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Carlo e Giovanna, memorie di una vita per la collettività

Carlo Alberganti e Giovanna Albertini sono stati, singolarmente e congiuntamente, una presenza significativa della vita sociale, associativa, antifascista, ambientalista, sindacale, amministrativa e politica della comunità del Verbano Cusio Ossola. Persone di cui non solo è doveroso, ma soprattutto arricchente fare memoria.

Un gruppo di amici e compagni che, anche in periodi diversi, hanno accompagnato e condiviso il loro ricco percorso di vita sia in iniziative sociali e pubbliche che in amichevoli momenti privati, si sono ritrovati per organizzare nel pomeriggio di Venerdì 31 ottobre dalle ore 16.30 presso Villa Giulia a Pallanza l’iniziativa

Carlo e Giovanna, memorie di una vita per la collettività.

L’incontro è patrocinato dal Comune di Verbania ed effettuato in collaborazione con l’Associazione Verbania Documenti.

Parteciperà Massimo Serafini, giornalista e scrittore, tra i fondatori del quotidiano il manifesto; la sua attività politica e pubblicistica si è incentrata in particolare sui temi ambientali collaborando con Legambiente e quale portavoce di Goletta Verde. Ha seguito a Verbania negli anni ’70 le lotte degli operai della Rhodiatoce con l’occupazione della fabbrica e i processi successivi.

Altri interventi ripercorreranno svariati aspetti dell’impegno sociale di Giovanna e Carlo. Saranno proiettati alcuni video che li hanno ripresi; la giornalista Giuliana Sgrena, non potendo partecipare di persona, interverrà a distanza con un messaggio video.

Il coro Volante Cucciolo interpreterà alcune delle canzoni popolari che Carlo e Giovanna hanno particolarmente amato.

Seguirà una cena fra amici presso la Casa del Popolo di Trobaso a cui è possibile prenotarsi al numero 3337946424.

Una Parola: Partigiano*

Corrompere le parole è corrompere l’uomo. Stiamo attenti: possono essere tanto giardini quanto prigioni in cui noi stessi parlando ci chiudiamo. (Dolf Sternberger)

L’etimologia è chiara: dal latino pars-partis, parola con più sfumature e, per quanto ci riguarda, possiamo indicare due linee di significato.

Partigiano è chi prende parte, che partecipa, che non si astiene di fronte a quanto avviene, che si mette in gioco.

Partigiano è chi prende una parte, che parteggia, fautore attivo di un “partito”.

Maria Peron a Cicogna

L’oscillazione di significato mette in campo visoni non omogenee: una valorizza la pluralità di scelte e di modalità, una omologante costruita in contrapposizione all’avversario nazi-fascista (es. neri – rossi).

Sulla varietà umana, politica e di motivazioni di quanti si son uniti alla Resistenza, memorialistica e narrativa offrono un ricco panorama.

Chiovini nel diario racconta come, dopo il rastrellamento del giugno ‘44, i superstiti della Cesare Battisti si ricompongano a La Rocca “un’alpe sotto la strada del Vadàa” e ne descrive la varietà: italiani e stranieri, dal cuoco ex alpino al carabiniere siciliano, dall’allegro carrista milanese all’ex alpino verbanese, agli otto russi, ucraini e bielorussi evasi dalle miniere di salgemma sul Reno, da due studenti di medicina, uno sudafricano e l’altro milanese, a due impiegati, alle giovani “matricole” per finire con due dichiaratisi ex ladri.

“Nella vita civile può essere quasi impossibile il caso che parecchi individui appartenenti a disparate categorie sociali, dotate di disparata educazione, riescano a comprendersi a tal punto da costituire un gruppo di persone affiatate. E anche se esistesse affiatamento, non giungerebbe mai a sfiorare l’amicizia. Non avviene soltanto a La Rocca: in parecchi altri luoghi come La Rocca avviene. … Son tutti questi uomini e ragazzi, studenti, ladri, lavoratori italiani e no, che vivono insieme: parlano, dormono, sparano e si radono la barba insieme.”[1]

Bée, maggio 1945. Dopo combattimenti e sfilate si festeggia con una polentata. 
In alto al centro Eligio Trincheri, in basso Luigi Perelli Cippo

Angelo Del Boca ne La scelta narra di un dizionarietto ritrovato sul corpo congelato di un partigiano emerso dalle nevi nel marzo ’45 sull’Appenino ligure-emiliano. Una cinquantina di voci che esprimono quotidianità e sentire della vita di guerriglia. Alla voce “Partigiani” è scritto:

Ce ne sono di tutti i tipi: comunisti e cattolici, socialisti e liberali, anarchici e trotskisti, giellisti e monarchici, leali e opportunisti … giovani e vecchi … consapevoli e no, con scarpe e senza scarpe, vestiti come soldati e come pagliacci.[2]

Carl Schmitt ha elaborato una teoria storico giuridica del “partigiano”[3], figura moderna, nata con la guerriglia spagnola contro l’invasione francese (1808-1813), che delimita tramite quattro criteri: Irregolarità, non fa parte di un esercito regolare e non ne rispecchia strutture e metodi; Mobilità, non staziona su un territorio stabile (es. fronte) ma conduce una guerra di movimento (guerriglia); Impegno politico, a differenza del brigante, la motivazione è politica (nazionale, anticoloniale, rivoluzionaria …) e in più casi la sua azione è diretta da un partito; Carattere tellurico, diversamente dal Corsaro la sua azione è terrestre, legata alla popolazione locale e alle specificità geografiche (montagna, foresta, giungla, deserto …). Se la guerra traduce in violenza l’inimicizia politica, la guerra partigiana la intensifica sino alla soglia dell’inimicizia assoluta e ogni esperienza partigiana viene identificata (dall’Empecinado[4] a Ho Chi Minh) col suo leader.

Come si è arrivati, nel caso italiano, a chiamare partigiano il combattente antifascista? Inizialmente la dizione più diffusa è “Ribelle”:chi insorge contro l’autorità illegittima e l’invasore straniero. La parola latina indica un supplemento di significato: ribelle è chi ha ripreso la guerra (re-bellis da bellum). Basti pensare ai partigiani che avevan vissuto le tante guerre del fascismo o ai soldati che dopo l’8 settembre hanno preso la strada della montagna.

Patriota. Usato più spesso in senso generale anche per i resistenti civili, a parte il caso delle Squadre di Azione Patriottica(SAP). Nella normativa per i riconoscimenti dell’agosto 1945 (DDL n. 518) patriota è chi ha partecipato alle formazioni per meno di tre mesi.

Partigiano. Il prevalere del termine non è stato lineare; è il nome più diffuso in Europa dal Baltico, alla Russia, ai Balcani e in particolare dopo l’imporsi dei partigiani di Tito rispetto ai nazionalisti serbi (cetnici) di Mihailović. Con il coordinamento militare di tutte le formazioni nel Corpo volontari della libertà (CVL) il termine assunse di fatto carattere ufficiale.

Maquis, maquisard. In Francia prevale l’immagine del guerriero “alla macchia”. Lo storico Henri Michel in uno dei primi studi complessivi sulla Resistenza in Europa, (La guerra dell’ombra, 1970) sottolinea: “Non c’è paese occupato che non abbia prodotto la propria Resistenza clandestina” e sottolinea l’unitarietà del fenomeno sia nelle sue motivazioni (Lotta patriottica per la liberazione del territorio nazionale. Lotta ideologica per la dignità dell’uomo. Guerra civile contro collaborazionisti e alleati con la Germania nazista) sia nelle fasi che ne hanno scandito l’evoluzione. I primi gruppi sono disomogenei politicamente e socialmente: è la fase spontanea della Ribellione. L’intensificarsi della lotta richiede l’abbandono dello spontaneismo; fase della Organizzazione sia interna che fra le diverse formazioni superando le divergenze politiche in vista del fine comune: l’Insurrezione nazionale con la sconfitta dell’invasore e la nascita di un nuovo governo nazionale.

Intra, maggio 1945, Rosetta, Pompiere e Vilma

Superare un’immagine stereotipata del Partigiano è più che mai necessario oggi che la Resistenza è spesso oggetto di denigrazioni e falsificazioni, ricordando non solo il suo pluralismo politico e sociale ma anche i tanti e tante Partigiani e Partigiane senza armi che non si limitarono a “dare il loro contributo”, ma furono parte attiva ed essenziale della struttura e della affermazione della Resistenza.

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* Pubblicato sul n. 3/2025 di Nuova Resistenza Unita


[1] Fuori legge???, Tararà Verbania 2012, p. 82-84.

[2] Un uomo ordinato, in La scelta, Neri Pozza, Vicenza 2006, p. 177-188.

[3] Teoria del partigiano, Adelphi, Milano 2005.

[4] Juan Martín Díez, generale spagnolo antifrancese.


Intra, 26 aprile 1945. I partigiani della Battisti, liberata Intra il 24 aprile, traghettano per partecipare alla liberazione della Lombardia sino Milano.

Antonio da Tradate a Palagnedra: gioiello lepontino

Prendi Re. Da quando i pittori suscitarono il miracolo della Madonna che sanguina – o fu la Ma­donna a ispirare loro — quell’icona benedicente dila­gò per villaggi e alpi, indifferente alle frontiere, oc­cupando lunette su povere facciate, o, in forma di immaginetta, appuntata sulla credenza, insieme alle fotografie dei nipoti e a un promemoria dell’Agricol­tore ticinese. E lavorava ignaro o non curandosi dei confini l’Antonio da Tradate che salì a Palagnedra nel quindicesimo secolo a dipingervi almeno una piccola parte di tutte quelle più numerose cose che stanno tra terra e cielo. Nella chiesa originaria di Palagne­dra, il suo ciclo allegorico dei mesi corre lungo l’in­tero coro — oggi una sagrestia — quasi sorreggendo un’apoteosi di santi e profeti e vite di Nostro Signore, che salgono a colmare il cielo artificiale della volta. Spostandosi con i suoi cartoni, questo Giotto un po’ in ritardo disseminò d’arte gli oratori affacciati sul Verbano, dove oggi si dice Italia, e chiese e chieset­te di borghi e villaggi svizzeri. Ma bisogna dire che a Palagnedra diede il meglio, forse perché fuori lo at­tendeva il Gridone che incombe e costringe quasi a rovesciare indietro la testa per vederne la sommità appuntata nel cielo. Il ciclo dei mesi il pittore lo ve­deva svolgersi lì fuori, in quella campagna sospesa sul solco inabissato del torrente; e, sopra quella monta­gna sovrana, un cielo grande abbastanza per ospitare storie sacre e teologie.

È grazie a questo passo di un racconto poco noto di Erminio Ferrari[1] che ho scoperto l’esistenza di un gioiello artistico ticinese praticamente sconosciuto al di qua del confine e, alla prima occasione[2], ne ho approfittato per gioirne la visione salendo a Palagnedra deviando dalla carrozzabile delle Centovalli che da Locarno porta alla Val Vigezzo.

Antonio da Tradate (1465 – 1511 circa)

 Pittore lombardo che ha operato negli ultimi anni del ‘400 e all’inizio del 1500 in Svizzera (Ticino e Grigioni) e sulla sponda lombarda del Lago Maggiore. La sua pittura viene spesso collegata, come stile e tematiche, alla scuola tardogotica dei Seregnesi[3] anche loro operanti in Svizzera e in particolare nel ticinese.

Lo studioso locarnese Romano Broggini così lo presenta:

“Antonio da Tradate, pittore della fine del ‘400, la cui prima opera conservataci sarebbe un affresco votivo del 1490 nella chiesa del Collegio Papio ad Ascona, mentre le ultime, un gruppo di affreschi del 1510 in val di Blenio ed oltre il Lucomagno. In quell’anno egli firma infatti un affresco a Curaglia «Antonius de Tredate habitator Locarni». Ac­compagnato dagli appellativi «magister» e «pictor», egli è citato in 3 documenti notarili degli anni 1497, 1510, 1511. […] Chi fosse Antonio da Tradate, abitante a Locarno, non si sa e neppure da quale ambiente pittorico venisse. Sappiamo che ebbe un figlio, pure pittore, maggiorenne nel 1510. Un esame stilistico delle opere più im­portanti lo avvicina all’ultima generazione dei pittori della famiglia «da Seregno», che nel ‘400 aveva cittadinanza luganese e che nel 1466 lavo­rava ad Ascona. Nicolao da Seregno, della seconda generazione, nel 1478 affrescava la chiesa di S. Nicolao a Giornico: ma v’è in lui un desiderio di grafica eleganza gotica che è sconosciuta in Antonio da Tradate: que­sti sembra invece riagganciarsi a forme più arcaiche, ma è più sensibile anche ai richiami d’un nuovo realismo. V’è inoltre in Antonio da Tradate un’aria di familiarità con Galdino da Varese […] anche se talvolta, più che a dirette influenze reciproche, si può pensare ad una comune provenienza di orientamenti mentali e di tradizione tecnica in aree periferiche nord lombarde.”[4]

Gli affreschi di Palagnedra

“Nel complesso delle opere firmate o attribuite ad Antonio da Tradate il coro di Palagnedra occupa certamente la posizione di maggior rilievo per la conservazione, per la complessità e per i pregi di colore e di compo­sizione. L’attribuzione al pittore nasce probabilmente dalla lettura della iscrizione in parte distrutta che esisteva nel coro stesso, trasmessa oral­mente in loco, confermata e mantenuta dai frammenti esistenti: essa è oggi però ben documentabile attraverso il confronto di parte degli affre­schi di Ronco.

Questi, oltre la firma di Antonio da Tradate, portano la data del 1492; sotto la parete raffigurante gli apostoli, assai rovinata, lo zoccolo rappresentan­te i mesi ricalca appieno la iconografia e gli schemi di Palagnedra. Solo alcuni particolari e lo sfondo sono diversi, sì che appare verosimile l’uso degli stessi cartoni, ridotti, a Ronco, nella parte inferiore. La attribuzio­ne di Palagnedra è oggi quindi confermata anche da elementi formali e concreti.”[5]


L’attuale pregevole condizione degli affreschi è frutto di un attento lavoro di restauro effettuato nel 1966, per conto della Fondazione Dietler-Kottmann, dall’artista e restauratore Carlo Mazzi (1911-1988) che così ricorda:

“I dipinti in ottimo fresco, che ornano com­pletamente le tre pareti e la volta a cro­ciera del coro della vecchia chiesa di Pa­lagnedra, sembrano datare dalla fine del ‘400. La costruzione della nuova chiesa, nel ‘600, ha in parte danneggiato un angolo del coro: parte dell’arco trionfale è cadu­to. D’altra parte gli affreschi che vennero a trovarsi in sagrestia non vennero mai scialbati né ritoccati. […] Gli affreschi sono dipinti con gran cura, con buona prepara­zione del fondo, in una tecnica assai abile e disponendo le figure in modo eccellente. […]

Il restauro venne orientato in modo da non permettere confusione fra le parti restaurate e quelle autentiche, pur ri­dando unità all’ambiente e leggibilità alle scene. […] La pulitura ha permesso in particolare di riscoprire quasi completamente il mese di gennaio, di interpretare quelli di luglio, ottobre e novembre, di scoprire il sottarco, con le figure [di S. Michele e una Madonna di Rè] e l’Annunciazio­ne esterna, nella Crocefissione di leggere la scena invisibile del diavolet­to che prende l’anima del cattivo ladrone.”[6]


Ripercorrendo l’insieme degli affreschi, possiamo così suddividerli.

Appoggiata al pavimento, anch’esso restaurato per impedire infiltrazioni, scorre sui tre lati l’allegoria dei mesi da gennaio a novembre. Il mese di dicembre è stato evidentemente distrutto con l’apertura della porta che unisce la cappella con la successiva chiesa del ‘600.


Nella parete centrale (tra e ai lati di due finestre volte ad oriente) una imponente Crocifissione.


Nella parete a nord, sopra i mesi da gennaio a maggio, gli Apostoli Pietro, Giacomo Maggiore, Matteo, Andrea, Bartolomeo e Filippo.

Nella lunetta sovrastante, fra due profeti, Gesù che salendo al Golgota con la Croce incontra la Veronica.

Nella parete sud, sopra i mesi da agosto a novembre, gli altri sei Apostoli: Taddeo, Mattia, Tommaso, Simone, Giacomo Minore, Giovanni.

Nella lunetta sovrastante, sempre fra due profeti, l’orazione di Gesù nel Getsemani.

Nella volta a crociera, sopra la Crocifissione Cristo benedicente in gloria con i simboli degli evangelisti, in un ovale sorretto da quattro arcangeli.


Nella vela della crociera a nord, sopra i primi sei apostoli, e l’incontro con Veronica, due angeli e i Padri della Chiesa Gregorio e Gerolamo.


Nella vela a sud, sopra gli altri sei apostoli, e Gesù nel Getsemani un angelo (il secondo non è più visibile) e i Padri della Chiesa Ambrogio e Agostino.


Nella parziale vela a ovest, opposta al Cristo in Gloria, San Michele Arcangelo fra Sant’Abbondio e San Vittore.


A nord, nell’arcata che precede i primi sei apostoli, Sant’Agata vergine e martire, venerata in particolare quale protettrice delle malattie del latte

A sinistra dell’arcata abbiamo quelli che Mazzi interpreta quali ex voto con una Madonna tipo di Re (precedente di due anni alla tradizione del miracolo del 1494)

e un parziale San Michele.


Se nel dettaglio questi sono i ricchi contenuti della pur piccola cappella, non va evidentemente perso l’insieme della scenografia che risale dallo scorrere terreno dei mesi alla tradizione evangelica (gli apostoli e il Golgota) per sovrastare nella volta con il Cristo in gloria e i pilastri della dottrina, così come mirabilmente ci ha introdotti il passo iniziale di Erminio Ferrari.



Se passate in auto dalle Centovalli o siete a in Val Vigezzo non perdete l’occasione: all’altezza del lago artificiale costruito sulla Melezza, scendete, passate sopra la diga e risalite l’altro versante scoprendo che non sempre è necessario recarsi molto lontano per ammirare i capolavori pittorici dei secoli andati.


Note

[1]Centovalli (via Locarno). Storie di treni e di contrabbando”, in AA.VV. Negli immediati dintorni. Guida letteraria tra Canton Ticino e Lombardia, DoppioZero – Casagrande, Bellinzona 2015. Il racconto completo si può leggere >>  qui.

[2] L’occasione si è realizzata grazie alla 27ma edizione del Sentiero Chiovini in partenza da Palagnedra. Con altri amici dell’ANPI abbiamo accompagnato gli escursionisti del trekking, e dopo la roro partenza ne abbiamo approfittato per visitare la Chiesa di San Michele.

[3] Antonio, Baldassarre e i più noti Cristoforo e Nicolao da Seregno.

[4] “Gli affreschi di San Michele” in Gli affreschi del coro della chiesa di San Michele a Palagnedra, Parrocchia di Palagnedra 2011 (III ed.), p. 17-20.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 31-34.

Una Parola: Cittadinanza

È in distribuzione il n. 2/2025 di Nuova Resistenza Unita. Oltre alle consuete firme da questo numero si aggiunge la collaborazione di Giuseppe Mendicino, scrittore di calibro nazionale noto in particolare per i suoi studi su Mario Rigoni Stern, Joseph Conrad e, mi piace sottolineare, la riscoperta della partigiana e scrittrice Giovanna Zangrandi. In questo numero il suo contributo è su Sandro Delmastro, partigiano e amico di Primo Levi; un motivo in più per leggere, abbonarsi e sostenere Nuova Resistenza Unita.

Nella ormai consueta rubrica “Una parola” ho affrontato significato e storia della “cittadinanza”: un percorso di diritti, libertà ed eguaglianza che il fascismo ha tentato di fermare e che gli emuli odierni del ventennio rozzamente tentano di rinchiudere in ideologici criteri razziali.

Mi piace ricordare la lungimiranza dei Comuni e di molte città medievali che hanno favorito il loro sviluppo economico e civile accogliendo e liberando dalle servitù feudali le energie vive di coloro che hanno voluto fuggire dalla condizione servile diventando nuovi cittadini. La crescita delle nostre città nel tardo medioevo e oltre non potrebbe esser spiegata senza l’energico afflusso di questa nuova linfa. Questa voce della rubrica era già stata scritta, quando, tre settimane fa, sono stato a Viterbo e ho scoperto che dal 1095 “chiunque sia gravato da condizione servile” passando attraverso la Porta Sonsa (o Sonza) diventava cittadino libero.

La chiusura attuale verso le nuove cittadinanze è l’altra faccia del declino demografico, economico e civile del nostro paese.


Chi guida la città e regge lo Stato, deve dire parole appropriate (Eschilo)

Cittadinanza

L’insieme delle prerogative giuridiche, politiche e sociali del “cittadino” e nello stesso tempo l’insieme, la totalità dei cittadini. Il termine infatti si rifà nell’italiano arcaico sia a cittade (“città” dal latino civitas) indicante la collettività dei cittadini, che a cive (“cittadino”dal latino civis) che ha origine dalla radice indoeuropea KEI (“insediarsi”) ampliata in “v”. Mentre nel latino prevale l’aspetto giuridico (i diritti), nel sanscrito ςeva (“caro”) prevale quello affettivo; una connotazione di sottofondo che rimanda alla “identità” legata al luogo.

La Cittadinanza Romana, propria dei cittadini di Roma, attribuiva loro il Plenum ius (pieno diritto) differentemente dalla “cittadinanza latina” delle città italiche, con minori diritti politici e civili. Gradualmente quella Romana venne estesa sia per meriti individuali che per l’ampliamento territoriale sino alla Constitutio Antoniniana emanata da Caracalla nel 212 d.C. che la attribuì a tutti i cittadini dell’Impero; da sottolineare che il Plenum ius conviveva con l’essere sudditi dell’Imperatore.

Porta Sonsa (Viterbo)
Restauro e traduzione a cura del Lions Club di Viterbo (2012)

Die Stadtluft macht frei, «l’aria della città rende liberi»: lo sviluppo urbano nel medioevo in Germania e in Italia concedeva, solitamente dopo un anno e un giorno, la libertà dalle servitù feudali agli abitanti delle campagne rifugiatisi entro le mura cittadine. Considerato da vari autori (Marx e Weber ad es.) come un passaggio verso le libertà moderne; Carlo Cattaneo nella sua opera: “La città considerata come principio ideale delle istorie italiane” afferma «Se le nostre città sono belle, è perché sorsero per la vita civile, come uno spazio entro il quale lo scambio di esperienze, di culture e di emozioni avviene grazie al luogo e non grazie al prezzo».

Il sociologo statunitense Robert Putnam ha studiato la tradizione civica dei Comuni Italiani[1] basata sulla partecipazione crescente di strati popolari e sulle connesse “virtù civili” (repubblicanesimo civile) dando vita a “comunità civiche” che, a secoli di distanza, spiegano le diverse modalità di partecipazione alla vita pubblica nelle diverse regioni del nostro paese.

Citoyen. Se la cittadinanza si è storicamente connessa con diritti e libertà, nella Francia rivoluzionaria (1789-1804) si connette anche a eguaglianza: non esistono più i privilegi nobiliari e tutti i cittadini devono sottostare alle leggi che si sono dati: come spiega Rousseau, i cittadini non sono più sudditi ma “sovrani” in quanto “ubbidiscono unicamente a se stessi.

Il fascismo farà prevalere la nazionalità alla cittadinanza.

Esemplare quanto avvenuto a Verbania subito dopo la costituzione in nuovo Comune (4.04.1939) retto da Commissario prefettizio.

Il Direttore dell’Ufficio di Igiene, Carlo Alberto Luzzatti, in quanto cittadino “di razza ebraica” viene esautorato e sulla base del regolamento interno per i dipendenti comunali si procede a nuova assunzione. Regolamento che, in sintonia con la normativa allora vigente, richiede la cittadinanza italiana e di “non appartenere alla razza ebraica”. Si precisa inoltre che “Sono parificati ai cittadini dello Stato gli italiani non regnicoli[2] ovvero italiani con cittadinanza di altro Stato. Il criterio di razza e nazionalità prevale sulla cittadinanza.

I rappresentanti della Resistenza nelle Valli Alpine riuniti a Chivasso (19.12.1943,) denunciate l’oppressione politica, la rovina economica e la distruzione delle differenze culturali locali da parte del fascismo, dentro la prospettiva di una nuova cittadinanza all’interno di uno Stato Repubblicano e Federale, al primo punto affermano “la libertà di lingua, come quella di culto, è condizione essenziale per la salvaguardia della personalità umana.”


[1] R. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano 1993.

[2] Deliberazione del 29.07.1939: “Regolamento organico”, art. 8.

Pier Antonio Ragozza e la Resistenza

Lo scorso 12 maggio presso il Liceo Spezia di Domodossola, in collaborazione con la Fondazione Paola Angela Ruminelli e l’editore Grossi, a un anno dalla prematura scomparsa di Pier Antonio Ragozza, è stato presentato in anteprima il volume “Una passione civile. Scritti scelti sulla storia e la cultura del Verbano Cusio Ossola” a cura di Paolo Crosa Lenz e Andrea Pozzetta.

Il volume, progettato e curato editorialmente dalla Associazione Casa della Resistenza, raccoglie una selezione di scritti scelti nella immensa produzione dei contributi di Pier Antonio Ragozza in monografie e periodici suddivisi in sei sezioni.[1] Un doveroso riconoscimento ad una personalità che con serietà e modestia ha lasciato un debito indelebile culturale e civile alla nostra comunità territoriale. Quella che segue è la introduzione che ho preparato per la parte del volume dedicata alla Resistenza.

L’invito naturalmente è quello di procurarsene una copia – disponibile in libreria sia presso la Casa della Resistenza – scoprendo e approfondendo il filo conduttore che lega l’insieme dei suoi scritti e delle sue orazioni: una “Passione civile” appunto, eticamente fondata e rigorosamente documentata, che pare provenire da altre epoche ma di cui, in questi tempi rumorosi, arroganti e spesso violenti, abbiamo un enorme bisogno.

Liceo Spezia, Domodossola 12.05.2025: presentazione di “Una Passione civile”

Le dimensioni della Resistenza

Una Resistenza a più dimensioni: civile oltreché militare, locale, nazionale e internazionale, giuridica prima ancora che politica, tecnica ed operativa ed anco anticipatrice e una profondità etica, sia laica che religiosa, che connette a lega l’insieme. Tutto questo troviamo in questa sia pur breve selezione di scritti di Ragozza che non sempre è stato facile distinguere dalle successive sezioni (territorio, storia militare, frontiera, scritti civili, orazioni) che a loro volta con la Resistenza spesso si intrecciano.

Casa della Resistenza, 27.11.2014: Seminario sulla “Repubblica prima della Repubblica”

Un legame organico che, quale studioso, personalità civile ed istituzionale, già a partire dalla sua tesi di laurea del 1988 sulla “Legislazione della Repubblica dell’Ossola” lo ha caratterizzato per l’intero percorso di vita. Nello specifico posso ricordare la collaborazione nella realizzazione di iniziative e convegni di studio con l’Istituto Storico della Resistenza di Novara e con la Casa della Resistenza di Fondotoce. Aveva anche potuto partecipare nel 2023 al neonato Comitato Tecnico Scientifico di questa associazione quando poi la sua improvvisa e prematura scomparsa ha lasciato un vuoto impossibile da colmare. Al 1989, da giovane neolaureato, risale il suo primo contributo alla Rivista “Resistenza Unita” – poi “Nuova Resistenza Unita” – proseguita con frequenti collaborazioni nei trentacinque anni successivi; scritti solo in parte riportati nelle pagine seguenti.

La dimensione della Resistenza civile. Nel ricordare eventi e personaggi, apparentemente minori, vi è un afflato costante, un debito che dobbiamo a numerose figure che hanno resistito e contribuito in modi diversi a superare gli orrori di una guerra imposta dagli occupanti nazisti coi loro collaboratori fascisti. Un dovuto riconoscimento che in genere era mancato nella ufficialità delle commemorazioni. Vi troviamo le “portatrici” di Premosello che, con le trausciui (pantofole) per non far rumore, trasportavano “la libertà nella scivera”, persino due militari tedeschi, uno che preferì morire per non tradire la sua fede religiosa, l’altro che aspettava a sparare quando il “nemico” era oramai fuori pericolo, il parroco di Colloro che si offre in ostaggio per risparmiare la popolazione, la levatrice che, oltre a far nascere, da sola o con l’aiuto del primario di Premosello salva i feriti dell’una e dell’altra parte. Personaggi, storie che ci fanno intendere come anche durante la crudeltà della guerra un principio morale, sia religioso che laico, abbia potuto (e voluto) anticipare semi per un auspicato futuro di pace

Un debito e un riconoscimento, che se non dimenticato è stato certo tardivo, quello verso gli “alpini partigiani” della armata stracciona che dall’altra parte dell’Adriatico dopo l’8 settembre scelsero, dopo esser stati occupanti, di unirsi alla resistenza jugoslava come la figura di Ugo Nino che simbolicamente ha unito la penna bianca di ufficiale alpino alla camicia rossa dei garibaldini.

La dimensione locale, rivolta a quanto avvenuto nel territorio ossolano, ad esempio agli abitanti di Bettola che hanno visto le loro case in gran parte distrutte senza un perché (per niente!) e l’interesse particolare per la formazione del Valdossola con i suoi fazzoletti verdi e il suo comandante Superti. Non solo perché questi aveva posto il comando a Colloro (paese di nascita di Ragozza) ma soprattutto perché è per sua iniziativa, e forzatura, che di concerto con Tibaldi non solo l’Ossola venne liberata nei gloriosi 40 giorni, ma si diede un governo civile in grado di amministrare quel territorio e che nel contempo fosse, non tanto una “repubblica” come poi è stata chiamata, ma una consapevole anticipazione della repubblica a venire.

Casa della Resistenza, 17.12.2017: iniziativa in ricordo di Paolo Bologna

Su questo tema Ragozza ha scritto tanto, ben più di quanto è stato possibile selezionare per questa antologia. Nel denso saggio sulla “Repubblica” (tra virgolette) dell’Ossola Ragozza coniuga la sua competenza giuridica con lo spessore dello storico evidenziando il rigore legislativo della Giunta di Governo che, in una situazione «straordinaria e temporanea», doveva emanare norme e regolamenti senza poter aver rapporti diretti con il Governo di Roma a cui comunque si richiamava, coprendo il vuoto derivato dalla abrogazione delle norme esplicitamente fasciste, ed emanando norme «riconducibili a due gruppi fondamentali: il primo relativo alle norme dirette alla risoluzione di problemi contingenti del territorio e della popolazione, o ancora di ca­rattere organizzativo, e un secondo composto da norme che si proiettavano nel futuro dell’Italia liberata, delineando proposte e iniziative da realizzarsi a più lunga scadenza»; assumendosi la Giunta un potere legislativo giustificato dalla eccezionalità della situazione in piena sintonia e parallelismo con quanto avveniva “nella parte di Italia già liberata con l’introduzione del decreto legislativo luogotenenziale n. 151 del 25 giugno 1944”. Così come il Bollettino quotidiano della Giunta assunse di fatto la funzione di una “Gazzetta Ufficiale”. Tra gli altri viene sottolineata l’esemplarità giuridica e umana del giudice della “Repubblica”, Ezio Vigorelli che, dopo aver partecipato al funerale dei suoi due figli caduti in Valgrande, tralasciando qualsiasi sentimento personale di rivalsa, nei confronti dei fascisti detenuti effettuò con rigore l’istruttoria «ma senza arrivare a una sentenza definitiva, attendendo per l’irrogazione delle eventuali sanzioni, quelle “determinate a suo tempo dal governo democratico dell’Italia riunificata, libera, indipendente”.»

Nel più breve scritto sulle scuole Galletti di Domodossola si ricorda come il direttore fascista fosse comunque lasciato al suo posto durante i 40 giorni, mentre si dava vita ad «una Commissione didattica consultiva presieduta da don Gau­denzio Cabalà, docente alle Scuole Galletti e divenuto una sorta di ‘ministro della Pubblica istruzione’ della zona libera», che volle anticipare «quello che poteva essere il futuro assetto della scuola italiana del dopo liberazione».

L’altra dimensione in cui Ragozza mostra incomparabile capacità di connettere competenza tecnica e spessore storico sia retrospettivo che nel costante passaggio dal locale al nazionale, e in più casi a suggestioni ed esempi anche internazionali, è quella militare. Negli “Aspetti militari delle comunicazioni delle forze partigiane” sottolinea come la rapidità e correttezza delle informazioni (dalla battaglia di Maratona in poi) sia essenziale per qualsiasi operazione militare e, nello specifico della resistenza, sia per i collegamenti fra le formazioni (qui il ruolo essenziale delle staffette) per coordinarne le operazioni e scambiare informazioni di intelligence sul nemico, che per le comunicazioni con gli Alleati e i comandi nell’Italia del Sud. Nel denso saggio sull’armamento dei partigiani, partendo da alcune esposizioni museali Ragozza compie una completa rassegna delle tipologie di armamenti, sia individuali che “di squadra”, sino agli esplosivi e all’artiglieria pesante. Per ogni tipo di arma ne viene ripercorsa l’origine e le diverse varianti di modello e calibro, le formazioni o i casi singoli di loro utilizzo con anche qualche cenno alla loro diffusione successiva al 1945 come il Moschetto automatico Beretta «prodotto in nuove versioni sino al 1957 e adottato, oltre che dalle forze armate e di polizia italiane, pure da eserciti di altri Paesi» oppure il mitra più diffuso, lo Sten, «arma rustica, dal design semplice, a basso costo e facile da costruire. Terminata la guerra, molti degli Sten prodotti in enormi quantità fino al 1953 … vennero ceduti a diversi Stati e impiegati in vari conflitti nei decenni successivi, persino su fronti opposti come nel 1971 per India e Pakistan. Gli ultimi a utilizzare in modo organico e diffuso quest’arma furono forse i guerriglieri del Movimento zapatista del Chiapas in Messico nel 1994

Per quanto riguarda la specifica situazione relativa al possesso e utilizzo degli armamenti partigiani, oltre l’iniziale problematicità del reperimento, ha costituito una grave difficoltà anche la disomogeneità per l’origine diversa della loro acquisizione (possesso privato, regio esercito, polizia e carabinieri, provenienza estera, catturate dal nemico, aviolanci, ecc.) Questo pesava sia sulla quantità che soprattutto sulla disomogeneità dei munizionamenti con la necessità di adattare calibri disomogenei magari con il supporto clandestino di maestranze di fabbriche meccaniche. Supporto operaio che si realizzò anche per la produzione di bombe a mano e, in un caso, «un tentativo di realizzare un mezzo blindato».

Casa della resistenza, 26.06.2021: presentazione del libro di N. e L. Tordini “Partigiani di Valgrande”

Uno studio appassionato di storia militare e degli armamenti che non è assolutamente in contraddizione – come taluno potrebbe pensare – con l’afflato etico di cui abbiamo prima parlato. Ragozza è un profondo conoscitore (e narratore) di storia militare ma non è un militarista e tanto meno un bellicista. La conclusione del saggio sulle armi dei partigiani da questo punto di vista è esemplare. Richiamando il salvataggio della Galleria del Sempione con la distruzione da parte di un commando garibaldino delle «1.500 casse con 64 tonnellate di tritolo e diversi proiettili di marina ammassati dai tedeschi», così conclude: «è da ricordare che proprio in questo episodio storico si è avuto l’effettivo im­piego della miglior arma utilizzabile in un conflitto, di liberazio­ne e non: la capacità di portare a termine con esito ampiamente positivo una missione bellica senza fare vittime, nemmeno fra gli avversari

Vale la pena infine sottolineare come – pur con un occhio particolare ai fazzoletti verdi di Superti – la sua visione della Resistenza sia assolutamente unitaria: ne parla come di un complesso unico e omogeneo al contrario di quanti oggi, non solo tra revisionisti e detrattori più o meno nostalgici, ma anche di chi, pur formalmente richiamandosi alla resistenza, tenta di contrapporre formazioni e partigiani tra buoni e cattivi, democratici e antidemocratici. La totalità della Resistenza lavorò per quella anticipazione della libertà democratica di cui la “Repubblica” ossolana fu alto esempio, ma non certo l’unico.

Quarta di copertina

[1] L’indice del volume è consultabile dal catalogo dell’editore > qui <.

Populismo dilagante, sinistra declinante

Scartabellando tra i file del mio PC ho trovato questo “Populismo dilagante …” unitamente ad una serie di link i più dei quali non più attivi. Si trattava di una ripresa del mio intervento del 2017 alla Assemblea Congressuale del VCO preparatoria al Congresso nazionale fondativo di Sinistra Italiana[1]; pensavo di farne la base per una riflessione più generale sul populismo e le sue evoluzioni. Progetto rimasto nel cassetto (in una cartella del PC) per evidenti motivi. Da un lato i contributi – articoli, saggi – sul tema si sono ampliati a dismisura e soprattutto l’evoluzione del populismo e delle sue propaggini (sovranismi, democrature, partiti e governi esplicitamente autoritari) si sono sviluppati ed anco trasformati con radicale velocità.

Eppure mi è sembrato che rileggere quelle note oggi – al tempo dei Trump, Putin, Netanyahu, Meloni, Erdoğan, Orbán, la francese Le Pen, la tedesca Weidel ecc. – può forse aiutarci ad una visione meno istantanea ed episodica dei tempi tragici che stiamo vivendo. Riproponendomi di riprenderne la tematica in alcuni dei prossimi post.


Il populismo

C’è chi, come Massimo Cacciari, in un recente dibattito televisivo, sostiene che ormai la categoria sia inservibile perché copre realtà troppo diverse fra loro, una parola che volendo spiegar troppo non spiega più niente e chi, come Asor Rosa, propone un nuovo concetto, quello di “massismo” fondata sul rapporto fra una “Massa disorganizzata e indistinta” e un Capo che promette la “distruzione del vecchio sistema”. Penso invece, diversamente da Cacciari, che il populismo, o meglio i populismi come proverò a chiarire, siano una realtà con cui la sinistra deve esser capace di far fronte a livello di comprensione e di azione politica con la consapevolezza che l’espansione dei populismi si riflette in modo simmetrico nel declino della sinistra. Penso anche che non sia sufficiente una analisi descrittiva come quella di Asor Rosa che tra l’altro utilizza una categoria (la “massa” e implicitamente “società di massa” che mi pare più inerente al Novecento che al secolo attuale). Proverò a spiegarmi con una esperienza personale.

Abdalà Bucaram. Nell’estate del 1987 eravamo (moglie figli e sottoscritto) in Ecuador e (circa a metà agosto) alla televisione veniva dato gran risalto al ritorno dall’esilio da Panama al suo paese, accolto da una gran folla a Guayaquil, di Abdalà Bucaram. Volevo capire non solo la situazione ma soprattutto le caratteristiche politiche di quel personaggio.

Bucaram, agosto 1987

Mi si è spiegato che era il capo indiscusso di un partito populista (era la prima volta che sentivo quel termine): il PRE (Partido Roldosista Ecuatoriano). Non capendo mi si precisava che non era né di destra né di sinistra e che il tutto si basava sulla sua personalità eccentrica e popolare. Di origini libanesi era stato un atleta famoso dell’Ecuador (calcio, atletica), portabandiera nazionale alle Olimpiadi di Monaco del 1972 e successivamente presidente della società della squadra di calcio di Guayaquil. Cognato dell’ex presidente Jaime Roldós Aguilera (1979-1981) che aveva sposato sua sorella e che con lei morì in un incidente aereo dai più considerato un attentato organizzato dalla CIA per il suo contrasto allo sfruttamento del paese da parte delle multinazionali petrolifere statunitensi. Nel 1984-85 Bucaram era diventato con largo suffragio sindaco di Guayaquil ma, entrato in contrasto con il presidente León Febres Cordero e condannato per offesa alle forze armate, si era rifugiato in esilio a Panama dove ebbe anche lì guai con la giustizia (possesso di cocaina). Enormemente popolare a Guayaquil (la città più popolata e in contrasto con la capitale Quito), denominato “El loco” sarà poi eletto presidente dell’Ecuador dall’agosto 1996 al febbraio ‘97, ma destituito dal Congresso dopo appena sei mesi per “incapacità mentale a governare”.

Una categoria universale? Un insieme di caratteristiche queste di Bucaram che, generalizzandole, possono benissimo servire ad individuare il populismo e in particolare i suoi leader. Personalità eccentriche, per lo più diventate notorie e popolari in contesti diversi da quello politico (sport, spettacolo, economia ecc.) che si presentano come radicalmente alternative a tutte le altre forze politiche e ai poteri costituiti, con posizioni (spesso alternate) che possono essere o apparire sia di destra che di sinistra, con capacità di comunicazione (spesso molto semplificata) e simbiosi con il popolo, con le masse che si identificano con il capo e i suoi slogan. In politica tendono a fondare un proprio partito (o movimento) o comunque a trasformare il partito di appartenenza in un partito personale. Per un bel po’ ho identificato il populismo entro queste coordinate (non molto diverse dall’analisi di Asor Rosa) sino a quando mi sono accorto che erano insufficienti in quanto descrivono (e permettono abbastanza facilmente di individuare) la presenza del populismo ma non lo spiegano. Su questa base possiamo individuare come populisti nostrani Berlusconi (almeno nella sua prima fase), Grillo, Salvini e per certi e non secondari aspetti Renzi e per altri De Magistris; e, in giro per il mondo, Trump, Le Pen (padre e figlia), Farage e anche Putin e naturalmente molti altri. Se così fosse avrebbe ragione Cacciari: la categoria è diventata inservibile potendosi applicare a grandissima parte della politica contemporanea.

I populismi.

L’ex presidente Bucaram

Ritornando a Bucaram mi sono chiesto: “Qual è stato l’elemento di forza che gli ha permesso di diventare prima sindaco Guayaquil e poi presidente dell’Ecuador?” Fatta la domanda giusta la risposta mi parsa evidente: Guayaquil e le sue caratteristiche economiche e sociali di quegli anni. La città aveva infatti subito una rapidissima trasformazione con una popolazione triplicata dall’inizio degli anni ’60 alla fine degli anni ‘80 (un milione e mezzo nel 1990; oggi siamo oltre 3,7 milioni) grazie all’afflusso sia di popolazioni indigene dell’entroterra che, grazie al porto, da più nazioni limitrofe (Perù, Brasile, Colombia ecc.) che ha disgregato la precedente struttura sociale post coloniale (rimasta invece alla base della capitale Quito con cui si accentua il conflitto duale quale capitale economica nei confronti della capitale giuridico-amministrativa). Bucaram ha saputo far leva su questo tessuto sociale disgregato della città in rapida e disordinata trasformazione alimentando il risentimento nei confronti della Capitale e dei partiti tradizionali che con la capitale venivano identificati, ponendosi quale icona identitaria (non casualmente di origini non europee) e come portatore di riscatto. L’assenza di un progetto praticabile ne ha segnato il rapido declino. Se questa spiegazione è valida possiamo dire che oltre alle caratteristiche personali e politiche della leadership il populismo ha alla sua radice una struttura sociale che si sta disgregando e scompaginando e che sopperisce alla carenza di socialità con una identificazione in un leader che ne sa sollecitare, rappresentare e indirizzare frustrazioni, insoddisfazioni e soprattutto risentimento nei confronti di un (vero o fittizio non importa) antagonista sociale. Allora non c’è un solo generico e generale populismo ma specifici e ben diversi populismi che non si differenziano solo per le diversità dei loro leader e delle loro parole d’ordine ma soprattutto per la diversità delle specifiche basi sociali. Basi sociali a cui bisogna saper dare risposte (e progetti praticabili) di ricomposizione (economica e sociale) e non solo una critica, sia pur razionale, e un contrasto politico alle parole d’ordine populiste. È evidente ad esempio la differenza fra il populismo di Trump – che si regge, come molti osservatori hanno sottolineato, sul declino e risentimento della classe bianca (sia ceto medio e alto che operaio) nei confronti di una ormai maggioritaria società multietnica e del cosiddetto “establishment” – e il populismo dei Cinque Stelle nato e diffusosi nelle fasce d’età giovanili sottoposte a disoccupazione, precarietà, privazione di futuro che hanno trovato nel Movimento, nella connessione in rete e nel suo leader un’identificazione fondata sul risentimento verso “la politica corrotta e disonesta”. L’analisi del voto nazionale per fasce d’età delle ultime politiche (2013) non lascia dubbi. Il Movimento ha fatto anche presa a livello comunale in particolare laddove le precedenti amministrazioni non hanno saputo far fronte alla disgregazione prodotta dalla crisi nelle fasce sociali meno abbienti, in particolare nelle periferie urbane. Non è un caso che laddove si sono configurati progetti (anche diversi fra loro) più aggreganti socialmente e più in grado di dare risposte politiche convincenti (es. Milano, Cagliari, Napoli) questa “presa” non è avvenuta subendo talora anche un tracollo rispetto alle elezioni politiche.

La sinistra.

È evidente che bisogna andare oltre alla sinistra del ‘900 sia nella sua variante socialdemocratica che in quella comunista. La prima si è progressivamente trasformata (il cosiddetto riformismo) in un supporter del liberismo perdendo i riferimenti con la originaria base sociale. La seconda ha chiuso i conti con la storia nell’89 e i suoi epigoni ancora non si capacitano di capire di come un sogno si sia trasformato in un incubo. Ma c’è un elemento che ha accomunato entrambe: la convinzione, storicamente fondata, che i movimenti sociali (il movimento operaio in primis, ma anche quello contadino e tutti gli altri a base popolare) siano portatori di una dinamica unificatrice di progresso sociale e democratico. Così in effetti è stato dalla nascita del movimento operaio in poi. Dobbiamo però prendere atto che oggi non è più così, i movimenti non hanno più in sé una capacità trasformativa. La tendenza di fondo del mondo attuale, dominata dal capitalismo finanziario, è centrifuga, tende alla frantumazione dei corpi sociali: questi processi di divisione sono evidenti a ogni livello, dalla struttura familiare alle dinamiche degli stati e della politica internazionale. E i movimenti (quello operaio in primo luogo) sono costretti soprattutto a ripiegarsi alla difesa di diritti e conquiste che fino a pochi decenni fa erano dati come stabilmente acquisiti. Una “sinistra” che non vive all’interno delle lotte e dei movimenti operai e sociali non è più tale, ma deve essere consapevole che questo non è sufficiente. Si presentano oggi sulla scena diverse modalità di sinistra oltre al “riformismo” neoliberista e all’identitarismo nostalgico: quella di opinione che conduce una battaglia culturale, quella amministratrice che dai comuni al parlamento interviene nelle amministrazioni e nella legislazione, quella di opposizione che partecipa alle lotte e ai movimenti. Sono necessarie tutte e tre per una rinascita di una sinistra post-novecento, ma sembra non riescano a trovare una sintesi indirizzandosi ciascuna in un itinerario diverso e divaricato.

Le nostre divisioni.

In quanto appena detto mi pare si fondino le divisioni che ci hanno attraversato e che ci attraversano oggi. Divisioni tra chi si impegna in un ruolo di rappresentanza politica e in più casi “amministra” dentro esperienze positive e chi fa “politica generale” (di opposizione, all’interno dei movimenti, nel sociale ecc.). Per lungo tempo ho pensato che questa naturale differenziazione (visto che non abbiamo pensato di limitarci alla sola opposizione) si superasse con una leadership autorevole (individuale e collettiva). Nichi ha svolto per anni questa funzione, ma lui per primo ha capito che quel tempo era passato. Passato non tanto e non solo per lui, ma in generale. La velocità di trasformazione dell’oggi fa sì che i leader, soprattutto a sinistra, tramontino velocemente anche perché essendo il campo da contendere soprattutto quello con i dilaganti populismi, alle leadership personali che aggregano sulla base del risentimento e di slogan semplificatori la sinistra deve essere in grado di contrapporsi con progetti credibili in grado di ricomporre e ricostruire il tessuto sociale dentro percorsi di nuova socialità. E il superamento della dicotomia fra prospettiva di governo da un lato e protesta e opposizione dall’altro, oltre che da una leadership condivisa, deve fondarsi soprattutto sul progetto. E non può essere solo un progetto nazionale ma questo deve articolarsi in progetti per grandi aree territoriali e per i principali nodi e problemi del nostro tessuto sociale. Senza una politica in grado di mettere al centro i progetti questa dicotomia (governismo/opposizionismo per semplificare) non si supererà e si ripresenterà di continuo al nostro interno.

Comunità e rete.

Non si può parlare di “beni comuni” se non si affronta il nodo della (delle) comunità, tema complesso ma indispensabile per una nuova ricomposizione sociale che non può esser abbandonato al neo-comunitarismo reazionario. Tema fondamentale perché è all’interno delle comunità che le politiche dei beni comuni possono trovare concretezza (a meno di confondere banalmente i beni comuni con i beni pubblici). E non si può parlare oggi di socialità (e di ricomposizione sociale) senza affrontare il nodo della modernità e della socialità che si esprime con e nella rete. Tanto più che un partito che voglia costituirsi quale comunità progettuale non può oggi fare a meno di questo strumento facendone un luogo di confronto ed elaborazione intorno a nodi e tematiche progettuali ben definite.

Laicità della politica. Chiudo con un tema che mi sta particolarmente a cuore: quello della “laicità della politica”. Un tema che ci riguarda direttamente. Non parlo di una “politica della Laicità”. Questa la dò per acquisita anche se le battaglie da condurre sono ancora tante. Parlo di una questione che ci riguarda direttamente: saper vivere la politica in modo laico. Siamo capaci tranquillamente di accettare che le persone si uniscano e si separino, che uno possa abbandonare un credo o scegliere una fede religiosa diversa ma non sappiamo convivere con la diversità politica al nostro interno. Cambiano di continuo le situazioni ed è naturale che le persone, i compagni, sviluppino considerazioni diverse. Il mio non è un generico appello all’unità che lascia il tempo che trova ma la richiesta di un assunto etico-politico: quello di sradicare, a partire dal nostro interno, ogni atteggiamento che richiami a fedeltà di lontana origine staliniana e chiesastica. Un assunto che sintetizzerei in una massima traslitterata laicamente da don Milani: La fedeltà non è più una virtù. Auspico che tutto il nuovo partito, a partire dal gruppo dirigente e dal prossimo segretario sappia assumere in pieno questo assunto che a ben guardare è presente, nella Costituzione della repubblica all’art. 67, (“senza vincolo di mandato”), principio che non a caso i populismi vedono come fumo negli occhi.


[1] Il titolo originario era “Per un partito capace di progettare”. Intervento originario e Documento precongressuale in 16 tesi (C’è alternativa) a cui l’intervento fa diretto riferimento sono consultabili  > qui <  e  > qui <.

Una Parola: Comunità

È in distribuzione il n. 1/2025 di Nuova Resistenza Unita, naturalmente dedicato all’80mo della Liberazione. Il mio contributo alla rubrica “Una parola” propone un termine che si ritrova spesso in questo blog, sia nei suoi aspetti più propriamente concettuali che in riferimento alla fragilità comunitaria che caratterizza il territorio di questa provincia senza nome che amerei chiamare Lepontina[1].

Naturalmente per Resistenza Unita il concetto di Comunità è stato riletto quale bisogno conculcato dal fascismo, riscoperto dai momenti migliori della Resistenza e riattivato con la Liberazione.[2]


Le parole rivelano il rifiuto dell’uomo ad accettare il mondo così com’è. (Walter Kaufmann)

Parola a prima vista indefinita che ha bisogno di una specificazione e gli ambiti cui può essere applicata sono i più vari: comunità locale, cittadina, montana, provinciale, nazionale, europea; ma anche scolastica, religiosa, scientifica, sportiva, professionale… Può essere circoscritta a un ambito territoriale, a realtà sociali più difficilmente delimitabili (comunità linguistica), ma anche diffuse a macchia di leopardo in vasti territori (comunità religiosa). Eppure è una parola “calda” in cui la dimensione connotativa (la risonanza) è particolarmente forte, aggiungendo all’ambito specificato un’impronta valoriale.

L’etimologia oscilla fra due origini complementari: da un lato communitas da commune, neutro da communis, che indica il possesso in comune di un bene; dall’altro la derivazione da cum munus (o cum munia) dove munus indica un legame, un dono, una “donazione” cui siamo vincolati. I beni in comune possono essere i più disparati, non necessariamente materiali, altrettanto i legami “gratuiti” che si stringono fra i membri. Con “Comunità” ci riferiamo pertanto a specifiche persone riunite intorno a un bene e a un fondamento etico dando vita e a legami che prescindono da quelli economici e giuridici.

Il primo studio che ha inquadrato la tematica è Comunità e Società di Ferdinand Tönnies (1887). In quest’opera Comunità, in quanto struttura naturale ed organica viene contrapposta a Società, struttura artificiale e meccanica. La prima fondata su norme etiche (solidarietà ed aiuto), la seconda su quelle giuridiche (diritti e doveri). Oggi si è superata la visione di una successione temporale (dalla Comunità alla Società) e semmai Comunità e Società sono concepite come due tensioni, due polarità presenti all’interno della stessa “comunità sociale”.

Le comunità rispondono ad un bisogno connaturato all’esistenza umana, un bisogno di “riconoscimento”, che Todorov[3] ha descritto come “il bisogno che qualcuno abbia bisogno di noi” indicandolo come prioritario rispetto al bisogno del piacere e a quello economico utilitaristico.

La principale differenza fra le comunità è tra “chiuse” e “aperte”. Le prime sono fragili, non in grado di rinnovarsi rispetto a cambiamenti esterni e possono divenire particolarmente intolleranti verso condotte difformi dalla consuetudine; le seconde integrando nuovi componenti e nuovi comportamenti sono più facilmente in grado di rispondere ai processi economici, sociali e politici che le investono.

I regimi autoritari per loro natura tendono a reprimere le comunità (etniche, religiose ed anco associative oltreché politiche) viste quali contropoteri dissonanti rispetto al pieno dispiegamento della loro autorità e potere. Non è un caso che i momenti più significativi della Resistenza siano stati quelli in cui questa dimensione comunitaria è riuscita ad emergere.

Attorno al Palas dei conti Malingri e alle figure diversissime ma convergenti di Barbato e Lelettai contadini di Bagnolo, i montanari del Montoso, tutto intero quel tessuto sociale aveva alimentato la comunità solidale che per venti mesi si era stretta intorno ai partigiani”.[4]

Le sere piene di vita nella Domodossola liberata con locali gremiti ove partigiani e membri della giunta si mescolano con “borghesi e valligiani, signore sfollate, stranieri, giornalisti” … e la folla “davanti ad un cinema” ad ascoltare Bonfantini sull’Illuminismo: “un pubblico attentissimo, di gente eterogenea, che parevano avere in comune solo quella curiosità appassionata e l’aria denutrita.”[5]

Nelle città e nei paesi liberati, dopo i festeggiamenti, CLN e formazioni partigiane daranno vita alle “Giunte della Liberazione”, coinvolgendo le personalità locali non compromesse col fascismo: primo e necessario passaggio per la ricostruzione di Comunità democratiche.


[1] A partire da Il bisogno di comunità del 2013 sino al più recente Provincia Lepontina.

[2] Le immagini con cui accompagno questo articolo sono tratte dalla Mostra “Sognavamo la libertà”, realizzate per l’occasione da Vittorio Bustaffa.

[3] T. Todorov (1997), L’uomo spaesato. I percorsi dell’appartenenza, Donzelli, Roma 1997.

[4] G. De Luna, La Resistenza perfetta, Feltrinelli, Milano 2015.

[5] F. Fortini, Sere in Valdossola, Mondadori, Milano 1963.

Tolleranza: un percorso didattico

Proseguo con questo post nella pubblicazione di percorsi didattici realizzati nelle classi dell’Indirizzo sperimentale di Scienze Umane e Sociali dell’Istituto Lorenzo Cobianchi nelle quali ho insegnato dal 1979 al 2006.[i]

Il materiale di seguito riportato si riferisce ad un itinerario di approfondimento e ricerca sul tema della Tolleranza realizzato all’interno dei corsi di Filosofia e di Pedagogia iniziato nell’A.S. 1985/86 con la classe IV a partire dalla lettura critica del Trattato sulla Tolleranza di Voltaire.

Nell’anno successivo, in quinta, si è proceduto a inquadrare concettualmente la problematica per poi proseguire con gruppi di lavoro degli studenti sul percorso storico che dall’età antica e dal cristianesimo delle origini ha caratterizzato il tema della tolleranza (e della intolleranza) sino all’Età dei Lumi e Voltaire.

Di seguito vengono riportate le prime sezioni, curate dall’insegnante, di inquadramento concettuale. Il percorso successivo, frutto dei lavori di gruppo, è consultabile in allegato nella sua veste originaria.[ii]

Vale anche qui quanto scritto come premessa ad altri lavori didattici pubblicati nel blog: questi materiali «vanno letti collocandoli non solo nel contesto didattico di quei corsi sperimentali ma anche in quello culturale e delle conoscenze dell’epoca». Rileggendoli oggi, in questi tempi bui che stiamo vivendo, mi paiono comunque di una certa attualità.


1. Significato di Tolleranza e delimitazione del problema

1.1. Definizione preliminare del termine e della problematica

“Massino intervallo di errore ammesso nella dimensione effettiva (quota) di un organo meccanico, realizzata nell’esecuzione, rispet­to alla dimensione nominale prevista nel progetto. La tolleranza presenta quindi due limiti, superiore (Ls) e inferiore (Li), e la differenza (Ls – Li) definisce il campo di tolleranza ammesso nella lavorazione.” (ENCICLOPEDIA EUROPEA, 1981, XI)

Questa definizione di “tolleranza” propria della tecnologia meccanica può apparire a prima vista non rilevante e comunque non inerente se riferita all’ambito che ci compete: quello filosofico e più precisamente etico – politico. Ma iniziare lateralmente può essere utile.

Proviamo a confrontarla con una delle prime definizioni “filosofi­che”:

“Che cos’è la tolleranza? L’appannaggio dell’umanità. Noi siamo tutti impastati di debolezze e di errori; perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze, è la prima legge di natura.” [iii] (VOLTAIRE 1764, pag. 293)

Possiamo subito individuare due elementi in comune:

+ la tolleranza presuppone un “errore”, ciò che si tollera è appunto un errore:

+ l’errore non deve superare certi limiti, deve essere un errore “de-limitato“, un errore senza grossa importanza né conseguen­ze rilevanti (“una sciocchezza” appunto come dice Voltaire).

Tollerare equivale allora a “sopportare” ed evidentemente, come esiste un limite di sopportazione, esiste un limite di tolleranza; si tollera il tollerabile (il “sopportabile”).

È sempre Voltaire che nel suo “Dizionario filosofico” tascabile ci indica un altro elemento fondamentale alla individuazione/delimitazione/definizione del problema:

“È chiaro che qualunque individuo perseguiti un uomo, suo fratello, perché non è della sua opinione è un mostro. Questo è fuori discussione. Ma il governo, i magistrati, i principi, come si comporteranno con quelli che hanno un culto diverso dal loro? Se si tratta di stranieri potenti, è certo che un principe farà alleanza con loro.

Il cristianissimo Francesco I si unirà coi mussulmani contro il cristianissimo Carlo V. Francesco I darà denaro ai luterani di Germania per sostenerli nella loro lotta contro l’imperatore; ma comincerà, secondo l’uso, col far bruciare i luterani in casa propria. Li paga in Sassonia per un gioco politico e a Parigi li brucia, sempre per un gioco politico.” (VOLTAIRE 1764, pp. 295-295)

Esiste cioè un nesso di fondo fra tolleranza e potere; è il potere che in primo luogo e fondamentalmente definisce l’errore e che successivamente talvolta “tollera”; è proprio in questo “tollerare” che esso esplica una propria prerogativa e una propria discrezionalità. La tolleranza è “concessa” ma non “dovuta”. L’errore rimane tale ma può, in modo più o meno arbitrario, a seconda di opportunità e valutazioni contingenti non sempre esplicitate, essere “sopportato” con un atto di benevolenza.

Individuiamo così un primo ambito di significato e di problematica che lega Tolleranza a Potere, ad Errore, a Limite e a Benevolenza.

Certo

in generale per TOLLERANZA intendiamo la capacità da parte sia dell’autorità che di comunità più o meno ampie (e al suo interno di ogni singolo individuo), di ammettere e “ricono­scere” in campo religioso, etico, culturale, politico, etnico e sociale la convivenza di fedi, confessioni, costumi, culture, ideologie, etnie ecc. differenti o addirittura contrapposte.

Ma in una prima e più tradizionale accezione, tolleranza si riferi­sce in modo prevalente al rapporto fra il potere politico e/o religioso e il suddito-cittadino e implica da parte del potere (che è “auctoritas“) un giudizio di valore negativo sulle “credenze-opinioni” che si tollerano unitamente al non utilizzo della repressione nei loro confronti.

TOLLERANZA in questo primo caso equivale a NON REPRESSIONE della fede e/o opinione che si rifiuta e si dichiara erronea, ma di cui si “sopporta” (cioè si tollera) la presenza. È l’atto illuminato ed opportuno di un potere assoluto, ma benevolo.

Il discorso sulla tolleranza nascerà e si svilupperà in gran parte entro questi confini. Ma sono confini instabili e contraddittori. Non solo perché opportunità e limiti del tollerare sono mu­tevoli e arbitrari, ma soprattutto perché la TOLLERANZA- BENEVOLENZA si fonda proprio sul suo contrario: il diritto dell’autorità a reprimere, cioè il diritto all’intolleranza.

Il dibattito sulla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” evidenzierà tale contraddizione:

“Io non vengo a predicare la tolleranza perché la più illimitata libertà di religione è per me un diritto così sacrosanto, che la parola tolleranza, che vorrebbe esprimerlo, mi sembra sia, in qualche modo, tirannica essa stessa. Perché l’esistenza dell’autorità che ha il potere di tollerare attenta alla libertà di pensiero per il fatto stesso che tollera, e che dunque potrebbe non tollerare.” (MIRABEAU 1789)

Passiamo così dalla TOLLERANZA – BENEVOLENZA – SOPPORTAZIONE alla TOLLERANZA – DIRITTO che investe non il suddito-cittadino, ma il cittadino-sovrano. Non cambia evidentemente solo il soggetto che “tollera”, ma il rapporto stesso che da univoco (sovrano >> suddito) diventa reciproco (cittadino ßà cittadino)

Il significato di tolleranza in questo modo si modifica radicalmente e si dilata: non più “sopportare” ma “tollere” nel senso di “sollevare”, “prendere con sé”, cioè CON-VIVERE.

TOLLERANZA in questo secondo ambito di significato che si è aperto si collega a CONVIVENZA e si rapporta non ad “errore” ma a DIVERSITÀ, non a “benevolenza-potere” ma a DIRITTO – CITTADINO – SOVRANITÀ POPOLARE – PLURALISM0

Possiamo tentare allora di definire una seconda fondamentale e più contemporanea accezione:

TOLLERANZA è un rapporto paritario fra singoli cittadini o fra comunità (etniche, religiose ecc.) che comporta una vera e propria “capacità” di convivenza sociale, culturale e politica che superi le differenze (religiose, ideologiche ecc.) e perciò non solo una “non persecuzione” (una “sopportazio­ne”), ma una vera e propria “accettazione” della reciproca diversità.

Questo rapporto paritario da un lato è sanzionato (dall’ ’89 in avanti) a livello giuridico (è un diritto-dovere: tutti i cittadini di uno Stato e di ogni Stato sono cittadini-sovrani), dall’altro trova il suo fondamento (filosofico ed etico oltreché giuridico) in una UGUAGLIANZA (di natura, di origini, di fini ecc.) che sottostà alle differenze.

Ma la

tolleranza/(faticosa) capacità di convivenza

differentemente dalla

tolleranza/(benevola) sopportazione

non è decretatile d’autorità, richiede quotidiano sforzo per esse­re riaffermata, anche perché sempre nuove “differenze” si produco­no o si evidenziano (non solo di religione ma di sesso, di ceto, di etnia, di cultura, di ideologia, di abilità e dis-abilità, ecc., ecc.); ed ogni volta “tolleranza” significa da un lato trovare le specifiche forme di convivenza, dall’altro comporta, sul piano teorico, ritrovare e riformulare il fondamento di eguaglianza nel suo rapporto con la “nuova differenza” che tale fondamento aveva messo e/o rimesso in discussione.

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Questa ricerca si propone di ripercorrere sinteticamente alcune delle tappe (storiche e concettuali) di questo itinerario della tolleranza nella speranza di evidenziarne anche alcune delle prospettive.

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2. Ambiti concettuali contigui

2.1. Errore, Verità, Auctoritas

Tollerare un errore, la tolleranza (e l’intolleranza) si rapporta, abbiamo detto, innanzitutto all’errore. Un concetto etico-politico e un concetto epistemologico; come è nata questa connessione?

L’errore riguarda infatti la conoscenza e la sua correttezza. Secondo Aristotele l’errore è proprio del giudizio; esso con­siste nel considerare vera una proposizione-enunciato falsa, oppure nel considerarne falsa una vera.

Non ci interessa qui entrare nel merito del problema episte­mologico, analizzare le origini, le tipologie oppure la relatività e le “funzioni” dell’errore (parte integrante, tappa intermedia – ma ogni tappa è intermedia – del processo conoscitivo e/o sua distorsione-rumore-disturbo).

Il problema qui è un altro: come mai l’errore abbia assunto valenza etica e politica, si sia connesso a male, colpa, peccato, ribellione ed abbia quindi richiesto non una correzione – precisazione – superamento, ma una correzione – repressione o, in alcuni casi, una sua ‘delimitazione’ entro confini prestabiliti e controllati (tolleranza). In sostanza perché vi sia stata confusione (o identificazione) fra errore teoretico – conoscitivo ed “errore” pratico-morale.

È necessario risalire a Socrate e alla sua identificazione fra virtù e scienza, comportamento etico e conoscenza, morali­tà e sapienza, bene e verità.

Nella concezione etica socratica il male è possibile solo come prodotto dell’ignoranza, l’errore “pratico” (etico) è in realtà un errore conoscitivo; nessuno conoscendo il bene può com­piere il male; solo l’ignoranza, l’errore di conoscenza (di scienza, di calcolo) può far scegliere un bene minore o un ma­le maggiore.

Socrate

“Nulla v’è di più forte della scienza e, dovunque essa si trova, ha sempre in suo dominio il piacere, domina sempre tutto …

Anche voi avete riconosciuto che per difetto di scienza errano nella scelta dei piaceri e dei dolori, cioè dei beni e dei mali, quelli che errano, e non solo per difetto di scienza, ma di quella particolare scienza che, sopra, avete riconosciuto essere l’arte della misura. Ebbene an­che voi sapete che un’azione errata per mancanza di scienza è dovuta ad ignoranza. …

Tutte le azioni che tendono ad assicurare una vita esente da dolore e piacevole non sono forse belle?

E l’opera bella non è forse buona e utile? …

E allora, seguitai, se il piacere è bene, nessuno sapendo o credendo che altre possibili azioni siano migliori di quelle che compie, fa le peggiori, mentre potrebbe compiere quelle migliori. E l’essere vinto da se stesso è ignoranza, il vincere se stesso sapienza. …

Nessuno volontariamente si volge a ciò che è o che ritiene male; che, sembra, è contrario all’umana natura ricercare ciò che si ritiene male invece del bene; e che quando si è costretti a scegliere tra due mali, nessuno preferirà il più grande potendo scegliere il minore.” (PLATONE, Protagora, 357c – 358d)

L’ errore etico – politico non esiste, esiste solo quello conoscitivo; etica e scienza vengono così a coincidere. Ma la priorità- identificazione del conoscitivo sull’etico (ignoranza à errore morale) si trasformerà nel suo contrario: dalla incolpevolez­za del malvagio alla malvagità dell’ignorante (malvagità morale à ignoranza) . Chi non conosce la verità, chi si ferma all’errore, chi “rifiuta” la scienza è moralmente colpevole: è la volontà malvagia dell’uomo, la sua “cattiva volontà” (Agostino) che lo allontana dalla retta conoscenza. L’ignoranza, l’errore co­noscitivo è colpevole, risiede in un cattivo uso della volontà, del libero arbitrio. Tematica presente non solo nel pensiero cristiano, ma nel cuore stesso del razionalismo moderno.

Descartes

“Sebbene Dio non sia ingannatore, ci capita spesso di errare; per cercare l’origine e la causa dei nostri errori e per imparare a prevenirli si deve notare che essi non di­fendono tanto dall’intelletto quanto dalla volontà.” (DESCARTES 1644, I, XXXI)

“Ora se mi astengo dal giudicare qualcosa quando non la conosco con sufficiente chiarezza e distinzione, è evidente che uso molto bene il mio giudizio e che non sono affatto in errore; ma se mi decido a negarla o ad affermarla, allora faccio un uso sbagliato del libero arbitrio; e se affermo ciò che non è vero, è chiaro che mi inganno, ed anche se giudicassi secondo verità, ciò capiterebbe solo per caso ed io continuerei a sbagliare e ad usare male il mio libero arbitrio; il lume naturale, infatti, ci insegna che la conoscenza dell’intelletto deve sempre precedere la determinazione della volontà. E proprio nel cattivo uso del libero arbitrio si trova la privazione che costituisce la forma dell’errore.” (DESCARTES 1641, IV, p. 233).

Questa connessione errore conoscitivo – colpevolezza morale, se non è certo sufficiente a spiegare storicamente l’intolleran­za (teologica ed ideologica) ne costituirà comunque una condi­zione (e giustificazione) non irrilevante. Errore e “peccato” hanno la stessa origine, la stessa causa. Chi erra, chi sbaglia lo fa volutamente, grazie ad un suo libero atto di volontà e ne è pertanto totalmente responsabile (colpevole). Ma la colpa, come è risaputo rende lecita, giustifica, la repressione e la pe­na.

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Ma come si definisce l’errore in quanto tale? E chi lo defi­nisce? Non l’errore – procedura, l’errore metodologico che richiede precisazione – correzione – revisione – superamento, ma l’ERRORE – VOLONTÀ- COLPA.

Una concezione “morale” dell’errore ci rimanda ad una concezione “trascendente” di VERITÀ. Tentiamo di chiarire.

Il concetto di VERITÀ ci può apparire come dei più ovvi e consueti, dei più propri del senso comune: la verità consiste nel dire le cose come sono.

“SOCRATE. Orsù, allora, dimmi questo: c’è cosa che tu chiami dire vero e dire falso? ERMOGENE. Sì. SOCR. E non ci sarà allora discorso vero e discorso falso? ERM. Certo. SOCR. Dunque quello che dica gli enti come sono, sarà vero; quello come non sono, falso? ERM. Sì. (PLATONE, Cratilo, 385 b)”.

Eppure il concetto di verità ha anch’esso subito nel corso dei secoli profonde trasformazioni in diretta connessione con le concezioni della conoscenza e del sapere.

“Per noi la verità si definisce a due livelli: da una parte come conformità a determinati princìpi logici, dall’altra come conformità al reale; in questo senso è inseparabile dalle idee di dimostrazione, di verifica, di esperimento. Tra le nozioni elaborate dal senso comune, senza dubbio la verità è una di quelle che sembrano essere sempre esistite; non aver mai subito alcun cambiamento; che appaiono insom­ma relativamente semplici. Basti pensare, però, che l’espe­rimento, su cui si basa la nostra immagine del vero, è di­venuto un’esigenza solo in una società dove esso era una tecnica tradizionale, in una società dove la chimica e la fisica hanno conquistato un ruolo di primaria importanza. (DETIENNE 19-57, p. V)”.

Tra le molteplici accezioni succedutesi e integratesi conte­stualmente allo sviluppo del pensiero e delle scienze (verità come corrispondenza al reale, come coerenza rispetto ai princi­pi logici, rispetto alle procedure, rispetto agli obiettivi) che delimitano l’ambito contemporaneo del significato “verità”, ci interessa reperire e sottolineare la concezione di vero e verità corrispondente e coerente a quella di errore-volontà-colpa sopra precisata.

Le sue origini sono molto antiche, si collocano nella preisto­ria del pensiero, nel mito.

Si tratta della verità come LUCE, ILLUMINAZIONE, MANIFESTAZIONE, RIVELAZIONE, verità che si impone e non si dimostra, che si dichiara e non si discute, verità assertoria, connessa a certe “funzioni sociali”, ai “maestri di verità” (DETIENNE 1967, pp. 31-33): poeti, re, indovini, e a certi riti sociali connessi con la tradizione religiosa.

Verità atemporale ed immutabile, frutto di una rivelazione/illuminazione, di un rapporto privilegiato con la trascendenza, con il dio, verità evidente ed incontestabile.

La filosofia, al suo nascere, si collega direttamente con questa tradizione:

“Dal re di giustizia fino al filosofo più astratto, la “Verità” resta il privilegio di determinati tipi di uomo. Nella Grecia arcaica esistono funzioni privilegiate che hanno la “Verità” per attributo, come determinate specie naturali hanno per attributo la pinna o l’ala. Poeti ispirati, indovini, re di giustizia sono innanzi tutto “maestri di verità”. Fin dalla sua comparsa, il filosofo prende il posto di questi tipi di personaggi umani: come loro, sulla scia dei magi e degli individui dotati di capacità estatiche, il filosofo pretende di raggiungere e di rive­lare una “verità” che è l’”omologo e l’antitesi” della “verità religiosa”. (DETIENNE 1967, p. 111)”.

Il pensiero filosofico seguirà però due strade antitetiche. La prima (il pensiero ionico e di lì la tradizione scientifica, la sofistica con gli sviluppi della logica e della retorica) procederà nella direzione di una laicizzazione e relativizzazione della “parola”, del “discorso” e pertanto della Verità che viene immessa nel “tempo” e nella dialettica sociale e politica della città.

“Gli dei non hanno certo svelato ogni cosa ai mortali fin dal principio, ma, ricercando, gli uomini trovano a poco a poco il meglio.” (SENOFANE, Frammenti, 18)

La seconda strada (le “sette filosofico – religiose e le filoso­fie aristocratiche in genere) metterà in atto procedimenti e modi di pensiero direttamente innestati sulla tradizione religio­sa anteriore (DETIENNE 1937, pp. 94-110).

Il carro di Parmenide

“Quando Parmenide vuol definire la natura della sua attività spirituale e circoscrivere l’oggetto della propria ricerca, ricorre al vocabolario religioso delle sette e delle confraternite. È il tema del viaggio sul carro: il carro, oggetto di prestigio sociale, veicolo aristocratico, porta via le anime per il viaggio escatologico. È il tema delle divinità “psicopompe” (guida dell’anima): lasciando le dimore della Notte, le Figlie del Sole gli aprono il cammino della Luce. Al galoppo dei suoi “facondi giumenti”, Parmenide si slancia in una sorta dell’aldilà: passa dalla Notte al Giorno, dalle Tenebre alla Luce. Dietro le pesanti porte custodite dalla Giustizia, ottiene la visione diretta della Dea, che gli accorda la rivelazione di Aletheia (Verità), come le Muse l’avevano accordata a Esiodo. Grazie a tutti questi tratti, Parme­nide si presenta sotto la maschera dell’Eletto, dell’uomo di eccezione: è colui che sa. Aletheia è il suo privilegio. Egli, “maestro di verità”, si distingue da “coloro che non sanno nulla”, “gli uomini con due teste, sordi, ciechi”. Il cammino della “Verità” non può confondersi con la strada seguita dagli uomini “dall’occhio smarri­to, dall’orecchio che ronza”. Solidale a un dono di veg­genza analogo a quello degli indovini e dei poeti ispirati, l’Aletheia di Parmenide si dispiega inoltre al cen­tro di una configurazione di potenze perfettamente simile a quella che domina il pensiero religioso più antico. (DETIENNE 1967, pp. 105- 106)”.

La VERITÀ – ILLUMINAZIONE nelle filosofie aristocratiche (Pitagora, Eraclito, Parmenide, Platone ecc.) non solo “proviene dall’ esterno”, è costituita prima e indipendentemente dal suo ‘rivelarsi’, dalla sua conoscenza, ma è nello stesso tempo strumento di SALVEZZA, di purificazione, di liberazione dell’anima dalle catene del corpo.

“La vera ragione per cui le anime si affannano tanto per scoprire dove sia la Pianura della Verità è che lì in quel prato si trova il pascolo congeniale alla parte migliore dell’anima e che di questo si nutre la natura dell’ala, onde l’anima può alzarsi. Ed ecco la legge di Adrastea. Qualunque anima, trovandosi al seguito di un dio, abbia contemplato qualche verità, fino al prossimo periplo rimane intocca da dolori, e se sarà in grado di far sempre lo stesso, rimarrà immune da mali. Ma quando l’anima, impo­tente a seguire questo volo, non scopra nulla della verità, quando, in conseguenza di qualche disgrazia, divenuta gra­vida di smemoratezza e di vizio, si appesantisca, e per colpa di questo peso perda le ali e precipiti a terra, allora la legge vuole che questa anima … si trapianti in un seme d’uomo. …

Ché ciascuna anima non ritorna al luogo stesso da cui era partita prima di diecimila anni – giacché non mette ali in un tempo minore – tranne l’anima di chi ha perseguito con convinzione la sapienza.” (PLATONE, Fedro, 24-8 b-24-Qc)

Il mito platonico esplicita con chiarezza la connessione/contrapposizione tra errore-ignoranza-smemoratezza-vizio-espiazione e la verità–sapienza–virtù–salvezza.

Al di fuori del mondo greco ritroveremo la verità – illuminazione (luce trascendente che si rivela dall’esterno) nel neo-platonismo, nella quasi totalità del pensiero cristiano (Agostino, Tommaso d’Aquino) e ancora in Cartesio per il quale le “verità eterne” ed evidenti quali gli assiomi del tipo “Dal nulla non deriva nulla”, “È impossibile che la medesima cosa sia e nel lo stesso tempo non sia”, “Chi pensa non può non esistere men­tre pensa” (DESCARTES 1644, XLIX), sono garantite e rivelate direttamente da Dio.

Abbiamo, per concludere l’idealismo e in particolare Hegel do­ve Idea e Verità coincidono. Anche qui il processo di conoscenza (auto – conoscenza / autocoscienza) si identifica con un per­corso di salvezza (Autocoscienza dello Spirito Assoluto) anche se la rivelazione/manifestazione della Verità viene a svelar­si come una autorivelazione. Dietro la forma razionale – filosofica dell’idealismo il contenuto è ancora contenuto religioso.

Nel complesso risulta abbastanza evidente come la verità-rivelazione, la VERITÀ CHE SI MANIFESTA non possa, per defini­zione, mettersi in discussione, confrontarsi ed eventualmente mediarsi con altre “verità”. Il suo manifestarsi tende anzi a demarcare nettamente il confine, la “frontiera” fra illuminati (iniziati, adepti, fedeli, seguaci, ecc.) e tutti gli altri. Non necessariamente è l’intolleranza (praticata e/o ricevuta), ma certo una delle sue premesse.

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Il “Maestro di Verità” è, abbiamo visto, detentore di un potere, di una autorità. Certo la filosofia, in quanto laicizzazione, in quanto forma nuova che supera e si rende autonoma dalla rappresentazione religiosa, si è preoccupata

“fin dal suo nascere … di rivendicare una validità autonoma che esiste e va difesa, senza darsi pensiero di sapere se qualcuno se ne faccia garante e chi sia questo qualcu­no. Il filosofo è portatore di una verità che gli è pervenuta e che è legittimato a comunicare, prescindendo dal suo valore rappresentativo in quanto personalità storica. Una dottrina filosofica non è un procedimento giudiziario e pertanto non deve ricorrere a testimoni. (GIGON 1959. p. 113)”.

Ma questa spersonalizzazione della filosofia, della ragione, del “logos”, questa priorità della “Verità” sul suo testimone, non ebbe vita facile. I molteplici aneddoti tramandatici sulla vita dei pensatori presocratici, esemplificazioni “viventi” della loro incomparabile saggezza, sono chiaramente volti a conferire loro il massimo di autorità; questo sia in campo teoretico che, in misura maggiore, in quello etico. Con i loro detti e il loro comportamento gli antichi filosofi vengono proposti come modello, come paradigma di ragionamento e di comportamento.

Di qui alla AUCTORITAS in senso stretto il passo è breve: la “citazione”, il riferimento alla autorità viene con crescente frequenza a sostituire l’argomentazione. D’altronde se la Verità è ILLUMINAZIONE, quale altra possibilità di accesso po­trebbe esservi per i non direttamente illuminati se non quella di inchinarsi di fronte all’ “originaria sapienza” del maestro, del “caposcuola”, dell’illuminato dal dio (dio magari esso stesso, o quasi), accogliendone la “parola” e trasmettendola?

“Presso i Pitagorici sembra che la prova decisiva della verità di una dottrina sia stata quella – come spesso si dice – dell’ipse dixit. Gli adepti dovevano attendere per anni, prima di essere ritenuti degni di vedere il Maestro in persona. Anche la scuola di Platone mostra, sotto questo riguardo, caratteristiche che a prima vista ci sorprendono: così ad esempio, la scuola – al più tardi subi­to dopo la morte di Platone – cominciò a festeggiare il genetliaco del suo fondatore e quello di Socrate. Il che non era affatto una pratica usuale, anche per la ragione che non esisteva al riguardo alcuna prescrizione ufficia­le. Si fissò il genetliaco di Socrate il sei del mese at­tico di Targelione (maggio-giugno), giorno che, secondo la leggenda, doveva corrispondere a quello nel quale si celebrava a Delo la nascita della dea Artemide; il gene­tliaco di Platone si celebrava il giorno successivo, nel quale la medesima leggenda aveva stabilito la nascita di Apollo. È facile cogliere il duplice significato simbolico di queste date: esse ponevano in rilievo non solo la relazione fra Socrate e Platone ma anche quella dei due filosofi con la coppia delle divinità di Delo. … Ma ciò non è tutto. Alla morte di Platone, un certo numero di discepoli composero degli scritti commemorativi sul maestro, e particolarmente Pseusippo, nipote di Platone e suo suc­cessore nella direzione della scuola. Ora questi affermò, senza alcuna esitazione, che Platone non era figlio di un uomo, ma che sua madre l’aveva concepito a opera di Apol­lo. (GIGON 1959, pp. 117-118)”.

Riferimenti analoghi alla autorità dei capiscuola li ritrovia­mo, sia pur in forme più “laiche”, nelle filosofie ellenisti­che e, in particolare, nell’epicureismo.

In Cicerone infine la forza dell’autorità non è più prerogativa di questo o quel caposcuola, di questa o quella corrente filosofica: essa si estende all’insieme degli ANTICHI (i classi­ci della filosofia greca) in contrapposizione alla scarsa considerazione riservata invece ai MODERNI (GIGON 1959, p. 119).

Ma è nel mondo cristiano e medievale che l’AUCOTORITAS, il principio di autorità assunse tutto il suo peso fino a diventare, soprattutto nella filosofia scolastica, vera e propria “forma mentis”, struttura di fondo del modo di pensare dell’uomo, dell’intellettuale, del “fedele” medievale. L’autorità non richiede tanto il consenso-condivisione, ma il consenso-accettazione, richiede sottomissione, richiede fedeltà.

Nella sua forma originaria, quella della tradizione orale, l’auctoritas cristiana si basava su di un rapporto fede-fiducia-affidamento tale da permettere da parte dei più anziani (presbiteri, preti) la trasmissione; questo rapporto (autorità/ fiducia) costituiva così una catena atta a ricreare di continuo l’evento della fede “in quanto replica da parte dei singoli dell’esperienza originaria”, replica dell’evento, della parola-e­vento di Cristo (MARRAMAO 1985, p. 163). In questa sua prima forma essa è essenzialmente rituale più che dogmatica, più “gesto” collettivo di fede (fiducia) che enunciazione positiva di verità, parola e non ancora “scrittura”, voce e non libro.

Ma AUCTORITAS molto presto indicò altro:

AUTORITÀ che impone dall’esterno (ab exstrinseco), cioè indipendentemente dalle ragioni intrinseche, razionali, la sottomissione, l’accettazione, il consenso alle proprie esplicite ed incontestabili enunciazioni.

Agostino indicò con chiarezza le due Auctoritates cristiane: le Sacre Scritture e la Tradizione ecclesiastica.

Nel corso del medioevo il numero delle “autorità” si andò pero man mano dilatando: le decisioni dei Sinodi, i Padri della Chiesa, i filosofi antichi (Aristotele in primo luogo), quelli tardo-romani (Boezio), lo stuolo dei commentatori (Averroè, Alessandro di Afrodisia), poeti (Virgilio), ecc., ecc..

Auctor (autore) e Auctoritas vengono così assimilati, ogni di­sciplina ha il suo auctor o la sua gerarchia di auctores, cioè di auctoritates.

Il sapere è tutto “dato”, ordinato e gerarchizzato; su tutti la sacra Teologia sovrasta e vigila. Il sapere, la conoscenza è sottomissione e memoria. L’ignoranza e l’errore sono a questo punto (almeno in linea di principio) definiti con precisione: sul piano conoscitivo la non corrispondenza con l’auctor(itas), con la Verità definita, sul piano morale peccato di presunzio­ne ed orgoglio, su quello politico colpa di ribellione (alla autorità nel suo significato direttamente politico).

Certo, il principio di auctoritas incontrerà difficoltà e contraddizioni: col proliferare delle “auctoritates” verranno a luce con crescente frequenza divergenze e conflitti fra auctor e auctor, fra verità e verità, e non mancherà nemmeno chi (p. es. Abelardo) oserà privilegiare, quando possibile, all’autorità la ragione.

Ma un modo di pensiero si è imposto e ha dominato, nei fatti e nelle controversie, ben oltre l’età medievale. Intolleranza sarà anche, con frequenza, intolleranza (teologica, filosofica, culturale ed ideologica) nei confronti del nuovo, intolleranza nei confronti dei “ribelli” alla tradizione, dei ribelli alla autorità.

Il pensiero moderno uscirà lentamente e a fatica dal princi­pio di autorità e dal suo metodo argomentativo: il nodo da sciogliere era duplice:

– ciò che è proprio della fede e ciò che è proprio della ra­gione;

            – l’autorità degli “antichi” e quella dei “moderni”.

Pascal

Troviamo in Pascal una prima duplice definizione-soluzione del­la questione. Il campo della fede, della teologia non è ogget­to della ragione: qui verità e autorità si accompagnano. La filosofia e le scienze sono invece sotto il dominio della ragio­ne e dei fatti (le dimostrazioni e le esperienze). La “‘Querel­le des Anciens et des Modernes” (che proseguirà per tutto il ‘600 e il ‘700 fino a confluire in quella fra “classicisti e ro­mantici” (FORTINI 1968)) trova qui una delle sue più efficaci risposte: i veri antichi siamo noi.

“Non solo ogni uomo progredisce di giorno in giorno nelle scienze, ma tutti gli uomini insieme vi fanno un progresso continuo nella misura che l’universo invecchia, perché nella successione degli uomini succede la stessa cosa che nelle diverse età di un singolo. Di modo che tutta la serie degli uomini nel corso di tanti secoli deve essere considerata come un medesimo uomo che esista sempre e impari conti­nuamente. Dal che si vede con quanta ingiustizia rispettiamo l’Antichità nei suoi filosofi: infatti, poiché la vecchiaia è l’età più lontana dall’infanzia, chi non vede che la Vecchiaia di questo uomo universale deve essere cercata non negli anni vicini alla sua nascita, ma in quelli che ne sono più lontani? Quelli che chiamiamo ‘antichi’ in verità erano nuovi a tutto, e formavano propriamente l’infanzia degli uomini; e siccome noi abbiamo aggiunto alle loro conoscenze la esperienza dei secoli che li hanno seguiti, è in noi che si può trovare quell’antichità che onoriamo negli altri.” (PASCAL 1651, p. 128)

2.2. Eresia, Ortodossia, Dogma, Chiesa, Riforma, Scisma.

Se trasferiamo, rimanendo sempre sul pano delle definizioni preliminari, gli ambiti concettuali precedenti dal settore filosofico a quello più propriamente religioso, ne ritroviamo, con una significativa corrispondenza gli equivalenti teologico – religiosi:

ERRORE (volontario e pertanto colpevole)

>> ERESIA (“scelta”, deviazione consapevole)

VERITÀ (rivelazione fondata su di una autorità)

>> ORTODOSSIA: retta opinione ed anche retta professione della fede

al cui centro si colloca il

>> DOGMA: “principio” di verità religiosa, indubbio e indi­scutibile, rivelato e/o proclamato (tramite le scritture, un concilio, un sinodo, una “bolla”, ecc.) dall’autorità teologico-religiosa, Dio stesso, la Chiesa, il Pontefice.

La peculiarità, rispetto all’ambito culturale – filosofico, consiste soprattutto nel fatto che l’autorità (Auctoritas) non è qui solo autorevolezza ed autore, ma si incarna in un corpo istituzionalizzato, la Chiesa. Maestro, portatore di verità non è più un singolo (poeta, filosofo, ecc.) ma una istituzione che in questa “mediazione” tra Verità e Fedele esplica il suo compito fondamentale. Isti­tuzione che accentua rapidamente il suo carattere separato dalla ori­ginaria “ecclesia”(assemblea) dei fedeli e che nella definizione e difesa della “retta professione” (ortodossia), parallela alla definizione, condanna e sconfitta della “cattiva professione” (eresia), individua un suo ruolo primario e a tal fine si organizza.

Precisare il contenuto “positivo”, dogmatico del messaggio religioso, e nel contempo difendere i fedeli dalla mala erba, dalla “zizzania” è infatti compito precipuamente istituzionale.

E questo in condizioni, per parecchi secoli, da un lato di “monopo­lio”, di unica religione ammessa, dall’altro di crescente assunzione, di fatto e in parte di diritto, di potere specificamente politico. La Chiesa è l’unica istituzione che permane e si impone attraverso i secoli, durante e oltre la divisione e il declino dell’Impero, le invasioni, il farsi e il disfarsi di nuove compagini statali fino (e oltre) il ricostituirsi del Nuovo Sacro Romano Impero Cristiano.

La Chiesa Autorità non solo “autorevole”, non solo Istituzione, ma Autorità anche in quanto detentrice di potere politico e fonte, pertanto, di diritto positivo.

Ed allora quello che sul piano filosofico aveva (prevalentemente) il carattere di una disputa qui può, con facilità, trasferirsi sul piano dell’esercizio del potere, sul piano della repressione.

Ma non aveva detto la parabola (MATTEO 13, 24-30) che la zizzania seminata dal maligno deve crescere assieme al frumento (i giusti) sino al raccolto (la fine del mondo, il Giudizio)? Solo allora i mietitori la estirperanno, legheranno in fasci e bruceranno.

“Il figlio dell’uomo manderà i suoi angeli che toglieranno dal suo regno tutti gli scandali e quelli che hanno commesso l’iniquità, e li getteranno nella fornace ardente, ove sarà pianto e stridor di denti.” (MATTEO 13, 41-42)

Lo stesso Agostino, darà della parabola in tempi diversi due letture antitetiche; se la zizzania sono gli “eretici”, i nemici interni e subdoli che minano le fondamenta stesse della Chiesa, allora questa ha la forza, il diritto e il do­vere di operare subito, di estirpare la mala erba.

Van Gogh: Il campo di grano (con zizzania e corvi)

“Il caso della parabola della semente è esemplare. Qua­lunque cosa volesse veramente dire Gesù di Nazareth, la storia del cristianesimo è riuscita a fare di questo breve testo la medaglia a due facce del rapporto col diverso. Ben pochi dubbi si possono avere sul fatto che si tratti di un testo chiave: grano e zizzania, buona semente ed erba ve­lenosa fornivano un esemplare modello binario per distin­guere e contrapporre il popolo eletto e gli altri, i diversi, i rifiutati. Ma il testo stesso toglieva agli eletti del regno di Dio la possibilità di «sradicare» gli altri, rinviandola al momento finale del raccolto, cioè alla «fine di questo mon­do» (Matteo 13,40): allora, non gli uomini, ma gli «ange­li» dovevano sradicare e «gettare nel grande forno di fuo­co» (Matteo 13,42) la zizzania. Fino ad allora, il comando era chiaro: «sinite utraque crescere»; grano e zizzania dovevano restare insieme. Diventava così segno di identifica­zione del buon cristiano il fatto del tollerare: fu Sant’Ago­stino, e sia pure in un contesto duramente polemico, a ri­cordare agli avversari (i Donatisti) che il loro voler fuggire lontano dalla zizzania li identificava come falsi cristiani, quindi come la «sola zizania. Nam si frumentum essetis, permixta zizania toleraretis». L’azione del sopportare si connota dunque di tratti positivi: la chiesa è ancora, a que­sta data, la biblica Arca di Noè che deve offrire albergo ad animali puri e impuri, cosi come l’avevano vissuta i suoi membri nel tempo della persecuzione. Ma il tempo di Ago­stino non era più quello e la carica polemica del testo ci­tato ci avverte che la disponibilità a sopportare in tanto veniva meno in quanto si erano create le condizioni perché si potesse imporre: per sradicare e bruciare occorreva la forza e la forza era ormai disponibile. Cambiò cosi l’interpretazione dei due termini della coppia, grano e zizzania

La norma per distinguere il seme buono dal cattivo era stata di tipo morale nella comunità cristiana minoritaria e perseguitata: ma, ai tempi di Sant’Agostino, era ormai prevalsa l’identificazione tra (buon) seme e (buona) dottrina e tra zizzania ed eresia. Toccò dunque, non casual­mente, allo stesso Sant’Agostino offrire l’argomento buono per aggirare e rendere inattuale l’appello evangelico: ca­villando sul passo della parabola dove il padrone del cam­po esprime il timore che, con la zizzania, si sradichi anche il buon seme, Sant’Agostino sostenne che, quando si è ben certi dell’identità del mal seme, si deve procedere con tutta la severità della disciplina senza attendere la venuta del «dominus». L’argomento fu fatto proprio da San Tommaso nella risposta alla «quaestio»: «Se si debbano tol­lerare gli eretici»; la morte dell’eretico, cosi come il met­tere a fuoco la zizzania, non è contraria alla parola divina perché questa raccomanda solo di non mettere in pericolo il buon seme. Ecco dunque aperta la strada all’esercizio del potere di coercizione: gli appelli alla «patientia» come virtù cristiana che il testo evangelico aveva prodotto nella sua lunga storia (si pensi all’appassionata perorazione di un Crisostomo contro l’implacabile guerra – «πόλεμος άσπονδος» – a cui si sarebbe dato inizio condannando a morte gli eretici) trovavano un limite insuperabile nei mutati rapporti tra chiesa e potere e nell’assunzione del­l’ortodossia dottrinale come segno di identità del «buon seme». Se l’atto del tollerante poteva configurarsi come una virtù coi peccatori, ai quali si dava modo di pentirsi – ma, anche in questo caso, c’erano sempre argomenti per legittimare la sanguinosa spada della giustizia temporale dello stato – non ci potevano essere dubbi sulla necessi­tà di stroncare sul nascere il mal seme dell’eresia: «zizania, hoc est haereticorum dogmata», come aveva scritto S. Girolamo. (PROSPERI 1986, pp. 54-56)

Ma, con maggiore precisione, cos’è, l’eresia?

È necessario distinguere la definizione ufficiale, dottrinale della Chiesa romana, da quella dello storico. La prima (cfr. L. KOLAKOWSKI, 1981) presuppone l’esistenza preventiva (extratemporale) del Dogma (anche se non ancora dottrinalmente esplicitato). In questa accezione una eresia è tale solo per chi condivide – in pieno e nella sua atemporalità, astoricità, ed eternità – l’ortodossia.

Sul piano storico il rapporto si è però spesso invertito in quanto l’ortodossia si è più volte definita solo dopo e in relazione a quella che è stata definita eresia. Il confine stesso fra ciò che costituisce “eresia” e ciò che è “retta dottrina” è vago e impreciso ed è il più delle volte dipeso dalle circostanze particolari del momento.

Eresia allora per lo storico è un fatto non teologico-dottrinale, ma istituzionale: eresia è ciò (dottrina e “movimento”) che una determinata istituzione da un certo momento ha bollato come tale.

Su tutta questa tematica è utile confrontare il saggio di L. KOLAKOWSKI il quale, inoltre, sempre sul piano storico, distingue tre tipi di “eresie”:

  1. Le ERESIE POLITICHE, originate da uno Scisma dall’alto per considerazioni non tanto teologiche e dottrinali, ma prevalentemente politiche (p. es. Enrico VIII).
  2. Le ERESIE INTELLETTUALI, a carattere erudito (posizioni filosofi­co-teologiche) che in genere hanno séguito in gruppi ristretti di teologi ed intellettuali, ma che in casi particolari (p. es. Arianesimo, Monofisismo) hanno un seguito ben più ampio, senza però evidenti connessioni tra la base sociale ed il contenuto dottrinale che rimane puramente “teologico”.
  3. Le ERESIE POPOLARI dove il vasto seguito e la “popolarità” trova espressione anche all’interno delle formulazioni dottrinali che non sono solo puramente “teologiche” ma investono anche le questioni morali, organizzative ecc. (critica della corruzione del clero, richiamo alla povertà evangelica, revisione del ruolo di “media­zione” della Chiesa-istituzione, ecc.)

Il tema della RIFORMA, del rinnovamento della Chiesa e della vita religiosa, della critica alla decadenza della istituzione ecclesiastica e alla commistione con il potere temporale, del ritorno alle ori­gini, al vero spirito del cristianesimo così come si è espresso nei primi secoli, ecc., ha origini alto-medievali, si espresse nell’epoca comunale (movimento della Pataria), penetrò, anche se in forme più “moderne”, il Cristianesimo umanistico (Contarini, Erasmo), venne richiamato, sia pur in funzione prevalentemente difensiva, nella Contro­riforma la quale, per la storiografia cattolica, non fu altro che il momento culminante della “Riforma Cattolica”, avviatasi ben prima del­la Riforma Luterana. Riforma Luterana che, se all’inizio si poneva compiti riformatori nei confronti dell’istituzione, ben presto diven­ne contemporaneamente Scisma (separazione) ed eresia. Scisma appunto perché nascita di nuove Chiese cristiane indipendenti, ma nel contempo eresia in quanto volontaria affermazione (e scelta) di dottrine uffi­cialmente dichiarate erronee.

Riforma e Scisma, nel loro significato originario, si rapportano al­la Chiesa come Istituzione (rinnovamento l’una, separazione l’altra), l’eresia invece si connette alla dottrina. Ma l’eresia in quanto errore, scelta volontaria di una dottrina erronea, è anche evidentemente e im­mediatamente una separazione, uno scisma. E, almeno dal punto di vista, dell’ortodossia cattolica, ogni scisma è contemporaneamente una eresia in quanto negazione (di fatto e dottrinale) della “dottrina” per quan­to concerne in primo luogo l’autorità del Pontefice.

Scismatico ed Eretico pertanto Lutero, sul piano della definizione dottrinale. Ben diversa è evidentemente la definizione che se ne può dare sul piano storico. La Riforma protestante infatti, su questo pia­no, è difficilmente assimilabile alle “eresie” e alla loro storia; si tratta infatti di una rottura, senza precedenti, dottrinale, istituzionale, politica; si tratta della fine di un’unica religione cristiana (sia pur attraversata da conflitti e contraddizioni) e della nascita storica di più confessioni cristiane. Le conseguenze saranno enormi; l’universalismo cristiano medioevale è definitivamente sepolto; il rapporto cristianesimo e istituzioni politiche si porrà in termini del tutto diversi e in modo differenziato (nei vari Stati nonché in rapporto alle diverse Chiese cristiane). Sul piano storico, in riferimento alla Riforma protestante, si parlerà di eresie solo rapportandosi alle correnti mino­ri (anabattisti, sociniani ecc.), ma non alle grandi nuove istituzioni e confessioni cristiane (Luteranesimo, Calvinismo, Anglicanesimo).

2.3. Potere, Ideologia, potere politico, Legittimazione, Autorità.

All’Auctoritas del “maestro di verità” e dell’Auctor (sacro e profano) si aggiunge e sovrappone, abbiamo visto, un’altra autorità: quella del potere e, in particolare, del potere politico. Ma cosa si intende per potere?

Intendiamo naturalmente riferirci al potere (di determinati uomini e istituzioni) rispetto altri uomini (potere sociale) e non il potere rispetto ad oggetti, alla natura, ad animali o altro (p. es. il potere della scienza e della tecnica).

Bertrand Russell nel suo noto testo dedicato al potere, lo considera come il “movente principale della dinamica sociale” e pertanto come “oggetto” privilegiato della “scienza sociale”.

“Le leggi della dinamica sociale sono enunciabili soltanto in ter­mini di potere nelle sue varie forme. Allo scopo di scoprire quelle leggi è prima necessario classificare le forme del potere, ed esaminare alcuni esempi storici che ci dicano come individui e or­ganizzazioni abbiano acquistato il controllo dei destini umani.” (B. RUSSELL 1938, p. 15)

Il potere allora è detenuto da “individui e organizzazioni” e assume varie forme:

“il concetto fondamentale della scienza sociale è il potere, allo stesso modo che nella scienza fisica il concetto fondamentale è quello di energia. Anche il potere, come l’energia, ha molte for­me, come ad esempio la ricchezza, le armi, l’autorità civile, la influenza sull’opinione pubblica, (ivi, p. 13)”

Il potere, questa “molla” del divenire sociale, viene, sempre da Russell, definito come “capacità di realizzare i desideri“; chi detiene potere può, in misura maggiore degli altri, realizzare, portare ad esito, i propri progetti producendo i risultati voluti, desiderati. Il potere sarebbe allora questa capacità, questa possibilità, sia essa legata a doti personali (forza, abilità, intelligenza, ecc.), op­pure a strumenti posseduti (la ricchezza, le armi, ecc.), di ottenere, con più efficacia degli altri, i risultati voluti.

Questa definizione del potere (“capacità di realizzare i desideri”) ha però, secondo il commento di molti (cfr. N. BOBBIO 1985, pp. 66-68), il difetto di mettere in ombra l’aspetto sociale del potere, il fatto che esso comporta sempre una relazione fra chi il potere detiene e chi al potere è soggetto (sottomesso). Possiamo allora dire che

Il POTERE, come fatto sociale, consiste in generale nella possibilità da parte di alcuni uomini, o gruppi sociali, o istituzioni, di determinare (o comunque di influenzare) la condotta di altri uomini ottenendo da parte di costoro comportamenti che, in assenza dell’intervento (o dell’influsso) del potere, non si sarebbe­ro prodotti.

Il potere comporta pertanto una forma più o meno esplicita di sottomissione, di soggezione e si connette per contrasto, per relazione inversa, a LIBERTÀ:

“In quanto relazione fra due soggetti il potere così definito è strettamente connesso al concetto di libertà, sì che i due con­cetti possono essere definiti uno mediante la negazione dell’altro in questo modo: ‘Il potere di A implica la non-libertà di B; la libertà di A implica il non-potere di B’.” (N. BOBBIO 1985, p. 68).

Allo stesso modo il potere è connesso a UGUAGLIANZA (e DISEGUAGLIANZA); anche a livello intuitivo è infatti evidente come questa possi­bilità di modificare la condotta altrui è tanto più grande e tanto più effettivamente esercitata quanto maggiori sono i livelli di di­seguaglianza che caratterizzano una società. Il potere è l’altra faccia (effetto e contemporaneamente causa) della diseguaglianza.

In genere si distinguono tre forme fondamentali di potere: economico, ideologico, coercitivo.

POTERE ECONOMICO: consiste nel possesso, più o meno esclusivo o comunque sovrabbondante, di determinati beni necessari all’attività economica (produzione, circolazione, consumo) di una collettività (la terra, gli edifici, i macchinari, la moneta, ecc.) in modo tale che chi si trova in condizione di penuria è costretto, per accedere a quei beni, a comportarsi in un certo modo (perlopiù ad esercitare una certa forma di lavoro dipendente).

“Il potere economico è quello che si vale del possesso di certi beni, necessari o percepiti come tali, in una situazione di scarsità, per indurre coloro che non li posseggono a tenere una cer­ta condotta, consistente principalmente nell’esecuzione di un lavoro utile. Nel possesso dei mezzi di produzione risiede un’enorme fonte di potere da parte di coloro che li possiedono nei ri­guardi dei non possidenti, proprio nel senso specifico di capacità di determinare i comportamenti altrui. In qualsiasi società dove vi siano proprietari e non proprietari, il potere del pro­prietario deriva dalla possibilità che la disposizione esclusiva di un bene gli dà di ottenere che il non proprietario (o proprietario soltanto della sua forza lavoro) lavori per lui e alle condizioni da lui poste.” (N. BOBBIO 1985, pp. 72-73)

Norberto Bobbio

POTERE IDEOLOGICO: esso consiste nella capacità che alcune persone o gruppi sociali hanno di influenzare altri tramite le idee; è una forma di potere di estrema importanza, anche se poco appariscen­te, essendo introiettata dalla collettività che fa proprie quelle idee e quei valori, cioè quella determinata ideologia. La detenzione da parte di alcuni ceti del potere ideologico (sacer­doti, “sapienti”, filosofi, scienziati, intellettuali in genere) si basa anch’essa su una diseguaglianza: la distribuzione ineguale (in alcuni casi il monopolio esclusivo) delle conoscenze. Il potere ideologico assume un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’assetto di una società e nella sua stessa riproduzione tramite il meccanismo della socializzazione (interiorizzazione della cultura – norme e valori – e dei ruoli di una società data).

“Il potere ideologico è quello che si vale del possesso di certe forme di sapere, dottrine, conoscenze, anche soltanto d’informazioni, oppure di codici di condotta, per esercitare un’influenza sul comportamento altrui e indurre i membri del gruppo a compie­re o non compiere un’azione. Da questo tipo di condizionamento deriva l’importanza sociale di coloro che sanno, siano i sacerdoti nelle società tradizionali, siano i letterati, gli scienziati, i tecnici, i cosiddetti “intellettuali”, nelle società secolarizzate, perché attraverso le conoscenze che essi diffondono o i valo­ri che predicano e inculcano si compie il processo di socializzazione di cui ogni gruppo sociale ha bisogno per poter stare in­sieme.” (N. BOBBIO 1985, p. 73)

Per capire l’importanza e l’estensione del potere ideologico (che Russell scompone a sua volta in quattro forme: il potere sacerdotale o teologico di tendenza tradizionalista, il potere che scaturisce da una nuova fede o potere rivoluzionario, il potere sulle convin­zioni che promana dalla propaganda, il potere che scaturisce dal fanatismo di una dottrina professata in modo esclusivo dai membri di una comunità) è utile accennare alla nozione di:

IDEOLOGIA. Il termine è stato coniato da Destutt de Tracy (1754-1836) (idea + logia = ordine, scienza delle idee) per indicare la disciplina che doveva studiare le idee e la loro origine a partire dalla sensazione, abbandonando le precedenti concezioni innatiste a impronta religiosa- metafisica. L’uso di questa accezione è andato però pro­gressivamente declinando ed il termine (che rimane comunque al cen­tro del dibattito filosofico contemporaneo) ha assunto significati differenti abbastanza lontani da quello originario.

Nell’uso contemporaneo

con IDEOLOGIA normalmente si intende un insieme di conoscenze, opinioni, atteggiamenti e valori:

  • che riguardano nel complesso l’uomo e la sua collocazione nel mondo e nella società;
  • che tendono a fondersi in un insieme coerente ed organico (in tedesco “Weltanschauung” = concezione del mondo);
  • che sono fatti propri da una collettività, una classe sociale, un gruppo, un ceto, una professione, un partito, ecc., di cui esprimono, più o meno esplicitamente, aspirazioni e interessi;
  • che, diversamente dalle conoscenze scientifiche, non sono sottoponibili ad una verifica (o ad una falsificazione) di tipo razionale e/o empirico-sperimentale;
  • che, viceversa, sono valutabili in termini di efficacia in relazione alle finalità che esprimono e ai comportamenti che promuovono.

Molteplici sono naturalmente le interpretazioni e le accentuazioni possibili. Senza entrare nel merito dell’ampio e vivo dibattito a tutt’oggi aperto, ci limitiamo ad individuare due poli fondamentali intorno a cui le varie interpretazioni e concezioni di ideologia si collocano.

Alcune infatti sottolineano soprattutto la negatività della ideologia in quanto pensiero distorto, mistificazione o illusione col­lettiva che gruppi sociali – perlopiù quelli dominanti – creano, consapevolmente o inconsapevolmente, su se stessi e sul proprio ruolo in rapporto all’intera società. Ideologia e ideologico vengono così ad assumere una accezione e una valenza negative e si contrap­pongono a “Scienza” e “Scientifico”. L’unico rapporto corretto (non mistificato e non mistificante) nei loro confronti è allora quello della “critica della ideologia”.

Altre sottolineano invece la necessità, l’onnipresenza della (delle) ideologia (e): l’ideologia, in quanto forma di rappresenta­zione collettiva, sarebbe “eterna”, anche se i suoi contenuti (le sue forme specifiche) variano di continuo essendo socialmente e storicamente condizionati. (Una) Ideologia, in questo caso, si contrappone non a Scienza, ma ad (un’altra) Ideologia (ideologia borghese/ideologia proletaria; ideologia liberale/ideologia cattolica, ecc. Liberarsi dalla/e ideologia/e non è quindi possibile; si può solo (ed è ciò che a larga scala avviene nei momenti pre-rivoluzionari e rivoluzionari) uscire da una ideologia per entrare in un’altra.

Ritornando al tema del “potere”, la sua terza forma fondamentale è data dal:

POTERE COERCITIVO: è il potere, per così dire allo stato puro, che si basa sulla forza e sulla costrizione violenta (o sulla sua minaccia) da parte di coloro che detengono il monopolio delle armi e del loro uso. È da molti considerata la forma di potere origina­ria, la più antica o, perlomeno, la più primitiva. Potere che si impone direttamente con la forza, le armi, gli eserciti, senza media­zione né giustificazione; Russell parla efficacemente di “potere bruto” in quanto

“potere che fa a meno del consenso dei sudditi. È il tipo di po­tere esercitato dal macellaio sulle bestie che uccide, da un esercito invasore sulla nazione vinta, dalla polizia sui cospiratori … Il potere è bruto quando chi lo subisce lo rispetta unicamente perché è il potere, e per nessun’altra ragione. … Quasi tutti gli esempi più abominevoli della storia sono collegati al potere bruto, e non soltanto quelli relativi alle guerre, ma anche quelli di altri campi meno spettacolari ma altrettanto terribili. La schiavitù e la tratta degli schiavi, lo sfruttamento del Congo, gli orrori dei primi tempi dell’industrialismo, la crudeltà verso i bambini, la tortura legale, le leggi criminali, le prigioni, le fabbriche, le persecuzioni religiose, gli orro­ri contro gli Ebrei, le spietate frivolezze dei despoti, l’incredibile iniquità nel trattamento degli oppositori politici nella Germania nazista e nella Russia di oggi, sono tutti esempi dell’impiego del potere bruto contro vittime indifese.” (B. RUSSELL 1938, pp. 62- 77, brani sparsi)

Rispetto a queste tre forme fondamentali di potere, come si colloca il POTERE POLITICO?

Esso, in primo luogo, si connette con il potere coercitivo e non sono mancate, da Trasimaco in avanti, tendenze a fondarlo unicamente sulla forza: lo Stato, le sue forme e le sue leggi non sono altro che l’espressione al livello più alto del diritto del più forte; l’utile dei governanti, di chi detiene il potere politico, è l’unico vero criterio di governo e di giustizia:

Trasimaco

“TRASIMACO. – … Io sostengo che la giustizia non è altro che l’utile del più forte. …

Non sai, riprese, che alcuni stati sono governati a tirannide, altri a democrazia, altri ancora ad aristocrazia?

SOCRATE – Come vuoi che non lo sappia?

  • Bene, in ciascuno stato è il governo che detiene la forza, no?
  • Senza dubbio.
  • Ma ciascun governo legifera per il proprio utile, la democrazia con leggi democratiche, la tirannide con leggi tiranniche, e gli altri governi allo stesso modo. E una volta che hanno fatto le leggi, eccoli proclamare che il giusto per i sudditi si identifica con ciò che è invece il loro proprio utile; e chi se ne allontana, lo puniscono come trasgressore sia della legge sia della giustizia. In ciò dunque consiste, mio ottimo amico, quello che, identico in tutti quanti gli stati, definisco giusto: l’utile del potere costituito. Ma, se non erro, questo potere detiene la forza: così ne viene, per chi sappia bene ragionare, che in ogni caso il giusto è sempre l’identica cosa, l’utile del più forte.” (PLATONE, La Repubblica, I, 338 c – 339 a)

Pur essendo evidente la connessione e la derivazione del potere politico da quello coercitivo, non ne vanno messe in ombra le specificità che riguardano la sua estensione (l’esercitarsi su di una intera collettività e su di un intero territorio), la sua esclusività (il non consentire ad altri che allo stato, cioè al potere politico stesso, l’uso della forza, delle armi e della guerra), l’eterogeneità degli ambiti di applicazione (che vanno dai rapporti economici a quelli delle relazioni sociali, culturali, ecc. fra singoli cittadini e gruppi più o meno organizzati di cittadini), le modalità di funzionamento e di organizzazione (uno o più apparati che operano all’interno di controlli gerarchizzati), le regole di applicazione (perlopiù stabilite secondo normative prefissate: le leggi).

Il potere politico può essere considerato sia una trasformazione e una monopolizzazione del potere coercitivo, che una sintesi delle tre forme originarie di potere in quanto nessun potere politico è veramente tale se non detiene più o meno direttamente anche un certo controllo sul potere economico e su quello ideologico. Il potere politico, in una società politicamente organizzata cioè articolata in comunità politica (polis o nazione), in un insieme di istituzioni (lo Stato) e in un governo, è rappresentato da quest’ultimo in quanto esercizio del potere supremo (sovrano) che non ha altro potere al di sopra di sé.

La differenza fra potere politico e potere coercitivo non si pone però solo in termini di complessità o estensione; uno Stato fondato unicamente sulla forza non solo è fragile perché privo di consenso, ma soprattutto non è legittimo, manca di fondamento. È la giustizia e il vantaggio reciproco dei cittadini che fondano lo Stato, risponde il Socrate platonico a Trasimaco (“Secondo me uno stato nasce perché ciascuno di noi non basta a se stesso, ma ha molti bisogni.” PLATONE, La Repubblica, II, 369 b). Senza giustizia che senso ha parlare di Stato? come distinguere il pirata dall’imperatore? è il tema di un celebre passo di Agostino:

“Che cosa sarebbero mai i Regni senza la giustizia se non delle bande di masnadieri? E non sono forse le bande di ladroni dei piccoli regni?

Anche loro infatti sono formate da schiere di uomini, sono rette da un capo, sono legate con un patto di comunanza e, secondo gli accordi, viene tra loro divisa la preda. Se questo male, con lo aggiungersi di altri scellerati ladroni, si accresce talmente da permettere loro di occupare intere regioni e tenerle come loro sedi usuali, di impossessarsi delle città e di sottomettere le popolazioni, allora più evidentemente questa sciagura prende il nome di Regno che le si applica non perché sia cessata la malva­gia rapacità, ma perché si è accresciuta l’impunità.

In modo appropriato e preciso un pirata, fatto prigioniero, ri­spose con audacia e franchezza ad Alessandro Magno che gli aveva chiesto per quale motivo infestasse il mare.

– Per lo stesso identico motivo per cui tu infesti la terra; ma poiché io a tale scopo dispongo soltanto di un piccolo na­viglio sono chiamato pirata, mentre tu, siccome lo fai con una grande flotta, sei onorato come imperatore.” (AGOSTINO, La cit­tà di Dio, IV, 4)

È il tema della LEGITTIMAZIONE: che cosa rende legittimo il po­tere politico, ovverosia lecito, giusto? Quale ne è il fondamento etico e giuridico?

Il problema si pone da entrambi i versanti: governati e governanti. Devo considerare legittimo il potere che mi governa e perché? oppure illegittimo, frutto di una usurpazione, nemico da cui mi devo difen­dere e, non appena possibile, liberare?

Come giustifico il mio potere? come posso ottenere che sia universalmente riconosciuto ed accettato?

Mosca parla di “formule politiche” che fondano il potere su dottrine generalmente condivise e ne indica due: “quella che fa derivare il potere dall’autorità di Dio e quella che lo fa derivare dall’autorità del popolo”. (BOBBIO 1985, p. 79)

Secondo Bobbio i principi di legittimità sono in numero ben maggiore ed è bene distinguere innanzitutto tra i principi assiologici (di valore, etico-politici) ed i tipi effettivi di legittimazione di un potere che si distingua dalla “mera forza” (i fondamenti reali, non quelli presunti, dichiarati o desiderati). In questo modo vengono individuati nove diversi criteri di legittimità; schematizziamo l’analisi di Bobbio:

Naturalmente fra i principi assiologici (ciò che dovrebbe essere) e i tipi effettivi vi può benissimo essere rapporto (cfr. 5 e 7; 4 e 8; e, almeno in alcuni casi, 3 e 9).

Nelle società contemporanee, sempre più complesse dal punto di vista dell’organizzazione statale e del sistema positivo del diritto (le leggi effettive), la legittimazione, almeno secondo alcuni teo­rici (N. LUHMANN in particolare), non è più riferita alla origine, al fondamento del potere, ma al suo effettivo svolgimento. Legittimo è il potere che segue con scrupolo le regole che il sistema politico stesso si è dato. Integriamo così lo schema:

10 Legittimazione attraverso procedura


A questo punto, dopo esserci riferiti al tema della legittimazione, è possibile precisare cosa si intenda per AUTORITÀ POLITICA. Non ogni potere, e in particolare non ogni potere politico, è anche “autorità”. Per autorità politica infatti si intende generalmente la autorità politica “legittima”, AUTORITÀ è quindi il POTERE LEGITTIMO, il che comporta da un lato il suo diritto (di valore e di fatto) ad esercitare il potere, dall’altro il dovere da parte dei governati alla obbedienza.

L’autorità (il concepire il potere politico come “autorità”) può produrre nel potere stesso alcuni effetti (trasformazioni) di estrema importanza:

  • da un lato conferirgli maggiore efficacia, stabilità e durata;
  • dall’altro, come avveniva per l’ “auctoritas” religiosa e filosofica, il fondamento legittimo, la legittimazione originaria met­tere in ombra il contenuto e il dispiegarsi effettivo del potere, i suoi atti concreti, il suo esercizio.

L’atto dell’autorità, in questo modo, non ha bisogno di esser motivato, legittimato; è l’autorità che, essendo legittima, rende (o sembra rendere) legittimo qualsiasi suo atto per ragioni puramen­te estrinseche (cioè a prescindere dal contenuto fattuale).

Illegittimo invece diventa (o sembra diventare) qualsiasi atto che metta in discussione, nel suo fondamento o nella modalità del suo esercizio, l’autorità; nei suoi confronti, nei confronti del ribelle o del ricusatore dell’autorità, qualsiasi forma di repressione, anche l’esercizio della violenza, viene ad assumere (o almeno così pare) titolo di legittimità.

Voltaire

Solo la distinzione continua e rigorosa fra potere legittimo ed esercizio legittimo del potere (esecuzione di atti di governo effettivamente legittimi), unita alla consapevolezza che il primo non comporta necessariamente il secondo, può forse metterci in salvo dal­le frequenti disavventure che scaturiscono dalla sottomissione al­l’esercizio arbitrario del potere da parte della (delle) autorità. Disavventure di cui avremo ampio modo di parlare nei prossimi capi­toli (storia/e della intolleranza).

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Testi citati

Agostino, La città di Dio, a c. F. Alvaro, Cantagalli, Siena 1930

Bobbio N. 1985, Stato, Governo, Società. Per una teoria generale della politica, Torino 1985

Descartes R. 1644, Principia Philosophie (tr. it. I Principi di Filosofia, in Opere filosofiche a c. B. Widmar, UTET, Torino 1969)

Descartes R. 1641, Meditations I – VI (tr. it. I Principi di Filosofia, in Opere filosofiche cit.)

Detienne N. 1967, Les maîtres de la vérité dans la Grèce archaïque (tr. it. I maestri di verità nella Grecia arcaica, Laterza, Bari 1983)

Enciclopedia Europea Garzanti, Milano 1981,voIl. I – XII

Fortini F. 1968, Antichi e moderni, in Ventiquattro voci per un dizionario di lettere, Il Saggiatore, Milano 1968

Gigon O. 1959, Grundprobleme der antiken Philosophie (tr. it. Problemi fondamentali della filosofia antica, Guida, Napoli 1983)

Kolakowski L. 1981, Eresia,in Enciclopedia, Einaudi, Torino, vol. V, p. 611-635

Marramao 1985, Tradizione e autorità, in Il centauro. Storia e Tradizione, n. 13-14, 1985, p. 160-167

Matteo, Vangelo, in La Sacra Bibbia, Ed. Paoline, Roma 1964, p. 1045-1076

Pascal B. 1651, Préface sur le traité du vide, (tr. it. Prefazione per il Trattato sul vuoto, in Solitudine e storia, antologia a c. F. Baroncelli, La Nuova Italia, Firenze 1975, p. 124-130

Platone, La Repubblica, in Opere vol. II, Laterza, Bari 1966, p. 121-455

Platone, Cratilo, in Opere cit., vol. I, p. 187-258

Platone, Fedro, in Opere cit., vol. I, p. 722-796

Platone, Protagora, in Opere cit., vol. I, p. 1057-1129

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Russell B. 1938, Power. A new social analysis (tr. it. Il potere. Una nuova analisi sociale, Feltrinelli, Milano 1967)

Senofane, Frammenti, in I Presocratici. Frammenti e Testimonianze, a c. A. Pasquinelli, Einaudi, Torino 1958 (n. ed. 1976), p. 144-153

Voltaire 1763, Traité sur la Tolerance à l’occasion de la mort de Jean Calas (tr. it a c. P. Togliatti, Trattato sulla Tolleranza, Ed. Riuniti, Roma 1949; n. ed. 1982)

Voltaire 1764, Dictionnaire philosophique portatif (tr. it, Dizionario filosofico, Rizzoli, Milano 1966)

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Una “coda” inattesa

All’epoca le commissioni di maturità erano composte in maggioranza da commissari esterni provenienti da varie parti d’Italia. Per molti erano una sorta di vacanza aggiuntiva e comunque un modo per mettere in relazione esperienze scolastiche diverse del Bel Paese. Quell’anno non ho seguito direttamente dli esami degli allievi di V SUS perché nominato commissario esterno di filosofia a Genova in un Liceo scientifico dedicato a Martin Luther King. Oltre alle classi quinte del liceo alla commissione era aggregata una classe terminale di un istituto religioso privato femminile.

Dopo essermi accreditato in segreteria iniziano i lavori preliminari della Commissione. Avverto subito un certo disagio al suo interno che pare proprio investire i rapporti col sottoscritto. Il secondo giorno il presidente mi chiede di fargli vedere la mia nomina, il che mi ha lasciato perplesso visto che ne avevo lascito copia in segreteria e la richiesta non mi risultava esser stata posta agli altri commissari.

A fine settimana il presidente, molto imbarazzato, mi chiede di portare, la settimana successiva una dichiarazione della mia scuola del fatto che fossi effettivamente un insegnante di filosofia. Trattenendo l’irritazione per una richiesta decisamente anomala mi procuro il documento e lo porto il giorno dell’inizio delle prove scritte; vedo che il presidente e gli altri commissari si mostrano sollevati e da quel momento si procede a lavorare con serenità. Immaginavo che l’equivoco fosse legato al fatto che io ero di ruolo in un Istituto tecnico e non vi fosse consapevolezza della specificità dei corso sperimentali.

Tramite la insegnante di lettere, membro interno del Liceo King, ho poi saputo cosa in realtà era avvenuto. In mia assenza il membro interno della sezione privata femminile – una suora massiccia, energica e dal piglio autoritario – aveva dichiarato con vigore che io non potevo assolutamente esaminare le sue allieve in quanto insegnante di lettere e non di filosofia. Lo aveva saputo “con certezza da Don C.” che evidente per lei rappresentava una autorità (a proposito di auctoritas!) prevalente rispetto a Segreterie scolastiche e Provveditorati. Avevo successivamente anche saputo che a Intra, una commissaria esterna per i Corsi sperimentali del Cobianchi che per inciso aveva preso alloggio presso l’allora Famiglia Studenti (oggi Hotel Chiostro) aveva dato in visione il fascicolo sulla Tolleranza al soprannominato Don C.

In sostanza si era voluto farmi passare per un feroce anticlericale deciso a priori di “far fuori” le allieve della scuola privata religiosa, per giunta senza averne titolo.

Certo qualche difficoltà vi è stata durante gli esami orali, ma questo anche per le sezioni del Liceo King, per la poca abitudine a domande di filosofia non solo di conoscenza, ma anche di comprensione e collegamento.

La “suorona”, che evidentemente era anche una donna intelligente anche se inizialmente prevenuta o forse mal informata, alla fine degli esami si è indirettamente scusata osservando che le mie valutazioni erano equilibrate e non difformi da quelle espresse nei confronti del Liceo King.

Qualche mese dopo, mentre ero in Famiglia Studenti mi si avvicina Don C. – con cui non avevo mai avuto occasione di dialogo o confronto – e mi dice di aver saputo che a Genova ero stato un commissario corretto ed equilibrato … ma (in cauda venenum) che quel lavoro sulla Tolleranza che “per caso aveva letto” non teneva conto dei più importanti e recenti studi sul tema (non so quali). Transeat



[i] I materiali già pubblicati in questo blog sono: Storia dell’Utopia. Un percorso didattico (1982/83); Una ricerca sulla popolazione anziana di Verbania (1981-1983); Lontano dal potere (1993/94); Aggressività: forme e interpretazioni (dispensa didattica – febbraio 1999). Sull’indirizzo di Scienze Umane e sociali cfr. anche Scienze Umane tra mission educativa e necrofilia amministrativa.

[ii] La Tolleranza – Relazione finale

[iii] Non ci interessa evidentemente entrare per ora nel merito della concezione di Voltaire, cosa che faremo successivamente, e che comporta una analisi del rapporto Deismo / Tolleranza.

Il destino di Gyurka e il nostro. Perché la memoria?

 “La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. … Erano quattro giovani soldati a cavallo, che proce­devano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lun­go la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi pa­role brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle barac­che sconquassate, e su noi pochi vivi. … Non salutavano, non sorridevano; apparivano op­pressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben no­ta, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista …”  Primo Levi, La tregua.

27 gennaio 1945. Il “Giorno della Liberazione di Auschwitz”, si dice comunemente. La legge istitutiva del “Giorno della Memoria” (20 luglio 2000, n. 211) parla più correttamente di “data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz”. Non è la stessa cosa.

Quando arrivarono i primi soldati sovietici c’era ormai ben poco da “liberare”: del milione e duecento-trecento mila deportati ad Auschwitz quel giorno nel campo ne erano rimasti in vita circa settemila, di cui almeno un terzo morì nei giorni immediatamente successivi. Il grosso dei sopravvissuti all’inizio dell’anno (circa ottantamila) erano stati avviati, con una di quelle che sono state definite “marce della morte,” verso il confine Ceco. Non fu una “Liberazione”, una festa, ma un momento di reciproco silenzio.

La scelta di questa data per incastonarvi il Giorno della memoria segue una logica importante. Esso cade infatti nel giorno in cui il resto del mondo – impersonato in quel momento dai soldati dell’Armata Rossa alleata che per caso capitarono davanti ai cancelli di Auschwitz – si trovò per la prima volta davanti alla macchina dello sterminio… è la data in cui per la prima volta si vide, si seppe[1].

 Una data che non riguarda le vittime, ma tutti gli altri su cui cade la responsabilità di conoscere, approfondire, capire, ricordare, interrogarsi su ieri e sull’oggi. Per assumerci la nostra responsabilità collettiva.

La ripresa del testo più noto di Imre Kertész, che avevo affrontato in un più articolato contributo[2], mi ha suggerito qualche considerazione sul senso odierno del “fare memoria” che avevo scritto per Nuova Resistenza Unita.

Il destino di Gyurka e il nostro[3]

 “Da piccola non capivo, il male l’ho visto dopo ricordando.” Tatiana Bucci[4]

Essere senza destinodi Imre Kertész[5]

L’opera del Premio Nobel per la Letteratura 2002 Imre Kertész[6] è stata giustamente collocata fra i testi indispensabili sulla Shoah, “di cui non si possa proprio fare a meno, per verbalizzare l’indicibile, per concettualizzare l’impensabile, per tramandare l’imperdonabi­le[7]. Aggiungerei che, differentemente da altri “indispensabili” quali La ba­nalità del male di Hannah Arendt, Intellettuale a Auschwitz di Jean Améry, Necropoli di Boris Pahor, insieme a Se questo è un uomo di Levi è un testo che permette diversi livelli di lettura, adatto sia per ragazzi delle medie che per lettori adulti. Ciononostante nel nostro paese, contrariamente agli altri citati, non è molto conosciuto.

Ne ripercorro sinteticamente la narrazione. L’autore, sopravvissuto quattordicenne da Auschwitz e Buchenwald, fa parlare in prima persona il suo alter ego Köves György soprannominato Gyurka.

Siamo a Budapest nella primavera del 1944 e, esonerato dalla scuola, con la stella gialla che porta come tutti i familiari, raggiunge il padre che, destinato al lavoro coatto non si sa dove né per quanto, viene sommerso da una mesta cerimonia di saluto dalla famiglia allargata. Poco dopo anche il giovane è assegnato al lavoro in una raffineria petrolifera. Un giorno mentre si reca al lavoro, il pullman viene fermato e tutti gli ebrei, giovani e meno giovani, costretti a scendere.

Concentrati in un capannone dove Gyurka ritrova i suoi coetanei di lavoro coatto, verranno poi scortati dalla polizia ungherese fino alla stazione. Un treno blindato lo porterà ad Auschwitz dove, grazie al suggerimento di alcuni deportati di dichiarare di avere sedici anni, riuscirà a superare la selezione. Verrà poi trasferito a Buchenwald e di lì al campo di lavoro di Zeitz (a sud di Lipsia). Un suo concittadino “veterano” del campo, Bandi Citrom, gli fa spontaneamente da tutore e lo istruisce alla dura arte della sopravvivenza: lavarsi, tenere sempre una scorta della razione di cibo, “non lasciarsi mai andare” mantenendo la propria dignità e il proprio orgoglio magiaro affrontando con decisione la fatica del lavoro. Gyurka per un po’ riuscirà a seguirne i dettami, ma coll’aumento della fatica, della spossatezza fisica e per una infezione al ginocchio comincerà a cedere sin quasi arrivare al punto di non ritorno. Operato in qualche modo passa in più reparti tra freddo cimici e pidocchi; sarà riportato Buchenwald sino a che si ritrova in un reparto di infermeria tenuto da vecchi deportati col triangolo rosso che lo curano, lo nutrono e lo riportano in guarigione. Siamo ormai nell’aprile del 1945, il campo viene liberato dagli alleati. A piedi e con mezzi di fortuna si unisce ad un gruppo di giovani ungheresi per tornare a casa. A Budapest non vuole seguire la trafila burocratica dei soccorsi e decide di riprendere in mano il proprio destino. Per prima cosa cerca la casa di Bandi Citrom ma trova la moglie ormai rassegnata al non ritorno del marito. A casa sua scopre che l’appartamento è occupato da una famiglia ungherese che gli chiude la porta in faccia. I vecchi vicini ebrei gli comunicano la morte di suo padre a Mauthausen. Trova assurdo che gli chiedano di “dimenticare gli orrori” consapevole che la “reminiscenza” di quei giorni, quei luoghi e quelle persone non lo lasceranno più.

Il racconto scorre in modo lineare ed è di facile lettura … ma è decisamente spiazzante. Non è un libro di denuncia né delle atrocità naziste né della collaborazione magiara; ci sono entrambe ma descritte (spesso solo accennate) in modo asettico. La narrazione del giovane Gyurka ne ricostruisce lo sguardo infantile, non seleziona e non dà priorità a questo o quel dettaglio od evento, di fronte ad accadimenti inattesi emerge lo stupore del ragazzino e nello stesso tempo una sorta di realismo fatalistico: se avviene così è perché così deve essere. A partire dal contrassegno giallo che “naturalmente” porta come tutti i suoi parenti e conoscenti ebrei.

Alcuni interrogativi che il giovane si pone giunto in un posto sconosciuto dal nome di Auschwitz-Birkenau ci sconcertano. Come mai ci sono dei detenuti con le divise a righe, certo ebrei visto la stella gialla, in quel posto ove era venuto per lavorare? …  “mi sarebbe piaciuto conoscere i loro reati”. Diversamente dagli altri testi “indispensabili” sulla Shoah, qui vi è un rovesciamento di prospettiva fra lettore che apprende e narratore che sa e “verbalizza l’orrore dell’indicibile”. Gyurka non sa, non capisce dove si trova, acquisterà consapevolezza lentamente, passo a passo; noi lettori invece sappiamo e ci stupiamo del suo stupore.

Solo alla fine, ritornato a Budapest, cercando di spiegare ad altri che non capiscono (un giornalista, i vecchi vicini di casa), ripercorrendo la sua esperienza ne trova in qualche modo il senso.

Il succedersi di tappe e difficoltà di volta in volta da affrontare per sopravvivere ha fatto sì che “…in generale … io non mi sono accorto degli orrori”. Se tutto si fosse riversato di colpo, non sarebbe stato possibile sopravvivere “né fisicamente né psichicamente”.

Che significato ha avuto per un ragazzo di famiglia non osservante, laica, l’essere ebreo? Drasticamente, ragiona a voce alta Gyurka, “niente, niente per me e nien­te in sé, in origine, … non esiste del sangue diverso, non esiste niente, ma solo… e qui mi sono blocca­to … esistono solo date circostanze.” Sono le circostanze che ti fan diventare tale.

Imre Kertész

Il destino forse non esiste, scopre alla fine Gyurka, discutendo animatamente con i vecchi vicini che lo avevano invitato a dimenticare; siamo liberi – e responsabili – di ogni passo che facciamo.

Se esiste un destino, allora la libertà non è possibile; se però – ho continuato, sempre più sorpreso di me stesso, sempre più eccitato – la libertà esiste, allora non esiste un destino, il che significa … significa che noi stessi siamo il destino – questo ho improvvisamente ca­pito, e l’ho capito in quel preciso istante con una pregnan­za fino a quel momento sconosciuta.”

Perché la memoria?

Normalmente si dice “perché non accada più”. Ma se guardiamo il mondo di oggi sembra che la memoria non sia affatto servita. Un anno fa un’orribile strage ai confini di Gaza e oggi tutta quell’area è devastata dalla guerra così come in Ucraina, per non parlare del resto del pianeta. Sapere cosa è successo allora, ci può aiutare a capire e prendere posizione sull’oggi.

Un approccio scientifico, e pertanto laico, alla storia ci dice che non esistono popoli eletti. Ma non dovrebbero esistere nemmeno popoli maledetti e la guerra, soprattutto la guerra così come è oggi condotta, laddove colpisce soprattutto le strutture e le popolazioni civili, senza più “porti franchi” quali ospedali, centri religiosi ed educativi, stampa ecc., è una maledizione dei popoli.

Mappa dei conflitti mondiali (luglio 2024)

Mi pare che noi, di fronte a quanto sta succedendo nel mondo siamo un po’ come il giovane Gyorka. Giorno per giorno seguiamo la cronaca delle guerre (Ucraina e Medio Oriente, raramente le altre in giro per il pianeta) passo a passo, dramma per dramma, orrore dopo orrore … ma non riusciamo a capire, a vedere gli eventi sul lungo periodo, almeno da cento e oltre anni fa e pertanto non riusciamo ad immaginare quali prospettive ci possano essere. Ci sono state due Guerre mondiali e sono entrambe nate in Europa, sono nostra responsabilità storica. Davanti a quella che è stata definita “terza guerra mondiale a pezzi” e al fatto che questi pezzi, dall’estremo oriente, all’America latina si intrecciano e connettono sempre più strettamente con quelle a noi vicine, non è sufficiente la cronaca e le eventuali denunce dei singoli eventi. Dal 2021 al gennaio 2024, in tre anni i conflitti nel mondo[8] sono cresciuti del 40%, senza tener ancora conto di quanto sta drammaticamente avvenendo quest’anno.

In Europa era anche nata la Diplomazia ma sembra fuoriuscita dal nostro vocabolario e dai nostri pensieri a favore di un atteggiamento fatalistico di fronte all’estendersi della guerra e dei suoi profeti.

Ecco allora che “fare memoria” diventa essenziale per allargare il campo della nostra visuale, conoscere il passato per capire l’oggi e prefigurare un futuro auspicabile, che dipende anche da quello che ciascuno di noi può fare e fa per uscire dal buio di questi giorni.

Le parole di Imre Kertész pronunciate in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura (2002) mi sembrano più che mai attuali:

Io non ho mai considerato il complesso di problemi chiamato Olocausto come un conflitto inabrogabile tra tedeschi ed ebrei; non ho mai creduto che questo fosse il più giovane capitolo nella storia delle sofferenze degli ebrei. Non l’ho mai visto come un singolare deragliamento della storia, come un pogrom più imponente di quelli precedenti, come una premessa della creazione dello stato ebrai­co. Nell’Olocausto io ho riconosciuto la condizione umana, il capolinea della grande avventura dove è giunto l’uomo europeo dopo duemila anni di etica e di cultura morale. Adesso dobbiamo riflettere soltanto su come prose­guire da qui.”[9]


[1] Elena Loewenthal, Contro il giorno della memoria, ADD editore, Torino 2014.

[2] Dall’Ungheria nazista all’universo concentrazionario.

[3] Pubblicato sul n. 4 ottobre-dicembre 2024 di Nuova Resistenza Unita.

[4] Dalla intervista a Tatiana Bucci, superstite di Birkenau (La Stampa 11.10.2024).

[5] Versione italiana edita da Feltrinelli; prima ed. 1999.

[6] Imre Kertész (Budapest 1929 – 2016) è a tutt’oggi l’unico scrittore ungherese ad aver ricevuto il Premio Nobel.

[7] S. Luzzatto, Un popolo come gli altri, Donzelli 2019.

[8] Conflict Index 2024 da Info Cooperazione del gennaio 2024. La mappa allegata è aggiornata al luglio 2024. Sul sito vi sono i periodici aggiornamenti. L’ACLED (Armed Conflict Location & Event Data) è una associazione non-profit internazionale, indipendente e imparziale su conflitti militari e sociali a livello mondiale: https://acleddata.com/.

[9] In I. Kertész, Il secolo infelice, Bompiani 2012.

Una parola: Tolleranza*

Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici.

(Martin Luther King)

I contesti possono mutare il significato delle parole.

Tolleranza può riferirsi all’ambito etico-politico come a fisiologia e farmacopea, alimentazione o alla tecnologia meccanica.

Può esser utile riferirsi a quest’ultimo ambito: massimo intervallo di errore consentito nella realizzazione di un manufatto rispetto alla dimensione progettata. Vi è un errore ma questo, se non supera determinati limiti, è sopportabile (errore consentito).

Voltaire nel 1763 con il suo Trattato sulla tolleranza aveva denunciato l’intolleranza religiosa partendo dall’atroce condanna a morte (la ruota) dell’innocente protestante Jean Calas.

L’anno successivo nel Dizionario filosofico, alla voce Tolleranza dirà: “Noi siamo tutti impastati di debolezze e di errori; perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze, è la prima legge di natura.

Il dibattito per secoli è stato relativo alla tolleranza religiosa con un punto di svolta con Locke che nella sua Lettera sulla Tolleranza(1685) chiarisce che la questione non è religiosa ma giuridico – politica e che vanno distinti i doveri dei diversi soggetti (individui, chiese, Stato) sulla base di una netta separazione fra Stato e Chiesa.

Un problema di fondo comunque rimane: su che base e quale autorità stabilisce qual è l’errore tollerato e implicitamente quello non tollerabile? Espliciterà il dilemma Mirabeau durante il dibattito sulla Costituente del 1789:

“La parola Tolleranza mi sembra sia, in qualche modo tirannica essa stessa. Perché l’esistenza dell’autorità che ha il potere di tollerare attenta alla libertà di pensiero per il fatto stesso che tollera, e che dunque potrebbe non tollerare.”

L’etimologia, come più volte avviene, ci può venire in aiuto: l’origine latina, “tollere” più che “sopportare” significa infatti “sollevare”, prendere con sé” e pertanto, in ambito civile, “convivere” in un rapporto di eguaglianza al di là delle reciproche differenze.

Guido Weiller

Quando la famiglia ebraica Weiller chiese aiuto a Filippo Beltrami questi non si è limitato a garantir loro protezione; racconta Guido Weiller:

 “La mia famiglia ed io dobbiamo la vita al Capitano Beltrami, ma non solo questo. In un momento tragico di angoscia, di avvilimento, Beltrami ci ha sostenuti, ci ha restituito la nostra dignità, ci ha fatto sentire «cittadini a pieni diritti».”[1]

La tolleranza/convivenza naturalmente oggi non è più solo riferita alle differenze di religione ma a tutti i campi ove si registrano differenze che possano creare contrasti o incomprensioni: diversità linguistiche, culturali, etniche, sessuali, disabilità ecc.

La tolleranza è (deve essere) illimitata?

Popper nel 1945 chiarisce che se fosse tale si autodistruggerebbe in quanto verrebbe travolta dalle minoranze intolleranti, che pertanto non devono esser tollerate (Paradosso della Tolleranza).

La nostra Costituzione difatti (Disposizione transitoria e finale XII) vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

Se siamo tolleranti allora contrastiamo (non tolleriamo) gli intolleranti.


* Pubblicato sul n. 4/2024 di “Nuova Resistenza Unita”


[1] Mauro Begozzi, Il Signore dei ribelli, IRRN, Novara 1991, p. 211.