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Il male può essere banale? Attualità di Hannah Arendt *

27 gennaio 1945  

Il “Giorno della Liberazione di Auschwitz”, si dice comunemente. La legge istitutiva del “Giorno della Memoria” (20 luglio 2000, n. 211) parla più correttamente di “data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz”. Non è la stessa cosa. Quando arrivarono i primi soldati sovietici c’era ormai ben poco da “liberare”: del milione e duecento-trecento mila deportati ad Auschwitz quel giorno nel campo ne erano rimasti in vita circa 7mila, di cui circa un terzo morì nei giorni immediatamente successivi. Il grosso dei sopravvissuti all’inizio dell’anno (circa 80mila) erano stati avviati, con una quelle che sono state definite “marce della morte,” verso il confine Ceco.

Non fu una “Liberazione”, una festa, ma un momento di reciproco silenzio. Fu silenzio quello dei quei primi soldati russi, come ci racconta Levi nelle prime pagine de La Tregua; un silenzio smarrito di uomini a cavallo che mettevamo a fuoco la scena che si dipanava al di là dei reticolati: “Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo.” Fu silenzio “irreale” quello dei sopravvissuti come ci racconta Piero Terracina, uno degli ultimi testimoni italiani: un silenzio in cui l’angoscia dell’incombente passato non riusciva ancora ad aprirsi ad una possibile speranza. Per le vittime della shoah non c’è stata “liberazione”, nemmeno per i pochi sopravvissuti destinati a portare per il resto della loro vita il peso angoscioso di quella esperienza.

Allora l’ottica con cui è più corretto guardare quell’abbattimento di cancelli è probabilmente quella suggerita da Elena Loewenthal, non fu la fine di un orrore per le vittime, ma l’inizio di una presa di conoscenza (e coscienza) collettiva da parte di chi era rimasto al di qua di quei reticolati. “La scelta di questa data per incastonarvi il Giorno della memoria segue una logica importante. Esso cade infatti nel giorno in cui il resto del mondo – impersonato in quel momento dai soldati dell’Armata Rossa alleata che per caso capitarono davanti ai cancelli di Auschwitz – si trovò per la prima volta davanti alla macchina dello sterminio… è la data in cui per la prima volta si vide, si seppe” Una data che non riguarda le vittime, ma tutti gli altri su cui cade la responsabilità di conoscere, capire, ricordare. In questo compito collettivo i testimoni diretti hanno svolto un ruolo fondamentale (e ancora svolgono gli ultimi rimasti).

Ma cosa cambierà quando anche l’ultimo di loro sarà scomparso? Ne parla nel suo libro “Memoria e oblio” il neurologo Davide Schiffer: “La memoria della Shoah, con la scomparsa delle memorie individuali (superstiti e testimoni diretti), sarà affidata alla memoria collettiva residua e poi a quella storico-culturale” venendo a mancare quel legame potente e profondo fra conoscenza ed emozioni (i “qualia” nel linguaggio delle neuroscienze) che le testimonianze dirette (e – aggiungo – l’iniziale diffusione di immagini e filmati sull’olocausto) hanno prodotto. I testimoni ci lasciano; le immagini sono diventate sovrabbondati e non aprono più la porta al non noto ma ci tranquillizzano nell’illusione che averne viste tante equivalga sapere. Il rischio è quello di un Giorno della memoria come rituale scarico di coscienza che copre un effettivo oblio collettivo.

La strada opposta è allora quella dell’approfondimento (si conosce sempre troppo poco) e della riflessione a partire dalla domanda centrale che tanto più si conosce tanto più si ripresenta: “Come è stato possibile?” Il film della Von Trotta che riprende la riflessione (e l’acceso dibattito che ne è seguito) di Hanna Arendt sulla “banalità del male” costituisce senz’altro una buona occasione per procedere in questa direzione.

La Conferenza di Wannsee

Convocazione della Conferenza di Wannsee

Convocazione della Conferenza di Wannsee

 Il 20 gennaio 1942, a Wannsee, località lacustre vicino a Berlino, convocata da Reinhard Heydrich, Capo dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA), si tiene la “Riunione per la soluzione finale della questione ebraica”.

Il verbale richiama le fasi precedenti della politica del Reich sulla base delle Leggi razziali di Norimberga (1935) che avevano escluso gli ebrei dalla vita pubblica con successiva espulsione “dallo spazio vitale del popolo Tedesco” costringendoli all’emigrazione.

Con la guerra e l’invasione dell’Unione Sovietica “Viene ora adottata una soluzione alternativa all’emigrazione e cioè l’evacuazione verso Est, che ha ottenuto la preventiva autorizzazione del Führer. … La soluzione del problema Ebraico in Europa coinvolge circa 11 milioni di Ebrei così distribuiti [segue tabella dettagliata relativa a 35 paesi europei] Nel quadro generale della soluzione finale, gli Ebrei dovranno essere avviati al lavoro nell’Est Europeo. Tutti coloro che risultino abili al lavoro, suddivisi per sesso, saranno inviati in gruppi in quei territori per impiegarli nella costruzione di strade. Gran parte di essi morirà per cause natu­rali e quelli che sopravviveranno, cioè i più resi­stenti, dovranno essere gestiti adeguatamente poiché rappresentano il frutto di una selezione na­turale. Qualora essi venissero rilasciati potrebbero costituire il germoglio di una futura rinascita Ebraica (vedi l’esperienza storica). Durante l’attuazione della soluzione finale l’Europa sarà setacciata da Ovest ad Est. La Ger­mania, compreso il Protettorato di Boemia e Mo­ravia, avrà la precedenza per il problema dovuto alla carenza di unità abitative e per le necessità di natura politica e sociale. Gli Ebrei evacuati, suddivisi in gruppi, saranno prima inviati nei cosiddetti ghetti di transito e suc­cessivamente trasferiti nei territori Orientali. 

Da molti la Conferenza di Wannsee è stata considerata come il momento decisionale che ha dato inizio allo stermino degli ebrei; con ogni probabilità la decisione era già stata presa da tempo da Hitler (come si evince anche dal passo citato) anche se non esiste una diretta documentazione scritta in tal senso. Wannsee ha più probabilmente costituito il principale momento organizzativo ed operativo dello sterminio. Sterminio che era comunque già iniziato con l’invasione della Unione Sovietica (Operazione Barbarossa, avviata il 22 giugno 1941) e la costituzione, a ridosso delle truppe d’invasione, di speciali “unità operative” (Einsatzgruppen) di SS con il compito di annientare ebrei, zingari e commissari politici comunisti con fucilazioni in massa e altre forme di sterminio come le camere a gas mobili installate su camion (Gaswagen), utilizzando il gas di scarico dei veicoli, prima sperimentate “sul campo” e poi prodotte in serie da una azienda privata berlinese: la Gabschat Farengewerke Gmbh.

Otto Adolf Eichmann  

Il verbale di Wannsee, dal freddo linguaggio burocratico ed epurato, su indicazione dello stesso Heydrich, da ogni termine che richiamasse uccisioni, eliminazioni, annientamento e simili, fu redatto da Adolf Eichmann. Nativo di Solingen (Renania Settentrionale) e cresciuto a Linz in Austria, aveva aderito al partito Nazionalsocialista e alle SS dal 1932. All’epoca questi era il responsabile della sezione speciale Evacuazione – deputata alla “germanizzazione” dei nuovi territori occupati a est – presso la Direzione generale per la sicurezza del Reich (RSHA) di Berlino. Dal ’42 alla fine della guerra organizzò e diresse dai suoi uffici di Berlino la deportazione, tramite convogli ferroviari, degli ebrei anziani verso il lager di Terezìn (nord di Praga) e di tutti gli altri verso quelli polacchi (Auschwitz, Belzec, Sobibor, Treblinka).

Dopo la guerra, arrestato ma non riconosciuto, riuscì a fuggire e a nascondersi facendo il taglialegna per quattro anni. Nel 1950, tramite l’ODESSA (organizzazione clandestina dei veterani delle SS), entrò in contatto con il vescovo di Bolzano e Bressanone Alois Pompanin che gli procurò documenti falsi; si rifugiò, partendo dall’Italia, in Argentina con la finta identità di Riccardo Klement, altoatesino scapolo ed apolide. Trovò lavoro presso gli stabilimenti della Mercedes a Buenos Aires dove risiedeva con la sua famiglia che lo aveva raggiunto dal 1952.

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La cattura e il processo  

La segnalazione della sua presenza giunse ai servizi segreti israeliani e, dopo attenta preparazione, il Mossad l’11 maggio del 1960 lo rapì e, in assenza di possibile estradizione, lo trasferì segretamente in Israele. Il 23 maggio del 1960 il primo ministro israeliano David Ben Gurion ne annuncia in parlamento la cattura e l’istruzione del processo viene affidata al Procuratore Generale Gideon Hausner.

I Capi di accusa furono notificati al prigioniero nel febbraio 1961 e il tribunale prescelto fu quello distrettuale di Gerusalemme. Siccome nessun avvocato israeliano volle assumerne la difesa fu scelto un difensore tedesco, Robert Servatius del foro di Colonia che aveva già difeso alcuni criminali nazisti al Processo di Norimberga. Hausner raccolse una vasta documentazione sull’attività di Eichmann più che sufficiente per il dibattimento, ma su pressione di Ben Gurion furono convocati a Gerusalemme numerosi testimoni per dare il massimo risalto pubblico, nazionale e internazionale, al dibattimento che durò dal 10 aprile al 4 agosto 1961.

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Il 15 dicembre, a distanza di otto mesi dall’inizio del dibattimento, venne letta la sentenza all’imputato: «Il tribunale condanna Adolf Eichmann, riconosciuto colpevole per i crimini commessi contro il popolo ebraico, per i crimini commessi contro l’umanità, per crimini di guerra, alla pena di morte». La sentenza venne confermata in sede di appello il 29 marzo 1962. Dopo aver inutilmente inoltrato una domanda di grazia, Eichmann fu impiccato il 31 maggio 1962.

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Hanna Arend, filosofa tedesca, ebrea ed apolide

Hannah Arendt, nata nel 1906 da famiglia ebraica in una comunità vicino ad Hannover, studiò filosofia all’Università di Marburgo dove insegnava, con largo seguito fra gli studenti, Martin Heidegger che Hannah, ancora molti anni dopo – nonostante la rottura per la pubblica adesione di questi al nazismo – definirà “il segreto monarca del regno del pensiero”. Ne fu affascinata ed intrecciò con il maestro anche una relazione sentimentale. Fu poi indirizzata a completare studi e tesi di laurea con il filosofo esistenzialista e psichiatra Karl Theodor Jaspers che insegnava ad Heidelberg.

Sposatasi nel 1929 e avvicinatasi al movimento sionista fu rapidamente travolta dagli avvenimenti con l’ascesa del nazismo. Arrestata con la madre nel 1933 per il suo attivo sostegno all’opposizione e rilasciata dopo alcuni mesi, decise di emigrare a Parigi dove entrò in contatto con molti altri intellettuali rifugiati. Sposatasi nel 1939 in seconde nozze con l’attivista politico antifascista e comunista Heinrich Blücher, furono entrambi, in successione, arrestati in quanto “stranieri nemici”. Sulla loro condizione di profughi ed apolidi (nel 1937 le era stata tolta la cittadinanza tedesca) ebbe a scrivere: “La storia contemporanea ha creato un nuovo genere di esseri umani: quelli messi nei campi di concentramento dai loro nemici e nei campi di internamento dai loro amici.

Hannah-Arendt-Political-Philosopher

Riuscì a scappare dal campo di internamento e nel 1941, all’età di trentacinque anni, raggiunse New York con madre e marito. Attiva nella comunità ebraica si diede allo studio sistematico della recente storia europea e scrisse numerosi articoli sull’antisemitismo che sfociarono, nel 1951, in quella che è stata considerata la sua opera principale: Le origini del totalitarismo. Opera che le diede notorietà e, ottenuta anche la cittadinanza statunitense, le aprì le porte all’insegnamento universitario.

Il totalitarismo e il suo inferno

Prodotto dai grandi sconvolgimenti economici e sociali che, nell’epoca dell’imperialismo, hanno destrutturato le strutture sociali preesistenti e prodotto la massificazione della società, pur nelle loro differenze i regimi totalitari, hanno caratteristiche di fondo comuni: un’ideologia che presenta la storia come un cammino predefinito ed inarrestabile, l’identificazione fra il partito unico e lo Stato e l’utilizzo ai suoi fini dell’intera macchina statale (burocrazia, esercito, polizia segreta), il terrore come strumento di controllo e dominio, l’abbattimento della separazione fra sfera pubblica e sfera privata, l’uniformità e l’identificazione collettiva con lo Stato come dovere morale e come legge.

Il totalitarismo trova l’espressione ultima nei campi di concentramento dove il male radicale, il male assoluto, l’inferno, dà vita alla sua realizzazione in terra per mano dell’uomo stesso dominato dall’ideologia.

L’obiettivo ultimo di tutti i governi totalitari non risiede soltanto nell’ambizione ostentata di conquistare a lungo termine un potere globale, ma anche nel tentativo mai di­chiarato e immediatamente realizzato di mettere in atto un dominio totale sull’uomo. I campi di concentramento sono i laboratori in cui si sperimenta una dominazione to­tale sull’uomo e, poiché la natura umana è quella che è, questo scopo può essere attinto solo nelle condizioni estreme di un inferno fabbricato dall’uomo. La dominazione assoluta viene raggiunta quando la persona umana, che è sempre un miscuglio di spontaneità e di condiziona­mento, viene trasformata in un essere completamente con­dizionato, le cui reazioni possono essere calcolate anche quando viene condotto a una morte certa.

Questa disinte­grazione della personalità viene realizzata attraverso diffe­renti stadi, il primo dei quali è rappresentato dal momen­to dell’arresto arbitrario, quando viene distrutta la perso­na giuridica, non tanto per l’ingiustizia dell’arresto quanto piuttosto per il fatto che l’arresto non ha alcun rapporto con le azioni o con le opinioni dell’interessato.

Il secondo stadio riguarda la personalità morale e viene attuato con la separazione dei campi di concentramento dal resto del mondo, una separazione che rende il martirio privo di senso, vuoto e ridicolo. L’ultimo stadio consiste nella di­struzione della stessa individualità ed è posto in essere at­traverso la permanenza e l’istituzionalizzazione della tor­tura. L’esito finale è la riduzione degli esseri umani al più basso denominatore possibile di «reazioni identiche». …

In questa atmosfera si produce un amal­gama di criminali, oppositori politici e persone «innocen­ti», sorgono e periscono classi dirigenti, appaiono e scom­paiono gerarchie interne, l’ostilità contro i sorveglianti SS si muta in complicità e gli internati si uniformano al modo di vedere la vita dei loro persecutori, anche se questi ulti­mi raramente tentano di indottrinarli. L’atmosfera di ir­realtà che avvolge questo esperimento infernale, e che è cosi intensamente avvertita dagli stessi internati, fa di­menticare ai sorveglianti e anche ai prigionieri che si sta perpetrando un assassinio quando una o più persone ven­gono trucidate …

Solo coloro che per una ragione o per l’altra non sono più guidati da motivi ordinari di interesse personale e dal senso comune possono indulgere al fanati­smo di convinzioni pseudoscientifiche (le leggi della vita o della natura), che rispetto a tutti gli scopi pratici imme­diati (vincere la guerra o sfruttare il lavoro) risultano del tutto controproducenti. «Gli uomini normali non sanno che tutto è possibile», ha detto uno dei sopravvissuti di Buchenwald. … Visti dall’esterno, vittima e carnefice sembrano entrambi folli e per l’osservatore la vita interna dei campi somiglia a quella di un manicomio. Il nostro senso comune, abituato a pensare in termini utilitari e per il quale il bene come il male hanno un significato, viene offeso dall’assoluta insensatezza di un mondo in cui la pu­nizione colpisce l’innocente anziché il criminale, dove il lavoro non mira e non deve mirare alla produttività, e do­ve i crimini non recano alcun vantaggio – né si prefiggono di recarne qualcuno – ai loro autori. … Eppure, non vi è alcun dubbio che i responsabili di questi crimini senza precedenti li avevano perpetrati in ragione della loro ideologia, che essi ritenevano fondata sulla scienza, sull’esperienza e sulle leggi della vita. (da L’immagine dell’inferno. Scritti sul totalitarismo, Editori Riuniti, Roma 2001)

Hannah a Gerusalemme

Quando la Arendt viene a sapere della cattura e del processo ad Eichmann chiede, ed ottiene, di seguire il processo come corrispondente del prestigioso settimanale New Yorker, desiderosa di mettere a confronto le sue concezioni sul totalitarismo – ma anche la sua identità ebraica – con il dibattimento processuale ad uno dei principali responsabili dello sterminio in carne ed ossa.

Sin dall’inizio rimane sconcertata dalla spettacolarizzazione voluta dal premier israeliano Ben Gurion (era il primo processo del genere che si svolgeva in Israele) e dall’ambiguità dell’accusa: si processava un uomo per i suoi reati effettivi o in quanto simbolo di tutti i crimini nazisti? Pubblicò, dopo l’emissione della sentenza, il suo ampio reportage “Eichmann in Jerusalem” in cinque parti dal 16 febbraio al 16 marzo 1963 e, poco dopo, in volume con il sottotitolo “A Report on the Banality of Evil”, assunto poi a titolo (La Banalità del male) nell’edizione italiana dell’anno successivo. Sin dal primo numero pubblicato sul New Yorker vi fu un grande scandalo e le polemiche e le accuse rivolte contro la Arend, furono accesissime.

Numero del New Yorker con la prima parte del reportage della Arendt

Numero del New Yorker con la prima parte del reportage della Arendt

Le questioni erano molte. Una riguardava il ruolo di collaborazione con l’ufficio di Eichmann che nella maggior parte dei casi i capi delle comunità ebraiche – più o meno consapevoli – avevano esercitato nella fase cruciale della “soluzione finale”. La questione era emersa durante il processo anche con momenti di tensione fra pubblico e alcuni di questi chiamati a testimoniare. Ma la questione principale riguardava la figura dell’imputato e le riflessioni che l’autrice ne ricavò sulla natura del male. Eichmann non era il fanatico che ci si sarebbe aspettati, non era né un Mefisto né Iago ma piuttosto un uomo mediocre, tutto concentrato sulla sua carriera e ad obbedire con scrupolo e zelo agli ordini ricevuti. Non un genio del male ma un uomo senza qualità, un “nessuno” incapace di pensare in modo autonomo e di esprimere giudizi: un uomo “banale”.

“Nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che ‘fare il cattivo’ per fredda determinazione. Eccezion fatta per la sua eccezionale diligenza nel pensare alla propria carriera, egli non aveva motivi per essere crudele … Per dirla in parole povere egli non capì mai quello che stava facendo. … non era uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità) e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo. … Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme.”  

Natural­mente i giudici sapevano che sarebbe stato quanto mai confortante po­ter credere che Eichmann era un mostro …. Ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa nor­malità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché im­plica – come già fu detto e ripetuto a Norimberga dagli imputati e dai loro patroni – che questo nuovo tipo di criminale, realmente nemico del genere umano, commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male. A Gerusalemme lo si vide più chiaramente che a Norimberga” …  

Naturalmente, anche se la Arend insiste nell’affermare che la sua “è una corrispondenza” e non un trattato teorico, frutto non solo di quanto aveva potuto vedere e ascoltare assistendo direttamente al processo, ma anche della lettura e studio, per mesi, della vastissima documentazione del processo, è evidente che il suo sguardo non è quello del cronista ma quello del filosofo, o come lei vuol sempre precisare, del “pensatore politico”. E in quanto pensatrice politica si rende conto come il processo di Gerusalemme comporti una sua revisione del concetto di “male radicale”, di male assoluto sostenuta nella sua opera sul totalitarismo: il male può essere estremo ma mai radicale, assoluto. In termini filosofici il male non è un principio attivo, una presenza, ma semmai una assenza (di pensiero, di capacità di giudizio) e in quanto tale alla portata di tutti.  

Ho cambiato idea e non parlo più di «male radicale». …. Quel che ora penso veramente è che il male non è mai «radicale», ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso «sfida», come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di rag­giungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua «banalità». Solo il bene è profondo e può essere radicale.”

Un dibattito attuale  

Come dicevo le polemiche furono accesissime e molti gli articoli contro “la sua difesa di Eichmann” a cui essa rispose che in gran parte erano frutto di fraintendimento se non di mala fede; che in molti casi era evidente che chi scriveva o parlava contro di lei non aveva nemmeno letto il libro.

Riteneva e ribadiva, tra l’altro, che non solo era necessario processare Eichmann ma anche che la condanna fosse giuridicamente inevitabile; non condivideva però l’impostazione data dall’accusa e avrebbe preferito, come aveva proposto il filosofo Karl Jaspers, il giudizio di una Corte internazionale.

La banalità non è una giustificazione né tanto meno una assoluzione. Per quanto riguarda le accuse di aver sostenuto che gli ebrei siano stati complici del loro stesso sterminio la Arendt precisa che tra la collaborazione e la resistenza attiva (in quel contesto impossibile) c’era anche l’opzione della non collaborazione.

La questione che sollevavo riguardava la collaborazione dei funzionari ebrei durante la ‘soluzione finale’ … Fino al 1939, e anche fino al 1941, qualsiasi cosa facessero o non facessero, è comprensibile e scusabile. La questione è molto più complicata per quanto riguarda il periodo successivo. Questo problema è emerso nel corso del processo, ed era ovviamente mio dovere parlarne. …Ho sostenuto che non esisteva alcuna possibilità di opposizione, ma esisteva la possibilità di non fare nulla …”  

All’accusa di non amare il proprio popolo, il popolo ebraico, risponde richiamando la propria concezione di irriducibilità della individualità e il suo rifiuto di categorie generali che tendono alla assimilazione e alla omologazione:

Nella mia vita non ho mai ‘amato’ nessun popolo o collettività: Né il popolo tedesco , ne quello francese, né quello americano, né la classe operaia, né nulla di questo genere. Io amo ‘solo’ i miei amici e la sola specie d’amore che conosco e in cui credo è l’amore per le persone.”

Oggi le posizioni della Arend non fanno più scandalo, anche se il dibattito è ancora vivo ed attuale sia sulla specifica figura di Eichmann che sulla natura del male in quanto la riflessione sul male investe molteplici dimensioni: non solo quella storica e politica, ma inevitabilmente quella psicologica (quanto siamo condizionabili?), quella etica (qual è la natura e la fonte della responsabilità?) e quella religiosa (che rapporto c’è fra fede e violenza? Fra Divinità e male?)

Ed i fatti di Parigi, come quanto sta avvenendo tra Siria ed Iraq nonché in Nigeria e Libia, ripropongono l’interrogativo: il fanatismo fondamentalista è demoniaco o frutto di ignoranza e facile condizionamento? E la risposta a questo interrogativo ci orienta sulle misure più opportune per fronteggiarlo.

Il film di Margarethe von Trotta (2012)

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Non è facile realizzare un film sul pensiero, perché questo è l’intento della regista: non è una biografia della filosofa né una ricostruzione storica del processo ad Eichmann, ma la volontà di utilizzare il racconto di un periodo preciso della vita di Hannah (interpretata da Barbara Sukowa), quello che ruota intorno al processo di Gerusalemme, per esplicitarne il pensiero. La narrazione è semplice, lineare; i flash back relativi al rapporto intellettuale e sentimentale con il maestro Heidegger ridotti all’essenziale.

Centrali invece i momenti di confronto, dibattito, accuse e controaccuse che hanno alimentato la controversia sul suo reportage; confronto all’interno dei circoli di intellettuali ebraici newyorkesi, molti dei quali emigrati dalla Germania, e all’interno delle università. Felice la scelta di mantenere le tre lingue (tedesco, inglese, ebraico) e distribuire il film in Italia con sottotitoli di default. I dialoghi sono tratti in gran parte dalle stesse opere della Arend e dalla corrispondenza seguita alla controversia sulla banalità del male.

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Le immagini del processo con l’interrogatorio a Eichmann e ai testimoni dell’accusa, in bianco e nero, sono documenti originali tratti dal documentario “Uno specialista. Ritratto di un criminale moderno” di Eyal Sivan (1999).

C’è una breve sequenza relativa al processo che rappresenta probabilmente il momento più drammatico dell’intero dibattimento. Un testimone, vestito di bianco, dopo aver richiamato “la forza innaturale” che lo tenne in vita “dopo quei due anni ad Auschwitz quando ero ridotto a pelle e ossa” si alza di colpo senza ascoltare i richiami del procuratore e del presidente della corte e si accascia con convulsioni a terra, privo di coscienza. Viene portato via di peso seguito da un vocio angosciato del pubblico. Quel testimone è lo scrittore di origine polacca Yehiel Finer, che si firmava Ka-Tzetnick 135633 (sillabazione delle iniziali di Konzentration Zenter con cui in gergo concentrazionario si indicavano i deportati, seguita dal numero di matricola) e che poi prese il nome ebraico Yehiel De-Nur. Scrittore noto, specie tra i giovani israeliani, in particolare per la sua opera “La casa delle bambole” del 1955 sul destino delle giovani ebree costrette al ruolo di prostitute delle SS. La Arend non parla dell’episodio dello svenimento e ricorda solo brevemente la sua testimonianza. De-Nur spiegherà in una intervista di parecchi anni dopo cosa era successo. Aveva incrociato lo sguardo con Eichmann che non conosceva e rimase sconvolto nel vedere che non si trattava di un mostro ma di “un uomo come me”. Sentì l’impulso di fuggire ma fu preso dalle convulsioni e svenne.

De-Nur testimonia al processo

De-Nur testimonia al processo

La “normalità” del criminale era talmente shockante ed inaccettabile da interrompergli momentaneamente le funzioni vitali. Ka-Tzetnick conferma in questo modo la visuale della Arendt sulla “Banalità del male” e nello stesso tempo ci fa capire lo shock e le reazioni che il suo libro produsse, e ancora produce.

Nota * Pubblicato sul n. 1 / 2015 di Nuova Resistenza Unita

Testi citati e utilizzati

  1.  Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 1964
  2. Arendt, Ebraismo e modernità, Feltrinelli, Milano 1986
  3. Arendt, L’immagine dell’inferno. Scritti sul totalitarismo, Editori Riuniti, Roma 2001
  4. Arendt – J. Fest, Eichmann o la banalità del male. Intervista, lettere, documenti
  5. Loewenthal, Contro il Giorno della Memoria, add editore, Torino 2014
  6. D. Schiffer, Memoria e oblio. Un’analisi fenomenologica degli anni bui del secolo breve, Golem, Torino 1914
  7. Sherratt, I filosofi di Hitler, Bollati Boringhieri, Torino 2014
  8. Soluzione finale. Il Protocollo di Wannsee, Edizioni Associate, Roma 2012

Antigone a Trarego (1945 – 2015)

Il 25 febbraio ricorre il 70° anniversario dell’eccidio di Trarego.

Nell’ambito della Convenzione fra Comune di Trarego Viggiona, Istituto Cobianchi e Casa della Resistenza che riconosce e tutela l’area monumentale di Promè quale luogo di memoria, la classe 5° Linguistico del Cobianchi ha preparato una lettura corale di documenti e testimonianze che saranno presentate mercoledì 25 febbraio agli studenti della scuola e sabato 28 presso la sala multiuso (località S. Mauro di Trarego Viggiona) in occasione del rinnovo e ampliamento della Convenzione.

Di seguito il testo predisposto.

 Cartello per Promè

Ma se l’uomo nato da mia madre avessi abbandonato, salma insepolta,

allora sì, mi sarei disperata: del resto non mi dispero.

Sofocle, Antigone

 

Presentazione

Buongiorno a tutti

Siamo la 5ALL del liceo linguistico dell’Istituto Cobianchi; oggi siamo qui con voi, a distanza di 70 anni dagli avvenimenti, per tenere vivo il ricordo delle vittime dell’eccidio di Trarego avvenuto il 25 febbraio 1945.

Poiché siamo una classe interamente femminile, ci è sembrato fin dall’inizio importante sottolineare il ruolo delle donne sia nella Resistenza in generale, sia in relazione alla trasmissione della memoria dell’eccidio. Le donne, infatti, ebbero diversi compiti tutti importantissimi e non sempre giustamente riconosciuti: alcune si preoccupavano di portare i viveri ai partigiani nascosti tra le montagne, di avvertirli dell’arrivo dei fascisti o di fare da staffetta, altre di curare i feriti e di ricomporre i morti, altre ancora imbracciarono direttamente le armi.

Per quanto riguarda l’eccidio di Trarego ci ha colpito il fatto che le vittime sono tutti uomini (partigiani e civili), ma la memoria, quella che è arrivata a noi attraverso le testimonianze, è quasi essenzialmente femminile. Sono le madri, le sorelle, le figlie e persino le suore dell’asilo, che ci hanno lasciato le parole più intense, le testimonianze più toccanti di quanto accaduto ai loro cari e a loro stesse dopo la strage. A loro è toccato il compito di riconoscere, ricomporre i corpi straziati e di celebrare i funerali, sfidando il divieto emanato dai fascisti.

Come Antigone nel mito greco, a loro è toccato il compito di elaborare il lutto negli anni successivi, lasciate spesso sole da istituzioni assenti e di tramandare in ogni occasione, vincendo il dolore e la pena, il ricordo di quanto accaduto. Siccome la maggior parte di queste donne straordinarie non sono più con noi, abbiamo voluto prendere le loro parole e farle nostre. Ci siamo basate principalmente sulle testimonianze contenute nel libro Memoria di Trarego e nel film-documentario “Trarego memoria ritrovata” del regista Lorenzo Camocardi, frutto del lavoro di ricerca di altre classi del Cobianchi, testimonianze che sono state trascritte, nelle parti che ci hanno più colpito, e riportate in prima persona. L’idea finale è stata quella di aggiungere queste voci, come in una specie di coro, al toccante resoconto dell’eccidio steso da Nino Chiovini, un anno dopo gli eventi, “Volante Cucciolo a Trarego” e pubblicato sul giornale “Monte Marona“.

Alle loro voci è dedicato il nostro lavoro.

 

25 febbraio 1945: Volante Cucciolo a Trarego

la Volante, a Trarego, è caduta senza retorica.

I Caduti di Trarego e tutti i nostri Caduti ci hanno insegnato.

La loro morte ci ha insegnato la vita e la via

di Nino Chiovini in “Monte Marona“, febbraio 1946

 Volante

La Volante è tornata da un appostamento. È a Premeno. A Premeno arriva un biglietto di Arca. Un biglietto, un ordine di dieci parole: “La Volante deve raggiungere Scareno nel più breve tempo possibile“.

La Volante parte da Premeno. Parte di malavoglia: è appena tornata da un “giro” e vorrebbe stare un po’ a Premeno. Invece deve andare a Scareno. E Scareno non le è simpatico; ma parte, la Volante. E quasi, non canta. Si porta con sé un paio di bottiglie di cognac e qualche vasetto di marmellata, arrivato giusto allora. La Volante beve gli ultimi bicchieri al “Riposo”, poi saluta “mamma Luisina”. Esio, Aurano poi Scareno. E su, al Comando.

Arca è contento di rivedere la Volante. È sempre contento quando la ritrova. La saluta tutta e tende la mano a tutta.

Coro: E tutta la Volante lo saluta; ed è contenta di salutarlo.

Parla, Arca. Dice che in Cannobina la squadra di Dieci è stata attaccata. Ci sono dei morti: uno, forse, ė Dario. Dario era buono e anche un uomo. Un uomo di diciotto anni: un bambino a vederlo, un uomo a conoscerlo.

Arca dice che bisogna far qualcosa contro quelli che hanno accoppato Dario e il resto: contro la “Confinaria”.

Prima di partire, la Volante ha già vuotato una bottiglia di cognac ed ha superato la malinconia di Scareno.

Gigetto e Jubal si tirano le loro barbe: barbe di quattro peli biondi e castani, barbe forzate.

LUCIA ZUCCHINETTI: testimonianza su LUIGI VELATI (Gigetto)

Sono Lucia Zucchinetti, figlia della cugina di Luigi Velati: non ho mai conosciuto questo cugino di mia mamma perché è morto troppo giovane; ma lei me ne ha parlato spesso, mostrandomi le foto: bel tipo, atletico, sorridente mentre posa per il fotografo durante una gita in montagna. Perito chimico al Cobianchi, decise di unirsi alla Resistenza partigiana senza tentennamenti, forte e determinato come lo si può essere a vent’anni, consapevole di rischiare la vita da quel momento in poi, ogni giorno e ogni notte, dolce ma irremovibile davanti all’incredulità dei genitori e dei parenti.

Ricordo molto bene i genitori di Gigi, la zia Gina e Domenico Velati: la zia Gina non l’ho mai udita recriminare con il buon Dio per averle strappato quell’unico figlio in modo così crudele; penso volesse farsi carico della dignità e del coraggio da lui dimostrati, accettandone di conseguenza, senza lacrime anche la morte.

Lapide Velati

Un lampo d’orgoglio negli occhi quando qualcuno la salutava, mentre al cimitero di Pallanza, lucidava con amore il monumento funebre di Gigi o sistemava le ciotole dei fiori. Solo dopo la morte della zia Gina, abbiamo ritrovato nascoste in una scatola le reliquie più amare di quei giorni di lutto: il velo nero che ricoprì il bel volto del giovane su cui si infierì con crudeltà anche dopo la morte, le foto di un cadavere composto pietosamente dopo sevizie e brutalità. Nei nostri tempi, ancora segnati da guerre e dittature, possa il ricordo di Gigi e della sua morte, regalarci un nuovo desiderio di vera pace e libertà.

Poi, parte la Volante. Sugli scalini intona la sua canzone.

…squadra dell’allegria;

tra noi partigian non c’è malinconia.

Volante “Cucciolo” contenta e malinconica.

Coro: Nove uomini contenti e malinconici.

È contento Vola di essere accanto a Gino, Cesco accanto a Carluccio, Ermanno accanto a Gigetto, uno accanto all’altro. E la Volante fa i primi passi cantando, e uno allacciato all’altro.

E beve, beve anche l’altra bottiglia di cognac.

Gigetto dice che è ora di andare a dormire. Forse è meglio fermarsi alle prossime baite.

Tutti faticano e camminano nel buio senza luna: contenti e malinconici. Malinconici perché devono andare in Cannobina. Andare in Cannobina significa andare fra gente che non tutta ci vuol bene, gente che non tutta sta zitta; significa mangiar poco e soprattutto significa lasciare la zona bella, la zona che vede Intra, Pallanza e tutti i paesi che piacciono alla Volante.

Alle prime baite la Volante si ferma, entra in una e mette le armi al riparo del fieno. Poi dorme, malinconica e contenta. Nella Volante tutti si vogliono bene.

Coro: Bene sul serio. E dormono uno accanto all’altro, abbracciati. Così, dormono. Perché si vogliono bene.

 GIULIANA LUBATTI

Sono Giuliana, sorella di Cesco, Gastone Lubatti

Mio fratello aveva undici mesi meno di me. Siamo cresciuti come gemelli, eravamo quasi coetanei.

Cesco in bici

Aveva il pallino per l’aviazione, e divenne volontario. E rimase lì fino all’otto settembre, quando è stato riportato a casa dai ferrovieri.

Per un po’ rimase a casa con noi, quando si ammalò di pleurite.

Poi arrivò la cartolina, ma lui con i “Mai morti” non ci voleva andare. Lui voleva andare in montagna. Voleva andare a combattere con i partigiani.

Così mio padre lo accompagnò sopra Omegna. Poi si spostò a Premeno, nella Cesare Battisti.

Erano tutti amici, lo andavo a trovare e facevano anche delle feste.

Mi ricordo una volta, una domenica sera, mi ha chiesto di fermarmi lì con loro. Abbiamo fatto una festa e lui disse a tutti: “Non toccate mia sorella, ha un fidanzato!”. Quella sera mi divertii molto, giocammo, ballammo, ridemmo.

È stata l’ultima volta che l’ho visto vivo.

La settimana dopo era già morto.

Lo rividi poi al cimitero. Nonostante fossero stati puliti e tamponati dalle suore erano irriconoscibili. Sdraiati su delle scale, il viso di mio fratello non era più il suo. Lo riconobbi dalla mano.

Mi ricordo solo quello, la sua mano. Non so cosa succede in quei momenti, ma mi sono scordata tutto; mi sono scordata anche di come sono tornata a casa.

Mia madre rimase a letto per giorni, non parlava, non mangiava, non piangeva. Io e mio padre avevamo paura di perdere anche lei. Poi un giorno finalmente pianse, mio padre mi abbracciò e mi disse: “È salva”.

Nino Chiovini, il comandante Peppo, ha lasciato nei suoi scritti memoria di Gastone, che mi piace ricordare: di lui dice che era l’ultimo arrivato nella Volante. Sebbene fossero stati stati compagni di scuola e di squadra di pallacanestro, si erano persi di vista. Nino, ricordando che Gastone aveva scelto la via della lotta di Liberazione nel dicembre ’43, racconta che si era distinto per il suo coraggio in varie azioni, come quella di Ompio, dove aveva imparato a serrare i denti per non crepare. Chiovini racconta come lo ritrovò nella formazione della Volante a Pian Cavallo. Aveva ancora il suo viso infantile, le efelidi sulle guance e più fitte vicino al naso, ancora la peluria chiara sotto le basette, come l’ultima volta che l’aveva visto; solo gli occhi grigio-azzurri erano quelli di un uomo. Di lui Nino ricordava anche la scanzonata scompostezza e la voce lenta e strascicata, sempre pacata, anche quando si arrabbiava.

La Volante oggi ha camminato, si è fermata, ha mandato una corvèe a Trarego per prendere viveri. Qualcuno ha fatto il bagno, qualcuno ha dormito, qualcuno ha preparato da mangiare. La corvèe è tornata con pane, carne, vino e una notizia: una pattuglia di fascisti sale tutte le sere a Trarego. Cinque/dieci fascisti, ora di arrivo, abitudini, itinerario e ora di partenza. C’è tutto. La Volante mangia, parte col buio, giunge a Trarego, lo lascia sopra di sé e si apposta sulla strada. Passa il tempo e i fascisti non passano. La squadra di Dieci resta com’è: con i suoi morti. I fascisti restano come sono: senza morti freschi. La Volante torna, cerca una baita col fieno, per dormire. Perché sono le due di notte. Al mattino, esce dalla baita la Volante. Si scrolla di dosso le briciole di fieno e sale su per il prato giallo sciatto di gelo vecchio: per cuocere la carne, sale.

A metà pendio vede uomini, uomini armati, cappello alpino. Un colpo di binocolo: “Confinaria”. A 150 metri. Tutti i sentieri sono pieni di “Confinaria”. Fascisti per tutta la montagna. E la Volante è nove uomini. La Volante tiene consiglio: tra le baite 200 metri dai fascisti. Poi ha deciso.

Coro: Deciso che cosa?

Sa che è in trappola e vuole uscire. Non si scalda e non perde tempo. Non smania e scherza ancora, ma pensa. Che cosa pensa? Ha deciso di non farsi pescare. Cerca un angolo morto per passare le ore che mancano al buio. Scende sparsa, sperando di essere defilata. Forse è defilata: se nessuno la vede. Come si fa ad essere defilati quando non c’è che prato quasi uguale chiazzato di neve e fascisti dappertutto?

Coro: Fascisti sopra su ogni sentiero, fascisti ai lati, fascisti sotto, a Trarego, a Oggiogno.

Ha trovato un angolo morto, la Volante: un catino, un imbuto di terreno, una conchetta, qualcosa per non lasciarsi vedere da tutte le posizioni. Nel catino la Volante parla. Parla, racconta e ride. Cesco racconta e gli altri ridono, Jubal racconta e gli altri ridono, Gigetto racconta e gli altri non ridono: perché parla di Fondotoce. Poi parla Ermanno, poi di nuovo Cesco, poi qualcuno ancora e gli altri ridono, meno quello di guardia che non sente. La Volante ride e non si dà pensiero. Vede i fascisti e non si scalda. Vede le baite bruciare e allora si arrabbia: si chiede perché i fascisti incendiano le baite.

Coro: Che colpa hanno le baite?

Poi, torna contenta di nuovo.

Coro: Contenta di essere tutta assieme, uno accanto all’altro.

Poi, verso sera c’è Vola di guardia e Vola dice che un reparto di 43 uomini scende verso il catino.

La Volante tiene consiglio e decide. Scendere in valle, e con la notte risalire l’altro versante, passando tra i loro presidi.

Brutto è decidere, poi si scherza ancora. Fuori dal catino, la Volante imbocca il sentiero appena segnato, scende verso la valle passando sotto il roccione.

Una raffica scuote il silenzio dei sassi che rotolano pianamente: e la Volante si ferma. Guarda e vede una fila di uomini in cima al roccione: sente altre raffiche e si butta lungo il pendio pelato.

Le raffiche infittiscono, passano accanto alla Volante, fischiano tra la Volante. E la Volante passa accanto alle raffiche, passa nelle raffiche e si muove tra le raffiche.

Coro: Poi, la Volante si muove nel suo destino.  

Il destino di Ermanno che, sotto il roccione, spara finché avrà colpi. Il destino dei vivi che il caso lascia vivi. Il destino degli altri che si fermano al muretto. Un muretto a secco, dove comincia il prato. Dietro il muretto, uno accanto all’altro. E i corpi, uno accanto all’altro. E arrivano uno accanto all’altro. E colpiscono quelli della Volante:

Coro: uno accanto all’altro.

 

BRUNA GIARDINI

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Sono Bruna Giardini la sorella di Ermanno. Il giorno dell’eccidio sono tornata da scuola e mia mamma mi ha detto: Devi andare su a Trarego perché è venuta la signora Tranquillini ad avvisare che ci sono dei partigiani morti. Mio papà e mio zio erano già avanti. Con la bicicletta sono andata fino a Cannero e poi ho preso tutte le scorciatoie a piedi. Quando sono arrivata mi hanno fatto vedere i morti. Li ho visti proprio tutti! Ero quasi convinta che mio fratello non ci fosse, l’ultimo invece era lui ed era il più conciato di tutti: gli han portato via mezza faccia, era tutto tamponato. Avevo quattordici anni…Mia mamma, una volta finita la guerra, non ha retto al dispiacere di vedere i partigiani che scendevano dalle montagne e suo figlio non c’era perché era già due mesi che era morto. La gente, alla fine della guerra, ha dimenticato tutto. Noi siamo stati sempre persone tranquille e non abbiamo cercato vendetta. Ho testimoniato a tutti e due i processi anche perché sono stata la prima a vedere i morti:il tribunale voleva sapere cosa realmente avevo visto. Purtroppo mi aspettavo che fosse fatta giustizia e invece…

Poi, Cesco dice che sono tutti morti e feriti e che la piantino di sparare. Lo dice ad un ufficiale: “Disgraziato, piantala di sparare: son tutti morti e feriti.” Ed è ferito anche lui. E dice proprio “disgraziato”.

La “Confinaria” smette di sparare di lontano. Si avvicina e spara da vicino. Da due metri, spara. Sui morti e sui feriti. Raffiche lunghe, senza senso, per diritto, per traverso. Calci di mitra che spaccano le ossa già rotte dalle raffiche.

Sette morti. E la Volante eran nove. Due borghesi, e fanno nove. Perché due borghesi? Nove morti.

Nove morti e 348 ferite. Nove morti massacrati.

Coro: La Volante morta: uno accanto all’altro, come la Volante viva.

 

IVO BORELLA (Villa)

Classe 1919

Ivo Borella VILLA cl 1919

Villa faceva il contadino, prima. In montagna era venuto, ma nessuno ricorda che lui abbia spiegato a qualcuno il perché. Forse non lo avrebbe saputo neanche spiegare, perché non era uno che sapesse spiegarmi tanto bene. Di sicuro glielo diceva il cuore, di starci, perché con quel rospo d’asma che gli gonfiava il petto ad ogni rampa, poteva starsene anche a casa. Invece ci stava di cuore con noi. Non era il solo ad essere così. Con noi c’erano molti giovani a cui solo il cuore aveva fatto indovinare la via. Uno era Villa. Con le parole non sarebbe mai riuscito a indicarci la via.

Adesso la sua vita, da quando lo abbiamo conosciuto a quando è morto, è una via.

 

CORRADO FERRARI (Jubal)

Classe 1920

Corrado Ferrari JUBAL cl 1920

Perché un uomo, assordato dai colpi, con i muscoli rotti dai colpi, si alza e sceglie per le sue ultime parole: “Viva il comunismo?” Jubal ha fatto questo. Jubal lo sa. Jubal stava per morire e ha voluto lasciare agli altri queste parole. Gli uomini che muoiono con più calma lasciano un testamento spirituale. Jubal aveva fretta e ha lasciato solo un grido.

 

LUIGI VELATI (Gigetto)

Classe 1923

Luigi velati GIGETTO cl 1923

Nel giugno ’44 Gigetto era a casa, a Pallanza. Vide sfilare i 43 uomini verso Fondotoce. E li vide morire. Poi, arrivò da noi. “Per quelli di Fondotoce”, disse.

Venne in montagna per i morti, soffrì per i morti, sparò per i morti. E imparò dai morti. Infine morì lui, a Trarego.

E noi abbiamo imparato da lui e ancora impariamo da Gigetto e da tutti i nostri morti: più che dai libri più belli. I morti sono libri che non si scordano e che fanno imparare molto.

E Gigetto è un bel libro.

 

ERMANNO GIARDINI (Ermanno)

Classe 1924

Ermanno Giardini ERMANNO cl 1924

Forse Ermanno è morto soddisfatto: tutti i colpi fuori dalla canna prima di morire.

Lo cedettero il Capo.

E il suo viso era macinato dalle schegge di una bomba a mano e dai colpi di calcio di un fucile manovrato per la canna. Di chi era la mano che teneva la canna del fucile?

Perché Ermanno quando costui cominciò l’opera, era già morto.

 

GASTONE LUBATTI (Cesco)

Classe 1925

Gastone Lubatti CESCO cl 1919

Cesco aveva diciannove anni. Diciannove anni e il viso da bambino quieto. Si preoccupava più dei compagni che di sé. Poi voleva essere lasciato in pace. Poteva starsene a casa, ma diceva che i fascisti gli toglievano la pace e che avevano torto e, allora, per tornare tranquillo, salì in montagna a sparare: nel dicembre del 1943.

A Trarego, quando si accorse che lui era il ferito più leggero, gridò ai fascisti di piantarla di sparare. I fascisti si fecero sotto e macinarono colpi sui compagni, poi gli chiesero se voleva arruolarsi con loro. Rispose solo che gli facessero fare la fine dei compagni.

E questa non è retorica dell’eroismo.

 

LUIGI LESCHIERA (Gino)

Classe 1922

Luigi Leschiera GINO cl 1922

Gino era l’uomo Gino. Anzi è l’uomo Gino. Ė perché l’uomo sapeva sempre quel che voleva. Sapeva perché è diventato partigiano. Sapeva perché sparava. E lo diceva agli altri, a quelli che ancora non sapevano. Quasi non lo diceva a parole. Adesso non lo dice a parole. L’hanno imparato gli altri per quello che non faceva e per quello che non diceva.

A Trarego è morto senza parole. Gino non è di quelli che si sentono morire. Se ne è andato senza rumore.

 

PIERINO AGRATI (Vola)

Classe 1919

Pierino Agrati VOLA cl 1919

Vola era cugino di Gino. Abitavano dalle stesse parti, erano cresciuti quasi assieme, la pensavano allo stesso modo. Solo, Gino agiva più col cuore; Vola più con la testa. Vola cercava sempre quello che era giusto e ci ragionava sopra alle cose. Poi, Vola era buono. Buono e tranquillo. Lui non fumava e teneva il tabacco per noi, quando non ne avevamo. Quando sparava, sapeva sempre quanti colpi erano usciti. E sempre allegro, allegra a gli altri

Quando l’hanno ferito ha voluto ragionarci sopra e disse: ” O’ catà la mea”. Poi è morto.

Vola è di quelli che lasciano il vuoto grande quando muoiono.

 

ALDO BRUSA-PRIMO CARMINE

Lapide Aldo Brusa Lapide Carmine

I due borghesi non c’entravano. Non erano armati, non avevano sparato, non avevano parteggiato per nessuno. Forse il cuore aveva parteggiato per i nostri. Ma non c’entravano: solo il caso li aveva portati su quella data superficie di terreno entro la quale chi non era in divisa fascista è morto. Anche loro avevano i buchi sporchi di stoffa bruciata, la carne spappolata. Il perché, chiaro, particolare, per loro non c’è. C’è quello generale, sovrano indifferente: la guerra non spigola, miete.

Ma anche loro sono una via.

GISELDA CARMINE

Giselda Carmine

Sono Giselda, la sorella di Primo Carmine, uno dei civili uccisi a Promè: Primo era in Francia e lavorava a Montecarlo; quando è scoppiata la guerra è ritornato in Italia perché i francesi erano nostri nemici, e non gli permettevano di lavorare lì. È stato di stanza a Valona e poi in Grecia dove fu fatto prigioniero.

Dopo 5 o 6 mesi venne liberato dai tedeschi e, una volta tornato in Italia, per evitare di dover tornare a combattere si fece levare tutti i denti, in modo da non superare la visita medica per l’arruolamento e avere il congedo illimitato. Nonostante questo nel ’43 venne richiamato a combattere, ma si nascose in paese per poi fuggire su per i monti.

La domenica del 25 febbraio ’45 uno squadrone della Confinaria di Cannobio arrivò a Trarego. Mio fratello appena sentì la notizia dell’arrivo della Confinaria e della Brigata nera, avrebbe voluto tornare a casa, ma incitato da un amico, Aldo Brusa, che poi venne ucciso insieme a lui, decise di recarsi a casa di quest’ultimo a Promè, dove mangiarono insieme e poi si nascosero in una grotta. Qualcuno fece la spia e verso mezzogiorno i partigiani vennero inseguiti: sette caddero vicino a una stalla e due riuscirono a scappare. I soldati passarono anche davanti alla grotta e, non avendo accolto la loro supplica di lasciarli andare perché senza alcun arma, li uccisero con trentadue colpi di mitra ciascuno. Vennero poi scoperti i sette corpi e più in basso trovarono anche quello di mio fratello e del suo amico.

Dopo la strage per alcuni anni non riuscii più a ripercorrere la strada che porta a Promè, perché avevo troppa paura. Sulla pietra del sentiero c’erano ancora le macchie di sangue e ovunque io mi voltassi continuavo a vedere i volti dei partigiani e di mio fratello. Mia mamma ci andava perché c’era il mangime per gli animali, ma piangeva sempre quando tornava.

La guerra ci aveva portato via tutto, è stata la fine di tutto e da una cosa così non ci si può più riprendere.

 

Suor ALESSANDRINA DUSE

Testimonianza di suor ALESSANDRINA, dell’asilo di Trarego:

Dopo il mostruoso eccidio, i sette copri straziati dai colpi della mitraglia, coperti di sangue e di terra, rimasero lì, soli tra le foglie secche, ancora per due giorni e due notti. Quando finalmente i loro assassini si allontanarono, mi avvicinai a quel luogo di tragedia, muovendomi tra le ombre della notte ormai vicina. Tremava il mio cuore a causa di tutti questi colpi e urla, avevo paura di scoprire la tragedia. Arrivai sul posto di fronte ai corpi massacrati di quei ragazzi, il mio cuore si sentì straziato e non riuscivo a trattenere le lacrime. Poi come avrebbero fatto tutte le mamme, spose e sorelle, cominciai a tamponarli e pulirli in modo da nascondere le ferite più gravi. Composi quei poveri corpi e pregai per le loro anime maledicendo gli assassini. Dopo due giorni permisero la sepoltura e furono portati in cimitero da alcuni paesani. Lavai con misericordia i corpi dei Martiri e mi sostituì alle madri, alle spose e alle sorelle di questi giovani in questa dolorosa circostanza, sfidando i sospetti e le ire fasciste. Vorrei essere ricordata solo per il mio gesto come patriota.

 

ANNA BEDONE

Scuole elementari

Sono Anna Bedone Ferrari, maestra della scuola elementare di Trarego negli anni della guerra e aiuto segretario comunale. Negli anni successivi al ’43 mi trovai ad aiutare alcune famiglie ebree, falsificandone i documenti o, come nel caso della famiglia Coen Torre, trovando loro una casa a Trarego.

Il 25 febbraio, il giorno della strage, era un giorno come tanti: ero al lavoro, quando sentii degli spari, a quel punto mi recai a casa della famiglia Torre per riprendere mia figlia che, dopo la scuola, come ogni giorno, veniva ospitata da loro. Nel momento in cui arrivammo a casa, finalmente pensai: “Tra le case di Cheglio mi sento più tranquilla.

Il giorno dopo arrivò l’ordine di andare a recuperare i cadaveri dei partigiani caduti per seppellirli in una fossa comune nel cimitero di Trarego. Allora il segretario comunale Ciccardini di Oggebbio disse che si potevano fare delle fotografie per il riconoscimento dei corpi da parte dei parenti. Siccome io ero una delle poche ad avere la macchina fotografica, mi chiese nell’ora di pranzo se ero disponibile a scattare delle foto. Io accettai ma, tornata a casa, trovai mio marito contrario poiché aveva paura e pensava che ci bruciassero la casa. Questo suo timore non cambiò la mia scelta.

I corpi erano stati posti su delle scale a pioli per poter essere fotografati, dopo essere stati ricomposti dalle suore che li avevano lavati.

Mentre scattavo le foto il messo comunale faceva da guardia fuori dal cimitero. Di lì, quel giorno, passò una persona, che sospetto sia stata l’informatrice dei fascisti.

Il giorno dopo, infatti, ricevetti una telefonata dal comando che mi intimò di consegnare il rullino, minacciandomi, in caso contrario, di venirmi a prendere. Contattai subito il segretario comunale che si occupò di riconsegnare il rullino.

La notizia della morte dei nostri partigiani si diffuse rapidamente e arrivarono qui amici e parenti a portarli via.

Il rullino venne ritrovato nella tasca del comandante Nisi, il 25 aprile, quando i fascisti scapparono, finita la guerra. Grazie al parroco del paese il rullino tornò nelle mie mani e decisi di farle sviluppare a Intra dal fotografo Moscardelli, il quale al momento del ritiro delle foto mi chiese di lasciargli i negativi che sarebbero stati utili per eventuali celebrazioni.

La vicenda di Giuseppe Clair Gagliani

Gagliani

Il giorno in cui avevo scattato le foto il signor Gagliani era presente ed ebbe parole di solidarietà nei confronti dei partigiani uccisi; sembra che abbia esclamato: “Vi vendicheremo!”. Purtroppo qualcuno riferì ai militari fascisti di Cannero la sua frase e così il giorno dopo essi sequestrarono sua figlia sedicenne e telefonarono in municipio con l’ordine di avvisare Gagliani di presentarsi, altrimenti non avrebbero rilasciato sua figlia Maria. Io quel giorno speravo proprio di non incontrarlo, ma, invece, quando sono arrivata alla stazione di Cheglio l’ho incrociato e ho dovuto riferirgli tutto. Fu arrestato e, mentre lo portavano al comando di Cannobio, gli spararono nella schiena. Poi liberarono la figlia.

 

 

MARIA GAGLIANI

Sono Maria, figlia di Giuseppe Clair Gagliani. Avevo sedici anni, nel marzo del 1945. Mio padre partecipava alla lotta di liberazione e non si trattenne davanti allo scempio dei partigiani uccisi a Promè. Una spia denunciò ai fascisti il nome di mio padre e così il 1 marzo vennero a casa nostra a cercarlo e, non trovandolo, mi presero come ostaggio. Venni portata a Cannero al comando fascista, dove restai fino all’indomani; ricordo che fui liberata dopo una raffica di colpi di mitraglia. Chiesi subito di mio padre, ma mi dissero che era fuggito. Così chiesi alla gente se sapeva qualcosa, ma dissero che era scappato anche se sapevano già la verità. Io non contenta continuai a chiedere a tutti fino a quando qualcuno mi disse di andare a Cannero perché lì c’era mio padre… Morto. Io pensavo fosse in strada ma non lo vedevo da nessuna parte poi però mi dissero che ero sul gradino dove c’era il suo sangue.

Lapide di  Gagliani

Mia sorella allora era piccola e per non farla assistere alla scena le vennero date 5 lire per andare a comprare le caramelle.

Mia mamma non volle i soldi dal soldato che aveva ucciso mio padre e, quando partecipò al processo, che si tenne a Novara, gettò in faccia all’assassino quelle monete che le erano state date il giorno della sua cattura.

Il giorno della liberazione ero su per i monti e sentii le campane suonare, così tornai a casa e vidi mia mamma che piangeva.

 

Dall’Antigone di Sofocle

 

Antigone: ” [..] ma se prima del tempo io morirò, questo io lo considero un guadagno: per chi vive, com’io vivo, fra tante pene, un guadagno non sarà la morte?

Per me dunque, affrontar tale destino, è un dolore da nulla. Ma se l’uomo nato da mia madre avessi abbandonato, salma insepolta, allora sì, mi sarei disperata: del resto non mi dispero.

Tu dirai che da folle io mi comporto;

Ma forse di follia m’accusa un folle [..] “

Risposta a Zorro: se il “sistema” non si può demolire … forse si può scantonare

Ricevo da un “piccolo gruppo di cittadini verbanesi” che si firma G.R.U.V. (Gruppo Resistenza Umana Verbania) il simpatico invito a commentare il loro ultimo post sul loro blog I pensieri di Zorro dal titolo

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Fare soldi e….agire razionalmente

ovvero

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che invito a leggere prima della risposta che segue.

cappello zGrazie del stimolante invito, alla comune ricerca del tasto nascosto … o forse di una diversa tastiera se non di tutt’altro strumento.

Sulla costante distorsiva niente da ridire, lo dicevamo in tanti alla fine degli anni ’60 del secolo scorso: il vizio è del “sistema”.

Ma col passare dei decenni – e da qui parlo per me perché le strade di noi di quella generazione si sono in gran parte divise e divaricate – mi son reso conto che il “sistema” assomiglia assai poco al Moloch che pensavamo di contrastare. Al di là della “costante distorsiva” che ha certo radice nella separazione fra valore d’uso e valore di scambio e pertanto tra la qualità di un prodotto e il suo valore economico, il “sistema” si è dimostrato molto più flessibile, magmatico, cangiante, capace di adattamento, di deviare e rimettersi poi in carreggiata, di reggere i colpi, di quanto fossimo in grado di immaginare. Più che un Moloch terrificante o un Levitano hobbesiano mi vengono in mente altre immagini. Un flessuoso e accattivante gattopardo (cambiar tutto perché nulla cambi) e una fiumana maleodorante e gelatinosa che tutto invade e corrompe (Blob, il fluido mortale).

Lottavamo contro la società autoritaria e l’autoritarismo, per poi accorgersi che la società permissiva ha poco a che vedere con la felicità e la realizzazione; contrastavamo divieti e censure e ci ritroviamo in una società dove più o meno tutto è lecito. Il sociologo francese Alain Ehrenberg ne parlava già agli inizi degli anni ’90: la depressione – sindrome della società moderna – si è trasformata da patologia della colpa (in conflitto con l’es, con il desiderio) in patologia dell’insufficienza (in conflitto con il “culto della performance”, della prestazione) con benefici crescenti (la costante di cui sopra) per l’industria farmaceutica: la società del Prozac. Lottavamo contro la scuola d’élite (la scuola di classe) per ritrovarci in una scuola di massa dequalificata: riforma Moratti, corsi di laurea triennali che di “universitario” spesso han ben poco, ed ora la “buona scuola” in sintonia con la superficialità pubblicitaria dei tweet renziani.

E potrei continuare.

Il giornalista (e non solo) Valentino Parlato soleva ripetere: “nel mercato la cattiva merce caccia quella buona” (altra declinazione della costante distorsiva).

Zorro masch

Da un po’ di tempo mi interessa maggiormente, rispetto al “sistema” (rispetto alla/e costanti di lungo periodo), capire la “fase” (le specificità di medio – breve periodo). Non è escluso che qui si possa prevedere (o almeno intravedere) qualche possibile via d’uscita (o perlomeno di scantonamento).

C’è un aspetto tra gli altri che mi viene in mente (ne avete accennato con il primo esempio), una contraddizione su cui forse si può “lavorare”. La finanziarizzazione dell’economia (da “D – M – D+” a “D – D+”) accelera il trasferimento di ricchezze e la divaricazione crescente tra un numero sempre più piccolo di ricchi sempre più ricchi e l’impoverimento crescente di tutti gli altri (nemmeno ai tempi dei Faraoni, si è detto, esistevamo differenze tali di reddito). Questo è in contraddizione (vostri esempi 2 e 3) con le esigenze di ampliamento del mercato. Certo una parte della produzione si orienta allora verso le nuove élite. Mi diceva un operaio della Bialetti: qui ormai si produce solo “l’alta gamma”; il resto è prodotto nei paesi dell’est dove il lavoro è a basso costo.

Ma i ricchi sempre più ricchi potranno acquistare prodotti sempre più costosi ma la loro ricerca famelica è quella della ricchezza non tanto dei beni di lusso e comunque prima o poi si crea un sovracccumolo, un ingorgo.

E dall’altra parte i beni “di massa” sempre di peggior qualità e (relativamente) a basso prezzo si scontrano con le disponibilità economiche sempre minori dei possibili acquirenti.

L’ingegner Valletta non godeva certo di simpatie diffuse né tra gli operai né a livello sociale; eppure il suo onorario non superava di 30 volte quello di un semplice operaio della FIAT. Certo allora sembrava tanto. Ma l’amatissimo Marchionne (elogiato a destra e manca) pare abbia un “onorario” tra le 800 e le 1000 volte superiori ad un operaio dell’azienda che dirige.

Naturalmente è solo un esempio: di redditi esorbitanti di manager pubblici e privati (e aggiungo di calciatori, uomini di spettacolo ecc.) è pieno il nostro paese.

Il “paese” non è più povero; sono le persone più povere.

Pensare a forme redistributive può essere una risposta (di fase, se non di sistema).

I giovani socialisti svizzeri hanno non molto tempo fa proposto un referendum per impedire, nello stesso settore di lavoro, stipendi superiori oltre le 10 volte di quello più basso.

Certo il referendum è stato democraticamente bocciato dagli elettori elvetici e i promotori son stati bollati come ingenui.

Ma almeno hanno avuto il coraggio di porre all’attenzione il problema.

Mi fermo qui anche se mi vengono in mente altri “scantonamenti”. Semmai a commento della vostra prossima puntata

Buon lavoro e buona resistenza umana.

Gianmaria

icona zorro

Agenda 20 20 e … il problema che c’è(m)

Anni fa sono stato a Reggio Emilia ad un convegno delle scuole sperimentali e ho avuto l’occasione di conoscere l’Università del Progetto, scuola superiore per creativi/pubblicitari, e attraverso la presentazione delle esercitazioni per i loro studenti, mettere a fuoco il loro concetto di creatività.

Udp

 

In sostanza la creatività non si sviluppa in una situazione di totale liberà, un foglio bianco, uno spazio libero, un gruppo intorno ad un tavolo, ma di fronte ad una sfida.

E più la sfida è “impossibile”, più l’asticella è alta, più i vincoli sono stretti, e più la risposta creativa è efficace.

Avevo anche recuperato un libretto frutto delle loro esercitazioni che si simulava quale Manuale per la compitazione telefonica (edizione Pseudo Zanichelli).

Per ogni lettera la parola telefonica (A Ancona …. D Domodossola ….) era seguita da una breve descrizione/ racconto di 26 parole iniziando ciascuna con una lettera dell’alfabeto in rigorosa successione.

Un compito di questo tipo parrebbe impossibile: eppure i testi era congruenti e, naturalmente, divertenti.

Altro esempio: dai piccoli oggetti tipici di un astuccio scolastico creare, estendendone le dimensioni, una linea/design di mobili ed arredo.

 

Di questo insegnamento abbiam fatto tesoro nella peer education: porre una sfida alta significa valorizzare al massimo le potenzialità dei singoli e dei gruppi.

E i risultati, visti dall’esterno, sono apparsi del tutto sorprendenti. Lo abbiamo verificato con i video realizzati dai nostri peer, nelle attività proposte negli eventi residenziali dei progetti Interreg ecc.

I risultati si sono rivelati spesso superiori anche alle nostre stesse aspettative.

 

Cosa c’entra questo con Verbania, Agenda 20 20 e il CEM?

In un documento/contributo [Il problema c’è(m)] alla serata del 22 gennaio organizzata dall’Amministrazione Comunale (Cem. Da problema a risorsa) la neonata Associazione Agenda 20 20 sostiene che il CEM non è tanto una (possibile) risorsa, quanto una sfida. Una sfida che è posta non solo all’Amministrazione comunale, ma a tutta la comunità cittadina.

Una sfida così alta (dove vincoli e rischi sono enormi) che può darsi una soluzione solo con un progetto creativo di alto livello. O si vola alto (molto alto) o si va a sbattere.

 

A differenza dalle attività dei peer che hanno una dimensione ludica e pertanto avvengono in uno spazio protetto dove il possibile fallimento non trascina particolari conseguenze negative al di fuori del campo immediato d’azione, nel caso in questione non esiste recinzione protettiva: Amministrazione e città di Verbania o sapranno dare una risposta di alto livello al problema (alla sfida) CEM, oppure un fallimento culturale e gestionale del CEM, per le sue dimensioni ci trascinerà in una crisi non solo amministrativa ma che potrebbe pregiudicare il futuro stesso della città.

La sfida è alta e a suo modo estremamente stimolante. Nella città e nel territorio ci sono le risorse umane, associative, professionali per affrontarla purché si sappiano superare le precedenti divergenze, le profezie di sventura, i risentimenti e le invidie reciproche.

Per il documento/contributo di Agenda 20 20 rimando al blog Verbania Vitale.

Ri-Nuova Resistenza Unita

È in distribuzione in questi giorni l’ultimo numero del 2014 di Nuova Resistenza Unita, testata nata nel 1969 come “Resistenza Unita – Notiziario mensile del Raggruppamento Unitario della Resistenza (ANPI – FIAP – FIVL) e dell’Istituto Storico della Resistenza in Provincia di Novara «P. Fornara»” e dal 2001 trasformatosi in “periodico dell’Associazione Casa della Resistenza”. Da quattro numeri ha assunto una rinnovata veste grafica nella ricerca di una nuova strada, nel formato e nell’impostazione tematica, più in sintonia con le nuove generazioni di lettori.

Riporto di seguito l’Editoriale e il sommario, ricordando che il Periodico, per chi non lo riceve in abbonamento, può esser richiesto alla Associazione via mail [1] o, ancor meglio, ritirato direttamente a Fondotoce.

 

NRU cop n. 6 2014

 

Editoriale

 Società della comunicazione, società della conoscenza, due espressioni equivalenti come suggerisce il premio Nobel Elenor Ostrom: conoscenza e comunicazione sono i “beni comuni” che caratterizzano la nostra epoca. La trasformazione è stata rapida. Sono giusti sessant’anni dalle prime trasmissioni televisive nel nostro paese. Sommersi oggi da un eccesso di comunicazione stiamo imparando a distinguere, a orientarci e il “come si comunica” è una delle possibili bussole.

 Di pelle: comunicazione epidermica che scorre veloce, immediatamente superata e sostituita dalla successiva. La forma pura sembra quella del cinguettio, alla velocità dei 140 caratteri di Twitter. Nata per informare nel più breve tempo possibile, in tempo reale, nel mondo globale, viene da molti confusa come modernità riformatrice a cui tutto (relazioni personali, cultura, politica …) deve uniformarsi. Col risultato di un epidermico vuoto relazionale, culturale e politico.

 Di pancia: espressione di sfogo, reazione incontrollata, paura, rancore, rabbia. Se da sfogo personale momentaneo, manifestazione di un bisogno represso, espressione di un disagio, diventa modalità prevalente e volutamente perseguita per alimentare paure e frustrazioni collettive dà vita a nuovi sonni della ragione generatori di mostri. E nell’Europa che non riesce a trovare un ruolo nel mondo non più bipolare, i suoi cultori stanno crescendo in modo preoccupante.

 Di cuore: le emozioni connesse ai valori quali solidarietà, empatia, riconoscenza, il sentirsi partecipe di una comunità di intenti, il sogno quando questo non è fuga o rifugio, ma auspicio e molla all’agire. Con una accortezza: le emozioni non possono perdurare a lungo e tanto più son forti tanto più han bisogno di placarsi, di lasciar spazio al viver quotidiano per non trasformarsi in ossessione o, al contrario, in ritualità abitudinaria.

 Dell’occhio: la nostra società della comunicazione è anche la società dell’immagine dove la comunicazione visiva non è più di accompagnamento, di “illustrazione” delle altre modalità, di altri testi, di altri messaggi, ma ha una sua autonomia e una sua forza. E se le modalità delle forme comunicative si trasformano rapidamente, quella visiva è quella in cui questa continua trasformazione è più rapida ed accentuata. Quella in cui all’immediatezza del messaggio ricevuto corrisponde una maggior complessità e una continua richiesta di innovazione dal lato dell’elaborazione.

 Di testa: riflessione e approfondimento che richiedono pause e tempi più distesi, non adeguandosi ai tempi brevi dell’informazione in tempo reale e delle emozioni. Suo strumento è la parola pensata, rielaborata e scritta, sua cifra la razionalità, suo prodotto la conoscenza. Suo rischio è quello di esser sommersa dalle altre comunicazioni e per evitarlo può intraprendere due strade opposte. Isolarsi, crearsi uno spazio elitario e negarsi pertanto come bene comune. Oppure allearsi con altre forme di comunicazione: la nostra società multipolare e multiculturale è anche una società pluri-comunicativa.

 Comunicazione e conoscenza, se adeguatamente calibrate, permettono alla memoria collettiva di mantenersi e rinnovarsi nel tempo. Rinnovarsi perché il “come si comunica” è anche e sempre più “cosa si comunica”.

 Questa piccola testata è nata con un grande compito, esser strumento di comunicazione, di intermediazione fra chi i valori della libertà e della democrazia li ha concretizzati nella lotta di liberazione, i partigiani e i resistenti civili di allora che ormai ci hanno in gran parte lasciati (ma non abbandonati), le associazioni che a quei valori esplicitamente si rifanno e le generazioni che si succedono e che da una sempre rinnovata conoscenza e memoria possono trovare alimento per “resistere oggi”.

Nata – ricordava quindici anni fa Mauro Begozzi – come “una via di mezzo tra notiziario e rivista”, consapevole che oggi le “notizie” hanno canali più tempestivi per comunicare, vuol provare ad esser oggi un po’ più rivista. Ma una rivista dove la riflessione e l’approfondimento (di testa) vuol sperimentare l’alleanza con il cuore e con l’occhio: con la riconoscenza per il debito verso chi ci ha lasciato e con il rinnovamento grafico e visivo. Chiediamo ai lettori vecchi e nuovi di aiutarci a trovare la strada giusta con i loro commenti e le loro critiche e, perché no, con la loro attiva collaborazione.

 Gianmaria Ottolini

 

Sommario

  •  Verso un’agorà di saperi- Il Sistema bibliotecario del Verbano Cusio Ossola, di Andrea Cassina
  • Un viaggio tra ferite profonde. Con l’Aned nei Balcani – Settembre 2014, di Marco Travaglini

Travaglini

  • Goglio, 19 Ottobre 2014. Lo spirito della Resistenza continua a vivere, di Antonella Braga

Antonella

  • Il tempo che non abbiamo vissuto, di Isabella De Gaspari
  • Amelia Valli / Gisella Floreanini, di Alessandra Gebbia
  • … riconoscenze e ricordi

 


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[1] mail: info@casadellaresistenza.it

23 novembre 2014: Open Day alla Biblioteca Aldo Aniasi

Una domenica in biblioteca: Casa della Resistenza

Domenica 23 novembre dalle ore 15.00

 

L’alimentazione dalla montagna al lago

tra memoria storica,

attività didattico-scientifiche e letteratura

 

open-day 2014

L’orizzonte della comunità ai tempi di Internet

È stato consegnato da poco all’editore e uscirà nelle prossime settimane il volume Il tunnel e il kayak [1], lavoro collettivo frutto della collaborazione fra il l’associazione Contorno Viola, e il Cremit (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’Informazione e alla Tecnologia) dell’Università Cattolica coordinato dal prof. Pier Cesare Rivoltella. Il testo, come specifica il sottotitolo (Teoria e metodo della Peer&Media Education), intende proporre un nuovo sviluppo della prevenzione fra pari (peer education) di fronte all’espansione del mondo digitale e alla sua pervasività, in particolare nel mondo giovanile.

Ne riporto di seguito un paragrafo che ho scritto riprendendo una tematica a me cara: quella della “Comunità”. C’è spazio di (nuova) comunità nel mondo digitale o questo produce solo frammentazione individualistica e dissocialità? Affrontare questo tema significa individuare il possibile contesto entro cui collocare la prevenzione “ai tempi di internet” e, più in generale, i nuovi scenari di cittadinanza digitale.

bozza della sopertina

bozza della copertina

 

L’orizzonte della comunità ai tempi di Internet

 La esplicitazione del concetto di comunità e la sua contrapposizione a quello di società [2] è stata elaborata, com’è noto, da Ferdinand Tönnies (1887).

 Nella società – diceva Tönnies – «ognuno sta per conto suo e in stato di tensione contro gli altri». La comunità, invece è «con­vivenza confidenziale, intima, esclusiva», «vita reale e organica… organismo vivente». La società è, per contro, una costruzione ar­tificiale concepita a freddo, «un aggregato meccanico». Nella co­munità l’individuo si trova sin dalla nascita e si lega ai suoi nell’am­bito di un «sentire comune e reciproco» fondato sulla tenerezza, sul rispetto e sulla dignità. Nella società tutti sono separati «no­nostante i legami» apparenti; in essa non si nasce ma «si va»: «si va come in una terra straniera».

In realtà, il luogo in cui gli esseri umani vivono (al tempo di Tönnies e al nostro) è ovviamente la società e non la comunità. Cosicché quest’ultima finisce per apparire come una specie di mi­tico luogo felice ma che non possediamo più: «un paradiso perdu­to» (…). Così, la concezione di Tönnies, al di là di ogni altro suo aspet­to, si mostra anche come piuttosto pericolosa, perché spinge non verso un possibile impegno nel cambiamento (…) ma piuttosto verso il rimpianto. Eppure l’idea di comunità, nonostante già da settant’anni sia riconosciuta con­cettualmente debole e di modesta capacità analitica nella teoria so­ciologica, ha registrato una massa di studi, ed è rimasta tuttora ben viva, sempre veicolando (pur tra precisazioni, rettifiche, mu­tazioni ecc.) il senso di un luogo sociale in cui si può vivere «uma­namente» meglio. Potremmo quasi dire il luogo di una socialità umanizzata. (Amerio, 2004, p. 366-367)

 Il tema della comunità ricompare infatti di continuo nel dibattito sociale come in quello politico. E non è privo di ambivalenza. Anche l’etimologia oscilla fra due possibili origini: da un lato comminitas da commune, neutro da communis, ad indicare il possesso / bene comune – o per dirla con Bauman (2012) “cose che abbiamo in comune”; dall’altro la possibile derivazione da cum munus (o cum munia) dove munus indica un obbligo, un dovere, una legge, un incarico e anche un dono, “ma un dono da fare, e non da ricevere; e dunque, anche in questo caso, da un “obbligo” e dunque “i membri di una comunità sono tali perché vincolati da una legge comune” (Esposito, 2009).

Il legame che unisce i membri di una comunità è originario, è un ethos, una legge morale costitutiva o non invece frutto della stessa convivenza (Amerio, 2000) e pertanto passibile di sviluppi e integrazioni? Secondo i teorici del Movimento Antiutilitarista nelle Scienze Sociali, che si rifanno esplicitamente a Marcel Mauss e al suo Saggio sul dono [3], all’origine del legame comunitario si colloca il rituale del dono, in quanto nella permuta reciproca di doni ciò che propriamente viene scambiato non sono gli oggetti ma una forza, un’alleanza orizzontale che nello stesso tempo è sì un vincolo, ma fondato su di un atto gratuito.

È donando che ci si dichiara concretamente pronti a giocare il gioco dell’associazione e dell’alleanza e che si sollecita la partecipazione degli altri allo stesso gioco. (…) L’obbligo che ci fa il dono è un obbligo di libertà. Una esortazione, si sarebbe tentati di dire … (Caillé, 1998)

 Diversa la concezione di Esposito secondo cui il munus in quando dono che si deve dare (diversamente dal donum, regalo spontaneo che si può dare o ricevere) è costitutivo di un vincolo in contrasto con la libertà personale e pertanto quest’ultima deve passare attraverso l’immunitas quale fondamento di una società libera:

 … se i membri della communitas sono vincolati dalla stessa legge, dallo stesso onere o dono da dare – i significati di munus immunis è, invece, chi ne è esente o esonerato; chi non ha obblighi rispetto all’altro e può dunque conservare integra la propria sostanza di soggetto proprietario di se stesso. (2009, p. 106)

 Certo oggi si è superato il concetto di una successione temporale (dalla Comunità alla Società) e semmai Comunità e Società sono concepite come due tensioni presenti all’interno della stessa comunità sociale. Tensione verso la comunità perlopiù in una concezione ben diversa da quella originaria, chiusa e rigidamente locale descritta da Tönnies e ripresa negli anni ’80 dal filone dei communitarians statunitensi (Ferrara, 1992).

Uno spazio comunitario che spesso nasce come risposta all’isolamento, alle difficoltà e alla fatica del vivere sociale, magari proprio laddove maggiori sono le difficoltà culturali, sociali od economiche – quartieri degradati, comunità di immigrati ecc. – frutto di un impegno più che di una appartenenza precostituita, di una collaborazione che può trovare fondamento (Sennett, 2012) in una fede (religiosa o politica), nella ricerca della semplicità quale risposta ad una società sempre più complessa, oppure nella piacevolezza stessa di una relazione orizzontale liberamente costruita dove è possibile ridare un senso alla propria identità quale individualità socialmente utile e attiva e ricostruire un rapporto paritario con l’altro, al di là delle differenze e barriere sociali:

 … vogliamo immaginare la comunità come un processo di presenza nel mondo, un processo in cui le persone prendono atto sia del valore delle relazioni faccia a faccia, sia dei limiti di tali relazioni. (…) Anche se non può riempire tutta l’esistenza, la comunità può essere fonte di piaceri profondi. (p. 299)

Ritroviamo qui, implicitamente, quanto abbiamo detto sopra relativamente al ruolo del peer educatoe nel momento “magico” in cui si mette in gioco all’interno del gruppo dei pari: la sua azione è intrinsecamente orizzontale e comunitaria e permette la (ri)scoperta del piacere di un legame sociale liberamente costruito, frutto di impegno e collaborazione.

Di più, ci pare che questa prevalenza della ricerca di un legame orizzontale-paritario caratterizzi quella che molti hanno definito, a cavallo del nuovo millennio, la “nuova adolescenza” con un ruolo prevalente del gruppo dei pari quale principale riferimento identitario e normativo.

Le indagini dello IARD sulla condizione giovanile, a partire dal quella effettuata nel 2000 (quinto rapporto), parlano della “irresistibile ascesa della socialità ristretta” riferendosi al

 … crescente peso dato dai giovani alle relazioni interpersonali, in particolare, a quel­le amicali e affettive accanto a quelle familiari. È come se intorno alla famiglia si andasse progressivamente strut­turando un nucleo forte di valori tutti riferiti all’intorno sociale immediato della persona. Nucleo che pervade di sé e qualifica l’intero sistema valoriale delle giovani gene­razioni. (Buzzi et al., 2002, p. 41)

 L’evolvere del sistema dei valori nell’ambito della “socialità ristretta” avviene soprattutto a scapito dell’impegno collettivo (civile, politico, religioso …) e gli stessi valori tipici delle “virtù civiche” come eguaglianza, libertà, solidarietà e democrazia vengono riletti e reinterpretati in questo contesto di spazio amicale. Il sesto rapporto (rilevazione del 2004) conferma e rinforza quello di quattro anni prima

 … nel senso che le tendenze allora rilevate si vanno confermando. Crescente attenzione verso le aree della socialità ristretta (famiglia, amore, amicizia), diminuzione del ruolo del lavoro nella scala delle priorità, scarso interesse verso l’attività politica e, più in generale, verso l’impegno sociale e la vita collettiva. (Buzzi et al., 2007, p. 140)

 Ma, è corretto parlare di “socialità ristretta” per caratterizzare le relazioni dei giovani e l’ambito dove si formano i valori a cui in gran parte si riferiscono? Un conto è parlare del ruolo del gruppo dei pari nel fondare valori e identità. Infatti “gruppo dei pari” ha un’accezione neutra: è il luogo in cui si costruiscono relazioni significative e rapporti di fiducia (parte rilevante del proprio capitale sociale) ma può essere anche un luogo dove si impongono costrizioni, violenze ed emarginazioni che possono, ad esempio, dare origine al fenomeno del bullismo.

L’accezione “socialità ristretta” sembra invece esser tutta connotata in negativo rispetto alle tradizionali agenzie di socializzazione: famiglia, Scuola, Chiesa, Istituzioni pubbliche. Ora il tratto comune di queste ultime è che si basano su di una relazione asimmetrica o, in altri termini, verticale, mentre la forma di socializzazione che sembra caratterizzare in modo prevalente le generazioni giovanili da almeno due decenni è appunto quella amicale, del gruppo dei pari, insomma una socializzazione orizzontale. Il che, tra l’altro, ha anche molto a che vedere con quella che molti chiamano la scomparsa del padre o, per usare una terminologia utilizzata da Lacan (1938), con l’evaporazione del padre. Un padre che dovrebbe assumere, nel dettato freudiano, il ruolo terzo di intermediazione tra l’ambito affettivo familiare e la società e le sue leggi; ruolo appunto che sembra esser “evaporato”, almeno nei suoi connotati tradizionali.

Ulteriore dubbio: siamo proprio sicuri che questa orizzontalità del gruppo dei pari sia “ristretta”? Indagini sia nazionali che locali indicano una rete di relazioni “orizzontali” densa ed estesa [4]. Per non parlare di quella che è stata chiamata “generazione Erasmus” (Cappé, 2011) con oltre due milioni di studenti in 33 Paesi: una rete sociale che travalica lingue, culture e confini e investe di intense nuove relazioni ospiti e ospitanti. Reti giovanili dense ed estese che con il crescente diffondersi dell’accesso al web e ai social network si allargano a nuove diramazioni.

rete

Ma c’è uno spazio nel web per la (ri)costruzione di ambiti comunitari nell’accezione sopra ricordata di Sennett di relazioni “faccia a faccia” caratterizzate da impegno e piacere? In altri termini la rete è solo dis-socialità, fonte di identità frammentate (Lanier, 2010) o può diventare uno spazio di “comunità a venire”? Senza richiamare la sempre più vasta letteratura sul mondo digitale che non sembra riuscire ad uscire dalla classica dicotomia fra apocalittici e integrati, proviamo schematicamente a fare un confronto fra il concetto di comunità e quello di società con le caratteristiche della rete digitale.

Tab. 1

Comunità Società Rete digitale
Origine Trasformazione (fluidità) Anticipazione
Legame naturale Ruoli e contratti Assenza di mediazione
Organicità Gerarchia Orizzontalità (P2P)
Sicurezza Precarietà (insicurezza) Libertà
Confini dal basso Confini dall’alto (istituzionali) Tendenzialmente senza confini
Beni comuni naturali Beni privati / beni pubblici Beni comuni della conoscenza (o dell’informazione)
Comunitarismo Società dello scambio Società della conoscenza
Gerontocrazia Potere economico e politico Capitalismo cognitivo

Se la comunità ha il sapore di una mitica origine (il paradiso perduto) e la società è il luogo (faticoso) delle trasformazioni più subite che realizzate dove è sempre più difficile trovare un senso nella sua liquidità (Bauman 2002 e 2005), il web si apre a ciascuno di noi come uno spazio di possibilità di nuove conoscenze, di nuovi contatti, di nuove relazioni, di nuove sperimentazioni dove è possibile superare legami e vincoli sia naturali che sociali, saltando le mediazioni a cui siamo sottoposti nell’interrelazione sociale.

Non più il mondo olisticamente chiuso della comunità che dà calore e sicurezza ma appunto anche chiusura verso l’esterno e il nuovo, né l’ordine gerarchico della società – di una gerarchia i cui vertici, nel mondo globalizzato, sono sempre più lontani e imperscrutabili – che genera sempre più spesso, alla sua base, precarietà e insicurezza, ma una orizzontalità (amplificata dagli sviluppi peer-to-peer della rete) che ci permette libere interrelazioni in un orizzonte tendenzialmente senza confini; una libertà che inebria ma in cui ci può anche smarrire, dissolversi in una perdita di identità o avvilupparsi in un loop ripetitivo da cui non si riesce (o si ha paura) ad uscire.

I beni comuni (commons in inglese) nella comunità sono costituiti essenzialmente da risorse naturali comuni a disposizione della collettività; il passaggio alla modernità coincide con la loro recinzione (enclosures) e pertanto la loro privatizzazione e, in parte, la loro assunzione da parte dello stato (beni pubblici); solo alcune risorse, considerate marginali (o non “recintabili” e non commerciabili), hanno mantenuto la loro caratteristica di beni a libera disposizione. Solo recentemente si è data rilevanza sia economica che politica e sociale ai beni comuni anche nel nostro contesto socio-economico. E ci si è resi conto “che il concetto di ‘beni comuni’ poteva aiutare a concettualizzare i nuovi problemi emergenti dell’affermarsi dell’informazione digitale distribuita” (Hess e Ostrom, 2007) [5].

Nelle comunità locali preindustriali i beni comuni costituiscono una risorsa limitata (la legna di un bosco, il foraggio delle terre comuni ecc.) a disposizione di tutti ma che ha anche bisogno di una “cura” perché non si esaurisca, in un equilibrio precario che si riesce a mantenere solo in assenza di incremento demografico. Lo sviluppo economico delle società mercantili e industriali incrementa a scala crescente le risorse che si rendono disponibili attraverso il mercato in una società dove però i dislivelli economici (e pertanto le diverse possibilità di accesso ai beni) sono sempre più marcati. Nell’era dell’accesso (Rifkin, 2000) i beni diventano sempre più immateriali (servizi, informazioni, conoscenze), in continua crescita esponenziale e sempre più a libera disposizione. L’era digitale del libero accesso sembra coincidere con la Società della conoscenza dove le risorse si auto implementano (conoscenza produce conoscenza) e dove il consumo non esaurisce il bisogno ma lo amplifica: come esplicitato dal dettato socratico più conosco più so di non sapere e pertanto più aumenta il mio desiderio, il mio bisogno di nuova conoscenza.

Dal paradiso perduto al paradiso preannunciato? Non è tutto così lineare: dietro l’orizzontalità della rete digitale, dietro il libero accesso c’è chi controlla le piattaforme e le loro regole. Se nella comunità preindustriale il potere è prevalentemente quello degli anziani, nel mondo sociale moderno si identifica con quello politico e soprattutto economico e finanziario, mentre nel mondo digitale abbiamo quello che è stato definito “capitalismo cognitivo” (Paulré, 2002), un potere economico che passa attraverso (e si nasconde dietro) la tecnologia strutturandosi con alto grado di orizzontalità in basso e centralizzazione del controllo molto in alto.

Insieme di Sennett

C’è spazio in questo mondo digitale per la creazione di ambiti “di comunità”, di gratuito e piacevole impegno, per un accesso coordinato di una nuova generazione di peer attrezzata per navigare nel web? uno spazio salubre, impregnato dall’ethos della collaborazione, in cui sperimentare interventi di prevenzione in risposta ai rischi che i giovani incontrano (e spesso cercano) al di qua e al di là dello schermo?

La risposta non è agevole. Di certo questa è la nostra scommessa, la scommessa di una possibile Peer&Media Education.

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 Note

 

  1. Edizioni Franco Angeli, 2014. Il significato del titolo – intuibile dall’immagine di copertina – e, soprattutto, l’origine della metafora viene esplicitato nella Prefazione del volume da Pier Cesare Rivoltella.
  2. Sulla polarità dei due concetti e sul loro “fondamento” cfr. il mio precedente post Il bisogno di Comunità.
  3. Saggio del 1924, ora in Teoria generale della magia e altri saggi (trad it. 1965).
  4. Ad esempio una ricerca sul territorio della provincia verbanese afferma: “È interessante notare come il 44,1% degli intervistati ha un gruppo di amici piuttosto ampio, composto da almeno 9 persone … Non solo quindi siamo di fronte ad un territorio in cui tutti i giovani sono di fatto inseriti all’interno di una rete amicale, ma siamo anche di fronte a reti significativamente estese nella loro composizione. Dati importanti, che sembrano delineare una condizione decisamente lontana da quella ‘società degli individui’ spesso identificata come caratterizzante la convivenza sociale dell’epoca presente.” (C. Genova, 2008)
  5. Le due autrici precisano inoltre che impiegano “le espressioni beni comuni della conoscenza e beni comuni dell’informazione in maniera intercambiabile”.
Copertina edita

Copertina edita

 Testi citati:

Amerio P. (2000), Psicologia di Comunità, Il Mulino, Bologna.

Amerio P. (2004), Problemi umani in comunità di massa, Einaudi, Torino.

Bauman Z. (2002), Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari.

Bauman Z. (2003), Voglia di comunità, Laterza, Roma-Bari.

Bauman Z. (2005), Vita liquida, Laterza, Roma-Bari.

Bauman Z. (2012), Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido, Laterza, Bari.

Buzzi C., Cavalli A., de Lillo A., a cura di (2002), Giovani del nuovo secolo. Quinto rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna.

Buzzi C., Cavalli A., de Lillo A., a cura di (2007), Rapporto Giovani. Sesta indagine dell’Istituto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna.

Caillé A. (1998), Le thiers paradigme. Anthropologie philosophique du don, Desclée de Brouwer, Paris (trad. it.: Il terzo paradigma. Antropologia filosofica del dono, Bollati Boringhieri, Torino, 1998).

Cappè F., a cura di (2011), Generazione Erasmus: l’Italia dalle nuove Idee, Franco Angeli, Milano.

Croce M., Ottolini G. (2004), L’orizzonte della comunità e la strategia del capitale sociale, in Dalle Carbonare E., Ghittoni E., Rosson S.: 99-118.

Dalle Carbonare E., Ghittoni E., Rosson S., a cura di (2004), Peer educator. Istruzioni per l’uso, Franco Angeli, Milano.

Esposito R. (2006), Communitas. Origine e destino della comunità, Einaudi, Torino.

Esposito R. (2009), Termini della politica. Comunità, Immunità, Biopolitica, Mimesis, Milano.

Ferrara A., a cura di (1992), Comunitarismo e liberalismo, Editori Riuniti, Roma.

Genova C. (2008), Pausa caffè. Essere giovani nel Verbano Cusio Ossola, Università di Torino (dispensa).

Hess C., Ostrom E. a cura di (2007), Understanding Knowledge As a Commons, MIT, Cambridge (Mass) (trad. it.: La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica, Bruno Mondadori, Milano, 2009).

Lacan J. (1938), I complessi familiari nella formazione dell’individuo. Saggio di analisi di una funzione in psicologia, Encyclopédie française, Einaudi, Torino, 2005.

Lanier J. (2010). Tu non sei un gadget. Tr. it. Mondadori, Milano.

Mauss M. (1965), Teoria generale della magia e altri saggi, Einaudi, Torino.

Paulré B. (2002), Le capitalisme cognitif; disponibile online: http://webcom.upmf-grenoble.fr/regulation/Forum/Forum_2001/Forumpdf/01_CORSANI_et_alii.pdf

Rifkin J. (2000), L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Mondadori, Milano.

Sennett R: (2012), Together. The Rituals, Pleasures and Politics of Cooperation, Yale University Press, New Haven, CT (trad. it. Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, Feltrinelli, Milano, 2012).

Tönnies F. (1887) Gemeinschaft und Gesellschaft, Reislad, Leipzig (trad it., Comunità e società, Laterza, Roma – Bari, 2011).

L’Ossola libera e le “Repubbliche” partigiane.

L’ANPI lo scorso 17 ottobre ha organizzato a Cannero una serata dedicata al 70mo anniversario della Repubblica Partigiana dell’Ossola (40 giorni di libertà – La Repubblica dell’Utopia) e mi ha chiesto un intervento su quell’esperienza e un richiamo alle altre “libere repubbliche” sorte allora in Italia. Ho così preparato una sintesi di quegli avvenimenti accompagnata da alcune riflessioni e comparazioni con l’oggi.

Cannero dettaglio

Cannero, 17 ottobre 2014

 La Repubblica dell’Ossola (10 settembre – 19 ottobre 1944)

Il manifesto che convoca questa serata riporta la foto del cippo (di uno dei cippi assieme a quelli di Mergozzo, Ornavasso e dell’alta Ossola) che ricorda il confine della “Repubblica Partigiana dell’Ossola”.

Come ricordava Pier Antonio Ragozza tre settimane fa alla Casa della Resistenza, quei cippi non segnalano una divisione statuale, una rigida demarcazione territoriale che in realtà fu labile e mobile nel tempo: quel confine qui a Cannero ad esempio durò pochi giorni e dopo la caduta di Cannobio si spostò di fatto a metà Cannobina, a Ponte Falmenta.

Ricordano invece un confine ben più importante, simbolico, ideale e storicamente concreto nello stesso tempo, quello fra due concezioni dell’uomo e della società, la linea di demarcazione fra una dittatura da una parte e la sperimentazione concreta della democrazia dall’altra.

Condensare in una decina di minuti quella esperienza è pressoché impossibile: andrò velocemente per titoli.

Con una premessa: ogni volta che leggo documenti, testimonianze, ricostruzioni di quei 40 giorni rimango sempre più meravigliato della ricchezza e complessità di quella esperienza, di quanto in un tempo ridotto e in condizioni di estrema difficoltà si è riusciti a realizzare.

Confine rep Ossola Cannero

 

L’aspetto militare.

Nonostante la pesante sconfitta subita con il rastrellamento di giugno nella Valgrande (circa 300 caduti) e una molteplicità di azioni repressive contro partigiani, antifascisti e popolazione (l’ultimo episodio fu quello di Premosello il 29 agosto con 5 vittime – un partigiano e quattro civili – e circa 50 abitanti rastrellati), i mesi di luglio ed agosto videro un rafforzamento e una notevole vitalità delle forze partigiane con la nascita di nuove formazioni e la ristrutturazione di altre. Vanno ricordate oltre alle più note Valdossola di Superti e Valtoce di Di Dio, la neonata Valgrande Martiri di Muneghina. In questa area, tra Verbania e il confine, la Perotti di Frassati e la Cesare Battisti di Calzavara che proprio in quei giorni si uniscono per formare la brigata Piave. Nel Cusio la Beltrami di Rutto. Nelle valli a ovest e nord di Villadossola e Domodossola, tra la Val Anzasca e la Val Antigorio vi sono i Garibaldini, in contatto con la Valsesia e che assorbono alcune formazioni e gruppi locali come il battaglione Fabbri dei fratelli Scrittori dando vita alla Divisione “Redi”. Vi è poi a est di Domodossola, nelle valli Isorno e Vigezzo, la formazione autonoma di Viglio che diventerà poi Brigata Matteotti.

Una presenza partigiana eterogenea di circa 1500 combattenti (non particolarmente ben armati) che con azioni successive stringono in una morsa crescente Domodossola dove sono concentrati circa 600 nazifascisti. La presenza di più formazioni, in concorrenza emulativa fra di loro, fa anche sì che i comandi nazifascisti sopravvalutino le forze nemiche. Alla fine di agosto si hanno anche alcune diserzioni fra i fascisti e fra i soldati della Wehrmacht; da ricordare in particolare la diserzione in massa di oltre 70 georgiani passati, con il loro armamento, con i partigiani.

Il 9 settembre, al Croppo di Trontano, con la mediazione dei parroci di Masera e di Domodossola, avviene la trattativa tra i rappresentanti del Valdossola e della Valtoce con i comandi nazifascisti che accettano la resa e nella notte abbandonano la città lasciando, i tedeschi, l’armamento pesante e, i fascisti, anche l’armamento personale. Valdossola e Valtoce (con l’esclusione dei Garibaldini) acquisirono pertanto una quantità considerevole di armi entrando in città il mattino successivo.

Si era evitato di portare i combattimenti in città con prevedibili conseguenze drammatiche per la popolazione civile – era questa in particolare la preoccupazione delle autorità religiose – e si era inflitto al nemico un colpo decisamente significativo sul piano militare e sul loro stesso prestigio. Tutto poteva, in un certo senso, finire qui.

Nella strategia militare del CVL infatti

L’occupazione di paesi non è fine a se stessa. Non si occupa per poi aspettare il rastrellamento nemico. Il territorio occupato deve essere considerato come una base dalla quale devono incessantemente partire le squadre per colpire il nemico. L’occupazione di paesi e vallate deve garantirci una più vasta possibilità di mobilitazione e di istruzione di nuove forze che devono però essere impegnate oltre i ristretti limiti della vallata. (Circolare del 25 giugno)

Analoga e ancor più esplicita la posizione del Comando Generale delle Brigate Garibaldi:

L’occupazione di paesi e vallate non deve affatto significare rinchiudersi nel limitato spazio occupato, quasi in una specie di repubblica indipendente, preoccupandosi di non essere rastrellati. L’occupazione di paesi e vallate deve esser fatta per preparare delle basi più larghe e più solide dove organizzare su più vasta scala e con maggior cura i nostri colpi da portare al nemico, in tutte le direzioni e il più lontano possibile. (Direttiva del 18 giugno)

I garibaldini erano stati esclusi dalle trattative e dalla distribuzione delle armi, ma avevano comunque consolidato le loro posizioni assorbendo gruppi minori e accogliendo nuove reclute ed anche rafforzata l’unità di azione con la Beltrami. Non era nemmeno intenzione espressa della Valtoce quella di occupare stabilmente il territorio né tantomeno dar vita e sostenere un governo locale.

Dionigi Superti

Dionigi Superti

 

Il governo civile.

Chi puntò alla costituzione di un territorio stabilmente libero e ad una Giunta Provvisoria di Governo, formata da civili in rappresentanza delle diverse formazioni politiche antifasciste, fu soprattutto Superti che, grazie ai suoi rapporti con i socialisti espatriati in Svizzera e, loro tramite, i servizi di informazione alleati, pensava all’Ossola come testa di ponte per un futuro aviosbarco di truppe alleate, in sintonia con Ettore Tibaldi, rapidamente rientrato dalla Svizzera, che da tempo ne aveva elaborato il progetto. Lo stesso CNL locale, immediatamente riattivato, si rese conto della necessità di dare una amministrazione alla città e all’intero territorio liberati. L’ordine di costituzione della Giunta fu emanato da Superti e, superate iniziali incomprensioni, successivamente riconfermato dal CLNAI.

Ettore Tibaldi

Ettore Tibaldi

Questa la composizione e gli incarichi della Giunta:

Ettore Tibaldi, (socialista, primario dell’ospedale di Domo; dal novembre del ’43 rifugiato a Lugano): Presidente, Esteri, Giustizia, Igiene.

Giorgio Ballarini (indipendente): Servizi pubblici, Trasporto e Lavoro.

Mario Bonfantini (“Bandini”, novarese, socialista, poi famoso critico letterario): Collegamento con l’autorità militare e Stampa.

Severino Cristofoli (azionista, ingegnere della Rumianca): Organizzazione amministrativa e Controllo della produzione industriale.

Dott. Alberto Nobili (liberale): Finanze, Economia ed Alimentazione.

Giacomo Roberti (comunista): Polizia e Servizi del Personale >> poi sostituito dal ferroviere milanese, anarchico e comunista, Emilio Colombo (“Oreste Filopanti”).

Don Luigi Zoppetti (padre rosminiano, democristiano): Istruzione, Culto e Assistenza >> poi sostituito da don Gaudenzio Cabalà, sacerdote domese (nato a Gravellona).

Avv. Natale Menotti (“Nicola Mari”, verbanese, democristiano): Tributi e Finanze.

Gisella Floreanini (“Amelia Valli”, milanese, comunista, rientrata dalla Svizzera): Assistenza, Organizzazioni di massa.

Gisella Floreanini

Gisella Floreanini

Furono inoltre nominati

come segretario aggiunto Umberto Terracini che stese tutti i verbali delle 13 sedute di giunta e, in accordo con Tibaldi, salvò (e completò) tutta la documentazione portandola poi in Svizzera come atto di totale trasparenza dell’operato della giunta;

come rappresentante in Svizzera della GPG, Cipriano Facchinetti che tenne i rapporti con il CLN a Lugano;

come giudice straordinario l’avvocato milanese Ezio Vigorelli che istruì con scrupolo i processi per i crimini fascisti e per l’epurazione, ma senza portarli a dibattimento per non dover eseguire condanne a morte;

come curatore dei rapporti economici con la Svizzera Luigi (Gigino) Battisti, (azionista, figlio dell’irredentista Cesare, poi Sindaco di Trento) che ottenne dal paese confinante un carico giornaliero di 20 tonnellate di patate in cambio dei prodotti chimici della Rumianca;

come comandante del neo costituito Corpo Volontario della Guardia Nazionale che unificava i diversi corpi di polizia (finanza, forestale, polizia, carabinieri) in un unico organismo formato di volontari e di militari non compromessi, il colonnello Attilio Moneta che poi cadrà, insieme ad Alfredo Di Dio, al Sasso di Finero il 12 ottobre, durante il contrattacco nazifascista.

E l’elenco potrebbe continuare: commercialisti locali per il bilancio, insegnanti e presidi per riformare la scuola.

Due sono gli aspetti da sottolineare:

  • L’attività della giunta, capace di fronteggiare una situazione difficilissima (economica, sanitaria, alimentare, assistenziale, abitativa, postale, dei trasporti e delle comunicazioni ecc.) e nello stesso tempo di precorrere nuovi ordinamenti democratici. Non ci fu il tempo per organizzare elezioni ma si favorirono (grazie in particolare a Gisella Floreanini) la rinascita di organismi di massa e sindacali con l’elezione di commissioni interne per sostituire i sindacati fascisti nonché, di concerto con il CLN, la sostituzione in tutti i comuni ossolani (32, con oltre 80mila abitanti complessivi) dei podestà con la nomina di Commissari straordinari. L’attività legislativa fu a tutto campo con attenzione particolare alla scuola con la sostituzione dei testi fascisti e una revisione dei cicli, alla legalità (non mancarono anche disposizioni contro il contrabbando, in realtà solo enunciate), ad un riordino del sistema di previdenza e di quello fiscale. E, nel momento in cui si delinea la rioccupazione nazifascista, l’organizzazione del trasferimento in Svizzera dei bambini (circa 2500) e poi di parte consistente della popolazione: da 25 a 30mila civili che abbandonarono l’Ossola e, in particolare, Domodossola trovando rifugio nel paese confinante e facendo in modo che, quando il 14 ottobre i nazifascisti rientrarono a Domodossola, il prefetto fascista di Novara Vezzalini si rendesse conto, di fronte ad una città quasi deserta, della impossibilità di esercitare le rappresaglie preannunciate.

Treno bambini 1Il treno dei bambini

  • Il clima di partecipazione entusiastica, di fervore democratico, di attività culturali, di dibattiti a tutto campo, che coinvolse i cittadini residenti, un numero consistente di antifascisti rientrati dall’esilio o affluiti dall’Italia occupata (in particolare dal novarese e dal milanese). L’elenco di politici (parlamentari, costituenti, sindaci ecc.), di scrittori, intellettuali, giornalisti, storici ecc., presenti in quei giorni in Ossola, e che poi ebbero un ruolo importante nell’Italia del dopoguerra, è lunghissimo e rischierebbe di rimanere incompleto. Fu quella una fucina di intelligenza e di libera espressione, un “clima” che ha lasciato il segno e che in molti hanno testimoniato. A me vengono in mente le bellissime pagine di Franco Fortini in “Sere in Valdossola”.Vi fu la pubblicazione di un numero consistente di testate giornalistiche, di volantini e manifesti che si aggiunsero ai comunicati e ai notiziari della GPG. Mario Bonfantini diede vita ai corsi di una “Università popolare” sulla storia contemporanea. E, in sincrona a tutto questo, la partecipazione attiva dei cittadini alle esigenze sia militari (costruzione di armi e munizioni nelle fabbriche) che civili (ad esempio gli allievi e gli insegnanti del Rosmini che aiutarono ad accumulare e ridistribuire le derrate – patate, latte condensato, … – e i medicinali provenienti dalla Svizzera utilizzando il sottotetto del Collegio come magazzino).

 

La libera stampa

Nei 40 giorni della Repubblica si distribuirono in migliaia di copie dieci nuove testate, due direttamente edite dalla Giunta Provvisoria: Bollettino quotidiano di informazioni (16 numeri) e Liberazione 4 numeri). Le altre furono Valtoce dell’omonima formazione (8 numeri), Unità e Libertà dei Garibaldini (3 numeri), Il Patriota della Brigata Matteotti (2 numeri), L’Unità organo del PCI nazionale (2 numeri); e con un singolo numero: Il Combattente dei Volontari della Libertà, La nostra lotta, rivista teorica del PCI, F d G per una vita migliore del Fronte della Gioventù, Avanti! del PSIUP. A questi si aggiunsero due numeri del preesistente settimanale cattolico Il Popolo dell’Ossola.

Un piccolo episodio per ricordare quel clima di partecipazione, ma anche di confronto acceso: la carta di quei bollettini e giornali era per i più quella bianca con due eccezioni: l’azzurro di “Valtoce” che richiamava evidentemente il colore della formazione, e il “rosso” (in realtà più rosa-violaceo) del “Bollettino quotidiano” della Giunta. Quest’ultimo colore (sembra in realtà scelto dalla tipografia per smaltirne una scorta sovrabbondante) fu vissuto come una provocazione dai partigiani azzurri che manu militari requisirono quella carta e così il bollettino, da n. 8 del 29 settembre uscì “normalizzato” con la carta bianca.

Bollettini GPG n. 7 e n. 8 (colore “normalizzato”) – 27 e 28 settembre

Bollettini GPG n. 7 e n. 8 (col colore “normalizzato”) – 27 e 28 settembre

 Una accelerazione e una anticipazione della storia

Si dice che oggi viviamo in tempi frenetici, dove la rapidità è la cifra dei nuovi scenari economici, finanziari e digitali. Anche quelle sei settimane furono sotto il segno della rapidità, però di una rapidità non fine a se stessa, ma che aveva chiaro il senso dell’agire e dove l’urgenza (allora realmente drammatica) non era utilizzata come pretesto per ridurre la partecipazione dei cittadini e il confronto, anche duro, fra posizioni talora molto differenti. Ogni posizione era rispettata e valorizzata all’interno una finalità complessiva condivisa.

Cosa permise di realizzare tutto questo? Certo erano uomini saggi, politicamente avveduti, dalle salde convinzioni, ma, tutto sommato uomini …non supereroi! Perdi più facendo parte, sul versante politico, di una giunta che solo parzialmente era costituita da cittadini ossolani a conoscenza del territorio e, sul versante militare, appartenendo a formazioni partigiane con differenze e reciproche divergenze non da poco, tanto che la costituzione di un comando militare unificato (CUZO) si realizzò di fatto solo sulla carta e si dovrà aspettare il febbraio-marzo dell’anno successivo perché si arrivi ad una reale unificazione operativa di tutte le formazioni.

Quale il segreto di quei 40 giorni di libertà, di anticipazione di una democrazia moderna; di una attività nel contempo frenetica e rigorosa, emergenziale e proiettata nel futuro, di decisioni rapide e di dibattito intenso e partecipato, di fusione di orientamenti politici apparentemente inconciliabili, di sintonia fra ceti sociali rurali, operai e borghesi, fra abitanti locali, sfollati e rimpatriati, fra civili e formazioni partigiane?

Gli storici insistono sulla particolarità, rispetto altre “zone libere”, del confine con la Svizzera (200 km di confine con due ferrovie e più passi di frontiera), del fatto cioè che la Svizzera ha costituito il retroterra politico (con la presenza e poi il rimpatrio dei fuoriusciti) ed economico, nonché il rifugio nel momento del crollo. A questo alcuni aggiungono la speranza (rivelatasi poi un’illusione) di un intervento alleato via aerea che sembrava promettere una liberazione non solo temporanea, ma l’avvio, la testa di ponte territoriale, militare e politica di una liberazione complessiva dell’Italia occupata. Come è noto gli aeroporti predisposti (vicino a Domodossola e in Vigezzo) si rivelarono fatica sprecata e nemmeno un’arma fu paracadutata in Ossola durante quei giorni.

Certo questi fattori hanno senz’altro contribuito: da un lato il retroterra elvetico ha dato sicurezza e la speranza di un intervento alleato mobilitato le energie. Ma a me sembra che vi sia stato soprattutto un fattore, come dire, psicologico, sociale e politico insieme: la “zona libera” ha creato uno spazio di libertà, di libera espressione che gli ossolani e gli antifascisti affluiti hanno riempito con entusiasmo. Senza quella partecipazione massiccia e quella fame di libertà, di entusiastica collaborazione, nessuna Giunta sarebbe stata in grado di realizzare quanto allora si è realizzato nel presente e progettato per il futuro. Per tutti quei giorni, ricorda Begozzi nel documentario “La Repubblica dell’Utopia”, l’oscuramento venne abolito e quelle luci rimaste accese furono il segno di una felicità collettiva ritrovata, e sono luci che ancora oggi possono illuminarci.

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“Repubblica” o “Zona libera”?

 È noto come la dizione “Repubblica” in riferimento all’esperienza dell’Ossola sia successiva e come allora si parlasse di “Zona liberata” e di “Giunta Provvisoria di Governo” anche se non mancano fra le stesse testimonianze dei partigiani (un esempio nel documentario “La Repubblica dell’Utopia” di Daniele Cini, 2008) casi – per così dire – di memoria retroattiva.

Non poteva allora chiamarsi Repubblica per ovvi motivi: innanzitutto perché nelle formazioni – e in particolare nella Valtoce – c’erano molti ufficiali di fede monarchica, in secondo luogo perché la stessa Giunta Provvisoria di Governo prese subito contatti, tramite il CLN di Lugano, con il legittimo e monarchico (seppur sostenuto dal CLN) Governo Bonomi per dichiarare fedeltà e ottenere riconoscimento. E poi per una ragione, direi, terminologica: Repubblica allora era quella di Salò e repubblicani i fascisti; il termine “repubblichini”, pur se presente con accezione dispregiava già ai tempi della rivoluzione francese, ebbe larga diffusione in riferimento ai fascisti di Salò solo più tardi, soprattutto dopo il referendum costituzionale e la nascita della Repubblica Italiana.

La dizione prevalente nella storiografia sino agli anni ’60 fu pertanto quella di “zona libera”: così le definisce ad esempio Mario Giovana nel suo libro del 1962 sulla Resistenza Piemontese e, ancora nel 1969, l’importante Convegno internazionale tenuto a Domodossola è appunto intitolato Le zone libere nella Resistenza italiana ed europea.

Il termine “repubblica” durante la guerra era semmai usato in modo dispregiativo nell’espressione “repubblica di banditi” dai tedeschi, oppure sul fronte opposto dal Comando Generale delle Brigate Garibaldi che il 18 giugno del ’44 parla delle zona libera come di qualcosa che non deve diventare una specie di repubblica indipendente. Il già citato Giovana utilizza con il riserbo delle virgolette l’espressione di “libere repubbliche”, per cui è da dedursi che, pur tra cautele (virgolette, cosiddette ecc.), l’uso abbia avuto una certa diffusione prima del libro di Bocca (Una repubblica Partigiana) uscito nel 1964. È comunque questa opera che ne “sdogana” l’utilizzo e da allora l’uso si è diffuso ed è prevalso.

Sul piano più propriamente storiografico il problema è comunque restato aperto: quali zone liberate dai partigiani è giusto chiamare “repubblica”? Per alcuni nessuna, per altri tutte, per altri le più grandi/estese e durature (Bocca), per altri infine quelle in cui, oltre alla zona militarmente liberata, sono sorte istituzioni rappresentative e democratiche

La Memory School che la Casa della Resistenza il 26 e 27 settembre scorso ha dedicato all’esperienza Ossolana e al confronto con analoghe esperienze italiane e straniere, ha utilizzato un’espressione che mi pare particolarmente appropriata: La Repubblica prima della Repubblica. Non una repubblica vera e propria ma appunto un “prima della”, una anticipazione della Repubblica.

Le “Repubbliche” partigiane

 Il fenomeno non è certo ristretto all’esperienza Ossolana e in quel 1944, soprattutto sul finire dell’estate e l’inizio dell’autunno, quando, con Roma liberata (4-5 giugno) e lo sbarco in Normandia (6 giugno) sembrava che la guerra avesse preso una accelerazione a favore degli alleati e la liberazione completa dell’Italia fosse questione di pochi mesi.

Quante sono allora state le “Repubbliche partigiane” nel ‘44?

Wikipedia, oltre all’esperienza anticipatrice di Maschito (Basilicata) del settembre – ottobre del 1943, ne indica altre 20 dal febbraio all’inverno del 1944.

Nunzia Augeri nel suo libro “L’estate della Libertà. Repubbliche Partigiane Libere”, da poco pubblicato, ne ha contate 29.

Probabilmente non le conosciamo tutte,

Quello che segue è un ampio stralcio, ripreso dal citato testo di Giovana, relativo alle zone libere del Piemonte nelle aree controllate dal CLNRP (con esclusione della Provincia di Novara che dipendeva dal CLN milanese). Il testo ci permette sia di capire quanto zone libere e nascita di libere istituzioni amministrative locali esprimessero una tendenza diffusa e quante fossero, al di là delle differenze economiche e territoriali, le analogie anche con altre aree (Ossola compresa).

“Dei mesi dall’estate all’autunno del ’44 si può dunque parlare come di una fase di alta efficienza bellica del partigianato piemontese che coincide con la massima espansione territoriale e con una consolidata disciplina nel quadro delle direttive del CLNRP. È l’epoca delle zone libere che com­prendono la Valsesia, un settore ampio dell’Astigiano e delle Langhe, le val­li di Lanzo, quelle cuneesi orientali del Gesso, della Grana, della Macra, della Varaita e della Stura.

In queste aree di totale giurisdizione partigiana sorgono le libere amministrazioni di decine di CLN e Giunte popolari, si attuano esperimenti originali di autogoverno locale con la regolamentazione del mercato dei prodotti alimentari, la lotta alla speculazione della cosiddetta “borsa nera”, si concepiscono piani di distribuzione delle risorse agricole. Imposte stabilite dalla legislazione fascista, come quella sul celibato, sono abolite; vengono fissati i prezzi delle principali derrate, si contingentano gen­eri di prima necessità, si apportano correttivi ai sistemi degli ammassi. Non sempre e dappertutto tale fiorire di iniziative, nelle quali l’opera dei comandi di formazione si intreccia con spontanei contributi popolari, con­segue risultati durevoli o anche solo significativi, poiché i territori liberi, staccati dal corpo dell’economia delle province, con risorse che la guerra ha distrutto o grandemente ridotto, non possono dimensionarsi sull’autosuffi­cienza economica e sono zone assediate in cui la vita civile soffre tutti gli in­convenienti dei blocchi che la circondano. Ciò non ostante, l’epoca delle “libere repubbliche” è il momento più fertile e suggestivo dell’incontro tra movimento partigiano e masse contadine, in un ambiente come quello agri­colo del Piemonte e in special modo dei territori che sono tradizionale caposaldo della piccola e media proprietà terriera (Astigiano, Cuneese) dove so­pravvivono radicatissime le prevenzioni contro la convivenza forzata con reparti militari sul piede di guerra (retaggio storico delle vicende medioevali e rinascimentali), dove non esiste come problema sociale il declassamento di masse bracciantili e dove infine permane un certo spirito di atavica diffidenza verso coloro che si fanno portatori di esigenze “rivoluzionarie” .

Nelle valli e nei centri rurali della collina langarola o della plaga mon­ferrina gli organi dell’amministrazione democratica sono l’anello che con­giunge elemento popolare e volontari combattenti. Contadini, sacerdoti, pic­coli proprietari, borghesia possidente, entrano nelle Giunte, partecipano alle assemblee ove si discutono le questioni locali; si emettono decreti, si coordi­nano le iniziative da comune a comune, viene creata una polizia alle di­pendenze delle Giunte, circolano perfino giornali stampati per diffondere i comunicati delle autorità. Assistiamo così al tradursi in pratica dell’ordina­mento statuito dal CLNRP per gli organi periferici e per il governo ammini­strativo dei comuni.

«Riportiamo – è detto nel “Piano di attività della Delegazione civile delle Langhe” – la vita civile delle popolazioni nelle zone libere, controllate dalle formazioni partigiane, al concetto e alla pratica della libertà amministrativa sulla base della democrazia popolare progressi­va; e ciò entro il tempo che precederà il ripristino degli organi politici-am­ministrativi dello Stato, nella forma e nell’espressione giuridica che il popolo italiano darà ad esso … Intorno ad ogni Giunta popolare comunale creare tutta una serie di organismi atti a far rinascere in piena libertà l’attività eco­nomica, politica e sociale, come ad esempio i Comitati dei contadini, i gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della Libertà, i comitati del Fronte della Gioventù, i Gruppi studenteschi per l’assistenza alle Giun­te popolari, i Consigli scolastici per il controllo della scuola del popolo e via di seguito … In ogni villaggio – dispone il commissario di una divisione partigiana – è necessario costituire tempestivamente dei CLN dei quali devono far parte i componenti dei vari Partiti antifascisti.». (p. 147–148; evidenziazioni mie)

Per quanto riguarda la Valsesia c’è da ricordare che Moscatelli non volle mai usare, neanche dopo la guerra, l’espressione di “repubblica” e che le “zone liberate” valsesiane, con vicende alterne, si susseguirono dal giugno 1944 all’aprile 1945.

Alba (10 ottobre – 2 novenbre). Quei 23 giorni, resi famosi dal racconto di Fenoglio (I ventitré giorni della città di Alba) iniziarono in modo simile a quello dell’Ossola. Le truppe fasciste di stanza in città, in seguito ad un accordo mediato dalla curia vescovile, lasciarono Alba (portandosi seco anche gli armamenti); anche in questo caso dall’accordo furono escluse le formazioni garibaldine. Fu costituito un CLN che non ebbe però la rilevanza di iniziativa paragonabile a quello dell’Ossola o della Carnia. Lo storico Ezio Zubbini ritiene che in questo caso sia del tutto improprio utilizzare l’appellativo di Repubblica, mentre questo può di certo valere per le zone libere delle Langhe (cfr. sopra ).

23 giorni Alba

Tra le molte esperienze in altre regioni ne possiamo citare alcune fra le più significative

  • Repubblica partigiana (o Dipartimento) del Corniolo (febbraio – marzo 1944) nell’Appennino forlivese: fu la prima delle repubbliche del centro nord. Istituita il 2 febbraio dal Comandante “Libero Riccardi” (Riccardo Fedel), antifascista della prima ora e comandante della Brigata Garibaldi Romagnola. Oltre al rilevante valore dell’aspetto simbolico di essersi formata nel territorio di nascita di Mussolini, questa esperienza si distinse per iniziative e provvedimenti nella prospettiva di una riforma agricola.
  • Montefiorino (17 giugno – 1º agosto 1944). Siamo nell’Appennino modenese dove, in rappresaglia per alcune azioni partigiane, le truppe naziste il 18 marzo avevano compiuto una delle più feroci stragi: a Monchio, Susano e Castrignano (frazioni di Montefiorino) con 136 vittime civili comprese donne e bambini. Nell’esperienza della Repubblica, durata 45 giorni, il ruolo prevalente rimase nelle mani delle formazioni partigiane che gestirono direttamente giustizia e pubblica sicurezza. Per le singole località si costituirono giunte popolari formate dai capi famiglia che elessero i sindaci dei comuni. Con la rioccupazione tedesca il paese, abbandonato dai suoi abitanti, fu dato alle fiamme e continuò a bruciare, in particolare la rocca, per più giorni.
  • Carnia (luglio – settembre zona libera; ma GPG 28 settembre – 10 ottobre). Fu la “Repubblica” più vasta per territorio (oltre 2.500 km2 ) comprendente ampie aree a nord e sud del Tagliamento e con una popolazione di oltre 80.000 abitanti distribuita in 40 comuni. La costituzione (28 settembre) della Giunta Provvisoria di Governo (ad Ampezzo) fu preceduta, a partire dai primi di agosto, dalla costituzione di CLN locali e provinciali tramite libere elezioni a cui partecipavano i capifamiglia, donne comprese, con una netta separazione fra potere civile e potere militare. Fra le varie disposizioni si possono ricordare la concessione di autonomia amministrativa al territorio montano e la difesa del patrimonio boschivo; la riforma scolastica, la costituzione di un Tribunale del Popolo e l’abolizione della pena di morte per reati comuni; la gratuità dell’amministrazione della giustizia; la riforma fiscale; la costituzione di un corpo di polizia civica. Particolarmente pressante il problema dei rifornimenti alimentari per la non autosufficienza del territorio e per lo stretto assedio della zona da parte nazifascista; l’assedio fu aggirato dai Gruppi di Difesa della Donna: vennero formati consistenti nuclei femminili che, a piedi, scendevano con la gerla verso la pianura sino a Meduno, dove il servizio di intendenza partigiano le trasportava verso la costa dove potevano rifornirsi di grano e altri generi alimentari.
La Repubblica partigiana della Carnia

La Repubblica partigiana della Carnia

La riconquista nazista della Carnia avvenne con l’utilizzo di consistenti truppe cosacche a cui seguì la drammatica occupazione di quelle terre da parte di oltre 40.000 cosacchi (militari e civili, con beni personali, cavalli e cammelli) a cui Hitler aveva promesso una nuova patria (Kosakenland in Nord Italien). Per sette mesi i cosacchi si installarono come etnia dominante occupando case e proprietà, macchiandosi in più casi di violenze (assassini, stupri ecc.) e trasferendo usi e costumi delle loro terre d’origine. Crudele anche il loro destino, a parte pochi casi di permanenza e integrazione nella realtà locale, la maggior parte di loro fu ritrasferita in Unione Sovietica e mandata da Stalin nei campi in Siberia.


Anche da questa piccola rassegna di esempi si possono facilmente individuare le problematiche comuni a tutte le zone libere di quel 1944: oltre a quelli della difesa, i problemi della produzione e dell’approvvigionamento, dell’amministrazione della giustizia, della epurazione dei principali esponenti fascisti, di un diverso sistema di fiscalità, del dar vita ad una scuola non più cassa di risonanza dell’ideologia fascista, ecc.

Notevoli anche le differenze: una democrazia in un certo senso calata dall’alto tramite i comandi partigiani e/o i CLN oppure costruita dal basso attraverso elezioni locali come nel caso della Carnia dove la sperimentazione della democrazia ha in un certo senso anticipato l’ufficialità del Governo Provvisorio. La diversa articolazione dei nuovi strumenti di partecipazione democratica. Il ruolo maggiore o minore assegnato ai CLN rispetto alle formazioni partigiane e pertanto una maggiore o minore autonomia fra governo civile potere militare delle formazioni. La capacità di attivare relazioni esterne (con i CLN regionali e nazionali, con altri territori, con il governo Bonomi, con l’estero). La possibilità o meno delle donne a partecipare ai nuovi organismi. La presenza o meno di organizzazioni di massa effettivamente operanti (sindacati, organismi giovanili come il Fronte della Gioventù, femminili come i Gruppi di Difesa delle donne, consigli scolastici, ecc.). Il ruolo del clero locale (sia nelle aree contadine che in quelle urbane) in più casi partecipe attivamente anche con ruoli di governo, in altri più con un ruolo di mediazione con forze ed autorità nazifasciste, in più casi con entrambi questi ruoli, come a Domodossola.

Settanta anni dopo, nei tempi della stanchezza della democrazia

Quell’estate – autunno di settant’anni fa fu giustamente definita come l’epoca della libertà ritrovata: fu in molte parti dell’Italia occupata il tempo in cui si espresse una volontà alta di partecipazione, di sperimentazione di organismi democratici, di nascita e diffusione di molteplici organi di stampa libera. Non solo si introdusse in molti casi il principio fondante di ogni democrazia della divisione dei poteri, ma anche il loro articolarsi e moltiplicarsi: partiti, sindacati, organizzazioni di massa, assemblee, gruppi di azione civile in un fiorire di iniziative che, come osservato per l’Ossola, desta stupore per la capacità di iniziativa concreta che, in poche settimane e in situazioni del tutto avverse, quelle esperienze riuscirono a concretizzare da un lato e a prefigurare dall’altro. In molti di quei casi si forgiò una nuova classe dirigente che sarà quella che ci portò alla Repubblica e alla Costituzione. Il tutto all’interno di un dibattito vivacissimo, con posizioni politiche estremamente differenziate ma con una capacità di ascolto reciproco e di “mediazione alta” di cui oggi abbiam perso memoria.

Viviamo oggi quelli che io chiamo i tempi della stanchezza della democrazia, stanchezza espressa in mille modi, dalla scarsa partecipazione (non solo al voto, ma alla politica in senso lato), all’affievolirsi degli anticorpi democratici che trovano nella lettera della Costituzione il nutrimento: dignità delle persone e del lavoro, antifascismo, laicità, ripudio del razzismo, chiara individuazione e delimitazione dei diritti e dei doveri. Il tutto si esprime con un rigetto della politica di cui un personale politico mediocre – se non corrotto – è, almeno in gran parte, responsabile. Le cause sono complesse e vanno al di là delle responsabilità singole: viviamo in un mondo dove le decisioni che contano sono sempre più lontane dai cittadini, assunte da poteri sovranazionali che sfuggono da trasparenza e controllo. Proprio per questo sarebbe necessaria una nuova “estate della democrazia” in grado di affrontare crisi e problemi dell’oggi.

Si aprono due possibili percorsi di risposta:

Il primo che pensa che alla “stanchezza della democrazia” si debba replicare attraverso la semplificazione, la riduzione delle componenti politiche e rappresentative con una esplicita insofferenza verso opposizioni e minoranze vissute quali intoppo alla governabilità, la limitazione della separazione dei poteri, la riduzione degli organismi e della partecipazione diretta attraverso organi di secondo livello (eletti solo dagli eletti). Insomma attraverso un accentramento del potere e un suo rapporto diretto “con il popolo” saltando le intermediazioni e la complessità del tessuto sociale. Penso che questa strada sia estremamente pericolosa, che ci porti in tutt’altra direzione da quella che nell’Ossola, nella Carnia e nelle decine di “repubbliche prima della Repubblica” si è tentato sperimentare ed anticipare. Una strada che non produce una riforma e un rinnovamento della democrazia, ma un suo ulteriore indebolimento.

Il secondo percorso è tutto da costruire: inventare e sperimentare nuove modalità di partecipazione. Certo quelli che con la nuova Costituzione del 1947 son nati e si sono sviluppati negli ultimi sette decenni vanno rivitalizzati; nuove forme di rappresentanza devono poter far pesare le voci di un tessuto sociale che si è significativamente differenziato ed articolato con nuovi problemi (salute, precarietà, integrazione …) e nuove sensibilità (ambiente, beni comuni, diritti individuali delle donne e degli uomini …). I nuovi media aprono uno spazio che può essere di condizionamento ma, se ben utilizzato, anche di nuova partecipazione; un mondo sempre più globale può esser vissuto come minaccia o come apertura di più ampie possibilità per tutti, la pluralità di culture e di nuove sensibilità può esser percepita come confusione (se non addirittura come pericolo), oppure come ricchezza e arricchimento per tutti. Alla globalizzazione che omologa si può rispondere con nuove forme associative legate ai territori e alle loro specificità e creando relazioni e ponti fra esperienze convergenti anche se lontane nello spazio. È una strada da aprire, non semplice, per molti versi psicologicamente e praticamente difficile, ma di certo non più difficile di quelle anticipazioni di democrazia che partigiani, rappresentanti politici e popolazione sperimentarono settant’anni fa.

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Appendice

 I Giornali dell’Ossola libera

Bollettino GPG  - n. 1: 18 settembre

Bollettino GPG – n. 1: 18 settembre

Valtoce: n. 1 e 6 (26 settembre e 2 ottobre)

Valtoce: n. 1 e 6 (26 settembre e 2 ottobre)

Liberazione

Liberazione: n. 3 del 30 settembre

il combattente

Il combattente: 15 ottobre

Unità e Libertà: n. 1 del 22 settembre

Unità e Libertà: n. 1 del 22 settembre

L’Unità: ed per l’Ossola liberata (13 ottobre)

L’Unità: ed per l’Ossola liberata   (13 ottobre)

La nostra lotta: Rivista Organo del PCI (1 ottobre)

La nostra lotta: Rivista Organo PCI (1 ottobre)

             Avanti!

Avanti! (settembre)

Il Patriota: 27 settembre

Il Patriota: 27 settembre

       

f. d. g. per una vita migliore (ottobre)

f. d. g. per una vita migliore (ottobre)

Testi consultati

Alba libera. Atti del convegno di studi “La libera repubblica partigiana di Alba, 10 ottobre – 2 novembre 1944. ISR Cuneo – Città di Alba, 1985.

Atti del Convegno “La stampa ed i mezzi di comunicazione dei partigiani e della Repubblica dell’Ossola” (8 ottobre 2004), ANPI Domodossola, 2006.

Augeri Nunzia, L’estate della libertà. Repubbliche Partigiane libere, Carocci, Roma 2014.

Azzari Anita, L’Ossola nella Resistenza Italiana. Prefazione di Angelo del Boca (riedizione), Il rosso e il blu, Santa Maria Maggiore, 2004.

Chiovini Nino, Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà, Verbania 2012.

Del Boca Angelo (a cura), La “Repubblica” partigiana dell’Ossola, Centro Studi Piero Ginocchi, Crodo 2004.

Ferrari Edgardo (a cura), Almanacco storico Ossolano 2005, Grossi, Domodossola, 2003.

Ferrari Erminio, La Liberazione. Cannobio, Agosto-settembre 1944, Tararà, Verbania 2006.

Frassati Filippo (a cura) La Repubblica dell’Ossola. Settembre- Ottobre 1944 (1959): riedizione del 2004 a cura del Comune di Domodossola.

Giovana Mario, La Resistenza in Piemonte. Storia del C.L.N. piemontese, Feltrinelli, Milano 1962.

Le zone libere nella Resistenza italiana ed europea. Relazioni e comunicazioni presentate al Convegno internazionale di Domodossola. 25-28 settembre 1969, ISRN, Novara 1974.

Maggia Giulio (a cura), I giornali dell’Ossola libera, ISRN – Comitato per il 30° anniversario della repubblica dell’Ossola, Novara 1974.

“Viva Babeuf !” di Gino Vermicelli

Giorni fa, mentre stavo preparando una sintesi sulla “Repubblica” dell’Ossola, mi sono imbattuto in questo passo (1) relativo alla situazione militare nazifascista nell’agosto del ’44.

 È da segnalare anche il carattere composito e raccogliticcio delle truppe fasciste e tedesche presenti in Ossola: molti dei presidi erano formati da geor­giani e cecoslovacchi inquadrati nella Wehrmacht. Tali soldati non erano certo animati da grande volontà collaborazionistica, ed appena si presentò l’occasione parecchi di loro – particolarmente i georgiani – passarono nelle fine par­tigiane.

«A fine agosto, mentre si aspettavano i rinforzi, arrivò a Domodossola un contingente composto di georgiani e di polizia tedesca. Detto contingente operò una puntata in valle Formazza dove si erano già verificati casi di diserzione nei presidi esistenti. .. .Durante tale operazione fuggirono oltre settanta georgiani che andavano a ingrossare le file dei ribelli seco trasportando armi compresi una mitragliatrice pesante ed un mortaio» (2)
 

Mi è subito venuta in mente una delle più belle sequenze del romanzo partigiano di Gino Vermicelli, Viva Babeuf !, dove questo passaggio massiccio dei georgiani fra le file partigiane viene rappresentato attraverso la figura del Capitano Cotny.

Di Gino “Edoardo” Vermicelli ne avevamo parlato, sempre pochi giorni fa, mentre stavamo organizzando una serata sulla Repubblica partigiana ossolana a Cannobio; “si ricordano tanti personaggi, civili e militari, politici e partigiani di quel periodo, ma sembra che di Gino si sia persa un po’ la memoria – ci eravamo detti – … eppure per molti di noi è stato più che un partigiano esemplare, è stato un amico e un maestro”. E Viva Babeuf ! non solo è il più bel romanzo partigiano delle nostre terre, ma uno dei più belli di tutta la resistenza italiana.

 

 

Quando l’editore Tararà, nel 2008, decise di ripubblicare il romanzo di Vermicelli (3), mi chiese di scrivere una nota di presentazione editoriale alla nuova edizione. La ripropongo qui nella versione completa che allora preparai (quella edita fu leggermente tagliata per esigenze di impaginazione) e, di seguito, un articolo pubblicato su Nuova Resistenza Unita in cui ho tentato di esplicitare la sua concezione del “fare memoria” che sta alla base del suo romanzo e del suo personale modo di esser testimone di quegli anni.

In appendice alcune delle pagine di Viva Babeuf ! incentrate sul capitano georgiano Cotny: un incentivo a intraprenderne (o riprenderne) la lettura.

 

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Nota editoriale

Viva Babeuf! uscì a stampa per le nostre edizioni – in collaborazione con la Cooperativa “Manifesto anni ‘80” – nel 1984. Erano passati vent’anni da quando Italo Calvino, nella prefazione alla riedizione del suo primo romanzo (Il sentiero dei nidi di ragno), identificava la narrativa della resistenza con una specifica stagione letteraria, quella del neorealismo, o come lui stesso volle precisare, del “neo-espressionismo”.

edizione 2008

edizione 2008

Nei decenni successivi si è fatta sempre più strada la convinzione come sia del tutto improprio collocare questa narrativa (e più in generale la letteratura legata alla resistenza) all’interno di una categoria, un genere letterario, una cifra stilistica specifici.

Questo non ci impedisce, quando parliamo di “letteratura della resistenza” di introdurre un criterio distintivo ancor oggi pertinente: quello del riferimento, o meglio, della centrale e concreta presenza in queste opere della diretta esperienza dell’autore; la trasposizione letteraria può dar vita a personaggi, dialoghi, situazioni e vicende di invenzione ma tramite ed oltre questi c’è un vissuto in prima persona che ripropone in tutta forza la sua presenza.

 

Ed è proprio l’esperienza diretta di questi autori che rivive nella loro narrazione ad introdurre un primo elemento di specificità e differenziazione. Non c’è resistenza se non legata ad un preciso territorio; non solo città, pianura, laguna, collina o montagna, ma proprio quello specifico spazio geografico ed umano.

Come ricorda Rossanda nell’introduzione, la notorietà dell’esperienza partigiana ossolana era già alta durante la guerra e crescerà nei decenni successivi; ma sino all’84 questa esperienza non aveva trovato una sua trasposizione letteraria se non nel breve racconto memorialistico di Franco Fortini (Sere in Valdossola). Viva Babeuf! è allora in primo luogo il romanzo della resistenza ossolana o, volendo precisare, dei monti tra la Valstrona e il versante occidentale dell’Ossola. Questo il paesaggio, soprattutto umano – le donne e gli uomini di quei paesi e di quegli alpeggi con la loro saggezza antica ed il loro spirito comunitario –, che incornicia la narrazione.

 

Il secondo elemento distintivo richiama il quando (e “a chi”) della scrittura e pubblicazione dell’opera. Se negli anni quaranta e i primissimi anni ’50 prevale quella che Calvino individuava come collettiva e reciproca “smania di raccontare” fra chi aveva partecipato alla stagione della liberazione e nel contempo quale difesa della resistenza dai detrattori che ben presto imperversarono, nelle opere successive sembra prevalere una maggior attenzione e differenziazione letteraria, un maggior distanziamento che può assumere o il taglio epico di un Fenoglio o quello antiretorico, antieroico ed ironico di un Meneghello in implicita polemica con ufficialità ed agiografia di molte celebrazioni.

In Viva Babeuf!, che Vermicelli scrive esplicitamente per i giovani degli anni Ottanta (e non solo), la memoria partigiana rivive attraverso la sensibilità maturata nelle lotte dei due decenni precedenti: la dimensione personale e la differenziazione fra i generi, la sessualità, la rivitalizzazione dell’ideale antico di eguaglianza e, non ultimo, lo spirito libertario, antigerarchico ed antimilitarista. “Possono fare come vogliono, combattere o scappare. … Sono liberi di scegliere come non lo è mai stato nessun soldato” … Cotney si convinse che se la guerra era la cosa peggiore, farla come la facevano i partigiani era il modo migliore.

Vi è soprattutto la voglia di far emergere la vitalità, la gioia di vivere di chi ha vissuto quell’esperienza. Alla domanda (retorica) “Se ne è valsa la pena”, in un’opera collettiva sulla resistenza curata da Aldo Aniasi, Vermicelli risponderà: “Veramente la pena non ci fu, se per pena s’intende tormento dell’anima, sofferenza morale. … il tutto era vissuto in un’atmosfera di vivace allegrezza. Il fatto è che avevamo vent’anni ed eravamo convinti che stavamo cambiando il mondo”.

Sta forse qui la distanza maggiore di Viva Babeuf! con la più parte della letteratura partigiana: da quella che Giovanni Falaschi, in una antologia (La letteratura partigiana in Italia 1943 – 1945) uscita pochi mesi prima del romanzo di Vermicelli, chiamava “tragicità e cupezza” di quei testi. Tragicità che ritroviamo anche in molti scritti successivi, magari esplicitata, anche in autori che hanno scelto una scrittura lieve ed ironica, come irrisolto senso di colpa. “In fondo non è colpa nostra se siamo ancora vivi” dirà ad esempio, en passant, Meneghello ne “I piccoli maestri”.

Vermicelli vuole soprattutto narrare quella voglia di vivere e di cambiare; la tragicità della guerra certo c’era, la morte era nelle cose, era messa in conto, ma ce ne parla sempre in modo indiretto, con estremo pudore sia che si tratti della morte dei “loro” che di quella dei “nostri”. L’attenzione è altrove.

 

Narrare. Qui troviamo il terzo elemento distintivo, quello propriamente letterario: le scelte di scrittura e di strutturazione del testo. Proprio perché qui valgono in primo luogo gli orientamenti e i gusti dei singoli autori e, più in profondità la specifica formazione e le personali frequentazioni di lettura, ogni autore è tendenzialmente un caso a sé. Più difficile trovare, almeno nei più significativi, delle costanti. Forse un elemento ricorrente lo ritroviamo nella mescolanza di lingue e linguaggi, sia perché la guerra di resistenza mise fianco a fianco la popolazione civile con i suoi dialetti, con partigiani dalle più svariate provenienze regionali, sociali e culturali, non escluso un buon numero di militari stranieri; sia perché l’antifascismo più o meno consapevole si “abbeverava” spesso di autori stranieri. In alcuni casi questa mescolanza poteva diventare scelta stilistica o, come in Fenoglio, vera e propria sperimentazione letteraria.

Non è il caso di Vermicelli. Certo troviamo il dialetto delle valli e talora il francese, ma in funzione direttamente narrativa; quello che troviamo nello stile della sua opera è soprattutto il “piacere di raccontare”. Chi lo ha conosciuto direttamente sa che Gino era un grande narratore; piccoli episodi, talora poco più che aneddoti, che, qualunque fosse l’uditorio (amici, studenti, giovani o adulti, militanti politici …), erano grado di incantare gli astanti e di trasmettere il suo senso profondo della vita. Di questa oralità narrativa troviamo traccia in più di un episodio del romanzo, ma soprattutto vi ritroviamo una strutturazione narrativa “classica” che probabilmente trova radice nelle letture giovanili del giovane autodidatta emigrato in Francia: i grandi romanzi della letteratura Francese e Russa in particolare. L’intreccio non solo sovrappone attori e osservatori, partigiani e popolazione civile ma ci porta anche dal “nemico”, dall’antagonista tedesco facendoci conoscere il suo, se non realistico, almeno plausibile, punto di vista. Mille miglia dalla frequente estremizzazione negativa (letteraria e più spesso filmica) a cui siamo abituati; anzi quasi un’ironica e benevola commiserazione per chi, nonostante tutta la sua forza distruttiva e, magari, la sua intelligenza, è destinato alla sconfitta.

 

C’è una citazione dal romanzo che abbiamo voluto anteporre alla postuma autobiografia di Vermicelli (4) per la sua capacità di rappresentare il suo percorso di vita (citazione spesso ripresa anche in ambiti del tutto diversi dal contesto originario come può confermare una rapida ricerca su internet) e che ci sembra analogamente chiarire la cifra narrativa del romanzo:

“A volte può essere più bello camminare che arrivare… Arrivare non esiste, è solo un momento del cammino”.

Dall’ultima neve della fine di marzo alla prima neve del successivo ottobre, da una fuga (uno sganciamento) ad una ancor più drammatica fuga e sganciamento per ri-trovare rifugio idoneo al proprio insediamento. Il camminare e la sua circolarità strutturano il romanzo, la vita del partigiano e, ad un livello più alto, il percorso storico perché “Ovunque uno vada, se non è l’ultimo viaggio, dovrà sempre ripartire.” Circolarità perché ogni arrivo sarà una partenza e perché ogni viaggio è un riprendere ciò che, noi od altri prima di noi, si era cominciato; così come altri, dopo di noi, se vorranno, potranno riprendere.

 

Convinti della permanente attualità e vigore letterario del suo romanzo partigiano, ci è parso non inutile, a dieci anni dalla scomparsa di Vermicelli e a ventiquattro dalla prima edizione, proporlo oggi a nuovi lettori, non escludendo, per chi già ha usufruito della prima edizione, il piacere di una rilettura.

 

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“Edoardo” e la memoria della Resistenza

da Nuova Resistenza Unita n. 3, maggio-giugno 2008

Dieci anni fa, la mattina del 21 maggio 1998, Gino Vermicelli ci ha lasciato. Due giorni dopo le esequie alla Casa della Resistenza.

"Edoardo" Vermicelli nel 1945

“Edoardo” Vermicelli nel 1945

Il tratto comune di quanto in quei giorni è stato scritto e di quanto quel pomeriggio a Fondotoce à stato ricordato è il “suo stile”, il suo tratto antieroico ed antiretorico, la sua ironia quasi tesa ad alleggerire e schernire la consistenza di un impegno e d’una fedeltà ideale mai venuta meno. Non a caso solo alla fine del suo percorso di vita si è lasciato convincere a rilasciarne una testimonianza compiuta.1

Potremmo parlare del partigiano, del dirigente politico, del pacifista, dello scrittore o magari – lui l’apprezzerebbe molto – dell’apicoltore. Voglio qui solo sottolineare alcuni aspetti del suo modo di porsi nei confronti della memoria della Resistenza.

Fino al 1984, nonostante le sue numerose collaborazioni ed interventi (Vie Nuove, Il Siciliano Nuovo, La lotta, il manifesto, La classe operaia …) Gino non ha scritto molto sulla resistenza; campeggia la sua lucida cronaca della battaglia di Megolo, pubblicata in più occasioni. Per il resto prevale un certo riserbo.

In una lettera del 1975 così si esprime:

“Sulla resistenza si è scritto molto, qualche volta bene, ma volte malamente; io credo che non serva una immagine agiografica della resistenza. Se, leggendo la nostra storia, i giovani ne ricavassero la sensazione che allora esistevano degli uomini buoni, generosi, immacolati, in lotta contro il male, non ne ricaverebbero nessun insegnamento e nessuna speranza, giacché, guardandoci attorno, di uomini «generosi ed immacolati» ne vedono ben pochi. Così facendo la resistenza rimane una immagine fuori dalla realtà e dalla comprensione delle nuove generazioni.

Invece la storia non è stata quella. Il trasformare i residui dell’esercito italiano in una nuova forza armata è stato un travaglio complesso pieno di contraddizioni, con alti e bassi, sconfitte e vittorie. Noi quel travaglio lo abbiamo vissuto, e ne siamo usciti abbastanza bene. In tutta coscienza io penso che la nostra seconda divisione Redi sia stata una buona formazione, con un livello sufficiente di auto­disciplina, con rapporti corretti con la popolazione, una capacità di combattimento sufficiente. Tutto ciò è stato costruito con fatica, superando ogni giorno una ‘grana’ o difficoltà, ma riuscendo a fare prevalere pian piano le tendenze migliori.

Se riusciremo a raccontare queste cose, potremo destare qualche interesse . …” 2

 Troviamo qui, in nuce, il progetto di Viva Babeuf! 3

Raccontare (non solo ricordare o ricostruire) in quanto la narrazione, diversamente dal memoriale e dal saggio storico, permette al lettore di rivivere tridimensionalmente (vicende, emozioni e sentimenti, pensieri e riflessioni) e al narratore di condensare in un breve arco temporale e in specifici personaggi (insomma in una “storia”) la complessità degli eventi. “Questa è una storia da raccontare”4 diceva talvolta Gino e chi lo conosceva sapeva che di lì a poco, insieme ad un curioso episodio piacevolmente ed ironicamente narrato, sarebbe stato compartecipe di un grande insegnamento.

Raccontare ad esempio come il timido e timoroso Pippo si trasformi in un partigiano coraggioso e rispettato. Più in generale come persone eterogenee (il cattolico, il comunista, l’ebreo, l’impiegata, la contrabbandiera, la mondina, l’universitario, l’operaio, il montanaro, il nobile monarchico …) unitisi un po’ per scelta e più spesso per caso, si incontrino, talvolta scontrino e, all’interno della crudeltà bellica, si trasformino vicendevolmente ponendo le basi per una convivenza basata sul rispetto e la responsabilizzazione di ciascuno. Come un ideale di eguaglianza di origini antiche possa concretizzarsi nella vita quotidiana di una formazione laddove anche chi non porta le armi (il cuoco, la staffetta, l’addetto/addetta al servizio informazioni) abbia lo stesso peso e considerazione del partigiano armato.

Narrare ai giovani di oggi (del 1984 e non solo) il che comporta una riattualizzazione linguistica e soprattutto il saper filtrare gli eventi di allora attraverso le sensibilità delle generazioni degli anni settanta e ottanta (la dimensione personale, il rapporto e le diseguaglianze fra uomini e donne, la sessualità, la costruzione di un potere condiviso, non autoritario…) facendo rivivere, al di là della tragicità del contesto, come “il tutto era vissuto in un’atmosfera di vivace allegrezza. Il fatto è che avevamo vent’anni ed eravamo convinti che stavamo cambiando il mondo5: il sentire collettivo di essere parte attiva del corso positivo della storia.

Questa capacità narrativa e pedagogica di riattualizzare la dimensione profonda (ideale ed emozionale) della resistenza trovava espressione, soprattutto dopo la pubblicazione del romanzo, nei numerosi incontri che Vermicelli ebbe con gli studenti sia di scuole elementari che medie, superiori ed universitarie. Il suo modo di porsi creava immediatamente un clima di attenzione e rispetto; a tutti rispondeva con chiarezza ricostruendo la dimensione quotidiana della lotta di liberazione attraverso piccoli episodi ricchi di implicazioni. È anche in uno di questi incontri che rende esplicito il meccanismo narrativo del romanzo:

I personaggi del libro sono parzialmente veri e parzialmente inventati … e parzialmente messi insieme. Voglio dire … il Simon non sono io, il Simon sono io più un altro che si chiamava Andrea Cascella e che era il comandante militare; (…)Erano due persone diverse; io le ho fuse in un unico personaggio, in Simon; ne ho creato un carattere unico … I miracoli della scrittura!”6

 

Mirko Scrittori, Andrea Cascella e Gino Vermicelli

Mirko Scrittori, Andrea Cascella e Gino Vermicelli

Questa attenzione ad una attualizzazione della memoria della resistenza attraverso modalità comunicative al passo coi tempi e con un occhio di riguardo ai giovani lo ritroviamo nell’attenzione che Vermicelli diede al ruolo della Casa della Resistenza. Nel ‘91, in un articolo a sostegno della proposta di legge regionale per la “Casa della resistenza” di Fondotoce, presentata da Vittorio Beltrami, tra l’altro afferma:

 “A Novara esiste l’Istituto Storico della Resistenza ‘Piero Fornara’ che continue­rà ad essere, per scelta delle organizzazio­ni dei partigiani e degli Enti aderenti al Consorzio, l’unico Istituto Storico della guerra di liberazione per l’alto e il basso novarese. A Fondotoce, la ricca e preziosa documentazione accumulata a Novara in decenni di attività potrà, con l’uso delle tecnologie esistenti, essere comunicata a chi, soprattutto nelle giovani generazioni, vorrà conoscere e giudicare dai fatti la storia di quegli anni.” 7.

E quando, attraverso vicissitudini, stalli e passi avanti la “Casa” è finalmente costruita (ma non ancora collaudata ed arredata), la preoccupazione di Gino è volta al futuro. Per sua iniziativa ci trovammo nel settembre 1997, in una libreria di Verbania, con lui, Maierna, alcuni insegnanti e competenti di nuove tecnologie per ragionare su proposte idonee “alle nuove generazioni”. “Non deve diventare un museo di cimeli” ripeteva. Da quegli incontri nacque una bozza di Progetto di “Centro Multimediale della Casa della Resistenza” (novembre 1997) che costituì il primo abbozzo di quello che, negli anni successivi, sotto la guida di Mauro Begozzi e la progettazione dell’architetto Terranova, si strutturerà come Centro Storico multimediale e Galleria della Memoria.

 

Vermicelli espresse più volte un cruccio: “Perché da noi il 25 aprile non costituisce una gioiosa festa collettiva di tutto un popolo, come lo è per tutti i francesi il 14 luglio, a ricordo dell’inizio della Rivoluzione? Anche da loro c’erano i ‘vandeani’, eppure …”.

Fin quando non avremo un 25 aprile di festa e non solo di celebrazione, significherà che il lavoro di memoria della Resistenza non avrà ancora superato il crinale di una condivisione collettiva senza possibilità di ritorno.

 

“Ho anche sempre sostenuto che ogni resistenza, anche armata, non è militare, poiché nessuno può ordinarti di fare ciò che non vuoi e perché vi è ammesso anche chi decide di non portare armi. Ha saputo narrare benissimo questa complessa vicenda Gino Vermicelli nel suo Viva Babeuf! indimenticabile libro di un indimenticabile compagno coraggioso intelligente tenero e ironico.”

Lidia Menapace

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  1. G. Vermicelli, Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita, Tararà, Verbania 2008.
  2. Lettera a Cafiero Bianchi (Fiero) pubblicata in Un paese nella storia, Casale Corte Cerro 1982 (ristampa 2005).
  3. G. Vermicelli, Viva Babeuf!, Margaroli – Coop. “Manifesto anni 80”, Verbania – Roma 1984. Riedito in occasione del decennale della morte dall’editore Tararà (Verbania 2008).
  4. Ivi, p. 52.
  5. in Aniasi A. (a cura), Ne valeva la pena. Dalla Repubblica dell’Ossola alla Costituzione italiana, M&B Publishing, Milano 1997, p. 141.
  6. Babeuf, Togliatti e gli altri cit., pp. 227-228.
  7. “Sosteniamo in ogni sede la proposta di legge regionale per la “Casa della resistenza” di Fondotoce” in Resistenza Unita, A. 23, n. 12, dic. 1991, p. 3.

 

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edizione del 1984

edizione del 1984

 

[ Il capitano Cotny ] (5)

 Quella mattina del 14 Agosto, verso le undici, il capita­no Cotny decise di andare dal barbiere. Farsi radere era un momento di piacere, con quel barbiere di Premosel­lo. Ci sapeva veramente fare. Gli insaponava ben bene il volto con un pennello morbido, bagnato nell’acqua calda per poi raderlo con un rasoio così affilato che sembrava gli accarezzasse il viso. Infine gli appoggiava sulla faccia rasata un asciugamano tiepido e umido. Mentre lavorava parlava e parlava. Cotny non conosce­va molte parole di italiano, forse un centinaio. Dei di­scorsi del barbiere non capiva una sola parola, però gu­stava la musicalità di quella parlata. Gli piaceva anche vedere dallo specchio la gente che passava nella via.

Vista dallo specchio, la gente era diversa. Quando Cotny camminava nella piazza, quelli che incrociava apparivano tutti piuttosto inquieti, se non addirittura spaventati. Abbassavano lo sguardo, si scansavano per lasciargli il passo, smettevano di parlare quando si avvicinava. Nello specchio era diverso. Vedeva la gente salutarsi, sorridere, parlare e scherzare. E tutto ciò gli ricordava la sua città, in Georgia.

Il primo giorno si era portato la Maschinepistole, ma ora veniva dal barbiere con la sola rivoltella, nel fo­dero sul fianco. La caserma era appena a trenta metri. Quella mattina, dopo averlo ben rasato, e anche incan­tato con la sua parlantina incomprensibile, e mentre gli dava i soliti due colpi di spazzola al bavero della divi­sa, il barbiere gli disse, scandendo bene le sillabe:

– Domani è chiuso.

Cotny conosceva quelle due parole, quindi recepì il messaggio. A sua volta disse una delle parole del suo scarso repertorio di italiano:

– Perché?

– Festa. Domani è festa. Ferragosto.

Capiva anche la parola festa. Ma l’ultima proprio non la conosceva.

– Ferarosto?

– No, ferragosto … – E il barbiere andò verso il muro per indicargli il calendario.

Il giorno 15 era scritto in rosso, a differenza degli al­tri, scritti in nero.

Al suo paese il 15 Agosto non era giorno di festa, ma vi erano altre date in cui si festeggiava. Avrebbe vo­luto chiedergli cosa si onorava con quella festa, ma non era in grado di fare un discorso così complicato. Si limitò a chiedere:

– Danzare?

Il barbiere gli rivolse un sorriso e cominciò a parlare nella sua lingua melodiosa. Gesticolava ed indicava i monti. Poi si ricordò che l’altro non capiva e cercò di riassumere, aiutandosi coi gesti:

– Prima guerra, ante-guerra, danzare su montagna. ­E indicava le montagne.

– Adesso, no? – chiese Cotny.

– Adesso no, paura.

– Paura partigiansi?

L’altro abbassò lo sguardo. Non sorrideva più. Disse: – Paura guerra.

Cotny pagò ed uscì. Davanti alla Casermetta, sulla strada nazionale, due dei suoi uomini stavano tentan­do di parlare con una fanciulla bionda e anche belli­na, che si era fermata lì, con la sua bicicletta, un pie­de a terra e l’altro sul pedale. Erano due ganimedi del Plotone Comando, di quelli che preferiscono dare l’assalto alle donne piuttosto che al nemico.

Nella mente di Cotny passarono rapidi alcuni pensie­ri: che le donne brune della Georgia sono più belle delle italiane; che però le bionde sono più attraenti. Girò lo sguardo, per dare un’altra occhiata alla ragaz­za, ma quella se ne stava già andando, spingendo for­te sui pedali.

«Anche quella ha avuto paura di me,» pensò, un po’ amareggiato.

Si avviò verso i suoi, davanti alla caserma. Quelli gli facevano dei cenni che sembrava volessero dire: «rientrate subito».

Oltre la soglia della casermetta gli spiegarono che quella ragazza aveva detto che tutt’attorno era pieno di partigiani.

Cotny mise il plotone in stato di allarme e controllò se il telefono funzionava, poi si ritirò in quello stanzino chiamato ufficio, dove aveva un tavolo e due se­die; accese una sigaretta e attese che succedesse qual­che cosa.

Senza che lo volesse, i suoi pensieri tornarono alla festa del 15 Agosto. Come si può andare in montagna in un giorno di festa? Saranno quelli della montagna che vengono in paese. Ma qui è tutto diverso. Co­struiscono più case sui monti che nei paesi.

Si alzò e andò a prendere le sue carte topografiche nel­la borsa. Dopo averne aperta una sul tavolo, la esa­minò ancora una volta con attenzione minuziosa. Non vi era un chilometro quadrato di montagna senza un alpeggio. Qualche volta ve ne erano anche due o tre. Fece il conto del numero di quadretti che sulla carta corrispondevano a chilometri quadrati e giunse al da­to che cercava.

«In questa valle e quelle laterali, vi saranno oltre mil­le alpeggi,» pensò.

Guardando ancora attentamente la cartina, scorgeva la fitta ragnatela di sentieri che percorrevano quei monti, ovunque. Quelli che univano i gruppi di baite tra di loro e quelli che riconducevano ai paesi. Poi, esaminando ancora la carta, individuava dappertutto boschi, vallate, costoni.

Rimettendola a posto nella borsa, ebbe come un ge­sto di irritazione e pensò:

«Il maggiore Schultz è proprio matto. Vorrebbe che scovassimo i partigiani in quel labirinto. Ma non ca­pisce che sono loro che stanno scovando noi?»

Era già passata mezz’ora dal momento della messa in allarme del plotone, ma non era successo niente. Sembrava addirittura una giornata più calma delle al­tre. Nei giorni precedenti, erano stati chiamati più volte a causa di colpi di mano dei partigiani. Coi suoi uomini era accorso con urgenza nella zona, arrivando sempre troppo tardi.

«Sono loro i gatti e noi i topi, caro Maggiore Schultz,» pensò ancora.

Si recò poi nel camerone, formò due pattuglie con l’ordine di perlustrare i boschi e i campi attorno al paese. Egli stesso si mise alla testa di dieci uomini per controllare le campagne a Sud di Premosello.

Nei prati incontrarono qua e là uomini anziani e don­ne che falciavano o rastrellavano il fieno.

– Visto partigiansi? – chiedeva loro Cotny, con atteg­giamento minaccioso.

– No, non abbiamo visto nessuno, – rispondevano in­variabilmente quelli.

Fece percorrere alla sua pattuglia un arco attorno al paese. Non vi erano partigiani, né nessuno ne aveva mai visto uno.

Poco prima di rientrare, in un prato già nei pressi del­le case di periferia, scorse un vecchio ed una vecchia che consumavano il loro pranzo, seduti all’ombra, al margine di un boschetto. Cotny scavalcò un muretto di beole per raggiungerli. Faceva caldo. L’uomo era rosso in volto per il caldo e il sole che aveva preso, falciando. I due lo guardarono con il solito sguardo timoroso che ben conosceva.

Giunto a pochi metri dai vecchietti, Cotny pensò che aveva attraversato quel prato proprio per niente, da stupido, tanto la risposta la conosceva già: «non ab­biamo visto nessuno.» Allora si avvicinò ancora ai due e chiese:

– Domani festa?

L’espressione del volto dei due vecchi cambiò subito. Gli sorrisero, rispondendo:

– Sì, domani è festa, è ferragosto.

E il vecchio, allungando una mano verso il cespuglio, alla sua destra, tirò fuori un fiaschetto e un bicchiere e disse:

– Bevete con noi …

Cotny tracannò un bicchiere di vinello piuttosto tiepi­do, salutò e se ne andò dai suoi.

Dopo essere rientrato alla casermetta, chiamò i due ganimedi che avevano parlato con la ragazza bionda e disse loro:

– Quando vi capiterà quella bionda, portatela da me. Prese poi il telefono, chiamò il presidio di Vogogna paese e parlò a lungo con il tenente che lo comandava. Parlava in georgiano molto stretto, ben sapendo che i tedeschi, che disponevano solo di un interprete di russo, anche se lo avessero intercettato non avreb­bero mai potuto capire quel che diceva. Fece altre due o tre telefonate, sempre in georgiano, ed andò a rinfrescarsi.

La ragazza bionda non passò il giorno dopo, ma fu pescata il 16.

I due ganimedi la invitarono, con il massimo di genti­lezza di cui erano capaci.

– Parlare con capitano. Ordine, – dissero.

– No, io dentro non ci vengo, – protestava la ragazza.

– Tu venire. Non paura.

Cotny la fece sedere sulla seconda sedia che c’era nello stanzino, lasciando aperta la porta.

– Tu visto partigiani ieri … secondo?

– Sì, l’altro ieri ho visto tanti partigiani. È vero.

– Io non visti. Perché?

La ragazza cercò di spiegare, un po’ con le parole e un po’ con i gesti che i partigiani quando vedono una donna, saltano fuori, ma se vedono dei soldati, si ac­quattano. E ci riuscì

– Noi fatto giro. Loro non sparare. Perché?

La ragazza si era rinfrancata. Esitò un momento pri­ma di rispondere a quella nuova domanda, poi disse, parlando come il georgiano, per essere capita:

– Voi non cattivi, forse.

Allora Cotny aprì il cassetto del suo tavolo. Ne tirò fuori una scatola di sigarette tedesche: una di quelle scatole rigide, di cartoncino bianco. La diede alla ra­gazza e poi le porse anche una matita, e disse:

– Tu scrivere …

– Io, e perché?

– Io non scrivere italiano. lo scrivere così. .. – e scrisse in cirillico, in un angolo della scatola, «bella bionda». – Tu scrivere: «parlare con Georgiani.»

La ragazza scrisse quella frase, senza comprendere. Ma Cotny continuò:

– Quando incontrare partigiani, dare sigarette a capo.

– E la accompagnò sino alla porta della casermetta.

Subito dopo, chiamati col telefono, Cotny e i suoi do­vettero intervenire ad Ornavasso, dove era stata mi­tragliata una macchinetta tedesca. Per stare alle di­sposizioni del maggiore Schultz, portò i suoi uomini sulla montagna, sino al Boden sul camion e poi a pie­di sino alla Capanna Legnano. Camminando in quei boschi, Cotny pensava:

«Se volessero ammazzarci tutti, lo potrebbero fare ad ogni passo. Schultz è proprio un asino».

Tornarono tardi alla casermetta. La mattina dopo, in un momento di tranquillità, Cotny andò a farsi radere. Il barbiere lo aveva appena avvolto in quella specie di tovaglia che gli metteva addosso prima di insapo­narlo, quando nello specchio vide una ragazza in bi­cicletta fermarsi davanti alla bottega. Non era la bionda che conosceva, era una brunetta esile con occhi nerissimi e vivacissimi. La brunetta entrò dal bar­biere, posò un oggetto bianco sulle ginocchia del Georgiano e uscì, il tutto in pochi secondi. Cotny non aveva avuto nemmeno il tempo di districarsi dal suo telo. Guardò quella cosa bianca: era la sua scatola di sigarette. Tirò fuori una mano, prese il pacchetto, lo rigirò e vide una nuova scritta.

– Cosa scritto? – chiese al Barbiere. Quello lesse:

– Parlare con Georgiani …

– Dopo?

– Questa sera o domani sera alle ore venti nel prato del vecchio col vino.

– Leggere, piano.

Il barbiere rilesse quella frase lentamente, poi restituì la scatola a Cotny, dicendo:

– Ci sono due altre parole che non capisco.

– Io capire, tu fare barba!

Sembrava un invito perentorio, da uomo irritato. Ma guardando Cotny nello specchio, il barbiere non ebbe dubbi. Più che irritato, il Georgiano appariva contento.

 

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Note

  1. Giulio Maggia, La repubblica dell’Ossola. Aspetti militari, in Le zone libere nella Resistenza italiana ed europea. Relazioni e comunicazioni presentate al Convegno internazionale di Domodossola. 25-28 settembre 1969, ISRN, Novara 1974. p. 150.
  2. Relazione sui fatti di Domodossola, del comandante la 7′ compagnia della brigata nera «A. Cristina», 12 settembre 1944. (ISRN, microfilm 112556-58. L’originale si trova a Washington, Archivi nazionali).
  3. Gino Vermicelli, Viva Babeuf ! Romanzo. Prefazione di Rossana Rossanda, Tararà, Verbania 2008.
  4. Gino Vermicelli, Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita. Prefazione di Valentino Parlato, Tararà, Verbania 2000.
  5. pp. 192 – 199 (ed. 2008)

Rivivere la storia con gli occhi dei bambini

Oltre dieci anni fa, per l’esattezza il 14 febbraio del 2004 a Palazzo Flaim, durante il Convegno Nino Chiovini. Il tempo, lo spazio, la memoria, è stato presentato  dalla Scuola elementare di Torchiedo il “corto” La fiùm racconta”, video in cui i bambini interpretavano con fresca naturalezza alcuni passi e personaggi tratti dalle opere di Chiovini.

 

La storia a scuola  2

La fiùm racconta (2003)

 

Era il primo lavoro del “Laboratorio di cinema” della Scuola Primaria “Rodari” che da allora ha ininterrottamente lavorato con una formula estremamente efficace: la nostra storia locale, la spontaneità dei bambini nell’interpretare personaggi e situazioni, una regia originale in grado di valorizzare al massimo quel connubio.

È stata anche la risposta dell’équipe di insegnanti a chi ha pensato di mettere ai margini la storia contemporanea nella formazione degli scolari delle elementari.

 

Menù del DVD "La storia a scuola" con i video realizzati da 2003 al 2013

Menù del DVD “La storia a scuola” con i video realizzati da 2003 al 2013

 

Numerosi i premi e le gratificazioni (compreso un incontro con il Presidente della Repubblica e un viaggio premio) per le otto produzioni che si sono realizzate nel corso degli anni.

Anche quest’anno la soddisfazione non è mancata con la premiazione de “La memoria dei giusti” –realizzato nell’anno scolastico 2012-2013 – nel concorso indetto dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino. Riporto di seguito il comunicato delle insegnanti.

Nel frattempo attendiamo di poter assistere al loro ultimo lavoro che, in concomitanza del 70° anniversario dell’eccidio di Fondotoce, è dedicato alla memoria dei 43 partigiani che sono stati fatti sfilare da Villa Caramora e portati alla morte sui bordi del canale che unisce il Lago di Mergozzo con il Lago Maggiore.

 

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Scuola Primaria Statale “G. Rodari”Torchiedo

Laboratorio di Cinema

 

La memoria dei giusti (2013)

La memoria dei giusti (2013)

 

“L’unicità della Shoah è proprio questa. Che milioni di persone siano state fatte viaggiare per migliaia di chilometri per essere portate a morire. Se li avessero presi messi al muro e fucilati sul posto, sarebbe stata una delle tante stragi degli eccidi che purtroppo le guerre comportano. Ma questa organizzazione sistematica, industrializzata della morte, dove a volte tre generazioni della stessa famiglia scomparivano nello stesso istante. Questa è l’unicità della Shoah”.

(Dall’intervista ad Adriana Torre Ottolenghi realizzata dagli alunni del laboratorio di cinema nella sinagoga di Casale Monferrato, novembre 2012).

Anche quest’anno il lavoro è stato premiato con la vittoria di due premi prestigiosi al concorso “Filmare la storia” indetto dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino:

  • il premio “Paolo Gobetti” per la sezione Scuole Primarie
  • il premio speciale “25 aprile – Anpi”.

Il cortometraggio vincitore, dal titolo “La memoria dei giusti”, è stato realizzato nell’anno scolastico 2012/2013 dagli alunni e dalle insegnanti del Laboratorio di Cinema della Scuola Primaria “G. Rodari” di Torchiedo dell’Istituto Comprensivo Verbania Trobaso.

Si ringraziano per la preziosa collaborazione: Lorenzo Camocardi per la regia e il montaggio, Renato Pompilio per le musiche originali e le signore Adriana Torre e Maria Luisa Ferrari per le loro testimonianze di vita.

Il cortometraggio realizzato è classificabile come “docu-fiction”. Attraverso un’intervista si è raccolta l’esperienza di una bambina ebrea che, con la sua famiglia, durante la guerra è fuggita, dall’imminente deportazione in campo di concentramento, grazie all’aiuto della maestra Anna Bedone di Trarego. La storia di Adriana ha stimolato la scrittura di una sceneggiatura per far rappresentare direttamente ai bambini alcuni episodi della drammatica esperienza personale, che riguarda tutta l’umanità.

La conoscenza, l’analisi e la comprensione, anche di fatti della storia quasi indicibili, sono un dovere fondamentale che spetta a tutti. Gli educatori devono accompagnare i bambini, per i quali la tutela e la delicatezza sono un obbligo, nell’affrontare argomenti così difficili. Occorre trovare il modo, le parole e le più variegate strategie didattiche, per iniziare un approccio alla storia e alla memoria.

Quest’anno per il settantesimo anniversario della strage di Fondotoce il Laboratorio di Cinema ha realizzato un nuovo cortometraggio commemorativo.

Verbania 29/5/2014

Nives Cerutti e Mariella Nasini