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Tolleranza: un percorso didattico

Proseguo con questo post nella pubblicazione di percorsi didattici realizzati nelle classi dell’Indirizzo sperimentale di Scienze Umane e Sociali dell’Istituto Lorenzo Cobianchi nelle quali ho insegnato dal 1979 al 2006.[i]

Il materiale di seguito riportato si riferisce ad un itinerario di approfondimento e ricerca sul tema della Tolleranza realizzato all’interno dei corsi di Filosofia e di Pedagogia iniziato nell’A.S. 1985/86 con la classe IV a partire dalla lettura critica del Trattato sulla Tolleranza di Voltaire.

Nell’anno successivo, in quinta, si è proceduto a inquadrare concettualmente la problematica per poi proseguire con gruppi di lavoro degli studenti sul percorso storico che dall’età antica e dal cristianesimo delle origini ha caratterizzato il tema della tolleranza (e della intolleranza) sino all’Età dei Lumi e Voltaire.

Di seguito vengono riportate le prime sezioni, curate dall’insegnante, di inquadramento concettuale. Il percorso successivo, frutto dei lavori di gruppo, è consultabile in allegato nella sua veste originaria.[ii]

Vale anche qui quanto scritto come premessa ad altri lavori didattici pubblicati nel blog: questi materiali «vanno letti collocandoli non solo nel contesto didattico di quei corsi sperimentali ma anche in quello culturale e delle conoscenze dell’epoca». Rileggendoli oggi, in questi tempi bui che stiamo vivendo, mi paiono comunque di una certa attualità.


1. Significato di Tolleranza e delimitazione del problema

1.1. Definizione preliminare del termine e della problematica

“Massino intervallo di errore ammesso nella dimensione effettiva (quota) di un organo meccanico, realizzata nell’esecuzione, rispet­to alla dimensione nominale prevista nel progetto. La tolleranza presenta quindi due limiti, superiore (Ls) e inferiore (Li), e la differenza (Ls – Li) definisce il campo di tolleranza ammesso nella lavorazione.” (ENCICLOPEDIA EUROPEA, 1981, XI)

Questa definizione di “tolleranza” propria della tecnologia meccanica può apparire a prima vista non rilevante e comunque non inerente se riferita all’ambito che ci compete: quello filosofico e più precisamente etico – politico. Ma iniziare lateralmente può essere utile.

Proviamo a confrontarla con una delle prime definizioni “filosofi­che”:

“Che cos’è la tolleranza? L’appannaggio dell’umanità. Noi siamo tutti impastati di debolezze e di errori; perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze, è la prima legge di natura.” [iii] (VOLTAIRE 1764, pag. 293)

Possiamo subito individuare due elementi in comune:

+ la tolleranza presuppone un “errore”, ciò che si tollera è appunto un errore:

+ l’errore non deve superare certi limiti, deve essere un errore “de-limitato“, un errore senza grossa importanza né conseguen­ze rilevanti (“una sciocchezza” appunto come dice Voltaire).

Tollerare equivale allora a “sopportare” ed evidentemente, come esiste un limite di sopportazione, esiste un limite di tolleranza; si tollera il tollerabile (il “sopportabile”).

È sempre Voltaire che nel suo “Dizionario filosofico” tascabile ci indica un altro elemento fondamentale alla individuazione/delimitazione/definizione del problema:

“È chiaro che qualunque individuo perseguiti un uomo, suo fratello, perché non è della sua opinione è un mostro. Questo è fuori discussione. Ma il governo, i magistrati, i principi, come si comporteranno con quelli che hanno un culto diverso dal loro? Se si tratta di stranieri potenti, è certo che un principe farà alleanza con loro.

Il cristianissimo Francesco I si unirà coi mussulmani contro il cristianissimo Carlo V. Francesco I darà denaro ai luterani di Germania per sostenerli nella loro lotta contro l’imperatore; ma comincerà, secondo l’uso, col far bruciare i luterani in casa propria. Li paga in Sassonia per un gioco politico e a Parigi li brucia, sempre per un gioco politico.” (VOLTAIRE 1764, pp. 295-295)

Esiste cioè un nesso di fondo fra tolleranza e potere; è il potere che in primo luogo e fondamentalmente definisce l’errore e che successivamente talvolta “tollera”; è proprio in questo “tollerare” che esso esplica una propria prerogativa e una propria discrezionalità. La tolleranza è “concessa” ma non “dovuta”. L’errore rimane tale ma può, in modo più o meno arbitrario, a seconda di opportunità e valutazioni contingenti non sempre esplicitate, essere “sopportato” con un atto di benevolenza.

Individuiamo così un primo ambito di significato e di problematica che lega Tolleranza a Potere, ad Errore, a Limite e a Benevolenza.

Certo

in generale per TOLLERANZA intendiamo la capacità da parte sia dell’autorità che di comunità più o meno ampie (e al suo interno di ogni singolo individuo), di ammettere e “ricono­scere” in campo religioso, etico, culturale, politico, etnico e sociale la convivenza di fedi, confessioni, costumi, culture, ideologie, etnie ecc. differenti o addirittura contrapposte.

Ma in una prima e più tradizionale accezione, tolleranza si riferi­sce in modo prevalente al rapporto fra il potere politico e/o religioso e il suddito-cittadino e implica da parte del potere (che è “auctoritas“) un giudizio di valore negativo sulle “credenze-opinioni” che si tollerano unitamente al non utilizzo della repressione nei loro confronti.

TOLLERANZA in questo primo caso equivale a NON REPRESSIONE della fede e/o opinione che si rifiuta e si dichiara erronea, ma di cui si “sopporta” (cioè si tollera) la presenza. È l’atto illuminato ed opportuno di un potere assoluto, ma benevolo.

Il discorso sulla tolleranza nascerà e si svilupperà in gran parte entro questi confini. Ma sono confini instabili e contraddittori. Non solo perché opportunità e limiti del tollerare sono mu­tevoli e arbitrari, ma soprattutto perché la TOLLERANZA- BENEVOLENZA si fonda proprio sul suo contrario: il diritto dell’autorità a reprimere, cioè il diritto all’intolleranza.

Il dibattito sulla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” evidenzierà tale contraddizione:

“Io non vengo a predicare la tolleranza perché la più illimitata libertà di religione è per me un diritto così sacrosanto, che la parola tolleranza, che vorrebbe esprimerlo, mi sembra sia, in qualche modo, tirannica essa stessa. Perché l’esistenza dell’autorità che ha il potere di tollerare attenta alla libertà di pensiero per il fatto stesso che tollera, e che dunque potrebbe non tollerare.” (MIRABEAU 1789)

Passiamo così dalla TOLLERANZA – BENEVOLENZA – SOPPORTAZIONE alla TOLLERANZA – DIRITTO che investe non il suddito-cittadino, ma il cittadino-sovrano. Non cambia evidentemente solo il soggetto che “tollera”, ma il rapporto stesso che da univoco (sovrano >> suddito) diventa reciproco (cittadino ßà cittadino)

Il significato di tolleranza in questo modo si modifica radicalmente e si dilata: non più “sopportare” ma “tollere” nel senso di “sollevare”, “prendere con sé”, cioè CON-VIVERE.

TOLLERANZA in questo secondo ambito di significato che si è aperto si collega a CONVIVENZA e si rapporta non ad “errore” ma a DIVERSITÀ, non a “benevolenza-potere” ma a DIRITTO – CITTADINO – SOVRANITÀ POPOLARE – PLURALISM0

Possiamo tentare allora di definire una seconda fondamentale e più contemporanea accezione:

TOLLERANZA è un rapporto paritario fra singoli cittadini o fra comunità (etniche, religiose ecc.) che comporta una vera e propria “capacità” di convivenza sociale, culturale e politica che superi le differenze (religiose, ideologiche ecc.) e perciò non solo una “non persecuzione” (una “sopportazio­ne”), ma una vera e propria “accettazione” della reciproca diversità.

Questo rapporto paritario da un lato è sanzionato (dall’ ’89 in avanti) a livello giuridico (è un diritto-dovere: tutti i cittadini di uno Stato e di ogni Stato sono cittadini-sovrani), dall’altro trova il suo fondamento (filosofico ed etico oltreché giuridico) in una UGUAGLIANZA (di natura, di origini, di fini ecc.) che sottostà alle differenze.

Ma la

tolleranza/(faticosa) capacità di convivenza

differentemente dalla

tolleranza/(benevola) sopportazione

non è decretatile d’autorità, richiede quotidiano sforzo per esse­re riaffermata, anche perché sempre nuove “differenze” si produco­no o si evidenziano (non solo di religione ma di sesso, di ceto, di etnia, di cultura, di ideologia, di abilità e dis-abilità, ecc., ecc.); ed ogni volta “tolleranza” significa da un lato trovare le specifiche forme di convivenza, dall’altro comporta, sul piano teorico, ritrovare e riformulare il fondamento di eguaglianza nel suo rapporto con la “nuova differenza” che tale fondamento aveva messo e/o rimesso in discussione.

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Questa ricerca si propone di ripercorrere sinteticamente alcune delle tappe (storiche e concettuali) di questo itinerario della tolleranza nella speranza di evidenziarne anche alcune delle prospettive.

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2. Ambiti concettuali contigui

2.1. Errore, Verità, Auctoritas

Tollerare un errore, la tolleranza (e l’intolleranza) si rapporta, abbiamo detto, innanzitutto all’errore. Un concetto etico-politico e un concetto epistemologico; come è nata questa connessione?

L’errore riguarda infatti la conoscenza e la sua correttezza. Secondo Aristotele l’errore è proprio del giudizio; esso con­siste nel considerare vera una proposizione-enunciato falsa, oppure nel considerarne falsa una vera.

Non ci interessa qui entrare nel merito del problema episte­mologico, analizzare le origini, le tipologie oppure la relatività e le “funzioni” dell’errore (parte integrante, tappa intermedia – ma ogni tappa è intermedia – del processo conoscitivo e/o sua distorsione-rumore-disturbo).

Il problema qui è un altro: come mai l’errore abbia assunto valenza etica e politica, si sia connesso a male, colpa, peccato, ribellione ed abbia quindi richiesto non una correzione – precisazione – superamento, ma una correzione – repressione o, in alcuni casi, una sua ‘delimitazione’ entro confini prestabiliti e controllati (tolleranza). In sostanza perché vi sia stata confusione (o identificazione) fra errore teoretico – conoscitivo ed “errore” pratico-morale.

È necessario risalire a Socrate e alla sua identificazione fra virtù e scienza, comportamento etico e conoscenza, morali­tà e sapienza, bene e verità.

Nella concezione etica socratica il male è possibile solo come prodotto dell’ignoranza, l’errore “pratico” (etico) è in realtà un errore conoscitivo; nessuno conoscendo il bene può com­piere il male; solo l’ignoranza, l’errore di conoscenza (di scienza, di calcolo) può far scegliere un bene minore o un ma­le maggiore.

Socrate

“Nulla v’è di più forte della scienza e, dovunque essa si trova, ha sempre in suo dominio il piacere, domina sempre tutto …

Anche voi avete riconosciuto che per difetto di scienza errano nella scelta dei piaceri e dei dolori, cioè dei beni e dei mali, quelli che errano, e non solo per difetto di scienza, ma di quella particolare scienza che, sopra, avete riconosciuto essere l’arte della misura. Ebbene an­che voi sapete che un’azione errata per mancanza di scienza è dovuta ad ignoranza. …

Tutte le azioni che tendono ad assicurare una vita esente da dolore e piacevole non sono forse belle?

E l’opera bella non è forse buona e utile? …

E allora, seguitai, se il piacere è bene, nessuno sapendo o credendo che altre possibili azioni siano migliori di quelle che compie, fa le peggiori, mentre potrebbe compiere quelle migliori. E l’essere vinto da se stesso è ignoranza, il vincere se stesso sapienza. …

Nessuno volontariamente si volge a ciò che è o che ritiene male; che, sembra, è contrario all’umana natura ricercare ciò che si ritiene male invece del bene; e che quando si è costretti a scegliere tra due mali, nessuno preferirà il più grande potendo scegliere il minore.” (PLATONE, Protagora, 357c – 358d)

L’ errore etico – politico non esiste, esiste solo quello conoscitivo; etica e scienza vengono così a coincidere. Ma la priorità- identificazione del conoscitivo sull’etico (ignoranza à errore morale) si trasformerà nel suo contrario: dalla incolpevolez­za del malvagio alla malvagità dell’ignorante (malvagità morale à ignoranza) . Chi non conosce la verità, chi si ferma all’errore, chi “rifiuta” la scienza è moralmente colpevole: è la volontà malvagia dell’uomo, la sua “cattiva volontà” (Agostino) che lo allontana dalla retta conoscenza. L’ignoranza, l’errore co­noscitivo è colpevole, risiede in un cattivo uso della volontà, del libero arbitrio. Tematica presente non solo nel pensiero cristiano, ma nel cuore stesso del razionalismo moderno.

Descartes

“Sebbene Dio non sia ingannatore, ci capita spesso di errare; per cercare l’origine e la causa dei nostri errori e per imparare a prevenirli si deve notare che essi non di­fendono tanto dall’intelletto quanto dalla volontà.” (DESCARTES 1644, I, XXXI)

“Ora se mi astengo dal giudicare qualcosa quando non la conosco con sufficiente chiarezza e distinzione, è evidente che uso molto bene il mio giudizio e che non sono affatto in errore; ma se mi decido a negarla o ad affermarla, allora faccio un uso sbagliato del libero arbitrio; e se affermo ciò che non è vero, è chiaro che mi inganno, ed anche se giudicassi secondo verità, ciò capiterebbe solo per caso ed io continuerei a sbagliare e ad usare male il mio libero arbitrio; il lume naturale, infatti, ci insegna che la conoscenza dell’intelletto deve sempre precedere la determinazione della volontà. E proprio nel cattivo uso del libero arbitrio si trova la privazione che costituisce la forma dell’errore.” (DESCARTES 1641, IV, p. 233).

Questa connessione errore conoscitivo – colpevolezza morale, se non è certo sufficiente a spiegare storicamente l’intolleran­za (teologica ed ideologica) ne costituirà comunque una condi­zione (e giustificazione) non irrilevante. Errore e “peccato” hanno la stessa origine, la stessa causa. Chi erra, chi sbaglia lo fa volutamente, grazie ad un suo libero atto di volontà e ne è pertanto totalmente responsabile (colpevole). Ma la colpa, come è risaputo rende lecita, giustifica, la repressione e la pe­na.

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Ma come si definisce l’errore in quanto tale? E chi lo defi­nisce? Non l’errore – procedura, l’errore metodologico che richiede precisazione – correzione – revisione – superamento, ma l’ERRORE – VOLONTÀ- COLPA.

Una concezione “morale” dell’errore ci rimanda ad una concezione “trascendente” di VERITÀ. Tentiamo di chiarire.

Il concetto di VERITÀ ci può apparire come dei più ovvi e consueti, dei più propri del senso comune: la verità consiste nel dire le cose come sono.

“SOCRATE. Orsù, allora, dimmi questo: c’è cosa che tu chiami dire vero e dire falso? ERMOGENE. Sì. SOCR. E non ci sarà allora discorso vero e discorso falso? ERM. Certo. SOCR. Dunque quello che dica gli enti come sono, sarà vero; quello come non sono, falso? ERM. Sì. (PLATONE, Cratilo, 385 b)”.

Eppure il concetto di verità ha anch’esso subito nel corso dei secoli profonde trasformazioni in diretta connessione con le concezioni della conoscenza e del sapere.

“Per noi la verità si definisce a due livelli: da una parte come conformità a determinati princìpi logici, dall’altra come conformità al reale; in questo senso è inseparabile dalle idee di dimostrazione, di verifica, di esperimento. Tra le nozioni elaborate dal senso comune, senza dubbio la verità è una di quelle che sembrano essere sempre esistite; non aver mai subito alcun cambiamento; che appaiono insom­ma relativamente semplici. Basti pensare, però, che l’espe­rimento, su cui si basa la nostra immagine del vero, è di­venuto un’esigenza solo in una società dove esso era una tecnica tradizionale, in una società dove la chimica e la fisica hanno conquistato un ruolo di primaria importanza. (DETIENNE 19-57, p. V)”.

Tra le molteplici accezioni succedutesi e integratesi conte­stualmente allo sviluppo del pensiero e delle scienze (verità come corrispondenza al reale, come coerenza rispetto ai princi­pi logici, rispetto alle procedure, rispetto agli obiettivi) che delimitano l’ambito contemporaneo del significato “verità”, ci interessa reperire e sottolineare la concezione di vero e verità corrispondente e coerente a quella di errore-volontà-colpa sopra precisata.

Le sue origini sono molto antiche, si collocano nella preisto­ria del pensiero, nel mito.

Si tratta della verità come LUCE, ILLUMINAZIONE, MANIFESTAZIONE, RIVELAZIONE, verità che si impone e non si dimostra, che si dichiara e non si discute, verità assertoria, connessa a certe “funzioni sociali”, ai “maestri di verità” (DETIENNE 1967, pp. 31-33): poeti, re, indovini, e a certi riti sociali connessi con la tradizione religiosa.

Verità atemporale ed immutabile, frutto di una rivelazione/illuminazione, di un rapporto privilegiato con la trascendenza, con il dio, verità evidente ed incontestabile.

La filosofia, al suo nascere, si collega direttamente con questa tradizione:

“Dal re di giustizia fino al filosofo più astratto, la “Verità” resta il privilegio di determinati tipi di uomo. Nella Grecia arcaica esistono funzioni privilegiate che hanno la “Verità” per attributo, come determinate specie naturali hanno per attributo la pinna o l’ala. Poeti ispirati, indovini, re di giustizia sono innanzi tutto “maestri di verità”. Fin dalla sua comparsa, il filosofo prende il posto di questi tipi di personaggi umani: come loro, sulla scia dei magi e degli individui dotati di capacità estatiche, il filosofo pretende di raggiungere e di rive­lare una “verità” che è l’”omologo e l’antitesi” della “verità religiosa”. (DETIENNE 1967, p. 111)”.

Il pensiero filosofico seguirà però due strade antitetiche. La prima (il pensiero ionico e di lì la tradizione scientifica, la sofistica con gli sviluppi della logica e della retorica) procederà nella direzione di una laicizzazione e relativizzazione della “parola”, del “discorso” e pertanto della Verità che viene immessa nel “tempo” e nella dialettica sociale e politica della città.

“Gli dei non hanno certo svelato ogni cosa ai mortali fin dal principio, ma, ricercando, gli uomini trovano a poco a poco il meglio.” (SENOFANE, Frammenti, 18)

La seconda strada (le “sette filosofico – religiose e le filoso­fie aristocratiche in genere) metterà in atto procedimenti e modi di pensiero direttamente innestati sulla tradizione religio­sa anteriore (DETIENNE 1937, pp. 94-110).

Il carro di Parmenide

“Quando Parmenide vuol definire la natura della sua attività spirituale e circoscrivere l’oggetto della propria ricerca, ricorre al vocabolario religioso delle sette e delle confraternite. È il tema del viaggio sul carro: il carro, oggetto di prestigio sociale, veicolo aristocratico, porta via le anime per il viaggio escatologico. È il tema delle divinità “psicopompe” (guida dell’anima): lasciando le dimore della Notte, le Figlie del Sole gli aprono il cammino della Luce. Al galoppo dei suoi “facondi giumenti”, Parmenide si slancia in una sorta dell’aldilà: passa dalla Notte al Giorno, dalle Tenebre alla Luce. Dietro le pesanti porte custodite dalla Giustizia, ottiene la visione diretta della Dea, che gli accorda la rivelazione di Aletheia (Verità), come le Muse l’avevano accordata a Esiodo. Grazie a tutti questi tratti, Parme­nide si presenta sotto la maschera dell’Eletto, dell’uomo di eccezione: è colui che sa. Aletheia è il suo privilegio. Egli, “maestro di verità”, si distingue da “coloro che non sanno nulla”, “gli uomini con due teste, sordi, ciechi”. Il cammino della “Verità” non può confondersi con la strada seguita dagli uomini “dall’occhio smarri­to, dall’orecchio che ronza”. Solidale a un dono di veg­genza analogo a quello degli indovini e dei poeti ispirati, l’Aletheia di Parmenide si dispiega inoltre al cen­tro di una configurazione di potenze perfettamente simile a quella che domina il pensiero religioso più antico. (DETIENNE 1967, pp. 105- 106)”.

La VERITÀ – ILLUMINAZIONE nelle filosofie aristocratiche (Pitagora, Eraclito, Parmenide, Platone ecc.) non solo “proviene dall’ esterno”, è costituita prima e indipendentemente dal suo ‘rivelarsi’, dalla sua conoscenza, ma è nello stesso tempo strumento di SALVEZZA, di purificazione, di liberazione dell’anima dalle catene del corpo.

“La vera ragione per cui le anime si affannano tanto per scoprire dove sia la Pianura della Verità è che lì in quel prato si trova il pascolo congeniale alla parte migliore dell’anima e che di questo si nutre la natura dell’ala, onde l’anima può alzarsi. Ed ecco la legge di Adrastea. Qualunque anima, trovandosi al seguito di un dio, abbia contemplato qualche verità, fino al prossimo periplo rimane intocca da dolori, e se sarà in grado di far sempre lo stesso, rimarrà immune da mali. Ma quando l’anima, impo­tente a seguire questo volo, non scopra nulla della verità, quando, in conseguenza di qualche disgrazia, divenuta gra­vida di smemoratezza e di vizio, si appesantisca, e per colpa di questo peso perda le ali e precipiti a terra, allora la legge vuole che questa anima … si trapianti in un seme d’uomo. …

Ché ciascuna anima non ritorna al luogo stesso da cui era partita prima di diecimila anni – giacché non mette ali in un tempo minore – tranne l’anima di chi ha perseguito con convinzione la sapienza.” (PLATONE, Fedro, 24-8 b-24-Qc)

Il mito platonico esplicita con chiarezza la connessione/contrapposizione tra errore-ignoranza-smemoratezza-vizio-espiazione e la verità–sapienza–virtù–salvezza.

Al di fuori del mondo greco ritroveremo la verità – illuminazione (luce trascendente che si rivela dall’esterno) nel neo-platonismo, nella quasi totalità del pensiero cristiano (Agostino, Tommaso d’Aquino) e ancora in Cartesio per il quale le “verità eterne” ed evidenti quali gli assiomi del tipo “Dal nulla non deriva nulla”, “È impossibile che la medesima cosa sia e nel lo stesso tempo non sia”, “Chi pensa non può non esistere men­tre pensa” (DESCARTES 1644, XLIX), sono garantite e rivelate direttamente da Dio.

Abbiamo, per concludere l’idealismo e in particolare Hegel do­ve Idea e Verità coincidono. Anche qui il processo di conoscenza (auto – conoscenza / autocoscienza) si identifica con un per­corso di salvezza (Autocoscienza dello Spirito Assoluto) anche se la rivelazione/manifestazione della Verità viene a svelar­si come una autorivelazione. Dietro la forma razionale – filosofica dell’idealismo il contenuto è ancora contenuto religioso.

Nel complesso risulta abbastanza evidente come la verità-rivelazione, la VERITÀ CHE SI MANIFESTA non possa, per defini­zione, mettersi in discussione, confrontarsi ed eventualmente mediarsi con altre “verità”. Il suo manifestarsi tende anzi a demarcare nettamente il confine, la “frontiera” fra illuminati (iniziati, adepti, fedeli, seguaci, ecc.) e tutti gli altri. Non necessariamente è l’intolleranza (praticata e/o ricevuta), ma certo una delle sue premesse.

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Il “Maestro di Verità” è, abbiamo visto, detentore di un potere, di una autorità. Certo la filosofia, in quanto laicizzazione, in quanto forma nuova che supera e si rende autonoma dalla rappresentazione religiosa, si è preoccupata

“fin dal suo nascere … di rivendicare una validità autonoma che esiste e va difesa, senza darsi pensiero di sapere se qualcuno se ne faccia garante e chi sia questo qualcu­no. Il filosofo è portatore di una verità che gli è pervenuta e che è legittimato a comunicare, prescindendo dal suo valore rappresentativo in quanto personalità storica. Una dottrina filosofica non è un procedimento giudiziario e pertanto non deve ricorrere a testimoni. (GIGON 1959. p. 113)”.

Ma questa spersonalizzazione della filosofia, della ragione, del “logos”, questa priorità della “Verità” sul suo testimone, non ebbe vita facile. I molteplici aneddoti tramandatici sulla vita dei pensatori presocratici, esemplificazioni “viventi” della loro incomparabile saggezza, sono chiaramente volti a conferire loro il massimo di autorità; questo sia in campo teoretico che, in misura maggiore, in quello etico. Con i loro detti e il loro comportamento gli antichi filosofi vengono proposti come modello, come paradigma di ragionamento e di comportamento.

Di qui alla AUCTORITAS in senso stretto il passo è breve: la “citazione”, il riferimento alla autorità viene con crescente frequenza a sostituire l’argomentazione. D’altronde se la Verità è ILLUMINAZIONE, quale altra possibilità di accesso po­trebbe esservi per i non direttamente illuminati se non quella di inchinarsi di fronte all’ “originaria sapienza” del maestro, del “caposcuola”, dell’illuminato dal dio (dio magari esso stesso, o quasi), accogliendone la “parola” e trasmettendola?

“Presso i Pitagorici sembra che la prova decisiva della verità di una dottrina sia stata quella – come spesso si dice – dell’ipse dixit. Gli adepti dovevano attendere per anni, prima di essere ritenuti degni di vedere il Maestro in persona. Anche la scuola di Platone mostra, sotto questo riguardo, caratteristiche che a prima vista ci sorprendono: così ad esempio, la scuola – al più tardi subi­to dopo la morte di Platone – cominciò a festeggiare il genetliaco del suo fondatore e quello di Socrate. Il che non era affatto una pratica usuale, anche per la ragione che non esisteva al riguardo alcuna prescrizione ufficia­le. Si fissò il genetliaco di Socrate il sei del mese at­tico di Targelione (maggio-giugno), giorno che, secondo la leggenda, doveva corrispondere a quello nel quale si celebrava a Delo la nascita della dea Artemide; il gene­tliaco di Platone si celebrava il giorno successivo, nel quale la medesima leggenda aveva stabilito la nascita di Apollo. È facile cogliere il duplice significato simbolico di queste date: esse ponevano in rilievo non solo la relazione fra Socrate e Platone ma anche quella dei due filosofi con la coppia delle divinità di Delo. … Ma ciò non è tutto. Alla morte di Platone, un certo numero di discepoli composero degli scritti commemorativi sul maestro, e particolarmente Pseusippo, nipote di Platone e suo suc­cessore nella direzione della scuola. Ora questi affermò, senza alcuna esitazione, che Platone non era figlio di un uomo, ma che sua madre l’aveva concepito a opera di Apol­lo. (GIGON 1959, pp. 117-118)”.

Riferimenti analoghi alla autorità dei capiscuola li ritrovia­mo, sia pur in forme più “laiche”, nelle filosofie ellenisti­che e, in particolare, nell’epicureismo.

In Cicerone infine la forza dell’autorità non è più prerogativa di questo o quel caposcuola, di questa o quella corrente filosofica: essa si estende all’insieme degli ANTICHI (i classi­ci della filosofia greca) in contrapposizione alla scarsa considerazione riservata invece ai MODERNI (GIGON 1959, p. 119).

Ma è nel mondo cristiano e medievale che l’AUCOTORITAS, il principio di autorità assunse tutto il suo peso fino a diventare, soprattutto nella filosofia scolastica, vera e propria “forma mentis”, struttura di fondo del modo di pensare dell’uomo, dell’intellettuale, del “fedele” medievale. L’autorità non richiede tanto il consenso-condivisione, ma il consenso-accettazione, richiede sottomissione, richiede fedeltà.

Nella sua forma originaria, quella della tradizione orale, l’auctoritas cristiana si basava su di un rapporto fede-fiducia-affidamento tale da permettere da parte dei più anziani (presbiteri, preti) la trasmissione; questo rapporto (autorità/ fiducia) costituiva così una catena atta a ricreare di continuo l’evento della fede “in quanto replica da parte dei singoli dell’esperienza originaria”, replica dell’evento, della parola-e­vento di Cristo (MARRAMAO 1985, p. 163). In questa sua prima forma essa è essenzialmente rituale più che dogmatica, più “gesto” collettivo di fede (fiducia) che enunciazione positiva di verità, parola e non ancora “scrittura”, voce e non libro.

Ma AUCTORITAS molto presto indicò altro:

AUTORITÀ che impone dall’esterno (ab exstrinseco), cioè indipendentemente dalle ragioni intrinseche, razionali, la sottomissione, l’accettazione, il consenso alle proprie esplicite ed incontestabili enunciazioni.

Agostino indicò con chiarezza le due Auctoritates cristiane: le Sacre Scritture e la Tradizione ecclesiastica.

Nel corso del medioevo il numero delle “autorità” si andò pero man mano dilatando: le decisioni dei Sinodi, i Padri della Chiesa, i filosofi antichi (Aristotele in primo luogo), quelli tardo-romani (Boezio), lo stuolo dei commentatori (Averroè, Alessandro di Afrodisia), poeti (Virgilio), ecc., ecc..

Auctor (autore) e Auctoritas vengono così assimilati, ogni di­sciplina ha il suo auctor o la sua gerarchia di auctores, cioè di auctoritates.

Il sapere è tutto “dato”, ordinato e gerarchizzato; su tutti la sacra Teologia sovrasta e vigila. Il sapere, la conoscenza è sottomissione e memoria. L’ignoranza e l’errore sono a questo punto (almeno in linea di principio) definiti con precisione: sul piano conoscitivo la non corrispondenza con l’auctor(itas), con la Verità definita, sul piano morale peccato di presunzio­ne ed orgoglio, su quello politico colpa di ribellione (alla autorità nel suo significato direttamente politico).

Certo, il principio di auctoritas incontrerà difficoltà e contraddizioni: col proliferare delle “auctoritates” verranno a luce con crescente frequenza divergenze e conflitti fra auctor e auctor, fra verità e verità, e non mancherà nemmeno chi (p. es. Abelardo) oserà privilegiare, quando possibile, all’autorità la ragione.

Ma un modo di pensiero si è imposto e ha dominato, nei fatti e nelle controversie, ben oltre l’età medievale. Intolleranza sarà anche, con frequenza, intolleranza (teologica, filosofica, culturale ed ideologica) nei confronti del nuovo, intolleranza nei confronti dei “ribelli” alla tradizione, dei ribelli alla autorità.

Il pensiero moderno uscirà lentamente e a fatica dal princi­pio di autorità e dal suo metodo argomentativo: il nodo da sciogliere era duplice:

– ciò che è proprio della fede e ciò che è proprio della ra­gione;

            – l’autorità degli “antichi” e quella dei “moderni”.

Pascal

Troviamo in Pascal una prima duplice definizione-soluzione del­la questione. Il campo della fede, della teologia non è ogget­to della ragione: qui verità e autorità si accompagnano. La filosofia e le scienze sono invece sotto il dominio della ragio­ne e dei fatti (le dimostrazioni e le esperienze). La “‘Querel­le des Anciens et des Modernes” (che proseguirà per tutto il ‘600 e il ‘700 fino a confluire in quella fra “classicisti e ro­mantici” (FORTINI 1968)) trova qui una delle sue più efficaci risposte: i veri antichi siamo noi.

“Non solo ogni uomo progredisce di giorno in giorno nelle scienze, ma tutti gli uomini insieme vi fanno un progresso continuo nella misura che l’universo invecchia, perché nella successione degli uomini succede la stessa cosa che nelle diverse età di un singolo. Di modo che tutta la serie degli uomini nel corso di tanti secoli deve essere considerata come un medesimo uomo che esista sempre e impari conti­nuamente. Dal che si vede con quanta ingiustizia rispettiamo l’Antichità nei suoi filosofi: infatti, poiché la vecchiaia è l’età più lontana dall’infanzia, chi non vede che la Vecchiaia di questo uomo universale deve essere cercata non negli anni vicini alla sua nascita, ma in quelli che ne sono più lontani? Quelli che chiamiamo ‘antichi’ in verità erano nuovi a tutto, e formavano propriamente l’infanzia degli uomini; e siccome noi abbiamo aggiunto alle loro conoscenze la esperienza dei secoli che li hanno seguiti, è in noi che si può trovare quell’antichità che onoriamo negli altri.” (PASCAL 1651, p. 128)

2.2. Eresia, Ortodossia, Dogma, Chiesa, Riforma, Scisma.

Se trasferiamo, rimanendo sempre sul pano delle definizioni preliminari, gli ambiti concettuali precedenti dal settore filosofico a quello più propriamente religioso, ne ritroviamo, con una significativa corrispondenza gli equivalenti teologico – religiosi:

ERRORE (volontario e pertanto colpevole)

>> ERESIA (“scelta”, deviazione consapevole)

VERITÀ (rivelazione fondata su di una autorità)

>> ORTODOSSIA: retta opinione ed anche retta professione della fede

al cui centro si colloca il

>> DOGMA: “principio” di verità religiosa, indubbio e indi­scutibile, rivelato e/o proclamato (tramite le scritture, un concilio, un sinodo, una “bolla”, ecc.) dall’autorità teologico-religiosa, Dio stesso, la Chiesa, il Pontefice.

La peculiarità, rispetto all’ambito culturale – filosofico, consiste soprattutto nel fatto che l’autorità (Auctoritas) non è qui solo autorevolezza ed autore, ma si incarna in un corpo istituzionalizzato, la Chiesa. Maestro, portatore di verità non è più un singolo (poeta, filosofo, ecc.) ma una istituzione che in questa “mediazione” tra Verità e Fedele esplica il suo compito fondamentale. Isti­tuzione che accentua rapidamente il suo carattere separato dalla ori­ginaria “ecclesia”(assemblea) dei fedeli e che nella definizione e difesa della “retta professione” (ortodossia), parallela alla definizione, condanna e sconfitta della “cattiva professione” (eresia), individua un suo ruolo primario e a tal fine si organizza.

Precisare il contenuto “positivo”, dogmatico del messaggio religioso, e nel contempo difendere i fedeli dalla mala erba, dalla “zizzania” è infatti compito precipuamente istituzionale.

E questo in condizioni, per parecchi secoli, da un lato di “monopo­lio”, di unica religione ammessa, dall’altro di crescente assunzione, di fatto e in parte di diritto, di potere specificamente politico. La Chiesa è l’unica istituzione che permane e si impone attraverso i secoli, durante e oltre la divisione e il declino dell’Impero, le invasioni, il farsi e il disfarsi di nuove compagini statali fino (e oltre) il ricostituirsi del Nuovo Sacro Romano Impero Cristiano.

La Chiesa Autorità non solo “autorevole”, non solo Istituzione, ma Autorità anche in quanto detentrice di potere politico e fonte, pertanto, di diritto positivo.

Ed allora quello che sul piano filosofico aveva (prevalentemente) il carattere di una disputa qui può, con facilità, trasferirsi sul piano dell’esercizio del potere, sul piano della repressione.

Ma non aveva detto la parabola (MATTEO 13, 24-30) che la zizzania seminata dal maligno deve crescere assieme al frumento (i giusti) sino al raccolto (la fine del mondo, il Giudizio)? Solo allora i mietitori la estirperanno, legheranno in fasci e bruceranno.

“Il figlio dell’uomo manderà i suoi angeli che toglieranno dal suo regno tutti gli scandali e quelli che hanno commesso l’iniquità, e li getteranno nella fornace ardente, ove sarà pianto e stridor di denti.” (MATTEO 13, 41-42)

Lo stesso Agostino, darà della parabola in tempi diversi due letture antitetiche; se la zizzania sono gli “eretici”, i nemici interni e subdoli che minano le fondamenta stesse della Chiesa, allora questa ha la forza, il diritto e il do­vere di operare subito, di estirpare la mala erba.

Van Gogh: Il campo di grano (con zizzania e corvi)

“Il caso della parabola della semente è esemplare. Qua­lunque cosa volesse veramente dire Gesù di Nazareth, la storia del cristianesimo è riuscita a fare di questo breve testo la medaglia a due facce del rapporto col diverso. Ben pochi dubbi si possono avere sul fatto che si tratti di un testo chiave: grano e zizzania, buona semente ed erba ve­lenosa fornivano un esemplare modello binario per distin­guere e contrapporre il popolo eletto e gli altri, i diversi, i rifiutati. Ma il testo stesso toglieva agli eletti del regno di Dio la possibilità di «sradicare» gli altri, rinviandola al momento finale del raccolto, cioè alla «fine di questo mon­do» (Matteo 13,40): allora, non gli uomini, ma gli «ange­li» dovevano sradicare e «gettare nel grande forno di fuo­co» (Matteo 13,42) la zizzania. Fino ad allora, il comando era chiaro: «sinite utraque crescere»; grano e zizzania dovevano restare insieme. Diventava così segno di identifica­zione del buon cristiano il fatto del tollerare: fu Sant’Ago­stino, e sia pure in un contesto duramente polemico, a ri­cordare agli avversari (i Donatisti) che il loro voler fuggire lontano dalla zizzania li identificava come falsi cristiani, quindi come la «sola zizania. Nam si frumentum essetis, permixta zizania toleraretis». L’azione del sopportare si connota dunque di tratti positivi: la chiesa è ancora, a que­sta data, la biblica Arca di Noè che deve offrire albergo ad animali puri e impuri, cosi come l’avevano vissuta i suoi membri nel tempo della persecuzione. Ma il tempo di Ago­stino non era più quello e la carica polemica del testo ci­tato ci avverte che la disponibilità a sopportare in tanto veniva meno in quanto si erano create le condizioni perché si potesse imporre: per sradicare e bruciare occorreva la forza e la forza era ormai disponibile. Cambiò cosi l’interpretazione dei due termini della coppia, grano e zizzania

La norma per distinguere il seme buono dal cattivo era stata di tipo morale nella comunità cristiana minoritaria e perseguitata: ma, ai tempi di Sant’Agostino, era ormai prevalsa l’identificazione tra (buon) seme e (buona) dottrina e tra zizzania ed eresia. Toccò dunque, non casual­mente, allo stesso Sant’Agostino offrire l’argomento buono per aggirare e rendere inattuale l’appello evangelico: ca­villando sul passo della parabola dove il padrone del cam­po esprime il timore che, con la zizzania, si sradichi anche il buon seme, Sant’Agostino sostenne che, quando si è ben certi dell’identità del mal seme, si deve procedere con tutta la severità della disciplina senza attendere la venuta del «dominus». L’argomento fu fatto proprio da San Tommaso nella risposta alla «quaestio»: «Se si debbano tol­lerare gli eretici»; la morte dell’eretico, cosi come il met­tere a fuoco la zizzania, non è contraria alla parola divina perché questa raccomanda solo di non mettere in pericolo il buon seme. Ecco dunque aperta la strada all’esercizio del potere di coercizione: gli appelli alla «patientia» come virtù cristiana che il testo evangelico aveva prodotto nella sua lunga storia (si pensi all’appassionata perorazione di un Crisostomo contro l’implacabile guerra – «πόλεμος άσπονδος» – a cui si sarebbe dato inizio condannando a morte gli eretici) trovavano un limite insuperabile nei mutati rapporti tra chiesa e potere e nell’assunzione del­l’ortodossia dottrinale come segno di identità del «buon seme». Se l’atto del tollerante poteva configurarsi come una virtù coi peccatori, ai quali si dava modo di pentirsi – ma, anche in questo caso, c’erano sempre argomenti per legittimare la sanguinosa spada della giustizia temporale dello stato – non ci potevano essere dubbi sulla necessi­tà di stroncare sul nascere il mal seme dell’eresia: «zizania, hoc est haereticorum dogmata», come aveva scritto S. Girolamo. (PROSPERI 1986, pp. 54-56)

Ma, con maggiore precisione, cos’è, l’eresia?

È necessario distinguere la definizione ufficiale, dottrinale della Chiesa romana, da quella dello storico. La prima (cfr. L. KOLAKOWSKI, 1981) presuppone l’esistenza preventiva (extratemporale) del Dogma (anche se non ancora dottrinalmente esplicitato). In questa accezione una eresia è tale solo per chi condivide – in pieno e nella sua atemporalità, astoricità, ed eternità – l’ortodossia.

Sul piano storico il rapporto si è però spesso invertito in quanto l’ortodossia si è più volte definita solo dopo e in relazione a quella che è stata definita eresia. Il confine stesso fra ciò che costituisce “eresia” e ciò che è “retta dottrina” è vago e impreciso ed è il più delle volte dipeso dalle circostanze particolari del momento.

Eresia allora per lo storico è un fatto non teologico-dottrinale, ma istituzionale: eresia è ciò (dottrina e “movimento”) che una determinata istituzione da un certo momento ha bollato come tale.

Su tutta questa tematica è utile confrontare il saggio di L. KOLAKOWSKI il quale, inoltre, sempre sul piano storico, distingue tre tipi di “eresie”:

  1. Le ERESIE POLITICHE, originate da uno Scisma dall’alto per considerazioni non tanto teologiche e dottrinali, ma prevalentemente politiche (p. es. Enrico VIII).
  2. Le ERESIE INTELLETTUALI, a carattere erudito (posizioni filosofi­co-teologiche) che in genere hanno séguito in gruppi ristretti di teologi ed intellettuali, ma che in casi particolari (p. es. Arianesimo, Monofisismo) hanno un seguito ben più ampio, senza però evidenti connessioni tra la base sociale ed il contenuto dottrinale che rimane puramente “teologico”.
  3. Le ERESIE POPOLARI dove il vasto seguito e la “popolarità” trova espressione anche all’interno delle formulazioni dottrinali che non sono solo puramente “teologiche” ma investono anche le questioni morali, organizzative ecc. (critica della corruzione del clero, richiamo alla povertà evangelica, revisione del ruolo di “media­zione” della Chiesa-istituzione, ecc.)

Il tema della RIFORMA, del rinnovamento della Chiesa e della vita religiosa, della critica alla decadenza della istituzione ecclesiastica e alla commistione con il potere temporale, del ritorno alle ori­gini, al vero spirito del cristianesimo così come si è espresso nei primi secoli, ecc., ha origini alto-medievali, si espresse nell’epoca comunale (movimento della Pataria), penetrò, anche se in forme più “moderne”, il Cristianesimo umanistico (Contarini, Erasmo), venne richiamato, sia pur in funzione prevalentemente difensiva, nella Contro­riforma la quale, per la storiografia cattolica, non fu altro che il momento culminante della “Riforma Cattolica”, avviatasi ben prima del­la Riforma Luterana. Riforma Luterana che, se all’inizio si poneva compiti riformatori nei confronti dell’istituzione, ben presto diven­ne contemporaneamente Scisma (separazione) ed eresia. Scisma appunto perché nascita di nuove Chiese cristiane indipendenti, ma nel contempo eresia in quanto volontaria affermazione (e scelta) di dottrine uffi­cialmente dichiarate erronee.

Riforma e Scisma, nel loro significato originario, si rapportano al­la Chiesa come Istituzione (rinnovamento l’una, separazione l’altra), l’eresia invece si connette alla dottrina. Ma l’eresia in quanto errore, scelta volontaria di una dottrina erronea, è anche evidentemente e im­mediatamente una separazione, uno scisma. E, almeno dal punto di vista, dell’ortodossia cattolica, ogni scisma è contemporaneamente una eresia in quanto negazione (di fatto e dottrinale) della “dottrina” per quan­to concerne in primo luogo l’autorità del Pontefice.

Scismatico ed Eretico pertanto Lutero, sul piano della definizione dottrinale. Ben diversa è evidentemente la definizione che se ne può dare sul piano storico. La Riforma protestante infatti, su questo pia­no, è difficilmente assimilabile alle “eresie” e alla loro storia; si tratta infatti di una rottura, senza precedenti, dottrinale, istituzionale, politica; si tratta della fine di un’unica religione cristiana (sia pur attraversata da conflitti e contraddizioni) e della nascita storica di più confessioni cristiane. Le conseguenze saranno enormi; l’universalismo cristiano medioevale è definitivamente sepolto; il rapporto cristianesimo e istituzioni politiche si porrà in termini del tutto diversi e in modo differenziato (nei vari Stati nonché in rapporto alle diverse Chiese cristiane). Sul piano storico, in riferimento alla Riforma protestante, si parlerà di eresie solo rapportandosi alle correnti mino­ri (anabattisti, sociniani ecc.), ma non alle grandi nuove istituzioni e confessioni cristiane (Luteranesimo, Calvinismo, Anglicanesimo).

2.3. Potere, Ideologia, potere politico, Legittimazione, Autorità.

All’Auctoritas del “maestro di verità” e dell’Auctor (sacro e profano) si aggiunge e sovrappone, abbiamo visto, un’altra autorità: quella del potere e, in particolare, del potere politico. Ma cosa si intende per potere?

Intendiamo naturalmente riferirci al potere (di determinati uomini e istituzioni) rispetto altri uomini (potere sociale) e non il potere rispetto ad oggetti, alla natura, ad animali o altro (p. es. il potere della scienza e della tecnica).

Bertrand Russell nel suo noto testo dedicato al potere, lo considera come il “movente principale della dinamica sociale” e pertanto come “oggetto” privilegiato della “scienza sociale”.

“Le leggi della dinamica sociale sono enunciabili soltanto in ter­mini di potere nelle sue varie forme. Allo scopo di scoprire quelle leggi è prima necessario classificare le forme del potere, ed esaminare alcuni esempi storici che ci dicano come individui e or­ganizzazioni abbiano acquistato il controllo dei destini umani.” (B. RUSSELL 1938, p. 15)

Il potere allora è detenuto da “individui e organizzazioni” e assume varie forme:

“il concetto fondamentale della scienza sociale è il potere, allo stesso modo che nella scienza fisica il concetto fondamentale è quello di energia. Anche il potere, come l’energia, ha molte for­me, come ad esempio la ricchezza, le armi, l’autorità civile, la influenza sull’opinione pubblica, (ivi, p. 13)”

Il potere, questa “molla” del divenire sociale, viene, sempre da Russell, definito come “capacità di realizzare i desideri“; chi detiene potere può, in misura maggiore degli altri, realizzare, portare ad esito, i propri progetti producendo i risultati voluti, desiderati. Il potere sarebbe allora questa capacità, questa possibilità, sia essa legata a doti personali (forza, abilità, intelligenza, ecc.), op­pure a strumenti posseduti (la ricchezza, le armi, ecc.), di ottenere, con più efficacia degli altri, i risultati voluti.

Questa definizione del potere (“capacità di realizzare i desideri”) ha però, secondo il commento di molti (cfr. N. BOBBIO 1985, pp. 66-68), il difetto di mettere in ombra l’aspetto sociale del potere, il fatto che esso comporta sempre una relazione fra chi il potere detiene e chi al potere è soggetto (sottomesso). Possiamo allora dire che

Il POTERE, come fatto sociale, consiste in generale nella possibilità da parte di alcuni uomini, o gruppi sociali, o istituzioni, di determinare (o comunque di influenzare) la condotta di altri uomini ottenendo da parte di costoro comportamenti che, in assenza dell’intervento (o dell’influsso) del potere, non si sarebbe­ro prodotti.

Il potere comporta pertanto una forma più o meno esplicita di sottomissione, di soggezione e si connette per contrasto, per relazione inversa, a LIBERTÀ:

“In quanto relazione fra due soggetti il potere così definito è strettamente connesso al concetto di libertà, sì che i due con­cetti possono essere definiti uno mediante la negazione dell’altro in questo modo: ‘Il potere di A implica la non-libertà di B; la libertà di A implica il non-potere di B’.” (N. BOBBIO 1985, p. 68).

Allo stesso modo il potere è connesso a UGUAGLIANZA (e DISEGUAGLIANZA); anche a livello intuitivo è infatti evidente come questa possi­bilità di modificare la condotta altrui è tanto più grande e tanto più effettivamente esercitata quanto maggiori sono i livelli di di­seguaglianza che caratterizzano una società. Il potere è l’altra faccia (effetto e contemporaneamente causa) della diseguaglianza.

In genere si distinguono tre forme fondamentali di potere: economico, ideologico, coercitivo.

POTERE ECONOMICO: consiste nel possesso, più o meno esclusivo o comunque sovrabbondante, di determinati beni necessari all’attività economica (produzione, circolazione, consumo) di una collettività (la terra, gli edifici, i macchinari, la moneta, ecc.) in modo tale che chi si trova in condizione di penuria è costretto, per accedere a quei beni, a comportarsi in un certo modo (perlopiù ad esercitare una certa forma di lavoro dipendente).

“Il potere economico è quello che si vale del possesso di certi beni, necessari o percepiti come tali, in una situazione di scarsità, per indurre coloro che non li posseggono a tenere una cer­ta condotta, consistente principalmente nell’esecuzione di un lavoro utile. Nel possesso dei mezzi di produzione risiede un’enorme fonte di potere da parte di coloro che li possiedono nei ri­guardi dei non possidenti, proprio nel senso specifico di capacità di determinare i comportamenti altrui. In qualsiasi società dove vi siano proprietari e non proprietari, il potere del pro­prietario deriva dalla possibilità che la disposizione esclusiva di un bene gli dà di ottenere che il non proprietario (o proprietario soltanto della sua forza lavoro) lavori per lui e alle condizioni da lui poste.” (N. BOBBIO 1985, pp. 72-73)

Norberto Bobbio

POTERE IDEOLOGICO: esso consiste nella capacità che alcune persone o gruppi sociali hanno di influenzare altri tramite le idee; è una forma di potere di estrema importanza, anche se poco appariscen­te, essendo introiettata dalla collettività che fa proprie quelle idee e quei valori, cioè quella determinata ideologia. La detenzione da parte di alcuni ceti del potere ideologico (sacer­doti, “sapienti”, filosofi, scienziati, intellettuali in genere) si basa anch’essa su una diseguaglianza: la distribuzione ineguale (in alcuni casi il monopolio esclusivo) delle conoscenze. Il potere ideologico assume un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’assetto di una società e nella sua stessa riproduzione tramite il meccanismo della socializzazione (interiorizzazione della cultura – norme e valori – e dei ruoli di una società data).

“Il potere ideologico è quello che si vale del possesso di certe forme di sapere, dottrine, conoscenze, anche soltanto d’informazioni, oppure di codici di condotta, per esercitare un’influenza sul comportamento altrui e indurre i membri del gruppo a compie­re o non compiere un’azione. Da questo tipo di condizionamento deriva l’importanza sociale di coloro che sanno, siano i sacerdoti nelle società tradizionali, siano i letterati, gli scienziati, i tecnici, i cosiddetti “intellettuali”, nelle società secolarizzate, perché attraverso le conoscenze che essi diffondono o i valo­ri che predicano e inculcano si compie il processo di socializzazione di cui ogni gruppo sociale ha bisogno per poter stare in­sieme.” (N. BOBBIO 1985, p. 73)

Per capire l’importanza e l’estensione del potere ideologico (che Russell scompone a sua volta in quattro forme: il potere sacerdotale o teologico di tendenza tradizionalista, il potere che scaturisce da una nuova fede o potere rivoluzionario, il potere sulle convin­zioni che promana dalla propaganda, il potere che scaturisce dal fanatismo di una dottrina professata in modo esclusivo dai membri di una comunità) è utile accennare alla nozione di:

IDEOLOGIA. Il termine è stato coniato da Destutt de Tracy (1754-1836) (idea + logia = ordine, scienza delle idee) per indicare la disciplina che doveva studiare le idee e la loro origine a partire dalla sensazione, abbandonando le precedenti concezioni innatiste a impronta religiosa- metafisica. L’uso di questa accezione è andato però pro­gressivamente declinando ed il termine (che rimane comunque al cen­tro del dibattito filosofico contemporaneo) ha assunto significati differenti abbastanza lontani da quello originario.

Nell’uso contemporaneo

con IDEOLOGIA normalmente si intende un insieme di conoscenze, opinioni, atteggiamenti e valori:

  • che riguardano nel complesso l’uomo e la sua collocazione nel mondo e nella società;
  • che tendono a fondersi in un insieme coerente ed organico (in tedesco “Weltanschauung” = concezione del mondo);
  • che sono fatti propri da una collettività, una classe sociale, un gruppo, un ceto, una professione, un partito, ecc., di cui esprimono, più o meno esplicitamente, aspirazioni e interessi;
  • che, diversamente dalle conoscenze scientifiche, non sono sottoponibili ad una verifica (o ad una falsificazione) di tipo razionale e/o empirico-sperimentale;
  • che, viceversa, sono valutabili in termini di efficacia in relazione alle finalità che esprimono e ai comportamenti che promuovono.

Molteplici sono naturalmente le interpretazioni e le accentuazioni possibili. Senza entrare nel merito dell’ampio e vivo dibattito a tutt’oggi aperto, ci limitiamo ad individuare due poli fondamentali intorno a cui le varie interpretazioni e concezioni di ideologia si collocano.

Alcune infatti sottolineano soprattutto la negatività della ideologia in quanto pensiero distorto, mistificazione o illusione col­lettiva che gruppi sociali – perlopiù quelli dominanti – creano, consapevolmente o inconsapevolmente, su se stessi e sul proprio ruolo in rapporto all’intera società. Ideologia e ideologico vengono così ad assumere una accezione e una valenza negative e si contrap­pongono a “Scienza” e “Scientifico”. L’unico rapporto corretto (non mistificato e non mistificante) nei loro confronti è allora quello della “critica della ideologia”.

Altre sottolineano invece la necessità, l’onnipresenza della (delle) ideologia (e): l’ideologia, in quanto forma di rappresenta­zione collettiva, sarebbe “eterna”, anche se i suoi contenuti (le sue forme specifiche) variano di continuo essendo socialmente e storicamente condizionati. (Una) Ideologia, in questo caso, si contrappone non a Scienza, ma ad (un’altra) Ideologia (ideologia borghese/ideologia proletaria; ideologia liberale/ideologia cattolica, ecc. Liberarsi dalla/e ideologia/e non è quindi possibile; si può solo (ed è ciò che a larga scala avviene nei momenti pre-rivoluzionari e rivoluzionari) uscire da una ideologia per entrare in un’altra.

Ritornando al tema del “potere”, la sua terza forma fondamentale è data dal:

POTERE COERCITIVO: è il potere, per così dire allo stato puro, che si basa sulla forza e sulla costrizione violenta (o sulla sua minaccia) da parte di coloro che detengono il monopolio delle armi e del loro uso. È da molti considerata la forma di potere origina­ria, la più antica o, perlomeno, la più primitiva. Potere che si impone direttamente con la forza, le armi, gli eserciti, senza media­zione né giustificazione; Russell parla efficacemente di “potere bruto” in quanto

“potere che fa a meno del consenso dei sudditi. È il tipo di po­tere esercitato dal macellaio sulle bestie che uccide, da un esercito invasore sulla nazione vinta, dalla polizia sui cospiratori … Il potere è bruto quando chi lo subisce lo rispetta unicamente perché è il potere, e per nessun’altra ragione. … Quasi tutti gli esempi più abominevoli della storia sono collegati al potere bruto, e non soltanto quelli relativi alle guerre, ma anche quelli di altri campi meno spettacolari ma altrettanto terribili. La schiavitù e la tratta degli schiavi, lo sfruttamento del Congo, gli orrori dei primi tempi dell’industrialismo, la crudeltà verso i bambini, la tortura legale, le leggi criminali, le prigioni, le fabbriche, le persecuzioni religiose, gli orro­ri contro gli Ebrei, le spietate frivolezze dei despoti, l’incredibile iniquità nel trattamento degli oppositori politici nella Germania nazista e nella Russia di oggi, sono tutti esempi dell’impiego del potere bruto contro vittime indifese.” (B. RUSSELL 1938, pp. 62- 77, brani sparsi)

Rispetto a queste tre forme fondamentali di potere, come si colloca il POTERE POLITICO?

Esso, in primo luogo, si connette con il potere coercitivo e non sono mancate, da Trasimaco in avanti, tendenze a fondarlo unicamente sulla forza: lo Stato, le sue forme e le sue leggi non sono altro che l’espressione al livello più alto del diritto del più forte; l’utile dei governanti, di chi detiene il potere politico, è l’unico vero criterio di governo e di giustizia:

Trasimaco

“TRASIMACO. – … Io sostengo che la giustizia non è altro che l’utile del più forte. …

Non sai, riprese, che alcuni stati sono governati a tirannide, altri a democrazia, altri ancora ad aristocrazia?

SOCRATE – Come vuoi che non lo sappia?

  • Bene, in ciascuno stato è il governo che detiene la forza, no?
  • Senza dubbio.
  • Ma ciascun governo legifera per il proprio utile, la democrazia con leggi democratiche, la tirannide con leggi tiranniche, e gli altri governi allo stesso modo. E una volta che hanno fatto le leggi, eccoli proclamare che il giusto per i sudditi si identifica con ciò che è invece il loro proprio utile; e chi se ne allontana, lo puniscono come trasgressore sia della legge sia della giustizia. In ciò dunque consiste, mio ottimo amico, quello che, identico in tutti quanti gli stati, definisco giusto: l’utile del potere costituito. Ma, se non erro, questo potere detiene la forza: così ne viene, per chi sappia bene ragionare, che in ogni caso il giusto è sempre l’identica cosa, l’utile del più forte.” (PLATONE, La Repubblica, I, 338 c – 339 a)

Pur essendo evidente la connessione e la derivazione del potere politico da quello coercitivo, non ne vanno messe in ombra le specificità che riguardano la sua estensione (l’esercitarsi su di una intera collettività e su di un intero territorio), la sua esclusività (il non consentire ad altri che allo stato, cioè al potere politico stesso, l’uso della forza, delle armi e della guerra), l’eterogeneità degli ambiti di applicazione (che vanno dai rapporti economici a quelli delle relazioni sociali, culturali, ecc. fra singoli cittadini e gruppi più o meno organizzati di cittadini), le modalità di funzionamento e di organizzazione (uno o più apparati che operano all’interno di controlli gerarchizzati), le regole di applicazione (perlopiù stabilite secondo normative prefissate: le leggi).

Il potere politico può essere considerato sia una trasformazione e una monopolizzazione del potere coercitivo, che una sintesi delle tre forme originarie di potere in quanto nessun potere politico è veramente tale se non detiene più o meno direttamente anche un certo controllo sul potere economico e su quello ideologico. Il potere politico, in una società politicamente organizzata cioè articolata in comunità politica (polis o nazione), in un insieme di istituzioni (lo Stato) e in un governo, è rappresentato da quest’ultimo in quanto esercizio del potere supremo (sovrano) che non ha altro potere al di sopra di sé.

La differenza fra potere politico e potere coercitivo non si pone però solo in termini di complessità o estensione; uno Stato fondato unicamente sulla forza non solo è fragile perché privo di consenso, ma soprattutto non è legittimo, manca di fondamento. È la giustizia e il vantaggio reciproco dei cittadini che fondano lo Stato, risponde il Socrate platonico a Trasimaco (“Secondo me uno stato nasce perché ciascuno di noi non basta a se stesso, ma ha molti bisogni.” PLATONE, La Repubblica, II, 369 b). Senza giustizia che senso ha parlare di Stato? come distinguere il pirata dall’imperatore? è il tema di un celebre passo di Agostino:

“Che cosa sarebbero mai i Regni senza la giustizia se non delle bande di masnadieri? E non sono forse le bande di ladroni dei piccoli regni?

Anche loro infatti sono formate da schiere di uomini, sono rette da un capo, sono legate con un patto di comunanza e, secondo gli accordi, viene tra loro divisa la preda. Se questo male, con lo aggiungersi di altri scellerati ladroni, si accresce talmente da permettere loro di occupare intere regioni e tenerle come loro sedi usuali, di impossessarsi delle città e di sottomettere le popolazioni, allora più evidentemente questa sciagura prende il nome di Regno che le si applica non perché sia cessata la malva­gia rapacità, ma perché si è accresciuta l’impunità.

In modo appropriato e preciso un pirata, fatto prigioniero, ri­spose con audacia e franchezza ad Alessandro Magno che gli aveva chiesto per quale motivo infestasse il mare.

– Per lo stesso identico motivo per cui tu infesti la terra; ma poiché io a tale scopo dispongo soltanto di un piccolo na­viglio sono chiamato pirata, mentre tu, siccome lo fai con una grande flotta, sei onorato come imperatore.” (AGOSTINO, La cit­tà di Dio, IV, 4)

È il tema della LEGITTIMAZIONE: che cosa rende legittimo il po­tere politico, ovverosia lecito, giusto? Quale ne è il fondamento etico e giuridico?

Il problema si pone da entrambi i versanti: governati e governanti. Devo considerare legittimo il potere che mi governa e perché? oppure illegittimo, frutto di una usurpazione, nemico da cui mi devo difen­dere e, non appena possibile, liberare?

Come giustifico il mio potere? come posso ottenere che sia universalmente riconosciuto ed accettato?

Mosca parla di “formule politiche” che fondano il potere su dottrine generalmente condivise e ne indica due: “quella che fa derivare il potere dall’autorità di Dio e quella che lo fa derivare dall’autorità del popolo”. (BOBBIO 1985, p. 79)

Secondo Bobbio i principi di legittimità sono in numero ben maggiore ed è bene distinguere innanzitutto tra i principi assiologici (di valore, etico-politici) ed i tipi effettivi di legittimazione di un potere che si distingua dalla “mera forza” (i fondamenti reali, non quelli presunti, dichiarati o desiderati). In questo modo vengono individuati nove diversi criteri di legittimità; schematizziamo l’analisi di Bobbio:

Naturalmente fra i principi assiologici (ciò che dovrebbe essere) e i tipi effettivi vi può benissimo essere rapporto (cfr. 5 e 7; 4 e 8; e, almeno in alcuni casi, 3 e 9).

Nelle società contemporanee, sempre più complesse dal punto di vista dell’organizzazione statale e del sistema positivo del diritto (le leggi effettive), la legittimazione, almeno secondo alcuni teo­rici (N. LUHMANN in particolare), non è più riferita alla origine, al fondamento del potere, ma al suo effettivo svolgimento. Legittimo è il potere che segue con scrupolo le regole che il sistema politico stesso si è dato. Integriamo così lo schema:

10 Legittimazione attraverso procedura


A questo punto, dopo esserci riferiti al tema della legittimazione, è possibile precisare cosa si intenda per AUTORITÀ POLITICA. Non ogni potere, e in particolare non ogni potere politico, è anche “autorità”. Per autorità politica infatti si intende generalmente la autorità politica “legittima”, AUTORITÀ è quindi il POTERE LEGITTIMO, il che comporta da un lato il suo diritto (di valore e di fatto) ad esercitare il potere, dall’altro il dovere da parte dei governati alla obbedienza.

L’autorità (il concepire il potere politico come “autorità”) può produrre nel potere stesso alcuni effetti (trasformazioni) di estrema importanza:

  • da un lato conferirgli maggiore efficacia, stabilità e durata;
  • dall’altro, come avveniva per l’ “auctoritas” religiosa e filosofica, il fondamento legittimo, la legittimazione originaria met­tere in ombra il contenuto e il dispiegarsi effettivo del potere, i suoi atti concreti, il suo esercizio.

L’atto dell’autorità, in questo modo, non ha bisogno di esser motivato, legittimato; è l’autorità che, essendo legittima, rende (o sembra rendere) legittimo qualsiasi suo atto per ragioni puramen­te estrinseche (cioè a prescindere dal contenuto fattuale).

Illegittimo invece diventa (o sembra diventare) qualsiasi atto che metta in discussione, nel suo fondamento o nella modalità del suo esercizio, l’autorità; nei suoi confronti, nei confronti del ribelle o del ricusatore dell’autorità, qualsiasi forma di repressione, anche l’esercizio della violenza, viene ad assumere (o almeno così pare) titolo di legittimità.

Voltaire

Solo la distinzione continua e rigorosa fra potere legittimo ed esercizio legittimo del potere (esecuzione di atti di governo effettivamente legittimi), unita alla consapevolezza che il primo non comporta necessariamente il secondo, può forse metterci in salvo dal­le frequenti disavventure che scaturiscono dalla sottomissione al­l’esercizio arbitrario del potere da parte della (delle) autorità. Disavventure di cui avremo ampio modo di parlare nei prossimi capi­toli (storia/e della intolleranza).

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Testi citati

Agostino, La città di Dio, a c. F. Alvaro, Cantagalli, Siena 1930

Bobbio N. 1985, Stato, Governo, Società. Per una teoria generale della politica, Torino 1985

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Detienne N. 1967, Les maîtres de la vérité dans la Grèce archaïque (tr. it. I maestri di verità nella Grecia arcaica, Laterza, Bari 1983)

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Matteo, Vangelo, in La Sacra Bibbia, Ed. Paoline, Roma 1964, p. 1045-1076

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Platone, La Repubblica, in Opere vol. II, Laterza, Bari 1966, p. 121-455

Platone, Cratilo, in Opere cit., vol. I, p. 187-258

Platone, Fedro, in Opere cit., vol. I, p. 722-796

Platone, Protagora, in Opere cit., vol. I, p. 1057-1129

Prosperi A. 1986, Il grano e la zizzania: l’eresia nella cittadella cristiana, in P. Bori (a c.), L’intolleranza: uguali e diversi nella storia, Il Mulino, Bologna 1986, p. 51-86

Russell B. 1938, Power. A new social analysis (tr. it. Il potere. Una nuova analisi sociale, Feltrinelli, Milano 1967)

Senofane, Frammenti, in I Presocratici. Frammenti e Testimonianze, a c. A. Pasquinelli, Einaudi, Torino 1958 (n. ed. 1976), p. 144-153

Voltaire 1763, Traité sur la Tolerance à l’occasion de la mort de Jean Calas (tr. it a c. P. Togliatti, Trattato sulla Tolleranza, Ed. Riuniti, Roma 1949; n. ed. 1982)

Voltaire 1764, Dictionnaire philosophique portatif (tr. it, Dizionario filosofico, Rizzoli, Milano 1966)

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Una “coda” inattesa

All’epoca le commissioni di maturità erano composte in maggioranza da commissari esterni provenienti da varie parti d’Italia. Per molti erano una sorta di vacanza aggiuntiva e comunque un modo per mettere in relazione esperienze scolastiche diverse del Bel Paese. Quell’anno non ho seguito direttamente dli esami degli allievi di V SUS perché nominato commissario esterno di filosofia a Genova in un Liceo scientifico dedicato a Martin Luther King. Oltre alle classi quinte del liceo alla commissione era aggregata una classe terminale di un istituto religioso privato femminile.

Dopo essermi accreditato in segreteria iniziano i lavori preliminari della Commissione. Avverto subito un certo disagio al suo interno che pare proprio investire i rapporti col sottoscritto. Il secondo giorno il presidente mi chiede di fargli vedere la mia nomina, il che mi ha lasciato perplesso visto che ne avevo lascito copia in segreteria e la richiesta non mi risultava esser stata posta agli altri commissari.

A fine settimana il presidente, molto imbarazzato, mi chiede di portare, la settimana successiva una dichiarazione della mia scuola del fatto che fossi effettivamente un insegnante di filosofia. Trattenendo l’irritazione per una richiesta decisamente anomala mi procuro il documento e lo porto il giorno dell’inizio delle prove scritte; vedo che il presidente e gli altri commissari si mostrano sollevati e da quel momento si procede a lavorare con serenità. Immaginavo che l’equivoco fosse legato al fatto che io ero di ruolo in un Istituto tecnico e non vi fosse consapevolezza della specificità dei corso sperimentali.

Tramite la insegnante di lettere, membro interno del Liceo King, ho poi saputo cosa in realtà era avvenuto. In mia assenza il membro interno della sezione privata femminile – una suora massiccia, energica e dal piglio autoritario – aveva dichiarato con vigore che io non potevo assolutamente esaminare le sue allieve in quanto insegnante di lettere e non di filosofia. Lo aveva saputo “con certezza da Don C.” che evidente per lei rappresentava una autorità (a proposito di auctoritas!) prevalente rispetto a Segreterie scolastiche e Provveditorati. Avevo successivamente anche saputo che a Intra, una commissaria esterna per i Corsi sperimentali del Cobianchi che per inciso aveva preso alloggio presso l’allora Famiglia Studenti (oggi Hotel Chiostro) aveva dato in visione il fascicolo sulla Tolleranza al soprannominato Don C.

In sostanza si era voluto farmi passare per un feroce anticlericale deciso a priori di “far fuori” le allieve della scuola privata religiosa, per giunta senza averne titolo.

Certo qualche difficoltà vi è stata durante gli esami orali, ma questo anche per le sezioni del Liceo King, per la poca abitudine a domande di filosofia non solo di conoscenza, ma anche di comprensione e collegamento.

La “suorona”, che evidentemente era anche una donna intelligente anche se inizialmente prevenuta o forse mal informata, alla fine degli esami si è indirettamente scusata osservando che le mie valutazioni erano equilibrate e non difformi da quelle espresse nei confronti del Liceo King.

Qualche mese dopo, mentre ero in Famiglia Studenti mi si avvicina Don C. – con cui non avevo mai avuto occasione di dialogo o confronto – e mi dice di aver saputo che a Genova ero stato un commissario corretto ed equilibrato … ma (in cauda venenum) che quel lavoro sulla Tolleranza che “per caso aveva letto” non teneva conto dei più importanti e recenti studi sul tema (non so quali). Transeat



[i] I materiali già pubblicati in questo blog sono: Storia dell’Utopia. Un percorso didattico (1982/83); Una ricerca sulla popolazione anziana di Verbania (1981-1983); Lontano dal potere (1993/94); Aggressività: forme e interpretazioni (dispensa didattica – febbraio 1999). Sull’indirizzo di Scienze Umane e sociali cfr. anche Scienze Umane tra mission educativa e necrofilia amministrativa.

[ii] La Tolleranza – Relazione finale

[iii] Non ci interessa evidentemente entrare per ora nel merito della concezione di Voltaire, cosa che faremo successivamente, e che comporta una analisi del rapporto Deismo / Tolleranza.

Il destino di Gyurka e il nostro. Perché la memoria?

 “La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. … Erano quattro giovani soldati a cavallo, che proce­devano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lun­go la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi pa­role brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle barac­che sconquassate, e su noi pochi vivi. … Non salutavano, non sorridevano; apparivano op­pressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben no­ta, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista …”  Primo Levi, La tregua.

27 gennaio 1945. Il “Giorno della Liberazione di Auschwitz”, si dice comunemente. La legge istitutiva del “Giorno della Memoria” (20 luglio 2000, n. 211) parla più correttamente di “data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz”. Non è la stessa cosa.

Quando arrivarono i primi soldati sovietici c’era ormai ben poco da “liberare”: del milione e duecento-trecento mila deportati ad Auschwitz quel giorno nel campo ne erano rimasti in vita circa settemila, di cui almeno un terzo morì nei giorni immediatamente successivi. Il grosso dei sopravvissuti all’inizio dell’anno (circa ottantamila) erano stati avviati, con una di quelle che sono state definite “marce della morte,” verso il confine Ceco. Non fu una “Liberazione”, una festa, ma un momento di reciproco silenzio.

La scelta di questa data per incastonarvi il Giorno della memoria segue una logica importante. Esso cade infatti nel giorno in cui il resto del mondo – impersonato in quel momento dai soldati dell’Armata Rossa alleata che per caso capitarono davanti ai cancelli di Auschwitz – si trovò per la prima volta davanti alla macchina dello sterminio… è la data in cui per la prima volta si vide, si seppe[1].

 Una data che non riguarda le vittime, ma tutti gli altri su cui cade la responsabilità di conoscere, approfondire, capire, ricordare, interrogarsi su ieri e sull’oggi. Per assumerci la nostra responsabilità collettiva.

La ripresa del testo più noto di Imre Kertész, che avevo affrontato in un più articolato contributo[2], mi ha suggerito qualche considerazione sul senso odierno del “fare memoria” che avevo scritto per Nuova Resistenza Unita.

Il destino di Gyurka e il nostro[3]

 “Da piccola non capivo, il male l’ho visto dopo ricordando.” Tatiana Bucci[4]

Essere senza destinodi Imre Kertész[5]

L’opera del Premio Nobel per la Letteratura 2002 Imre Kertész[6] è stata giustamente collocata fra i testi indispensabili sulla Shoah, “di cui non si possa proprio fare a meno, per verbalizzare l’indicibile, per concettualizzare l’impensabile, per tramandare l’imperdonabi­le[7]. Aggiungerei che, differentemente da altri “indispensabili” quali La ba­nalità del male di Hannah Arendt, Intellettuale a Auschwitz di Jean Améry, Necropoli di Boris Pahor, insieme a Se questo è un uomo di Levi è un testo che permette diversi livelli di lettura, adatto sia per ragazzi delle medie che per lettori adulti. Ciononostante nel nostro paese, contrariamente agli altri citati, non è molto conosciuto.

Ne ripercorro sinteticamente la narrazione. L’autore, sopravvissuto quattordicenne da Auschwitz e Buchenwald, fa parlare in prima persona il suo alter ego Köves György soprannominato Gyurka.

Siamo a Budapest nella primavera del 1944 e, esonerato dalla scuola, con la stella gialla che porta come tutti i familiari, raggiunge il padre che, destinato al lavoro coatto non si sa dove né per quanto, viene sommerso da una mesta cerimonia di saluto dalla famiglia allargata. Poco dopo anche il giovane è assegnato al lavoro in una raffineria petrolifera. Un giorno mentre si reca al lavoro, il pullman viene fermato e tutti gli ebrei, giovani e meno giovani, costretti a scendere.

Concentrati in un capannone dove Gyurka ritrova i suoi coetanei di lavoro coatto, verranno poi scortati dalla polizia ungherese fino alla stazione. Un treno blindato lo porterà ad Auschwitz dove, grazie al suggerimento di alcuni deportati di dichiarare di avere sedici anni, riuscirà a superare la selezione. Verrà poi trasferito a Buchenwald e di lì al campo di lavoro di Zeitz (a sud di Lipsia). Un suo concittadino “veterano” del campo, Bandi Citrom, gli fa spontaneamente da tutore e lo istruisce alla dura arte della sopravvivenza: lavarsi, tenere sempre una scorta della razione di cibo, “non lasciarsi mai andare” mantenendo la propria dignità e il proprio orgoglio magiaro affrontando con decisione la fatica del lavoro. Gyurka per un po’ riuscirà a seguirne i dettami, ma coll’aumento della fatica, della spossatezza fisica e per una infezione al ginocchio comincerà a cedere sin quasi arrivare al punto di non ritorno. Operato in qualche modo passa in più reparti tra freddo cimici e pidocchi; sarà riportato Buchenwald sino a che si ritrova in un reparto di infermeria tenuto da vecchi deportati col triangolo rosso che lo curano, lo nutrono e lo riportano in guarigione. Siamo ormai nell’aprile del 1945, il campo viene liberato dagli alleati. A piedi e con mezzi di fortuna si unisce ad un gruppo di giovani ungheresi per tornare a casa. A Budapest non vuole seguire la trafila burocratica dei soccorsi e decide di riprendere in mano il proprio destino. Per prima cosa cerca la casa di Bandi Citrom ma trova la moglie ormai rassegnata al non ritorno del marito. A casa sua scopre che l’appartamento è occupato da una famiglia ungherese che gli chiude la porta in faccia. I vecchi vicini ebrei gli comunicano la morte di suo padre a Mauthausen. Trova assurdo che gli chiedano di “dimenticare gli orrori” consapevole che la “reminiscenza” di quei giorni, quei luoghi e quelle persone non lo lasceranno più.

Il racconto scorre in modo lineare ed è di facile lettura … ma è decisamente spiazzante. Non è un libro di denuncia né delle atrocità naziste né della collaborazione magiara; ci sono entrambe ma descritte (spesso solo accennate) in modo asettico. La narrazione del giovane Gyurka ne ricostruisce lo sguardo infantile, non seleziona e non dà priorità a questo o quel dettaglio od evento, di fronte ad accadimenti inattesi emerge lo stupore del ragazzino e nello stesso tempo una sorta di realismo fatalistico: se avviene così è perché così deve essere. A partire dal contrassegno giallo che “naturalmente” porta come tutti i suoi parenti e conoscenti ebrei.

Alcuni interrogativi che il giovane si pone giunto in un posto sconosciuto dal nome di Auschwitz-Birkenau ci sconcertano. Come mai ci sono dei detenuti con le divise a righe, certo ebrei visto la stella gialla, in quel posto ove era venuto per lavorare? …  “mi sarebbe piaciuto conoscere i loro reati”. Diversamente dagli altri testi “indispensabili” sulla Shoah, qui vi è un rovesciamento di prospettiva fra lettore che apprende e narratore che sa e “verbalizza l’orrore dell’indicibile”. Gyurka non sa, non capisce dove si trova, acquisterà consapevolezza lentamente, passo a passo; noi lettori invece sappiamo e ci stupiamo del suo stupore.

Solo alla fine, ritornato a Budapest, cercando di spiegare ad altri che non capiscono (un giornalista, i vecchi vicini di casa), ripercorrendo la sua esperienza ne trova in qualche modo il senso.

Il succedersi di tappe e difficoltà di volta in volta da affrontare per sopravvivere ha fatto sì che “…in generale … io non mi sono accorto degli orrori”. Se tutto si fosse riversato di colpo, non sarebbe stato possibile sopravvivere “né fisicamente né psichicamente”.

Che significato ha avuto per un ragazzo di famiglia non osservante, laica, l’essere ebreo? Drasticamente, ragiona a voce alta Gyurka, “niente, niente per me e nien­te in sé, in origine, … non esiste del sangue diverso, non esiste niente, ma solo… e qui mi sono blocca­to … esistono solo date circostanze.” Sono le circostanze che ti fan diventare tale.

Imre Kertész

Il destino forse non esiste, scopre alla fine Gyurka, discutendo animatamente con i vecchi vicini che lo avevano invitato a dimenticare; siamo liberi – e responsabili – di ogni passo che facciamo.

Se esiste un destino, allora la libertà non è possibile; se però – ho continuato, sempre più sorpreso di me stesso, sempre più eccitato – la libertà esiste, allora non esiste un destino, il che significa … significa che noi stessi siamo il destino – questo ho improvvisamente ca­pito, e l’ho capito in quel preciso istante con una pregnan­za fino a quel momento sconosciuta.”

Perché la memoria?

Normalmente si dice “perché non accada più”. Ma se guardiamo il mondo di oggi sembra che la memoria non sia affatto servita. Un anno fa un’orribile strage ai confini di Gaza e oggi tutta quell’area è devastata dalla guerra così come in Ucraina, per non parlare del resto del pianeta. Sapere cosa è successo allora, ci può aiutare a capire e prendere posizione sull’oggi.

Un approccio scientifico, e pertanto laico, alla storia ci dice che non esistono popoli eletti. Ma non dovrebbero esistere nemmeno popoli maledetti e la guerra, soprattutto la guerra così come è oggi condotta, laddove colpisce soprattutto le strutture e le popolazioni civili, senza più “porti franchi” quali ospedali, centri religiosi ed educativi, stampa ecc., è una maledizione dei popoli.

Mappa dei conflitti mondiali (luglio 2024)

Mi pare che noi, di fronte a quanto sta succedendo nel mondo siamo un po’ come il giovane Gyorka. Giorno per giorno seguiamo la cronaca delle guerre (Ucraina e Medio Oriente, raramente le altre in giro per il pianeta) passo a passo, dramma per dramma, orrore dopo orrore … ma non riusciamo a capire, a vedere gli eventi sul lungo periodo, almeno da cento e oltre anni fa e pertanto non riusciamo ad immaginare quali prospettive ci possano essere. Ci sono state due Guerre mondiali e sono entrambe nate in Europa, sono nostra responsabilità storica. Davanti a quella che è stata definita “terza guerra mondiale a pezzi” e al fatto che questi pezzi, dall’estremo oriente, all’America latina si intrecciano e connettono sempre più strettamente con quelle a noi vicine, non è sufficiente la cronaca e le eventuali denunce dei singoli eventi. Dal 2021 al gennaio 2024, in tre anni i conflitti nel mondo[8] sono cresciuti del 40%, senza tener ancora conto di quanto sta drammaticamente avvenendo quest’anno.

In Europa era anche nata la Diplomazia ma sembra fuoriuscita dal nostro vocabolario e dai nostri pensieri a favore di un atteggiamento fatalistico di fronte all’estendersi della guerra e dei suoi profeti.

Ecco allora che “fare memoria” diventa essenziale per allargare il campo della nostra visuale, conoscere il passato per capire l’oggi e prefigurare un futuro auspicabile, che dipende anche da quello che ciascuno di noi può fare e fa per uscire dal buio di questi giorni.

Le parole di Imre Kertész pronunciate in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura (2002) mi sembrano più che mai attuali:

Io non ho mai considerato il complesso di problemi chiamato Olocausto come un conflitto inabrogabile tra tedeschi ed ebrei; non ho mai creduto che questo fosse il più giovane capitolo nella storia delle sofferenze degli ebrei. Non l’ho mai visto come un singolare deragliamento della storia, come un pogrom più imponente di quelli precedenti, come una premessa della creazione dello stato ebrai­co. Nell’Olocausto io ho riconosciuto la condizione umana, il capolinea della grande avventura dove è giunto l’uomo europeo dopo duemila anni di etica e di cultura morale. Adesso dobbiamo riflettere soltanto su come prose­guire da qui.”[9]


[1] Elena Loewenthal, Contro il giorno della memoria, ADD editore, Torino 2014.

[2] Dall’Ungheria nazista all’universo concentrazionario.

[3] Pubblicato sul n. 4 ottobre-dicembre 2024 di Nuova Resistenza Unita.

[4] Dalla intervista a Tatiana Bucci, superstite di Birkenau (La Stampa 11.10.2024).

[5] Versione italiana edita da Feltrinelli; prima ed. 1999.

[6] Imre Kertész (Budapest 1929 – 2016) è a tutt’oggi l’unico scrittore ungherese ad aver ricevuto il Premio Nobel.

[7] S. Luzzatto, Un popolo come gli altri, Donzelli 2019.

[8] Conflict Index 2024 da Info Cooperazione del gennaio 2024. La mappa allegata è aggiornata al luglio 2024. Sul sito vi sono i periodici aggiornamenti. L’ACLED (Armed Conflict Location & Event Data) è una associazione non-profit internazionale, indipendente e imparziale su conflitti militari e sociali a livello mondiale: https://acleddata.com/.

[9] In I. Kertész, Il secolo infelice, Bompiani 2012.

Una parola: Tolleranza*

Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici.

(Martin Luther King)

I contesti possono mutare il significato delle parole.

Tolleranza può riferirsi all’ambito etico-politico come a fisiologia e farmacopea, alimentazione o alla tecnologia meccanica.

Può esser utile riferirsi a quest’ultimo ambito: massimo intervallo di errore consentito nella realizzazione di un manufatto rispetto alla dimensione progettata. Vi è un errore ma questo, se non supera determinati limiti, è sopportabile (errore consentito).

Voltaire nel 1763 con il suo Trattato sulla tolleranza aveva denunciato l’intolleranza religiosa partendo dall’atroce condanna a morte (la ruota) dell’innocente protestante Jean Calas.

L’anno successivo nel Dizionario filosofico, alla voce Tolleranza dirà: “Noi siamo tutti impastati di debolezze e di errori; perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze, è la prima legge di natura.

Il dibattito per secoli è stato relativo alla tolleranza religiosa con un punto di svolta con Locke che nella sua Lettera sulla Tolleranza(1685) chiarisce che la questione non è religiosa ma giuridico – politica e che vanno distinti i doveri dei diversi soggetti (individui, chiese, Stato) sulla base di una netta separazione fra Stato e Chiesa.

Un problema di fondo comunque rimane: su che base e quale autorità stabilisce qual è l’errore tollerato e implicitamente quello non tollerabile? Espliciterà il dilemma Mirabeau durante il dibattito sulla Costituente del 1789:

“La parola Tolleranza mi sembra sia, in qualche modo tirannica essa stessa. Perché l’esistenza dell’autorità che ha il potere di tollerare attenta alla libertà di pensiero per il fatto stesso che tollera, e che dunque potrebbe non tollerare.”

L’etimologia, come più volte avviene, ci può venire in aiuto: l’origine latina, “tollere” più che “sopportare” significa infatti “sollevare”, prendere con sé” e pertanto, in ambito civile, “convivere” in un rapporto di eguaglianza al di là delle reciproche differenze.

Guido Weiller

Quando la famiglia ebraica Weiller chiese aiuto a Filippo Beltrami questi non si è limitato a garantir loro protezione; racconta Guido Weiller:

 “La mia famiglia ed io dobbiamo la vita al Capitano Beltrami, ma non solo questo. In un momento tragico di angoscia, di avvilimento, Beltrami ci ha sostenuti, ci ha restituito la nostra dignità, ci ha fatto sentire «cittadini a pieni diritti».”[1]

La tolleranza/convivenza naturalmente oggi non è più solo riferita alle differenze di religione ma a tutti i campi ove si registrano differenze che possano creare contrasti o incomprensioni: diversità linguistiche, culturali, etniche, sessuali, disabilità ecc.

La tolleranza è (deve essere) illimitata?

Popper nel 1945 chiarisce che se fosse tale si autodistruggerebbe in quanto verrebbe travolta dalle minoranze intolleranti, che pertanto non devono esser tollerate (Paradosso della Tolleranza).

La nostra Costituzione difatti (Disposizione transitoria e finale XII) vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

Se siamo tolleranti allora contrastiamo (non tolleriamo) gli intolleranti.


* Pubblicato sul n. 4/2024 di “Nuova Resistenza Unita”


[1] Mauro Begozzi, Il Signore dei ribelli, IRRN, Novara 1991, p. 211.

Provincia Lepontina

Il numero 4/2024 della Rivista online Alternativa A, richiamandosi alla specifica tradizione dei Magazine nordamericani quali strumenti di aggregazione e proposta delle e per le comunità sia territoriali che di interesse, nell’editoriale redazionale afferma: “l’essenza di questa impresa, in cui ci siamo imbarcati tre anni fa, non sono i nostri scritti e le immagini, ma è quella comunità di persone, ciascuna a suo modo impegnata nel sociale, che vive in questo territorio. … Da alcuni articoli che hanno affrontato l’argomento principale del numero scorso, la storia locale, è emerso un altro importante tema che al primo è strettamente imparentato, quello dell’identità territoriale: cosa la costituisce, come si forma, quali significati assume per chi in un territorio vive, come è percepita all’interno, come è percepita dall’esterno? Una tematica vasta, complessa, a volte ambigua, scivolosa, che riveste però una notevole importanza per la vita di una comunità[1].  Di seguito il mio contributo con l’invito alla lettura completa della Rivista della quale allego in calce il Sommario.


Identità territoriale? Una modesta proposta

Identità, la sua esasperazione e le sue crisi

Provo a riprendere il discorso dal numero precedente di Alternativa A sull’identità del “nostro” territorio.  Iniziavo così:

«Il termine “identità”, nella sua accezione socio-antropologica (appartenenza consapevole ad una comunità) va trattato con una buona dose di cautela. Sia perché, come sottolineava Annibale Salsa[2] oltre tre lustri addietro, le identità tradizionali hanno subito i processi di trasformazione economica e omologazione comportamentale regredendo a fenomeni quali la folklorizzazione e un esasperato localismo, sia perché il richiamo alla “purezza” di presunte identità etniche rappresenta oggi la nuova frontiera del razzismo[3] che dietro alle parole “etnia” (e “cultura”) ripropone i vecchi miti della razza da difendere contro le presunte contaminazioni (es. “sostituzione etnica”)».

Quanto la ricerca di una “purezza originaria” su cui basare la propria identità sia infondata ce lo spiega il filologo Maurizio Bettini in un suo recente libro[4] e come questa sia volta a costruire una separazione (un confine) verso i presunti “nuovi barbari” portatori di disordine in un (immaginato) ordine tradizionale. Identità e sovranismo possono così dar vita ad un vero e proprio furore che non teme il ridicolo.

“Tempo fa a Bologna il Comitato per le celebrazioni della festa di San Petronio ha deciso di offrire alla po­polazione dei tortellini fatti col pollo, anziché con la carne di maiale, per permettere anche ai musulmani di gustarne. La cosa ha fatto scandalo. «Io sono un bolo­gnese doc, per cui per me i tortellini sono l’identità», ha reagito con vigore un noto uomo politico. Per poi aggiungere che il tortellino ripieno di pollo (e non di maiale) «sarebbe il tradimento della propria identità culinaria, che è una cosa importante». Altre vigorose difese del tortellino identitario non sono mancate, in sintonia con un sovranismo alimentare che ha noto­riamente i suoi baldi difensori.”

Bettini a commento del presunto “adulterio del tortellino” riproduce un testo culinario dell’Ottocento[5], “sfuggito ai gelosi custodi della tradizione”, poi ripreso dal più noto Talismano della felicità,sulla “Zuppa ai Tortellini alla Bolognese” da preparare con il trito di petto di pollo arrosto … “con tanti saluti alla «purezza» culinaria”. Transeat.

Non cito altri esempi forniti da Bettini che di seguito affronta il tema della “crisi di Identità” rifacendosi a Erik Erikson che negli anni ’60 del secolo scorso ne aveva introdotto il concetto in riferimento alle minoranze statunitensi, “vittime di una ‘identità negativa’ che viene loro affibbiata dagli stereotipi della maggioranza” sostenendo invece “il diritto di neri, donne, omosessuali a manifestare una propria «identità culturale».

Ben diversa, per certi versi paradossale, sottolinea Bettini, è invece la situazione attuale.

“Adesso infatti a sentirsi minacciate sono le maggioranze che temono una ‘crisi’ della propria identità culturale (maggioritaria) a motivo della presenza di minoranze culturali presenti nel territorio.”

Tale è la diffusione di questo fanatico furore di sovranismo identitario che l’autore ritiene improponibili “identità non «esclusive» ma «inclusive» proponendo, invece del concetto di identità (e della sua crisi), il concetto di «cultura» in quanto frutto di costanti innovazioni e interpolazioni, non esclusi periodi di crisi, di disordine quali premesse per un creativo successivo ordine. La metafora richiamata è quella dell’anagramma che richiede una fase di disordine, di rimescolamento per dar vita ad un nuovo e inaspettato ordine “come accade allorché un rustico «saio» si tramuta in una refrigerante «oasi», lo stile «romanico» si fa gradevolmente «armonico», mentre dalla porta di una «gendarmeria» se ne esce, maestosa, una «regina madre»[6].

Anche se questa analisi critica dello “spirito del tempo” è senz’altro efficace, le sue indicazioni non mi paiono utili per rispondere alle domande sulla identità di questa provincia frammentata.

Più illuminante mi è parso invece un ben diverso approccio, quello della psicologia dinamica di Giovanni Jervis: in un testo di qualche anno fa[7] per affrontare il tema della crisi (e della perdita) dell’identità non si rifà alla psicologia sociale di Erikson ma all’antropologia di Ernesto de Martino.

«Il pensiero demartiniano ruota intorno all’idea dell’i­dentità soggettiva, come sentimento dell’esserci in quan­to “esserci in un certo modo”; il che significa, in pratica, “esserci come persone dotate di senso in un contesto dota­to di senso“. Egli chiama questo sentimento presenza; e si occupa di studiare i meccanismi sociali (e in particolare i meccanismi rituali) con cui le comunità e gli individui si difendono da un rischio esistenziale primario, e universale, che chiama perdita della presenza. … L’idea, centrale in tutto il suo pensiero, della crisi della presenza, non è diver­sa dall’idea del “sentire in rischio” la propria identità. Egli ne sosteneva il carattere pervasivo, e dunque universale. Ne è un aspetto “l’angoscia territoriale“, di cui De Martino face­va spesso menzione: cioè l’angoscia di chi perde, o teme di perdere, i riferimenti a quei luoghi domestici dove sente di avere un senso.»

Ecco, mi pare che per affrontare il tema della nostra “identità territoriale” possiamo partire da qui, dalla “presenza”, dalla costruzione (conquista per Jervis) di un esserci consapevole in un contesto dotato di senso partendo dalla constatazione che nel nostro caso più che di una “perdita” siamo di fronte a una evidente “assenza”.

Un territorio che non sia solo “spazio delimitato” (geograficamente o istituzionalmente) ma quale unitarietà di “luoghi” nel significato antropologico assegnato loro da Marc Augé[8]: luoghi cioè dotati di senso, ricchi di relazioni, significati, narrazioni contrapposti ai “nonluoghi” caratterizzati da anonimi “passaggi” puramente funzionali. “Se i luoghi antropologici creano un sociale organico, i nonluoghi creano una contrattualità solitaria” e non sono sottoponibili ai tipici strumenti della antropologia: autostrade, stazioni di servizio e ferroviarie, centri commerciali ecc.

Naturalmente in un territorio vi sono luoghi e nonluoghi e la loro contrapposizione non è assoluta ma un nonluogo può essere trasformato in un luogo e viceversa. Ricordo come era la stazione di Arona quando l’allora Capostazione ne curava non solo pulizia e servizi per i viaggiatori ma l’abbelliva con curate fioriere: un luogo dove i pendolari che quotidianamente si avviano a Milano erano implicitamente incoraggiati a intessere relazioni. All’opposto dell’attuale Stazione di Verbania (quella del “Capoluogo provinciale”!) dove non c’è né edicola né bar, né sala d’aspetto sul binario 2 (ex 3) e nemmeno, su questo binario in direttrice Milano, i tabelloni che informano per arrivi, partenze ed eventuali ritardi; stazione disorientante anche per i viaggiatori che vi arrivino da fuori per un nome che li avvertirebbe di essere a Pallanza mentre invece sono a Fondotoce.

Un “luogo” è innanzitutto caratterizzato dall’abitare e dalle relazioni: anch’esso può trasformarsi in un “nonluogo”. Se l’appartamento di fianco dall’essere abitato da un vicino con cui intesso relazioni diventa una “casa vacanze”, un nonluogo di passaggio indifferenziato e anonimo, anche il mio e l’intero caseggiato perdono una parte delle relazioni significative che li caratterizzano.

Dove “mi sento a casa”?

Sin qui ho espresso la questione della identità territoriale in termini generali e solo indirettamente personali. Provo a rovesciare il punto di vista: come concepisco e soprattutto come vivo la mia personale identità territoriale? Nel contempo invito chi legge a compiere la medesima operazione.

Dove mi “sento a casa”? dove vivo il rapporto con il territorio come “presenza”? dove i luoghi in cui mi soffermo sono significativi non solo in sé, ma appunto lo sono in modo particolare per la mia identità?

Naturalmente vi è un sentimento, un vissuto che non saprei definire altrimenti che costitutivo del mio essere, della mia identità: io sono di qui! E ci sono luoghi, che anche conosco e apprezzo, anche vicini, ma che non mi fanno vivere lo stesso sentimento, dove invece prevale la curiosità per l’altrove, ovvero della conoscenza intellettuale.

E se ho dei dubbi su dove si delimiti la mia personale identità territoriale vi è una significativa controprova: dove, in quali luoghi, in passato ho accompagnato amici e parenti lontani di altre regioni o nazioni con quella, solo in parte consapevole, soddisfazione di far conoscere “la mia terra” e indirettamente il mio essere/esserci. O, naturalmente, dove con lo stesso spirito li accompagnerei in futuro?

Faccio alcuni esempi tratti dal passato più o meno recente di questi “accompagnamenti”: sul versante alpino la Val Formazza (il fondovalle, la Cascata, Riale, Morasco), naturalmente la Val Vigezzo dove ho la baita e le alture retrostanti, non mi dilungo sui luoghi del Verbano e del suo retroterra non dimenticando le parti percorribili della Val Grande e Corte Bué in particolare. Scendendo a Sud naturalmente le isole del Golfo Borromeo e la costa del Lago sino ad Arona e andando verso ovest Orta con la sua Isola e di lì risalendo lungo la Val Strona sino a Campello. Sul versante ovest Trarego e più in là la Cannobina. Questi, schematizzando, sono più o meno i confini della mia, ripeto, “personale” identità territoriale. È vero, in passato ho anche accompagnato lontani parenti in visita all’Eremo di Santa Caterina del Sasso, eppure la sponda del Lago che fu “magra” non la vivo, per richiamare De Martino, come “presenza”, vi è interesse ma non quel coinvolgimento emozionale “dell’essere a casa”.

Ovviamente questa approssimativa delimitazione della mia personale identità territoriale non necessariamente coinciderà con quella di chi mi legge o di altri abitanti di questa provincia per i quali la delimitazione può essere più o meno ampia e i “confini” spostarsi lungo uno o più dei quattro punti cardinali. Sono però convnito che per molti (non so se per la maggioranza) il rinchiudersi in una identità puramente di paese o cittadina o in una sola della triplice ripartizione del VCO, non corrisponda al loro vissuto, alla loro identità.

E qui nasce il problema. Un grossissimo problema. Posso riflettere su questa identità territoriale, approfondirla attraverso letture e percorrerla con quello che avevo chiamato “cammino sapiente”, riconoscerne i “marcatori”, condividerli con amici e così via. Ma non posso nominarla. Non ha un nome. Chi sono io in quanto appartenente a questo territorio che vivo come “presenza”, come posso chiamarmi e soprattutto come altri possono identificarmi?

Una identità è tale solo se è identificabile sia “dal di dentro” che “dal di fuori”, altrimenti è fragile, incerta. Se non ha una denominazione non è identificabile.

Non possiamo, ironizzavo un po’ di tempo fa, chiamarci Vicionesi e tanto meno “Verbancusiossolani”. Verbano-Cusio-Ossola non è un nome ma la sommatoria di tre nomi; in algebra sarebbe un trinomio, in italiano non saprei come definirlo.

Con un ulteriore problema.

Ad una identità provinciale incerta si aggiunge una identità regionale abbastanza fragile sia per note ragioni storiche che di collegamenti. Il dialetto tradizionale di Intra, ad esempio, è tipicamente lombardo[9] per non parlare delle parlate delle nostre valli che assonano con quelle dei confinanti Cantoni elvetici e non certo con la francesizzante parlata tipicamente piemontese. I collegamenti stradali e ferroviari sono per noi problematici con il capoluogo torinese ma agevoli con Milano. Per non dire altro.

Un “salto” dal locale (paese/cittadina) al nazionale e all’Europa. Siamo “di qui[10], con qualche incertezza piemontesi, certo italiani, non sempre convintamente europei.

Una modesta proposta

Come possiamo definire questo territorio che ho tentato di circoscrivere, la corrispondente Provincia e pertanto come dichiarare a noi stessi e ad altri la nostra identità territoriale? Altri magari possono suggerirne una denominazione più adatta ma a me sembra che il nome ovvio di “questo territorio” sia “Terra Lepontina[11]” e pertanto, spero e propongo, di chiamare anche ufficialmente questa Provincia, che precedentemente equivaleva all’Alto Novarese, Provincia Lepontina.

Ma tu vuoi cambiare il nome alla Provincia!” mi è stato detto recentemente. No!, non voglio “cambiare il nome”, ma proporne finalmente uno visto che “Verbano Cusio Ossola” non è tale ma una sorta di problematico “trinomio”, un accorpamento di tre nomi che non a caso non può avere il corrispondente aggettivo denominativo.

Un nome in cui possiamo riconoscerci e che possa facilmente esser riconosciuto “da fuori”. Una proposta che, se condivisa e sostenuta da altri, potrebbe incarnarsi in una pressione verso le attuali e future rappresentanze politiche provinciali. Proposta che potrebbe divenir più praticabile se, come ormai da più parti si sostiene, si tornasse alla elezione diretta nelle province superando la aberrante e antidemocratica legge Delrio che divide i cittadini di serie A (eletti nei comuni) da quelli di serie B (tutti gli altri) esclusi dall’elettorato (attivo e passivo) provinciale.

Naturalmente la “modesta proposta” non porterebbe solo al vantaggio di acquisire finalmente un nome, ma potrebbe anche costituire un brand di richiamo che permetta facilmente di identificare dall’esterno il nostro territorio con le sue caratteristiche geografiche storiche e paesaggistiche. E, non ultima, una spinta ad abbandonare il misero campanilismo che ha caratterizzato, anche al loro interno, praticamente tutte le forze politiche provinciali con l’illusione che l’avvallo e la stimolazione di un esasperato localismo avrebbe dato loro maggior forza. Il risultato è davanti agli occhi di tutti: un declino economico, sociale e demografico dovuto certo a molti fattori ma che il campanilismo politico ha certamente alimentato. Basti ricordare la squallida vicenda della sanità: non aver trovato un accordo e una visione unitaria ha penalizzato gravemente, e con buona probabilità irrimediabilmente, tutti quanti.



[1] L’editoriale completo: Il compito che si siamo dati.

[2] Annibale Salsa, Il tramonto delle identità tradizionali, Priuli & Verlucca, Scarmagno (To) 2007.

[3] Sul “razzismo culturalista” sul mio blog cfr. I migranti e le nostre comunità.

[4] Maurizio Bettini, Hai sbagliato foresta. Il furore dell’identità, Il Mulino, Bologna 2020.

[5] Francesco Leonardi, Apicio moderno, Roma 1807.

[6] Cap. XXII “Disordine e cultura”, p. 151. Non mi ero mai cimentato in anagrammi enigmistici; comunque, memore delle partite di Scarabeo, ho provato a sottopormici. Ne è uscito un “tornati ai maglioni” ma mi pare che il rigido freddo artico sia ben lungi da arrivare.

[7] Giovanni Jervis, La conquista dell’identità. Essere se stessi, essere diversi, Feltrinelli, Milano 1997.

[8] Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano 2015.

[9] Così è stato giustamente catalogato, e documentato con supporto sonoro, da Roberto Leydi ne Il Paese di Lombardia, a cura della Regione, Garzanti, Milano 1978.

[10] Richiamo indirettamente il caso citato da Zygmunt Bauman che in Intervista sull’identità, ricorda come nel censimento ante seconda guerra mondiale ben un milione di abitanti della Polonia non sapeva definire la propria appartenenza nazionale (polacca, ebraica, tedesca, ucraina, bielorussa …) se non con un “siamo di qui”, “questa è la nostra terra” e vennero pertanto catalogati come “locali”. Cfr. Per una identità di territorio (ovvero “VCO addio?”).

[11] Vi sono ovvie ragioni sia storiche che geografiche. Il suggerimento implicito e recente lo debbo a Paolo Crosa Lenz con la sua rivista digitale “Lepontica” che dall’ottobre 2020 invia regolarmente ogni mese (recentemente ogni due mesi) a chiunque glielo richieda, in forma gratuita perché, come suole ripetere, “la cultura è bene comune”. Sui Leponti e sui confinanti Insubri si possono ricordare mostre, convegni e relative pubblicazioni: I Leponti tra mito e realtà (Locarno 2000 e Verbania 2001), Leponti ed Insubri. Due popoli a confronto in un’area di confine (Verbania 2001).


Hedy Lamarr diva dimenticata scienziata ignorata

Dedico il 150° articolo di Fractaliaspei ad un tema più “leggero” del solito. Almeno apparentemente, perché ovunque si scavi si possono ritrovare questioni degne di riflessioni. Quale lettore di fumetti e di graphic novel mi sono imbattuto in una “biografia a fumetti” sull’attrice Hedy Lamarr dei francesi William Roy e Sylvail Dorange[1] e pubblicato in italiano dalle Edizioni BD[2]. Non conoscevo l’attrice né tantomeno la sua storia. Sono così risalito al documentario “Bombshell”[3] che ne ricostruisce con attenzione la vita e utilizza per la prima volta una lunga intervista all’attrice curata dal giornalista e scrittore Fleming Meeks di “Forbes Magazine”, importante periodico economico con costanti approfondimenti anche in campo scientifico e tecnologico.

In realtà il nome originario della Lamarr era Hedwig Eva Maria Kiesler; il diminutivo Hedy era già utilizzato nelle sue iniziali esperienze di attrice in Austria, mentre il cognome d’arte Lamarr le è stato assegnato dal produttore Louis Burt Mayer, il capo indiscusso della Metro Goldwyn Mayer. Erano sul transatlantico Normandie dove Hedy, che aveva già rifiutato un contratto poco vantaggioso con la MGM, sfoggia ad arte la sua bellezza ed eleganza nel ballo di bordo convincendo il produttore ad un contratto di 550 dollari settimanali per sette anni. Siamo nel 1937 e un nome tedesco non era opportuno per il lancio di una nuova star e Mayer, dietro consiglio della moglie che ne aveva colto la somiglianza con una attrice del muto, Barbara La Marr, le assegnò il nome che la contrassegnerà nel resto dei suoi giorni: Hedy Lamarr.

Ma andiamo con ordine.

Cenni biografici: una vita al massimo

Hedy nasce a Vienna nel 1914 in una famiglia dell’alta borghesia ebraica assimilata e non praticante; il padre era direttore di banca di origini polacche e la madre pianista ungherese convertitasi al cattolicesimo.

La giovane amava Vienna e i suoi dintorni che esplorava con il padre; dopo una vita e una carriera passata negli Stati Uniti, per sua volontà le ceneri saranno disperse nel 2000 nella Selva Viennese.

Il rapporto particolarmente intenso con il padre le trasmise la sua passione per le scienze e la tecnologia, più freddo il rapporto con la madre che non faceva mistero che avrebbe preferito un figlio maschio.

Enfant terrible”, come lei stessa si definirà, preferirà non ancora sedicenne abbandonare una prestigiosa scuola privata viennese per accedere agli studi cinematografici della Sascha Film svolgendo sia ruoli di comparsa che di secondo piano e nel frattempo seguire i corsi di recitazione del noto attore Ernst Arndt.

Precoce anche la sua intensa vita sentimentale: uno dei suoi primi amanti fu il giovane attore Wolf Albach-Retty, futuro padre dell’attrice Romy Schneider. Difficile e non certo breve enumerarne tutti i successivi; tra i più noti Erich Maria Remarque nel suo breve periodo in Svizzera (1936-37) e negli USA l’imprenditore, regista, produttore nonché aviatore Howard Hughes con cui ebbe più un sodalizio tecnico-scientifico mentre come amante Hedy non lo considerava un granché, tra i tanti attori  Spencer Tracy con cui ha recitato in tre film della MGM e Charlie Chaplin; non ultimo, il giovane John Fitzgerald Kennedy che bazzicava gli Studios con il suo amico Frank Sinatra e che in ricordo dei loro incontri periodicamente le inviava una cassetta di arance. Agli inizi degli anni ’50, quando era in Italia, è anche girata la voce di un suo “fidanzamento” con Gianni Agnelli.

La pellicola che ha dato notorietà a Hedy e che ha segnato nel bene e nel male tutta la sua carriera è Estasi (1933) del regista ceco Gustav Machatý; girato in Boemia il film all’epoca diede scandalo sia per alcune immagini di nudo che per la prima simulazione cinematografica di un orgasmo.

Di ritorno a Vienna, forse anche per mettere a tacere lo “scandalo” di Estasi, ottenne il ruolo teatrale dell’Imperatrice d’Austria Sissi al Theater an der Wien.

Durante queste rappresentazioni la sua bellezza e portamento fecero colpo sul ricco produttore e commerciante di armi Fritz Mandl che divenne il suo primo marito. Il matrimonio con un uomo più maturo (un ebreo convertito, tremendamente geloso e che soprattutto se ne serviva quale donna immagine al suo fianco nei pranzi di gala con i suoi possibili acquirenti, in particolare nazisti e fascisti) era diventato per lei una prigione, seppur dorata. Un primo tentativo di fuga a Budapest per riprendere l’attività di attrice fu stroncata dal marito che la fece rientrare a forza a Vienna. Il secondo tentativo (1937) andò a buon fine – aveva indossato i panni di una sua cameriera – raggiungendo prima la Svizzera poi  Londra con l’obiettivo ben chiaro di ottenere un contratto con la MGM che le consentisse di emigrare quale attrice negli Stati Uniti.

Hedy con John Loder

Non occorre entrare nel dettaglio degli altri suoi cinque matrimoni: il produttore e sceneggiatore Gene Markey (1939-40), l’attore inglese John Loder (1945-47) da cui ebbe due figli (Denise e Antony), il poliedrico (musicista, attore, albergatore …) Ernst Heinrich “Teddy” Stauffer (1951-52) trasferendosi ad Acapulco dove il marito gestiva un noto night, il petroliere texano Howard Lee (1953-1958) che finanzierà i suoi tentativi di produzione filmica indipendente, ed infine l’avvocato Lewis Bojes Jr. (1963-65) conclusosi con una tribolata causa di divorzio.

Il giudizio complessivo di Hedy sui suoi matrimoni sarà molto netto:

 In sostanza, affermerà, “i periodi più felici della mia vita sono stati quelli fra un matrimonio e l’altro”.

Problematico anche il rapporto con il denaro e i tentativi di attività imprenditoriale e di produttrice cinematografica. A parte il finanziamento di un ristorante (Il Rue) gestito da un georgiano nel cuore di New York e alcune co-produzioni, le due “imprese” principali si sono rivelate un vero e proprio fallimento. Dopo il notevole successo di “Sansone e Dalila(1949) pensò di produrre e interpretare un colossal storico sul tema del rapporto fra bellezza femminile e potere incentrato sugli amori delle donne più famose fra mito e storia. Un progetto faraonico che si ridimensionò a tre episodi: Elena e Paride, Genoveffa di Brabante[4] e Sigfrido, Giuseppina e Napoleone. Girato in Italia (1952-53) con divergenze durante le riprese che la convinsero a passare la regia da Edgar G. Ulmer con cui aveva già collaborato, al francese Marc Allégret. Anche ridimensionato il film fu un fallimento sia artistico che soprattutto economico. Non trovò negli USA un distributore e perse tutti i soldi investiti. Il film uscì poi spezzettato nei diversi episodi con scarsissimo successo. In Italia uscì col titolo L’amante di Paride (1954).

Accantonata l’attività artistica, con il quinto marito, il petroliere texano Howard Lee, si era trasferita a Houston in Texas nel 1954. Durante le vacanze invernali col marito ad Aspen in Colorado si innamorò del posto e, anche stanca del ruolo di moglie da esibire, convinse Howard ad acquistare un terreno con l’obiettivo di costruirvi un resort sciistico.

Vi dedicò molte energie negli anni successivi ricostruendo un ambiente di stile austriaco. Quando i rapporti con il marito, sempre più spesso dedito all’alcool, si incrinarono, negli accordi per il divorzio avrebbe dovuto tenere il resort di Aspen.

Hedy con Sylvia Hollis

In quei giorni il figlio undicenne Tony mentre era in bicicletta venne investito da un’auto pirata subendo gravissime lesioni agli arti e alla testa e lei, sotto shock, non si presentò all’udienza, mandando al suo posto la sua controfigura ed amica Sylvia Hollis. Il giudice si infuriò e decurtò gran parte di quanto le spettava, Aspen compresa, e così il progetto “andò in malora”.

D’altronde lei stessa ammetterà di esser stata “una pessima donna d’affari”, non aveva il senso del rapporto costi-benefici, si tuffava in imprese più per passione che per calcolo economico. Il senso del risparmio proprio non le apparteneva e ne aveva fatto una sorta di edonistica filosofia di vita.

Decisamente più positivo il giudizio che Hedy si è data sul suo ruolo di madre. Quando nel ’47 si concludono le pratiche di divorzio con l’attore John Loder, la figlia Denise aveva due anni e Tony pochi mesi. Il padre se ne disinteressò. Li volle crescere lei stessa sino al loro raggiungimento della indipendenza: “Ero una ragazza madre di quarant’anni.” Per i due figli ha anche inventato un apposito giubbotto salvagente.

Nelle interviste i figli Tony e Denise ricordano come Hedy li avesse educati in particolare ad apprezzare la bellezza della natura, della musica che lei teneva viva suonando di frequente il pianoforte e della pittura, una delle passioni costanti nella vita dell’attrice: lei stessa dipingeva e diceva che non solo le dava soddisfazione ma che era un modo efficace per rilassarsi dallo stress del lavoro; inoltre comprava spesso dei quadri con cui riempiva la sua abitazione. Dall’altro lato la sua educazione era severa, “molto austriaca”, più volta a far acquisire le regole della vita che ad effusioni e smancerie.

La Diva

Ottobre 1937. Arrivo a Hollywood

Quando nel settembre 1937 Hedy scende dal Normandie, viene presentata dalla MGM come la nuova star venuta dall’Europa. Non viene impegnata subito in nuove realizzazioni filmiche ma deve sottoporsi ad una rigida dieta per assottigliarsi secondo i parametri di bellezza allora in auge oltreoceano, imparare l’inglese con una pronuncia accettabile e forse anche per decantare il ricordo dello “scandalo” di Estasi.  Non sopportando troppo a lungo l’inattività, con l’aiuto dell’attore Reginald Gardiner con cui aveva intrecciato una breve relazione e dello stesso protagonista Charles Boyer, riesce a farsi assegnare dal regista John Cromwell il ruolo della bella e misteriosa Gaby in Un’americana nella Casbah (Algiers, 1938). Il ladro francese di gioielli Pepe lo Moko si nasconde nella Casbah di Algeri e rimane affascinato dalla misteriosa e ingioiellata americana:

  • (Pepe) Cosa facevi prima?
  • (Gaby) Prima di cosa?
  • Dei gioielli
  • Li desideravo …

Il film era un remake del film francese Pépé le Moko interpretato da Jean Gabin, decisamente inferiore per trama e recitazione all’originale, anche per le rigidissime regole del Production Code statunitense che costrinsero il regista a modificare in più punti la sceneggiatura; ha comunque inaugurato uno stile artistico (un B/N con scuri contrastati) e di ambientazione tipico di molte pellicole noir a partire da Casablanca (1942)[5].

Ma soprattutto il film consacrò la Lamarr quale la diva per eccellenza del cinema statunitense tra la fine degli anni ’30 e la prima metà del decennio successivo. Una elegante dark lady in grado di sedurre qualsiasi uomo. Non è chiaro quando cominciò a girare l’appellativo “La donna più bella del mondo” ma dopo il film era comunque citato da chiunque parlasse della diva di origine austriaca.

Una bellezza incentrata soprattutto sul volto estremamente regolare che la scriminatura centrale dei capelli neri corvini esaltava al massimo e contrastava con la carnagione di un bianco eburneo. Non mi era inizialmente chiaro quale fosse il colore degli occhi: paiono particolarmente chiari in contrasto con la nerissima capigliatura ondulata. Nelle foto a colori dell’epoca non si capisce anche perché sbiadite: passano dal celeste al verde chiarissimo. Occhi cangianti mi verrebbe da dire. Ho interrogato l’intelligenza artificiale e oltre a banalità risapute sull’attrice mi ha dato una risposta che mi ha lasciato perplesso: “Hedy Lamarr aveva occhi di un colore marrone scuro. … I suoi occhi scuri, intensi e magnetici erano una delle sue caratteristiche distintive, che catturavano l’attenzione in molti dei suoi film.”

Il sito FilmTv nella rubrica “I suoi occhi” riportava questa immagine da “Estasi”.

L’intensità dello sguardo OK, ma in B/N difficile capire. Comunque la successiva visione di molte foto ed anche alcuni ritratti, mi hanno fatto propendere per un verde acqua marina chiarissimo.

Colore scuro e scriminatura centrale dei capelli vennero imitati da altre attrici quali Joan Bennett, Mirna Loy e soprattutto Vivien Leigh, la protagonista di Via col vento. La Disney che stava lavorando a Biancaneve e che aveva pensato inizialmente a una giovane principessa bionda, si affrettò a passare al nero con tanto di “riga” nel mezzo. Soprattutto la figura di Hedy ispirò il personaggio comics della misteriosa ladra di gioielli Catwoman, l’antagonista femminile di Batman.

Il successo d’immagine della nuova diva spinse la MGM a farlo sfruttare al massimo; fino al 1945, anno in cui la Lamarr riuscì a scindere il contratto con la Casa di produzione di Louis Burt Mayer, sono quattordici i suoi successivi film. In particolare si può ricordare La febbre del petrolio (1940) a cui lei stessa volle partecipare nel ruolo non principale della indipendente e spregiudicata Karen, una delle sue migliori interpretazioni. Il successo del film rinforzò la sua immagine e la quantità di lungometraggi in cui venne impegnata.

Un altro personaggio che Hedy tenne a interpretare sarà quello della bella Marvin Myles in uno dei film più riusciti di King Vidor, Il molto onorevole Mr. Pulham (1941): una donna autonoma ed emancipata, ingaggiata come creativa in una società pubblicitaria che rinuncia al matrimonio con la persona amata per non rinchiudersi nel ruolo della moglie altolocata.

Il produttore Mayer voleva invece sfruttare la sua attrattiva erotica (Bombshell) e, per aggirare le ipocrite linee guida del codice Hays le cui ferree regole morali e razziste erano particolarmente rigorose per le donne di “razza” bianca, le impose in più casi ruoli esotici, meticci, sudamericani e addirittura africani a partire dal film successivo a Un’americana nella Casbah: La signora dei tropici (1939) in cui Hedy interpreta il ruolo di Manon, una bellissima meticcia indocinese.

Il punto più basso sarà nel 1942 con La sirena del Congo in cui Lamarr interpreta una giovane ninfomane africana, Tondelayo, che si esibisce in inverosimili danze erotiche africane: filmaccio destinato alla soddisfazione delle truppe in guerra. Il commento sconsolato della coreografa Maria Solveg-Matray: “Hedy avrebbe di certo preferito danzare valzer viennesi”.

Liberatasi finalmente dal vincolo con la MGM intraprende una attività, di attrice e di compartecipazione alla produzione, scegliendosi i ruoli che più ritiene idonei al suo personaggio. Il primo film, del 1946 è Venere peccatrice con un suo ruolo decisamente dark. Le prime sequenze ci mostrano Jenny bambina, monellaccia, figlia dell’alcolizzato del paese, che mette ai suoi piedi tutti i ragazzini della sua età, in particolare Ephraim, figlio dell’uomo più ricco del paese. Il personaggio è delineato: anni dopo sedurrà in successione Ephraim e ne sposerà il padre Isaiah Poster.

Dopo aver portato alla morte il padre alcolizzato e i due Poster ereditandone la fortuna, abbindolerà il bel John portandolo all’altare nonostante fosse già fidanzato con la sua “amica del cuore” Meg. Il film, anche grazie ad una forte campagna pubblicitaria, ebbe un notevole successo nonostante il regista Egdar Ulmer, anch’egli esule ebreo dall’Austria, avesse sino ad allora girato B-movie a basso costo. I due film successivi, un giallo (Disonorata, 1947) e una commedia (È tempo di vivere, 1948) non ebbero fortuna e portarono anche alla chiusura della breve attività di co-produttrice della Lamarr.

Hedy capisce che la sua carriera ha bisogno di un rilancio e l’occasione arriva con la notizia che il famoso regista e produttore Cecil B. DeMille (denominato familiarmente CB negli Studios) sta selezionando attrici per il ruolo di Dalila in una nuova realizzazione, un colossal del genere biblico che lo ha reso famoso: sabbia, sangue e sesso.

Lamarr riesce a imporsi nonostante per quel ruolo concorressero più attrici, non poche di fama[6]; sembra che DeMille si sia deciso dopo aver visionato Venere peccatrice.

Per Hedy Sansone e Dalila sarà anche il primo film a colori e durante la realizzazione non pochi saranno i contrasti con il regista; in particolare riuscirà ad imporre le proprie scelte per i suoi costumi facendo affiancare alla costumista ufficiale anche quello di Elois Jenssen. CB tenderà poi a ridimensionare gli screzi con l’attrice:

Abbiamo discusso un poco, certo, ma ho sempre rispettato Hedy … Lei era combattiva, però faceva tutto ciò che ci si aspettava che facesse. Quando io ero sul punto di scoppiare, lei rimaneva calma. Aveva molto rispetto per se stessa. Tenendo conto della sua fama e della sua bellezza, è una delle persone meno snob che io conosca.

Il film ebbe un enorme successo di pubblico, il primo per incassi nell’anno di uscita (1949) e secondo tra gli anni ’30 e l’inizio dei ‘50, superato solo da Via col vento (1939).

Nonostante la notorietà riconfermata i film successivi non brillano né per qualità né per riscontro di pubblico: abbiamo un noir (L’amante, 1950), una incursione nel western (Le frontiere dell’odio, 1950) e una commedia con Bob Hope (L’avventuriera di Tangeri, 1951).

Nel tentativo di replicare il successo di Sansone e Dalila si imbarca in un metaprogetto di colossal storici (L’amante di Paride, 1954) del cui fallimento ho già parlato.

Dopo una partecipazione secondaria, nel ruolo di Giovanna d’Arco, al film parodistico L’inferno ci accusa di Irwin Allen, interpreta quello che sarà il suo ultimo film: L’animale femmina (1958) diretto da Harry Keller. La sceneggiatura si ispira indirettamente a Viale del tramonto di Billy Wilder.

Vanessa, una famosa attrice oramai alla fine della sua carriera, si innamora e seduce una giovane comparsa del film entrando in conflitto con la figlia adottiva che del giovane era amante. Vanessa capisce che deve farsi da parte e tenta il suicidio. Il film non regge al confronto con quello di Wilder, ma l’interpretazione di Hedy nel ruolo di Vanessa è seducente e convincente. Un addio consapevole alle scene: ha quarantaquattro anni e non si può restare una Diva, La donna più bella del mondo, per tutta la vita.

Scienziata e inventrice

La passione per le scienze e in particolare la tecnologia è stata certo frutto del suo intenso rapporto col padre che la accompagnava per Vienna e dintorni per mostrarle le più recenti innovazioni, dai tram alle centrali elettriche. Era lei stessa particolarmente predisposta a intuire logica e struttura delle apparecchiature tecniche; sin da bambina smontava i suoi giocattoli per poi ricomporli. Più volte citato l’episodio di un carillon che lei, prima ancora dei cinque anni, smontò e rimontò alla perfezione per poi provare a realizzarne alcuni lei stessa.

A scuola la sua materia preferita era la chimica, in particolare per le attività di laboratorio. Dopo il diploma si era iscritta a ingegneria ma non portò avanti gli studi universitari perché ormai l’attività cinematografica aveva preso il sopravvento.

Durante le cene organizzate dal primo marito Fritz Mandl per instaurare rapporti con i possibili importanti acquirenti di armamenti, perlopiù nazisti e fascisti, anche se in apparenza aveva solo un ruolo di contorno (la bella moglie dell’importante industriale) Hedy ebbe la possibilità di ascoltare molto sulla produzione e innovazione bellica capendo molto di più di quanto consorte e commensali potessero immaginare. Il marito però non le permise mai di entrare in fabbrica, non tanto per motivi di sicurezza, ma per la sua ossessiva gelosia: non avrebbe in alcun modo sopportato sguardi maschili di ammirazione per la moglie da parte di suoi operai.

Questa passione scientifica e tecnologica di Hedy si svilupperà in pieno dopo la sua emigrazione negli Stati Uniti; il suo non era solo un interesse teorico ma soprattutto era un approccio operativo e creativo. Scienza e tecnologia servono a migliorare la vita, risolvere problemi e soddisfare esigenze grandi e piccole.

Hedy dormiva pochissimo. Se non recitava (o non era in intimità con mariti o amanti) si esercitava costantemente in un suo attrezzato laboratorio domestico consultando per i suoi esperimenti la propria biblioteca tecnico scientifica ricca ed aggiornata.

L’imprenditore, aviatore ed attore Howard Hughes con cui Hedy ebbe una relazione (cfr. sopra) la accompagnava nelle sua aziende di produzione aeronautica, ammirato per la capacità di Hedy di entrare nel merito dei problemi tecnici e dandole l’autorizzazione a consultare in qualsiasi momento, per le sue ricerche e progetti, gli scienziati e i tecnici alle proprie dipendenze. Tra i regali che il ricco Howard fece all’attrice il più apprezzato fu quello di un laboratorio in miniatura che Hedy poteva utilizzare nel suo camerino tra una ripresa e l’altra. Venuta a sapere che Howard stava lavorando sulla potenza dei reattori per produrre aerei capaci di maggior velocità, Hedy comprese che anche l’aerodinamica poteva avere un ruolo importante. Si dedicò ad uno studio comparato sui pesci e gli uccelli più veloci confrontando in particolare pinne ed ali: la conclusione fu che un aereo per poter incrementare la velocità non doveva più avere le ali approssimativamente rettangolari e perpendicolari rispetto alla fusoliera sino allora in uso, ma triangolari e arretrate rispetto alla direzione di volo. Hughes stesso ricorda nella sua biografia il nuovo progetto di ala fornitogli dalla Lamarr definendola un genio che ha precorso la modellistica aerea dei Concorde.

Quando qualche notizia sulla sua attività scientifica trapelò sulla stampa la MGM fece di tutto per far passare sotto silenzio questo aspetto non noto della Diva nella convinzione che avrebbe nociuto alla sua immagine. La frase più spesso citata della Lamarr recita così:

Consapevole che nella mentalità dell’epoca Bella e intelligente, Diva e scienziata non potevano andare d’accordo, accettò di lasciare sottotraccia questo importante aspetto della sua personalità. Naturalmente non senza amarezza come commenterà molti anni dopo nella sua intervista al Forbes Magazine consapevole che, salvo rare eccezioni, gli uomini non sono mai andati oltre al suo viso e alla sua immagine.

Le sue invenzioni non erano solo rivolte a problemi di alta tecnologia ma anche atte a risolvere e migliorare semplici aspetti della vita quotidiana. Ho già parlato del giubbotto salvagente ideato per i suoi figli. Fra le tante altre il sistema a vite per estrarre e riporre il rossetto senza sporcarsi le dita, un sistema per entrare e uscire dalla vasca da bagno senza pericolo di scivolare, un inserimento a ventaglio di fazzoletti usa e getta di modo che, estraendone uno, esca dalla confezione l’inizio del successivo come oggi perlopiù si usa con le veline per il trucco, una tinta per capelli “Colore Hedy Lamarr” ceduto alla nascente azienda di cosmetici Max Factor che lo commercializzò con un buon successo.  Alcune anche stravaganti come un collare fosforescente per cani o un nuovo tipo avveniristico di semaforo; altre non riuscite come una compressa, destinata a operai e soldati, che avrebbe permesso di ottenere con un bicchiere d’acqua una bevanda simile alla Coca Cola senza dover trasportare le ingombranti bottigliette; funzionava però solo con una certa durezza dell’acqua e non nella maggior parte dei casi.

Ma veniamo alla sua invenzione più importante, il “salto di frequenza” brevettato insieme al musicista George Antheil nell’agosto del 1942. George era nato nel 1900 a Trenton nel New Jersey da genitori prussiani. Bambino prodigio al pianoforte studia musica e ventunenne si reca in Europa dove diventa noto come compositore particolarmente innovativo e frequenta l’intellettualità europea d’avanguardia fra le due guerre. Oltre trecento le sue composizioni che esaltano e riproducono il mondo delle macchine e che presenta in concerti provocatori in cui più volte scoppiano risse nel pubblico fra estimatori e detrattori.

Musicalmente, l’opera considerata il suo capolavoro è il Ballet Mécanique, un balletto animato da sedici pianoforti meccanici sincronizzati suonati dallo stesso compositore. L’opera, nata in collaborazione con il pittore Fernand Léger, nel 1924 diventa anche un film firmato da Antheil, Léger e Man Ray”.[7]

Ritornato negli USA negli anni ’30 entrò in contatto con il mondo del cinema componendo colonne sonore. Tra i suoi molteplici interessi vi era anche la medicina e in particolare gli studi sul sistema endocrino e gli ormoni. Hedy che era spesso angustiata dal produttore Mayer per il suo seno poco prosperoso, sapendo che Antheil avrebbe partecipato ad una cena comune gli fa recapitare un messaggio che è interessata a conoscerlo. George pensa ad uno scherzo ma quando, in ritardo, arriva alla cena vede che il suo posto è proprio davanti alla Diva.

«Mi sedetti e rivolsi lo sguardo a Hedy Lamarr. I miei occhi bruciavano, ma non riuscivo a distoglierli dai suoi. Ecco la donna più bella del mondo, mi dissi. La maggior parte delle regine del cinema non sono un granché quando le vedi in carne e ossa, ma lei sembrava infinitamente più bella che sullo schermo[8]

Siamo nell’estate del 1940; l’attrice non era interessata al musicista ma all’endocrinologo. George le suggerisce una sostanza di attivazione mammaria che però non raggiungerà l’esito sperato. È nata comunque un’amicizia e una stima reciproca rinforzata dai comuni interessi scientifici e dalla preoccupazione di entrambi per lo sviluppo della guerra che vede la Germania di Hitler sempre più forte e aggressiva con l’invasione della Francia e gli attacchi con sottomarini alle navi britanniche in uno dei quali (alla SS City of Benares) erano deceduti dei bambini.

Mentre i siluri tedeschi arrivano a segno quelli britannici erano intercettati dalla marina germanica con un sistema che individuava la frequenza radio utilizzata per guidare i siluri e provocava interferenze atte a deviarli.

Il problema era allora quello dar vita ad un “sistema di comunicazione segreto”, non intercettabile. Mettono insieme le conoscenze di Hedy sui sistemi d’arma che risalivano al periodo del primo matrimonio, lo studio in comune delle modalità di funzionamento di un primo rudimentale telecomando (il Philco Magic del 1939) che permetteva di cambiare a distanza le frequenze di una radio, l’esperienza di George sulle bande perforate che utilizzava per sincronizzare le pianole meccaniche, l’idea di allargare la banda di comunicazione a 88 frequenze (tante quante i tasti di un pianoforte) con salti continui da una all’altra secondo modalità e tempi comuni a emittente e ricevente.

Nasce così il “Sistema di comunicazione segreto” basato sul “salto di frequenza” (oggi tecnicamente definito Frequency-hopping spread spectrum ovvero Spettro diffuso per salti di frequenza) che viene presentato all’ufficio brevetti il 10 giugno 1941 e approvato l’11 agosto 1942 con il numero 2.292.387.[9]

Nel frattempo, dopo l’attacco di Pearl Harbor del 7 dicembre 1942 gli Stati Uniti erano entrati in guerra e i due autori dell’invenzione presentano e mettono a disposizione della Marina il brevetto. La risposta è negativa, formalmente l’obiezione è che è troppo ingombrante per collocalo sui siluri ma non nascondono un certo sarcasmo per la proposta di un musicista eccentrico e una nota Stella del cinema che poco avevano a che fare con l’ambiente militare.

«Credo di conoscere il motivo della loro diffidenza – scrive Antheil in una lettera piena di rabbia e di sarcasmo -. Nel nostro bre­vetto, nell’intento di spiegare nel modo più chiaro possibile il nostro congegno, Hedy e io abbiamo scritto che in un certo senso funziona in modo simile al meccanismo fondamentale del piano meccanico. Apriti cielo! Il reverendissimo e togatissimo signore di Washington che ha valutato il progetto non è andato oltre la lettura delle parole “piano meccanico”. Mi sembra di vederlo: “Mio Dio – deve aver pensato – com’è possibile stipare un piano meccanico in un siluro!”».[10]

Alla Lamarr arriva invece l’invito ad utilizzare il suo fascino per promuovere l’acquisto delle obbligazioni di guerra; invece di mandarli a quel paese come avrebbero meritato, Hedy si impegna in una intensa campagna pubblica organizzata dall’esercito (con tanto di baci alla “donna più bella del mondo” sorteggiati fra i maschi acquirenti) per la vendita dei bond di guerra. Hedy riuscì così a raccogliere ben 25 milioni di dollari dell’epoca (oggi corrispondenti ad almeno 350 milioni) a sostegno delle spese militari. La sua volontà di contribuire comunque alla sconfitta del nazismo le ha fatto mettere da parte l’umiliazione subita. Tanto più che la Marina, pur non utilizzandolo, si è appropriata del brevetto secretandolo in quanto opera di Ennemy Alien (nemica straniera) avendo ancora Hedy la cittadinanza austriaca. Cittadina del Terzo Reich per il brevetto ma patriota americana per la raccolta dei bond di guerra!

Il brevetto come vedremo sarà utilizzato dalla Marina statunitense vent’anni dopo dalle navi da guerra partecipanti al blocco navale durante la Crisi dei missili di Cuba (1962). Non è risaputo se il presidente dell’epoca fosse a conoscenza che le sue navi stessero utilizzando il brevetto della sua giovanile fiamma; comunque in quella occasione non le ha mandato una cassetta di arance.

Il triste declino di una diva

Nel 1957 Hedy aveva partecipato anche a due episodi di serie TV (Shower of Stars e I racconti del West) e dopo L’animale femmina (1958) compare più volte nei salotti televisivi; ma gli anni passano e si rende conto che la sua immagine iconica, la sua bellezza incomparabile, stanno tramontando. Tenta di provvedervi con interventi di chirurgia plastica, allora agli esordi, che in più casi non migliorano, anzi peggiorano, la situazione, specie quelli al viso. A questo si aggiunge un equilibrio psichico instabile con periodi di vera e propria depressione già nel 1958, successivamente al divorzio con il petroliere Howard Lee dopo cinque anni di matrimonio[11] e l’esito disastroso della causa di divorzio con la perdita di Aspen a cui teneva moltissimo.

Solo anni dopo riuscì a capire che le sue crisi ricorrenti e il suo carattere instabile erano dovute ad una dipendenza da anfetamine iniziata negli anni ’50 quando con la MGM cominciò a collaborare il famoso dott. Max Jacobson denominato Dottor Feelgood che appunto faceva “star bene” i suoi pazienti con una siringa di 40 mg. di un suo miracoloso preparato che in realtà era a base di anfetamine. Quando le attrici erano stanche o non troppo in forma sia Louis B. Mayer che Cecil D. Ce Mille chiamavano il Dr. Feelgood per dar loro una “sveglia” con il suo “concentrato di vitamine”.

Il 1966 è l’anno in cui l’immagine pubblica della Lamarr precipita.

Nel gennaio viene arrestata all’uscita dei Grandi Magazzini May di Los Angeles per il possesso di merce non pagata (cosmetici, vestiario intimo …) per 86 dollari. Quando, dopo due ore di carcere, viene rilasciata su cauzione giornalisti e TV sono fuori ad attenderla e la notizia e le sue immagini fanno il giro del mondo. Per qualche giorno è l’argomento di prima pagina della stampa statunitense. Il produttore e regista Bert Gordon che l’aveva contattata per un ruolo nel film La bambola di pezza la rimpiazza con Zsa Zsa Gábor. Nel processo (aprile-maggio), seguito anch’esso con clamore dalla stampa, Hedy verrà assolta ma ne uscirà un’immagine di persona con problemi psichiatrici e forse affetta da cleptomania.

 Negli stessi giorni dell’assoluzione esce alle stampe Ecstasy and me: my life as a woman[12] di cui lei appare quale autrice, mentre era in realtà frutto di due ghostwriter, come concordato dal contratto di Hedy con l’editore newyorkese Bartholomew House. Cy Rise aveva registrato cinquanta ore di intervista con l’attrice mentre Leo Guild aveva redatto il testo.  Quando Hedy legge il libro dato alle stampe si rende conto che è un’opera scandalistica incentrata sulle sue avventure sessuali con uomini e in alcuni casi anche con donne. Se una decina di ore dei suoi colloqui con Rise erano incentrate anche sulla sua vita sentimentale, delle oltre quaranta ore in cui gli altri aspetti della sua vita erano stati affrontati, compresa l’attività scientifica, praticamente nel libro non c’è traccia. I due erano anche riusciti ad acquisire le registrazioni dei colloqui con lo psicanalista Irving Taylor che seguiva Hedy. Nella causa intentata contro l’editore per tentare di impedire l’uscita del libro, il tribunale pur riconoscendo che il testo era “sporco, nauseante e progettato per sfruttare i peggiori istinti del pubblico” ritiene che non si possa impedirne l’uscita a seguito del contratto che era stato firmato con l’editore.

Da quel momento l’attività principale della Lamarr sembra esser quella giudiziaria; con i suoi avvocati intenta numerose cause per danni economici: l’editore di L’estasi ed io, il regista Bert Gordon e un’azienda cosmetica che avevano interrotto i rapporti con lei dopo lo scandalo del taccheggio; il dottor Taylor che aveva consegnato ai due ghostwriter i nastri con le sue sedute psicanalitiche verso cui era giustamente furibonda, ma il caso verrà archiviato nel 1972. Successivamente denuncia un tecnico, riparatore di fotocopiatrici, di averla stuprata sotto minaccia di una rivoltella; il tribunale, nonostante la figura ambigua e morbosa del querelato, non dà credito all’attrice che a sua volta è costretta a risarcire l’accusato. Anni dopo una vicenda simile avrà analogo esito.

Lo stesso ambiente del cinema e culturale statunitense non è tenero con lei. Dopo la perfida battuta di Groucho Marx relativa a Sansone e Dalida (È l’unico film che ho visto dove le tette del protagonista sono più grandi di quelle della star), in uno dei suoi ruoli comico-satirici l’attrice Lucille Ball prende di mira la Lamarr/Tondelayo de La sirena del Congo (White Cargo Parody, 1965), subito dopo l’episodio dell’arresto per taccheggio Andy Warhol nella scuola di cinema della sua Silver Factory propone agli allievi  la sceneggiatura su una taccheggiatrice: “Hedy, or the 14 years old girl”.  Nel 1974 Mel Brooks, storpiandole il nome, chiamerà Hedley Lamarr lo speculatore senza scrupoli del suo Mezzogiorno e mezzo di fuoco. E sono solo alcuni esempi.

Hedy nel 1968 lascerà Los Angeles per New York allontanandosi definitivamente dal mondo del cinema. La sua salute peggiora con problemi alla vista che le operazioni di cataratta risolvono solo temporaneamente e tende sempre più ad isolarsi. Oramai è un’icona negativa e la stampa non la dimentica come quando pubblicano una foto di lei ormai anziana con questo commento “È vecchia e brutta. Non la riconoscereste.”

Gli ultimi anni, dal 1987 li passerà in Florida, prima a Miami Beach e poi in una un residence per anziani a Altamonte Springs.

Nel 1991 si ripete quasi identico l’episodio del gennaio 1966: ad Orlando all’uscita del drugstore Casselberry fa suonare l’allarme per prodotti non pagati: un collirio e un lassativo per 21 dollari e 48 cent. Arrestata e rapidamente rilasciata dopo l’intervento del suo avvocato, Hedy torna a far parlare di sé la stampa non solo statunitense. Sembra il finale triste, molto triste, di quella che era stata “la donna più bella del mondo”.

Gli sviluppi del Salto di frequenza e il tardivo riconoscimento

Il brevetto 2.292.387 Lamarr-Antheil avrebbe dovuto scadere nel 1959 ma già nel 1955 la Marina lo fornisce ad un ingegnere, Romuald Irenus ‘Scibor-Marchocki della Hoffman Laboratories, che lo utilizza per il suo sistema di monitoraggio sonar atto a individuare la presenza di sommergibili; è il sistema Sonobuoy basato su boe cilindriche scaricate in mare da un aereo che vola a bassa quota: sono dotate di sonar sottomarini in grado di comunicare con l’aereo l’eventuale presenza di sottomarini. La comunicazione criptata fra le boe e l’aereo avviene infatti con il sistema del salto di frequenza. Irenus e i suoi collaboratori non sapevano che Lamarr ne fosse l’ideatrice in quanto la firma sul brevetto era “Hedwig Kiesler Markey” e il nome di George Antheil non era particolarmente noto. Pensava fossero due ingegneri della US Navy.

Solo anni dopo verrà a saperlo e pubblicherà un “Pubblico Tributo a Hedy Lamarr”. Il suo sistema non utilizzava le bande perforate ma rulli metallici dentati che appunto producevano salti di frequenza pseudo casuali non intercettabili.

Il sistema viene poi perfezionato nel 1957, sempre su commissione della Marina, dall’azienda Sylvania Electronics di Buffalo utilizzando non più i sistemi elettro-meccanici delle bande perforate o dei rulli, ma i transistor dando vita al sistema di comunicazione criptato Blades[13] utilizzabile non solo per le Sonoboe ma più in generale per le comunicazioni militari. Il suo impiego verrà reso pubblico solo dopo il 1962, l’anno della Crisi dei missili di Cuba, quando lo utilizzano i mezzi militari della Marina impegnati nel Blocco navale dell’isola. Oramai il brevetto Lamarr-Antheil era scaduto! Ai due autori nessun riconoscimento né economico né morale.

Sempre negli anni della guerra fredda in ambito militare si sviluppa Internet per connettere fra loro i centri di ricerca a lungo termine, anche per reagire al sorpasso tecnologico dell’Unione Sovietica che nel 1957 aveva lanciato lo Sputnik. Con il progressivo passaggio di Internet da tecnologia a esclusivo impiego militare e universitario al suo utilizzo pubblico, commerciale e privato, l’interesse per le connessioni wireless diventa centrale.

E qui incontriamo un personaggio essenziale sia per le innovazioni nell’uso di questa tecnologia che per la storia di Hedy Lamarr: il Colonnello David Ralph Hughes nato nel 1928 a Englewood nel Colorado, pluridecorato eroe di guerra in Corea e nel Vietnam che, lasciato l’esercito nel 1973, diventa un tecnico della comunicazione e un militante per il superamento del digital divide a favore delle comunità isolate negli USA e nel mondo (Colorado, Montana, Alaska, Tibet, Galles …) noto per l’appellativo di “broadband cowboy” (cowboy della banda larga). Morirà nel 2021 e sepolto nel cimitero di Colorado Springs; sul sito Find a Grave la scheda a lui dedicata, dopo aver ripercorso la sua carriera militare, scrive:

Si ritirò dall’esercito nel 1973 per perseguire una carriera di servizio altrettanto impegnativa sulle frontiere del cambiamento elettronico. Nel 1982 insegnava un corso universitario online, molto prima che la maggior parte degli americani fosse a conoscenza di Internet. Altruisticamente e senza riguardo per il riconoscimento personale, portò le comunicazioni a banda larga nella San Luis Valley del Colorado e contribuì a rivitalizzare quella che era stata un’economia comunitaria in declino. Ha viaggiato in aree remote per dimostrare che la tecnologia wireless può essere utilizzata in modo efficace ed efficiente.

Scrive Segantini nella sua biografia di Hedy Lamarr:

“Hughes …malgrado la lunga e prestigiosa carriera nell’esercito, è culturalmente e politicamente un progressista, impegnato a favore delle popolazioni più svantaggiate.

David Hughes è tra i primi a capire che, grazie ai costi mino­ri e alla maggior semplicità infrastrutturale, il wireless cambierà le regole del gioco. Ed eliminerà distanze geografiche e sociali un tempo incolmabili, rendendo accessibile ciò che prima era remoto. Con la sua piccola società, si lancia a capofitto nelle comunicazioni wireless e offre collegamenti Internet alle aziende, alle scuole e agli uffici pubblici.

Il «cow-boy tecnologico», come lo chiamano i giornali, utiliz­za un sistema frequency hopping spread spectrum molto simile, nei principi, a quello ideato da Hedy Lamarr e George Antheil, e apparecchiature della Aironet (che oggi fa parte della Cisco) molto costose e appena uscite sul mercato. …

Hughes si batte per eliminare, o almeno ridurre, il divario tra cittadini di serie A e cittadini di serie B. Il suo impegno contro il digital divide, il divario digitale, gli vale lo stesso premio assegnato dalla Electronic Frontier Foundation a Vinton Cerf …”[14]

Lo sviluppo della comunicazione digitale dagli anni ’80 è stato inarrestabile e l’invenzione del salto di frequenza pensato da Lamarr e Antheil per guidare a distanza in modo sicuro i siluri contro le navi naziste è alla base sia dello sviluppo della rete internet che della telefonia mobile attraverso il Wi-Fi che connette reti informatiche locali senza fili, tramite onde radio, il Bluetooth che permette di collegare dati personali senza fili (Wireless) a breve distanza (es. il cellulare con gli auricolari), il Sistema Globale di Comunicazione GSM con le sua successive evoluzioni (3G, 4G), sino al Sistema di Posizionamento Globale (GPS) che attraverso una rete apposita di satelliti permette di trasmettere ad appositi ricevitori (es. i  navigatori e i cellulari più recenti) coordinate geografiche precise. In sostanza tutta la nostra infosfera ha tra i suoi precursori una bellissima diva di Hollywood e un bizzarro musicista sperimentale.

Ma torniamo al colonnello e cowboy digitale del Colorado. Nel 1996 è impegnato in un progetto scientifico ambientale commissionato dall’agenzia scientifica governativa (NSF) per collegare sensori biologici.

Proprio durante la preparazione del progetto per la Nsf, Hughes ha l’occasione di studiare in dettaglio le comunicazioni wireless, lo spread spectrum e la sua storia. E s’imbatte nel brevetto di George Antheil e Hedy Lamarr, che lui ha ammirato, da giovane soldato, come stella del cinema.

Contemporaneamente la Electronic Frontier Foundation avvia l’istruttoria per decidere i nomi dei vincitori del Pioneer Award edizione 1997. Hughes lancia la candidatura di Lamarr e Antheil. … «Promuovere la candidatura di Lamarr-Antheil – racconta Hu­ghes – non è stata impresa facile, perché alcuni, all’interno dell’Eff, non la trovavano coerente con gli scopi istituzionali della fondazio­ne, che si occupa prevalentemente di privacy, diritti e democrazia elettronica». Ma la tenacia del colonnello-tecnologo alla fine riesce ad avere la meglio. La notizia del premio ha una grande risonanza in tutto il mondo.”[15]

Hughes non è il primo ad essersi reso conto del ruolo importante di Lamarr quale scienziata e inventrice. Abbiamo accennato all’inizio alla lunga intervista telefonica che il giornalista e scrittore Fleming Meeks aveva effettuato per il “Forbes Magazine”, importante periodico economico con costanti approfondimenti anche in campo scientifico e tecnologico. Era il 1990 e Hedy aveva 76 anni. Altri periodici con interesse scientifico riprendono l’interesse per la diva inventrice. Nel febbraio 1977 poco prima dell’annuncio del premio della EFF, sul The Wall Street Journal, l’ingegnere ed imprenditore italo-americano Andrew Viterbi, uno dei padri della telefonia mobile, indica nello spread spectrum di Lamarr e Antheil quale concetto alla base dello sviluppo della comunicazione cellulare.

Ma è solo dopo il premio EFF Pioneer Award del 1997, ben cinquantasei anni dopo la presentazione dell’invenzione all’Ufficio Brevetti (1941), che la notorietà dell’altra vita quale scienziata e inventrice di una Diva perlopiù dimenticata diventa di dominio pubblico. Quando le arriva la notizia del premio era consapevole che l’interesse per il suo ruolo di inventrice stava riemergendo. La sua battuta “Era ora!” fece il giro del mondo. Non andò a ritirale il premio – della bellezza della diva non c’era più traccia e non amava farsi vedere in pubblico – e mandò il figlio Tony.

Da quel momento i riconoscimenti si susseguono negli ultimi tre anni della sua vita[16]; sempre nel 1997 è la prima donna a ricevere il BULBIE Gnass Spirit of Achievement Award della Invention Convention, noto come “l’Oscar dell’invenzione” e il premio Milstar della Lockheed Corporation.

Il suo paese d’origine, L’Austria, la riscopre e nel 1998 le conferisce la medaglia Viktor Kaplan[17] dell’Associazione austriaca dei detentori di brevetti e degli inventori (anche in questo caso sarà il figlio Tony a ritirarla) mentre l’anno successivo il Kunsthalle di Vienna organizza un progetto multimediale in suo onore. La Municipalità di Vienna le intitolerà una strada e un premio annuale per giovani scienziate austriache che lavorano nell’ambito dell’informatica.

Riconoscimenti tutti tardivi, molto tardivi di cui l’anziana attrice era consapevole (Era ora!), comunque convinta che i suoi contributi tecnico-scientifici abbiano avuto importanti sviluppi. Conclude la sua ultima video intervista con alcune citazioni fra cui questa con cui esprime con ritrovata saggezza il senso di una vita che lei stessa aveva definito “semplicemente complicata”:

L’inventore Carmelo Amarena, che l’aveva incontrata nel 1997 successivamente affermò:

“Avevamo discusso come due ingegneri di un progetto che ci appassionava. Non avevo mai avuto l’impressione di parlare con una anziana star del cinema, ma con una collega inventrice”. 

Dopo la sua morte gli omaggi si sono susseguiti a più riprese anche recentemente; ne ricordo qualcuno. In Svizzera[19], Austria e Germania, il 9 novembre, data della sua nascita, è dedicato alla Giornata dell’inventore. Nel 2013, l’istituto di ricerca IQOQI ha installato un telescopio quantistico sul tetto dell’Università di Vienna e lo ha intitolato all’attrice nel 2014. Nello stesso anno la National Inventors Hall of Fame di North Canton inserisce nella sua “galleria d’onore” i nomi della Lamarr e di Antheil.  

Per celebrare il 101° anniversario dalla nascita di Hedy Lamarr, il 9 Novembre 2015 Google dedica ah Hedy un doodle con un video animato che ricorda la vita dell’attrice.

Nel 2019 in suo onore un asteroide viene denominato 32730 Lamarr.

Il 27 agosto dello stesso anno la 76° Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dedica la sua giornata di apertura alla proiezione della versione restaurata di Exstase (Estasi) del regista ceco Gustav Machatý già proiettato nel 1934 alla seconda edizione della Mostra del cinema con la presenza della giovanissima interprete, allora ancora con il nome di Hedy Kiesler. Non mancano inoltre utilizzi commerciali del nome dell’attrice come il Grande Magazzino del Lusso inaugurato nel centro di Vienna nel 2024. Fra le curiosità possiamo citare una nave passeggeri con bandiera cipriota costruita nel 2010, tutt’ora operativa e … le Astronavi di Star Trek: dal 2023 la nuova USS Voyager-A è di Classe Lamarr[20].

Postille e considerazioni

Estasi: quale scandalo? Rivisto oggi il film di Gustav Machatý non ha niente di scandaloso, le immagini brevissime di nudo sono quasi impercettibili e la scena dell’amplesso con orgasmo (simulato in modo tale da sembrare più una smorfia) sono nel complesso incredibilmente castigate rispetto agli standard attuali. L’erotismo è più che altro accennato simbolicamente (l’ape sul fiore, la collana che si spezza …). Semmai l’aspetto più trasgressivo è un altro: la giovane sposa che abbandona il marito sfidando la contrarietà paterna e successivamente abbandonerà l’amante allontanandosi di nascosto, scegliendo la propria indipendenza e gestendo con dolce affetto la maternità derivatane. La volontà del regista era quella di reagire alla pratica allora diffusa “di sfornare operette e commedie” con un film sperimentale sia come tematica che come montaggio e come colonna sonora. Un film di buon livello, non solo per l’epoca. Una domanda che semmai oggi possiamo porci è quanto il personaggio di Eva abbia precorso e magari influito sulla vita successiva della sua interprete.

L’ebraismo celato. Hedy dopo l’arrivo in America ha sempre taciuto sulle sue origini ebraiche. Come mai?  La risposta più frequente è riferita alla imposizione del produttore Luis Mayer ai “propri” attori di non far emergere contenuti religiosi, e nello specifico ebraici: i suoi film dovevano essere totalmente espressione e diffusione dello Spirito americano; nel privato però Mayer frequentava la Sinagoga.  Hedy invece ha sempre taciuto, non ne ha parlato nemmeno con i suoi figli.

Molti ebrei “laici” e assimilati per i quali la propria origine era considerata indifferente, sostanzialmente accidentale, di fronte alla tragedia della Shoah vissuta direttamente o indirettamente vi hanno reagito riscoprendo il loro ebraismo per alcuni in versione religiosa, laica per altri[21]. Lamarr ha invece reagito in modo opposto.

Pannello del Museo ebraico di Vienna

La morte del padre Emil nel 1936 quando, tre anni dopo l’ascesa si Hitler, l’influenza dell’antisemitismo nazista in Austria si fa più minacciosa; l’aver voluto a tutti i costi che la madre Geltrud, rifugiata in Gran Bretagna, riparasse negli Stati Uniti non tanto per averla vicina, ma per la paura che a guerra inoltrata la Germania nazista potesse invadere il Regno Unito. Il fatto che il primo episodio reso pubblico di taccheggio con relativo arresto (gennaio 1966) sia avvenuto il giorno dopo aver assistito alla proiezione de L’uomo del banco dei pegni incentrato sulla vita traumatica di un sopravvissuto, visione che l’ha impressionata e sconvolta e che per molti ha condizionato il confuso comportamento del giorno successivo. Tutto ciò mi fa pensare che per la Lamarr l’origine ebraica costituisse una sorta di angosciosa minaccia che, magari inconsapevolmente, ha voluto rimuovere.

Ciò non le ha assolutamente impedito di esercitare il suo impegno civile dapprima volendo a tutti i costi contribuire alla sconfitta di Hitler (i tre brevetti messi a disposizione dell’esercito, la raccolta dei bond di guerra) poi nell’immediato dopoguerra a concorrere, anche se dall’estero, alla rinascita civile e culturale del suo paese natale: con altri artisti di origine austriaca e politicamente schierati a sinistra dà vita presso l’Actor’s Laboratory di Los Angeles ad un gruppo volto alla creazione di un “Teatro austriaco democratico”; l’attore Paul Henreid ne era il Presidente e lei Vice-Presidente insieme a Peter Lorre.

Nel 2019 il Museo ebraico di Vienna ha voluto restituirle pubblicamente le sue origini con la Mostra Lady Bluetoon. Hedy Lamarr (27.11.2019 – 10.05.2020).

Il sistema di produzione hollywoodiano. Il magnate della MGM, Louis Burt Mayer nella sua vita aveva due chiari obiettivi.

Ebreo bielorusso nato nel 1882 a Minsk, emigrato a tre anni con la famiglia prima in Canada e poi individualmente diciannovenne negli States a Boston,voleva essere americano al 100% anglicizzando tra l’altro a tal fine il nome originario (Eliezer o Lazar Meir) e attribuendosi come giorno di nascita il 4 luglio, Giorno dell’Indipendenza. L’altro obiettivo quello di guadagnare sempre di più reinvestendo i guadagni e allargando la propria attività senza porsi scrupoli: dal commercio di rottami ferrosi alla gestione di una sala cinematografica, poi di un’intera catena di Cinema per poi passare alla distribuzione. In questa veste realizza un grosso affare ottenendo dal regista Wark Griffith l’esclusiva per il New England del suo film, il colossal (180’) Nascita di una nazione(1915) dalla regia decisamente innovativa ma apertamente misogino,  razzista e di esaltazione del Ku Klux Klan; un investimento di 50mila dollari che in poco tempo diventarono 500mila. Nel 1918 si trasferisce a Hollywood, sobborgo di Los Angeles dove l’industria cinematografica aveva iniziato a svilupparsi. Diventa produttore e nel 1924 unendosi ad altre società dà vita alla Metro Goldwyn Mayer di cui sarà indiscusso padre padrone. Quando Hedy lo incontra nel 1937 a Londra Mayer è nel paese britannico per offrire per pochi soldi contratti capestro ad attori e soprattutto attrici in fuga dal continente dove la Germania di Hitler aveva già iniziato ad espandersi[22]. Hedy, a quanto risulta, è stata l’unica a rifiutare un ingaggio a basso costo per poi ottenerne uno economicamente ben più vantaggioso sul ponte del Normandie, con regole comunque capestro imposte da Mayer. Con il Magnate della MGM ebbe molti scontri relativi ai film e alle parti che le venivano imposte ma accettava senza obiettare ritmi e modalità di lavoro richiesti: sei giorni alla settimana dalla mattina presto per il trucco sino a notte per le riprese, pillole eccitanti, e successivamente iniezioni, per reggere l’orario di lavoro e sonnifero per dormire in un camerino o una roulotte per poche ore. La figlia Denise dirà: “È stata sfruttata come un cavallo da corsa. Doveva sempre correre.

Bette Davis madrina della figlia Denise di Hedy

La sua amica Bette Davis, che faceva parte della “scuderia” Warner Bross, la major parallela e concorrente della MGM che utilizzava lo stesso tipo di contratti e metodi di lavoro, era un’attrice più combattiva e in un processo da lei intentato (che perse) contro la casa di produzione ebbe a definirne le caratteristiche come un vero e proprio “sistema schiavistico”.

Bellezza e genialità possono convivere? Evidentemente per il sentir comune, non solo dell’epoca, assolutamente no.

Diva e inventrice erano considerate incongrue e non solo i generali della Marina non credettero possibile che “la donna più bella del mondo” fosse in grado di inventare un sistema di comunicazione innovativo, ma anche nell’ambiente giornalistico e scientifico si è poi ipotizzato che in realtà documenti relativi al sistema li avesse trafugati al primo marito o comunque ne abbia appreso i dettagli durante le cene con i rappresentanti militari e politici di alto livello della Germania nazista. Il giornalista e scrittore austriaco Hans Janitschek che la conobbe negli anni ’50 quando era corrispondente dagli Usa per il quotidiano Kronen Zeitung sostenne questa tesi ipotizzando persino che la sua fuga da Vienna fosse concordata con i sevizi segreti britannici. Al massimo una Diva può essere anche una spia, una novella Mata Hari, ma Diva, scienziata e inventrice proprio no! E l’appellativo di “Spia” lo si ritrova ancor oggi a lei attribuito in molti articoli e biografie presenti nel Web. Una fakenew ante litteram.

A proposito di bellezza si può anche ricordare come i suoi canoni prevalenti varino, anche rapidamente e che negli States alla europea Lamarr quale successiva Bombshell ne subentrò una decisamente americana, bionda e prosperosa di nome Marilyn; nemmeno questa sfuggi alle attenzioni di JFK a cui la nuova icona dedicò un indimenticabile Happy Birthday, Mr. President. Era il 19 maggio del 1962 e pochi mesi dopo navi e sottomarini del Presidente che attuavano il blocco navale di Cuba si erano dotati della tecnologia dello spread spectrum della dimenticata Hedy. Corsi e ricorsi, ma anche discrasie della storia e della vita.

Cosa è andato storto nella vita di Hedy? Quasi tutto verrebbe da dire. Una vita che cronologicamente possiamo dividere quasi a metà. I primi 44 anni sino all’ultimo film del 1958 e poi altri 42 sino alla dispersione delle sue ceneri sulle alture di Vienna.

Anni frenetici, una vita vissuta al massimo abbiam detto, sino agli anni ’50. Diva, decantata icona della bellezza in una cinematografia da poco uscita dal muto, ma nessun film realmente memorabile tranne forse quell’Estasi da cui ha dovuto difendersi rinnegandolo nell’ipocrita ambiente hollywoodiano. Film memorabili nella storia del cinema e nella memoria del pubblico le son più volte passati accanto. Il copione teatrale della Principessa Sissi, personaggio con cui ha incantato il pubblico viennese, è stato alla base della sceneggiatura dell’omonimo film che ha poi costituito la fortuna di Romy Schneider.

Dopo Un’americana nella Casbah la Warner Bross aveva ancora pensato a lei per Casablanca ma Mayer si rifiutò di concedere anche per questo secondo film la “sua” attrice a cui invece subentrò Ingrid Bergman.

Quando la contattarono per il ruolo di Rossella O’Hara dopo aver letto il copione disse che era un personaggio troppo piagnucoloso per lei; non a caso scelsero un’attrice che le assomigliava, Vivien Leigh, e Via col vento divenne il film a maggior incasso dell’epoca, tra i più famosi di sempre e ancor oggi replicato periodicamente sul piccolo schermo.

Anche Sansone e Dalila, da lei interpretato, ebbe all’epoca un grande successo che non ebbe però seguito.

E grande fu l’errore della Lamarr di tentare di realizzare un colossal nello stile di Cecil B. DeMille: solo “CB”, definito da Howard Hawksregista talmente pessimo da risultare quasi bravo”, era in grado di replicare se stesso così come fece con l’auto-remake de I dieci comandamenti (1923 e 1956), questi sì memorabili.

Del fallimento di tutti i suoi matrimoni abbiam già detto; nessuno dei suoi sei mariti è stato in grado di andar oltre all’immagine della Diva e accettare il suo spirito di indipendenza.

La sua attività scientifica e di inventrice e il suo più importante contributo allo sviluppo della tecnologia, il salto di frequenza, un po’ deliberatamente, un po’ casualmente rimasero ignorati.

Dagli anni ’60 (la seconda parte della sua vita) tra crisi depressive, presenze nei tribunali per denunce e cause intentate o subite dove gli avvocati sembrano aver sostituito produttori e registi (non a caso il suo ultimo disastroso e brevissimo matrimonio è con un noto avvocato) e interventi malriusciti di chirurgia plastica, inizia un declino che precipita nel 1966 con l’arresto e l’uscita della sconfessata autobiografia. Il tutto, aggravato da problemi alla vista, la porta ad un progressivo isolamento e “ritiro sociale” che nemmeno il tardivo riconoscimento per la sua più importante invenzione sostanzialmente scalfisce.

La figlia, intervistata dopo l’uscita del documentario Bombshell, ha detto che in fondo sua madre era una femminista, solo che ai suoi tempi quella parola non esisteva. Non solo non esisteva la parola ma il contesto etico-culturale non concepiva una donna che privilegiava la sua indipendenza nei rapporti personali e professionali ed inoltre praticava una sessualità libera da remore. Inconcepibile ai suoi tempi, precorritrice di molti anni dell’evoluzione del costume e dei ruoli femminili. Ante litteram. Anche le sue invenzioni, come il suo progetto di Ala ripreso anni dopo dal Concorde e soprattutto il salto di frequenza progettato con Antheil all’epoca delle valvole che dovrà attendere i transistor per trovare piena applicazione, erano decisamente ante litteram.

Una donna bella e geniale decisamente precorritrice: questo il suo grande merito ma anche la sua dannazione. Soprattutto dopo il documentario Bombshell i tributi in suo onore e la esaltazione della sua doppia figura di Diva e Inventrice si sono moltiplicati.

Bisognerebbe anche ricordare che la vita con lei fu tutt’altro che tenera.


Opere principali consultate

  • W. Roy – S. Dorange, Hedy Lamarr. La donna più straordinaria del mondo, Edizioni BD, Milano 2020.
  • E. Segantini, Hedy Lamarr, la donna gatto. Le sette vite di una diva scienziata, Rubettino 2^ed., Soveria Mannelli (CZ) 2011.
  • A. Barbaglia, L’invenzione di Eva. Vita scordata di Hedy Lamarr, la diva geniale (Romanzo), Mondadori, Milano 2024
  • Bombshell. La storia di Hedy Lamarr di Alexandra Dean, USA 2017, DVD ed. Italiana Feltrinelli Real Cinema 2018.
  • … e naturalmente tutti i link presenti nell’articolo.

Appendici scaricabili


[1] La plus belle femme du monde: The Incredible Life of Hedy Lamarr by Roy and Dorange, La Boîte à Bulles, 2019.

[2] Hedy Lamarr. La donna più straordinaria del mondo, Milano 2020.

[3] Bombshell. La storia di Hedy Lamarr di Alexandra Dean, USA 2017. “Bombshell” letteralmente bomba, esplosione; se riferita all’informazione “notizia esplosiva”, se riferito al gentil sesso suona più o meno come “bellezza esplosiva, bomba sexy, uno schianto …”.

[4] Nota anche come Santa Genoveffa.

[5] La Warner Bros aveva infatti pensato alla Lamarr quale interprete, ma la MGM non diede l’autorizzazione per cui il ruolo passò ad Ingrid Bergman: un ruolo che ne sancì la fortunata carriera.

[6] Tra le molte altre Lana Turner, Rita Hayworth e Ava Gardner.

[7] Edoardo Segantini, Hedy Lamarr, la donna gatto. Le sette vite di una diva scienziata, Rubettino 2^ed., Soveria Mannelli (CZ) 2011, p.113-114. Il film Ballet Mécanique è visionabile online > qui <.

[8] Ivi, p. 114-115, tratto dalla autobiografia (Bad boy of Music) di Antheil.

[9] Hedy e George presentarono anche altri due brevetti relativi a nuove armi. Uno permetteva ad un missile antiaereo di esplodere nelle vicinanze dell’obiettivo, pur mancandolo, provocando comunque danni rilevanti.

[10] Segantini cit., p. 128.

[11] Il più duraturo dei suoi sei matrimoni.

[12] Ed. italiana: L’estasi ed io: l’autobiografia di una donna, Sugar, Milano 1968.

[13] “Lame” in inglese; in realtà è l’acronimo di Buffalo Laboratories Application of Digitally Exact Spectra.

[14] Segantini cit. p. 230-231. Il premio assegnato a Vinton Cerf, pioniere dell’informatica e a David Hughes è l’EFF Pioneer Award che ogni anno la Electronic Frontier Foundation assegna a personalità distintesi nel settore della democrazia e dei diritti digitali.

[15] Ivi, p. 231-232.

[16] Hedy Lamarr lascerà la scena terrena il 19 gennaio 2000.

[17] Premio annuale dedicato appunto al noto inventore austriaco Viktor Kaplan, inventore in particolare della turbina che porta il suo nome.

[18] La citazione è in genere attribuita a John Fitzgerald Kennedy.

[19] In Svizzera viene anche ricordato che il Paese fu il suo primo rifugio dopo la fuga dal primo marito e come il suo quarto marito, Ernst “Teddy” Stauffer fosse cittadino elvetico.

[20] “La classe Lamarr è l’evoluzione della classe Intrepid. Si tratta di un vascello scientifico con 29 ponti e 800 membri dell’equipaggio. Il nome di questa classe è una dedica all’inventrice, scienziata e attrice Hedy Lamarr.” (da Wikipedia).

[21] Si può ricordare il Premio Nobel per la Letteratura Imre Kertész, nativo di Budapest e sopravvissuto giovanissimo ai lager; a lui ho dedicato un artico su questo blog.

[22] La Saar nel 1935 e la Renania nel 1936.



Arnaldo Ceccherini “Tenente Pascoli” caduto in difesa dell’Ossola Liberata

Pubblicato sul n. 3/2024 di “Nuova Resistenza Unita

Nell’attacco all’Ossola libera che si sviluppa inizialmente da est lungo la Val Cannobina a partire dalla notte fra l’8 e il 9 ottobre ‘44 vengono giustamente ricordati quali primi difensori caduti al Sasso di Finero il 12 ottobre Attilio Moneta e Alfredo Di Dio, mentre perlopiù si ignorano Aldo Cingano e Arnaldo Ceccherini caduti due giorni prima sull’altro versante della Cannobina, a ridosso dello spartiacque con le vallate del Verbano.

Aldo Cingano riposa nel Cimitero di Intra nell’area riservata ai partigiani; di lui e del contesto in cui è caduto sotto il fuoco tedesco, su questa rivista, è stato scritto in due occasioni, sia pur all’interno del ricordo di altri partigiani della Cesare Battisti[i]. Di Arnaldo Ceccherini si trova traccia solo all’interno dell’elenco di oltre mille caduti del Novarese pubblicato nel 1970[ii].

Eppure la fotografia del bel monumento a lui dedicato, eretto per volontà della famiglia nel secondo anniversario della morte sulle pendici del Bavarione ove cadde, fa da copertina alla Cartina storico-escursionistica della ValGrande[iii]. Allora, come si vede ancora dalla foto del 2014, il cippo dominava entrambi i versanti dell’altura che precede la conca da cui successivamente si inerpica l’ultimo tratto che porta alla cima. Oggi il bosco ceduo ne impedisce la visione e lo si ritrova improvvisamente davanti dopo una svolta del sentiero segnalato quale trekking collegato alla Zip-line (Pian d’Arla, Bavarione, Passo Folungo).

In occasione della pubblicazione per l’80mo dei caduti di Colle e del Vadàa[iv] sono stati raccolti alcuni scritti e documenti che oggi ci permettono di ricostruire un esemplare percorso di vita di un giovane cresciuto durante il fascismo che, abbandonate le suggestioni culturali precedenti, diventa antifascista, rifiuta dopo l’8 settembre di aderire al alla RSI per poi unirsi, con la liberazione dell’Ossola, alle formazioni partigiane consapevole di quali rischi questa scelta comportasse.

Gli archivi della resistenza ci dicono che Arnaldo era nato a Milano il 17 febbraio 1921. Il Padre Mario, originario della Toscana, si era infatti trasferito a Milano e successivamente a Como. Una importante ricerca di studenti e docenti del Liceo Parini di Milano[v] sulle conseguenze delle leggi razziali per docenti e studenti della scuola ci segnala la presenza di Ceccherini:

Cesare Cases (Milano, 1920 – Firenze, 2005), germanista, saggista e critico letterario. È studente del Parini fino al 1937/38, anno in cui frequenta con esito positivo la II liceale A, ma viene espulso a causa delle leggi razziali. Già negli anni del Parini ha modo di mostrare le proprie capacità letterarie, spronato da un’accesa rivalità con un compagno di classe, Arnaldo Ceccherini, che lo scrittore ricorderà con ironia nel saggio del 1978 Cosa fai in giro.”

Il saggio di Cases, un piccolo gioiello letterario[vi],ripercorre il suo rapporto laico con la cultura ebraica prima e durante le leggi razziali e Ceccherini, a cui dedica tre pagine, vi rappresenta un antisemitismo letterariamente ingenuo, ma anche l’evoluzione di una generazione che prende consapevolezza degli inganni del regime. Ne riporto alcuni passi.

No, si può dire tutto di Milano, non che fosse una città an­tisemita. L’unico antisemita che avevo trovato a scuola non era milanese, e poi non era nemmeno antisemita. Si chiamava Arnaldo Ceccherini ed era toscano. Era un ragazzo biondastro, un po’ flac­cido e esangue, molto educato e ben curato, che perseguiva un culto della toscanità nutrito di letture principalmente di Papini. Il suo antisemitismo, del tutto libresco, veniva di li, da quel nazio­nalismo regionalistico e terragnolo che prosperava solo tra i toscani maledetti e per cui gli ebrei erano i prototipi degli uomini sradi­cati, cosmopoliti […]. In realtà era­vamo profondamente affini, due intellettuali in erba maldestri e in­troversi che si trovavano male nel loro ambiente e che fuggivano in un mondo che per me era astrattamente culturale mentre per lui assumeva i contorni dell’anticapitalismo romantico e del ritorno alle origini. […]

Il mio ambivalente rapporto con lui […] avrebbe potuto assumere forme più pacifiche se non fosse stato attizzato dallo spirito spietatamente concorrenziale instaurato dal professore di lettere dell’allora ginnasio inferiore. Costui, un bel vecchio dai baffi bianchi in procinto di andare in pensione, era un genio della repressione scolastica. […] In questo clima io e Ceccherini, entrambi ossequienti e con la vocazione del primo della classe, avevamo spesso l’occasione di pro­varci la lezione a vicenda ponendoci tranelli e rimproverandoci di non saper pronunciare giusto lui il nome di Shakespeare e io qual­che ribobolo toscano. Il contrasto veniva cosi sempre riaperto, finché in terza gin­nasio i nostri compagni, che stentavano a capirne le ragioni e meno ancora capivano perché esso avvenisse tra due personaggi così si­mili tra loro e diversi dagli altri, non ne ebbero le scatole piene e non ci costrinsero alla soluzione che pareva loro l’unica ovvia: la singolar tenzone. Essa ebbe luogo un pomeriggio, dopo la scuola, sul vicino ponte di San Marco, oggi scomparso insieme al naviglio che scavalcava. Ci picchiammo, per quel che potevano le nostre deboli forze, con gran gusto e di santa ragione […] al centro del pon­te, assistiti dai compagni tripudiami che tifavano non per l’uno o per l’altro, ma per entrambi quei titani dell’impotenza. Se Arnaldo era più grande e grosso di me, io avevo più forza nervosa, sicché pressappoco ci equivalevamo e la lotta si sarebbe protratta a lungo senza tema che qualcuno fosse costretto a buttarsi in acqua come Rodomonte a Parigi, se gli organizzatori dello spettacolo, paghi del divertimento, non l’avessero interrotta spingendoci a darci la mano. In effetti dopo la battaglia i nostri rapporti migliorarono. In quarta Ceccherini andò in un altro ginnasio. Lo rividi ancora qualche volta, l’ultima nel 1939, nel ridotto del loggione della Scala […].

Arnaldo aveva perso la pinguedine infantile, era diventato un bel ragazzo alto e asciutto. Non era più antisemita, anzi era un deciso antifascista. Ci abbrac­ciammo. Dopo la guerra seppi che era morto, partigiano. Addio, caro nemico, riposa in pace finché le tombe non si scoperchieranno e noi torneremo sul ponte di San Marco a picchiarci per l’eternità. Forse è solo per ritrovarti che sono sceso nel pozzo del passato.

Ceccherini dopo il liceo frequenta la facoltà di Giurisprudenza e, prima di laurearsi in Legge, viene richiamato in qualità di ufficiale della Guardia alla Frontiera (GAF), il corpo militare istituito da Mussolini nel 1934 accorpando reparti del Genio, Artiglieria e Fanteria, denominato ironicamente dagli alpini “la vidoa” (la vedova) per il caratteristico cappello da Alpino, privo però della penna. Ceccherini è di stanza a Iselle quando, poco dopo l’8 settembre, il reparto si scioglie spontaneamente.

All’annuncio dell’armistizio e al dissolvimento del presidio […] ci si raccolse per la mesta cerimonia dell’ammainaban­diera. Erano circa le cinque del pomeriggio dell’11 settembre 1943. Ceccherini, il più giovane degli ufficiali, uno dei nuovi tenenti del caposaldo, raccolse fra le sue braccia il tricolore con al centro lo stemma sabaudo. Tutti erano profondamente abbattuti dopo tanti mesi di guerra[…] quella fine così ingloriosa riempiva tutti di umiliazione. […] Il Ceccherini, dopo un primo periodo di sbandamento nei dintorni di Domodossola, entrò in Svizzera uscendone alla liberazione del settembre 1944 e partecipando da allora in avanti alla lotta partigiana col nome di copertura di «Tenente Pascoli».”[vii]

Il “Tenente Pascoli” – da sottolineare il riferimento letterario non più all’oltranzista cattolico Papini, ma al socialisteggiante poeta romagnolo – si arruola nella “Cesare Battisti” come semplice partigiano e nei primi di ottobre è inquadrato nel “Plotone Esploratori” guidato da Nino Chiovini e dislocato da Piazza (sopra Trarego) al Bavarione in difesa dell’Ossola liberata.

L’attacco nazifascista alla “Repubblica ossolana” non inizia, come si prevedeva, sulla piana tra Mergozzo e Ornavasso, ma il 9 ottobre in Valle Cannobina coinvolgendo sia il fondovalle che entrambi i versanti ed è guidato (Operazione Avanti) dalle SS Polizei Rgt. 15 ritornate nel territorio dopo il rastrellamento di giugno[viii]. Per l’attacco, oltre le forze dislocate a sud nella bassa Ossola, in Cannobina sono impiegate quattro colonne: fondovalle, versante sinistro (nord) dove è schierata la “Perotti” di Frassati, versante destro e contemporaneo accerchiamento, con una colonna proveniente da Intra e Pian Cavallo, della postazioni della “Battisti” e della “Valgrande Martire” schierate da sopra Trarego al Vadàa. Di seguito il commento e i ricordi di Chiovini:

Ai partigiani addestrati ai colpi di mano, alle azioni offensive, ai rapidi sganciamenti, si chiede questa volta un compito diametralmente opposto, difendere il terreno. Le piccole vecchie formazioni che in poche settimane sono diventate brigate e divisioni, si sono appesantite con l’adesione di giovani entusiasti ma ancora impreparati fisicamente, militarmente, moralmente. E le armi sono sempre quelle: buone per l’offesa e neppur tanto, ancor meno per la difesa.  Dobbiamo nel contempo ammettere che una proposta di abbandonare il territorio della Repubblica ossolana senza combattere, da qualsiasi parte fosse avanzata, è impensabile, acquisterebbe immediatamente il sapore della diserzione, forse del tradimento. Non è possibile altra scelta che la difesa dell’Ossola. È questo il prezzo politico e di sangue che la Resistenza è tenuta a pagare.”[ix]

Sul versante destro lo sfondamento avviene a Pian Puzzo tra il 9 e 10 ottobre.Questo il ricordo di Peppo nel suo diario partigiano:

 “Il nemico attaccò la sera dell’otto ottobre in Valle cannobina, mentre il cielo cominciò a vomitare pioggia … Estenuanti turni di guardia venivano sostenuti sotto una pioggia incessante e gelida che ci faceva sentire liquefatti. Nel tardo pomeriggio del secondo giorno cominciarono ad affluire partigiani sbandati provenienti dall’alto, dall’asse Colle-Pian Puz. Dai loro racconti comprendemmo che una colonna tedesca aveva raggiunto inaspettatamente Pian Puz attraverso una marcia nel bosco e, insieme ad un reparto corazzato giunto in seguito lungo la rotabile, sotto una bufera di neve, aveva sorpreso alle spalle e sopraffatto il nostro schieramento, che aveva subito forti perdite. Contemporaneamente in valle Cannobina avevano ceduto le nostre difese del fianco sinistro; al nemico che aveva potuto raggiungere Cùrsolo, tutto diventava più facile. Era la rotta.”[x]


È durante questo attacco accerchiante che, il 10 di ottobre, sulle pendici del Monte Bavarione cade Arnaldo Ceccherini. Del suo rigoroso spirito partigiano e del suo sacrificio abbiamo il commosso ricordo di un suo commilitone.[xi]

Dalla lettera di un soldato del «Tenente Pascoli.

Lo conobbi che da poco era uscito dalla Svizzera, chiaro era dunque il suo scopo; da allora gli sono sempre rima­sto vicino, dormivamo nella stessa stanza lassù a P. Ca­vallo, a causa della scarsità mangiavamo spesso con lo stesso cucchiaio, era tenente ma faceva tutto quanto gli veniva ordinato senza avan­zare alcun diritto, lo sentivo ritornare dalle lunghe ore di guardia notturna fra un clima impossibile, senza un lamento. Sempre pronto a descrivere con umorismo le cose più insopportabili come la fame, la pioggia, il freddo. Mentre ci avviavamo per dare il cam­bio alla pattuglia che sta­va presso una mitraglia sul monte di Archia (erano circa le due del pomeriggio e dalle due di notte eravamo in cam­mino) mi disse che se fossi andato a Milano lo avrei tra­vato sempre in pantofole, an­che i suoi piedi erano presso­ché laceri. Arrivati al punto stabilito trovammo soltanto i segni della postazione; fum­mo presi dal primo dubbio e ci avviammo verso la cima, certi che la pattuglia si fosse trasferita lassù. Io rimasi indietro qualche minuto e quan­do raggiunsi il gruppo egli era già presso l’arma con il moschetto puntato. Tutti era­no calmi ma ciò che mi stupì fu il suo atteggiamento non solo calmo, ma come al solito pacifico. Sicuro di se stesso si accingeva a compiere l’estre­mo dovere.

Poi durante la sparatoria un compagno gridò: «Pascoli è ferito!». Pascoli non era fe­rito, era morto, questo potei constatare quando con un al­tro cercavo di trascinarlo in un luogo riparato. Non riuscimmo a smuoverlo, ebbi la sensazione che nel disperato tentativo si fosse aggrappato a quella terra pur di non ab­bandonarla. Tre colpi di mitraglia apparivano sulla sua gamba sinistra, certo era sta­io colpito anche al petto. Egli è rimasto là ad aspettarci. Come fu semplice nella vita, con semplicità seppe affrontare il sacrificio.

La famiglia, con l’attiva collaborazione dell’ANPI di Verbania, porterà la salma nel Cimitero di Como ed erigerà il monumento che, pur attorniato dal fogliame, ancor oggi lo ricorda. Nel ventennale, su iniziativa del Comune di Aurano, in presenza del senatore Carlo Torelli, ai suoi familiari è stata consegnata una medaglia commemorativa. Poi un lungo silenzio che abbiamo ritenuto doveroso interrompere con queste note.


­­­Con virtù di eroe e semplicità di Santo combattendo nelle file della Brigata Alpina Cesare Battisti

qui

fece olocausto della sua radiosa giovinezza per la libertà e l’onore della Patria il S. Tenente Arnaldo Ceccherini Pascoli

laureando in Legge di anni 23.

I genitori inconsolabili posero nel II Anniversario della gloriosa morte.

10 0ttobre 1946.


[i] Resistenza Unita 11/1999 p. 6 e Nuova resistenza Unita 11/2007 p. 8.

[ii] Resistenza Unita 2/1970 p. 5-15. In alcuni testi il nome è erroneamente riportato come Ceccarini o Ceccarelli.

[iii] Pubblicata nel 2014 a cura del Parco Nazionale ValGrande e della Casa della Resistenza.

[iv] Alpe Colle 23 luglio 1944. I caduti sulla strada del Vadàa giugno – ottobre 1944, edito Casa della Resistenza con testi di Paolo Tosi, Gianmaria Ottolini e Flavio Maglio.

[v] Il dolore di avervi dovuto lasciare, Milano 2014, p. 21.

[vi] Pubblicato sul n. 11-12/1978 de Il Ponte dedicato alle leggi razziste fasciste (La difesa della razza). Riedito con pref. di L. Baranelli nel 2019 dalle Edizioni dell’asino (2019).

[vii] Paolo Bologna: “Cronaca di una fuga” in Sentieri della Ricerca, n. 6, 2° semestre 2007, p. 18.

[viii] Cfr. E. Massara, Antologia dell’Antifascismo e della Resistenza Novarese, Novara 1984 p. 377-379 e R. Rues, SS-Polizei. Ossola-Lago Maggiore 1943-1945, Insubria Historica, Minusio (CH) 2018.

[ix] I giorni della semina, Tararà 2005, p. 129-130.

[x] Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà 2012 p. 131-132.

[xi] “Arnaldo Ceccherini. Dalla lettera di un soldato del «Tenente Pascoli»”, in Ossola insorta, Milano 23.09.1945.

Una parola: Utopia

È in distribuzione il numero 3/2024 di Nuova Resistenza Unita che, in concomitanza con l’80mo della “Repubblica dell’Ossola”, è in gran parte dedicato alla più importante Zona libera partigiana dell’autunno del 1944. Per questo numero, anche su implicito suggerimento del prossimo Convegno Nazionale Progetto e Utopia. Repubbliche partigiane e Zone libere nella Resistenza italiana, il mio contributo nella rubrica “Una parola” è dedicato ad un vocabolo di cui, in questi tempi bui, abbiamo ancora bisogno.

Tutto è stato detto. Senza dubbio. Se le parole non avessero cambiato significato, e i significati non avessero cambiato parole.

 (Jean Paulhan)               

Utopia

Alcune parole, non molte a dire il vero, hanno una data e una paternità definita. Il termine Utopia compare infatti per la prima volta nel 1516 nel titolo di un’opera dell’umanista londinese Thomas More. Edita nella fiamminga Lovanio si divide in due parti; nella prima si descrivono le deleterie conseguenze delle recinzioni (enclosures) che trasformavano le aree coltivate in pascoli (le pecore hanno scacciato gli uomini) gettando la mano d’opera agricola nella miseria. La seconda parte, che ha poi dato titolo al volume, presenta l’immaginaria Isola di Utopia di cui vengono descritti i felici e perfetti ordinamenti sociali.

L’etimologia è duplice, si sottolinea nell’edizione del 1518: la parola deriva dal greco “0U TOPOS” e significa, “non-luogo”, nessun luogo, (nowhere) cioè luogo immaginario, ma anche da “EU TOPOS”, ovvero “luogo felice”: un immaginario luogo felice con duplice funzione (le due parti dell’opera): analisi critica della realtà e prefigurazione di un ordinamento giusto e razionale.

Non è un “genere letterario” nuovo (basti richiamare La Repubblica di Platone) ma More gli ha dato il nome e precisato il canone: descrizione dettagliata del “non luogo” (Isola, Città, Stato …) da parte di un osservatore (viaggiatore, naufrago ecc.) che rappresenta il punto di vista esterno del lettore. Molti i sottogeneri che dipendono sia dalla collocazione temporale dell’Utopia (passato, presente,  futuro, tempo parallelo …) che dal luogo (isole/città rimaste isolate, società primordiali non contaminate, altri pianeti ecc.); tralasciando versioni mitiche, fiabesche o fantascientifiche, sul piano politico l’Utopia può presentarsi quale progetto, prefigurazione di una società giusta e libera: come stimolo al pensiero critico sul presente e quale programma di massima verso cui indirizzare l’azione.

Repubblica dell’Utopia” è stata più volte definita la “Repubblica dell’Ossola”; in un convegno del 2014 Pier Antonio Ragozza sottolineava come l’esperienza ossolana non potesse dal punto di vista storico e istituzionale esser definita “Repubblica”, e più propriamente costituisse una anticipazione della Repubblica.

Da tempo la versione letteraria più diffusa è l’Utopia negativa o Distopia, Utopia che si trasforma nel suo contrario e che fa implicito riferimento ai fallimenti di trasformazioni rivoluzionarie che hanno voluto imporsi come utopie realizzate, come società chiuse non più modificabili, in sostanza come potere non discutibile. Il filosofo Ernst Bloch rimarcando la necessità di mantener vivo lo “Spirito dell’Utopia”, di lasciare sempre aperta la dialettica realtà – speranza, sottolineava come qualsiasi sogno, anche se realizzato, non è mai completo ma “mantiene un residuo, fatto d’aria e di vento, eppure più consistente della carne, un residuo che si fa sentire.”

Gino Vermicelli, nella sua saggezza partigiana, ha ben declinato questa esigenza nel suo “Viva Babeuf!”:

A volte può essere più bello camminare che arrivare … Arrivare non esiste, è solo un momento del cammino”. E ricordo come in una presentazione pubblica del romanzo, mi pare a Borgomanero, ne abbia espresso in modo giocoso il senso profondo con una variante improvvisata de “La partenza del Crociato”. Suonava pressappoco così:

Sbarcò Anselmo e a quella gente / Tosto chiese “È qua l’Oriente?”

“Se l’Oriente vuoi trovare / Sempre più in là tu devi andare!”


Spunti per una identità territoriale, rileggendo Chiovini, Ferrari e Ragozza

È appena uscito il n. 3/2024 di “Alternativa A”, rivista trimestrale rivolta a operatori e volontari del settore sociale e a chiunque a vario titolo abbia interessi nei confronti del terzo settore, pubblicazione che dal gennaio 2022 esce online e con la quale già in due precedenti occasioni ho avuto l’onore – e l’onere – di collaborare[1]. Diversamente dalle tematiche solitamente caratterizzanti questo periodico – il territorio del VCO e le sue tematiche socio-economiche – in questo numero la redazione ha voluto allargare il campo approfondendo il tema “della dimensione temporale, dello scenario storico in cui le nostre esistenze, consapevolmente o meno, si inseriscono. E, più in particolare, della dimensione storica che più ci tocca, che più c’è vicina, che più ci appartiene come memoria, la storia delle nostre comunità, dei nostri territori.”

Numerosi e stimolanti i contributi come si può verificare dal sommario che allego in calce. Affrontando, come richiestomi, gli importanti contributi di Nino Chiovini, Erminio Ferrari e Pier Antonio Ragozza mi è parso utile declinarli alla luce del loro fondamentale apporto alla costruzione di una identità territoriale.


Identità territoriale

Il termine “identità”, nella sua accezione socio-antropologica (appartenenza consapevole ad una comunità) va trattato con una buona dose di cautela. Sia perché, come sottolineava Annibale Salsa[2] oltre tre lustri addietro, le identità tradizionali hanno subito i processi di trasformazione economica e omologazione comportamentale regredendo a fenomeni quali la folklorizzazione e un esasperato localismo, sia perché il richiamo alla “purezza” di presunte identità etniche rappresenta oggi la nuova frontiera del razzismo[3] che dietro alle parole “etnia” (e “cultura”) ripropone i vecchi miti della razza da difendere contro le presunte contaminazioni (es. “sostituzione etnica”). Le identità per ciascuno di noi sono plurime (nazionale, religiosa, professionale e magari sportiva ecc.) e fluttuanti, sempre meno “ascritte” e sempre più frutto di un processo di costruzione.

«la “identità” ci si rivela unicamente come qualcosa che va inventato piuttosto che scoperto; come il traguardo di uno sforzo, un “obiettivo”, qualcosa che è ancora necessario costruire da zero o selezionare fra offerte alternative, qualcosa per cui è necessario lottare e che va poi protetto attraverso altre lotte»[4].

L’identità territoriale, in particolare per chi ama e si identifica con questa terra fra le Lepontine e le rive dei nostri laghi, va assunta pertanto come un compito. Una identità problematica come sottolineavo qualche anno fa[5] sia per l’assenza di una denominazione (Come ci chiamiamo noi del VCO?) che di un perimetro che non sia solo istituzionale.

Ogni identità si forma e consolida attraverso un duplice processo di riconoscimento: interno e esterno, auto-riconoscimento ed etero-riconoscimento (come mi vedo, come “noi” ci vediamo e dall’altro lato come “gli altri” mi e ci vedono). Una identità solida / forte presenta elevata congruenza fra auto riconoscimento ed etero riconoscimento. Viceversa la dissonanza fra i due lati dello specchio è indice di una identità fragile o comunque ancora non pienamente formata. A quanti di noi è capitato, in giro per l’Italia e oltre, di aver difficoltà a chiarire da dove veniamo!

Tralasciando le tematiche del nome e del perimetro provo ad accennare ad alcuni spunti che ci possono indirizzare verso una più consapevole identità territoriale, identità che non ha niente a che vedere con “il sangue e il suolo” (biologicamente ascritta), ma acquisibile – ovunque e da chi si sia nati – con la conoscenza storica, paesaggistica e letteraria di queste terre.

Il Paesaggio

Se il concetto di identità rimanda al concetto di comunità quello di identità territoriale rimanda a quello di Paesaggio, non nei termini tradizionali, ma per come il paesaggio viene oggi concepito. Tradizionalmente infatti ‘paesaggio’ era collegato a panorama: visione globale, dall’alto, verticale; porzione di territorio sottoposto ad uno sguardo capace di coglierne l’unitarietà, l’armonia e la bellezza anche nella sua varietà. In genere si fa risalire la prima descrizione di un paesaggio al Petrarca:

«Nell’aprile del 1336 Francesco Petrarca salì in vetta al Mont Ventoux, il “Monte Ventoso”, nelle Alpi sud-occidentali della Francia. Il racconto dell’impresa di Petrarca è considerato la più antica descrizione di un paesaggio nella storia della letteratura. Chi, come il poeta, ha scalato questo monte straordinario, può immagi­nare il motivo per cui, proprio in questo luogo, si comprende cosa sia il paesaggio: lo sguardo va lontano, oltre le montagne e le colli­ne, le creste rocciose, le vette boschive; oggi, esattamente come al­lora per Petrarca, si scorgono il Rodano e le coste del mar Mediter­raneo. Si ha l’impressione di avere sotto di sé l’intera Provenza.»[6]

Gli studi più recenti privilegiano una visione orizzontale, ad altezza d’uomo: vederlo pertanto dall’interno, percorrerlo, viverlo. Non panorama ma percorso, cammino sapiente. Se nella concezione tradizionale il paesaggio si connetteva alle arti figurative (pittura, fotografia), la concezione odierna mette in campo la fruizione culturale del territorio ovvero saperlo ‘leggere’ nei suoi segni e nella sua storia e cultura e saperlo metterlo a frutto, ‘valorizzare’. Si passa così non solo da una visione verticale a una orizzontale, ma anche da una concezione contemplativa ad una attiva.

Come costruire allora una “identità territoriale”? Indispensabili sono i nostri scrittori che possono accompagnarci nel cammino. Non mi pare possibile citarli tutti: ne tralascerei – per dimenticanza o non conoscenza – certamente alcuni. Mi soffermerò da un lato su chi più di tutti ha aperto la strada alla conoscenza e riflessione della storia e cultura della nostra terra, Nino Chiovini, e a due che troppo presto e inaspettatamente ci hanno lasciato: Erminio Ferrari e Pier Antonio Ragozza. Con una ulteriore limitazione: non le storie e le narrazioni ma alcune loro descrizioni di “marcatori territoriali”.

Negli studi sulle identità nazionali vengono definiti “marcatori” le caratteristiche utili per identificare una persona come in possesso di una particolare identità nazionale; inizialmente si tratta di aspetti fisici, corporei (acconciature, tatuaggi, abbigliamento, comportamento non verbale ecc.) per poi svilupparsi negli aspetti culturali (lingua, simbolismo, mitologia, religione, arti, professioni tipiche ecc.). 

Chiamo allora “marcatori” dell’identità di un territorio quegli indicatori materiali che, grazie alla mediazione dei nostri scrittori, possiamo ri-conoscere come “tipici” durante il cammino.

Nino Chiovini

La scrittura di Chiovini è una scrittura morale: mi è parso di riconoscerne la cifra specifica nella sua capacità (e volontà) di dar parola[7]. Non si tratta solo di un “mettersi di lato” per dar voce a chi non l’ha più, o che mai era stato ascoltato, ma di un utilizzo sapiente delle modalità di ascolto attivo, di “far spazio” e rendere protagonisti i portatori delle “storie della resistenza” e i rappresentanti della “civiltà rurale montana” che ha caratterizzato per secoli gran parte del nostro territorio. E, per quel che qui intendo sottolineare, “dar voce” anche ai luoghi perché nei loro nomi e nei loro segni materiali ci possono parlare purché la nostra mente ne sia attrezzata e consapevole. Le lingue locali e, in particolare, la toponomastica ci parlano dell’origine e della funzione assegnata a quelle località. Di seguito alcuni esempi.

«… a partire dal XII secolo […] nei documenti conosciuti dell’epoca ricorre sempre più spesso il termine di runca, ossia terra dissodata di recente, voce derivata dal latino classico runco, runcare (sterpare, dissodare), giunto alla soglia dei nostri giorni nel medesi­mo significato con il verbo dialettale runcàa e con i toponimi deri­vati, che indicano luoghi del territorio utilizzato con precise carat­teristiche; Runch, Runchett, Runcàsc, Runcutìn, ossia luoghi colti­vati, a media/breve distanza dal centro abitato.»[8]

«Nei dialetti alto novaresi, per indicare gli alpi si usano i termi­ni di curt (mediato dal latino cohors inteso come spiazzo o radu­ra) e di alp di origine celtica, insieme a quello di munt (monte) usato prevalentemente nell’alto Verbano per indicare gli alpi maggengali o primaverili, mentre quelli di piazza e di culma sono riservati agli alpi posti a ridosso di un colle.»[9]

Possiamo, grazie alla toponomastica, ad esempio individuare l’origine quali “località in cui … venivano concentrate o confinate le greggi di capre”, considerate dannose per le coltivazioni vicine ai centri abitati, nel nome di molte località del Verbano e dell’Ossola derivati dai vocaboli dialettali di cavra e crava, come del duro lavoro di terrazzamento dei declivi nei vocaboli piaggia, campèi o pinezz.

La cultura materiale della civiltà montana è soprattutto basata sul legno e sulla pietra, le baite – che incontriamo in tutto il nostro territorio collinare e montano – ne sono la testimonianza più duratura e Chiovini ci accompagna, grazie all’idioma locale, per conoscerne le diverse funzioni e il lavoro tecnicamente ingegnoso che hanno richiesto.

da “Cronache di terra lepontina”

«La bàita nel dialetto maleschese è chiamata casera (nome co­mune a tutta l’Ossola), mentre nel dialetto cossognese è la Casi­na, diminutivo/dispregiativo dell’italiano casa e del dialettale cà. Le bàite, anch’esse in origine costruite sommariamente per minime esigenze, come elementari ricoveri di fortuna […] fino a diventare, dopo il XVI secolo, i fabbricati utilizzati annualmente per la monticazione estiva, praticata fino a pochi decenni or sono. Le bàite sono, di norma, costruzioni di modeste proporzioni, con vani alti non più di due metri. A seconda della loro utilizza­zione, si dividono in «bàite da fuoco» {casér da fógh) e «baite per il bestiame» {casér dìi besti). Le prime, quasi sempre a un piano e sprovviste di soffitto sotto il tetto, venivano utilizzate per il la­voro domestico: cucinare e lavorare il latte; se la bàita era dotata di un piano superiore, quest’ultimo era adibito a rudimentale ca­mera da letto; ma le bàite a due piani erano rare; in Val Grande poi, un lusso sconosciuto. Le «baite per il bestiame» erano quasi sempre a due piani, se­parate da un rudimentale assito, in cui il piano inferiore fungeva da stalla e quello superiore, comprendente anche il sottotetto, fungeva da fienile e da camera da letto, in cui il letto era il fieno medesimo.»[10]

Nelle pagine successive, a cui rimando, Chiovini si sofferma sui materiali utilizzati, con il legno più in uso rispetto alla pietra nell’area Valzer e per le baite in alta quota per la necessità di ripararsi dal freddo. Particolare competenza, quella del teciàtt, era richiesta per la costruzione del tetto in piode (piòd). La pietra era il materiale fondamentale sia per le abitazioni nei paesi, per edifici religiosi nei fondovalle (gli oratori), per le cappelle delle Vie Crucis «che si snodano lungo tradizionali percorsi nelle vicinanze dei villaggi» e per le cappelle devozionali che accompagnano i sentieri.

Per concludere con «l’utilizzazione della pietra ollare, le cui lavorazione e uso, nella nostra regione, affondano le radici nell’età del ferro». Denominata nei dialetti locali perlopiù con variazioni dell’italiano “laveggio” (lavesc, lavégg, laujera, Lavijn) è una pietra particolare di cui Chiovini descrive le origini geologiche, le caratteristiche chimiche, le proprietà che ne favoriscono la lavorazione e il suo utilizzo «per ricavarne pignatte, paioli, bicchieri, tubi, olle e persino stufe».

Erminio Ferrari [11]

Bagni di Craveggia 28 luglio 2024

Domenica 28 luglio scorso la località dei Bagni di Craveggia era particolarmente affollata: le comunità Vigezzine e della Val Onsernone, insieme a corpi d’arma e associazioni culturali svizzere, ANPI del VCO e di Domodossola, Casa della Resistenza, si è inaugurata una targa commemorativa in ricordo della “Battaglia di Frontiera” del 18 ottobre 1944. Mentre transitavo sul sentiero sassoso che conduce al monumento mi sono accorto che su uno dei sassoni a ridosso dell’alveo del torrente, ormai carsico dopo l’alluvione del 1978, una sottile linea nera segnava il confine italo-elvetico. Mi è subito venuto a mente un bellissimo e poco conosciuto racconto breve di Erminio relativo alla valle parallela (le Centovalli), alla sua ferrovia e a questi confini non sempre definiti e visibili. Incuneato fra i Cantoni Vallese e Ticino quello che allora era l’Alto Novarese, oggi assunto a Provincia, è una sorta di “marca di Confine” ove le demarcazioni culturali, linguistiche, lavorative ecc. – in particolare con il Ticino – sono tradizionalmente porose e intrecciate. Lascio la parola all’Ermi.

«Dalla valle esce un treno che porta più storie che va­goni. A cominciare dal nome: sul versante svizzero del confine è la Centovallina, su quello italiano è la Vigezzina. Lo stesso tocca ai due torrenti che dalle medesime montagne scorrono uno verso ovest, il Melezzo, l’altro verso est, la Melezza. È che certi confini non si disputano, piuttosto si condividono, si confon­dono e si perdono di vista: in una selva di castagni uc­cisi e rinati da un male che ogni mezzo secolo li assa­le; o lungo il solco di una valle che alcune volte caccia acqua da far paura, altre è secca come certi cuori; o tracciato per pietraie ingrate, piccoli deserti lepontini; inteso da lingue che si sovrappongono, parole che figliano parole.

Qui capita spesso di avere un piede in Svizze­ra e uno in Italia, e un po’ ci si fa l’abitudine; finché, di tempo in tempo, di impedirlo non si incaricano la Storia, quella che finisce sui libri – si spara, si fug­ge, si cerca riparo, si attacca – o le meschine necessità della quotidiana politica, con meno eroici manifesti e artiglierie elettorali. […]

Prendi Re. Da quando i pittori suscitarono il miracolo della Madonna che sanguina – o fu la Ma­donna a ispirare loro — quell’icona benedicente dila­gò per villaggi e alpi, indifferente alle frontiere, oc­cupando lunette su povere facciate, o, in forma di immaginetta, appuntata sulla credenza, insieme alle fotografie dei nipoti e a un promemoria dell’Agricol­tore ticinese. E lavorava ignaro o non curandosi dei confini l’Antonio da Tradate che salì a Palagnedra nel quindicesimo secolo a dipingervi almeno una piccola parte di tutte quelle più numerose cose che stanno tra terra e cielo. Nella chiesa originaria di Palagne­dra, il suo ciclo allegorico dei mesi corre lungo l’in­tero coro — oggi una sagrestia — quasi sorreggendo un’apoteosi di santi e profeti e vite di Nostro Signore, che salgono a colmare il cielo artificiale della volta. Spostandosi con i suoi cartoni, questo Giotto un po’ in ritardo disseminò d’arte gli oratori affacciati sul Verbano, dove oggi si dice Italia, e chiese e chieset­te di borghi e villaggi svizzeri. Ma bisogna dire che a Palagnedra diede il meglio, forse perché fuori lo at­tendeva il Gridone che incombe e costringe quasi a rovesciare indietro la testa per vederne la sommità appuntata nel cielo. Il ciclo dei mesi il pittore lo ve­deva svolgersi lì fuori, in quella campagna sospesa sul solco inabissato del torrente; e, sopra quella monta­gna sovrana, un cielo grande abbastanza per ospitare storie sacre e teologie.»[12]

In gran parte delle opere di Ferrari il tema del confine è ben presente, sia in quelle saggistiche che in quelle narrative (ammesso che per lui, come per Chiovini, questa distinzione abbia ancora un senso). Contrabbandieri, partigiani e profughi che trovano riparo in terra elvetica, passatori in tempo di guerra e dopo con i migranti, lavoratori italiani oltre confine ecc. In questo racconto la nostra “identità transfrontaliera” e questo “marcatore” (il confine) non sempre certo e visibile, trovano una sintesi particolarmente efficace.

Pier Antonio Ragozza

“Un Collorese” talvolta si firmava. Studioso di Storia militare, ma non militarista, la sua attenzione si è rivolta in particolare alle due guerre mondiali, alle storie degli Alpini e dei partigiani – con un affetto particolare per gli Alpini-partigiani[13] – e alle modificazioni prodotte da quegli eventi alle nostre terre.

La cosiddetta “Linea Cadorna” innanzitutto, a cui Ragozza, unitamente a Paolo Crosa Lenz, ha dedicato un importante contributo il cui titolo e sottotitolo non indicano solo l’argomento ma soprattutto una esplicita prospettiva: La Linea Cadorna nel Verbano Cusio Ossola. Dai sentieri di guerra alle strade di pace[14].

«Fra le ricchezze storico-culturali ed architettoniche del territorio della Provincia del Verbano Cusio Ossola, c’è anche un patri­monio fatto di opere fortificate e di una viabilità di supporto, realizzate nel primo decennio del XX secolo e più ampiamente nel corso della prima guerra mondiale, che è rimasto quasi del tutto dimenticato per ben più di mezzo secolo, e che solo da alcu­ni anni a questa parte è finalmente stato riconsiderato come autentica risorsa, per una fruizione a fini pacifici di quanto realiz­zato per scopi bellici e di difesa nazionale. […] questa imponente strut­tura difensiva che copre Piemonte e Lombardia, ma con qualche opera in Valle d’Aosta e che nella terminologia burocratico-militare dell’epoca era definita come “Occupazione Avanzata Frontiera Nord”. […] Non era una struttura fortificata continua collocata a ridosso della frontiera, ma una serie di opere composte da appostamenti per la fanteria e postazioni per l’artiglieria costruiti in località arretrate, a presidio e difesa dei punti nevralgici collocati sui principali assi di penetrazione di un potenziale nemico che facesse ingresso dalla Svizzera».[15]

«A parte alcuni episodi [collegati alla Resistenza], la Linea Cadorna non fu mai utilizzata a fini bellici, almeno quelli per cui era stata rea­lizzata, e se mulattiere e strade servirono a rendere meno aspro il cammino degli alpigiani, le fortificazioni vennero invece progres­sivamente abbandonate e lasciate sole a combattere la silenziosa battaglia contro la vegetazione e le alluvioni che, lentamente, le seppellivano, mentre altrove le vecchie opere militari dovevano lasciare spazio a costruzioni civili o nuovi insediamenti produttivi. Nonostante questo abbandono, la sensibilità e l’attenzione di persone ed associazioni, a cui si sono poi aggiunti anche Enti pubbli­ci, ha portato dagli Anni Ottanta in poi a considerare in modo diverso questo patrimonio di opere e strade, quasi sempre ben inte­grate nell’ambiente dove sono sorte, per valorizzarne gli aspetti storici ed architettonici, sul modello di quanto fatto all’estero».

L’iniziativa verrà soprattutto avviata dal Gruppo di Ornavasso della Associazione Nazionale Alpini per l’Ossola, dal CAI di Omegna per il Montorfano e, per l’area del Verbano, dalla Comunità Montana Alto Verbano.

Ragozza ha pure dedicato alcuni scritti ai luoghi edificati, sia religiosi che laici, in ricordo dei caduti e dei reduci delle guerre, in particolare al Santuario dei reduci di Lüt della sua Colloro e al Memoriale degli Alpini alla Colletta di Pala[16].  Collocati entrambi in postazione sopraelevata dominano con la loro visuale rispettivamente la Bassa Ossola e la piana di Intra con la parte meridionale del Maggiore nelle sue coste sia piemontesi che lombarde.

Del Santuario del Lüt viene ripercorsa la sua lunga storia. Nato nella prima metà dell’Ottocento come cappella dedicata alla Madonna quale protezione, almeno secondo la leggenda, alla malefica presenza in loco di streghe ed esseri diabolici. Durante la prima guerra di Indipendenza molti ossolani dovettero indossare l’uniforme per combattere contro l’Austria. «Arrivavano dalla Val Grande i tre giovani Colloresi che, nel 1848, fecero voto di ampliare l’originaria cappelletta se fossero tornati incolumi dal conflitto in cui dovevano andare a combattere». E nel corso dei decenni la cappelletta si trasforma in oratorio, poi in Chiesetta e alla fine in santuario, così come si aggiungono le guerre (coloniali, mondiali, Resistenza) che sfornano caduti da incidere sulle lapidi e reduci che si prendono cura della Madonna del Lüt.

«… forse la più bella e intensa descrizione del legame fra lo storico oratorio mariano e l’area oggi divenuta Parco Nazionale si coglie in una poesia di don Remigio Biancossi, il quale davanti alla chiesetta di Lüt, che spicca solitaria con il candore delle sue mura fra le ferrigne rocce che guardano la bassa Ossola, le montagne oltre la Toce, i laghi verso la pianura e le vallate che si aprono a ponente, l’ha poeticamente definita “..quasi un’agnella dispersa dal gregge, alla porta dell’immensa Val Grande…”.


Del tutto diversa e decisamente più recente l’origine del Memoriale di Pala ove sono incisi “i nomi di quasi settecento Caduti, un elenco che copre un trentennio, a partire dal 1915 e sino al 1945, partendo dalla Grande Guerra di cui sono ricordati 349 Caduti, passando per la campagna d'Etio­pia del 1935-36 con le sue 47 vittime e chiudendosi con il secondo conflit­to mondiale che lasciò sul campo altri 295 Caduti.

«Ci sono luoghi che, anche senza essere stati teatro di vicende storiche particolari ma grazie all’intervento dell’uomo che li trasforma in segni tangibili di una memoria collettiva, vengono ad assumere un significato particolare, fermando nel tempo ricordi e sentimenti. Uno di questi luoghi è il Memoriale degli Alpini alla Colletta dell’Alpe Pala, poco sopra Miazzina a circa 1000 metri di quota, dove dalla seconda metà degli anni Sessanta del XX secolo sorge questo piccolo sacrario che, idealmente, ferma il ricordo di quello che fu il Battaglione Alpini “Intra”, ma anche dei reparti che derivarono da questo in occasione delle mobilita­zioni belliche, oltre che dei Gruppi di artiglieria da montagna, delle unità del Genio e dei servizi alpini. […] La scelta del luogo non era casuale, in quanto la «Colletta di Pala, sulle prime balze del Pian Cavallone, [era] meta un tempo delle esercitazioni del glorioso Battaglione Intra […] che vi giungeva con tutta l’attrezzatura mon­tana e con le salmerie […]. Su quelle montagne, più tardi, giovani alpini e di tutte le armi, [salirono] per sottrarsi all’invasore tedesco e, combattendo per la libertà, hanno sacrificato la loro giovinezza».


[1] Cfr. La comunicazione nei percorsi educativi e Nino Chiovini e il Parco Letterario® intestato a suo nome.

[2] Annibale Salsa, Il tramonto delle identità tradizionali, Priuli & Verlucca, Scarmagno (To) 2007.

[3] Sul “razzismo culturalista” sul mio blog cfr. I migranti e le nostre comunità.

[4] Zygmunt Bauman, Intervista sull’identità, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 13.

[5] Cfr. Per una identità di territorio (ovvero VCO addio?

[6] Hansjörg Küster, Piccola storia del paesaggio, Donzelli, Roma 2010, p. 4.

[7] Cfr. Storia, scrittura e moralità in Nino Chiovini.

[8] Cronache di terra lepontina, Vangelista, Milano 1987, p. 25.

[9] Ivi, p. 36.

[10] Ivi, p.104-105

[11] Cfr. Erminio Ferrari: storie e cammini della Resistenza che contiene anche bibliografia elinkografia dell’autore.

[12] Storie di treni e di contrabbando, in AA.VV Negli immediati dintorni: guida letteraria tra Lombardia e Canton Ticino, Casagrande, Bellinzona 2015. Il racconto completo è consultabile > qui <.

[13] Cfr. ad es. Penna bianca, camicia rossa. Storia di Ugo Pino, Domodossola 2020. La Bibliografia dei suoi testi presenti nelle biblioteche del VCO, curata dalla Biblioteca “Aldo Aniasi” della Casa della Resistenza e quella dei suoi contributi alla rivista Resistenza Unita, ci danno un’idea precisa dei suoi interessi e studi.

[14] Edito dalla Provincia Verbano Cusio Ossola, Gravellona 2007.

[15] Ivi, p. 83. Per il passo successivo p. 181. Sul ruolo non centrale di Cadorna nella progettazione della linea fortificata tradizionalmente a lui attribuita, per la quale furono invece fondamentali il Generale Alberto Pollio (1852-1914) e suoi successori tra cui il Generale Saverio Nasalli Rocca (1856-933) cfr. Debora Chiarelli – Leonardo Parachini, Una linea chiamata Cadorna, Società dei Verbanisti, Verbania 2016.

[16] Il primo in pubblicazione edita dalla Parrocchia di Premosello Chiovenda nel 2003, il secondo come contributo all’interno della rivista Vallintrasche del 2011 edita dal Magazzeno Storico Verbanese.

Una parola: Rastrellamento

È in corso di stampa il n. 2/2024 di Nuova Resistenza Unita dedicato in parte al Rastrellamento di giugno in Val Grande (Operazione Köln) e al Progetto Ignoti volto al riconoscimento dei partigiani caduti e non riconosciuti. Questo il mio contributo all’interno della rubrica Una parola.

Non so se le parole abbiano creato il mondo, ma temo che lo distruggeranno.  (Stanislaw Jerzy Lec)

Rastrellamento

Vi sono parole la cui origine metaforica non è più di immediata evidenza, metafore morte come “tramonto” (al di là del monte) o “arrivare” (giungere a riva), altre in cui l’immagine metaforica è forte e viva. Rastrellamento è una di queste. Rastrello e rastrellare, come i corrispondenti latini rastrum e rādĕre (raschiare, rasare, radere) rivelano l’origine onomatopeica nel suono vibrante (r, str …); il bravo giardiniere “rasa” il terreno, raccoglie foglie ed erbacce per eliminarle bruciandole o tuttalpiù farne compost, terriccio. Un’immagine cruda; se rastrellare mantiene l’ambivalenza fra significato originario e traslato bellico, rastrellamento è termine unicamente militare che non nasconde, anzi ne dichiara il messaggio: uomini come foglie ed erbacce da eliminare per far “terra bruciata” di un’area “infestata da banditi”.

Termine militare e pertanto oggetto di studi strategici e manuali operativi che hanno accompagnato l’attività della Wehrmacht durante la 2a Guerra Mondiale nell’ambito specifico della “controguerriglia”; nata sul fronte orientale come Waldkampf (Battaglia nei boschi: “il modo di combattere dei russi costringono spesso a combattere in foreste estese1), concepita inizialmente come operazione da affidare a reparti di polizia militarizzati per poi evolvere in Bandenbekämpfung (Guerra alle Bande) secondo il principio dell’inversione dell’iniziativa: “il baricentro della guerriglia deve venire spostato. Il bandito deve essere spinto, dalla frequenza e regolarità delle nostre azioni, dal ruolo dell’aggressore a quello del difensore. Questo non corrisponde al suo spirito combattivo, nel quale i fattori più determinanti sono agguato, appostamento e assalto.”

Assieme ad altre modalità (attacchi a sorpresa e caccia, costituzione di Jagdkommandos reparti specifici di controguerriglia) il rastrellamento prevede l’utilizzo di più reparti e forze, anche aeree, per accerchiare forze partigiane e rinchiuderle in una o più “sacche” per poi procedere all’annientamento radicale di uomini e distruzione di tutte le risorse del territorio rurale o montano.

Le “dottrine” tedesche furono analizzate e riprese da altri eserciti, occidentali e non, laddove la guerriglia aveva ancora analoghe caratteristiche territoriali (Vietnam, Afghanistan …).

In conclusione ad un convegno dedicato a Chiovini, Mauro Begozzi ricordava: “In futuro, ebbe a scrivere un generale, uno stratega, comandante delle forze Nato nel sud-est europeo, ma già protagonista anch’egli della resistenza nelle nostre zone, Alberto Li Gobbi, nei paesi occidentali qualsiasi forma di guerriglia non potrà più svolgersi in montagna, bensì nelle città, tra le macerie fumanti delle case distrutte, nei sobborghi e nelle periferie delle metropoli.”

Non mi risulta esista un termine specifico per operazioni analoghe al rastrellamento in queste aree urbane ed è forse un bene che anche la parola esiti di fronte all’amplificarsi a dismisura dell’orrore bellico.

“quarantatré” di Ruggero Zearo

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1. Questa citazione e la successiva sono tratte da Alessandro Politi, Le dottrine tedesche di controguerriglia 1936-1944, Stato Maggiore dell’Esercito. Ufficio Storico, Roma 1966.

Il rastrellamento” di Ruggero Zearo

Dall’Ungheria nazista all’Universo concentrazionario

Essere senza destino” del Premio Nobel Imre Kertész

“Forse per la sua stessa enormità, la Shoah non ha pro­dotto molti libri indispensabili. Libri di cui non si possa proprio fare a meno, per verbalizzare l’indicibile, per concettualizzare l’impensabile, per tramandare l’imperdonabi­le. I titoli di questi libri d’eccezione, credevamo di cono­scerli già tutti. Se questo è un uomo di Primo Levi, La ba­nalità del male di Hannah Arendt, Essere senza destino di Imre Kertész, Intellettuale a Auschwitz di Jean Améry. Ma adesso, alla lista delle letture indispensabili va aggiunto il titolo di un volume stampato per la prima volta in ingle­se, nella New York del 1947 (l’anno stesso della prima edi­zione di Se questo è un uomo), e da allora mai più pubbli­cato in alcuna lingua. La tigre sotto la pelle, di Zvi Kolitz, è un libro assolutamente straordinario.”

La lettura di questo passo di Sergio Luzzatto[1] mi ha subito posto tre ovvi quesiti: chi è Imre Kertész (di cui non avevo mai sentito parlare né letto il libro citato), perché non viene citato Necropoli di Boris Pahor che ritengo assolutamente da collocare fra gli indispensabili sulla Shoah e. infine, chi è l’autore del citato La tigre sotto la pelle. Al terzo rimando a quando avrò recuperato e letto il libro di Zvi Kolitz. Al secondo penso di aver risposto in un mio precedente articolo su questo blog (Shoah, percorsi di lettura asimmetrici) in cui oltre a Levi ed Améry mi soffermo su Necropoli di Pahor. E veniamo all’autore del primo quesito.

Imre Kertész: una vita e il suo assurdo

Imre nasce a Budapest il 9 novembre 1929 da Aranka Jakab e László Kertész, coppia di ebrei ungheresi di classe media non praticanti. Nato nell’anno della grande crisi in cui molti preferiscono invece togliersi la vita.

“Quando sono venuto al mondo il Sole era nel segno della più grande crisi economica fino ad allora mai conosciuta, la gente si buttava di sotto dall’Empire State Building, dal turul (l’aquila immaginaria della tradizione ungherese) in cima al ponte Francesco Giuseppe, e da tutti i punti situati in alto dell’intero globo; si gettava nell’acqua, nei precipizi, sul lastricato, a seconda delle possibilità”[2].

Ebreo ungherese di Budapest; quando Imre nasce la popolazione ebraica dell’Ungheria si era quasi dimezzata dopo il Trattato di Trianon per lo scorporo di territori rurali con presenza significativa di comunità ebraiche, concentrandosi prevalentemente nella capitale ove costituisce circa un quarto degli abitanti della città, ma già dal 1920 era stato dato avvio a norme antiebraiche con la legge del numerus clausus che limitava l’accesso alle Università e alle professioni. Il successivo progressivo avvicinarsi alla Germania con norme sempre più restrittive sfocerà nel 1944 con il governo del capo dei nazionalsocialisti ungheresi Ferenc Szálasi.

“Un capo partito di nome Adolf Hitler mi guardava torvo dalle pagine del suo Mein Kampf, la prima legge antisemita ungherese chiamata numerus clausus si trovava sullo zenit della mia costellazione prima che il suo posto fosse preso dalle leggi successive. Tutti i segnali terrestri (non so nulla di quelli celestiali) testimoniavano l’inutilità, o meglio l’irragionevolezza, della mia nascita.”

Per non parlare della situazione famigliare in disfacimento e di una “buona educazione” che lo disciplinava alla obbedienza e alla remissività.

“Ero un inconveniente anche per i miei genitori che stavano divorziando. Sono la manifestazione materiale di qualche incontro amoroso di due persone che non si amavano […]. Figlioletto di mio padre e di mia madre che non avevano più nulla in comune, alunno di un istituto privato dove mi avevano internato mentre loro sbrigavano le pratiche del divorzio; scolaro e piccolo cittadino dello Stato. […] Ero circondato, sovrintendevano alla mia mente: mi educavano. Mi allevavano per eliminarmi, a volte con parole affettuose, altre con rimproveri severi. Non protestavo mai, mi impegnavo a fare il mio meglio: mi lasciavo andare alla nevrosi della buona educazione con languida buona volontà. Ero un membro umilmente impegnato, seppure non sempre perfettamente allineato, della tacita congiura che attentava alla mia vita”.

1944. Arresto di cittadini ebrei a Budapest

Remissività introiettata che porterà, lui ragazzino, a subire le progressive discriminazioni, prima con l’inserimento in corsi per soli ebrei, la stella gialla sui vestiti fin quando, scortato dalle forze di polizia ungheresi, viene portato con migliaia di concittadini alla stazione di Budapest, destinazione Auschwitz, senza tentare in alcun modo la fuga, anche se le occasioni non erano mancate. Tra i quattordici e quindici anni attraversa così l’esperienza concentrazionaria (Auschwitz e Buchenwald) che segnerà tutta la sua vita e i suoi scritti.

Dopo la liberazione del Campo di Buchenwald da parte dell’esercito statunitense (11 aprile 1945), rientrato a Budapest non ancora sedicenne riprende gli studi, si diploma al liceo nel 1948 e intraprende l’attività di giornalista e di traduttore dal tedesco all’ungherese. Nel 1951 perde il lavoro di giornalista presso il periodico “Chiarezza” in quanto la rivista si era allineata alle posizioni staliniste del partito, da cui Imre era decisamente lontano. Tra le traduzioni su cui si era cimentato vi era La nascita della Tragedia di Friedrich Nietzsche; contrariamente a molte letture e alla stessa posizione del filosofo tedesco, Imre non vede nello spirito dionisiaco la riscoperta di una naturalità originaria ma la nullificazione della individualità che nell’età moderna si esprime come spirito gregario tipico dei partiti-regime come quelli nazista e comunista-stalinista. La via di uscita può essere solo la scelta di vivere in posizione marginale non rinunciando alla propria razionalità.

Dopo un periodo di lavoro operaio e il servizio militare riprende l’attività di giornalista indipendente e di traduttore iniziando anche l’attività di scrittore grazie ad un amico musicista che gli aveva proposto di comporre libretti per operette musicali. All’inizio degli anni ’60 inizia a lavorare sulla sua opera più nota (Essere senza destino / Sorstalanság) che avrà un parto lunghissimo – circa tredici anni – sia per l’insoddisfazione dei primi risultati che per periodi ricorrenti di depressione e del fantasma del suicidio che, afferma più volte Kertész, accompagna costantemente i sopravvissuti, in particolare gli scrittori, costretti a rivivere il loro passato, ricordando Jean Améry che elaborava le sue opere con al fianco dei fogli una pistola.

Completato nel 1973 ma inizialmente rifiutato dagli editori ungheresi, Essere senza destino uscirà due anni dopo (1975) senza però riscuotere particolare interesse.

Dopo il crollo del muro si trasferisce a Berlino e, con la pubblicazione in tedesco della sua opera a cui si sono aggiunti gli altri due testi della cosiddetta trilogia dell’Olocausto (Fiasco del 1988 e Kaddish per il bambino non nato del 1990) inizia la sua notorietà che lo porterà a riconoscimenti internazionali come il Premio Herder nel 2000 e il Premio Nobel per la Letteratura nel 2002 con la motivazione “per una scrittura che sostiene l’esperienza fragile dell’individuo contro l’arbitrarietà barbarica della storia”.

In Ungheria, visto che tra l’altro Kertész è stato il primo premio Nobel per la Letteratura ungherese (e ancor oggi l’unico) è nata qualche polemica perché Imre viveva e lavorava in Germania e in una intervista a Die Welt del 2009 si è definito “berlinese”. La sua posizione nei confronti della nazione natale è sempre stata ambivalente. Da un lato molto critica, anche per il periodo postcomunista come esplicita in uno scritto del 1997 in cui sottolinea non solo la permanenza dell’antisemitismo ma una sorta di suo “bisogno” per poter scaricare le proprie colpe nazionali.

“Se davvero [le autorità ungheresi] non vogliono vedere le vite distrutte di tan­te persone, una Storia completamente erronea per una serie di guasti dei quali sono colpevoli, dei momenti sto­rici avviati alla rovina per le loro colpe, e si ostinano a considerare quegli eventi come disgrazie causate da mal­vagie forze straniere, oppure da una sorta di maledizione nazionale, dal destino, anzi dal fato… se è davvero così, allora si può affermare che hanno bisogno dell’antisemi­tismo.

L’anima di una piccola nazione dell’Europa centro-orientale, gravata dal complesso del padre e scivolata in una perversione sadomasochistica, sembra non poter vivere senza il grande oppressore, sul quale scaricare la propria disgrazia storica, e senza il capro espiatorio delle minoranze, su cui sfogare il sovrappiù di odio e di risentimento accumulato durante la sequela dei fal­limenti quotidiani. Senza antisemitismo, quale identità potrebbe avere chi è ininterrottamente occupato con la propria specifica identità magiara? Ma che cos’è mai la specificità magiara? Affrontando la questione in modo diretto, si può affermare che quella specificità si rintraccia principalmente nelle affermazioni negative, tra le quali quella più semplice – quando non menano il can per l’aia – recita: “Ungherese è ciò che non è ebreo.” Eh già, ma che cos’è ebreo? Ebbene, è evidente: quel­lo che non è magiaro. L’ebreo è colui del quale si può parlare al plurale perché è identico a tutti gli altri ebrei, le cui caratteristiche si possono riunire in tabelle, pro­prio come accade per una razza animale non troppo complicata (naturalmente sto pensando a bestie nocive, il cui pelo setoso è un puro inganno ecc.), e siccome la parola “ebreo” in ungherese è diventata un’espressione spregiativa, il tribuno politico magiaro dell’ultima ora, incanutito nell’onesta prassi di collaboratore, per evitare ogni complicazione dirà “straniero”, ma tutti sapranno a chi si riferisce e, all’occasione, sarà privato dei diritti, bollato, derubato e picchiato a morte. E io… Io che cosa posso fare qui?”[3]

Dall’altro lato ha sempre continuato a considerarsi ungherese, prima ancora che ebreo, a difendere anche con una polemica virulenta, i diritti culturali e linguistici della consistente minoranza magiara in Romania. Negli ultimi anni tornerà a vivere a Budapest e il suo lascito sarà diviso fra l’Accademia delle Arti di Berlino e la Casa Museo Kertész Imre di Budapest.

Un’eredità contesa a partire dal premio Nobel del 2002: l’anno successivo il governo magiaro gli assegnò la Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica ungherese e quello federale tedesco nel 2004 lo omaggiò con analoga onorificenza germanica. E attualmente il governo di Viktor Orbán, nella volontà di riscrivere la storia del proprio paese, tenta di accreditarlo nella sua visione nazionalistica

“nel tentativo di trasformarlo in un eroe nazionale in chiave anticomunista. Finiscono in soffitta, o meglio sotto il tappeto, i feroci attacchi di cui lo scrittore ebreo fu vittima da parte dei partiti di destra, compreso il Fidesz di Orbán, al momento della vittoria del Nobel nel 2002, soprattutto per le parole sull’Olocausto, gli orrori del nazismo e le complicità ungheresi.”[4] 

Essere senza destino

Oggi non sono andato a scuola. O meglio, ci sono an­dato, ma solo per farmi esonerare dal nostro professore. Gli ho portato la lettera di mio padre, in cui richiede il mio esonero per “motivi familiari”. Il professore ha chie­sto quali fossero questi motivi familiari. Io gli ho risposto che mio padre è stato chiamato al periodo di lavoro obbli­gatorio; a quel punto lui non ha più fatto obiezioni.”

Inizia così il racconto del quattordicenne Gyurka (Köves György); siamo a Budapest nella primavera del 1944 e con la stella gialla che porta come tutti i familiari raggiunge il padre che, destinato non si sa dove né per quanto, viene sommerso da una mesta cerimonia di saluto dalla famiglia allargata. Non molto dopo anche il giovane è assegnato al lavoro come “apprendista manovale” in una raffineria petrolifera alla periferia della città. Un giorno mentre si reca al lavoro, il pullman viene fermato da un poliziotto e tutti gli ebrei, giovani e meno giovani, costretti a scendere. Concentrati in un capannone dove Gyurka si riunisce con i suoi coetanei di lavoro coatto, verranno poi scortati dalla polizia ungherese fino alla stazione. Un treno blindato lo porterà ad Auschwitz dove, grazie al suggerimento di alcuni deportati di dichiarare di avere sedici anni, riuscirà a superare la selezione iniziale (ma non tutti i suoi compagni). Verrà poi trasferito a Buchenwald e di lì al campo di lavoro di Zeitz (a sud di Lipsia). Un suo concittadino “veterano” del campo, Bandi Citrom, gli fa spontaneamente da tutore e lo istruisce alla dura arte della sopravvivenza: lavarsi, tenere sempre una scorta della razione di cibo, “non lasciarsi mai andare” mantenendo la propria dignità ed anche il proprio orgoglio magiaro affrontando con decisione la fatica del lavoro. Gyurka per un po’ riuscirà a seguire i dettami del più anziano concittadino, ma coll’aumentare della fatica, della spossatezza fisica e per una infezione al ginocchio incomincerà a lasciarsi andare sin quasi arrivare al punto di non ritorno. Operato in qualche modo passa in più reparti di infermeria tra freddo cimici e pidocchi, sarà riportato Buchenwald sino a che si ritrova in un reparto di infermeria tenuto da vecchi deportati col triangolo rosso che lo curano, lo nutrono e lo riportano in guarigione. Siamo ormai nell’aprile del 1945, il campo viene liberato dagli alleati. A piedi e con mezzi di fortuna si unisce ad un gruppo di giovani ungheresi per ritornare a casa. A Budapest non ha voglia di seguire la trafila burocratica dei soccorsi e decide di riprendere in mano il proprio destino. Per prima cosa cerca la casa di Bandi Citrom ma trova la giovane moglie oramai rassegnata al non ritorno del marito. A casa sua scopre che l’appartamento è occupato da una famiglia ungherese che gli chiude la porta in faccia. I vecchi vicini ebrei gli comunicano di aver ricevuto la notizia della morte di suo padre a Mauthausen. Trova assurdo che gli chiedano di “dimenticare gli orrori” consapevole che la “reminiscenza” di quei giorni e di quelle persone (Bandi Citrom, gli infermieri, e tutti gli altri) non lo lasceranno più.

“… non esiste assurdità che non possa esser vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile.”

Le giravolte del destino

Imre dichiarerà più volte che questo è un romanzo e non è autobiografico. È però evidente che la sua esperienza concentrazionaria ne è la fonte principale.

Il racconto scorre in modo lineare ed è di facile lettura … ma è decisamente spiazzante, non facile da inquadrare e si può capire perché non fosse ben accolto dall’Ungheria comunista del dopoguerra, trovando notorietà solo dopo il successo in Germania e il Premio Nobel.

Innanzitutto non è un libro di denuncia né delle atrocità naziste né del collaborazionismo magiaro; certo ci sono entrambe (per verti versi più il secondo che le prime) ma descritte (spesso solo accennate) in modo asettico, come qualcosa di ovvio e “naturale”.

La narrazione in prima persona del giovane Gyurka ne ricostruisce lo sguardo infantile, non seleziona e non dà priorità a questo o quel dettaglio od evento, di fronte ad accadimenti inattesi emerge lo stupore del ragazzino e nello stesso tempo una sorta di realismo fatalistico: se avviene così è perché così deve essere. A partire dal contrassegno giallo che naturalmente porta come tutti i suoi parenti e i conoscenti ebrei. Mentre la sorella maggiore della sua amica Annamaria, con cui aveva rubato qualche fuggevole bacio, mal sopportava la stella gialla per gli sguardi di odio che intercetta nella gente e si interroga su che cosa significhi essere ebrea, Gyurka commenta “a me sembra che il suo modo di vedere sia un po’ esagerato”.

La guardia magiara di confine che avvisa gli ebrei del treno blindato che sono giunti alla frontiera, li interpella dal finestrino “con buone intenzioni” chiedendo di lasciare in mani ungheresi denaro e oggetti preziosi, piuttosto di farseli poi requisire dai tedeschi. («In fin dei conti anche voi, a ben vedere, siete ungheresi!»). In cambio avrebbe dato loro dell’acqua anche se “violava le disposizioni”. Siccome chi trattava chiedeva di ricevere prima l’acqua il gendarme

“… alla fine era piuttosto arrabbiato: «Porci ebrei, sapreste fare affari anche con le cose più sacre». Era così che la vedeva lui. E con voce soffocata dall’indignazione e dall’astio ci espresse l’augurio: «Allora crepate di sete!». Cosa che poi accadde davvero, almeno così si diceva nel nostro vagone.“

E alcuni interrogativi che il giovane si pone giunto in un posto sconosciuto dal nome di Auschwitz-Birkenau ci sconcertano. Come mai ci sono dei detenuti con le divise a righe, certo ebrei visto la stella gialla, in quel posto ove era venuto per lavorare, “provando interesse nei loro confronti e mi sarebbe piaciuto conoscere i loro reati”. Diversamente dagli altri testi “indispensabili” sulla Shoah citati all’inizio, qui vi è un rovesciamento di prospettiva fra lettore che apprende e narratore che sa e “verbalizza l’orrore dell’indicibile”. Gyurka non sa, non capisce dove si trova, acquisterà consapevolezza lentamente, passo a passo; noi lettori invece sappiamo e ci stupiamo del suo stupore.

Solo alla fine, ritornato a Budapest, cercando di spiegare ad altri che non capiscono (un giornalista, i vecchi vicini di casa), ripercorrendo la sua esperienza ne trova in qualche modo il senso: il tempo, l’essere ebreo, il destino.

Il tempo, il suo succedersi a tappe ci permette di sopravvivere, persino talvolta di annoiarci, “…in generale … io non mi sono accorto degli orrori”.

“Sì, e come te lo spieghi?”. E allora, dopo averci riflettuto, ho detto: “Con il tempo”. “Cosa significa, con il tempo?” “Significa che il tempo aiuta.” “Aiuta…? In co­sa?” “In tutto,” e ho cercato di spiegargli come è, arrivare in una stazione non proprio lussuosa ma nel complesso ac­cettabile, pulita e graziosa, dove solo lentamente, col suc­cedersi del tempo, tappa dopo tappa ti si chiarisce tutto quanto. Quando hai superato la prima tappa, quando sai di averla passata, già ti si presenta la prossima. Quando poi sei arrivato a conoscere tutto, allora hai anche compre­so tutto. E mentre comprendi tutto, non rimani certo inat­tivo: già sistemi le cose nuove, vivi, agisci, ti muovi, adem­pì le continue richieste di ogni tappa successiva. Se però non ci fosse questa successione nel tempo e tutte queste conoscenze si riversassero su di noi in una volta sola, forse la nostra testa non riuscirebbe a sopportarle e nemmeno il nostro cuore – così cercavo di spiegargli. […] D’altra parte, ho proseguito, c’era il difetto, si potrebbe dire lo svantaggio, che il tem­po, in qualche modo, bisognava trascorrerlo. Per esempio avevo visto dei prigionieri – gli ho detto – che erano nel campo di concentramento già da quattro, sei o dodici an­ni, anzi, più esattamente: c’erano ancora. Ora, queste per­sone, per quattro, sei o dodici anni, ovvero in quest’ultimo caso dodici per trecentosessantacinque giorni, ovvero do­dici per trecentosessantacinque per ventiquattro ore, e an­cora avanti, dodici per trecentosessantacinque per venti­quattro per… e all’indietro, in secondi, minuti, ore, giorni: ebbene, avevano dovuto in qualche modo superare questo dalla A alla Z. D’altra parte ancora, ho aggiunto, proprio questo poteva essere stato d’aiuto, perché se tutto questo tempo, dodici per trecentosessantacinque per ven­tiquattro per sessanta per sessanta, si fosse improvvisa­mente riversato su di loro in un colpo solo, non avrebbero resistito – al modo come invece hanno resistito – non lo avrebbero retto né fisicamente né psichicamente.”

Essere ebreo per un ragazzo di famiglia non osservante, laica che senso ha? Drasticamente, dice Gyurka, In sé niente, sono le circostanze che ti fan diventare tale.

“Ciascuno ha fatto i suoi passi finché ha potuto: an­ch’io, e questo non solo marciando in colonna a Birkenau, bensì già prima, qui a casa. Li ho fatti con mio padre, con mia madre, con Annamaria e anche – forse quelli più diffi­cili – con la sorella maggiore. Adesso glielo saprei spiegare cosa significa essere “ebreo”: niente, niente per me e nien­te in sé, in origine, e questo finché non si innescano quei passi. Niente di tutto quello è vero, non esiste del sangue diverso, non esiste niente, ma solo… e qui mi sono blocca­to, ma all’improvviso mi è venuta in mente la frase del giornalista: esistono solo date circostanze e all’interno di esse nuovi dati di fatto.”

Il destino forse non esiste, scopre alla fine Gyurka, discutendo animatamente con i vecchi vicini che lo avevano invitato a dimenticare; siamo liberi – e responsabili – di ogni passo che facciamo.

“Anch’io ho vissuto un destino da­to. Non era il mio destino, eppure l’ho vissuto – e non ca­pivo come potessero non concepire che io, adesso, volevo farne qualcosa di questo destino, che dovevo ancorarlo, agganciarlo a qualcosa, che non potevano dirmi semplice­mente che era stato un errore, un incidente, una specie di sbandata o magari che non era affatto accaduto. Mi rende­vo già conto, e anche chiaramente, che non riuscivano a capirmi, che le mie parole a loro non andavano a genio, anzi, che c’era qualcosa che urtava loro persino i nervi. Mi accorgevo che di tanto in tanto il signor Steiner voleva inter­rompermi, voleva quasi balzare su, vedevo che l’altro vec­chio lo tratteneva e ho sentito che gli ha detto: “Lo lasci stare, non vede che vuole semplicemente parlare? Lo lasci parlare”, e infatti io ho parlato, probabilmente a vuoto e forse anche in modo un po’ sconnesso. Comunque anche così ho spiegato loro che non si può cominciare una vita nuova ma soltanto proseguire quella vecchia. Io e nessun altro ho fatto i miei passi e, aggiungo, con rettitudine. […] Volevano forse che tutta la mia rettitudine e tutti i miei passi pregressi perdessero il loro significato? Perché questo repentino cambiamento dell’animo, perché questa riluttanza, questo rifiuto di voler comprendere: se esiste un destino, allora la libertà non è possibile; se però – ho continuato, sempre più sorpreso di me stesso, sempre più eccitato – la libertà esiste, allora non esiste un destino, il che significa – mi so­no fermato ma solo per prendere fiato – il che significa che noi stessi siamo il destino – questo ho improvvisamente ca­pito, e l’ho capito in quel preciso istante con una pregnan­za fino a quel momento sconosciuta.”

Il Film

Nel 2005, con la regia di Lajos Koltai, esce Senza destino. Fateless che, a prima vista, ripercorre fedelmente le vicende del testo originario. È lo stesso Imre Kertész a curarne la sceneggiatura e che però afferma:

“La sceneggiatura è come un assegno in bianco di cui il registra fa quello che vuole … Dopo il film si differenzia in modo incredibile dal testo in quanto è un altro genere. L’eroe di “senza destino” è obbligato a rivivere quel periodo, un periodo terribile, secondo per secondo. Minuto per minuto, ora per ora, giorno per giorno, mese per mese. Quel tempo è l’orrore, questo è uno degli aspetti determinanti e fondamentali che Lajos ha subito afferrato e capito.”[5]

Koltai non è propriamente un registra ma ha acquisito notorietà quale direttore della fotografia con registi quali l’ungherese István Szabó e l’italiano Giuseppe Tornatore e la sua scelta è innanzitutto visiva, virata verso un marrone atta a rappresentare una cupezza che richiama

“… un certo mondo visivo, paragonabile solo alla pittura e agli esempi che mi piacciono di quel genere. Quindi è tutto totalmente medievale; sembra quasi un dipinto medievale.“

La musica che accompagna immagini e vicenda del giovane deportato sono di Ennio Morricone che sceglie di assecondare il film senza alcuna forzatura né insistenza:

“Una dignità il film l’aveva già. La sua musica ha la dignità che ha il film … L’etica conta sempre. Penso sempre all’etica musicale, ovvero alla fattura della scrittura di una partitura. Lì dentro ci deve essere già la dignità del compositore. Qualche volta la partitura oltrepassa la misura: evitare questo è la mia preoccupazione.”

Un film strettamente aderente al testo e alla sceneggiatura che ne deriva, eppure necessariamente “radicalmente diverso” nel messaggio e nella finalità. Non c’è più il rovesciamento spiazzante fra lettore (spettatore) che sa e protagonista che non sa. Non vi è più un narratore interno che ci immerge nel racconto e negli stessi pensieri del protagonista, il nostro sguardo è invece necessariamente esterno, quello della cinepresa che accompagna il bambino deportato ma non si identifica col suo sguardo interiore. Diversamente dal romanzo questo è invece esplicitamente un film di denuncia di un passato perlopiù ignorato in Ungheria, differentemente da quanto avviene in Germania dove l’Olocausto è insegnato nelle scuole, voluto da uno scrittore-sceneggiatore che ha scelto un regista ungherese per destinarlo ai connazionali magiari. Dice il regista:

“… facciamo un film sull’Olocausto perché non è stato trattato a sufficienza. È il passato ma ancora oggi persino il mio vicino pensa non sia accaduto ma una sorta di storia della Disney. Incredibile! E parlo di persone che hanno studiato. Bisogna dare visioni; un film parla un linguaggio visivo e questo è il vero linguaggio per parlare alla gente.”

Le altre due opere della TRILOGIA

Fiasco (1988)[6]

Il fallimento del titolo è quello di “un vecchio” che davanti a un secretaire pensa e ricorda, e che forse non è tanto vecchio d’età e capiamo dal nome (Köves) trattarsi del protagonista di Essere senza destino. Ora è uno scrittore nella Germania comunista al cui conformismo asfissiante non riesce ad adattarsi. E i suoi manoscritti gli vengono più volte rispediti dagli editori con giudizi poco lusinghieri. Se l’opera precedente era narrativamente lineare, questa presenta una struttura complessa, una “opera aperta” con tanto di romanzo nel romanzo e continui riferimenti all’opera precedente.

“I lettori della nostra casa editrice hanno letto il Suo mano­scritto, e in base al loro parere concorde, non approviamo la pub­blicazione del Suo romanzo.

«Riteniamo che la composizione artistica della materia deri­vante dalla Sua esperienza non sia riuscita, nonostante il tema sia terribile e impressionante. Che il romanzo non diventi, per il let­tore, un’esperienza impressionante, è dovuto in primo luogo alle reazioni del protagonista che sono a dir poco strane. Riteniamo co­munque comprensibile che il protagonista, adolescente, non riesca a comprendere subito cosa stia succedendo intorno a lui (le chia­mate all’Arbeitsdienst, l’obbligo di portare la stella gialla, età), ma non riusciamo a spiegarci perché, arrivando al campo di concen­tramento, ritenga “sospetta” la rasatura a zero dei prigionieri. Le frasi di cattivo gusto continuano: “neanche i loro volti sembrava­no ispirare fiducia: orecchie a sventola, nasi sporgenti, occhi inca­vati, dalle luci minuscole e furbesche. Da ogni punto di vista sem­bravano comunque degli ebrei”.

«Poco credibile anche che la visione dei forni crematori su­sciti in lui “la sensazione di una sorta di scherzo goliardico”, “di certe beffe”, poiché sa di essere in un campo di sterminio, e che il suo essere ebreo è sufficiente perché lo uccidano. Il suo com­portamento, le sue annotazioni assurde, disgustano e offendono il lettore, che con rabbia legge anche la fine del romanzo, visto che il comportamento fino ad allora tenuto dal protagonista non offre appiglio a un giudizio morale, l’individuazione delle re­sponsabilità (per esempio, i rimproveri fatti alla famiglia ebraica che abita nella loro casa). E dobbiamo accennare anche allo sti­le. Le Sue frasi sono espresse per lo più maldestramente, con gran­de fatica, e purtroppo sono frequenti le espressioni del tipo “.. .per lo più insomma davvero…”; “molto naturalmente, e un attimino oltre a ciò…”.

«Per questo Le restituiamo il manoscritto.

«Distinti saluti.

«…Questa lettera mi regalò, per lo meno, un mattino ricco di sentimenti: ancora oggi sento una certa nostalgia, a riandarci con il pensiero.

Ma nonostante tutto vi è una sorta di “lieto fine”, l’esser stato fedele a se stesso alla fin fine ha pagato e il destino che si è scelto lo condurrà sino alla fine. Con la nostalgia della “fase eroica”, della lotta solitaria per imporsi. E così il “vecchio” ci lascia.

“La sua avventura unica, la sua epoca eroica, ora e per sempre sono giun­te alla fine. Ha trasformato in un oggetto la propria persona il suo testardo segreto l’ha diluito facendolo divenire una generalità, la sua realtà indicibile l’ha fatta evaporare in gesti. L’unico romanzo possibile per lui sarà un libro tra i libri, che condividerà la stessa sorte degli altri libri, aspettando che su di esso cada lo sguardo del raro acquirente. La sua vita diventerà quella di uno scrittore, che scrive, scrive i suoi libri, fino a che non deruba completamente se stesso e non si purifica diventando un nudo scheletro, liberandosi dai fronzoli superflui: dalla vita. Sisifo – dice il racconto — dobbia­mo immaginarcelo felice. Certo. Ma anche lui è minacciato dalla misericordia. Sisifo – e l’Arbeitsdienst [Lavoro coatto] – sono eterni, è vero; ma la roccia non è immortale. Attraverso un cammino aspro, in tanti ruzzolamenti, prima o poi si consuma, e Sisifo un bel giorno si scopre a fischiettare distratto e a scalciare davanti a sé, nella polvere, nien­te più che una pietruzza grigia.

E cosa ne può fare? Chiaramente si piega, se la mette in ta­sca, se la porta a casa – dato che è sua. Nelle sue ore vuote – e adesso lo aspettano soltanto ore vuote – la tira fuori ogni tanto.

Mettersi a far finta di farla ruzzolare su, verso l’alto delle vette, sarebbe ridicolo: ma con i suoi occhi vecchi velati dalla catarat­ta, può osservarla, come se anche adesso ne considerasse il peso, e la presa. Ci avviluppa sopra le dita tremanti e insensibili, e si­curamente la impugna ancora nel momento dell’ultimo, estremo slancio – quando senza vita cade dalla sedia posta di fronte al se­crétaire.”

Kaddish per il bambino non nato (1999)[7]

Se Essere senza destino era strutturato come un racconto lineare, con un unico narratore interno e una unitarietà temporale (un anno) che si apre e chiude a Budapest – la complessità e lo spiazzamento nasceva semmai dal confronto/conflitto con il lettore – e con Fiasco Kertész approda, secondo la felice concettualizzazione di Umberto Eco, ad una Opera aperta, con questo testo che chiude la “trilogia” abbiamo una “orazione”. Testo da leggere possibilmente ad alta voce con rimandi e ricorrenze in un flusso ininterrotto dove il prima e il dopo si intersecano di continuo. Testo non a caso idoneo ad una sua recitazione teatrale[8]. Nel primo testo avevamo il bambino narrante, nel secondo lo scrittore, qui il sopravvissuto con una ormai quasi completa sovrapposizione fra narratore ed autore. Sopravvissuto che non riesce, anzi non vuole liberarsi dal proprio passato. Da Auschwitz non si guarisce!

“No!” – dissi subito e immediatamente …

Questo l’incipit mentre due anziani passeggiano in un faggeto vicino alla loro casa di cura. La “domanda innocente” che ha scatenato e scombussolato l’io narrante era semplicemente “se avessi un figlio”. Ma quel “No!” che viene ribadito è soprattutto il No! che fece a sua moglie (ora ex). Per cui l’oratoria funebre è nel contempo per il figlio non nato e per un matrimonio che si è dimostrato impossibile fra un sopravvissuto e una giovane e bella ebrea (e medico) che aveva voglia di vivere e desiderio di guarire il suo amato.

Scrittore e traduttore “la penna è la mia zappa”,

“… scrivo perché devo scrivere, e se scriviamo, dialoghiamo, l’ho letto da qualche parte, fin quando esisteva un dio, probabilmente dialogavamo con Dio, ora che non c’è più, uno presumibilmente dialoga solo con gli altri o, nella migliore delle ipotesi, con se stesso, vale a dire che parla da solo o borbotta, come dir si voglia …”

 E, rivolto al figlio non nato (e non voluto)

“… la mia vita considerata come possibilità della tua esistenza alla luce della serie di riconoscimenti e all’ombra del tempo che scade si modificò così una volta per tutte: la tua non esistenza considerata come liquidazione necessaria e radicale della mia esistenza … Perché solo così ha un senso tutto quello che è successo, che ho fatto e che mi hanno fatto …” 

E ritorna più volte al suo incontro con la giovane e bella ebrea

“… visto che voleva par­larmi perché aveva saputo chi ero: B. scrittore e traduttore di cui aveva letto uno “scritto”, del quale doveva assolutamente parlare con me, disse, e abbiamo anche parlato, fino a quan­do non siamo finiti a letto – Dio mio! – e abbiamo parlato an­che dopo, anche durante, ininterrottamente …”

“Poi venne fuori il titolo di un libro allora di moda, una frase del libro di moda allora, anzi ancora oggi, anzi di sicuro per sempre, che l’autore pronuncia dopo essersi schiarito la vo­ce in maniera dovuta ma ovviamente rivelatasi poi inutile, con la voce rotta dall’emozione: “Per Auschwitz non c’è spiega­zione”  […], come se que­sta proposizione enunciativa, che reprime allo stato embrio­nale tutte le enunciazioni, enunciasse qualcosa, laddove non bisogna essere Wittgenstein per accorgersi che, già solo pren­dendo in considerazione la logica linguistica, è sbagliata, va­le a dire che vi si riflettono al massimo i desideri, l’infantile moralità menzognera o sincera e vari complessi soffocati: a parte questo non ha alcun valore enunciativo. Credo, l’ho an­che detto, poi ho solo parlato, parlato in maniera inarresta­bile, ormai logorroica, a tratti soffermandomi su uno sguar­do femminile puntato su di me, che pareva volesse far scatu­rire in me una sorgente, mi venne in mente, nel bel mezzo del­la mia coazione a parlare, di sfuggita e probabilmente in ma­niera erronea, riflettendo al massimo desideri e vari complessi soffocati, dico, mi venne in mente che era lei, la mia futura moglie, ma prima la mia amante, che conobbi solo dopo tale conversazione, quando, stanco, turbato e dimentico di tutto e pronto ad andarmene (“all’inglese”, come si suol dire), el­la attraversò un tappeto verde-blu, come se camminasse sul mare.”

… in una di queste notti incandescenti al buio, mia moglie disse che po­tevamo rispondere a tutte queste domande e risposte, a tutte queste domande e risposte che riguardano le nostre vite, solo con la nostra vita, più precisamente con la vita intera, perché tutte le domande poste e tutte le risposte fornite da ora in poi sarebbero state domande insufficienti e risposte insufficienti, e lei poteva immaginare la completezza nello stesso modo, per­ché, perlomeno per quanto la riguardava, nessun’altra com­pletezza poteva sostituire la completezza unica, integrale, rea­le, quindi voleva un figlio da me, mi disse. Sì, e

“No!” – dissi subito e immediatamente, senza esitazione e, per così dire, istintivamente, perché ormai è del tutto na­turale che i nostri istinti agiscano contro i nostri istinti, che, per così dire, i nostri controistinti agiscano al posto, anzi a mo’ dei nostri istinti; e come se questo

“No! ” non fosse stato un “No! ” abbastanza secco – o poiché forte della mia incon­gruenza – mia moglie si mise a ridere. Lei comprendeva, mi disse più tardi, da quale profondità fosse sgorgato quel mio

“No!”, e cosa dovessi vincere dentro di me perché dive­nisse un sì. Io le risposi che credevo anch’io di aver compre­so quello che pensava, ma il

“No!”

era “No!”, […]

le dissi, tanto basti immaginare una con­versazione disperata e infame, le dissi, immaginiamo, le dis­si, il bambino, il nostro bambino, le tue grida, diciamo, le dissi, il bambino ha sentito qualcosa e strilla, diciamo, “Non voglio essere ebreo! “, visto che è fin troppo immaginabile e motivato che il bambino non voglia essere ebreo, e che la ri­sposta metterebbe a disagio me, diciamo, sì, perché come si può costringere una creatura a essere ebrea, a questo ri­guardo, le dissi, camminerei sempre a testa bassa davanti a lei – a te – perché non potrei darle – darti – niente, né una spiegazione né una fede né un’arma da fuoco, …

“No! ” – non potrei mai essere padre, destino e dio di un altro uomo,

“No! ” – non potrà mai accadere a un altro bambino quel­lo che è accaduto a me nell’infanzia,

“No! ” – urlò, ululò dentro di me qualcosa, è impossibile che questo, l’infanzia, accada a lui – a te – e a me.

E allora nella coppia qualcosa si rompe in modo irrimediabile

E anche ora, disse mia moglie, anche ora dentro di lei tutto diceva che voleva vivere. Le dispiaceva per me, ma le dispiaceva soprattutto perché era così impotente; ma ave­va fatto tutto quello che poteva per salvarmi (e io tacqui, seb­bene mi avesse sconcertato il modo in cui parlava). Già solo per gratitudine, continuò mia moglie, ero stato io a mostrar­le quella strada che proprio io non riuscivo a percorrere con lei, perché le ferite che mi portavo dentro erano più tenaci del mio giudizio, forse avrei potuto anche scacciarle, sem­brava, ma almeno a lei pareva, disse mia moglie, che non aves­si voluto e non volessi scacciarle, e questo ci era costato il no­stro amore, il nostro matrimonio. Disse di nuovo che le di­spiaceva che mi avessero rovinato, disse, e che mi fossi rovi­nato, cosa che all’inizio non aveva visto, anzi, disse mia mo­glie, all’inizio si era meravigliata del fatto che, malgrado mi avessero rovinato, è vero, io non mi fossi rovinato, all’epoca mi vedeva così, ma si sbagliava, disse mia moglie, non sareb­be stato un problema, e non avrebbe generato in lei un sen­timento di delusione, sebbene fosse fuor di dubbio che ne aveva sofferto, disse mia moglie. Ripeté che voleva salvarmi, ma che la sterilità, una qualche forma di sterilità di intenti, di affetto e di amore aveva pian piano estinto l’affetto e l’amore verso di me, lasciando dentro di lei solo un senso di sterilità e di inutilità e di infelicità.

“Poi ci separammo. E se, malgrado tutto, non ricordi gli anni successivi a quello come anni di totale arsura desertica è soltanto dovuto al fatto che, anche in questi anni, come del resto sempre da allora, prima e naturalmente anche durante il periodo del matrimonio, lavoravo, sì, mi ha salvato il lavoro, anche se in realtà mi ha salvato solo per conto della distru­zione. In questi anni non solo sono giunto ad alcuni ricono­scimenti decisivi, ma in questi anni ho riconosciuto che i miei riconoscimenti si intrecciano uno dopo l’altro, nodo a nodo con la mia sorte. In questi anni ho riconosciuto anche la ve­ra natura del mio lavoro che, tutto sommato, non è altro che scavo, lo scavo ulteriore, definitivo, di quella fossa che altri hanno cominciato a scavare per me nelle nuvole, nei venti, nel nulla.”

“In questi anni ho iniziato a scrivere fogliettini sul mio matrimonio. In questi anni si è fatta viva di nuovo mia mo­glie. Una volta, sperando in nuove ricette[9], l’aspettavo nel so­lito caffè, lei teneva per mano due bambini. Una fanciulla da­gli occhi scuri con i pallidi puntini delle lentiggini sparse in­torno al nasino e un ragazzo caparbio, dagli occhi allegri e du­ri come sassi grigio-azzurri. Salutate il signore, disse loro. Una volta per tutte mi ha fatto tornare completamente in me. Ogni tanto, come un furetto malconcio, superstite della grande di­sinfestazione, guizzo furtivamente per la città. Di tanto in tan­to drizzo le orecchie a un suono, a un’immagine, come se il fiuto intermittente dei ricordi assediasse dall’aldilà i miei sen­timenti incalliti e infingardi. In prossimità di qualche casa, al­l’angolo di qualche strada, mi fermo spaurito, con le narici dilatate, scruto tutt’intorno con lo sguardo allarmato, voglio fuggire, ma qualcosa mi tiene prigioniero. Sotto i piedi il ca­nale ribolle, come se la piena inquinata dei miei ricordi vo­lesse emergere dal suo letto nascosto per trascinarmi via. Co­sì sia; mi ci sono preparato. Durante il mio ultimo, grande raccoglimento, ho presentato la mia vita ancora fragile, ca­parbia, l’ho presentata per partire con il fardello di questa vi­ta nelle mani levate in alto, per immergermi nelle acque im­petuose, nere, di un fiume oscuro, Dio mio!

lasciami immergere

per l’eternità,

Amen”


Bibliografia ragionata delle altre opere di Kertész disponibili in traduzione italiana

I Diari

1992 Diario dalla galera (1961-1991). Ed. it. Bompiani, Milano 2009

A partire dal 1961 per tutto il periodo del governo comunista ungherese. I temi sono quelli dell’arte e del come rappresentare Auschwitz, i temi della libertà e del conformismo sotto una nuova forma di totalitarismo.

“1* maggio 1965. Essere senza destino – come titolo possibile, ma senz’altro come sottotitolo. Cosa intendo per destino? In ogni caso la possibilità della tragedia. La determinazione esterna, le stigmate costringono la nostra vita in una situazione condizionata dal totalitarismo, in un’assurdità, fa fallire questa possibilità: se quindi noi viviamo come realtà la determinatezza che ci viene imposta, invece che la necessità derivante dalla nostra libertà relativa, questo io lo chiamo assenza di destino. […]

1966 Non gli ebrei, bensì l’uomo, che occasionalmente è ebreo: “l’ebreo” come situazione nel totalitarismo […]

Settembre 1982. È un paradosso che, nonostante tutto, l’uomo ricerchi la felicità: in questo si cela la sua infelicità. Questo è l’errore, giacché solo nella sofferenza c’è qualcosa di simile alla vita. E – anche se in un primo momento sembra una contraddizione – soltanto nella sofferenza vi è consolazione. […]

Febbraio 1990. Gli uomini vivono la liberazione dalla tirannia come un crollo. Cosa succederebbe se li gettassero nella libertà!”

2003 Lo spettatore. Annotazioni 1991 – 2001. Ed it. Bompiani, Milano 2018

Dopo il crollo del muro le delusioni per un paese, l’Ungheria, che non sa far buon uso della libertà ma si rifugia nel nazionalismo.

“Sono un europeo che custodisce l’unica forma di esistenza universale, l’unica coscienza universale, che vive l’unica forma di vita senza patria – e fuori di patria –, ovvero sono ebreo, eclettico, esistenzialista, credente irreligioso, errabondo esiliato.”

«…adesso ho almeno una prova del fatto che il contenuto più importante della mia vita è stato, in fondo, la libertà, che gli atti più importanti – le mie opere – sono stati atti di libertà.»
«È arrivato il rapporto del cosiddetto ufficio storico – tre mesi fa sono andato a chiedere, nell’ufficio che gestisce e archivia queste denunce, che mi consegnassero i documenti a me intestati, tutto quello che potrebbe essere stato scritto su di me tra il 1950 e il 1989. Ed ecco la risposta: “Lei non figura nei documenti d’archivio attualmente a nostra disposizione.” Dunque non hanno aperto alcun fascicolo su di me, nessuno mi ha denunciato. Ho preso un abbaglio! Ho vissuto la mia vita così, totalmente ignorato.»

…Il nazionalismo non è però che la forma effimera dell’odio e della distruzione universali. In verità si dovrebbero svelare i motivi profondi dell’odio e della distruzione universali, si dovrebbe indagare perché il mondo si odii così tanto, e per quale motivo si diriga con tanta foga verso la distruzione. In relazione alle culture sinora esistite possiamo notare due svolte: l’uomo ha perduto la fede, non solo nella vita ultraterrena, ma anche in quella terrena; la sua vita non ha un fine morale individuale (amore e redenzione) né ha più un orizzonte comunitario, creativo (forme di esistenza più alte, eccelse, più spirituali e creatrici) al quale desideri tendere. La seconda svolta – che del resto discende dalla prima – è che il modo di rapportarsi dell’uomo verso l’altro uomo è diventato un rapporto ostile, quello dell’omicida nei confronti della vittima, dell’omicida nei confronti dell’omicida, della vittima nei confronti dell’omicida.»

2010 L’ultimo rifugio. Romanzo di un diario (2001 – 2009), ed. it. Bompiani, Milano 2019

Il periodo della vita in Germania, in “esilio volontario” da una Ungheria con cui fatica a riconoscersi; in questi anni l’arrivo dei riconoscimenti per la sua opera sino al Premio Nobel per la letteratura. Già precedentemente aveva scritto: «Propriamente non ho ricevuto in nessun luogo tanto affetto, quanto me ne ha dato quella Germania, dove vollero uccidermi.»  Ma il nostro passato ci accompagna e oramai la vecchiaia avanza con tutti i suoi segni del declino. Aperti comunque all’inaspettato.

“Ci portiamo la nostra vita ovunque. Governare la barca verso la fine. Misurare l’importanza di ogni cosa rispetto alla morte.”

«Ogni relazione umana è un’illusione. La famiglia: questioni di eredità, patrimonio. L’amicizia: parole calde, impotenza, inerzia. Talvolta una gioia per la disgrazia altrui. L’amore: vola via senza lasciare tracce da un momento all’altro. E qualcosa comunque esiste, nonostante tutto talvolta fiorisce un’azione. Ma sempre in modo inatteso e, nella maggior parte dei casi, non là dove la si aspetta, non da parte di colui nel quale abbiamo riposto tutta la nostra fiducia».

Altre opere

1993 Verbale di polizia. Ed. it. Casagrande, Bellinzona CH 2007

Scritto a quattro mani con lo scrittore (e matematico) ungherese Péter Esterházy. Un semplice controllo sul treno fra Budapest e Vienna quando oramai la cortina di ferro si è dissolta fa capire all’autore (e personaggio) che il passato fa enorme fatica a passare.


1997 Storia poliziesca. Ed. it. Feltrinelli, Milano 2007

«Alla fine decisi che non avrei omesso le azioni “rivoltanti”, avrei, invece, spostato l’ambientazione in un immaginario paese sud-americano. Questo lavoro rappresentò per me una sfida insolita […] non avevo mai scritto un romanzo che non fosse nato da una diretta e incalzante necessità esistenziale».

Il Protagonista/narratore è agente dei servizi segreti, condannato a morte per i suoi trascorsi di torturatore sotto la dittatura che lascia un memoriale sui suoi trascorsi e sul percorso di iniziazione sotto la guida dei suoi superiori. L’orrore ha una sua logica e non è prerogativa solo di Auschwitz.

1997 Io, un altro. Cronaca di una metamorfosi. Ed. it. Bompiani, Milano 2012

Il mondo cambia (dopo la fine dell’Unione Sovietica) e questo, volente o nolente, fa cambiare l’autore che su questo suo cambiamento racconta e riflette. Mal digerisce il riemergere del nazionalismo e non accetta di esser strumentalizzato e ridotto quale testimonial dell’orrore dell’antisemitismo. Esce sempre più spesso dal proprio paese e la sua identità da un lato si arricchisce e all’altro sembra divenire meno comprensibile.

Un giorno, capiremo quello che stiamo pensando?” (Jung).

Un giorno capirò la mia vita? Riuscirò a capirla? Tutto indica il contrario: l’io estraneo radicato in me, il moralista che approva se stesso, il menzognero inventore di favole. Hannah Arendt afferma che ogni scritto origina da un solo impulso: comprendere qualche cosa. Ma lascia che la nebulosità offuschi la parola “comprendere”. […]

Forse noi realizziamo uno scopo e, anche se nel pieno delle nostre attività quotidiane, non teniamo in grande considerazione questa impresa; senza neppure accorgercene portiamo a compimento il fine della nostra vita – di quella vita che noi invece reputiamo senza scopo,”

1998 Il vessillo britannico (tre racconti). Ed. it. Bompiani, Milano 2004

Il primo racconto del 1991 che dà il titolo al volume, ripercorre gli anni del dopoguerra, il suo poco tollerato lavoro di giornalista, la convivenza con la futura moglie “conosciuta quando era appena uscita da un campo di lavoro dove l’avevano trattenuta per un anno dove l’avevano trattenuta con la solita motivazione: vale a dire senza alcuna motivazione”, la ricerca di un alloggio sino agli eventi della rivoluzione ungherese del 1956. Durante quegli assembramenti di popolo nelle strade della capitale, l’episodio che Imre ricorda ai suoi più giovani amici:

“In modo inaspetta­to, una macchina tipo jeep fece la sua comparsa; aveva il cofano completamente coperto dai colori inglesi – azzur­ro, bianco, rosso -, insomma… da un grande vessillo bri­tannico. Sgusciava a velocità folle tra le nereggianti ali del­la moltitudine raccolta sui due marciapiedi quando, prima sporadico, poi sempre più fitto, risuonò l’applauso della gente – un segno di aperta simpatia. Ormai soltanto da dietro vidi la macchina che era sfrecciata sotto il mio na­so: ed ecco che, nell’istante in cui l’applauso parve conso­lidarsi, diventare quasi voluminoso, dal finestrino di sini­stra si sporse titubante – all’inizio quasi riluttante – una mano. […] Era un cenno forse d’amicizia, forse di saluto, forse un piccolo gesto di compassione: in ogni caso, conteneva una decisa approvazione,”

Il secondo racconto, “Il cercatore di tracce” è una sorta di giallo in parte onirico in parte metafisico dove il protagonista “l’ospite” ovvero “l’inviato” che alla fine sappiamo esser “straniero” è indagatore e forse indagato. Cerca una fabbrica (quella del lager di Zeit?) e incrocia delle donne misteriose, la moglie, una velata di nero che lo perseguita e una che appare in mezzo alla folla.

“Era bella, sì, eppure c’era qualcosa di lacerato in quella donna. Nel suo splendore compariva qualche segno di di­sperazione per lo sforzo sostenuto; nella sua sicurezza di sé, qualcosa della sonnambula; nella sua bellezza, qualco­sa di trasandato, qualche tratto che era sul punto di diven­tare repellente, che minacciava in ogni istante di scatenar­si e di impadronirsi di quel volto con improvvise contra­zioni.

Chi era dunque quella donna? Una strega? Uno spirito distruttore? Dove aveva già visto quel volto?”

Il terzo racconto, “Verbale” del 1991 anticipa il racconto “Verbale di polizia” del 1993. È in realtà un “contro-verbale” in cui Kertész ricostruisce la vicenda del suo fermo alla frontiera quando stava per recarsi a Vienna. Una situazione che gli richiama Kafka: “La condanna non viene tutta insieme, il processo stesso diventa pian piano la condanna.”

2003 Liquidazione. Ed. it. Feltrinelli, Milano 2005

Storia del suicidio di uno scrittore, indicato semplicemente da una B puntata, nato in campo di concentramento, e della indagine di Keserü, suo amico ed editore che vuole capire i motivi del suicidio e reperire l’ultimo romanzo a cui B. stava lavorando.

“Prima di lasciare l’appartamento lessi ancora una volta il messaggio di addio di B.: «SCUSATEMI! BUONA NOTTE!». Era il messaggio di addio più breve della letteratura universale e – pensai – nel suo genere era un capolavoro.”

B. aveva lasciato anche una lettera alla (ex) moglie e la richiesta di bruciare tutto: la lettera e l’ultimo manoscritto.

È finito il nostro mondo, il nostro – ora lo vedo chiaramente – servile mondo-prigione, che abbiamo tan­to odiato. Eppure è stato quest’odio a mantenerci in vita, ades­so lo so. Il dispetto, l’ostinazione che ci fa sopravvivere. – E l’amore? – potresti chiedermi. Mi sembra di sentire la tua voce. – L’amore non conta?

Non lo so, Sara. Tu ci hai provato in ogni modo. Mi dispiace. Devo sparire, andare via per sempre di qui, insieme con tut­to quello che – come posso dire? – porto dentro di me, co­me la peste. Porto dentro di me delle forze capaci di un’in­credibile distruzione, con il mio ressentiment si potrebbe distruggere il mondo intero, e ne parlo in maniera elegan­te, per non dire cose da far vomitare.

2003 Il secolo infelice (raccolta di saggi). Ed. it. Bompiani, Milano 2012

Raccolta di scritti a carattere saggistico realizzati fra il 1990 e il 2002 sui temi ricorrenti nelle sue opere letterarie: l’Olocausto, la Libertà, il totalitarismo, il ruolo dell’arte, l’Europa, l’essere ebreo e l’antisemitismo …

“Non considero “saggi” nel senso tradizionale del ter­mine gli scritti che seguono; parlerei piuttosto di “approssimazioni”, anche se naturalmente questo genere letterario non esiste. Da una parte vorrei sottolineare il fatto che nessuno di questi lavori esaurisce il pro­prio soggetto, ma riesce al massimo ad approssimarsi a esso; dall’altra vorrei evidenziare che essi affrontano, sebbene da un altro punto di vista, lo stesso argomento delle mie opere narrative: l’inavvicinabile.”

Chiude il volume “Eureka!”, il discorso pronunciato in occasione del conferimento del Premio Nobel 2002 per la letteratura[10].

“Si dice di me, a volte per elogiarmi, a volte per cri­ticarmi, che io sia lo scrittore di un unico argomento, l’Olocausto. Non ho niente in contrario e – salvo alcu­ne riserve – perché non dovrei accettare il posto a me assegnato sulle mensole delle biblioteche? In fondo, quale autore non è lo scrittore dell’Olocausto? Inten­do dire che non c’è bisogno di scegliere l’Olocausto come tema principale per notare quella voce rotta che da decenni regna sull’arte moderna d’Europa. Dirò di più: non conosco un’arte autentica e di valore nella quale non si percepisca questa rottura, come se dopo una notte di incubi, l’uomo non si guardasse distrutto e perso intorno al mondo. Io non ho mai considerato il complesso di problemi chiamato Olocausto come un conflitto inabrogabile tra tedeschi ed ebrei; non ho mai creduto che questo fosse il più giovane capitolo nella storia delle sofferenze degli ebrei. Non l’ho mai visto come un singolare deragliamento della storia, come un pogrom più imponente di quelli precedenti, come una premessa della creazione dello stato ebrai­co. Nell’Olocausto io ho riconosciuto la condizione umana, il capolinea della grande avventura dove è giunto l’uomo europeo dopo duemila anni di etica e di cultura morale.

Adesso dobbiamo riflettere soltanto su come prose­guire da qui.”



[1] “Il fiore di una bambina” del 2008, ripubblicato in Un popolo come gli altri, Donzelli, Roma 2019, p. 135.

[2] Questa citazione e le seguenti sono riprese da un articolo pubblicato originariamente sul quotidiano ungherese Magyar Nemzet il 10 novembre 2001 a cura  di Zoltán Hafner, direttore dell’Istituto Imre Kertész di Budapest. La traduzione è di Andrea Rény ed è visionabile online > qui <.

[3] Io, un altro. Cronaca di una metamorfosi, Bompiani, Milano 2012, p. 67-68.

[4] Da AmargiPress del 12.11-2020: “Zona Disagio. L’Ungheria riscrive (ancora) un pezzo di storia”.

[5] Dalla intervista, come le successive al regista e a Ennio Morricone, rilasciata dopo la presentazione del film a Cannes e riportata negli extra del DVD:

[6] Ed. italiana: Fiasco, Feltrinelli, Milano 2001. Sul rapporto con l’opera precedente è consultabile online l’intervista all’autore sul Corriere della Sera curata da Giorgio Pressburger in occasione dell’edizione italiana: > qui <.

[7] Ed. italiana, Feltrinelli, Milano 2006

[8] Cfr. la messa in scena a cura di e con Ruggero Cara.

[9] Le ricette di antidepressivi che la moglie, medico, continuava prescrivergli anche dopo la separazione.

[10] Il discorso era stato pronunciato in Ungherese. Online sono disponibili le versioni in Inglese e Francese: > qui < e > qui <.