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Gino Vermicelli. Il racconto di una vita


Faccio seguito al post precedente[i] ripubblicando su Fractaliaspei il secondo articolo su Vermicelli, uscito sulla rivista annuale Il Cobianchi del 2000.

Scritto dopo l’arrivo in libreria della sua autobiografia postuma, una lunga intervista che ci ha permesso di “ascoltare dal vivo” persona e personalità dell’autore di Viva Babeuf!.


[i] Cfr. Lo sguardo anteriore di Gino Vermicelli.


Gino Vermicelli: una vita lungo un secolo

Nel numero de “Il Cobianchi” di due anni fa ricordavamo, poco dopo la sua morte, la figura di Vermicelli partigiano e “maestro di vita”. La pubblicazione della sua intervista autobiografica (Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita[1]) consente non solo di rivivere nel suo insieme la sua ricca personalità (emigrante, partigiano, dirigente comunista, organizzatore della cooperazione, ambientalista, pacifista, scrittore, ecc. ecc., non dimenticando il contadino, l’apicoltore e l’albergatore), ma anche di rileggere, attraverso la sua narrazione, la storia del secolo che stiamo lasciando alle spalle.

Giovanissimo operaio migrato in Francia conosce, alloggiati presso sua madre, alcuni emigrati politici italiani che gli consigliano letture (Zola, Hugo, Gor’kij …) e stimolano la passione politica che lo avvicinerà alle organizzazioni di lingua italiana del PCF. Da quel momento la storia personale di Vermicelli si intreccia con quella di numerosi personaggi noti e meno noti dell’antifascismo e con le grandi vicende del Novecento: l’occupazione nazista della Francia, l’8 settembre, la Resistenza della nostra Provincia, il dopoguerra a Milano, Firenze, Roma e in Sicilia, la Mafia, i paesi dell’est Europeo e la guerra fredda, il ’68, la trasformazione del contesto internazionale sino alla scomparsa dell’URSS con le sue ripercussioni nazionali e locali.

Le due persone con cui Vermicelli ebbe più consonanza (Andrea Cascella, comandante partigiano, scultore e critico artistico; Marcello Cimino, coltissimo dirigente comunista siciliano di origini aristocratiche) erano certamente due grandi intellettuali; anche Vermicelli lo fu ma in un modo del tutto particolare: la sua fonte di ispirazione non era l’arte o la critica letteraria ma la vita quotidiana; la sua naturale saggezza trovava fondamento nella sua grande capacità di apprendere con l’esperienza, dai grandi come dai più piccoli episodi. Ed in questo sta il grande respiro storico della sua narrazione.

Ho conosciuto Vermicelli nel 1968: studenti universitari e delle superiori, operai, militanti più o meno “allineati” della sinistra ci ritrovavamo in una stanzetta vicino a S. Vittore: era il cosiddetto “Comitato Operai e Studenti”. L’incontro con Gino non fu facile: i linguaggi erano molto diversi. Lui parlava poco ed ascoltava molto. Allora aveva 46 anni eppure ci veniva spontaneo chiamarlo vecchio: era un “maledetto vecchio” come lui stesso si definisce in un articolo del 1986. Marcello Cimino nella sua autobiografia[2] parla di lui (nel ’48 quando Gino aveva 26 anni) come di un “vecchio partigiano”. Vermicelli già allora era vecchio non di età ma di esperienza.

Tra tutte le vicende che da quella fine del ’68 ho avuto modo di condividere con Gino due in particolare mi sono rimaste impresse: si tratta di due piccoli episodi “privati” che per me sono stati particolarmente illuminanti per capire la sua figura, il suo stile di uomo.

Val Pogallo: eravamo in tre o quattro a cercare funghi. Gino ci fa conoscere un sentiero poco battuto. Noto che a tutte le occasioni si ferma a bere. Gli chiedo come mai abbia tanta sete.

  • Bisogna sempre assaggiare l’acqua. Se no rischi di perdere quella più buona. E poi non sai quando ne troverai ancora … e allora sì che puoi soffrir la sete.
  • … io porto una borraccia.
  • In montagna la borraccia non serve: prima o poi l’acqua si trova. E … vuoi mettere il gusto di assaggiarla!

Il rifiuto del superfluo, l’essenzialità non come rinuncia ma come scelta. In questo Vermicelli era veramente “antico”: penso che si debba risalire agli scritti degli stoici per ritrovare stili analoghi di vita.

Il secondo episodio, per molti versi analogo, risale al 1973: mi ero appena laureato e Gino ha voluto leggere la mia tesi. Il suo commento, fra il critico e il meravigliato, fu:

  • Interessante, ma … perché mai tante note? Se uno è convinto di qualcosa lo dice, … non ha bisogno di citare di continuo autori più o meno famosi!

Anche qui la semplicità come scelta a cui si aggiunge una forma di orgoglio e fierezza personale fondata sulla ricchezza (e durezza) delle esperienze e sulla solidità delle proprie convinzioni. È dall’insieme di questi “caratteri” che nasceva, mi sembra, la grande autorevolezza di Gino. Non si poteva non ascoltarlo; anche quando non si era d’accordo non si poteva non prendere in seria considerazione le sue affermazioni.

La stessa essenzialità la ritroviamo nei suoi scritti. Vermicelli ha scritto molto: articoli, saggi, testimonianze, interventi, cronache sindacali, racconti. Non solo non ha mai “usato le note”: a parte il romanzo, sono tutti scritti brevi.

Ricordo un intervento sotto forma di lettera di Franco Fortini in cui si scusava per non aver avuto tempo a sufficienza per esser più breve. Esser brevi nello scrivere (ma anche nel parlare) richiede tempo, applicazione e fatica.

Ho l’impressione che però Vermicelli ignorasse questo tipo di fatica. L’essenzialità, la capacità di dire tutto ciò che c’è di fondamentale senza mai nulla di troppo o di superfluo era non solo nel suo stile di vita ma anche in quello di scrittore. Anche i suoi inediti sono di poche cartelle dattiloscritte e, oltre a caratteristici francesismi, contengono pochissime correzioni e limature.

Tra questi scritti inediti, non pubblicati nemmeno nell’autobiografia, ne abbiamo scelti tre che, nella loro diversità di tematica e stile, possono illuminare la sua ricca personalità: una testimonianza partigiana su un lancio alleato nel gennaio 1945 a Quarna, un intervento preparato per la manifestazione verbanese contro la Guerra nel Golfo (1991) e un racconto o, meglio, una delle sue favole ambientaliste (1986)[3].

Gianmaria Ottolini

Quarna – 19 gennaio 1945

Gli aeroplani arrivarono verso le dieci del mattino. Dai pressi delle baite dove mi trovavo, tra Brolo e Nonio, li vedemmo apparire e poi sparire dietro la montagna, mentre giravano nel cielo. Non riuscii a contarli, ma erano in diversi a muoversi a bassa quota. Comunque era un lancio, anzi il lancio, il primo diretto anche a noi della Redi, insieme a quelli della Beltrami e della Di Dio. Un grosso lancio abbondante, sembrava, a vedere la miriade di paracadute colorati scendere piano sui prati di Quarna Sotto.

La richiesta del comando unico era stata accolta. Un lancio per tutti, tutti insieme. Ora quel lancio bisognava raccoglierlo, poi dividerlo.

Lo spettacolo durò un quarto d’ora o forse più. Il cielo invaso da decine e ancora decine di paracadute che scendevano lentamente e il rombo degli aerei che giravano a bassa quota. Ma era uno spettacolo che era visto da migliaia di occhi che in quel momento guardavano il cielo. Il lancio fu visto da tutti i paesi del lago d’Orta e da Omegna, dove era presente un consistente presidio fascista. Quello era il primo “lancio” diurno che avveniva in zona, ma esperienze di altri luoghi raccontavano che ovunque fascisti e tedeschi avevano tentato di impadronirsi del bottino.

Con me, in quelle baite, vi era una cinquantina di partigiani armati, che potevano contare, oltre che sulle loro armi individuali, su due fucili mitragliatori e una mitragliatrice pesante. Partiamo subito con tutte le nostre armi.

Superato il laghetto di Nonio, sul sentiero verso ponte Bria, si vede la strada che da Omegna porta a Quarna snodarsi su tornanti lungo il costone della montagna.

Recentemente ho rifatto quel percorso. Della strada delle Quarne non se ne vede più nemmeno un metro. In cinquant’anni il bosco ha ricoperto tutto, nascondendo nel verde il nastro d’asfalto che zigzaga sul costone.

Il 19 gennaio del 1945 non era così. La strada coi suoi tornanti si vedeva tutta e su quella strada, a poche centinaia di metri da Quarna sotto, i nostri cinquanta paia d’occhi videro la colonna dei neri, con in testa un’autoblindo, che lentamente saliva.

In linea d’aria noi eravamo forse a due chilometri dai fascisti. Le armi individuali potevano fare poco, da quella distanza, ma la mitragliatrice pesante sì, poteva raggiungerli. L’arma fu piazzata, l’alzo regolato e si aprì il fuoco. La colonna dei neri sembra fermarsi.

Ci sembra di percepire che anche il fuoco dei nostri che sparano in giù, da Quarna, si è intensificato. E infatti era così. I ragazzi lassù, senza più distinguersi per appartenenza a questa o quella formazione tiravano fuori dai bidoni appena caduti dal cielo mitragliatori Brent con munizioni a iosa e irroravano di pallottole la strada sottostante mentre altri tiravano giù bombe SIP, ossia quelle bombe a forma di ananas che fanno strage in un raggio vastissimo.

Non ricordo quanto tempo ci fermammo lì a sparare. Forse mezz’ora o poco più. Poi i fascisti cominciarono a tornare indietro. Pian piano presero la via del ritorno.

Gino Vermicelli nel 1945, subito dopo la Liberazione

Salimmo tutti nella zona del lancio. Lì decine di donne e uomini fra i quali molti abitanti di Quarna erano impegnati a raccogliere paracadute e bidoni, che erano molti, centinaia sicuramente. Un giovane ufficiale, Ettore, si prodigava per inventariare e fare sparire tutto in grande fretta, ed in parte ci riusciva. Tutto doveva sparire, essere nascosto; ce lo saremmo poi diviso con calma.

I volontari civili (ma non solo loro) miravano alla seta dei paracadute. Alcuni uomini dell’O.S.S. (servizi alleati) cercavano il bidone rosso (gli altri erano neri) perché destinato espressamente ad essi. Si raccontava che il bidone rosso contenesse, fra molte altre cose, della carta igienica, un genere di conforto del quale eravamo del tutto privi in quegli anni. A me serviva un cappotto. Me lo procurò la Nina. Un bel cappotto inglese di lana kaki per passare il resto dell’inverno. In cambio la Nina volle raccontarmi come era scesa sino al tornante sopra i neri, riversando loro addosso grappoli di bombe “ananas”.

Le giornate sono corte in gennaio. Alle 16 tutto è sistemato, nascosto, imboscato. Alle 16 torniamo verso Nonio. Solo a qual punto mi ricordai di non aver mangiato niente in tutta la giornata.

Dopo qualche giorno leggo in un comunicato del Comando di Divisione che quel lancio alle tre formazioni aveva portato 35 mitragliatrici leggere “Brent”, 500 mitra e circa 60 quintali di materiale per sabotaggi. Leggo pure che il nemico aveva avuto 15 morti e 18 feriti. A noi nemmeno un graffio.

Era andata bene. Ma devo confessare che un momento di gioia intensa mi colse il giorno seguente, quando una staffetta, giunta da Omegna, mi raccontò che i neri che ridiscendevano piuttosto malconci la strada delle Quarne erano stati accolti da fischi, lazzi e commenti salaci dagli operai che uscivano dalle fabbriche. Era bello sapere che ormai gli operai, la gente del popolo, i neri non li temeva più.

Gino Vermicelli

Gino Vermicelli a diciassette anni nella sua casa a Beson con la madre

È difficile discutere con i bellicisti

È difficile, è proprio difficile discutere con i bellicisti. Imbarcati nel conflitto, essi ritengono che ogni obiezione sarà cancellata dalla loro vittoria sul campo ed ogni obiettore travolto con la sconfitta del nemico. A Baghdad come a Washington e quindi a Roma si comportano conseguentemente con un crescendo di aggressività e di disprezzo per chi non li condivide: i pacifisti.

Storicamente il bellicismo ha sempre considerato come nemico chi non fa propria la propria bramosia di combattimento. Il primo francese caduto nella grande guerra del 1914-18 si chiamava Jean Jaurès; era un prestigioso deputato socialista e il leader del pacifismo francese. Morì assassinato a Parigi il 31 luglio 1914, due giorni prima dello scoppio di quel conflitto che alla sola Francia costò un milione e mezzo di morti.

Probabilmente nel 1991 nessuno ci sparerà, ma certo il bellicismo non manca di farci sentire tutta la sua arroganza. Avete notato con quanta tiepidezza i grandi mass-media trattano i reiterati appelli di Giovanni Paolo II per la pace?

Non ci lasceremo certo intimidire. Con pazienza, con costanza, con cocciutaggine continueremo a spiegare che le guerre non servono perché non risolvono niente o almeno servono solo a spostare le pedine del dominio, che per la gente che la guerra la fa, la soffre e la paga sono cose di nessun conto.

Penso ai Kuwaitiani. Credo proprio che non desiderassero diventare irakeni e per loro l’invasione è stata un imperdonabile sopruso. Nessuno può negare loro il diritto ad avere una patria; una patria fatta di città, porti, strade, impianti industriali, pozzi petroliferi e poi soprattutto di case, scuole, mercati, palestre, ospedali e tutto quanto serve alla vita. La guerra farà perdere loro tutte queste cose. Forse torneranno ad essere padroni sui loro diciottomila chilometri quadrati di territorio, ma questo sarà un deserto disseminato di macerie, con la terra e il mare inquinati e un numero tremendo di morti da seppellire.

Il fatto è che sempre più chiaramente, fra tutti i mali, la guerra è il peggiore dei mali e che i danni che porta, danni veri, agli uomini, alle coscienze oltreché alle cose, sono di gran lunga più rilevanti dei motivi che hanno indotto i governi ad intraprenderla.

Ora, se tornassimo a spiegare ai bellicisti che il boicottaggio petrolifero-industriale poteva e potrebbe essere un mezzo non cruento per spegnere senza gravi danni la aggressività del regime irakeno, ci sentiremmo rispondere che ormai i dadi sono tratti e quindi l’amor di patria e la solidarietà occidentale ci impegnano ad aderire sino in fondo al conflitto.

Stando così le cose, la sola scelta che rimane a coloro che non intendono farsi complici di massacri e distruzioni è quella di “non starci”, cioè non partecipare, non contribuire in nessun modo alla guerra, organizzandosi in tale senso ed escogitando ogni mezzo per comportarsi in modo da essere in pace con la propria coscienza.

L’ubbidienza non è una virtù. Questa consapevolezza è figlia dell’epoca nostra. Probabilmente era poco intuibile quando Tommaso d’Aquino filosofava sulle guerre giuste. La disobbedienza ha invece lasciato il segno nella storia di questo secolo. Con Gandhi, ad esempio, che liberò l’India dalla servitù coloniale senza ricorrere alle armi, riuscendo a muovere un popolo immenso sul piano della disobbedienza non violenta. Ma anche la resistenza al nazifascismo fu in primo luogo disobbedienza, anche se in questo caso armata.

Il matrimonio di Gino Vermicelli con Pina Morena. Roma, Campidoglio, Giugno 1951

Non avrei voluto sollevare questo argomento, considerando la lontananza, direi la distanza epocale di quegli eventi rispetto alle situazioni in cui viviamo oggi. Ma vi è chi ha ritenuto opportuno paragonare la guerra del golfo con la guerra antifascista o addirittura con la resistenza italiana e quindi occorre parlarne.

In Italia la resistenza ha avuto la sua sorgente primaria nel rifiuto della guerra. Il primo atto dei ragazzi, degli uomini che la costruirono fu il rifiuto della continuazione della guerra dopo l’otto settembre, quindi il rifiuto dei bandi, degli ordini e degli ordinamenti del potere vigente, quello della repubblica di Salò.

Chi guardasse gli atti dei processi farsa ai quali venivano sottoposti talvolta i partigiani catturati potrà leggervi i motivi della condanna a morte: diserzione e ribellione.

Un altro vecchio filosofo, vissuto in epoca molto più recente di quello di Roccasecca, scrisse che “ribellarsi è giusto”.

Per i tempi nostri credo si debba immaginare la ribellione come movimento consapevole e non violento di grandi masse, un rifiuto totale, coraggioso ma non minaccioso, insomma una non guerra come tale giusta, che riesca ad ostacolare, od impedire ogni guerra sempre inutile, dannosa, barbara, quindi ingiusta.[4]

Gino Vermicelli


L’originale dell’articolo pubblicato su “Il Cobianchi 2000”, in formato PDF, è scaricabile < qui >.


È possibile inoltre scaricare, sempre in formato digitale, il testo di una importante lezione[5] sulla Resistenza e le sue modalità organizzative, tenuta alla Università Statale di Milano nel 1993: La vita nelle formazioni partigiane.



[1] Ed. Tararà, Verbania 2000.

[2] M. Perriera, Marcello Cimino. Vita e morte di un comunista soave, Sellerio, Palermo, 1990.

[3] Si tratta di Dalla parte delle bottiglie che ho già riprodotto su questo blog: cfr. Gino Vermicelli ecologista. Due racconti (quasi) inediti a cui rimando per la sua lettura.

[4] Inedito dattiloscritto riproducente l’Intervento alla Manifestazione di Verbania contro la Guerra del Golfo (1991).

[5] Pubblicata la prima volta su Conoscere la Resistenza di Mauro Begozzi e altri, Edizioni Unicopli, Milano 1994, pp. 123-128.

Lo sguardo anteriore di Gino Vermicelli

Sono stato invitato, nell’ambito delle iniziative per la Festa della Liberazione, a presentare a Pettenasco il romanzo Viva Babeuf!e il suo autore.

Sono andato così a rileggermi due articoli sul partigiano e Commissario politico della Divisione Redi “Edoardo” che anni fa avevo pubblicato sulla rivista Il Cobianchi.

Mi sono parsi ancora attuali e atti alla loro ripubblicazione in questo blog.

Di seguito il primo del 1998, scritto quando Vermicelli era da poco mancato.



Gino Vermicelli: Uno Sguardo Anteriore

” Parlare di Comunità… oggi ha un significato completa­mente diverso rispetto a qualche decennio fa: le Comu­nità locali sono sottoposte an­ch’esse ai processi di globalizza­zione, frantumazione e specializ­zazione. La Comunità un tempo era un «luogo educante» e ruota­va intorno a figure forti che ne costituivano il naturale punto di riferimento. La figura del «Mae­stro di vita» oggi è scomparsa o si è anch’essa specializzata e de­contestualizzata”.

Più o meno queste parole ha pronunciato ad un certo punto, in Aula Magna nuova, uno dei relatori alla Tavo­la rotonda su “Scuola e Territo­rio”. Era il 13 maggio e il mio pensiero è andato subito a Ver­micelli, in ospedale da alcune settimane, le cui condizioni si erano aggravate negli ultimi gior­ni. Si sarebbe spento la settima­na successiva, la mattina del 21 maggio.

Se c’è infatti un tratto comune che riunisce la moltepli­cità dei ruoli percorsi da Gino (giovane emigrante in Francia, partigiano e commissario politi­co, dirigente prima politico poi della cooperazione, sostenitore delle lotte studentesche ed ope­raie degli anni ’60 e ’70, scritto­re, apicoltore, pacifista …) è pro­prio questo: è stato per tutti co­loro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo un maestro, un maestro di vita.

Vermicelli ad una manifestazione di studenti (Verbania, 1972)

Negli incontri che ebbe più volte con gli stu­denti della nostra scuola – in particolare dopo la pubblicazio­ne del suo romanzo partigiano – ­sapeva immediatamente catturare l’attenzione e il rispetto. Le sue risposte erano chiare, sem­plici, mai banali. Anche alle do­mande più curiose sapeva ri­spondere inserendo i più piccoli episodi, apparentemente insigni­ficanti, nella prospettiva più am­pia dei grandi eventi e delle gran­di scelte. Questa capacità di cat­turare l’attenzione, di dare rispo­ste profonde, di rendere imme­diatamente chiaro a chi ascolta ciò che un attimo prima sembra­va incerto, complicato, magari incomprensibile, insomma que­sta pacata saggezza mi sono chiesto da dove venisse. Non dai libri, non principalmente alme­no. Forse dalla vita. Mi sono con­vinto che il suo sguardo ironico, vivace e sereno avesse la capa­cità di guardare le cose, quelle dei grandi eventi come il più pic­colo episodio quotidiano, in mo­do diverso dal nostro. Era uno sguardo che guardava da lonta­no, che sapeva leggere gli eventi senza lasciarsi scalfire dalle per­turbazioni del momento e dal su­perfluo. In questo sguardo “ante­riore” la sua lungimiranza e la sua capacità di richiamarci ai valori antichi dell’uguaglianza, del rispetto, della semplicità.

edizione del 1984

Non è un caso che il suo roman­zo partigiano sia titolato ad un “resistente” di duecento anni pri­ma: Babeuf. Nell’ultimo anno Vermicelli ha lavorato, insieme ad altri due comandanti della sua divisione garibaldina (Aldo Aniasi ed Ettore Carinelli), alla pubblicazione di una ricostruzio­ne a più voci della guerra di libe­razione nella nostra provincia (Ne valeva la pena. Dalla “Re­pubblica” dell’Ossola alla Costi­tuzione repubblicana). Il libro è da pochi giorni in libreria: ne ri­portiamo due sue testimonianze.

“La liberazione di Moscatelli

Cino Moscatelli a Novara (30.04.1945)

Non ricordo la data esatta, ma era ottobre, ottobre inoltrato del 1943. I tedeschi occupavano l’Italia e da oltre un mese Mussolini era stato li­berato e da Salò aveva proclamato la repubblica sociale italiana. Tutto questo succedeva in Italia, ma non a Borgosesia, dove Moscatelli aveva un ufficio in piazza, accoglieva e si­stemava soldati sbandati (e le loro armi), manteneva vivo, insieme ad altri antifascisti il Fronte Nazionale ed insieme il partito comunista, del quale riceveva gli emissari, clande­stini, s’intende (ma non a Borgose­sia dove sembrava tutto tranquillamente diverso). Sino a quel giorno, appunto, di ottobre inoltrato. Quel giorno i carabinieri mandarono a chiamare Vincenzo Moscatelli e lui, tranquillamente si recò in caserma. Non aveva niente da nascondere, Cino, aveva fatto tutto alla luce del sole.

I carabinieri, dispiaciuti e amareg­giati, gli comunicarono che da Ver­celli, dal prefetto, avevano ricevuto l’ordine di fermarlo e di trasferirlo nel capoluogo. Lo dissero anche ai suoi famigliari che lo fecero sapere a tutti.

Quel giorno giunsi a Borgosesia con un lentissimo treno che mi sca­ricò verso le undici. Naturalmente seppi subito dell’arresto di Cino. Lo sapevano tutti. Bisognava liberarlo. Io non avevo mai liberato nessuno da nessun carcere o caserma che fosse.

Avevo letto però che bisognava uni­re l’azione militare all’azione di massa. Lo dissi, nell’ufficio di Mo­scatelli affollato da amici e compa­gni.

Chi mi ascoltava non capiva molto che cosa volevo dire e forse nem­meno io avevo chiaro il concetto. Comunque, decidemmo di chiama­re le donne a manifestare davanti alla caserma, così, nel pomeriggio, davanti alla stazione dei carabinie­ri di Borgosesia cento o duecento donne urlavano: “Moscatelli! Mo­scatelli! Vogliamo vedere Mosca­telli!”

La caserma di Borgosesia aveva una porta che si apriva direttamente sul­la strada. Era di legno massiccio con enormi rinforzi in ferro e dietro a quella porta vi erano una mezza doz­zina di carabinieri armati. Per una buona mezz’ora, forse an­che un’ora, i carabinieri fecero fin­ta di ignorare quello che succedeva fuori, ma poi, finalmente, si fecero sentire:

“Cosa volete, donne? Andate via!”

“Vogliamo vedere Moscatelli! Vo­gliamo vedere se è ancora qui!”

Dopo esitazioni, nuovi trambusti, tamburellate sul portone, infine i carabinieri si decisero.

“Va bene, ma solo tre. Tre donne a salutare Moscatelli e via, a casa tutte “.

“D’accordo!”

La porta blindata si aprì e subito una bomba a mano scoppiò nell’a­trio, poi tre alpini piuttosto cattivi si precipitarono nel vano e altre bom­be esplosero.

Pochi secondi dopo gli alpini catti­vi uscivano con Moscatelli. Usciro­no di corsa.

Non vi fu tempo per i saluti; s’infil­trarono in una stradetta, verso la montagna, di corsa.

Io guardai l’ora al campanile. Il treno per Novara partiva dopo po­co. Mi avviai verso la stazione, ma prima mi tolsi il soprabito.

Avevo un soprabito di gomma “si­milpelle” comperato in Francia. Sembrava vero daino, ma era gom­ma.

Non ne esisteva di simili, in Italia. Nel timore di essere identificato lo tolsi e lo portai sul braccio sino al­la stazione, poi sul treno lo nascosi sul sedile, dietro la schiena.

Gino Vermicelli. Foto di Mario Dondero

Ne valeva la pena

Se ne è valsa la pena? Veramente la pena non ci fu, se per pena s’inten­de tormento dell’anima, sofferenza morale.

Eravamo sì afflitti da tormenti vari: fame (frequente), freddo in inverno, fatica sempre e poi insetti molesti e parassiti vari (senza contare i “ne­ri” che tentavano di farci la pelle), ma il tutto era vissuto in un’atmo­sfera di vivace allegrezza. Il fatto è che avevamo vent’anni ed eravamo convinti che stavamo cambiando il mondo.

Abbiamo cambiato il mondo? Cer­tamente. Non è poi tanto difficile immaginare in che mondo avrebbe­ro dovuto vivere gli Italiani se i na­zisti avessero vinto la guerra. Non l’hanno vinta perché milioni di donne e di uomini si sono opposti ad essi. Sovietici (20 milioni di ca­duti), Americani, Inglesi, Francesi, Polacchi, Jugoslavi e tanti altri po­poli fra i quali noi, Italiani della Re­sistenza.

L’avventura della guerra fascista si era conclusa nella vergogna della sconfitta.

Il governo di Mussolini aveva di­chiarato guerra a tutti i Paesi vicini e a molti altri lontani e si ritrovava con gli Alleati che, sbarcati in Sici­lia, risalivano la Penisola. Era necessario farla finita con la guerra e con il fascismo. Gli stessi uomini della classe dirigente, il 25 luglio del 1943, dichiararono la fine del fascismo e allontanarono Mus­solini dal potere e poi l’8 settembre 1943 firmarono l’armistizio con gli Alleati.

Tutto poteva concludersi così, sen­nonché i nazisti tedeschi inviarono le loro divisioni ad occupare le zone del nostro Paese non ancora rag­giunte dagli Alleati. Misero insieme un governo “quisling”, alla testa del quale collocarono Mussolini, dopo aver provveduto a liberarlo dalla prigionia. Le vicende che ab­biamo voluto rievocare in questo li­bro sono quelle dei mesi che segui­rono l’occupazione tedesca e la co­stituzione del regime di Salò, in una zona dove la resistenza assunse un carattere emblematico per la pre­senza e, superando difficoltà, la col­laborazione tra formazioni parti­giane diverse che insieme inflissero pesanti colpi ai nazisti e ai fascisti, compreso la liberazione di una zona che contava già allora quasi cento­mila abitanti. Sono episodi della storia di gruppi di partigiani che sviluppandosi e ampliandosi forma­rono divisioni che parteciparono al­la liberazione del territorio sino a Milano nell’aprile del 1945.

Certo che ne valse la pena. Non po­tevamo non farlo.

I fascisti comandavano abusiva­mente (senza l’avallo di elezioni li­bere) da oltre vent’anni.

I Tedeschi ci schiacciavano con la loro occupazione. Bisognava aiuta­re l’Italia a liberarsi.

È stato duro, difficile, ma bello. Un filosofo orientale ha scritto che ri­bellarsi è giusto.

Tessera del CLNAI – Comando Militare Zona Ossola

È giusto e anche bello. Noi lo ab­biamo fatto e non ne siamo pentiti. Ad ogni generazione la responsabi­lità del proprio tempo, il compito di valutare la realtà e di affrontarla. Senza sbagliare.

Libri sulla Resi­stenza ne sono stati scritti molti, centinaia da autori noti e da testi­moni modesti, eppure il filone non è ancora esaurito, vi è ancora molto da mettere in evidenza e da ap­profondire. Il fatto che la Resistenza è la sola autentica rivoluzione che ha attraversato l’Italia, coinvolgendo classi e ceti sociali, incidendo profondamente sul modo di essere e di pensare (sul tipo di civiltà) della gente di questo paese. Nessun altro evento della nostra storia ha coin­volto come la Guerra di Liberazione. Nelle stesse guerre di Indipendenza, anche in quella del 1915-18 (se vo­gliamo considerarla tale) lo Stato ingiungeva ai cittadini l’ubbidien­za. Il Re o comunque il Potere chie­deva ai sudditi di obbedire, per il bene della patria, s’intende.

Con la guerra partigiana invece si chiese alla popolazione di disobbe­dire e di ribellarsi a chi deteneva il potere, tedeschi o fascisti che fosse­ro, di colpire con le armi l’appara­to militare dominante, creando for­ze armate da contrapporgli, oltre che costituire un embrione di con­tropotere civile.

Ciò avvenne anche nelle zone dove si svolgono i racconti e gli episodi raccolti in questo libro, cioè la vec­chia provincia di Novara, incluse la Valsesia e il Verbano, Cusio e Osso­la. In questo territorio operavano formazioni partigiane diverse, con ispirazione politica diversa. Ma nessuno pretendeva dai singoli comandanti partigiani l’adesione all’orientamento politico maggiori­tario.

I lettori scopriranno che vi erano comandanti monarchici nei gruppi partigiani considerati rossi e mili­tanti comunisti in gruppi che si di­stinguevano con fazzoletto azzurro o verde.

Mirko Scrittori, Andrea Cascella e Gino Vermicelli

E tutto ciò prevalentemente in sere­na collaborazione. La necessità del pluralismo come elemento portante della democra­zia veniva così esaltato nella Guer­ra di liberazione.

Dopo il passaggio di una rivoluzio­ne è risaputo che le vecchie classi dominanti tendano a trovare il varco per riprendersi il potere perduto. Ma questa è un’altra storia.”  

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L’originale dell’articolo su “Il Cobianchi 1998”, in formato PDF, è scaricabile < qui >

Sulla disforia di genere

di Andrea Bocchiola

Psicoanalista (Società Psicoanalitica Italiana,  International Psychoanalytical Association)

È un tratto della nostra contemporaneità e del suo stile di comunicazione binario, fatto di like/dislike, il tollerare poco o nulla la riflessione critica o la complessità del pensiero. In questi anni siamo diventati tutti dei Narciso di cristallo: aneliamo che gli altri ci rispecchino, ma ogni minimo attrito scava graffi che non potranno più essere medicati. Sembra quasi che non vi siano alternative all’essere a favore o contro, al punto che, anche una dubitativa sospensione del giudizio o la richiesta di un supplemento di riflessione, viene facilmente e perversamente frainteso come una dichiarazione di schieramento. Del resto, come potrebbe essere diversamente per il fragile Narciso che siamo diventati: “se tu dubiti, allora sei contro di me” (almeno nella misura in cui la nuvoletta nera del tuo dubbio disturba la trasparenza perfetta del “mio” cristallo).

Così vanno le cose quando si parla di disforia di genere e di transizione di genere. Se si solleva un dubbio o si prova a articolare la complessità del problema, ci si trova, in modo più o meno immediato, derubricati nel partito di chi è a favore e di chi è contro, mentre proprio la delicatezza del tema viene fatta a brandelli dalle logiche identitarie che se ne appropriano come elefanti nella cristalleria.  Eppure ben più di qualcosa non torna nella discussione intorno alla disforia di genere.

Cominciamo dalla idea della transizione da un sesso a un altro, che è l’ordine del giorno implicito nella disforia di genere e che costituisce il suo esito più estremo, nella misura in cui può comportare l’intervento chirurgico di cambiamento di genere con distruzione dei genitali ripudiati e ricostruzione plastica dei genitali desiderati. Che si sia a favore o contro una tale pratica, bisogna essere chiari su un punto: non vi è mai transizione da un sesso all’altro, in nessun caso. Al limite abbiamo la cancellazione dei segni evidenti del sesso di partenza (ablazione delle mammelle, plastica della vagina; ablazione di pene e scroto) e la ricostruzione dell’apparenza del sesso di approdo, ma nessuna transizione da un sesso all’altro. Nella transizione chirurgica non si passa da un sesso all’altro ma molto più modestamente si perde un sesso in cambio dell’apparenza, della maschera dell’altro sesso. A titolo di esempio, nella transizione da uomo a donna il seno ricostruito sarà privo di ghiandole mammarie e non vi sarà utero o ciclo mestruale e anche il patrimonio genetico resterà quello di partenza e così via. Assumere la maschera dell’altro sesso, non cancella l’irriducibilità del sesso di partenza, i cui segni seguiteranno a resistere continueranno a interrogare il soggetto e la sua maschera approssimativa. Ed è solo alla luce dei concetti di maschera e di irriducibilità del sesso di partenza, che si dovrebbe avviare una riflessione non dogmatica sul concetto di transizione.

Altre difficoltà si incontrano relativamente a concetto di differenza sessuale. Nella critica che i Gender Studies rivolgono alla sessualità ortodossa e patriarcale, quella organizzata per intenderci intorno al modello classico di famiglia (uomo, donna e bambini) viene messo sotto accusa il binarismo della differenza sessuale (maschio o femmina), a esempio sostenendo che si possa assumere una identità di genere opposta al sesso di appartenenza o di essere “fluidi” rispetto all’essere maschi o femmine (a prescindere dal sesso biologico e dalla eventuale transizione). Sennonché, pretendere di essere fluidi, o chiedere la transizione al sesso opposto, cosa che non si limita a coinvolgere l’identità di genere ma può arrivare a toccare il corpo biologico, non significa criticare la differenza sessuale e il suo binarismo, ma proprio il contrario. Significa prenderlo alla lettera e ipostatizzarlo. Per un curioso rovesciamento dialettico, chi attacca la differenza di genere in nome di una fluidità indecisa o della libertà di passare dall’uno all’altro, trasforma la differenza sessuale in una opposizione tra stati monolitici in cui di volta in volta si è uomini tout court o si è donne tout court o ancora si può passare dall’uno all’altro, come dire, senza resto, senza ombra, senza residuo, proprio come nella vecchia tesi identitaria (maschilista, fallocratica e patriarcale) per cui gli uomini vengono da Marte e le donne vengono da Venere. Di fatto la lotta per i diritti gender e i suoi oppositori condividono lo stesso orizzonte categoriale. Peccato che quest’ultimo sia del tutto inadeguato a concettualizzare la differenza sessuale, che è tutto tranne che una opposizione cristallina tra maschile e femminile.

Prendiamo i casi dell’assunzione del proprio essere uomo o donna e quello della bisessualità psichica, concetto questo assai caro alla psicoanalisi freudiana.

Come divento l’uomo che sono o la donna che sono? Di certo non pretendendo di essere l’uomo o la donna con la maiuscola e di coincidere senza resto e senza residuo, con il mio sesso biologico. Proprio il contrario: per diventare il mio sesso occorre elaborare proprio l’impossibilità di esserlo fino in fondo integrando il rischio di non riuscire a esserlo sempre. In altri termini, per accedere all’erezione maschile devo accettare di poterla non avere, mentre sicuramente la pretesa di avere sempre l’erezione è l’anticamera dell’impotenza.

Assumere il proprio sesso comporta un dubbio diabolico sulla possibilità di esserlo, mentre evitare questo dubbio e la fatica psichica che ci impone, ci consegna all’impossibilità di diventarlo per davvero, ossia di soggettivarlo.

E qui emerge il tema della bisessualità, concetto che non significa, almeno in psicoanalisi, che si è psichicamente sia maschi che femmine e che poi alla fine si decide, ma qualcosa di molto più articolato. Bisessualità significa innanzitutto neutralità rispetto ai sessi. Non si nasce maschi o femmine, almeno dal punto di vista del neonato, che non ne sa nulla, come nulla sa dell’avere delle mani o dei piedi, o del mondo fuori da guardare. Si nasce psichicamente neutri rispetto al sesso, almeno fino a che la differenza sessuale fa la sua comparsa nell’esperienza del bambino (ad esempio per confronto con un fratello o una sorella, con il diverso sesso dei genitori, per “discussione” e esperienze con in pari), col che la neutralità comincia a svanire per lasciare il posto all’elaborazione del fatto che si è maschi o femmine, anche se non si ha assolutamente idea di cosa questo significhi. È questo il lavoro dell’assunzione del proprio sesso e della propria identità di genere, incardinato intorno al dubbio che si accompagna con la roccia dura della differenza sessuale: chi ha il pene dubita di poterlo perdere e chi non ce lo ha teme di averlo perduto o che non le sia stato consegnato o addirittura che le possa essere imposto e così via. È il dubbio che ci introduce alla fatica di assumere il proprio sesso, cosa che comporta sempre e per definizione, di dover fare i conti con la differenza sessuale, che non designa stati opposti, ma che assegna una necessità di elaborazione continua della sua esperienza e che avrà la durata della vita. Perché a ogni fase della vita (adolescenza, età adulta, senilità) dobbiamo rielaborare l’equazione composta da sesso biologico, identità di genere e sessualità. Ogni volta che ci troviamo in un legame affettivo o amoroso, ogni volta che questi si rompono, e persino in ogni incontro amoroso dobbiamo ritornare sulla questione.

Ed è curioso che questa instabilità costituiva venga stabilizzata e silenziata con la scoperta improvvisa e “certa”, esente da ogni dubbio, che non si è il sesso cui si appartiene o che si è fluidi rispetto a esso (nel senso contraddittorio che abbiamo spiegato sopra). Non dovremmo piuttosto pensare che la disforia di genere sia in questo momento non altro che la soluzione prêt-à-porter, già disponibile e sdoganata, per evitare le difficoltà che l’avere un sesso e l’essere sessuati comportano? A questo riguardo, e concludo, che si possa pensare, nel caso di adolescenti con disforia di genere e come da più parti si suggerisce, di utilizzare dei farmaci bloccanti la pubertà, in attesa che la persona coinvolta prenda una decisione sul proprio sesso, significa non cogliere nel segno la complessità della sessualità umana e il suo ruolo nella costruzione dell’identità soggettiva, illudendosi che pochi anni di pausa possano permettere di concludere un processo, quello della sessuazione, lungo quanto la vita di ognuno. Da un punto di vista clinico questo significa solamente muoversi come elefanti in una cristalleria e rispondere a una difficoltà che nei nostri pazienti ci spaventa, con una semplificazione dogmatica che ha le caratteristiche della negazione.

Quarant’anni di ‘Sperimentale’. Cronaca e Video di un incontro

Su iniziativa delle Associazioni Ex Docenti ed Ex Allievi dell’Istituto Cobianchi lo scorso 10 marzo nell’Auditorium dell’Istituto, insieme alla presentazione del libro Sperimentare la scuola. Storie di buone prassi[1], si sono ripercorsi i quaranta anni (1974-2014) della Sperimentazione e dei suoi primi protagonisti.

Introduce il Vice-Preside storico Ettore Perelli

“Giusto cinquant’anni fa un gruppo di docenti piuttosto visionari iniziava a progettare quella che avrebbe potuto essere la vera scuola italiana del futuro. Così non è stato. Dobbiamo ammettere e riconoscere, magari con un po’ di amarezza, che di tutto quello proposto e sperimentato in quarant’anni di lavoro qui al Cobianchi, ben poco è stato recepito dai vari governi che si sono alternati in Italia. Anzi l’ultima riforma, … quella attuale, ha visto percorrere pericolosi passi indietro.”

 Dopo gli interventi di saluto dell’odierno Vice Preside Paolo Agrati (“… quegli anni sono stati fondamentali per la storia del Cobianchi…”), l’intervento di Silvia Marchionini, ex allieva di Scienze Umane e Sociali, attuale sindaco di Verbania che ha ricordato la sua esperienza con emozione … e nostalgia

 “… Fare lo Sperimentale, Scienze Umane e Sociali, … significava imparare dei concetti più che imparare delle conoscenze che comunque c’erano. …Io sono rimasta molto stupita … perché i docenti erano un gruppo molto affiatato; io non ricordo né un leader tra di loro che emergesse … sugli altri, né particolari tensioni. Questa cosa mi colpiva allora e mi colpisce ancor di più oggi. Significa che sapevano lavorare benissimo insieme con la condivisione … di occuparsi dei ragazzi. Faccio un esempio: credo che nessuno di noi abbia ancora a casa le cassette con cui la Professoressa compianta De Poi … registrava i commenti e quindi la valutazione alle prove in classe … Se penso, con tre classi e 25 alunni per classe, quanto tempo dedicasse quella docente ai ragazzi … mi sembra qualcosa di fuor dal comune rispetto al mondo in cui viviamo. …”

Dopo l’intervento di Sara Antiglio, in rappresentanza dell’Ufficio Scolastico Provinciale (… in questo libro abbiamo trovato molti spunti legati alla nostra esperienza didattica …in particolare la figura dei docenti come ricercatori …) è stata la volta di Anna Bozzuto che ha letto il messaggio della mamma, Carla Rossi Bozzuto, di fronte ad un auditorio dove il silenzio partecipe “si poteva tagliare con il coltello”.

Buonasera a tutti,

sono molto contenta di poter partecipare a questo incontro, anche solo per un saluto, attraverso un foglio di carta.

La mie condizioni fisiche attuali non mi consentono di essere lì con voi, in presenza. In fondo – lo dico con ironia e con grande affetto – va anche bene così. È bene che almeno una ‘tessera’ manchi oggi al nostro metaforico puzzle… altrimenti, avremmo avuto la rappresentazione completa e definitiva di quanto siamo invecchiati tutti nel corso del tempo. Chi più, chi meno. E io, certamente, più di voi.

L’occasione che vi riunisce (che ci riunisce) è davvero bella e meritoria. E voglio subito esprimere il mio ringraziamento a tutti gli organizzatori di questo incontro e a tutti i partecipanti convenuti questa sera.

In particolar modo, ci tengo a ringraziare i curatori e contributori che hanno dato vita al volume “Sperimentare la scuola”. Per la dedica che mi avete fatto, certo, ma soprattutto per aver raccontato la Storia e le storie della nostra Maxi-Sperimentazione, avviata nel 1974 all’Istituto Cobianchi.

Quando iniziammo a studiare la possibile Riforma della Scuola Superiore, all’inizio degli anni Settanta, eravamo un gruppo di insegnanti fortemente motivati. Da quel gruppo nacque la Sperimentazione, con il sostegno del Preside Rattazzi e del Vicepreside Bozzuto. E quel gruppo andò ampliandosi con l’arrivo di altri docenti bravi e preparati.

Questa sera, per me, è anche l’occasione giusta per ricordare e ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla Sperimentazione.

La nostra Sperimentazione non fu solo un impegno professionale: avevamo già tutti un “lavoro” come insegnanti e avremmo potuto accontentarci di continuare a fare quello, senza complicarci la vita.

La Sperimentazione, per noi, era anche – e soprattutto – un impegno civile e politico. Nasceva per dare risposte concrete ad alcune delle istanze tumultuose del movimento studentesco di quegli anni. Istanze di cambiamento che la classe politica, le istituzioni scolastiche e la società faticavano a recepire adeguatamente. Contestualmente, si proponeva anche, attraverso l’innovazione pedagogica e didattica, di arginare e sublimare le istanze più violente, distruttive e autodistruttive della “contestazione” studentesca, indirizzando le energie dei più giovani verso obiettivi costruttivi.

La Sperimentazione, per tutti noi, non è stata un lavoro: è stata una missione.

E quella missione, intrapresa non solo da noi, ma anche da altri colleghi, in altre sedi nazionali, in altri Istituti, ha sempre avuto molti avversari. Avversari esterni e determinati.

L’innovazione didattico-pedagogica, che la Sperimentazione incarnava e proponeva, ambiva anche a tradursi in innovazione sociale. E quel tipo di innovazione non era vista di buon grado dai molti settori conservatori del Paese.

Quando si inizia a imboccare il viale del tramonto, momento che per noi insegnanti coincide con la pensione, è giusto porsi una domanda: cosa resterà di me, dopo, al di là degli affetti personali e familiari?

Ecco, io credo che questo incontro e il libro presentato stasera aiutino tutti noi, insieme, a trovare una risposta collettiva a questa domanda scomoda e un po’ fastidiosa.

E non si tratta di una risposta nostalgica o auto-elogiativa.

Può e deve essere una risposta costruttiva, capace di guardare al futuro.

Qui risiede il valore e il merito del libro “Sperimentare la Scuola”: può essere uno strumento utile per innescare nuove esperienze di innovazione pedagogica e didattica. Può dare competenze, ma anche fiducia (e un po’ di speranza) a coloro che oggi fanno la Scuola e saranno la Scuola del futuro: i giovani insegnanti e i loro studenti.

È stato un grande e lungo viaggio quella della nostra Sperimentazione. E per me è stato un vero piacere compiere una parte di questo viaggio insieme a voi.

Vi saluto con grande affetto e vi auguro una magnifica serata.

Carla Rossi Bozzuto

https://www.youtube.com/watch?v=XXmih4feyKQ Video del Messaggio Carla

Cristina Bolelli ed Ettore Perelli hanno poi tracciato un profilo storico dei Corsi sperimentali, iniziati con il primo anno di biennio nel 1974 e concluso con l’ultimo anno delle classi quinte nel 2014.

Cristina Bolelli con il primo biennio e i suoi consigli di classe:

Perelli con un excursus sugli indirizzi del triennio e i relativi allievi diplomati.

È stata poi la volta di alcune testimonianze di ex allievi introdotte e sollecitate da Francesca Paracchini che aveva gestito assieme a Marina Beretta e Luca Sarasini i focus group, i cui report sono stati poi pubblicati sul libro, intorno ai temi dell’accoglienza, del percorso di studi e della apertura al mondo.

Accoglienza.

Raffaella: “dopo tre giorni mi viene chiesto di svolgere un test di ingresso di filosofia, la verifica è positiva e per me è stata la svolta per decidere di restare”.

Alessandro: “ricordo l’accoglienza dell’infortunato […] mi veniva a prendere tutti i giorni il bidello e mi accompagnava in classe con l’ascensore!”

Roberta: “ho sempre avuto una sensazione di empatia da parte dei professori”.

Percorso di studi:

Oliviero: “ho avuto la sensazione, confrontandomi con i miei coetanei in quegli anni, che comunque il Cobianchi, nonostante se ne parlasse sempre un po’ male, molto frequentato, con tanti numeri, un posto dove stare attenti, fosse una scuola particolarmente avanti soprattutto per quanto riguardava i laboratori perché c’erano tante ore di laboratorio, si facevano due pomeriggi interi, quattro ore di chimica, di biologia […] entravi un po’ nel mondo del lavoro”.

Apertura al mondo:

Barbara: “Think outside the box, tu ti devi mettere fuori e guardare dentro, il metterti in discussione”.

Erica: “Speranza e fiducia negli adulti. Esperienze divergenti. Stupore. Capacità di osare.”

Presentato da Guido Boschini, l’editore di Blönk, Lele Rozza, ha spiegato i motivi per cui la sua casa editrice ha voluto pubblicare questo libro:

“Una storia interessante che avete voluto raccontare anche per chi non la conosce. …  Concepire la didattica come il match tra l’esperienza degli adulti e la potenza straordinaria dei ragazzi: un campo urgente, necessario … spazi in cui non ci si accontenta del compromesso al ribasso… siccome è il futuro la cosa su cui dobbiamo lavorare …”

Nel mio intervento ho voluto sottolineare come la qualità della scuola sia legata ad una professionalità docente non tanto dei singoli, ma delle équipe ognuna delle quali assume le sue specificità. Ho anche ricordato come al Cobianchi in quegli anni, parallelamente alla sperimentazione, grazie a docenti come Giancarlo Fuselli ed Enrico Rinaldelli sia nato il sindacato confederale della scuola della nostra provincia – in tempi in cui esisteva di fatto solo il sindacato autonomo dello SNALS – con l’idea di una “professionalità confederale” ovvero di una professione che si esercita nella scuola ma con lo sguardo rivolto all’intera società.

Rino Romano ha voluto ricordare tra i fondatori della Sperimentale Italo Isoli, Luigi Radice e il preside di allora, Giulio Cesare Rattazzi di cui ha citato una frase: “l’autorità non conta, conta l’autorevolezza” … ed era questo che ci portava ad esercitare una professionalità molto particolare.

Dario, studente degli inizi della Sperimentale, ha letto una divertita e divertente “memoria, scritta … perché ho poca memoria” passando dal “reclutamento” di quattordicenni usciti dalle medie in una saletta dei preti a Villa Olimpia, all’impatto con una scuola con orario di ben 44 ore, sabato compreso, ai desideri non solo di conoscenza tipici dell’adolescenza, alle manifestazioni studentesche e in particolare quella, inizialmente controversa, per la morte di Aldo Moro.

“Così alla manifestazione ci andammo e ci rendemmo conto che da lì a poco saremmo diventati uomini e donne che avrebbero fatto parte di qual sistema con più o meno voglia e capacità di migliorarlo diventando parte integrante di una società che allora speravamo potesse diventare più giusta e più nostra. Ora che siamo uomini e donne ogni tanto ci ritroviamo ancora e torniamo a essere quelli di quei tempi là o perlomeno ci illudiamo di esserlo, sempre uguali ma inevitabilmente diversi, e noi le nostre compagne le vediamo come allora e, non avendole mai considerate signorine o signore, continuiamo a chiamarle ragazze.”

Perelli, che aveva ricordato alcune realizzazioni come la ricerca Memoria di Trarego, diventata poi anche un film, dedicata agli ex studenti partigiani Luigi Velati e Cesco Lubatti a cui è dedicata la Piazza antistante e questo auditorium, e il manuale Professione studente, ha invitato i presenti ad iscriversi alle Associazioni Ex Docenti ed Ex studenti, di cui, obtorto collo è Presidente; ha poi letto il ringraziamento della Preside del Liceo Leonardo Da Vinci di Firenze, cui come Associazione ex docenti, si era mandato un messaggio di solidarietà per le minacce ricevute dal ministro.

Care colleghe,

Cari colleghi, 

la quantità pressoché infinita di messaggi di condivisione e il grande sostegno che sto ricevendo da dirigenti, istituti scolastici, docenti, comitati di genitori, studenti in queste ore è una splendida prova di vitalità e senso di comunità del grande mondo della scuola italiana. Mai come adesso, in questo mondo incerto e pieno di nubi fosche all’orizzonte, c’è bisogno di dare dignità e forza alla scuola e anche un po’ di sano orgoglio in chi ogni giorno anima le aule, le rende luoghi di conoscenza, costruisce memoria e crea vera cittadinanza.

Abbiamo tanto da fare! C’è bisogno dell’impegno di tutti.

un abbraccio sincero,

Annalisa Savino

Dirigente Scolastica

Liceo Scientifico Statale Leonardo Da Vinci

Dopo un accenno a due voci ai tempi in cui al Cobianchi, come nelle fabbriche “suonava la sirena”, ha terminato l’incontro Italo Isoli:

“Se dobbiamo chiudere con un augurio ed un pensiero, io chiederei ad Anna di dire a Carla che siamo tutti con lei.”.

Slide proiettate durante l’incontro: < qui >

Articolo su EcoRisveglio del 22.03.2023

Video integrale[2] dell’incontro “Indimenticabili quegli anni”: https://www.youtube.com/watch?v=TyYTigvzsYw


[1] Il libro è pubblicato in edizione cartacea e, da poco, anche come Ebook: https://www.blonk.it/book/sperimentare-la-scuola-storie-di-buone-prassi/

[2] Entrambi i video, Messaggio di Carla Rossi Bozzuto e ripresa integrale dell’evento sono di Lorenzo Camocardi.

“Sperimentare la scuola”. Un pezzo di storia

È stato pubblicato dall’editore Blônk Sperimentare la scuola. Storie di buone prassi (Pavia, gennaio 2023) curato da un gruppo di docenti di quella che fu la “Maxi-sperimentazione” dell’Istituto Lorenzo Cobianchi[i] di Verbania. Non poteva e non voleva essere la storia completa di quella esperienza quarantennale (1974 – 2014) in cui hanno lavorato più di trecento insegnanti e che ha diplomato 2256 studenti, ma la ricostruzione sintetica di alcune delle esperienze didattiche che gli autori hanno direttamente sperimentato; per non perderne memoria e come possibile stimolo a chi oggi lavora nella scuola[ii].

Il libro “è dedicato a Carla Rossi Bozzuto[iii], che ha dato vita e curato la Maxi-sperimentazione dell’Istituto tecnico Lorenzo Cobianchi di Verbania. Senza di lei questa sperimentazione non sarebbe stata possibile.”


Scheda dell’editore

Il racconto di come venne ideata e condotta la Sperimentale, dalle voci dei suoi protagonisti. Un contributo sorprendentemente attuale al dibattito contemporaneo.

Nel 1974 un gruppo di insegnanti dell’Istituto tecnico industriale Cobianchi di Verbania, su impulso del Ministero della Pubblica Istruzione e con l’incentivo del Preside del tempo, ideò un originale modello di scuola secondaria superiore, che permettesse di modernizzare la scuola sentita, in quegli anni, come obsoleta e bisognosa di innovazione.

La Maxi-sperimentazione o Sperimentale, come venne chiamata, è stata fondata, sviluppata e autogestita dagli stessi insegnanti che l’avevano ideata ed è continuata fino al 2010, anno della riforma Gelmini che, oltre alle varie modifiche, ha sancito la fine di tutte le esperienze di sperimentazione. Nel suo lungo periodo di vita, la Maxi-sperimentazione è cambiata, anche attraverso i contributi di tutti gli insegnanti che negli anni vi hanno lavorato, così come sono cambiati i tempi e il milieu culturale, politico e sociale del nostro Paese, fino a quando è stata definitivamente chiusa. Ne parlano i protagonisti, insegnanti e studenti.

Con contributi di

Marina Beretta, Cristina Bolelli, Guido Boschini, Patrizia Favati, Mercedes Filippi, Rocco Minerva, Gianmaria Ottolini, Francesca Paracchini, Barbara Pesce, Luca Sarasini

Conclusioni a cura di:

Roberto Maragliano e Cristiano Corsini

“Le esperienze che vengono descritte, e le modalità con cui sono state condotte, assumono ancora più valore se slegate dalla particolare cornice della Sperimentale; infatti, grazie al Regolamento sull’autonomia scolastica, tutte le scuole possono ancora oggi condurre simili esperienze e improntare le proprie attività sulla condivisione, sul lavoro in équipe e sulla ricerca didattica”. Dalla prefazione a cura di Cristina Bolelli e Guido Boschini

Indice dettagliato

pagina 3     SPERIMENTARE LA SCUOLA.

STORIE DI BUONE PRASSI

5     Gli autori

9     Dedica a Carla Rossi Bozzuto

11   Presentazione di Cristina Bolelli e Guido Boschini

14     Ricerca e formazione, di Guido Boschini e Barbara Pesce

19     Laboratori e tecnologia, di Guido Boschini e Barbara Pesce

23     Chi impara cosa? Il metodo di studio, di Patrizia Favati

41     Numeri in libertà? La valutazione per obiettivi, di Mercedes Filippi e Rocco Minerva

65     II lavoro d’equipe e le sue articolazioni, di Gianmaria Ottolini

92     Cronologia dell’esperienza di Maxi­sperimentazione presso l’Istituto Cobianchi, di Cristina Bolelli

101     La voce degli studenti – esperienze nei corsi di Maxi-sperimentazione Biologico, Linguistico Moderno e Scienze Umane e Sociali, di Marina Beretta, Francesca Paracchini e Luca Sarasini

110    Conclusioni a cura di Roberto Maragliano e Cristiano Corsini

119    Allegati e documenti:

  • Piano orario del primo Biennio della Maxi-sperimentazione
  • La professionalità di base e le esperienze di studio-lavoro. Documento elaborato nell’a.s. 1982/1983
  • Progetto Qualità. Scheda di osservazione della comunicazione non verbale
  • Convegno Come noi nessuno mai – 26 e 27 ottobre 2001. Ventitré enunciati in discussione
  • Estratti da Professione studente
  • Esempio di prova strutturata per obiettivi (Lingua inglese)

Link citati

Nel mio contributo faccio riferimento ad alcuni collegamenti ipertestuali. Li riporto di seguito come link attivi per comodità di chi utilizza l’edizione cartacea.

Ulteriore documentazione

Il libro riporta in appendice ventisette pagine di allegati, una piccolissima parte del materiale allora prodotto; non si poteva pensare di ampliare ulteriormente questa sezione senza rendere il volume estremamente pesante. Sfruttando le possibilità più agili di un blog ne allego alcuni altri linkabili in formato PDF.

  • Analisi dell’esperienza “Area elettiva”: il piano di studi del primo Biennio della Sperimentazione[iv] era suddiviso in Area comune, Altre attività (Sport, Studio), Area di Progetto, Area opzionale e Attività elettive. Su richiesta del ministero, in un’ottica di risparmio, sia l’Area di Progetto che le Attività elettive vengono abolite[v]. Riporto una ricostruzione di quest’ultima esperienza presente così come è stata ricordata all’interno del progetto di ricerca “Verbania Tempo Libero”[vi]: scaricabile < qui >.
  • Tirocinio presso la Scuola Elementare. Previsto per gli studenti di Scienze Umane e Sociali[vii] nel corso degli anni si è consolidato e le sue modalità e gli strumenti per l’osservazione e la progettazione sono stati riportati in un apposito Libretto: scaricabile < qui >.
  • Scheda di osservazione della comunicazione verbale e dell’interazione didattica: negli allegati, tra gli strumenti elaborati all’interno del Progetto Qualità[viii], abbiamo riportato la “Scheda di osservazione della comunicazione non verbale”; in parallelo a quest’ultima veniva proposta quella relativa all’interazione verbale: scaricabile < qui >.
  • Ricerca di Romagnano – Indirizzo di Scienze Umane e Sociali: Estratto dal n. 4/1980 di Ieri Novara Oggi[ix], articolo introduttivo su ricerca storica e didattica e analisi complessiva dell’esperienza realizzata in collaborazione con l’Istituto Storico della Resistenza di Novara[x]. Scaricabile < qui >.
  • Ricerca di Romagnano – Indirizzo elettronico: Estratto dal n. 4/1980 di Ieri Novara Oggi[xi], articolo sul ruolo dell’informatica nella ricerca storica e relazione sull’attività degli studenti.  Scaricabile < qui >.
  • Gli studenti nell’Area di progetto. Osservazione del clima socio-emotivo: gli studenti incaricati quali osservatori del progetto in corso negli Indirizzi Biologico-Sanitario e Chimico[xii] erano divisi in tre gruppi che attuavano modalità osservative diversificate. Il “Gruppo ombra”ha impiegato la metodologia Shadowing. La loro reazione è scaricabile < qui >.
  • Pratiche di formazione e manutenzione del Gruppo classe: dopo aver partecipato nel marzo 2006 al Seminario nazionale La categoria della complessità, organizzato a Sezze dalla rete di scuole Passaggi – Le scienze sociali in classe, il nostro indirizzo di Scienze umane e sociali è stato invitato a collaborare al testo, del Consiglio italiano per le Scienze sociali, Nuovi saperi per la scuola[xiii]. Il nostro contributo, nella versione originaria inviata all’editore, è scaricabile < qui >.

Recensioni e presentazioni

Beatrice Archesso, su La Stampa del 27.01.2023
Amelia Stancarelli, sul sito online La Società in Classe
Paola Giacoletti, su EcoRisveglio del 1.03.2023


[i] Per una contestualizzazione di quella esperienza cfr. su questo blog la parte introduttiva di La sperimentazione ex art.3. Un intervento del 1984.

[ii] Per una analisi approfondita del periodo delle sperimentazioni in Italia, uno studio a tutto campo è reperibile online: la Tesi di Dottorato di Giordano Lovascio presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo BoGovernare il cambiamento. Sperimentazione e società nella scuola superiore tra anni Settanta e Ottanta”. L’Istituto Cobianchi è ampiamente riportato così come le figure che diedero vita all’esperienza.

[iii] Così di lei si scrive nella Tesi sopra citata di Giordano Lovascio: “L’Istituto [Cobianchi] partecipò fin dal 1974 al processo sperimentale, sotto la guida del preside Rattazzi […] e della professoressa Carla Rossi Bozzuto, insegnante di Italiano e Storia e caparbia coordinatrice della sperimentazione: in prima fila negli anni segnati dal dibattito sulla riforma” (pag. 332).

[iv] Cfr. Sperimentare la scuola …pag. 119-121.

[v] Cfr. pag. 96-97.

[vi] Cfr. pag. 85.

[vii] Cfr.  pag. 80-81 e nota 39.

[viii] Cfr. pag. 76-77.

[ix] Pag. 269-299: “Didattica della storia: alcune ipotesi, una esperienza” a cura di A. Mignemi, R. Negroni, G. Ottolini.

[x] Cfr. pag. 82-83.

[xi] Pag. 300-315: “Scuola, Ricerca e strumenti informatici” a cura di G. Margaroli.

[xii] Anno scolastico 1996/97: cfr. pag. 81-82

[xiii] C. Pontecorvo e L. Marchetti, Nuovi saperi per la scuola. Le Scienze Sociali trent’anni dopo, Marsilio – Consiglio Italiano per le Scienze Sociali, Venezia 2007: pag. 157-175.

Marcia su Roma di Mark Cousins: decostruzione di un mito

Ma quando avvenne la “marcia”?

Come è noto c’è una data ufficiale che però non sembra corrispondere ai fatti. Vediamo di ricapitolare cosa avvenne dal 24 al 31 ottobre 1922.

  • Il 24 ottobre in una grande adunata a Napoli convergono squadre fasciste specie dal centro sud. Mussolini lancia la sfida al governo Facta:

«Noi fascisti non intendiamo andare al potere per la porta di servizio … Noi vogliamo diventare Stato! …  O ci daranno il Governo o ce lo piglieremo noi calando su Roma».

  • Per organizzare e guidare la marcia, stabilita per il 27 ottobre, sono designati i “quadrumviri” (Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare De Vecchi e Michele Bianchi) che pongono la loro sede a Perugia (Hotel Brufani). Mussolini invece staziona presso la sede del Il Popolo d’Italia a Milano da dove gestisce direttamente i contatti politici.
  • Dal 26 e in pieno sviluppo il 27 e 28 la mobilitazione fascista si concentra in tutti i capoluoghi di provincia: il piano prevedeva l’occupazione degli edifici pubblici, rastrellamento di armi, mantenimento di presidi armati e invio a Roma, in camion e soprattutto in treno, delle squadre più organizzate[1].

  • Il 27, in seguito alle notizie provenienti dalle prefetture di tutto il paese sulla insurrezione in atto, Facta dichiara lo Stato d’Assedio che il re non firmerà.
  • 28 e 29: Facta si dimette e si profila un governo Salandra che inglobi i fascisti. Mussolini con un editoriale del Il Popolo d’Italia respinge l’ipotesi:

« … la vittoria non può esser mutilata da combinazioni dell’ultima ora. Per arrivare a una transizione Salandra non valeva la pena di mobilitare. Il Governo dev’essere nettamente fascista.» (29 ottobre)

Il re convoca Mussolini per formare il nuovo governo.

  • Alle 10.30 del 30 ottobre Mussolini giunge a Roma in treno e, dopo aver ricevuto formalmente l’incarico dal re, forma un governo di coalizione. Le prime squadre entrano a Roma nel pomeriggio
  • Il 31 il grande corteo fascista attraversa Roma; le immagini di quella sfilata verranno perlopiù retrodatate al 28.

Così commenta Franzinelli:

“Il raffronto tra il calendario della politica e l’acme dell’insurre­zione evidenzia un dato di fatto lapalissiano: la marcia su Roma non precedette, bensì seguì la nomina di Mussolini a capo del governo. Il duce, insomma, anticipò (in vagone-letto) le colon­ne che, alla resa dello Stato liberale, si rimisero in marcia, o me­glio salirono sui treni, per sfilare nella capitale, omaggiando il re e il duce, divenuto – grazie a loro – presidente del Consiglio.

Il nascente governo è nominalmente di coalizione tra fa­scisti, nazionalisti, popolari, liberali e democratici, ma il fatto che Mussolini, oltre che presidente del Consiglio, sia ministro dell’Interno e ministro degli Esteri, che il segretario del PNF, Michele Bianchi, divenga segretario generale dell’Interno e il quadrunviro Emilio De Bono direttore generale della PS, fa in­tendere che il fascismo si fa Stato, mentre gli alleati sono privi di reale incidenza.

Comunque, se di colpo di Stato si può parlare, esso fu perpe­trato non già a Roma, ma alla periferia, con l’occupazione di pre­fetture, questure e uffici pubblici di mezza Italia, il 27-28 ottobre.”[2]

Le premesse dell’insurrezione

Alle elezioni del novembre 1919 il movimento fascista, nato il 23 marzo di quell’anno (Fasci italiani di combattimento), non elegge nessun deputato. Due anni dopo, in quelle del maggio 1921, entrato in coalizione nei “Blocchi nazionali” proposti da Giolitti, elegge 35 deputati fra cui lo stesso Mussolini e il 7 novembre si costituisce il Partito nazionale Fascista (PNF) strutturato a livello paramilitare con posizioni nettamente reazionarie e antisocialiste.

Le squadre fasciste intervengono contro gli scioperi sia bracciantili che operai, contro le leghe e i sindacati, contro le Case del popolo e le redazioni dei giornali avversari, contro le amministrazioni socialiste e repubblicane; azioni violente quasi sempre tollerate dalle forze dell’ordine e impunite dalla magistratura. Le violenze crescono in modo esponenziale durante tutto il 1921 e già si hanno alcuni casi di occupazioni di città come Treviso nel luglio e Ravenna nel settembre di quell’anno. La conquista dei capoluoghi diverrà sistematica a partire dal maggio 1922 sostenuta da una crescita sia di iscritti che di sezioni del PNF (oltre 1300 sezioni e 323.000 iscritti).

“La conquista militare investe i baluardi socialisti. Con tecnica collaudata, la mobilitazione inizia nelle campagne e culmina nei centri urbani. Decisiva è la «rapidità di spostamento»: monta­ti su treni (senza munirsi di biglietto) o su camion (privi di targa per depistare le indagini), gli squadristi scorraz­zano indisturbati di regione in regione. Al contrario, i socialisti si caratterizzano per l’«immobilità»: radicati nella borgata o nel quartiere, vengono sbaragliati dalla guerra di movimento, che moltiplica le energie e accresce la «specializzazione» dei profes­sionisti della violenza. Il dislivello tra le due concezioni pena­lizza le sinistre, legate a una cultura localistica.”[3]

Solo Parma, con il socialista Guido Picelli e gli Arditi del popolo riuscirà a resistere anche dopo il fallimento nel resto del paese dello “sciopero legalitario” indetto dalla Alleanza del Lavoro all’inizio di agosto: ancora il 14 di ottobre Italo Balbo, alla guida di almeno 10.000 fascisti, dovrà rinunciare ad occupare la città ritirandosi.

Il mito della marcia su Roma

La sacralizzazione della marcia sarà rapida: il 28 ottobre 1922, verrà proclamato quale inizio dell’Anno I dell’era fascista. Già nel primo anniversario del 1923, ancora con il governo formalmente di coalizione, verrà dichiarata una festa nazionale di 4 giorni e per l’occasione verranno coniate monete d’oro da 20 e 100 lire ed emessa una serie di francobolli «per celebrare la data dell’avvento al potere del Fascismo».

Viene organizzata una replica della marcia ed emessa una amnistia che in realtà servirà solo per liberare i fascisti condannati per le violenze precedenti alla marcia. L’indicazione del 28 quale data ufficiale della marcia ha un significato preciso: solo dopo la “conquista” da parte delle truppe fasciste della città di Roma, il re avrebbe nominato Mussolini capo del governo.

E annualmente il mito viene “potenziato” e celebrato dai discorsi di Mussolini, così come il numero di “caduti” fascisti durante la marcia cresce di anno in anno e ancor più i “brevetti” rilasciati ai partecipanti sia veri che presunti, tal che tale onorificenza verrà esplicitamente assegnata anche a chi non ha affatto partecipato alla marcia ma è comunque considerato meritevole per aver contribuito al successo del fascismo[4].

L’immagine celebrata sarà quella di una perfetta organizzazione militare guidata da Mussolini in persona. Margherita Sarfatti nel suo Dux scriverà

 “Il Duce imbraccia il fucile … la Vittoria non sarà mutilata”

La vittoria del fascismo diventa allora prosecuzione di quella di Vittorio Veneto: vittoria anche contro il nemico interno. E alle celebrazioni civili si aggiungono annualmente quelle religiose di ringraziamento per la sconfitta del comune nemico bolscevico.

Nel Decennale il mito assurge alla sua massima espressione. Viene Celebrata sia l’insurrezione che le opere realizzate dal regime. Il 29 ottobre 1932 viene inaugurata a Roma al Palazzo delle Esposizioni la Mostra della Rivoluzione Fascista allestita da Mario Sironi: 15.000 fotografie distribuite in 15 sale con citazioni del duce fino all’ultima sala Q dedicata alla marcia assunta a mito astorico di rilevanza decisamente maggiore della Presa della Bastiglia, che celebra la Bellezza e perfezione della macchina diretta dal DUX. La mostra avrà due anni di aperura e quattro milioni di visitatori.

Numerose le opere memorialistiche come il Diario 1922 di Italo Balbo e quelle cinematografiche. Il regista Alessandro Blasetti realizza il documentario propagandistico, commissionato dal Ministero dell’Istruzione, Il Decennale che verrà proiettato in tutte le scuole elementari e medie. Giovacchino Forzano realizza Camicia nera una fiction propagandistica ove l’avvento e le opere compiute dal fascismo nel decennale sono “riscoperte” da un ex combattente che aveva perso la memoria. La fiction più significativa sarà realizzata l’anno dopo da Blasetti con Vecchia guardia: la vicenda, ambientata a Viterbo nel 1922, esalta le imprese degli squadristi locali, capitanati dal reduce della Grande Guerra Roberto Cardini (interpretato da Mino Doro), che con scontri violenti e olio di ricino costringono operai e infermieri a interrompere gli scioperi. Alle imprese squadriste partecipa anche il giovanissimo Mario, fratello di Roberto, che morirà negli scontri.  La vicenda si conclude con le squadre fasciste di Viterbo che partono per Orte e di lì partecipare alla marcia per la capitale. Il film, nella versione tedesca, piacque particolarmente a Hitler che volle incontrare Blasetti e il dodicenne Franco Brambilla, l’interprete di Mario Cardini.

Gli equivoci della demitizzazione

Nell’ambito dell’antifascismo e delle sinistre dell’epoca si può osservare una sostanziale sottovalutazione del movimento fascista e del significato della marcia su Roma: di fronte alla retorica del mito fascista si punta spesso alla demitizzazione amplificando aspetti grotteschi e contrapponendo l’ironia alle esaltazioni roboanti. Lasciando sottotraccia il fatto che il fascismo ha preso rapidamente il potere, annullando le opposizioni e assumendo rapidamente il carattere di una dittatura totalitaria.

I comunisti del PCd’I nel loro organo torinese L’Ordine Nuovo a più riprese tra il 1921 e il ’22 esprimono questa sottovalutazione: il fascismo “è caratterizzato dall’incapacità organica di darsi una legge, a fondare uno Stato”[5]; “I fascisti vogliono buttare giù il baraccone parlamentare? Ma noi ne saremmo lietissimi.”[6] Nei giorni dell’insurrezione il PCd’I pensa a una sceneggiata che si concluderà con una divisione di poltrone gestita da Giolitti e il 28 ottobre l’editoriale de L’Ordine Nuovo recita “Nella sorda lotta tra liberali e fascisti il proletariato non può parteggiare: esso non può che attendere lo svolgersi degli avvenimenti”. La notte successiva redazione e tipografia verranno devastate e il giornale comunista potrà in seguito uscire solo in fogli ciclostilati clandestini.

La Confederazione Generale del Lavoro rifiuta di proclamare uno sciopero generale antifascista “per non compromettere la propria indipendenza”; tre anni dopo il regime metterà al bando ogni sindacato non fascista e  la CGdL si dividerà fra chi sceglie l’autoscioglimento e chi (sinistra sindacale) ricostituirà clandestinamente il sindacato all’estero.

Nel 1923, nel primo anniversario della marcia l’organo socialista Avanti! la definirà una: “passeggiata goliardica, ricca di pittoresco, scarsa d’azione”. Già sottoposto ad attacchi e devastazioni anche l’Avanti! dovrà poi passare alla clandestinità con redazione all’estero a seguito delle leggi fasciatissime del 1926.

L’atteggiamento di sottovalutazione delle forze organizzate (e divise) delle sinistre e più in generale antifasciste si riflette nelle posizioni di molti esponenti di rilievo che nei loro scritti esprimono spesso la loro avversione al fascismo con l’ironia e la demitizzazione. Possiamo ricordare Emilio Lussu con la sua Marcia su Roma e dintorni (1931) che mette alla berlina in particolare (ma non solo) i fascisti sardi, Ignazio Silone che nel suo saggio Il fascismo. Origini e sviluppo, terminato nel 1931 e pubblicato prima in tedesco nel 1934, parla della marcia non come una rivoluzione ma di “una normalissima parata”; ancor più corrosivo Gaetano Salvemini nelle sue Lezioni di Harvard (1933)

“Dopo la revoca del decreto di stato d’assedio, nel pomeriggio del 28 ottobre e per tutto il giorno 29 e la notte seguente, migliaia di fascisti avevano «marciato su Roma», unendosi a coloro che già avevano «marciato» nella notte del 27 e la mattina del 28. Al­cuni di loro, come il Duce, «marciarono» in vagone letto; la mag­gioranza «marciò» nei treni che erano stati presi d’assalto, altri su camion, alcuni a cavallo o anche a piedi. Al loro passaggio vi fu ovunque un incredibile massacro di polli e intere botti di vino vennero ridotte all’asciutto; e quel contadino che fosse stato tan­to indiscreto da reclamare i propri diritti di proprietà su una gal­lina o su un fiasco di vino correva il rischio di passarsela brutta, come «comunista» e «nemico della patria. … Quando tutto fu preparato per questa ridicola dimostrazione, finalmente nel pomeriggio del 31 ottobre la dimostrazione ebbe luogo. Cinquantamila uomini sfilarono in parata per le strade di Roma per celebrare la loro vittoria, dopo una «marcia su Roma» che non c’era mai stata.”[7]

L’unica voce lucida dissonante sembra essere quella di Piero Gobetti: in occasione del primo anniversario della marcia su La Rivoluzione Liberale scrive che Mussolini:

«in un anno di go­verno ha spezzato tutte le resistenze, ha costretto tutti gli uomini a piegarsi, a rinunciare alla loro dignità. Ha ridotto alla schiavi­tù liberali, democratici, popolari», mentre «il regime si consoli­da, trionfa di tutte le opposizioni, canzona tutti gli avversari»[8].

Non c’è da meravigliarsi se questa lettura demitizzante e dissacrante del fascismo nel dopoguerra sia rimasta quale eredità nella cultura e nell’immaginario del nostro paese.

Ne è chiara espressione nel 1962 il film La marcia su Roma di Dino Risi con Gassman e Tognazzi nella vesti di non molto convinti squadristi che dopo alterne vicissitudini, compreso un periodo in galera, parteciperanno inizialmente alla marcia per poi dissociarsene a seguito di episodi di eccessiva violenza di propri commilitoni. Abbandonata la camicia nera e indossati vestiti borghesi osserveranno perplessi la grande sfilata per le vie di Roma. Si inseriscono nel filmato alcune sequenze di A noi! (cfr. sotto) ma il contesto (e lo sguardo) è quello di una commedia all’italiana che dal film trapassa agli eventi storici. E all’immaginario collettivo.

Vi è una certa difficoltà da parte italiana a guardare al fascismo senza cadere in sottovalutazioni. Anche un intellettuale come Umberto Eco che pur ha sottolineato il pericolo di un ritorno del fascismo, sia pur in forme diverse, nel suo Il fascismo eterno[9] affermerà che «Il fascismo fu certamente una dittatura, ma non era compiutamente totalitario»: la sua forma di dittatura, diversamente dal regime totalitario nazista, può esser definita come un «Totalitarismo fuzzy» (ovvero sfumato, incerto). Dimenticando che Hitler fu un ammiratore e di fatto un allievo di Mussolini di cui volle imitarne le gesta in terra germanica, anche se inizialmente in modo sostanzialmente maldestro con il Putsch di Monaco (novembre 1923).

Nell’immaginario e nella cultura italiana è perdurata questa sottovalutazione del fascismo implicitamente autoassolvendoci di esserne stati i “padri” il che ci ha permesso di (o meglio ci siamo permessi) di non fare i conti su cosa il fascismo effettivamente è stato e ha comportato come conseguenze non solo in Italia. Diverso lo sguardo di storici non italiani: ne cito due.

Lo storico tedesco Hans Woller che in Mussolini il primo fascista[10] sulla base della documentazione degli archivi tedeschi evidenzia il debito di Hitler nei confronti di Mussolini, il carattere totalitario del suo regime che ha fascistizzato lo Stato italiano divenendo l’originario riferimento internazionale per tutti i movimenti politici e regimi autoritari di destra.

Lo storico argentino Federico Finchelstein che nel suo saggio Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale[11] sottolinea che quando diventò un regime, nell’Italia del 1922, il termine «fascismo» ricevette un’atten­zione su scala mondiale da parte di numerosi movimenti politici antidemocratici che vi si ispirarono.

“Come osserva lo storico del fascismo giapponese Reto Hoffmann, i movimenti fascisti «indossavano un arcobaleno di camicie» – color acciaio in Siria, verde in Egitto, blu in Cina, arancione in Sud Africa, oro in Messico – e queste varianti dicono molto sugli specifici adattamenti nazionali di quella che chiaramente era un’ideologia globale. A questa connessione fra ideologia e vestiario si potrebbe aggiungere il classico bruno in Germania e, ovviamente, il nero in Italia, l’azzurro in Portogallo e in Irlanda, il verde in Brasile. Ispirandosi a un rifiuto globale dei valori democratici universali, il fascismo mostra­va una tavolozza ideologica chiaramente collocata all’estrema destra dello spettro politico.”[12]

No!, la marcia su Roma non fu una parata folkloristica ma la messa in scena finale di una insurrezione e il fascismo non fu una barzelletta. Le barzellette erano semmai lo strumento (debole) di chi non voleva piegarsi fino in fondo al regime e, se da questo punto di vista erano comprensibili, ripetute dopo (o il loro spirito) diventano falsificazione storica e copertura della mancata resa dei conti con le nostre responsabilità storiche.

Le letture da fuori (dall’estero) ci ricordano due cose almeno: che Hitler fu ammiratore ed allievo di Mussolini, da cui riprese ideologia e modalità d’azione e che il fascismo italiano diffuse nel mondo un germe malato. Una varante oscura della modernità: i fascismi si diffusero non solo in Europa ma in tutti i continenti come ci ricorda Finchelstein quali movimenti politici organizzati in forme paramilitari che utilizzano la violenza contro avversari in ripudio della democrazia.

Se teniamo conto di tutto questo la lettura di Mark Cousins diventa più comprensibile. Abbiamo avuto bisogno di un regista straniero per permetterci finalmente di ripercorrere con occhio diverso il 1922 e quanto malauguratamente ne seguì.

Il regista Mark Cousins

“Sono cresciuto a Belfast, dove la guerra era costante, seppure non a livelli troppo elevati. Ero un ragazzo nervoso, forse lo sono ancora, entrare in un luogo come una sala con quelle sue grandi luci, mi pareva che il cinema mi stringesse tra le sue braccia, rispondeva a quell’esigenza condivisibile di stare insieme, di socializzare e al contempo permetteva di fuggire, di andare fuori, rappresentava una forma di evasione. Non c’era però né un libro né una pellicola che spiegassero questa sensazione in maniera accettabile, per questo ho fatto The Story of Film: An Odyssey.”[13]

Regista irlandese, anche se nato a Coventry nel 1965, inizialmente i suoi interessi e studi sono indirizzati alla storia dell’arte per poi rivolgersi al cinema che considera la forma d’arte principale del XX secolo, in grado di rivolgersi ad ogni sorta di pubblico. Inizia come conduttore televisivo di della serie prodotta dalla BBC Moviedrome in cui presenta film poco noti (una sorta di “Fuori orario” britannica) per poi produrre numerosi documentari sulla storia del cinema sino alla sua opera principale: The Story of Film: An Odyssey (2011). L’intento non è filologico, né nostalgico ma volto a far rivivere la magia dello sguardo “altro” del cinema con una visuale non limitata all’occidente ma con forte attenzione internazionale alle cinematografie asiatiche e africane. In altre sue opere si dedica in particolare a due temi: il cinema e i bambini (A Story of Children and Film, 2013) e la cinematografia delle registe (Women Make Film: A New Road Movie Through Cinema, 2018). Importante anche la sua rilettura della filmografia di Orson Welles (Lo sguardo di Orson Welles, 2018).

Il metodo di analisi Cousins non è storico ma semiotico dove le sequenze rimandano ad altre sequenze in una sorta di Mise en abyme; analogamente la successione dei temi non segue un ordine logico ma analogico e magari casuale.

“Leggenda vuole che, quando lavori a uno dei suoi documentari, segua un procedimento analogico, scrivendo nomi o scene di pellicole su pezzi di carta 4×3, che poi mescola a suo piacimento sul pavimento del suo ufficio. Da qui parte tutto un lavoro che poi troverà la sua definitiva fine in sede di montaggio.”[14]

Due rimandi filmici di un secolo fa

Prima di addentrarci nel docu-drama Marcia su Roma qualche cenno ai due rimandi fondamentali di Cousins, entrambi facilmente visionabili integralmente online.

Opera della prima e prolifica regista italiana Elvira Notari, il lungometraggio È piccerella (1922), ispirato nel titolo e parzialmente nella vicenda ad una canzone del noto musicista napoletano Salvatore Gambardella, narra l’amore funesto di Tore per la giovane Margaretella che innamorati tanti ne aveva già avuti e tanti ne aveva lasciati. Pur di legarla a sé Tore, con regali sempre più costosi, rovina economicamente anche la propria famiglia. Il tutto finirà in tragedia con il ferimento di Tore in un duello di coltello e pistola con un altro pretendente, la morte di sua madre ridotta in miseria e, ormai abbandonato dalla piccerella, la sua uccisione della giovane ammaliatrice. La scena finale ci mostra Tore in carcere in preda ai suoi incubi di un amore malato.

Al di là della vicenda melodrammatica il film ci dà uno spaccato efficacissimo della vita collettiva napoletana: la sfilata tra due ali di folla delle carrozze e delle prime autovetture di ritorno dal pellegrinaggio delle giovani ragazze accompagnate dai familiari dal Santuario di Montevergine, i pranzi d’obbligo in trattoria  dopo il digiuno per il pellegrinaggio, la vita nei bar e i balli nei ristoranti,  la festa di Santa Maria del Carmine con l’affollamento al mercato, l’addobbo dei balconi delle case patrizie, la folla che assiste partecipe alla fantasmagoria dei fuochi d’artificio.

Il film, come altri della Notari, ebbe notevole successo sia in Italia che tra gli emigrati negli Stati Uniti che potevano ritrovarvi una rappresentazione veritiera della vita in madrepatria. Il film è in sostanza una carrellata delle passioni, spesso estreme, dei napoletani rappresentate anche in modo crudo come nel duello o nella uccisione di Margaretella. Il critico Yann Esvan nel suo commento su E Muto Fu ne intravede una anticipazione del neorealismo:

“… è proprio questa caratteristica [la crudezza e i comportamenti esasperati] a far emergere il cinema della Notari rispetto ai suoi contemporanei, che diventa un primo passaggio verso quel cinema neorealista che prenderà forma solo nel dopoguerra. Se per noi, quindi, il cinema della Notari è ricco di spunti ed interessi, non era invece così amato dal regime, che appena possibile cercò di sostituire questa Napoli ferina ad una raggiante e priva di ombre come in Vedi Napule e po’ mori di Perego (1928) … . Un’altra caratteristica dei film della Notari è l’attenzione al folklore locale, con la presenza di tante processioni e feste patronali, ma anche quella di variare molto la lingua delle didascalie che spazia dall’aulico al napoletano”.

È piccerella è visionabile integralmente <qui>.

Passiamo ora al film ufficiale della marcia su Roma: A noi! del regista lombardo Umberto Paradisi (1878-1933); la pellicola è stata di recente restaurata a cura dell’Archivio Storico Luce. Girato nel 1922 e presentato il 23 marzo 1923 in occasione del quarto anniversario della nascita dei Fasci italiani di combattimento, il suo titolo completo recita “A Noi! Con le Camicie Nere, dalla sagra di Napoli alla conquista di Roma”. La produzione è del Sindacato d’Istruzione Cinematografica diretta da Luciano De Feo, società che attraverso altri passaggi darà poi vita nel 1924 all’Istituto LUCE (L’Unione Cinematografica Educativa) che l’anno successivo Mussolini trasformerà in ente pubblico ufficiale: il principale strumento di propaganda del regime.

Le prime sequenze riproducono il seguente documento ufficiale:

“Il Partito Nazionale Fascista dichiara essere il film “A NOI! …” la rappresentazione ufficiale dei memorabili avvenimenti che, per virtù della nostra Gente usa a trionfi e civiltà millenarie, hanno restituita all’Italia l’anima eroica di Vittorio Veneto, e lo consacra alla silenziosa, fervida, devota ammirazione degli Italiani in Patria e per tutto il mondo”

Il film è suddiviso in tre episodi. Il primo è dedicato alla giornata del 24 ottobre con il grande raduno delle camicie nere a Napoli. Dopo una ripresa dall’alto della città e del Golfo alle prime luci dell’alba si susseguono gli arrivi soprattutto dal centro e dal sud, sia per treno che con nave. Sfilano le camicie nere compresi i balilla da Piazza plebiscito al grande concentramento all’Arenaccia. Non manca l’esibizione del “Santo Manganello”. Mussolini e i quadrumviri salgono sul palco. Il volto dallo sguardo severo del duce conclude la prima parte.

Il secondo episodio è titolato “Le giornate del 28-29 Ottobre 1922” con le riprese a Roma (con molte sequenze comunque girate nei giorni successivi). Si inizia con le transenne di quello che viene chiamato il “Simulacro dello Stato d’Assedio” e militari che controllano l’arrivo delle camicie nere. Camion e treni affluiscono; numerosi gli episodi di attacco ai “covi di sovversivi” e di falò della stampa avversaria. I cittadini romani applaudono e in parte si accodano alle camicie nere. Alla stazione Termini la folla assiste all’arrivo di Mussolini. Le ultime sequenze sono in Piazza del Quirinale con la folla che fa ala per far passare le automobili delle autorità e che sventola i cappelli per salutare il re che si è affacciato.

Il terzo episodio è dedicato al “30 ottobre – Nella gloria di Roma Benito Mussolini capo del Governo di restaurazione”. Mussolini in abiti civili con la tuba consegna un foglio a un collaboratore (la lista dei ministri?), concentramento delle camicie nere in Piazza del Popolo e Mussolini con i quadrumviri che danno precise disposizioni per la sfilata. Gli aerei dal campo di Centocelle sorvolano la città. La sfilata procede verso Piazza Venezia gremita di folla con la fanfara dei Bersaglieri sulla scalinata dell’Altare della Patria omaggiata dal saluto fascista dei partecipanti. Il corteo continua a sfilare per poi dirigersi verso il Quirinale dove il re Con l’ammiraglio Thaon di Revel e il generale Cadorna assistono al grande corteo. Le ultime sequenze mostrano Mussolini con Thaon di Revel e Cadorna che sfilano verso il Vittoriano per rendere omaggio al milite ignoto.

Commenta Carlo d’Acquisto nella presentazione del film restaurato:

“Si capisce … che c’erano delle immagini fatte in diversi momenti e poi messi insieme, come se fosse un work in progress.  … La forza di questo documento sta nel suo essere in qualche modo l’antesignano di quello che sarà poi il tipico stile dell’Istituto Luce. Un primo, imperfetto, sforzo propagandistico in cui lo stesso Mussolini “l’eroe purissimo” è ripreso, … in maniera un po’ estemporanea, senza una grande cura dell’immagine. Non c’era ancora quella cultura che darà agli operatori un modo molto preciso di riprendere il Duce e di consegnarlo al popolo. Le immagini sono state riprese in maniera frettolosa, perché non si sapeva come sarebbe andata la marcia su Roma”.

A Noi! nella versione restaurata dall’Istituto Luce è visionabile <qui>.

La decostruzione di Cousins (Italia 2022)

Presentato al Festival di Venezia il 31 agosto fuori concorso nella sezione Giornate degli autori. Il progetto originario era di Tony Saccucci che aveva visionato filmati degli anni venti del ‘900 e in particolare A Noi! di Paradisi. Si rende conto che era necessario uno sguardo straniero che rivedesse quel periodo con un occhio diverso da quello consueto nel nostro paese. Sottopone il progetto a Cousins che ne è entusiasta e insieme scrivono la sceneggiatura.

L’Italia è il Paese che mi ha maggiormente ispirato a livello visivo, sono quindi entusiasta di realizzare proprio qui un film sulla cultura delle immagini.

L’affermazione del regista irlandese è chiara: non intende realizzare un documentario storico, ma sulla “cultura delle immagini” del fascismo e pertanto un documentario (un docu-drama) su come il fascismo si è autorappresentato e si è proposto agli italiani e al mondo intero; in sostanza sulla sua mitizzazione e nello specifico sul mito della marcia su Roma. Il tutto naturalmente con il suo stile e il suo metodo: non cronologico, non per successioni logiche ma per rimandi visivi da immagine ad immagine con una circolarità che parte dal presente di Trump che pronuncia una frase ripresa dal repertorio mussoliniano (Meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora), richiamato verso la fine dalle immagini dell’assalto a Capitol Hill.

La suddivisione in capitoli che scandiscono le sequenze non sempre aiuta perché quello che conta non è il filo logico ma le connessioni, ad esempio le immagini sghembe di Roma, che ancor oggi testimoniano l’architettura del regime, ci ricordano che in quello “scenario” si impose un attore amante dei balconi. E nel contempo ci richiamano alla nostra mancanza di una seria resa dei conti con il fascismo e le sue eredità.

Tre mi paiono i livelli del discorso di Cousins.

Il primo è l’analisi filologica di A noi! che ne evidenzia trucchi e falsificazioni, ma anche ingenuità di un meccanismo di propaganda ai suoi inizi. Dalle riprese a campo lungo dell’adunata napoletana non così oceanica come si voleva mostrare, al nascondere la pioggia e le relative pozzanghere che avrebbero reso meno “solare” la gloriosa marcia, all’utilizzo di tre cineprese in contemporanea da punti diversi per poi montare in successione le sequenze moltiplicando il numero dei partecipanti, all’aereo che parte da Centocelle che con immagini sovrapposte diventa una intera squadra che sorvola gloriosamente il corteo, e soprattutto  l’anticipazione della data della sfilata e  l’utilizzo di immagini di Mussolini che vien fatto sfilare mentre non era ancora a Roma e all’altare della Patria con sequenze invece relative al 4 novembre.

E di contrappunto alle falsificazioni del “documentario” di Paradisi le immagini veritiere della Napoli del 1922 con la folla, questa sì oceanica, testimoni della vita collettiva partenopea documentata (paradossalmente?) dalla “fiction” È piccerella di Elvira Notari. Di particolare impatto la scena della affollata mensa per i poveri durante la festa della Madonna del Carmine mentre dall’alto dei balconi delle case patrizie si affacciano le giovani dame vestite a festa: una efficace rappresentazione del popolo e delle divisioni di classe, del tutto assenti in A Noi!

A rappresentare, in un secondo livello, il rapporto popolo/fascismo e la sua evoluzione vi sono le brevi parti fiction con Alba Rohrwacher che interpreta una popolana che inizialmente riprende convinta gli impegni (ordine, pace, lavoro …) e le frasi del regime (Con l’amore se è possibile, con la forza se è necessario!) e che progressivamente mostrerà invece disincanto e delusione per le mancate promesse del duce. Nei titoli di coda la sua voce intonerà Bella Ciao.

Il terzo livello, in genere meno sottolineato dai commenti, ma a mio parere fondamentale per capire il messaggio che Cousins vuol tramettere agli spettatori, è rappresentato dal Tevere che scorre, oggi come allora. Fuor di metafora le conseguenze e le ricorrenze di quella storia. Mentre le camicie nere scorrono per le vie di Roma un voce fuori campo recita “Mussolini disse che il fascismo era un grido oceanico che fu percepito in tutto il mondo … aveva [purtroppo] ragione”. Si rivela a questo livello l’importanza di quello sguardo “straniero” che cercava Saccucci. Noi italiani, compresi alcuni storici di grido[15], siamo abituati a vedere il fascismo come una questione delimitata nel nostro ventennio; dei fascismi espliciti ed anche impliciti, presenti in tutto il mondo nel secolo scorso e nel nostro in genere non ci occupiamo. Anche in questo caso Cousins non sviluppa un discorso organico ma dissemina tutto il film con segnali forti: da alcune brevi sequenze di Una giornata particolare a testimonianza della emarginazione degli omosessuali, al tema del colonialismo con i fischi dei giornalisti italiani ad impedire al Negus la sua denuncia alla Società delle Nazioni e, di rimando, crude immagini e impressionanti numeri di relative vittime, al tema della guerra e delle sue conseguenze catastrofiche, agli eredi odierni di quella marcia e di quel modo di intendere politica e potere.

Per concludere, Cousins utilizza il linguaggio filmico per smontare il mito della marcia non solo nella sua rappresentazione propagandistica, in particolare cinematografica, ma anche nei suoi contenuti e nelle sue promesse. Alle immagini del mito affianca altre immagini che rendono il mito incongruo: la sua è pertanto una analisi semiotica e non storica. Se leggessimo invece il suo documentario con l’ottica dello storico ne saremmo disorientati per i continui salti temporali e tematici e ci soffermeremmo su alcune enfasi relative a questioni dubbie e controverse quale ad esempio il ruolo della massoneria nella salita al potere di Mussolini.

Il Trailer ufficiale del film <qui>


[1] Cfr. Mimmo Franzinelli, L’insurrezione fascista. Storia e mito della marcia su Roma, Mondadori, Roma, p. 158-159.

[2] Ivi, p,211.

[3] Ivi, p. 47.

[4] È il caso, ad esempio, di Ettore Ovazza, ebreo che sarà poi trucidato con la sua famiglia dalle SS a Intra nell’ottobre del 1943.

[5] Antonio Gramsci, 2.01.1921.

[6] Amedeo Bordiga, 26.07.1922.

[7] Ripreso da M. Franzinelli, Insurrezione cit., p. 298-299.

[8] Ivi, p. 272.

[9] Originariamente discorso in inglese tenuto alla Columbia University e pubblicato “The New York Review of Books”; tradotto poi su «La Rivista dei libri» come «Totalitarismo fuzzy e Ur-Fascismo». In seguito pubblicato con il titolo «Il fascismo eterno» in «Cinque scritti morali» (1997) e riproposto isolatamente da La nave di Teseo nel 2018.

[10] Edito in italiano da Carocci, Roma 2018.

[11] Tradotto in italiano da, Donzelli, Roma 2019-

[12] Dai fascismi ai populismi cit. p.48. Per una analisi più approfondita delle posizioni di Finchelstein e di Eco rimando al mio post Fascista chi? Un pubblico dibattito.

[13] Intervista di Luisa Ceretto pubblicata sul n. 17 (luglio 2020) della rivista online Primi Piani.

[14] Fabio Secchi Frau in Mark Cousins. L’arte dell’altrove su Mymovies.it.

[15] Cfr. Emilio Gentile, Chi è fascista, Laterza bari-Roma 2019. Anche per questo testo rimando al mio post Fascista chi? Un pubblico dibattito.

La montagna di domani

Dialoghi sulla storia delle alpi, sul futuro dell’alpinismo e dell’ambiente alpino.

Il Novecento ha rappresentato per le Alpi e per le terre alte d’Italia un secolo cruciale che ha cambiato radicalmente un modo secolare di vivere in montagna. Ancora di più il XXI secolo si configura come cruciale per le montagne della Terra e per gli uomini che vivono su di esse.
La “terribile” estate 2022 ha posto con forza il problema del futuro delle terre alte: siccità prolungate, eventi metereologici estremi, crolli di rocce e accelerato arretramento dei ghiacciai pongono la società contemporanea di fronte a sfide inedite e ineludibili. Le Alpi sono un mondo fragile, ma prezioso per l’Italia e per l’Europa. “La montagna di Domani” propone dialoghi e approfondimenti su aspetti di questa grande trasformazione. Sempre tra passato e futuro.

Quattro incontri alla Casa della Resistenza


Sabato 10 Dicembre 2022, ore 17.30

Presente e futuro dell’alpinismo contemporaneo

Fabrizio Manoni dialoga con Paolo Crosa Lenz


Sabato 18 Febbraio 2023, ore 17.30

Il Club Alpino Italiano e la montagna di domani

Antonio Montani (presidente generale del CAI) e Bruno Migliorati (presidente CAI Piemonte)

in dialogo con Paolo Crosa Lenz


Sabato 25 Marzo 2023, ore 17.30

Unione Operaia Escursionisti Italiani – Una storia italiana

Pietro Pisano dialoga con Gianmaria Ottolini


Sabato 15 Aprile 2023, ore 17.30

Il Genio degli Ossolani nel mondo “Almanacco Storico Ossolano 2023”

Enrico Rizzi e Massimo Gianoglio dialogano con Alessandro Grossi

Nino Chiovini e il Parco Letterario® intestato a suo nome

Costituito per iniziativa del Parco Nazionale ValGrande e della Associazione Casa della Resistenza, nell’ottobre del 2020, il Parco Letterario® Nino Chiovini nasce tramite una convenzione con la Società del Paesaggio Culturale Italiano la quale, connettendo paesaggio e tradizione culturale e letteraria, organizza e coordina

“una rete nazionale, ed internazionale, costituita da elementi di interesse turistico e luoghi che, per importanza sul piano storico-testimoniale, architettonico e di richiamo dell’identità anche sotto il profilo economico e sociale, si prestino a svolgere un ruolo di primo piano anche come meta di viaggio nell’ambito delle politiche di turismo responsabile e sviluppo sostenibile.”

I Parchi Letterari® attualmente sono 29 in Italia e quattro all’estero. Il Parco dedicato a Nino Chiovini al momento è l’unico costituito in Piemonte e fa riferimento, sul piano territoriale, all’area della Valgrande con i territori limitrofi e, sul piano culturale, storico e letterario, a Chiovini quale principale rappresentante dei molti autori che hanno dedicato i loro scritti a queste terre, alla loro storia e alle loro genti.

Due recenti numeri di riviste legate al territorio del Verbano Cusio Ossola hanno dedicato ampio spazio a questo Parco Letterario®. Si tratta del n. 4/2022 di Nuova Resistenza Unita, rivista dal 2000 edita a cura della Casa della Resistenza di Fondotoce, con articoli di Marco Travaglini, Tullio Bagnati, Paolo Crosa Lenz e Tiziano Maioli, e del n. 3/2022 della rivista della Associazione Alternativa-A che recentemente è passata dal formato cartaceo a quello online: in questo numero[i] un articolo collettivo è redatto dai curatori del progetto Tra natura e parola sostenuto dalla Fondazione Cariplo tramite un bando per la promozione del libro e della lettura, progetto che ha rappresentato, negli ultimi mesi, la principale attività del Parco Letterario®.

Per entrambe le riviste ho redatto due sintetici pezzi – che di seguito riporto – sulla figura del partigiano Peppo e dello scrittore Nino che riprendono e aggiornano quanto su questo blog ho già postato sulla figura umana e letteraria del precursore del Parco Nazionale della Val Grande.

Il partigiano Peppo

Partigiano e scrittore: nonostante la notorietà di Nino Chiovini per i suoi scritti sulla resistenza e la cultura rurale montana, della sua figura di partigiano combattente si è in genere saputo poco e scritto ancor meno. Il motivo è evidente: nei libri sulla resistenza da lui pubblicati in vita non ha detto di sé praticamente nulla e al suo raggruppamento, che assumerà la denominazione Giovine Italia, dedica non più di due paginette de I Giorni della Semina e solo in una nota[ii] si evince che dalla sua costituzione subito dopo l’8 settembre al marzo ’44 ne era stato designato quale comandante.

Ci fanno intuire molto di più le fotografie della “banda di Pian Cavallone”. Non è necessario esser esperti di prossemica per capire come la sua quasi costante collocazione al centro del gruppo non sia casuale, ma il naturale raggrupparsi intorno a lui degli uomini della banda. Mentre costoro con gli atteggiamenti e mostrando le (poche) armi esprimono volontà di azione e spirito di gruppo, in alcuni anche un po’ di spavalderia, la postura di Peppo più composta, con lo sguardo volto in avanti, in un caso anche con il corpo proteso, esprime determinazione e proiezione verso le gli scopi ultimi della lotta. L’atteggiamento spontaneo di un leader, riconosciuto come tale dalla sua formazione. Anche le foto degli ultimi mesi (marzo –aprile ’45) mi hanno colpito: non sembrano quasi più rappresentare la stessa persona dell’anno precedente. Le prime ci mostravano la fisionomia di un ragazzo, le seconde quelle di un uomo adulto. Evidentemente quei diciannove mesi hanno forgiato ed irrobustito il corpo, modificato la fisionomia oltre che l’animo. Questa non è però una specificità di Peppo, ma comune a molti partigiani. Ricordo come il partigiano Giuseppe Spitti spesso raccontasse che, quando era tornato a casa, sua mamma non l’avesse riconosciuto: partito ragazzo e tornato adulto.

La pubblicazione, dopo la sua scomparsa, di scritti di Chiovini non pubblicati in vita, o comunque non raccolti in volume, ci forniscono ulteriori elementi.

In particolare il diario partigiano Fuori legge??? stampato a puntate nell’immediato dopoguerra sul settimanale Monte Marona[iii]: oltre al suo valore letterario, al rapporto fra ambiente e stagioni che cadenzano le vicende della formazione, possiamo ritrovarvi la specificità del suo modo di vivere e concepire la lotta partigiana.

Peppo aveva iniziato la sua attività antifascista a Cuggiono con un gruppo di giovani ispirati dal sacerdote Giuseppe Albeni; con l’8 settembre riescono a procurarsi armi ed è lui a proporre di trasferirsi nel Verbano, terra della sua origine e della sua infanzia che ben conosce, costituendo il nucleo originario della banda che progressivamente si allargherà con nuove reclute sia provenienti dalla Lombardia occidentale, che locali.

Prioritaria è la conoscenza del territorio, dei percorsi possibili tra paese e paese, tra un alpeggio e un altro, non solo per i trasferimenti e il reperimento di cibo (le corvée) ma come addestramento che permetta alla banda di muoversi nel modo più rapido possibile e conoscendo, laddove necessario, le possibili vie di fuga.

La piccola banda nei primi mesi cambia spesso collocazione, anche per i contatti con le altre formazioni presenti sul territorio (Valdossola, Cesare Battisti), sino al suo trasferimento nel febbraio ’44 al Pian Cavallone. Quando a fine marzo si presenta un ufficiale degli alpini, Biancardi, con credenziali del CLN di Milano, Chiovini gli cede senza problemi il comando e dà vita ad un piccolo gruppo (una “volante”) che opera più a ridosso dei centri abitati, rimanendo formalmente alle dipendenze della formazione, ma operando con larga autonomia. 

Peppo privilegia infatti il piccolo gruppo coeso, dove tutti si vogliono bene e si stimano reciprocamente ed è sua cura valorizzare le relazioni interne evitando possibili screzi ed incomprensioni. Dopo la prima piccola volante alloggiata in tenda, alla fine del rastrellamento di giugno, con il gruppo della Giovine Italia non confluito nella Valgrande Martire di Muneghina, si unisce alla Cesare Battisti di Arca dando vita alla Volante Cucciolo che opererà sino al 25 febbraio del ’45 quando a Trarego sarà sopraffatta dalle milizie fasciste. Sopravvissuto Peppo darà poi vita alla nuova volante Martiri di Trarego che opererà sino alla liberazione.

Questa dimensione del piccolo gruppo coeso ed esperto, di professionisti della guerra di movimento, padroni del territorio è per Chiovini connaturata al suo stile di comando ma, al contempo, è una scelta legata ad una concezione della guerra partigiana che rifiuta ogni forma di attendismo: la volante ubbidisce al comandante della formazione, esegue le missioni che le vengono affidate, ma spesso, in assenza di ordini specifici, sa scegliersi i suoi obiettivi: a nazisti e fascisti non bisogna dar tregua.

Questa capacità di “muoversi come pesci nell’acqua” è legata ad un altro aspetto si cui Nino insiste sia nel Diario che in altri suoi scritti[iv]: la costruzione di un rapporto positivo con la popolazione locale.  Sia costruendo una rete di collegamenti non solo con il CLN dei centri maggiori, ma con persone fidate nei paesi dell’entroterra per avere punti di appoggio, abitazioni in cui nascondersi ecc., sia per reperire le fonti di approvvigionamento, come quella consistente e ricorrente fornita dalle suore del sanatorio di Miazzina. Diventa allora fondamentale l’atteggiamento nei confronti della gente comune, non come quello di una forza occupante, ma quello di persone come loro che partecipano ad esempio ai momenti di festa con le genti che salgono … dai paesi sottostanti per vedere quegli individui che la propaganda fascista chiama … fuori legge. Ed è importante, nelle località non ancora abitualmente frequentate dissiparne i timori: “Si attendevano di vederci girare per il paese con lo sguardo fiero, l’arma imbracciata senza sicura. Invece si sono accorti che camminiamo come loro e non chiediamo i documenti alla gente[v]. Ed impietoso sarà il giudizio di Chiovini su chi invece si si è poi comportato in modo vessatorio nei confronti dei residenti.[vi]

Il tutto accompagnato, nel diario, a una ripetuta sottolineatura della radicale differenza fra partigiani e nazi-fascisti: questi nei loro atteggiamenti, sin nelle loro canzoni, sono in guerra, la guerra è il loro orizzonte; i partigiani, dice Peppo, sono indirizzati al dopo, ad una libera e normale vita quotidiana (liberi di camminare senza armi e di girare per le vie della città); certo, sono di necessità nella guerra, ma non ne sono plagiati “perché la guerra perde soltanto di fronte a chi la odia”.

Nino Chiovini partigiano e cantore delle nostre terre

Biganzolo 1923 – Verbania 1991. Lo spazio di una vita si declina per convenzione fra due date e lo si sigilla con un appellativo ma è evidente che lo spessore di ogni esistenza non è delimitabile tra due cifre localizzate. Quella di Nino Chiovini si è espressa in poliedriche attività ed esperienze. Per citarne alcune: lo studente attento ad accogliere in pieno periodo fascista gli insegnamenti più critici dei suoi insegnanti del Cobianchi, il neo diplomato perito chimico, il giovane alpinista, l’antifascista che opera a Cuggiono prima dell’8 settembre, il partigiano con una sua particolare visione della guerra di movimento legata al piccolo gruppo esperto e coeso, il redattore della testata Monte Marona ecollaboratore di molte riviste e pubblicazioni, l’insegnante, anche se solo per un breve periodo del dopoguerra, il tecnico della Rhodiatoce e rappresentante sindacale, il politico e amministratore nel Comune di Verbania, e naturalmente il ricercatore, lo storico della resistenza del Verbano e della civiltà rurale montana, il precursore del Parco Nazionale della Val Grande, l’amante e il conoscitore approfondito del territorio locale e del mondo naturale. Su ognuna di queste peculiarità si potrebbe ricucirne il filo.

Non facile da inquadrare neppure la sua figura di scrittore. Nella trilogia partigiana (I giorni della semina 1970, Val Grande partigiana e dintorni 1980, Classe 3aB. Cleonice Tomassetti Vita e morte 1981) quello che emerge è lo storico rigoroso che ricostruisce in modo asciutto quasi essenziale le drammatiche vicende del giugno 1944 e che nel contempo fa emergere alcune figure, specie femminili che racchiudono in sé il senso profondo di quei giorni: la mamma di Gianni, l’infermiera Maria, Cleonice.

Nella successiva trilogia della civiltà rurale montana (Cronache di terra lepontina 1987, A piedi nudi 1988, Le ceneri della fatica 1992 postumo), attraverso documenti d’archivio, con una peculiare sensibilità socio-antropologica incentrata sui tempi lunghi della storia la sua attività si è “trasformata in ricerca sulla vita di quelle comunità rurali mon­tane verbanesi e vigezzine tra il XIII e il XIX secolo e si è infi­ne tradotta in osservazioni sulla civiltà rurale di quei luoghi[vii].

Se ad una prima lettura le due trilogie paiono stilisticamente e tematicamente distinte è con Mal di Valgrande (1991) che si rende evidente sia l’unitarietà tematica – il nostro debito verso partigiani e montanari che “hanno raggiunto il ri­poso perenne e vivono solo più nel ricordo di una parte di quelle viventi” – che la cifra etica di tutta la scrittura di Chiovini: il dar parola. Dar voce a chi non l’ha più, a chi di solito non è ascoltato, a chi è stato messo da parte. Dar voce alle persone, ma anche ai luoghi perché portano i segni delle precedenti generazioni e ci parlano, ci possono parlare, se il nostro orecchio e la nostra mente sono attrezzati, attraverso le tracce disseminate nel territorio. 

Ed è infine con la più recente pubblicazione di testi non editi in vita – in particolare il racconto La volpe e il diario partigiano Fuori legge ??? – che ha fatto emergere lo spessore letterario di tutti i suoi scritti come ha in particolare sottolineato Erminio Ferrari durante l’ultimo convegno su Chiovini (Il silenzio dei corti, febbraio 2020) con il suo intervento I fogli della semina: rigore e ricchezza terminologica, solida struttura narrativa e una scelta e collocazione delle parole  che, come le pietre di un muro a secco, sono selezionate con oculatezza e collocate al giusto posto.

Possiamo ad esempio leggere, o rileggere, A piedi nudi senza chiederci se è un saggio o un romanzo: la sua modernità di scrittura e la sua ininterrotta attualità sta proprio nel trascendere i generi letterari; ben altro spessore rispetto molta odierna letteratura nostrana spesso scritta quasi pronta per divenire sceneggiatura o ad arricchire la voga del giallo italiano che mescola delitti improbabili con descrizioni turistiche di questa o quella città: belli e facili da leggere come da dimenticare.


[i] Leggibile per esteso <qui>.

[ii] Cfr. I giorni della semina, ed. Tararà, Verbania 2005, nota 10, p. 39: “… comando, che per elezione gli uomini della formazione mi avevano affidato fin dal principio.”

[iii] Dall’ottobre 1945 al luglio 1946. Cfr. Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà, Verbania 2012.

[iv] Cfr. Formazioni partigiane e popolazione dell’Alto Novarese durante il rastrellamento del giugno 1944, in “NovaraProvicia 80”, n. 2, 1984. Riprodotto in Fuori legge??? Dal diario cit., p. 141-149.

[v] Ivi, p.89.

[vi] Il riferimento è in particolare al Capitano Galli della Valgrande Martire: cfr. ivi, p. 232.

[vii] Nino Chiovini, Cronache di terra lepontina. Malesco e Cossogno: una contesa di cinque secoli, Vangelista, Milano 1987, pag. 200.

Una ricerca sulla popolazione anziana di Verbania (1981-1983)

La pubblicazione e archiviazione nella apposita sezione del blog di questa relazione, curata da Roberto Negroni e dal sottoscritto, uscita in tre numeri del periodico “Per Cambiare” edito dalla CGIL Alto Novarese[1], richiede una breve premessa.

Ho già accennato in un precedente post al quadro in cui si inserisce la Sperimentazione di Ordinamento e Strutture dell’Istituto Cobianchi (Maxisperimentazione); negli anni relativi a questa ricerca siamo ancora “negli anni d’oro”, ovvero nell’ottica della Sperimentazione per la Riforma di una Scuola superiore unitaria e nello specifico alla presenza nella “Maxi” di classi articolate su due indirizzi oltreché di insegnanti che vi accedono tramite l’istituto del comando. Tra le finalità oltre a quello della professionalità di base che si concretizza in particolare nelle esperienze di studio e lavoro e, in alcuni casi, in vere e proprie ricerche, vi è quello del legame tra scuola e territorio con uno scambio reciproco di competenze e prestazioni con enti sia pubblici che privati.

In questo contesto si è realizzata negli anni scolastici 1981/82 e 1982/83 una Ricerca sociale sulla condizione della popolazione anziana di Verbania. Ricerca commissionata dal Comune di Verbania e in stretta collaborazione con l’Assessorato al Servizio Sociale[2]: si è così costituita una équipe di sette docenti affiancati da cinque operatori del Servizio Assistenza del Comune[3].

Per l’indirizzo Elettronico sono state coinvolte le classi IV e V (1981/82) e V (1982/83), per Scienze umane le classi IV A e C (1981/82) che hanno poi proseguito l’anno successivo in quinta.

La finalità era quella di indagare consistenza e condizioni degli anziani di Verbania che vivono nella loro abitazione (con l’esclusione di quelli alloggiati in Istituti) individuando le problematicità e i possibili interventi futuri anche per ridurre i ricoveri in Strutture per anziani. Si è estratto un campione statistico ed elaborato un questionario (dati anagrafici, relazioni sociali, salute, abitazione, economia: 100 domande con complessivi 213 item) che è stato poi sottoposto da sette coppie di studenti di Scienze umane a 350 intervistati.

La relazione scientifica della ricerca è stata presentata alla maturità 1983 dei due indirizzi; nella impossibilità di riprodurre e pubblicare su Fractalia Spei una mole di 101 pagine cui sui aggiungono 118 fra tabelle e grafici nonché un fascicolo di Allegati di 67 pagine, questi tre articoli sul periodico sindacale ne sintetizzano i risultati evidenziandone anche prospettive e indicazioni che tale ricerca aveva individuato per le politiche di settore.

Rilette oggi queste pagine sulla ricerca condotta quarant’anni fa ci fanno intravedere un percorso che ancor oggi è in atto, sia sul piano demografico[4] sia relativamente alla divaricazione tra due modalità di vivere la condizione anziana[5].

COME STA CAMBIANDO LA POPOLAZIONE DI VERBANIA (1)

Lo smantellamento del tessuto indu­striale che da ormai quindici anni inve­ste Verbania e che in questi mesi sembra voler raggiungere le dimensioni del col­lasso, ha prodotto e produce effetti intui­bili ma solo in parte indagati. In primo luogo un processo di “terziarizzazione” dell’economia che va di pari passo con la diffusione di nuove forme di attività per lo più integrative dei redditi tradizionali (secondo lavoro, lavori part-time, lavoro nero, ecc.), fenomeni dei quali si parla da tempo, ma che è difficile quantificare in modo preciso.

Vi sono, in secondo luogo, molteplici ripercussioni sulla struttura demografica della popolazione, delle quali in genere si parla meno, ma che sono più agevolmen­te analizzabili e di cui vogliamo parlare.

Di questo si è infatti occupata una ri­cerca sociale realizzata negli ultimi due anni dagli studenti dei corsi sperimentali del Cobianchi (Scienze umane e sociali con l’ausilio del corso Elettronici per l’elaborazione dei dati col calcolatore). Obiettivo della ricerca era quello di ana­lizzare caratteristiche e condizioni della attuale popolazione anziana di Verbania in modo da fornire al Comune, che l’ha commissionata, gli elementi di conoscen­za necessari per i futuri interventi. La ricerca è stata condotta su due piani: quello dell’analisi demografica della po­polazione verbanese e quello dell’indagi­ne tramite questionario ad un gruppo di anziani scelto per campione.

Ci occupiamo per ora delle caratte­ristiche demografiche di Verbania, rile­vate sulla base dei dati dell’anagrafe comunale (ottobre 1982).

L’aspetto che emerge immediatamen­te è quello di un invecchiamento globale della popolazione che procede parallela­mente ad una riduzione massiccia delle nascite evidenziata dalla esigua consi­stenza delle fasce d’età infantile (0-4 e 5-9 anni).

Il fenomeno è presente anche a li­vello nazionale e in particolare nel Nord Italia, ma da noi assume dimensioni del tutto particolari: gli ultrasessantenni a Verbania infatti costituiscono il 22% della popolazione (contro il 17% in Italia e il 19% in Piemonte), mentre i giovani (0-14 anni) rappresentano solo il 16% (contro il 21% in Italia e il 19% in Piemonte). Se rapportiamo fra loro i due gruppi degli ultrasessantenni e dei giovani vediamo che, mentre in Italia l’ “indice di vecchia­ia” (cioè il numero di anziani per 100 gio­vani) è di 80 e in Piemonte di 107, a Ver­bania è ben di 134 con un incremento di + 54 rispetto alla situazione nazionale e di +27 rispetto a quella regionale. A Verbania abbiamo pertanto un invecchia­mento globale della popolazione che sem­bra costituire un caso limite anche rispet­to alla situazione delle aree settentrionali del Paese.

L’invecchiamento non è comunque l’unico aspetto rilevante della situazione demografica locale; esso si accompagna ad una crescente “femminilizzazione”. È noto infatti come la percentuale di donne aumenti col crescere dell’età e sia perciò più consistente laddove maggiore è il peso numerico degli anziani. A Verbania le donne costituiscono il 53,3% della po­polazione globale contro il 51,3% riscon­trabile sia in Italia che in Piemonte.  Il fenomeno è naturalmente particolar­mente consistente fra gli anziani; il 64% degli ultrasessantenni di Verbania è in­fatti di sesso femminile. Se consideriamo infine i più anziani, gli ultrasettantenni, di fronte a 2664 donne di quell’età (69%) vi sono solo 1195 maschi (31%). Del tutto eccezionale risulta perciò essere l’indice di vecchiaia femminile (numero di an­ziane su cento giovani dello stesso sesso): a Verbania è addirittura di 173 contro il 95 nazionale (+ 78) e il già consistente dato regionale: 128 (+ 45).

Se questi due fenomeni, pur nella loro particolare consistenza, sono comunque analoghi a tendenze riscontrabili a livello nazionale, vi è un terzo aspetto del tutto specifico direttamente collegabile con la situazione economica del nostro terri­torio e che riguarda la popolazione in età lavorativa (20-60 anni). Se guardiamo il grafico (fig. 1) notiamo un avvallamento tra i 25 e i 40 anni e un rilievo fra i 40 e i 60 che non trova riscontro a livello nazio­nale.

Fig. 1. Distribuzione della popolazione di Verbania per fasce di età / sesso (1982)

Mentre in Italia le fasce 20-40 com­prendono il 52% della popolazione in età lavorativa, a Verbania esse costitui­scono solo il 48%; inversa ovviamente la situazione per le fasce 40-60. Questo si­gnifica che il processo di invecchiamento colpisce anche le fasce intermedie, con una scarsa consistenza delle fasce in età lavorativa più giovani (20-40), cosa che evidentemente si ripercuote sulla scarsa natalità. I motivi di questo feno­meno particolare sono facilmente intui­bili; osservando il grafico (fig. 1) notiamo come dopo la fascia d’età 15-19, in assolu­to la più consistente, vi sia un rapido de­cremento. La crisi occupazionale che, come è risaputo, colpisce soprattutto l’occupazione giovanile, determina per­tanto, subito dopo l’età scolare, un rapido allontanamento di lavoratori giovani ver­so altre zone. Bisogna poi ricordare che il fenomeno è descritto sulla base dei dati anagrafici; è a tutti noto che molti giovani verbanesi svolgono la loro attività del tutto o prevalentemente fuori del territo­rio, pur mantenendo la residenza anagra­fica nel Comune; pertanto il fenomeno è con ogni probabilità assai più consisten­te di quanto appaia dai dati ufficiali.

Fig. 2. Confronto della distribuzione per fasce di età delle popolazioni di Verbania, Piemonte e Italia (1982)

Se questo calo delle fasce d’età la­vorativa giovane non è presente a livello nazionale, lo ritroviamo nella situazione regionale (fig. 2); solo che qui è più ri­dotto e spostato verso le fasce d’età 20-30. Possiamo solo supporre che Ver­bania, che ha assistito da 15 anni ad un processo di smobilitazione industriale, anticipi una tendenza demografica non tanto nazionale, ma tipica delle aree, pre­valentemente del Nord, dove è in atto un ridimensionamento (quando non lo sman­tellamento) del tessuto produttivo. Ver­bania perciò come caso eccezionale, ma non atipico, in quanto probabilmente prefigura situazioni economiche, demo­grafiche e sociali che si stanno diffonden­do in molte zone a suo tempo intensamen­te industrializzate ed ora investite dalla crisi.

Studiare quanto avviene a Verbania, i processi economici, le loro conseguenze demografiche e sociali, può pertanto ri­sultare utile anche per capire ciò che sta avvenendo altrove.

L’ultimo aspetto demografico analiz­zato è quello dei gruppi di origine. Ver­bania, per la sua storia e la sua colloca­zione, è stata terra di immigrazione; in­fatti ben il 57% della sua popolazione non è residente dalla nascita. I flussi di immi­grazione si sono differenziati nel tempo a seconda dei diversi luoghi di origine con l’eccezione dei nati in Provincia di Novara che si distribuiscono in tutte le fasce d’età. La popolazione proveniente dal­l’Italia settentrionale, il cui insediamento è per lo più antecedente o immediata­mente successivo alla 2a guerra mondia­le, è la più anziana. La presenza di ori­ginari del Sud e delle isole è soprattutto caratterizzata da un’ampia fascia tra i 15 e i 60 anni, costituita prevalentemente dai massicci flussi di immigrazione tra la fine degli anni cinquanta e i sessanta. Questo fa sì che la popolazione ultrasessantenne si differenzi significati­vamente, rispetto alla provenienza, dal­l’insieme della popolazione. Fra gli an­ziani infatti i nati a Verbania scendono dal 43% al 16%; quelli del Centro – Sud – Isole dall’11% all’8%; aumentano invece gli originari della Provincia di Novara (dal 23% al 26%) e in particolare del rimanente Nord Italia (dal 20% al 36%). È anche presente un piccolo gruppo di nati all’estero (2,5%) la cui composizione è prevalentemente anziana e femminile, fenomeno questo riconducibile a flussi di emigrazione dal Verbano avvenuti nella prima metà del secolo, con successivi rientri unitamente a mogli e figli acqui­siti all’estero.

Del tutto inversa è la composizione delle fasce d’età più giovani (0-19 anni); qui infatti i nati a Verbania costituiscono il 79% (rispetto al 43% sull’intera popo­lazione), indice questo di un rallenta­mento significativo dei flussi di immigra­zione in questi ultimi anni.

Quelle che, sia pure per sommi capi, abbiamo descritto, ci sembrano costitu­ire le caratteristiche più significative della situazione demografica di Verbania; in un prossimo articolo cercheremo di capire, sulla base dei risultati emersi dalla somministrazione di un questiona­rio, come questa situazione socio – demografica particolare si rifletta e influenzi la condizione della popolazione anziana di Verbania.

LA CONDIZIONE ANZIANA (2)

Gli anziani di Verbania

Per le caratteristiche di centro urbano e industriale, che ha costituito per lungo tempo area di attrazione e su cui si è suc­cessivamente innestata una pesante crisi occupazionale, Verbania (lo abbiamo vi­sto la volta scorsa) rappresenta nell’at­tuale situazione italiana un caso limite di invecchiamento demografico.

Nell’ottobre 1981 gli anziani (ultra­sessantenni) di Verbania erano 7.250 su una popolazione complessiva di 32.589 (22,2%). Si tratta di una popolazione anziana a prevalenza femminile: infatti contro 2.668 maschi (36,8% sul totale degli anziani) abbiamo 4.582 femmine (63,2%); il peso degli ultrasessantenni maschi sul totale della popolazione maschile (15.231) è del 17,5%, mentre delle anziane sul totale delle femmine sale al 26,4%.

I semplici dati numerici ci fanno su­bito percepire come la condizione anziana sia in gran parte collegata alla condizione femminile.

La distribuzione di questa popolazione anziana sul territorio del Comune non è affatto omogenea: infatti, analizzando il peso percentuale degli ultrasessantenni sul totale degli elettori nelle 42 circoscri­zioni elettorali, si passa dall’11% del seggio 22 (Renco) al 38,5% del seggio 34 (Intra – S. Giuseppe). Questa disomoge­neità non appare casuale, ma legata soprattutto all’età di costruzione delle abitazioni. La popolazione più anziana è cioè concentrata in gran parte nelle zone di più antica edificazione (centri storici di Intra e Pallanza, Biganzolo, Trobaso est ed ovest, Cavandone, Suna ovest, Ca­stagnola). Le zone con una bassa percen­tuale di anziani corrispondono invece a situazioni di edificazione più recente e a insediamenti di edilizia popolare (Renco, S. Bernardino, S. Anna, Torchiedo, Righi­no, Pallanza – Ospedale, Intra – Campo Sportivo, Zoverallo). Appare pertanto subito evidente come gli anziani di Verbania abitino soprattutto proprio dove le condi­zioni abitative risultano più disagiate.

IL QUESTIONARIO

Per analizzare con maggiore preci­sione questo ed altri elementi che carat­terizzano la “condizione anziana” di Ver­bania, si è individuato (sulla base dell’e­tà, del sesso e della circoscrizione eletto­rale) un campione di 350 ultrasessantenni che fosse rappresentativo dell’intera popolazione di quell’età.

Gli studenti di Scienze Umane e So­ciali dei corsi sperimentali del Cobianchi nel maggio – giugno e nel settembre – ot­tobre del 1982 si sono recati nelle abita­zioni di questi anziani e hanno loro sotto­posto un questionario. Si trattava di un questionario abbastanza ampio (oltre 100 domande, alcune delle quali molto arti­colate) riguardante soprattutto la vita di relazione, lo stato di salute, la condizione abitativa e la situazione economica. L’at­tenzione era cioè rivolta agli anziani “non istituzionalizzati” che vivono nel tessuto urbano e sociale cittadino; è questo infatti il terreno di intervento del Servizio Socia­le del Comune che ha commissionato e partecipato alla progettazione della ri­cerca.

Descrivere in dettaglio i risultati emersi sarebbe molto lungo; ci limitiamo dunque a delineare le principali caratte­ristiche evidenziando dapprima, qualita­tivamente e quantitativamente, i settori della popolazione dove maggiormente si concentrano i disagi. La condizione del­l’ “anziano” (non diversamente da quel­la del “cittadino”) non è infatti una con­dizione omogenea; una ricerca che si limi­tasse a descrivere una “situazione media generale” senza individuare caratteristi­che e bisogni dei settori più disagiati risulterebbe pressoché inutile ai fini di un intervento.

UNA VITA DI SOLITUDINE

Il primo elemento che emerge è la presenza consistente di anziani che conduco­no una vita prevalentemente di solitudi­ne, con limitate e talora inesistenti rela­zioni sociali, con difficoltà a trovare aiuto, con assenza di interessi e attività socializ­zanti. Questa vita di solitudine non ri­guarda in modo indifferenziato tutti gli anziani, ma caratterizza soprattutto la condizione e le abitudini degli ultrasettantenni e in particolare delle donne. Mentre infatti vive con il coniuge l’88% degli anziani maschi intervistati, solo il 33% delle anziane sono coniugate (tra le ultrasettantenni si scende al 23%); inoltre abitano da soli il 28% degli anziani con una prevalenza fra gli ultrasettantenni (32%) e soprattutto fra le anziane in genere (39%) e le ultrasettantenni spe­cificatamente (42%).

Viene in luce una vita di relazione estremamente povera con limitati rapporti con parenti, amici e conoscenti che co­stringe in particolare la maggioranza del­le anziane (51%) a trascorrere gran parte della giornata a casa da sole. Mancando il sostegno di parenti e conoscenti emer­ge, principalmente fra i più anziani (39%) il bisogno di un aiuto per svolgere i lavori domestici (soprattutto quelli più pesanti) e per sbrigare le pratiche (ritiro pensione, documenti ecc.). Scarsa, in particolare fra le anziane, è la partecipazione ad at­tività socializzanti sia di tipo individuale (lavoro, custodia nipoti, assistenza ad ammalati, ecc.) che collettivo (iniziative sociali e culturali, centri d’incontro, ecc.).

Questa vita di solitudine che investe una fetta consistente della popolazione soprattutto femminile, costituisce quindi un fenomeno sociale di ampie proporzio­ni, un fenomeno però silenzioso, nascosto e ignorato proprio per il suo essere rin­chiuso dentro le mura domestiche. Per riuscire a percepirlo visivamente ed umanamente dovremmo prestare maggiore attenzione a certi momenti della vita collettiva: l’ingresso di negozi e grandi ma­gazzini la mattina presto, gli uffici postali nei giorni di distribuzione delle pensioni, alcuni ambulatori mutualistici, i reparti di geriatria degli ospedali, ecc.

Questa assenza di vita di relazione inoltre non sembra essere modificata, se non in misura irrilevante, dalle attività e dalle iniziative private e pubbliche che il territorio offre ai cittadini e agli anziani in particolare.

LA PRECARIETÀ COME NORMA

È in questa dimensione di isolamento che si collocano e pesano gli altri aspetti indagati.

Una condizione di salute precaria (in particolare per quanto riguarda la vista: 31%; la funzione cardiocircolatoria: 25%; il sonno e il riposo notturno: 24%; la mo­tilità generale: 19%) che richiede spese notevoli per medicinali, il ricorso a visite specialistiche a pagamento (38%) e si scontra con la difficoltà a reperire assi­stenza in caso di malattia. Fra gli ultrasettantenni pesano in particolare la man­canza (totale o parziale) di autosufficienza (22%) e i disturbi alla motilità (26%). In questo quadro si spiega il ricorso massiccio all’ospedalizzazione (il 47% degli ultrasettantenni è stato ricoverato in ospe­dale negli ultimi 5 anni), soprattutto per malattie generali; tale massiccio ricorso è probabilmente da addebitare non tanto ad esigenze “cliniche”, ma a carenze “sociali” quali la mancanza di assistenza generica ed infermieristica, l’inefficienza della medicina di base, condizioni abita­tive disagiate, ecc.

Anche la situazione abitativa appare complessivamente abbastanza differen­ziata (44% in affitto contro il 53% in pro­prietà o usufrutto); le situazioni più gravi (prevalenza della locazione, alloggi situa­ti ai piani superiori senza ascensore, ri­scaldamento inadeguato, assenza di ac­qua calda, servizi igienici esterni, ecc.) investono prevalentemente gli ultrasettantenni e soprattutto le zone ad alta den­sità che corrispondono, come abbiamo vi­sto, alle aree di più antica edificazione. Ad esempio il 45% degli ultrasettantenni (rispetto al 32% della fascia meno anzia­na) non ha tutte le stanze riscaldate; nelle zone ad alta densità di anziani si passa al 55% per gli ultrasettantenni e al 51 % per la fascia d’età 60 – 69.

Questa situazione abitativa si somma agli altri fattori di disagio che, come ab­biamo più volte sottolineato, incidono so­prattutto su ben determinati settori della popolazione anziana. Ad esempio circa il 25% degli ultrasettantenni presenta dif­ficoltà di movimento ed è spesso impossi­bilitato a lasciare la propria abitazione; non è azzardato supporre che questa co­strizione sia da addebitare non solo alla condizione di salute, ma anche alle bar­riere imposte dalla situazione abitativa.

Si osserva infine una condizione eco­nomica basata prevalentemente su un reddito pensionistico (il 58% degli anzia­ni di Verbania non percepisce altri redditi oltre la pensione) su cui gravano massic­ciamente le spese legate alla sussistenza (riscaldamento, vitto, affitto).

Come abbiamo visto le situazioni più disagiate investono (e si sommano) pre­cise stratificazioni: ultrasettantenni, don­ne, zone ad alta densità; è così possibile tracciare gli steccati all’interno dei quali si colloca il vero “problema degli anziani” a Verbania nei suoi più gravi aspetti. Tanto più che il questionario ha rilevato come l’atteggiamento prevalente di que­ste fasce nei confronti della propria con­dizione sia caratterizzato da una tendenza all’accettazione e alla rassegnazione che si esprimono anche in una scarsa propen­sione a modificare, sia pure negli aspetti secondari e di non difficile attuazione, la propria realtà di vita.

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Qualsiasi intervento che si ponga real­mente il compito, se non di trasformare, perlomeno incidere su di una situazione sociale di così ampia portata deve infatti conoscere e tenere nel debito conto non solo la “situazione oggettiva”, ma anche quella “soggettiva”; situazione soggetti­va che una ricerca sociale, sia pure trami­te campione e colloquio domiciliare, può solo delineare tramite alcuni comporta­menti generali, ma che nell’impatto con la realtà quotidiana si rivela sempre più ricca ed articolata.

I NUOVI ANZIANI (3)

Nel precedente numero si è visto come la ricerca svolta abbia consentito di loca­lizzare soprattutto negli ultrasettantenni, nella popolazione femminile e nelle zone ad alta densità abitativa, le aree sociali più disagiate della popolazione anziana di Verbania. L’individuazione di queste aree co­stituiva, appunto, l’obiettivo principale dell’indagine, perché, si diceva, descrivere soltanto una “situazione media generale” servirebbe assai poco ai fini di un interven­to.

Durante la fase di analisi dei dati rela­tivi all’insieme degli ultrasessantenni è pe­rò emerso un aspetto di carattere generale nuovo e, per certi versi, antitetico rispetto a quelli descritti. Diciamo un “aspetto nuo­vo”, non però nel senso di inaspettato: in fondo la ricerca sociale ci porta spesso a scoprire l’acqua calda, cioè fenomeni in­dividuabili anche da una semplice osserva­zione abbastanza attenta della realtà; la ve­ra novità risiede soprattutto nel fatto che una ricerca efficace consente il ridimensio­namento di quei fenomeni.

Tramonto dell’immagine tradizionale dell’anziano

In cosa consiste questo aspetto nuovo? A Verbania (ma non solo qui naturalmen­te) si è costituita e va affermandosi, accan­to alla tradizionale figura dell’anziano, quella che potremmo definire una figura di “nuovo anziano”.

Un po’ tutti noi quando pensiamo al­l’anziano usiamo come stereotipo genera­le di riferimento l’immagine tradizionale del “vecchietto” e della “vecchietta” ve­stiti all’antica, che vanno a letto con le galline, abbarbicati ad un quadro domestico ottocentesco, testimoni spaesati di un tem­po perduto cui restano nostalgicamente e tenacemente fedeli. È l’immagine tradizio­nale dei “nonni”, tanto consueta fino a tempi non molto lontani, ma oggi progressivamente ed inesorabilmente anacronisti­ca. Gli anziani di oggi non costituiscono più una schiera di nonnetti, disorientati su­perstiti di una estinta società rurale e pa­triarcale, che si aggirano come marziani in una società industriale o post-industriale. L’anziano odierno è sempre più spesso una persona formata e vissuta nella società del capitalismo industriale: il sessantenne de­gli anni ’80 è nato negli anni ’20, ha vissuto da protagonista l’ultima guerra, la rico­struzione, gli anni dell’espansione indu­striale, il boom, l’era del frigorifero, del te­levisore e dell’automobile, la crisi degli an­ni ’60 e la depressione degli anni ’70. Non molto dissimile è l’esperienza dei settanten­ni e talora anche degli ottantenni. Si tratta perciò di soggetti sociali integrati nella real­tà del capitalismo maturo, nella quale vi­vono e si muovono riconoscendone ritmi, relazioni, processi ed abitudini; soltanto la vivono con un ruolo diverso e la conside­rano da una prospettiva che è conseguente a questo ruolo.

Una nuova figura

Una nuova figura, quindi, di “nuovo anziano”, che svolge attività lavorativa o ne è alla ricerca, che mantiene comunque una vita di relazione, che non sembra di­sposto ad accettare passivamente un deterioramento della propria condizione, che mantiene consuetudini e ritmi analoghi a quelli delle fasce di popolazioni più giova­ni.

Questa nuova figura riguarda anch’es­sa precisi settori sociali: le fasce meno anziane (60 – 69 anni) e prevalentemente ma­schili. Tra gli elementi significativi, che so­no stati rilevati mediante questionario, confermanti questa figura, abbiamo ad esem­pio:

  • una scarsa propensione a rimanere soli nell’abitazione: il 13% dei maschi (contro il 54% delle ultrasettantenni);
  • orari e ritmi di vita non anticipati rispet­to all’insieme della popolazione;
  • una significativa quota di maschi sessan­tenni (29%) che dichiara di lavorare;
  • tra coloro che non lavorano una maggiore insoddisfazione per la propria situazione economica, nella fascia d’età 60 – 69, che non sembra tanto dipendere dal livello di reddito, quanto dal proprio atteggiamento di vita;
  • una maggiore disponibilità nei sessanten­ni a cambiare alloggio o a ristrutturare l’at­tuale che non risulta essere in relazione con la situazione abitativa (che è peggiore per i più anziani) ma, appunto, con l’età.

Evidentemente una disponibilità al cam­biamento implica un atteggiamento attivo e costruttivo nei confronti del proprio fu­turo; recenti ricerche psico-sociali hanno evidenziato la stretta relazione esistente tra questo atteggiamento e l’ampiezza dello “spazio di vita” personale (cioè l’estensio­ne della rete di relazioni familiari e sociali).

Queste caratteristiche di fondo delle fa­sce di nuovi anziani possono essere colle­gate sia alle trasformazioni generali tipiche di una società industriale matura (redditi pensionistici più diffusi e più alti, assimi­lazione di abitudini di vita urbana, presen­za dilagante di “lavoro sommerso”, ma­gari a tempo parziale, che assume il carat­tere di reddito integrativo), sia, in modo di­retto, ai mutamenti della realtà socio­economica del nostro territorio. L’esigua presenza di una popolazione attiva giova­ne (20 – 40 anni) comporta probabilmente un maggior coinvolgimento delle fasce d’e­tà più alte nella composizione del reddito familiare. A questo si aggiunge la presen­za diffusa, nel Verbano, del pre­pensionamento, che sul piano generale è impiegato come strumento parzialmente in­dolore per ridurre l’occupazione e sul pia­no individuale facilita l’inserimento in at­tività lavorative “sommerse” a tempo pie­no o parziale che, con ogni probabilità, tendono a prolungarsi ben oltre i sessant’anni.

Nuovi termini del “problema anziani”

Il crescente affermarsi di questa figura di “nuovo anziano” contribuirà a ridefi­nire in termini diversi da quelli attuali le caratteristiche sociali del cosiddetto “pro­blema anziani”. Questa condizione tende­rà infatti a differenziarsi in modo netto da quella delle fasce di età più giovani o, me­glio, a discostarsi quasi esclusivamente per un diverso rapporto con il lavoro e con i ruoli connessi con la funzione produttiva. All’anziano competono ruoli derivanti o da un rapporto più elastico e precario con il lavoro o da una pressoché totale ed emar­ginante assenza di tale rapporto. La sua condizione tende a perdere quella specificità che pure ha avuto in tempi recenti (quella del nonno superstite di una realtà scomparsa ed immesso in un mondo inconcepibilmente differente) e ad accostarsi sempre più a quella di altre fasce sociali marginali alla funzione produttiva, quali ad esempio quelle del giovane in prima oc­cupazione, del disoccupato, ecc., dalle qua­li differisce principalmente per la sicura di­sponibilità di un reddito pensionistico.

È infatti probabile che gli attuali sessan­tenni per le loro abitudini e la loro storia, nei prossimi anni, con l’avanzare dell’età, non facciano proprie le caratteristiche ri­tenute “tradizionali” dell’anziano, che og­gi delineano soprattutto l’ultrasettantenne.

D’altra parte, la tendenza demografica in atto amplierà nei prossimi anni il peso complessivo degli anziani e, in particola­re, dei sessantenni, sul complesso della po­polazione.

Il “nuovo anziano” acquisterà così un ruolo progressivamente prevalente nella de­finizione complessiva della condizione an­ziana, provocando un superamento dei li­miti di età e di sesso che per ora lo caratte­rizzano. Il processo non sarà certo rapido né, soprattutto per le donne, agevole (ma se la popolazione anziana resta caratteriz­zata da una massiccia presenza femmini­le, tendono pure ad aumentare le donne an­ziane che hanno svolto attività produttive, che hanno quindi acquisito le abitudini di vita e che dimostrano la vitalità e la socia­lità che oggi caratterizzano soprattutto gli uomini sessantenni).

Linee di intervento

I modi ed i tempi di questo processo di­penderanno anche dall’attenzione che si sa­rà in grado di prestarvi e dalla individua­zione di iniziative atte ad agevolarlo e a sti­molarlo valorizzandone gli aspetti più po­sitivi (una vita di relazione ricca, un rap­porto con il lavoro più basato sulla quali­tà che sulla quantità, ruoli più flessibili, ecc.).

Queste iniziative non potranno che porsi sempre meno sotto il segno di un tradizio­nale o riformato assistenzialismo e sempre più sotto quello di potenziamento di fun­zioni socialmente riconosciute (ad esempio tramite lavori socialmente utili, formazio­ne permanente, ecc.), più o meno connes­se con quelle produttive, ma che originino, comunque, ruoli socialmente attivi, ap­prezzati e portatori di valori.

Sottolineare l’importanza di questo mu­tamento complessivo di fisionomia della condizione anziana non deve significare ignorare o sottovalutare i problemi di fa­sce attualmente più disagiate ed emarginate e la relativa necessità di interventi. Oggi vi­viamo una fase di transizione in cui al cre­scente peso numerico dei “nuovi anziani” si somma il persistere, tutt’altro che trascu­rabile in termini quantitativi, di fasce di “anziani tradizionali” sulle quali più gra­va il disagio e l’emarginazione. Concen­trarsi nello sforzo di progettare futuri e più consoni interventi non potrebbe certo giu­stificare l’eventuale trascuratezza per i gruppi attualmente più gravati da proble­mi.

II  dualismo presente nella condizione anziana richiede di operare in duplice direzione, richiede interventi contemporanei, ma differenziati. Richiede uno sforzo analitico e progettuale che attenui i disagi attuali e valorizzi il potenziale presente nella nuova figura emergente, superando i limiti di una tradizione assistenzialistica ed emarginante sempre meno compatibile con una società che in modo sempre più rapido e consistente tende ad invecchiare.

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ALLEGATI

  1. Gli autori della ricerca

La ricerca è stata realizzata dagli allievi dell’indirizzo di Scienze Umane e Sociali dei Corsi Sperimentali dell’I.T.IS. “L.Cobianchi” (anno scolastico 1981/82, IV A-C; anno scolasti­co 1982/83, V A-C):

Manuela BERTINATO, Sandra BONOMI, Martina BOSSI, Maria Luisa CALDERARA, Antonella CERUTTI, Nives CERUTTI, Carla DALLA SA­VINA, Paola DE MARCO, Roberto FILIPPI, Alessandra GIACOMUZZI, Salvina GITTO, Paola SAU, Patrizia SINCIC, Ivana TASSERA, Paola VIGANÒ,

coordinati dall’Insegnante Gianmaria OTTOLINI.

L’elaborazione dei dati è stata effettuata presso il Centro di Calcolo dell’Istituto dagli allievi dell’indirizzo Elettronico (anno scolastico 198l/82, IV A; anno scolastico 1982/83, V A):

Maurizio ALOISI, Marco ARDIZIO, Fabio BOLZONI, Alberto CARGANICO, Leonardo DEL NEGRO, Massimiliano FABBRI, Marco FARÈ, Raffaele MATLI, Enrico PATRIARCA, Massimo PERELLI PELATI, An­tonio SERENA, Andre SOLDI, Massimo VERRI,

coordinati dall’Insegnante Luigi ORSI.

Hanno collaborato alla realizzazione gli Insegnanti:

Paolo DELLA VALENTINA, Italo ISOLI, Paolo MOTTINI, Roberto NEGRONI, Marcella SOGLIANI,

e il personale del Servizio Sociale del Comune di Verbania:

Egle BARANI, Claudio CRISTINA, Madel MONTI, Franca MUSINI, Ma­risa SERRA.

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2. Piano di lavoro a.s. 1981/2 e 1982/3

ISTITUTO TECNICO INDUSTRIALE STATALE STATALE

Lorenzo COBIANCHI” VERBANIA – INTRA

CORSI SPERIMENTALI DI SCUOLA MEDIA UNITARIA

RICERCA PSICO-SOCIOLOGICA SULLA CONDIZIONEDEGLI ANZIANI DI VERBANIA

INDIRIZZI: Scienze umane e sociali, Elettronico ANNI SCOLASTICI: 1981/82, 1982/83

FINALITÀ DIDATTICA: Esperienza di studio-lavoro (cfr. nota finale)

FINALITÀ SOCIALE: Individuazione, sulla base di un campione statistico

dei bisogni della popolazione anziana di Verbania, con particolare riferimento a:

  • vita di relazione
  • stato di salute
  • situazione economica
  • condizione abitativa;

il tutto in funzione di una futura riqualificazione dei servizi socio-assistenziali del settore.

A tal fine la ricerca sarà svolta in stretta collaborazione con l’Assessorato e gli Uffici preposti alla Assistenza del Comune di Verbania.

COMMITTENZA: Comune di Verbania

PIANO DI LAVORO

1. INDIVIDUAZIONE DI UN CAMPIONE STATISTICO

Prof. I. Isoli

Classi: 5^ Elettronici 1981/82

4^ Scienze Umane 1981-82

Periodo: Gennaio-Aprile 1982

2. CORSO DI BIOLOGIA SULLA CONDIZIONE DEGLI ANZIANI
Prof. P. Mottini

Classe: 4^ Scienze Umane    1981/82

Periodo: 15 gennaio – 28 febbraio 1982

3. CORSO DI PSICO-SOCIOLOGIA SULLA CONDIZIONE DEGLI ANZIANI

Prof. P. Della Valentina

Classe: 4^ Scienze Umane 1981/82

Periodo : 15 febbraio – 15 marzo 1982

4. CORSO SULLA METODOLOGIA DELLE RICERCHE PSICO-SOCIOLOGICHE

Prof. P.Della Valentina

Classe: 4^ Scienze Umane 1981/82

Periodo: Aprile 1982

5. INDAGINE CONOSCITIVA SULL’ESPERIENZA DEL COMUNE DI BAVENO

Contenuti: Stato dei servizi socio-assistenziali per gli anziani

Caratteristiche e risultati della Ricerca psicosociolo­gica ivi effettuata

Caratteristiche e modalità di gestione della Casa Albergo

Classe: 5^ Scienze Umane 1981/32

Comunicazione alla 4^ Scienze Umane 1981/82: marzo 1982

6. ANALISI LEGISLAZIONE E CARATTERISTICHE degli INTERVENTI ASSISTENZIALI

Contenuti: Legislazione nazionale e regionale sui servizi socio-as-           sistenziali

Caratteristiche e modalità degli interventi a favore degli anziani      attualmente in atto nel territorio di Verbania.

Relatori: Operatori dell’Ufficio Assistenza del Comune di Verbania

Classe: 4^ Scienze Umane 1981/82

Periodo: 1-15 marzo 1982

7. COSTRUZIONE DEL QUESTIONARIO

Classe 4^ Elettronici 1981/82: individuazione di una griglia codificata

Classe 4^ Scienze Umane 1981/82: formulazione degli item in collaborazione con l’Ufficio Assistenza del Comune

Periodo: 15 marzo – 30 aprile

8. CORSO DI TECNICA DEL COLLOQUIO

Contenuti e relatori da definire

Periodo: Aprile 1982

9. SIMULAZIONE INTERVISTE

Classe: Scienze Umane 1981/82

Periodo: 1 – 15 maggio 1982

10. PRESENTAZIONE

  1. Incontri e Assemblee con la Commissione Anziani del Comune di Verbania, i Comitati di Quartiere e gli altri Enti interessati, per presentare e spiegare modalità e finalità della ricerca.
  2. Lettera del Comune e della Scuola agli anziani scelti per il campione.

Periodo: 1-20 maggio 1982

11.  SOMMINISTRAZIONE QUESTIONARIO

Rilevatori: Studenti 4^ Scienze umane 1981/82

Periodo: 20 maggio – 20 giugno 1982

12. ELABORAZIONE ELETTRONICA DEI DATI

Prof. L. Orsi

Classe: 5^ Elettronici a 1982/83

Periodo: Settembre – ottobre 1982

13. INTERPRETAZIONE

Obiettivo: Individuazione di ipotesi di lavoro per l’Ente Locale

Classe: 5^ Scienze Umane 1982/83

Periodo: Novembre – dicembre 1982

14. RELAZIONE SCRITTA

Classi: 5^ Elettronici per l’elaborazione elettronica

   5^ Scienze Umane 1982/83 per tutto il resto

Periodo: dicembre 1982-gennaio 1983

Nota per Genitori e studenti

Le esperienze di studio-lavoro costituiscono un momento importante ai fini della professionalizzazione di base dei diversi indirizzi del triennio sperimentale.

Per professionalità di base si intende infatti non solo una preparazione teorica (il “sapere”) necessaria per l’inserimento nell’area professionale corrispondente all’indirizzo, ma anche una preparazione pratica (il “saper fare”).

Le esperienze di studio-lavoro – che comunque non sono mai solo esperienze di lavoro operativo, ma che puntano ad uno stretto legame fra consapevolezza teorica e acquisizione di capacità pratiche – risultano pertanto un momento centrale per l’acquisizione di questo “saper fare” e costituiscono parte integrante dei corsi del triennio sperimentale.

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3. Schema Piano di lavoro a.s. 1982/3

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4. Lettera del Comune di Verbania agli anziani selezionati per l’intervista[6]



[1] Uscite in successione nei tre numeri di Novembre e Dicembre 1983 e del Giugno 1984.

[2] Sindaco di Verbania: Nino Ramoni; Assessore al Servizio Sociale: Ivana Ronchi.

[3] L’elenco degli studenti, insegnanti e operatori sociali che hanno realizzato la ricerca, è riportato negli allegati.

[4] Utile confrontare i dati di allora con quelli attuali così come sono stati analizzati da Maurizio Colombo e Cinzia Gatti: L’evoluzione demografica nel Verbano Cusio Ossola pubblicato sulla rivista online Alternativa A n. 1 2022, p. 12-15; occorre ricordare che attualmente l’indice di vecchiaia è passato, per gli anziani, dagli over 60 agli over 65.

[5] La ricerca ha stimolato le politiche di settore in una duplice direzione: assistenza domiciliare per le fasce più fragili, politiche di stimolo alla vita socialmente attiva per favorire ulteriormente l’emergere dei “nuovi anziani”. Politiche che per l’assistenza si sono allargate oltre il territorio verbanese con la nascita del Consorzio dei Servizi Sociali del Verbano. La polarizzazione della figura dell’anziano e l’emergere e crescere di quello che allora avevamo chiamato “nuovo anziano” è stata confermata nel 2014 da una indagine qualitativa promossa da Agenda2020: Welfare e città mediale; da questa indagine sono nate le riflessioni che hanno portato al progetto che hai poi assunto la denominazione La Cura è di Casa.

[6] Siglata dall’Assessore Ivana Ronchi.