Pubblicato sul n. 3/2024 di “Nuova Resistenza Unita”
Nell’attacco all’Ossola libera che si sviluppa inizialmente da est lungo la Val Cannobina a partire dalla notte fra l’8 e il 9 ottobre ‘44 vengono giustamente ricordati quali primi difensori caduti al Sasso di Finero il 12 ottobre Attilio Moneta e Alfredo Di Dio, mentre perlopiù si ignorano Aldo Cingano e Arnaldo Ceccherini caduti due giorni prima sull’altro versante della Cannobina, a ridosso dello spartiacque con le vallate del Verbano.
Aldo Cingano riposa nel Cimitero di Intra nell’area riservata ai partigiani; di lui e del contesto in cui è caduto sotto il fuoco tedesco, su questa rivista, è stato scritto in due occasioni, sia pur all’interno del ricordo di altri partigiani della Cesare Battisti[i]. Di Arnaldo Ceccherini si trova traccia solo all’interno dell’elenco di oltre mille caduti del Novarese pubblicato nel 1970[ii].
Eppure la fotografia del bel monumento a lui dedicato, eretto per volontà della famiglia nel secondo anniversario della morte sulle pendici del Bavarione ove cadde, fa da copertina alla Cartina storico-escursionistica della ValGrande[iii]. Allora, come si vede ancora dalla foto del 2014, il cippo dominava entrambi i versanti dell’altura che precede la conca da cui successivamente si inerpica l’ultimo tratto che porta alla cima. Oggi il bosco ceduo ne impedisce la visione e lo si ritrova improvvisamente davanti dopo una svolta del sentiero segnalato quale trekking collegato alla Zip-line (Pian d’Arla, Bavarione, Passo Folungo).
In occasione della pubblicazione per l’80mo dei caduti di Colle e del Vadàa[iv] sono stati raccolti alcuni scritti e documenti che oggi ci permettono di ricostruire un esemplare percorso di vita di un giovane cresciuto durante il fascismo che, abbandonate le suggestioni culturali precedenti, diventa antifascista, rifiuta dopo l’8 settembre di aderire al alla RSI per poi unirsi, con la liberazione dell’Ossola, alle formazioni partigiane consapevole di quali rischi questa scelta comportasse.
Gli archivi della resistenza ci dicono che Arnaldo era nato a Milano il 17 febbraio 1921. Il Padre Mario, originario della Toscana, si era infatti trasferito a Milano e successivamente a Como. Una importante ricerca di studenti e docenti del Liceo Parini di Milano[v] sulle conseguenze delle leggi razziali per docenti e studenti della scuola ci segnala la presenza di Ceccherini:
“Cesare Cases (Milano, 1920 – Firenze, 2005), germanista, saggista e critico letterario. È studente del Parini fino al 1937/38, anno in cui frequenta con esito positivo la II liceale A, ma viene espulso a causa delle leggi razziali. Già negli anni del Parini ha modo di mostrare le proprie capacità letterarie, spronato da un’accesa rivalità con un compagno di classe, Arnaldo Ceccherini, che lo scrittore ricorderà con ironia nel saggio del 1978 Cosa fai in giro.”
Il saggio di Cases, un piccolo gioiello letterario[vi],ripercorre il suo rapporto laico con la cultura ebraica prima e durante le leggi razziali e Ceccherini, a cui dedica tre pagine, vi rappresenta un antisemitismo letterariamente ingenuo, ma anche l’evoluzione di una generazione che prende consapevolezza degli inganni del regime. Ne riporto alcuni passi.
“No, si può dire tutto di Milano, non che fosse una città antisemita. L’unico antisemita che avevo trovato a scuola non era milanese, e poi non era nemmeno antisemita. Si chiamava Arnaldo Ceccherini ed era toscano. Era un ragazzo biondastro, un po’ flaccido e esangue, molto educato e ben curato, che perseguiva un culto della toscanità nutrito di letture principalmente di Papini. Il suo antisemitismo, del tutto libresco, veniva di li, da quel nazionalismo regionalistico e terragnolo che prosperava solo tra i toscani maledetti e per cui gli ebrei erano i prototipi degli uomini sradicati, cosmopoliti […]. In realtà eravamo profondamente affini, due intellettuali in erba maldestri e introversi che si trovavano male nel loro ambiente e che fuggivano in un mondo che per me era astrattamente culturale mentre per lui assumeva i contorni dell’anticapitalismo romantico e del ritorno alle origini. […]
Il mio ambivalente rapporto con lui […] avrebbe potuto assumere forme più pacifiche se non fosse stato attizzato dallo spirito spietatamente concorrenziale instaurato dal professore di lettere dell’allora ginnasio inferiore. Costui, un bel vecchio dai baffi bianchi in procinto di andare in pensione, era un genio della repressione scolastica. […] In questo clima io e Ceccherini, entrambi ossequienti e con la vocazione del primo della classe, avevamo spesso l’occasione di provarci la lezione a vicenda ponendoci tranelli e rimproverandoci di non saper pronunciare giusto lui il nome di Shakespeare e io qualche ribobolo toscano. Il contrasto veniva cosi sempre riaperto, finché in terza ginnasio i nostri compagni, che stentavano a capirne le ragioni e meno ancora capivano perché esso avvenisse tra due personaggi così simili tra loro e diversi dagli altri, non ne ebbero le scatole piene e non ci costrinsero alla soluzione che pareva loro l’unica ovvia: la singolar tenzone. Essa ebbe luogo un pomeriggio, dopo la scuola, sul vicino ponte di San Marco, oggi scomparso insieme al naviglio che scavalcava. Ci picchiammo, per quel che potevano le nostre deboli forze, con gran gusto e di santa ragione […] al centro del ponte, assistiti dai compagni tripudiami che tifavano non per l’uno o per l’altro, ma per entrambi quei titani dell’impotenza. Se Arnaldo era più grande e grosso di me, io avevo più forza nervosa, sicché pressappoco ci equivalevamo e la lotta si sarebbe protratta a lungo senza tema che qualcuno fosse costretto a buttarsi in acqua come Rodomonte a Parigi, se gli organizzatori dello spettacolo, paghi del divertimento, non l’avessero interrotta spingendoci a darci la mano. In effetti dopo la battaglia i nostri rapporti migliorarono. In quarta Ceccherini andò in un altro ginnasio. Lo rividi ancora qualche volta, l’ultima nel 1939, nel ridotto del loggione della Scala […].
Arnaldo aveva perso la pinguedine infantile, era diventato un bel ragazzo alto e asciutto. Non era più antisemita, anzi era un deciso antifascista. Ci abbracciammo. Dopo la guerra seppi che era morto, partigiano. Addio, caro nemico, riposa in pace finché le tombe non si scoperchieranno e noi torneremo sul ponte di San Marco a picchiarci per l’eternità. Forse è solo per ritrovarti che sono sceso nel pozzo del passato.”
Ceccherini dopo il liceo frequenta la facoltà di Giurisprudenza e, prima di laurearsi in Legge, viene richiamato in qualità di ufficiale della Guardia alla Frontiera (GAF), il corpo militare istituito da Mussolini nel 1934 accorpando reparti del Genio, Artiglieria e Fanteria, denominato ironicamente dagli alpini “la vidoa” (la vedova) per il caratteristico cappello da Alpino, privo però della penna. Ceccherini è di stanza a Iselle quando, poco dopo l’8 settembre, il reparto si scioglie spontaneamente.
“All’annuncio dell’armistizio e al dissolvimento del presidio […] ci si raccolse per la mesta cerimonia dell’ammainabandiera. Erano circa le cinque del pomeriggio dell’11 settembre 1943. Ceccherini, il più giovane degli ufficiali, uno dei nuovi tenenti del caposaldo, raccolse fra le sue braccia il tricolore con al centro lo stemma sabaudo. Tutti erano profondamente abbattuti dopo tanti mesi di guerra[…] quella fine così ingloriosa riempiva tutti di umiliazione. […] Il Ceccherini, dopo un primo periodo di sbandamento nei dintorni di Domodossola, entrò in Svizzera uscendone alla liberazione del settembre 1944 e partecipando da allora in avanti alla lotta partigiana col nome di copertura di «Tenente Pascoli».”[vii]
Il “Tenente Pascoli” – da sottolineare il riferimento letterario non più all’oltranzista cattolico Papini, ma al socialisteggiante poeta romagnolo – si arruola nella “Cesare Battisti” come semplice partigiano e nei primi di ottobre è inquadrato nel “Plotone Esploratori” guidato da Nino Chiovini e dislocato da Piazza (sopra Trarego) al Bavarione in difesa dell’Ossola liberata.
L’attacco nazifascista alla “Repubblica ossolana” non inizia, come si prevedeva, sulla piana tra Mergozzo e Ornavasso, ma il 9 ottobre in Valle Cannobina coinvolgendo sia il fondovalle che entrambi i versanti ed è guidato (Operazione Avanti) dalle SS Polizei Rgt. 15 ritornate nel territorio dopo il rastrellamento di giugno[viii]. Per l’attacco, oltre le forze dislocate a sud nella bassa Ossola, in Cannobina sono impiegate quattro colonne: fondovalle, versante sinistro (nord) dove è schierata la “Perotti” di Frassati, versante destro e contemporaneo accerchiamento, con una colonna proveniente da Intra e Pian Cavallo, della postazioni della “Battisti” e della “Valgrande Martire” schierate da sopra Trarego al Vadàa. Di seguito il commento e i ricordi di Chiovini:
“Ai partigiani addestrati ai colpi di mano, alle azioni offensive, ai rapidi sganciamenti, si chiede questa volta un compito diametralmente opposto, difendere il terreno. Le piccole vecchie formazioni che in poche settimane sono diventate brigate e divisioni, si sono appesantite con l’adesione di giovani entusiasti ma ancora impreparati fisicamente, militarmente, moralmente. E le armi sono sempre quelle: buone per l’offesa e neppur tanto, ancor meno per la difesa. Dobbiamo nel contempo ammettere che una proposta di abbandonare il territorio della Repubblica ossolana senza combattere, da qualsiasi parte fosse avanzata, è impensabile, acquisterebbe immediatamente il sapore della diserzione, forse del tradimento. Non è possibile altra scelta che la difesa dell’Ossola. È questo il prezzo politico e di sangue che la Resistenza è tenuta a pagare.”[ix]
Sul versante destro lo sfondamento avviene a Pian Puzzo tra il 9 e 10 ottobre.Questo il ricordo di Peppo nel suo diario partigiano:
“Il nemico attaccò la sera dell’otto ottobre in Valle cannobina, mentre il cielo cominciò a vomitare pioggia … Estenuanti turni di guardia venivano sostenuti sotto una pioggia incessante e gelida che ci faceva sentire liquefatti. Nel tardo pomeriggio del secondo giorno cominciarono ad affluire partigiani sbandati provenienti dall’alto, dall’asse Colle-Pian Puz. Dai loro racconti comprendemmo che una colonna tedesca aveva raggiunto inaspettatamente Pian Puz attraverso una marcia nel bosco e, insieme ad un reparto corazzato giunto in seguito lungo la rotabile, sotto una bufera di neve, aveva sorpreso alle spalle e sopraffatto il nostro schieramento, che aveva subito forti perdite. Contemporaneamente in valle Cannobina avevano ceduto le nostre difese del fianco sinistro; al nemico che aveva potuto raggiungere Cùrsolo, tutto diventava più facile. Era la rotta.”[x]
È durante questo attacco accerchiante che, il 10 di ottobre, sulle pendici del Monte Bavarione cade Arnaldo Ceccherini. Del suo rigoroso spirito partigiano e del suo sacrificio abbiamo il commosso ricordo di un suo commilitone.[xi]
“Dalla lettera di un soldato del «Tenente Pascoli.
Lo conobbi che da poco era uscito dalla Svizzera, chiaro era dunque il suo scopo; da allora gli sono sempre rimasto vicino, dormivamo nella stessa stanza lassù a P. Cavallo, a causa della scarsità mangiavamo spesso con lo stesso cucchiaio, era tenente ma faceva tutto quanto gli veniva ordinato senza avanzare alcun diritto, lo sentivo ritornare dalle lunghe ore di guardia notturna fra un clima impossibile, senza un lamento. Sempre pronto a descrivere con umorismo le cose più insopportabili come la fame, la pioggia, il freddo. Mentre ci avviavamo per dare il cambio alla pattuglia che stava presso una mitraglia sul monte di Archia (erano circa le due del pomeriggio e dalle due di notte eravamo in cammino) mi disse che se fossi andato a Milano lo avrei travato sempre in pantofole, anche i suoi piedi erano pressoché laceri. Arrivati al punto stabilito trovammo soltanto i segni della postazione; fummo presi dal primo dubbio e ci avviammo verso la cima, certi che la pattuglia si fosse trasferita lassù. Io rimasi indietro qualche minuto e quando raggiunsi il gruppo egli era già presso l’arma con il moschetto puntato. Tutti erano calmi ma ciò che mi stupì fu il suo atteggiamento non solo calmo, ma come al solito pacifico. Sicuro di se stesso si accingeva a compiere l’estremo dovere.
Poi durante la sparatoria un compagno gridò: «Pascoli è ferito!». Pascoli non era ferito, era morto, questo potei constatare quando con un altro cercavo di trascinarlo in un luogo riparato. Non riuscimmo a smuoverlo, ebbi la sensazione che nel disperato tentativo si fosse aggrappato a quella terra pur di non abbandonarla. Tre colpi di mitraglia apparivano sulla sua gamba sinistra, certo era staio colpito anche al petto. Egli è rimasto là ad aspettarci. Come fu semplice nella vita, con semplicità seppe affrontare il sacrificio.”
La famiglia, con l’attiva collaborazione dell’ANPI di Verbania, porterà la salma nel Cimitero di Como ed erigerà il monumento che, pur attorniato dal fogliame, ancor oggi lo ricorda. Nel ventennale, su iniziativa del Comune di Aurano, in presenza del senatore Carlo Torelli, ai suoi familiari è stata consegnata una medaglia commemorativa. Poi un lungo silenzio che abbiamo ritenuto doveroso interrompere con queste note.
Con virtù di eroe e semplicità di Santo combattendo nelle file della Brigata Alpina Cesare Battisti
qui
fece olocausto della sua radiosa giovinezza per la libertà e l’onore della Patria il S. Tenente Arnaldo Ceccherini Pascoli
laureando in Legge di anni 23.
I genitori inconsolabili posero nel II Anniversario della gloriosa morte.
10 0ttobre 1946.
[i] Resistenza Unita 11/1999 p. 6 e Nuova resistenza Unita 11/2007 p. 8.
[ii] Resistenza Unita 2/1970 p. 5-15. In alcuni testi il nome è erroneamente riportato come Ceccarini o Ceccarelli.
[iii] Pubblicata nel 2014 a cura del Parco Nazionale ValGrande e della Casa della Resistenza.
[iv] Alpe Colle 23 luglio 1944. I caduti sulla strada del Vadàa giugno – ottobre 1944, edito Casa della Resistenza con testi di Paolo Tosi, Gianmaria Ottolini e Flavio Maglio.
[v] Il dolore di avervi dovuto lasciare, Milano 2014, p. 21.
[vi] Pubblicato sul n. 11-12/1978 de Il Ponte dedicato alle leggi razziste fasciste (La difesa della razza). Riedito con pref. di L. Baranelli nel 2019 dalle Edizioni dell’asino (2019).
[vii] Paolo Bologna: “Cronaca di una fuga” in Sentieri della Ricerca, n. 6, 2° semestre 2007, p. 18.
[viii] Cfr. E. Massara, Antologia dell’Antifascismo e della Resistenza Novarese, Novara 1984 p. 377-379 e R. Rues, SS-Polizei. Ossola-Lago Maggiore 1943-1945, Insubria Historica, Minusio (CH) 2018.
[ix] I giorni della semina, Tararà 2005, p. 129-130.
[x] Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà 2012 p. 131-132.
[xi] “Arnaldo Ceccherini. Dalla lettera di un soldato del «Tenente Pascoli»”, in Ossola insorta, Milano 23.09.1945.
È in distribuzione il numero 3/2024 di Nuova Resistenza Unita che, in concomitanza con l’80mo della “Repubblica dell’Ossola”, è in gran parte dedicato alla più importante Zona libera partigiana dell’autunno del 1944. Per questo numero, anche su implicito suggerimento del prossimo Convegno Nazionale Progetto e Utopia. Repubbliche partigiane e Zone libere nella Resistenza italiana, il mio contributo nella rubrica “Una parola” è dedicato ad un vocabolo di cui, in questi tempi bui, abbiamo ancora bisogno.
Tutto è stato detto. Senza dubbio. Se le parole non avessero cambiato significato, e i significati non avessero cambiato parole.
Utopia
Alcune parole, non molte a dire il vero, hanno una data e una paternità definita. Il termine Utopia compare infatti per la prima volta nel 1516 nel titolo di un’opera dell’umanista londinese Thomas More. Edita nella fiamminga Lovanio si divide in due parti; nella prima si descrivono le deleterie conseguenze delle recinzioni (enclosures) che trasformavano le aree coltivate in pascoli (le pecore hanno scacciato gli uomini) gettando la mano d’opera agricola nella miseria. La seconda parte, che ha poi dato titolo al volume, presenta l’immaginaria Isola di Utopia di cui vengono descritti i felici e perfetti ordinamenti sociali.
L’etimologia è duplice, si sottolinea nell’edizione del 1518: la parola deriva dal greco “0U TOPOS” e significa, “non-luogo”, nessun luogo, (nowhere) cioè luogo immaginario, ma anche da “EU TOPOS”, ovvero “luogo felice”: un immaginario luogo felice con duplice funzione (le due parti dell’opera): analisi critica della realtà e prefigurazione di un ordinamento giusto e razionale.
Non è un “genere letterario” nuovo (basti richiamare La Repubblica di Platone) ma More gli ha dato il nome e precisato il canone: descrizione dettagliata del “non luogo” (Isola, Città, Stato …) da parte di un osservatore (viaggiatore, naufrago ecc.) che rappresenta il punto di vista esterno del lettore. Molti i sottogeneri che dipendono sia dalla collocazione temporale dell’Utopia (passato, presente, futuro, tempo parallelo …) che dal luogo (isole/città rimaste isolate, società primordiali non contaminate, altri pianeti ecc.); tralasciando versioni mitiche, fiabesche o fantascientifiche, sul piano politico l’Utopia può presentarsi quale progetto, prefigurazione di una società giusta e libera: come stimolo al pensiero critico sul presente e quale programma di massima verso cui indirizzare l’azione.
“Repubblica dell’Utopia” è stata più volte definita la “Repubblica dell’Ossola”; in un convegno del 2014 Pier Antonio Ragozza sottolineava come l’esperienza ossolana non potesse dal punto di vista storico e istituzionale esser definita “Repubblica”, e più propriamente costituisse una anticipazione della Repubblica.
Da tempo la versione letteraria più diffusa è l’Utopia negativa o Distopia, Utopia che si trasforma nel suo contrario e che fa implicito riferimento ai fallimenti di trasformazioni rivoluzionarie che hanno voluto imporsi come utopie realizzate, come società chiuse non più modificabili, in sostanza come potere non discutibile. Il filosofo Ernst Bloch rimarcando la necessità di mantener vivo lo “Spirito dell’Utopia”, di lasciare sempre aperta la dialettica realtà – speranza, sottolineava come qualsiasi sogno, anche se realizzato, non è mai completo ma “mantiene un residuo, fatto d’aria e di vento, eppure più consistente della carne, un residuo che si fa sentire.”
Gino Vermicelli, nella sua saggezza partigiana, ha ben declinato questa esigenza nel suo “Viva Babeuf!”:
“A volte può essere più bello camminare che arrivare … Arrivare non esiste, è solo un momento del cammino”. E ricordo come in una presentazione pubblica del romanzo, mi pare a Borgomanero, ne abbia espresso in modo giocoso il senso profondo con una variante improvvisata de “La partenza del Crociato”. Suonava pressappoco così:
Sbarcò Anselmo e a quella gente / Tosto chiese “È qua l’Oriente?”
“Se l’Oriente vuoi trovare / Sempre più in là tu devi andare!”
È appena uscito il n. 3/2024 di “Alternativa A”, rivista trimestrale rivolta a operatori e volontari del settore sociale e a chiunque a vario titolo abbia interessi nei confronti del terzo settore, pubblicazione che dal gennaio 2022 esce online e con la quale già in due precedenti occasioni ho avuto l’onore – e l’onere – di collaborare[1]. Diversamente dalle tematiche solitamente caratterizzanti questo periodico – il territorio del VCO e le sue tematiche socio-economiche – in questo numero la redazione ha voluto allargare il campo approfondendo il tema “della dimensione temporale, dello scenario storico in cui le nostre esistenze, consapevolmente o meno, si inseriscono. E, più in particolare, della dimensione storica che più ci tocca, che più c’è vicina, che più ci appartiene come memoria, la storia delle nostre comunità, dei nostri territori.”
Numerosi e stimolanti i contributi come si può verificare dal sommario che allego in calce. Affrontando, come richiestomi, gli importanti contributi di Nino Chiovini, Erminio Ferrari e Pier Antonio Ragozza mi è parso utile declinarli alla luce del loro fondamentale apporto alla costruzione di una identità territoriale.
Identità territoriale
Il termine “identità”, nella sua accezione socio-antropologica (appartenenza consapevole ad una comunità) va trattato con una buona dose di cautela. Sia perché, come sottolineava Annibale Salsa[2] oltre tre lustri addietro, le identità tradizionali hanno subito i processi di trasformazione economica e omologazione comportamentale regredendo a fenomeni quali la folklorizzazione e un esasperato localismo, sia perché il richiamo alla “purezza” di presunte identità etniche rappresenta oggi la nuova frontiera del razzismo[3] che dietro alle parole “etnia” (e “cultura”) ripropone i vecchi miti della razza da difendere contro le presunte contaminazioni (es. “sostituzione etnica”). Le identità per ciascuno di noi sono plurime (nazionale, religiosa, professionale e magari sportiva ecc.) e fluttuanti, sempre meno “ascritte” e sempre più frutto di un processo di costruzione.
«la “identità” ci si rivela unicamente come qualcosa che va inventato piuttosto che scoperto; come il traguardo di uno sforzo, un “obiettivo”, qualcosa che è ancora necessario costruire da zero o selezionare fra offerte alternative, qualcosa per cui è necessario lottare e che va poi protetto attraverso altre lotte»[4].
L’identità territoriale, in particolare per chi ama e si identifica con questa terra fra le Lepontine e le rive dei nostri laghi, va assunta pertanto come un compito. Una identità problematica come sottolineavo qualche anno fa[5] sia per l’assenza di una denominazione (Come ci chiamiamo noi del VCO?) che di un perimetro che non sia solo istituzionale.
Ogni identità si forma e consolida attraverso un duplice processo di riconoscimento: interno e esterno, auto-riconoscimento ed etero-riconoscimento (come mi vedo, come “noi” ci vediamo e dall’altro lato come “gli altri” mi e ci vedono). Una identità solida / forte presenta elevata congruenza fra auto riconoscimento ed etero riconoscimento. Viceversa la dissonanza fra i due lati dello specchio è indice di una identità fragile o comunque ancora non pienamente formata. A quanti di noi è capitato, in giro per l’Italia e oltre, di aver difficoltà a chiarire da dove veniamo!
Tralasciando le tematiche del nome e del perimetro provo ad accennare ad alcuni spunti che ci possono indirizzare verso una più consapevole identità territoriale, identità che non ha niente a che vedere con “il sangue e il suolo” (biologicamente ascritta), ma acquisibile – ovunque e da chi si sia nati – con la conoscenza storica, paesaggistica e letteraria di queste terre.
Il Paesaggio
Se il concetto di identità rimanda al concetto di comunità quello di identità territoriale rimanda a quello di Paesaggio, non nei termini tradizionali, ma per come il paesaggio viene oggi concepito. Tradizionalmente infatti ‘paesaggio’ era collegato a panorama: visione globale, dall’alto, verticale; porzione di territorio sottoposto ad uno sguardo capace di coglierne l’unitarietà, l’armonia e la bellezza anche nella sua varietà. In genere si fa risalire la prima descrizione di un paesaggio al Petrarca:
«Nell’aprile del 1336 Francesco Petrarca salì in vetta al Mont Ventoux, il “Monte Ventoso”, nelle Alpi sud-occidentali della Francia. Il racconto dell’impresa di Petrarca è considerato la più antica descrizione di un paesaggio nella storia della letteratura. Chi, come il poeta, ha scalato questo monte straordinario, può immaginare il motivo per cui, proprio in questo luogo, si comprende cosa sia il paesaggio: lo sguardo va lontano, oltre le montagne e le colline, le creste rocciose, le vette boschive; oggi, esattamente come allora per Petrarca, si scorgono il Rodano e le coste del mar Mediterraneo. Si ha l’impressione di avere sotto di sé l’intera Provenza.»[6]
Gli studi più recenti privilegiano una visione orizzontale, ad altezza d’uomo: vederlo pertanto dall’interno, percorrerlo, viverlo. Non panorama ma percorso, cammino sapiente. Se nella concezione tradizionale il paesaggio si connetteva alle arti figurative (pittura, fotografia), la concezione odierna mette in campo la fruizione culturale del territorio ovvero saperlo ‘leggere’ nei suoi segni e nella sua storia e cultura e saperlo metterlo a frutto, ‘valorizzare’. Si passa così non solo da una visione verticale a una orizzontale, ma anche da una concezione contemplativa ad una attiva.
Come costruire allora una “identità territoriale”? Indispensabili sono i nostri scrittori che possono accompagnarci nel cammino. Non mi pare possibile citarli tutti: ne tralascerei – per dimenticanza o non conoscenza – certamente alcuni. Mi soffermerò da un lato su chi più di tutti ha aperto la strada alla conoscenza e riflessione della storia e cultura della nostra terra, Nino Chiovini, e a due che troppo presto e inaspettatamente ci hanno lasciato: Erminio Ferrari e Pier Antonio Ragozza. Con una ulteriore limitazione: non le storie e le narrazioni ma alcune loro descrizioni di “marcatori territoriali”.
Negli studi sulle identità nazionali vengono definiti “marcatori” le caratteristiche utili per identificare una persona come in possesso di una particolare identità nazionale; inizialmente si tratta di aspetti fisici, corporei (acconciature, tatuaggi, abbigliamento, comportamento non verbale ecc.) per poi svilupparsi negli aspetti culturali (lingua, simbolismo, mitologia, religione, arti, professioni tipiche ecc.).
Chiamo allora “marcatori” dell’identità di un territorio quegli indicatori materiali che, grazie alla mediazione dei nostri scrittori, possiamo ri-conoscere come “tipici” durante il cammino.
Nino Chiovini
La scrittura di Chiovini è una scrittura morale: mi è parso di riconoscerne la cifra specifica nella sua capacità (e volontà) di dar parola[7]. Non si tratta solo di un “mettersi di lato” per dar voce a chi non l’ha più, o che mai era stato ascoltato, ma di un utilizzo sapiente delle modalità di ascolto attivo, di “far spazio” e rendere protagonisti i portatori delle “storie della resistenza” e i rappresentanti della “civiltà rurale montana” che ha caratterizzato per secoli gran parte del nostro territorio. E, per quel che qui intendo sottolineare, “dar voce” anche ai luoghi perché nei loro nomi e nei loro segni materiali ci possono parlare purché la nostra mente ne sia attrezzata e consapevole. Le lingue locali e, in particolare, la toponomastica ci parlano dell’origine e della funzione assegnata a quelle località. Di seguito alcuni esempi.
«… a partire dal XII secolo […] nei documenti conosciuti dell’epoca ricorre sempre più spesso il termine di runca, ossia terra dissodata di recente, voce derivata dal latino classico runco, runcare (sterpare, dissodare), giunto alla soglia dei nostri giorni nel medesimo significato con il verbo dialettale runcàa e con i toponimi derivati, che indicano luoghi del territorio utilizzato con precise caratteristiche; Runch, Runchett, Runcàsc, Runcutìn, ossia luoghi coltivati, a media/breve distanza dal centro abitato.»[8]
«Nei dialetti alto novaresi, per indicare gli alpi si usano i termini di curt (mediato dal latino cohors inteso come spiazzo o radura) e di alp di origine celtica, insieme a quello di munt (monte) usato prevalentemente nell’alto Verbano per indicare gli alpi maggengali o primaverili, mentre quelli di piazza e di culma sono riservati agli alpi posti a ridosso di un colle.»[9]
Possiamo, grazie alla toponomastica, ad esempio individuare l’origine quali “località in cui … venivano concentrate o confinate le greggi di capre”, considerate dannose per le coltivazioni vicine ai centri abitati, nel nome di molte località del Verbano e dell’Ossola derivati dai vocaboli dialettali di cavra e crava, come del duro lavoro di terrazzamento dei declivi nei vocaboli piaggia, campèi o pinezz.
La cultura materiale della civiltà montana è soprattutto basata sul legno e sulla pietra, le baite – che incontriamo in tutto il nostro territorio collinare e montano – ne sono la testimonianza più duratura e Chiovini ci accompagna, grazie all’idioma locale, per conoscerne le diverse funzioni e il lavoro tecnicamente ingegnoso che hanno richiesto.
«La bàita nel dialetto maleschese è chiamata casera (nome comune a tutta l’Ossola), mentre nel dialetto cossognese è la Casina, diminutivo/dispregiativo dell’italiano casa e del dialettale cà. Le bàite, anch’esse in origine costruite sommariamente per minime esigenze, come elementari ricoveri di fortuna […] fino a diventare, dopo il XVI secolo, i fabbricati utilizzati annualmente per la monticazione estiva, praticata fino a pochi decenni or sono. Le bàite sono, di norma, costruzioni di modeste proporzioni, con vani alti non più di due metri. A seconda della loro utilizzazione, si dividono in «bàite da fuoco» {casér da fógh) e «baite per il bestiame» {casér dìi besti). Le prime, quasi sempre a un piano e sprovviste di soffitto sotto il tetto, venivano utilizzate per il lavoro domestico: cucinare e lavorare il latte; se la bàita era dotata di un piano superiore, quest’ultimo era adibito a rudimentale camera da letto; ma le bàite a due piani erano rare; in Val Grande poi, un lusso sconosciuto. Le «baite per il bestiame» erano quasi sempre a due piani, separate da un rudimentale assito, in cui il piano inferiore fungeva da stalla e quello superiore, comprendente anche il sottotetto, fungeva da fienile e da camera da letto, in cui il letto era il fieno medesimo.»[10]
Nelle pagine successive, a cui rimando, Chiovini si sofferma sui materiali utilizzati, con il legno più in uso rispetto alla pietra nell’area Valzer e per le baite in alta quota per la necessità di ripararsi dal freddo. Particolare competenza, quella del teciàtt, era richiesta per la costruzione del tetto in piode (piòd). La pietra era il materiale fondamentale sia per le abitazioni nei paesi, per edifici religiosi nei fondovalle (gli oratori), per le cappelle delle Vie Crucis «che si snodano lungo tradizionali percorsi nelle vicinanze dei villaggi» e per le cappelle devozionali che accompagnano i sentieri.
Per concludere con «l’utilizzazione della pietra ollare, le cui lavorazione e uso, nella nostra regione, affondano le radici nell’età del ferro». Denominata nei dialetti locali perlopiù con variazioni dell’italiano “laveggio” (lavesc, lavégg, laujera, Lavijn) è una pietra particolare di cui Chiovini descrive le origini geologiche, le caratteristiche chimiche, le proprietà che ne favoriscono la lavorazione e il suo utilizzo «per ricavarne pignatte, paioli, bicchieri, tubi, olle e persino stufe».
Erminio Ferrari [11]
Domenica 28 luglio scorso la località dei Bagni di Craveggia era particolarmente affollata: le comunità Vigezzine e della Val Onsernone, insieme a corpi d’arma e associazioni culturali svizzere, ANPI del VCO e di Domodossola, Casa della Resistenza, si è inaugurata una targa commemorativa in ricordo della “Battaglia di Frontiera” del 18 ottobre 1944. Mentre transitavo sul sentiero sassoso che conduce al monumento mi sono accorto che su uno dei sassoni a ridosso dell’alveo del torrente, ormai carsico dopo l’alluvione del 1978, una sottile linea nera segnava il confine italo-elvetico. Mi è subito venuto a mente un bellissimo e poco conosciuto racconto breve di Erminio relativo alla valle parallela (le Centovalli), alla sua ferrovia e a questi confini non sempre definiti e visibili. Incuneato fra i Cantoni Vallese e Ticino quello che allora era l’Alto Novarese, oggi assunto a Provincia, è una sorta di “marca di Confine” ove le demarcazioni culturali, linguistiche, lavorative ecc. – in particolare con il Ticino – sono tradizionalmente porose e intrecciate. Lascio la parola all’Ermi.
«Dalla valle esce un treno che porta più storie che vagoni. A cominciare dal nome: sul versante svizzero del confine è la Centovallina, su quello italiano è la Vigezzina. Lo stesso tocca ai due torrenti che dalle medesime montagne scorrono uno verso ovest, il Melezzo, l’altro verso est, la Melezza. È che certi confini non si disputano, piuttosto si condividono, si confondono e si perdono di vista: in una selva di castagni uccisi e rinati da un male che ogni mezzo secolo li assale; o lungo il solco di una valle che alcune volte caccia acqua da far paura, altre è secca come certi cuori; o tracciato per pietraie ingrate, piccoli deserti lepontini; inteso da lingue che si sovrappongono, parole che figliano parole.
Qui capita spesso di avere un piede in Svizzera e uno in Italia, e un po’ ci si fa l’abitudine; finché, di tempo in tempo, di impedirlo non si incaricano la Storia, quella che finisce sui libri – si spara, si fugge, si cerca riparo, si attacca – o le meschine necessità della quotidiana politica, con meno eroici manifesti e artiglierie elettorali. […]
Prendi Re. Da quando i pittori suscitarono il miracolo della Madonna che sanguina – o fu la Madonna a ispirare loro — quell’icona benedicente dilagò per villaggi e alpi, indifferente alle frontiere, occupando lunette su povere facciate, o, in forma di immaginetta, appuntata sulla credenza, insieme alle fotografie dei nipoti e a un promemoria dell’Agricoltore ticinese. E lavorava ignaro o non curandosi dei confini l’Antonio da Tradate che salì a Palagnedra nel quindicesimo secolo a dipingervi almeno una piccola parte di tutte quelle più numerose cose che stanno tra terra e cielo. Nella chiesa originaria di Palagnedra, il suo ciclo allegorico dei mesi corre lungo l’intero coro — oggi una sagrestia — quasi sorreggendo un’apoteosi di santi e profeti e vite di Nostro Signore, che salgono a colmare il cielo artificiale della volta. Spostandosi con i suoi cartoni, questo Giotto un po’ in ritardo disseminò d’arte gli oratori affacciati sul Verbano, dove oggi si dice Italia, e chiese e chiesette di borghi e villaggi svizzeri. Ma bisogna dire che a Palagnedra diede il meglio, forse perché fuori lo attendeva il Gridone che incombe e costringe quasi a rovesciare indietro la testa per vederne la sommità appuntata nel cielo. Il ciclo dei mesi il pittore lo vedeva svolgersi lì fuori, in quella campagna sospesa sul solco inabissato del torrente; e, sopra quella montagna sovrana, un cielo grande abbastanza per ospitare storie sacre e teologie.»[12]
In gran parte delle opere di Ferrari il tema del confine è ben presente, sia in quelle saggistiche che in quelle narrative (ammesso che per lui, come per Chiovini, questa distinzione abbia ancora un senso). Contrabbandieri, partigiani e profughi che trovano riparo in terra elvetica, passatori in tempo di guerra e dopo con i migranti, lavoratori italiani oltre confine ecc. In questo racconto la nostra “identità transfrontaliera” e questo “marcatore” (il confine) non sempre certo e visibile, trovano una sintesi particolarmente efficace.
Pier Antonio Ragozza
“Un Collorese” talvolta si firmava. Studioso di Storia militare, ma non militarista, la sua attenzione si è rivolta in particolare alle due guerre mondiali, alle storie degli Alpini e dei partigiani – con un affetto particolare per gli Alpini-partigiani[13] – e alle modificazioni prodotte da quegli eventi alle nostre terre.
La cosiddetta “Linea Cadorna” innanzitutto, a cui Ragozza, unitamente a Paolo Crosa Lenz, ha dedicato un importante contributo il cui titolo e sottotitolo non indicano solo l’argomento ma soprattutto una esplicita prospettiva: La Linea Cadorna nel Verbano Cusio Ossola. Dai sentieri di guerra alle strade di pace[14].
«Fra le ricchezze storico-culturali ed architettoniche del territorio della Provincia del Verbano Cusio Ossola, c’è anche un patrimonio fatto di opere fortificate e di una viabilità di supporto, realizzate nel primo decennio del XX secolo e più ampiamente nel corso della prima guerra mondiale, che è rimasto quasi del tutto dimenticato per ben più di mezzo secolo, e che solo da alcuni anni a questa parte è finalmente stato riconsiderato come autentica risorsa, per una fruizione a fini pacifici di quanto realizzato per scopi bellici e di difesa nazionale. […] questa imponente struttura difensiva che copre Piemonte e Lombardia, ma con qualche opera in Valle d’Aosta e che nella terminologia burocratico-militare dell’epoca era definita come “Occupazione Avanzata Frontiera Nord”. […] Non era una struttura fortificata continua collocata a ridosso della frontiera, ma una serie di opere composte da appostamenti per la fanteria e postazioni per l’artiglieria costruiti in località arretrate, a presidio e difesa dei punti nevralgici collocati sui principali assi di penetrazione di un potenziale nemico che facesse ingresso dalla Svizzera».[15]
«A parte alcuni episodi [collegati alla Resistenza], la Linea Cadorna non fu mai utilizzata a fini bellici, almeno quelli per cui era stata realizzata, e se mulattiere e strade servirono a rendere meno aspro il cammino degli alpigiani, le fortificazioni vennero invece progressivamente abbandonate e lasciate sole a combattere la silenziosa battaglia contro la vegetazione e le alluvioni che, lentamente, le seppellivano, mentre altrove le vecchie opere militari dovevano lasciare spazio a costruzioni civili o nuovi insediamenti produttivi. Nonostante questo abbandono, la sensibilità e l’attenzione di persone ed associazioni, a cui si sono poi aggiunti anche Enti pubblici, ha portato dagli Anni Ottanta in poi a considerare in modo diverso questo patrimonio di opere e strade, quasi sempre ben integrate nell’ambiente dove sono sorte, per valorizzarne gli aspetti storici ed architettonici, sul modello di quanto fatto all’estero».
L’iniziativa verrà soprattutto avviata dal Gruppo di Ornavasso della Associazione Nazionale Alpini per l’Ossola, dal CAI di Omegna per il Montorfano e, per l’area del Verbano, dalla Comunità Montana Alto Verbano.
Ragozza ha pure dedicato alcuni scritti ai luoghi edificati, sia religiosi che laici, in ricordo dei caduti e dei reduci delle guerre, in particolare al Santuario dei reduci di Lüt della sua Colloro e al Memoriale degli Alpini alla Colletta di Pala[16]. Collocati entrambi in postazione sopraelevata dominano con la loro visuale rispettivamente la Bassa Ossola e la piana di Intra con la parte meridionale del Maggiore nelle sue coste sia piemontesi che lombarde.
Del Santuario del Lüt viene ripercorsa la sua lunga storia. Nato nella prima metà dell’Ottocento come cappella dedicata alla Madonna quale protezione, almeno secondo la leggenda, alla malefica presenza in loco di streghe ed esseri diabolici. Durante la prima guerra di Indipendenza molti ossolani dovettero indossare l’uniforme per combattere contro l’Austria. «Arrivavano dalla Val Grande i tre giovani Colloresi che, nel 1848, fecero voto di ampliare l’originaria cappelletta se fossero tornati incolumi dal conflitto in cui dovevano andare a combattere». E nel corso dei decenni la cappelletta si trasforma in oratorio, poi in Chiesetta e alla fine in santuario, così come si aggiungono le guerre (coloniali, mondiali, Resistenza) che sfornano caduti da incidere sulle lapidi e reduci che si prendono cura della Madonna del Lüt.
«… forse la più bella e intensa descrizione del legame fra lo storico oratorio mariano e l’area oggi divenuta Parco Nazionale si coglie in una poesia di don Remigio Biancossi, il quale davanti alla chiesetta di Lüt, che spicca solitaria con il candore delle sue mura fra le ferrigne rocce che guardano la bassa Ossola, le montagne oltre la Toce, i laghi verso la pianura e le vallate che si aprono a ponente, l’ha poeticamente definita “..quasi un’agnella dispersa dal gregge, alla porta dell’immensa Val Grande…”.
Del tutto diversa e decisamente più recente l’origine del Memoriale di Pala ove sono incisi “i nomi di quasi settecento Caduti, un elenco che copre un trentennio, a partire dal 1915 e sino al 1945, partendo dalla Grande Guerra di cui sono ricordati 349 Caduti, passando per la campagna d'Etiopia del 1935-36 con le sue 47 vittime e chiudendosi con il secondo conflitto mondiale che lasciò sul campo altri 295 Caduti.”
«Ci sono luoghi che, anche senza essere stati teatro di vicende storiche particolari ma grazie all’intervento dell’uomo che li trasforma in segni tangibili di una memoria collettiva, vengono ad assumere un significato particolare, fermando nel tempo ricordi e sentimenti. Uno di questi luoghi è il Memoriale degli Alpini alla Colletta dell’Alpe Pala, poco sopra Miazzina a circa 1000 metri di quota, dove dalla seconda metà degli anni Sessanta del XX secolo sorge questo piccolo sacrario che, idealmente, ferma il ricordo di quello che fu il Battaglione Alpini “Intra”, ma anche dei reparti che derivarono da questo in occasione delle mobilitazioni belliche, oltre che dei Gruppi di artiglieria da montagna, delle unità del Genio e dei servizi alpini. […] La scelta del luogo non era casuale, in quanto la «Colletta di Pala, sulle prime balze del Pian Cavallone, [era] meta un tempo delle esercitazioni del glorioso Battaglione Intra […] che vi giungeva con tutta l’attrezzatura montana e con le salmerie […]. Su quelle montagne, più tardi, giovani alpini e di tutte le armi, [salirono] per sottrarsi all’invasore tedesco e, combattendo per la libertà, hanno sacrificato la loro giovinezza».
[1] Cfr. La comunicazione nei percorsi educativi e Nino Chiovini e il Parco Letterario® intestato a suo nome.
[2] Annibale Salsa, Il tramonto delle identità tradizionali, Priuli & Verlucca, Scarmagno (To) 2007.
[3] Sul “razzismo culturalista” sul mio blog cfr. I migranti e le nostre comunità.
[4] Zygmunt Bauman, Intervista sull’identità, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 13.
[5] Cfr. Per una identità di territorio (ovvero VCO addio?
[6] Hansjörg Küster, Piccola storia del paesaggio, Donzelli, Roma 2010, p. 4.
[7] Cfr. Storia, scrittura e moralità in Nino Chiovini.
[8] Cronache di terra lepontina, Vangelista, Milano 1987, p. 25.
[9] Ivi, p. 36.
[10] Ivi, p.104-105
[11] Cfr. Erminio Ferrari: storie e cammini della Resistenza che contiene anche bibliografia elinkografia dell’autore.
[12] Storie di treni e di contrabbando, in AA.VV Negli immediati dintorni: guida letteraria tra Lombardia e Canton Ticino, Casagrande, Bellinzona 2015. Il racconto completo è consultabile > qui <.
[13] Cfr. ad es. Penna bianca, camicia rossa. Storia di Ugo Pino, Domodossola 2020. La Bibliografia dei suoi testi presenti nelle biblioteche del VCO, curata dalla Biblioteca “Aldo Aniasi” della Casa della Resistenza e quella dei suoi contributi alla rivista Resistenza Unita, ci danno un’idea precisa dei suoi interessi e studi.
[14] Edito dalla Provincia Verbano Cusio Ossola, Gravellona 2007.
[15] Ivi, p. 83. Per il passo successivo p. 181. Sul ruolo non centrale di Cadorna nella progettazione della linea fortificata tradizionalmente a lui attribuita, per la quale furono invece fondamentali il Generale Alberto Pollio (1852-1914) e suoi successori tra cui il Generale Saverio Nasalli Rocca (1856-933) cfr. Debora Chiarelli – Leonardo Parachini, Una linea chiamata Cadorna, Società dei Verbanisti, Verbania 2016.
[16] Il primo in pubblicazione edita dalla Parrocchia di Premosello Chiovenda nel 2003, il secondo come contributo all’interno della rivista Vallintrasche del 2011 edita dal Magazzeno Storico Verbanese.
Lo storico Tony Judt, ebreo britannico docente universitario a Cambridge e dagli anni Novanta presso Università statunitensi, esperto in politica internazionale, conosceva Israele non solo in qualità di studioso ma soprattutto per aver vissuto per un anno in un kibbutz e collaborato come volontario civile con l’esercito israeliano durante la Guerra dei sei giorni, allontanandosi successivamente dalle posizioni sioniste. Nel maggio 2006 su un numero speciale del quotidiano liberale israeliano Haaretz, dedicato al cinquantottesimo anniversario della nascita del paese, pubblica su invito della redazione, un saggio dal titolo Il paese che non voleva crescere[1] in cui esprime le sue preoccupazioni per un paese che non può illudersi di contare a tempo indeterminato dell’appoggio incondizionato degli Stati Uniti ignorando il contesto internazionale.
In particolare si sofferma sull’accusa di antisemitismo rivolta contro chiunque critichi una qualsiasi azione del governo israeliano, non solo perché obsoleta dopo la fine fella guerra fredda, ma soprattutto perché essa stessa “fonte di sentimenti antisemiti”. Affermare che la critica di soprusi, negazione di diritti, violazione delle norme internazionali “è antisemita” comporta implicitamente l’equiparazione dell’ebraismo con tali comportamenti.
Oggi, di fronte alla tremenda guerra di Gaza con migliaia di vittime civili dovrebbero leggere con attenzione le osservazioni di Judt coloro che accusano di antisemitismo chiunque critichi Netanyahu, proponga il cessate il fuoco, sostenga la necessità della nascita a fianco di Israele di uno Stato Palestinese. A meno che tali accuse non siano tanto dettate dalla preoccupazione di una ulteriore diffusione dell’antisemitismo – che non ha certo bisogno di esser alimentato – ma dalla cieca sudditanza e piaggeria alla politica statunitense. Non capendo, come già osservava Judt, che – al di là dell’attuale politica incomprensibile di Biden – il sostegno incondizionato degli Usa alla politica di Israele non potrà durare a lungo sia per la crescente avversione interna (tra cui quella di molti ebrei statunitensi) che, soprattutto, per gli oggettivi interessi geopolitici statunitensi in un mondo in cui gli equilibri stanno rapidamente cambiando.
L’Olocausto non può essere strumentalizzato ancora per giustificare le azioni israeliane. Grazie al passare del tempo, molti Stati dell’Europa occidentale sono riusciti ad affrontare il ruolo svolto nella Shoah, cosa che non era possibile affermare un quarto di secolo fa. Dal punto di vista israeliano, questo ha avuto conseguenze paradossali: fino alla fine della Guerra Fredda, i governi israeliani potevano ancora approfittare della colpa dei tedeschi e degli altri europei, sfruttando la loro incapacità di riconoscere completamente quel che gli ebrei avevano subito sul loro territorio. Oggi che la storia della Seconda guerra mondiale si sta spostando dalle discussioni pubbliche alle aule scolastiche, e da queste nei libri di storia, un numero sempre maggiore di elettori europei e non solo (soprattutto giovani) semplicemente non capisce come possano essere invocati gli orrori dell’ultima guerra europea per permettere o perdonare un comportamento inaccettabile in un altro tempo e luogo. Agli occhi del mondo, il fatto che la bisnonna di un soldato israeliano sia morta a Treblinka non può giustificare le sue violenze verso una palestinese in attesa di passare un postazione di controllo. «Ricordate Auschwitz» non è una risposta accettabile.
In breve: agli occhi del mondo, Israele è uno Stato normale, che si comporta però in maniera anormale. Decide del proprio destino, ma le vittime sono altre. È forte (molto forte), ma la sua condotta rende gli altri vulnerabili. Dunque, privi di qualunque altra giustificazione per le loro azioni, Israele e i suoi sostenitori ricorrono sempre più spesso all’affermazione più vecchia di tutte: Israele è uno stato ebreo, e per questo viene criticato. L’accusa che chi critica Israele è implicitamente antisemita, in Israele e negli Stati Uniti viene considerata un asso nella manica. Se negli ultimi anni è stata utilizzata con più frequenza e aggressività, è perché è l’unica carta rimasta.
L’abitudine di tacciare di antisemitismo qualunque critica straniera è profondamente radicata nell’istinto politico israeliano: Ariel Sharon se ne servì con eccesso caratteristico, ma fu solo l’ultimo di una lunga serie di leader israeliani che la sfruttarono. David Ben Gurion e Golda Meir non furono da meno. Al di fuori di Israele, però, gli ebrei pagano a caro prezzo questa tattica. Non solo inibisce le loro critiche a Israele per paura di apparire in cattiva compagnia, ma spinge chiunque altro a guardare gli ebrei di tutto il mondo come collaboratori de facto dei misfatti israeliani. Quando Israele infrange la legge internazionale nei territori occupati, quando umilia pubblicamente le popolazioni sottomesse a cui ha confiscato le terre – e replica ai suoi critici urlando ad alta voce accuse di «antisemitismo» – in realtà sta dicendo che queste azioni non sono israeliane, ma ebree; l’occupazione non è israeliana, è un’occupazione ebrea; e se questo non vi va giù è perché non vi piacciono gli ebrei.
In molte parti del mondo, c’è il pericolo che questa diventi un’affermazione vera: il comportamento sconsiderato di Israele e l’ostinazione a identificare tutte le critiche come antisemite è ora la principale fonte di sentimenti antisemiti nell’Europa occidentale e in buona parte dell’Asia. Ma il corollario tradizionale – se i sentimenti antisemiti sono vincolati a un’avversione per Israele, allora gli uomini onesti dovrebbero correre in sua difesa – non è più valido. Al contrario, l’ironia è che il sogno sionista si è realizzato: oggi, decine di milioni di persone nel mondo considerano Israele lo Stato di tutti gli ebrei. E, dunque, com’è logico, molti osservatori pensano che un modo per arginare la crescente ondata di antisemitismo nei sobborghi di Parigi o per le strade di Giacarta sarebbe che Israele restituisse i territori ai palestinesi.
Se i leader israeliani hanno potuto ignorare questi sviluppi, è in gran parte perché fino a ora hanno contato sull’appoggio incondizionato degli Stati Uniti – l’unico paese al mondo in cui per numerosi ebrei, tanto nelle dichiarazioni pubbliche dei politici importanti quanto sui mezzi di informazione, l’antisionismo è sinonimo di antisemitismo. Ma questa fiducia che dà per scontata l’approvazione incondizionata statunitense – e l’appoggio morale, militare ed economico che ne consegue – potrebbe rivelarsi la rovina di Israele.
Postilla
Quanto sopra non significa negare l’esistenza di posizioni antisemite tra alcuni veri o presunti sostenitori della causa palestinese, come d’altro canto certamente antisemita è Hamas, l’ala militare in specie, nei fatti, nelle sue dichiarazioni e nei suoi statuti.
Diverso e controverso è il discorso sullo slogan “Dal fiume al mare, Palestina libera sarà” (From the river to the sea, Palestine will be free) che ha una lunga storia non univoca ben analizzata in una attenta e documentata ricostruzione pubblicata dalla testata online il Post nel novembre 2023 a cui rimando.
Anche interpretandola nel suo significato letterale, il suo utilizzo nelle manifestazioni o nelle occupazioni di Università a me pare soprattutto frutto di ingenuità e mancanza di consapevolezza di quanto possa essere controproducente per chi sostiene la causa palestinese. Infatti essa pare simmetrica alla politica sostenuta da Netanyahu che si è sempre opposto alla prospettiva dei due stati. Se in quell’area c’è lo spazio per un solo Stato non è difficile immaginare che quello Stato – per ragioni storiche, rapporti internazionali ed evidenti rapporti di forza – non potrà esser la Palestina.
Per quanto difficile – e qui si potrebbe aprire una parentesi sulle gravi responsabilità sia dell’Europa che degli Stati arabi confinanti – la soluzione dei due Stati è l’unica che può riportare la pace in quel territorio, garantire la sicurezza di Israele e dare risposta alle legittime aspirazioni della popolazione palestinese. Certo non basta dichiararla a voce tale prospettiva, necessitano azioni effettive ed energiche da parte della comunità internazionale. L’Europa, se volesse, potrebbe scegliere di farlo.
[1] Il saggio è stato pubblicato in Italia nel volume di Tony Judt L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del ‘900, Laterza, Roma-Bari 2008, p.276-285 ed è consultabile > qui <.
È in distribuzione – con un certo ritardo – da parte di Poste Italiane il n.1/2024 di Nuova Resistenza Unita. Ho ripreso da questo numero a pubblicare una rubrica, iniziata qualche anno fa, di sintetico approfondimento e riflessione su parole che spesso ci accompagnano. Di seguito quella presente sul numero in arrivo.
Le parole sono azioni
(Ludwig Wittgenstein)
Diplomazia
Ci sono parole che nascono, altre che declinano per poi scomparire, altre infine che emigrano. Diplomazia sembra appunto parola sempre più interdetta nell’orizzonte culturale e politico del nostro mondo, o tuttalpiù destinata ad emigrare verso l’oriente petrolifero. Sintomo del declino europeo. Eppure è una parola recente nata in Francia nel XIX secolo (diplomatie) ovviamente derivante da diploma (fr. diplôme) cui si è aggiunto il suffisso [-zia] che spesso indica un atteggiamento e un comportamento.
Più che al significato moderno (e spesso scolastico) di diploma quale attestato da parte di un’autorità o a quello latino (diploma –ătis) che indicava la certificazione della cittadinanza romana o il lasciapassare per incaricati di missioni e ambascerie, diplomazia trae il suo significato più profondo dall’origine greca (δίπλωμα) tavoletta o foglio piegato in due a sua volta derivante dal verbo διπλόω che significa raddoppiare.
Ci può essere diplomazia, a qualsiasi livello, solo se c’è un doppio riconoscimento, un vicendevole riconoscersi e confrontarsi “faccia a faccia” mettendo sul tavolo le reciproche esigenze e richieste; in assenza di ciò non è possibile alcuna mediazione né compromesso e tantomeno soluzione di un conflitto.
L’atteggiamento opposto alla diplomazia, ed oggi ahimè prevalente, è quello dualistico o manicheo, del Bene (assoluto) contro un Male altrettanto assoluto, o se vogliamo politicamente attualizzare della Democrazia contro la Dittatura. La dialettica del dualismo (sia religioso, che culturale o politico) è nota; non solo perché invece del reciproco (faticoso) riconoscimento ci si avvia ad un altrettanto reciproco accusatorio disconoscimento (tu dittatore VS tu imperialista, ecc.) ma soprattutto perché, siccome contro il male assoluto ogni mezzo è lecito, io Bene divento l’altra simmetrica faccia del Male che combatto. L’inquisitore contro stregoneria e diaboliche eresie utilizza gli strumenti più diabolici, per eliminare i massacratori si massacra, contro il terrorismo si utilizza il terrore e così via.
In un conflitto di questo tipo l’unica uscita prospettata è la eliminazione dell’avversario. Ma in un mondo interdipendente come quello attuale lo sviluppo possibile è solo l’allargamento del conflitto e l’esito finale la reciproca e totale distruzione.
Il Dottor Stranamore è ben vivo e vegeto. A tutti noi il lucido e consapevole dovere di fermare la sua follia.
“La vita è pericolosa, Marion, e può succederci di tutto in qualsiasi momento. Lo sa lei, lo so io, lo sanno tutti – e se non lo sanno, be’, si vede che non sono stati attenti, e se non si sta attenti, non si è vivi sino in fondo”[1].
L’ultima opera di Paul Auster è esplicitamente un romanzo di commiato. Non è autobiografico ma il protagonista è un chiaro alter ego con cui l’autore si identifica: lo scrittore e docente in pensione Seymour Baumgartner che, dopo aver pubblicato “il suo piccolo libro su Kierkegaard”, riflette sulla permanenza delle assenze (soprattutto della moglie Anna scomparsa dieci anni prima) e vorrebbe scrivere un saggio sulla “sindrome dell’arto scomparso”, la percezione persistente e spesso dolorosa di un arto perso traumaticamente; naturalmente “il suo interesse risiede, più che negli aspetti biologici e/o neurologici della sindrome, nella sua capacità di prestarsi a metafora della sofferenza e della perdita”.
E il romanzo ruota, oltre che sulla sua crisi e crescente fatica di scrittore, sulla volontà di dar memoria alla moglie, non tanto alla principale attività di traduttrice, ma alle sue opere in maggior parte non pubblicate (racconti, poesie) che riemergono dai cassetti di uno schedario posto in un angolo dello studio di Anna.
C’è un passo, all’inizio del quarto capitolo, dove Auster sembra volerci lasciare il suo consapevole congedo. Lo riporto per intero.
“Un anno e un mese dopo, Baumgartner è seduto alla stessa scrivania nella stessa stanza e si sta chiedendo se tenere la frase che ha appena scritto o cancellarla e ricominciare. La cancella, ma prima di ricominciare si alza dalla sedia, va alla finestra e guarda giù in giardino. È uno splendido pomeriggio assolato di metà settembre, uno di quei giorni sfacciati e prepotenti che piombano in casa, ti afferrano per la collottola e ti sbattono fuori, e cosi anziché tornare alla scrivania a lottare per la terza o quarta volta con la frase, Baumgartner cede al richiamo del bel tempo e lascia la stanza per andare in giardino, dove si accomoda su una sdraio a metà strada tra il patio e il corniolo. Si palpa il taschino sinistro della camicia e scopre che è vuoto. Niente occhiali da sole. Li avrà lasciati in camera da letto ieri, ma anche se oggi pomeriggio la luce è particolarmente smagliante, non ha nessuna voglia di ritrascinarsi in casa a cercarli. In una giornata come questa, si dice, meglio lasciare che il sole illumini il mondo, e goderselo tutto a occhi nudi, senza protezioni.
Guarda in alto, aguzza la vista al passaggio di un uccello nel cielo. Che nuvole bianche, si dice. Che nuvole candide appiccicate a tutto quell’azzurro, un cielo cosi azzurro non vedeva da anni. Incredibile, pensa. La terra va a fuoco, il mondo è in fiamme, eppure per adesso ancora esistono giornate come questa, e quindi tanto vale approfittarne. Chissà, magari è l’ultima bella giornata che vedrà – o l’ultima giornata in assoluto, se è per quello, no? Certo non si aspetta di morire all’improvviso prima che gli uccelli si sveglino domattina, ma i fatti sono fatti, e i numeri non mentono. Ha settantuno anni, e un altro compleanno si profila all’orizzonte fra appena sei settimane, e una volta che uno entra nella zona dei rendimenti decrescenti, può succedere di tutto.[2]“
E la narrazione terminerà in modo formalmente aperto, ma con un finale facilmente immaginabile per il lettore:
“E così, con il vento in faccia e il sangue che ancora gli sgocciola dalla fronte, il nostro eroe parte in cerca di aiuto, e quando arriva alla prima casa e bussa alla porta, si apre il capitolo finale della saga di S. T. Baumgartner.[3]“
[1] Baumgartner, Einaudi, Torino 2023, p. 25. Di alcune opere di Auster avevo scritto su questo blog poco più di cinque anni fa: Leggendo LEVIATANO di Paul Auster.
[2] P. 82-83.
[3] P. 153.
























































































































