Dall’8 marzo, viste le restrizioni di movimento man mano intensificatesi, giornalmente ho postato su facebook una o più foto tratte dall’archivio digitale dei miei viaggi degli ultimi anni. Un modo per riguardare e richiamare alla mente – e agli occhi – luoghi e artisti che avevo apprezzato o che mi avevano comunque colpito; nel contempo, ai tempi del #iorestoacasa, una modalità per tener aperti i contatti con i miei amici digitali. Frattali di bellezza e pertanto di speranza.
Di seguito la quinta e sesta settimane di fotografie con i testi (didascalie e talvolta qualcosa di più) e i link che le accompagnavano.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (29) #iorestoacasa
Michele Pepe: Piazza del Ferrarese (1838)
Bari, Museo Storico Civico (Strada Sagges)
Di questo artista né la guida del Museo né il Catalogo Generale dei Beni Culturali dicono altro.
La Piazza del Ferrarese Piazza è quella che permette l’accesso alla città medievale a partire dal Porto Vecchio. Prende il nome da un commerciante di Ferrara – un certo Stefano Fabri o Fabbro – che nel Seicento si era stabilito a Bari e teneva in questa area i suoi magazzini.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (30) #iorestoacasa
Exultet I (XI secolo), Museo Diocesano di Bari.
Oggi faccio un’eccezione. Non sono mie fotografie ma riproduzioni con lo scanner da un testo acquistato in loco. Non era infatti possibile fotografare quegli eccezionali documenti: tre exultet, rotoli liturgici in pergamena legati alla liturgia pasquale. Di particolare rilievo, per antichità e originalità rispetto ad altri documenti analoghi, l’Exultet I di cui presento sette immagini e un passo di commento dal libro citato.
«L’Exultet I è la prima espressione artistico-letteraria che la terra di Bari ha prodotto. Tra fine X e inizi XI secolo, all’interno della tradizione liturgica beneventana, ma in un contesto di cultura bizantina, e anche di cultura latina, Bari partecipa a una produzione di rotoli liturgici, propria dell’Italia centromeridionale. Uno scriptorium barese, della cattedrale o del monastero di San Benedetto, ha creato un rotolo di oltre cinque metri, che contiene, tra immagini, testo e notazioni musicali, YExultet, il canto pasquale, l’annuncio solenne della risurrezione di Cristo. Le immagini sono per la gran parte originali, a volte uniche, a confronto con quelle di altri rotoli e, per la prima volta, appaiono capovolte rispetto al testo che il diacono deve cantare, cosicché il popolo possa vederle mentre la pergamena si srotola dall’alto dell’ambone. Il testo, in scrittura beneventana, ma in una forma originale barese, detta perciò Bari-type, e con notazioni musicali “neumatiche” (cioè di “segni”, non di note), pur attingendo a una tradizione più antica, è solo in parte comune al testo della tradizione franco-romana (quella che ancora ritroviamo, con delle variazioni, nell’attuale testo della liturgia romana), in gran parte diverso, originale, presente in tutto o in parte in altri rotoli, ma per la prima volta è a Bari completo e così strettamente legato alle immagini da farci concludere che c’è stata una comunità, di geniali uomini di fede e di cultura, che ha creato qualcosa di unico, quasi certamente la prima espressione poeticamente compiuta della terra di Bari.» [Giuseppe Micunco (a cura), Exultet I di Bari. Parole e immagini alle origini della letteratura in Puglia, Stilo ed., Bari 2011, p. 27-28].
1. Gioisca la madre terra. La Terra nelle sembianze di una giovane donna tra due alberi accompagnata da un cinghiale, un ariete, un cane e un capro
2. Si allieti la madre chiesa. La Chiesa rappresentata nel momento della benedictio cerei con un baldacchino al centro, il vescovo in alto a destra e sulla sinistra il diacono che svolge l’Exultet.
3. Cristo risorge dagli inferi, libera dalla morte. Anastasi (Resurrezione): Gesù schiaccia la morte ed esce dal limbo seguito da Adamo ed Eva, mentre un demone alato è sospinto nell’inferno.
4. Cristo nella rosa dei venti. Cristo nella Rosa dei venti. Divisa in tre zone concentriche e dodici raggi (uno per vento) con al centro un mezzobusto di Cristo benedicente, la rosa contrassegna ciascun vento con una figura alata e un nome in rosso.
5. La lode delle api e del cero. Il lavoro delle api, produttrici della cera con cui si realizza il cero pasquale.
6. L’autorità spirituale: il vescovo e i ministri. L’autorità spirituale nei suoi paramenti sacri.
7. L’autorità civile: i due imperatori. Il potere temporale nella persona degli imperatori bizantini (Basilio II e Costantino VIII).
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (31) #iorestoacasa
Non si può lasciar Bari senza ricordare il patrono della città, San Nicola (270 Patara di Licia – 343 Myra), il santo la cui salma a Myra (Licia, oggi Turchia) venne trafugata nel 1083 da marinai baresi su commissione di mercanti e armatori della città. Per proteggere Bari con le reliquie del grande taumaturgo, si disse, ma probabilmente non erano estranei interessi economici legati a quello che chiameremmo oggi “turismo religioso”. E per custodirne le reliquie si eresse la bellissima basilica in suo nome, da subito meta rinomata di pellegrinaggi. Un santo globale venerato in occidente ed oriente, da tutta la Russia (Siberia compresa) alla Castiglia, dai Paesi Bassi alla Turchia. Anche l’immagine si è progressivamente trasformata, da quella ieratica orientale, ad una più massiccia, con barba più folta e lunga, il colorito talora da olivastro a nero, quest’ultimo dovuto, secondo lo studioso Michele Bacci, ai supporti lignei delle icone che si scuriscono col tempo, tanto che la statua del santo nella basilica barese, opera di Giovanni Corsi (1794) e portata ancor oggi nelle processioni, è inequivocabilmente “negra”. La migrazione del culto a nord, nei Paesi Bassi (Sinterklaas) lo collegò con i regali ai bambini nella vigilia della sua festa, la notte fra il 5 e il 6 dicembre. Quando, durante la Guerra di secessione americana, l’illustratore di origine tedesca Thomas Nast rappresentò Santa Claus (anch’egli portatore di doni ai bambini ma che, originariamente, era figura diversa da S. Nicola/Sinterklaas) l’iconografia, le narrazioni e le denominazioni progressivamente si sono fuse e confuse dando vita a quello che in Italia chiamiamo Babbo Natale, tanto che quasi tutti, tranne gli studiosi più accorti, tendono a identificare le due figure. E in questa progressiva metamorfosi, con un paradossale “ritorno a casa”, dal 2005 un’orribile statua in plastica di Santa Claus, nell’iconografia tipica della Coca Cola, con tanto di campanella al posto del bastone pastorale e dei libri sacri, proprio a Myra si erge nella piazza della Basilica. Un santo globale e oramai globalizzato.

San Nicola (s.d.), Museo Nicolaiano, Bari. Icona tipica (s.d.) che riproduce le fattezze del santo secondo la tradizione dell’icona miracolosa di Zarajsk (Russia), originaria, secondo la leggenda, di Cherson (Corea).
Zurab Tsereteli, San Nicola (2003), Piazza San Nicola. Dono di Vladimir Putin alla città di Bari e relativa dedica bilingue.
Michele Bacci, San Nicola. Il grande taumaturgo, Laterza, Bari 2009.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 1) #iorestoacasa
Barletta: Il Colosso (Eraclio, in loco “Arè”), V secolo d.C.: statua in bronzo alta circa 5 metri collocata a lato della Basilica del Santo Sepolcro.
Sia l’origine che l’identificazione dell’imperatore rappresentato non sono sicure e al riguardo non mancano leggende. La versione oggi più accreditata dagli studiosi la ritiene forgiata a Ravenna e raffigurante l’imperatore Teodosio II, mentre del tutto incerte sono le modalità e i motivi del suo approdo a Barletta.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 2) #iorestoacasa
Barletta, Palazzo Della Marra (sec XVI). Ingresso e volta della scalinata.
Dal sito del FAI – luoghi del cuore: “Oggi sede della Pinacoteca Giuseppe De Nittis, il Palazzo Della Marra rappresenta una rara testimonianza in terra di Bari di una residenza privata di gusto tardo manierista. Costruito nel secolo XVI da Lelio Orsini passò poi alla potente famiglia Della Marra che ne avviò imponenti trasformazioni. Il palazzo fu poi acquisito dalla famiglia Fraggianni. Nell’area retrostante dell’edificio, venne realizzato un giardino “murato” che si affaccia sul mare. Ancora oggi recintato, è del tutto privo di vegetazione ma conserva filari di colonne”.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 3) #iorestoacasa
Trani, Cattedrale di Santa Maria Assunta (sec. XII), legata al culto di San Nicola Pellegrino (Nicola da Trani). È considerata il più bell’esempio di Romanico pugliese, e non solo pugliese. Per la collocazione sul mare, per il chiarore del suo materiale, per la sopraelevazione del suo corpo principale con due livelli sottostanti, per lo slancio delle sue navate, per la luminosità e il gioco di luci dell’interno, per il suo alto campanile con arco di passaggio a sesto acuto sottostante, ecc. ecc., rappresenta un esempio unico non rassomigliante ad altri luoghi di culto. Se di solito scelgo una o due foto fra quelle archiviate, in questo caso non sono riuscito a scendere sotto la dozzina.
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Trani, Museo Diocesano, Palazzo Addazi (ex Seminario vescovile) e attiguo Palazzo Lodispoto.
Inaugurato nel 1975 nell’ex seminario per dare una adeguata sistemazione al materiale lapideo e scultoreo proveniente da scavi e demolizioni operate nella Cattedrale ed in altre chiese tranesi. Con il crescere del suo patrimonio si ampliò nel 1998 con i locali dell’attiguo Palazzo Lodispoto (XVII sec.). Nel sotterraneo e parte del primo piano ospita anche il Museo della macchina per scrivere della Fondazione S.E.C.A.
- Lastra marmorea in due riquadri (sec XI): Grifo e Leone. Il manufatto è stato accostato all’iconografia delle cassette d’avorio bizantine e islamiche che influenzavano la scultura pugliese dell’epoca.
2-3. Teste di grifo (sec. XII). Provenienti dalla Chiesa di S. Maria della Scala (Trani), sono stati attribuite al giovanissimo Nicola Pisano.
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Eterno Padre (sec. XV-XVI). Lastra in pietra di spessore 26. cm.; la mano destra in atto benedicente, la sinistra regge il globo crucifero. Originariamente nel muraglione prossimo alla cattedrale; rimosso nel 1927.
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Fabrizio da Trani, Madonna col Bambino (1467). Scultura in pietra dipinta con Madonna che stringe il Bambino e gli sostiene il piede. Il Fanciullo regge l’emblema cristologico. Proviene dal Monastero carmelitano de Gesù Maria.
6. Macchina da scrivere Remington (USA, 1873).
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Trani, Castello Svevo. Edificato a partire dal 1233 per volere di Federico II di Svevia. Direttamente sul mare a pianta quadrangolare sul modello dei Castelli crociati di Terra Santa. Struttura dalle linee essenziali a scopo principalmente difensivo. La Cattedrale e il Castello si rivolgono reciprocamente le facciate non si capisce se per reciproco rispetto o implicito conflitto fra due contrapposti poteri.
Per inciso oggi è Pasqua, non viviamo per ora alcuna resurrezione, e abbiam bisogno di altre tipologie di difesa da quelle miliari vecchie e nuove.
- Entrata con ponte in pietra che sostituisce quello ligneo originario.
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Cortile centrale e mensole sospese con altorilievi poste sul prospetto dell’ala nord.
3. Mensola con raffigurazione di Adamo ed Eva presso l’albero della Conoscenza. Mi sembrano ben rappresentare la fragile progenie da cui discendiamo, fragilità di cui, in questi giorni, stiamo rendendocene pienamente conto.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 6) #iorestoacasa
Matera, 1981.
La storia di Matera, popolata sin dall’epoca preistorica, è costituita da periodi di sviluppo e splendore e fasi di declino e miseria sino all’attuale “risorgimento” che l’ha portata a divenire la Capitale europea della cultura nel 2019. Quando vi siamo stati nel 1981 il centro storico era poco abitato, il grosso della popolazione trasferito nella città nuova, i sassi abbandonati e il turismo ai minimi termini. Si poteva tranquillamente arrivare in auto sino a Piazza Duomo come si vede nella foto (la 127 verde targata NO è naturalmente la mia). Le chiese rupestri alto medievali fuori città erano praticamente abbandonate.
Ben diversa la città quando siamo tornati nel 2016, come vedremo nei prossimi giorni.
C’è stato un piccolo dibattito su questo post che riporto:
Rino Romano: Paradossalmente, quello che ha salvato Matera è stata… la povertà, che ha impedito la corsa alla ristrutturazione cementificata del boom economico.
Io: Rino il discorso è un po’ più complicato. Direi che Matera è stata salvata, dallo stravolgimento e anche dalla miseria dalla Cultura nelle sue diverse accezioni: letteraria, cinematografica, urbanistica, sociologica ecc. ed anche politica. Senza “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi e ancora lo stesso Levi nel 1961 con il suo straordinario pannello Lucania ’61 all’Esposizione Internazionale di Torino di quell’anno, l’interesse già dal ’49 di sociologi e urbanisti che, guidati da Adriano Olivetti, hanno dato vita alla “Commissione per lo studio della città e dell’agro di Matera”, e ancora “Il vangelo secondo Matteo“(1964) di Pasolini che con quel bianco e nero fantastico ha fatto percepire a molti la straordinaria ancestrale bellezza di quei “sassi”. Ed ancor prima l’intervento politico per interessamento diretto di Togliatti e di De Gasperi che dal 1953 ha permesso la costruzione di quartieri residenziali a lato della città storica “liberando” i sassi. Il tutto con contraddizioni: quell’intervento residenziale che ha liberato dalla malaria che proliferava nei sassi ha sottratto alla popolazione terre coltivabili e favorito indirettamente negli anni del boom l’emigrazione e un ulteriore impoverimento. La consapevolezza sia in loco che a livello generale del valore straordinario di quell’ambiente, se era da subito presente negli intellettuali e urbanisti sopra ricordati, ha impiegato molto, troppo direi, per affermarsi nella consapevolezza generale.
Io: Un ricordo diretto di quando siamo stati a Matera nel 1981. Appena arrivati al centro in Piazza Duomo si è avvicinato un ragazzo che, abbiam saputo poi, aveva finito il secondo anno di ragioneria e si è proposto da guida per farci visitare i sassi. Ha detto di non preoccuparci per l’auto e ha chiamato due o tre ragazzini più giovani di lui affidandogliela – in dialetto stretto – in custodia. Ci ha guidato nella visita e alla nostra osservazione sullo stato di abbandono nonostante si sapesse che in più occasioni vi eran stati stanziamenti a favore della riqualificazione di Matera, ci ha detto che il sindaco di allora, con l’accordo di tutti, aveva investito gran parte delle sovvenzioni per costruire il nuovo stadio comunale. Che la cultura, in tutti i suoi aspetti, sia la risorsa principale del nostro paese oggi a Matera lo sanno, nel resto della penisola troppi ancora no (non solo tra beceri e sovranisti).
Rino: Sì Gianmaria, il percorso che ha salvato Matera è certamente molto più complesso di quanto non dica la mia lapidaria osservazione. Essa deriva dal fatto che ho ben presente come in meridione, un certo benessere acquisito negli anni del boom abbia stravolto il tessuto edilizio di moltissimi centri e causato imperdonabili perdite. Non la ristrutturazione, ma la demolizione e il cemento armato hanno costituito la chiave del progresso. Ho presente il mio comune e quelli limitrofi che con le rimesse degli emigrati e altro hanno stravolto le strutture urbane. Per Matera valgono molto le cose da te rilevante.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 7) #iorestoacasa
Matera, 2016. Vedute d’insieme.
Alcune corrispondono alle stesse visuali di trentacinque anni prima pubblicate ieri: la differenza è impressionante e non dipende certo dalle qualità di quelle diapositive un po’ invecchiate.
Non aggiungerei altro a quanto detto ieri, commenti compresi. Direi solo che scegliere fra le otre 400 scattate non mi è stato facile. Gioie e dolori del digitale.
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Matera, Cattedrale di Santa Maria della Bruna (sec XIII): esterno e affreschi
1-3 Esterno, Rosone e Porta Della Misericordia
Rinaldo da Taranto (attribuito a), 1270, Santa Maria della Bruna
Rinaldo da Taranto (attribuito a) 1270 circa, Giudizio Universale
Anonimo (sec. XV), San Luca evangelista
Riporto da una guida online le vicissitudini del nome del Duomo Cattedrale. Quasi tutti comunque riferiscono la dizione “Santa Maria della Bruna” al colorito dell’affresco attribuito a Rinaldo da Taranto; da osservare la particolarità del Bambino che benedice col la V a due dita e non con le tradizionali tre. Notevole l’affresco del Giudizio universale, in parte salvato dal restauro.
«Le denominazioni del tempio hanno avuto, durante gli anni, diverse vicissitudini. Principalmente esso fu chiamato di “Santa Maria di Matera”, come si può legge-re in uno strumento notarile del 1277. Fu in seguito an-che chiamato di “Santa Maria dell’Episcopio”, come si rileva dal testamento del connestabile De Bernardis del 1318. Infine, probabilmente dal 1389, è stato sempre indicato con il nome di “Santa Maria della Bruna”. Diverse sono state le motivazioni date al termine “Bruna”. Secondo alcuni, credo impropriamente, il termine è derivato dal colore olivastro della effigie della Madonna con il Bambino venerata nella cattedrale. Per altri dovrebbe provenire dalla riduzione dialettale della parola ebraica “Ebron”, colle della Giudea dove Maria si recò a visitare Santa Elisabetta, nel ricordo della festa della Protettrice della città. Più propriamente il vocabolo deve essere interpretato nell’uso comune proprio dell’epoca medioevale. Pertanto dovrebbe derivare da “brùnja” (corrispondente al provenzale “broigne” e al tedesco “Brünne”), che nel latino longobardo significa: “corazza”, “usbergo”, “difesa”. Lo si rileva con competenza dalla dizione della 17a legge di Carlo Magno, che suona: “ut nullus extra regnum nostrum, brunas vendere praesumat” (perché nessuno presuma di vendere corazze al di fuori del mio regno). Allora: “Santa Maria della Bruna” deve significare: “Santa Maria della protezione”, “della difesa”. Il gioiello più significativo del sacro tempio è dato proprio dall’affresco raffigurante la Madonna con il Bambino, oggi ubicato sull’altare della prima campata della navata sinistra. Un tempo era posto sulla controfacciata della chiesa, donde fu staccato nel 1576. Attribuito dalla studiosa Stella Calò a Rinaldo di Taranto, fu datato dal Gulle al 7° decennio del XIII secolo, e se n’è potuto apprezzare l’alto valore soprattutto dopo il restauro effettuato, nel 1984, dalla Soprintendenza per i beni artistici e storici della Basilicata, che ha inteso ricuperare l’immagine antica, alterata da varie dipinture e da microlacune prodotte dai chiodi infissi sulla superficie dipinta. Il restauro ha portato alla luce l’alta qualità de dipinto, evidenziata anche dalla presenza di tracce di dorature e di azzurrite. Per la sua colorazione uniforme, per la rigidezza del disegno e la fissità dello sguardo della vergine Madre, per la collocazione del Bambino benedicente con “due” dita (e non con “tre” alla forma latina), sul braccio sinistro della Madre, proprio secondo i ritmi greci, l’affresco è certamente bizantino.» (Franco Conese)
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Chiesa rupestre: Santuario della Madonna delle tre porte:
- Madonna del Melograno
- Cristo benedicente (Deesis) e Vergine inginocchiata
Wikipedia nella voce “Chiese rupestri di Matera”, ne nomina 170. Per la collocazione al di là del fiume Gravina, nella zona del Parco Archeologico, sottostante al Belvedere di Murgia Timone da cui si può contemplare l’intera città di Matera dal lato del sasso caveoso, è quella più conosciuta al di fuori del centro urbano. Quando siamo stati nel 1981 era abbandonata e piena di sterpaglie; oggi è protetta da una cancellata e non si può entrare se non accompagnati da personale autorizzato. Era conosciuta anche col nome di “Grotta delle Croci” per i simboli cristiani scolpiti sui pilastri, uno dei quali è crollato.
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Statue lignee, Palazzo Lanfranchi, Matera
Dal 2003 il Palazzo secentesco Lanfranchi, nato come seminario diocesano, ospita il Museo nazionale d’arte medievale e moderna della Basilicata che si articola in tre sezioni: Arte sacra, Collezione di pittori del sei-settecento prevalentemente di scuola napoletana, Arte Contemporanea con ampia sezione dedicata a Carlo Levi. Oggi quattro statue lignee della sezione Arte sacra che coprono il periodo dal duecento a settecento.
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Palazzo Lanfranchi, Matera: Collezione d’Errico
Giuseppe Bonito (1707-1789): Giovane contadina
La collezione d’Errico, nella sezione “Collezionismo”, comprende una selezione di tele di scuola napoletana databili tra Seicento e Settecento tra cui appunto Giuseppe Bonito, appartenenti all’Ente Morale Camillo d’Errico di Palazzo San Gervasio, fondamentale testimonianza di collezionismo privato in Basilicata. A questi bisogna aggiungere un limitato numero di dipinti dell’Ottocento, per la maggior parte ritratti, genere diffuso nel variegato panorama della pittura risorgimentale e post-unitaria, tra cui Luigi Stanziani.
In occasione del 75° anniversario della Liberazione riporto integralmente la cronaca della Giornata della Liberazione a Stresa apparsa sul foglio “Valtoce”[1], organo dell’omonima divisione partigiana, in data 12 maggio 1945[2] e firmata dal “Commissario di Raggruppamento Giorgio [Buridan].
VERBANO EROICO *
È la festa dei patrioti, la festa della vittoria.
Tutti gli stresiani — miei concittadini — perché anch’io sono stresiano[3] e ci tengo a proclamarlo — sono scesi in piazza per assistere alla cerimonia.
Il lungo lago variopinto: ragazze dagli abiti azzurri, rossi, di tutti i colori, e bandiere tante bandiere alle finestre. Anche i balconi sono gremiti di gente che attende impaziente l’inizio della cerimonia.
Con il nostro azzurro camioncino dell’Ufficio Stampa ci appostiamo presso al Municipio e subito la folla ci circonda. S’inizia la distribuzione dell’ultimo numero del “Valtoce”.
— Finalmente arrivano!
Arrivano in colonne magnificamente inquadrate i ragazzi della “Valtoce”. In testa è la vecchia brigata “Steffanoni”[4] che porta il labaro della Divisione, seguita a poca distanza dalla brigata «Abrami». Vedo il Comandante di Brigata Renato Boeri ed in mezzo, inquadrata in divisa da Crocerossina, è la signorina Ottolini che molto ha collaborato con noi sia come staffetta ed informatrice, che prestandosi all’opera umanitaria di infermiera.
I Reparti si incolonnano davanti al Municipio mentre la folla applaude e lancia fiori. Le finestre sono pavesate di bandiere tricolori e delle Nazioni Unite. Le macchine fotografiche scattano. Ad un tratto si eleva il canto dell’inno partigiano “Fischia il vento e soffia la bufera” e, nelle nostalgiche note di questo inno, mi par di rivivere tutte le sofferenze passate dai ragazzi della “Valtoce”. Davanti a questo Municipio, sino a pochi giorni or sono in mano dei nostri nemici, oggi i nostri ragazzi eleganti nelle loro semplici divise e perfettamente inquadrati cantano al cielo azzurro la loro gioia per la riconquistata libertà.
Al balcone del Municipio si affacciano le Autorità locali. Distinguo il Sindaco Zanoni[5], il Vice-Sindaco[6] ed altri membri del Comitato di Liberazione. C’è anche Don Ricci[7] il nostro arciprete che tanto ha sofferto.
A nome del Comitato di Liberazione locale il Vice-Sindaco ci invia il suo saluto e ricorda le tradizioni partigiane di Stresa:
“A liberazione avvenuta il Comitato si è trovato sulle spalle il lavoro grave e la responsabilità dei partiti politici. Vi assicuro che avremmo fatto a meno di questo compito. Ci si accusa di essere troppo deboli, io v’accerto di essere assolutamente imparziale.
D’altra parte ritengo che il nostro attuale dovere non sia tanto quello di giudicare un passato ormai sepolto, bensì quello di preparare un avvenire migliore. Vi si rammentano a questo proposito due cose: voi potete liberamente presentarvi al Comitato, al Municipio, al Comando Militare, ed esporre i vostri desideri ed i vostri bisogni. Particolarmente lo deve fare chi ha subito ingiustizie nel passato. La seconda cosa è che il Comitato dovrà presto scomparire non appena il Governo sarà insediato e quando tutta l’Italia potrà provvedere alle elezioni generali.
Stresa infinite volte con voi ha trepidato quando c’erano i rastrellamenti infami. Stresa ha atteso con voi questo grande giorno. Questo grande giorno è venuto, e voi in collaborazione con le formazioni partigiane Garibaldine, voi ci avete portato la liberazione. Per questo non avete atteso l’arrivo delle Armate Alleate”.
L’oratore ricorda poi l’eroico gesto condotto dal Comandante Rino nell’ultima azione su Stresa[8], in cui, salito sul tetto del fortino in cemento costruito dai fascisti ha tentato di demolirlo con bombe a mano; invia un saluto a Giulio “Tom Mix”[9] il popolare Comandante della brigata “Abrami”, noto per il suo coraggio veramente d’eccezione, e per la caratteristica personalità fisica dell’uomo dei monti. Ricorda l’irruente Franz[10] che porta in tutte le sue azioni la vigoria del suo caldo sangue napoletano.
“Ma voi permettete — continua l’oratore — che una parola di simpatia particolare io la rivolga al vostro Comandante Renato. Renato che io ho incontrato più di un anno fa, nel febbraio del 1944, quando le condizioni di vita lo obbligavano a vivere ben nascosto in baite molto sporche. Renato che è stato l’anima della sua Brigata, della sua Divisione, che imprigionato e poi lasciato libero è rimasto al suo posto con i suoi ragazzi pur sapendo quale rischio correva, e che rappresenta cosi degnamente tutta una famiglia che tanto ha fatto per la liberazione d’Italia. Circa quattro mesi fa nella mia qualità di Vice-sindaco avevo espresso a Renato il desiderio di averlo al Municipio, ed ora propongo un rappresentante per i villeggianti quale Consigliere Municipale e chiedo che d’ora in avanti questo rappresentante sia Renato Boeri”.
Parla quindi dell’arciprete Don Ricci[11] che nel lontano settembre 1943 scontò molti mesi di carcere a San Vittore e fu poi inviato in Germania ed obbligato per lungo tempo all’esilio. Il Comitato di Liberazione offre a Don Ricci la tessera n. 1 di Membro onorario ed il discorso si conclude fra gli applausi al grido di “Viva l’Italia”.
Parla a sua volta il Sindaco esaltando l’opera fattiva dei patrioti. E ricorda agli eroici volontari della libertà la necessità di riprendere i loro posti di lavoro presso i rispettivi comuni di residenza, tratteggia l’aspra lotta condotta, elogia i capi ed i gregari, ed il suo discorso si conclude al grido di “Viva l’Italia del lavoro!”.
Invitato da tutto il popolo e dai Membri del Comitato di Liberazione parla Renato Boeri Comandante della Brigata “Steffanoni”:
“È con commozione che noi vi salutiamo, è con la commozione di chi ha vissuto per tanto tempo in montagna aspettando queste ore. Stresa è sempre stata la nostra meta, il nostro premio. Oggi finalmente questa meta e questo premio sono stati raggiunti.
Siamo commossi perché sentiamo dell’amicizia, della simpatia, quale forse neppure potevamo prevedere. Siamo commossi perché questa simpatia l’abbiamo sentita anche se per forza di cose nascosti ed anche quando, noi eravamo in alto e voi qua. Perché anche tra voi ci sono stati dei combattenti, come noi sulle montagne, noi con le armi in mano, voi forse con altri mezzi, ma tutti abbiamo egualmente sofferto, tutti abbiamo ugualmente combattuto. Oggi tra di noi c’è della fratellanza, siamo tutti fratelli in questa ora e così come siamo stati patrioti dobbiamo essere sempre soprattutto italiani.
Fra giorni lasceremo le nostre divise, lasceremo le nostre armi. Torneremo, torneremo ad essere dei cittadini, torneremo ai nostri compiti e ci uniremo a voi, con voi. Sempre pronti a far del bene all’Italia quando questo sia necessario. È per questo che accetto con commozione l’onore che il Comitato mi fa. Mi sembra strano ricostruire una casa ma io voglio tanto bene a Stresa perché a Stresa ho vissuto da anni, perché a Stresa ho sentito ed ho provalo mille sensazioni che mai si dimenticano ed io per Stresa farò sempre tutto il possibile.
È appunto in segno di affetto per Stresa che ho scelto queste montagne perché qui volevo difendere la mia libertà e la libertà di tutti i ragazzi che sono stati con me.
Oggi vi ringrazio, vi ringrazio per quanto avete fatto per tutti i miei ragazzi, per quanto avete fatto per tutti gli altri patrioti delle altre formazioni. Oggi ringrazio soprattutto i rappresentanti del Comitato di Liberazione che sono un po’ l’emblema di tutti voi con cui ho vissuto a contatto; già da mesi, e da mesi hanno combattuto con noi.
Mi unisco al saluto fatto a Don Angelo Ricci che per primo ci indicò la via della montagna; fu lui che ci spinse a reagire, fu lui che ci dettò la via da seguire.
Oggi noi siamo stati un poco con voi qua a Stresa. Io credo che per quanto abituati alla vita delle brigate, alla vita della montagne tutti noi, qui con voi, ci siamo comportati nel migliore dei modi. Io credo che nessun incidente, se non qualche piccolo incidente comprensibile del resto dopo tante sofferenze, sia avvenuto.
A voi chiedo una cosa sola: che veniate da noi se avete qualche cosa da dire. Venite, noi ci sentiamo liberi, democratici, non siamo fascisti! Tutte le opinioni vanno rispettate, di qualsiasi tinta di qualsiasi colore siano.
Io vi ringrazio ancora una volta.
Ringrazio i miei ragazzi, ringrazio tutti quanti.
La Brigata “Steffanoni” considera come appartenenti alla sua formazione tutti i componenti del Comitato di Liberazione Nazionale e Don Angelo Ricci a cui consegno il tesserino di onore”.
Il discorso di Renato si conclude tra grandi applausi. Sono un po’ commosso. E mi par quasi impossibile di trovarmi qui e di udire le parole del mio vecchio compagno di lotta. Mi ritornano rapidamente alla mente, in un veloce succedersi di immagini e di impressioni, tutte le vicende e le avventure passate: il primo gruppo con la radio trasmittente, la missione “Salem”[12] che si trovava allora all’Alpe Formica, in una piccola scomoda baita sopra Sovazza. Ricordo l’attesa impaziente degli “aviolanci” che dovevano rifornirci di armi sufficienti per reclutare in zona i ragazzi che seguivano la via dei monti, i primi contatti con il povero Alfredo Di Dio che seguiva con simpatia questa nostra fatica, la prima “volante” di Tom Mix di scorta al gruppo radio e tante, tante avventure passate che ora sarebbe troppo lungo rievocare.
E — colmando una lacuna nel discorso di Renato — desidero ricordare alcuni nostri caduti.
Desidero soprattutto, ricordare Piero Carnevali[13] sergente maggiore degli Alpini, che volontariamente lasciò la moglie ed i bimbi per seguirci nell’arduo lavoro della radio e venne proditoriamente ucciso dai tedeschi,
desidero rievocare la memoria di “Gianni”[14] il 1° radiotelegrafista della missione «Salem» che con rara abilità sapeva captare e diffondere i preziosi messaggi, e tanti, tanti altri tra cui “Fachiro”[15] che conobbi lo scorso anno ai primi di Ottobre quando mi recai con il Comandante Di Dio in visita alla Brigata “Steffanoni”.
Tutti rivivono nel mio ricordo, tutti coloro che sono caduti da eroi, tutti coloro che con noi hanno attivamente collaborato e tra questi desidero ricordare la famiglia Boroni[16] che tanto ha saputo lottare per la causa. Il buon “Pedrin” che con poche ma sincere parole dialettali sa esprimere come nessun oratore ne è capace, tutto l’odio profondo verso i neo-fascisti, i collaborazionisti e le spie e che — abilmente insinuandosi negli ambienti fascistoidi stresiani — ha saputo fornirci utili e precise informazioni, la moglie Emilia che unisce ad un’esuberanza toscana un senso profondo di responsabilità e di astuzia, la figlia — benché giovanissima — abile staffetta che molto ha lavorato per noi ed il figlio Renato, lui pure partigiano nella “Steffanoni”. Desidero siano ricordati questi eroici compagni di lotta come pure il buon Padre Amministratore del Collegio Rosmini che fu attivissimo nel cogliere informazioni e che tanti aiuti in viveri fornì ai primi gruppi.
Desidero in questo giorno di festa ricordare tutte le staffette, e tutti coloro che con noi collaborarono per la libertà d’Italia e per la gloria partigiana di questa nostra cara Stresa.
Commissario di Raggruppamento
GIORGIO
* In quale giorno si è svolta la Festa della Liberazione di Stresa? L’articolo non lo precisa. I partigiani del Mottarone sono scesi nella cittadina lacustre il 24 aprile, ma si è dovuto aspettare il giorno successivo, dopo il passaggio della Colonna Stamm[17] partita da Baveno, per considerare pienamente liberata la zona.
Leggendo il Diario di Giorgio Buridan si evince come le formazioni della Valtoce dal 25 aprile, analogamente alle altre del Verbano Cusio Ossola, fossero confluite a Milano per liberare la città e qui stazionarono almeno sino al 29 di aprile[18]. Per cui, anche se normalmente si parla del “25 aprile”, la Festa della Vittoria a Stresa deve esser stata celebrata nei primi giorni di maggio. Anche la fotografia sopra riprodotta del discorso del Comandante Boeri dal Municipio, ripresa dal blog di Wilma Burba, porta la dicitura “Maggio 1945”.
Ringrazio Maria Silvia Caffari per avermi fatto pervenire, tempo fa, la copia di questo numero di “Valtoce”.
Le note, i link e le fotografie riportate sono naturalmente aggiunte redazionali del blog; delle foto nelle rispettive didascalie si indica la fonte sia provengano dal lascito di Giannina Ottolini che da siti web come indicato delle sigle esplicitate in nota[19].
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Sul lungolago di Stresa il 28 aprile 2019, per iniziativa del Comune e dell’Anpi Vergante, è stata posta una targa a ricordo del Comandante della Stefanoni, Renato Boeri: di seguito alcune foto della cerimonia a cui ha partecipato il figlio Tito.
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[1] L’intestazione completa è: “Valtoce” / 1a Divisione Raggruppamento Divisioni Patrioti Cisalpine “Alfredo Di Dio” / Volantino quotidiano per i patrioti del Raggruppamento.
[2] Anno 2 – N. 8.
Giorgio Buridan è nato a Stresa il 14 settembre 1921 dal padre Paolo e da Maria Teresa Cappa Legora. Sfollato nel 1943 da Torino, dove risiedeva, nella villa del nonno materno a Stresa, era già in contatto con i gruppi di Giustizia e Libertà da prima del 25 luglio. Una sua Biografia in “Giorgio Buridan. Breve biografia di un partigiano combattente” sul sito www.rosmini.it. Sul rapporto fra Buridan e i rosminiani e, in particolare, con Clemente Rebora cfr. Un avvenimento inedito della vita di Don Clemente Rebora.
[4] [Sic] Cfr. anche il Fondo Brigata Stefanoni sul Data base dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia. Ampia documentazione è reperibile sul sito del Museo Partigiano dell’Associazione raggruppamento Divisioni Patrioti Alfredo Di Dio.
[5] [Sic]: Giuseppe Zanone, Sindaco della Liberazione, socialista. In carica dal 25 aprile 1945 fino al 9 Aprile del 1946 quando, in seguito alle elezioni del 31 Marzo, venne istituito un Consiglio comunale e una giunta regolarmente eletti con Sindaco Sergio Stucchi. Cfr. I Sindaci di Stresa e 1946. Anno primo della Repubblica Italiana a Stresa dal blog Appunti Retrodatati di Wilma Burba.
[6] Arch. Emilio Fornasini. In qualità di Vicesindaco seguirà “in collaborazione coll’assessore Stucchi Geom. Sergio, i lavori comunali e in particolar modo a quelli inerenti alla viabilità, giardini e ufficio tecnico”. Cfr. nota 5.
[7] Don Angelo Ricci (1905 – 1907). Di lui dice Wilma Burba nel suo blog: “Don Angelo Ricci, nato a Novara il 2 luglio 1905 da Germano e Rosa Bruno, che prese possesso della parrocchia il 15 maggio 1938; subito rinnovò l’organo e la cantoria, procurò suppellettile sacra e ricchi paramenti, pose il tabernacolo di sicurezza. Essendo egli in aperto contrasto con il nazismo, anche per aver aperto una scuola popolare all’Oratorio nella quale venivano accolti i bambini ebrei, durante la seconda guerra mondiale venne arrestato il 19 ottobre 1943 ed incarcerato, prima in S. Vittore a Milano, poi inviato in Germania. Fatto rientrare in Italia per intervento del cardinale Ildefonso Schuster venne assegnato agli arresti domiciliari a Cesano Boscone e successivamente a Novara. Riprese in mano la parrocchia stresiana nel Natale del 1944.” Cfr. Cronistoria dei Parroci di Stresa.
Di don Ricci e del suo arresto parla anche Marco Nozza in Hotel Meina (Il Saggiatore, Milano 2005, p. 42-43): “non erano molti in quei tempi, ad avere coraggio. Uno di questi, e le testimonianze sono concordi, era Il parroco di Stresa: don Angelo Ricci. Parlava chiaro in piazza ed anche dal pulpito. Fin dal giorno che a Stresa arrivarono le SS. Durante la messa, all’omelia, disse di loro tutto quello che pensava. Ed era un tipo che non parlava soltanto. Agiva. Aiutava gli ebrei. Faceva di tutto per nasconderli. Prima dell’8 settembre, nell’oratorio di Stresa aveva organizzato dei corsi per studenti sfollati, cattolici e non cattolici, ebrei e non ebrei, non faceva nessuna distinzione. Gli insegnanti erano pure loro sfollati.
Fu uno di questi professori della sua scuola che, in buona fede, lo tradì, riportando avventatamente alcune dichiarazioni di don Ricci alla presenza di un personaggio infido, che fece la spia. Arrestato, il prete fu portato a Milano e rinchiuso nel carcere di San Vittore, dove fu denudato e torturato. Gli misero addosso l’abito a strisce del detenuto e lo obbligarono a fare i mestieri più miseri. Ma don Ricci, come addetto ai servizi di pulizia, ebbe la possibilità di circolare abbastanza liberamente nei vari raggi del carcere, riuscendo in tal modo a entrare in possesso di coperte, lenzuola, latte, frutta, pane, il tutto prelevato ingegnosamente dai magazzini del carcere sfruttando anche la venalità di certe guardie. Per lui, a San Vittore, fu coniata una strofetta: «Nel reparto paglionai / sono tutti molto gai / perché un prete ha dimostrato / che rubar non è peccato». Inviato a Mauthausen, ci stette solo tre giorni. … Il rimpatrio era dovuto al diretto interessamento del cardinale Schuster, che richiamò il comandante tedesco delle SS di Milano al rispetto di un impegno preso con l’autorità ecclesiastica di non far deportare preti, donne e bambini. Più avanti, i tedeschi non rispettarono più nessun impegno.”
[8] [ Nella “Relazione sull’attività svolta dal Comandante Rino Pachetti dal giorno 8 settembre 1943 fino alla Liberazione d’Italia” datata 22 maggio, questa azione viene così descritta: “Quindi il 14 aprile, dopo una ispezione a tutte le Brigate della divisione, trovandomi a Gignese presso il comando della Brigata “Stefanoni” venni a conoscenza dell’avvenuto attacco ad Arona da parte dei garibaldini. Immediatamente decisi di compiere atto di disturbo al presidio di Stresa nello intento di neutralizzare forze che avrebbero potuto convergere su Arona. Con 50 uomini piombai in città alle 11,40 e con azione rischiosissima riuscii unitamente al patriota Macario della “Stefanoni”, a raggiungere il tetto dell’albergo Italia, sede del presidio nemico, da dove, con lancio di due bombe ad alto esplosivo, smantellai e demolii in parte il fortino, che dominava la piazza. Per 3 ore tenni la città in mani patriote e fui costretto a ritirarmi soltanto per l’arrivo di preponderanti forze tedesche da Baveno. Anche per questa azione allegherò il bollettino compilato dal Comandante Renato Boeri, il quale, come sempre, si comportò da valoroso.”
[9] Giulio Lavarini “Tom Mix” (Armeno 1918 – 1976) di famiglia contadina, dalla primavera del ’44 comanda il gruppo partigiano “Falchi del Mottarone” che confluirà nella “Valtoce”. Dopo la morte di Franco Abrami il 20 giugno 1944, assume il comando della brigata “Abrami” che affianca la “Stefanoni” sul versante occidentale del Mottarone. Catturato nel dicembre ’44 e tradotto a San Vittore per essere deportato, riuscirà a fuggire durante il trasbordo nel lager e riprendere così il comando della “Brigata Abrami”. Cfr. Enrico Massara, Antologia dell’Antifascismo e della Resistenza novarese. Uomini ed episodi della Lotta di Liberazione, Novara 1984, p. 756-757.
[10] Franco Cassani “Franz”, nato a Laveno il 5.10.1914. Riconosciuto partigiano combattente per mesi 19. Sul suo ferimento e della operazione notturna per estrargli la pallottola da parte del giovane studente di medicina Pariani, cfr. Ginin crocerossina e partigiana.
[11] Cfr. sopra nota 7.
[12] Sulla missione Salem cfr. in particolare le tre puntate de I ribelli della Presa pubblicate sull’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola.
[13] Pietro “Piero” Carnevali, nato a Stresa Carciano il 18.4.1911 e caduto ad Armeno il 28 luglio del ’44. Fa da subito parte del gruppo che affianca la missione Salem vigilando sulla sua sicurezza, tenendo i contatti con le staffette e curando gli approvvigionamenti. Di lui, nel Diario, Giorgio Buridan dice: “Il buon Piero è un po’ il factotum del gruppo e con la sua vasta esperienza di Alpino e il suo buonumore mantiene alto il morale di tutti.” Giorgio Buridan, …in cielo s’è sempre una stella per me … Diario di Guerra partigiana del Commissario del Raggruppamento Divisioni Partigiane “Cisalpine”, a cura di Maria Silvia Caffari e Margherita Zucchi, Tararà, Verbania 2014, p. 40; cfr. anche p. 55-56, 183 e 201.
[14] Giovanni Bono, “Gianni” torinese, radiotelegrafista paracadutato con Enzo Boeri sul Mottarone il 17 marzo 1944 (Missione radio “Salem”). Di lui Buridan nel diario ricorda il “carattere allegro e simpatico. In nota al Diario si riporta: “«In: P.Tompkins, L’altra resistenza, 1a ed. Rizzoli 1995: Boeri, ritenendo pericolosa la situazione per Gianni Bono e Aldo [Campanella], li mandò con un’altra radio “Locust” sulle montagne a nord di Bergamo. E a pag. 393: “Gianni Bono e Aldo Campanella, operatori di Locust, che da ventotto giorni trasmettevano da una grotta nelle Prealpi Bergamasche… furono sorpresi da brigatisti neri di Bergamo… Tentarono la fuga, feriti gravemente… Partati a valle, interrogali, torturali, dopo poche ore giustiziali. Nessuno dei due disse una parola”. Era il 15 Marzo 1945 a Valbondione.» Cfr. Giorgio Buridan, …in cielo s’è sempre una stella per me … cit. pp. 39, 162, 181-182, 245.
[15] Guido Tilche “Fachiro”, nato ad Alessandria (ET) il 6.7.1921. Nel sopra citato Diario di Buridan in nota si precisa: «…studente, nato in Egitto era tornato in Italia per il servizio militare, aderisce poi alla Resistenza diventando vice Comandante della Brigata Stefanoni. Muore in combattimento a Gignese il 29 novembre ’44. Renato Boeri scrive: “Mi morì accanto e la sua morte fu la mia salvezza. Fu questo l‘ultimo suo atto di generosità, perché generoso fu sempre”; una bella descrizione del ragazzo Fachiro si trova nel necrologio, pubblicato ne Il Fuorilegge, in Ricordi della Resistenza, Guida del Museo della Resistenza “Alfredo Di Dio” di Ornavasso, p. 64.» [Allego la riproduzione del necrologio, non firmato, di Boeri che, tra l’altro, spiega il suo particolare nome di battaglia].
I funerali di Tilche si svolsero a Gignese, con la partecipazione in massa di partigiani e popolazione, nella chiesetta di San Rocco.
[16] [Sic]: Pietro Borroni, residente a Stresa con la moglie Emilia. Entrambi i figli sono stati partigiani nella Brigata Stefanoni, con riconoscimento di effettivi 13 mesi. La figlia Fernanda “Nanda”, nata a Stresa il 1° aprile 1926 e il maggiore, Renato, nato a Gargallo il 1° gennaio 1919.
[17] Cfr. Raphael Rues, SS-Polizei. Ossola – Lago Maggiore 1943-1945, Insubrica Historica, Minusio 2018, pp. 40-43.
[18] Giorgio Buridan, …in cielo s’è sempre una stella per me … cit. pp. 164-179.
[19] Fotografie:
FR: fractaliaspei
GO: lascito Giannina Ottolini “Ginin”
MP: sito Museo Partigiano dell’Associazione Raggruppamento Divisioni Patrioti Alfredo Di Dio
RM: sito www.rosmini.it
WB: Wilma Burba dal blog Appunti retrodatati
Dall’8 marzo, viste le restrizioni di movimento man mano intensificatesi, giornalmente ho postato su facebook una o più foto tratte dall’archivio digitale dei miei viaggi degli ultimi anni. Un modo per riguardare e richiamare alla mente – e agli occhi – luoghi e artisti che avevo apprezzato o che mi avevano comunque colpito; nel contempo, ai tempi del #iorestoacasa, una modalità per tener aperti i contatti con i miei amici digitali. Frattali di bellezza e pertanto di speranza.
Di seguito la terza e quarta settimane di fotografie con i testi (didascalie e talvolta qualcosa di più) e i link che le accompagnavano.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (15)
In questa terza settimana di (ri)visite virtuali mi sposto a Firenze. D’obbligo la visita alla Galleria degli Uffizi e, oltre alle opere più note, mi ha colpito questo ritratto femminile di Piero del Pollaiolo, come dice la didascalia del museo (per altri è opera del fratello Antonio). 1475 circa
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (16)
Boccaccio Boccaccino (Ferrara 1468 c. – Cremona 1525): Zingarella (1504-1505)
Sempre alla Galleria degli Uffizi, proseguo con ritratti femminili.
La didascalia annessa tra l’altro riporta:
“Proveniente dalla collezione del Cardinal Leopoldo de’ Medici, faceva parte della quadreria di Palazzo Pitti … Il pittore è tra i protagonisti della pittura cremonese dell’inizio del Cinquecento, introducendovi elementi naturalistici derivati dalla pittura veneta.”
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (17)
Jean-Étienne Liotard (Ginevra 1702-1789): Ritratto detto di Maria Adelaide di Francia vestita alla turca
Firenze – Galleria degli Uffizi. Didascalia:
“L’opera è entrata nelle collezioni della Galleria degli Uffizi nel 1932.
Un’iscrizione posta sul retro del dipinto permette di identificare la protagonista con Maria Adelaide, figlia di Luigi XV e sorella di Luisa Elisabetta, duchessa di Parma. Liotard, ritrattista di origine svizzera ma di formazione francese, visse a Costantinopoli e a Vienna e ritrasse spesso personaggi in costume esotico”.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (18)
Agnolo Bronzino (Firenze 1503-1572): Il doppio ritratto del nano Morgante (ante 1553)
Sempre agli Uffizi, cambio genere; un’opera (fronte e retro) e un soggetto particolare: forse il più famoso nano di corte, rappresentato anche da altri artisti come il Giambologna.
“Il Bronzino ritrasse per Cosimo I de’ Medici il nano Morgante «ignudo e tutto intero», su due lati della stessa tela (Vasari), eseguita in relazione con la disputa, promossa da Varchi, su quale arte fosse più importante. Contro i sostenitori della scultura Bronzino intese affermare con questo dipinto la capacità del pittore di rappresentare contemporaneamente più lati di una figura. Agnolo dichiara così il predominio della pittura, la quale, non solo offre due vedute del nano, ma anche raffigura lo scorrere del tempo: sul fronte la caccia comincia, sul retro è conclusa”.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (19)
Michelangelo Merisi da Caravaggio, Scudo con testa di Medusa, olio su tela, tra il 1595 e il 1598, Galleria degli Uffizi.
Nel giorno 19 del Covid-19 mi sembra appropriata questa testa che pietrifica e che Perseo sconfisse con l’intelligenza e, come ricorda Calvino, “con la leggerezza”.
Il mito di Medusa riletto da Italo Calvino (“Saggio sulla Leggerezza” – Lezioni americane):
“Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo: qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle. In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa. L’unico eroe capace di tagliare la testa della Medusa è Perseo, che vola coi sandali alati, Perseo che non rivolge il suo sguardo sul volto della Gorgone ma solo sulla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo. Ecco che Perseo mi viene in soccorso anche in questo momento, mentre mi sentivo già catturare dalla morsa di pietra, come mi succede ogni volta che tento una rievocazione storico-autobiografica. Meglio lasciare che il mio discorso si componga con le immagini della mitologia. Per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare, Perseo si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge il suo sguardo su ciò che può rivelarglisi solo in una visione indiretta, in un’immagine catturata da uno specchio. Subito sento la tentazione di trovare in questo mito un’allegoria del rapporto del poeta col mondo, una lezione del metodo da seguire scrivendo. Ma so che ogni interpretazione impoverisce il mito e lo soffoca: coi miti non bisogna aver fretta; è meglio lasciarli depositare nella memoria, fermarsi a meditare su ogni dettaglio, ragionarci sopra senza uscire dal loro linguaggio di immagini. La lezione che possiamo trarre da un mito sta nella letteralità del racconto, non in ciò che vi aggiungiamo noi dal di fuori. Il rapporto tra Perseo e la Gorgone è complesso: non finisce con la decapitazione del mostro. Dal sangue della Medusa nasce un cavallo alato, Pegaso; la pesantezza della pietra può essere rovesciata nel suo contrario; con un colpo di zoccolo sul Monte Elicona, Pegaso fa scaturire la fonte da cui bevono le Muse. In alcune versioni del mito, sarà Perseo a cavalcare il meraviglioso Pegaso caro alle Muse, nato dal sangue maledetto di Medusa. (Anche i sandali alati, d’altronde, provenivano dal mondo dei mostri: Perseo li aveva avuti dalle sorelle di Medusa, le Graie dall’unico occhio). Quanto alla testa mozzata, Perseo non l’abbandona ma la porta con sé, nascosta in un sacco; quando i nemici stanno per sopraffarlo, basta che egli la mostri sollevandola per la chioma di serpenti, e quella spoglia sanguinosa diventa un’arma invincibile nella mano dell’eroe: un’arma che egli usa solo in casi estremi e solo contro chi merita il castigo di diventare la statua di se stesso. Qui certo il mito vuol dirmi qualcosa, qualcosa che è implicito nelle immagini e che non si può spiegare altrimenti. Perseo riesce a padroneggiare quel volto tremendo tenendolo nascosto, come prima l’aveva vinto guardandolo nello specchio. È sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato di vivere, una realtà che egli porta con sé, che assume come proprio fardello. Sul rapporto tra Perseo e la Medusa possiamo apprendere qualcosa di più leggendo Ovidio nelle Metamorfosi. Perseo ha vinto una nuova battaglia, ha massacrato a colpi di spada un mostro marino, ha liberato Andromeda. E ora si accinge a fare quello che ognuno di noi farebbe dopo un lavoraccio del genere: va a lavarsi le mani. In questi casi il suo problema è dove posare la testa di Medusa. E qui Ovidio ha dei versi (IV, 740-752) che mi paiono straordinari per spiegare quanta delicatezza d’animo sia necessaria per essere un Perseo, vincitore di mostri:
“Perché la ruvida sabbia non sciupi la testa anguicrinita (anguiferumque caput dura ne laedat harena), egli rende soffice il terreno con uno strato di foglie, vi stende sopra dei ramoscelli nati sott’acqua e vi depone la testa di Medusa a faccia in giù”.
Mi sembra che la leggerezza di cui Perseo è l’eroe non potrebbe essere meglio rappresentata che da questo gesto di rinfrescante gentilezza verso quell’essere mostruoso e tremendo ma anche in qualche modo deteriorabile, fragile. Ma la cosa più inaspettata è il miracolo che ne segue: i ramoscelli marini a contatto con la Medusa si trasformano in coralli, e le ninfe per adornarsi di coralli accorrono e avvicinano ramoscelli e alghe alla terribile testa. Anche questo incontro d’immagini, in cui la sottile grazia del corallo sfiora l’orrore feroce della Gorgone, è così carico di suggestioni che non vorrei sciuparlo tentando commenti o interpretazioni. Quel che posso fare è avvicinare a questi versi d’Ovidio quelli d’un poeta moderno, Piccolo testamento di Eugenio Montale, in cui troviamo pure elementi sottilissimi che sono come emblemi della sua poesia (“traccia madreperlacea di lumaca o smeriglio di vetro calpestato”) messi a confronto con uno spaventoso mostro infernale, un Lucifero dalle ali di bitume che cala sulle capitali dell’Occidente. Mai come in questa poesia scritta nel 1953, Montale ha evocato una visione così apocalittica, ma ciò che i suoi versi mettono in primo piano sono quelle minime tracce luminose che egli contrappone alla buia catastrofe (“Conservane la cipria nello specchietto quando spenta ogni lampada la sardana si farà infernale…”). Ma come possiamo sperare di salvarci in ciò che è più fragile? Questa poesia di Montale è una professione di fede nella persistenza di ciò che più sembra destinato a perire, e nei valori morali investiti nelle tracce più tenui: “il tenue bagliore strofinato laggiù non era quello d’un fiammifero”. Ecco che per riuscire a parlare della nostra epoca, ho dovuto fare un lungo giro, evocare la fragile Medusa di Ovidio e il bituminoso Lucifero di Montale. È difficile per un romanziere rappresentare la sua idea di leggerezza, esemplificata sui casi della vita contemporanea, se non facendone l’oggetto irraggiungibile d’una quête senza fine.”
Un’altra interessante lettura sul blog La misura delle cose: “O mostro, o Gorgone, o Medusa, o Sole”.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (20) #iorestoacasa
Michelangelo Merisi da Caravaggio, Bacco (1596-1597). Galleria degli Uffizi
“Di quel glorioso figlio di Semele, sì, di Dioniso
narrerò come apparve presso la spiaggia del limpido mare,
su uno sperone della costa. Di un giovine imberbe aveva
appena assunto la forma: stupende gli ondeggiavano le nere chiome
lucenti; sopra le robuste spalle indossava un manto purpureo.”
(Inno a Dioniso. Inni omerici, VII)
“Il nostro signore Dioniso è spesso chiamato dai teologi Enos (vino), dall’ultimo dei suoi doni …”
“Tutto fece Zeus padre, ma Bacco lo portò a compimento”
“Dioniso è origine della purificazione; per questo è il dio redentore, e Orfeo dice:
«Gli uomini perfette ecatombi faranno in tutte le stagioni dell’anno, e celebreranno i misteri, desiderosi di purificare iniqui antenati; ma tu (Dioniso), comandando su questi, quelli che vuoi, li libererai dai mali terribili e da passioni infinite».”
(Frammenti orfici, 190, 191, 202)
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Francesco Mosca detto Il Moschino (Firenze 1531 – Pisa 1578): Diana e Atteone (ante 1565)
Firenze, Museo Nazionale del Bargello
Il mito della trasformazione del cacciatore Atteone in Cervo, e poi sbranato dai suoi stessi cani, per aver visto Artemide nuda mentre faceva il bagno con le sue ancelle, è narrato da Ovidio nelle “Metamorfosi” (Libro III, vv. 138-259). Mito rappresentato, sin dall’antichità, da numerosi artisti. In età moderna ad esempio abbiamo il Sodoma, Tiziano, Rubens, Tiepolo; nella scultura possiamo ricordare la scenografica rappresentazione in due gruppi che si staglia ai lati della fontana in fondo al viale della Reggia di Caserta. (Tommaso Solari e altri). Qui abbiamo un altorilievo in marmo, opera denominata anche ““Diana al bagno con le ninfe che converte Atteone in cervo”, e firmata: “Opus Francisci Moschini Florentini”.
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Telemaco Signorini (Firenze 1835-1901): Riomaggiore
Firenze, Palazzo Pitti
L’opera non è datata. Signorini tornò più volte a Riomaggiore dopo la sua prima visita nel 1860 e vi soggiorno per alcuni periodi, in particolare fra il 1892 e il 1897; attratto dalla particolare luminosità di quelle terre, molti sono i suoi dipinti che ne ritraggono scorci, vedute, abitanti. Da una guida online delle Cinque Terre riporto il passo a lui dedicato.
“Vi era chi, di Riomaggiore, non ne sapeva neppure il nome, prima che Telemaco Signorini avesse cominciato ad esporre a Firenze, a Venezia, a Londra, a Parigi.
Nel 1860, quando Telemaco Signorini, attratto dall’estetica del pittoresco, scoprì Riomaggiore, non immaginava certo che avrebbe regalato a questo borgo, nato e cresciuto in una piega della roccia, uno dei più attraenti certificati di nascita: quello dell’arte.
C’è un aneddoto poco noto: Signorini vide un giorno in una piazza di Spezia, in cui si teneva il mercato, alcune donne vestite in modo differente dalle altre. Gli dissero che erano di Riomaggiore e Signorini decise di andarvi per dipingerle e conoscerle sul posto. Non esisteva ancora la ferrovia che fu aperta quattordici anni dopo, esattamente il 4 agosto 1864. L’artista fiorentino vi arrivò attraverso i monti e non fu accolto troppo bene, anzi la gente del luogo si rintanò nelle case e quasi scomparve. Ma lui non si perse d’animo e cominciò egualmente a dipingere le case di Riomaggiore e le sue donne.
Dopo qualche mese passatovi ad intervalli, dal 1892 al 1897 si stabilì in una casa situata nei pressi della chiesa di San Giovanni, con una terrazzina affacciata sul borgo e sul mare. Su quella terrazza Signorini dipinse diversi quadri, quello con la veduta della chiesa, tra gli altri. Del borgo poi illustrò ogni angolo.
L’amore di Signorini per Riomaggiore è raccolto in queste tele che il macchiaiolo dipinse ispirandosi a questo paesaggio, irripetibile e mutevole, e alle figure più caratteristiche che lo animavano. Nelle pennellate larghe, dense di colore, nel gioco delle luci e delle ombre, nel disegno sicuro e nel mirabile taglio delle prospettive, c’è tutta l’anima, la luce, la scenografia del borgo con quell’impianto verticale, che solo Signorini sapeva vedere e interpretare: ci sono le case e le rocce, il sole e il mare, le vigne e gli olivi, le strade e le piazze.
Il grande «macchiaiolo», è ancora vivo qui, presente, in quella casa ove abitò durante i suoi soggiorni, sulla cui facciata è stata murata una lapide che lo ricorda.”
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (23) #iorestoacasa
Ruggero Focardi (Firenze 1864 – Livorno 1934): Vita campagnola (1894)
Rimaniamo oggi a Palazzo Pitti con un altro rappresentante – meno conosciuto – dei macchiaioli fiorentini. Di Telemaco Signorini, che lo aveva scoperto e valorizzato, subì l’influenza e ne divenne amico.
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Alberto Savinio (Atene 1891 – Roma 1952): Atto II quadro primo e Atto III, attrezzeria scenica: carro di Armida per Armida di G. Rossini (1952)
Firenze, Museo Novecento (C/o antico Ospedale di San Paolo – Scuole Leopoldine)
Albero Savinio fu musicista, scrittore, pittore, scenografo, regista teatrale. Nel 1952, per il Maggio fiorentino, mette in scena l’Armida di Rossini interpretata dalla Callas. Opera poco nota del repertorio rossiniano: una storia di magia, amore e vendetta che si rifà ad un personaggio della Gerusalemme Liberata. Savinio morirà in quello stesso anno.
ARMIDA: (scene finali)
“Amor… con quel sospiro / Perché il mio sdegno affreni?…
Forse spietato sei, / Sebben tu piangi, Amor.
(Verso la Vendetta).
Forse pietade è in lei / Cinta benché d’orror.
(Pensa alquanto, poi corre alla prima larva).
È ver… gode quest’anima / In te, fatal Vendetta.
Da me repente involati / Perfido Amor; t’affretta.
(Sparisce la larva dell’ Amore).
Se al mio poter, voi Furie, / Sorde non siete ancor,
Ad inseguir traetemi / Un empio, un traditor.
SCENA ULTIMA
Coro di demoni, recando il carro d’Armida / tirato da draghi.
CORO
Paga sarai.
ARMIDA
Distrutto / Tutto qui resti, tutto.
(I demoni, armati di faci, eseguiscono,
e la scena ritorna nel primo orrore).
ARMIDA e CORO
S’altro non può, l’Averno/ T’ispiri il suo furor.
(Armida ascende il carro e s’innalza a
volo tra i globi di fiamme e di fumo.
Cala il sipario).
F I N E
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Giorgio de Chirico (Volos 1889 – Roma 1978): Les Bains Mysterieux (1934-1936 circa).
Oggi restiamo ancora al Museo Novecento di Firenze, con un’opera del fratello di Savinio, il più famoso De Chirico; opera che si può riconnettere più al suo “periodo enigmatico” che a quello metafisico. Si collega a una serie di litografie rappresentanti cabine, vasche e bagnanti curate per il volume “Mythologie” di Jean Cocteau. Racconta lui stesso come gli era venuta quell’ispirazione: «l’idea dei bagni misteriosi mi venne una volta che mi trovavo in una casa ove il pavimento era stato molto lucidato con la cera. Guardai un signore che camminava davanti a me e le di cui gambe riflettevano nel pavimento. Ebbi l’impressione che egli potesse affondare in quel pavimento, come in una piscina, che vi potesse muoversi e anche nuotare. Così immaginai delle strane piscine con uomini immersi in quella specie di acqua-parquet, che stavano fermi e si muovevano…».
Il tema dei “Bagni misteriosi” sarà poi ripreso in forma scultorea a Milano con un suo progetto in dodici opere e realizzato da Giulio Macchi nel 1973 per la manifestazione “Contatto Arte/Città” della 15° Triennale e collocato, “per la gioia dei cittadini”, nel parco Sempione all’interno della fontana. Deteriorato per vandalismi, il complesso fu restaurato tra il 2001 e 2019 e le statue originali collocate al Museo del Novecento dell’Arengario, mentre al Parco Sempione sono state collocate delle copie.
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Riccardo Dalisi (Potenza 1931)
Cinque foto dalla mostra “Idee in Volo” a cura di Cintya Concari e Roberto Marcatti
Must – Museo Storico Città di Lecce, 2016
Mirare a Lecce la Caffettiera napoletana progettata da un designer di Potenza e realizzata a Omegna da Alessi: un link mentale e visuale pluridimensionale. Bellissime le sue giocose opere di latta ecocompatibili.
Dalla presentazione biografica all’interno della mostra riporto questo passo:
“Da sempre impegnato nel sociale (resta fondamentale l’esperienza del lavoro di quartiere con i bambini del Rione Traiano, con gli anziani della Casa del Popolo di Ponticelli e negli ultimi anni l’impegno con i giovani del ione Sanità di Napoli), ha fondato l’Università di strada, l’associazione Semi di Laboratorio e ha promosso il “Premio Compasso di Latta”, iniziativa per una nuova ricerca nel campo del design nel segno del sostegno umano, della eco-compatibilità e della decrescita”
Riporto anche la presentazione a suo tempo diffusa dal sito di Architettura e design “Floornature”.
«Il Museo Storico della Città di Lecce presenta una mostra dedicata all’attività di Riccardo Dalisi, architetto, scultore, pittore, designer. L’opera dell’architetto/artista napoletano è un’occasione per riflettere su temi attuali come riciclo, decrescita e eco-compatibilità.
Temi alla base del lungo lavoro di ricerca di Riccardo Dalisi ben prima che “diventassero di moda”, e che hanno dato luogo ad opere dal “design povero” ottenute lavorando materiali comuni con abilità artigiana ma dall’alto valore sociale e politico.
Basti pensare alla ricerca sulla caffettiera napoletana iniziata per Alessi nel 1979. Un lavoro che ha generato una serie di prototipi – sculture in cui si fonde arte e design e che portò Dalisi a collaborare con lattonai e ramaioli di Rua Catalana a Napoli. La lunga ricerca dell’architetto-artista ha trasformato la caffettiera nell’icona di “un’opera buffa del design” ed è stato premiato con il Compasso d’Oro nel 1981. Proprio il Premio Compasso d’Oro, ma stavolta, alla Carriera è l’ultimo riconoscimento in ordine di tempo ricevuto dall’architetto-artista nel 2014.» (Agnese Bifulco)
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Mauro Manieri (Lecce 1687 – 1744): Palazzo Marrese, Piazzetta I Falconieri, Lecce.
Il Barocco leccese con la sua pietra calcarea dorata e friabile, segnata in modo irregolare dal tempo che in qualche modo alleggerisce uno stile altrove più greve, non contrassegna solo le chiese e i monumenti più noti ma lo si ritrova su palazzi e balconi per le vie del centro. Una poesia reperita online celebra questo materiale naturalmente “povero” e artisticamente virtuoso:
«Neglette, e quasi molli in ampia massa,
le pietre a Lecce crea l’alma Natura:
ma poiché son rescise, in loro passa
virtute, che le pregia, e che l’indura:
mirabili a vederle, ò se vi si lassa
scelti lavor la dedala scultura,
ò se ne fanno i dorici Architetti
gran frontespitij con superbi aspetti.»
(Ascanio Grandi, I fasri sacri, 1635
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Bari, Teatro Petruzzelli
Bellissima opera voluta, progettata e portata a termine nel 1903 dalla famiglia omonima e dai loro parenti Messeni che ne ereditarono la proprietà. Ha ospitato i maggiori rappresentati dei diversi generi dello spettacolo: lirica, balletto, concertistica, commedia, musical, ecc.; simbolo della grande cultura del nostro paese e allo stesso tempo dei suoi misteri. Per un incendio doloso avvenuto nella notte del 26 ottobre 1991 il teatro restò chiuso per 18 anni prima di esser riaperto al pubblico nel 2009 dopo lunghi lavori di ricostruzione. I diversi processi hanno individuato e condannato uno dei responsabili materiali ma non i mandanti e la vicenda, con i motivi mai pienamente chiariti del dolo e del ruolo della cosche criminali, con le modalità della sua ricostruzione e con il passaggio controverso di proprietà al Comune di Bari che ne è seguito, è ancora oggi oggetto di polemiche e sospetti. Una vicenda tutta italiana.
Dall’8 marzo, viste le restrizioni di movimento man mano intensificatesi, giornalmente ho postato su facebook una o più foto tratte dall’archivio digitale dei miei viaggi degli ultimi anni. Un modo per riguardare e richiamare alla mente – e agli occhi – luoghi e artisti che avevo apprezzato o che mi avevano comunque colpito; nel contempo, ai tempi del #iorestoacasa, una modalità per tener aperti i contatti con i miei amici digitali. Frattali di bellezza e pertanto di speranza.
Di seguito le prime due settimane di fotografie con i testi (didascalie e talvolta qualcosa di più) e i link che le accompagnavano.
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Roberto Valturio: “De re militari”
Scritto dal calligrafo Giovanni Andenna di Coblenza e illustrato da Giovanni Vendramin.
Secolo XV (1472)
Roberto Valturio, umanista della corte di Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, scrisse il famoso trattato sull’arte della guerra a metà del Quattrocento. Questa copia della Capitolare di Padova fu redatta nel 1472 per il vescovo Jacopo Zeno, il cui stemma compare sul frontespizio.
Padova, Biblioteca Capitolare
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Pathé Foundation / Paris
Progettazione: Renzo Piano Building Workshop
2006-in progress
Esposta a Padova nel Palazzo della Ragione: Mostra “Renzo Piano Building Workshop – Pezzo per Pezzo” (marzo-luglio 2014).
La nuova sede della Fondation Jérôme Seydoux-Pathé di Parigi, progettata da Renzo Piano, viene inaugurata il 5 settembre 2014.
La Fondazione promuove l’arte cinematografica e conserva la collezione della storica società cinematografica Pathé, fondata nel 1896.
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Polittico dell’Apocalisse: è un dipinto a tempera e oro su cinque tavole di Jacobello Alberegno, pittore veneziano (+ 1397) databile al 1360-1390 circa e conservato nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Originariamente il polittico era nella chiesa di S. Giovanni Evangelista, sull’isola di Torcello; rappresenta cinque visioni descritte nell’Apocalisse di San Giovanni.
Questa tavoletta (la prima) rappresenta la grande meretrice Babilonia, seduta su una creatura con sette teste e dieci corna. Porta in mano la coppa “colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione” e vomita il “sangue dei santi e dei martiri di Gesù”. Il numero in basso richiama il corrispondente capitolo dell’apocalisse.
Allego in calce[1] per documentazione il cap. 17 (e il 18, strettamente collegato), da leggere “laicamente”. Astengasi impressionabili e soggetti a crisi/deliri neo-religiosi. (Traduzione dalla Bibbia interconfessionale, ed. LCD)
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ADOLFO WILDT (Milano 1.03.1868 – 1.03.1931)
– Ritratto di Franz Rose (1913) Marmo
– Un rosario (1915) Gesso con doratura nella treccia.
Ca’ Pesaro – Venezia
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NAPOLEONE MARTINUZZI (Murano 1892 – Venezia 1977)
> Pugile (1939) Bronzo
Ca’ Pesaro – Venezia
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ARTURO MARTINI (Treviso 1889 – Milano 1947)
> Prostituta (1913) Terracotta dipinta a freddo
Ca’ Pesaro – Venezia
Cfr. Lo scultore e la prostituta
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Per questo weekend “andiamo” a Vicenza
ANDREA PALLADIO, (Padova 1508 – Maser 1580)
Teatro Olimpico (progettato nel 1580, inaugurato nel 1585)
Vicenza
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Vicenza. Passeggiando per la città, a Ponte S. Paolo si trova questo in bronzo Busto dedicato a Neri Pozza (1912-1988), partigiano, scrittore e fondatore di una delle Case editrici più interessanti del panorama editoriale italiano. Ha anche recitato a fianco dei Gian Maria Volonté ne “Il terrorista” (1963) di Gianfranco De Bosio.
Il busto è opera dello scultore vicentino Nereo Quagliato, bronzo forgiato e inaugurato in occasione del centenario della nascita di Neri Pozza (2012). Altre opere di questo significativo sculture vicentino, da lui donate alla città, sono collocare a Palazzo Chiericati; fra queste le “Bagnanti”, bronzo del 1980, che avevo fotografato nei sotterranei del palazzo palladiano.
Poco più di un mese dopo la inaugurazione del busto sul Ponte San Paolo, Nereo Quagliato si è suicidato; alcuni hanno messo in relazione questa triste vicenda con critiche apparse sui quotidiani vicentini:
“Sia il piedistallo che la sistemazione del busto hanno dato origine a diverse critiche apparse nei quotidiani locali, che sicuramente non hanno fatto felice il maestro, che già in quell’occasione era apparso affaticato e malinconico.”
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La Fortuna
Siena, particolare delle Tarsie marmoree – Pavimentazione del Duomo realizzata dall’Operaio del Duomo Alberto Aringhieri (fine Quattrocento) su cartone commissionato e realizzato da Pinturicchio.
Fa parte della “Allegoria del colle della Sapienza”
Da Wikipedia la simbologia della Fortuna è così descritta:
“La Fortuna, figura femminile dalla sorte capricciosa e instabile: si trova nell’estremità in basso a destra ed è rappresentata in tutti i suoi attributi tipici: poggia il piede su una sfera e su un’instabile barchetta, simboli di volubilità, e tiene in mano una vela gonfia che indica la casualità dell’andare col vento; la barca ha l’albero spezzato, simboleggiante i rischi di un malgoverno della Fortuna; la cornucopia nella mano destra infine mostra l’abbondanza dei doni che ella distribuisce senza alcun criterio.”
Il significato globale dell’allegoria è chiaro: il primo passo per raggiungere la sapienza è abbandonare la fiducia nella casualità della fortuna e invece percorrere il cammino della razionalità che abbisogna sia del sapere degli antichi che di quello dei moderni.
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Siena – (ex) Ospedale di Santa Maria della scala – Pellegrinaio
Domenico di Bartolo, Il “Ghoverno” e la cura degli infermi (1440-1441)
La sala del Pellegrinaio era destinata a ricevere i viandanti e tutti coloro che avevano bisogno di ricovero, cure ed assistenza. Una magnifica serie di affreschi della prima metà del Quattrocento – opere di Lorenzo Vecchietta, Domenico di Bartolo, Priamo della Quercia e altri – rappresentano la storia dell’Ospedale e le sue principali funzioni: accoglienza dei pellegrini, aiuto dei poveri, assistenza e cura dei malati, accoglienza e cura dei “gettarelli” (bambini abbandonati dai genitori).
Di seguito la didascalia riportata alla base dell’affresco:
“Tra tutti gli affreschi del Pellegrinaio questo è senz’altro il più conosciuto e quello che forse meglio illustra l’attività svolta all’interno dell’ospedale. La critica ha identificato nei due ambienti che si incrociano al centro della scena le attuali sale del Passeggio e di San Pio. Attraverso una attenta lettura di questo dipinto gli studiosi hanno potuto fornire una puntuale ricostruzione di alcuni ambienti dell’ospedale, documentandone minuziosamente la vita quotidiana, scandita fin dall’inizio del Trecento dalle rigorose disposizioni statutarie. Al centro sono posti il rettore, i frati dell’ospedale e, al loro fianco, il chirurgo. Sulla sinistra è invece rappresentata la medicina fisica con un assistente che sta adagiando un malato sulla barella e due medici che si stanno consultando sulle urine contenute nel recipiente di vetro. Al centro, più in basso, un giovane ferito a una coscia viene lavato da un inserviente prima dell’intervento. Sulla destra un monaco sta confessando un paziente, mentre due inservienti stanno trasportando una barella.”
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L’Ufficio di Biccherna era la principale istituzione finanziaria del Comune di Siena, documentata dal 1168; potremmo definirla una sorta di Ufficio delle Entrate del Comune. Era governata da cinque membri, un Camarlingo (monaco) e quattro Provveditori (laici), rinnovati ogni sei mesi. La Biccherna rappresentò il fulcro dell’attività finanziaria della repubblica di Siena sino alla sua sottomissione al dominio dei Medici (1555). I registri contabili e gli altri documenti raccolti e archiviati in volumi erano ricoperti da copertine lignee dipinte: le Tavolette di Biccherna o semplicemente “Biccherne”. L’Archivio di Stato di Siena le ha raccolte (oltre 100 pezzi datati dal 1258 al 1682) e rese usufruibili in apposito Museo: una mostra dal valore storico documentario e dal pregio artistico decisamente unica.
Nelle foto la Biccherna 1 (1258) e la 5 (1273) rappresentanti rispettivamente un Camarlingo e gli stemmi di quattro Provveditori.
BICCHERNA 1 (1258)
DON UGO MONACO DI S.GALGANO CAMARLINGO
La tavola rappresenta Don Ugo, monaco dell’abbazia cistercense di San Galgano e Camarlingo di Biccherna nel secondo semestre dell’anno 1258, raffigurato di profilo, seduto al banco di lavoro e in atto di esaminare un registro. Autore: Gilio di Pietro.
BICCHERNA 5 (1273)
STEMMI DEI QUATTRO PROVVEDITORI
L’unica parte della tavoletta da ritenersi duecentesca è la metà superiore, dove sono raffigurati l’iscrizione e gli stemmi dei quattro provveditori in carica in quel semestre: Enrico di Ranuccio Forteguerri (del Monte dei Gentiluomini), Tommaso Incontri, Gualtieri Rinaldini e Sozzo di Legaccio.
Si ritiene che la metà inferiore della tavoletta fu dipinta in epoca posteriore da un pittore ignoto che intendeva ricostruire una scena duecentesca svolta all’interno di un tribunale, dove si vedono un giudice nell’atto di pronunciare una sentenza assistito da una guardia armata e da due collaboratori, nei confronti di un uomo raffigurato in piedi di fronte al bancone degli ufficiali; in realtà l’aspetto dei personaggi e l’ambiente riconducono al XVII o XVIII secolo.
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Rimango ancora qualche giorno nell’Archivio di Stato di Siena. Il tema di queste biccherne che ho a suo tempo fotografato è quello del Buon Governo che garantisce la libertà se difende la pace e ben amministra le finanze.
In questo caso le opere lignee non provengono direttamente dall’Ufficio centrale di Biccherna, ma dall’ufficio di Gabella: derivato nel duecento da quello principale e specializzato nella gestione della riscossione delle imposte indirette del Comune. Per cui queste biccherne sono denominate anche “gabelle”.
Biccherna 16: Allegoria del Buon governo ripresa dal Ciclo di Lorenzetti.
Biccherna 35: Le finanze del Comune in tempo di pace e di guerra.
Biccherna 38: Il buon Governo che presiede l’ufficio della Gabella.
Biccherna 16: IL BUON GOVERNO DI SIENA
Gabella (1344)
La metà superiore della tavola è occupata dalla raffigurazione dell’allegoria del Buon Governo, diretta derivazione dall’omonimo ciclo di affreschi eseguito da Ambrogio Lorenzetti dentro al Palazzo Pubblico di Siena. La scena mostra un vecchio seduto in trono, la personificazione del Comune, che indossa un abito bianco e nero (i colori di Siena) e regge tra le mani le insegne del potere: lo scettro e uno scudo recante il sigillo municipale; ai suoi piedi giace la lupa capitolina che allatta i gemelli Aschio e Senio, mitici fondatori della città. In alto, ai lati del volto del vecchio, si legge l’iscrizione C(IVITAS) S(ENARUM) C(IVITAS) V(IRGINIS). Al di sotto è presente una fascia orizzontale con l’immagine dei tre stemmi delle famiglie degli esecutori di Gabella, ricordati anche nella sottostante iscrizione posta nella metà inferiore della tavola: Bindo di Petruccio Forteguerri, Giovanni di Meo Mignanelli Baldinotti, Mino d’Andreoccio.
Biccherna 35: LE FINANZE DEL COMUNE IN TEMPO DI PACE E IN TEMPO DI GUERRA
Gabella (1468)
Sulla metà superiore della tavola è raffigurata la celebrazione della “pace paolina” stipulata il 25 aprile 1468 per volere di papa Pio II tra Bartolomeo Colleoni e Piero dei Medici per porre fine ai tentativi espansionistici del condottiero veneziano in Toscana. La Pace e la Guerra sono rappresentate da due personaggi femminili con abiti velati posti alle estremità superiori della scena e sovrastanti due diversi gruppi di figure. A sinistra si vede la Pace, con volto composto e capelli raccolti, che tiene in mano ramoscelli d’olivo, accompagnata dall’iscrizione “pax cives ditat”; a destra la Guerra, scarmigliata, con la spada sguainata e le lingue di fuoco, davanti alla quale si legge l’iscrizione “hoc exteros” . Al di sotto sono indicati gli effetti che ciascuna di esse produce sull’economia e sulla vita cittadina. La Pace rende prosperi i senesi, raffigurati paludati nel “civile” lucco e colti nell’atto di pagare le gabelle al camarlingo che, in piedi dietro il bancone conta le monete e le inserisce in una borsa di cuoio da riporre nel cassone aperto alle sue spalle: la ricchezza del pubblico erario corrisponde alla prosperità dello Stato e dei cittadini. La Guerra invece impoverisce lo Stato e avvantaggia i capitani di ventura forestieri, raffigurati in corti e vistosi mantelletti, armati e scortati dai loro scudieri, nell’atto di riscuotere il soldo dalle mani del camarlingo che così vuota il cassone: il prosciugamento del pubblico erario, dissanguato dalle pretese dei mercenari, corrisponde alla povertà dello Stato dei cittadini.
Sotto la scena è presente una striscia orizzontale con otto stemmi delle famiglie degli ufficiali in carica in quell’anno: Capacci, Venturini, Giovannelli, Marzi, Cerretani, Vitaleoni, Umidi, Del Garga. Altri quattro stemmi inquadrano l’iscrizione che occupa la zona inferiore della tavola e sono relativi alle famiglie
Attribuzione: Benvenuto di Giovanni
Biccherna 38: IL BUON GOVERNO NELL’UFFICIO DELLA GABELLA
Gabella (1474)
La parte superiore della tavola mostra l’allegoria del Buon Governo, raffigurato come un uomo anziano con barba e lunghi capelli bianchi, seduto in trono con abito bianco e nero, scettro e globo bipartito che lo identificano come personificazione del Comune di Siena. Ai lati si vedono lo scriba ed il Camarlingo seduti ai tavoli di lavoro all’interno dell’ufficio; sui banconi gli strumenti di lavoro (registri, penne e calamai, borse contenenti denari) e sul retro le casse aperte usate per custodire monete e libri contabili. Sullo sfondo di colore nero compaiono alcune didascalie; al centro “LIBERTAS” sopra alla testa del vecchio e “KI BENE MINISTRA REMGNA” di fronte alla bocca dello stesso personaggio.
Al di sotto sono dipinti dodici stemmi relativi agli ufficiali in carica in quell’anno, ricordati anche nella sottostante iscrizione: Gori, Peri, Sozzi, Arduini, Tolomei, Bellarmati, Umidi, Arrighi, Gallerani, Piccolomini e dei notai Francesco di Antonio e Galgano di Cenni.
Attribuzione: Benvenuto di Giovanni
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Biccherne
Continuo – e concludo – oggi la visita all’Archivio di Stato di Siena e alle sue biccherne. I temi di oggi sono religiosi: la sapienza destinata agli uomini che ha la sua origine in Dio; la Vergine protettrice della città di Siena al tempo dei terremoti e quale protettrice dei bisognosi (Madonna della misericordia): quest’ultima proveniente dall’Ospedale di Santa Maria della Scala (confronta visita virtuale n. 10).
Biccherna 36: La sapienza emanata da Dio (1471 – Sano di Pietro)
Biccherna 34: La Vergine protegge Siena in tempo di terremoti (1467 – Francesco di Giorgio Martini)
Biccherna 100: La Madonna della misericordia (XV secolo – Giovanni di Paolo)
LA SAPIENZA EMANATA DA DIO
Biccherna 36 – 1471
La parte superiore della tavola mostra la raffigurazione di Dio Padre seduto in trono sulla destra, in abito e ampio mantello rosso, illuminato da raggi di luce dorata e da una grande aureola, inserito sullo sfondo di un cielo azzurro stellato. Il Padre Eterno è rivolto verso la parte sinistra della scena, dove da un cerchio simile ad una sfera raggiata esce l’immagine leggera e vibrante della Sapienza, rappresentata come una fanciulla bionda in abito rosa, che indica Dio con l’indice della mano destra e si identifica attraverso il cartiglio recante il suo nome, tenuto nella mano sinistra. La fanciulla è inquadrata da uno sfondo verdeggiante che mostra in lontananza le dolci colline toscane. Al di sotto c’è una fascia orizzontale doppia con dieci stemmi delle famiglie degli ufficiali in carica in quell’anno: Capacci, Dati, Biringucci, Castellani, Buonsignori, Landi, Saracini, Bindi, Del Garga, Agazzari. Altri due stemmi, posti in fondo alla tavola insieme all’iscrizione, si riferiscono alle famiglie dei notai Cecchini e Turelli.
Autore: Sano di Pietro
LA VERGINE PROTEGGE SIENA IN TEMPO DI TERREMOTI
Biccherna 34 – 1467
La parte superiore della tavola mostra una doppia scena disposta su due registri; in alto la Vergine circondata da sei angeli, con le braccia aperte in segno di protezione verso la città di Siena, raffigurata nel registro sottostante. L’episodio è stato ricondotto ai violenti terremoti che colpirono il territorio senese negli anni 1466-1467, come ricorda l’iscrizione AL TENPO DE TREMUOTI che risalta sul cielo chiaro circostante il paesaggio senese. Si vedono la città con le mura e le torri, i campanili di Palazzo Pubblico e del Duomo e in primo piano le tende allestite fuori dal tessuto urbano, ricordate anche dai cronisti dell’epoca. Al di sotto è dipinta una fascia orizzontale con otto stemmi delle famiglie degli ufficiali in carica in quell’anno, citati anche nell’iscrizione riportata sulla parte inferiore della tavola: d’Andrea, Forteguerri, Giacopelli, Ghini, Savini, Guglielmi, Guidarelli, d’Elci. Altri due stemmi, riferibili alle famiglie Tondi e Bichi sono inseriti ai lati dell’iscrizione.
Autore: Francesco di Giorgio Martini e fiduciario di Francesco
LA MADONNA DELLA MISERICORDIA
Biccherna 100
Ospedale Santa Maria della Scala – XV secolo
La parte superiore della tavola è dedicata alla raffigurazione della Madonna della Misericordia, rappresentata con il manto azzurro aperto ad accogliere i bisognosi che invocavano la sua protezione, inginocchiati e in atto di preghiera.
Nella parte inferiore è dipinta l’iscrizione LIBRO VITALE, inquadrata da due stemmi dell’Ospedale di Santa Maria della Scala, testimonianza della pertinenza della tavola ad un registro dove erano annotati i nomi degli oblati ai quali spettava un vitalizio in generi alimentari e denaro erogato dall’Ospedale.
Autore: Giovanni di Paolo
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Ambrogio Lorenzetti: La Pace
In questo quattordicesimo giorno di (ri)visite virtuali rimango ancora a Siena: non può mancare in questo percorso il Palazzo Comunale e in particolare la Sala dei Nove che, con gli affreschi di Ambrogio Lorenzetti, affronta il tema laico per eccellenza: quello del Buon governo e dei suoi effetti in città e in campagna; a fianco quello corrispondentemente antitetico del Cattivo governo.
Il locale è anche denominato “Sala della Pace” perché al centro della parete centrale, che rappresenta allegoricamente il Buon governo, si staglia la raffigurazione della Pace – caratterizzata dalla corona e dal ramoscello di ulivo – che si differenzia dalle altre virtù sia per la postura semisdraiata che per la candida veste: sotto di lei e ai suoi piedi, a precluderne l’uso, armi ed armature. Centrale perché, implicitamente, senza Pace non è possibile alcun buon governo.
Da sottolineare come nella rappresentazione allegorica di questo tema oltre alle sette virtù tradizionali della dottrina cristiana (Teologali e Cardinali) Lorenzetti ne aggiunga due specificamente (e laicamente) caratterizzanti il ben governare: la Magnanimità e, appunto, la Pace.
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[1] 17 – Il Castigo Di Babilonia, Immagine Dei Nemici Di Dio
Uno dei sette angeli, che avevano le sette coppe, venne a dirmi: «Vieni, ti farò vedere il castigo decretato per la grande prostituta che abita presso molte acque. I re della terra si sono prostituiti con lei e gli abitanti della terra si sono ubriacati con il vino della sua prostituzione».
Lo Spirito s’impadronì di me, e io fui trasportato nel deserto. Là vidi una donna seduta su un mostro di colore scarlatto, tutto coperto di parole di bestemmia. Il mostro aveva sette teste e dieci corna. I vestiti della donna erano di porpora e scarlatto. Portava gioielli d’oro, perle e pietre preziose, e teneva in mano un calice d’oro dal contenuto ripugnante: le impurità della sua prostituzione. Sulla sua fronte era scritto un nome misterioso: «Babilonia», la grande città, la madre delle prostituzioni e delle oscenità di tutto il mondo. Allora mi accorsi che la donna era ubriaca del sangue del popolo di Dio e del sangue di quelli che sono morti per la fede in Gesù.
Al vederla fui preso da grande stupore, e l’angelo mi disse: «Perché ti meravigli? Io ti spiegherò il significato misterioso della donna e del mostro che la sostiene, quello che ha sette teste e dieci corna.
«Il mostro che hai visto rappresenta uno che viveva una volta, e ora non più, ma sta per salire dal mondo sotterraneo e andare verso la sua distruzione definitiva. Gli abitanti della terra, che non sono registrati nel libro della vita fin dalla creazione del mondo, si meravigliarono vedendo che il mostro una volta viveva e ora non è più, e sta per riapparire.
«Qui ci vuole un po’ di intelligenza: le sette teste sono i sette colli sui quali la donna è seduta. Sono anche sette re. Cinque sono già caduti, uno regna ora, e il settimo non è ancora venuto. Quando verrà, durerà poco. Il mostro che viveva una volta e ora non più è l’ottavo re, ma è anche uno dei sette, e va verso la distruzione definitiva.
«Le dieci corna che vedi sono dieci re, che non sono ancora arrivati a regnare, ma avranno la possibilità di regnare per un’ora insieme con il mostro. I dieci re sono tutti d’accordo: vogliono cedere al mostro la loro forza e il loro potere. Essi combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perché egli è Signore sopra tutti i signori e Re sopra tutti i re. Quelli che lo accompagnano nella vittoria sono stati chiamati e prescelti e gli sono fedeli»
L’angelo continuò a spiegare: «Le acque che hai visto, dove abita la prostituta, rappresentano popoli, moltitudini, nazioni e lingue. Il mostro e le dieci corna che hai visto odieranno la prostituta, la lasceranno nuda e priva di tutto, divideranno la sua carne e distruggeranno i suoi resti con il fuoco. È stato Dio a mettere in mente ai dieci re di eseguire il suo progetto. Così agiranno di comune accordo e daranno il loro potere al mostro, fino a che non sia compiuto tutto ciò che Dio ha detto.
«La donna che hai visto è la grande città che comanda su tutti i re della terra».
18 – La caduta di Babilonia
Dopo queste spiegazioni vidi scendere dal cielo un altro angelo che aveva grandi poteri, e il suo splendore illuminò tutta la terra. L angelo gridò con voce potente:
«E caduta!
La grande Babilonia è caduta!
E diventata dimora di demòni,
rifugio di tutti gli spiriti immondi,
rifugio di ogni uccello impuro e ripugnante.
Tutte le nazioni hanno bevuto il vino della sua sfrenata prostituzione,
i re della terra si sono prostituiti con lei,
e i mercanti si sono arricchiti della sua ricchezza favolosa».
Poi intesi un’altra voce che proveniva dal cielo:
«Uscite da Babilonia, popolo mio,
per non diventare complici dei suoi peccati;
fuggite,
per non subire insieme con lei il castigo che la colpisce.
I suoi peccati si sono accumulati fino al cielo,
Dio ha tenuto conto della sua condotta perversa.
Trattatela come ha trattato gli altri,
rendetele il doppio del male che ha fatto,
versatele doppia razione
nella coppa che ha fatto bere agli altri.
Fatele soffrire dolore e tormenti
nella misura in cui si procurò splendore e piacere.
Essa diceva fra sé e sé:
Sono una regina in trono,
non una povera vedova,
il lutto non mi toccherà.
«Ecco perché in un giorno solo si abbatteranno di colpo su di lei tutti i castighi: malattia mortale, lutto, carestia, e sarà consumata dal fuoco. Potente è Dio che l’ha condannata.
«I re della terra, che vissero con lei una vita di lusso e di prostituzione, piangeranno per lei e si lamenteranno quando vedranno il fumo della città incendiata. Spaventati dai suoi tormenti resteranno a rispettosa distanza, e diranno:
“Povera e sventurata sei tu, Babilonia,
grande e potente città!
In un attimo la tua condanna ti ha raggiunta”.
«I mercanti della terra piangeranno e si lamenteranno per causa sua, perché nessuno comprerà più le loro merci: oro, argento, pietre preziose, perle, tessuti raffinati, porpora, seta, scarlatto, profumi, oggetti di avorio e di legno pregiato, di bronzo, di ferro e di marmo, cannella, spezie, aromi, olio profumato, vino e olio, farina e frumento, bovini e ovini, cavalli e carrozze, e persino esseri umani venduti come schiavi.
“I prodotti che ti piacevano tanto
non sono più a tua disposizione;
splendore e lusso sono finiti per te;
non li ritroverai mai più!”.
«I mercanti diventati ricchi, trafficando con Babilonia, se ne staranno lontano, atterriti dalle sue sofferenze; piangeranno e si lamenteranno, dicendo:
“Povera e sventurata sei tu,
Babilonia, la grande città:
vestita di tessuti preziosi,
di porpora e di scarlatto,
ornata di gioielli d’oro,
di perle e pietre preziose.
In un attimo
è svanita la tua grande ricchezza”.
«Capitani e marinai, naviganti e chiunque altro lavora sul mare, staranno anche loro ben lontani, guarderanno il fumo della città incendiata, e diranno: “Non c’è mai stata una città grande come questa”. “Si spargeranno di polvere il capo, piangeranno e si lamenteranno:
“Povera e sventurata sei tu,
Babilonia, la grande città:
tutti quelli che avevano navi in mare
si sono arricchiti grazie alla tua ricchezza.
E adesso, in un attimo,
sei diventata un deserto.
Esulta per la sua rovina, o cielo!
Esultate, voi tutti che appartenete al Signore,
esultate, apostoli e profeti di Dio,
perché Dio l’ha punita
e così vi ha reso giustizia”».
Allora un angelo vigoroso prese una pietra grande come una macina da mulino e la scagliò in mare, dicendo:
«Così sarà precipitata Babilonia,
la grande città;
nessuno la vedrà più.
In te non si sentirà più suonare l’arpa né cantare,
non si vedranno più né flauti né trombe.
Non ci sarà più nessun artigiano,
non si sentirà più il rumore del mulino,
non si vedrà più la luce delle lampade,
non si udrà più voce di sposo o di sposa.
I tuoi mercanti erano i padroni del mondo,
e con le tue stregonerie hai ingannato tutte le nazioni.
In Babilonia c’è il sangue dei profeti e dei santi,
di tutti quelli che sono stati ammazzati sulla terra».
(Apocalisse. Cap. 17 e 18. Bibbia. Traduzione interconfessionale, ed. LCD)
L’anno scolastico scorso l’insegnante di storia ha chiesto alla classe di mio nipote Eric di raccogliere testimonianze presso familiari di notizie dei tempi passati. Ci siamo accordati che gli avrei raccontato di mia zia partigiana, un modo per lui di avere un po’ di notizie sulla nostra famiglia e per me di mettere insieme ricordi, appunti e documenti sparsi che non avevo prima riordinato*.
Giannina Ottolini “Ginin”
Ricerca familiare di Eric Realini [1]
Note biografiche essenziali
Giannina Ottolini (1904 – 1997)
Giannina, crocerossina e partigiana col nome di battaglia “Ginin”, faceva parte della brigata Stefanoni – Divisione Valtoce che operava sopra Stresa, sul Mottarone. Era la zia di mio nonno.
Era nata a Pallanza il 15 aprile 1904 e deceduta il 21 aprile 1997; è vissuta a Stresa nella casa di famiglia di Via Al Castello, nubile. Cattolica praticante era Terziaria francescana.
Il Racconto di mio nonno Gianmaria
Ho un ricordo molto vivo di mia zia. Era un donnino minuto ma dal carattere forte e determinato. Andavamo spesso a trovarla nella sua casa di Stresa, un appartamento ordinato e pieno di bellissimi oggetti di una volta: mobili di noce, quadri (alcuni dipinti da lei), soprammobili, ecc. Ricordo in particolare un bellissimo binocolo da teatro in madreperla e manico argentato. In un cassetto nella sua camera teneva sempre dei giocattoli che regalava ogni volta a me e ai mie fratelli quando eravamo piccoli e, anni dopo, ai miei figli quando ritornavamo a trovarla.
Parlava raramente della sua esperienza di partigiana e perlopiù in termini generali sui valori della resistenza e sui motivi per cui “non riusciva a sopportare” il fascismo. Quando insegnavo al Cobianchi con una collega ricercatrice storica (Gisa Magenes di Omegna) abbiamo organizzato una sua intervista; nemmeno in quella occasione siamo riusciti a farla parlare di sé, se non per piccoli episodi.
Anche tra la sue carte dopo la sua morte non trovammo molto: tesserini partigiani, documenti di riconoscimento della sua attività di partigiana, attestati di stima e riconoscenza dei suoi ex commilitoni e pochi fogli di un diario molto essenziale su quegli anni.
Quello che ti racconterò su di lei in parte deriva da quanto detto sopra e in parte da documenti raccolti in seguito anche con le attività presso la Casa della Resistenza e probabilmente rappresentano solo una piccola parte di quello che effettivamente ha compiuto. Un vecchio partigiano di Stresa ogni volta che lo incontro alle commemorazioni mi dice “Ah, la zia, il Ginin, ha fatto molto … ha fatto molto!”.
Gli Ottolini a Stresa
Il cognome Ottolini è molto diffuso a Stresa. Sembra che abbia origini nel X secolo quando Ottone I stazionò con le sue truppe sul Lago d’Orta: i figli naturali di quelle truppe sembra fossero chiamati Ottolini, ovvero i “piccoli di Ottone”. Cognome infatti diffuso sul Mottarone e sul suo versante verso il Lago Maggiore, isole comprese. La studiosa di storia stresiana Vilma Burba dice infatti che:
“Ottolini è un nome di tutto riguardo per Stresa che ha annoverato dal 1617 ben sei sindaci con quel cognome, l’ultimo dei quali fu proprio Eugenio il papà di Giannina”[2].
Il sindaco Eugenio Ottolini
Eugenio Ottolini, mio nonno, era nato a Stresa nel 1862 da Agostino e da Teresa Bolongaro. Laureato in Giurisprudenza a Torino nel 1885, esercitò quale avvocato presso il tribunale di Pallanza. Per venti anni fu Sindaco di Stresa con tre successivi mandati dal 1894 al 1913. In tale veste partecipò a partire dal 1897 al Comitato per la linea di raccordo al Sempione Arona-Gravellona, nato per ottenere un collegamento diretto fra Milano e la galleria del Sempione, che si stava costruendo in quegli anni, in alternativa alla linea, verso Genova, Gozzano – Domodossola che penalizzava i paesi lacustri e aveva mostrato criticità per i trasporti pesanti.
Fu inoltre Sindaco della Società Ferrovie del Mottarone che gestiva la ferrovia a cremagliera Stresa – Mottarone, iniziata nella primavera 1910 e ultimata nel luglio 1911.
Aveva sposato in secondo matrimonio Maria Mascarini, originaria di Baveno, ed ebbe tre figli: Teresa, Giovanna (Giannina) e mio padre Augusto. Aveva poi trasferito la sua residenza e il suo studio di Avvocato a Pallanza per essere più vicino al tribunale che era allora collocato in Via Cadorna nei locali oggi occupati dall’Archivio di Stato.
Il nonno Eugenio morì all’Alpino, sopra Stresa, a 73 anni nel 1935.

Stresa, Hotel regina, 1912 circa. Ricevimento della Regina madre Margherita. Il Sindaco Eugenio Ottolini e la sua famiglia a sinistra. Giannina bambina, la prima seduta a sinistra.
Giannina Ottolini: studi e attività di Crocerossina
La zia era nata a Pallanza nell’aprile del 1904 e aveva studiato fino alla V Ginnasio; la sua vocazione fu poi quella di infermiera iscrivendosi pertanto al primo e al secondo corso di Infermiere della Croce Rossa ottenendo in entrambi i casi il diploma con il massimo dei voti e operando tra il 1935 e 1938 come infermiera all’Ospedale di Pallanza.
Venne poi nominata direttrice della Colonia estiva della Croce Rossa Novarese a Marina di Massa (estati del 1938 e 1939) e dall’ottobre del ’38 viene nominata responsabile delle infermiere volontarie che facevano capo alla CRI di Pallanza. Con questa funzione organizzava i corsi di formazione per le infermiere volontarie. In questi stessi anni operava come Assistente Sanitaria presso l’OMNI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia) con la responsabilità di sei consultori tra Baveno e Arona.
Le volontarie della Croce rossa durante la guerra
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale la Croce Rossa si impegnò per la assistenza di feriti e ammalati provenienti dai fronti della guerra: per far fronte alle nuove esigenze si organizzarono molti corsi per infermiere volontarie.
A Pallanza Giannina tra il 1939 e il 1945 organizzò infatti tre corsi.
A Baveno venne aperto un ospedale militare con tre sedi in alberghi requisiti: il Sempione, il Bellavista e il Lido. I feriti provenivano in particolare dal fronte greco e da quello jugoslavo. La zia fu nominata coordinatrice responsabile delle infermiere volontarie della CRI che operavano nell’ospedale militare plurisede di Baveno, dall’agosto 1941 sino al luglio 1945.
Dopo l’armistizio dell’8 Settembre del 1943 la zia riuscì anche a far curare di nascosto partigiani feriti o ammalati. Tra i medici che operavano negli ospedali militari di Baveno vi era anche il dr. Chiappa che faceva parte del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) di Verbania.
Scrive la zia nei suoi appunti:
“Sino dal settembre 1943 con le Infermiere Volontarie della C.R.I. alle mie dipendenze, in servizio all’Ospedale Militare Territoriale di Baveno, avviavo quei militari guariti che non intendevano prestare servizio nella Repubblica Sociale, procurando loro abiti civili, presso famiglie amiche o, per la maggior parte avviandoli sul Mottarone alla ricerca di compagni a cui unirsi aiutati frattanto dagli alpigiani.”
La Brigata partigiana Stefanoni e i fratelli Boeri
Sul Mottarone nuclei di partigiani erano già presenti, subito dopo l’8 settembre, nella zona fra Gignese e Massino Visconti. Con un lancio paracadutato nel Marzo del 1944 Enzo Boeri e due tecnici diedero vita ad un stazione radio clandestina che collegava il CLN di Milano con i servizi informativi alleati presenti in Svizzera.
Questo il racconto di Giannina in una sua nota scritta a mano:
“Un ufficiale medico [Enzo Boeri], di vecchia tradizione antifascista, già prigioniero degli alleati, prende accordi con questi e si fa paracadutare con due tecnici inglesi e una radio ricetrasmittente tra i boschi e le ville sopra Stresa per iniziare un collegamento tra le forze antifasciste e gli alleati sbarcati in Italia. Tale collegamento si svolgerà tra il C.L.N. (Comitato Liberazione Nazionale) della Lombardia sede Milano e gli alleati. Staffette giornalmente portano ordini, notizie ecc. tra Milano e Stresa. Il primo nucleo trasmette da una villa ai confini di Stresa, poi si sposta, per sicurezza, nella zona sopra Gignese e attorno a esso si raggruppano elementi isolati, altri che salgono sui monti in seguito e si forma la Brigata Stefanoni e Abrami della Divisione Valtoce.
Le radiotrasmittenti in seguito diventano tre coi loro tecnici e i loro uomini di protezione e difesa, dislocate a breve distanza da una vecchia miniera abbandonata di piombo; tale zona fu scelta a proposito: per quante incursioni vengano fatte dai nazifascisti per catturarle, non riescono mai a localizzarle,”
Nel luglio i gruppi di partigiani del Mottarone si riunirono nella Brigata Stefanoni inquadrata nella divisione Valtoce. Dopo la morte del primo comandante, tenente Angelini, il comando fu assunto da Renato Boeri (Renatino), fratello di Enzo[3]. La brigata, con l’aumento delle reclute, si suddivise dando vita alla nuova brigata Abrami dislocata sul versante ovest del Mottarone. Nel dicembre Boeri inquadra la Stefanoni nelle formazioni Giustizia e Libertà.
Dopo la liberazione di Stresa e di tutto il territorio Alto novarese (24 Aprile 1945) le due formazioni si diressero a Milano per contribuire alla sua liberazione.
Mia zia era molto legata a “Renatino” Boeri e tra le sue carte era costudita la copia di due documenti che lo riguardavano; quando il figlio Tito, presidente dell’INPS, era alla Casa della resistenza per un convegno, ha potuto ascoltarne commosso il contenuto[4]. Si tratta della chiamata alle armi da parte del distretto di Milano e della splendida risposta che Boeri diede su carta intestata della sua brigata. È un importante documento che ti leggo integralmente perché aiuta a capire qual è stato lo spirito e i valori della resistenza.
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Distretto Militare di Milano I° (23)
Al Sig. Boeri Renato
Via Sandro Sandri 1
Città
Milano li 27 Novembre 1944
(classe 1922)
“Siete tenuto a presentarvi a questo Distretto il giorno 5 Dicembre nelle ore antimeridiane per essere avviato alle armi.
Non ottemperando al presente invito, questo Distretto provvederà alla denuncia per il reato di renitenza.
Il maggiore Capo Ufficio
(… Faiella)
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Divisione Patrioti “Valtoce” Sede 1 febbraio 1945
La vita per l’Italia
VIIa Brigata Paolo Stefanoni
Al maggiore Faiella capo ufficio reclutamento e matricola
Distretto Militare Milano I. (23)
“Egregio maggiore,
Con mia somma meraviglia ho ricevuto un biglietto da Lei firmato in data 27/11/44 con cui mi si ingiunge di presentarmi a codesto distretto per essere avviato alle armi.
Sino a prova contraria Le posso rispondere che io mi trovo alle armi quale volontario in forza presso codesta divisione di patrioti dal marzo 1944. Data la mia funzione potrei quindi anch’io, a mia volta, mandare a Lei un biglietto dello stesso tenore. Ma noi siamo molto lontani non solo di chilometraggio ma anche di spirito. La invito quindi ad un serio esame di coscienza: servirà, se non altro, ad una notevole economia di carta, perché sono convinto che Lei non insisterà più nello spedire avvisi di tal genere al mio indirizzo di Milano. Io L’attendo invece qua, in montagna, dove l’aria è pura, la salute ottima è dove si fa l’Italia libera.
Mille cari saluti, egregio maggiore, a Lei e al suo poco numeroso distretto.”
Il Comandante di Brigata
Renato Boeri
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“Ginin”: la partigiana
È nel Marzo del 1944 che la zia, sapendo che alcuni barcaioli di Stresa erano in contatto con i partigiani del Mottarone, chiede tramite uno di loro, di poterli contattare. L’incontro avvenne presso il collegio Rosmini, sopra Stresa. Grazie alla sua libertà di spostamento per suo lavoro di infermiera e di responsabile dei consultori OMNI, i due comandanti della brigata Stefanoni le assegnarono il ruolo di responsabile del servizio informazioni della brigata.
Dall’Aprile del 1944 Giannina è a tutti gli effetti partigiana con il nome di battaglia “Ginin”.
Oltre al ruolo informativo, trasferimento di dispacci, informazioni, stampa e altro materiale clandestino, in più occasioni esercitò il ruolo, per lei naturale, di infermiera, curando partigiani feriti salendo, anche di notte, sul Mottarone.
Nei suoi appunti ricorda in particolare il partigiano Franz ferito, che era necessario operare al più presto:
“Lo portarono alla villa dei Pariani, ove il figlio studente del secondo anno di medicina era sempre disposto ad aiutare. Mi chiamano e nella notta lo operiamo togliendogli un proiettile dalla coscia; ricucitura, disinfezioni, ipodermoclisi, e via in una casa amica per la cure e la convalescenza.”
Quando fu arrestato Renato Boeri, si attivò per la sua liberazione; ecco il suo racconto:
“Il 29 Novembre 1944, durante il rastrellamento tedesco del comandante Krumer, seguito alla cattura da parte dei nostri di due tecnici tedeschi e un italiano muniti di radiogoniometri alla ricerca delle ricetrasmittenti, fu ucciso Fachiro e catturati Renato e altri quattro partigiani avviati subito all’Albergo Bella Vista di Baveno, carcere ed alloggio delle S.S. alle dipendenze del Comandante Stamm. Chiamato subito un sacerdote, Don Ettore di Stresa, per le trattative per lo scambio con Krumer e Stamm, io salii alla ricerca di partigiani ancora nascosti, per gli accordi sia della ancora esistenza in vita degli ostaggi, sia del luogo ove erano stati mandati. Per le trattative occorsero parecchi giorni, e una sera, nell’uscire dal cancello di Villa Boeri ove ci eravamo trovati coi Borroni, Antonia Boeri, Popi e un altro partigiano, Don Ettore ed io fummo fermati da militi delle Brigate Nere, riaccompagnati alle nostre case con l’ordine, il mattino, di presentarci alla sede del Comando delle Brigate Nere. Interrogatorio avvenuto senza danni. (…)
Lo scambio avvenne felicemente come si sa ad Omegna.”
Grazie alla sua divisa di crocerossina, che di giorno indossava sempre, poteva muoversi liberamente, col battello tra Pallanza e Stresa o in bicicletta tra Baveno e Arona, passando indenne i posti di blocco. Anche durante la liberazione dell’Ossola (settembre-ottobre 1944) riuscì a entrare nella “Repubblica” per stabilire i contatti fra le formazioni. Riuscì, talvolta, anche ad usufruire di passaggi da parte delle truppe occupanti come nell’episodio da lei ricordato:
“Un pomeriggio vengo avvertita da una staffetta di andare il più presto possibile a Villa Lesa in casa di Cefis ove la moglie di Alberto mi aspetta. È quasi buio, siamo in autunno e ho bisogno di un mezzo di fortuna che trovo nell’automobile di due ufficiali tedeschi all’interprete dei quali, sceso per acquisti in farmacia, chiedo un passaggio per Villa Lesa ove ho la sede di un Consultorio O.N.M.I.
Arrivo, la moglie di Cefis raggiante mi apre la porta di casa ove trovo Alberto arrivato dalla Svizzera attraverso il lago con una lunga remata notturna. Vuol sapere cosa è avvenuto sul Mottarone nel frattempo e mi incarica di avvertire Renato del suo arrivo.”
Si arriva all’Aprile del 1945 con gli ultimi eventi concitati che portano alla liberazione del territorio:
“24 aprile discesa al piano dei Partigiani per occupare Stresa. Come al solito il mattino alle 7 arriva da me Carluccio con ordini e informazioni, ma oggi mi dice di scendere subito sul lungolago che i nostri stanno arrivando. Trovo Aniceto coi suoi che punta le armi contro 4 o 5 barche di colme di militi fascisti che già al largo stanno avviandosi sull’altra sponda; devo, dietro segnalazione di un uomo, avvertirlo di desistere perché su ogni barca c’è un barcaiolo come ostaggio.
Andiamo all’albergo Regina per consegnare ai proprietari, nostri amici, l’ordine di trattenere nelle camere gli ospiti quasi tutti caporioni fascisti qui alloggiati, e lascio uomini armati.”
È sempre in quel giorno che la zia riconosce il tenente Helmut Günter, comandante del presidio di Meina che probabilmente stava cercando di unirsi alla “colonna Stamm” posizionata a “Baveno”.
“Lascio Aniceto e incontro Lupo, due parole e arriva una camionetta tedesca. Lupo la ferma e tutti e due riconosciamo Günter il vice comandante di Stamm delle S.S. con due soldati; viene disarmato e con uomini di Lupo avviato sul Mottarone quasi sguarnito di uomini ma dove Tino vigila con i suoi e lo fa prigioniero.”
Passata la colona Stamm, con in vista partigiani prigionieri per impedire azioni armate e defluire verso Novara dove si arrenderà, a Stresa si può finalmente festeggiare la avvenuta liberazione. La zia è in prima fila nel corteo dei partigiani che sfila lungolago ed è immediatamente distinguibile, con la sua divisa di crocerossina, nella folla che sotto il municipio ascolta il discorso del comandante Renato Boeri.

Stresa. Sotto il Municipio la folla e i partigiani ascoltano il discorso della Liberazione del Comandante “Renatino” Boeri. “Ginin” al centro della foto con la sua divisa di crocerossina
Il dopoguerra
Dopo il 25 Aprile nei comuni, in attesa delle regolari elezioni, vennero costituite delle giunte provvisorie, le cosiddette “Giunte della Liberazione”. A Stresa la giunta venne riunita dal sindaco Giuseppe Zanone e la zia Giannina ne fece parte il quale assessore alla Assistenza e alla Beneficenza. Fu così la prima donna ad assumere a Stresa un ruolo pubblico. Rimase in carica fino all’Aprile del 1946 quando, in seguito alle elezioni del 31 Marzo, venne istituito un Consiglio comunale e una giunta regolarmente eletti.
Nella sua attività di infermiera fu nominata del dopoguerra Ispettrice generale della Maternità e Infanzia del Verbano. Continuò a occuparsi delle infermiere volontarie della Croce Rossa con il ruolo di Ispettrice presso il Comitato di Pallanza fino a quando questo fu soppresso nell’Aprile del 1967 per mancanza di nuove volontarie.
Dopo alcuni anni di attività artigianale, una piccola sartoria collocata nel sotto tetto della sua casa in via Al Castello, lavorò fino all’età della pensione nella segreteria della Scuola di Avviamento, poi Scuola Media, di Stresa.
Cattolica praticante e Terziaria francescana, visse in modo riservato e laico la sua fede; politicamente durante la Resistenza era vicina al Partito Azionista e, nel dopoguerra, al Partito Socialista.
Sempre legata alle iniziative delle Associazioni partigiane, collaborò al reperimento della documentazione per il Museo Alfredo Di Dio di Ornavasso.
Morì pochi giorni dopo il suo 93° compleanno; riposa nel cimitero di Stresa nel loculo collocato accanto ai famigliari (genitori, zia paterna e fratello).
Al suo funerale, presenti le delegazioni partigiane e il gonfalone del Comune di Stresa, venne letta, per suo esplicita volontà, la “Preghiera del ribelle” di Teresio Olivelli.
DOCUMENTI E TESTIMONIANZE
- Stato di Servizio C.R.I. 1935 – 1945.
- Congedo e Domanda di Riconoscimento
- Dichiarazioni del Comandante Renato Boeri
Divisione Valtoce – Comando
Dichiarazione
Si certifica che la Sig.na Gianna Ottolini fu Eugenio è stata alle dipendenze di questa Divisione nella VIIa Brigata G.S. Paolo Stefanoni dal Marzo 1944 al Giugno 1945 in qualità di Capo del servizio informazioni della Brigata stessa.
Essa è conosciuta a questo Comando come elemento attivissimo che diede tutto di sé per il raggiungimento dei compiti destinati a Lei. La VIIa Brigata, che ha il vanto di avere organizzato un servizio di informazioni che le riuscì tanto prezioso e che riscuoté il riconoscimento ed il plauso del Comando Generale e della Missione Americana dislocata in Zona Ossola, deve all’Opera instancabile e felicemente realizzatrice della Signorina Ottolini questo primato.
Essa (nome di battaglia “Ginin”) ha in corso la pratica per il riconoscimento partigiano e per l’accordo di una decorazione al valor partigiano per il suo nobile e coraggioso comportamento.
In fede
Il Comandante la Brigata Stefanoni
Renato Boeri
- Chiamata alle armi e risposta di Renato Boeri
- Riconoscimento
- Appunti manoscritti
- Articolo La Stampa VCO del 23.04.1997
- Tesserini partigiani
- Ricordo dei commilitoni
- Testimonianza di Giorgio Buridan e un ricordo di Renato Boeri
Estratto da “I camionisti della Rumianca”, di Giorgio Buridan
(in: Fatti e persone nella mia vita. Inedito)[5]
Luglio 1943: dopo la caduta del fascismo, il Governo militare Badoglio combatteva ogni forma di opposizione democratica. Mentre gerarchi e gerarchetti circolavano tranquilli, molti esponenti antifascisti – dai liberali ai comunisti – venivano arrestati o, comunque, diffidati dal prendere posizioni contrarie al Regie Militare. A quel momento ero già entrato nella Resistenza: presentato, subito dopo il 25 luglio, dal mio amico Renato Boeri a Ferruccio Parri, avevo avuto da questi l’incarico di costituire un Servizio di distribuzione della stampa clandestina nella zona del Lago Maggiore e, in seguito, nel Cusio e Ossola.
Mi ero dato da fare con amici, ma non era facile perché, dopo l’arresto di un avvocato di Pallanza, tutti avevano paura. Tuttavia, alcuni avevano aderito e ci stava dando da fare. Gli inizi erano stati goliardici e giocosi. Avevamo ricevuto manifestini antibadogliani e li attaccavamo alle piante, ai muri, dovunque. I passanti li guardavano con diffidenza anche se si intuiva che erano d’accordo. Poi arrivavano i carabinieri e facevano sparire i manifestini. Noi aspettavamo che si fossero allontanati e poi li riattaccavamo allo stesso posto. Un giorno mi aveva preso sul fatto un maresciallo, con minacce di denuncia, ma nemmeno lui pareva troppo convinto e così era tutto un gioco.
Intanto, ero riuscito a convincere una persona che sarebbe stata utile: la signorina Ottolini, di professione infermiera diplomata e perciò munita di lasciapassare che l’autorizzava a circolare anche dopo le ore di coprifuoco (ore 19). Inoltre, essendo infermiera andava al lavoro con il battello e poteva così portare con sé un certo numero di copie da distribuire ad altri fidati amici che, a loro volta, le avrebbero fatte girare.
Io, invece, usavo la bicicletta perché era il mezzo migliore per non essere notati. Avevo un portapacchi a molla sul manubrio e “pinzavo” un buon numero di copie strettamente arrotolate.
Dopo circa un mese dall’invito di Parri – anzi mi piace chiamarlo come allora “Maurizio” o “lo zio” – la mia rete di distribuzione funzionava molto bene e ne ero orgoglioso. Intanto però la situazione andava facendosi pericolosa: non era più il tempo scherzoso dei manifestini antibadogliani, si era in clima di fascismo e si era formata la Repubblica di Salò. E qui comincia la storia dei miei amici ai quali dedico questa memoria: gli eroici camionisti della Rumianca.
* * *
Quasi ogni giorno a Milano, un delegato del Comitato di Liberazione (CLN), che non conoscevo, contattava uno dei camionisti di turno che rientrava, dopo la consegna del carico, a Villadossola.
All’autista venivano affidate, secondo le disponibilità delle tipografie clandestine, alcune centinaia di copie di giornali: Italia Libera, Unità, Avanti, Risorgimento Liberale e altri.
Le copie venivano nascoste in un ripostiglio sotto il cruscotto per essere “lanciate” ad una data ora in un luogo prestabilito.
Il posto era a due chilometri da Stresa, lungo un rettilineo che costeggiava il lago tra una siepe di cespugli.
L’incaricato del ritiro dei giornali doveva trovarsi sul posto all’ora precisa del passaggio del camion (cosa difficile perché potevano esserci ritardi o anticipi, secondo il traffico lungo il percorso). Quindi, era necessario appostarsi “a monte” del punto X e aspettare che il camion passasse lanciasse. Soltanto allora, assicurandosi che nessuno avesse assistito, si raggiungeva il cespuglio dove il fascio di giornali era caduto, lo si attaccava al portapacchi sul manubrio e via.
Ma poiché talvolta le consegne non erano di un solo camion ma di due, arrivava una telefonata: “Questa sera saremo in due a cena”, e un’altra persona doveva aggiungere il posto prestabilito. Infine, recuperate tutte le copie, ci si trovava, ogni volta in abitazioni diverse, per fare lo smistamento.
Eravamo in tre a “conoscerci”: io che dirigevo il Servizio, il mio compagno Aniceto e l’infermiera Ottolini. Gli altri che facevano le consegne non sapevano tutti i nomi, misura prudenziale già adottata dalle vecchie cellule del Partito Comunista Italiano.
(…)
Il Servizio di distribuzione andò avanti per tre mesi…
Finché un giorno… L’arresto di un elemento liberale di Pallanza sconvolse i piani. Tralascio il nome di questo arrestato: era un degno professionista che, al momento di essere fermato con le copie in tasca, si prese paura e, portato a Novara alla caserma delle Brigate nere, con minacce di botte e tortura, rivelò i nomi che conosceva. Per fortuna non molti, data la nostra prudenza di isolare ogni cellula.
Però ci furono numerosi arresti. Io riuscii non so come a scamparla. Ma avevo il dubbio che il mio nome fosse stato segnalato e che aspettassero il momento adatto per arrestarmi e poter prendere altri.
A Milano, chiesi consiglio sul da farsi. Era incerto, dibattuto tra l’importanza che il Servizio continuasse a funzionare e il pericolo che correvo. Mi chiese, molto esplicitamente, se me la sentivo di rischiare. Risposi di sì ma che ero preoccupato per i compagni più vicini. Allora mi comandò di passare tutte le consegne all’infermiera Ottolini, che avrebbe diretto il Servizio, e mi ordinò di raggiungere al più presto in bassa Val d’Ossola, la costituenda formazione “Valtoce” con il grado di Commissario Politico di Brigata per il Partito d’Azione.
Si concluse così il mio Servizio al quale avevo lavorato tanto.
(…)
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Il testo è parzialmente riportato in Giorgio Buridan, …in cielo c’è sempre una stella per me …, Tararà, Verbania, 2014, p.28.
Da qui anche questo ricordo di Renato Boeri:
Renato Boeri così si rivolge ai presenti a Coiromonte nel suo discorso commemorativo del 25 aprile 1975: “…ricordate amici e compagni partigiani … quando la Ginin o il vecchio pà Mena ci portavano dall’Alpe Formica ai nostri rifugi nascosti il pane, la polenta e le castagne affumicate per sopravvivere …”[6] .
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* La relazione è riprodotta integralmente comprese fotografie e documenti, salvo l’aggiunta della foto del binocolo da teatro della zia che il figlio di mio fratello Raffaello, Mattia, mi ha regalato questo natale e che colgo qui l’occasione per un regalo e ricordo davvero gradito. Sono inoltre aggiunte le poche note essenziali che seguono e i tag del blog.
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[1] Classe 1aB, Scuola Media Monti Stella, Verbania Pallanza, a. s. 2018-2019.
[2] “Madama Bolongaro e le Donne di Stresa. Ricostruzione storica”, reperibile sul web: qui.
[3] Sui fratelli Boeri cfr. Enzo Boeri, Renato Boeri; sull’attività della Stefanoni cfr. in particolare le tre puntate de I ribelli della Presa pubblicate sull’Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola.
[4] Cfr. La sorpresa della Casa della Resistenza a Boeri è il ricordo del padre partigiano.
[5] Fattomi precedentemente pervenire da Maria Silvia Caffari, che qui ringrazio.
[6] L’insieme delle informazioni riportate sono a pag. 28 e 29 (note 11 e 12). Il testo di Buridan è curato da Maria Silvia Caffari e Margherita Zucchi.
Quando il corteo dei partigiani sfila sul lungolago di Intra e delle altre località verso Fondotoce, i pochi che si trovano sul percorso e i più che scrutano da dietro le persiane chiuse[1] hanno di certo notato quella donna col foulard in testa, la mano destra fasciata e una borsa stretta al ventre che procede in testa al corteo fra “Tom”[2] e quello alto, tradizionalmente identificato con il tenente Rizzato[3], che sostengono il noto cartello. Nessuno ne sa il nome, e tra i condannati probabilmente solo il diciottenne Ciribi[4] la conosce, seppure da pochi giorni. Anche il suo fiero comportamento nei confronti dei tedeschi e di incoraggiamento ai suoi compagni di sventura (ma con incertezza sul nome) emergerà soprattutto a liberazione avvenuta.
Il 16 maggio 1945 il neo-sindaco di Verbania Vincenzo Adreani indice in municipio “un’Adunanza per onorare la memoria dei martiri di Fondotoce”; centrale tra i molti interventi l’ampia testimonianza di Suzzi, il Quarantatré sopravvissuto[5]. Così il verbale[6] sul suo ricordo di Cleonice:
“Giunti a Verbania Fondotoce, oltre la Crociera, li obbligarono sdraiarsi per terra, e tre alla volta li portavano avanti il plotone di esecuzione; nel primo gruppo figurava una donna che morì da eroe con il grido di “Viva l’Italia Libera”. Questa ragazza, racconta il ‘43’, durante il percorso ci incoraggiava e ci ripeteva «Mostriamo a questi signori come noi sappiamo morire».
E quando più avanti “Il ‘43’ ricorda alcuno fra i caduti ed altri sono indicati dai presenti” l’identità “della ragazza” viene così riportata: “signorina Tomasucci Nice di Rieti d’anni ventisette.”
Cinque settimane dopo, il 20 giugno, al termine della grandiosa commemorazione del primo anniversario dell’eccidio, i familiari delle vittime chiedono – nonostante non fosse previsto – l’immediata dissepoltura dei caduti. La famiglia Ciribi riconosce subito il corpo del figlio Sergio e successivamente quello della “signorina Nice”.
“Decidemmo di portare a Milano la salma di nostro figlio e quella della signorina. Erano morti nello stesso luogo; che riposassero insieme. Furono sepolti nel cimitero di Greco, poi furono trasferiti al cimitero monumentale, nel campo della gloria.”[7]
La divisione Valdossola, ottenute dai Ciribi le indicazioni necessarie, tramite il Comune di Petrella Salto, comunica al capofamiglia Tomassetti, tale decisione. Il padre Enrico non manifesta alcun interesse per il recupero della salma ma solo per il contributo rilasciato ai familiari dei caduti. Infatti l’11 novembre firma il modulo per il riconoscimento di Cleonice quale partigiana, modulo che tra l’altro ne riporta in modo scorretto sia nome che cognome (Tomasetti Cleonica). Alla richiesta di informazioni biografiche su questa donna di cui era noto il comportamento eroico nel giorno della fucilazione ma nulla risultava dagli archivi della formazione, il padre, tra il reticente e lo sprezzante, così risponde il 6 dicembre al comandante Dionigi Superti:
“In merito alle notizie biografiche che cotesto Spett. Ufficio mi chiede di mia figlia Tomassetti Cleonice ben poco posso io personalmente comunicare, perché mia figlia fin dall’infanzia ha quasi sempre dimorato a Roma e a Milano. Per questo le notizie interessanti occorre chiederle a persone che hanno conosciuto e avvicinato con una certa intimità mia figlia”[8].
Il vuoto di conoscenza lascia così aperto il campo a notevoli imprecisioni sul nome, sulle origini e sull’età; ad es. Anita Azzari, solitamente rigorosa nella documentazione, nel 1954 la definisce “una giovane donna di diciassette anni”[9].
Nel 1966 Nino Chiovini pubblica Verbano, giugno quarantaquattro[10] dove per la prima volta vengono pubblicati stralci del memoriale, allora inedito, del giudice Emilio Liguori[11] laddove testimonia quanto aveva potuto osservare quel 20 giugno nello scantinato di Villa Caramora. Sono i passi che meglio delineano la fierezza di Cleonice nel suo ultimo giorno e che ne fissano in modo permanente l’immagine.
«…la porta della cantina si aprì e venne fatta entrare una trentina di persone, spinta avanti a calci e a colpi di canna di moschetto da una squadra di omacci inferociti, bestiali, i quali indossavano la così detta onorata divisa del soldato del popolo eletto, dell’Herrenvolk, del superpopolo: il teutonico.
La scena che dopo l’ingresso in cantina di tanti disgraziati si presentò al mio sguardo, fu delle più penose alle quali io abbia mai assistito.
Penso che un branco di lupi famelici, quando capita in mezzo ad un gregge di pecore, usi verso le proprie vittime una ferocia meno accesa, meno sadica di quella dei soldati tedeschi verso i poveri partigiani rastrellati durante le battute eseguite in Val Grande …
I pugni, le pedate, i colpi di calcio di moschetto, le nerbate non si contavano più. Era una vera gragnuola che si abbatteva inesorabile su dei miseri corpi già grondanti sangue per ogni dove, su dei visi già tumefatti per le percosse ricevute in precedenza. Gli aguzzini sembravano presi nel turbine di un sadico furore, in preda al delirium tremens di marca tipicamente teutonica.
Ogni nerbata, ogni colpo era per giunta accompagnato da un grugnito che stava ad indicare la compiacenza dei carnefici.
Una scena orribile, dicevo, con la quale contrastava la nobile serenità dei torturati. Non un grido, non un lamento. Una fierezza diffusa sui
volti di tutti. Dal mio posto di osservazione ogni tanto ero costretto a chiudere gli occhi per non vedere. Temevo di impazzire per lo sdegno suscitato in me da tanto scempio, cui ero costretto ad assistere impotente.
Reputo che i patrioti della Val Grande, dopo aver duramente combattuto il nemico sui campo, abbiano saputo sopportare il suo bestiale furore vendicativo con la stessa fierezza e serenità che opposero ai loro aguzzini gli antichi martiri cristiani, i patrioti del nostro e di tutti i risorgimenti.
Il vertice della furibonda esplosione d’odio contro quei poveri partigiani venne raggiunto quando, ordinato loro di stendersi bocconi per terra, i teutonici si misero a pestarli camminandoci sopra con gli scarponi chiodati, grugnendo animalescamente.
[…] Notai che fra i partigiani vi era una donna, di statura media, di colorito bruno, sui venticinque anni. Anche a costei non furono risparmiati i maltrattamenti, anzi, starei per dire che la dose delle angherie sia stata nei suoi confronti maggiore. Mi parve che, quando arrivava il suo turno, il nerbo si abbassasse sulle sue spalle con maggiore furore e più violenti fossero i calci che la raggiungevano da ogni parte. Eppure la coraggiosa donna non solo incassò ogni colpo senza emettere un grido ma, calma e serena, faceva coraggio agli altri giovani, malconci da quella furia bestiale.
[Verso le quindici[12]] … i guardiani diedero un’occhiata alla loro divisa. Alcuni si tolsero la tuta mimetica rimanendo in camicia e pantaloncini marroni. Qualcuno manovrò per prova i congegni dell’arma della quale era in possesso; tutti poi si diedero con fervore a ravviarsi i capelli, guardandosi nello specchietto del quale ognuno era in possesso, ed avendo cura che la scriminatura segnasse un’impeccabile linea retta dall’occipite alla regione frontale sinistra, senza sgarrare di un pelo.
Tutto questo mi dava l’impressione di gente in procinto di recarsi ad assistere ed a prendere parte ad uno spettacolo che si preannunciava assai divertente, e non già di persone che, per contro si accingevano a compiere un eccidio senza nome.
Lo spettacolo che stava per essere ammannito fu subito intuito dalla donna, alla quale ho accennato sopra. Costei si levò in piedi e con fare spontaneo, senza sforzare il tono della voce, direi quasi con amorevolezza, rivolta ai compagni di sciagura, pronunciò queste testuali parole: “Su, coraggio ragazzi, è giunto il plotone di esecuzione. Niente paura. Ricordatevi che è meglio morire da italiani che vivere da spie, da servitori dei tedeschi”. Aveva appena finito di parlare che, infuriato le fu addosso un soldato germanico, che doveva capire un poco di italiano e che del senso delle parole pronunciate, era stato messo al corrente da un militare italiano. (Quale schifo il contegno servile verso i padroni tedeschi dei militi fascisti! Non di tutti per fortuna, perché ne vidi più di uno fremere di rabbia, osservando ciò che di orribile si compieva intorno a lui). La donna fu colpita atrocemente da più di uno schiaffo e da uno sputo sul viso. Non si scompose; incassò impassibile, e poi fiera, e con aria inspirata, quasi trasumanata, disse parole che per mio conto, la rendono degna di essere paragonata a una donna spartana, o meglio ancora ad una eroina del nostro risorgimento: “Se percuotendomi volete mortificare il mio corpo, è superfluo il farlo: esso è già annientato. Se invece volete uccidere il mio spirito, vi dico che è opera vana: quello non lo domerete mai”. Poi rivolta ai compagni: “Ragazzi, viva l’Italia, viva la libertà per tutti!” Gridò con voce squillante.»
A ventidue anni dalla sua fucilazione conosciamo in modo pressoché dettagliato l’ultimo giorno di vita di Cleonice, ma sulla sua vita precedente vi è ancora il vuoto riempito da ipotesi ed illazioni: il cognome è perlopiù indicato erroneamente come Tommasetti (o Tomasetti) e la sua origine e professione quale “maestra di Milano”.
Ma soprattutto il vuoto ne favorisce la mitizzazione, una duplice mitizzazione che ruota intorno a due differenti icone: una che possiamo definire “ufficiale” presente in più testi della resistenza, la seconda che potremmo definire “sotto traccia” frutto in buona parte di passaparola orale.
Quella “ufficiale”, sia pur con varianti da testo a testo, ci fornisce l’immagine di una maestra di Milano, unitasi alla resistenza quale staffetta, moglie di un partigiano e incinta di quattro mesi[13]. Icona consolatoria, di fatto funzionale a una ideologizzazione della resistenza che ha teso a uniformare in immagini stereotipate la ricchezza plurale e variegata della resistenza sia militare che civile; frutto certo di una reazione di difesa contro minimizzazioni e attacchi del ruolo della lotta di liberazione, ma difesa fragile e sostanzialmente controproducente.
In quella che ho indicato come “sottotraccia” e che essenzialmente Chiovini fa propria nel 1974 ne “I giorni della semina”[14] si passa dall’eroina partigiana all’icona romantica della donna innamorata che, incurante delle convenzioni (lei 32 anni, lui 18 anni da soli tre mesi), raggiunge il suo amato, per portargli magari un messaggio o un’arma, ma sostanzialmente per poter stare con lui. Amore irregolare per quei tempi (e non solo) e da tener nascosto nei testi ufficiali ma, non per questo, meno chiacchierato. Versione (e mitizzazione) nata evidentemente dal fraintendimento della decisione dei Ciribi – consapevoli della non possibilità per la famiglia lontana di venire a prelevare la salma – di farsi carico, oltre a quelle del figlio, delle esequie di Cleonice. Ma con buona probabilità alimentata anche dall’immagine – che emerge pure nei ritratti fotografici – di una donna bella e determinata: uno degli argomenti
privilegiati delle “voci che corrono” e, spesso, delle “male lingue”. Non capiremmo allora, oggi che conosciamo la realtà del suo percorso di vita, il senso della poesia di Dante Strona[15] che fa prevalentemente riferimento a questa seconda versione del mito e che inizia con un verso, Non so se eri una peccatrice, di un insopportabile e altrimenti incomprensibile moralismo.
Nell’ambiguità delle due figure mitiche contrapposte, per molti anni di Cleonice si preferisce parlare il meno possibile. Le cose cambiano nella prima metà degli anni Ottanta. I famigliari del Giudice Liguori acconsentono alla pubblicazione integrale sul numero 2/1980 della rivista Verbanus del suo diario Quando la morte non ti vuole[16], scritto a caldo nel 1944 dopo la sua liberazione e depositato dopo la sua monte (1968) in copia dattiloscritta al Museo del Paesaggio di Pallanza, di cui, come abbiamo visto e riportato, erano noti solo alcuni passi riprodotti da Chiovini.
Giudice istruttore presso il tribunale di Verbania Pallanza, la mattina del 20 giugno 1944, con l’accusa di collaborare con la resistenza
viene arrestato e tradotto nello scantinato di Villa Caramora, a Intra, dove il primo pomeriggio viene portato, con spintoni e percosse, un gruppo di partigiani fra cui Cleonice. Colpito dalla fierezza della donna, dalle sue reazioni alle percosse e dal suo atteggiamento di sostegno e incitamento dei compagni, ne riporterà in dettaglio comportamento e parole nel suo memoriale, completandolo con le informazioni raccolte la sera, dopo l’eccidio, dal partigiano anglo-rhodesiano Frank Ellis che, anch’egli tradotto a Fondotoce, viene però risparmiato.
Nel suo memoriale vi è, in particolare, a conclusione della testimonianza su Cleonice, un invito a celebrarne pubblicamente la figura:
«Anima grande! So (per avermelo confidato un poliziotto, un bolzanese che accompagnò il triste corteo fino al luogo dove avvenne l’esecuzione e vi assistette) che, durante tutto il tragitto di circa cinque chilometri da Intra a
Fondotoce, essa continuò a conservare una calma ed una serenità incredibile in una donna: e tale calma e tale serenità seppe per virtù dell’esempio, comunicare agli altri suoi compagni di sventura, avanzò per prima verso i carnefici, guardandoli fieramente negli occhi. Le sue ultime parole furono: “Viva l’Italia!”.
Come lei morirono coraggiosamente sotto le raffiche delle mitragliatrici i suoi quarantadue compagni. Ignoro il nome di questa donna, ma farò di tutto, quando tempi migliori e maggior libertà me lo consentiranno per conoscerlo e additarlo alla pubblica ammirazione. Ebbene non vada dimenticato chi ha saputo soffrire e morire con il nome di un’Italia libera, immune dalla peste fascista, sulla bocca e nel cuore. Il ricordo si contrapporrà a quello delle tante donne italiane, che mentre la Patria era prostrata nella polvere della sconfitta, trescavano pubblicamente con il tedesco, al quale non negavano sorrisi, abbracci ed altro.» (p. 173-174)
L’interesse per la figura di Cleonice si riaccende e, su proposta del Comitato Unitario della Resistenza, nel 1981 Comune di Verbania e organismi scolastici decidono di intitolarle la Scuola Elementare di Intra alta. Chiovini intraprende per l’occasione la ricerca di testimonianze di chi aveva avuto rapporti diretti con lei. Il materiale raccolto, integrato con anteriori ricerche e con il memoriale Liguori,
permette la pubblicazione di “Classe IIIaB. Cleonice Tomassetti vita e morte”[17]. Opera fondamentale, non solo perché permette il definitivo passaggio della figura di Cleonice dal mito a una storia documentata, ma anche perché, pur nell’ambito di una pubblicazione di sole 66 pagine, è ricca e densa di significato e di possibili sottolineature. A partire dal titolo che letto superficialmente si limita ad indicare il luogo, la classe, dove Nice è stata imprigionata dopo il suo arresto in Valgrande; ma è anche – direi soprattutto – un riferimento implicito al mito della maestra milanese che viene da un lato demitizzato e dall’altro rinnovato quasi che quella prigionia in un ambiente scolastico l’abbia consacrata quale “maestra” dei suoi compagni nello scantinato di Villa Caramora e lungo quella sorta di via crucis laica che da Intra li ha portati sulla piana di Fondotoce, indicando loro l’atteggiamento e le parole da pronunciare nel momento estremo.
“Prendiamo atto, a seguito delle testimonianze riportate, che Nice non era un’insegnante, che non attendeva un figlio, che non era una staffetta partigiana. Aveva frequentato soltanto le classi elementari di una scuola di paese; in quel momento non c’era nessun uomo nella sua vita; soltanto a una settimana prima della sua morte risaliva il suo ingresso nella resistenza militante.
È bene fare giustizia delle inesattezze a suo tempo dette e scritte su di lei; nella sua vera identità, Nice diventa più comprensibile, persino più apprezzabile.”[18]
Chiovini ci invita pertanto ad abbandonare le raffigurazioni precedenti di Nice e, grazie alla sua ricostruzione, possiamo leggere e rileggere la sua vita tragica ed esemplare sotto diverse angolature: quella del contesto socio politico – la povertà e la cultura patriarcale del mondo contadino di origine – che ne predetermina la tragicità del percorso; quella di un itinerario di formazione – dalla reazione ai soprusi delle famiglie della “Roma bene” alle amicizie ed affetti milanesi – che la porta all’antifascismo e alla decisione di una resistenza attiva; quella più specificamente femminile di una donna risoluta che sa contrapporsi ad una oppressione di genere negli ambiti familiari, sociali e politici.
Mi soffermo sulla dimensione etica: alla base della partecipazione alla resistenza vi è una scelta, per i più dopo l’8 settembre, per alcuni prima. Ebbene, l’intera vita di Cleonice è contrassegnata da “scelte”. Scelte non nel senso banale di opzioni o preferenze, ma nel senso forte, proprio dell’etica, di intraprendere un’altra strada, di non lasciar correre, di non continuare a subire. Allora la “Scelta” è tale quando l’alternativa non è tra due opzioni allo stesso livello, ma propriamente tra “il non scegliere” lasciando che le circostanze e/o altri decidano per noi, e quella del “salto”, della deviazione in altra direzione assumendosene la responsabilità e il rischio[19].
Nice avrebbe potuto continuare a subire la violenza paterna tra le mura domestiche, come a quei tempi e spesso ancor oggi avviene per la pressione del contesto, avrebbe potuto continuare a vivere nell’ambiente romano con almeno il conforto della sorella maggiore nonostante il parto indesiderato le abbia procurato la nomea di “una poco di buono” e ulteriori tentativi di abuso, avrebbe potuto, dopo la morte del compagno Mario, restare a Milano accettando un destino di solitudine, avrebbe potuto dopo l’arresto a Corte Bué negare ogni addebito invece di assumere su di sé anche la responsabilità dei due compagni, avrebbe potuto nello scantinato di villa Caramora e durante il tragitto stare in silenzio, non mettersi ulteriormente in mostra con il suo atteggiamento e le sue parole di sfida e incitamento. Invece in tutte queste situazioni (e probabilmente in molte altre che non conosciamo) Cleonice ha scelto la strada più difficile e rischiosa, aperta ad ogni incognita, consapevole che altrimenti ne avrebbe pagato la sua dignità e la sua libertà.
Con la pubblicazione di Classe IIIaB la conoscenza, almeno nelle linee essenziali, della vita effettiva della Tomassetti è stata recuperata ma questa conoscenza, anche dopo la riedizione del 1994[20], non ha superato l’ambito locale. La figura di Cleonice, al di fuori del nostro ambito territoriale, rimane poco nota e quando se ne parla su testate o pubblicazioni nazionali, anche su quelle legate alla resistenza, i riferimenti sono a quella che abbiamo sopra definito quale versione “ufficiale”[21].
Le cose cominciano a cambiare dopo che l’editore Tararà nel 2010 decide di pubblicarne una nuova edizione, ampliata con due “annotazioni storiche”[22] e affidando, dietro consiglio di Roberto Begozzi, la prefazione a Maria Silvia Caffari che rilegge il personaggio
di Nice sfruttando la propria sensibilità artistica e femminile. Non solo: se ne è fatta in un certo senso testimone e portavoce con uno spettacolo teatrale più volte rappresentato[23] e facendo conoscere il testo di Chiovini in ambito nazionale; tra gli altri ne consegna copia al giornalista Aldo Cazzullo che ne riprenderà le vicende in due suoi libri[24] di ampia diffusione nazionale tanto che l’attore Neri Marcorè ne ha letto un brano su questa esemplare figura di donna e patriota di fronte a migliaia di giovani, a Roma, durante il concerto del Primo Maggio 2011.
Cleonice è così diventata, anche a livello nazionale, una delle figure che incarnano il protagonismo femminile nella Resistenza e la molteplicità di percorsi che hanno portato donne e uomini dalle più diverse provenienze alla lotta di Liberazione.
In un recente saggio sulla matrice partigiana della Costituzione lo storico del diritto Giuseppe Filippetta[25] le dedica un paragrafo dal titolo “La sovranità in una borsa”; dopo averne ripercorso le vicende sulla base del testo di Chiovini, analizza le tre fotografie del corteo sottolineando come l’immagine della donna con la sua borsa ne rappresenti il fulcro.
“Chi guarda una qualsiasi delle tre foto non riesce a non guardare la borsa di Cleonice; anche se questa è sempre al margine destro della scena, l’attenzione di chi guarda va lì anche perché la borsa è sempre esattamente al centro dello spazio delimitato dalle due aste che reggono il cartello e dal cartello stesso. Lo sguardo va lì, sul margine destro della scena, al centro dello spazio tracciato dal cartello, e nelle due mani che serrano la borsa legge la volontà di non abbandonare qualcosa che è prezioso, che non può essere lasciato agli aguzzini, qualcosa da portare con sé sino alla fine, oltre la fine, per consegnarlo a coloro che stanno guardando la scena e a coloro che guarderanno la foto. La borsa attira la nostra attenzione perché troviamo istintivamente in essa, per la fermezza con la quale è portata, per l’indipendenza dello sguardo che non si piega alle pose nazifasciste, la risposta alla domanda scritta sul cartello: siamo i liberatori dell’Italia. La borsa di Cleonice è il simbolo della scelta di salire in banda che Cleonice ha fatto solo pochi giorni prima e che ha mantenuto sotto le violenze e le torture con le quali hanno provato a usare il suo corpo per far scomparire la sua scelta. La borsa di Cleonice è la sovranità di chi prende su di sé la paura e la responsabilità della morte per creare un nuovo ordine di libertà, e nessuna pallottola può uccidere una borsa, specie se a tenerla tra le mani è una persona che, scegliendo, ha reso incancellabile la propria dignità sovrana.” [26]
In un altro passo Filippetta ne sottolinea la specificità femminile:
“Nella scelta di Cleonice, e in quella di tante donne che partecipano in prima fila alla guerra di liberazione (si pensi al ruolo fondamentale che esse svolgono nella Resistenza emiliano-romagnola e in quella biellese) c’è pure lo strappo con la società tradizionale e con i suoi modelli patriarcali e maschilisti, ci sono la voglia e il coraggio dell’indipendenza rispetto a costumi e convenzioni che vogliono rinchiudere la donna in ruoli comunque subalterni. Anche in questo la Resistenza – tutta, non solo quella rossa – è un movimento di liberazione.” [27]
Soprattutto la Caffari, prendendo contatto con l’Anpi di Rieti e con il Comune di Petrella di Salto, ha permesso a quelle terre di riappropriarsi collettivamente della memoria di Cleonice, diventata sempre più la loro “eroina della resistenza”. Il sindaco Gaetano Micaloni nel 2011, anno del centenario della nascita di Cleonice, parteciperà il 19 giugno alla 67a commemorazione dell’eccidio di Fondotoce inaugurando in memoria della compaesana un cippo collocato nell’area dedicata alle Donne della Resistenza e portando i saluti alla manifestazione.
“Ringrazio in particolare i responsabili della Casa della resistenza che in questi anni hanno saputo custodire la memoria, la figura di Cleonice Tomassetti. Cleonice è nata in un paese dove la terra dura ha temprato il suo carattere, la sua vita fiera e indomita. Io sono venuto oggi a rappresentare la comunità di Capradosso e Petrella Salto e sono qui presenti i familiari di Cleonice Tomassetti.”
Per la prima volta il Comune di Petrella Salto, a novembre in occasione del centenario della nascita, ne organizzerà la commemorazione pubblica. E da allora nel suo Comune e nella provincia di Rieti numerose sono state le iniziative (lapidi, spettacoli, presentazioni librarie ecc.) in sua memoria. Nel 2017 a settembre, in due giorni di celebrazione, viene intitolato “Largo Cleonice” e una targa di ricordo è
apposta sulla sua casa; e si arriva al Concorso “I giovani e la memoria” proposto per l’anno scolastico 2018-2019 dall’Anpi e dalla CGIL reatine, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale, agli studenti di quel territorio che ha vissuto, in particolare nei primi mesi del ’44, le ferite della guerra e dell’occupazione e che si libera dalla presenza nazifascista nel giugno 1944 quando i partigiani entrano a Rieti prima dell’arrivo delle truppe angloamericane[28]. La prima scuola premiata è stato l’Istituto Comprensivo di Petrella Salto che, con le classi della Terza Media, ha realizzato il filmato Come un fiore reciso. Cleonice Tomassetti, partigiana nell’animo che, con la sensibilità tutta femminile delle sue studentesse e la parlata locale di una giovane interprete, ripercorre la vita di una donna fiera, libera e indipendente nonostante le tragedie che hanno costellato la sua vita, ma anche negli affetti e nella ricerca della gioia e della bellezza del vivere.
Nel momento in cui i colpi la falcidiano e cade a terra, il suo “spirito intatto” ritorna alla sua terra e la vediamo salire sulla Rocca di Beatrice Cenci a Petrella Salto per trasmetterci il suo messaggio:
«Oggi più che mai sono antifascista. Morire per delle idee è affascinante. Per un’Italia libera dalla violenza degli uomini. In una terra dove una donna possa scegliere, esprimersi, lavorare, partecipare. Perché la morte non può farmi paura.
Mi rivolgo ai quarantadue uomini che mi hanno accompagnato in questo doloroso corteo: “Coraggio compagni. Facciamo vedere a questi signori come sanno morire gli italiani. Hanno infangato e umiliato il mio corpo in ogni modo, ormai è annientato. Ma il mio spirito è intatto. Viva l’Italia!”.
Raccontate questa storia. Non sono stata una maestra. Non sono stata una staffetta. Tanto meno un’eroina. Questo sono stata: una donna che come tanti altri fiori recisi della mia terra, come la più popolare Beatrice Cenci, ha saputo essere se stessa sfidando la violenza e il pregiudizio. Una donna che ha amato e desiderato la libertà sopra ogni altra cosa al punto da cavalcare e vincere la morte stessa. Una partigiana nell’animo.»
A distanza di 75 anni possiamo dire che Cleonice è definitivamente tornata a casa.
E, forse non a caso, qui nel Verbano, nello stesso periodo in cui quel filmato viene presentato e premiato, su WhatsApp viene diffusa, dapprima anonima, un’altra intesa lettura, anche questa femminile, della figura della nostra Nice, partigiana e alchimista[29]. Dopo essere riusciti a conoscerne l’autrice le abbiamo chiesto l’autorizzazione a pubblicarlo.
* Articolo inizialmente scritto per Nuova Resistenza Unita (n. 1/2020) ma, rivelatosi decisamente troppo lungo, su RNU compare in versione ridotta.
[1] “Per la via non incontravamo quasi nessuno perché la gente era terrorizzata. Ma chissà quanti occhi erano puntati su di noi dalle persiane delle finestre”: dalla testimonianza di Carlo Suzzi in Orazio Barbieri, I sopravvissuti, Pentalinea, Prato 1999, p. 48.
[2] Carlo Antonio Beretta “Tom” (Monza, 11.07.1913), capitano di fanteria e dal febbraio precedente partigiano del Valdossola, come tutti i partigiani noti fucilati a Fondotoce. [Nota biografica, come le successive, estratta dalla Banca Dati del Centro di Documentazione, consultabile sul sito https://www.casadellaresistenza.it/].
[3] Ezio Rizzato, nato a Pressana (VR) il 27.09.1909, tenente di complemento di artiglieria; si è unito al Valdossola sin dagli inizi della formazione (settembre-ottobre 1943) e vi ha assunto il ruolo di Aiutante Maggiore. È tradizionalmente identificato con il partigiano che regge il cartello alla destra di Cleonice nel lato verso la strada. Suzzi dice invece che Rizzato era vicino a lui più indietro, che portava il cappello di alpino, e che sarà fucilato insieme a lui e a un giovane varesino rimasto ignoto. Di quello alto che reggeva il cartello racconta invece che, mentre tutti durante la fucilazione erano “… sereni e forti. Soltanto uno, quello alto che portava il cartello, era impazzito. Si era messo a correre per il prato. I Tedeschi lo afferrarono e lo trascinarono a forza vicino a noi. Un tedesco lo tenne per il bavero della giacca ed un altro gli sparò con la pistola sul viso.” (I sopravvissuti, cit. p. 50)
[4] Sergio Ciribi (Milano 17.03.1926). Era salito in montagna con Giorgio Guerreschi (Milano, 1926) e Cleonice a metà giugno e, subito dopo la prima notte a Corte Bué, catturati nel pieno del rastrellamento. La conoscenza fra Ciribi e Cleonice risale agli inizi del mese (cfr. più avanti la ricostruzione di Chiovini).
[5] Carlo Suzzi “Quarantatré” (Busto Arsizio, 16.07.1926 † 16.07.2017 Bang Lamung, Tailandia) partigiano del Valdossola dal dicembre 1943.
[6] Riportato integralmente in Mino Ramoni, Vincenzo Adreani. Primo sindaco di Verbania. Il sindaco della liberazione (1883-1948), VB/doc, Verbania 2009, p. 64-68.
[7] Nino Chiovini, Classe IIIaB. Cleonice Tomassetti vita e morte, 3^ ed. Tararà, Verbania 2010, p. 39 (Testimonianza di Edvige Uggeri vedova Ciribi). In realtà il “Campo della Gloria” è al Cimitero Maggiore (Musocco): Campo 64 Perpetuo destinato ai Caduti della Lotta di Librazione. Qui riposa la salma di Tomasetti (sic) Cleonice (n. 443); al suo fianco, oltre Sergio Ciribi (n. 444), altri due partigiani fucilati a Fondotoce: Luigi Brown (n. 442) e Franco Marchetti (n. 445).
[8] Classe IIIaB cit., p. 72.
[9] Anita Azzari, L’Ossola nella Resistenza italiana, Il rosso e il blu, Santa Maria Maggiore 2004, p. 74 (riedizione del testo del 1954).
[10] Edito a cura del Comitato Permanente Verbanese della resistenza e del Circolo Nuova Resistenza con il patrocinio del Comune di Verbania nel XX della Repubblica e nel XXII anniversario dell’eccidio di Fondotoce, Verbania giugno 1966.
[11] Verrà pubblicato sedici anni dopo, cfr. sotto nota n. 16. Lo stralcio sotto riportato riprende integralmente quanto riportato da
Chiovini in questa opera (p. 53-55) e poi riprodotto nelle varie edizioni de I giorni della semina. Rispetto al memoriale pubblicato anni dopo vi sono alcuni stralci e qualche variante non significativa.
[12] Il memoriale poi pubblicato dice più correttamente “alle cinque” ovvero le diciassette.
[13] I testi principali che hanno veicolato questa mitizzazione sono: Mounier W., L’allucinante racconto di 43, in “La lotta”, Novara giugno 1954; Secchia P. – Moscatelli C., Il Monterosa è sceso a Milano, Einaudi, Torino 1958; Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, vol. II, La Pietra, Milano 1971, p. 387; Addis Saba M., Partigiane. Tutte le donne della resistenza, Mursia, Milano 1998, p. 137. Questa versione, con piccoli aggiornamenti, è ancor oggi, incredibilmente e nonostante le richieste di correzione, riportata sul sito ufficiale nazionale dell’ANPI: https://www.anpi.it/donne-e-uomini/2660/cleonice-tomassetti . Corretta invece su Wikipedia la voce Cleonice Tomassetti.
[14] In Verbano, giugno quarantaquattro (Comitato della Resistenza, Verbania 1966, p. 71 nota 42) Chiovini parlava ancora di “una maestra elementare di Milano, staffetta della formazione Valdossola”, mentre ne I giorni della semina (Comitato per la Resistenza nel Verbano, Comune di Verbania 1974, p. 7 nota 8) – versione immutata anche nelle edizioni successive – ci presenta Cleonice ancora come maestra, di Rieti, non staffetta partigiana, ma semplicemente una donna “salita a Rovegro, dove fu catturata, per rivedere una persona a lei cara, un partigiano che venne poi fucilato a Fondotoce accanto a lei.” Chiovini chiarirà e approfondirà la differenza fra le due versioni in un articolo (Fondotoce fra passato e presente) su Resistenza Unita del maggio 1979.
[15] Ragazza partigiana, poesia datata 22 giugno 1980, riportata da Chiovini all’inizio di Classe IIIaB (p. 5).
[16] Verbanus n. 2/1980, Alberti libraio editore, Verbania gennaio 1981, p. 140-212. Ripubblicato in volume dallo stesso editore nel 1982, annotato da Nino Chiovini, con il titolo Quando la morte non ti vuole. I casi di un giudice istruttore al tempo della grande tormenta. Il rastrellamento in Valgrande del giugno 1944 nel diario di un uomo libero (pp. 113).
[17] Edito dal Comitato Unitario per la Resistenza nel Verbano e con il “Patrocinio del Comune di Verbania in occasione dell’intitolazione della Scuola Elementare di Renco-Righino a Cleonice Tomassetti”, Verbania giugno 1981.
[18] Classe IIIaB cit., p. 65.
[19] Ho esplicitato questa concezione forte di “scelta” richiamandone l’origine nel pensiero di Søren Kierkegaard ed illustrandola con esempi storici e contemporanei in un incontro con gli studenti sul tema del volontariato; l’intervento è reperibile sul mio blog: Modalità della SCELTA e contesto storico.
[20] Sempre a cura del Comitato Unitario per la Resistenza nel Verbano; riedizione, o meglio ristampa, sostanzialmente identica alla precedente.
[21] Ad esempio sul Corriere della Sera del 20 giugno 1994 e, ancor più recentemente, su Patria indipendente del marzo/aprile 2009.
[22] Mauro Begozzi, 20 giugno 1944: tre foto e una variante, p. 77-84; Gianmaria Ottolini, Nice dal mito alla storia, p. 85-92.
[23] Cleonice, Teatrino al forno del pane fondato da Giorgio Buridan, maggio 2011.
[24] Viva l’Italia. Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra nazione, Mondadori, Milano 2010, pp. 93-94; Possa il mio sangue servire. Uomini e donne della Resistenza, Rizzoli, Milano 2015, cap. V, pp. 56-65. I due passi di Cazzullo riprendono il testo di Chiovini correttamente nella sostanza ma con alcune imprecisioni: ad es. il giudice Liguori diventa un “medico antifascista”.
[25] L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione, Feltrinelli, Milano 2018.
[26] Ivi, p. 64-65.
[27] Ivi, p. 170-171.
[28] La documentazione sul concorso e i lavori premiati, introdotti dal tema della memoria e un inquadramento sulla resistenza nella provincia di Rieti, è pubblicata nel volume a cura di Giuseppe Manzo, I giovani e la memoria. Gli episodi della Resistenza a Rieti e in provincia raccontati dagli studenti reatini, Edizioni Funambolo, Rieti 2019. Il libro è dedicato Alla memoria di Cleonice Tomassetti.
[29] Maria Minola, Cleonice Tomassetti, l’alchimista.
Tra le carte di famiglia ho rinvenuto questa tesina universitaria di venticinque anni fa. Oggi è possibile “sfogliare” online tutta la collezione de “La Stella Alpina” all’interno de I giornali alla macchia e questo lavoro può esser lo stimolo per una lettura approfondita di questo come di altri giornali clandestini della Resistenza. Per “un ritorno alle fonti” o anche semplicemente per rivivere in diretta, al di là delle mediazioni, lo spirito di quei tempi.
Ringrazio le autrici per l’autorizzazione alla pubblicazione (go).
LA STELLA ALPINA
Giornale clandestino della Resistenza
In Valsesia e nel Verbano Cusio Ossola [1]
di Beatrice Ruffini e Valentina Ottolini
COME NASCE”LA STELLA ALPINA”
Quando nella primavera e inizio estate del 1944 le formazioni Garibaldine della Valsesia, dopo la fase di rastrellamenti invernali conclusasi con il gran rastrellamento dell’inizio di aprile, avviano quella liberazione che si spingerà poi fino a Romagnano, già parecchie tipografie collaborano alla resistenza stampando volantini e manifesti clandestini; comincia allora a farsi più forte la necessità di un vero e proprio giornale con uscite più o meno regolari che diventi portavoce delle formazioni garibaldine operanti in Valsesia, nel Cusio, nell’Ossola e nel Verbano.
L’idea di mettere in atto il giornale viene al capitano Ciro (Eraldo Gastone) durante la sua permanenza presso il 1° Comando partigiano organizzato su base
militare a Foresto Sesia. La situazione in Valsesia però si capovolge a causa dello scarso armamento e l’idea del giornale deve essere temporaneamente abbandonata.
L’iniziativa viene ripresa dopo il trasferimento del Comando Operativo a Valduggia, località ideale per la sua immagine di paese tranquillo che non desta sospetti e nello stesso tempo in posizione strategica per la sua collocazione a due passi dai centri più abitati della bassa Valsesia (Borgosesia, Serravalle, Grignasco) e lungo l’itinerario che porta al passo della Cremosina che consente il rapido accesso al Cusio (S. Maurizio d’Opaglio, Omegna) e al Borgomanerese (Gozzano, Borgomanero).
Così scrive Moscatelli:
“Nella Valsesia e nella Valdossola le condizioni per condurre la guerra partigiana nel complesso erano più favorevoli nella media valle e nella pianura novarese che non in montagna. (…)
In primavera, anche come conseguenza della ripercussione dell’avanzata degli alleati, i Comandi partigiani si orientano a portare la lotta in pianura. Il Comando della VI Brigata decide di spostarsi a valle sia per essere più vicino a quella che sarebbe diventata la zona di operazione, sia per la necessità di trovare sistemazione in una località che non sia più nota a tutti, e che non finisca, quindi, per essere sempre l’obiettivo principale del nemico. Sistemando il Comando in zona avanzata, verso i centri dove l’attività partigiana sarebbe diventata presto molto intensa, si poteva garantire la sua sicurezza più con misure di vigilanza che non col numero di partigiani posti a sua difesa, assicurando il suo collegamento con i reparti mediante un regolare servizio di staffette e lo spostamento continuo dei suoi membri verso le formazioni.
Il Comando della VI Brigata viene spostato a Valduggia nella casa di Angelo Zanotti, un vecchio cascinale ai margini del paese che diviene luogo di riunione con i comandanti delle diverse formazioni.
Valduggia, tranquillo e industrioso comune di circa tremila abitanti, incassato nella valle omonima, fu dapprima un nido, un rifugio, per diventare in breve tempo la cittadella dei partigiani anche se le sue case antiche, le sue nitide chiese, le graziose frazioni sperdute tra le verdi serenità dei boschi, vi conferivano un aspetto quanto mai innocente e pacifico.
A pochi chilometri dalla carrozzabile e dal forte presidio fascista di Borgosesia, controllata pure dal presidio tedesco di Gozzano, Valduggia condusse per più di un anno una intensa, silenziosa e ininterrotta vita garibaldina. Vi si stabilì la sede non soltanto del Comando, ma dei servizi, le stazioni radio, l’ospedale, la sartoria, il calzaturificio dei fratelli Barlassina, i magazzini, i depositi e più tardi persino la tipografia Stella Alpina.” [2]
Lo stesso Capitano Ciro prende parte all’edizione del giornale insieme al Commissario Politico Cino (Vincenzo Moscatelli) e ad un gruppo di giovani collaboratori fra cui Pino, il Capo Redattore e Adolfo il tipografo. “La Stella Alpina” vede così la luce il 12 ottobre 1944 con il suo numero 1, anno I, portante la data del 15 ottobre 1944. Essa prende spunto da giornali provenienti da Milano quali “Il Combattente“, “L’Unità” e “La nostra lotta“.
Non mancava probabilmente una certa emulazione con le formazioni garibaldine del Biellese che dal 1° settembre erano uscite con il loro organo “La Baita“, giornale che diventerà successivamente portavoce di tutte le formazioni partigiane del Biellese.[3]
La scelta del nome “Stella Alpina” e del corrispondente simbolo non è stata difficile: il fiore, da sempre considerato emblema delle Alpi, dei montanari e degli alpini, era anche il contrassegno dei garibaldini della zona.
“La «Stella Alpina» metallica o ricamata era cucita come mostrina di riconoscimento sulle divise dei garibaldini di quelle valli; ora diventava anche il titolo del loro giornale, simbolo di forza e di resistenza, incitamento a nuove audacie, alla conquista di più alte vette per la libertà.
«Baita» e «Stella Alpina» erano una necessità non soltanto per i partigiani combattenti ma per le popolazioni delle zone liberate…” [4]
Il lavoro editoriale risulta particolarmente difficile sia per la mancanza di fondi che per l’utilizzo di caratteri tipici di una piccola tipografia, gli unici a disposizione; senza dimenticare naturalmente i problemi legati alla condizione stessa di clandestinità.
Dice Angelo Zanotti, l’organizzatore del sistema di sicurezza del Comando segreto di Valduggia:
“…un sotterraneo bene attrezzato, con macchine da scrivere, radio e tutto, insomma un posto tranquillo. (…) Era una casa che
chiunque avesse potuto anche entrare lì, se era chiuso non potevano vedere niente; come dove avevo il magazzino, dove tenevo i materiali, i giornali per la distribuzione, che l’avevo sotto terra: si tirava su una botola e lì sotto poi c’era una sala molto lunga, con degli scaffali; poi sopra questa botola veniva sparso un po’ di terra, un po’ di sabbia, che non si vedeva proprio niente insomma. (…)
D.: In tipografia avete mai avuto delle difficoltà?
R.: No, si stampava tranquillamente. C’era già prima questa tipografia dei fratelli Tosalli a Valduggia. Era sicura. La notte in cui si stampava i giornali si raddoppiava la sorveglianza. La sorveglianza [veniva fatta] molto da lontano, che si arrivava quasi a metà strada tra Valduggia e Borgosesia, e poi così anche dalle altre parti, di modo che si facesse in tempo a fare sparire tutta la roba che fosse stata in macchina.” [5]
Il principale problema da affrontare è comunque quello della distribuzione: bisogna far pervenire pacchi voluminosi e compromettenti alle brigate e alle divisioni da dove, a loro volta pervenivano rapporti, “giornali murali” e informazioni dal C.I.P. (Centro Informazioni e Polizia), oltre che le collaborazioni dei vari scrittori sparsi nei diversi distaccamenti; a tutto questo intenso traffico provvede l’Ufficio di Smistamento diretto dallo stesso Angelo Zanotti. I collegamenti e il trasporto dei giornali viene garantito dalla preziosa collaborazione di ragazze che riuscivano a passare inosservate ai posti di blocco tenendo nascoste le pile di giornali in borse e gerle ricoperte di verdure, fieno o magari di “funghi porcini”.
COME È ORGANIZZATA
“La Stella Alpina” inizialmente è l’organo del Comando Unificato delle Brigate Garibaldine della Valsesia, del Cusio, dell’Ossola e del Verbano comandate da
Cino Moscatelli. Successivamente diventerà l’organo di tutte le formazioni (Volontari della Libertà). Come “Direttore Responsabile”, nonostante la condizione di clandestinità, si è comunque firmato lo stesso Moscatelli.
Essa fa parte del complesso panorama della stampa delle Formazioni Garibaldine (si contano almeno 100 giornali) facilmente riconducibile ad una tematica unitaria per il rapporto più costante delle formazioni locali con la direzione centrale e per una maggiore circolazione della stampa di partito. In realtà questo tipo di pubblicazione è principalmente opera dei Commissari Politici e dei Comandanti di Divisione che sono più presenti e attivi rispetto a quelli delle altre formazioni.
“La Stella Alpina“, che continuerà ad uscire come settimanale di informazione anche nel dopoguerra, si presenta inizialmente come quindicinale a stampa di grande formato, quasi sempre di due pagine strutturato, tenendo conto delle condizioni di difficoltà sopra ricordate, con grande professionalità. Si distingue tipograficamente per le caratteristiche di una moderna testata locale.
Si rivolge in primo luogo ai partigiani combattenti, ma progressivamente presta attenzione al pubblico più vasto dei collaboratori, simpatizzanti e, quando la situazione lo consente, alle popolazioni delle zone liberate. Afferma a questo proposito Domenico Tarizzo, distinguendo la stampa partigiana di montagna da quella di città:
“E qui ci accostiamo intimamente al compito della stampa partigiana: compito vario e complesso, ma con un unico obiettivo fondamentale: l’avvio di un dialogo tra l’italiano oppresso dal fascismo, e un mondo di idee che nel frattempo ha continuato ad andare avanti.
Funzione della stampa militare tradizionale è di creare, o di contribuire a creare, uno spirito di corpo. Anche la stampa partigiana deve assolvere a compito analogo, ma mutato è il significato di «spirito di corpo», mutato è (in certi limiti) lo stile, mutate sono le prospettive. (Per averne un’impressione abbastanza pertinente e sincronica, basta sfogliare uno dei documenti non dico dell’altra parte della barricata, del nemico, ma dell’alleato, del fratello dall’altra parte del fronte, del Corpo Italiano di Liberazione di inquadramento monarchico-badogliano che risale l’Italia al fianco degli angloamericani). Per un foglio partigiano, il «corpo» è, almeno potenzialmente, l’intero popolo italiano: ed è questo pubblico che l’anonimo articolista ha sempre davanti agli occhi, più che i limiti sovente angusti della propria Formazione. Qui è la svolta inedita, la novità. Date le condizioni precarie dell’arruolamento partigiano, il patto di volontariato può essere infranto in ogni momento, se solo vien meno lo slancio, la fiducia di contribuire a fare una storia d’Italia diversa. In particolare la stampa di montagna ha quindi la funzione di spiegare e approfondire i motivi di una scelta che poteva anche essere emozionale, fondata su un calcolo di sopravvivenza (sfuggire alla deportazione in Germania; sottrarsi alla leva fascista), o su un moto di subitanea indignazione (ribellione alle violenze di tedeschi e fascisti).
Alquanto diversa la funzione della stampa di città, in genere più politicizzata, nel senso di una maggior interdipendenza dal pensiero dei partiti (…).” [6]
La funzione della “Stella Alpina” è pertanto quella di fornire le direttive militari, gli articoli di informazione politica spesso derivati dagli organi ufficiali di partito, e un’ampia informazione sulla guerra articolata in diverse rubriche:
- “Brigata degli eroi“: rubrica in evidenza grafica nelle cui colonne vengono elencati i nomi dei caduti con indicazione di data e luogo di nascita e del luogo, data e modalità del decesso. Contiene inoltre l’invito ai lettori a collaborare fornendo notizie utili riguardo di episodi di eroismo ignorati.
- “Bollettini di guerra“: comunicati periodici, indicati con numero progressivo, sullo svolgimento dettagliato, giorno per giorno e suddivisi per zona (Zona Valsesia, Zona Ossola) delle operazioni militari emessi dalle sezioni del Comando Raggruppamento Garibaldino della Valsesia e Valdossola.
- “Giornali murali“: pubblicazione, a partire dal terzo numero (15 novembre 1944), di estratti di giornali murali dei diversi reparti con lo scopo di portare a conoscenza del maggior numero di lettori questa iniziativa. Il fatto che molte formazioni vedano riportati o citati i propri giornaletti costituisce senza dubbio un incentivo per coloro che non avevano ancora iniziato questa consuetudine.
“Sono ancora pochi, troppo pochi, i giornali murali nei nostri reparti. Eppure, se interrogate un partigiano qualsiasi su qualunque argomento, ha sempre un sacco di cose da dire. Fuori, ragazzi, le vostre lamentele, la vostra critica, i vostri suggerimenti, i vostri consigli, i vostri pensieri! Fuori i vostri desideri, le aspirazioni, l’entusiasmo delle vostre battaglie, le fatiche dei servizi, la stanchezza delle lunghe camminate! Scrivete di voi, del vostro reparto, della vostra vita, dei vostri rapporti con le popolazioni. Dite a tutti le vostre necessità di lotta, il vostro amore per la patria, il vostro bisogno di libertà. Fate che in ogni reparto ci sia il vostro giornale murale a documentare la vostra volontà di vittoria e resurrezione.
Nelle nostre segnalazioni è di turno il «Giornale Murale n. 2» del II Btg. «Peppino» della 118a Brig. «Servadei». Questo foglio è uscito di sorpresa, senza il benestare del Comando di Brigata, quindi è merce di «contrabbando». (…)
«Gloria eterna agli eroi caduti per la patria» -Si scrive per Kurzkaia Megona, caduto nell’assalto al presidio di Borgosesia – «Ma tu hai fatto qualche cosa di più per la Tua Patria: hai insegnato ai partigiani il vero significato della, parola Patria».
Il partigiano Tito (il quale, tra parentesi, assicura di non essere il grande Capo dei Parti giani Jugoslavi) scrive con sentimento nostalgico il raccontino «Notte in baita»; (…)”.[7]
Altra caratteristica importante della “Stella Alpina” è la sua funzione propagandistica attraverso la quale ci si rivolge al mondo civile in cerca di una sempre più vasta collaborazione e partecipazione. Azione resa ancora più incisiva dal tono enfatico degli articoli, soprattutto di quelli posti in prima pagina che oscillano tra l’articolo di fondo politico e il vero e proprio proclama che denuncia ed invita alla mobilitazione.
Il giornale, nato come “Organo del Comando Raggruppamento Garibaldino del Sesia – Cusio – Ossola e Verbano“, si qualifica, a partire dal n. 4, anno II del 21 marzo 1945, come il “Giornale dei Volontari della Libertà del Sesia – Ossola – Biellese“, diventando così rappresentante di un movimento più vasto sia sul piano territoriale, includendo il biellese, che politico e militare, rappresentando ora l’intero movimento partigiano.
“LA STELLA ALPINA” E LA “REPUBBLICA DELL’OSSOLA”
L’Ossola era stata liberata il 10 settembre 1944; viene formata una “Giunta Provvisoria amministrativa per la città di Domodossola e territori liberati circostanti” (la cosiddetta “Repubblica dell’Ossola“) che dura trentacinque giorni fino al 14 di ottobre quando Domodossola viene rioccupata dai nazifascisti dopo quattro giorni di attacchi lungo le due direttici della Val Cannobina-Val Vigezzo e della Bassa Ossola.[8]
I partigiani, nel complesso circa duemila combattenti, cui si sono aggiunti
“oltre duemila civili che in quelle settimane si erano particolarmente esposti per la loro impegnata attività politica e sociale nell’ambito di quella che il giornale nazista <Das Reich> del 3 novembre equiparava addirittura – evidentemente esagerando – all’insurrezione di Varsavia” [9]
sono costretti ad abbandonare la città. La Divisione “Valdossola” ripara col suo comandante (Superti) in Svizzera, la Divisione “Valtoce” dopo la morte del Comandante Di Dio si divide parte in Svizzera e parte in Ossola. La resistenza nella zona poteva comunque ancora contare di una forza di circa 1200 uomini: della Brigata “Battisti” della Divisione “Piave” e di squadre mobili della II Divisione “Garibaldi” ripiegate nelle valli tra l’Ossola, il Cusio e la Valsesia (Val Antrona, Val Strona).
Il primo numero della “Stella Alpina” compare il 15 ottobre 1944 nello stesso giorno in cui si riunisce a Premia per l’ultima volta il Comando Militare Unificato dell’Ossola (CUZO)[10] in cui si decide di rinunciare alla strategia di difesa. Sui “Bollettini di guerra” del giornale vengono riportate sinteticamente tutte le azioni che riguardano l’occupazione dell’Ossola, la formazione del Governo provvisorio, i molteplici attacchi delle squadre partigiane con i corrispettivi successi e insuccessi fino all’inizio della riconquista nazifascista (attacco in Val Cannobina del 10 ottobre).
In risposta ad un giornale fascista che dopo la rioccupazione di Domodossola aveva ironizzato con il Governo Provvisorio, definendolo uno “staterello“, con un articolo intitolato “Ossola eroica, uno «staterello» che ci ha insegnato” pubblicato sul n. 3 del 15 novembre 1944, la “Stella Alpina” ricorda il ritorno dei fascisti ad ottobre elogiando il comportamento e la tenace difesa delle formazioni partigiane. Anche le sconfitte servono purché i capi militari e politici sappiano trarne insegnamento sul piano della capacità di guida tattica e strategica e nella azione politico amministrativa. In caso contrario
“… non si potrà evitare che gli esponenti dei partiti si impongano a quella che invece deve essere espressione della volontà popolare se tale volontà rimarrà per incuria un’espressione soltanto. Indispensabile quindi è lo sviluppo delle Istituzioni democratiche (…) che porti alla superfice quelli che dovranno essere domani gli esponenti popolari veramente degni di tale nome per le intrinseche qualità che li distinguono.” [11]
Si tratta evidentemente di una implicita critica alla esperienza politica del “Governo Provvisorio” che riflette, nel dibattito sulle zone libere, la posizione garibaldina e in particolare quella di Moscatelli, più favorevole ad una “guerra di movimento”.[12]
Sullo stesso numero a conferma di quanto sopra affermato è riportata una scaletta – promemoria di un Commissario Politico (Pron del 2° Battaglione, 10a Brigata, II Divisione) che costituisce una sorta di programma politico di massima:
“Attività politica – non basta l’entusiasmo – occorre formarsi una coscienza politica – rinfrancare e schiarire le proprie idee – non disgregarsi domani – difendere i programmi del popolo – perché combattiamo – la nostra libertà reale e non teorica come tante democrazie attuali – cenno alla democrazia svizzera – basta con le cricche – da sudditi a cittadini – partecipazione alla cosa pubblica – critica base fondamentale – combattere le ambizioni, gli arrivismi e le camorre – onestà e sincerità – non ricadere nel regio esercito“.[13]
“LA STELLA ALPINA” DURANTE LA LIBERAZIONE E NELL’IMMEDIATO DOPOGUERRA
La Liberazione è preannunciata da un numero doppio degli inizi di aprile datato “Pasqua 1945” che porta un grosso titolo:
Si tratta di un vero e proprio appello alla mobilitazione generale militare e civile contro il nazifascismo:
“E’ l’ora! L’ora che da tanti mesi il popolo sta attendendo è per scoccare. La lotta durissima e sorda che ha voluto tanto sangue generoso sta per volgere decisamente al suo termine. I bruti d’oltralpe e i rinnegati interni hanno ormai i giorni contati, le ore contate: insorga unito tutto il popolo, per farla finita per sempre!
La Vittoria radiosa, la VITTORIA tutta maiuscola, perché finalmente è la nostra, quella vera, quella giusta, quella del popolo, sta d’innanzi a noi, ci tende le braccia. L’abbiamo tanto invocata in cento canti di battaglia e in mille azioni di lotta eroica! Ormai la stiamo per avere in pugno.
È l’ora decisiva per tutti quanti! L’ora che non consente indugi, che non ammette defezioni. (…)
Insorgi, ch’è l’ora! Dovete insorgere tutti come un sol uomo, insorgere in massa, con tutte le armi e con tutti i mezzi di lotta! Insorgere e far piazza pulita! (…)
Tutte le armi sono buone. E il popolo, nella sollevazione in massa, nell’azione simultanea, ha in mano i mezzi di lotta e le armi più efficaci. Non vi è più alternativa. Muoia il barbaro perché l’Italia possa vivere. (…)
Insorgi, ch’è l’ora! Col ferro e col fuoco nella lotta! Facciamola finita con la Gestapo, le SS, le Brigate Nere!
Nelle officine e negli opifici si scioperi in massa. Fuori tutti contro i barbari! Tornino alla luce per i plufer e le carogne fasciste i vecchi fucili e le rivoltelle nascoste, le bombe a mano e i pugnali. Ogni arma è buona: anche un sasso, anche una roncola. Il nemico, ormai demoralizzato, deve essere battuto! Non lasciamogli scampo!
I muri di tutte le case si riempiano di scritte:
È l’ora! È la fine!
Addosso ai plufer! Morte gli aguzzini fascisti!
Italiani, insorgete! 4 Novembre!
Tutti, tutti compiano il loro dovere. (…)” [14]
Meno enfatico, ma forse più efficace un articoletto di fondo pagina intitolato “Vento d’aprile” probabilmente indirizzato più ai combattenti che alle popolazioni; lo riportiamo per intero.
“VENTO D’APRILE.
Ricordate le dure notti di quest’inverno? La neve cadde da dicembre a febbraio. Le strade bloccate, le scorte esaurite. Tre lunghi mesi di gelo, che non finivano mai. Per avere le munizioni, non c’era che d’andare a prendersele nei fortini nemici. La luna ti faceva un brutto servizio.
Ma stringemmo i denti e … la cintola. I tedeschi stavano al caldo ed a pancia piena con la roba rubata nei paesi; noi rialzavamo il bavero e battevamo i piedi sulla neve per scaldarci.
Una vecchia canzone alpina saliva sui fuochi dei nostri rapidi bivacchi: Se avete fame, guardate lontano!
Ora tutto ciò è passato!
Sembra un sogno davvero, abbiamo vinto ancora! Tutto il Popolo ci ha assistiti. Non c’è più bisogno di tante maglie, coperte ce ne sono. Ci sono armi e munizioni. Le Brigate sono più forti che mai. Sono diventate un vero e proprio esercito, l’esercito della Libertà.
La fame, il terrore, il delitto hanno sollevato il Popolo delle città. Gli scioperi, le manifestazioni di strada, preludono all’insurrezione generale ed aperta! I tedeschi lanciano all’attacco i loro «gorilla», pagati con denaro italiano, ma essi preferiscono ubriacarsi nei paesi e torturare gli inermi nelle prigioni.
Presto torneranno le foglie, e per tutti i bastardi, tutti gli oppressori e i rinnegati sarà finita! Come un impetuoso vento d’aprile scenderanno le belle Brigate per la battaglia definitiva. Il nostro impeto è già furore!
Italiani, la finiremo presto con i cani bastardi. Avete la nostra parola!” [15]
Già dal 24 aprile 1945 “La Stella Alpina”, riportante la data del 20 aprile, viene resa pubblica ed esposta nelle edicole dove la gente accorre numerosa per averne almeno una copia; ma il primo numero da testata ufficialmente libera e non più clandestina porta la data del 27 aprile, edizione dedicata interamente alla ormai completata liberazione d’Italia.
Naturalmente ora che non è più clandestino, alcune caratteristiche del giornale, già da questo numero, cambiano:
- da quindicinale diventa settimanale;
- a fondo pagina reca l’indirizzo della tipografia di Varallo Sesia che lo stampa;
- c’è la possibilità di riceverlo per abbonamento ordinario annuo a L. 100;
- le inserzioni possono essere fatte pagando L. 30 per riga;
- aumenta il numero delle fotografie inserite grazie alla maggiore disponibilità di fondi (ad esempio la rubrica “Brigata degli Eroi” viene sostituita da “Martiri ed eroi” dove l’elenco dei nomi dei caduti è affiancato dalle loro fotografie).
Da qui in avanti il giornale avrà un numero sempre maggiore di lettori e la redazione si sposterà prima a Novara in Via Gaudenzio Ferrari 13 e successivamente, dal 1° luglio 1945, a Milano, data la sua diffusione anche in Lombardia per il ritorno nei luoghi d’origine di molti partigiani e sfollati.
Dal 16 settembre le trasformazioni saranno tanto radicali che l’edizione sarà indicata come n. 1, anno I e la testata cambierà in quello di “La Squilla Alpina”, diventando da “Giornale dei Volontari per la Libertà” a “Settimanale Indipendente di Informazioni Politiche, Economiche, Culturali e Sportive”, cambiando non tanto nella grafica quanto nei contenuti.
La testata “La Stella Alpina” verrà ripristinata nel febbraio del ’46 e il giornale continuerà ad essere pubblicato sino al 2 giugno 1950 come settimanale di informazione.
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[1] Tesina di “Storia contemporanea” all’interno del “Seminario sulla resistenza” condotto dal Prof. Pietro Angelo Lombardi. Università degli studi di Pavia, Anno Accademico 1995/96.
[2] P. SECCHIA – C. MOSCATELLI, Il Monte Rosa è sceso a Milano. La Resistenza nel Biellese nella Valsesia e nella Valdossola, Torino, Einaudi, 1958, pp. 223-224.
[3] “«Baita», uscita all’inizio come foglio della L Brigata «Nedo», diventò poi l’organo di tutte le formazioni partigiane biellesi. La «baita», caratteristica abitazione dei montanari delle Alpi piemontesi, con il suo odore caprigno, i suoi muri sconnessi fatti di legno o di roccia, dalle mille fessure dove il vento gelido penetra e si fonde col fumo denso del focolare, era stata il primo rifugio delle
schiere di giovani che saliti in montagna avevano trovato gli anziani a indicare loro la via del combattimento. La «baita» era stata il ricovero, la caserma, la fucina dove si erano formati i partigiani, nella baita avevano trovato il riposo dopo il combattimento, l’infermeria per curare le ferite, la scuola che aveva insegnato loro molte cose sempre tenute nascoste dal fascismo con l’inganno e la menzogna. Poi le baite erano state distrutte, incendiate dalla furia teutonica che tutto aveva travolto e rovinato nella stolta illusione di sterminare i patrioti; ma il loro nome tanto caro era rimasto nel cuore di ogni partigiano. La baita era il sogno del tetto natio, della famiglia lontana, l’aspirazione ad avere una casa, un avvenire, a vivere finalmente in un Italia libera e rinnovata. Il primo numero di “«Baita» regolarmente stampato uscì il 1° settembre 1944, e fu per ogni combattente, e per le popolazioni stesse tra le quali veniva diffuso, un’altra prova che la vittoria era prossima, che il movimento partigiano non era più un insieme disordinato di bande, ma un vero esercito, con le sue armi, le sue bandiere, le sue divise, con i suoi martiri ed eroi, con la sua grande fede, ed ora anche con il suo giornale.” (P. SECCHIA – C. MOSCATELLI, cit., pp. 423-424).
[4] P. SECCHIA – C. MOSCATELLI, cit., p. 424.
[5] C. BERMANI, Pagine di Guerriglia. L’esperienza dei Garibaldini della Valsesia, Milano, Sapere Edizioni, 1971, pp. 542 – 547.
[6] D. TARIZZO, Come scriveva la Resistenza. Filologia della stampa clandestina 1943-45, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 6-7.
[7] “La Stella Alpina”, anno II, n. 5-6.
[8] La Repubblica dell’Ossola (aspetti militari) in AA.VV., Le zone libere nella Resistenza Italiana ed Europea. Relazioni e comunicazioni presentate al Convegno Internazionale di Domodossola. 25-28 settembre 1969, Istituto Storico della Resistenza in Provincia di Novara e in Valsesia, Novara 1974, pp. 147-162.
[9] M. PACOR, La Repubblica dell’Ossola (aspetti politici), in AA. VV., Le zone libere ecc. cit. pp. 163-178.
[10] In G. MAGGIA, cit., p. 162.
[11] “La Stella Alpina” anno I, n. 3.
[12] Cfr. il capitolo “Pro e contro della «zona libera»”, in C. BERMANI, cit., pp. 499-526 e in particolare, sull’Ossola, pp. 517-519.
[13] “La Stella Alpina“, anno I, n. 3.
[14] “La Stella Alpina”, Anno II, n. 5-6.
[15] Ibidem.
di Maria Minola
Sulla baita di Corte Bué in Val Grande, dove tu, Cleonice, nel giugno del ’44 hai trascorso la notte prima di essere catturata dai nazifascisti, è apposta una targa che riporta una poesia a te dedicata. Ti citiamo i commoventi versi finali: “… pura e benedetta come noi ti veneriamo, in silenzio, nostra cara, santa partigiana”. E lo sconcertante verso d’apertura “Non so se eri una peccatrice o un’allodola sul solivo…”.
Cara Nice, ti osserviamo nella fotografia che ti ritrae fiera regina sotto un’italianissima corona di ricci bruni e ti chiediamo di lasciare a noi donne la possibilità di renderti giustizia.
Entreremo in punta di piedi nell’anonimo capitolo della tua breve infanzia trascorsa nel nascondimento di un povero paese laziale, di una povera casa e di una famiglia in cui la sopraggiunta mancanza della madre l’ha resa ancor più povera negli affetti.
Prenderemo anche a prestito la risposta del ragazzo sconosciuto a cui, in seguito, chiederai di poterlo seguire per raggiungere la Val Grande. Te la ricordi, Nice? “Non è possibile, il posto dove vado non è un posto per donne!”
Ritorniamo pure ora nella tua casa paterna come modello di posto sicuro per le donne, quando, una volta richiusa la porta alle spalle, si chiude fuori il pericolo, il nemico, la guerra. Ma il tuo nemico non è fuori, è dentro, e tu, orfana dello sguardo vigile della tua mamma, non immagini neppure che abbia il volto della persona che più di ogni altra dovrebbe proteggerti. I maschi, che fanno i soldati, ci illustrano l’oscenità della guerra usando termini come sovvertimento, invasione, sottomissione, devastazione e annientamento. Noi chiudiamo gli occhi per non dover vedere tutto questo passare, nel silenzio della tua casa, sul e nel tuo corpo di giovanissima donna.
Ora sei tu che puoi spiegare ai maschi, che fanno i soldati, la mostruosità della guerra e, in aggiunta, anche i suoi effetti collaterali: profuga cerchi salvezza nell’anonimato della capitale, là dove, al servizio presso le belle dimore borghesi, la tua condizione di ragazzina che diventerà madre darà adito a giudizi malevoli e approcci volgari.
Cara Nice, compagna di viaggio di noi donne, se il luogo della nostra vita è il nostro corpo, ciò che ti rimarrà per sempre a ricordo della sua terribile invasione è un Piccolo Essere diventato subito un piccolo lutto.
Ti avevamo promesso giustizia, Nice, ma preferiamo lasciare parlare te, nel tuo dolce accento romanesco, perché nessuna nostra parola può aggiungere qualcosa a queste tue, pronunciate anni dopo davanti ai tuoi torturatori nei famigerati sotterranei di Villa Caramora, a Intra. Cambia lo scenario, uguale la sostanza.
“Se percuotendomi volete mortificare il mio corpo, è superfluo il farlo: esso è già annientato. Se invece volete uccidere il mio spirito, vi dico che la vostra opera è vana: quello non lo domerete mai”.
Carissima Cleonice, “gloriosa nella vittoria” – come sta a significare il tuo nome -, sei arrivata davanti al plotone di esecuzione, unica donna dei 43 martiri. La Bellezza potente del Femminile si esprime attraverso le tue ultime parole: “Viva l’Italia, viva la libertà per tutti”.
Ecco, è quell’aggiunta inaspettata “per tutti” che noi troviamo sublime. Con grande lucidità tu invochi libertà anche per chi la sottrae agli altri, per chi l’ha sottratta brutalmente a te e, soprattutto, per chi si crede libero e non sa di averla persa.
Come hai saputo trasformare il fango che ti circondava nel diamante della tua scelta libera, ora con questo grido trasformi il piombo che ti uccide in oro puro.
Cleonice Tomassetti, nostra partigiana, e alchimista.
* Anticipazione, concordata con l’autrice, della pubblicazione sul n. 1/2020 di Nuova Resistenza Unita, numero dedicato al protagonismo delle donne nella Resistenza.
Le edizioni Elliot hanno di recente pubblicato una nuova traduzione italiana del romanzo più conosciuto di Jorge Icaza (Quito1906 – 1978): Huasipungo[1]; quella precedente, delle edizioni Nuova Accademia, a cura di Giuseppe Bellini, risalente al 1961, era pressoché introvabile. Di ritorno dall’Ecuador ne avevo portato, insieme ad altri testi, una copia in lingua originale che allora non ero riuscito ad ultimare per poca esperienza con i testi in spagnolo e, in particolare, la presenza di molte espressioni in quechua.
Il “boom” del romanzo latino-americano
Parlando oggi di un autore latino-americano, non si può ignorare quello che è stato il “boom” del romanzo degli anni ’60. Una sua efficace ricostruzione “dall’interno” la dobbiamo al cileno José Donoso[2]: Storia personale del “boom”[3] pubblicato nel 1972, l’anno prima del sanguinoso Colpo di Stato.
Ciò che caratterizzava la letteratura latino-americana precedente agli anni ’60 era l’isolamento e un regionalismo nazionalistico ristretto ai singoli paesi.
“Prima del 1960 raramente si sentiva parlare di «narrativa ispano-americana contemporanea» da parte di persone non specializzate; esistevano romanzi uruguaiani, ecuadoriani, messicani e venezuelani. I romanzi di ciascun paese rimanevano confinati nelle proprie frontiere, limitandosi la loro celebrità e competenza, nella maggioranza dei casi, a un fatto locale. […] Per chi non l’abbia vissuto […] riesce impossibile immaginare le condizioni d’isolamento in cui si trovavano i narratori latino-americani appena dieci anni orsono, l’asfissia della mancanza di stimolo e di risonanza.”[4]
Ogni paese aveva i suoi “padri”, i suoi classici nazionali pubblicati, studiati e imposti quale canone nelle università[5]:
“Mentre il mondo dei giovani si espandeva attraverso letture e impegni miranti soprattutto ad abbattere le frontiere, gli scrittori folcloristici, di costume e regionalisti, affaccendati come formiche, cercavano invece di consolidarle, queste frontiere, tra regione e regione, tra paese e paese, per renderle inespugnabili, ermetiche, di modo che la nostra identità, che essi evidentemente vedevano come qualcosa di fragile, di confuso, non venisse a spezzarsi, a dissolversi. Con lenti d’entomologo si misero a catalogare la flora e la fauna e i detti inconfondibilmente nostri, e un libro veniva giudicato «buono» se riproduceva con fedeltà questi mondi autoctoni, quelle cose specifiche che ci differenziavano – ci separavano – da altre regioni e da altri paesi del continente; una sorta di «virilismo» sciovinista a prova di bomba.”[6]
Il processo successivo viene definito da Donoso come la “internazionalizzazione della narrativa ispano-americana degli Anni Sessanta”[7]; internazionalizzazione nel duplice senso di circolazione, conoscenza e scambio reciproco fra gli autori latino-americani e di apertura verso le letterature contemporanee in particolare nord-americane ed europee. L’autore che, dal suo punto di vista, contribuì maggiormente a questa internazionalizzazione fu il messicano Carlos Fuentes che già nel 1958 aveva pubblicato La región más transparente[8].
“L’elemento che forse più mi ha colpito ne La región más transparente è stata quella sua non accettazione di una realtà messicana univoca, il rifiuto – e la sua utilizzazione letteraria – della falsità, delle apparenze. Il suo non era atteggiamento di documentazione, come quello dei narratori che mi circondavano, ma di indagine.”[9]
“L’unità della narrazione era sempre stato per me un concetto sacro: ricordo che fra coloro della mia generazione in Cile, i massimi aggettivi elogiativi, parlando di questo o di quel libro, erano «rotondo» o «compiuto». Non si aveva idea che Umberto Eco, nel 1962, aveva pubblicato Opera aperta. E questo mirabile libro di Carlos Fuentes nulla aveva di chiuso, né di semplice, né di documentaristico, essendo anzi una sintesi di tutte le bastardaggini e di razza, e di gusto, e di linguaggio e di forma: l’artifizio prevaleva sulla naturalità e l’immaginazione soggiogava il realismo senza obbedire a unità pre-narrazione di alcun genere, ma solo a una poderosa ottica personale.”[10]
Lo stesso Fuentes fu tra i numerosissimi intellettuali e scrittori latino-americani che parteciparono nel 1962 al Congresso degli Intellettuali dell’Università di Concepción in Cile: da quel momento, afferma Donoso, una intera generazione di scrittori smise di pensare e di scrivere in termini nazionali ma rivolgendosi a “milioni e milioni di lettori che compongono l’area di lingua spagnola, e spezzando le frontiere così chiaramente delineate, inventare una lingua più ampia e più internazionale”[11].
L’altro aspetto emerso a Concepción, sia nell’intervento di Fuentes che di molti altri e che improntò –almeno sino al 1971 quando il poeta cubano Heberto Padilla fu accusato e arrestato per “attività sovversive” – la pressoché totalità degli scrittori, fu l’adesione entusiastica alla rivoluzione cubana.
“L’infinita quantità di scrittori, appartenenti a tutti i paesi del continente, dichiararono unanimemente la propria adesione alla causa cubana. Penso che quella fede e unanimità politica – o quasi unanimità – fossero allora, e abbiano seguitato a esserlo fino allo scoppio del caso Padilla, uno dei grandi fattori dell’internazionalizzazione della narrativa ispano-americana, unificando mire e mete, fornendo una struttura ideologica alla quale ci si potesse più o meno avvicinare – raramente discostare del tutto – e dando per un certo tempo la sensazione di una coesione continentale.”[12]
Questo processo di internazionalizzazione della letteratura latino-americana, secondo Donoso si incarna principalmente in quattro autori e in tre fasi: l’argentino Julio Cortázar con i suoi racconti fra i quali emerge Las babas del diablo[13] (1959) – cui si ispirerà Michelangelo Antonioni per il film Blow Up(1966) – e il suo successivo romanzo Rayuela (1963)[14]; seguono Carlos Fuentes – di cui abbiamo detto – e il peruviano Mario Vargas Llosa con La ciudad y los perros (1962)[15]; e arriviamo alla terza fase, quella vera e propria del “boom” con Cien años de soledad (1967) del colombiano Gabriel García Márquez che ha fatto anche identificare l’insieme della narrativa latino-americana degli anni ’60 con il cosiddetto “realismo magico”. Il suo successo internazionale fu tale che si riflesse sull’insieme degli scrittori latini di quegli anni e favorì anche la riscoperta di alcuni autori di poco precedenti – il “proto-boom” nella definizione di Donoso[16] – tra cui spiccano Jorge Luis Borges argentino, Juan Rulfo messicano, Alejo Carpentier e José Lezama Lima cubani, Juan Carlos Onetti uruguaiano.

Marcelo Chiriboga (con il bicchiere) di fianco a Márquez e altri scrittori (da “Un secreto en la caja”)
Nella sua Storia personale del “boom” Donoso non cita nessuno scrittore ecuadoriano. Sarà nel 1981 che cita, nel suo romanzo El jardín de a lado, Marcelo Chiriboga, autore in particolare di La línea imaginaria (1969, opera dedicata al conflitto per il confine fra Ecuador e Perù), quale principale rappresentante ecuadoriano del “boom”. Chiriboga sarà poi citato da Fuentes e da numerosi altri scrittori; il regista Javier Izquierdo gli ha dedicato un documentario: Un secreto en la caja (2017) considerandolo il «più grande scrittore contemporaneo dell’Ecuador». Non è però possibile leggere La línea imaginaria né le altre sue opere (Jardín de piedra, 1963; Diario de un infiltrado, 1973; La caja sin secreto, 1978: La caja secreta, s.d.) perché non sono mai state scritte in quanto Chiriboga è una invenzione letteraria – figura tipica della letteratura ispano americana e in particolare cilena[17]– volta a rappresentare ironicamente l’isolamento culturale e letterario dell’Ecuador nel momento in cui le “21 repubbliche” latine del continente si sono aperte al resto del mondo.
Huasipungo
Eppure, ben prima del “boom” l’Ecuador, con Jorge Icaza, ci ha fornito una delle opere narrative più tradotte – ad oggi in oltre 40 lingue – ed edite e riedite, dell’America Latina: Huasipungo; pubblicato nel 1934 e rivisto più volte dall’autore (l’edizione definitiva è del 1961). Dirà l’autore in una lettera del 1964:
“Ho revisionato il romanzo desideroso di dargli una maggiore chiarezza in un contesto internazionale. Quando l’ho scritto non pensavo che potesse prendere il volo verso altre latitudini del mondo. La mia ambizione era regionale – che servisse come messaggio ed emozione per la gente del mio popolo, perché risolvesse i suoi problemi. Ma le difficoltà nelle traduzioni, nelle perifrasi e nelle parole, si facevano sempre più insormontabili. Per questo mi sono visto quasi obbligato alla revisione.”[18]
Cosa significa la parola quechua huasipungo (o huasipongo)? All’interno di una struttura economico-sociale risalente alla colonizzazione e definito quale concertaje[19] – una sorta di sistema neo-feudale – le popolazioni autoctone erano costrette a svolgere – a vita e con vincolo ereditario per le successive generazioni – lavori agricoli senza alcun compenso (o compensi irrisori e incerti) per il proprietario latifondista; l’unica contropartita era appunto il huasipungo, piccolo appezzamento di terra[20], solitamente in zona meno fertile, in cui l’indio poteva edificare la sua capanna e praticare qualche coltivazione di sussistenza. L’indio in questo modo era legato alla terra e, in caso di cessione di proprietà, anche lui e la sua famiglia passavano al nuovo padrone.
La vicenda
Don Alfonso Pereira, proprietario terriero inurbato, decide di tornare con la famiglia e la servitù ai suoi possedimenti vicini al paese di Tomachi, sia per nascondere la gravidanza irregolare (con un “cholo”, meticcio di origine india) della giovane figlia Lolita, sia per ripianare i suoi debiti mettendo a frutto ed allargando con nuovi acquisti le sue proprietà anche in vista di una loro cessione vantaggiosa ai gringos nordamericani interessati alla possibile estrazione di petrolio. Non esiste una strada, e per un lungo tratto di terreno paludoso, non si possono utilizzare nemmeno i cavalli; sopperiscono gli indios quali portatori e il più forte di loro, Andrés Chiliquinga, avrà l’onore di trasportare sulle spalle il padrone.
In paese don Alfonso fa subito combutta con il curato, persona viziosa e corrotta che sa utilizzare la credulità religiosa dei meticci e degli indios a proprio vantaggio; favorirà l’acquisto delle nuove terre necessarie a don Alfonso e convincerà i paesani a un Minga – tradizione cooperativa di lavoro collettivo in cui il beneficiario ripagava festosamente con cibo e libagioni[21] – per la costruzione di una strada rotabile che unisca il paese con la città, strada che lui stesso sfrutterà gestendo il trasporto di persone e merci. Al lavoro “volontario” dei paesani si aggiunge quello obbligato degli indios sotto la custodia del fattore Policarpo che per malattie, spossatezza, disubbidienza o altro ha una sola medicina: la frusta. I carichi più pesanti e i lavori più pericolosi sono di loro pertinenza e, poco importa se qualcuno soccombe. Non solo, aver concentrato i lavori per la costruzione della strada – indispensabile per il futuro sfruttamento petrolifero, ma presentata quale gloriosa opera di progresso nazionale – e il disboscamento dei nuovi terreni, tralascia consapevolmente quelli di pulitura del fiume: di conseguenza quando arriverà la piena molti huasipungo, e con loro un certo numero di indios di tutte le età, verranno travolti rendendo “liberi” quei terreni.
Nel frattempo il figlio di Lolita nasce e Cunshi, la giovane moglie di Chiliquinga, viene scelta quale nutrice del piccolo; verrà abusata da don Alfonso – non contento di spartirsi con il curato i favori della moglie del luogotenente politico Quintana – e verrà cacciata quando i suoi servigi non saranno più graditi. I lavori coatti e il clima impietoso portano gli indios sempre più alla fame; aver tentato disfamarsi con carne putrida dissotterrata porterà alla morte Cunshi; per poterle fornire un dignitoso funerale soddisfacendo le esose richieste del curato, Andrés tenterà il furto di una mucca, ma sarà scoperto. Sarà punito pubblicamente a frustate dal Commissario Quintana; stessa sorte per il figlioletto che aveva spontaneamente tentato di difendere il padre.
E si arriva all’epilogo. I gringos raggiungono in gran pompa in paese, sono pronti a firmare l’accordo per la concessione petrolifera, ma chiedono che anche il territorio a monte – dove gli indios si erano trasferiti – sia “liberato”; su loro consiglio Don Alfonso assolda un gruppo di delinquenti che scacciano con la violenza tutti gli indios dai loro huasipungos bruciando le abitazioni e uccidendo chi si opponeva. Quando Andrés capisce che gli sgherri del padrone arriveranno anche da lui
“salito sulla staccionata del suo huasipungo e spinto dal coraggio in tanta disperazione, chiamava a raccolta i suoi con la voce roca di un corno di guerra ereditato da suo padre.” [p. 157]
Gli indios accorrono e si raccolgono davanti alla sua abitazione e lo interrogano a più voci su cosa fare; incerto ed incalzato dai suoi lancia un grido potente: “İÑucanchic huasipungooo!” (Lo huasipungo è nostrooooo!)[22]. Il grido viene ripreso e dilaga per la vallata mentre la massa degli indios, armati alla meno peggio, dilagano a valle, comprese donne e bambini. Le pallottole degli sgherri comandati dal feroce Guercio Rodríguez e della forza pubblica locale guidata dal Comandante Quintana non riusciranno a fermarli e loro stessi saranno travolti e uccisi. Cinque cadaveri in totale, mentre i gringos e don Alfonso fuggiranno rapidamente a Quito. Il pomeriggio del giorno seguente, come prevedibile, arriveranno le truppe dalla capitale: è il massacro dell’intera popolazione india e la narrazione si chiude con Andrés Chiliquinga che, sfuggendo dall’abitazione in fiamme, si lancia con il figlioletto sottobraccio verso le pallottole della truppa gridando “İÑucanchic huasipungo, caraju!” (Lo huasipungo è nostro, maledizione!).
La narrazione è semplice e diretta con forte presenza del discorso diretto, sia quello tra i personaggi principali che quello collettivo dove le voci anonime sia degli abitanti cholos che degli indios si rincorrono e interpellano a vicenda, in più passaggi per intere pagine. Ad esempio quando sui lavori per la costruzione della strada sui mingueros, i partecipanti meticci al lavoro gratuito collettivo da un lato, e sugli indigeni dall’altro, incombe un spaventoso temporale.
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Una notte si aggravò il malcontento del meticciato, per colpa della natura, cieca e implacabile. Doveva essere molto tardi, forse l’una o le due del mattino. Le tenebre di spesso torpore parevano russare al riparo della musica monotona dei grilli e dei rospi. All’improvviso, sulla piattaforma nera del cielo rotolò un tuono con voce cavernosa. Di soprassalto e inquieta, la gente si svegliò afferrandosi a una speranza: “No … non è niente… Ora passerà… Quando molto tuona, poco piove… “. Però le scariche dall’alto si ripeterono, più forti e assordanti. L’evidenza della prossima tormenta obbligò i mingueros a cercare nuovi rifugi. Le tende da campo si riempirono con le meticce più audaci. Fortunatamente quella notte mancavano don Alfonso Pereira e il signor curato. Anche gli indios percependo nell’ombra la necessità istintiva di trovare un riparo, corsero da una parte all’altra, ma purtroppo i pochi luoghi sicuri già erano stati occupati dal meticciato.
<<Non c’è spazio per i roscas[23]>>.
<<Nooo>>.
<<Accidenti, che se ne vadano e basta!>>.
<<Siamo al completo>>.
<<Completo! >>.
<<Qui è per i cristiani>>.
<<Via con i vostri pidocchi!>>.
<<E con la vostra puzza>>.
<<Fuori, maledizione!>>.
Raffiche di vento, gelato e tagliente, soffiando a mulinello sul campo della minga – un versante di pericolosa pendenza –, sparsero le prime grosse gocce dell’acquazzone.
<<Siamo fregati, compagni>>.
<<Adesso sì>>.
<<Piove, per la miseria>>.
<<E non c’è un posto dove nascondersi>>.
<<Doveva succedere>>.
<<Un cielo talmente mutevole>>.
<<E siam così lontani dal paese>>.
<<Abbiamo fatto abbastanza>>.
<<Abbastanza>>.
<<Venite. Venite subito>>.
<<Dove state, eh? Non vi vedo>>.
<<Qui>>.
<<Nel fango>>.
<<Le acque, mamma Nati>>.
<<L’acquazzone, mamma Lola>>.
<<Che facciamo, eh, mamma Mike?>>.
<<Sopportare>>.
<<Sopportare un corno!>>.
<<Padreeee!>>.
<<Se almeno ci fossero rosmarino e rami benedetti da bruciare… Servono perché Dio Padre ci liberi dai fulmini>>.
<<Dai fulmini>>.
<<E dalle acque?».
<<Niente da fare>>.
<<Siamo già fottuti>>.
<<Siamo fottuti>>.
<<Non vi metterete sotto gli alberi, eh?>>.
<<È pericoloso>>.
Anche gli Indios masticarono, come mais tostato, le maledizioni, le suppliche e gli improperi.
<<Padreee>>.
<<Benedettooo>>.
<<Mamminaaa>>,
<<Cuoricinooo>>.
<<Perché, eh, morire presi dal Cuichi[24]?>>.
<<Perché, eh, morire presi dal vento?>>.
<<Runa[25] che non vale niente»,
<< Runa peccatore>>.
<< Runa stupidooo>>.
<<Maledizioneee>>.
Con Le prime gocce di pioggia, l’aria prese l’odore della terra umida, di sterco fresco, del legno putrefatto e di cane bagnato.
<<Passerà?>>.
<<Non passerà?>>.
<<Cos’altro succederà?».
La furia della tempesta cancellò di colpo tutte le voci umane. Come ombre mute e cieche, i corpi cominciarono allora a palparsi con l’affanno infantile di
allontanare dal cuore e dai nervi la solitudine e la paura. Piovve con una furia che sembrava instancabile e, in trenta o quaranta minuti – che sembrarono un secolo ai mingueros inzuppati – l’acqua flagellante gonfiò la terra, infiltrandosi per le gole della montagna, per le crepe delle rupi, per i sinuosi letti dei torrenti, per le rocce dei crinali, mescolando il suo cammino di ribollente baldoria in un correre, intrecciarsi, straripare con grida, invocazioni e lamenti che tornarono a udirsi per tutto il campo.
<<Ancora…>>.
<<Piove forte>>.
<<Peggio, eh>>.
<<Così forte>>.
<<Sembra che non finisca mai>>.
<<Sono inzuppata. Ecco, adesso vedrete proprio…. >>.
<<Dio non ci deve amare>>.
<<Copriti con questo lembo>>.
<<Uuuhh. È ridotto che fa pena>>,
<<Il fango, dannazione>>.
<<Peggio di così siamo già stati>>.
<<E adesso?>>.
<<L’acqua scorre ai piedi>>.
<<Spostiamoci più in là>>.
<< È uguale>>.
<<Da questa parte>>.
<< È lo stesso».
<<Siamo fregati>>.
<<Bisogna aspettare che passi>>.
<<Aspettare>>.
<<I panni sono ridotti una schifezza>>.
<<Una merda>>.
<<La testa»,
<<Le spalle>>.
<<Avvicinati per riscaldarci>>.
<<La coperta del cristiano>>.
<<Va bene lo stesso>>.
<<Ecco, non ce n’è più>>.
<<Per la miseria!>>.
Malgrado tutto, le meticce e i meticci, attaccati ai loro rifugi malconci – fossa, tavola, baracca improvvisata, ripiego tra pietre e rocce –, tornarono ad agitarsi con ansia di vivere.
Ogni tanto, alla luce dl un lampo, si riuscivano a scorgere gli indios rimasti senza alcun riparo sotto il cielo inclemente, che vagavano a tentoni nel fango, sotto la pioggia, tra l’acqua che aveva invaso ogni angolo e distruggeva tutte le tende, mentre si apriva il passo lungo tutti i declivi.
Poco dopo la pioggia tornò a imperversare. Flagellò ancora la terra cieca, silenziosa, intirizzita dal freddo. I mingueros, oppressi da quella tragica persistenza, a volte monotona e spesso forte, ingoiarono definitivamente i loro commenti, le loro preghiere, i loro insulti. [p. 78 – 81]
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Il romanzo viene solitamente ascritto al realismo e alla letteratura indigenista; rifacendomi a quanto citato di Donoso sulla letteratura del “boom” possiamo di certo affermare che in questo caso si tratta di un’opera narrativamente unitaria, “rotonda e compiuta”, ben lontana dalle “opere aperte” di un Fuentes e dal “realismo magico” di un Márquez. Per inserirlo nell’ambito letterario dell’Ecuador riporto quasi per intero i due paragrafi che il critico Angel F. Rojas ha dedicato a Icaza nella sua storia del romanzo ecuadoriano[26].
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Jorge Icaza e Huasipungo
Nello stesso anno [1934] che José de la Cuadra pubblicava a Madrid il suo romanzo Los Sangurimas[27], Jorge Icaza mise in circolazione Huasipungo. Di lì a poco quest’ultimo libro cominciò a esser tradotto in altre lingue: francese, inglese, russo, cinese. Il giovane autore di Quito rapidamente si trasformò nello scrittore più famoso dell’Ecuador, dopo Montalvo. Moltissimi critici stranieri pubblicarono recensioni di questa opera, quasi tutte elogiative. Le edizioni successive si moltiplicarono. E questa nuova modalità di concepire la scrittura, dirompente, semplice, audace e diretta, ricalcata su quella che Icaza introdurrà nella narrazione – spingendosi ancora oltre a quella degli autori de Los que se van, che già scandalizzarono con la crudezza del loro linguaggio e la brutalità delle vicende narrate – incominciava a esser coltivata in altri abiti dell’America: El indio, di Gregorio López y Fuentes, pubblicato in Messico l’anno successivo di Huasipungo, e Cacao, di Jorge Amado, in Brasile, possono servire da esempio.
In un altro capitolo dedicato alla realtà sociale dell’Ecuador ci siamo già riferiti al “concertaje de indios” e al “huasipungo” o “huasipongo”, forma di contratto agricolo subordinato al precedente. La spaventosa realtà sociale ed economica dell’indio, accennata di passaggio da [Juan] Montalvo, trattata successivamente da Abelardo Montalvo nel suo saggio El concertaje de indios e esaminata in modo esaustivo dallo studioso contemporaneo Pio Jaramillo Alvarado nel suo fondamentale libro El indio ecuatoriano dispone, dal punto di vista narrativo, di due romanzi emblematici, che ne sono la cifra e la raffigurazione: Plata y bronce, di [Fernando] Chaves e Huasipungo di Jorge Icaza. Si affronta il problema nell’ambito del romanzo. Con Huasipungo raggiunge l’apice la letteratura “indigenista” ecuadoriana. Segna il punto di arrivo, così come Plata y bronce ne indica quello di partenza.
Huasipungo affronta l’argomento tipico, proprio del romanzo indigenista a contenuto sociale: lo sfruttamento dell’indio da parte dei suoi padroni. Compaiono nella narrazione gli sfruttatori più volte rappresentati: però in questo caso assumono una forma essenziale, quali simboli. Il latifondista, l’amministratore, il sindaco, l’impresario nordamericano, il governo complice e la forza pubblica al servizio del “gamonalismo”[28]. L’indio huasipunguero Andrés Chiliquinga è l’eroe che in qualche modo incarna la sua razza e la sua classe. L’esito della vicenda si produce quando gli huasipungueros di una azienda venduta all’impresario straniero resistono allo sgombero. Interviene la forza dello stato e consuma il massacro. Mentre i sodati soffocano la rivolta sparando a raffica contro la moltitudine disarmata, all’indio Chiliquinga – pidocchioso, affamato, azzoppato, abbruttito – capita di lanciare una potente e lapidaria frase quechua: “Ñucanchic huasipungoi”: Il huasipungo è nostro! Che risuona come un grido e soprattutto come un urlo di ribellione. Il finale, seppur tragico, fornisce un appiglio alla speranza.
La narrazione si sviluppa in modo agile e commuovente. Non risparmia nessuna situazione della sofferenza india; utilizza per rappresentarla tutte le righe della sua opera e tutte le risorse della esagerazione, della deformità e del truculento. Passa in rassegna, come dicevamo, tutti gli orrori che, in diversi luoghi e tempi, si sono scatenati contro l’indio. Niente della “leggenda nera” dell’ecomendero[29] spagnolo e del signore feudale creolo è stato omesso. Il risultato è un raccapricciante documento a sostegno del superstite indigeno, abietto e degenerato, trasformato in più situazioni in un essere subumano, che vegeta una vita puramente animale negli sterpeti andini: un documento sociale spaventoso e macabro, concepito e scritto con una obiettività sconcertante; un proclama rivoluzionario che, in mezzo alla più ripugnante miseria e ignoranza diffusa, afferma che l’indio incomincia a trovare il cammino della sua redenzione.
Data la modalità narrativa di Icaza, né in Huasipungo né nei suoi libri successivi si è preoccupato di creare dei personaggi definiti. Il suo eroe è l’uomo-massa, il simbolo di una classe sociale. Andrés Chiliquinga è il soggetto passivo ed avrebbe potuto esser chiunque altro. Non è la personalità dell’uomo – del “subumano” – che interessa a Icaza caratterizzare o distinguere, quanto l’episodio raccapricciante. E, data la sua modalità di narrare, di presentare la vicenda al lettore – con l’eccezione della precisione del dialogo, che sembra stenografica – non si distingue affatto per la sua preoccupazione artistica. È riuscito a suscitare l’interesse per il suo libro per ciò che dice di essenziale, a prescindere della forma difettosa in cui lo dice. Il modo trascurato in cui scrive Icaza è incredibile e, nonostante ciò, alcune delle sue pagine, prive della maestosità che potrebbe loro conferire solo la congruenza fra la sostanza e la forma – questa ultima oggetto di preoccupazione nei suoi ultimi libri – possiedono una forza epica che impressiona nel profondo.
En las calles e le altre opere
Se Huasipungo è una rassegna delle sofferenze dell’indio, nel suo successivo romanzo En las calles, Icaza è riuscito a sintetizzare, con ammirabile precisione, la sostanza tragicomica della nostra nascente democrazia. È un libro amaro; non si tralascia nulla; ce ne fornisce l’orrore quasi pezzi di viscere sbrindellate. E nessuna deliberazione politica che non sia stata decisa o che non potrebbe esserlo. Letto a distanza di dieci anni da quando è stato scritto si osserva come nessuna delle sue satire abbia perso di attualità. I padroni “Luchito” si susseguono sempre uguali o peggiori. Lo Stato continua a reprimere nel modo già descritto le esplosioni di ribellione collettiva. L’uomo del quartiere lotta, come espresso dalle pagine di questo romanzo, per perseguire un benessere da cui è escluso. Nessuno come Icaza ha ritratto la vita del gendarme delle nostre città: la sua esistenza sudicia e sordida; i suoi problemi e le sue amarezze. Il comandante del quartiere, oggetto di irrisione da parte dei signorini, è il simbolo della nostra pseudodemocrazia meticcia. Però non è solamente in questo senso un documento sociale impressionante. Contiene anche vere pagine di storia. La “Battaglia dei quattro giorni” [28 agosto – 1° settembre 1932] […] serve a Icaza per innestare l’avvio della sua narrazione. I due fronti contrapposti si massacrarono, come dice l’autore, in difesa della Costituzione. Però uno difendeva la Costituzione del Presidente. L’altro quella di don Luchito Urrestas: Democrazia!
Successivamente Icaza ha pubblicato altri due romanzi; Cholos (1938) e Media vida deslumbrados (1942), nei quali ha trattato temi e ambiti sociali per lui nuovi. Si avverte il suo progetto di affrontare progressivamente temi della realtà politica e sociale del paese, che abbiano un certo rilievo. Dall’indio è passato al “cholo” [meticcio]; dalla campagna al villaggio e dopo alla città. In questo autore si avverte nel modo più esplicito il fascino che esercitano, nella creazione letteraria, le questioni nazionali che rivelano l’ambito oscuro del nostro vivere. Ciò nonostante, da buon socialista, al di là della modalità ossessiva con cui ha trattato le nostre deformità politiche, economiche e sociali, fa emergere la sua fiducia in un domani più giusto. E, tratto che si avverte a partire da Cholos, l’autore manifesta qui preoccupazione per la forma e il linguaggio. In cambio non è riuscito, nelle sue opere successive, ad eguagliare Huasipungo che resta, fin qui, la sua produzione migliore.
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Alcune osservazioni mi sorgono istantanee. Innanzitutto sul modo di scrivere di Icaza: è immediato ed efficace, del tutto congruente con il contenuto e le finalità del libro; certo non è uno spagnolo letterario ma la sua forza sta proprio nel portarci dentro una situazione non solo con la descrizione ma anche con la sonorità di un idioma “contaminato”. La stessa scelta di lasciare molte parole quechua, fornendo in calce un “vocabulario” – scelta mantenuta nella attuale traduzione di Lucilla Soro, differentemente da quella del 1961 – fa sì che, man mano procediamo nella lettura, queste parole diventino nostre. In secondo luogo definire Andrés Chiliquinga “eroe” non sembra affatto calzante con il personaggio che agisce per lo più in modo istintivo e inconsapevole, che non sa esprimere nemmeno in suo amore per la moglie Cunshi se non a suon di botte e ne provocherà involontariamente la morte costringendola a non vomitare la carne putrida che aveva dissotterrato. Più che “eroismo” esprime l’abbruttimento a cui il sistema sociale aveva portato gli indios, ormai sradicati dalla loro cultura e sottomessi al potere del padrone e a quello del parroco. Non mi pare nemmeno si possa dire che “Il finale, seppur tragico, fornisce un appiglio alla speranza”. La rivolta, una sorta di jacquerie, è inevitabilmente destinata a sfociare nel massacro.
La speranza non sorge certo dall’interno della vicenda, ma semmai nella forte denuncia che il romanzo esprime; nella lettera sopra citata Icaza infatti diceva di aver scritto perché “servisse come messaggio ed emozione per la gente del mio popolo”. Se vogliamo fare un raffronto con la nostra letteratura, mi pare che Huasipungo sia più vicino al verismo di un Verga che alla narrativa neorealista del dopoguerra spesso consolatoria e incentrata sulla figura positiva dell’eroe popolare, espressione cosciente della propria classe. Andrés, per intenderci, non ha niente a che vedere con il “nazional-popolare” Metello[30].
Cholos (I meticci)
Abbia visto come Angel J. Rojas, pur analizzando la narrativa ecuadoriana sino al 1944, dedichi poche righe a questa opera del 1938. Nella ricerca di documentazione su Icaza ho scoperto che è stata tradotta in italiano da Carlo Bo e pubblicata da Einaudi già nel 1949 nella collana I coralli[31]: di ben dodici anni antecedente alla prima edizione italiana di Huasipungo! Tramite internet sono riuscito ad acquistarne una copia usata e direi che si è dimostrata una piacevole sorpresa. Mi auguro che, visto l’interesse su Icaza che la nuova edizione italiana di Huasipungo ha suscitato, venga nuovamente edita sia per l’importanza dell’opera che per l’autorevolezza del traduttore.
Cholos rappresenta una evoluzione significativa rispetto alla Novela di quattro anni prima, sia dal punto di vista della realtà sociale rappresentata che da
quello letterario.
Ritroviamo il latifondista aristocratico – qui don Braulio Peñafiel – che però, pur di mantenere l’apparenza orgogliosa del suo lignaggio, si indebita e deve cedere man mano i suoi possedimenti a San Isodoro al possidente agrario meticcio Alberto Montoya che ampia sempre più, in modo spregiudicato e vessatorio verso i suoi dipendenti – siano cholos o indios –, il proprio potere.
Peñafiel ha una bella moglie meticcia, che ripetutamente rimprovera di non essergli all’altezza e di non saper adeguatamente educare il figlioletto Lucas; mette inoltre incinta una serva india che darà alla luce Guagcho, un meticcio – presto orfano – dal carattere forte e determinato. I due fratellastri si incroceranno nel prosieguo della narrazione pur non riconoscendosi come tali; si innamoreranno entrambi della stessa ragazza, figliastra di Montoya, ma inarrivabile per entrambi. Lucas dovrà imparare a mantenersi da solo dopo esser stato cacciato dal collegio dei gesuiti per il carattere ribelle e per la vergogna di una madre che – il marito oramai invalido e del tutto privo di introiti, pur continuando a vivere nel palazzo della capitale – troverà in modo di mantenere sé e il marito accettando (e incoraggiando) le profferte di Antonio Mena, “un ometto miope e timoroso” non nobile ma generoso nel prestar denaro. E dopo Antonio Mena, molti altri.
Luca diventerà maestro, in odore di “eresia”, a San Isodoro mentre Guagcho diventerà progressivamente l’uomo di fiducia di Montoya e, quando questi nella sua ascesa sociale si trasferirà con la famiglia nella capitale, l’amministratore della sua tenuta.
Ritroviamo il parroco del paese, maneggione, affarista e senza scrupoli che sa sfruttare la credulità popolare e non esiterà, ad esempio, a lasciar imputridire in piazza i cadaveri dei defunti sinché i famigliari non trovino modo di pagare il funerale.
Ritroviamo gli indios sottomessi e timorosi anche quando vorrebbero esprimere la propria protesta per le vessazioni a cui son sottoposti. Tra loro emerge il giovane Chango che sarà accusato di aver ucciso un vecchio indio, suo suocero, mentre il vero responsabile era Guagcho che aveva colpito il vecchio in un eccesso d’ira nel corso delle proteste indie.
Guagcho, licenziato da Montoya, cerca di far tacere il rimorso ubriacandosi e cercando di convincere amici ed abitanti di esser lui il vero assassino. Deciderà di far evadere José Chango che, ferito, in carcere aspetta di esser trasferito a Quito per il processo e l’inevitabile condanna. Dopo la liberazione riesce a farlo curare di nascosto e la narrazione si conclude con la decisione di entrambi di lasciare quelle terre. Troveranno altri a cui unirsi, diventeranno – ci lascia intuire l’autore – banditi o magari guerriglieri, il che è, in fondo, la stessa cosa.
– Se rimarremo qui a lungo, ci acciufferanno – affermò il cholo temendo che l’indio non volesse sradicarsi da quel luogo. Ebbe invece la sorpresa di udire;
– Ma certamente!
Acconsentiva, forse incominciava ad essere inquieto. Per provare meglio insistette:
– A dove andremo?
– Dove vuoi tu… Ormai non ho più ne bambino né moglie… hanno portato via tutti… In qualche altra fattoria ci daranno da lavorare…
– Mai più fattorie, – protestò istintivamente il Guagcho, e dandogli una speranza soggiunse:
– Vedrai come ci andrà bene quando saremo in tre…
Nel dire così sentì un impeto di aspirazioni represse. Voleva di nuovo udire il consiglio dell’uomo che gli aveva parlato fraternamente quella notte[32]. Se fosse stato necessario, lo avrebbe cercato in ogni angolo della terra d’America.
L’alba sorprese i fuggitivi in cima a un altipiano. Il Guagcho si alzò l’ala del cappello in segno di lotta, e il poncho dell’indio fiammeggiò come una bandiera contro lo sfondo purpureo dell’aurora. [p. 324]
Se Huasipungo ci consegnava una situazione senza sbocco, chiusa, al di dà della forte denuncia, in questa novela tutto è in movimento, dal declino dell’aristocrazia proprietaria bianca, all’ascesa di una nuova classe di possidenti meticci, al crescere di una intellettualità (Lucas) che si pone il problema dell’eguaglianza e rompe i rapporti con il conservatorismo clericale, a un ceto meticcio più povero che incomincia a superare i pregiudizi contro i roscas. Per arrivare ad un finale, al di là dell’immagine un po’ retorica dell’ultima frase, che – in questo caso sì – apre alla speranza lasciando intravedere più possibilità.
Se la vicenda più complessa di quella rappresentata nel romanzo del 1934 ci dà – ricordando le osservazioni di Donoso – una “opera aperta”, notevole è anche la differenza delle modalità narrative utilizzate.
Certo ritroviamo ancora alcuni passaggi di dialogo diretto collettivo che hanno caratterizzato l’opera precedente, ma soprattutto emerge l’aumento della complessità ad esempio con il passaggio dal narratore esterno a uno interno laddove Lucas, nel momento in cui lascia Quito per svolgere il suo incarico di maestro a San Isidoro, prende in mano e legge – e a più tratti commenta – i suoi «Appunti per un romanzo» in cui rivive il declino della sua famiglia e l’evoluzione del suo tormento interiore; almeno tre punti di vista narrativi che si intrecciano nelle stesse lunghe pagine. E ancor più quando il racconto di Lucas sfocia nel ricordo di un sogno allucinato ambientato su di una sorta di palcoscenico (una piattaforma) su cui si succedono una serie di montagne “che sembravano vagoni in marcia” in cima ad ognuna delle quali vi era una figura “vestita come un re”, una sorta di divinità che oscilla tra la tradizione animistica e quella incaica. Ed in ognuna di queste montagne – con i loro campi coltivati e le popolazioni locali, cui man mano sopraggiungono quelle esterne (colonizzatori, cholos, sacerdoti, militari) che confliggono, si alleano, scacciano altri sotto la piattaforma – si rappresentano i diversi scenari, passati e futuri, della storia andina. Ed è nell’allucinazione del sogno che, tra lo sveglio e il dormiente, Lucas matura la sua scelta. Questa la conclusione del lungo sogno a metà fra incubo e reverie:
« Scoppiò l’ultimo punto luminoso. Già una luce mattutina filtrava dalla finestra e vidi con gli occhi aperti.
« La piattaforma era discesa ancora di livello; nel sotterraneo gli uomini abbronzati ed i cholitos avanzavano in ginocchio.
« L’inquietudine delle figure gonfiate, nel sentire prossimo il loro definitivo inabissarsi, diede luogo a conversazioni:
– La figura del proprietario -. In questo caso non importa la nostra vecchia inimicizia.
– La figura del prete -. Anche Iddio disse: È necessario perdonare ai nemici.
– La figura del militare: – Questi sono i sentimenti che ci animato per difendere la nostra amata piattaforma.
– Le tre ombre, unite: La nostra piattaforma sprofonda. Tutto per queste canaglie di cholos che non l’amano… Cholos sciagurati! È necessario che ci sostengano: poi li renderemo potenti, li salveremo dalla miseria in cui vivono.
« Per salvarsi dal naufragio, le tre ombre gettarono nei sotterranei, col vecchio trucco coloniale, grandi quantità di uomini pallidi.
« I cholitos, cadendo nel sottosuolo, non si eressero quali carnefici degli uomini abbronzati; come nel sogno, adesso sostennero il peso dell’impalcatura in una comune fraternità.
Sveglio, provai l’angoscia degli incubi. Gli uomini del sotterraneo, per non morire sotto il peso del tavolato che scricchiolava, venivano avanti trascinandosi. Non ne potevano più della loro vita, delle loro ossa!
« Vidi in maniera così chiara, che gridai nel mattino silenzioso:
– Sono uomini e stanno a morire come topi… Evviva i cholos, evviva gli indios!
« Sotto la spinta degli uomini schiavi, dinanzi ai miei occhi scomparve l’impalcatura della vecchia scena. Essi si misero in piedi, spezzarono le ombre e la piattaforma che era stata la loro tortura. Nelle mani dei cholos fiorì la luce della libertà, luce che inondò la mia camera. Il sole era sorto.
« Mi alzai allegro; finalmente avevo qualcosa di utile da dare, qualcosa che poteva essere. Era la mia fede. Da allora un orgoglio di uomo nacque dentro dl me ». [p. 254 – 255]
Ovviamente qui non siamo più nel verismo, ci avviciniamo non poco a temi e modalità della narrativa degli anni ‘60 e la lettura di questo successivo romanzo riflette nuova luce su Huasipungo e lo apre a più ampi significati.
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[1] Jorge Icaza, Huasipungo, Elliot, Roma 2018; traduzione di Lucilla Soro e postfazione di Danilo Manera.
[2] Un ritratto della personalità complessa di Donoso lo troviamo in questo contributo.
[3] Ed. italiana, Bompiani, Milano 1974.
[4] Pag. 16-17.
[5] Donoso cita Doña Bárbara (1929) del venezuelano Rómulo Gallegos, Don Secundo Sombra (1926) dell’argentino Ricardo Güiraldes, El hermano asno (1922) del cileno Eduardo Barrios, Los de abajo (1916) del messicano Mariano Azuela e La vorágine (1924) del colombiano José Eustasio Rivera.
[6] Pag. 20-21.
[7] Pag. 45.
[8] Pubblicato in italiano da Il saggiatore col titolo L’ombelico della luna (2000) e riproposto dallo stesso editore dal 2011 con il titolo La regione più trasparente.
[9] Pag. 47-48.
[10] Pag. 52.
[11] Pag. 43.
[12] Pag. 57-58.
[13] Tad. italiana in Le armi segrete, Einaudi.
[14] Tradotto in italiano da Einaudi nel 1969 con il titolo Il gioco del mondo.
[15] Trad. italiana: La città e i cani, Feltrinelli 1967 (poi ripubblicato più volte anche da Rizzoli ed Einaudi).
[16] Pag. 124-125.
[17] Viene da ricordare innanzitutto Roberto Bolaño che utilizza spesso nella sua narrativa questo topos di scrittori inesistenti ma assolutamente plausibili ed esemplificativi.
[18] In Huasipungo, Elliot, Roma 2018, p. 186.
[19] Questo sistema proprietario è anche definito, specie in Perù, gamonalismo. Per l’Ecuador cfr. Paola Sylva Charvet, Gamonalismo y lucha campesina. Estudio de la sobrevivencia y disolución de un sector terrateniente: el caso de la provincia de Chimborazo 1940-1979, Abya-Yala, Quito 1986.
[21] Quando ero a Quito (1987), una domenica eravamo fuori città, sulle pendici del Pichincha, su di un piccolo appezzamento dove i ragazzi giocavano ad Eco-volley, in una abitazione vicina vi era una festa. Mi è stato spiegato che era il momento conclusivo di un minga: i vicini e conoscenti dei giovani sposi, che andavano ad abitare in quella casa, avevano finito di costruire la strada rotabile che permetteva di raggiungere l’abitazione.
[22] Nell’edizione italiana del 1961 la frase quechua viene tradotta “Il nostro huasipungo!”, evidentemente meno potente e meno rispondente all’originale. Angel Rojas (cfr. più avanti) la tradurrà infatti in spagnolo con “İEl huasipungo es nuestro!”.
[23] Termine dispregiativo per indicare gli indios.
[24] Genio malefico dei fiumi e dei monti, identificato con l’arcobaleno che, nella cultura andina ecuadoriana, è portatore di sciagure.
[25] Indio.
[26] Angel F. Rojas, La novela ecutoriana, Ariel, Guayaquil – Quito 1980, pp. 202-206. Traduzione e link nel testo miei.
[27] Anche questo romanzo, come Huasipungo, è stato di recente tradotto e pubblicato in italiano: Edizioni Arcoiris, Salerno 2018. Una bella recensione di entrambe le opere narrativa è stata pubblicata su il manifesto a cura di Francesca Lazzarato: La voce ritrovata dei pueblos originarios.
[28] Forma di potere agrario simile a quello feudale impostosi sulle terre precedentemente appartenenti alle comunità indie.
[29] Latifondista schiavista.
[30] Sulle dis-avventure del concetto (gramsciano?) di nazionalpopolare una documentata e divertita ricostruzione (compreso il dibattito su Metello) la troviamo in Tutta colpa di Antonio. Evoluzione del concetto di nazionalpopolare da Gramsci a Pippo Baudo.
[31] È stata poi riproposta, sempre nella traduzione di Carlo Bo, da Mondadori nel 1955.
[32] Si riferisce a Lucas, il maestro e fratellastro (ignoto come tale) Lucas, con cui aveva parlato a lungo, anche lui fatto allontanare dal prete per le sue idee sovversive.
Puntualizzato che qui sopra non manca un “non”, la prendo da lontano. Lontano nel tempo ma qui vicino. A Pallanza in via Cietti vi è Casa Moriggia, edificio storico trecentesco noto per il suo bel portale, i cortili colonnati e per il ciclo di affreschi quattrocenteschi dell’anonimo “Maestro di Casa Moriggia”.
Meno noto è che in questa abitazione negli ultimi anni dell’ottocento avesse sede la redazione di un settimanale inizialmente titolato “La lotta. Giornale pallanzese” e, dal n. 20 del 1897, “L’Eguaglianza” con il sottotitolo “Giornale popolare del Verbano, del Cusio e dell’Ossola”. Lo dirigeva il prof. Alfredo Boggio, in quegli anni rettore del “Civico Convitto”. Giornale a tendenza liberal radicale (Cavallottiano si può dire) attento sia ai temi locali che a quelli nazionali, con una forte impronta laica.[1] L’editoriale dell’11 settembre 1898 è dedicato all’antisemitismo d’oltralpe e all’Affare Dreyfus; lo riporto per esteso.
L’odio di razza
da L’Eguaglianza, 11 settembre 1898
Oggidì, che un popolo come il francese, il quale si vanta di procedere alla testa del progresso civile, accecato da una bassa passione, cui tenta di larvare con la maschera di patriotismo, si dà a perseguitare gli Ebrei, e commette iniquità, cui esso medesimo non è guari condannava al vederle perpetrate in Russia, in Austria o in Germania, oggidì torna in acconcio qualche considerazione sull’odio ingiusto, che in molti cuori, anche di persone sedicenti assai religiose, cova latente, e non aspetta se non una occasione per ribollire e manifestarsi con tutta la bruttezza della sua forza, com’è avvenuto di là dalle Alpi.
Da qualunque lato lo si guardi, riesce incomprensibile il livore, che in tutti i popoli, ma specie in quelli professanti la religione cristiana, esiste contro la razza giudaica, livore che in differenti epoche della storia si è palesato con inique persecuzioni e vendette, le quali, se già indegne fra i barbari, sono un’onta ignominiosa, quando si veggono consumate da una società, che si millanta civilissima, da un popolo, che si pretende antesignano di ogni nobiltà.
Il povero Dreyfus (o veramente Dreifuss), che ora sembra aver fatto scoppiare la mima, è certamente un pretesto; il delitto, onde lo si accusa, forse imaginario, o non suo. Tuttavia, quando pure il Dreyfus, nella sua qualità di ufficiale dell’esercito francese, lo avesse commesso, sarebbe stata questa una ragione per trascendere ad eccessi contro innocenti? Inferire contro tutta una razza per la colpa di un singolo individuo è inconcepibile mostruosità.
Che quanti, come il Zola, lo credono innocente cerchino di difenderlo e riabilitarli, nulla di più giusto ed umano; che il sindacato ebraico cooperi all’impresa, nulla di più naturale. Forse non fanno lo stesso, e a buon diritto, i Francesi, ove un loro concittadino sia in qualunque modo calpestato? Come censurare gli Ebrei perché compivano verso il Dreyfus, atrocemente condannato dopo un simulacro di giudizio illegale, uno dei più elementari doveri della giustizia umana?
Dunque nessun motivo, all’altezza della presente civiltà, spiega ed attenua la vergogna dell’antisemitismo, nome assurdo di cosa abbominabile, giacché Sem per avventura non è se non un mito biblico. Ma, quando pure sia stato un personaggio storico, il poveretto è proprio innocente di tutte le infamie, che gli si vogliono addossare. Ad ogni modo però, giacché perseguitano gli Ebrei, perché semiti, cioè discendenti di Sem, vorrebbero di grazia i persecutori insegnarmi, da chi discendono i non Ebrei? E del resto il provenire da Sem, Cham, da Japhet, o da Montezuma, costituisce forse un delitto? Poiché dunque così puerili sotterfugi non valgono a spiegare, e tanto meno ad onestare un fatto obbrobrioso, che non ha, né ha mai avuto, giustificazione possibile, la causa, se non la ragione, della odierna crociata antisemitica vuolsi cercarla altrove.
V’ha chi spiega la prevenzione contro gli Israeliti con la idiosincrasia di quella gente, che dopo tanti secoli di consorzio resta isolata e senza mescolare il suo sangue con quello de’ popoli, in mezzo ai quali vive; ma se questa ragione avesse qualche peso, la varrebbe ugualmente, ed anzi a fortiori, per i gitani e zingari, che praticano esso isolamento ed essa astensione con molto maggior rigore. Ma forse la indifferenza, la noncuranza de’ più verso i zingari proviene dal fatto, che questi son poveri, mentre degl’Israeliti molti sono ricchissimi! …
Né io voglio negare, che uno de’ motivi impellenti all’astio per gli odierni antisemiti non sia, com’è già successo altre volte, la eccessiva, e oggimai per la loro salvezza non più necessaria, auri sacra fames[2] de’ malevisi; ma ad esso bisogna aggiungerne un altro più grave e puramente religioso. Il maggior nemico, che abbiano i figli di Giacobbe, è la Bibbia. L’odio implacabile, che da ogni riga di questa spira contro gli incirconconcisi, si è sempre ritorto contro il popolo, che ivi lo accumulò. Con la lettura del sacro libro i Cristiani assorbono inconsciamente il veleno, e i preti, sia cattolici che protestanti, che per il loro ufficio ne sono più di ogni altro saturi, vanno inoculando quell’odio, forse anche senz’addarsene, nelle coscienze, sicché basta un futile motivo per determinare una crisi dello stato patologico morale.
I cristiani de’ nostri giorni, che ora dal pulpito in chiesa, or coi periodici rugiadosi in piazza, inveiscono contro la così detta razza deicida, ripetono la stessa incongruenza di que’ lor correligionarii, che in altri tempi abbruciavano i giudaizzanti, cantando intorno al rogo salmi giudaici. I trionfi del cattolicismo si sono segnalati sempre con simili carezze al popolo d’Israele. Qual maraviglia dunque, che la odierna reazione clericale riponga in atto procedimenti barbari e inumani?
Una sola cosa invece ha, più che stupito, addolorato nello scandalo francese, e fu il vedere farne parte, anzi esserne l’anima, la generosa gioventù, gli studenti. Né vale a scusarla il sapere, che i suoi atti, e individuali e collettivi, sono spesso inconsulti, e in questo caso provocati da un falso patriottismo. Ma è prossimo il giorno, in cui sarà noto, qual mano occulta abbia mosso quelle infiammabili pedine.
Le religioni positive, nel pretendersi ciascuna assoluta ed unica depositaria della verità, son per natura tutte intolleranti, ma sopra tutte è la cattolica, perché, obliando il Vangelo, ancor più della ebraica s’inspira al Vecchio Testamento, libro tutta sensualità odio, vendetta maledizione e sangue, codice feroce di un popolo rozzo, crudele, materialista, che impone sempre macelli e stragi, e a tipo dell’amore ci offre … il Cantico dei Cantici!
L’Affare Dreyfus
L’Affare Dreyfus è noto: sulla base di un documento (il famoso borderau) a lui attribuito, il capitano Alfred Dreyfus, ebreo francese, nel 1894 accusato di alto tradimento a favore della Germania, viene degradato e condannato alla deportazione nella Guyana; anche quando due anni dopo verrà identificato il vero responsabile (il maggiore Ferdinand Esterhazy) lo Stato Maggiore dell’esercito mette tutto a tacere continuando a sostenere la tesi del “complotto ebraico”. Tra i primi a denunciare le false accuse contro Dreyfus fu Bernard Lazare, scrittore di origini ebraiche di orientamento anarchico e socialista,
che già prima del caso Dreyfus si era soffermato sul proliferare dell’antisemitismo in Francia e sulle sue cause. Cause che individuava in due fattori, uno più generale – la reazione clericale al “sopravvento dello Stato laico su quello cristiano” – e uno più contingente: il fallimento nel 1882 della Union Générale, istituto di credito cattolico, attribuito al presunto controllo ebraico della finanza. Contro gli ebrei l’antisemitismo muove contemporaneamente due accuse fra loro contradditorie: quella di essere i dominatori del capitale e della finanza cosmopolita che sottomette il capitalismo nazionale e quella di essere i portatori di teorie ed azioni sovversive contro il capitalismo e lo Stato. I più potenti capitalisti e i più agguerriti anticapitalisti nello stesso tempo.
“La Chiesa ha incolpato ebrei ed eretici della propria sconfitta, si è rivoltata contro di essi, iniziando ad attaccare Israele. L’inerzia dei suoi avversari l’ha resa più audace e più agguerrita che mai, osa di più, combattendo il massone, il libero pensiero, il protestante. La democrazia ha permesso, senza protestare, che l’antisemitismo crescesse. Anzi, ha lasciato fare, per superficialità, per snobismo, ovvero per viltà. Prima o poi capirà il pericolo, e vedrà la rete nella quale si è lasciata imbrigliare. Ma sarà troppo tardi e sconterà la sua inerzia e la sua cecità con anni di reazione clericale.”[3]
Anticipando di un anno il J’Accuse di Émile Zola, Lazare dimostrerà in dettaglio la falsità delle accuse e un processo imbastito senza che l’imputato potesse minimamente difendersi; il tutto allo scopo evidente di gettare in pasto all’opinione pubblica “il Giudeo traditore” e attraverso lui colpire tutta la comunità ebraica.
“Dreyfus … era un soldato, ma era ebreo ed è soprattutto per questo che è stato perseguitato. È stato arrestato perché era ebreo, perché era ebreo è stato giudicato, perché era ebreo è stato condannato …”[4] ed è stata alimentata ad arte una campagna giornalistica di odio e nazionalismo esasperato:
Ebrei influenti, dice “La Cocarde” del 4 novembre (1894) hanno tentato di fermare il processo. Dreyfus, dice “La France” del 5 novembre, è «l’agente di questo potere occulto, di questa élite ebraica internazionale che ha prodotto la rovina dei francesi e si è accaparrata la terra di Francia». “La Libre Parole” alimenta il coro esclamando: «Chi in questo momento non vorrebbe gridare con noi: “La Francia ai francesi”». E il 5 novembre aggiunge: «Sappia l’opinione pubblica che, qualunque cosa dicano, gli ebrei tutti devono essere considerati responsabili del tradimento»[5].
Solo nel 1906, dopo un’ulteriore condanna nel 1899, Dreyfus ottiene la cancellazione delle sentenze precedenti e una tardiva riabilitazione. L’antisemitismo degli antidreyfusardi non fu comunque emarginato né nell’esercito né nella parte più reazionaria e tradizionalista della società francese. Basti ricordare che nel giugno del 1908, due anni dopo la riabilitazione, Dreyfus venne ferito in un attentato durante il trasferimento delle ceneri di Émile Zola al Pantheon. I frutti avvelenati dell’antisemitismo di quegli anni confluirà nelle vicende della seconda guerra mondiale con il collaborazionismo con l’occupante nazista e il regime di Vichy del Generale Pétain.
Il mito del kahal e i Protocolli dei Savi di Sion
Ed è negli stessi anni dell’affaire che, in altro ambito, il tema del complotto ebraico si incarna nel più diffuso libello antisemita, i Protocolli dei Savi di Sion, costruito dalla polizia segreta zarista e pubblicato nel 1903. “Costruito” non solo perché si trattava di un falso ma perché appunto frutto di un collage di testi che risalgono ad un pamphlet[6] del 1864 contro Napoleone III, unitamente a testi antisemiti tedeschi successivi e a una variegata letteratura popolare proliferata nella Russia del tardo 800 e ruotante intorno al mito del Kahal.
Un’analisi circostanziata di questo filone letterario antigiudaico russo è stata effettuata da Alessandro Cifariello[7]. In Russia
“… nella seconda metà dell’Ottocento, nel corso di decenni di campagne giudeofobe a mezzo stampa, la paura psicotica dell’ebreo è capace di nutrire, tra menzogna e manipolazione dell’informazione, le più fantasiose, ardite, malevoli e pericolose calunnie antiebraiche. Personaggi di varia estrazione sociale e differente livello intellettuale arrivano a scorgere dietro alle decisioni di un qualsiasi governo nazionale e a ogni evento storico un velo tenebroso; quello del kahal.
Il kahal, calco di ‘keilla kedosha’, ‘comunità santa’, era il termine assegnato nel medioevo dai legislatori polacchi alla struttura comunitaria ebraica. Riconosciuto come istituzione di autogoverno della comunità ebraica sin da XVI secolo, aveva mantenuto per secoli grande potere, soprattutto a livello locale. Al tempo delle spartizioni della polonia, verso la metà del XVIII secolo, il legislatore russo si imbatté nell’esistenza della struttura comunitaria, che decise di mantenere fino alla sua definitiva abolizione, nel 1844. Tuttavia, nella seconda metà dell’Ottocento, in particolare dopo la pubblicazione dei celebri volumi di Brafman, nell’immaginario collettivo, da termine indicante la forma di autogoverno delle comunità ebraiche dell’Europa orientale, il kahal acquisisce il significato di potenza occulta, di vera e propria società segreta, di direzione centrale ebraica che – attraverso una cospirazione planetaria – governa nell’ombra il popolo ebraico, attua il programma di dominazione del mondo, dirige la mano armata del nichilismo nel suo attacco all’Europa, e realizza il progetto di disgregazione fisica e morale dell’Impero russo. Si cristallizza dunque nella cultura russa una ‘menzogna calunniosa’ che ha come bersaglio l’immaginario kehal degli ebrei.”[8]
Letteratura popolare, romanzi (veri e propri feuilleton) apparsi perlopiù a puntate sulla stampa russa da parte di autori, poco noti in occidente, che danno corpo nell’ultimo ventennio dell’Ottocento a una organica tipologia di “romanzo giudeofobo” russo[9]. La figura dello žid (giudeo) si configura secondo tre dimensioni: economica (sfruttatore e strozzino), politica (agitatore e nichilista) e religiosa occulta (rabbino praticante di riti satanici che complotta per il dominio planetario). Tematiche che da un lato fomentano un antisemitismo diffuso che sfocia in numerosi pogrom, in particolare dopo l’uccisione in un attentato della Zar Alessandro II (13 marzo 1881) da parte dei nichilisti della Narodnaja volja, e dall’altro costituiscono il calco narrativo diretto dei Protocolli.
Il pregiudizio antiebraico
Se antigiudaismo (religioso) e antisemitismo (razziale) sono ricostruibili anche filologicamente e storicamente, più variegato e dai contorni indefiniti è il tema del pregiudizio antiebraico tale che possiamo reperirlo anche laddove non penseremmo di trovarlo. A partire dallo stesso testo “L’odio di razza” de L’Eguaglianza che abbiamo riportato per esteso all’inizio: l’autore, deciso sostenitore dell’innocenza di Dreyfus ed esplicito accusatore dell’antisemitismo, non manca di inserire nella sua difesa luoghi comuni contro gli ebrei: ricchissimi, avidi di ricchezza e fanatici religiosi, sia pur superati in questo dai Cristiani che avrebbero assorbito ed amplificato l’intolleranza che traspira dal testo biblico liquidato dall’autore come “libro tutta sensualità odio, vendetta maledizione e sangue” e rigettato anche laddove, con l’alta poesia del Cantico dei cantici [10] esalta la dignità dell’amore umano.
Un testo utile per approfondire il tema ci è fornito da Roberto Finzi: Il Pregiudizio. Ebrei e questione ebraica in Marx, Lombroso, Croce[11]. Così lo introduce Claudio Magris nella prefazione:
“Nei tre saggi di questo libro Roberto Finzi non indaga tanto l’antisemitismo – cui peraltro egli ha dedicato, come si è detto, studi importanti – quanto il pregiudizio che si annida o può annidarsi anche in chi è assolutamente scevro da ogni forma di antisemitismo e anzi lo condanna e cerca di spiegarlo per combatterlo. Tutti e tre i protagonisti di questi saggi sfatano, rifiutano, respingono l’antisemitismo. Non è molto importante che due di essi – Marx e Lombroso – siano ebrei perché può esistere pure, in chiunque, una contorta violenza autolesiva, presente anche nella storia dell’ebraismo, col famoso “odio ebraico di sé” […]
Marx e Lombroso cercano di spiegare, in termini essenzialmente storici, la genesi dell’antisemitismo. Il ricorso alla storia, quale spiegazione di un fenomeno, sfata e smonta di per sé l’irrazionalità di ogni pregiudizio razzista e dunque pure dell’antisemitismo.
Naturalmente non si dà in questo campo alcuna vittoria definitiva per la ragione, perché il pregiudizio rinasce ogni volta dalle sue ceneri. Proprio perché è irrazionale, non si fonda su nulla di obiettivo e non è dimostrabile, esso non è confutabile. (pag. VII-VIII)
Finzi non si limita pertanto a ricostruire il contributo dei tre autori allo studio dell’antisemitismo, ma vuole capire come e perché in questi stessi autori persistano echi non secondari del pregiudizio antiebraico.
“Ecco, dunque, il punto, la spina dorsale delle pagine che seguono, dedicate all’analisi dell’immagine dell’ebreo tramandata dall’opera di tre personalità della cultura ottocentesca e primo novecentesca rappresentanti di tre filoni – il “socialismo scientifico”, la scienza positivista, l’idealismo liberale – non regressivi, ma progressisti e che, in maniera diversa e anche contrapposta, si proponevano di liberare l’uomo dai pregiudizi che ne ottenebravano il cuore e la mente. All’interno della loro ricerca permangono, quanto agli ebrei, scorie del passato: la acuta vigilanza critica che sorregge il loro sforzo analitico sembra come ritirarsi, restare impotente dinnanzi alla “questione ebraica”. Perché? La risposta – che, lo so bene rinvia ad altre, complicate analisi – sta, in sostanza nel punto di vista assunto. Se una “questione ebraica” esiste la causa non può che trovarsi negli ebrei, nella loro storia, nella “dura cervice” che li ha fatti sopravvivere a tutte le traversie della storia. Tanto che, non soddisfatti di tutto quanto è loro occorso, rifiutano la via maestra dello sviluppo civile, il risultato necessario della loro inevitabile e giusta emancipazione: l’assimilazione, intesa non come integrazione in una società che riconosca, all’interno di un quadro di valori condivisi, le differenze, ma quale assorbimento e, alla fine, estinzione, dissolvimento delle identità minoritarie in quella maggioritaria.”[12] (pag. 5)
Non entro nel merito dell’analisi dettagliata del “pregiudizio persistente” nei tre autori, rimandando alla lettura diretta del testo di Finzi e a una brave sintesi in nota[13]. Due aspetti della sua analisi mi preme sottolineare: la modernità, nei suoi diversi aspetti – scientifico, culturale, artistico, civile … – non solo non ha debellato il pregiudizio, ma nemmeno l’antisemitismo; va inoltre fatta una netta distinzione fra prima e dopo la Shoah.
All’interno del confronto che oppose dreyfusardi e antidreyfusardi ad esempio gli intellettuali innovatori “moderni” si divisero: se molti artisti d’avanguardia presero posizione a favore di Dreyfus (Monet, Pissarro, Signac …) molti altri (Cézanne, Rodin, Degas …) si schierarono sul fronte opposto[14]. E d’altronde lo stesso Zola “campione della lotta contro la condanna di Alfred Dreyfus” non fu esente da “una visione stereotipata della giudaicità”[15].
La cultura antisemita ha fruito “del background di un senso comune ampiamente impregnato di preconcetti giudeofobi che affondano le loro radici nel Medioevo cristiano. Lo sterminio messo in atto da Hitler e dai suoi alleati” sottolinea Finzi “non avrebbe potuto forse nemmeno essere progettato se in tanta parte della popolazione europea non si fossero annidati nel profondo stereotipi antiebraici, che né la cultura né l’adesione a quanto oggi si è soliti chiamare modernità avevano sradicati”[16].
Dopo la Shoah tutto cambia: dal concetto di dio (Jonas) alla poesia (Adorno) e pertanto anche la storiografia dell’antisemitismo con un duplice rischio. Quello “di mettere in relazione diretta con il nazismo autori precedenti” per la presenza di “scorie” giudeofobiche (come alcuni hanno tentato con Marx e non solo), e dall’altra, siccome “il nazismo, ‘barbarie’ per eccellenza, non può avere rapporto alcuno con espressioni artistiche o culturali autentiche” (p. 126) si cerca di nascondere l’antisemitismo effettivo (e in più casi l’adesione al nazismo e/o al fascismo) di autori, artisti e personaggi importanti come qualcosa di “indecente” cha va sottaciuto; l’elenco è lungo: Richard Wagner, Henry Ford, Ezra Pound, Louis-Ferdinand Céline, Carl Schmidt e i filosofi Giovanni Gentile e Martin Heidegger …
L’elenco potrebbe continuare a lungo a dimostrazione che il pregiudizio e gli stereotipi antiebraici rappresentano un esempio straordinariamente evidente e documentato dell’operare della longue durée nell’immaginario collettivo, per nulla esorcizzati dalla “modernità”, dall’“avanguardia”, dal valore estetico o dalla capacità analitica. (p. 129)
Serve allora “uno sforzo voluto e specifico” per indagare, conoscere, individuare, capire e riconoscere quelli che Gramsci indicava come “frantumi eterogenei di mondi culturali fossilizzati” (p. 34) che sono estremamente diffusi anche in coloro che non lo sospettano affatto, rovesciando l’ottica storica che ha accumulato Marx, Lombroso, Croce (e molti altri) che hanno ricercato le “cause” della questione ebraica all’interno del mondo e della cultura ebraica.
“La prospettiva corretta è un’altra, l’esatto opposto. Per dirla con Jean-Paul Sartre: “L’esperienza non fa sorgere la nozione di ebreo, al contrario è questa che chiarisce l’esperienza: se l’ebreo non esistesse, l’antisemita l’inventerebbe”.[17] Il problema non era e non è capire se, come, quanto gli ebrei siano o no diversi dagli altri, e che “tic” – come tutti – si portino dietro, ma quale sia il meccanismo mentale di chi gli ebrei odia indipendentemente da qualsiasi loro carattere storico. Per questo sono importanti le ricerche che si vanno sviluppando sulla “cultura” antisemita. Un “pensiero” che sempre più appare espressione, ed ammissione, di una debolezza “identitaria”. Per affermarsi, l’identità dell’antisemita necessita di un nemico da combattere e battere. Solo dominando, annullando l’altro si ritrova e si realizza.” (p. 6-7)
Gitani e “zingari” [18]
Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.
Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.
Mariella Mehr
In accordo con Clotilde Pontecorvo, ritengo che la shoah non vada assolutizzata “come un evento unico” e nemmeno ridimensionata ad “uno dei tanti stermini”[19]; assumendo questo “conflitto” fra unicità e possibilità di replicazione dell’orrore nazista, ritengo si possa affermare che l’antisemitismo costituisca la matrice, la fonte ispiratrice, di ogni altra forma di razzismo. L’analisi del pregiudizio antiebraico e dell’antisemitismo fornitaci da Finzi può così fornirci la struttura utile per individuare e interpretare altre forme di razzismo ora emergenti.
Riprendendo il testo de L‘eguaglianza su L’odio di razza che abbiamo riportato all’inizio e che ci serve da filo conduttore per queste riflessioni, vi è un passo che certo oggi sorprende laddove l’autore afferma che “la prevenzione contro gli Israeliti” non viene esercitata “per i gitani e zingari”. Evidentemente l’autore ignorava la storia di Rom e Sinti: la loro persecuzione ha attraversato tutta l’Europa moderna con leggi di discriminazione sin dal Quattrocento. Sono poi stati come, e per certi versi più degli stessi ebrei, vittime dello sterminio nazista con almeno mezzo milione di vittime corrispondente almeno alla metà della loro popolazione in Europa. Vittime dimenticate. Per loro non vi è stato nessun processo di Norimberga, poche le loro testimonianze e solo negli ultimi anni si è incominciato a far luce sul loro olocausto: Porrajmos (divoramento)[20].
Sono due le date che ricordano lo sterminio di queste popolazioni: il 2 agosto e il 16 maggio.
Il 15 aprile del 2015, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione per adottare il 2 agosto come «giornata europea della commemorazione dell’olocausto dei rom». La risoluzione ricorda: «i 500.000 rom sterminati dai nazisti e da altri regimi (…) e che nelle camere a gas nello Zigeunerlager (campo degli zingari) di Auschwitz-Birkenau in una notte, tra il 2 e il 3 agosto 1944, 2.897 rom, principalmente donne, bambini e anziani, sono stati uccisi». […]
Testimone oculare della notte del 2 agosto fu l’ebreo italiano Pietro Terracina, che ha raccontato a Roberto Olia: «Con i rom eravamo separati solo dal filo spinato. C’erano tante famiglie e bambini, di cui molti nati lì. Certo soffrivano anche loro, ma mi sembrava gente felice. Sono sicuro che pensavano che un giorno quei cancelli si sarebbero riaperti e che avrebbero ripreso i loro carri per ritornare liberi. Ma quella notte sentii all’improvviso l’arrivo e le urla delle SS e l’abbaiare dei loro cani. I rom avevano capito che si prepara qualcosa di terribile.
Sentii una confusione tremenda: il pianto dei bambini svegliati in piena notte, la gente che si perdeva ed i parenti che si cercavano chiamandosi a gran voce. Poi all’improvviso silenzio. La mattina dopo, appena sveglio alle 4 e mezza, il mio primo pensiero fu quello di andare a vedere dall’altra parte del filo spinato. Non c’era più nessuno.
Solo qualche porta che sbatteva, perché a Birkenau c’era sempre tanto vento. C’era un silenzio innaturale, paragonabile ai rumori ed ai suoni dei giorni precedenti, perché i rom avevano conservato i loro strumenti e facevano musica, che noi dall’altra parte del filo spinato sentivamo. Quel silenzio era una cosa terribile che non si può dimenticare. Ci bastò dare un’occhiata alle ciminiere dei forni crematori, che andavano al massimo della potenza, per capire che tutti i prigionieri dello Zigeunerlager furono mandati a morire. Dobbiamo ricordare questa giornata del 2 agosto 1944». (Giuliano Princigalli, “Porajmos, l’olocausto dei Rom”, il manifesto, 1.08.1015)[21]
Le comunità rom e sinti si sono concentrate recentemente su un’altra data:
il 16 maggio in ricordo di quanto avvenne, sempre nel campo Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau, due mesi e mezzo prima di quel 2 agosto. Preavvertiti dalla resistenza interna che erano stati destinati quel giorno alle camere a gas, i cinquemila “zingari” si armarono alla bene e meglio con bastoni, pietre e ogni altra arma improvvisata e misero in fuga i guardiani che si erano presentati per condurli alla eliminazione, riuscendo a far sospendere – purtroppo temporaneamente – il massacro. Il più ampio episodio di rivolta avvenuto in un campo di sterminio nazista. Se il 2 agosto è il giorno della memoria rom (del porrajmos) il 16 maggio rappresenta la Giornata internazionale della Resistenza romanì.
Una delle non molte testimonianze scritte reperibili sul porrajmos è quella di Otto Rosenberg, La lente focale. Gli zingari nell’olocausto pubblicata da Marsilio nel 1999 e ripubblicato recentemente dalle edizioni “La Meridiana”. Nel 1936 Otto ha nove anni e abita a Berlino con la sua numerosa famiglia allargata. In previsione delle Olimpiadi, “per fare ordine e pulizia”, tutti gli “zingari” berlinesi per ordine di Hitler vengono deportati e ammassati in un campo di un quartiere periferico della città (Marzahn) a ridosso delle discariche. Inizia il percorso che nel giro di sette anni lo porterà ad Auschwitz e successivamente, prima del fatidico 2 agosto, in altri campi. Un racconto semplice, asciutto, privo di emotività anche quando parla dei medici nazisti che già a Marzahn fanno “ricerca” sui bambini rom per dimostrare che – nonostante la loro origine indoeuropea che li ossessionava – erano impuri e subumani. Oppure quando ad Auschwitz, pur sapendo benissimo cosa uscisse dalle ciminiere dei forni crematori, bambini e ragazzi erano addestrati a fingere di ignorarlo. Il suo ultimo campo sarà quello di Bergen-Belsen dove sarà liberato, unico sopravvissuto della sua famiglia.
Nell’ultima edizione il testo è introdotto dalla prefazione di Dijana Pavlović che, per ricordare come la persecuzione e il tentativo di “pulizia etnica” dei Rom non sia stato solo prerogativa di fascismo e nazismo, riporta un poetico racconto sulla deportazione della scrittrice e poetessa Mariella Mehr e ricorda che questa era
“Una donna nata nel ’48 […] dopo la seconda Guerra mondiale, dopo che il processo dl Norimberga ha rivelato al mondo le atrocità subite da chi è stato internato nei campi di concentramento e di sterminio, ma lei lo stesso ha vissuto il Porrajmos (il genocidio Rom). L’ha subito da bambina e da donna in Svizzera, perché Mariella è una Jenisch, una comunità nomade del Centro Europa. Mariella è stata tolta ai sui genitori quando aveva 5 anni, la mamma Maria Emma è stata sterilizzata e internata in un centro psichiatrico, mentre Mariella è stata prima consegnata a famiglie affidatarie, poi a istituti psichiatrici. Per curate la sue malattia, il suo “gene nomade”, le hanno fatto il primo elettroshock quando aveva solo 9 anni. Quando ne aveva 18 le hanno tolto il figlio e anche lei, come sua madre, è stata sterilizzata. In Svizzera la sterilizzazione delle donne Jenisch e la tortura dei loro figli nei centri psichiatrici e durata fine al 1976. […] Trent’anni dopa il processo di Norimberga, a quasi trent’anni dalla Dichiarazione dei diritti umani, negli anni dei Beatles e dei Rolling Stones, quando la società occidentale era percorsa dai movimenti dl liberazione civile, i nostri più stretti vicini, famosi per civismo e pacifismo, utilizzavano ancora le pratiche della purificazione della razza.”[22]
Se la memoria della shoah è entrata, sia pur in modo incompleto, nella consapevolezza civile democratica e qualsivoglia oltraggio o atto discriminatorio verso la comunità ebraica o il singolo ebreo caratterizza in modo inequivocabile di nazifascismo chi lo esercita, lo stesso dovrebbe valere per ogni oltraggio e discriminazione verso Sinti e Rom. Così evidentemente non è; la memoria del Porrajmos è del tutto minoritaria e attualmente Sinti e Rom costituiscono la minoranza più osteggiata nel nostro paese: secondo una ricerca realizzata dal Pew Research Center nel 2014 in Europa, l’Italia è il paese con il pregiudizio più diffuso (85%) nei loro confronti.[23]
Non per con-chiudere ma per dischiudere
In alcuni precedenti post e in particolare in “I migranti e le nostre comunità” (del marzo 2017) mi ero soffermato sulle nuove teorizzazioni del razzismo (quella “culturalista” in particolare); in tempi rapidi mi pare che oggi il problema non sia tanto a livello di teorizzazioni (biologico, differenzialista, neo-evoluzionista, culturalista …) ma quello della rapida “stura” di comportamenti e atteggiamenti palesemente e manifestamenti razzisti. Se consideriamo “la pratica” del pregiudizio razzista nel suo evolversi notiamo come le diverse espressioni del razzismo si mescolino e sommino (es. antisemita[24] e anti islamico, xenofobo e contro le minoranze anche italiane ecc. siano esse etniche, religiose o sessuali). Ricordo un articolo della seconda metà degli anni ’70 – se non sbaglio di Giorgio Bocca – in cui l’autore sosteneva che il razzismo più pervicace fosse quello verso l’estraneo non troppo dissimile, non immediatamente riconoscibile come tale; in passato l’ebreo, poi il “terrone”, oggi (allora) il magrebino, mentre – in particolare in Italia – non avrebbe potuto prender piede un razzismo verso i “negri” quale quello presente negli Stati Uniti dove questo trovava una diversa spiegazione da collegarsi alla storia della schiavitù.
Bocca – o chi per lui –non scriverebbe di certo più quell’articolo; troppi gli episodi che evidenziano come oggi non sia affatto sostenibile quel tipo di lettura. Siamo di fronte ad un regresso dove il “bersaglio” può rapidamente variare di volta in volta: gli “zingari”, gli islamici come gli ebrei, gli immigrati siano economici o richiedenti asilo, i “neri” ecc. ecc. e naturalmente gay e transessuali.
Si dice che tutto ciò sia il portato di insicurezza, paura, incertezza del futuro, crisi di identità, crisi economica e disoccupazione; che vi sia un vento che alimenta questi atteggiamenti e comportamenti: quello del populismo sovranista che percorre l’Europa e non solo.
Tutte spiegazioni che non mi sembrano cogliere il punto centrale, quello che io definirei lo “sdoganamento dall’alto”:
se i principali esponenti dei partiti più votati nelle ultime elezioni politiche italiane (2018) non solo “sdoganano” sentimenti e atteggiamenti xenofobi e razzisti, ma li alimentano (il “ministro sovranista dell’odio” che non perde occasione a parole, e nei fatti come il sequestro di persone in “prigioni galleggianti”, e il guru in declino dei populisti nostrani che proclama “non essere il razzismo un problema”), allora non c’è da meravigliarsi se episodi di intolleranza, spesso non solo a parole, siamo ormai all’ordine del giorno, e il regresso si manifesti inoltre nel proliferare delle tipologie colpite: gli zingari, gli islamici come gli ebrei, gli immigrati, i “neri” ecc.
Con un paradosso per cui la parola “razzismo” è ancora sottoposta a tabù, a stigma sociale, ma non più il comportamento razzista – a parole e negli atti – spesso anticipato o giustificato a posteriori dall’inciso ricorrente “Non sono razzista … ma”.
È assolutamente doveroso denunciare ogni singola manifestazione di razzismo, facendo memoria delle tragedie del passato e non lasciando correre alcun singolo episodio e manifestazione dell’oggi. Ma penso non sia affatto sufficiente.
Abbiamo più sopra sottolineato come il pregiudizio razzista alberghi in modo diffuso: artisti d’avanguardia e scienziati, pensatori politici progressivi, paesi civili e democratici. Anzi direi che alberga in ciascuno di noi nelle forme più diverse: chi non ha qualche pregiudizio – e magari risentimento – sia esso verso i neri o gli islamici, i “marocchini” o gli “zingari”, i Testimoni di Geova o i “froci”, i cinesi o gli arabi e, sotto sotto, anche un po’ gli ebrei? E ne ho dicerto dimenticati molti. Ed è su noi stessi che abbiamo allora necessità di indagare, di rendere a noi stessi palese ogni forma di pregiudizio che ci accompagna.
Con pochissime eccezioni – quasi tutte, direi, di sesso femminile –, persone nelle quali la totale apertura e curiosità nei confronti degli altri prevale su ogni timore e preconcetto.
Roberto Finzi conclude il suo libro sul Pregiudizio citando Lombroso che – se non era manifestamente antisemita – certo era autore di teorie che il razzismo hanno comunque alimentato.
La ricerca del vaccino che immunizzi in via definitiva la civiltà europea dal contagio antisemita [e io aggiungerei ‘razzista’] arriverà a conclusione solo assumendo, per dirla con Lombroso, che “le epidemie sono una acutizzazione rapida, intermittente, dei morbi che ci affliggono sporadici con molto meno intensità in tutta la vita”.[25]
Dovremmo allora tutti dire:
Sono razzista, ma … man mano che – individualmente e collettivamente – riconosciamo e comprendiamo il morbo che ci affligge, il giorno in cui sapremo trovarne la cura e il vaccino, si farà più vicino.
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[1] La Biblioteca “Aldo Aniasi” della Casa della Resistenza ne ha recentemente acquisito una ventina di numeri relativi al 1998. Temi ricorrenti sul piano locale l’attività del Consiglio Comunale di Pallanza, le onoranze intresi a Felice Cavallotti, la construenda Galleria del Sempione, notizie di economia e di cronaca dal territorio ecc.; temi più generali la critica all’impunità processuale di Francesco Crispi, il sostegno a leggi contro la povertà e la riduzione del prezzo del pane, per il divorzio, per la scuola pubblica e laica ecc. Alcuni contributi di carattere generale sono ripresi da altri giornali, in particolare dal torinese L’Avvenire, organo di un raggruppamento liberal riformista.
[2] Miserabile cupidigia dell’oro. Espressione derivata da Virgilio: (Eneide 3. 56-57): Quid non mortalia pectora cogis, | Auri sacra fames (A cosa non sproni i petti dei mortali, miserabile cupidigia dell’oro).
[3] Bernarde Lazare, L’antisemitismo e l’Affaire Dreyfus, Medusa, Milano 2017, p. 11.
[4] Ivi, p. 51-52.
[5] Ivi, p.58-59.
[6] Dialogo agli inferi tra Machiavelli e Montesquieu dell’autore satirico francese Maurice Joly.
[7] L’ombra del kahal. Immaginario antisemita nella Russia dell’Ottocento, Viella, Roma 2013. Per una sintetica recensione online cfr. qui.
[8] Ivi, p. 12-13.
[9] Gli autori e i testi analizzati da Cifariello sono: Boleslav Markevič (Sul baratro 1880-1885), Nikolaj Vagner (La via oscura, 1890), Vsevolod Krestovskij (la trilogia L’ebreo sta avanzando 1888-1891), Ieronim Jasinskij (Sulle tracce fresche 1892) e Savelij Efron-Litvin che con Tra gli ebrei del 1897 riprende i testi precedenti e si concentra sul tema del complotto del kahal mondiale.
[10] Online sono reperibili varie traduzioni italiane di questo particolare testo biblico: qui quella interconfessionale; una versione audio è reperibile nella versione di Giovanni Luzi. Una dettagliata analisi del testo e delle sue interpretazioni è stata scritta per l’Enciclopedia Italiana nel 1930 da Giuseppe Ricciotti. Per un confronto a più voci cfr. qui (Il Sole 24 Ore).
[11] Bompiani, Milano 2011. Finzi è autore di parecchi studi economici e storici e opere di rilievo su temi di attualità. Ne ricordo due in particolare: Breve storia della questione antisemita (Bompiani, nuova ed. 2019) e Il maschio sgomento. Una postilla sulla questione femminile (Bompiani, 2018).
[12] “Assimilazione, nota Amos Luzzatto, corrisponde alla “infelice traduzione della parola ebraica hitholetut, che andrebbe semmai resa con il termine ‘dissolvimento’ (‘assimilazione’ in ebraico dovrebbe suonare semmai hitdammut)” e aggiunge “l’assimilazione è una relazione almeno binaria, ma soprattutto simmetrica. In simboli se R simboleggia una relazione logica fra a e b, scriveremmo R (a, b) ←→ R (b, a) che significa che se io divento simile a te, anche tu diventi simile a me. Nel dissolvimento invece uno degli elementi della relazione si conserva mentre l’altro svanisce come tale e si identifica, si assorbe nell’altro” (A. Luzzatto, Il posto degli ebrei, Einaudi, Torino 2003, p. 35). In queste pagine, tuttavia, si continuerà a usare il termine assimilazione nel senso della “infelice traduzione della parola ebraica hitholetut”, per la sua sedimentazione e pregnanza nella letteratura della ‘questione ebraica’.” [Nota di Roberto Finzi]
[13] Marx, che non ha mai sottolineato, né tanto meno rivendicato il suo essere ebreo, nella corrispondenza privata con Engels non manca, in particolare riferendosi a Lassalle di lasciarsi andare “a espressioni che oggi hanno un netto retrogusto antiebraico” (p.17) come ‘barone ebreo’ e a riferimenti alla “sua testa e chioma” che “discende dai negri che si unirono all’esodo di Mosè …”. Ma è il suo giovanile saggio Sulla questione ebraica (1844) che identifica ebraismo e capitalismo che fece parlare molti di un “antisemitismo economico” di Marx; non solo le sue analisi successive del capitalismo utilizzeranno ben altri parametri, ma mantenne i rapporti con la parentela e studiosi ebraici e si espresse in modo netto “sulla giustezza della richiesta ebraica di emancipazione politica” (p. 42). In sostanza pregiudizio sì, ma non certo antisemitismo.
Lombroso affronta il tema antiebraico ne L’antisemitismo e le scienze moderne del 1894 che si pone nella prospettiva dell’assimilazione quale esito naturale dello sviluppo storico: è semmai l’antisemitismo che opponendosi all’emancipazione non farebbe che amplificare gli aspetti negativi “dell’avido ebreo mercante”, a meno che – inconsapevole ed inquietante profezia – non si prefigga di “distruggere completamente gli ebrei”. Testo poco noto in Italia, ma che ebbe risonanza in Francia all’interno del dibattito su Dreyfus, in particolare in una seconda edizione della versione francese. Pur schierato con i dreyfusardi e, per sua stessa dichiarazione, vicino al sionismo, il suo testo, in cui riecheggiano le sue posizioni di un scientismo di certo datato, “in realtà rischiava di produrre e ha contribuito a produrre addirittura l’effetto opposto, il rafforzamento nell’immaginario collettivo di antichi, diffusi, pregiudizi antiebraici” in quanto “dalle sue pieghe spunta più di una immagine stereotipa, condivisa da un diffuso sentire giudeofobo” (p.72).
Per quanto riguarda Croce, a parte una posizione diversa che avrebbe espresso durante la guerra in un colloquio con un soldato ebreo, egli, che aveva condannato le leggi razziali e la persecuzione nazista, si oppone a ogni “nazionalismo” e vede per il popolo ebraico, quale unica soluzione, la più piena assimilazione e condanna “non solo la riluttanza a vincere il loro millenario separatismo, stimolo alle deplorevoli separazioni, ma il proposito di rinsaldarlo […] al quale si accompagna una sorta di sentimento tragico, come il popolo destinato a fare di sé stesso olocausto di una divinità feroce” (Contro i nazionalismi di qualsiasi sorta) (p. 83). In sostanza gli ebrei in buona parte causa della propria persecuzione per il rifiuto all’inserimento pieno nella storia progressiva dell’Europa moderna e per una sorta di auto designazione quali vittime sacrificali di un dio rozzo e barbarico.
[14] Ivi, p. 127.
[15] Pag. 34.
[16] Pag. 7.
[17] J.-P. Sartre, Ebrei, Edizioni Comunità, Milano 1948, p. 150.
[18] “Zingari” non è un termine utilizzato nelle lingue sinta e romanì, ha provenienza esterna (è eteronimo) e ha assunto una connotazione dispregiativa.
[19] “Il mio nome” in Una Città n. 46, dicembre 1995. Cfr. anche la voce Shoah su questo blog.
[20] Termine in lingua romanì che significa “divoramento”; è stato utilizzato per indicare l’olocausto dei popoli rom e sinti per opera del fascismo e del nazismo (1934 – 1945) dallo studioso della lingua e cultura dei popoli rom e sinti Ian Hancock. Dice di averlo sentito utilizzare con questa accezione nel 1993 da un rom durante un colloquio. Una relazione sul Porrajmos tenuta da Hancock a Mantova nel giorno della memoria 2013 è reperibile qui. Due sono i siti in italiano che hanno iniziato a raccogliere in modo sistematico la documentazione sul Porrajmos: Memors. Il primo museo virtuale del Porrajmos in Italia e USC Shoah Foundation.
[21] L’articolo completo è reperibile online qui.
[22] Otto Rosenberg, La lente focale. Gli zingari nell’olocausto, La Meridiana, Molfetta 2016, p. 5-6. Per approfondire il porrajmos degli Jenisch in Svizzera cfr. Il genocidio degli Jenisch in Svizzera: cinquant’anni di crimini, abusi e di cultura eugenetica. Sulla Mehr cfr. Mariella Mehr, un poeta vittima della Pro Juventute svizzera di Silvia Leuzzi.
[23] Il grafico è ripreso dal sito de L’internazionale; una rassegna degli articoli sul tema della comunità rom qui.
[24] Sul “ritorno” dell’antisemitismo in Italia cfr. il Rapporto sull’antisemitismo in Italia nel 2016 a cura dell’Osservatorio antisemitismo del CDEC.
[25] Il Pregiudizio cit., p. 130.






















































































































































































