La Mostra dei disegni di Gianni Maierna era stata inaugurata il 25 aprile 2022 e durante il periodo di allestimento ha avuto parecchi visitatori, molti dei quali chiedevano se fosse disponibile il catalogo. Abbiamo pensato di realizzarlo riproducendone integralmente i pannelli, sia pur con qualche leggera variazione per esigenze di impaginazione.
Il Catalogo è stato presentato il 20 aprile 2023 in occasione dell’iniziativa Due di noi dedicata ad Antonietta Chiovini e appunto a Gianni Maierna, iniziativa inserita nelle celebrazioni ufficiali del 25 Aprile. Due ulteriori presentazioni sono state effettuale alla Fabbrica di Carta (30 aprile) e a Cannobio il 20 maggio a conclusione della Assemblea annuale della Sezione Alto Verbano dell’ANPI. Non potendovi partecipare di persona ho preparato un breve testo scritto che di seguito riproduco.
Ho conosciuto Gianni nel 1969. Erano i mesi degli scioperi contro i carichi di lavoro degli operai della Rhodiatoce di Pallanza, culminati nella occupazione della fabbrica nel mese di marzo. Studenti universitari e militanti di sinistra ci eravamo installati in una saletta del cortile di Madonna di Campagna dove ci riunivamo con operai e studenti delle superiori, organizzavamo la mobilitazione a fianco delle lotte operaie con volantinaggi e preparavamo la partecipazione ai cortei con cartelli e manifestini che affiggevamo in città. Gianni non partecipava molto ai nostri incontri, ma era spesso davanti ai cancelli, affiggeva cartelloni con slogan e vignette e durante le manifestazioni i cartelli più efficaci erano di certo i suoi.
Sapevo che era stato partigiano e che gestiva un’autofficina (Skoda) e relativo distributore (Amoco). Osservavamo che conosceva molti operai e impiegati della Rhodia, ma solo anni dopo ho saputo dei suoi trascorsi in fabbrica quando, negli anni ’50, in seguito ad una delle sue vignette (che ritroviamo nel catalogo) di derisione della gerarchia di fabbrica è stato trasferito in un ufficio a Milano senza alcun incarico. Un isolamento forzato incompatibile per lo spirito di Gianni che a quel punto ha preferito licenziarsi. Rotto il rapporto con l’azienda, ma non con le maestranze e le loro lotte del ’69 e di quelle successive. E alla fine vittoriosa di quella occupazione sarà lui a organizzare una sorta di ringraziamento collettivo ai compagni di lotta caduti cinque lustri prima a Trarego: lotta partigiana e lotta contro l’autoritarismo padronale unite da un filo rosso che le accomuna.
Alla vittoria operaia seguirono le repressioni, alcuni furono incarcerati altri dovettero latitare. In loro solidarietà una tenda ai lati dell’incrocio tra Viale Azari e Corso Europa a un centinaio di metri dal Tribunale. Ricordo ancora visivamente quell’episodio: mi stavo avviando alla tenda per sapere se vi fossero novità e rimasi colpito da un nuovo cartello stradale che indicava verso il Tribunale. Se ricordo bene la scritta era questa: “Palazzaccio della Vergogna. mt. 2.000. Arte barbarica”. Ci ho messo un attimo a capire, perché la grafica riproduceva perfettamente la segnaletica ufficiale. Vi è stata poi un’indagine e il sindaco Pietro Mazzola inquisito, ma l’autore del “misfatto” non è stato trovato … anche se tutti sapevamo per stile e contenuto chi poteva essene l’autore.
Non mi soffermo sulla sua particolare esperienza partigiana: quella del gappista in un piccolo centro urbano. Se il gappista nelle più grandi città ha trovato testimoni noti, di questa e dei suoi compagni di lotta ad Intra o in analoghe cittadine, non mi risulta siano rimaste altre tracce significative oltre a quella che ci ha lasciato in “14 giorni di agosto. Verbania 1944”. Un testo che non solo “in 14 giorni” ci illumina sull’intero periodo della lotta partigiana cittadina a Intra, ma da cui traluce lo sguardo ironico e scanzonato dell’allora diciannovenne in grado di muoversi e sgattaiolare fra i vicoli … una sorta di prosecuzione adulta di giochi di preadolescenti come ha raccontato in una suo incontro con un gruppo di studenti.
“Per noi il momento più giusto era all’imbrunire, quando incominciava a venire il buio … La città era nostra perché conoscevamo tutti i buchi, tutti i modi di passare, entrare in un portone uscire da un altro, avevamo dei passaggi anche sui tetti, per noi era un divertimento perché i fascisti che erano lì non erano del posto …”
Una scrittura lieve quella di Gianni che più di un Pesce o di un Secchia ricorda quella di Petter (Una banda senza nome; Ci chiamavan banditi) o del Calvino de Il sentiero dei nidi di ragno.
“14 giorni di Agosto”, un testo che invito a leggere ed eventualmente a rileggere.
L’impegno di Gianni per la Casa della Resistenza non ha avuto limiti, né temporali né settoriali: dalla manutenzione interna ed esterna, alla cura dei monumenti e il restauro delle relative scritte e nominativi, alla progettazione ed allestimento di mostre, agli interventi nelle situazioni di emergenza e naturalmente alle visite guidate con le scolaresche dove sapeva catturare l’attenzione con piccoli episodi da cui sapeva far emergere grandi insegnamenti, alla predisposizione di vere e proprie scenografie come la grande Carta geografica della nostra provincia in cui erano riportati, località per località, gli eccidi nazifascisti o quella allestita per il Giorno della memoria del 2004 riportata nell’ultima sezione del catalogo.
Informati dalla sua compagna, Gabriella, che nel suo archivio erano custodite numerose vignette, ci è sembrato che il modo migliore per rendergli omaggio fosse l’allestimento di una mostra che facesse conoscere questo aspetto della sua personalità – il vignettista di satira sociale e politica – ignoto ai più.
Dopo la scansione digitale, curata da Piero Beldì, si trattava di predisporre un percorso di lettura di quel cospicuo materiale: circa 200 vignette ordinate cronologicamente spazianti dal 1934 al 2010. Una semplice disposizione cronologica era impensabile, inoltre gli spazi disponibili rendevano necessaria una certa selezione scegliendo tra vignette fra loro molto simili o tralasciandone alcune riferite ad episodi (locali, nazionali o internazionali) non sempre facili da contestualizzare. Sono state allora accorpate per tematiche, mantenendo comunque il più possibile la scansione cronologia sia complessiva che all’interno della singola sezione.
Per la produzione dei testi di accompagnamento delle singole partizioni si è scelto, per evitare ripetitività e stile monocorde, di affidarci ad un lavoro collettivo; dieci autori con testi essenziali per introdurre le 23 sezioni oltre a due testi introduttivi alla mostra e uno finale con la sua biografia.
In alcune vignette Maierna fa parlare, di noi umani e dei nostri vizi e difetti, alcuni animali e ne assume lo sguardo critico e sfiduciato. Possiamo ricordare un celebre racconto di Lev Tolstòj in cui il cavallo Cholstomér (1864) parla in prima persona narrando la propria vita e con la sua visuale “estranea” mostra al lettore l’assurdità di gran parte del comportamento e delle convenzioni umane.
Anche quando a parlare non sono direttamente gli animali, questo sguardo ironico e questo effetto di straniamento, come lo ha definito il critico letterario Viktor Šklovskij, accompagna gran parte delle sue vignette laddove l’occhio si sofferma di volta in volta su grandi temi quali quelli della guerra, della pace, dell’inquinamento, della parità di genere, delle lotte operaie o su quelli più nostrani della politica nazionale e talora locale.
Si chiarisce allora la comparsa, in molte di queste opere grafiche, di una sorta di contrassegno identificativo che, assieme alla firma “Gianni” e alla data, compare nell’angolo inferiore destro del disegno: un gatto che, voltandoci le terga, osserva perplesso e talora si interroga sulla scena rappresentata. Un invito esplicito ad assumere anche noi lo sguardo laterale e straniato del felino.
Il Catalogo può esser richiesto alla Casa della Resistenza: Via Turati 9, Verbania Fondotoce, Tel. 0323 586802; mail: info@casadellaresistenza.it
Faccio seguito al post precedente[i] ripubblicando su Fractaliaspei il secondo articolo su Vermicelli, uscito sulla rivista annuale Il Cobianchi del 2000.
Scritto dopo l’arrivo in libreria della sua autobiografia postuma, una lunga intervista che ci ha permesso di “ascoltare dal vivo” persona e personalità dell’autore di Viva Babeuf!.
[i] Cfr. Lo sguardo anteriore di Gino Vermicelli.
Gino Vermicelli: una vita lungo un secolo
Nel numero de “Il Cobianchi” di due anni fa ricordavamo, poco dopo la sua morte, la figura di Vermicelli partigiano e “maestro di vita”. La pubblicazione della sua intervista autobiografica (Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita[1]) consente non solo di rivivere nel suo insieme la sua ricca personalità (emigrante, partigiano, dirigente comunista, organizzatore della cooperazione, ambientalista, pacifista, scrittore, ecc. ecc., non dimenticando il contadino, l’apicoltore e l’albergatore), ma anche di rileggere, attraverso la sua narrazione, la storia del secolo che stiamo lasciando alle spalle.
Giovanissimo operaio migrato in Francia conosce, alloggiati presso sua madre, alcuni emigrati politici italiani che gli consigliano letture (Zola, Hugo, Gor’kij …) e stimolano la passione politica che lo avvicinerà alle organizzazioni di lingua italiana del PCF. Da quel momento la storia personale di Vermicelli si intreccia con quella di numerosi personaggi noti e meno noti dell’antifascismo e con le grandi vicende del Novecento: l’occupazione nazista della Francia, l’8 settembre, la Resistenza della nostra Provincia, il dopoguerra a Milano, Firenze, Roma e in Sicilia, la Mafia, i paesi dell’est Europeo e la guerra fredda, il ’68, la trasformazione del contesto internazionale sino alla scomparsa dell’URSS con le sue ripercussioni nazionali e locali.
Le due persone con cui Vermicelli ebbe più consonanza (Andrea Cascella, comandante partigiano, scultore e critico artistico; Marcello Cimino, coltissimo dirigente comunista siciliano di origini aristocratiche) erano certamente due grandi intellettuali; anche Vermicelli lo fu ma in un modo del tutto particolare: la sua fonte di ispirazione non era l’arte o la critica letteraria ma la vita quotidiana; la sua naturale saggezza trovava fondamento nella sua grande capacità di apprendere con l’esperienza, dai grandi come dai più piccoli episodi. Ed in questo sta il grande respiro storico della sua narrazione.
Ho conosciuto Vermicelli nel 1968: studenti universitari e delle superiori, operai, militanti più o meno “allineati” della sinistra ci ritrovavamo in una stanzetta vicino a S. Vittore: era il cosiddetto “Comitato Operai e Studenti”. L’incontro con Gino non fu facile: i linguaggi erano molto diversi. Lui parlava poco ed ascoltava molto. Allora aveva 46 anni eppure ci veniva spontaneo chiamarlo vecchio: era un “maledetto vecchio” come lui stesso si definisce in un articolo del 1986. Marcello Cimino nella sua autobiografia[2] parla di lui (nel ’48 quando Gino aveva 26 anni) come di un “vecchio partigiano”. Vermicelli già allora era vecchio non di età ma di esperienza.
Tra tutte le vicende che da quella fine del ’68 ho avuto modo di condividere con Gino due in particolare mi sono rimaste impresse: si tratta di due piccoli episodi “privati” che per me sono stati particolarmente illuminanti per capire la sua figura, il suo stile di uomo.
Val Pogallo: eravamo in tre o quattro a cercare funghi. Gino ci fa conoscere un sentiero poco battuto. Noto che a tutte le occasioni si ferma a bere. Gli chiedo come mai abbia tanta sete.
- Bisogna sempre assaggiare l’acqua. Se no rischi di perdere quella più buona. E poi non sai quando ne troverai ancora … e allora sì che puoi soffrir la sete.
- … io porto una borraccia.
- In montagna la borraccia non serve: prima o poi l’acqua si trova. E … vuoi mettere il gusto di assaggiarla!
Il rifiuto del superfluo, l’essenzialità non come rinuncia ma come scelta. In questo Vermicelli era veramente “antico”: penso che si debba risalire agli scritti degli stoici per ritrovare stili analoghi di vita.
Il secondo episodio, per molti versi analogo, risale al 1973: mi ero appena laureato e Gino ha voluto leggere la mia tesi. Il suo commento, fra il critico e il meravigliato, fu:
- Interessante, ma … perché mai tante note? Se uno è convinto di qualcosa lo dice, … non ha bisogno di citare di continuo autori più o meno famosi!
Anche qui la semplicità come scelta a cui si aggiunge una forma di orgoglio e fierezza personale fondata sulla ricchezza (e durezza) delle esperienze e sulla solidità delle proprie convinzioni. È dall’insieme di questi “caratteri” che nasceva, mi sembra, la grande autorevolezza di Gino. Non si poteva non ascoltarlo; anche quando non si era d’accordo non si poteva non prendere in seria considerazione le sue affermazioni.
La stessa essenzialità la ritroviamo nei suoi scritti. Vermicelli ha scritto molto: articoli, saggi, testimonianze, interventi, cronache sindacali, racconti. Non solo non ha mai “usato le note”: a parte il romanzo, sono tutti scritti brevi.
Ricordo un intervento sotto forma di lettera di Franco Fortini in cui si scusava per non aver avuto tempo a sufficienza per esser più breve. Esser brevi nello scrivere (ma anche nel parlare) richiede tempo, applicazione e fatica.
Ho l’impressione che però Vermicelli ignorasse questo tipo di fatica. L’essenzialità, la capacità di dire tutto ciò che c’è di fondamentale senza mai nulla di troppo o di superfluo era non solo nel suo stile di vita ma anche in quello di scrittore. Anche i suoi inediti sono di poche cartelle dattiloscritte e, oltre a caratteristici francesismi, contengono pochissime correzioni e limature.
Tra questi scritti inediti, non pubblicati nemmeno nell’autobiografia, ne abbiamo scelti tre che, nella loro diversità di tematica e stile, possono illuminare la sua ricca personalità: una testimonianza partigiana su un lancio alleato nel gennaio 1945 a Quarna, un intervento preparato per la manifestazione verbanese contro la Guerra nel Golfo (1991) e un racconto o, meglio, una delle sue favole ambientaliste (1986)[3].
Gianmaria Ottolini
Quarna – 19 gennaio 1945
Gli aeroplani arrivarono verso le dieci del mattino. Dai pressi delle baite dove mi trovavo, tra Brolo e Nonio, li vedemmo apparire e poi sparire dietro la montagna, mentre giravano nel cielo. Non riuscii a contarli, ma erano in diversi a muoversi a bassa quota. Comunque era un lancio, anzi il lancio, il primo diretto anche a noi della Redi, insieme a quelli della Beltrami e della Di Dio. Un grosso lancio abbondante, sembrava, a vedere la miriade di paracadute colorati scendere piano sui prati di Quarna Sotto.
La richiesta del comando unico era stata accolta. Un lancio per tutti, tutti insieme. Ora quel lancio bisognava raccoglierlo, poi dividerlo.
Lo spettacolo durò un quarto d’ora o forse più. Il cielo invaso da decine e ancora decine di paracadute che scendevano lentamente e il rombo degli aerei che giravano a bassa quota. Ma era uno spettacolo che era visto da migliaia di occhi che in quel momento guardavano il cielo. Il lancio fu visto da tutti i paesi del lago d’Orta e da Omegna, dove era presente un consistente presidio fascista. Quello era il primo “lancio” diurno che avveniva in zona, ma esperienze di altri luoghi raccontavano che ovunque fascisti e tedeschi avevano tentato di impadronirsi del bottino.
Con me, in quelle baite, vi era una cinquantina di partigiani armati, che potevano contare, oltre che sulle loro armi individuali, su due fucili mitragliatori e una mitragliatrice pesante. Partiamo subito con tutte le nostre armi.
Superato il laghetto di Nonio, sul sentiero verso ponte Bria, si vede la strada che da Omegna porta a Quarna snodarsi su tornanti lungo il costone della montagna.
Recentemente ho rifatto quel percorso. Della strada delle Quarne non se ne vede più nemmeno un metro. In cinquant’anni il bosco ha ricoperto tutto, nascondendo nel verde il nastro d’asfalto che zigzaga sul costone.
Il 19 gennaio del 1945 non era così. La strada coi suoi tornanti si vedeva tutta e su quella strada, a poche centinaia di metri da Quarna sotto, i nostri cinquanta paia d’occhi videro la colonna dei neri, con in testa un’autoblindo, che lentamente saliva.
In linea d’aria noi eravamo forse a due chilometri dai fascisti. Le armi individuali potevano fare poco, da quella distanza, ma la mitragliatrice pesante sì, poteva raggiungerli. L’arma fu piazzata, l’alzo regolato e si aprì il fuoco. La colonna dei neri sembra fermarsi.
Ci sembra di percepire che anche il fuoco dei nostri che sparano in giù, da Quarna, si è intensificato. E infatti era così. I ragazzi lassù, senza più distinguersi per appartenenza a questa o quella formazione tiravano fuori dai bidoni appena caduti dal cielo mitragliatori Brent con munizioni a iosa e irroravano di pallottole la strada sottostante mentre altri tiravano giù bombe SIP, ossia quelle bombe a forma di ananas che fanno strage in un raggio vastissimo.
Non ricordo quanto tempo ci fermammo lì a sparare. Forse mezz’ora o poco più. Poi i fascisti cominciarono a tornare indietro. Pian piano presero la via del ritorno.
Salimmo tutti nella zona del lancio. Lì decine di donne e uomini fra i quali molti abitanti di Quarna erano impegnati a raccogliere paracadute e bidoni, che erano molti, centinaia sicuramente. Un giovane ufficiale, Ettore, si prodigava per inventariare e fare sparire tutto in grande fretta, ed in parte ci riusciva. Tutto doveva sparire, essere nascosto; ce lo saremmo poi diviso con calma.
I volontari civili (ma non solo loro) miravano alla seta dei paracadute. Alcuni uomini dell’O.S.S. (servizi alleati) cercavano il bidone rosso (gli altri erano neri) perché destinato espressamente ad essi. Si raccontava che il bidone rosso contenesse, fra molte altre cose, della carta igienica, un genere di conforto del quale eravamo del tutto privi in quegli anni. A me serviva un cappotto. Me lo procurò la Nina. Un bel cappotto inglese di lana kaki per passare il resto dell’inverno. In cambio la Nina volle raccontarmi come era scesa sino al tornante sopra i neri, riversando loro addosso grappoli di bombe “ananas”.
Le giornate sono corte in gennaio. Alle 16 tutto è sistemato, nascosto, imboscato. Alle 16 torniamo verso Nonio. Solo a qual punto mi ricordai di non aver mangiato niente in tutta la giornata.
Dopo qualche giorno leggo in un comunicato del Comando di Divisione che quel lancio alle tre formazioni aveva portato 35 mitragliatrici leggere “Brent”, 500 mitra e circa 60 quintali di materiale per sabotaggi. Leggo pure che il nemico aveva avuto 15 morti e 18 feriti. A noi nemmeno un graffio.
Era andata bene. Ma devo confessare che un momento di gioia intensa mi colse il giorno seguente, quando una staffetta, giunta da Omegna, mi raccontò che i neri che ridiscendevano piuttosto malconci la strada delle Quarne erano stati accolti da fischi, lazzi e commenti salaci dagli operai che uscivano dalle fabbriche. Era bello sapere che ormai gli operai, la gente del popolo, i neri non li temeva più.
Gino Vermicelli
È difficile discutere con i bellicisti
È difficile, è proprio difficile discutere con i bellicisti. Imbarcati nel conflitto, essi ritengono che ogni obiezione sarà cancellata dalla loro vittoria sul campo ed ogni obiettore travolto con la sconfitta del nemico. A Baghdad come a Washington e quindi a Roma si comportano conseguentemente con un crescendo di aggressività e di disprezzo per chi non li condivide: i pacifisti.
Storicamente il bellicismo ha sempre considerato come nemico chi non fa propria la propria bramosia di combattimento. Il primo francese caduto nella grande guerra del 1914-18 si chiamava Jean Jaurès; era un prestigioso deputato socialista e il leader del pacifismo francese. Morì assassinato a Parigi il 31 luglio 1914, due giorni prima dello scoppio di quel conflitto che alla sola Francia costò un milione e mezzo di morti.
Probabilmente nel 1991 nessuno ci sparerà, ma certo il bellicismo non manca di farci sentire tutta la sua arroganza. Avete notato con quanta tiepidezza i grandi mass-media trattano i reiterati appelli di Giovanni Paolo II per la pace?
Non ci lasceremo certo intimidire. Con pazienza, con costanza, con cocciutaggine continueremo a spiegare che le guerre non servono perché non risolvono niente o almeno servono solo a spostare le pedine del dominio, che per la gente che la guerra la fa, la soffre e la paga sono cose di nessun conto.
Penso ai Kuwaitiani. Credo proprio che non desiderassero diventare irakeni e per loro l’invasione è stata un imperdonabile sopruso. Nessuno può negare loro il diritto ad avere una patria; una patria fatta di città, porti, strade, impianti industriali, pozzi petroliferi e poi soprattutto di case, scuole, mercati, palestre, ospedali e tutto quanto serve alla vita. La guerra farà perdere loro tutte queste cose. Forse torneranno ad essere padroni sui loro diciottomila chilometri quadrati di territorio, ma questo sarà un deserto disseminato di macerie, con la terra e il mare inquinati e un numero tremendo di morti da seppellire.
Il fatto è che sempre più chiaramente, fra tutti i mali, la guerra è il peggiore dei mali e che i danni che porta, danni veri, agli uomini, alle coscienze oltreché alle cose, sono di gran lunga più rilevanti dei motivi che hanno indotto i governi ad intraprenderla.
Ora, se tornassimo a spiegare ai bellicisti che il boicottaggio petrolifero-industriale poteva e potrebbe essere un mezzo non cruento per spegnere senza gravi danni la aggressività del regime irakeno, ci sentiremmo rispondere che ormai i dadi sono tratti e quindi l’amor di patria e la solidarietà occidentale ci impegnano ad aderire sino in fondo al conflitto.
Stando così le cose, la sola scelta che rimane a coloro che non intendono farsi complici di massacri e distruzioni è quella di “non starci”, cioè non partecipare, non contribuire in nessun modo alla guerra, organizzandosi in tale senso ed escogitando ogni mezzo per comportarsi in modo da essere in pace con la propria coscienza.
L’ubbidienza non è una virtù. Questa consapevolezza è figlia dell’epoca nostra. Probabilmente era poco intuibile quando Tommaso d’Aquino filosofava sulle guerre giuste. La disobbedienza ha invece lasciato il segno nella storia di questo secolo. Con Gandhi, ad esempio, che liberò l’India dalla servitù coloniale senza ricorrere alle armi, riuscendo a muovere un popolo immenso sul piano della disobbedienza non violenta. Ma anche la resistenza al nazifascismo fu in primo luogo disobbedienza, anche se in questo caso armata.
Non avrei voluto sollevare questo argomento, considerando la lontananza, direi la distanza epocale di quegli eventi rispetto alle situazioni in cui viviamo oggi. Ma vi è chi ha ritenuto opportuno paragonare la guerra del golfo con la guerra antifascista o addirittura con la resistenza italiana e quindi occorre parlarne.
In Italia la resistenza ha avuto la sua sorgente primaria nel rifiuto della guerra. Il primo atto dei ragazzi, degli uomini che la costruirono fu il rifiuto della continuazione della guerra dopo l’otto settembre, quindi il rifiuto dei bandi, degli ordini e degli ordinamenti del potere vigente, quello della repubblica di Salò.
Chi guardasse gli atti dei processi farsa ai quali venivano sottoposti talvolta i partigiani catturati potrà leggervi i motivi della condanna a morte: diserzione e ribellione.
Un altro vecchio filosofo, vissuto in epoca molto più recente di quello di Roccasecca, scrisse che “ribellarsi è giusto”.
Per i tempi nostri credo si debba immaginare la ribellione come movimento consapevole e non violento di grandi masse, un rifiuto totale, coraggioso ma non minaccioso, insomma una non guerra come tale giusta, che riesca ad ostacolare, od impedire ogni guerra sempre inutile, dannosa, barbara, quindi ingiusta.[4]
Gino Vermicelli
L’originale dell’articolo pubblicato su “Il Cobianchi 2000”, in formato PDF, è scaricabile < qui >.
È possibile inoltre scaricare, sempre in formato digitale, il testo di una importante lezione[5] sulla Resistenza e le sue modalità organizzative, tenuta alla Università Statale di Milano nel 1993: La vita nelle formazioni partigiane.
[1] Ed. Tararà, Verbania 2000.
[2] M. Perriera, Marcello Cimino. Vita e morte di un comunista soave, Sellerio, Palermo, 1990.
[3] Si tratta di Dalla parte delle bottiglie che ho già riprodotto su questo blog: cfr. Gino Vermicelli ecologista. Due racconti (quasi) inediti a cui rimando per la sua lettura.
[4] Inedito dattiloscritto riproducente l’Intervento alla Manifestazione di Verbania contro la Guerra del Golfo (1991).
[5] Pubblicata la prima volta su Conoscere la Resistenza di Mauro Begozzi e altri, Edizioni Unicopli, Milano 1994, pp. 123-128.
Sono stato invitato, nell’ambito delle iniziative per la Festa della Liberazione, a presentare a Pettenasco il romanzo “Viva Babeuf!” e il suo autore.
Sono andato così a rileggermi due articoli sul partigiano e Commissario politico della Divisione Redi “Edoardo” che anni fa avevo pubblicato sulla rivista Il Cobianchi.
Mi sono parsi ancora attuali e atti alla loro ripubblicazione in questo blog.
Di seguito il primo del 1998, scritto quando Vermicelli era da poco mancato.
Gino Vermicelli: Uno Sguardo Anteriore
” Parlare di Comunità… oggi ha un significato completamente diverso rispetto a qualche decennio fa: le Comunità locali sono sottoposte anch’esse ai processi di globalizzazione, frantumazione e specializzazione. La Comunità un tempo era un «luogo educante» e ruotava intorno a figure forti che ne costituivano il naturale punto di riferimento. La figura del «Maestro di vita» oggi è scomparsa o si è anch’essa specializzata e decontestualizzata”.
Più o meno queste parole ha pronunciato ad un certo punto, in Aula Magna nuova, uno dei relatori alla Tavola rotonda su “Scuola e Territorio”. Era il 13 maggio e il mio pensiero è andato subito a Vermicelli, in ospedale da alcune settimane, le cui condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni. Si sarebbe spento la settimana successiva, la mattina del 21 maggio.
Se c’è infatti un tratto comune che riunisce la molteplicità dei ruoli percorsi da Gino (giovane emigrante in Francia, partigiano e commissario politico, dirigente prima politico poi della cooperazione, sostenitore delle lotte studentesche ed operaie degli anni ’60 e ’70, scrittore, apicoltore, pacifista …) è proprio questo: è stato per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo un maestro, un maestro di vita.
Negli incontri che ebbe più volte con gli studenti della nostra scuola – in particolare dopo la pubblicazione del suo romanzo partigiano – sapeva immediatamente catturare l’attenzione e il rispetto. Le sue risposte erano chiare, semplici, mai banali. Anche alle domande più curiose sapeva rispondere inserendo i più piccoli episodi, apparentemente insignificanti, nella prospettiva più ampia dei grandi eventi e delle grandi scelte. Questa capacità di catturare l’attenzione, di dare risposte profonde, di rendere immediatamente chiaro a chi ascolta ciò che un attimo prima sembrava incerto, complicato, magari incomprensibile, insomma questa pacata saggezza mi sono chiesto da dove venisse. Non dai libri, non principalmente almeno. Forse dalla vita. Mi sono convinto che il suo sguardo ironico, vivace e sereno avesse la capacità di guardare le cose, quelle dei grandi eventi come il più piccolo episodio quotidiano, in modo diverso dal nostro. Era uno sguardo che guardava da lontano, che sapeva leggere gli eventi senza lasciarsi scalfire dalle perturbazioni del momento e dal superfluo. In questo sguardo “anteriore” la sua lungimiranza e la sua capacità di richiamarci ai valori antichi dell’uguaglianza, del rispetto, della semplicità.
Non è un caso che il suo romanzo partigiano sia titolato ad un “resistente” di duecento anni prima: Babeuf. Nell’ultimo anno Vermicelli ha lavorato, insieme ad altri due comandanti della sua divisione garibaldina (Aldo Aniasi ed Ettore Carinelli), alla pubblicazione di una ricostruzione a più voci della guerra di liberazione nella nostra provincia (Ne valeva la pena. Dalla “Repubblica” dell’Ossola alla Costituzione repubblicana). Il libro è da pochi giorni in libreria: ne riportiamo due sue testimonianze.
“La liberazione di Moscatelli
Non ricordo la data esatta, ma era ottobre, ottobre inoltrato del 1943. I tedeschi occupavano l’Italia e da oltre un mese Mussolini era stato liberato e da Salò aveva proclamato la repubblica sociale italiana. Tutto questo succedeva in Italia, ma non a Borgosesia, dove Moscatelli aveva un ufficio in piazza, accoglieva e sistemava soldati sbandati (e le loro armi), manteneva vivo, insieme ad altri antifascisti il Fronte Nazionale ed insieme il partito comunista, del quale riceveva gli emissari, clandestini, s’intende (ma non a Borgosesia dove sembrava tutto tranquillamente diverso). Sino a quel giorno, appunto, di ottobre inoltrato. Quel giorno i carabinieri mandarono a chiamare Vincenzo Moscatelli e lui, tranquillamente si recò in caserma. Non aveva niente da nascondere, Cino, aveva fatto tutto alla luce del sole.
I carabinieri, dispiaciuti e amareggiati, gli comunicarono che da Vercelli, dal prefetto, avevano ricevuto l’ordine di fermarlo e di trasferirlo nel capoluogo. Lo dissero anche ai suoi famigliari che lo fecero sapere a tutti.
Quel giorno giunsi a Borgosesia con un lentissimo treno che mi scaricò verso le undici. Naturalmente seppi subito dell’arresto di Cino. Lo sapevano tutti. Bisognava liberarlo. Io non avevo mai liberato nessuno da nessun carcere o caserma che fosse.
Avevo letto però che bisognava unire l’azione militare all’azione di massa. Lo dissi, nell’ufficio di Moscatelli affollato da amici e compagni.
Chi mi ascoltava non capiva molto che cosa volevo dire e forse nemmeno io avevo chiaro il concetto. Comunque, decidemmo di chiamare le donne a manifestare davanti alla caserma, così, nel pomeriggio, davanti alla stazione dei carabinieri di Borgosesia cento o duecento donne urlavano: “Moscatelli! Moscatelli! Vogliamo vedere Moscatelli!”
La caserma di Borgosesia aveva una porta che si apriva direttamente sulla strada. Era di legno massiccio con enormi rinforzi in ferro e dietro a quella porta vi erano una mezza dozzina di carabinieri armati. Per una buona mezz’ora, forse anche un’ora, i carabinieri fecero finta di ignorare quello che succedeva fuori, ma poi, finalmente, si fecero sentire:
“Cosa volete, donne? Andate via!”
“Vogliamo vedere Moscatelli! Vogliamo vedere se è ancora qui!”
Dopo esitazioni, nuovi trambusti, tamburellate sul portone, infine i carabinieri si decisero.
“Va bene, ma solo tre. Tre donne a salutare Moscatelli e via, a casa tutte “.
“D’accordo!”
La porta blindata si aprì e subito una bomba a mano scoppiò nell’atrio, poi tre alpini piuttosto cattivi si precipitarono nel vano e altre bombe esplosero.
Pochi secondi dopo gli alpini cattivi uscivano con Moscatelli. Uscirono di corsa.
Non vi fu tempo per i saluti; s’infiltrarono in una stradetta, verso la montagna, di corsa.
Io guardai l’ora al campanile. Il treno per Novara partiva dopo poco. Mi avviai verso la stazione, ma prima mi tolsi il soprabito.
Avevo un soprabito di gomma “similpelle” comperato in Francia. Sembrava vero daino, ma era gomma.
Non ne esisteva di simili, in Italia. Nel timore di essere identificato lo tolsi e lo portai sul braccio sino alla stazione, poi sul treno lo nascosi sul sedile, dietro la schiena.

Ne valeva la pena
Se ne è valsa la pena? Veramente la pena non ci fu, se per pena s’intende tormento dell’anima, sofferenza morale.
Eravamo sì afflitti da tormenti vari: fame (frequente), freddo in inverno, fatica sempre e poi insetti molesti e parassiti vari (senza contare i “neri” che tentavano di farci la pelle), ma il tutto era vissuto in un’atmosfera di vivace allegrezza. Il fatto è che avevamo vent’anni ed eravamo convinti che stavamo cambiando il mondo.
Abbiamo cambiato il mondo? Certamente. Non è poi tanto difficile immaginare in che mondo avrebbero dovuto vivere gli Italiani se i nazisti avessero vinto la guerra. Non l’hanno vinta perché milioni di donne e di uomini si sono opposti ad essi. Sovietici (20 milioni di caduti), Americani, Inglesi, Francesi, Polacchi, Jugoslavi e tanti altri popoli fra i quali noi, Italiani della Resistenza.
L’avventura della guerra fascista si era conclusa nella vergogna della sconfitta.
Il governo di Mussolini aveva dichiarato guerra a tutti i Paesi vicini e a molti altri lontani e si ritrovava con gli Alleati che, sbarcati in Sicilia, risalivano la Penisola. Era necessario farla finita con la guerra e con il fascismo. Gli stessi uomini della classe dirigente, il 25 luglio del 1943, dichiararono la fine del fascismo e allontanarono Mussolini dal potere e poi l’8 settembre 1943 firmarono l’armistizio con gli Alleati.
Tutto poteva concludersi così, sennonché i nazisti tedeschi inviarono le loro divisioni ad occupare le zone del nostro Paese non ancora raggiunte dagli Alleati. Misero insieme un governo “quisling”, alla testa del quale collocarono Mussolini, dopo aver provveduto a liberarlo dalla prigionia. Le vicende che abbiamo voluto rievocare in questo libro sono quelle dei mesi che seguirono l’occupazione tedesca e la costituzione del regime di Salò, in una zona dove la resistenza assunse un carattere emblematico per la presenza e, superando difficoltà, la collaborazione tra formazioni partigiane diverse che insieme inflissero pesanti colpi ai nazisti e ai fascisti, compreso la liberazione di una zona che contava già allora quasi centomila abitanti. Sono episodi della storia di gruppi di partigiani che sviluppandosi e ampliandosi formarono divisioni che parteciparono alla liberazione del territorio sino a Milano nell’aprile del 1945.
Certo che ne valse la pena. Non potevamo non farlo.
I fascisti comandavano abusivamente (senza l’avallo di elezioni libere) da oltre vent’anni.
I Tedeschi ci schiacciavano con la loro occupazione. Bisognava aiutare l’Italia a liberarsi.
È stato duro, difficile, ma bello. Un filosofo orientale ha scritto che ribellarsi è giusto.
È giusto e anche bello. Noi lo abbiamo fatto e non ne siamo pentiti. Ad ogni generazione la responsabilità del proprio tempo, il compito di valutare la realtà e di affrontarla. Senza sbagliare.
Libri sulla Resistenza ne sono stati scritti molti, centinaia da autori noti e da testimoni modesti, eppure il filone non è ancora esaurito, vi è ancora molto da mettere in evidenza e da approfondire. Il fatto che la Resistenza è la sola autentica rivoluzione che ha attraversato l’Italia, coinvolgendo classi e ceti sociali, incidendo profondamente sul modo di essere e di pensare (sul tipo di civiltà) della gente di questo paese. Nessun altro evento della nostra storia ha coinvolto come la Guerra di Liberazione. Nelle stesse guerre di Indipendenza, anche in quella del 1915-18 (se vogliamo considerarla tale) lo Stato ingiungeva ai cittadini l’ubbidienza. Il Re o comunque il Potere chiedeva ai sudditi di obbedire, per il bene della patria, s’intende.
Con la guerra partigiana invece si chiese alla popolazione di disobbedire e di ribellarsi a chi deteneva il potere, tedeschi o fascisti che fossero, di colpire con le armi l’apparato militare dominante, creando forze armate da contrapporgli, oltre che costituire un embrione di contropotere civile.
Ciò avvenne anche nelle zone dove si svolgono i racconti e gli episodi raccolti in questo libro, cioè la vecchia provincia di Novara, incluse la Valsesia e il Verbano, Cusio e Ossola. In questo territorio operavano formazioni partigiane diverse, con ispirazione politica diversa. Ma nessuno pretendeva dai singoli comandanti partigiani l’adesione all’orientamento politico maggioritario.
I lettori scopriranno che vi erano comandanti monarchici nei gruppi partigiani considerati rossi e militanti comunisti in gruppi che si distinguevano con fazzoletto azzurro o verde.
E tutto ciò prevalentemente in serena collaborazione. La necessità del pluralismo come elemento portante della democrazia veniva così esaltato nella Guerra di liberazione.
Dopo il passaggio di una rivoluzione è risaputo che le vecchie classi dominanti tendano a trovare il varco per riprendersi il potere perduto. Ma questa è un’altra storia.”
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L’originale dell’articolo su “Il Cobianchi 1998”, in formato PDF, è scaricabile < qui >
Psicoanalista (Società Psicoanalitica Italiana, International Psychoanalytical Association)
È un tratto della nostra contemporaneità e del suo stile di comunicazione binario, fatto di like/dislike, il tollerare poco o nulla la riflessione critica o la complessità del pensiero. In questi anni siamo diventati tutti dei Narciso di cristallo: aneliamo che gli altri ci rispecchino, ma ogni minimo attrito scava graffi che non potranno più essere medicati. Sembra quasi che non vi siano alternative all’essere a favore o contro, al punto che, anche una dubitativa sospensione del giudizio o la richiesta di un supplemento di riflessione, viene facilmente e perversamente frainteso come una dichiarazione di schieramento. Del resto, come potrebbe essere diversamente per il fragile Narciso che siamo diventati: “se tu dubiti, allora sei contro di me” (almeno nella misura in cui la nuvoletta nera del tuo dubbio disturba la trasparenza perfetta del “mio” cristallo).
Così vanno le cose quando si parla di disforia di genere e di transizione di genere. Se si solleva un dubbio o si prova a articolare la complessità del problema, ci si trova, in modo più o meno immediato, derubricati nel partito di chi è a favore e di chi è contro, mentre proprio la delicatezza del tema viene fatta a brandelli dalle logiche identitarie che se ne appropriano come elefanti nella cristalleria. Eppure ben più di qualcosa non torna nella discussione intorno alla disforia di genere.
Cominciamo dalla idea della transizione da un sesso a un altro, che è l’ordine del giorno implicito nella disforia di genere e che costituisce il suo esito più estremo, nella misura in cui può comportare l’intervento chirurgico di cambiamento di genere con distruzione dei genitali ripudiati e ricostruzione plastica dei genitali desiderati. Che si sia a favore o contro una tale pratica, bisogna essere chiari su un punto: non vi è mai transizione da un sesso all’altro, in nessun caso. Al limite abbiamo la cancellazione dei segni evidenti del sesso di partenza (ablazione delle mammelle, plastica della vagina; ablazione di pene e scroto) e la ricostruzione dell’apparenza del sesso di approdo, ma nessuna transizione da un sesso all’altro. Nella transizione chirurgica non si passa da un sesso all’altro ma molto più modestamente si perde un sesso in cambio dell’apparenza, della maschera dell’altro sesso. A titolo di esempio, nella transizione da uomo a donna il seno ricostruito sarà privo di ghiandole mammarie e non vi sarà utero o ciclo mestruale e anche il patrimonio genetico resterà quello di partenza e così via. Assumere la maschera dell’altro sesso, non cancella l’irriducibilità del sesso di partenza, i cui segni seguiteranno a resistere continueranno a interrogare il soggetto e la sua maschera approssimativa. Ed è solo alla luce dei concetti di maschera e di irriducibilità del sesso di partenza, che si dovrebbe avviare una riflessione non dogmatica sul concetto di transizione.
Altre difficoltà si incontrano relativamente a concetto di differenza sessuale. Nella critica che i Gender Studies rivolgono alla sessualità ortodossa e patriarcale, quella organizzata per intenderci intorno al modello classico di famiglia (uomo, donna e bambini) viene messo sotto accusa il binarismo della differenza sessuale (maschio o femmina), a esempio sostenendo che si possa assumere una identità di genere opposta al sesso di appartenenza o di essere “fluidi” rispetto all’essere maschi o femmine (a prescindere dal sesso biologico e dalla eventuale transizione). Sennonché, pretendere di essere fluidi, o chiedere la transizione al sesso opposto, cosa che non si limita a coinvolgere l’identità di genere ma può arrivare a toccare il corpo biologico, non significa criticare la differenza sessuale e il suo binarismo, ma proprio il contrario. Significa prenderlo alla lettera e ipostatizzarlo. Per un curioso rovesciamento dialettico, chi attacca la differenza di genere in nome di una fluidità indecisa o della libertà di passare dall’uno all’altro, trasforma la differenza sessuale in una opposizione tra stati monolitici in cui di volta in volta si è uomini tout court o si è donne tout court o ancora si può passare dall’uno all’altro, come dire, senza resto, senza ombra, senza residuo, proprio come nella vecchia tesi identitaria (maschilista, fallocratica e patriarcale) per cui gli uomini vengono da Marte e le donne vengono da Venere. Di fatto la lotta per i diritti gender e i suoi oppositori condividono lo stesso orizzonte categoriale. Peccato che quest’ultimo sia del tutto inadeguato a concettualizzare la differenza sessuale, che è tutto tranne che una opposizione cristallina tra maschile e femminile.
Prendiamo i casi dell’assunzione del proprio essere uomo o donna e quello della bisessualità psichica, concetto questo assai caro alla psicoanalisi freudiana.
Come divento l’uomo che sono o la donna che sono? Di certo non pretendendo di essere l’uomo o la donna con la maiuscola e di coincidere senza resto e senza residuo, con il mio sesso biologico. Proprio il contrario: per diventare il mio sesso occorre elaborare proprio l’impossibilità di esserlo fino in fondo integrando il rischio di non riuscire a esserlo sempre. In altri termini, per accedere all’erezione maschile devo accettare di poterla non avere, mentre sicuramente la pretesa di avere sempre l’erezione è l’anticamera dell’impotenza.
Assumere il proprio sesso comporta un dubbio diabolico sulla possibilità di esserlo, mentre evitare questo dubbio e la fatica psichica che ci impone, ci consegna all’impossibilità di diventarlo per davvero, ossia di soggettivarlo.
E qui emerge il tema della bisessualità, concetto che non significa, almeno in psicoanalisi, che si è psichicamente sia maschi che femmine e che poi alla fine si decide, ma qualcosa di molto più articolato. Bisessualità significa innanzitutto neutralità rispetto ai sessi. Non si nasce maschi o femmine, almeno dal punto di vista del neonato, che non ne sa nulla, come nulla sa dell’avere delle mani o dei piedi, o del mondo fuori da guardare. Si nasce psichicamente neutri rispetto al sesso, almeno fino a che la differenza sessuale fa la sua comparsa nell’esperienza del bambino (ad esempio per confronto con un fratello o una sorella, con il diverso sesso dei genitori, per “discussione” e esperienze con in pari), col che la neutralità comincia a svanire per lasciare il posto all’elaborazione del fatto che si è maschi o femmine, anche se non si ha assolutamente idea di cosa questo significhi. È questo il lavoro dell’assunzione del proprio sesso e della propria identità di genere, incardinato intorno al dubbio che si accompagna con la roccia dura della differenza sessuale: chi ha il pene dubita di poterlo perdere e chi non ce lo ha teme di averlo perduto o che non le sia stato consegnato o addirittura che le possa essere imposto e così via. È il dubbio che ci introduce alla fatica di assumere il proprio sesso, cosa che comporta sempre e per definizione, di dover fare i conti con la differenza sessuale, che non designa stati opposti, ma che assegna una necessità di elaborazione continua della sua esperienza e che avrà la durata della vita. Perché a ogni fase della vita (adolescenza, età adulta, senilità) dobbiamo rielaborare l’equazione composta da sesso biologico, identità di genere e sessualità. Ogni volta che ci troviamo in un legame affettivo o amoroso, ogni volta che questi si rompono, e persino in ogni incontro amoroso dobbiamo ritornare sulla questione.
Ed è curioso che questa instabilità costituiva venga stabilizzata e silenziata con la scoperta improvvisa e “certa”, esente da ogni dubbio, che non si è il sesso cui si appartiene o che si è fluidi rispetto a esso (nel senso contraddittorio che abbiamo spiegato sopra). Non dovremmo piuttosto pensare che la disforia di genere sia in questo momento non altro che la soluzione prêt-à-porter, già disponibile e sdoganata, per evitare le difficoltà che l’avere un sesso e l’essere sessuati comportano? A questo riguardo, e concludo, che si possa pensare, nel caso di adolescenti con disforia di genere e come da più parti si suggerisce, di utilizzare dei farmaci bloccanti la pubertà, in attesa che la persona coinvolta prenda una decisione sul proprio sesso, significa non cogliere nel segno la complessità della sessualità umana e il suo ruolo nella costruzione dell’identità soggettiva, illudendosi che pochi anni di pausa possano permettere di concludere un processo, quello della sessuazione, lungo quanto la vita di ognuno. Da un punto di vista clinico questo significa solamente muoversi come elefanti in una cristalleria e rispondere a una difficoltà che nei nostri pazienti ci spaventa, con una semplificazione dogmatica che ha le caratteristiche della negazione.
Dialoghi sulla storia delle alpi, sul futuro dell’alpinismo e dell’ambiente alpino.
Il Novecento ha rappresentato per le Alpi e per le terre alte d’Italia un secolo cruciale che ha cambiato radicalmente un modo secolare di vivere in montagna. Ancora di più il XXI secolo si configura come cruciale per le montagne della Terra e per gli uomini che vivono su di esse.
La “terribile” estate 2022 ha posto con forza il problema del futuro delle terre alte: siccità prolungate, eventi metereologici estremi, crolli di rocce e accelerato arretramento dei ghiacciai pongono la società contemporanea di fronte a sfide inedite e ineludibili. Le Alpi sono un mondo fragile, ma prezioso per l’Italia e per l’Europa. “La montagna di Domani” propone dialoghi e approfondimenti su aspetti di questa grande trasformazione. Sempre tra passato e futuro.
Quattro incontri alla Casa della Resistenza
Sabato 10 Dicembre 2022, ore 17.30
Presente e futuro dell’alpinismo contemporaneo
Fabrizio Manoni dialoga con Paolo Crosa Lenz
Sabato 18 Febbraio 2023, ore 17.30
Il Club Alpino Italiano e la montagna di domani
Antonio Montani (presidente generale del CAI) e Bruno Migliorati (presidente CAI Piemonte)
in dialogo con Paolo Crosa Lenz
Sabato 25 Marzo 2023, ore 17.30
Unione Operaia Escursionisti Italiani – Una storia italiana
Pietro Pisano dialoga con Gianmaria Ottolini
Sabato 15 Aprile 2023, ore 17.30
Il Genio degli Ossolani nel mondo “Almanacco Storico Ossolano 2023”
Enrico Rizzi e Massimo Gianoglio dialogano con Alessandro Grossi
Costituito per iniziativa del Parco Nazionale ValGrande e della Associazione Casa della Resistenza, nell’ottobre del 2020, il Parco Letterario® Nino Chiovini nasce tramite una convenzione con la Società del Paesaggio Culturale Italiano la quale, connettendo paesaggio e tradizione culturale e letteraria, organizza e coordina
“una rete nazionale, ed internazionale, costituita da elementi di interesse turistico e luoghi che, per importanza sul piano storico-testimoniale, architettonico e di richiamo dell’identità anche sotto il profilo economico e sociale, si prestino a svolgere un ruolo di primo piano anche come meta di viaggio nell’ambito delle politiche di turismo responsabile e sviluppo sostenibile.”
I Parchi Letterari® attualmente sono 29 in Italia e quattro all’estero. Il Parco dedicato a Nino Chiovini al momento è l’unico costituito in Piemonte e fa riferimento, sul piano territoriale, all’area della Valgrande con i territori limitrofi e, sul piano culturale, storico e letterario, a Chiovini quale principale rappresentante dei molti autori che hanno dedicato i loro scritti a queste terre, alla loro storia e alle loro genti.
Due recenti numeri di riviste legate al territorio del Verbano Cusio Ossola hanno dedicato ampio spazio a questo Parco Letterario®. Si tratta del n. 4/2022 di Nuova Resistenza Unita, rivista dal 2000 edita a cura della Casa della Resistenza di Fondotoce, con articoli di Marco Travaglini, Tullio Bagnati, Paolo Crosa Lenz e Tiziano Maioli, e del n. 3/2022 della rivista della Associazione Alternativa-A che recentemente è passata dal formato cartaceo a quello online: in questo numero[i] un articolo collettivo è redatto dai curatori del progetto Tra natura e parola sostenuto dalla Fondazione Cariplo tramite un bando per la promozione del libro e della lettura, progetto che ha rappresentato, negli ultimi mesi, la principale attività del Parco Letterario®.
Per entrambe le riviste ho redatto due sintetici pezzi – che di seguito riporto – sulla figura del partigiano Peppo e dello scrittore Nino che riprendono e aggiornano quanto su questo blog ho già postato sulla figura umana e letteraria del precursore del Parco Nazionale della Val Grande.
Il partigiano Peppo
Partigiano e scrittore: nonostante la notorietà di Nino Chiovini per i suoi scritti sulla resistenza e la cultura rurale montana, della sua figura di partigiano combattente si è in genere saputo poco e scritto ancor meno. Il motivo è evidente: nei libri sulla resistenza da lui pubblicati in vita non ha detto di sé praticamente nulla e al suo raggruppamento, che assumerà la denominazione Giovine Italia, dedica non più di due paginette de I Giorni della Semina e solo in una nota[ii] si evince che dalla sua costituzione subito dopo l’8 settembre al marzo ’44 ne era stato designato quale comandante.
Ci fanno intuire molto di più le fotografie della “banda di Pian Cavallone”. Non è necessario esser esperti di prossemica per capire come la sua quasi costante collocazione al centro del gruppo non sia casuale, ma il naturale raggrupparsi intorno a lui degli uomini della banda. Mentre costoro con gli atteggiamenti e mostrando le (poche) armi esprimono volontà di azione e spirito di gruppo, in alcuni anche un po’ di spavalderia, la postura di Peppo più composta, con lo sguardo volto in avanti, in un caso anche con il corpo proteso, esprime determinazione e proiezione verso le gli scopi ultimi della lotta. L’atteggiamento spontaneo di un leader, riconosciuto come tale dalla sua formazione. Anche le foto degli ultimi mesi (marzo –aprile ’45) mi hanno colpito: non sembrano quasi più rappresentare la stessa persona dell’anno precedente. Le prime ci mostravano la fisionomia di un ragazzo, le seconde quelle di un uomo adulto. Evidentemente quei diciannove mesi hanno forgiato ed irrobustito il corpo, modificato la fisionomia oltre che l’animo. Questa non è però una specificità di Peppo, ma comune a molti partigiani. Ricordo come il partigiano Giuseppe Spitti spesso raccontasse che, quando era tornato a casa, sua mamma non l’avesse riconosciuto: partito ragazzo e tornato adulto.
La pubblicazione, dopo la sua scomparsa, di scritti di Chiovini non pubblicati in vita, o comunque non raccolti in volume, ci forniscono ulteriori elementi.
In particolare il diario partigiano Fuori legge??? stampato a puntate nell’immediato dopoguerra sul settimanale Monte Marona[iii]: oltre al suo valore letterario, al rapporto fra ambiente e stagioni che cadenzano le vicende della formazione, possiamo ritrovarvi la specificità del suo modo di vivere e concepire la lotta partigiana.
Peppo aveva iniziato la sua attività antifascista a Cuggiono con un gruppo di giovani ispirati dal sacerdote Giuseppe Albeni; con l’8 settembre riescono a procurarsi armi ed è lui a proporre di trasferirsi nel Verbano, terra della sua origine e della sua infanzia che ben conosce, costituendo il nucleo originario della banda che progressivamente si allargherà con nuove reclute sia provenienti dalla Lombardia occidentale, che locali.
Prioritaria è la conoscenza del territorio, dei percorsi possibili tra paese e paese, tra un alpeggio e un altro, non solo per i trasferimenti e il reperimento di cibo (le corvée) ma come addestramento che permetta alla banda di muoversi nel modo più rapido possibile e conoscendo, laddove necessario, le possibili vie di fuga.
La piccola banda nei primi mesi cambia spesso collocazione, anche per i contatti con le altre formazioni presenti sul territorio (Valdossola, Cesare Battisti), sino al suo trasferimento nel febbraio ’44 al Pian Cavallone. Quando a fine marzo si presenta un ufficiale degli alpini, Biancardi, con credenziali del CLN di Milano, Chiovini gli cede senza problemi il comando e dà vita ad un piccolo gruppo (una “volante”) che opera più a ridosso dei centri abitati, rimanendo formalmente alle dipendenze della formazione, ma operando con larga autonomia.
Peppo privilegia infatti il piccolo gruppo coeso, dove tutti si vogliono bene e si stimano reciprocamente ed è sua cura valorizzare le relazioni interne evitando possibili screzi ed incomprensioni. Dopo la prima piccola volante alloggiata in tenda, alla fine del rastrellamento di giugno, con il gruppo della Giovine Italia non confluito nella Valgrande Martire di Muneghina, si unisce alla Cesare Battisti di Arca dando vita alla Volante Cucciolo che opererà sino al 25 febbraio del ’45 quando a Trarego sarà sopraffatta dalle milizie fasciste. Sopravvissuto Peppo darà poi vita alla nuova volante Martiri di Trarego che opererà sino alla liberazione.
Questa dimensione del piccolo gruppo coeso ed esperto, di professionisti della guerra di movimento, padroni del territorio è per Chiovini connaturata al suo stile di comando ma, al contempo, è una scelta legata ad una concezione della guerra partigiana che rifiuta ogni forma di attendismo: la volante ubbidisce al comandante della formazione, esegue le missioni che le vengono affidate, ma spesso, in assenza di ordini specifici, sa scegliersi i suoi obiettivi: a nazisti e fascisti non bisogna dar tregua.
Questa capacità di “muoversi come pesci nell’acqua” è legata ad un altro aspetto si cui Nino insiste sia nel Diario che in altri suoi scritti[iv]: la costruzione di un rapporto positivo con la popolazione locale. Sia costruendo una rete di collegamenti non solo con il CLN dei centri maggiori, ma con persone fidate nei paesi dell’entroterra per avere punti di appoggio, abitazioni in cui nascondersi ecc., sia per reperire le fonti di approvvigionamento, come quella consistente e ricorrente fornita dalle suore del sanatorio di Miazzina. Diventa allora fondamentale l’atteggiamento nei confronti della gente comune, non come quello di una forza occupante, ma quello di persone come loro che partecipano ad esempio ai momenti di festa con le genti che salgono … dai paesi sottostanti per vedere quegli individui che la propaganda fascista chiama … fuori legge. Ed è importante, nelle località non ancora abitualmente frequentate dissiparne i timori: “Si attendevano di vederci girare per il paese con lo sguardo fiero, l’arma imbracciata senza sicura. Invece si sono accorti che camminiamo come loro e non chiediamo i documenti alla gente”[v]. Ed impietoso sarà il giudizio di Chiovini su chi invece si si è poi comportato in modo vessatorio nei confronti dei residenti.[vi]
Il tutto accompagnato, nel diario, a una ripetuta sottolineatura della radicale differenza fra partigiani e nazi-fascisti: questi nei loro atteggiamenti, sin nelle loro canzoni, sono in guerra, la guerra è il loro orizzonte; i partigiani, dice Peppo, sono indirizzati al dopo, ad una libera e normale vita quotidiana (liberi di camminare senza armi e di girare per le vie della città); certo, sono di necessità nella guerra, ma non ne sono plagiati “perché la guerra perde soltanto di fronte a chi la odia”.
Nino Chiovini partigiano e cantore delle nostre terre
Biganzolo 1923 – Verbania 1991. Lo spazio di una vita si declina per convenzione fra due date e lo si sigilla con un appellativo ma è evidente che lo spessore di ogni esistenza non è delimitabile tra due cifre localizzate. Quella di Nino Chiovini si è espressa in poliedriche attività ed esperienze. Per citarne alcune: lo studente attento ad accogliere in pieno periodo fascista gli insegnamenti più critici dei suoi insegnanti del Cobianchi, il neo diplomato perito chimico, il giovane alpinista, l’antifascista che opera a Cuggiono prima dell’8 settembre, il partigiano con una sua particolare visione della guerra di movimento legata al piccolo gruppo esperto e coeso, il redattore della testata Monte Marona ecollaboratore di molte riviste e pubblicazioni, l’insegnante, anche se solo per un breve periodo del dopoguerra, il tecnico della Rhodiatoce e rappresentante sindacale, il politico e amministratore nel Comune di Verbania, e naturalmente il ricercatore, lo storico della resistenza del Verbano e della civiltà rurale montana, il precursore del Parco Nazionale della Val Grande, l’amante e il conoscitore approfondito del territorio locale e del mondo naturale. Su ognuna di queste peculiarità si potrebbe ricucirne il filo.
Non facile da inquadrare neppure la sua figura di scrittore. Nella trilogia partigiana (I giorni della semina 1970, Val Grande partigiana e dintorni 1980, Classe 3aB. Cleonice Tomassetti Vita e morte 1981) quello che emerge è lo storico rigoroso che ricostruisce in modo asciutto quasi essenziale le drammatiche vicende del giugno 1944 e che nel contempo fa emergere alcune figure, specie femminili che racchiudono in sé il senso profondo di quei giorni: la mamma di Gianni, l’infermiera Maria, Cleonice.
Nella successiva trilogia della civiltà rurale montana (Cronache di terra lepontina 1987, A piedi nudi 1988, Le ceneri della fatica 1992 postumo), attraverso documenti d’archivio, con una peculiare sensibilità socio-antropologica incentrata sui tempi lunghi della storia la sua attività si è “trasformata in ricerca sulla vita di quelle comunità rurali montane verbanesi e vigezzine tra il XIII e il XIX secolo e si è infine tradotta in osservazioni sulla civiltà rurale di quei luoghi”[vii].
Se ad una prima lettura le due trilogie paiono stilisticamente e tematicamente distinte è con Mal di Valgrande (1991) che si rende evidente sia l’unitarietà tematica – il nostro debito verso partigiani e montanari che “hanno raggiunto il riposo perenne e vivono solo più nel ricordo di una parte di quelle viventi” – che la cifra etica di tutta la scrittura di Chiovini: il dar parola. Dar voce a chi non l’ha più, a chi di solito non è ascoltato, a chi è stato messo da parte. Dar voce alle persone, ma anche ai luoghi perché portano i segni delle precedenti generazioni e ci parlano, ci possono parlare, se il nostro orecchio e la nostra mente sono attrezzati, attraverso le tracce disseminate nel territorio.
Ed è infine con la più recente pubblicazione di testi non editi in vita – in particolare il racconto La volpe e il diario partigiano Fuori legge ??? – che ha fatto emergere lo spessore letterario di tutti i suoi scritti come ha in particolare sottolineato Erminio Ferrari durante l’ultimo convegno su Chiovini (Il silenzio dei corti, febbraio 2020) con il suo intervento I fogli della semina: rigore e ricchezza terminologica, solida struttura narrativa e una scelta e collocazione delle parole che, come le pietre di un muro a secco, sono selezionate con oculatezza e collocate al giusto posto.
Possiamo ad esempio leggere, o rileggere, A piedi nudi senza chiederci se è un saggio o un romanzo: la sua modernità di scrittura e la sua ininterrotta attualità sta proprio nel trascendere i generi letterari; ben altro spessore rispetto molta odierna letteratura nostrana spesso scritta quasi pronta per divenire sceneggiatura o ad arricchire la voga del giallo italiano che mescola delitti improbabili con descrizioni turistiche di questa o quella città: belli e facili da leggere come da dimenticare.
[i] Leggibile per esteso <qui>.
[ii] Cfr. I giorni della semina, ed. Tararà, Verbania 2005, nota 10, p. 39: “… comando, che per elezione gli uomini della formazione mi avevano affidato fin dal principio.”
[iii] Dall’ottobre 1945 al luglio 1946. Cfr. Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà, Verbania 2012.
[iv] Cfr. Formazioni partigiane e popolazione dell’Alto Novarese durante il rastrellamento del giugno 1944, in “NovaraProvicia 80”, n. 2, 1984. Riprodotto in Fuori legge??? Dal diario cit., p. 141-149.
[v] Ivi, p.89.
[vi] Il riferimento è in particolare al Capitano Galli della Valgrande Martire: cfr. ivi, p. 232.
[vii] Nino Chiovini, Cronache di terra lepontina. Malesco e Cossogno: una contesa di cinque secoli, Vangelista, Milano 1987, pag. 200.











































































































