari senza che una lettura interpretativa ne infici altre dando così vita a letture poliedriche che si arricchiscono fra loro.  E allora ad una lettura psicoanalitica e psicologica, è bene si affianchino sguardi ed analisi provenienti non sola dalla psicologia (anzi dalle psicologie) ma anche antropologiche e sociali, criminologiche e giuridiche, etiche e filosofiche ecc. Tanto più che viviamo non solo in una società in rapida trasformazione, ma soprattutto in quelle che definirei trasformazioni asimmetriche dove alcuni settori si modificano radicalmente mentre altri sono immuni dal cambiamento o addirittura regrediscono a modelli pregressi. Questo vale in generale (economia, stratificazione sociale, politica, modelli culturali ecc.) e in particolare per ciò che chiamiamo famiglia. A questo si aggiungono le integrazioni e gli innesti sociali e culturali dovuti alla crescente immigrazione. Per intenderci due recenti femminicidi come quello di Saman Abbas e quello di Giulia Cecchettin è evidente siano collegate a strutture sociofamiliari diverse, antitetiche direi, così come le modalità del loro compimento. Non dimenticandoci che il delitto d’onore è una fattispecie di femminicidio innestata nella struttura sociale del nostro paese e se la sua giustificazione giuridica è stata superata non è detto che la sua mentalità lo sia ovunque altrettanto. Questo perché i tempi di cambiamento delle strutture sociali, delle norme giuridiche e della mentalità hanno durata diversa (rapida, lenta, lunga).

Da tempo chi lavora nella scuola – e a maggior ragione chi opera nella psicoterapia – osserva quella che per comodità viene definita “società senza padri”[6] e un noto psicologo è arrivato a coniare il termine polemico di “figliarcato”. Fatta la giusta tara sulla necessità di semplificazione legate alla comunicazione giornalistica e mediale, non bisogna universalizzare dimenticando che – magari non solo in aree socio-geografiche più periferiche – possa permanere, o venir riproposto, il modello opposto del “padre padrone”.

Il patriarcato

“L’organizzazione patriarcale (della famiglia) è stata la forma storicamente predominante nelle società europee, e in essa è apparso concentrarsi il dominio dell’uomo sulla donna; ma forme anche più rigide e totalitarie di patriarcato si ritrovano presso molte altre società, p. es. quelle che hanno a base del proprio ordinamento giuridico, e più in generale della propria morale, la religione musulmana.”[7]

Cosa caratterizza questa famiglia patriarcale predominante in Europa prima dello sviluppo capitalistico ed industriale? Essenzialmente il fatto che la famiglia costituiva “una comunità di produzione[8] e il “patriarca” oltreché capofamiglia era proprietario e organizzatore della attività produttiva sia essa agro-pastorale, artigianale o altro. La famiglia patriarcale è strutturata su più livelli di parentela (famiglia allargata) di modo che la proprietà familiare si mantenga intatta e passi in eredità di norma al figlio maschio maggiore. E l’autorità del patriarca non ha un significato regressivo in quanto costituisce la garanzia di condizioni di relativo benessere all’intera famiglia allargata. Allora in senso proprio possiamo parlare di società patriarcale “rispetto ai tempi in cui (la famiglia) era la comunità produttiva dominante[9] mentre nei tempi successivi ed anche odierni possono permanere singole realtà di famiglie patriarcali con le caratteristiche sopra indicate (ad esempio il Maso tirolese).

Con lo sviluppo di modelli economici non più centrati sulla famiglia, ma sul capitale e l’industria, la famiglia si ristruttura secondo quella che è stata definita famiglia borghese, o coniugale o nucleare composta unicamente da padre, madre e un numero di figli progressivamente in diminuzione. Come ha ben dimostrato la mole di studi raccolti da Horkheimer nel testo citato il principio di autorità patriarcale si trasferisce sul capo famiglia borghese, in quanto detentore di un patrimonio economico essenzialmente monetario ma oramai senza le altre ampie prerogative del patriarca. Lo stesso avviene per le famiglie operaie e più in genere popolari che si strutturano in modo analogo a quelle borghesi.

Un modello di famiglia che nasce e si dimostra rapidamente fragile per vari motivi: la netta divisione di ruoli fra marito apportatore del reddito e moglie destinata alla cura della casa e dei figli viene spesso messa in discussione sia per motivi economici (il reddito integrativo della moglie e in certi periodi di crisi economica o di guerra non solo integrativo), la perdita del ruolo educativo-professionale del capo famiglia a cui è subentrato lo stato con la scuola pubblica, un principio di autorità disancorato dalla sua motivazione originaria e che può produrre sottomissione e mentalità autoritaria oppure, come ha ricordato Bocchiola, anche una giustificata ribellione ed infine il processo di emancipazione femminile che ha definitivamente messo in discussione i suoi ruoli cristallizzati.

 Una efficace narrazione di questa complessiva dinamica la ritroviamo ad esempio in un bell’intervento dello scrittore Maurizio Maggiani su La Stampa.

Quella a cui fanno riferimento i sostenitori della Famiglia (con la “F” maiuscola) e che spesso chiamano “famiglia naturale” (basterebbe aver letto un qualsiasi manuale di sociologia o antropologia per accorgersi che non è mai esistita una famiglia “naturale” ma molteplici modelli proprio perché l’uomo è “naturalmente un animale culturale”) è in realtà la famiglia coniugale-borghese. Tipologia non solo storicamente delimitata, ma oramai palesemente declinante. E val la pena sottolineare come spesso siano proprio i sostenitori politici della centralità della “famiglia naturale” e della sua difesa a vivere in realtà situazioni familiari-affettive lontanissime dal modello che vorrebbero imporre. Ma, come è noto, l’ideologia prescinde dal principio di realtà.

Concludendo sulla tematica del patriarcato ha senso oggi utilizzare quel termine? È evidente che quando, in relazione alla violenza di genere e al femminicidio si parla di “patriarcato” e “società patriarcale” non ci si riferisce ad una struttura sociale da tempo estinta ma essenzialmente a due aspetti: da un lato il netto prevalere nei ruoli sociali e nel riconoscimento economico delle figure maschili e dall’altro la permanenza (ideologica perché disancorata dalla realtà socio-economica) del principio di autorità del maschio-padre che non può trovare oggi altro fondamento dalla presunta superiorità del maschio altrimenti detta maschilismo[10]. È bene esserne consapevoli per evitare polarizzazioni inutili come quella fra le due affermazioni apparentemente dicotomiche:

  • Il patriarcato non esiste più da tempo (vera in riferimento alla struttura socio-familiare)
  • Il patriarcato permea ancora la nostra società (vera in riferimento alla ideologia)

Un dibattito del genere è ovviamente inconcludente e non fa fare un passo in avanti nel capire e nel prevenire.

La forza della Vergogna

Marsala. Murale per Marisa Di Leo

Da quando ho iniziato ad occuparmi di femminicidio mi sono convinto essenzialmente di due aspetti. L’irrilevanza quale causante (e spesso implicitamente scusante) della gelosia che spesso veniva richiamata (oggi meno frequentemente) quale motivazione. La gelosia dovrebbe semmai rivolgersi verso un antagonista ma il più delle volte l’antagonista è del tutto assente.

L’estrema rilevanza invece della vergogna: la messa in crisi di una identificazione con il modello di maschio dominante dall’imporsi di una donna che afferma la propria indipendenza affettiva e/o si afferma in modo più significativo del partner negli studi e nella vita sociale.  E siccome la vergogna – come ben sottolinea Ágnes Heller – non è altro che l’effetto dell’insieme degli sguardi altrui su di noi, proponevo un suo rovesciamento.

“Il primo passo è allora quello di dar vita ad una sempre più estesa esecrazione non solo “pubblica”, ma “di genere” che sommerga di vergogna quello che normalmente è chiamato “maschilismo” ma che preferirei chiamare “infantilismo sentimentale di maschi senza dignità”, di esseri incapaci di rappresentarsi sulla scena pubblica se non come conquistatori e dominatori, in sostanza privi di valore in sé stessi.
Occorre insomma rovesciare “l’orgoglio maschilista” in vergogna e discredito contrapponendogli l’orgoglio di uomini liberi e, in quanto tali, in grado di liberamente rapportarsi a donne libere.”[11]

La lettura – in parte rilettura – di testi etici ed antropologici della filosofa ungherese[12] mi conferma sul suolo centrale della vergogna e nel contempo sulla ingenuità della mia proposta del 2013.

Cerco di approfondire. La forma originaria di moralità si basa su di una autorità esterna e la sua interiorizzazione avviene appunto attraverso il meccanismo della vergogna. Lascio la parola alla Heller:

. Poiché è la comu­nità nel suo insieme che specifica e rende applicabili le norme, l’indi­viduo trae tutto il proprio contenuto normativo da fonti esterne, sen­za aggiungere o togliere alcunché a questo contenuto. Ciò significa che ogni persona parla a nome della comunità, ed è in tal modo che il giudizio morale prende forma nello sguardo, negli occhi degli altri. Questi occhi ti seguono in ogni tuo agire e in ogni tuo fare, si posano su di te e ti osservano. Se fai qualcosa che non dovresti fare, gli occhi degli altri ti fanno provare vergogna. Chi provoca il sentimento della vergogna? Chi ci guarda, o meglio i membri della comunità che ci os­servano e immediatamente suscitano in noi, se ci sentiamo differenti, il sentimento della vergogna. Questo tipo di autorità morale è propria delle società primitive, in cui occorre obbedire alle stesse norme e re­gole della comunità di appartenenza.[13]

Con lo sviluppo e articolazione della società – in sostanza con la nascita delle Polis – prende vita un’altra autorità morale, quella interna della coscienza.

Con il passare del tempo la società è diventata più complessa e l’au­torità morale si è sviluppata e sdoppiata nell’autorità morale interna che è la coscienza. Questa non coincide più con lo sguardo esterno de­gli altri, ma è una voce interna. La coscienza in quanto voce interiore ci parla, mette in guardia, consiglia, ricompensa, punisce. Con i suoi ammonimenti e i suoi consigli la coscienza è un sentimento orientati­vo. La nostra coscienza ci parla e se non l’ascoltiamo proviamo un do­lore assai più tormentoso di quello del corpo. D’altra parte se noi dia­mo retta alla coscienza proviamo gioia, soddisfazione, felicità. In Gre­cia troviamo la prima grande formulazione della coscienza nel δαίμων socratico, che non è più il potere della vergogna, ma una voce che spinge all’azione.[14]

Il “potere della vergogna” agisce allora soprattutto ove permane un assetto comunitario ed è chiaramente un agente ad. es. quando il comportamento femminile è visto come un affronto all’onore della famiglia. Il suo rovesciamento – che proponevo – è difficilmente realizzabile in una società frammentata retta sulla centralità dell’individuo (una “società desocializzata”). Lo sguardo che provoca vergogna non è quello di un pubblico generico veicolato dalla stampa o dai media (se un “amico” di un social non mi aggrada me lo levo subito di torno con un clic) né quello di una manifestazione di protesta, ma quello degli occhi con cui mi confronto quotidianamente.

Dall’altro lato l’autorità morale interna della coscienza – lo sguardo etico con cui guardiamo noi stessi – può essere messo in crisi dal prevalere del narcisismo, lo sguardo distorto e compiacente con cui preferiamo osservarci.

Il rovesciamento che mi auguravo può avvenire solo con il recupero di spazi comunitari, di una rivitalizzazione di un “bisogno di comunità” di cui parlavo qualche anno fa[15]. Ne gioverebbe non solo il contrasto alla violenza di genere e al femminicidio – una rete di sguardi solidali in grado di dar vita ad un’etica collettiva non violenta – ma più in generale le relazioni sociali, la cultura e una politica che sembra oggi essersi smarrita.

È anche quello che si augura Ágnes Heller in un bel saggio su cui mi propongo di ritornare (La società insoddisfatta[16]):

“Perché questo accada si devono stabilire varie comunità umane con stili di vita differenti, tutte in grado di offrire modelli morali-normativi per «la vita buona» ma diversi tra loro.”


[1] Max Horkheimer, Studi sull’autorità e la famiglia, Utet, Torino 1974, p. 56.

[2] Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale, Franco Angeli, Milano 2008. Della stessa Spinelli la voce Femminicidio nell’Enciclopedia Italiana (Appendice 2015) > qui <. Da non confondere l’autrice con la omonima parlamentare europea e saggista, figlia di Altiero Spinelli.

[3] Per una rassegna di recensioni positive e talora negative si può guardare > qui < e > qui<. Per una lettura critica d’oltre confine si può leggere la recensione sul sito della RadioTelevisione della Svizzera italiana (> qui <)

[4] A Roma vi sono state 500mila manifestanti (con anche molti uomini) e iniziative si sono svolte in tutta Italia con richiami al femminicidio di Giulia Cecchettin e, talora, al film della Cortellesi. Cfr. > qui <, > qui <, > qui < e > qui <.

[5] Sulle iniziative di Paolo Picchio contro il Bullismo e il cyberbullismo cfr. > qui < e > qui <.

[6] Ne parlavo in un mio post del 2013. “… la funzione del padre è da tempo in crisi: il suo ruolo “terzo” si poneva come autorità in grado di porre un limite al rapporto simbiotico madre-figlio, indirizzando al differimento del piacere attraverso la scoperta del mondo sociale e delle sue regole. La crisi di quel modello è sotto gli occhi di tutti e sono del tutto inutili i richiami nostalgici che vorrebbero riproporlo. Ma non penso nemmeno che sia da accettare come ineluttabile (o addirittura da esaltare) la “società senza padri”. (Alla ricerca del padre)

[7] Luciano Gallino, Dizionario di sociologia, Utet, Torino 1978,voce “Famiglia, Sociologia della”, p. 306.

[8] Horkheimer cit., p.55

[9] Ivi, p. 50.

[10] Su quanto il maschilismo sia in effetti la maschera della fragilità maschile non mi soffermo e mi limito ad indicare alcuni testi che hanno approfondito il tema: William Pollack, No macho, Il Saggiatore – Net, Milano 2003; Stefano Ciccone, Essere maschi. Tra potere e libertà, Rosenberg & Sellier, Torino 2009; Lea Melandri, Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà, Bollati Boringhieri, Torino 2011. “Confinando la donna nel ruolo di madre, facendola custode della casa, dell’infanzia, della sessualità, l’uomo ha costretto anche se stesso a restare eterno bambino, a portare una maschera di virilità sempre minacciata”. (Ivi, p. 98).

[11] 122 femminicidi nel 2012. Quanti nel 2013?

[12] Le condizioni della morale, Editori Riuniti, Roma 1985; Etica generale, Il Mulino, Bologna 1994; Per una antropologia della modernità, Rosenberg & Sellier, Torino 2009; Il potere della vergogna. Saggi sulla razionalità, Castelvecchi, Roma 2018.

[13] Per un’antropologia della modernità cit., p 76.

[14] Ivi,p.77.

[15] Cfr. anche L’orizzonte della comunità ai tempi di Internet.

[16] Riportato in Il potere della vergogna cit., pp. 345-362.

Femminicidi. Irrilevanza del patriarcato e illusioni dell’educazione all’affettività

di Andrea Bocchiola

Psicoanalista (Società Psicoanalitica Italiana,  International Psychoanalytical Association)

Omicidio in casa (1890). Jakub Schikaneder

Da sempre gli uomini distruggono e uccidono volentieri

(W. Sofsky, 1996, Saggio sulla violenza)

Violenza chiama violenza. Ogni omicidio sdogana e legittima l’omicidio seguente. Caino non porta con sé la sola morte del fratello, ma tutte le morti che da quella discesero, per via di contagio. Incontenibile, la violenza ogni volta rinasce dalle proprie ceneri, dal proprio orrore e dal proprio abietto piacere. E così è per la violenza di genere: ogni femminicidio è insieme richiamo, istigazione e legittimazione del successivo, al punto che, se non è possibile e non è giusto non darne notizia, ogni notizia partecipa della perpetrazione di ciò che denuncia. E ora, di fronte a questa inarrestabile marea bisogna ammettere che la politica e la società hanno le armi spuntate, sia dal punto di vista della prevenzione che da quello dell’interpretazione del fenomeno. 

Per rimediare all’emergenza, una certa cultura di destra evoca l’inasprimento delle pene, come se non sapessimo, dall’esperienza, che la pena non ha alcun effetto di deterrenza sul crimine, visto che, se così fosse, dovremmo ormai vivere in una civiltà perfetta (e questo tralasciando il fatto che il carcere, che solo in pochi casi rispetta il dettato costituzionale della riabilitazione, sia più uno spaventoso incubatore del comportamento criminale che un luogo di rieducazione alla vita civile). Tuttavia anche la classica alternativa alle pratiche di sorveglianza e punizione, ossia l’idea liberal progressista di un’educazione all’affettività, sessuale e identitaria nelle scuole, sembra ignorare l’esame di realtà. Se infatti i sermoni e la loro versione post moderna, quella che sostituisce il Nuovo Testamento con l’expertise delle psicologie funzionassero, dopo secoli di prediche dal pulpito, dovremmo essere quasi tutti in via di canonizzazione.

Purtroppo la credenza che la conoscenza faccia la virtù, che basti insomma educare la coscienza, aumentare la consapevolezza delle persone o sostenere i loro buoni intenti, perché le esplosioni di violenza possano essere evitate, non è solo una pia illusione che ci fa dimenticare l’irriducibile godimento per la violenza che alberga nell’animo umano. È soprattutto un pernicioso misunderstanding rispetto alla comprensione del femminicidio e della violenza di genere. Il problema rispetto agli agiti violenti non sono infatti i contenuti educativi con cui riempire le coscienze dei giovani virgulti, anche ammesso e non concesso che il mondo degli affetti sia riconducibile a dei contenuti trasmissibili. Il problema è, piuttosto, la capacità soggettiva, psichica di contenere l’angoscia di sopportare e elaborare la frustrazione, la rabbia, e persino l’odio, senza esserne travolta e senza dare il via libera all’azione. La questione si gioca dunque ben poco sui contenuti e molto di più sulla tenuta dei contenitori psichici rispetto all’angoscia, alla frustrazione, alla rabbia e all’odio, provocati a esempio, dall’esser abbandonati. Quindi si gioca sui trasformatori psichici, ossia sulle funzioni mentali di trasformazione e digestione dei vissuti insopportabili e incomprensibili che albergano e ingombrano la mente, (come il dolore, la paura, lo spavento e così via), che dei contenitori costituiscono la nervatura essenziale. Sennonché imparare a contenere questi vissuti e a trasformarli non è qualcosa che nessuna educazione all’affettività possa insegnare direttamente o indirettamente. Posso ben conoscere la virtù, ma nel momento dell’odio la conoscenza e la consapevolezza non costituisce un argine. Di fatto il solo modo per sostenere queste funzioni è l’esempio. 

Marsala. Murale per Marisa Di Leo

Il genitore che dinanzi al neonato che piange è capace di contenere la propria angoscia dovuta al non capire il motivo del pianto e restare tranquillo, insegna al bambino che si può non essere travolti dallo spavento. Non perché glielo spiega a parole ma perché glielo mostra nel comportamento. I genitori che sanno contenersi non inondando con le proprie ansie i bambini, insegnano loro a esser più forti dell’angoscia che provano davanti ai momenti cruciali della crescita. I genitori che non trattano i bambini come dei piccoli principi, insegnano loro che si può sopravvivere al duro confronto con la realtà. Ancora, i genitori che non trattano i bambini come dei piccoli soggetti politici, demandandogli l’onere di dovere decidere loro cosa fare, dove andare e cosa mangiare, insegnano loro la virtù del limite e contengono la cosa più angosciante che ci sia: l’illusione di essere onnipotenti (quella del bambino che comanda il genitore). I genitori che non vanno all’arrembaggio del desiderio del bambino, accontentandolo subito per ogni capriccio (es. la bambina che vuole andare a danza e il giorno dopo è già iscritta alla migliore delle scuole e attrezzata nel migliore negozio di danza della città), insegnano al bambino che il desiderio non va solo espresso ma va fatto crescere, coltivato, che richiede tempo per essere fatto davvero proprio, digerito e quindi soggettivato. Al contrario abbiamo solo dei genitori che vandalizzano il bambino del suo desiderio e che se ne appropriano, lasciandolo depauperato e senza più la possibilità di capire se quel desiderio era suo o dei suoi parenti. I genitori che non trattano il bambino come una propria propaggine narcisistica di cui fare mostra come fosse un trofeo, insegnano al bambino il rispetto dei confini tra Sé e l’Altro e lo proteggono da una invasione di campo che, quando si verifica li fa impazzire di angoscia, rendendoli incapaci di consolidare i propri confini rispetto ai movimenti dell’altro (questa impossibilità, lo vedremo tra poco, è esattamente uno e dei più importanti detonatori della violenza di genere). I genitori che non fanno continui sermoni ai bambini, in base all’ideologia mal digerita del dialogo a tutti i costi, somministrandogli un bombardamento simbolico che nella maggioranza dei casi è inutile e in molti di essi produce solo rabbia e angoscia, prima o poi destinate a esplodere, preservano i bambini da quella che è la premessa a ogni violenza fisica possibile: quella violenza simbolica con la quale la ricchezza degli argomenti dell’adulto si mangia qualsiasi pensiero il bambino possa avere (piccolo inciso da psicoanalista che si occupa anche di bambini: nei capricci dei bambini è il bambino ad aver ragione e il capriccio è solo l’occasione per denunciare uno stato confuso della mente che nasce dalle ambiguità, ambivalenze e invasività psichiche degli adulti).  I genitori che non hanno paura del conflitto con i propri figli, che sanno sostenerlo senza doverlo fuggire o manipolare, che non sono dunque costretti a fare gli amichetti dei loro bambini, gli insegnano, senza dirlo ovviamente (anche volendo, come dirlo poi, senza percepire immediatamente una nota in falsetto?) moltissime cose, a esempio che il conflitto non distrugge il legame (il legame che nega il conflitto è collusione), che il legame può essere riparato, che si può tollerare il conflitto con l’altro senza angoscia catastrofica (che, come vedremo, è una delle premesse del femminicidio).

La scuola che funge da argine tra mondo familiare e vita pubblica, che non intrude nello spazio privato dei bambini (occupandosi delle loro vicende famigliari, affettive, psicologiche), insegna al bambino che esiste un mondo pubblico diverso da quello privato, che è possibile fare una differenza interna tra i due e che quando la vita personale va male, è possibile e necessario cavarsela lo stesso nella propria vita pubblica (scolastica prima e lavorativa poi). La scuola capace di bocciare e dare cattivi voti protegge il bambino dalla sua onnipotenza, gli offre un’occasione per prendersi del tempo di crescita, per un esame di realtà su se stesso e in generale per fare un uso evolutivo della frustrazione e della delusione, anche rispetto a se stesso. 

La scuola che mantiene l’asimmetria tra docente e discente, nella quale gli insegnanti non sono amici o gli psicologi dei loro studenti, nella quale, per fare un esempio gli studenti si alzano dal banco quando entra l’insegnante e la lezione frontale non è il male assoluto, introducono bambini e adolescenti, non solo alla differenza tra il gioco e la realtà ma a una acquisizione di disciplina e tenuta caratteriale, che sarà loro indispensabile davanti a ogni momento di difficoltà nella vita adulta (e nel suo ingresso).

La scuola capace di fornire ai ragazzi dei veri riti di passaggio e che gli diano un segno di un cambiamento di status e responsabilità, li introduce all’esperienza del tempo, del cambiamento e della perdita, sostenendo la loro fatica a abbandonare l’onnipotenza psichica dell’infanzia.

Potremmo proseguire per altre dieci pagine, ma continueremmo a dire la stessa cosa: come possiamo pensare che l’educazione all’affettività possa servire a qualcosa se la scuola e la famiglia sono esse per prime gli agenti di una violenza simbolica che infantilizza i bambini, li rende passivi rispetto ai propri vissuti e non rispetta i loro confini psichici? Come può servire un’educazione all’affettività se le agenzie educative per prime non sono in grado di contenere la propria angoscia e diventano persecutorie? Come educare, trasmettendo contenuti, se le agenzie educative si assumono il compito di distruggere ogni contenitore sia dei contenuti che degli affetti?

Venendo invece all’’interpretazione corrente del femminicidio bisogna riconoscere che essa ha trovato nel patriarcato sia l’imputato ideale che il perfetto capro espiatorio. Ma siamo davvero sicuri che sia così? 

Come ebbe modo di osservare il sociologo M. Horkheimer, nei suoi Studi sull’autorità e la famiglia (M. Horkheimer, 1951), questo tipo di famiglia aveva come esito la generazione non di personalità sottomesse, passive con l’autorità e violente con gli altri, ma esattamente l’opposto. La famiglia patriarcale era la struttura che generava il soggetto autonomo critico in grado di opporsi alla violenza autoritaria familiare e sociale (come successe, a esempio, con i moti studenteschi degli anni Sessanta e Settanta). In secondo luogo, questo tipo di famiglia e cultura, che è in crisi manifesta da parecchi decenni, è stato soppiantato da un tipo ben differente di famiglia, che con il patriarcato nulla ha a che vedere e di cui stiamo in questi anni cominciando a apprezzare la potenza “educativa”. Coerentemente con queste osservazioni, se guardiamo ai dati del Rapporto sulla criminalità giovanile (fonte: Direzione Centrale della Polizia Criminale – Eurispes) scopriamo che la violenza di genere sta investendo in modo inquietante le nuove generazioni e di conseguenza le nuove famiglie, proprio le più lontane dal modello di un patriarcato in via di smantellamento. Quindi, se vogliamo comprendere qualcosa di questa violenza, dobbiamo interrogarci sulle caratteristiche di queste famiglie e del loro clima affettivo.

A rischio di essere tranchant diciamo che questa famiglia ha meno a che fare con il patriarcato che con la cultura mafiosa. I bambini sono i comandanti e i despoti onnipotenti e, mafiosamente appunto, l’organizzazione lavora per proteggerne il potere e il capriccio. Nessun limite può essere somministrato, ogni frustrazione va evitata, il conflitto tra le generazioni viene aggirato attraverso una complicità di fatto tra i genitori e i figli, mascherata peraltro dall’ideologia dell’ascolto e del dialogo. Il che si traduce in un bambino assolutista e in una famiglia che gode di questo suo assolutismo senza freni. L’intero dispositivo familiare si mobilita per fornire al bambino qualcosa di simile a un allattamento continuo fuori tempo massimo, nel tentativo di tenerlo al riparo da ogni forma di limitazione, di fatica personale, d’esame di realtà e di frustrazione. I padri, lungi dall’essere i portatori di una autorità patriarcale, non solo finiscono con l’“allattare” a loro volta i pargoli, ma rischiano di entrare in competizione con loro per avere le attenzioni della madre, in posizione infantile.

L’esito è che non siamo di fronte al soggetto padrone che autoritariamente dispone del corpo della donna, come fosse un suo oggetto “sessuale” o una sua “proprietà” di fatto, e che anche giustamente è messo sotto accusa. Abbiamo piuttosto dei soggetti infantili, padri, adulti o adolescenti che siano, che non possono tollerare l’angoscia che la mamma (e i suoi sostituti), smetta di offrirgli il seno. E come bambini, o meglio, come infans, infanti di due anni, si scagliano contro di lei, per distruggerla in preda all’odio totale e senza controllo del bambino che urla alla mamma “ti butto nella pentolaccia”.

In questa situazione, ciò che viene a mancare, a un primo livello, è quanto in psicoanalisi chiamiamo funzione paterna (e che per essere chiari, essendo una funzione, è indipendente sia dal genere sessuale che dalla identità di genere dei genitori, o dal loro essere una coppia o single, mentre può benissimo essere assente nelle famiglie tradizionali) e che dovrebbe intervenire proprio a limitare l’onnipotenza infantile, separare il bambino dal seno e introdurre il soggetto alla frustrazione e al suo contenimento. In una parola, quello che manca è la Legge. In sua assenza l’odio per il seno (la donna) che si sottrae alla protervia avida e controllante dell’infante non può che esplodere, e purtroppo lo farà con tutto il potere e la forza di un corpo adulto, contro ogni femmina il destino gli farà incontrare.

Ma c’è un secondo livello della questione ed è forse ancora più interessante. Davanti alla ritirata delle funzioni paterne, davanti a una paternità che sempre più si maternalizza, bisogna completare il ragionamento e osservare che ciò che abbiamo davanti è l’esplosione di un materno senza limiti, senza controllo e senza freni. Troppo facile fare del “maschile” un capro espiatorio, e dimenticarsi di ciò che questa ritirata delle funzioni paterne lascia invece emergere. Ossia la maternalizzazione dell’intero dispositivo familiare, nel senso dell’allattamento infinito e senza freni di cui abbiamo parlato, e che lascia ai bambini e agli uomini che diverranno non solo la mera alternativa tra l’essere onnipotenti (“sei mia, ti distruggo”) e l’impotenza (“senza di te muoio”), ma anche l’ingiunzione alla distruzione come sola chance di individuazione soggettiva. Dietro al femminicidio, in altri termini, c’è sempre un matricidio, sovente scambiato per la sola strategia di sopravvivenza e di individuazione possibile. 

Se un tempo potevamo parlare di parricidio simbolico come quell’atto di sovversione nei confronti della legge paterna percepita come autoritaria e repressiva (“adesso che sono piccolo mi devo adeguare, domani quando sarò grande non dipenderò da te, ti criticherò”) e di soggettivazione del proprio ingresso nel mondo adulto (“adesso valgono le mie regole, non le tue”), ora dobbiamo parlare di un matricidio reale come paradossale atto di sopravvivenza psichica autodistruttivo, con il quale l’infans, divenuto adulto, in preda al terrore e all’orror vacui, uccide, nella donna che ha dinanzi, il fantasma della madre che gli sottrae il seno.


Margarita Sikorskaia