Vai al contenuto

“Trarego memoria ritrovata”: online il ducu-film

Nato come ricerca storica sull’eccidio di Promé condotta nell’anno scolastico 2002/03 dagli studenti delle classi 4a A e B di Scienze Umane e Sociali dell’Istituto Lorenzo Cobianchi. Il Preside Franco Bozzuto aveva scelto di intitolare l’Auditorium della scuola ai due ex allievi e partigiani Luigi Velati e Gastone Lubatti, caduti a Trarego il 25 febbraio 1945; venne allora avviato il progetto coordinato da quattro insegnanti con la collaborazione di Mauro Begozzi dell’Istituto Storico della Resistenza di Novara e della Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce. L’esito del lavoro fu pubblicato dall’Istituto nel 2003 col titolo Memoria di Trarego.

Presentato alla prima edizione 2004 del Premio Nazionale ANCI di Storia Locale conseguì il primo premio mentre, le mille copie edite dalla scuola presto esaurite, il volume viene ripubblicato nel 2007 in edizione ampliata dall’editore Tararà.

Nel frattempo, su proposta del regista Lorenzo Camocardi, nell’a.s. 2006/07 la classe 5a A di Scienze umane partecipa alla realizzazione del docu-film Trarego memoria ritrovata con un percorso di ripresa del lavoro delle classi precedenti integrato con interviste a testimoni ed esperti e ricostruzioni fiction interpretate dagli studenti nei luoghi di quegli eventi. Il filmato è stato proiettato in prima visione nel salone multiuso di Trarego il 4 marzo 2007 e ha avuto ampia diffusione sia in DVD che in televisioni locali e regionali con menzione della giuria del Concorso nazionale Filmare la storia. Nel 2012, esaurita la prima, viene diffusa una seconda edizione in DVD.

Ultimamente il regista Camocardi ne ha reso disponibile la visione sul suo canale YouTube:

Alpe Colle, 23 luglio 1944

Premessa

Se incontrando una lapide o un cippo che, fra i tanti che testimoniano, fra l’Ossola e il basso Novarese, il sangue versato – seminato secondo la forte immagine di Nino Chiovini – per liberarci dal nazi-fascismo e vogliamo documentarci e raccogliere le informazioni principali su quei caduti e quegli aventi, esiste uno strumento fondamentale: la monumentale opera di Enrico Massara[1]. Eppure se siamo stati all’Alpe Colle e, colpiti dall’imponente cippo che sembra fare da spartiacque fra la strada che sale da Trarego, quella che porta al Vadàa, quella che sale allo Spalavera e quella che scende a Pian Cavallo e di lì a Verbania e cerchiamo su quella ‘Antologia’ notizie sui nomi incisi sulla lapide e su quanto lì avvenne in quel 23 luglio, non vi troviamo nemmeno un cenno.

È pertanto quell’episodio da considerarsi del tutto minore? Certamente no, anche perché “come hanno dimostrato storici superlativi del nostro tempo, anche da uno sputo di terra si può narrare una storia che parla al mondo[2]. Anche in quello che avvenne a Colle in quella domenica di luglio del ’44 possiamo ritrovare senso, valori e insegnamenti su quella che è stata la resistenza nonché sugli orrori che quella guerra ha potato sulle nostre terre come in Europa e nel mondo.

Quello che segue è tentativo di riscostruire e contestualizzare quella vicenda sulla base degli appunti che avevo raccolto nel 2014 quando mi chiesero, per il 70mo anniversario, di commemorarla. Le fonti, disperse e frammentate, con qualche aggiornamento, sono indicate alla fine; oltre a queste avevo inoltre raccolto oralmente ulteriori informazioni, in particolare sulla posa del monumento.

La Cesare Battisti dopo il rastrellamento di giugno

Alla fine del rastrellamento di giugno che aveva investito tutta l’area tra Verbano, Cannobina, Vigezzo e Ossola, sotto la guida di Arca la Brigata Cesare Battisti ricompone le proprie fila. Innanzitutto si fa il conto dei caduti, oltre trenta; i superstiti si sono salvati soprattutto perché, conoscendo la zona, sono riusciti a scendere verso le aree abitate dove, in molti casi con l’aiuto della popolazione, hanno potuto nascondersi.

Il rufugio del Vadàa distrutto.Al centro Mario Manzoni Marmelada

Presto ripresi i collegamenti con il CLN di Verbania e nel milanese, occorre radunare i superstiti. Il precedente comando presso il rifugio CAI del Pian Vadàa è stato completamente distrutto dai tedeschi, vi rimane solo un cumulo di macerie. Inoltre Arca si rende conto che occorre spostarsi più a ridosso dei centri abitati verso Verbania.

La località prescelta è La Rocca, sopra Scareno. Rapidamente, grazie al passaparola e al contributo di alcune staffette, vi confluiscono i partigiani della formazione a cui si aggiungono ulteriori componenti, sia nuove reclute sia partigiani precedentemente in altre formazioni. In particolare un gruppo della Giovine Italia, guidato da Nino Chiovini, che non aveva condiviso la confluenza con la neonata Valgrande Martire di Mario Muneghina, e un gruppo di otto ucraini e  russi sfuggiti dai campi di prigionia tedeschi in Francia che, dopo un lungo percorso di attraversamento della Svizzera, arrivano a Manegra dove, contattati da Arca, accettano di confluire nella sua formazione.

Del clima di quei giorni d’inizio luglio alla Rocca ci dà un bello spaccato Chiovini nel suo Diario:

“Siamo a la Rocca. È un’alpe sotto la strada del Vadàa, a dieci minuti da Scareno. A La Rocca ritroviamo altri vecchi compagni della “Battisti”: Mosca, Italo, Nando, Peo. Non tutti, perché parecchi “sono andati a riposo”.

Sono già accertati 19 caduti, ma la “Battisti” contava 90 uomini all’inizio del rastrellamento, e solo una quarantina sono i superstiti. Delle reclute, solo pochissime sono rientrate.

Stringiamo amicizia con nuovi compagni, i più interessanti.

“Ghiffa”, il cuoco, è un ex alpino, commilitone di Bagat e sa cucinare a meraviglia.

Il “Maresciallo”, è un carabiniere siciliano, catturato dal “Valdossola” a Mergozzo e venuto a finire da noi, causa il rastrellamento. È brutto come un fascista, burocratico ed intransigente quanto un funzionario dei ministeri. Qui ha le mansioni di magazziniere e pretende il buono di prelevamento firmato da Mosca, anche per un fiammifero. Con noi, però è diverso: potremmo prelevare anche lui senza buono. È pauroso e noi abbiamo scoperto il suo debole: gli abbiamo promesso una pistola. Ecco perché non ci servono i “buoni”.

“Dieci” è l’unico che abbia ottenuto un beneficio dal rastrellamento. È un ex milite di 34 anni, alto e grosso, con una nera barba retorica e una cicatrice verticale su di una guancia: ha disertato in aprile, portandosi con sé parecchie armi. A Traffiume, in Cannobina, ha puntato il moschetto contro un milite, intimandogli la resa: il milite, armato di mitra, era a 100 metri. Ora “Dieci” ha un mitra, rastrellato in rastrellamento.

Gigi è un milanese, ufficiale dei carristi. Trapela allegria da tutti i pori: come Mosca. Provoca, incessantemente, discussioni politiche tra comunisti e anticomunisti; poi, interviene burlescamente, trasformando la discussione in comici duelli umoristici tra lui e i partigiani posati e seri. Gigi mi ha pregato di condurlo con noi alla prossima azione. […]

Bagat è di umor nero. La Rocca non gli piace, perché dice che gli unici luoghi per sdraiarsi senza il timore di rotolare in valle, sono i sentieri, e anche quelli sono scarsi. Le conseguenze del suo cattivo umore le subiscono i “conigli” e Tucci. Già, Bagat e Tucci non vanno d’accordo. Bagat sta diventando permaloso, e Tucci noioso.

***

L’inizio del Diario Partigiano di Nino Chiovini su “Monte Marona”

Nella vita civile può essere quasi impossibile il caso che parecchi individui appartenenti a disparate categorie sociali, dotate di disparata educazione, riescano a comprendersi a tal punto da costituire un gruppo di persone affiatate. E anche se esistesse affiatamento, non giungerebbe mai a sfiorare l’amicizia.

A La Rocca, abitazione di gente per la quale il proprio mondo è soltanto se stessa con le proprie armi, le munizioni, i paesi d’attorno, la voglia di mangiare e di dormire, questo avviene. Non avviene soltanto a La Rocca: in parecchi altri luoghi come La Rocca avviene. Ma La Rocca è il caso più esteso e meno verosimile per chi non appartiene al mondo nostro.

Tra i gruppetti che fanno parte della gente che abita provvisoriamente a La Rocca, ho scovato quello di Jimmy. È sudafricano e l’italiano lo parla come lo parleranno i russi tra un mese. È studente in medicina e non ha mai gridato viva l’Unione del Sud Africa. È un uomo pacifico e anche egoista talvolta: forse perché è così pacifico. Della guerra se ne frega più che odiarla. Se ne frega a tal punto da fare le azioni per puro senso sportivo e questo non credo che sia una contraddizione.

Anche “Dottore” è studente in medicina, ma non è sudafricano e il suo senso sportivo non è molto sviluppato. Ha voglia di laurearsi e i fascisti son quelli che glielo impediscono. Perché è a La Rocca glielo impediscono. Anche a Peo che studia lettere e odia ogni violenza, lo impediscono. Anche a Ezio e Felice che però sono “matricole” e ancora sono ragazzi con la mentalità delle “matricole”.

Anche Oddo e Paolo che sono due impiegati, han dovuto piantare il lavoro. Naturalmente anche loro, come Ezio e Felice, ce l’hanno coi fascisti perché sono i fascisti che li han fatti andare in montagna. Un giorno, forse a guerra finita, penseranno che i fascisti eran quelli che volevano la guerra e allora odieranno la guerra come la odia Peo adesso.

Ci sono anche Renzo e Achille: né studenti, né operai, né impiegati sono. Il loro mondo, prima, non era nemmeno sfiorato dai loro amici di adesso. Il ladro, han dichiarato che facevano prima di venire in montagna. Molti possono dire che la dichiarazione è cinica. Io penso che sia stata sincera prima di essere cinica.

Questi due non sono venuti in montagna per fede o per necessità politica. Chissà perché. Può anche non interessarmi. So che ci sono e sparano e sono onesti. Non so fino a quando saranno onesti, ma Arca dice che Renzo sarà onesto per sempre. E questo fa bene perché son queste cose che fan credere nel mondo degli uomini.

Son tutti questi uomini e ragazzi, studenti, ladri, lavoratori italiani e no, che vivono insieme: parlano, dormono, sparano e si radono la barba insieme.”[3]

Immagini a cui possiamo aggiungere il ricordo di Marmelada:

Alla Rocca la famiglia aumenta rapidamente. Dal piano con­tinuano ad arrivare nuovi volontari: il caro e simpatico te­nente Gigi; il Maresciallo, così chiamato per il suo cipiglio siciliano (sembra un pesce fuor d’acqua); l’Aluf, studente in medicina, che quando arriva sottolinea d’aver frequen­tato il corso allievi ufficiali e perciò viene preso di mira dagli sfottò di tutta la formazione; il Chimico, studente in chimi­ca e di nobile discendenza; il Leo, cugino del Chimico e te­nente degli alpini che vuol fare il partigiano semplice; il Dieci, burbero alpino e spirito indomito; e altri.

Dalla Svizzera arrivano due militanti comunisti, Settimo e Galli, molto seri e preparati, che si inseriscono rapidamen­te nello spirito della “Battisti” pur essendo molto più an­ziani di noi. Svolgono la loro opera di attivisti di partito con molta discrezione e guadagnano rapidamente la fiducia di tutti, pur non sfuggendo alla regola delle sfottiture della terza squadra. Poi arrivano otto russi – usciti dalla Svizzera si erano accampati a Manegra – che accettano l’invito di Arca di aggregarsi alla nostra formazione; la sera eseguono dei cori che fanno venire la pelle d’oca.[4]

Armando Calzavara “Arca”

La Rocca è principalmente un luogo di raduno, inoltre il piccolo alpeggio rapidamente non è più in grado ad ospitare il numero crescente di partigiani che vi sono confluiti. Arca inizia a predisporre la dislocazione delle diverse squadre nel territorio. Manda Marmelada al comando di una squadra di “otto ragazzi” a ricostituire il distaccamento dell’Alpe Piaggia; fra questi vi è il russo Victor. Il sudafricano Leon Kantey “Gimmy”[5] viene inviato, sempre al comando di una squadra di otto partigiani, per posizionarsi all’Alpe Biogna.

Saranno queste due squadre a trovarsi all’Alpe Colle il 23 luglio. Non saranno invece presenti i due comandanti, Marmelada e Gimmy in quanto quel giorno erano entrambi febbricitanti alla Rocca, “ricoverati in un baitino che funge da infermeria”. L’assenza dei due capisquadra può probabilmente spiegare la scarsa capacità di reazione all’attacco tedesco come la difficoltà a ricostruire con esattezza quanto avvenuto.

Il trasferimento verso Piancavallo

Marmelada e Gimmy, come abbiamo visto, sono alla Rocca. Manzoni aveva partecipato la notte del 18 alla importante operazione di prelevamento di viveri alla Nestlé di Intra[6] e dovendo calzare scarpe non sue si era procurato una vescica che aveva fatto infezione e si ritrova così in infermeria con Gimmy anche lui febbricitante “con un 39°”.

“Il 22 luglio verso sera Arca viene nel baitino e dice a me e a Leone di mandare una staffetta ad avvertire la nostra squa­dra che l’indomani, 23 luglio, devono trasferirsi con armi e bagagli. Devono trovarsi alle 10 di mattina a Colle dove una staffetta li raggiungerà per guidarli alla nuova destina­zione”.[7]

La destinazione, l’Albergo di Pian Cavallo, per ovvi motivi di sicurezza non viene divulgato e sarà la staffetta ad accompagnarli.

La squadra di Piaggia, pertanto, la mattina presto del 23 luglio si avvia per raggiungere l’Alpe Biogna e ricongiungersi con l’altra squadra per poi dirigersi insieme a Colle. Il percorso, “con armi e bagagli” si rivela abbastanza impegnativo per cui si richiede l’aiuto ad un alpigiano per il prosieguo del trasferimento. Questo il motivo per cui al gruppo di partigiani si aggiunge, da Biogna a Colle, un ragazzino di tredici anni.

“Marino Ferrari faceva parte di una famiglia numerosa residente a Crealla; per contribuire all’economia famigliare il ragazzetto venne affidato come garzo­ne all’allevatore Luigi Martinelli di Cambiasca, che “caricava” l’alpe Biogna; avvenne anche in tempo di guerra, e così pure durante l’estate del 1944. Il 23 luglio transitava presso l’alpe Biogna una piccola formazione di partigiani, i quali chiesero aiuto all’alpigiano per trasportare fino all’alpe Colle zaini, co­perte, padelle, viveri, armi e munizioni. Il Martinelli acconsentiva di buon cuore, conoscendo alcuni del gruppo, e metteva a disposizione l’asino col basto, a condizione che lo conducesse il suo garzone, il Marino; ma si cautelava che sempre il Marino lo avrebbe riportato indietro a Biogna una volta finita l’in­combenza.”[8]

Quanti sono, a questo punto i partigiani che si dirigono a Colle? Non più di sedici data la composizione delle due squadre; probabilmente un po’ meno in quanto alcuni potrebbero essere, come Marmelada e Gimmyi alla Rocca e magari qualche elemento della seconda squadra esser rimasto a Biogna come sembra intuirsi dalla narrazione di Manzoni per il periodo successivo.

Cosa accadde quel giorno a Colle

La documentazione relativa o è molto essenziale o, in alcuni casi, i testi presentano alcune contraddizioni. Provo a sintetizzare quanto è plausibilmente avvenuto.

Le due squadre riunite e l’asino carico condotto dal giovane Marino partono dall’Alpe Biogna e, passando per Pian d’Arla[9], arrivano all’Alpe Colle, forse in anticipo; comunque la staffetta che avrebbe dovuto guidarli a Pian Cavallo non c’è. Fa caldo e, depositati armi e bagagli individuali, si riposano ai bordi della strada disperdendosi alla ricerca del fresco. Non vengono appostate sentinelle non intuendo il pericolo. Solo il russo Victor si pone in posizione più elevata, sulla mulattiera che porta alla cima dello Spalavera.

La strada sterrata che sale da Trarego passando da Piazza, dopo l’ultima curva è in leggera discesa. Tre camionette tedesche[10] in ricognizione, che procedono a motore spento nell’ultimo tratto, sbucano sul piazzale dove confluiscono le strade per Pian Cavallo e il Vadàa e immediatamente aprono il fuoco. Il gruppo dei partigiani non è in grado di rispondere e cadono i due giovani, entrambi ventenni, Luigi Trelanzi “Lanzi” e Aleandro Rigamonti. Il giovane Marino Ferrari, gravemente ferito, verrà lasciato morire dissanguato mentre il partigiano Bruno Pezzi “Strozza”, ferito ad un polmone, riuscirà a nascondersi più a valle. Anche il partigiano Giovanni Borella “Bobi/Robi”, ferito ad un braccio, riesce a buttarsi a valle e nascondersi per poi raggiungere Scareno. Questa la sua breve testimonianza raccolta da Mario Manzoni.

“Robi era con la squadra di Biogna ed è stato ferito a Colle. Ecco il suo racconto: dopo essersi uniti alla mia squadra, proveniente da Piaggia, hanno proseguito per Colle seguen­do la strada Cadorna. Con loro c’era anche un ragazzino di dodici anni circa, che con la famiglia di Falmenta era al­l’alpeggio per la stagione estiva come usano fare tutti gli anni, e si è prestato a trasportare col suo mulo le nostre mas­serizie. Arrivati a Colle, e non trovando la staffetta, hanno posato sul bordo della strada armi e bagagli e, in ordine sparso, stavano guardando le baite bruciate dai tedeschi al termine del rastrellamento, quando dalla curva della strada che sale da Trarego sono sbucate improvvisamente le ca­mionette dei tedeschi che, con fuoco a ventaglio, li hanno colti di sorpresa così come erano. Nel fuggi fuggi Robi è stato colpito al braccio mentre si gettava a capofitto nella valletta sottostante, e ha visto cadere fulminato Lanzi della mia squadra. Poi ha raggiunto Scareno.”[11]

Nel frattempo il russo Selepukin, vista la drammatica situazione, si defila e sale per poco più di un chilometro lungo la mulattiera dello Spalavera e, poco prima del primo tornante si nasconde in una posizione sopraelevata da dove può controllare l’eventuale arrivo di militari tedeschi[12]. In effetti una squadra tedesca, o perché Victor era stato visto allontanarsi o per la scelta di perlustrare il territorio, si avvicina alla sua posizione e viene ingaggiato un combattimento di una certa durata in cui il soldato russo si difende sino all’esaurimento delle munizioni. Gravemente ferito viene lasciato agonizzante sul posto; al suo fianco sette caricatori vuoti.

A Colle i tedeschi, dopo aver catturato alcuni dei partigiani[13] sopravvissuti, bruciano armi e bagagli delle due squadre della Battisti lasciando sul posto le salme dei due caduti e il giovane alpigiano ferito, proseguendo, tutti o una parte, nella loro ricognizione verso il Vadàa.

Mario Manzoni si interroga sul perché “i tedeschi si siano trovati a Colle proprio in quell’ora. Fatali­tà o segnalazione di una spia?”. Personalmente propendo per la fatalità: se i tedeschi avessero saputo dell’appuntamento a Colle vi si sarebbero appostati in anticipo e per il gruppo dei partigiani la sorte sarebbe stata ancor più grave.

Il combattimento successivo a Pian d’Arla[14]

Lo scontro a fuoco tra Selepukin e i tedeschi, in località più occidentale rispetto Colle e, in linea d’aria più vicina a Scareno, viene sentito da “Palin”[15], l’oste del paese che da tempo collabora con la resistenza.

” … alle 10 e mezzo, il Palin piomba alla Rocca come un fulmine avvertendo che a Colle stanno sparando. Scatta l’allarme, e mentre ognuno si organizza, Arca invia Peo con una squadra verso la strada Cadorna per vedere di preciso cosa succede.”[16]

Di quanto avvenuto successivamente nel volume a più mani “La scelta. 1943-1945”, in un capitolo[17], Felice Sciomachen e Pompeo Mancarella “Peo” ci hanno lasciato un racconto dettagliato. Vi è solo un aspetto controverso: mentre Manzoni afferma che Arca, paventando un attacco dall’alto, ha mandato “una squadra” a controllare e il Diario storico parla di “una squadra comandata da Peo”, in questo testo appare chiaro come solo loro due siano saliti in ricognizione partecipando poi al breve combattimento.

Peo e Felice a Pian d’Arla. Anni ’90

“Siccome Peo e Felice si trovavano già pron­ti, vestiti ed armati, l’incarico fu affidato a loro con l’ordine di in­tercettare e ritardare l’avanzata degli attaccanti. I due si avviarono pertanto lungo il sentiero che raggiungeva in alto la strada “Cadorna” e arrivarono in località Pian d’Arla do­ve la strada si inarca in un’ampia curva.

Dopo un po’ udirono il rumore dell’autoblindo che saliva len­tamente e insieme decisero di attraversare la strada e di salire un po’ lungo il pendio sovrastante per essere in posizione più favore­vole. Si decise anche di tenersi a opportuna distanza l’uno dall’al­tro per non essere eventualmente falciati da una stessa raffica.[18]

Mentre appostati aspettano l’arrivo del mezzo tedesco si accorgono che sopra di loro ad una ventina di metri vi è un gruppo di tedeschi[19] che dopo un attimo aprono il fuoco. Felice, dopo aver sparato “senza nemmeno prendere la mira” si butta a valle nei cespugli al di là della strada. Una bomba gli scoppia vicino e, dopo esser scivolato “sotto un cespuglio”, perde i sensi. Nel frattempo anche Peo si lancia al di là della strada e viene ferito, pensa, di striscio al collo. Risponde al fuoco più volte scendendo a zig zag riuscendo così a portarsi fuori tiro. Si accorge si perdere molto sangue e, scendendo verso la Rocca viene soccorso dai compagni. La ferita non era solo superficiale ma una pallottola aveva attraversato la schiena “senza ledere nulla di importante” ed era uscita dal lato opposto forando il lobo dell’orecchio.
Quando la compagnia tedesca si è ritirata scendendo verso Intra, dalla Rocca salgono i partigiani della Battisti per verificare sul luogo quanto era accaduto a Colle, recuperare le salme dei caduti ed eventualmente qualche ferito riuscito a nascondersi.
Peo e gli altri compagni pensavano ormai che Felice fosse caduto. Solo verso il tramonto Felice riprende i sensi e gli occorre un po’ di tempo per capire dove si trovasse e cosa gli fosse accaduto.

Era quasi buio quando Felice raggiunse i suoi compagni. In­contrò prima Ezio[20] che a gran voce gridò agli altri: è vivo! E a quel punto Felice non ebbe più dubbi e chiese ed ottenne rassicuranti notizie anche del Peo.[21]

I caduti

Marino Ferrari

Il giovane garzone di Crealla, pur non essendo un partigiano, è annoverato fra i caduti della Cesare Battisti e una sua sintetica scheda è riportata sia nel data base del Centro di Documentazione della Casa della resistenza che nell’elenco dei partigiani novaresi dell’istituto della resistenza di Novara dalle quali si desume solo l’anno di nascita (1931) e il nome del padre: Salvatore. Sul trasferimento della salma e sulla sua memoria riporto le parole di Roberto Caretti.[22]

Nella ecatombe dell’alpe Colle, le testimonianze oculari ricordano come il corpo di Marino fosse stato quasi tagliato in due dalla raffica di proiettili; ciononostante i lamenti dello sfortunato ragazzo, coinvolto suo malgrado nello scontro, continuano sino a spegnersi in una lunga e terribile agonia; la salma del ragazzo è poi recuperata e trasportata in gerlo, a turno, da alcune donne di Crealla lungo una via dolorosa costituita dal sentiero che congiunge Colle, Pian Puz, Ludrogno, Cadaglia, Luera a Crealla (un percorso lungo e faticoso, tant’è che le donne arrivano in paese appena in tempo prima che scatti il coprifuoco). Al paese di Crealla si celebrano infine le esequie del povero giovane. L’alpigiano Martinelli, riconoscendo la propria involontaria responsabilità per la morte prematura del Ferrari, che aveva preso a servizio e aveva esposto ai rischi mandandolo insieme ai partigiani, ne risarciva convenientemente la fa­miglia; a distanza di anni, gli Alpini di Crealla e l’Associazione Rinascita, con gran seguito della popolazione di Crealla, in un gesto di grande umanità hanno eretto un cippo recante una epigrafe e la fotografia di Marino Ferrari che viene così equiparato, nonostante la sua giovane età, a tutti i caduti della guerra di terra, d’aria e di mare.


Luigi Trelanzi “Lanzi”

Giovane recluta di vent’anni, nato a Carpiano di Ghiffa il 19 marzo 1924.

Si era unito alla Cesare Battisti dopo il rastrellamento di giugno, diciotto giorni prima della sua morte a Colle.

Faceva parte della squadra proveniente da Piaggia.

Riposa nel cimitero di San Maurizio di Ghiffa a fianco di Victor Selepukin e di alcuni dei caduti dell’eccidio di Trarego.


Aleandro Rigamonti “Domo”

Il ventenne Aleandro[23] era nato il 15 ottobre del 1923 a Eupilio, nel Comasco, ed era residente con la famiglia del padre Egidio a Como.

Si era inserito nella Brigata Cesare Battisti già dal marzo del ’44 e sarà pertanto riconosciuto come partigiano combattente con la anzianità di 4 mesi e 8 giorni. La salma sarà prelevata dalla famiglia e inumata nel cimitero di Como.

Nel Comune di nascita, ad Eupilio in frazione Cornemo, in suo ricordo è stata intitolata una Piazza quale “Eroe della Libertà”.


Victor Selepukin

Trentaduenne soldato Russo – probabilmente Ucraino – di origine contadina. Dell’arrivo alla Rocca di Victor e degli altri sette russi provenienti d’oltre confine, ci racconta Nino Chiovini nel suo diario partigiano:

“Dalla Svizzera sono giunti otto prigionieri russi. Non sanno dieci parole di italiano: con loro siamo costretti a parlare in tedesco. Sono quasi tutti ucraini e russi bianchi [bielorussi]: catturati sul fronte orientale, furono condotti a lavorare nelle miniere di salgemma, in Francia; riuscirono ad evadere, e attraverso il Reno ripararono in Isvizzera. Uno di loro è già stato ferito durante uno scontro a Intra.”[24]

La sua salma è stata traslata, come quella di Trelanzi, al cimitero di San Maurizio di Ghiffa.

Sul luogo dove è stato rinvenuto il suo corpo dissanguato è stata eretta una croce con il suo nome e la data di morte con a fianco un segnale per poterla scorgere dalla sottostante mulattiera; in realtà ogni anno lo sviluppo della vegetazione, e delle felci in particolare, non ne rende agevole il ritrovamento. Si è pertanto progettata la posa di un pannello sulla strada sottostante in ricordo del suo sacrificio.


Cimitero di San Maurizio di Ghiffa. Caduti della Resistenza di Trarego e Colle.

I feriti

Bruno Pezzi “Strozza”

Nato a Calvisano, nel basso Bresciano, il 15 dicembre 1923, ventenne, si era unito alla Cesare Battisti. Riconosciuto partigiano combattente per 9 mesi e 25 giorni. Ferito ad un polmone, i compagni dopo averlo ritrovato, si rendono conto delle gravi condizioni e lo ricoverano in una baita dell’Alpe Scarnasca, appena sotto alla strada Cadorna. Del suo ritrovamento e di come e da chi è stato curato ci i racconta Mario Manzoni.

“In una valletta ben protetta hanno scoperto Strozza gra­vemente ferito al torace, con perforazione del polmone: per lui entrerà in azione l’organizzazione clandestina di In­tra di cui fa parte la contessa Bonacossa, che risiede nella sua villa San Remigio tra Intra e Pallanza. La contessa si è fatta amica di un ufficiale medico tedesco, che dirige l’ospe­dale dalla TODT di Pallanza, e il giorno successivo salirà a Colle col dottore, in autolettiga, per curare il ferito. L’uffi­ciale medico salverà Strozza e lascerà medicinali utili anche per le cure successive. Poi Strozza verrà trasportato in luo­go sicuro.”[25]

Giovanni Borella “Bobi”

Nato a Cambiasca il 23 dicembre 1924, e pertanto diciannovenne al momento dei fatti di Colle, si era unito alla Cesare Battisti dal precedente mese di aprile. Sarà riconosciuto partigiano combattente con 12 mesi e 9 giorni[26]. Sul suo ferimento e sulla sua testimonianza sui fatti di Colle ne abbiamo già parlato sopra. Da notare che anche Borella è stato visitato e curato, in questo caso a Scareno, dal medico tedesco della TODT.

Pompeo Mancarella “Peo”

Nato a Busto Arsizio il 24 giugno 1924, sarà riconosciuto quale partigiano combattente per 12 mesi e 22 giorni col grado di Comandante di Plotone. Rievocando la sua “scelta”[27] ci narra come, militare a Cerveteri in “difesa degli aeroporti dell’Urbe”, l’8 settembre si unisce ad un gruppo di altri quattro commilitoni per risalire “un po’ a piedi e un po’ prendendo a caso treni diretti verso Nord” e raggiunge Busto Arsizio. Con l’emanazione dei bandi di arruolamento dell’RSI prima si nasconde in una cameretta del campanile del suo paese, per poi raggiungere la Cesare Battisti sopra Intragna. Cattolico praticante, quella domenica del 23 luglio si era alzato prima degli altri per recarsi a messa a Scareno: questo il motivo per cui, essendo pronto, vestito ed armato, viene mandato in ricognizione con Felice, verso la strada Cadorna.

Felice Sciomachen

Nato a Milano il 6 giugno 1925. Il padre Enrico “era un ufficiale del Regio Esercito, prigioniero di guerra degli alleati” in Africa Orientale dal maggio 1941 ed inoltre, presso un parente, Generale dei carabinieri in pensione, a Pallanza aveva conosciuto e stimato il maresciallo Rodolfo Graziani. Con questo background familiare per lui non fu facile scegliere[28] tra RSI, renitenza e resistenza. Convintosi che la fedeltà alla monarchia dovesse comunque prevalere, raggiunse dapprima un cugino che nel Parmense stava organizzando la resistenza. Quando le Brigate Nere, in seguito ad una delazione, arrestarono il cugino, tornò a Milano collaborando con il nascente CLN nell’inviare ed accompagnare verso il Verbano e la Svizzera ebrei, ricercati politici e militari alleati ex prigionieri. Al termine di una di queste operazioni decise di fermarsi al Pian Vadàa con la Cesare Battisti.

Arialdo Catenazzi, memoria storica della Cesare Battisti. Colle 2012

Le croci e il cippo

Anche l’attuale monumento ha una sua storia da cui si può trarre qualche insegnamento. Episodio minore, come ricordavamo all’inizio, rispetto ai più tragici eventi ed eccidi che hanno colpito la zona del Verbano e dell’Ossola, i caduti di Colle vennero ricordati per iniziativa dell’ANPI nel luglio del 1955 con la collocazione di quattro croci con i relativi nomi. Nel 1977 viene elaborato un ambizioso progetto che prevedeva una fontana e un monumento rievocativo.

Il 1° di agosto del 1983, con una azione di evidente matrice fascista, le quattro croci vengono divelte da ignoti. Il progetto della fontana richiedeva tempi lunghi e allora si scelse, dopo un breve periodo di ripristino delle croci, la collocazione nel 1987 l’attuale massiccio cippo. Che porta in sé un duplice messaggio: ai nemici della resistenza “non sarete più in grado di rimuovere la memoria dei nostri caduti” e a tutti noi “così dev’essere la nostra memoria: solida e duratura”.

Colle: Commemorazione del 2012

La strada del Vadàa

In data 23 luglio del ’44 Nino Chiovini annota sul suo diario

“Wladimir si è rattristato: è morto Victor il contadino russo, dopo aver sparato tutti i colpi che aveva. Sulla strada del Vadàa è avvenuto questo: questa strada comincia a perder sangue sul serio.”[29]

Nel dicembre successivo realizza questa canzone, dedicandola ad Arca “sperando di raggiungere lo scopo che mi sono prefissato scrivendola”[30]. Pur non citando esplicitamente l’evento di Colle, il riferimento alla recluta (“coniglio”) caduto sul ciglio della Strada del Vadàa richiama evidentemente il giovane “Lanzi”, recluta da solo diciotto giorni.


LA STRADA DEL VADAÀ

Se da Intra senti il cannone

c’è qualcosa di tremendo

i partigiani stan morendo

sulla strada del Vadaà.

Quando siamo in rastrellamento

quello è un cammino traditore

perché li muore il più bel fiore

della nostra gioventù.

Se domandi a un ferito

dove ha preso quella rogna

ti risponde: – A Colle Biogna

sulla strada del Vadaà –

Ieri han fatto una puntata

all’appello c’è un “coniglio”

che non risponde; l’è sul ciglio

della strada del Vadaà.

Comandante Barbadirame

facci questo per piacere:

– Non devi farci più vedere

questa strada del Vadaà.

La Battisti vuol cambiare

perché stufa di quei posti

vuol fuggire a tutti i costi

dalla strada del Vadaà.

La Battisti vuol cambiare

e manda a dire al Comandante

questa strada è senza piante

e ci batte troppo sol.

Il Comandante manda a dire

che se vogliam cambiare

c’è sì un posto per cambiare

e l’è al piano che si andrà.

Da posto 24, Dic 1944

Partigiano Peppo (Pl. Espl)


Colle: Commemorazione del 2014.

Noterelle a margine

La resistenza ha sempre avuto un respiro internazionale; non solo perché fu combattuta in più paesi all’interno di un conflitto mondiale contro il nazifascismo, ma anche e soprattutto perché come numerosi italiani si sono uniti alla resistenza all’estero, così molti militari provenienti da ogni parte del mondo furono parte attiva della resistenza italiana. Anche nella nostra breve rievocazione di questo “episodio minore” della resistenza abbiamo incontrato partigiani russi (che probabilmente erano ucraini e bielorussi) e un sudafricano e possiamo anche ricordare come nella Cesare Battisti si erano arruolati da poco persino due tedeschi, di origine austriaca, che avevano disertato[31].

Russi o sovietici? Ai tempi non si faceva differenza, oggi è bene distinguere la cittadinanza di quella che era l’Unione Sovietica dalle nazionalità che la componevano e che in parte, dopo l’89, si sono ricostituite in Stati.

Tedeschi o nazisti? Erminio Ferrari, in Valgranda Revisited[32] riporta la polemica, che condivide, di Peppino Cavigioli sull’uso dell’appellativo “tedeschi” nei pannelli del Parco Nazionale della Valgrande a ricordo degli eventi del rastrellamento del ’44, invece del più corretto “nazisti”. Nel ricordare l’eccidio di Colle ho preferito utilizzare “tedeschi” non solo perché i militari che irrompono all’Alpe Colle non è detto che fossero nazisti; di certo non era un reparto delle SS, che in quel luglio ’44 non erano presenti in zona. Forse erano quelli di stanza a Cannobio. Peraltro le truppe che effettuarono e guidarono il rastrellamento della Valgrande, le SS Polizei, non erano propriamente SS ma reparti di polizia tedesca militarizzata[33]. Truppe “tedesche” a Colle, così denominate anche dai testimoni di allora perché è l’esercito della Germania che occupava all’epoca il nostro territorio e molta parte del resto d’Italia e vi è pertanto una responsabilità storica dello Stato tedesco su quanto avvenne. Aggiunge Ferrari:

“… consideriamo anche il processo storico che ne è seguito: l’esame che i tedeschi hanno fatto del proprio passato e quello a cui si sono sottratti gli italiani, che i fascisti li hanno poi riportati al governo.”[34]

Dire pertanto “tedeschi” riferito ai reparti operanti allora non significa generalizzare; d’altronde nel nostro breve racconto abbiamo anche incontrato un medico tedesco della TODT, di cui purtroppo non conosciamo il nome, che con grave rischio per la propria incolumità , ha collaborato con la resistenza curando partigiani feriti.

A riprova che la realtà è sempre più complessa e variegata di quanto le nostre categorie storiche riescano a rappresentare. In un periodo in cui sembra che tutto debba esser nettamente contrapposto, bianco o nero, amico o nemico ecc. anche questo è un piccolo insegnamento che i nomi incisi sul cippo di Colle e la loro piccola storia ci trasmettono.

Colle: Commemorazione 2023

Fonti e citazioni

Biancardi Giovanni (a cura), 1a Divisione Ossola «Mario Flaim». Diario storico, Verbania 1995, p. 102 e passim.

Caretti Roberto, Nella sua fresca giovinezza. Alpe Colle, 23 luglio 1944, in “Vallintrasche 2012”, pp. 139-142.

Chiovini Nino, I giorni della semina, Tararà, Verbania 2005, pp. 115-116 e passim.

Chiovini Nino, Val Grande partigiana e dintorni. 4 storie di protagonisti, Comitato Resistenza – Comune di Verbania, 2002.

Chiovini Nino, Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà, Verbania 2012, passim.

Chiovini Nino, Piccola storia della banda di Pian Cavallone, Tararà, Verbania 2014, p. 107.

Ferrari Erminio, Valzer per un amico. Racconti, Tararà, Verbania 2020.

Manzoni Mario, Partigiani nel Verbano, Comitato Unitario per la Resistenza nel Verbano, Verbania, 2008, pp. 81-95 e passim.

Sciomachen Felice e altri, La Scelta. 1943 – 1945, Alberti, Verbania 2001, pp. 19-25, 53-62.

Tordini Nico e Lino, Partigiani di Valgrande. Ricostruzione critica …, 2 volumi, Alberti, Verbania 2021, passim.

Arialdo Catenazzi. Colle 2023

 Fonti iconografiche

Archivio personale

Centro di Documentazione Casa della Resistenza

Felice Sciomachen e altri,, La Scelta cit.

ANPI Alto Verbano

Flavio Maglio


[1] Enrico Massara, Antologia dell’antifascismo e della resistenza novarese. Uomini ed episodi della lotta di liberazione, Novara 1984, pp. 860.

[2] Erminio Ferrari, “Quel che dobbiamo alla Valgrande”, in Nino Chiovini, Val Grande partigiana e dintorni. 4 storie di protagonisti …, Verbania 2002, p. 10.

[3] Fuori legge??? Dal diario ecc., pp. 82-84.

[4] Mario Manzoni (Marmelada), Partigiani nel Verbano, cit. p. 88.

[5] “… il sudafricano Gimmy (Leon Kantey, nato il 14/10/1921 a Mossel Bay, Sud Africa, e morto nel 2003 negli Stati Uniti) …” in Tordini Nico e Lino, Partigiani di Valgrande ecc., p. 51. Mario Manzoni così testimonia il suo inserimento nella formazione nel marzo ’44 quando la Battisti era ancora dislocata a Steppio (in codice Sciangai): “Nell’ultimo gruppo di ‘orfanelli’ [reclute] che ho accompagnato a Sciangai c’è anche un sudafricano, Gimmy, che non vuol saperne di andare in Svizzera ma vuole restare con la “Bat­tisti” per continuare a combattere in Italia. Già precedente­mente altri militari alleati si sono uniti alle varie formazioni partigiane, ma i comandi anglo-americani, salvo casi speciali e previa loro autorizzazione, non sono d’accordo su queste fusioni spontanee. Qualcuno di questi militari è tuttora in Italia, ma la maggior parte, dopo una permanenza più o me­no lunga, ha preferito la Svizzera. Arca cerca invano di far­gli capire questa e altre cose, ma Gimmy è irremovibile, si trova bene con noi. È un tipo allampanato, alto più di un metro e ottanta, ma non pesa più di settanta chili, e sa il fatto suo. Parla discretamente l’italiano, e diventa presto il beniamino di tutti perché è sempre pronto a portare il suo aiuto a chi ne ha bisogno …“. (Partigiani nel Verbano cit. p. 48.  

[6] Operazione realizzata con l’utilizzo della ferrovia Intra-Premeno, due camion e un motofurgone. Vengono prelevati circa 50 quintali di viveri (cioccolata, zucchero, scatolame) distribuiti poi in parte alla popolazione e alle formazioni contigue. Cfr. Diario storico cit. p- 101 e Partigiani nel Verbano p. 88-89.

[7] Ivi, p. 90.

[8] Nella sua fresca giovinezza cit., p. 140.

[9] Attualmente è il punto di partenza della ZipLine Lago Maggiore che permette un “volo” sino all’Alpe Segletta.

[10]Tre camionette tedesche, seguite da un camion” secondo il Diario storico cit. p. 102.

[11] Partigiani nel Verbano cit. p. 91-92.

[12] Secondo il Diario storico (p. 102) Selepukin non era solo, ma con due altri partigiani, dei quali comunque non si ha nessuna notizia.

[13] Tre secondo Chiovini (I giorni della semina cit., p. 116), uno secondo il Diario Storico.

[14] Nel Diario storico i due episodi sono fusi – e confusi – fra loro. Pur essendo strettamente collegate, le due vicende sono temporalmente e localmente distinte come le testimonianze dirette dei due feriti a Pian d’Arla e il testo del Manzoni chiaramente evidenziano. Di seguito il testo del Diario storico:

“23 luglio 1944 Durante il trasferimento, una squadra sosta a Colle (ignara dello stato di allarme). Tre camionette tedesche, seguite da un camion, sbu­cano a motore spento dalla strada di Trarego Piazza e aprono il fuoco sul gruppo a riposo. Tre partigiani cadono e un ragazzo conducente di un asino.

Dopo il primo smarrimento, una squadra comandata da «Peo» (Pompeo Mancarella) cerca di attaccare la colonna. Si incontra con un forte pattuglione tedesco di fiancheggiatori. Violenta sparatoria. «Peo» viene ferito. Il russo Selepuchin (uscito dalla Svizzera con 8 compagni per combattere i nazifascisti), appostatosi con due uomini, tiene a bada col suo moschetto il pattuglione che retrocede con qualche ferito. Selepu­chin, ferito, muore dissanguato. Vicino alla sua arma, con l’ultimo colpo in canna, si ritroveranno 7 caricatori vuoti.

Perdite nostre: 3 partigiani morti e un ragazzo 3 feriti e un prigioniero

Non accertate le perdite nemiche.”

[15] Paolo Zucchi, oltre che oste di Scareno, capo contrabbandiere del paese. Lui e la sua famiglia (sorella, figlia e nipote) hanno aiutato i partigiani a nascondersi e a rifocillarsi durante il rastrellamento, allestendo anche una sorta di infermeria per i feriti. Si impegnerà poi nel recupero delle salme dei caduti. Di lui, nel diario, dice Chiovini “A La Rocca finalmente troviamo Palin. Non è un partigiano, ma fa lo stesso: Palin dice che la Battisti è tutta a Scareno, a casa sua. Palin, nella “Battisti” è conosciuto anche dalle reclute. È un abitante di Scareno e per noi è staffetta, guida, albergatore, portaferiti, becchino, tutto. È una istituzione da premio Nobel.” (Fuori legge??? cit., p. 88). Cfr. anche Partigiani di Valgrande, cit. p. 427 e 578.

[16] Partigiani nel Verbano cit. p. 90.

[17] “Incontri troppo ravvicinati” in La scelta cit., p. 57-60.  Il testo completo del capitolo è scaricabile < qui >.

[18] Ivi, p. 57.

[19] Nel loro racconto si ipotizza che si trattasse “di pat­tuglie inviate ad esplorare la strada al di là del curvone per evitare all’autoblindo di incappare in qualche imboscata.” Potrebbe anche trattarsi della squadra che ha ingaggiato il combattimento con Selepukin e che ora sta scendendo per ricongiungersi al reparto in ricognizione sulla strada Cadorna verso il Vadàa.

[20] Ezio Bassani: cfr. la relativa scheda del Centro di Documentazione CDR.

[21] Ivi, p. 60.

[22] Nella sua fresca giovinezza cit., p. 140 e 142.

[23] Nei documenti compare anche con il nome di Leandro e di Alessandro. Sul monumento di Colle si indica l’età di 21 anni: in realtà li avrebbe compiuti nell’ottobre successivo. È un errore frequente nella attribuzione dell’età dei caduti partigiani in quanto spesso si computa l’anno di nascita (1923 in questo caso) e non la data precisa.

[24] Fuori legge??? cit. p.82-83.

[25] Partigiani nel Verbano, cit., p. 92.

[26] Sul Diario storico, che lo annovera fra i feriti (p. 130) vi sono dati discordanti rispetto a quanto risulta dalla scheda di riconoscimento sia sulla paternità (Egidio invece che Felice) e sull’anno di nascita (1922 invece che 1924). Manzoni lo chiama Robi, invece che Bobi. Il figlio Egidio sarà un noto sacerdote operante per lungo tempo a Verbania.

[27] La scelta cit. p. 19-22.

[28] La scelta cit. p. 23-25.

[29] Fuori legge??? cit. p. 89.

[30] Piccola storia ecc. cit., p. 107. L’aria del canto è quella di “Ho sentito sparate il cannone”.

[31] Karl e Ludwig Muller. Così Chiovini nel suo Diario rievoca il loro arrivo nel maggio ’44: “Due militari della “Luftwaffe” hanno disertato. Anche loro non vogliono più combattere la guerra. Sono partiti da Oleggio con un autocarro e dopo averlo distrutto, si sono presentati a noi. Si chiamano Karl e Ludwig, dicono di essere austriaci. Karl è biondo, alto, secco; ha un viso affilato, occhi di colore indefinibile. Il suo sguardo, sempre intelligente, talvolta è tagliente, quasi cattivo, talvolta chiaro e scanzonato come quello di un monello. È loquace e si esprime in un italiano stentato e buffo. Ludwig è l’opposto: piccolo, tozzo, taciturno, capelli ed occhi castani, viso quadrato e sguardo impenetrabile. Non si sa affatto esprimere in italiano. Forse la sua intelligenza è chiusa quanto il suo carattere. Sono eccellenti bevitori e Karl ha subito fraternizzato con Bagat.” In Fuori legge??? cit. p. 61,

[32] Valzer per un amico, cit. p. 32-34.

[33] Cfr. Raphael Rues, SS-Polizei. Ossola-Lago Maggiore 1943-1945, Insubria Historica, Minusio (CH) 2018.

[34] Sulla complessa e tutt’altro che facile e lineare “resa dei conti” della Germania con il nazismo cfr. Tommaso Speccher, La Germania sì che ha fatto i conti con il nazismo, Laterza, Bari-Roma 2022.

La comunicazione nei percorsi educativi

È uscito da poco il n. 2/2023 della Rivista online Alternativa-A che così si presenta nella pagina dedicata:

Alternativa è una pubblicazione trimestrale di servizio e di aiuto per chi, in ambito provinciale, opera in campo sociale, come professionista o volontario, in enti, istituzioni, cooperative e associazioni e anche per chi, semplicemente, a quel campo guarda con interesse. La rivista è l’evoluzione dello storico periodico “Alternativa A”, nato nel 1984 per volontà dell’Associazione omonima, del quale raccoglie una solida eredità di impegno nel sociale.

Questo numero, pur mantenendo il carattere di una rivista con rubriche e argomenti diversi, propone come focus il tema della Comunicazione nei suoi diversi aspetti e ambiti. Mi è stato chiesto un pezzo sulla “Comunicazione nei percorsi educativi e formativi” con l’indicazione di una lunghezza “pari a un massimo di 3/4 pagine, ognuna della quali di ca. 4500 caratteri”. Una bella scommessa vista l’ampiezza dell’argomento; ho allora sfruttato al massimo – come d’altronde faccio spesso nel mio blog – la caratteristica di una rivista online che permette ipertesti con molteplici collegamenti anche a documenti.

Non si può non comunicare.

Il primo assioma della comunicazione, insieme agli altri quattro enunciati per la prima volta alla soglia del ’68 da Watzlawick e dai suoi colleghi di Palo Alto, dovrebbero esser entrati da tempo nel senso comune, almeno per tutti quelli che si occupano di educazione. Rispetto al modello logico o “matematico” elaborato un ventennio prima da Shannon e Weaver (emittente – codifica – messaggio – canale, con eventuale rumore – decodifica – ricevente) viene introdotta un’altra dimensione, quella comportamentale e contestuale, o se vogliamo analogica. Il cosiddetto rumore non è più un “disturbo”, ma ulteriore comunicazione che può arricchire, precisare, ma anche contraddire il messaggio.

Ne derivano alcune conseguenze, o corollari, di cui è utile aver consapevolezza:

  • Non sempre siamo consapevoli di comunicare
  • Non sempre sappiamo cosa comunichiamo

Per uscire da quello che può apparire come un discorso astratto mi soffermo su un recente episodio di cui si è ampiamente discusso sui media. Un chiaro esempio di comunicazione inconsapevole: si tratta della circolare della preside del Liceo “Leopardi” di Aulla.

– – – – – – – — – – – – – – – – – – – –

Villafranca, 21 aprile 2023 Circolare n. 644

Ai docenti, agli studenti, ai genitori di tutte le classi

sede di Aulla

Oggetto: debate

Giovedì 27 aprile 2023 alle ore 10.05 gli studenti delle classi succitate, accompagnate dai docenti in orario, si recheranno nella sala Consiliare del Comune di Aulla per partecipare al dibattito sul topico “Noi riteniamo che non sia più opportuno che il 25 aprile venga festeggiato come una festività nazionale”, animato da una squadra mista di alunni dei tre licei lunigianesi.

Al termine dell’attività, presumibilmente intorno alle ore 12.00, si farà rientro in classe per completare l’orario curricolare.

F.to IL DIRIGENTE SCOLASTICO SILVIA ARRIGHI

– – – – – – – — – – – – – – – – – – – –

Dato per scontato che né la Preside e la sua scuola, né il Comune ospitante avessero intenzione di sostenere le tesi negazioniste della Resistenza e negare il valore del 25 aprile, come successivamente “precisato” da entrambi gli enti, il messaggio della circolare nel contesto temporale (a ridosso del 25 aprile) e tematico (le polemiche da parte di esponenti nazionali della nuova maggioranza) produce invece l’effetto opposto. La sua lettura da parte di chi non era direttamente coinvolto nella iniziativa sembrerebbe confermare il contrario: ovvero che è lecito e magari anche opportuno abolire la festività nazionale del 25 aprile con tutto ciò che una tale scelta significherebbe sui valori fondativi della nostra Repubblica. E così ovviamente è stata letta con il risultato che l’iniziativa, “per evitare ulteriori polemiche”, è stata poi annullata[1].

Nel tentativo di chiarire la vicenda la scuola parla della metodologia del “Debate”, metodologia didattica che consiste in una gara argomentativa, con regole codificate, tra due gruppi di studenti che sostengono tesi opposte a partire da un titolo “topico” che può apparire provocatorio e si dà quale altro esempio la tesi del terrapiattismo.

 Non si tratta di una metodologia “locale” ma da tempo praticata in molte scuole e sostenuta dall’Indire[2] che così la definisce:

Debate (Argomentare e dibattere)

Il «debate» è una metodologia per acquisire competenze trasversali («life skill»), che favorisce il cooperative learning e la peer education non solo tra studenti, ma anche tra docenti e tra docenti e studenti. Il debate consiste in un confronto fra due squadre di studenti che sostengono e controbattono un’affermazione o un argomento dato dal docente, ponendosi in un campo (pro) o nell’altro (contro). Il tema individuato è tra quelli poco dibattuti nell’attività didattica tradizionale (…)

Personalmente ho molte perplessità su questa metodologia didattica che tra l’altro c’entra poco con cooperative learning e peer education.

Cerco di spiegarmi. Il presupposto è che esista una tecnica di argomentazione neutra rispetto ai valori e alle tesi sostenute. Ma allora il tema scelto dovrebbe essere estraneo al contesto valoriale. Questo potrebbe valere in ambito scientifico dove le questioni aperte sono però al di fuori della portata di studenti di scuola secondaria, oppure su questioni liberamente opinabili a prescindere dai valori; ma in quest’ultimo caso si andrebbe a discutere su questioni del tutto banali.

Nel caso in esempio (25 aprile) o altri simili (es. pena di morte) come si scelgono poi le squadre? Tra l’altro il sito di Indire che presenta possibili modalità di Debate a più livelli di crescente complessità, su questo punto è invece molto vago. A caso (sorteggio ecc.) o si tiene conti delle opinioni dei partecipanti? Come? Costringendo magari a sostenere una tesi non condivisa e contraria alle proprie convinzioni e valori?

Il messaggio implicito è che le due tesi siano del tutto equivalenti, ma è evidente che non lo sono. E che comunque le tesi possibili siano dicotomicamente due (tesi “A” e antitesi “non A”) in una logica binaria mentre nella maggior parte dei casi reali prevale una logica fuzzy a più valori.

In sostanza mi pare una metodologia al passo con questi tempi dove sembra esser lecito sostenere qualunque assurdità al di là dell’evidenza e pertanto lasciando libero spazio alle fake news e alla possibile negazione dei valori fondanti di una società democratica (es. razzismo) e dove quello che conta è vincere (il cosiddetto “merito”).

Diverso è il caso del cooperative learning e della peer education che non sono metodologie neutre ma strategie con esplicite finalità valoriali: la cooperazione (e pertanto l’inclusione[3]) nel primo caso, la prevenzione nel secondo.

Questo significa che non è opportuno sviluppare abilità logico argomentative attraverso spazi appositi? Certamente no, anzi! Ad esempio nel 2002, ben prima che si parlasse di Debate, nell’indirizzo di Scienze Umane e Sociali abbiamo dato vita ad un Progetto Agorà volto alla acquisizione e sviluppo progressivo di competenze dialogiche (documentazione, ascolto attivo, comunicazione efficace, strutturazione logica ed argomentazione, osservazione/auto-osservazione e giudizio) attraverso uno spazio di discussione strutturata e monitorata su tematiche culturali, sociali e politiche. Le differenze principali rispetto al Debate: un argomento, scelto alternativamente da studenti e docenti e non tesi dicotomiche; non squadre contrapposte ma fasi di discussione che dal piccolo gruppo arrivano alla plenaria; espressione argomentata da parte dei partecipanti delle proprie posizioni e del loro modificarsi nel confronto; monitoraggio, automonitoraggio e valutazione dell’esperienza. Tra gli argomenti allora affrontati ricordo ad esempio: Possibilità di legalizzazione dell’eutanasia, Altre dipendenze (fumo, alcool, gioco, mode …), Trasmissione televisiva Il Grande Fratello[4].

Professione docenti.

Non è un refuso. La professionalità docente si acquisisce e si esercita collettivamente e la qualità di una scuola non dipende dalla qualità dei singoli ma dalla capacità dei docenti di lavorare in sintonia all’interno di una programmazione e finalità comuni. Se questo non avviene le modalità didattiche e gli stili di insegnamento dei docenti che agiscono sugli stessi gruppi classe possono esser fra loro incongrui con risultati contraddittori e negativi indipendentemente dalla competenza culturale e didattica dei singoli. La comunicazione “fra colleghi” non è allora da intendersi fra attività e percorsi paralleli ma di forma circolare, quella appunto che caratterizza una équipe affiatata.

Non è questa l’immagine normalmente percepita al di fuori del contesto scolastico, dalle famiglie e nei media, per non parlare della filmografia dove si è imposto il topos dell’insegnante eroe che, spesso in contrasto con colleghi e dirigenza, trasforma una classe demotivata e disagiata, plasmandola a sua immagine. Tutti, immagino, hanno visto e si sono magari commossi di fronte alle vicende del professor Keating e dei suoi allievi ne L’attimo fuggente divenuto il prototipo di film analoghi[5] per trama e dinamiche, altrettanto fuorvianti su ruolo e professionalità docente. Vale allora la pena fare un confronto con un film apparentemente opposto come L’onda e scoprire che, sia pur con finalità diverse, anzi antitetiche, le modalità didattiche e le dinamiche innestate dall’azione “educativa” di Keating e Wenger siano sostanzialmente analoghe.

No, la comunicazione educativa non avviene fra un singolo (il docente) e un gruppo (la classe), ma a più livelli a partire dalla specifica scuola con le sue regole di comportamento (effettive più che formali), dalla stessa struttura fisica ed anche dal suo aspetto esteriore di ordine e cura (o viceversa di incuria), sino alle équipe (gli insegnanti di un Corso e i singoli Consigli di classe) e le classi degli studenti, anche loro con dinamiche e modalità relazionali complesse e non sempre esplicite.

Affinché si realizzino équipe ben integrate, in grado di agire in sintonia e realizzare progetti didattici congruenti – sia che questi siano da loro stesse concepiti, oppure recepiti da proposte esterne – queste abbisognano di tempo e pertanto di stabilità, cosa oggi non facilitata dalle recenti normative e dalla tendenza a frammentare l’orario con mini corsi di due ore settimanali; e non sempre i dirigenti scolastici sono consapevoli di questa esigenza.

Vi sono comunque pratiche di facile realizzazione che possono facilitare una professionalità condivisa. Quella più diffusa è certamente la compresenza con due o più insegnanti che intervengono su una classe o su classi riunite: tali attività non solo comportano arricchimento reciproco ma richiedono di mettere in sintonia reciproche modalità, contenuti e finalità.

Un’altra pratica, sperimentata e promossa dall’IRRSAE Piemonte quando la coordinatrice storica della Sperimentazione del Cobianchi vi si era trasferita, è quella dell’amico critico: un collega interviene durante una o più lezioni in qualità di osservatore con un attento monitoraggio delle interazioni, verbali e non verbali, fra il docente e la classe. A tal fine possono essere utili apposite schede su cui riportare tali osservazioni come quelle realizzate al Cobianchi all’interno di un Progetto qualità (1998-2001) sulla Comunicazione verbale e la Comunicazione non verbale[6]. Successivamente i ruoli vengono scambiati e l’osservatore diventa osservato.

Le dimensioni del gruppo classe e la sua manutenzione[7]

Se la comunicazione ed interazione didattica avviene fra due gruppi, l’équipe dei docenti da un lato e il gruppo classe dall’altro non bisogna sottovalutare il fatto che ogni classe ha specifiche caratteristiche date non solo dalla sommatoria dei singoli, ma soprattutto dalle dinamiche che intercorrono fra gli studenti (e fra studenti e insegnanti), dinamiche che possono sia favorire l’apprendimento da parte del gruppo che contrastarlo, dinamiche non sempre facili da leggere. In più casi può essere utile sia l’intervento di un esperto/osservatore esterno che l’utilizzo di questionari o altri strumenti di ricerca che evidenzino le problematiche ed eventuali tensioni sotterranee e permettano l’individuazione e progettazione di percorsi idonei ad affrontarle[8].

Il gruppo classe è infatti vissuto come un luogo forte di coinvolgimento emotivo, sia in positivo (le amicizie, le fedeltà, le esperienze forti) che in negativo (rifiuto, sofferenza, solitudine). Inoltre fra il gruppo classe “formale” (l’elenco del registro) e quello informale (quello delle amicizie e degli af­fetti) può esserci una forte discrepanza; all’interno di quest’ultimo può costituirsi un gruppo classe “segreto” che accetta ed include ma, in altri casi, rifiuta ed ostracizza (compagni di classe e tal­volta insegnanti) e che può muoversi secondo prospettive del tutto incongrue con le finalità educative. La vita della classe può diventare allora un vero e proprio inferno con con­flitti più o meno latenti, incomprensioni reciproche fra insegnanti ed allievi, estenuanti contratta­zioni, ecc. Il luogo meno adatto insomma ad una positiva crescita culturale, professionale, sociale e civile.

Il bullo che non c’è … ma è presente e assai diffuso il bullismo[9]

L’attenzione nel mondo occidentale al fenomeno del bullismo è relativamente recente per poi diventare, da categoria assente, a termine di largo utilizzo, spesso a sproposito. Le prime indagini a partire dagli anni ’70 sono quelle dello svedese Olweus che si concentrava sulla figura del “bullo” e sulle sue caratteristiche. Questa metodologia di ricerca, applicata nei decenni successivi in diversi paesi, Italia compresa, registrava il fenomeno soprattutto nella scuola elementare e media per poi decrescere e scomparire con l’avanzare dell’età.

Nello stesso periodo in Giappone si sono sviluppati gli studi sull’Ijime, una dinamica di gruppo che tende ad ostracizzare ed emarginare alcuni dei suoi membri. Dinamica spesso ignorata dagli adulti e talora anche, più o meno consapevolmente, da loro rinforzata. Le ricerche effettuate nella scuole secondarie, anche nel nostro territorio, hanno evidenziato come proprio questa sia da un lato una modalità ampiamente diffusa e dall’altro quella che produce maggiore sofferenza nelle vittime. Essere in grado di “leggerla” nella quotidianità significa conoscere e riconoscere le dinamiche che non si limitano a due soggetti (il bullo e la vittima) ma all’insieme delle relazioni nella classe, nella scuola e fuori dalla scuola (es. nei gruppi associativi e sportivi). Dinamiche che hanno a che vedere con la costruzione dell’identità del gruppo e il costituirsi al suo interno di una leadership.

Questa dimensione gruppale ed identitaria della dinamica da un lato include ed esclude (ostracizza), dall’altro costruisce e/o rinforza la leadership del gruppo stesso. La designazione della/e vittima/e cambia pertanto caratteristica da classe a classe, da scuola a scuola. Per fare un esempio in una classe può essere vittimizzato il “secchione” che va benissimo a scuola e in un’altra invece lo studente con difficoltà di apprendimento, quello/a che veste elegante e in altro caso quello/a che non indossa capi di abbigliamento firmati, ecc.

Se non si sa leggere la dinamica di quello specifico gruppo il risultato è che il bullismo (l’ostracismo) per adulti ed educatori sia invisibile oppure lo si avverta solo quando interviene qualche episodio eclatante. Magari proprio quando la vittima, a lungo sottoposta a persecuzioni, “esplode” e reagisce anche in modo violento con la conseguenza, non infrequente, di esser lei quella sanzionata. Oppure quando è troppo tardi perché ha messo in atto la sua strategia di fuga: cambio scuola, abbandono degli studi, ritiro sociale (Hikikomori) … o peggio, sino al suicidio[10]. Un aspetto da non ignorare è che le vittime normalmente si vergognano e non vogliono che le loro sofferenze diventino pubbliche: il dover ammettere di essere sottoposte a continui soprusi può esser fonte ulteriore di enorme sofferenza.

Da un po’ di anni si parla di cyberbullismo, il più delle volte come se fosse un fenomeno a sé stante,indipendente dal bullismo e addirittura come “un pericolo che viene dalla rete” (testuale da un articolo giornalistico). Il bullismo (l’ostracismo) ha residenza elettiva nella scuola e, secondariamente, in altri momenti aggregativi dei pari: ha radice nella relazione reale e semmai rinforzo attraverso il web che per le sue note caratteristiche velocizza le dinamiche e amplifica la platea.


[1] Sul dibattito scaturito dalla circolare si può ad esempio leggere l’articolo pubblicato sul quotidiano locale La Voce Apuanadel 24 aprile.

[2] Cfr. https://innovazione.indire.it/avanguardieeducative/debate  

[3] L’opposto della “scuola del merito” non è ovviamente la “scuola del demerito”, ma appunto la scuola dell’inclusione che non è altro da una scuola autenticamente democratica. Le pagine di don Milani della Lettera a una Professoressa sono ancora, drammaticamente, attuali.

[4] Non è qui possibile dettagliare il progetto completo che è comunque possibile visionare ed eventualmente scaricare dall’archivio del mio blog: < qui >.

[5] Si possono ricordare la variante musicale di School of Rock (2003) e quelle al femminile: Mona Lisa Smile (2003), Freedom Writers (2007) e Una volta nella vita (2014).

[6] Consultabili e scaricabili dal mio blog Fractaliaspei: Scheda di Osservazione della comunicazione verbale e dell’interazione didattica < qui > e Scheda di Osservazione della comunicazione non verbale < qui >.

[7] Per un’analisi più articolata di questa tematica e l’esemplificazione di alcune pratiche didattiche volte a mettere al centro il gruppo classe e le sue dinamiche rimando ad un contributo collettivo pubblicato nel 2007 dai docenti dell’allora Indirizzo di Scienze Umane e sociali del Cobianchi nel volume Nuovi saperi per la scuola edito da Marsilio e scaricabile < qui >.

[8] Un percorso con queste caratteristiche è documentato sulle rivista delle Scuole sperimentali: Competitività, cooperazione, creatività e filosofie ellenistiche in Sensate Esperienze. Rivista trimestrale della scuola secondaria, ottobre 1994. In forma più completa l’esperienza è documentata sul mio blog.

[9] Anche su questa tematica rinvio a contributi sul mio blog: Il bullismo dalla fotografia al video e Bullismo (e Cyberbullismo). Letti con categorie dinamiche.

[10] La cronaca ci riporta periodicamente alcuni di questi episodi drammatici; ne ricordo due di larga risonanza, apparentemente opposti ma nelle dinamiche sottostanti molto simili: il suicidio dieci anni fa della quattordicenne Carolina Picchio e la recente strage attuata dal tredicenne Kosta in una scuola di Belgrado. Due sofferenze da parte di studenti scolasticamente irreprensibili, portate all’estremo dal gruppo dei pari e ignorate dal mondo adulto. Le parole fanno più male delle botte ha scritto Carolina; del tredicenne serbo le prime testimonianze dicono che era un nerd, considerato sfigato da compagni e compagne ed emarginato, in particolare nelle attività esterne alla scuola (parco giochi, gite ecc.).

Gino Vermicelli. Il racconto di una vita


Faccio seguito al post precedente[i] ripubblicando su Fractaliaspei il secondo articolo su Vermicelli, uscito sulla rivista annuale Il Cobianchi del 2000.

Scritto dopo l’arrivo in libreria della sua autobiografia postuma, una lunga intervista che ci ha permesso di “ascoltare dal vivo” persona e personalità dell’autore di Viva Babeuf!.


[i] Cfr. Lo sguardo anteriore di Gino Vermicelli.


Gino Vermicelli: una vita lungo un secolo

Nel numero de “Il Cobianchi” di due anni fa ricordavamo, poco dopo la sua morte, la figura di Vermicelli partigiano e “maestro di vita”. La pubblicazione della sua intervista autobiografica (Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita[1]) consente non solo di rivivere nel suo insieme la sua ricca personalità (emigrante, partigiano, dirigente comunista, organizzatore della cooperazione, ambientalista, pacifista, scrittore, ecc. ecc., non dimenticando il contadino, l’apicoltore e l’albergatore), ma anche di rileggere, attraverso la sua narrazione, la storia del secolo che stiamo lasciando alle spalle.

Giovanissimo operaio migrato in Francia conosce, alloggiati presso sua madre, alcuni emigrati politici italiani che gli consigliano letture (Zola, Hugo, Gor’kij …) e stimolano la passione politica che lo avvicinerà alle organizzazioni di lingua italiana del PCF. Da quel momento la storia personale di Vermicelli si intreccia con quella di numerosi personaggi noti e meno noti dell’antifascismo e con le grandi vicende del Novecento: l’occupazione nazista della Francia, l’8 settembre, la Resistenza della nostra Provincia, il dopoguerra a Milano, Firenze, Roma e in Sicilia, la Mafia, i paesi dell’est Europeo e la guerra fredda, il ’68, la trasformazione del contesto internazionale sino alla scomparsa dell’URSS con le sue ripercussioni nazionali e locali.

Le due persone con cui Vermicelli ebbe più consonanza (Andrea Cascella, comandante partigiano, scultore e critico artistico; Marcello Cimino, coltissimo dirigente comunista siciliano di origini aristocratiche) erano certamente due grandi intellettuali; anche Vermicelli lo fu ma in un modo del tutto particolare: la sua fonte di ispirazione non era l’arte o la critica letteraria ma la vita quotidiana; la sua naturale saggezza trovava fondamento nella sua grande capacità di apprendere con l’esperienza, dai grandi come dai più piccoli episodi. Ed in questo sta il grande respiro storico della sua narrazione.

Ho conosciuto Vermicelli nel 1968: studenti universitari e delle superiori, operai, militanti più o meno “allineati” della sinistra ci ritrovavamo in una stanzetta vicino a S. Vittore: era il cosiddetto “Comitato Operai e Studenti”. L’incontro con Gino non fu facile: i linguaggi erano molto diversi. Lui parlava poco ed ascoltava molto. Allora aveva 46 anni eppure ci veniva spontaneo chiamarlo vecchio: era un “maledetto vecchio” come lui stesso si definisce in un articolo del 1986. Marcello Cimino nella sua autobiografia[2] parla di lui (nel ’48 quando Gino aveva 26 anni) come di un “vecchio partigiano”. Vermicelli già allora era vecchio non di età ma di esperienza.

Tra tutte le vicende che da quella fine del ’68 ho avuto modo di condividere con Gino due in particolare mi sono rimaste impresse: si tratta di due piccoli episodi “privati” che per me sono stati particolarmente illuminanti per capire la sua figura, il suo stile di uomo.

Val Pogallo: eravamo in tre o quattro a cercare funghi. Gino ci fa conoscere un sentiero poco battuto. Noto che a tutte le occasioni si ferma a bere. Gli chiedo come mai abbia tanta sete.

  • Bisogna sempre assaggiare l’acqua. Se no rischi di perdere quella più buona. E poi non sai quando ne troverai ancora … e allora sì che puoi soffrir la sete.
  • … io porto una borraccia.
  • In montagna la borraccia non serve: prima o poi l’acqua si trova. E … vuoi mettere il gusto di assaggiarla!

Il rifiuto del superfluo, l’essenzialità non come rinuncia ma come scelta. In questo Vermicelli era veramente “antico”: penso che si debba risalire agli scritti degli stoici per ritrovare stili analoghi di vita.

Il secondo episodio, per molti versi analogo, risale al 1973: mi ero appena laureato e Gino ha voluto leggere la mia tesi. Il suo commento, fra il critico e il meravigliato, fu:

  • Interessante, ma … perché mai tante note? Se uno è convinto di qualcosa lo dice, … non ha bisogno di citare di continuo autori più o meno famosi!

Anche qui la semplicità come scelta a cui si aggiunge una forma di orgoglio e fierezza personale fondata sulla ricchezza (e durezza) delle esperienze e sulla solidità delle proprie convinzioni. È dall’insieme di questi “caratteri” che nasceva, mi sembra, la grande autorevolezza di Gino. Non si poteva non ascoltarlo; anche quando non si era d’accordo non si poteva non prendere in seria considerazione le sue affermazioni.

La stessa essenzialità la ritroviamo nei suoi scritti. Vermicelli ha scritto molto: articoli, saggi, testimonianze, interventi, cronache sindacali, racconti. Non solo non ha mai “usato le note”: a parte il romanzo, sono tutti scritti brevi.

Ricordo un intervento sotto forma di lettera di Franco Fortini in cui si scusava per non aver avuto tempo a sufficienza per esser più breve. Esser brevi nello scrivere (ma anche nel parlare) richiede tempo, applicazione e fatica.

Ho l’impressione che però Vermicelli ignorasse questo tipo di fatica. L’essenzialità, la capacità di dire tutto ciò che c’è di fondamentale senza mai nulla di troppo o di superfluo era non solo nel suo stile di vita ma anche in quello di scrittore. Anche i suoi inediti sono di poche cartelle dattiloscritte e, oltre a caratteristici francesismi, contengono pochissime correzioni e limature.

Tra questi scritti inediti, non pubblicati nemmeno nell’autobiografia, ne abbiamo scelti tre che, nella loro diversità di tematica e stile, possono illuminare la sua ricca personalità: una testimonianza partigiana su un lancio alleato nel gennaio 1945 a Quarna, un intervento preparato per la manifestazione verbanese contro la Guerra nel Golfo (1991) e un racconto o, meglio, una delle sue favole ambientaliste (1986)[3].

Gianmaria Ottolini

Quarna – 19 gennaio 1945

Gli aeroplani arrivarono verso le dieci del mattino. Dai pressi delle baite dove mi trovavo, tra Brolo e Nonio, li vedemmo apparire e poi sparire dietro la montagna, mentre giravano nel cielo. Non riuscii a contarli, ma erano in diversi a muoversi a bassa quota. Comunque era un lancio, anzi il lancio, il primo diretto anche a noi della Redi, insieme a quelli della Beltrami e della Di Dio. Un grosso lancio abbondante, sembrava, a vedere la miriade di paracadute colorati scendere piano sui prati di Quarna Sotto.

La richiesta del comando unico era stata accolta. Un lancio per tutti, tutti insieme. Ora quel lancio bisognava raccoglierlo, poi dividerlo.

Lo spettacolo durò un quarto d’ora o forse più. Il cielo invaso da decine e ancora decine di paracadute che scendevano lentamente e il rombo degli aerei che giravano a bassa quota. Ma era uno spettacolo che era visto da migliaia di occhi che in quel momento guardavano il cielo. Il lancio fu visto da tutti i paesi del lago d’Orta e da Omegna, dove era presente un consistente presidio fascista. Quello era il primo “lancio” diurno che avveniva in zona, ma esperienze di altri luoghi raccontavano che ovunque fascisti e tedeschi avevano tentato di impadronirsi del bottino.

Con me, in quelle baite, vi era una cinquantina di partigiani armati, che potevano contare, oltre che sulle loro armi individuali, su due fucili mitragliatori e una mitragliatrice pesante. Partiamo subito con tutte le nostre armi.

Superato il laghetto di Nonio, sul sentiero verso ponte Bria, si vede la strada che da Omegna porta a Quarna snodarsi su tornanti lungo il costone della montagna.

Recentemente ho rifatto quel percorso. Della strada delle Quarne non se ne vede più nemmeno un metro. In cinquant’anni il bosco ha ricoperto tutto, nascondendo nel verde il nastro d’asfalto che zigzaga sul costone.

Il 19 gennaio del 1945 non era così. La strada coi suoi tornanti si vedeva tutta e su quella strada, a poche centinaia di metri da Quarna sotto, i nostri cinquanta paia d’occhi videro la colonna dei neri, con in testa un’autoblindo, che lentamente saliva.

In linea d’aria noi eravamo forse a due chilometri dai fascisti. Le armi individuali potevano fare poco, da quella distanza, ma la mitragliatrice pesante sì, poteva raggiungerli. L’arma fu piazzata, l’alzo regolato e si aprì il fuoco. La colonna dei neri sembra fermarsi.

Ci sembra di percepire che anche il fuoco dei nostri che sparano in giù, da Quarna, si è intensificato. E infatti era così. I ragazzi lassù, senza più distinguersi per appartenenza a questa o quella formazione tiravano fuori dai bidoni appena caduti dal cielo mitragliatori Brent con munizioni a iosa e irroravano di pallottole la strada sottostante mentre altri tiravano giù bombe SIP, ossia quelle bombe a forma di ananas che fanno strage in un raggio vastissimo.

Non ricordo quanto tempo ci fermammo lì a sparare. Forse mezz’ora o poco più. Poi i fascisti cominciarono a tornare indietro. Pian piano presero la via del ritorno.

Gino Vermicelli nel 1945, subito dopo la Liberazione

Salimmo tutti nella zona del lancio. Lì decine di donne e uomini fra i quali molti abitanti di Quarna erano impegnati a raccogliere paracadute e bidoni, che erano molti, centinaia sicuramente. Un giovane ufficiale, Ettore, si prodigava per inventariare e fare sparire tutto in grande fretta, ed in parte ci riusciva. Tutto doveva sparire, essere nascosto; ce lo saremmo poi diviso con calma.

I volontari civili (ma non solo loro) miravano alla seta dei paracadute. Alcuni uomini dell’O.S.S. (servizi alleati) cercavano il bidone rosso (gli altri erano neri) perché destinato espressamente ad essi. Si raccontava che il bidone rosso contenesse, fra molte altre cose, della carta igienica, un genere di conforto del quale eravamo del tutto privi in quegli anni. A me serviva un cappotto. Me lo procurò la Nina. Un bel cappotto inglese di lana kaki per passare il resto dell’inverno. In cambio la Nina volle raccontarmi come era scesa sino al tornante sopra i neri, riversando loro addosso grappoli di bombe “ananas”.

Le giornate sono corte in gennaio. Alle 16 tutto è sistemato, nascosto, imboscato. Alle 16 torniamo verso Nonio. Solo a qual punto mi ricordai di non aver mangiato niente in tutta la giornata.

Dopo qualche giorno leggo in un comunicato del Comando di Divisione che quel lancio alle tre formazioni aveva portato 35 mitragliatrici leggere “Brent”, 500 mitra e circa 60 quintali di materiale per sabotaggi. Leggo pure che il nemico aveva avuto 15 morti e 18 feriti. A noi nemmeno un graffio.

Era andata bene. Ma devo confessare che un momento di gioia intensa mi colse il giorno seguente, quando una staffetta, giunta da Omegna, mi raccontò che i neri che ridiscendevano piuttosto malconci la strada delle Quarne erano stati accolti da fischi, lazzi e commenti salaci dagli operai che uscivano dalle fabbriche. Era bello sapere che ormai gli operai, la gente del popolo, i neri non li temeva più.

Gino Vermicelli

Gino Vermicelli a diciassette anni nella sua casa a Beson con la madre

È difficile discutere con i bellicisti

È difficile, è proprio difficile discutere con i bellicisti. Imbarcati nel conflitto, essi ritengono che ogni obiezione sarà cancellata dalla loro vittoria sul campo ed ogni obiettore travolto con la sconfitta del nemico. A Baghdad come a Washington e quindi a Roma si comportano conseguentemente con un crescendo di aggressività e di disprezzo per chi non li condivide: i pacifisti.

Storicamente il bellicismo ha sempre considerato come nemico chi non fa propria la propria bramosia di combattimento. Il primo francese caduto nella grande guerra del 1914-18 si chiamava Jean Jaurès; era un prestigioso deputato socialista e il leader del pacifismo francese. Morì assassinato a Parigi il 31 luglio 1914, due giorni prima dello scoppio di quel conflitto che alla sola Francia costò un milione e mezzo di morti.

Probabilmente nel 1991 nessuno ci sparerà, ma certo il bellicismo non manca di farci sentire tutta la sua arroganza. Avete notato con quanta tiepidezza i grandi mass-media trattano i reiterati appelli di Giovanni Paolo II per la pace?

Non ci lasceremo certo intimidire. Con pazienza, con costanza, con cocciutaggine continueremo a spiegare che le guerre non servono perché non risolvono niente o almeno servono solo a spostare le pedine del dominio, che per la gente che la guerra la fa, la soffre e la paga sono cose di nessun conto.

Penso ai Kuwaitiani. Credo proprio che non desiderassero diventare irakeni e per loro l’invasione è stata un imperdonabile sopruso. Nessuno può negare loro il diritto ad avere una patria; una patria fatta di città, porti, strade, impianti industriali, pozzi petroliferi e poi soprattutto di case, scuole, mercati, palestre, ospedali e tutto quanto serve alla vita. La guerra farà perdere loro tutte queste cose. Forse torneranno ad essere padroni sui loro diciottomila chilometri quadrati di territorio, ma questo sarà un deserto disseminato di macerie, con la terra e il mare inquinati e un numero tremendo di morti da seppellire.

Il fatto è che sempre più chiaramente, fra tutti i mali, la guerra è il peggiore dei mali e che i danni che porta, danni veri, agli uomini, alle coscienze oltreché alle cose, sono di gran lunga più rilevanti dei motivi che hanno indotto i governi ad intraprenderla.

Ora, se tornassimo a spiegare ai bellicisti che il boicottaggio petrolifero-industriale poteva e potrebbe essere un mezzo non cruento per spegnere senza gravi danni la aggressività del regime irakeno, ci sentiremmo rispondere che ormai i dadi sono tratti e quindi l’amor di patria e la solidarietà occidentale ci impegnano ad aderire sino in fondo al conflitto.

Stando così le cose, la sola scelta che rimane a coloro che non intendono farsi complici di massacri e distruzioni è quella di “non starci”, cioè non partecipare, non contribuire in nessun modo alla guerra, organizzandosi in tale senso ed escogitando ogni mezzo per comportarsi in modo da essere in pace con la propria coscienza.

L’ubbidienza non è una virtù. Questa consapevolezza è figlia dell’epoca nostra. Probabilmente era poco intuibile quando Tommaso d’Aquino filosofava sulle guerre giuste. La disobbedienza ha invece lasciato il segno nella storia di questo secolo. Con Gandhi, ad esempio, che liberò l’India dalla servitù coloniale senza ricorrere alle armi, riuscendo a muovere un popolo immenso sul piano della disobbedienza non violenta. Ma anche la resistenza al nazifascismo fu in primo luogo disobbedienza, anche se in questo caso armata.

Il matrimonio di Gino Vermicelli con Pina Morena. Roma, Campidoglio, Giugno 1951

Non avrei voluto sollevare questo argomento, considerando la lontananza, direi la distanza epocale di quegli eventi rispetto alle situazioni in cui viviamo oggi. Ma vi è chi ha ritenuto opportuno paragonare la guerra del golfo con la guerra antifascista o addirittura con la resistenza italiana e quindi occorre parlarne.

In Italia la resistenza ha avuto la sua sorgente primaria nel rifiuto della guerra. Il primo atto dei ragazzi, degli uomini che la costruirono fu il rifiuto della continuazione della guerra dopo l’otto settembre, quindi il rifiuto dei bandi, degli ordini e degli ordinamenti del potere vigente, quello della repubblica di Salò.

Chi guardasse gli atti dei processi farsa ai quali venivano sottoposti talvolta i partigiani catturati potrà leggervi i motivi della condanna a morte: diserzione e ribellione.

Un altro vecchio filosofo, vissuto in epoca molto più recente di quello di Roccasecca, scrisse che “ribellarsi è giusto”.

Per i tempi nostri credo si debba immaginare la ribellione come movimento consapevole e non violento di grandi masse, un rifiuto totale, coraggioso ma non minaccioso, insomma una non guerra come tale giusta, che riesca ad ostacolare, od impedire ogni guerra sempre inutile, dannosa, barbara, quindi ingiusta.[4]

Gino Vermicelli


L’originale dell’articolo pubblicato su “Il Cobianchi 2000”, in formato PDF, è scaricabile < qui >.


È possibile inoltre scaricare, sempre in formato digitale, il testo di una importante lezione[5] sulla Resistenza e le sue modalità organizzative, tenuta alla Università Statale di Milano nel 1993: La vita nelle formazioni partigiane.



[1] Ed. Tararà, Verbania 2000.

[2] M. Perriera, Marcello Cimino. Vita e morte di un comunista soave, Sellerio, Palermo, 1990.

[3] Si tratta di Dalla parte delle bottiglie che ho già riprodotto su questo blog: cfr. Gino Vermicelli ecologista. Due racconti (quasi) inediti a cui rimando per la sua lettura.

[4] Inedito dattiloscritto riproducente l’Intervento alla Manifestazione di Verbania contro la Guerra del Golfo (1991).

[5] Pubblicata la prima volta su Conoscere la Resistenza di Mauro Begozzi e altri, Edizioni Unicopli, Milano 1994, pp. 123-128.

Lo sguardo anteriore di Gino Vermicelli

Sono stato invitato, nell’ambito delle iniziative per la Festa della Liberazione, a presentare a Pettenasco il romanzo Viva Babeuf!e il suo autore.

Sono andato così a rileggermi due articoli sul partigiano e Commissario politico della Divisione Redi “Edoardo” che anni fa avevo pubblicato sulla rivista Il Cobianchi.

Mi sono parsi ancora attuali e atti alla loro ripubblicazione in questo blog.

Di seguito il primo del 1998, scritto quando Vermicelli era da poco mancato.



Gino Vermicelli: Uno Sguardo Anteriore

” Parlare di Comunità… oggi ha un significato completa­mente diverso rispetto a qualche decennio fa: le Comu­nità locali sono sottoposte an­ch’esse ai processi di globalizza­zione, frantumazione e specializ­zazione. La Comunità un tempo era un «luogo educante» e ruota­va intorno a figure forti che ne costituivano il naturale punto di riferimento. La figura del «Mae­stro di vita» oggi è scomparsa o si è anch’essa specializzata e de­contestualizzata”.

Più o meno queste parole ha pronunciato ad un certo punto, in Aula Magna nuova, uno dei relatori alla Tavo­la rotonda su “Scuola e Territo­rio”. Era il 13 maggio e il mio pensiero è andato subito a Ver­micelli, in ospedale da alcune settimane, le cui condizioni si erano aggravate negli ultimi gior­ni. Si sarebbe spento la settima­na successiva, la mattina del 21 maggio.

Se c’è infatti un tratto comune che riunisce la moltepli­cità dei ruoli percorsi da Gino (giovane emigrante in Francia, partigiano e commissario politi­co, dirigente prima politico poi della cooperazione, sostenitore delle lotte studentesche ed ope­raie degli anni ’60 e ’70, scritto­re, apicoltore, pacifista …) è pro­prio questo: è stato per tutti co­loro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo un maestro, un maestro di vita.

Vermicelli ad una manifestazione di studenti (Verbania, 1972)

Negli incontri che ebbe più volte con gli stu­denti della nostra scuola – in particolare dopo la pubblicazio­ne del suo romanzo partigiano – ­sapeva immediatamente catturare l’attenzione e il rispetto. Le sue risposte erano chiare, sem­plici, mai banali. Anche alle do­mande più curiose sapeva ri­spondere inserendo i più piccoli episodi, apparentemente insigni­ficanti, nella prospettiva più am­pia dei grandi eventi e delle gran­di scelte. Questa capacità di cat­turare l’attenzione, di dare rispo­ste profonde, di rendere imme­diatamente chiaro a chi ascolta ciò che un attimo prima sembra­va incerto, complicato, magari incomprensibile, insomma que­sta pacata saggezza mi sono chiesto da dove venisse. Non dai libri, non principalmente alme­no. Forse dalla vita. Mi sono con­vinto che il suo sguardo ironico, vivace e sereno avesse la capa­cità di guardare le cose, quelle dei grandi eventi come il più pic­colo episodio quotidiano, in mo­do diverso dal nostro. Era uno sguardo che guardava da lonta­no, che sapeva leggere gli eventi senza lasciarsi scalfire dalle per­turbazioni del momento e dal su­perfluo. In questo sguardo “ante­riore” la sua lungimiranza e la sua capacità di richiamarci ai valori antichi dell’uguaglianza, del rispetto, della semplicità.

edizione del 1984

Non è un caso che il suo roman­zo partigiano sia titolato ad un “resistente” di duecento anni pri­ma: Babeuf. Nell’ultimo anno Vermicelli ha lavorato, insieme ad altri due comandanti della sua divisione garibaldina (Aldo Aniasi ed Ettore Carinelli), alla pubblicazione di una ricostruzio­ne a più voci della guerra di libe­razione nella nostra provincia (Ne valeva la pena. Dalla “Re­pubblica” dell’Ossola alla Costi­tuzione repubblicana). Il libro è da pochi giorni in libreria: ne ri­portiamo due sue testimonianze.

“La liberazione di Moscatelli

Cino Moscatelli a Novara (30.04.1945)

Non ricordo la data esatta, ma era ottobre, ottobre inoltrato del 1943. I tedeschi occupavano l’Italia e da oltre un mese Mussolini era stato li­berato e da Salò aveva proclamato la repubblica sociale italiana. Tutto questo succedeva in Italia, ma non a Borgosesia, dove Moscatelli aveva un ufficio in piazza, accoglieva e si­stemava soldati sbandati (e le loro armi), manteneva vivo, insieme ad altri antifascisti il Fronte Nazionale ed insieme il partito comunista, del quale riceveva gli emissari, clande­stini, s’intende (ma non a Borgose­sia dove sembrava tutto tranquillamente diverso). Sino a quel giorno, appunto, di ottobre inoltrato. Quel giorno i carabinieri mandarono a chiamare Vincenzo Moscatelli e lui, tranquillamente si recò in caserma. Non aveva niente da nascondere, Cino, aveva fatto tutto alla luce del sole.

I carabinieri, dispiaciuti e amareg­giati, gli comunicarono che da Ver­celli, dal prefetto, avevano ricevuto l’ordine di fermarlo e di trasferirlo nel capoluogo. Lo dissero anche ai suoi famigliari che lo fecero sapere a tutti.

Quel giorno giunsi a Borgosesia con un lentissimo treno che mi sca­ricò verso le undici. Naturalmente seppi subito dell’arresto di Cino. Lo sapevano tutti. Bisognava liberarlo. Io non avevo mai liberato nessuno da nessun carcere o caserma che fosse.

Avevo letto però che bisognava uni­re l’azione militare all’azione di massa. Lo dissi, nell’ufficio di Mo­scatelli affollato da amici e compa­gni.

Chi mi ascoltava non capiva molto che cosa volevo dire e forse nem­meno io avevo chiaro il concetto. Comunque, decidemmo di chiama­re le donne a manifestare davanti alla caserma, così, nel pomeriggio, davanti alla stazione dei carabinie­ri di Borgosesia cento o duecento donne urlavano: “Moscatelli! Mo­scatelli! Vogliamo vedere Mosca­telli!”

La caserma di Borgosesia aveva una porta che si apriva direttamente sul­la strada. Era di legno massiccio con enormi rinforzi in ferro e dietro a quella porta vi erano una mezza doz­zina di carabinieri armati. Per una buona mezz’ora, forse an­che un’ora, i carabinieri fecero fin­ta di ignorare quello che succedeva fuori, ma poi, finalmente, si fecero sentire:

“Cosa volete, donne? Andate via!”

“Vogliamo vedere Moscatelli! Vo­gliamo vedere se è ancora qui!”

Dopo esitazioni, nuovi trambusti, tamburellate sul portone, infine i carabinieri si decisero.

“Va bene, ma solo tre. Tre donne a salutare Moscatelli e via, a casa tutte “.

“D’accordo!”

La porta blindata si aprì e subito una bomba a mano scoppiò nell’a­trio, poi tre alpini piuttosto cattivi si precipitarono nel vano e altre bom­be esplosero.

Pochi secondi dopo gli alpini catti­vi uscivano con Moscatelli. Usciro­no di corsa.

Non vi fu tempo per i saluti; s’infil­trarono in una stradetta, verso la montagna, di corsa.

Io guardai l’ora al campanile. Il treno per Novara partiva dopo po­co. Mi avviai verso la stazione, ma prima mi tolsi il soprabito.

Avevo un soprabito di gomma “si­milpelle” comperato in Francia. Sembrava vero daino, ma era gom­ma.

Non ne esisteva di simili, in Italia. Nel timore di essere identificato lo tolsi e lo portai sul braccio sino al­la stazione, poi sul treno lo nascosi sul sedile, dietro la schiena.

Gino Vermicelli. Foto di Mario Dondero

Ne valeva la pena

Se ne è valsa la pena? Veramente la pena non ci fu, se per pena s’inten­de tormento dell’anima, sofferenza morale.

Eravamo sì afflitti da tormenti vari: fame (frequente), freddo in inverno, fatica sempre e poi insetti molesti e parassiti vari (senza contare i “ne­ri” che tentavano di farci la pelle), ma il tutto era vissuto in un’atmo­sfera di vivace allegrezza. Il fatto è che avevamo vent’anni ed eravamo convinti che stavamo cambiando il mondo.

Abbiamo cambiato il mondo? Cer­tamente. Non è poi tanto difficile immaginare in che mondo avrebbe­ro dovuto vivere gli Italiani se i na­zisti avessero vinto la guerra. Non l’hanno vinta perché milioni di donne e di uomini si sono opposti ad essi. Sovietici (20 milioni di ca­duti), Americani, Inglesi, Francesi, Polacchi, Jugoslavi e tanti altri po­poli fra i quali noi, Italiani della Re­sistenza.

L’avventura della guerra fascista si era conclusa nella vergogna della sconfitta.

Il governo di Mussolini aveva di­chiarato guerra a tutti i Paesi vicini e a molti altri lontani e si ritrovava con gli Alleati che, sbarcati in Sici­lia, risalivano la Penisola. Era necessario farla finita con la guerra e con il fascismo. Gli stessi uomini della classe dirigente, il 25 luglio del 1943, dichiararono la fine del fascismo e allontanarono Mus­solini dal potere e poi l’8 settembre 1943 firmarono l’armistizio con gli Alleati.

Tutto poteva concludersi così, sen­nonché i nazisti tedeschi inviarono le loro divisioni ad occupare le zone del nostro Paese non ancora rag­giunte dagli Alleati. Misero insieme un governo “quisling”, alla testa del quale collocarono Mussolini, dopo aver provveduto a liberarlo dalla prigionia. Le vicende che ab­biamo voluto rievocare in questo li­bro sono quelle dei mesi che segui­rono l’occupazione tedesca e la co­stituzione del regime di Salò, in una zona dove la resistenza assunse un carattere emblematico per la pre­senza e, superando difficoltà, la col­laborazione tra formazioni parti­giane diverse che insieme inflissero pesanti colpi ai nazisti e ai fascisti, compreso la liberazione di una zona che contava già allora quasi cento­mila abitanti. Sono episodi della storia di gruppi di partigiani che sviluppandosi e ampliandosi forma­rono divisioni che parteciparono al­la liberazione del territorio sino a Milano nell’aprile del 1945.

Certo che ne valse la pena. Non po­tevamo non farlo.

I fascisti comandavano abusiva­mente (senza l’avallo di elezioni li­bere) da oltre vent’anni.

I Tedeschi ci schiacciavano con la loro occupazione. Bisognava aiuta­re l’Italia a liberarsi.

È stato duro, difficile, ma bello. Un filosofo orientale ha scritto che ri­bellarsi è giusto.

Tessera del CLNAI – Comando Militare Zona Ossola

È giusto e anche bello. Noi lo ab­biamo fatto e non ne siamo pentiti. Ad ogni generazione la responsabi­lità del proprio tempo, il compito di valutare la realtà e di affrontarla. Senza sbagliare.

Libri sulla Resi­stenza ne sono stati scritti molti, centinaia da autori noti e da testi­moni modesti, eppure il filone non è ancora esaurito, vi è ancora molto da mettere in evidenza e da ap­profondire. Il fatto che la Resistenza è la sola autentica rivoluzione che ha attraversato l’Italia, coinvolgendo classi e ceti sociali, incidendo profondamente sul modo di essere e di pensare (sul tipo di civiltà) della gente di questo paese. Nessun altro evento della nostra storia ha coin­volto come la Guerra di Liberazione. Nelle stesse guerre di Indipendenza, anche in quella del 1915-18 (se vo­gliamo considerarla tale) lo Stato ingiungeva ai cittadini l’ubbidien­za. Il Re o comunque il Potere chie­deva ai sudditi di obbedire, per il bene della patria, s’intende.

Con la guerra partigiana invece si chiese alla popolazione di disobbe­dire e di ribellarsi a chi deteneva il potere, tedeschi o fascisti che fosse­ro, di colpire con le armi l’appara­to militare dominante, creando for­ze armate da contrapporgli, oltre che costituire un embrione di con­tropotere civile.

Ciò avvenne anche nelle zone dove si svolgono i racconti e gli episodi raccolti in questo libro, cioè la vec­chia provincia di Novara, incluse la Valsesia e il Verbano, Cusio e Osso­la. In questo territorio operavano formazioni partigiane diverse, con ispirazione politica diversa. Ma nessuno pretendeva dai singoli comandanti partigiani l’adesione all’orientamento politico maggiori­tario.

I lettori scopriranno che vi erano comandanti monarchici nei gruppi partigiani considerati rossi e mili­tanti comunisti in gruppi che si di­stinguevano con fazzoletto azzurro o verde.

Mirko Scrittori, Andrea Cascella e Gino Vermicelli

E tutto ciò prevalentemente in sere­na collaborazione. La necessità del pluralismo come elemento portante della democra­zia veniva così esaltato nella Guer­ra di liberazione.

Dopo il passaggio di una rivoluzio­ne è risaputo che le vecchie classi dominanti tendano a trovare il varco per riprendersi il potere perduto. Ma questa è un’altra storia.”  

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

L’originale dell’articolo su “Il Cobianchi 1998”, in formato PDF, è scaricabile < qui >

Sulla disforia di genere

di Andrea Bocchiola

Psicoanalista (Società Psicoanalitica Italiana,  International Psychoanalytical Association)

È un tratto della nostra contemporaneità e del suo stile di comunicazione binario, fatto di like/dislike, il tollerare poco o nulla la riflessione critica o la complessità del pensiero. In questi anni siamo diventati tutti dei Narciso di cristallo: aneliamo che gli altri ci rispecchino, ma ogni minimo attrito scava graffi che non potranno più essere medicati. Sembra quasi che non vi siano alternative all’essere a favore o contro, al punto che, anche una dubitativa sospensione del giudizio o la richiesta di un supplemento di riflessione, viene facilmente e perversamente frainteso come una dichiarazione di schieramento. Del resto, come potrebbe essere diversamente per il fragile Narciso che siamo diventati: “se tu dubiti, allora sei contro di me” (almeno nella misura in cui la nuvoletta nera del tuo dubbio disturba la trasparenza perfetta del “mio” cristallo).

Così vanno le cose quando si parla di disforia di genere e di transizione di genere. Se si solleva un dubbio o si prova a articolare la complessità del problema, ci si trova, in modo più o meno immediato, derubricati nel partito di chi è a favore e di chi è contro, mentre proprio la delicatezza del tema viene fatta a brandelli dalle logiche identitarie che se ne appropriano come elefanti nella cristalleria.  Eppure ben più di qualcosa non torna nella discussione intorno alla disforia di genere.

Cominciamo dalla idea della transizione da un sesso a un altro, che è l’ordine del giorno implicito nella disforia di genere e che costituisce il suo esito più estremo, nella misura in cui può comportare l’intervento chirurgico di cambiamento di genere con distruzione dei genitali ripudiati e ricostruzione plastica dei genitali desiderati. Che si sia a favore o contro una tale pratica, bisogna essere chiari su un punto: non vi è mai transizione da un sesso all’altro, in nessun caso. Al limite abbiamo la cancellazione dei segni evidenti del sesso di partenza (ablazione delle mammelle, plastica della vagina; ablazione di pene e scroto) e la ricostruzione dell’apparenza del sesso di approdo, ma nessuna transizione da un sesso all’altro. Nella transizione chirurgica non si passa da un sesso all’altro ma molto più modestamente si perde un sesso in cambio dell’apparenza, della maschera dell’altro sesso. A titolo di esempio, nella transizione da uomo a donna il seno ricostruito sarà privo di ghiandole mammarie e non vi sarà utero o ciclo mestruale e anche il patrimonio genetico resterà quello di partenza e così via. Assumere la maschera dell’altro sesso, non cancella l’irriducibilità del sesso di partenza, i cui segni seguiteranno a resistere continueranno a interrogare il soggetto e la sua maschera approssimativa. Ed è solo alla luce dei concetti di maschera e di irriducibilità del sesso di partenza, che si dovrebbe avviare una riflessione non dogmatica sul concetto di transizione.

Altre difficoltà si incontrano relativamente a concetto di differenza sessuale. Nella critica che i Gender Studies rivolgono alla sessualità ortodossa e patriarcale, quella organizzata per intenderci intorno al modello classico di famiglia (uomo, donna e bambini) viene messo sotto accusa il binarismo della differenza sessuale (maschio o femmina), a esempio sostenendo che si possa assumere una identità di genere opposta al sesso di appartenenza o di essere “fluidi” rispetto all’essere maschi o femmine (a prescindere dal sesso biologico e dalla eventuale transizione). Sennonché, pretendere di essere fluidi, o chiedere la transizione al sesso opposto, cosa che non si limita a coinvolgere l’identità di genere ma può arrivare a toccare il corpo biologico, non significa criticare la differenza sessuale e il suo binarismo, ma proprio il contrario. Significa prenderlo alla lettera e ipostatizzarlo. Per un curioso rovesciamento dialettico, chi attacca la differenza di genere in nome di una fluidità indecisa o della libertà di passare dall’uno all’altro, trasforma la differenza sessuale in una opposizione tra stati monolitici in cui di volta in volta si è uomini tout court o si è donne tout court o ancora si può passare dall’uno all’altro, come dire, senza resto, senza ombra, senza residuo, proprio come nella vecchia tesi identitaria (maschilista, fallocratica e patriarcale) per cui gli uomini vengono da Marte e le donne vengono da Venere. Di fatto la lotta per i diritti gender e i suoi oppositori condividono lo stesso orizzonte categoriale. Peccato che quest’ultimo sia del tutto inadeguato a concettualizzare la differenza sessuale, che è tutto tranne che una opposizione cristallina tra maschile e femminile.

Prendiamo i casi dell’assunzione del proprio essere uomo o donna e quello della bisessualità psichica, concetto questo assai caro alla psicoanalisi freudiana.

Come divento l’uomo che sono o la donna che sono? Di certo non pretendendo di essere l’uomo o la donna con la maiuscola e di coincidere senza resto e senza residuo, con il mio sesso biologico. Proprio il contrario: per diventare il mio sesso occorre elaborare proprio l’impossibilità di esserlo fino in fondo integrando il rischio di non riuscire a esserlo sempre. In altri termini, per accedere all’erezione maschile devo accettare di poterla non avere, mentre sicuramente la pretesa di avere sempre l’erezione è l’anticamera dell’impotenza.

Assumere il proprio sesso comporta un dubbio diabolico sulla possibilità di esserlo, mentre evitare questo dubbio e la fatica psichica che ci impone, ci consegna all’impossibilità di diventarlo per davvero, ossia di soggettivarlo.

E qui emerge il tema della bisessualità, concetto che non significa, almeno in psicoanalisi, che si è psichicamente sia maschi che femmine e che poi alla fine si decide, ma qualcosa di molto più articolato. Bisessualità significa innanzitutto neutralità rispetto ai sessi. Non si nasce maschi o femmine, almeno dal punto di vista del neonato, che non ne sa nulla, come nulla sa dell’avere delle mani o dei piedi, o del mondo fuori da guardare. Si nasce psichicamente neutri rispetto al sesso, almeno fino a che la differenza sessuale fa la sua comparsa nell’esperienza del bambino (ad esempio per confronto con un fratello o una sorella, con il diverso sesso dei genitori, per “discussione” e esperienze con in pari), col che la neutralità comincia a svanire per lasciare il posto all’elaborazione del fatto che si è maschi o femmine, anche se non si ha assolutamente idea di cosa questo significhi. È questo il lavoro dell’assunzione del proprio sesso e della propria identità di genere, incardinato intorno al dubbio che si accompagna con la roccia dura della differenza sessuale: chi ha il pene dubita di poterlo perdere e chi non ce lo ha teme di averlo perduto o che non le sia stato consegnato o addirittura che le possa essere imposto e così via. È il dubbio che ci introduce alla fatica di assumere il proprio sesso, cosa che comporta sempre e per definizione, di dover fare i conti con la differenza sessuale, che non designa stati opposti, ma che assegna una necessità di elaborazione continua della sua esperienza e che avrà la durata della vita. Perché a ogni fase della vita (adolescenza, età adulta, senilità) dobbiamo rielaborare l’equazione composta da sesso biologico, identità di genere e sessualità. Ogni volta che ci troviamo in un legame affettivo o amoroso, ogni volta che questi si rompono, e persino in ogni incontro amoroso dobbiamo ritornare sulla questione.

Ed è curioso che questa instabilità costituiva venga stabilizzata e silenziata con la scoperta improvvisa e “certa”, esente da ogni dubbio, che non si è il sesso cui si appartiene o che si è fluidi rispetto a esso (nel senso contraddittorio che abbiamo spiegato sopra). Non dovremmo piuttosto pensare che la disforia di genere sia in questo momento non altro che la soluzione prêt-à-porter, già disponibile e sdoganata, per evitare le difficoltà che l’avere un sesso e l’essere sessuati comportano? A questo riguardo, e concludo, che si possa pensare, nel caso di adolescenti con disforia di genere e come da più parti si suggerisce, di utilizzare dei farmaci bloccanti la pubertà, in attesa che la persona coinvolta prenda una decisione sul proprio sesso, significa non cogliere nel segno la complessità della sessualità umana e il suo ruolo nella costruzione dell’identità soggettiva, illudendosi che pochi anni di pausa possano permettere di concludere un processo, quello della sessuazione, lungo quanto la vita di ognuno. Da un punto di vista clinico questo significa solamente muoversi come elefanti in una cristalleria e rispondere a una difficoltà che nei nostri pazienti ci spaventa, con una semplificazione dogmatica che ha le caratteristiche della negazione.

Quarant’anni di ‘Sperimentale’. Cronaca e Video di un incontro

Su iniziativa delle Associazioni Ex Docenti ed Ex Allievi dell’Istituto Cobianchi lo scorso 10 marzo nell’Auditorium dell’Istituto, insieme alla presentazione del libro Sperimentare la scuola. Storie di buone prassi[1], si sono ripercorsi i quaranta anni (1974-2014) della Sperimentazione e dei suoi primi protagonisti.

Introduce il Vice-Preside storico Ettore Perelli

“Giusto cinquant’anni fa un gruppo di docenti piuttosto visionari iniziava a progettare quella che avrebbe potuto essere la vera scuola italiana del futuro. Così non è stato. Dobbiamo ammettere e riconoscere, magari con un po’ di amarezza, che di tutto quello proposto e sperimentato in quarant’anni di lavoro qui al Cobianchi, ben poco è stato recepito dai vari governi che si sono alternati in Italia. Anzi l’ultima riforma, … quella attuale, ha visto percorrere pericolosi passi indietro.”

 Dopo gli interventi di saluto dell’odierno Vice Preside Paolo Agrati (“… quegli anni sono stati fondamentali per la storia del Cobianchi…”), l’intervento di Silvia Marchionini, ex allieva di Scienze Umane e Sociali, attuale sindaco di Verbania che ha ricordato la sua esperienza con emozione … e nostalgia

 “… Fare lo Sperimentale, Scienze Umane e Sociali, … significava imparare dei concetti più che imparare delle conoscenze che comunque c’erano. …Io sono rimasta molto stupita … perché i docenti erano un gruppo molto affiatato; io non ricordo né un leader tra di loro che emergesse … sugli altri, né particolari tensioni. Questa cosa mi colpiva allora e mi colpisce ancor di più oggi. Significa che sapevano lavorare benissimo insieme con la condivisione … di occuparsi dei ragazzi. Faccio un esempio: credo che nessuno di noi abbia ancora a casa le cassette con cui la Professoressa compianta De Poi … registrava i commenti e quindi la valutazione alle prove in classe … Se penso, con tre classi e 25 alunni per classe, quanto tempo dedicasse quella docente ai ragazzi … mi sembra qualcosa di fuor dal comune rispetto al mondo in cui viviamo. …”

Dopo l’intervento di Sara Antiglio, in rappresentanza dell’Ufficio Scolastico Provinciale (… in questo libro abbiamo trovato molti spunti legati alla nostra esperienza didattica …in particolare la figura dei docenti come ricercatori …) è stata la volta di Anna Bozzuto che ha letto il messaggio della mamma, Carla Rossi Bozzuto, di fronte ad un auditorio dove il silenzio partecipe “si poteva tagliare con il coltello”.

Buonasera a tutti,

sono molto contenta di poter partecipare a questo incontro, anche solo per un saluto, attraverso un foglio di carta.

La mie condizioni fisiche attuali non mi consentono di essere lì con voi, in presenza. In fondo – lo dico con ironia e con grande affetto – va anche bene così. È bene che almeno una ‘tessera’ manchi oggi al nostro metaforico puzzle… altrimenti, avremmo avuto la rappresentazione completa e definitiva di quanto siamo invecchiati tutti nel corso del tempo. Chi più, chi meno. E io, certamente, più di voi.

L’occasione che vi riunisce (che ci riunisce) è davvero bella e meritoria. E voglio subito esprimere il mio ringraziamento a tutti gli organizzatori di questo incontro e a tutti i partecipanti convenuti questa sera.

In particolar modo, ci tengo a ringraziare i curatori e contributori che hanno dato vita al volume “Sperimentare la scuola”. Per la dedica che mi avete fatto, certo, ma soprattutto per aver raccontato la Storia e le storie della nostra Maxi-Sperimentazione, avviata nel 1974 all’Istituto Cobianchi.

Quando iniziammo a studiare la possibile Riforma della Scuola Superiore, all’inizio degli anni Settanta, eravamo un gruppo di insegnanti fortemente motivati. Da quel gruppo nacque la Sperimentazione, con il sostegno del Preside Rattazzi e del Vicepreside Bozzuto. E quel gruppo andò ampliandosi con l’arrivo di altri docenti bravi e preparati.

Questa sera, per me, è anche l’occasione giusta per ricordare e ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla Sperimentazione.

La nostra Sperimentazione non fu solo un impegno professionale: avevamo già tutti un “lavoro” come insegnanti e avremmo potuto accontentarci di continuare a fare quello, senza complicarci la vita.

La Sperimentazione, per noi, era anche – e soprattutto – un impegno civile e politico. Nasceva per dare risposte concrete ad alcune delle istanze tumultuose del movimento studentesco di quegli anni. Istanze di cambiamento che la classe politica, le istituzioni scolastiche e la società faticavano a recepire adeguatamente. Contestualmente, si proponeva anche, attraverso l’innovazione pedagogica e didattica, di arginare e sublimare le istanze più violente, distruttive e autodistruttive della “contestazione” studentesca, indirizzando le energie dei più giovani verso obiettivi costruttivi.

La Sperimentazione, per tutti noi, non è stata un lavoro: è stata una missione.

E quella missione, intrapresa non solo da noi, ma anche da altri colleghi, in altre sedi nazionali, in altri Istituti, ha sempre avuto molti avversari. Avversari esterni e determinati.

L’innovazione didattico-pedagogica, che la Sperimentazione incarnava e proponeva, ambiva anche a tradursi in innovazione sociale. E quel tipo di innovazione non era vista di buon grado dai molti settori conservatori del Paese.

Quando si inizia a imboccare il viale del tramonto, momento che per noi insegnanti coincide con la pensione, è giusto porsi una domanda: cosa resterà di me, dopo, al di là degli affetti personali e familiari?

Ecco, io credo che questo incontro e il libro presentato stasera aiutino tutti noi, insieme, a trovare una risposta collettiva a questa domanda scomoda e un po’ fastidiosa.

E non si tratta di una risposta nostalgica o auto-elogiativa.

Può e deve essere una risposta costruttiva, capace di guardare al futuro.

Qui risiede il valore e il merito del libro “Sperimentare la Scuola”: può essere uno strumento utile per innescare nuove esperienze di innovazione pedagogica e didattica. Può dare competenze, ma anche fiducia (e un po’ di speranza) a coloro che oggi fanno la Scuola e saranno la Scuola del futuro: i giovani insegnanti e i loro studenti.

È stato un grande e lungo viaggio quella della nostra Sperimentazione. E per me è stato un vero piacere compiere una parte di questo viaggio insieme a voi.

Vi saluto con grande affetto e vi auguro una magnifica serata.

Carla Rossi Bozzuto

https://www.youtube.com/watch?v=XXmih4feyKQ Video del Messaggio Carla

Cristina Bolelli ed Ettore Perelli hanno poi tracciato un profilo storico dei Corsi sperimentali, iniziati con il primo anno di biennio nel 1974 e concluso con l’ultimo anno delle classi quinte nel 2014.

Cristina Bolelli con il primo biennio e i suoi consigli di classe:

Perelli con un excursus sugli indirizzi del triennio e i relativi allievi diplomati.

È stata poi la volta di alcune testimonianze di ex allievi introdotte e sollecitate da Francesca Paracchini che aveva gestito assieme a Marina Beretta e Luca Sarasini i focus group, i cui report sono stati poi pubblicati sul libro, intorno ai temi dell’accoglienza, del percorso di studi e della apertura al mondo.

Accoglienza.

Raffaella: “dopo tre giorni mi viene chiesto di svolgere un test di ingresso di filosofia, la verifica è positiva e per me è stata la svolta per decidere di restare”.

Alessandro: “ricordo l’accoglienza dell’infortunato […] mi veniva a prendere tutti i giorni il bidello e mi accompagnava in classe con l’ascensore!”

Roberta: “ho sempre avuto una sensazione di empatia da parte dei professori”.

Percorso di studi:

Oliviero: “ho avuto la sensazione, confrontandomi con i miei coetanei in quegli anni, che comunque il Cobianchi, nonostante se ne parlasse sempre un po’ male, molto frequentato, con tanti numeri, un posto dove stare attenti, fosse una scuola particolarmente avanti soprattutto per quanto riguardava i laboratori perché c’erano tante ore di laboratorio, si facevano due pomeriggi interi, quattro ore di chimica, di biologia […] entravi un po’ nel mondo del lavoro”.

Apertura al mondo:

Barbara: “Think outside the box, tu ti devi mettere fuori e guardare dentro, il metterti in discussione”.

Erica: “Speranza e fiducia negli adulti. Esperienze divergenti. Stupore. Capacità di osare.”

Presentato da Guido Boschini, l’editore di Blönk, Lele Rozza, ha spiegato i motivi per cui la sua casa editrice ha voluto pubblicare questo libro:

“Una storia interessante che avete voluto raccontare anche per chi non la conosce. …  Concepire la didattica come il match tra l’esperienza degli adulti e la potenza straordinaria dei ragazzi: un campo urgente, necessario … spazi in cui non ci si accontenta del compromesso al ribasso… siccome è il futuro la cosa su cui dobbiamo lavorare …”

Nel mio intervento ho voluto sottolineare come la qualità della scuola sia legata ad una professionalità docente non tanto dei singoli, ma delle équipe ognuna delle quali assume le sue specificità. Ho anche ricordato come al Cobianchi in quegli anni, parallelamente alla sperimentazione, grazie a docenti come Giancarlo Fuselli ed Enrico Rinaldelli sia nato il sindacato confederale della scuola della nostra provincia – in tempi in cui esisteva di fatto solo il sindacato autonomo dello SNALS – con l’idea di una “professionalità confederale” ovvero di una professione che si esercita nella scuola ma con lo sguardo rivolto all’intera società.

Rino Romano ha voluto ricordare tra i fondatori della Sperimentale Italo Isoli, Luigi Radice e il preside di allora, Giulio Cesare Rattazzi di cui ha citato una frase: “l’autorità non conta, conta l’autorevolezza” … ed era questo che ci portava ad esercitare una professionalità molto particolare.

Dario, studente degli inizi della Sperimentale, ha letto una divertita e divertente “memoria, scritta … perché ho poca memoria” passando dal “reclutamento” di quattordicenni usciti dalle medie in una saletta dei preti a Villa Olimpia, all’impatto con una scuola con orario di ben 44 ore, sabato compreso, ai desideri non solo di conoscenza tipici dell’adolescenza, alle manifestazioni studentesche e in particolare quella, inizialmente controversa, per la morte di Aldo Moro.

“Così alla manifestazione ci andammo e ci rendemmo conto che da lì a poco saremmo diventati uomini e donne che avrebbero fatto parte di qual sistema con più o meno voglia e capacità di migliorarlo diventando parte integrante di una società che allora speravamo potesse diventare più giusta e più nostra. Ora che siamo uomini e donne ogni tanto ci ritroviamo ancora e torniamo a essere quelli di quei tempi là o perlomeno ci illudiamo di esserlo, sempre uguali ma inevitabilmente diversi, e noi le nostre compagne le vediamo come allora e, non avendole mai considerate signorine o signore, continuiamo a chiamarle ragazze.”

Perelli, che aveva ricordato alcune realizzazioni come la ricerca Memoria di Trarego, diventata poi anche un film, dedicata agli ex studenti partigiani Luigi Velati e Cesco Lubatti a cui è dedicata la Piazza antistante e questo auditorium, e il manuale Professione studente, ha invitato i presenti ad iscriversi alle Associazioni Ex Docenti ed Ex studenti, di cui, obtorto collo è Presidente; ha poi letto il ringraziamento della Preside del Liceo Leonardo Da Vinci di Firenze, cui come Associazione ex docenti, si era mandato un messaggio di solidarietà per le minacce ricevute dal ministro.

Care colleghe,

Cari colleghi, 

la quantità pressoché infinita di messaggi di condivisione e il grande sostegno che sto ricevendo da dirigenti, istituti scolastici, docenti, comitati di genitori, studenti in queste ore è una splendida prova di vitalità e senso di comunità del grande mondo della scuola italiana. Mai come adesso, in questo mondo incerto e pieno di nubi fosche all’orizzonte, c’è bisogno di dare dignità e forza alla scuola e anche un po’ di sano orgoglio in chi ogni giorno anima le aule, le rende luoghi di conoscenza, costruisce memoria e crea vera cittadinanza.

Abbiamo tanto da fare! C’è bisogno dell’impegno di tutti.

un abbraccio sincero,

Annalisa Savino

Dirigente Scolastica

Liceo Scientifico Statale Leonardo Da Vinci

Dopo un accenno a due voci ai tempi in cui al Cobianchi, come nelle fabbriche “suonava la sirena”, ha terminato l’incontro Italo Isoli:

“Se dobbiamo chiudere con un augurio ed un pensiero, io chiederei ad Anna di dire a Carla che siamo tutti con lei.”.

Slide proiettate durante l’incontro: < qui >

Articolo su EcoRisveglio del 22.03.2023

Video integrale[2] dell’incontro “Indimenticabili quegli anni”: https://www.youtube.com/watch?v=TyYTigvzsYw


[1] Il libro è pubblicato in edizione cartacea e, da poco, anche come Ebook: https://www.blonk.it/book/sperimentare-la-scuola-storie-di-buone-prassi/

[2] Entrambi i video, Messaggio di Carla Rossi Bozzuto e ripresa integrale dell’evento sono di Lorenzo Camocardi.

“Sperimentare la scuola”. Un pezzo di storia

È stato pubblicato dall’editore Blônk Sperimentare la scuola. Storie di buone prassi (Pavia, gennaio 2023) curato da un gruppo di docenti di quella che fu la “Maxi-sperimentazione” dell’Istituto Lorenzo Cobianchi[i] di Verbania. Non poteva e non voleva essere la storia completa di quella esperienza quarantennale (1974 – 2014) in cui hanno lavorato più di trecento insegnanti e che ha diplomato 2256 studenti, ma la ricostruzione sintetica di alcune delle esperienze didattiche che gli autori hanno direttamente sperimentato; per non perderne memoria e come possibile stimolo a chi oggi lavora nella scuola[ii].

Il libro “è dedicato a Carla Rossi Bozzuto[iii], che ha dato vita e curato la Maxi-sperimentazione dell’Istituto tecnico Lorenzo Cobianchi di Verbania. Senza di lei questa sperimentazione non sarebbe stata possibile.”


Scheda dell’editore

Il racconto di come venne ideata e condotta la Sperimentale, dalle voci dei suoi protagonisti. Un contributo sorprendentemente attuale al dibattito contemporaneo.

Nel 1974 un gruppo di insegnanti dell’Istituto tecnico industriale Cobianchi di Verbania, su impulso del Ministero della Pubblica Istruzione e con l’incentivo del Preside del tempo, ideò un originale modello di scuola secondaria superiore, che permettesse di modernizzare la scuola sentita, in quegli anni, come obsoleta e bisognosa di innovazione.

La Maxi-sperimentazione o Sperimentale, come venne chiamata, è stata fondata, sviluppata e autogestita dagli stessi insegnanti che l’avevano ideata ed è continuata fino al 2010, anno della riforma Gelmini che, oltre alle varie modifiche, ha sancito la fine di tutte le esperienze di sperimentazione. Nel suo lungo periodo di vita, la Maxi-sperimentazione è cambiata, anche attraverso i contributi di tutti gli insegnanti che negli anni vi hanno lavorato, così come sono cambiati i tempi e il milieu culturale, politico e sociale del nostro Paese, fino a quando è stata definitivamente chiusa. Ne parlano i protagonisti, insegnanti e studenti.

Con contributi di

Marina Beretta, Cristina Bolelli, Guido Boschini, Patrizia Favati, Mercedes Filippi, Rocco Minerva, Gianmaria Ottolini, Francesca Paracchini, Barbara Pesce, Luca Sarasini

Conclusioni a cura di:

Roberto Maragliano e Cristiano Corsini

“Le esperienze che vengono descritte, e le modalità con cui sono state condotte, assumono ancora più valore se slegate dalla particolare cornice della Sperimentale; infatti, grazie al Regolamento sull’autonomia scolastica, tutte le scuole possono ancora oggi condurre simili esperienze e improntare le proprie attività sulla condivisione, sul lavoro in équipe e sulla ricerca didattica”. Dalla prefazione a cura di Cristina Bolelli e Guido Boschini

Indice dettagliato

pagina 3     SPERIMENTARE LA SCUOLA.

STORIE DI BUONE PRASSI

5     Gli autori

9     Dedica a Carla Rossi Bozzuto

11   Presentazione di Cristina Bolelli e Guido Boschini

14     Ricerca e formazione, di Guido Boschini e Barbara Pesce

19     Laboratori e tecnologia, di Guido Boschini e Barbara Pesce

23     Chi impara cosa? Il metodo di studio, di Patrizia Favati

41     Numeri in libertà? La valutazione per obiettivi, di Mercedes Filippi e Rocco Minerva

65     II lavoro d’equipe e le sue articolazioni, di Gianmaria Ottolini

92     Cronologia dell’esperienza di Maxi­sperimentazione presso l’Istituto Cobianchi, di Cristina Bolelli

101     La voce degli studenti – esperienze nei corsi di Maxi-sperimentazione Biologico, Linguistico Moderno e Scienze Umane e Sociali, di Marina Beretta, Francesca Paracchini e Luca Sarasini

110    Conclusioni a cura di Roberto Maragliano e Cristiano Corsini

119    Allegati e documenti:

  • Piano orario del primo Biennio della Maxi-sperimentazione
  • La professionalità di base e le esperienze di studio-lavoro. Documento elaborato nell’a.s. 1982/1983
  • Progetto Qualità. Scheda di osservazione della comunicazione non verbale
  • Convegno Come noi nessuno mai – 26 e 27 ottobre 2001. Ventitré enunciati in discussione
  • Estratti da Professione studente
  • Esempio di prova strutturata per obiettivi (Lingua inglese)

Link citati

Nel mio contributo faccio riferimento ad alcuni collegamenti ipertestuali. Li riporto di seguito come link attivi per comodità di chi utilizza l’edizione cartacea.

Ulteriore documentazione

Il libro riporta in appendice ventisette pagine di allegati, una piccolissima parte del materiale allora prodotto; non si poteva pensare di ampliare ulteriormente questa sezione senza rendere il volume estremamente pesante. Sfruttando le possibilità più agili di un blog ne allego alcuni altri linkabili in formato PDF.

  • Analisi dell’esperienza “Area elettiva”: il piano di studi del primo Biennio della Sperimentazione[iv] era suddiviso in Area comune, Altre attività (Sport, Studio), Area di Progetto, Area opzionale e Attività elettive. Su richiesta del ministero, in un’ottica di risparmio, sia l’Area di Progetto che le Attività elettive vengono abolite[v]. Riporto una ricostruzione di quest’ultima esperienza presente così come è stata ricordata all’interno del progetto di ricerca “Verbania Tempo Libero”[vi]: scaricabile < qui >.
  • Tirocinio presso la Scuola Elementare. Previsto per gli studenti di Scienze Umane e Sociali[vii] nel corso degli anni si è consolidato e le sue modalità e gli strumenti per l’osservazione e la progettazione sono stati riportati in un apposito Libretto: scaricabile < qui >.
  • Scheda di osservazione della comunicazione verbale e dell’interazione didattica: negli allegati, tra gli strumenti elaborati all’interno del Progetto Qualità[viii], abbiamo riportato la “Scheda di osservazione della comunicazione non verbale”; in parallelo a quest’ultima veniva proposta quella relativa all’interazione verbale: scaricabile < qui >.
  • Ricerca di Romagnano – Indirizzo di Scienze Umane e Sociali: Estratto dal n. 4/1980 di Ieri Novara Oggi[ix], articolo introduttivo su ricerca storica e didattica e analisi complessiva dell’esperienza realizzata in collaborazione con l’Istituto Storico della Resistenza di Novara[x]. Scaricabile < qui >.
  • Ricerca di Romagnano – Indirizzo elettronico: Estratto dal n. 4/1980 di Ieri Novara Oggi[xi], articolo sul ruolo dell’informatica nella ricerca storica e relazione sull’attività degli studenti.  Scaricabile < qui >.
  • Gli studenti nell’Area di progetto. Osservazione del clima socio-emotivo: gli studenti incaricati quali osservatori del progetto in corso negli Indirizzi Biologico-Sanitario e Chimico[xii] erano divisi in tre gruppi che attuavano modalità osservative diversificate. Il “Gruppo ombra”ha impiegato la metodologia Shadowing. La loro reazione è scaricabile < qui >.
  • Pratiche di formazione e manutenzione del Gruppo classe: dopo aver partecipato nel marzo 2006 al Seminario nazionale La categoria della complessità, organizzato a Sezze dalla rete di scuole Passaggi – Le scienze sociali in classe, il nostro indirizzo di Scienze umane e sociali è stato invitato a collaborare al testo, del Consiglio italiano per le Scienze sociali, Nuovi saperi per la scuola[xiii]. Il nostro contributo, nella versione originaria inviata all’editore, è scaricabile < qui >.

Recensioni e presentazioni

Beatrice Archesso, su La Stampa del 27.01.2023
Amelia Stancarelli, sul sito online La Società in Classe
Paola Giacoletti, su EcoRisveglio del 1.03.2023


[i] Per una contestualizzazione di quella esperienza cfr. su questo blog la parte introduttiva di La sperimentazione ex art.3. Un intervento del 1984.

[ii] Per una analisi approfondita del periodo delle sperimentazioni in Italia, uno studio a tutto campo è reperibile online: la Tesi di Dottorato di Giordano Lovascio presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo BoGovernare il cambiamento. Sperimentazione e società nella scuola superiore tra anni Settanta e Ottanta”. L’Istituto Cobianchi è ampiamente riportato così come le figure che diedero vita all’esperienza.

[iii] Così di lei si scrive nella Tesi sopra citata di Giordano Lovascio: “L’Istituto [Cobianchi] partecipò fin dal 1974 al processo sperimentale, sotto la guida del preside Rattazzi […] e della professoressa Carla Rossi Bozzuto, insegnante di Italiano e Storia e caparbia coordinatrice della sperimentazione: in prima fila negli anni segnati dal dibattito sulla riforma” (pag. 332).

[iv] Cfr. Sperimentare la scuola …pag. 119-121.

[v] Cfr. pag. 96-97.

[vi] Cfr. pag. 85.

[vii] Cfr.  pag. 80-81 e nota 39.

[viii] Cfr. pag. 76-77.

[ix] Pag. 269-299: “Didattica della storia: alcune ipotesi, una esperienza” a cura di A. Mignemi, R. Negroni, G. Ottolini.

[x] Cfr. pag. 82-83.

[xi] Pag. 300-315: “Scuola, Ricerca e strumenti informatici” a cura di G. Margaroli.

[xii] Anno scolastico 1996/97: cfr. pag. 81-82

[xiii] C. Pontecorvo e L. Marchetti, Nuovi saperi per la scuola. Le Scienze Sociali trent’anni dopo, Marsilio – Consiglio Italiano per le Scienze Sociali, Venezia 2007: pag. 157-175.

Marcia su Roma di Mark Cousins: decostruzione di un mito

Ma quando avvenne la “marcia”?

Come è noto c’è una data ufficiale che però non sembra corrispondere ai fatti. Vediamo di ricapitolare cosa avvenne dal 24 al 31 ottobre 1922.

  • Il 24 ottobre in una grande adunata a Napoli convergono squadre fasciste specie dal centro sud. Mussolini lancia la sfida al governo Facta:

«Noi fascisti non intendiamo andare al potere per la porta di servizio … Noi vogliamo diventare Stato! …  O ci daranno il Governo o ce lo piglieremo noi calando su Roma».

  • Per organizzare e guidare la marcia, stabilita per il 27 ottobre, sono designati i “quadrumviri” (Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare De Vecchi e Michele Bianchi) che pongono la loro sede a Perugia (Hotel Brufani). Mussolini invece staziona presso la sede del Il Popolo d’Italia a Milano da dove gestisce direttamente i contatti politici.
  • Dal 26 e in pieno sviluppo il 27 e 28 la mobilitazione fascista si concentra in tutti i capoluoghi di provincia: il piano prevedeva l’occupazione degli edifici pubblici, rastrellamento di armi, mantenimento di presidi armati e invio a Roma, in camion e soprattutto in treno, delle squadre più organizzate[1].

  • Il 27, in seguito alle notizie provenienti dalle prefetture di tutto il paese sulla insurrezione in atto, Facta dichiara lo Stato d’Assedio che il re non firmerà.
  • 28 e 29: Facta si dimette e si profila un governo Salandra che inglobi i fascisti. Mussolini con un editoriale del Il Popolo d’Italia respinge l’ipotesi:

« … la vittoria non può esser mutilata da combinazioni dell’ultima ora. Per arrivare a una transizione Salandra non valeva la pena di mobilitare. Il Governo dev’essere nettamente fascista.» (29 ottobre)

Il re convoca Mussolini per formare il nuovo governo.

  • Alle 10.30 del 30 ottobre Mussolini giunge a Roma in treno e, dopo aver ricevuto formalmente l’incarico dal re, forma un governo di coalizione. Le prime squadre entrano a Roma nel pomeriggio
  • Il 31 il grande corteo fascista attraversa Roma; le immagini di quella sfilata verranno perlopiù retrodatate al 28.

Così commenta Franzinelli:

“Il raffronto tra il calendario della politica e l’acme dell’insurre­zione evidenzia un dato di fatto lapalissiano: la marcia su Roma non precedette, bensì seguì la nomina di Mussolini a capo del governo. Il duce, insomma, anticipò (in vagone-letto) le colon­ne che, alla resa dello Stato liberale, si rimisero in marcia, o me­glio salirono sui treni, per sfilare nella capitale, omaggiando il re e il duce, divenuto – grazie a loro – presidente del Consiglio.

Il nascente governo è nominalmente di coalizione tra fa­scisti, nazionalisti, popolari, liberali e democratici, ma il fatto che Mussolini, oltre che presidente del Consiglio, sia ministro dell’Interno e ministro degli Esteri, che il segretario del PNF, Michele Bianchi, divenga segretario generale dell’Interno e il quadrunviro Emilio De Bono direttore generale della PS, fa in­tendere che il fascismo si fa Stato, mentre gli alleati sono privi di reale incidenza.

Comunque, se di colpo di Stato si può parlare, esso fu perpe­trato non già a Roma, ma alla periferia, con l’occupazione di pre­fetture, questure e uffici pubblici di mezza Italia, il 27-28 ottobre.”[2]

Le premesse dell’insurrezione

Alle elezioni del novembre 1919 il movimento fascista, nato il 23 marzo di quell’anno (Fasci italiani di combattimento), non elegge nessun deputato. Due anni dopo, in quelle del maggio 1921, entrato in coalizione nei “Blocchi nazionali” proposti da Giolitti, elegge 35 deputati fra cui lo stesso Mussolini e il 7 novembre si costituisce il Partito nazionale Fascista (PNF) strutturato a livello paramilitare con posizioni nettamente reazionarie e antisocialiste.

Le squadre fasciste intervengono contro gli scioperi sia bracciantili che operai, contro le leghe e i sindacati, contro le Case del popolo e le redazioni dei giornali avversari, contro le amministrazioni socialiste e repubblicane; azioni violente quasi sempre tollerate dalle forze dell’ordine e impunite dalla magistratura. Le violenze crescono in modo esponenziale durante tutto il 1921 e già si hanno alcuni casi di occupazioni di città come Treviso nel luglio e Ravenna nel settembre di quell’anno. La conquista dei capoluoghi diverrà sistematica a partire dal maggio 1922 sostenuta da una crescita sia di iscritti che di sezioni del PNF (oltre 1300 sezioni e 323.000 iscritti).

“La conquista militare investe i baluardi socialisti. Con tecnica collaudata, la mobilitazione inizia nelle campagne e culmina nei centri urbani. Decisiva è la «rapidità di spostamento»: monta­ti su treni (senza munirsi di biglietto) o su camion (privi di targa per depistare le indagini), gli squadristi scorraz­zano indisturbati di regione in regione. Al contrario, i socialisti si caratterizzano per l’«immobilità»: radicati nella borgata o nel quartiere, vengono sbaragliati dalla guerra di movimento, che moltiplica le energie e accresce la «specializzazione» dei profes­sionisti della violenza. Il dislivello tra le due concezioni pena­lizza le sinistre, legate a una cultura localistica.”[3]

Solo Parma, con il socialista Guido Picelli e gli Arditi del popolo riuscirà a resistere anche dopo il fallimento nel resto del paese dello “sciopero legalitario” indetto dalla Alleanza del Lavoro all’inizio di agosto: ancora il 14 di ottobre Italo Balbo, alla guida di almeno 10.000 fascisti, dovrà rinunciare ad occupare la città ritirandosi.

Il mito della marcia su Roma

La sacralizzazione della marcia sarà rapida: il 28 ottobre 1922, verrà proclamato quale inizio dell’Anno I dell’era fascista. Già nel primo anniversario del 1923, ancora con il governo formalmente di coalizione, verrà dichiarata una festa nazionale di 4 giorni e per l’occasione verranno coniate monete d’oro da 20 e 100 lire ed emessa una serie di francobolli «per celebrare la data dell’avvento al potere del Fascismo».

Viene organizzata una replica della marcia ed emessa una amnistia che in realtà servirà solo per liberare i fascisti condannati per le violenze precedenti alla marcia. L’indicazione del 28 quale data ufficiale della marcia ha un significato preciso: solo dopo la “conquista” da parte delle truppe fasciste della città di Roma, il re avrebbe nominato Mussolini capo del governo.

E annualmente il mito viene “potenziato” e celebrato dai discorsi di Mussolini, così come il numero di “caduti” fascisti durante la marcia cresce di anno in anno e ancor più i “brevetti” rilasciati ai partecipanti sia veri che presunti, tal che tale onorificenza verrà esplicitamente assegnata anche a chi non ha affatto partecipato alla marcia ma è comunque considerato meritevole per aver contribuito al successo del fascismo[4].

L’immagine celebrata sarà quella di una perfetta organizzazione militare guidata da Mussolini in persona. Margherita Sarfatti nel suo Dux scriverà

 “Il Duce imbraccia il fucile … la Vittoria non sarà mutilata”

La vittoria del fascismo diventa allora prosecuzione di quella di Vittorio Veneto: vittoria anche contro il nemico interno. E alle celebrazioni civili si aggiungono annualmente quelle religiose di ringraziamento per la sconfitta del comune nemico bolscevico.

Nel Decennale il mito assurge alla sua massima espressione. Viene Celebrata sia l’insurrezione che le opere realizzate dal regime. Il 29 ottobre 1932 viene inaugurata a Roma al Palazzo delle Esposizioni la Mostra della Rivoluzione Fascista allestita da Mario Sironi: 15.000 fotografie distribuite in 15 sale con citazioni del duce fino all’ultima sala Q dedicata alla marcia assunta a mito astorico di rilevanza decisamente maggiore della Presa della Bastiglia, che celebra la Bellezza e perfezione della macchina diretta dal DUX. La mostra avrà due anni di aperura e quattro milioni di visitatori.

Numerose le opere memorialistiche come il Diario 1922 di Italo Balbo e quelle cinematografiche. Il regista Alessandro Blasetti realizza il documentario propagandistico, commissionato dal Ministero dell’Istruzione, Il Decennale che verrà proiettato in tutte le scuole elementari e medie. Giovacchino Forzano realizza Camicia nera una fiction propagandistica ove l’avvento e le opere compiute dal fascismo nel decennale sono “riscoperte” da un ex combattente che aveva perso la memoria. La fiction più significativa sarà realizzata l’anno dopo da Blasetti con Vecchia guardia: la vicenda, ambientata a Viterbo nel 1922, esalta le imprese degli squadristi locali, capitanati dal reduce della Grande Guerra Roberto Cardini (interpretato da Mino Doro), che con scontri violenti e olio di ricino costringono operai e infermieri a interrompere gli scioperi. Alle imprese squadriste partecipa anche il giovanissimo Mario, fratello di Roberto, che morirà negli scontri.  La vicenda si conclude con le squadre fasciste di Viterbo che partono per Orte e di lì partecipare alla marcia per la capitale. Il film, nella versione tedesca, piacque particolarmente a Hitler che volle incontrare Blasetti e il dodicenne Franco Brambilla, l’interprete di Mario Cardini.

Gli equivoci della demitizzazione

Nell’ambito dell’antifascismo e delle sinistre dell’epoca si può osservare una sostanziale sottovalutazione del movimento fascista e del significato della marcia su Roma: di fronte alla retorica del mito fascista si punta spesso alla demitizzazione amplificando aspetti grotteschi e contrapponendo l’ironia alle esaltazioni roboanti. Lasciando sottotraccia il fatto che il fascismo ha preso rapidamente il potere, annullando le opposizioni e assumendo rapidamente il carattere di una dittatura totalitaria.

I comunisti del PCd’I nel loro organo torinese L’Ordine Nuovo a più riprese tra il 1921 e il ’22 esprimono questa sottovalutazione: il fascismo “è caratterizzato dall’incapacità organica di darsi una legge, a fondare uno Stato”[5]; “I fascisti vogliono buttare giù il baraccone parlamentare? Ma noi ne saremmo lietissimi.”[6] Nei giorni dell’insurrezione il PCd’I pensa a una sceneggiata che si concluderà con una divisione di poltrone gestita da Giolitti e il 28 ottobre l’editoriale de L’Ordine Nuovo recita “Nella sorda lotta tra liberali e fascisti il proletariato non può parteggiare: esso non può che attendere lo svolgersi degli avvenimenti”. La notte successiva redazione e tipografia verranno devastate e il giornale comunista potrà in seguito uscire solo in fogli ciclostilati clandestini.

La Confederazione Generale del Lavoro rifiuta di proclamare uno sciopero generale antifascista “per non compromettere la propria indipendenza”; tre anni dopo il regime metterà al bando ogni sindacato non fascista e  la CGdL si dividerà fra chi sceglie l’autoscioglimento e chi (sinistra sindacale) ricostituirà clandestinamente il sindacato all’estero.

Nel 1923, nel primo anniversario della marcia l’organo socialista Avanti! la definirà una: “passeggiata goliardica, ricca di pittoresco, scarsa d’azione”. Già sottoposto ad attacchi e devastazioni anche l’Avanti! dovrà poi passare alla clandestinità con redazione all’estero a seguito delle leggi fasciatissime del 1926.

L’atteggiamento di sottovalutazione delle forze organizzate (e divise) delle sinistre e più in generale antifasciste si riflette nelle posizioni di molti esponenti di rilievo che nei loro scritti esprimono spesso la loro avversione al fascismo con l’ironia e la demitizzazione. Possiamo ricordare Emilio Lussu con la sua Marcia su Roma e dintorni (1931) che mette alla berlina in particolare (ma non solo) i fascisti sardi, Ignazio Silone che nel suo saggio Il fascismo. Origini e sviluppo, terminato nel 1931 e pubblicato prima in tedesco nel 1934, parla della marcia non come una rivoluzione ma di “una normalissima parata”; ancor più corrosivo Gaetano Salvemini nelle sue Lezioni di Harvard (1933)

“Dopo la revoca del decreto di stato d’assedio, nel pomeriggio del 28 ottobre e per tutto il giorno 29 e la notte seguente, migliaia di fascisti avevano «marciato su Roma», unendosi a coloro che già avevano «marciato» nella notte del 27 e la mattina del 28. Al­cuni di loro, come il Duce, «marciarono» in vagone letto; la mag­gioranza «marciò» nei treni che erano stati presi d’assalto, altri su camion, alcuni a cavallo o anche a piedi. Al loro passaggio vi fu ovunque un incredibile massacro di polli e intere botti di vino vennero ridotte all’asciutto; e quel contadino che fosse stato tan­to indiscreto da reclamare i propri diritti di proprietà su una gal­lina o su un fiasco di vino correva il rischio di passarsela brutta, come «comunista» e «nemico della patria. … Quando tutto fu preparato per questa ridicola dimostrazione, finalmente nel pomeriggio del 31 ottobre la dimostrazione ebbe luogo. Cinquantamila uomini sfilarono in parata per le strade di Roma per celebrare la loro vittoria, dopo una «marcia su Roma» che non c’era mai stata.”[7]

L’unica voce lucida dissonante sembra essere quella di Piero Gobetti: in occasione del primo anniversario della marcia su La Rivoluzione Liberale scrive che Mussolini:

«in un anno di go­verno ha spezzato tutte le resistenze, ha costretto tutti gli uomini a piegarsi, a rinunciare alla loro dignità. Ha ridotto alla schiavi­tù liberali, democratici, popolari», mentre «il regime si consoli­da, trionfa di tutte le opposizioni, canzona tutti gli avversari»[8].

Non c’è da meravigliarsi se questa lettura demitizzante e dissacrante del fascismo nel dopoguerra sia rimasta quale eredità nella cultura e nell’immaginario del nostro paese.

Ne è chiara espressione nel 1962 il film La marcia su Roma di Dino Risi con Gassman e Tognazzi nella vesti di non molto convinti squadristi che dopo alterne vicissitudini, compreso un periodo in galera, parteciperanno inizialmente alla marcia per poi dissociarsene a seguito di episodi di eccessiva violenza di propri commilitoni. Abbandonata la camicia nera e indossati vestiti borghesi osserveranno perplessi la grande sfilata per le vie di Roma. Si inseriscono nel filmato alcune sequenze di A noi! (cfr. sotto) ma il contesto (e lo sguardo) è quello di una commedia all’italiana che dal film trapassa agli eventi storici. E all’immaginario collettivo.

Vi è una certa difficoltà da parte italiana a guardare al fascismo senza cadere in sottovalutazioni. Anche un intellettuale come Umberto Eco che pur ha sottolineato il pericolo di un ritorno del fascismo, sia pur in forme diverse, nel suo Il fascismo eterno[9] affermerà che «Il fascismo fu certamente una dittatura, ma non era compiutamente totalitario»: la sua forma di dittatura, diversamente dal regime totalitario nazista, può esser definita come un «Totalitarismo fuzzy» (ovvero sfumato, incerto). Dimenticando che Hitler fu un ammiratore e di fatto un allievo di Mussolini di cui volle imitarne le gesta in terra germanica, anche se inizialmente in modo sostanzialmente maldestro con il Putsch di Monaco (novembre 1923).

Nell’immaginario e nella cultura italiana è perdurata questa sottovalutazione del fascismo implicitamente autoassolvendoci di esserne stati i “padri” il che ci ha permesso di (o meglio ci siamo permessi) di non fare i conti su cosa il fascismo effettivamente è stato e ha comportato come conseguenze non solo in Italia. Diverso lo sguardo di storici non italiani: ne cito due.

Lo storico tedesco Hans Woller che in Mussolini il primo fascista[10] sulla base della documentazione degli archivi tedeschi evidenzia il debito di Hitler nei confronti di Mussolini, il carattere totalitario del suo regime che ha fascistizzato lo Stato italiano divenendo l’originario riferimento internazionale per tutti i movimenti politici e regimi autoritari di destra.

Lo storico argentino Federico Finchelstein che nel suo saggio Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale[11] sottolinea che quando diventò un regime, nell’Italia del 1922, il termine «fascismo» ricevette un’atten­zione su scala mondiale da parte di numerosi movimenti politici antidemocratici che vi si ispirarono.

“Come osserva lo storico del fascismo giapponese Reto Hoffmann, i movimenti fascisti «indossavano un arcobaleno di camicie» – color acciaio in Siria, verde in Egitto, blu in Cina, arancione in Sud Africa, oro in Messico – e queste varianti dicono molto sugli specifici adattamenti nazionali di quella che chiaramente era un’ideologia globale. A questa connessione fra ideologia e vestiario si potrebbe aggiungere il classico bruno in Germania e, ovviamente, il nero in Italia, l’azzurro in Portogallo e in Irlanda, il verde in Brasile. Ispirandosi a un rifiuto globale dei valori democratici universali, il fascismo mostra­va una tavolozza ideologica chiaramente collocata all’estrema destra dello spettro politico.”[12]

No!, la marcia su Roma non fu una parata folkloristica ma la messa in scena finale di una insurrezione e il fascismo non fu una barzelletta. Le barzellette erano semmai lo strumento (debole) di chi non voleva piegarsi fino in fondo al regime e, se da questo punto di vista erano comprensibili, ripetute dopo (o il loro spirito) diventano falsificazione storica e copertura della mancata resa dei conti con le nostre responsabilità storiche.

Le letture da fuori (dall’estero) ci ricordano due cose almeno: che Hitler fu ammiratore ed allievo di Mussolini, da cui riprese ideologia e modalità d’azione e che il fascismo italiano diffuse nel mondo un germe malato. Una varante oscura della modernità: i fascismi si diffusero non solo in Europa ma in tutti i continenti come ci ricorda Finchelstein quali movimenti politici organizzati in forme paramilitari che utilizzano la violenza contro avversari in ripudio della democrazia.

Se teniamo conto di tutto questo la lettura di Mark Cousins diventa più comprensibile. Abbiamo avuto bisogno di un regista straniero per permetterci finalmente di ripercorrere con occhio diverso il 1922 e quanto malauguratamente ne seguì.

Il regista Mark Cousins

“Sono cresciuto a Belfast, dove la guerra era costante, seppure non a livelli troppo elevati. Ero un ragazzo nervoso, forse lo sono ancora, entrare in un luogo come una sala con quelle sue grandi luci, mi pareva che il cinema mi stringesse tra le sue braccia, rispondeva a quell’esigenza condivisibile di stare insieme, di socializzare e al contempo permetteva di fuggire, di andare fuori, rappresentava una forma di evasione. Non c’era però né un libro né una pellicola che spiegassero questa sensazione in maniera accettabile, per questo ho fatto The Story of Film: An Odyssey.”[13]

Regista irlandese, anche se nato a Coventry nel 1965, inizialmente i suoi interessi e studi sono indirizzati alla storia dell’arte per poi rivolgersi al cinema che considera la forma d’arte principale del XX secolo, in grado di rivolgersi ad ogni sorta di pubblico. Inizia come conduttore televisivo di della serie prodotta dalla BBC Moviedrome in cui presenta film poco noti (una sorta di “Fuori orario” britannica) per poi produrre numerosi documentari sulla storia del cinema sino alla sua opera principale: The Story of Film: An Odyssey (2011). L’intento non è filologico, né nostalgico ma volto a far rivivere la magia dello sguardo “altro” del cinema con una visuale non limitata all’occidente ma con forte attenzione internazionale alle cinematografie asiatiche e africane. In altre sue opere si dedica in particolare a due temi: il cinema e i bambini (A Story of Children and Film, 2013) e la cinematografia delle registe (Women Make Film: A New Road Movie Through Cinema, 2018). Importante anche la sua rilettura della filmografia di Orson Welles (Lo sguardo di Orson Welles, 2018).

Il metodo di analisi Cousins non è storico ma semiotico dove le sequenze rimandano ad altre sequenze in una sorta di Mise en abyme; analogamente la successione dei temi non segue un ordine logico ma analogico e magari casuale.

“Leggenda vuole che, quando lavori a uno dei suoi documentari, segua un procedimento analogico, scrivendo nomi o scene di pellicole su pezzi di carta 4×3, che poi mescola a suo piacimento sul pavimento del suo ufficio. Da qui parte tutto un lavoro che poi troverà la sua definitiva fine in sede di montaggio.”[14]

Due rimandi filmici di un secolo fa

Prima di addentrarci nel docu-drama Marcia su Roma qualche cenno ai due rimandi fondamentali di Cousins, entrambi facilmente visionabili integralmente online.

Opera della prima e prolifica regista italiana Elvira Notari, il lungometraggio È piccerella (1922), ispirato nel titolo e parzialmente nella vicenda ad una canzone del noto musicista napoletano Salvatore Gambardella, narra l’amore funesto di Tore per la giovane Margaretella che innamorati tanti ne aveva già avuti e tanti ne aveva lasciati. Pur di legarla a sé Tore, con regali sempre più costosi, rovina economicamente anche la propria famiglia. Il tutto finirà in tragedia con il ferimento di Tore in un duello di coltello e pistola con un altro pretendente, la morte di sua madre ridotta in miseria e, ormai abbandonato dalla piccerella, la sua uccisione della giovane ammaliatrice. La scena finale ci mostra Tore in carcere in preda ai suoi incubi di un amore malato.

Al di là della vicenda melodrammatica il film ci dà uno spaccato efficacissimo della vita collettiva napoletana: la sfilata tra due ali di folla delle carrozze e delle prime autovetture di ritorno dal pellegrinaggio delle giovani ragazze accompagnate dai familiari dal Santuario di Montevergine, i pranzi d’obbligo in trattoria  dopo il digiuno per il pellegrinaggio, la vita nei bar e i balli nei ristoranti,  la festa di Santa Maria del Carmine con l’affollamento al mercato, l’addobbo dei balconi delle case patrizie, la folla che assiste partecipe alla fantasmagoria dei fuochi d’artificio.

Il film, come altri della Notari, ebbe notevole successo sia in Italia che tra gli emigrati negli Stati Uniti che potevano ritrovarvi una rappresentazione veritiera della vita in madrepatria. Il film è in sostanza una carrellata delle passioni, spesso estreme, dei napoletani rappresentate anche in modo crudo come nel duello o nella uccisione di Margaretella. Il critico Yann Esvan nel suo commento su E Muto Fu ne intravede una anticipazione del neorealismo:

“… è proprio questa caratteristica [la crudezza e i comportamenti esasperati] a far emergere il cinema della Notari rispetto ai suoi contemporanei, che diventa un primo passaggio verso quel cinema neorealista che prenderà forma solo nel dopoguerra. Se per noi, quindi, il cinema della Notari è ricco di spunti ed interessi, non era invece così amato dal regime, che appena possibile cercò di sostituire questa Napoli ferina ad una raggiante e priva di ombre come in Vedi Napule e po’ mori di Perego (1928) … . Un’altra caratteristica dei film della Notari è l’attenzione al folklore locale, con la presenza di tante processioni e feste patronali, ma anche quella di variare molto la lingua delle didascalie che spazia dall’aulico al napoletano”.

È piccerella è visionabile integralmente <qui>.

Passiamo ora al film ufficiale della marcia su Roma: A noi! del regista lombardo Umberto Paradisi (1878-1933); la pellicola è stata di recente restaurata a cura dell’Archivio Storico Luce. Girato nel 1922 e presentato il 23 marzo 1923 in occasione del quarto anniversario della nascita dei Fasci italiani di combattimento, il suo titolo completo recita “A Noi! Con le Camicie Nere, dalla sagra di Napoli alla conquista di Roma”. La produzione è del Sindacato d’Istruzione Cinematografica diretta da Luciano De Feo, società che attraverso altri passaggi darà poi vita nel 1924 all’Istituto LUCE (L’Unione Cinematografica Educativa) che l’anno successivo Mussolini trasformerà in ente pubblico ufficiale: il principale strumento di propaganda del regime.

Le prime sequenze riproducono il seguente documento ufficiale:

“Il Partito Nazionale Fascista dichiara essere il film “A NOI! …” la rappresentazione ufficiale dei memorabili avvenimenti che, per virtù della nostra Gente usa a trionfi e civiltà millenarie, hanno restituita all’Italia l’anima eroica di Vittorio Veneto, e lo consacra alla silenziosa, fervida, devota ammirazione degli Italiani in Patria e per tutto il mondo”

Il film è suddiviso in tre episodi. Il primo è dedicato alla giornata del 24 ottobre con il grande raduno delle camicie nere a Napoli. Dopo una ripresa dall’alto della città e del Golfo alle prime luci dell’alba si susseguono gli arrivi soprattutto dal centro e dal sud, sia per treno che con nave. Sfilano le camicie nere compresi i balilla da Piazza plebiscito al grande concentramento all’Arenaccia. Non manca l’esibizione del “Santo Manganello”. Mussolini e i quadrumviri salgono sul palco. Il volto dallo sguardo severo del duce conclude la prima parte.

Il secondo episodio è titolato “Le giornate del 28-29 Ottobre 1922” con le riprese a Roma (con molte sequenze comunque girate nei giorni successivi). Si inizia con le transenne di quello che viene chiamato il “Simulacro dello Stato d’Assedio” e militari che controllano l’arrivo delle camicie nere. Camion e treni affluiscono; numerosi gli episodi di attacco ai “covi di sovversivi” e di falò della stampa avversaria. I cittadini romani applaudono e in parte si accodano alle camicie nere. Alla stazione Termini la folla assiste all’arrivo di Mussolini. Le ultime sequenze sono in Piazza del Quirinale con la folla che fa ala per far passare le automobili delle autorità e che sventola i cappelli per salutare il re che si è affacciato.

Il terzo episodio è dedicato al “30 ottobre – Nella gloria di Roma Benito Mussolini capo del Governo di restaurazione”. Mussolini in abiti civili con la tuba consegna un foglio a un collaboratore (la lista dei ministri?), concentramento delle camicie nere in Piazza del Popolo e Mussolini con i quadrumviri che danno precise disposizioni per la sfilata. Gli aerei dal campo di Centocelle sorvolano la città. La sfilata procede verso Piazza Venezia gremita di folla con la fanfara dei Bersaglieri sulla scalinata dell’Altare della Patria omaggiata dal saluto fascista dei partecipanti. Il corteo continua a sfilare per poi dirigersi verso il Quirinale dove il re Con l’ammiraglio Thaon di Revel e il generale Cadorna assistono al grande corteo. Le ultime sequenze mostrano Mussolini con Thaon di Revel e Cadorna che sfilano verso il Vittoriano per rendere omaggio al milite ignoto.

Commenta Carlo d’Acquisto nella presentazione del film restaurato:

“Si capisce … che c’erano delle immagini fatte in diversi momenti e poi messi insieme, come se fosse un work in progress.  … La forza di questo documento sta nel suo essere in qualche modo l’antesignano di quello che sarà poi il tipico stile dell’Istituto Luce. Un primo, imperfetto, sforzo propagandistico in cui lo stesso Mussolini “l’eroe purissimo” è ripreso, … in maniera un po’ estemporanea, senza una grande cura dell’immagine. Non c’era ancora quella cultura che darà agli operatori un modo molto preciso di riprendere il Duce e di consegnarlo al popolo. Le immagini sono state riprese in maniera frettolosa, perché non si sapeva come sarebbe andata la marcia su Roma”.

A Noi! nella versione restaurata dall’Istituto Luce è visionabile <qui>.

La decostruzione di Cousins (Italia 2022)

Presentato al Festival di Venezia il 31 agosto fuori concorso nella sezione Giornate degli autori. Il progetto originario era di Tony Saccucci che aveva visionato filmati degli anni venti del ‘900 e in particolare A Noi! di Paradisi. Si rende conto che era necessario uno sguardo straniero che rivedesse quel periodo con un occhio diverso da quello consueto nel nostro paese. Sottopone il progetto a Cousins che ne è entusiasta e insieme scrivono la sceneggiatura.

L’Italia è il Paese che mi ha maggiormente ispirato a livello visivo, sono quindi entusiasta di realizzare proprio qui un film sulla cultura delle immagini.

L’affermazione del regista irlandese è chiara: non intende realizzare un documentario storico, ma sulla “cultura delle immagini” del fascismo e pertanto un documentario (un docu-drama) su come il fascismo si è autorappresentato e si è proposto agli italiani e al mondo intero; in sostanza sulla sua mitizzazione e nello specifico sul mito della marcia su Roma. Il tutto naturalmente con il suo stile e il suo metodo: non cronologico, non per successioni logiche ma per rimandi visivi da immagine ad immagine con una circolarità che parte dal presente di Trump che pronuncia una frase ripresa dal repertorio mussoliniano (Meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora), richiamato verso la fine dalle immagini dell’assalto a Capitol Hill.

La suddivisione in capitoli che scandiscono le sequenze non sempre aiuta perché quello che conta non è il filo logico ma le connessioni, ad esempio le immagini sghembe di Roma, che ancor oggi testimoniano l’architettura del regime, ci ricordano che in quello “scenario” si impose un attore amante dei balconi. E nel contempo ci richiamano alla nostra mancanza di una seria resa dei conti con il fascismo e le sue eredità.

Tre mi paiono i livelli del discorso di Cousins.

Il primo è l’analisi filologica di A noi! che ne evidenzia trucchi e falsificazioni, ma anche ingenuità di un meccanismo di propaganda ai suoi inizi. Dalle riprese a campo lungo dell’adunata napoletana non così oceanica come si voleva mostrare, al nascondere la pioggia e le relative pozzanghere che avrebbero reso meno “solare” la gloriosa marcia, all’utilizzo di tre cineprese in contemporanea da punti diversi per poi montare in successione le sequenze moltiplicando il numero dei partecipanti, all’aereo che parte da Centocelle che con immagini sovrapposte diventa una intera squadra che sorvola gloriosamente il corteo, e soprattutto  l’anticipazione della data della sfilata e  l’utilizzo di immagini di Mussolini che vien fatto sfilare mentre non era ancora a Roma e all’altare della Patria con sequenze invece relative al 4 novembre.

E di contrappunto alle falsificazioni del “documentario” di Paradisi le immagini veritiere della Napoli del 1922 con la folla, questa sì oceanica, testimoni della vita collettiva partenopea documentata (paradossalmente?) dalla “fiction” È piccerella di Elvira Notari. Di particolare impatto la scena della affollata mensa per i poveri durante la festa della Madonna del Carmine mentre dall’alto dei balconi delle case patrizie si affacciano le giovani dame vestite a festa: una efficace rappresentazione del popolo e delle divisioni di classe, del tutto assenti in A Noi!

A rappresentare, in un secondo livello, il rapporto popolo/fascismo e la sua evoluzione vi sono le brevi parti fiction con Alba Rohrwacher che interpreta una popolana che inizialmente riprende convinta gli impegni (ordine, pace, lavoro …) e le frasi del regime (Con l’amore se è possibile, con la forza se è necessario!) e che progressivamente mostrerà invece disincanto e delusione per le mancate promesse del duce. Nei titoli di coda la sua voce intonerà Bella Ciao.

Il terzo livello, in genere meno sottolineato dai commenti, ma a mio parere fondamentale per capire il messaggio che Cousins vuol tramettere agli spettatori, è rappresentato dal Tevere che scorre, oggi come allora. Fuor di metafora le conseguenze e le ricorrenze di quella storia. Mentre le camicie nere scorrono per le vie di Roma un voce fuori campo recita “Mussolini disse che il fascismo era un grido oceanico che fu percepito in tutto il mondo … aveva [purtroppo] ragione”. Si rivela a questo livello l’importanza di quello sguardo “straniero” che cercava Saccucci. Noi italiani, compresi alcuni storici di grido[15], siamo abituati a vedere il fascismo come una questione delimitata nel nostro ventennio; dei fascismi espliciti ed anche impliciti, presenti in tutto il mondo nel secolo scorso e nel nostro in genere non ci occupiamo. Anche in questo caso Cousins non sviluppa un discorso organico ma dissemina tutto il film con segnali forti: da alcune brevi sequenze di Una giornata particolare a testimonianza della emarginazione degli omosessuali, al tema del colonialismo con i fischi dei giornalisti italiani ad impedire al Negus la sua denuncia alla Società delle Nazioni e, di rimando, crude immagini e impressionanti numeri di relative vittime, al tema della guerra e delle sue conseguenze catastrofiche, agli eredi odierni di quella marcia e di quel modo di intendere politica e potere.

Per concludere, Cousins utilizza il linguaggio filmico per smontare il mito della marcia non solo nella sua rappresentazione propagandistica, in particolare cinematografica, ma anche nei suoi contenuti e nelle sue promesse. Alle immagini del mito affianca altre immagini che rendono il mito incongruo: la sua è pertanto una analisi semiotica e non storica. Se leggessimo invece il suo documentario con l’ottica dello storico ne saremmo disorientati per i continui salti temporali e tematici e ci soffermeremmo su alcune enfasi relative a questioni dubbie e controverse quale ad esempio il ruolo della massoneria nella salita al potere di Mussolini.

Il Trailer ufficiale del film <qui>


[1] Cfr. Mimmo Franzinelli, L’insurrezione fascista. Storia e mito della marcia su Roma, Mondadori, Roma, p. 158-159.

[2] Ivi, p,211.

[3] Ivi, p. 47.

[4] È il caso, ad esempio, di Ettore Ovazza, ebreo che sarà poi trucidato con la sua famiglia dalle SS a Intra nell’ottobre del 1943.

[5] Antonio Gramsci, 2.01.1921.

[6] Amedeo Bordiga, 26.07.1922.

[7] Ripreso da M. Franzinelli, Insurrezione cit., p. 298-299.

[8] Ivi, p. 272.

[9] Originariamente discorso in inglese tenuto alla Columbia University e pubblicato “The New York Review of Books”; tradotto poi su «La Rivista dei libri» come «Totalitarismo fuzzy e Ur-Fascismo». In seguito pubblicato con il titolo «Il fascismo eterno» in «Cinque scritti morali» (1997) e riproposto isolatamente da La nave di Teseo nel 2018.

[10] Edito in italiano da Carocci, Roma 2018.

[11] Tradotto in italiano da, Donzelli, Roma 2019-

[12] Dai fascismi ai populismi cit. p.48. Per una analisi più approfondita delle posizioni di Finchelstein e di Eco rimando al mio post Fascista chi? Un pubblico dibattito.

[13] Intervista di Luisa Ceretto pubblicata sul n. 17 (luglio 2020) della rivista online Primi Piani.

[14] Fabio Secchi Frau in Mark Cousins. L’arte dell’altrove su Mymovies.it.

[15] Cfr. Emilio Gentile, Chi è fascista, Laterza bari-Roma 2019. Anche per questo testo rimando al mio post Fascista chi? Un pubblico dibattito.