Mancano ormai pochi giorni al referendum e il clima elettorale non invoglia certo ad intervenire: assistiamo al prevalere dei pasdaran delle opposte tifoserie, ad un incattivimento che sta producendo sfracelli non solo dentro organizzazioni e ambienti politici e sociali, ma anche nelle famiglie e nelle amicizie (cari amici che quasi non si salutano più o che tutt’al più per quieto vivere rinunciano al reciproco confronto, il che non è certo un bel segno); il tutto, qualunque sarà il risultato, lascerà ferite e strascichi difficili da ricomporre. Un clima che non facilita la discussione e penso terrà lontano dal voto i molti indecisi.
Ero pertanto incerto se esprimere in questo blog il mio convincimento (che si è rafforzato non tanto per il brutto dibattito ma andando a rileggere il testo su cui andremo a votare); penso però che sia un mio dovere quale cittadino attivo. Non pretendo certo di convincere nessuno ma semmai porre l’accento su alcuni aspetti che mi paiono centrali.
Il testo
Come di usa fare per ogni testo parto da una analisi formale dicendo cose in parte scontate ma anche altre che mi pare restino in ombra. Faccio riferimento al testo della proposta (qui consultabile) che permette il raffronto fra il testo costituzionale vigente e le modifiche su cui dobbiamo votare. La proposta riguarda come è noto 47 articoli (sui 139 della Costituzione vigente)
- Parte I: Diritti e doveri dei cittadini.
- Titolo IV. Rapporti politici: art 48
- Parte II: Ordinamento della repubblica
- Titolo I. Il Parlamento
- Sezione I. Le Camere: art. 55, 57, 58, 59, 60, 61, 62, 63, 64, 66, 67, 69
- Sezione II La formazione delle leggi: art. 70, 71, 72, 73, 74, 75, 77, 78, 79, 80, 81, 82
- Titolo II. Il Presidente della Repubblica: art. 83, 85, 86, 87, 88
- Titolo III. Il Governo
- Sezione I. Il Consiglio dei Ministri: art. 94, 96
- Sezione II. La Pubblica amministrazione: art. 97, 99
- Titolo V. Le Regioni, le Province, i Comuni (diventa “Le Regioni, Le Città metropolitane e i Comuni”): art. 114, 116, 117, 118, 119, 120, 121, 122, 126, 132, 133
- Titolo VI. Garanzie costituzionali
- Sezione I. La Corte Costituzionale: art. 134, 135
- Titolo I. Il Parlamento
All’interno di questo cambiamento vi è l’abrogazione di 2 articoli (art. 58 e 99) e di cinque commi 5 commi di altrettanti articoli (art. 57/2, 62/3, 83/2, 117/3, 133/1). Dovremmo aspettarci una costituzione più snella, come si è più volte detto una semplificazione. Da una prima lettura ho subito avuto l’impressione contraria e ho provato a fare il conteggio delle parole in più e in meno con questo risultato: nonostante gli articoli e i commi abrogati la costituzione che esce dalla proposta contiene ben 1918 parole in più (ho fatto i conteggi due volte e non escludo qualche imprecisione ma l’ordine di grandezza è sicuramente questo: a un primo conteggio mi veniva 1915, numero – e data – che mi ha fatto sobbalzare per l’infausto riferimento storico; alla seconda il forse meglio augurante 1918).
Un primo problema è pertanto quello della leggibilità; su questo aspetto molti hanno parlato: molti articoli sono di difficile comprensione (non solo il citatissimo art. 70: si possono citare fare ad esempio gli articoli 55, 72, 77). Si fa inoltre largo utilizzo uso di un metodo di formulazione (il rimando a commi di altri articoli) in largo utilizzo nella formulazione legislativa ma che non dovrebbe far parte di una Costituzione rendendo ancor più difficile la lettura per i non esperti di diritto e legislazione. La percezione è quella di una scrittura affrettata che avrebbe bisogno di una ripulitura e chiarificazione linguistica. Cura dei padri costituenti è stata anche questa: un testo a portata di ogni cittadino e fonte prima di ogni formazione civile in ogni ordine di scuola. Con la nuova proposta è evidente che si scinde (o si rende comunque problematico) un possibile rapporto di immediata ed esplicita identificazione fra cittadino e Costituzione repubblicana.
Ma non è questo il nodo principale: se cambia parte di un testo cambia anche il significato del co-testo. Non è necessario essere esperti di analisi testuale: il cambiamento di articoli di una sezione ovviamente determina il significato anche degli altri articoli della stessa sezione. Lo diceva già Schopenhauer: un testo è un organismo, ogni parte di un testo interagisce con tutte le altre parti del testo e con il testo complessivo. Un cambiamento così cospicuo (47 articoli su 139, quasi duemila parole in più) pertanto non dà vita a una “revisione” dell’attuale Costituzione, ad una “riforma”, ma a un’altra costituzione. E questo vale anche per la prima parte e i primi 12 articoli (i Principi fondamentali). Non cambiano nella loro formulazione diretta ma assumono evidentemente un significato diverso in quanto le altre parti del testo costituzionale (del co-testo) ne sostanziano il significato. Se si modificano ad esempio (e in modo significativo) le modalità di esercizio della sovranità popolare è evidente che cambia il significato dello stesso art. 1. E chi come Benigni afferma “…ma i principi fondamentali non cambiano” fa un insulto non alla nostra ma alla sua stessa intelligenza.
Due Costituzioni
Abbiamo pertanto di fronte la scelta fra due diverse costituzioni; le modifiche sono tali che quella proposta è di fatto un’altra costituzione. È ovvio che non vi è nulla di illegale nel percorso che ha portato alla proposta di una diversa formulazione della Costituzione. È previsto dalla stessa costituzione (art. 138) e è appunto su questa scelta dobbiamo votare: Costituzione vigente, nuova Costituzione.
Certo c’è un altro aspetto che alcuni chiamano “vizio di forma”; io direi di “modalità” con cui si è arrivati alla sua formulazione e approvazione: non una scelta ampiamente condivisa, e nemmeno una scelta partita dal parlamento, ma dal governo e approvata (e questa è senz’altro una anomalia) anche con voti di fiducia. Su questo si è discusso molto e non mi soffermo (tempi accelerati con voti di fiducia ecc.). Certo questa modalità è tale che divide, che crea fratture non facilmente sanabili, sia che vinca il sì che il no (e il fatto che si dica – e allo stato attuale non c’è altro modo di dirlo – che qualcuno vinca e altri perda sulle regole (sulle regole fondanti della Costituzione) e non all’interno delle regole (come avviene e deve avvenire nelle normali competizioni politiche) produce una lacerazione nel paese di cui non avevamo certo bisogno (mi riferisco ovviamente al governo, visto che è sua la proposta, e non al fronte del sì che è più variegato, anche nelle motivazioni).
Faccio a questo punto due citazioni, prese da due diversi momenti del dibattito politico, ma che possono far riflettere molto su quello attuale.
“Ancora una volta, in questa occasione emerge la concezione che è propria di questo governo e di questa maggioranza, secondo la quale chi vince le elezioni possiede le istituzioni, ne è il proprietario. Questo è un errore. È una concezione profondamente sbagliata. Le istituzioni sono di tutti, di chi è al governo e di chi è all’opposizione. La cosa grave è che, questa volta, vittima di questa vostra concezione è la nostra Costituzione” (20.10.2005) [1]
“È opinione diffusa, se non pressoché pacifica, che l’adozione di sistemi elettorali maggioritari debba essere accompagnata da una riconsiderazione del sistema di garanzie costituzionali. Una democrazia maggioritaria matura (cosiddetta democrazia dell’alternanza) si fonda infatti sulla comune e diffusa convinzione che il principio maggioritario debba dispiegarsi appieno per quanto riguarda le scelte di governo ma trovi un limite invalicabile nel rispetto dei principi costituzionali, delle regole democratiche, dei diritti e delle libertà dei cittadini: principi, regole, diritti, libertà che non sono e non possono essere rimessi alle discrezionali decisioni delle maggioranze pro tempore. È, questo, il pilastro principale del costituzionalismo moderno, prodotto maturo di una lunga e contrastata stagione storica terminata con l’affermazione dei principi e dei valori della cultura democratica e liberale”.
Si tratta della premessa alla proposta di legge Costituzionale n. 2115 (art, 64, 83, 136 e 138) presentata il 28 febbraio 1995 e firmata fra gli altri da Mattarella, Napolitano, Fassino, Veltroni e molti altri.
L’articolo 4 proponeva di cambiare il primo comma dell’articolo 138, elevando la soglia minima per la revisione della Costituzione con l’approvazione per ciascuna Camera delle leggi costituzionali alla “maggioranza dei due terzi dei suoi componenti con due successive deliberazioni separate da un intervallo non inferiore a tre mesi”. Se quella riforma, allora proposta anche da qualche attuale fervido sostenitore del sì, si fosse attuata, la “nuova” Costituzione, approvata a semplice maggioranza, non avrebbe superato il voto parlamentare e non saremmo qui a dividerci fra il sì e il no.
Il quesito
C’è un terzo aspetto, formale e sostanziale, su cui mi pare ci si soffermi poco. Riguarda il quesito. Non mi riferisco alla sua formulazione. Che il modo in cui è formulato sia una forzatura propagandistica è evidente. Una “furbata” da un lato – basta notare come il presidente del Consiglio lo visualizzi con enfasi in ogni suo intervento a favore del sì – e nello stesso tempo segnale della parallela poca avvedutezza (diciamo così) dei suoi oppositori. Non sarà certo questo (il modo in cui è formulato) a spostare gli italiani verso una o l’altra direzione (sarebbe fare un’offesa in questo caso alla loro intelligenza).
Mi riferisco al fatto che appunto sia un unico quesito. Sempre nella proposta del febbraio 1995 sopra ricordata, si proponeva questa formulazione: “Il referendum è richiesto e indetto per ciascuna delle disposizioni sottoposta a revisione, o per gruppi di disposizioni tra loro collegate per identità di materia”. In sostanza se quella revisione fosse oggi in vigore (e la proposta fosse stata votata dai due terzi di entrambe le Camere) oggi andremmo a votare su più quesiti come sosteneva Valerio Onida.
Così non è e tutto sommato, allo stato attuale, mi pare che sia meglio così. Purché se ne prenda atto sino in fondo sia nel dibattito che nella decisione che ognuno di noi deve assumere. Se fossero stati più quesiti tutto il discorso che ho fatto sin qui (le due Costituzioni) evidentemente cambierebbe.
Si vota sull’insieme della proposta, sul suo significato complessivo. Se viene approvata si entra in una nuova forma costituzionale; la “seconda repubblica” non è mai esistita, è stata solo una formulazione politico giornalistica: in questo caso direi che sì, si entrerebbe in una nuova forma di repubblica.
Mi pare che, a parte i toni dello scontro e le invettive reciproche, sia qui il principale difetto del dibattito a cui assistiamo. Da una parte e dall’altra ci si sofferma su questo o quell’altro aspetto (condivido per questo, non condivido per quell’altro ecc.) e non sull’insieme della proposta che non è stata esplicitata (e dall’altra parte quasi mai criticata) nel suo impianto complessivo (se non con slogan elogiativi – nuovo vs vecchio e simili– oppure denigrativi – democrazia vs autoritarismo se non addirittura dittatura-). In sostanza non siamo semplicemente chiamati a votare se le proposta di un nuovo rapporto Stato-Regioni ci convince, o il nuovo assetto del Senato e sul suo modo di essere eletto/nominato, sul modo di contenere i costi delle istituzioni, sul Cnel o quanto altro.
La domanda del 4 dicembre
La vera domanda è: dentro questo nuovo impianto costituzionale mi sento (mi sentirò) di appartenere come cittadino di questa nazione qualunque sia (e sarà) il presidente del consiglio e il partito a cui esso appartiene (apparterrà)? In passato, almeno per me (ma penso per tutti o quasi), è stato così anche quando mi identificavo culturalmente e politicamente con l’opposizione. Questa nuova proposta ci va bene, ci convince anche se il/i vincitore/i di tutte le prossime (e future) elezioni siano pur anche il peggio che ognuno di noi possa auspicare?
E allora il quesito del 4 dicembre si declina in altri quesiti. A quali problemi risponde (o cerca di rispondere) la proposta approvata a maggioranza dal parlamento? Si tratta certamente di problemi effettivi: la crisi della politica (o meglio la crisi dei partiti democratici e della loro capacità di rappresentare i cambiamenti della società) che si riflette anche nella costante riduzione della partecipazione alle elezioni, la crisi del potere degli Stati rispetto alla internazionalizzazione della finanza e delle scelte economiche, la velocità dei cambiamenti tecnologici, economici, sociali, internazionali di cui la crisi migratoria è un aspetto e pertanto la necessità di dare risposte più efficaci. Non la faccio lunga, il quadro (il con-testo) anche se non “conosciuto a fondo” penso sia senz’altro percepito da tutti nella sua complessità.
Ora di fronte a questo contesto, certamente complesso e problematico, mi sembra ci possano essere due risposte – o meglio due linee di tendenza – diverse. Non prendo in considerazione le “risposte di pancia” (alziamo i muri, usciamo dall’Europa e dall’euro, buttiamo a mare tutti i politici e mettiamo al governo dei semplici cittadini …) evidentemente irrazionali.
Una prima linea di tendenza è quella che possiamo chiamare neoliberista: accentramento del potere decisionale, più potere ai “tecnici” e meno alla politica tradizionalmente intesa. Siccome la situazione è sempre più complessa si risponde cercando forzature semplificatrici. Direi andando verso una democrazia più tecnocratica e più oligarchica, meno partecipata. La proposta governativa va in questo senso? mi pare proprio di sì anche se in modo pasticciato (un po’ un “vorrei ma non lo dico”), soprattutto nel ridurre i contrappesi (ad es. il capo dello Stato diventa di fatto espressione della maggioranza e da questa può esser messo in stato di accusa rovesciando il rapporto fra controllore e controllato), nel ridurre il ruolo diretto dei cittadini con “elezioni” (di fatto “nomine”) di secondo livello (sperimentate e tutt’ora ancora in campo per le Province), con la riduzione delle rappresentanze e la formazione (auspicata) di un “corpo politico” più coeso e competente; non mi piace la parola “casta” che è impropria e polemica, ma si andrebbe nella formazione – dai sindaci al parlamento – di un corpo politico più ridotto e sempre più a tempo pieno e pertanto sempre più proteso a perpetuarsi. La proposta va in questa direzione ma avrebbe dovuto esser più coerente e soprattutto esplicitata in quanto tale. Ma oltre ad esser pasticciata e in parte incoerente (ad es. il ruolo del Senato che “rappresenta le istituzioni territoriali” e nello stesso tempo concorre legislativamente al “raccordo fra lo Stato e l’Unione Europea”) non tiene conto che queste politiche (a partire da Blair) hanno fallito, hanno fatto il loro tempo. Nate tra l’altro nell’ottica dell’alternanza fra due poli ma riproposte oggi quando ormai la bipolarità della politica è superata nei fatti con la presenza – non solo in Italia ma in buona parte dei paesi occidentali – da una pluri-polarità (tre o più poli), riflesso evidente della complessità (socio-economica oltreché politica) del mondo in cui viviamo.
Quale altra strada si può intraprendere? Quella di una rivitalizzazione della Costituzione attuale (non escludendo ponderate e soprattutto condivise modifiche) nella direzione di una maggiore partecipazione. Certo non una partecipazione ingenua (tutti che discutono di tutto) a suo tempo già messa alla berlina da Moretti (“apriamo un dibattito”) ma una partecipazione dove le competenze diffuse presenti nella società (che sono nel loro complesso molto più estese di quelle che uno o più partiti politici possano acquisire) trovino modo di esprimersi e interagire con le istituzioni e le rappresentanze politiche in forme di elaborazione e di consultazione in forma diretta ed anche digitale. Si parla giustamente della necessità di dar vita ad una “cittadinanza digitale” che si realizzi in modo diverso da quella deludente espressa oggi dai social network. Non mi pare che in questa prospettiva di una partecipazione ed elaborazione diffusa – tutta da costruire e su cui siamo in enorme ritardo – il punto centrale consista nella revisione costituzionale.
Il voto
Più di un commentatore ha detto: “Ma qual è la proposta del no?” La domanda non ha senso. C’è una proposta (complessiva) del governo che può essere o non essere condivisa. Chi la condivide voterà sì, che non la condivide voterà no. Non c’è e non può e non deve essercene un’altra perché una sola è la proposta in campo e i motivi di non condivisione possono esser diversi.
Certo, se la proposta del governo – come mi auguro – non verrà approvata, si apre la possibilità, fra le forze democratiche che vogliano tentare di affrontare la complessità dei tempi, un lavoro lungo e faticoso di elaborazione e sperimentazione.
Non penso siano opportune scorciatoie ed alcune possono essere anche pericolose. Ce n’è una in particolare che mi preoccupa e quel numero (1915) che mi era risultato dal primo conteggio mi era sembrato come un campanello di allarme. La maggior velocità e facilità delle maggioranze a prendere le decisioni riguarda anche l’art. 78 del testo laddove la sola camera “a maggioranza assoluta” e pertanto, con un sistema elettorale maggioritario, rappresentante di una minoranza di cittadini (sia pur la minoranza maggiore – sembra un ossimoro ma non lo è) “delibera lo stato di guerra” e “conferisce al Governo i poteri necessari”. Poteri che includono (art. 60) il potere di prorogare la durata della camera rinviando le elezioni. Siccome è possibile (e purtroppo anche verosimile) che prima o poi emerga un “Trump” italiano (non credo tra i leader oggi in voga) magari in grado di vincere le elezioni, la cosa non solo mi preoccupa, ma francamente – pensando in particolare a figli e nipoti – mi terrorizza. Semplificare e rendere facili e rapide le decisioni non necessariamente è saggio.
In sintesi voterò no, come ho spiegato, non guardando questo o quell’aspetto (con cui magari posso anche esser d’accordo) ma guardando all’insieme di nuova Costituzione sottoposta al voto referendario perché non la condivido quale risposta alla complessità del presente, perché la ritengo inefficace e pasticciata anche rispetto agli obiettivi che si pone, perché soprattutto la ritengo pericolosa qualora a capo del governo (non importa se fra un anno o fra dieci o venti) possa arrivare qualcuno orientato ad utilizzarla in un’ottica autoritaria.
Mi sembrano considerazioni razionali (che evidentemente non pretendo siano da tutti condivise) e mi spiace che il dibattito pubblico abbia preso altre strade. Certo non nego che insieme a queste mie considerazioni vi sia anche un aspetto emozionale che nasce dalla riconoscenza verso chi – molti pagando con la vita – questa nostra Costituzione ha permesso di nascere e, sulla base delle esperienze di quei giorni di guerra, di resistenza e di frammenti di libertà (le zone libere, a partire da quella nostra ossolana), ne ha posto i primi fondamenti non solo pratici ma anche politici e giuridici. Un cambiamento di ampia portata come quello proposto dal governo attuale penso abbia dovuto – nelle modalità di approvazione e nella qualità giuridica e linguistica del testo – essere più congruente (direi anche più rispettoso) della Costituzione vigente e di chi l’ha fatta nascere.
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[1] Onorevole Sergio Mattarella, il 20 ottobre 2005: intervento sull’allora riforma costituzionale approvata dal governo Berlusconi e poi bocciata dal referendum.
La Casa della Resistenza di Fondotoce, in particolare dopo la ristrutturazione completata nel 2008, è dotata di una vasta area espositiva; molte le mostre ospitate, sia quelle da noi stessi realizzate che le molte altre allestite su nostra iniziativa o proposteci da altri enti e associazioni. Il nostro sito web, di recente rinnovato nella sua veste ed arricchito di nuovi contenuti, contiene fra l’altro un elenco dettagliato delle mostre in nostro possesso, già esposte alla Casa e disponibili per prestito gratuito temporaneo ad enti, associazioni e scuole che ne vogliano far richiesta [1].
Risalendo indietro nel tempo, la prima di queste (Libri fascisti per la scuola), presentata nel giugno 2001, era dedicata al Testo unico di Stato imposto per legge dal regime fascista nel 1929; mostra curata dal Ministero PI e patrocinata dall’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (Insmli) con testi dell’allora ministro Tullio De Mauro e degli universitari Alberto Monticone e Nicola Tranfaglia. La ricca documentazione, sia testuale che iconografica, permette di farsi un’idea precisa degli strumenti utilizzati dal regime all’interno della scuola (come nel resto del paese) per creare consenso; consenso in realtà fragile, come ho osservato in un articolo di commento alla mostra pubblicato sul numero 11-12 del 2001 di Nuova Resistenza Unita che riporto di seguito per esteso.
La mostra è senz’altro riproponibile oggi [2], in particolare in contesti educativi, sia nella prospettiva di un percorso di studio sul regime fascista, che all’interno di un approfondimento della storia scolastica del nostro paese.
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[1] Elenco mostre disponibili *
- L’eccidio degli ebrei sul Lago Maggiore. Settembre-ottobre 1943
- L’eccidio di Fondotoce. Storie, luoghi, protagonisti
- Novecentodonne. Lica Covo Steiner
- Maria Peron (la partigiana crocerossina della Brigata “Valgrande Martire”)
- Le formazioni partigiane nel Verbano Cusio Ossola
- Luoghi della memoria del novarese e del Verbano Cusio Ossola
- Novara in guerra (a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea “Piero Fornara” di Novara.)
- Omocausto. Lo sterminio dimenticato degli omosessuali (a cura Arcigay Udine)
- Oltre quel muro (La resistenza nel lager di Bolzano 1944-45; a cura della Fondazione Memoria della Deportazione)
- Fascismo Foibe Esodo (a cura della Fondazione Memoria della Deportazione)
- Lager (a cura dell’ANED)
- Libri fascisti per la scuola. Il testo unico di stato 1929 -1943 (a cura Ministero PI)
* se non diversamente specificato le mostre sono a cura della Casa della Resistenza.
[2] Sul sito è anche riportata, come per tutte le altre mostre disponibili al prestito, la relativa scheda tecnica con le condizioni del prestito gratuito e le caratteristiche tecniche (n. pannelli, dimensioni ecc.).
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La didattica del testo unico
da Nuova Resistenza Unita, n. 11-12 2001
L’introduzione del testo unico di Stato fu deliberata da una legge del 7 gennaio 1929 ed entrò in vigore con l’anno scolastico 1930-31; essa segnò la scomparsa di una pluralità di “manualetti” che, nei decenni precedenti, si era diffusa, in modo articolato e differenziato, nelle scuole delle diverse aree del paese nel tentativo di impartire alfabetizzazione ed istruzione di base tenendo conto delle molteplici peculiarità locali sia linguistiche che culturali.
Non era sufficiente al regime, che si stava in quegli anni consolidando, esser già intervenuto nel 1926 con una apposita commissione per fascistizzare l’editoria omologandola ed asservendola. Con la legge sul testo unico la preparazione dei testi per le scuole venne affidata ad una commissione di intellettuali “di fiducia” nominata dal Ministro della Pubblica Istruzione (poi Ministro della Educazione Nazionale); i testi sarebbero stati poi sottoposti ad una revisione triennale.
La Casa della Resistenza ha ospitato, dal 2 al 10 giugno scorsi, la mostra Libri fascisti per la scuola. Il testo unico di Stato (1929 – 1943). Nonostante il periodo di fine anno scolastico, alcune decine di classi, dalle elementari alle superiori, e moltissimi visitatori adulti hanno potuto riflettere su di una documentazione di grande rilievo: testi ed illustrazioni dei manuali di Stato per le classi elementari selezionati ed ordinati in modo da ripercorrere l’iter formativo del bambino durante il regime. La Mistica fascista come orizzonte di valori (il mito di Roma che si proietta nel futuro con le attese del nuovo ordine); la Scuola come “tempio” che forma alla nuova fede; il culto del Capo e dell’obbedienza disciplinata; l’idea di Patria, sintesi di Nazione e Stato, proiettata verso la legittima costituzione dell’Impero; la Famiglia come nucleo fondante e prolifico della patria il cui modello è quello patriarcale rurale in quanto “le tradizioni più sane si conservano nelle campagne”; la Razza italico – ariana, coagulo di elementi biologici, morali, spirituali e storici, destinata a svolgere, se tenacemente tutelata nella sua purezza, una storica missione civilizzatrice nei confronti delle razze inferiori; la Guerra come destino e compito ineluttabile; la Vittoria prima come originario risentimento (la “vittoria mutilata”), poi come preannuncio glorioso ed infine, negli ultimi testi emanati nel 1942-43 durante la guerra, come appello sempre più disperato: “Vincere!”.
Lo stesso percorso è ora disponibile in un formato adatto ad essere utilizzato in locali scolastici.
L’impatto diretto con la documentazione è di sicura efficacia. I testi, anche se a prima vista appaiono del tutto ingenui, riflettono una concezione didattica omogenea. Ne sottolineo alcuni aspetti.
- Il testo unico non è propriamente un sussidio didattico che affianca i processi di apprendimento ma il portavoce di una fede/verità ufficiale che va unitariamente diffusa in ogni scuola e da ogni maestro.
- La sua “didattica” è pertanto rigorosamente trasmissiva ed unidirezionale; la ripetizione continua degli stessi elementari concetti ne dovrebbe garantire la sua sicura assimilazione.
- Tutta l’educazione è “educazione civica” fascista: le prime lettere da apprendere, le vocali, si congiungono nell’ “Eia!”, il grido dei camerati, nell’alfabeto la A rimanda all’Aquila che “ama i suoi aquilotti e difende coraggiosamente il suo nido da qualunque pericolo. I balilla sono aquilotti d’Italia …”, la M a Mamma e Mussolini (Viene interpellata la mamma. Essa spiega a tutti che quella lettera “M” ricorda ai figli della Lupa, ancora tanto piccini, che il Mussolini che portano sul cuore è un Mussolini – mamma), la R e le Z a Razza (Razza latina. Una sola di queste civiltà poté resistere nei secoli, quella mediterranea o latina; formata e modellata da Roma, si può considerare come la più gloriosa della terra perché ebbe dominio sulle altre razze. … Roma provvide a preservare la nobile stirpe italiana da ogni pericolo di contaminazione ebraica e di altre razze inferiori). Non vi è insomma contenuto che non sia intrinsecamente ed esplicitamente fascista.
- L’iconografia che accompagna i testi è attentamente curata da illustratori di sicura competenza (Pio Pullini, Carlo Testi, Mario Pompei …) al fine di ribadire con la “forza delle immagini”1 gli elementari contenuti del testo; in più casi è anzi l’immagine a prevalere, con il suo messaggio diretto, su di un testo ridotto ai minimi termini.
- Dall’insieme dei testi emerge un chiaro “modello di sviluppo” simmetricamente rovesciato rispetto a quello, oggi auspicato, che vede nella crescita un
lungo percorso di passaggio dalla dipendenza alla autonomia; crescere nel modello di sviluppo fascista significa imparare ad obbedire; il bambino è tale perché non sa ancora prontamente ed incondizionatamente obbedire; quando lo fa diventa “un piccolo uomo”. Il percorso di crescita nell’obbedienza passa attraverso la famiglia, la scuola, le organizzazioni fasciste, il lavoro ed infine l’esercito. Il modello educativo è evidentemente quello militare. I disobbedienti sono “disertori e ribaldi”. Il bambino chiede ancora perché bisogna obbedire, mentre l’adulto (il soldato) sa che non bisogna chiederne il perché (“Obbedite perché dovete obbedire.” Chi cerca i motivi dell’obbedienza li troverà in queste parole di Mussolini). - Tale modello di sviluppo è rigorosamente maschile, la figura femminile svolge un ruolo marginale e sussidiario di ammirazione dell’uomo e di procreatrice per la Patria (Che vale avere molta terra se non vi sono braccia per poterla coltivare? Perciò Mussolini vuole che la popolazione aumenti sempre, e la vuole sana, robusta, temprata nelle fatiche. Non c’è nulla che lo allieti quanto la vista di una famiglia numerosa.)
- Prolificità, purezza della razza ed obbedienza producono uniformità: i testi e, soprattutto, l’iconografia ci mostrano frequentemente la ripetizione degli stessi moduli: tutta la famiglia che alza, in perfetta simmetria, il braccio al saluto romano, i balilla che marciano all’unisono, l’esercito rappresentato graficamente da una sequenza interminabile di “soldatini di piombo” perfettamente identici. Le masse che ascoltano, acclamano o seguono Mussolini, sono raffigurate in modo indistinto ed uniforme.
- Tutto quanto rappresenta diversità, differenziazione, individualizzazione ed originalità (dalle diversità di comportamento a quelle culturali e razziali) è visto con sospetto ed è oggetto di derisione e/o deplorazione. Lo stesso “buonismo” paternalistico cattolico nei confronti di un “ragazzetto nero” suscita la “giusta” diffidenza dei bambini come si può vedere nel racconto per la classe terza che riportiamo integralmente nel riquadro.
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L’ANIMA BIANCA DI GIOVANNI NERO 
È tornato in licenza il figlio dei Nanni, gli ortolani, missionario in Africa. Don Lino ha portato con sé un ragazzetto nero, così nero che i bambini si domandano se è di carne e d’ossa o di ebano.
– È di carne e d’ossa come voi – spiega don Lino uscendo dal cortile – nero di fuori, ma bianco di dentro, non è vero, Giovanni? Giovanni ama il Signore ed ama l’Italia che gli ha insegnato a conoscere il Signore. Quando venne alle Missioni era poco più di una bestiola: andava nudo e mangiava carne cruda. Ora legge, scrive e vuole diventare missionario come me per aiutare i suoi fratelli neri a ritrovare la loro anima bianca. Avete capito bambini?
I bambini hanno capito sì e no. Non riescono a convincersi che Giovanni nero sia proprio un ragazzo come loro.
Nino si domanda se non sarebbe opportuno metterlo in bucato.
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Questo modello didattico, che si è tentato di delineare nel suo tentativo di trasmissività ed omologazione, è evidentemente fragile e senza nessun rapporto con la pedagogia e la psicologia, discipline non a caso messe al bando dal fascismo come da altri regimi totalizzanti. Per poter reggere richiede continui “rinforzi” sia interni (la continua ripetizione che in alcuni casi assume la struttura di “formulette catechistiche” a domanda e risposta, l’iconografia ecc.) che esterni: la Gioventù Italiana del Littorio con le sue ritualità e la sua scenografia 2, sino ad arrivare al contesto nazionale dove ogni informazione e stimolo (radio, cinema, giornali, adunate e proclami pubblici) concorre alla formazione “civica” fascista.
Fragile innanzitutto sul piano più strettamente scolastico. De Mauro ricorda come con il censimento del 1951, a sei anni dalla caduta del fascismo e nonostante la diffusione della scuola di base durante il ventennio, si riscontri ben il 60% di italiani senza licenza elementare e due terzi della popolazione dialettofona e incapace di parlare e capire l’italiano. A conferma del noto principio pedagogico secondo cui percorsi omogenei, a partire da condizioni disomogenee, non possono che portare a risultati disomogenei.
Fragile, mi sembra, anche sul piano della profondità del consenso: una educazione tutta incentrata sulla trasmissione unidirezionale e sulla obbedienza, che non mobilita pertanto capacità, competenze e costruzione autonoma di convinzioni, può ottenere solo un consenso fortemente contestualizzato. Non appena le condizioni di contesto cambiano, l’unitarietà del regime si incrina, emergono voci dissonanti, la guerra prende una direzione non prevista ecc., allora velocemente il consenso si rovescia e la massiccia totalizzante “formazione del cittadino fascista” frana in modo imprevedibilmente rapido. Quello che rimane è solo un vuoto educativo.
Il tema di una compiuta formazione civile nell’Italia post – fascista rimane tuttora aperto; probabilmente un giusto fastidio per il modello trasmissivo e per la politicizzazione dei contenuti dell’insegnamento ha nei fatti lasciato la scuola della nostra repubblica priva di un vero percorso di “educazione civica”, “materia” presente sino ad ora quasi sempre solo sulla carta. Non credo nemmeno sufficiente sostenere, come si è ripetuto anche recentemente, che bisogna soprattutto “insegnare la Costituzione”. Al di là di alcune nozioni giuridiche la Costituzione non mi sembra tanto un contenuto, un “sapere”, quanto soprattutto un “saper fare”, un saper diventare cittadino attivo dotato di autonomia di giudizio e capacità di iniziativa civile: un percorso formativo ancora oggi tutto da delineare. Un compito per la scuola che mi sembra non ulteriormente procrastinabile di fronte ad un mondo “globale” che vede negli eventi recenti improvvise accelerazioni storiche e in cui il concetto stesso di cittadinanza ha bisogno di essere radicalmente ridefinito.
Gianmaria Ottolini
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1 L’espressione rimanda al titolo del film – intervista di R. Müller (Germania 1993) dedicato alla grande regista del regime hitleriano Leni Riefenstahl – dove con La forza delle immagini ci si riferisce ad un tempo alle scenografie rituali naziste ed alla loro ripresa, di grande impatto, da parte della regista.
2 In modo, anche in questo caso, analogo a quanto avveniva nella Germania nazista con la Gioventù hitleriana (Hitlerjugend): cfr. Erika Mann, La scuola dei barbari. L’educazione della gioventù nel Terzo Reich, La Giuntina, Firenze, 1997, pp. 137 – 190.
Nelle Scuole secondarie della Provincia si è realizzata quest’anno, lo scorso 11 maggio, la prima edizione, in via sperimentale, della “Giornata del territorio” su iniziativa della Camera di Commercio del VCO e di Agenda 20 20.
La proposta era stata elaborata all’interno di Agenda 20 20 dal gruppo di lavoro “Cultura formazione sviluppo” e presentata al convegno di Baveno su Territori e Cultura.
All’iniziativa hanno partecipato 13 istituti scolastici superiori, con la partecipazione di 702 studenti del triennio, all’interno delle attività di Alternanza lavoro che infatti prevedono:
“attività dentro la scuola o fuori dalla scuola. Nel primo caso, si tratta di orientamento, incontri formativi con esperti esterni, insegnamenti di istruzione generale in preparazione all’attività di stage …”
e con l’intervento, in qualità di esperti/testimonial, di rappresentanti di 14 fra associazioni imprenditoriali, culturali, enti e ordini professionali.
La modalità prevista per tutte le scuole era quello dell’articolazione in tre momenti: un breve intervento introduttivo sul significato dell’iniziativa e sul quadro demografico ed economico della provincia, un intervento a cura di un soggetto economico e un intervento di taglio culturale.
L’iniziativa, come dicevo, ha avuto quest’anno un carattere sperimentale nell’ottica di una sua più precisa definizione (ed istituzionalizzazione) a partire dal prossimo anno.
Personalmente ho partecipato all’incontro all’Istituto Ferrini di Verbania in tandem con rappresentanti di Confartigianato.
Il tema che ho proposto era quello del rapporto fra territorio e identità sia in termini generali che, soprattutto, in relazione alla nostra realtà, con una attenzione particolare al tema del paesaggio che costituisce senza dubbio, come già sottolineava un secolo fa Antonio Massara, il fondatore del Museo del Paesaggio, il valore fondamentale del nostro territorio. Tema che ho veicolato anche con alcuni esempi tratti del progetto Paesaggio a colori del 2012.
Allego di seguito la introduzione ufficiale alla giornata, curata dalla Camera di Commercio, e la mia presentazione con slide, entrambe in formato PDF scaricabile.
PDF scaricabile > Giornata del territorio PDF
PDF scaricabile > Territorio e identità PDF
All’interno delle iniziative di formazione del CTS VCO, il 27 aprile con Contorno Viola sono intervenuto in un corso tenuto all’Istituto Cobianchi sul tema del bullismo. Posto di seguito, in formato PDF scaricabile, le slide del mio contributo a cui aggiungo di seguito alcune note di commento e qualche considerazione.
pdf scaricabile >> Bullismo Una lettura con categorie dinamiche
- Affermavo nel 2008, presentando l’opuscolo Il bullismo dalla fotografia al video:
Una realtà, quella del bullismo, che si presenta (o meglio si nasconde) dietro forme sempre nuove che raramente gli adulti, anche quelli più a contatto con i giovani, sanno leggere, a meno di riuscire a dar libero stimolo e libera parola a chi quella realtà vive dal di dentro: i giovani siano essi, in atto o potenzialmente, vittime, bulli, spettatori attivi o passivi.
Passare così dalle fotografie precostituite (dagli stereotipi) alla lettura dei percorsi e delle dinamiche che portano più volte, all’interno di un gruppo, a concentrare ansie, conflitti e fragilità identitarie nella sofferenza provocata di alcuni e nell’illusoria acquisizione di uno status di potere di altri. Percorsi e dinamiche (storie) che variano di volta in volta, da contesto a contesto, da gruppo a gruppo, ma anche all’interno dello stesso gruppo per la varietà e, non dimentichiamo, la variabilità dei soggetti.
Sono passati un po’ di anni; allora di cyberbullismo si iniziava appena a parlare, l’utilizzo degli smartphone non era ancora diffuso; eppure sottoscrivo ancora oggi in pieno quanto scrissi allora. Molte “modalità” sono cambiate ma le dinamiche di fondo mi sembrano in gran parte le stesse.
- Non dobbiamo dimenticare che di bullismo nel mondo occidentale si parla da poco più di due decenni (in Italia dal 1997-98). Evidentemente esiste da molto prima, almeno da quando è presente la scuola come luogo e come istituzione, solo che non ne erano ancora state elaborate le categorie per conoscerlo e riconoscerlo.
- Da categoria assente il bullismo si è trasformato in termine di largo utilizzo, spesso a sproposito. Qualsiasi atto di violenza o aggressività, specie se in ambito giovanile, diventa sic et simpliciter “bullismo”.
- L’attenzione è in genere focalizzata sul “bullo” e non sulle dinamiche che lo producono e riproducono. Attenzione intermittente che si accentua in occasione di episodi eclatanti (un video su YouTube di aggressione a un disabile, il suicidio di una vittima …) con il rischio di ignorarne la presenza quotidiana di cui quegli episodi rappresentano la punta di un iceberg.
- Essere in grado di “leggerlo” nella quotidianità significa conoscere e riconoscere le dinamiche che non si limitano a due soggetti (il bullo e la vittima) ma all’insieme delle relazioni nei gruppi giovanili: nella classe, nella scuola e fuori dalla scuola.
- I tentativi di “quantificare” il fenomeno lasciano molti dubbi anche perché i metodi di indagine sinora utilizzati non sono omogenei. Si è spesso detto che il bullismo è un fenomeno in aumento ma più sulla base di percezioni che di un monitoraggio preciso e costante nel tempo. Il recente report dell’Istat (Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi – anno 2014) che tra l’altro distingue tra singoli episodi e azioni ripetute (che delimita in modo più preciso il bullismo), può essere la premessa per indagini ricorrenti e standardizzate che permettano di valutare la crescita o meno del fenomeno.
- Leggendo con attenzione i dati e sulla base delle esperienze personali mi pare di poter affermare che il bullismo è presente in buona parte (almeno la metà) delle classi scolastiche sia elementari che secondarie di primo e secondo grado, sia in ambito maschile che femminile, come nelle altre forme di aggregazione giovanile. Questo significa che ogni educatore (a scuola e fuori) deve esserne consapevole per non sottovalutarlo e nemmeno per criminalizzarlo.
- Si parla molto oggi di cyberbullismo, il più delle volte come se fosse un fenomeno a sé stante, indipendente dal bullismo e come “un pericolo che viene dalla rete” (testuale da un articolo giornalistico). Il bullismo come ha ben individuato la recente ricerca dell’Ipsos per conto di Save the Children ha “residenza elettiva” nella scuola: “ha radice nella relazione reale” e semmai “rinforzo” attraverso il web.
- La dinamica che passa attraverso costituzione del gruppo classe nascosto, processo di costruzione di una identità di gruppo e dinamiche di inclusione ed esclusione su cui si fonda il bullismo nella sua forma di ostracismo (analoga all’Ijime giapponese) sembra caratterizzare il bullismo nella scuola Media e soprattutto nella Secondaria Superiore. Nelle scuole Elementari questa dimensione “di gruppo” sembra esser meno presente (il ruolo del gruppo dei pari nella formazione dell’identità pare esser più significativo nella preadolescenza ed adolescenza) ed il bullismo (in forma analoga a quella persecutoria) più spesso confinato in un piccolo sottogruppo (due o tre ragazzini) o a singoli prevaricatori che infieriscono su compagni più timidi e fragili.
- Nella scuola secondaria (di primo e secondo grado) questa dimensione gruppale ed identitaria della dinamica da un lato include ed esclude (ostracizza) dall’altro costruisce e/o rinforza la leadership del gruppo stesso. La designazione della (o delle) vittima cambia pertanto caratteristica da classe a classe, da scuola a scuola. Per fare un esempio in una classe può essere vittimizzato il “secchione” che va benissimo a scuola e in un’altra invece lo studente con difficoltà di apprendimento, quello/a che veste elegante e in altro caso quello/quella che non indossa capi di abbigliamento “firmati”.
- Se non si sa leggere la dinamica di quello specifico gruppo il risultato è che il bullismo (l’ostracismo) per adulti ed educatori è invisibile oppure lo si avverte solo quando interviene qualche episodio eclatante. Magari proprio quando la vittima, a lungo sottoposta a persecuzioni, “esplode” e reagisce anche in modo violento con la conseguenza, non infrequente, di esser lei quella sanzionata. Oppure quando è troppo tardi perché ha messo in atto la sua strategia di fuga (cambio scuola, abbandono degli studi, ritiro sociale … o peggio).
- Un aspetto che è bene non ignorare è che le vittime il più delle volte si vergognano e non vogliono che le loro sofferenze diventino “pubbliche” e il dover ammettere di essere sottoposte a continui soprusi può esser fonte ulteriore di enorme sofferenza.
- Se gli studi e le ricerche sul bullismo sono relativamente recenti e le modalità di lettura di pedagogisti, psicologi e sociologi spesso poco congruenti fra loro, più volte buona letteratura ne ha sviscerato le dinamiche, anche ancor prima della coniazione della categoria stessa di bullismo. Due autori, fra i tanti, mi sembra utile ricordare. Robert Musil che in I turbamenti dell’allievo Törless ripercorre con durezza il percorso di designazione e vittimizzazione, della volontà non solo di “castigare” la vittima ma di “tormentarla”. Dinamica resa più esplicita dalla situazione di isolamento dal contesto sociale tipica di un collegio maschile (e militare).La situazione analoga in ambito femminile è altrettanto lucidamente espressa da Fleur Jaeggy in I beati anni del castigo. Qui il tema centrale della narrazione è altro dal bullismo, come ho già evidenziato in un mio post (le conseguenze, talora sino alla follia, di una gioventù trascorsa nel mondo separato e recluso del collegio), ma emerge in modo esemplare nell’episodio della “negretta” che viene ostracizzata per mutuo accordo dall’intero gruppo delle collegiali con conseguenti gravi, probabilmente permanenti, sulla sua personalità.
- Sulle modalità di intervento non penso vi siano “ricette” universalmente valide sia per quanto riguarda le attività di prevenzione su una intera scuola che per gli interventi da mettere in atto laddove alcuni episodi siano venuti alla luce. Essenziale è che gli adulti (genitori, insegnanti, educatori in genere) abbiano “le antenne” per capire se la dinamica identitaria di quello specifico gruppo tenda a realizzarsi in negativo attraverso l’esclusione e vittimizzazione di alcuni. In secondo luogo impostare, con tutte le risorse interne ed esterne disponibili, attività che facciano emergere il fenomeno e in grado di “rimescolare le carte”. Un ruolo importante possono avere dei peer appositamente formati per intervenire sul fenomeno, magari ragazzi che hanno essi stessi subito (ex vittime) oppure attuato (ex bulli >> strategia del “guardacaccia” *) azioni di prevaricazione. L’intervento di “terzi” è spesso modalità efficace a rimescolare le carte e ridefinire i ruoli di un gruppo. Le attività possono essere analoghe a quelle utilizzate dalla peer education in altri ambiti (brainstormin, focus group, giochi di ruolo, sino alla progettazione e realizzazioni di video o altre forme di comunicazione creativa rivolte all’esterno, sia territorialmente che nel web).
- E concludo, in punta di piedi, con il riserbo indispensabile quando una tragedia si incarna nel volto di una quattordicenne, ricordando Carolina Picchio. Caso drammaticamente esemplare, niente poteva far presagire che fosse designata quale vittima, decisamente lontana dagli stereotipi che spesso indagini e studi psicosociali indicano quali possibili vittime. Nessuno si è accorto della tragedia che stava vivendo, nemmeno le persone a lei più vicine. Aveva necessità di far conoscere il suo dramma e nello stesso tempo se ne vergognava. E ha scelto la via di fuga e di “esternazione” più drammatica. Sul suo diario ha così denunciato le “parole che fanno più male delle botte” (cfr. La Stampa Novara città del 14 aprile)
Due osservazioni sugli articoli apparsi su La Stampa e altri quotidiani nei giorni del processo: in uno (14.04.2016) si parla della necessità di “rendersi conto di dove sia la linea di confine tra scherzo e reato”; ora se così fosse, se la linea di cesura si colloca lì, se non ci fosse uno spazio intermedio fra semplice scherzo e reato, lo spazio appunto del “bullismo” quale normalità (statistica) quotidiana, non vi sarebbe nemmeno uno spazio educativo su cui intervenire. Prima appunto che la dinamica di vittimizzazione diventi irreparabile. In più articoli su questo caso, come in altri, si parla spesso dei “pericoli” o dei “rischi” che provengono dalla rete. Anche in questo caso la dinamica è nata nel gruppo di giovani (13-15 anni), nella relazione diretta, presenziale per poi trovare nella rete uno strumento potente di rinforzo e amplificazione.
Con il suo gesto Carolina ha chiesto, a tutti, non solo ai suoi coetanei, di capire, prima che sia troppo tardi, quale profondità di sofferenza possa nascondersi anche dietro piccoli atti di derisione/prepotenza/emarginazione quando questi si incarnano in un percorso apparentemente senza via d’uscita per la vittima designata.
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* Non c’è tradizionalmente miglior guardiacaccia di colui che precedentemente era il più scaltro tra i bracconieri!
** Le immagini sono tratte dal filmato Bullissimo tra fiction e realtà. Il bullismo secondo i ragazzi delle scuole medie realizzato dalle Scuole Medie di Verbania Pallanza, Domodossola, Pieve Vergonte e Omegna nell’a.s. 2006-2007. Progetto coordinato da Alternativa A di Domodossola e Contorno Viola di Verbania e promosso dall’Asl 14 del VCO.
Si è trattato di uno dei primi esempi di Video Education e Video Making in questo ambito. Modalità di intervento in seguito molto utilizzata come si può facilmente verificare utilizzando il termine di ricerca “bullismo” su YouTube.
Nel convegno Peer & Video Education. Adolescenti e comunicazione multimediale (Verbania 13-15 novembre 2008) una apposita sezione era dedicata al bullismo. Per l’occasione avevamo preparato un contributo, sotto forma di opuscolo, che ripercorreva le esperienze di anlisi e contrasto al bullismo nel territorio del Verbano Cusio Ossola all’interno di una rete che comprendeva scuole, Ufficio scolastico Provinciale e le associazioni Alternativa A… e Contorno Viola.
Il testo era curato da Katia Bruno e Gianni Clemente di Alternativa A… e da Claudia Ratti, Mauro Vassura e il sottoscritto per Contorno Viola.
È stato successivamente ripubblicato, con nuova impaginazione, quale supplemento di Animazione Sociale (n. 3/2009).
Riporto di seguito la versione originaria in formato PDF scaricabile.
PDF scaricabile >> Il bullismo dalla foto al video
Mi piace rovistare fra remainder e libri usati, rinvenire “perle” fra rimasugli e robaccia. Scoprire autori che mi erano sfuggiti. E siccome per le letture più consistenti e programmate preferisco i tempi più dilatati di quando sono al mare o in montagna, sono in particolare attratto dai volumi che non superino di molto le cento pagine.
E credo anche al caso. Al caso, non al destino. È il caso che ci fa incontrare un tal libro, un tal autore, come una tal persona. Ma siamo poi noi che scegliamo tra i tanti, perché vi abbiam intravisto una certa qual affinità, talvolta solo annunciata, più spesso verificata. È come per la forza dei legami deboli, la debolezza è nella casualità dell’incontro, la forza è nella volontà di rinsaldarli. La vita ne è piena, sta a noi coltivarli.
Non sapevo niente di Fleur Jaeggy, nemmeno che ascoltando Battiato spesso suonavano i suoi versi. Tra le mani mi capita un libretto, l’editore (Adelphi) promette bene, il titolo – Proleterka – dalle innumeri risonanze, altrettanto. Non nego, anche una copertina indovinata. Ne riporto di seguito, rivisto e rimpolpato, quello che ne scrissi quasi di getto su aNobii. E da Proleterka sono risalito al testo, altrettanto ricco di stimoli, che ne costituisce l’antefatto: I beati anni del castigo. Un prequel narrativo dalla mia visuale e che pertanto ho successivamente commentato e riporto qui in successione (non per me) inversa.
Proleterka: Un freddo furore
Mi ha colpito, ha lasciato il segno. Non posso usare parole come piaciuto, apprezzato, no. Una doccia fredda che incide nel profondo, per vari motivi.
Lo stile. Non avevo letto altro della Jaeggy prima, e il libro mi è capitato per caso. Non lo chiamerei flusso di coscienza, è altra cosa. Un uso libero della parola che sorvola e trapassa limiti dello spazio e del tempo per seguire un filo logico rigoroso, inflessibile al di là di ogni categoria letteraria (racconto, diario, narratore interno/esterno, ecc.). Al contrario di certe opere “sperimentali” che bloccano e richiedono la rilettura, qui si legge d’un fiato, non importa se non si conoscono le parole tedesche che irrompono o non è evidente la finestra temporale di riferimento.
Un mondo. Un contesto culturale ed educativo ben identificabile nel tempo e nella cultura svizzero tedesca (non necessariamente lì collocata, la madre infatti è italiana) che l’autrice descrive con ferocia e furore taciuto. Una cultura educativa che guarda con disprezzo ad emozioni e sentimenti, per non parlare di qualsivoglia contatto fisico. Emblema la nonna Orsola dagli occhi pervinca che ama i fiori e odia il mondo, gli uomini. E che comanda e dispone sulla vita della nipote e del suo rapporto col padre.
«D’inverno le camelie riposavano sotto una piramide di foglie secche e di sterpi. Appena la stagione si faceva più mite, la padrona di casa andava a trovarle per vedere se si fossero risvegliate. Ero il suo assistente giardiniere. Lei si chiama Orsola. È la mia padrona. È la madre di mia madre, di quella che è stata la moglie di Johannes. Johannes deve chiederle il permesso se vuole farmi visita. Noi non vogliamo visite. Qualche volta Orsola dice: “Accetto che Johannes visiti sua figlia”. Si danno del lei. E il termine della visita è improrogabile.»
L’evanescenza del padre. Molti hanno scritto dell’eclisse del padre. Qui l’inconsistenza del padre è narrata con rispetto e dolore. È il racconto di un’assenza. Non c’è nostalgia ma tanto dolore taciuto. Un improvviso desiderio, dopo tanti anni, di averne le ceneri. Quasi il dubbio che sia veramente esistito. Momenti “prestabiliti” di vicinanza che mai comportavano reciproca conoscenza.
«Per anni l’occasione dei nostri incontri è stato un corteo. Partecipavamo tutti e due. Abbiamo sfilato insieme nelle strade di una città sul lago. Lui con il tricorno in testa. Io con il costume, la Tracht, e la cuffia nera orlata di pizzo bianco. … Mio padre, Johannes H., faceva parte di una corporazione, una Zunft. Vi era entrato quando era studente. … Date le circostanze, la possibilità di una conoscenza più approfondita tra padre e figlia era assai limitata. Osservare e tacere. I due camminano vicini nel corteo. Non scambiano una parola. Il padre fa fatica a tenere il passo al suono delle marce. Due ombre, una si muove lentamente, con uno sforzo visibile. L’altra più inquieta. Avanzano in file da quattro. … In una stanza d’albergo, dopo due giorni, lasciavo Johannes. Era scaduto il termine della mia visita.»
Il padre osserva la figlia. Annota in un album i fatti impersonalmente, senza un commento, senza un sentimento. La bambina non piange mai, è beneducata e gentile; anche quando muore il nonno. Non trapela cosa si nasconda dietro il suo distacco paterno. Forse lui, ricco benestante decaduto, dopo il fallimento della azienda familiare, dopo il fallimento del matrimonio capisce che la sua presenza non può esser altro che una presenza silente a lato del distacco. Del tenore agiato della vita precedente ne conserva le forme esteriori (la confraternita) e, senza più casa, vive in albergo. Osserva la figlia, consapevole che dovrà fare a meno della sua figura.
«Forse Johannes già allora pensava alla propria morte e si augurava che la bambina fosse gentile con tutti. Che fosse gentile con il mondo. Con il dolore. Quando era ancora piccola, ha dovuto separarsi da Johannes. I bambini si disinteressano dei genitori quando vengono lasciati. Non sono sentimentali. Sono passionali e freddi. In un certo modo alcuni abbandonano gli affetti, i sentimenti come fossero cose. Con determinazione, senza tristezza. Diventano estranei. A volte nemici. Non sono più loro gli esseri abbandonati, ma sono loro che battono mentalmente in ritirata. E se ne vanno. Verso un mondo cupo, fantastico e miserabile. Eppure talvolta ostentano felicità. Come un esercizio di funamboli. I genitori non sono necessari. Poco è necessario. Alcuni bambini si governano da sé. Il cuore, cristallo incorruttibile. Imparano a fingere. E la finzione diventa la parte più attiva, più reale, attraente come i sogni. Prende il posto di ciò che consideriamo vero. Forse è solo questo, alcuni bambini hanno la grazia del distacco.»
La crociera. Una sospensione del tempo che poteva rappresentare un percorso di conoscenza, di superamento dei reciproci silenzi fra la figlia e il padre ma è stata tutt’altro.
«Conoscevo poco mio padre. Durante una vacanza di Pasqua mi portò in una crociera. La nave era attraccata a Venezia, Si chiamava Proleterka. Proletaria. …
Padre e figlia sono davanti alla nave. Sembra una nave militare. Brilla la stella rossa sulla ciminiera. Guardo la scritta Proleterka. Annerita, macchie di ruggine, dimenticata. Una scritta sovrana. È l’ora del tramonto. La nave è grande, nasconde il sole che sta per cadere nell’acqua. È scura, pece e mistero. È scampata alle intemperie, ai naufragi, una nave corsara costruita come una fortezza.»
Quattordici giorni a stretto contatto, sulla nave, sullo stesso tavolo nelle sala da pranzo, nella stessa cabina a cuccetta, lui sotto, lei in alto. Eppure nulla cambia nei loro rapporti.
«Appare Johannes. Un sorriso buono e triste. Chiede se sto bene, se sono zufrieden. Come se fosse la nostra ossessione, di padre e figlia. Quella di non essere tristi, di nascondere la tristezza che ci ha segnati senza motivo. Pe lui è importante quel viaggio. Avevo pensato prima di partire che mi era indifferente la destinazione. Il viaggio in Grecia faceva parte della mia educazione. È il nostro primo viaggio – e sembra l’ultimo. Johannes, la persona a me inverosimilmente ignota. Mio padre. Non una confidenza. Eppure un legame anteriore alle nostre esistenze. Una conoscenza nell’estraneità totale. …
La moglie di Johannes, non più moglie, invia un telegramma al comando della SS Proleterka. Testo: “Je vous pirie de bien surveiller votre fille”. La prego di sorvegliare sua figlia. Si scrivevano in francese, come nel menù. Si danno del lei. Forse quando hanno vissuto insieme parlavano anche tedesco. È stata lei a dare il permesso per il viaggio. Dopo molti dinieghi. Gliene sono grata.»
Johannes non “sorveglierà”; osserverà, come ha sempre fatto, senza intervenire. E la quindicenne, tra un anno e l’altro di collegio, si confronta per la prima volta “con l’altra parte del mondo, qualla maschile”.
«Salendo sulla scaletta, il primo giorno, avevo notato almeno una dozzina di uomini interessanti. A causa dell’equipaggio Johannes avrebbe dovuto sorvegliarmi. Prendo tempo. L’acqua sciaborda. Non avevo alcuna esperienza con l’altra parte del mondo, la parte maschile. Penso: bisogna giocare d’astuzia. Siamo due nemici. Il marinaio si presenta. Si chiama Nikola P. È il secondo ufficiale. È di Dubrovnik. L’età, ventotto anni, il nome, il grado, sarà più o meno tutto quello che saprò di lui. Da pochi minuti cominciavo ad avere una nozione precisa dell’attrazione. Non potevo vedere con chiarezza la sua fisionomia, ma quel poco che intravedevo nell’ombra era sufficiente. Il suo gioco era fatto. Non era necessario parlare. Né fare un esame scrupoloso del suo aspetto.»
La ginnasiale è diventata donna, non per amore né per passione, nemmeno forse per l’illusione di diventare più libera, forse soprattutto per rabbia. E quando la “figlia di Johannes” finito il viaggio sulla riva degli Schiavoni si volta indietro per cercare sulla Proleterka un cenno “da un immaginario membro dell’equipaggio” si accorge che è scomparso “come se io non fossi esistita“.
Tutto sommato non scomparirà dai suoi ricordi il padre Johannes. Nemmeno quando, lei cinquantenne si troverà di fronte ad un altro presunto padre, uno scienziato in pensione amico di sua madre, la donna che lui amava. E che ora, novantenne, non vuole più tacere, per amore della verità. Ma forse par amore del possesso, per riavere “sua figlia”, visto che l’altro figlio era morto in un incidente a cinque anni.
«Non credo che l’uomo sia mio padre. Credo piuttosto di avere un fratello che ha avuto un incidente mortale. E per questo fratello ho un profondo affetto. Non per l’uomo che parla.»
Sa che il suo unico padre è Johannes che l’ha lasciata erede universale “del suo niente”; del suo silenzio distaccato c’è ricordo e nostalgia. A lui, prima della cremazione, l’ultimo – forse l’unico – dono della figlia:
«… ho messo un chiodo, un piccolo pezzo di ferro nella tasca della giacca di Johannes. Almeno questo l’ho potuto fare. Qualcosa che sarebbe bruciato insieme a lui. Mentre Johannes brucia, gli fa compagnia. Un dono di sua figlia. Non si fanno regali ai morti. Quando uscii dalla cella sapevo di aver lasciato un testimone del fuoco.»
I beati a
nni del castigo * (In una clinica per ciechi)
Premesso che l’ho letto dopo aver scoperto, con Proleterka (del 2001), l’autrice che mi aveva colpito per la sua capacità di scrivere con ferocia e freddezza, con un distacco che sa di ghiaccio, tanto più con l’evidenza che “Fleur”, Fiore parlava di sé, della sua giovinezza. I beati anni del castigo, scritto una dozzina di anni prima, ne costituiscono la premessa.
Lo stile, anche se meno accentuato, è lo stesso: distacco, mescolanza dei tempi, rigoroso nel lessico dove ciò che è nostalgia (il paesaggio dell’Appenzell esterno) e ciò che è ferita incancellabile sono delineati con lo stesso freddo nitore. Nel nord-est della Svizzera tedesca degli anni Cinquanta, non lontano da Austria e Germania, l’eco del nazismo ricorre e Fleur ce ne dà una immagine/definizione che più puntuale, femminile e agghiacciante non si può: “i tedeschi marciare al passo dell’oca e i gerani alle finestre”.
È un romanzo, un racconto, un diario? È una riflessione sull’educazione, sull’adolescenza rubata, sulla cultura svizzero tedesca, sull’amicizia femminile, sull’assenza dei genitori? L’inconsistenza del padre (qui accennata) e i freddi ordini della madre che dal lontano Brasile dispone nei dettagli l’educazione che la signora Hofstetter, la direttrice del collegio femminile “Bausler” di Teufen, puntualmente esegue.
«“Siamo soddisfatti che lei abbia trovato un’amica. Ma lei non cambierà di stanza. È stato stabilito così dall’inizio. Dal Brasile giungono le lettere di sua madre e anche sua madre è soddisfatta della sua compagna di stanza” … “Danke, Frau Hofstetter”. Bisogna sempre ringraziare, anche quando c’è un diniego. Nell’educazione si impara a ringraziare con il sorriso. Un sorriso maledetto.»
Certo il contesto, richiamato dal titolo, è quello del collegio e della vita sospesa delle educande. Gli anni (beati?) del castigo. Non “dei castighi”, la prigione è dorata, il collegio (e quelli che hanno preceduto e seguito quello di Teufen) è “di classe”, di figlie di aristocrazia o alta borghesia che arrivano e ripartono dal collegio con “una limousine scura con un autista”. Il castigo beato è la condizione di Fleur e delle coetanee con cui si confronta.
«Era evidente che avrei dovuto passare i miei anni migliori in collegio. Dagli otto ai diciassette. Prima mi avevano lasciato con una anziana signora, una mia avola. Un giorno decise che non sopportava più la mia compagnia, diceva che ero selvatica. Eppure a nulla somigliavo come al suo ritratto appeso nella sala da pranzo. Ed è per questo che cancellò la mia effige dai suoi occhi. Oggi sto prendendo le sue sembianze. Anche lei è nel loculo. Con i suoi occhi indaco. Grazie a lei sono stata in molti collegi, ho conosciuto direttrici, madre reverende, superiori, Mères préfètes, ma nessuna aveva l’autorità della mia avola. Ho sempre sentito che potevo raggirarle, che il loro potere era temporaneo, anche se baciavo la loro mano.»
Gli adulti non contano molto, né le direttrici, né tanto meno le/gli insegnanti:
«Gli educatori, almeno quelli che abbiamo conosciuto, non hanno una doppia vita. Durante l’anno insegnano, poi si riposano. Non vanno mai all’avventura. Non abbiamo rimpianti per i nostri educatori. Forse talvolta li abbiamo rispettati troppo, ma questo faceva parte dell’educazione che abbiamo avuto …»
Ma un dubbio si insinua:
«Ordine e sottomissione, non si può sapere quali risultati daranno nell’età adulta. Si può diventare dei criminali o, per usura, dei benpensanti. Ma un marchio l’abbiamo ricevuto, soprattutto quelle ragazze che hanno passato dai sette ai dieci anni di internato.»
Il confronto prevalente è con le coetanee. Se I turbamenti del giovane Törless di Musil era esemplare nel rappresentarci le dinamiche violente e morbose dell’universo maschile giovanile segregato in collegio (un collegio militare), questo della Jaeggy mi pare rappresentare perfettamente il suo contraltare femminile; là il rapporto era fra la vittima, i suoi persecutori e il resto del gruppo che fa da sfondo e sostegno alla persecuzione in un crescendo destinato ad esplodere nella denuncia e nell’allontanamento; qui le dinamiche sono più sottili. Sono innanzitutto dinamiche fra coppie di giovani educande che si scelgono quali “amiche del cuore” e dinamiche fra singola e gruppo basata sulla più o meno popolarità, fama che ciascuna riesce a conquistarsi. Dinamiche che tendono a creare un equilibrio, un tempo sospeso, che permette alla routine giornaliera di trascorrere apparentemente indenne. Solo in un caso, quello della “negretta” figlia di un presidente di Stato africano, coccolata dalla direttrice, un’allieva subisce un aperto ostracismo da parte di tutte le altre. Un destino di infelicità segnato.
«Per un mutuo accordo, fra le ragazze di un collegio, viene scelta dall’inizio, con distratta affettuosità, quella che sarà la reietta. E non perché l’una lo dica all’altra: è un impulso generale. Sono gli occhi malevoli, come rabdomanti, che scelgono una vittima. Senza una ragione sufficiente, come per la cattiva sorte. Lei stessa non fece altro che avvolgersene, dandole un’aura di verità, di imposizione dal cielo. Il declino della sua infanzia fu notevole. Cominciò a tossire, smise di parlare e, quando sfogliava il libro che le aveva regalato Frau Hofstetter, fermava le pagine con le sue dita di alabastro su una vignetta: un cumulo di terra e una croce.»
Fleur è estremista. La tedesca compagna di stanza, indolente e sognatrice, non le interessa. La sua preferenza va ai due estremi: l’allieva formalmente perfetta Frédérique di una bellezza raffinata e quasi nascosta, dal curricolo scolastico impeccabile, di una perfezione che si rivela anche nei dettagli: dall’ordine della sua stanza all’eleganza della calligrafia che Fleur arriva ad imitare in una esplicita volontà di identificazione; con lei coltiva un’amicizia profonda complice di passeggiate e di dialoghi ribelli e metafisici al limite dell’ascetismo. Dall’altro lato, all’opposto, è anche attratta dalla bellezza gioiosa ed esibita di Micheline fiera dell’amore paterno, del suo ricco belga “daddy”, che tutto le avrebbe concesso in una esplicita ricerca di divertimento: “Ciò che Micheline voleva dalla vita era spassarsela” e manterrà la sua promessa di invitare tutte le sue compagne di collegio alla sua festa di diciotto anni con daddy che tutte avrebbe fatto ballare e corteggiato. “Micheline era radiosa. I suoi diciotto anni perirono in quella notte.”
Solo Frédérique non sarà presente alla festa di Micheline; allontanatasi dal collegio prima delle altre per l’improvvisa morte del padre, l’autrice (il soggetto narrante) la ritroverà ventenne a Parigi dove l’inviterà nella sua stanza, una stanza fredda, spoglia, “scolpita nel vuoto”. Dove, oltre l’eccezione della protagonista, sembrano venire a far visita solo i defunti.
«Consideravo la sua spoliazione un esercizio spirituale, estetico. Solo un esteta può rinunciare a tutto. Non rimasi tanto sorpresa dall’indigenza, quanto dalla sua grandiosità. Quella stanza è un concetto.»
E, nell’ultimo capitolo, tutto si disvela. Non è questo un romanzo, né un racconto, né un diario. Questo è un piccolo, denso trattato sulla follia. E l’incipit, a cui avevo fatto poco caso, non era casuale, non solo una contestualizzazione geografica e temporale.
«A quattordici anni ero educanda in un collegio dell’Appenzell. Luoghi dove Robert Walser aveva fatto molte passeggiate quando stava in manicomio a Herisau, non lontano dal nostro istituto. È morto nella neve. Fotografie mostrano le sue orme e la postura del corpo nella neve. … A volte penso che sia bello morire così, dopo una passeggiata, lasciarsi cadere in un sepolcro naturale, nella neve dell’Appenzell, dopo quasi trent’anni di manicomio …»
La perfezione, tanto ammirata, dell’amica svela la sua cifra e il suo destino.
«Qualche anno dopo, Frédérique tentò di bruciare la sua casa di Ginevra, le tende, i quadri e la madre. La madre leggeva nel salotto. Fu dopo quel fatto che conobbi la signora. …
“Mia figlia” aveva sussurrato Madame nell’accompagnarmi all’ascensore “ha tentato di bruciarmi”. Lo disse con dolcezza tale da sembrare rimpianto … “Elle n’est pas responsable”. …
Dopo vent’anni mi scrisse una lettera. Sua madre le aveva lasciato qualcosa per vivere. Ma ne aveva abbastanza di essere ospite del manicomio, se continuava così avrebbe preso la via del cimitero.»
Anni dopo Fleur tornerà a Teufen: del collegio non è rimasta alcuna memoria. Al suo posto, in simbolica continuità, una clinica per ciechi.
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* Il testo, con lo stesso titolo, è stato anche messo in scena da Luca Ronconi nel 2010. Interprete Elena Ghiaurov, vincitrice del Premio Duse 2010.
Trasloco, diciotto anni fa. Come prevedibile un po’ di oggetti, documenti e altro, non si son mai più trovati.
Tra questi una lettera a mio nonno del generale Luigi Cadorna. Fin quando, dove non avrebbe dovuto essere, insieme a reperti medici, nello specifico audiometrici, eccola rispuntar fuori.
Ne avevo un ricordo vago. La rilettura mi è parsa interessante.
È del dicembre 1905, allora mio nonno Eugenio era al suo secondo dei tre mandati successivi quale Sindaco di Stresa [1].
La riproduco con successiva trascrizione.
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Ill.mo Signor
Cav.re Eugenio Ottolini
Sindaco di
Stresa
(Lago Maggiore)
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Ancona 23/12. 905
Ill.mo Signor Cav.re
Nel ringraziarla della comunicazione fattami col pregiato di lei foglio del 10 corr. pervenutomi con molto ritardo, mi pregava parteciparle che per parte mia plaudo di gran cuore all’idea di rappresentare effigiati nel marmo e nel bronzo i due sommi italiani che su codeste amatissime sponde strinsero i loro amichevoli legami. Temo però che la soluzione del problema artistico riuscirà di gran lunga più difficile. Comunque, o si vogliano entrambi rappresentare, o che si voglia dedicare il monumento al solo Rosmini, l’essenziale sarà la scelta di un bozzetto che corrisponda alla grandezza dei personaggi, e non costituisca un attentato all’arte ed al buon gusto come sono una gran parte di quelli che dovrebbero ornare ed invece deturpano le piazze delle città italiane, ed in particolar modo – mi duole il dirlo – quello che fu innalzato nella prospiciente Pallanza alla memoria del mio compianto zio.
Ella mi chiede pure l’indirizzo di persone che possano convenientemente far parte del Comitato. Ed io mi permetto di proporre, come persona che a me pare particolarmente adatta fra i militari, sia per una posizione sociale, sia per la sua elevata intelligenza e cultura, sia perché compatriota del gran Lombardo che ora si vorrebbe pure onorare, il Conte Carlo Porro, milanese, il quale attualmente è Colonnello di Stato Maggiore a Roma, ma quanto prima sarà promosso Maggior Generale. Egli appartiene, come si sa, a famiglia molto nota nel fasto del patriottismo lombardo.
La prego, Signor Cav.re, di gradire gli atti della mia perfetta osservanza.
Dev.mo
Generale L. Cadorna
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Pur non avendo la possibilità di leggere la lettera del Sindaco di Stresa, dalla risposta del Generale se ne intuisce facilmente il contenuto: si vorrebbe innalzare un monumento a Manzoni e Rosmini (i due sommi italiani che su codeste amatissime sponde strinsero i loro amichevoli legami) e si chiede il parere a Luigi Cadorna e l’indicazione di persone autorevoli che possano far parte dell’apposito Comitato promotore.
La risposta di Cadorna è scritta da Ancona dove per due anni ebbe il comando della locale Divisione militare. La sua carriera arriverà al culmine solo nove anni dopo quando, nel luglio 1914, verrà nominato Capo di Stato Maggiore in seguito alla morte del generale (e rivale) Alberto Pollio. Il Colonnello Carlo Porro che Cadorna propone per il Comitato – e del quale preannuncia rapida promozione a “Maggior Generale” – quando Cadorna con l’entrata in guerra assumerà il ruolo Comandante Supremo, diverrà il suo vice a tutti gli effetti nello Stato Maggiore del Regio Esercito e ne seguirà la sorte dopo la disfatta di Caporetto. Non solo Porro fu l’uomo di fiducia di Cadorna, me ne condivise strategia militare, filosofia e stile di comando [2].
Il “compianto zio” citato nella lettera è Carlo Cadorna (Pallanza 1809 – Roma 1891) [3] avvocato e magistrato dalla lunga e intensa carriera politica: deputato dal 1848 e senatore dieci anni dopo, fu ministro della Pubblica istruzione con Cavour (1858-59), ministro dell’interno con Menabrea (1868) e ebbe anche numerosi altri incarichi (prefetto di Torino, ambasciatore a Londra …). Cattolico liberale sosteneva la netta separazione Stato chiesa e fu relatore della Legge di soppressione degli ordini religiosi (1855).
Carlo è il fratello maggiore del Generale Raffaele (Milano 1815 – Moncalieri 1897), padre di Luigi noto in particolare per la “Breccia di Porta Pia” (20 settembre 1870); di lui (e della di lui famiglia) scrive Isnenghi:
Cadorna: una famiglia di piccola nobiltà piemontese, fedele a casa Savoia, e dunque allo Stato anche nei momenti di massima tensione e – diciamolo pure – di tragedia, come quando spetta a Raffaele Cadorna, il padre di Luigi, ordinare il fuoco contro le mura di Roma, il 20 settembre 1870, perché cessi di essere la città del papa, e prenda ad essere la Città del Re e la capitale di tutti gli italiani; e prima ancora, meno gloriosamente, nelle rimosse operazioni repressive nei confronti del “brigantaggio”, della rivolta di Palermo nel 1866 e dei moti del macinato. Anche alla liberazione di Roma – notiamolo di passata – l’atto conclusivo del Risorgimento nazionale si compie lasciando volutamente a casa Mazzini e Garibaldi, cioè le teste calde di allora, e facendo quel che c’è da fare tramite i regolari, in maniera più istituzionale e a temperature politiche depotenziate” (Convertirsi alla guerra, cit. p. 38)
L’accenno alla “rivolta” di Palermo penso vada in particolare sottolineato, perché storia meno nota e, appunto, meno gloriosa: ne parla Enrico Deaglio nel suo Storia vera e terribile tra Sicilia e America (Sellerio, Palermo 2015). La rivolta di Palermo
“scoppiò nel settembre 1866, a seguito dell’imposizione del monopolio dei tabacchi, di nuove e più pesanti imposizioni alla leva militare e restrizioni dei festeggiamenti di Santa Rosalia. L’Italia era appena uscita da una umiliante sconfitta militare e tornavano nell’isola, raccontando il terrore della scampata morte, i reduci della battaglia di Lissa, centinaia di marinai rimandati a casa. (…)
Per sette giorni, Palermo fu circondata e messa alla fame, compagnie di carabinieri vennero assalite e massacrate, davanti al porto venne mandata la flotta militare che cannoneggiò la città, comandata proprio da quell’ammiraglio Persano, lo sconfitto di Lissa. Alla fine il generale Raffaele Cadorna ottenne la vittoria. In un solo giorno a Palermo ci furono 2.000 morti e vennero fatti 3.600 prigionieri. Per giustificare la brutalità della repressione (la rivolta, da sola, fece apparire tutta l’epopea garibaldina come un innocuo aperitivo prima di un massacro) Cadorna diffuse storie raccapriccianti e totalmente false. Esecuzioni di piemontesi, la crocifissione di un soldato, la vendita, nelle strade di Palermo, di carne umana, e per la precisione di un carabiniere, la cannibalizzazione di un poliziotto ad opera di una muta di donne siciliane”. (p. 74 – 75).
E passiamo al di lui figlio, il Generalissimo Luigi. Il discorso sarebbe lunghissimo e la letteratura immensa. Il mio primo ricordo va in particolare ad un libro. Nel 1968 infatti (non casuale la data) uscì il testo di Forcella e Monticone Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale (Laterza), ripubblicato poi in edizione economica (Universale Laterza) nel 1972. Se non fu il primo libro a incrinare il mito della Grande Guerra, della guerra “patriottica”, fu senz’altro quello che maggiormente vi contribuì.
Ricordo come, nella seconda metà degli anni ’70 tenemmo a Palazzo Flaim (sede del Consiglio Comunale di Verbania) un convegno intitolato “ʄ ʄ Maledetto sia Cadorna ʆ ʆ” con diretto riferimento alla canzone di protesta [4] dedicata al generale di Pallanza. Convegno partecipato con numerosi interventi – fra cui quello di Cesare Bermani che quella canzone aveva raccolto – e con un sentire comune condiviso (anche dai consiglieri comunali presenti): Luigi Cadorna non è certo un vanto per la nostra città.
Il giudizio più severo su Luigi Cadorna è senz’altro quello di Angelo del Boca [5] espresso in Italiani, brava gente? Un mito duro a morire (Neri Pozza, Vicenza 2005). Riprendo alcuni passi del sesto capitolo (Le colpe di Cadorna).
“Della guida dell’esercito italiano era stato incaricato il generale di corpo d’armata e senatore del Regno Luigi Cadorna, dal 27 luglio 1914 capo di stato maggiore dell’esercito. Per quanto non fosse mai stato su un campo di battaglia, aveva fatto una rapida carriera ed era considerato un brillante studioso di tattica. Dal temperamento freddo, riservato, era autoritario con i subordinati, non tollerava dissensi ed era estremamente sicuro di sé. «Cadorna rappresentava sotto tutti gli aspetti le qualità meno felici del corpo ufficiali italiano» osserva lo storico americano John R. Schindler. «La scelta di porre la sua persona alla guida dell’esercito italiano nella guerra più vasta che si fosse mai combattuta fino ad allora, non fu certo felice».
Oltretutto Cadorna entrava nel conflitto con un esercito che non era preparato a sostenere prove di lunga durata e di intensa durezza.
“Il piano di Cadorna, sulla carta, era quanto di meglio si potesse concepire. Il generale piemontese partiva dalla constatazione che in un anno di guerra gli austriaci avevano già perso 800.000 uomini, che erano stanchi, prossimi al collasso e difficilmente avrebbero potuto sostenere l’onere di un terzo fronte. In base a queste considerazioni pensava di dare una poderosa «spallata» alle deboli forze nemiche (25000 uomini e 100 cannoni) attestate al di là dell’Isonzo, impiegando la III armata per attaccare Ie posizioni austriache sul Carso e Ia II armata per premere sulla linea dell’Isonzo, da Gorizia a Plezzo. Secondo Ie sue previsioni, Io sfondamento del fronte sarebbe stato rapidissimo, non avrebbe richiesto più di una settimana. In seguito la III armata si sarebbe impossessata di Trieste mentre la II si sarebbe spinta sino a Lubiana portando al collasso l’impero asburgico.” (p. 126 – 128)
Il piano – prosegue Del Boca – non teneva conto della impreparazione dell’esercito italiano e dei tempi di dislocazione delle truppe: passò pertanto un mese che lasciò il tempo agli austriaci di prendere le contromisure. L’attacco del 21 giugno alle linee austriache si rivelò pertanto fallimentare.
“Sin dall’esordio del suo comando, il generalissimo Cadorna aveva rivelato di essere un uomo particolarmente testardo, incapace di fare autocritica, insensibile alle perdite umane anche quando erano immani, indifferente alle sofferenze e al morale dei soldati. Egli ostentava inoltre, nei confronti della gran massa di militari di estrazione contadina, un atteggiamento che sfiorava la sufficienza. Convinto assertore delle misure disciplinari più severe, era disposto a vincere quella che riteneva l’indisciplina cronica degli italiani ricorrendo pure ai plotoni di esecuzione e alla pratica barbara della decimazione. Anche con gli ufficiali, non importa quale grado ricoprissero, era durissimo se non rispondevano totalmente alle sue aspettative. … Come ha giustamente messo in evidenza Ernesto Ragionieri,
“la pretesa di Cadorna di sovrapporsi al potere politico non solo per ciò che concerneva le operazioni militari, ma anche la direzione del paese, trovava una base oggettiva nelle incertezze e nelle carenze del governo e di queste si alimentava per accentuare l’aggressività nei confronti di tutte le forze sociali e politiche che mostrassero la benché minima oscillazione di fronte allo sforzo di guerra.” (p. 129 – 130)
E Del Boca così conclude il suo giudizio su Cadorna:
“Cadorna è stato per ventinove mesi il vero, indiscusso padrone dell’Italia. Nessuno, prima di lui e dopo di lui (Mussolini compreso), si è arrogato il diritto di vita e di morte su tutti gli abitanti della penisola. Disponeva, a suo piacimento, di uno degli eserciti più potenti del mondo, continuamente rafforzato con immani trasfusioni di sangue. Disponeva di propri tribunali di guerra, che imponevano la sua legge. Attraverso la censura militare metteva un bavaglio a combattenti e a civili. In accordo con Sidney Sonnino, poteva senza battere ciglio decretare la morte per fame di 100.000 prigionieri [italiani detenuti in Austria]. Per finire, era l’uomo che non aveva il minimo imbarazzo nel diramare direttive di questo tenore: «Deve ogni soldato essere certo di trovare, all’occorrenza, nel superiore il fratello o il padre, ma anche deve essere convinto che il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti ed i vigliacchi».” (p. 141 – 142)
Mario Isnenghi, nel suo sopra citato Convertirsi alla guerra, ci fa conoscere aspetti meno noti di Cadorna; innanzitutto i suoi precedenti piani militari in difesa della Triplice Alleanza con Germania e Austria, con trasporto in ferrovia delle truppe sul fronte del Reno contro la Francia (cinque corpi d’armata e due divisioni di cavalleria), piani considerati positivamente sino all’inizio dell’agosto 1914 quando verrà dichiarata la neutralità dell’Italia; Cadorna non fa una piega e si prepara a far la guerra ai suoi (e nostri) ex alleati (ivi, p 5-9). Non ama gli interventisti, sia che provengano dalla destra che dalla sinistra, per non parlare degli irredentisti, teste calde come Cesare Battisti e dei politicanti al governo (Salandra, Boselli, Orlando, …) sempre indecisi e pressati da un parlamento prevalentemente neutralista (ivi, p. 34 – 37). Il suo principale referente politico è Luigi Albertini, direttore del giornale-partito Il Corriere, uomo liberal-conservatore ma autonomo politicamente ed in grado di influenzare, con il giornale più diffuso in Italia, l’opinione pubblica e di condizionare lo stesso governo. Il rapporto di convergenza è reciproco.
“L’idea che delle funzioni della stampa ha Albertini, e precipuamente in tempo di guerra, è quello di un organo del consenso, non però di una semplice cinghia di trasmissione. Rispetto a quale centro del potere o istituzione, in effetti? L’Italia, la patria, la nazione, l’interesse nazionale: al «Corriere» si è patrioti, indubitabilmente. E – più concretamente – alle autorità militari, che il generale Cadorna credibilmente invera” (p. 124)
L’altro aspetto, decisamente poco noto, che Isnenghi mette in luce, è il suo cattolicesimo alimentato anche dalla fitta corrispondenza con le donne di casa, tutte religiosissime: la moglie, la sorella e le tre figlie di cui due suore e la terza, Carla, terziaria – l’intellettuale della famiglia – che non poca influenza ebbe nelle scelte del padre il quale, superando la “laicità” dell’esercito sabaudo, reintrodusse la figura del cappellano militare e si circondò, al comando supremo di religiosi come i padri Giovanni Semeria e Agostino Gemelli che, pur molto diversi fra loro (modernista il primo, scienziato e cattolico conservatore il secondo), sono entrambi concordi nel propugnare attivamente l’unitarietà fra cattolicesimo e patriottismo.
“Politici no, intellettuali no, interventisti no, ecclesiastici sì. Cadorna, come primo atto politico assumendo il potere quale successore del generale Pollio, compie – oltre a quella della ridislocazione militare delle truppe, da occidente a nord-est – un’altra smobilitazione e rimobilitazione all’incontrario: ripristina la figura dei cappellani militari. Non è decisione e – più in generale – non è metafora da poco nei modelli e rapporti di potere che si disegnano per un esercito di popolo basato sull’obbligo. Lo Stato liberale ne aveva orgogliosamente fatto a meno per mezzo secolo. Ora non si scherza più, con le fisime dell’autonomia e della laicità dello Stato: ci sono i contadini-soldati da mandare al fuoco, quelli ubbidiscono solo al prete, bisogna tenerli buoni, dargli dei parroci in divisa. Un buon migliaio di sacerdoti cattolici per cominciare – che poi supereranno il doppio –, qualche unità, fra pastori e rabbini, e naturalmente, in questa condizione militare autorevole e protetta, pareggiata a quella degli ufficiali, c’è la fila dei candidati per entrarci.” (p. 37)
E concludo questa rassegna di giudizi su Luigi Cadorna riportando alcuni passi di Paolo Crosa Lenz, oratore ufficiale il 4 novembre scorso a Verbania [6]. Terra di tristi primati la nostra!
“Quello che gli storici seri hanno concluso in tanti anni di lavoro, ma non era penetrato nella coscienza collettiva, poteva farlo solo la poesia. Ermanno Olmi (“Torneranno i prati”) ha detto in un film semplice e bellissimo due cose: quei ragazzi (i giovani per noi arruolati nel Battaglione Intra) morirono inutilmente, perché i nemici non erano gli austriaci (ragazzi come loro), ma logiche di guerra che non tenevano in alcun conto la vita dei soldati. Il generale Luigi Cadorna non fu un grande stratega obbligato a scelte difficili dai tempi bellici, come un certo revisionismo storico vuole far credere.
La “rotta” di Caporetto, che Cadorna attribuì alla vigliaccheria dei soldati, non fu la “allegra passeggiata” del padre Raffaele attraverso la “breccia” di Porta Pia, ma un disastro che vide il nostro esercito arretrare di 150 chilometri e lasciare indietro trecentomila uomini (morti, feriti, prigionieri). Cadorna amava dire: “Le uniche pallottole che non ci mancano sono gli uomini”! E che, come ogni cosa che “non manca”, si può sprecare.
Ti viene un male sottile nel pensare a queste cose. Il primo morto della prima guerra mondiale fu un anzaschino (Giovanni Bionda di Vanzone), il primo morto della seconda guerra mondiale fu un vigezzino (Luigi Rossetti di Craveggia), i primi letali gas tossici sono stati prodotti qui (alla Rumianca di Pieve Vergonte).
Siamo una terra di record tristi! Giovanni Bionda morì all’alba del XXIV Maggio 1915 (ore 4,30) sul monte Hernic, al Passo Zagredan nella zona del Monte Nero (alta valle dell’Isonzo). Era di pattuglia e i soldati italiani non avevano ancora sparato un colpo. Pronti e via! Aveva vent’anni. Era del 1895.”
Ed è soprattutto degno di nota che queste parole volte a “smantellare la retorica dei mausolei” siano state ufficialmente pronunciate proprio nella “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”.
E, a proposito di mausolei, è ora di ritornare alla lettera al sindaco di Stresa da cui eravamo partiti.
Il monumento a Carlo Cadorna, che secondo il nipote Luigi costituirebbe “un attentato all’arte ed al buon gusto”, non è un monumento qualsiasi, ma degna opera in marmo bianco di Paolo Troubetzkoy che, oltre rendere omaggio al senatore pallanzese, lo rende anche alla “Bella Pallanza” rappresentata da una slanciata ed eterea figura femminile che sovrasta una corona di fiori e il busto del Cadorna che si erge da un medaglione riproducendone con verosimiglianza le fattezze; Il tutto poggiante su un piedestallo riportante la dedica:
“A Carlo Cadorna, pensatore scrittore statista sommo, per l’indipendenza della patria, per ogni libertà nel diritto, fra gli eccelsi, combattente, re e popolo nella città nativa eressero. VI ottobre MDCCCXCV, 1895.”
Certo il monumento nel suo complesso non è molto equilibrato, con un piedestallo liscio che, specie se visto da vicino, contrasta un poco con la movimentata parte superiore; quest’ultima è senz’altro la caratteristica opera di un artista internazionalmente noto e, vista nell’insieme della piazza, l’opera contraddistingue artisticamente il lungolago.
Nel Museo del Paesaggio sono custoditi i modelli in gesso della “Bella Pallanza” e del busto di Cadorna che Troubetzkoy [7], non conoscendo il senatore, realizzò tramite una fotografia.
Deceduto a Roma il 2 dicembre 1891 i funerali di Carlo Cadorna si svolsero nella capitale con grande partecipazione; la salma fu poi traslata al cimitero di Pallanza. Anche l’inaugurazione del monumento a Pallanza (6 ottobre 1895), in una piazza molto più spoglia di quella attuale, vide un’affluenza significativa.
In sostanza un giudizio sostanzialmente infondato quello di Luigi sul monumento dello zio e soprattutto, come vedremo, un giudizio decisamente improvvido.
Mi riferisco, naturalmente, al mastodontico mausoleo del generale che spezza il litorale precludendo, per chi viene dal lungolago, la vista del porto, del litorale successivo e, per un tratto, dell’Isolino di San Giovanni.
Progettata dal teorico del monumentalismo Marcello Piacentini, il mausoleo è certamente opera che stride con la dolcezza del lungolago e ancor più con il vicino monumento del Troubetzkoy dedicato agli oltre cento caduti di Pallanza nella prima guerra mondiale che rappresenta nella parte superiore una vedova di guerra, con in braccio il figlio, mentre deposita un fiore sulla tomba del marito.
Dice di quest’opera Mario Bertolo [8]
“Il 21 ottobre 1923, alla presenza del principe Umberto di Savoia, Pallanza inaugurò il suo monumento ai Caduti per la Patria.
La scultura, opera di Paolo Troubetzkoy, rappresenta, nella donna che, mentre regge il figlioletto, depone un fiore sulla tomba del congiunto caduto, la profonda differenza fra il dolore materno consapevole e l’inconscia presenza infantile, partecipe della mestizia.
La modesta statura delle figure in confronto alla consistenza del macigno fa pensare all’enormità del dolore che schiaccia l’umanità nell’orrore della guerra.
Nessun trionfalismo o retorica per la Vittoria, non svolazzo di ali o corone di gloria. Troubetzkoy, alieno dalle grandi celebrazioni, ha voluto ricordare così coloro che non sono tornati vivi dal fronte.”
L’esatto opposto del Mausoleo retrostante, monumentale e retorico che esalta la guerra e, soprattutto, chi di quei caduti è il principale responsabile. Quattro scalinate portano al sarcofago in porfido rosso che contiene la salma del generale. All’esterno dodici statue che “vegliano la salma” sono dedicate ai vari corpi militari e tipologie di combattenti, milizia fascista compresa.
Monumento dicevo che stride paesaggisticamente con il lungolago, architettonicamente e artisticamente con la contigua delicata opera del Troubetzkoy, storicamente e moralmente per la volontà implicita di sovrastare con la propria mole le vittime della guerra ricordate lì accanto. A parte l’orrendo e macabro gusto di porre in piena vista sul lungolago un sarcofago con tanto di salma.
Cadorna, morto a Bordighera il 21 dicembre 1928, fu dapprima tumulato nel cimitero di Pallanza; il trasferimento della salma al Mausoleo avvenne oltre tre anni dopo, con solenne cerimonia, il 24 maggio 1932. Erano presenti il Duca Amedeo d’Aosta, l’ammiraglio e ministro Costanzo Ciano, che legge un messaggio di Mussolini, e il presidente dell’Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra e parlamentare Carlo Delcroix, oratore ufficiale.
Grazie all’archivio storico dell’Istituto Luce di Cinecittà è possibile visionare online i Giornali Luce sul Funerale di Cadorna (dicembre 1928); la Cerimonia di traslazione della salma al mausoleo (maggio 1932),e, questa volta anche con l’audio, la Stessa cerimonia con alcuni passaggi dei discorsi ufficiali.
Immagini (e parole) davvero eloquenti di cosa abbia rappresentato il mito della Grande Guerra e con questa il capovolgimento del ruolo di Cadorna: dal responsabile di Caporetto all’organizzatore e capo che non disperò mai (Mussolini); e nelle parole del monarchico, mutilato e cieco di guerra Delcroix, il mito della vittoria mutilata (gli alleati che non ricambiarono la nostra solidarietà), mito foriero di una ancor più drammatica guerra che travolgerà l’Italia e il mondo intero.
A Pallanza ho sentito più volte ironicamente dire (e ho talvolta ripetuto) durante una esondazione: “Speriamo che la prossima volta che esce il Lago si trascini con sé quell’orrendo mausoleo”. Ovviamente nessuno pensa di smantellarlo, fa parte anche quello della nostra storia che è bene conoscere e non dimenticare; lo stesso vale per la Via a lui dedicata. Non amo le furie iconoclaste che si rinnovano di stagione in stagione e che voglion divellere lapidi e monumenti; ognuno di loro ricorda non solo gli eventi e i personaggi che rappresentano ma anche chi, quando e perché li ha voluti celebrare. E c’è spesso molto da imparare. Un discorso diverso farei per le intestazioni alle scuole: lì la denominazione dovrebbe avere in sé un messaggio educativo positivo; una Scuola Media intestata a Luigi Cadorna mi sembra portare in sé un messaggio educativo altamente contradditorio. Visto che l’Istituto Comprensivo di riferimento ha assunto un ben più educativo nome, quello di Rina Monti Stella, ci si potrebbe, senza clamori, man mano dimenticare del vecchio nome e assorbire quello nuovo del Comprensivo.
E passeggiando lungolago a Pallanza, dopo aver ammirato i due monumenti di Troubetzkoy, con una sbirciata all’orrido mausoleo considerarlo “un attentato all’arte ed al buon gusto come sono una gran parte di quelli che dovrebbero ornare ed invece deturpano le piazze delle città italiane”, giusta nemesi monumentale per chi fu portatore di tanti lutti e … di improvvido giudizio artistico.
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Note
[1] Eugenio Ottolini, nato a Stresa il 18 aprile 1862 da Agostino e Teresa Bolongaro. Laureato in Giurisprudenza a Torino l’11 dicembre 1885, esercitò quale avvocato presso il foro di Pallanza. Per venti anni fu Sindaco di Stresa con tre successivi mandati dal 1894 al 1913. In tale veste partecipò dal 1897 al Comitato per la linea di raccordo al Sempione Arona-Gravellona nato per ottenere un collegamento diretto fra Milano e la construenda galleria del Sempione, in alternativa alla linea Gozzano – Domodossola che penalizzava i paesi lacustri e aveva mostrato criticità per i trasporti pesanti. Fu inoltre Sindaco della Società ferrovie del Mottarone che gestiva la ferrovia a cremagliera Stresa – Mottarone, iniziata nella primavera 1910 e ultimata nel luglio 1911. Morì all’Alpino, sopra Stresa, a 73 anni il 19 agosto 1935.
[2]. Scriverà Ugo Ojetti, pochi mesi dopo l’entrata dell’Italia in guerra, riportando in particolare il giudizio del Generale Francesco Saverio Grazioli: “Non si va avanti che a metro a metro con perdite enormi sproporzionate allo scopo. Tutti i generali sono contro Cadorna e più contro Porro che non si vedono mai, coi quali non riescono mai a parlare; mancano di lanciabombe, di buoni tubi, di telefoni ecc. Non s’è, a tempo, imparato niente dai dieci mesi di guerra altrui. E nessuno osa parlare.” (M. Isnenghi, Convertirsi alla guerra. Liquidazioni, mobilitazioni e abiure nell’Italia tra il 1914 3 il 1918, Donzelli, Roma 2015, p. 147).
[3] Nel portale del Senato è presente la sua scheda biografica e politico amministrativa, con in calce i discorsi di commemorazione al Senato (3 dicembre 1891).
[4] Questo il testo:
Cadorna
Maledetto sia Cadorna, / prepotente come d’un cane, / vuoI tenere la terra degli altri / che i tedeschi sono i padron.
E i vigliacchi di quei ignori, / che la credevano una passeggiata, / quando sentirono la loro chiamata / corse a Roma e s’imboscò.
E quei pochi che ci resteranno, / quando poi verranno a casa, / impugneranno la loro spada / contro i vigliacchi di quei padron.
O vile Italia, come la pensi / del tuo popolo così innocente, / che non ti ha mai fatto niente / e tu, vigliacca, lo vuoi tradir?
Dagli ufficiali siamo mal trattati / e dal governo siamo mal nutriti; / in quattro stati si sono riuniti / per distruggere la povertà.
L’origine e le altre versioni sono reperibili su una scheda del sito Inutile strage.
[5] Oltre che giornalista e storico, in particolare del colonialismo italiano, Del Boca è partigiano che ha narrato la sua esperienza in più testi: si possono ricordare Viaggio nella luna (La mandragora, Imola 2011) e Nella notte ci guidano le stelle. La mia storia partigiana, (Mondadori, Milano 2015). Nel 2003 fu l’oratore ufficiale al 59° anniversario dell’eccidio di Fondotoce (qui il suo intervento).
[6] Il testo completo dell’intervento di Paolo Crosa Lenz – che da questo gennaio è presidente dell’Ente di gestione delle Aree Protette dell’Ossola che comprende i parchi naturali “Alpi Veglia e Devero” e “Alta Valle Antrona” – è stato pubblicato sul primo numero di Nuova Resistenza Unita del 2016 ed è reperibile anche in rete sul sito di Verbania Notizie.
[7] Online sono visionabili due video su Paolo Troubetzkoy: il primo sulla sua Gipsoteca al Museo del Paesaggio, il secondo una monografia complessiva sulla sua opera (con sottotesto in spagnolo).
[8] Mario Bertolo, Quando le camicie erano nere. Verbania, città nuova dalla storia antica – Vol. V, Studio Azzurro, Verbania 1996, p. 15.
Un film ambivalente. Pienamente convincente nell’interpretazione storica della figura di Lincoln (con uno straordinario Daniel Day-Lewis) e nel ripercorrere il dibattito e l’azione politica che hanno portato alla approvazione del XIII emendamento che abolì definitivamente la schiavitù, ma che si dilunga inutilmente e con scarsa efficacia sulle relazioni di Lincoln con la moglie e i figli.
Premetto che ho visto il film tramite DVD e, grazie anche ai contenuti speciali e alle interviste qui riportare, mi pare da confermare, al di là del numero spropositato di premi e di nomination ricevuti in patria, il giudizio ambivalente dato da molti. Con alcuni punti deboli e, tutto sommato, una prevalenza di punti di forza.
Mi spiego. Nell’intervista l’autrice (Doris Kearns Goodwin) del libro (Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln) da cui Tony Kushner ha tratto la sceneggiatura spiega bene le caratteristiche del suo lavoro. Aveva voluto ritrarre Lincoln al di là del mito indagandone la personalità sul piano umano nei rapporti con le persone a lui più vicine, a partire dai familiari. Ma, sottolinea l’autrice, si rese presto conto che Abramo Lincoln passava infinitamente più tempo con i suoi collaboratori e ministri che con la sua famiglia. E visto che questi collaboratori hanno lasciato dettagliati diari e numerosi episodi quotidiani ed impressioni personali sulla figura del Presidente, è stato possibile farne un ritratto originale e approfondito sul piano politico più di quanto potesse emergere sui suoi rapporti con moglie e figli.
Quando Steven Spielberg seppe del lavoro della Goodwin, prima ancora che fosse ultimato, ne chiese l’esclusiva perché da tempo aveva in mente un
progetto sul presidente che aveva abolito la schiavitù. Non appena ebbe in mano il dattiloscritto (oltre 700 pagine) si rese conto che doveva fare una scelta e subito intuì che questa doveva concentrarsi sugli ultimi quattro mesi di vita e sulla battaglia abolizionista (il XIII emendamento della Costituzione) che corrispondono anche al periodo conclusivo della guerra civile **.
E qui sorge appunto la domanda: perché insistere anche sui rapporti familiari con la moglie e i figli. Non aggiungono niente sulla figura del Presidente; su questo fronte la sceneggiatura è fragile, i conflitti non dicono nulla di particolarmente interessante e i personaggi sono delineati in modo superficiale, senza spessore psicologico; il conflitto padre figlio è stato tematizzato con ben altra intensità ad esempio da Elia Kazan ne La valle dell’Eden. Per non parlare delle interpretazioni sia del figlio maggiore che della moglie a dir poco imbarazzanti.
Sally Field, che interpreta la moglie, più che alla recitazione sembra concentrata a indossare i bellissimi vestiti preparati da una attenta scenografia (scenografia molto curata ma talora sin troppo ricercata nei dettagli; comunque l’oscar vinto dagli scenografi ci poteva stare).
Il siparietto in calesse con la moglie, collocato tra la fine della guerra civile e la morte violenta, dove parlano di un possibile viaggio a Gerusalemme, ad esempio, poteva benissimo esser tralasciato: non aggiunge nulla e spezza in modo incongruo l’intensità della narrazione.
E veniamo ai punti di forza. Innanzitutto la magistrale interpretazione di Daniel Day-Lewis (in questo caso un Oscar pienamente meritato): grazie anche alla sceneggiatura ci rende l’immagine di un uomo politico complesso, travagliato, melanconico e ironico al tempo stesso. Oratore sintetico ed efficace, dalla grande capacità di ascolto (a partire dai più umili) e in grado di valutare alla perfezione le persone che ha davanti. Idealista convinto e nello stesso tempo, pur di raggiungere il suo obiettivo, capace della più scaltra realpolitik.
Capisce al volo se il rappresentante del Congresso che ha davanti va convinto con argomenti etici e/o politici oppure serva maggiormente acconsentire alle sue aspirazioni personali. E nei momenti più impensati, ad esempio nel mezzo di un acceso dibattito politico con i suoi collaboratori, o prima di intraprendere una decisione, capace di distanziarsi con ironia per dar voce ad uno dei suoi racconti, delle sue storielle (che tanto irritavano i suoi collaboratori). In sostanza un uomo complesso e profondo, in grado di assumere decisioni tragiche, come quella di posporre l’incontro con i delegati del sud mandati a trattare la fine della guerra, pur di realizzare l’obiettivo principale. In gioco non era solo la centralità del principio di eguaglianza, ma la natura stessa che la Nazione avrebbe assunto dopo guerra civile.
E le figure che lo accompagnano nella sua impresa politica sono credibili e ben delineate, a partire dal Segretario di Stato William Seward (interpretato in modo dignitoso da David Strathairn).
E veniamo all’altro aspetto che mi ha convito e, direi, anche appassionato: la battaglia al Congresso per il XIII emendamento.
I dibattiti e gli scontri sono decisamente ben ricostruiti grazie anche ad interpretazioni credibili tra cui spicca la figura di Thaddeus Stevens, il deputato abolizionista, originario del Vermont, interpretato in modo magistrale da Tommy Lee Jones.
I suoi duelli oratori sono memorabili come la sua capacità di mettere a freno la sua pulsionalità egualitaria ed antirazzista per metterla al servizio dell’obiettivo condiviso con Lincoln di allargare il fronte dei sostenitori e mettere alle corde i rappresentanti avversi. A mio parere se queste sequenze incentrate sul dibattito alla Camera, che si concludono con una approvazione dell’emendamento sul filo del rasoio, avessero trovato più spazio (a scapito magari dell’inutile vicenda del figlio maggiore e di molte sequenze con la moglie) il film nel suo complesso ne avrebbe guadagnato in unitarietà e profondità.
Certo molti lo criticano perché troppo “documentario”; io penso che proprio l’interpretazione storica sia della figura di Lincoln che del passaggio epocale della abolizione della schiavitù con il XIII emendamento sia la dimensione più convincente del film. Un film storico (ovviamente in “storia” si parla di interpretazioni, sempre passibili di revisioni e contestazioni: la successione dei fatti, la cronaca qui è puntuale ma siamo appunto di fronte a “una” interpretazione) un film storico dicevo in grado di dare un quadro efficace di un momento cruciale della storia statunitense. La sua debolezza sta proprio nel non voler essere appieno tale, nel cimentarsi nelle dinamiche padre/figli e marito/moglie in modo superficiale, senza alcuna profondità psicologica, e spezzando l’unitarietà narrativa.
E comunque, come ogni buona narrazione e interpretazione storica, in grado non solo di ricostruire il passato ma passibile di insegnamenti e riflessioni contemporanee. Ne butto lì qualcuna di quelle che mi son venute in mente durante e dopo la visione.
La complessità: il tema della schiavitù e della guerra civile, dell’emancipazione introdotta inizialmente per proclama da Lincoln (giustificata anche come necessità militare) ma proprio per questo in modo non irreversibile alla fine della guerra. Doveva diventare un dettato costituzionale e in quanto tale non più modificabile … a costo di rendere più difficile la pace con gli stati secessionisti. Un intrico drammatico e difficilmente districabile: solo una figura di alto livello, complessa e profonda come quella di Lincoln era in grado di dipanarla.
Oggi come oggi molti pensano che di fronte alla complessità servano soprattutto le scorciatoie, le semplificazioni, gli uomini dal cinguettio twitter facile … col risultato che le situazioni complesse si aggrovigliano sempre di più. Una grande nostalgia di personalità politiche di quel livello che oggi sembrano scomparse.
La guerra civile: oltre alla sua intrinseca drammaticità (il bagno di sangue fratricida) una guerra civile appunto non è una guerra fra Stati e questo rende impossibile un trattato di pace, una mediazione. Può terminare solo con la sconfitta e resa definitiva di una delle parti. Lincoln ne è consapevole, nel film lo spiega ai delegati sudisti che pensavano di esser venuti per trattare: non vi può esser trattativa ma solo la resa. E questo rende drammaticamente il vincitore pieno e unico responsabile del dopo, di una difficile ma necessaria riconquistata unità dello Stato e di una ancor più difficile riconciliazione; questo il senso dell’incontro, alla fine della guerra fra Lincoln e il Generale Grant.
Possiamo, venendo a tempi più recenti, pensare agli errori e alle fratture del nostro ultimo dopoguerra o all’opposto della capacità di Nelson Mandela di unire il suo paese dopo la vittoria sull’apartheid. E ancora volgere lo sguardo alle guerre di oggi, alle cosiddette guerre asimmetriche che se non sono sempre definibili come guerre civili, hanno comunque la caratteristica di vedere da una parte degli Stati e dall’altra un nemico senza statualità definita e pertanto un nemico “con cui non si può trattare”. Con il rischio di impantanarsi in grovigli da cui non si sa più come uscirne, di guerre senza fine.
Infine un particolare, che conoscevo, ma che mi ha comunque colpito. La storia (anche quella più recente) è fatta talora di rovesciamenti e bisogna stare attenti ad usare le parole nel loro contesto. Nello specifico vedere come i più strenui difensori dell’abolizionismo fossero esponenti del Partito Repubblicano e viceversa i principali sostenitori della schiavitù di quello Democratico. Letto con gli occhi della politica statunitense attuale crea un certo effetto di straniamento. Ma la storia è piena di simili ribaltamenti. Per non ridursi alla cronaca non entusiasmante dei nostri giorni, ricordo la vicenda dei missionari gesuiti in America latina, che, da Ordine religioso in Europa affiancato al potere e ai potenti, nell’altro mondo divenne sostenitore dei diritti e della cultura dei nativi oppressi (il film Mission ce lo ha ben ricordato) e viceversa i Francescani che nelle colonie portoghesi (dimentichi del loro fondatore) divennero sostenitori dei conquistadores e degli stati coloniali. Insomma i bei dibattiti al Congresso rappresenti dal film di Spielberg mi hanno ricordato che bisogna diffidare delle parole, delle etichette, dei semplici nomi perché il loro significato cambia (e talvolta si rovescia) e che necessita sempre guardare al di là, a cosa realmente c’è dietro.
Per concludere, se un film riesce a far pensare, ad accendere qualche lampadina, vuol dire che tutto sommato non è un brutto film.
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* di Steven Spielberg, USA 2012. Commento postato su FilmTV qui parzialmente rivisto e linkato.
** Sulla Guerra civile americana la letteratura è immensa; on line sembrano prevalere i siti e le interpretazioni più favorevoli ai sudisti. Il revisionismo non è solo europeo: una lettura interessante di questo rovesciamento postumo e sulle figure di Grant e Lee su il il Post. Anche la voce di Wikipedia è stata messa sotto accusa di un atteggiamento filoconfederato e la discussione è tutt’ora in atto. Di seguito alcuni link in merito alla Guerra di Secessione:
Linkografia sulla guerra civile americana
Due siti per gli appassionati del tema: GCA e Forum
Una cartina di Limes
Due sintesi: PBMStoria e TuttoAmerica
Il più famoso discorso di Lincoln: il Gettysbury Address
Due articoli sulla Guerra di secessione come prima guerra moderna: TuttoStoria e Il Fatto Storico
La Giornata memoria all’Istituto Cobianchi, con la proiezione del film Swing Kids- Giovani ribelli (cfr. scheda), ha permesso di ricordare una vicenda poco nota del regime nazista: la repressione della Swing Jugend (i “giovani dello swing” denominati anche swing boys o swing kids).
Tutto nasce oltreoceano, secondo la vulgata nell’agosto 1935 in un locale di Hollywood, dove si esibivano Benny Goodman e Gene Krupa; vista l’ora tarda e il pubblico annoiato si misero a suonare con i nuovi arrangiamenti molto ritmati di Fletcher Henderson; si racconta che le cameriere del locale si misero a ballare in modo scatenato coinvolgendo i clienti. Era nato lo Swing, che subito si diffuse nelle sale da ballo USA e rapidamente anche in Europa.
Il fatto singolare è che tale musica non solo si diffuse nella Germania nazista alla vigilia della guerra, ma diede vita ad un vero e proprio movimento giovanile presente in particolare ad Amburgo e Berlino.
I giovani swing boys non solo amavano il jazz e si ritrovavano nelle sale da ballo che suonavano lo swing, ma avevano dato vita ad uno stile di vita antagonista a quello della gioventù hitleriana. Portavano i capelli lunghi, vestivano all’inglese con lunghi cappotti o impermeabili, portavano l’ombrello anche quando non pioveva e propugnavano una sessualità libera e gioiosa.
Il loro motto era Swing Heil, in aperta derisione del Sieg Heil nazista. Numerosi gli scontri con la Gioventù Hitleriana.
Con l’inizio della guerra la repressione della “musica degenerata” (entartete musik) e del movimento della Swing Jugend si fece sempre più decisa sino a culminare nel 1940 con l’assalto ad una sala di Amburgo dove si svolgeva un festival Swing, episodio richiamato nella scena finale del film. Oltre 500 giovani furono arrestati e mandati nei campi di lavoro o al fronte.
Del movimento, che era culturale, di costume, più che politico, non rimase quasi più niente; alcuni dei suoi seguaci si avvicinarono poi alla opposizione politica della Rosa Bianca.
Quello che meraviglia della vicenda degli swing boys è come, nonostante il duro controllo di tutta la vita del giovane tedesco (dalla scuola al doposcuola al controllo caseggiato per caseggiato come ben descritto ad esempio da Erika Mann ne La scuola dei barbari), questo movimento si sia diffuso grazie a semplici strumenti di comunicazione quale la radio e i dischi in vinile. Solo una durissima repressione e la mobilitazione bellica è riuscita a porvi fine.
Questo ci fa capire come oggi, quando gli strumenti di comunicazione si sono moltiplicati grazie alla multimedialità e al web, i regimi totalitari ed autoritari abbiano vita breve (ultimo il caso dell’Ucraina) e che per sopravvivere sempre più spesso scelgano la strada non solo della repressione sistematica ma anche della guerra. La via della pace e quella della democrazia sono proprio per questo un tutt’uno.
Il film
Swing Kids – Giovani ribelli
Titolo originale Swing Kids. 112′ min. – USA 1993
Regia Thomas Carter, regista di colore noto per serial tv (Miami Vice) e film polizieschi e musicali.
Sinossi
Amburgo 1939. Tre Swing Kids, Peter (orfano di un musicista fatto morire dal regime), Thomas (figlio di un industriale) e Arvid (giovane chitarrista), si ritrovano nei locali dove si balla la nuova musica e si scontrano con la Gioventù hitleriana.
Dopo una bravata Peter e Thomas sono costretti ad arruolarsi nel corpo paramilitare mentre Arvid, già menomato ad una gamba, viene pestato dai nazisti e gravemente ferito ad una mano; come Django Reinhardt (chitarrista che per la sua parziale infermità ha dato vita ad uno stile jazz del tutto personale) continuerà nella sua passione.
Thomas si avvicina al nazismo; con i hitlerjugend irrompe nel locale swing e ha un duro scontro con Peter, ma quando lo vede portar via destinato ai lavori forzati, lo saluta con il grido Swing Heil!.
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* Pubblicato su Nuova Resistenza Unita n. 2, marzo aprile 2014. Il riferimento iniziale è naturalmente alla Giornata della Memoria del 2014.
Immagini dal film
Link
La Swingjugend su Electro Swing Italia
Swing Jugend su Wikipedia
Presentazione del film su Wikipedia
Scheda del film su Film TV
Diretto da Pasquale Scimeca, il film sul segretario della Camera del lavoro di Corleone, ex partigiano e socialista, ucciso dalla mafia nel marzo del 1948, uscì nel 2000.
Il film non ebbe molto successo nonostante l’attualità della tematica e le modalità innovative con cui il regista la affronta, forse oscurato da un film su analogo tema, uscito poco dopo, che ebbe maggior diffusione e fortuna: I cento passi di Marco Tullio Giordana.
Recentemente, dopo i funerali di Stato del sindacalista corleonese, il film è stato riproposto sia in TV che in formato DVD.
Questa la mia recensione su Nuova Resistenza Unita n. 2 del marzo–aprile 2001.
Placido Rizzotto: per una nuova filmografia civile
Il giovane contadino corre nell’inutile speranza di ostacolare l’arresto del padre Carmelo, piccolo “gabellotto” del feudo Drago[1]; corre il partigiano della Carnia nel tentativo tardivo di impedire un ultimo gratuito eccidio nazista; più pacata e distesa la corsa dei contadini che, sotto la guida del sindacalista socialista, occupano le terre incolte dei latifondisti. Una vita intensa e breve quella di Placido Rizzotto che terminerà la sera del 10 marzo 1948, gettato in una “ciacca” della campagna di Corleone. Il corpo sparirà per sempre; i pochi indumenti ritrovati giacciono ancora oggi in un sotterraneo del palazzo di giustizia di Palermo.
Da questa vita, oggi ricostruita[2], il regista siciliano Pasquale Scimeca ha costruito un film[3] duro, generoso, atipico e, soprattutto, “civile”. Non è facile riproporre oggi un film di formazione civile e, tantomeno, su di un tema (la mafia) filmicamente abusato.
La struttura narrativa nel neorealismo del dopoguerra era perlopiù incentrata sulla simmetria fra la storia dell’eroe (popolare) e la Storia; la vicenda individuale confluiva nella visione della grande Storia dove altri, con le stesse bandiere, ne avrebbero raccolto l’eredità. Il cinema politico e civile degli anni successivi ha oscillato tra la denuncia drammatica, evoluzione politica del documentario, e la riproposizione, con nuovi scenari e soggetti, della struttura neorealista. Con l’esaurirsi della visione storicistico progressiva della Storia, in un contesto politico del tutto diverso, negli ultimi anni il genere si era ormai esaurito.
Il tentativo di Scimeca è senz’altro nuovo e, al di là di toni naif che richiamano filmografie non occidentali, tutt’altro che elementare.
La cornice narrativa è quella di un cantastorie odierno che si rivolge ad un ridottissimo pubblico; i suoi riquadri illustrati segnano le tappe (le sequenze), temporalmente discontinue, della vita e morte del protagonista. Ci accorgiamo, ad un certo punto che l’attore-cantastorie è lo stesso (Carmelo di Mazzarelli) che impersona il padre di Placido: l’ex mafioso che assumerà su di sé il compito della memoria e la rivendicazione di giustizia per la morte del figlio.
La cornice si presenta così sotto la forma del mito e i personaggi diventano figure etiche simbolicamente esemplari richiamando ora la tragedia greca ora la sacra rappresentazione popolare.
Rizzotto è il sacrificio: il simbolismo più che esplicito è esasperato: rivede il paese all’ombra di una enorme Croce di legno; qui ancora si ritrova con Lia; la sera della sua scomparsa una sacra rappresentazione della Passione anticipa la fine di una vita breve che non può che concludersi … a trentatré anni … in un sepolcro vuoto…
Lia: la fedeltà che non potrà rimaner tale se non abbandonando per sempre la propria terra.
Lo “sciancato” (Luciano Liggio): il male nella forma più odiosa di viscida brutalità.
Il giovane pastore, testimone involontario (sembra uscito direttamente da un film di Pasolini): l’innocenza. E così via.
Altri quadri della narrazione si allargano però ad una più rigorosa ricostruzione storica: dai conflitti sociali e sindacali, che si presentano in primo luogo come conflitti interiori fra opzioni di valore e successivamente come frattura fra generazioni, sino alle minuziose indagini del giovane capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. Ci troviamo di fronte ad una “microstoria” che esplicitamente ci proietta non solo verso altre innumerevoli microstorie del tutto analoghe (il regista all’inizio ci aveva avvertito che solo casualmente la terra di cui si narrava era terra di Sicilia: avrebbe potuto esserlo di qualsiasi altra parte del mondo), ma che soprattutto ci rimanda direttamente al presente.
Il cantastorie che, dopo aver illustrato l’ultima scena in cui Dalla Chiesa e Pio La Torre si stringono la mano, rimasto solo, si immerge sconsolato la testa nelle mani, parla silenziosamente del dopo e dell’oggi, del destino tragico di quei personaggi, della continuità e delle trasformazioni del potere mafioso.
Non ci dà nessun insegnamento, né tanto meno sventola bandiere. L’azione raccontata si è conclusa e non mostra visibili eredi, non si è incolonnata in nessun vittorioso progresso. Eppure parla, parla talmente forte che lo spettatore rimane inchiodato: si sente richiamato alle proprie personali responsabilità, sente il bisogno di interrogarsi e di esprimersi con un chiaro giudizio etico.
Una formazione civile che pertanto non proietta più ad un diretto (e talora univoco) impegno, ma che passa prioritariamente attraverso la maturazione etica, e pertanto civile e politica, del proprio giudizio.
Le diverse microstorie possono allora fra loro collegarsi al di là delle fratture dello spazio e del tempo. Ci piace ricordare che, subito dopo la morte di Rizzotto e prima che a Corleone arrivasse il giovane Pio La Torre, a sostenere la Camera del Lavoro, nei giorni infuocati delle elezioni del ’48, si prodigò un altro partigiano, il novarese Vermicelli che, della Sicilia di quegli anni, ci ha lasciato alcune pagine eticamente e politicamente indimenticabili[4].
Note
[1] D. Dolci, Spreco, Einaudi, Torino, 1960, p. 167.
[2] D. Paternostro, Placido Rizzotto, il sogno spezzato, Adarte, Palermo, 2000.
[3] Italia, 2000; il sito ufficiale si trova all’indirizzo http://www.luce.it/placidorizzotto (nel 2016 non più attivo).
[4] G. Vermicelli, Babeuf, Togliatti e gli altri, Tararà, Verbania, 2000, pp. 154–170, 205–216.
Postilla 2016
Placido Rizzotto ha rappresentato l’altra Sicilia, quella che da sempre ha lottato contro la mafia. Non è un caso che Giuseppe (Pippo) Fava, nella sua ultima intervista prima di cadere anche lui sotto i colpi di sicari mafiosi, intervista condotta da Enzo Biagi, si soffermi a lungo sulla figura di Rizzotto, indicata appunto quale emblema della Sicilia antimafiosa.
Grazie all’insistenza mai rassegnata dei familiari le ossa di Placido Rizzotto sono state ritrovate nel 2009 appunto in una “ciacca” (una foiba) e riconosciute nel 2012 con il test del DNA confrontato con quello tratto dalla tomba del padre. Il 24 maggio 2012 i resti di Placido Rizzotto sono stati sepolti con funerali di Stato nella tomba di famiglia. Funerali a cui hanno partecipato il capo della Stato Napolitano, la segretaria nazionale della CGIL Susanna Camusso, il presidente di Libera don Ciotti e soprattutto la popolazione di Corleone.
Non furono comunque funerali “tranquilli”: nella parte religiosa della cerimonia il vescovo di Palermo Monsignor Salvatore Di Cristina nell’omelia non pronuncia mai la parola mafia e arriva a storpiare il nome di Rizzotto in Rizzuto; inoltre a don Ciotti non è stata consentita la concelebrazione del rito religioso. Parlerà invece, dopo i familiari, le autorità, la Camusso, con uno splendido intervento sul dovere cristiano e civico della “denuncia”, a conclusione della successiva cerimonia civile nella piazza di Corleone.
Link
Placido Rizzotto su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Placido_Rizzotto
Placido Rizzotto raccontato da Pippo Fava: https://www.youtube.com/watch?v=kTgl6xAwSP4
Ultima intervista a Giuseppe Fava: https://www.youtube.com/watch?v=2a89Km8mGi0
Giuseppe Fava su Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Fava
Placido Rizzotto, le radici del coraggio (video): https://www.youtube.com/watch?v=irOrtS-29SI
Ritrovati i resti di Rizzotto (La Repubblica Palermo): http://palermo.repubblica.it/cronaca/2012/03/09/news/trovate_le_ossa_di_placido_rizzotto-31212133/?ref=HREC1-5
Le ossa di Placido Rizzotto (ivi, rassegna fotografica): http://palermo.repubblica.it/cronaca/2012/03/09/foto/trovate_le_ossa_di_placido_rizzotto-31210985/1/
I Funerali di Stato di Placido Rizzotto (video di Vincenzo Barbagallo): https://www.youtube.com/watch?v=CdlZsRwV3TM
La scheda del film di Scimeca su FilmTV: http://www.filmtv.it/film/20568/placido-rizzotto/
Presentazione e trailer del film (Liliana e Francesco Calabrese): https://www.youtube.com/watch?v=z9OWUWLLWzY






























































