Zurigo, la capitale economica della Confederazione elvetica, ospita la comunità italiana più numerosa della Svizzera dopo quella del Canton Ticino. Una comunità, costituitasi nel tempo grazie all’immigrazione operaia, che ha sempre tenute vive, oltre ai rapporti con l’originaria madre patria, le sue combattive tradizioni proletarie. Non a caso qui è stato fondato, già nel 1899, il quotidiano socialista “L’avvenire dei lavoratori”, testata ancora oggi presente in una edizione on line, un osservatorio della politica italiana e d’oltralpe che si distingue per intelligenza e spirito critico e che è possibile ricevere via mail con una semplice richiesta (qui). Ancor oggi è attivo il Ristorante Cooperativo Italiano (Coopi) fondato nel 1905, centro culturale e politico da cui sono passati numerosi esponenti storici del socialismo e dell’antifascismo.
Ogni anno a Zurigo il 25 aprile si celebra la Festa della Liberazione, probabilmente la più sentita e partecipata al di fuori dei confini nazionali.
L’intensa vita associativa della comunità italo-zurighese fa riferimento al Comites di Zurigo e sino ai primi mesi di quest’anno aveva come luogo di
aggregazione la Casa d’Italia dove aveva anche sede un polo scolastico di lingua italiana; in maniera improvvisa la struttura è stata chiusa per una ristrutturazione prevista per i prossimi tre anni su iniziativa del nostro ministero degli esteri e del consolato italiano nella prospettiva di una sua diversa funzione futura quale vetrina turistica ed economica dell’arte e della produzione italiana. Le scuole italiane ospitate hanno dovuto trovare un’altra sede e le numerose associazioni ospitate non possono più usufruire dei locali e dei servizi della struttura e non pare che, a ristrutturazione completata, lo potranno in futuro. L’operazione ha trovato l’adesione convinta del parlamentare del PD Gianni Farina, eletto nella circoscrizione estera. Non sono però mancate critiche e accuse di scarsa trasparenza per i tempi improvvisi e le prospettive non chiare dell’insieme dell’operazione.
Tra le Associazioni italo-zurighesi attive si distingue il Comitato XXV Aprile, anima dell’antifascismo zurighese e principale organizzatrice della annuale Festa della Liberazione; nonostante sia ora privo di sede il Comitato continua la sua attività e gli incontri di approfondimento e discussione.
Questa associazione ha invitato Giorgio Danini e il sottoscritto, quali esponenti del Consiglio di Amministrazione della Casa della Resistenza di Fondotoce, il 29 settembre scorso a parlare del fascismo con attenzione ai suoi sviluppi dopo la Liberazione e nel mondo attuale.
Sulla base della scaletta e di una selezione di brani preparati per l’occasione, ricostruisco di seguito il mio intervento sviluppandone anche alcuni punti che, per ragioni di tempo, avevo appena accennato.
Fascismo ieri e oggi
Presentazione
Un certo numero di voi conosce la Casa della Resistenza per averla visitata due anni fa ed è a seguito di quell’incontro che ci troviamo qui oggi. Vittorio Beltrami, nostro precedente presidente e a suo tempo promotore, quale Presidente della Giunta Piemontese, della legge regionale istitutiva, amava definirla “la più grande Casa della Resistenza dell’Europa”. La Casa e il “Parco della Memoria della Pace” con il lungo muro che ricorda i nomi dei 1300 caduti partigiani nelle province di Novara e del Verbano Cusio Ossola, trova la sua ragione fondativa in eventi storici di eccezionale rilievo: in particolare la prima strage di ebrei avvenuta in Italia coinvolgente almeno nove località prospicenti il Lago Maggiore, il grande rastrellamento della Val Grande, la più massiccia e cruenta operazione antipartigiana di tutto il nord-ovest italiano, l’esperienza della cosiddetta “Repubblica dell’Ossola” che ha saputo anticipare ordinamenti e ispirazioni dell’Italia repubblicana fondata sulla Costituzione, e infine il ruolo attivo che le formazioni del territorio hanno avuto, dopo la sua liberazione il 24 aprile, nella liberazione successiva delle province lombarde limitrofe e di Milano.
La Casa della Resistenza di Verbania e la vostra associazione qui a Zurigo: oltre al legame comune dell’antifascismo che ci unisce e dell’occasione che ha dato vita a questo incontro, voglio ricordare altri due significativi punti di condivisione. Il Comitato XXV Aprile aderisce alla FIAP, la Federazione delle Associazioni Partigiane Italiane che aveva a Milano una sua importante biblioteca; per iniziativa di Aldo Aniasi, il partigiano socialista “Iso”, comandante delle formazioni garibaldine dell’Ossola, tale fondo librario e documentale, vista l’indisponibilità dei locali che prima l’ospitavano, è stato devoluto nel 2000 alla nostra associazione che ha dato vita alla Biblioteca Aldo Aniasi che attualmente detiene circa 17mila opere sulla storia della Resistenza italiana ed Europea e più in generale sulla storia del ‘900.
Vorrei infine ricordare che Viva Babeuf!, il romanzo partigiano di Gino Vermicelli sulla resistenza dell’Ossola, una delle più belle opere narrative sulla resistenza italiana, è stato tradotto e pubblicato in tedesco nel 1990 proprio qui a Zurigo dall’editore Rotpunktverlag, con il titolo Die unsichtbaren Dörfer.
E veniamo all’argomento di questa sera.
Il fascismo come metodo
Partirei, in accordo con Giorgio Danini, con un breve testo che la scrittrice e polemista sarda Michela Murgia ha postato su facebook poco più di un mese fa e che ha avuto una notevole diffusione online: Piccolo discorso sul fascismo che noi siamo dove tra l’altro afferma:
“A te che hai vent’anni e mi chiedi cos’è il fascismo, vorrei non doverti rispondere. Vorrei che nel 2017 la risposta a questa domanda la sapessimo già tutti … È quindi colpa mia se me lo chiedi.
Colpa del fatto che non ti ho detto che il fascismo non è il contrario del comunismo, ma della democrazia. Dovevo dirtelo prima che il fascismo non è un’ideologia, ma un metodo che può applicarsi a qualunque ideologia, nessuna esclusa, e cambiarne dall’interno la natura. … Dire che il fascismo è un’opinione politica è come dire che la mafia è un’opinione politica; invece, proprio come la mafia, il fascismo non è di destra né di sinistra: il suo obiettivo è la sostituzione stessa dello stato democratico ed è la ragione per cui ogni stato democratico dovrebbe combatterli entrambi – mafia e fascismo – senza alcun cedimento. Tu sei vittima dell’equivoco che identifica il fascismo con una destra ed è un equivoco facile, perché il fascismo è la modalità che meglio si adatta alla visione di mondo di molta della destra che agisce in Italia oggi. …
Può esserti utile sapere come riconosco io il fascismo quando lo incontro: ogni volta che in nome della meta non si può discutere la direzione, in nome della direzione non si può discutere la forza e in nome della forza non si può discutere la volontà, lì c’è un fascismo in azione. In democrazia il cosa ottieni non vale mai più del come lo hai ottenuto e il perché di una scelta non deve mai farti dimenticare del per chi la stai compiendo. Se i rapporti si invertono qualunque soggetto collettivo diventa un fascismo, persino il partito di sinistra, il gruppo parrocchiale e il circolo della bocciofila. “
Il fascismo oggi (nel 2017) come metodo antidemocratico. In questa attualizzazione c’è un aspetto importante: il fascismo come rifiuto delle regole e della democrazia, l’esaltazione della forza e pertanto della violenza: ogni mezzo è lecito pur di raggiungere la meta prefissata. La critica della “mediocrità democratica”; l’esaltazione dell’azione, dell’eroismo, l’icona del “guerriero” contro quella del “mercante”. Questi temi erano già presenti in Georges Sorel e nel Sindacalismo rivoluzionario e saranno ripresi da autori “radicali” non solo fascisti. Critica della democrazia che in Mussolini si esprimeva nella formula dispregiativa della “democrazia dei numeri”:
“Lo Stato non è un numero, come somma di individui formanti la maggioranza di un popolo. E perciò il Fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero, abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come deve essere, qualitativamente e non quantitativamente.” (Dottrina del fascismo).
La Murgia sottolinea pertanto un aspetto importante che spiega implicitamente anche perché contro il fascismo (e il nazismo) c’è stata storicamente (e anche oggi bisogna perseguire) una unità democratica (dalla sinistra alla destra). Non convince invece laddove afferma che il fascismo di oggi (e vale anche per quello di ieri?) non è né di destra né di sinistra. In sostanza una messa tra parentesi della dimensione storica che rischia, al di là delle intenzioni dell’autrice, di banalizzare il fascismo (il gruppo parrocchiale e la bocciofila?) mettendone tra parentesi i contenuti e le finalità
Non dimenticando fra l’altro che uno fra i motivi ricorrenti delle nuove destre radicali (neofasciste e neonaziste) è proprio quello del superamento della dicotomia fra destra e sinistra.
Sinistra e destra
Conviene allora riprendere il significato di destra e di sinistra non tanto quale collocazione lineare – spaziale delle forze politiche, ma nei contenuti caratterizzanti e nei valori di riferimento che i due concetti esprimono. Mi richiamo in particolare alla posizione di Norberto Bobbio che considera insuperabile la dicotomia e prioritaria rispetto al metodo.
“Nella contrapposizione fra estremismo e moderatismo viene in questione soprattutto il metodo, nell’antitesi fra destra e sinistra vengono in questione soprattutto i valori. Il contrasto rispetto ai valori è più forte che quello rispetto al metodo”. (Norberto Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli 1994, p. 33)
L’antitesi nel linguaggio politico entrò in uso ai tempi della Rivoluzione francese: durante la Costituente i favorevoli al diritto di veto incondizionato del Re sedevano a destra, i contrari a sinistra. Nella “topografia politica” questa dicotomia venne a sostituire quella precedente di “alto e basso” dove destra subentrò all’alto (il potere tradizionale) e sinistra al basso (i molti senza potere). Molti studiosi ritengono che questo modo di rappresentare la dislocazione delle forze politiche non sia casuale ma fondata su tradizioni e archetipi profondi (es. quello religioso: “sedere alla destra del padre”; l’uso di “destro” “dritta”, “droit”, “right” per indicare la giusta diritta direzione, ma anche ordine, chiarezza). All’opposto “sinistra” connota disordine, confusione, minaccia.
Anche ricerche sociologiche svolte in più paesi indicano come la divisione sia percepita come fondamentale[1] nonostante la molteplicità voci che affermano “sia superata dai tempi”. Possiamo rappresentare questa dicotomia in una tabella di confronto fra i rispettivi valori e contenuti caratteristici[2]:
| Carattere fondante | Sinistra: Eguaglianza | Destra: Gerarchia |
|
Altre caratteristiche |
Classi disagiate | Classi agiate |
| Libero pensiero | Religiosità | |
| Discontinuità | Continuità | |
| Emancipazione | Difesa della tradizione | |
| Cosmopolitismo | Nazionalismo | |
| Pacifismo | Militarismo | |
| Logos (razionalità) | Mito e richiami irrazionali | |
| Pensatori di riferimento | Rousseau: eguaglianza originaria dello Stato di natura che società e proprietà hanno corrotto | Nietzsche: diseguaglianza originaria che società e cristianesimo stravolgono con eguaglianza fittizia |
Va inoltre sottolineato come la dicotomia libertà/autoritarismo (come già ricordava Bobbio) non coincida con la dicotomia sinistra/destra: vi sono infatti destre democratiche come sinistre autoritarie e, naturalmente, viceversa.
Va allo stesso modo ricordato come vi siano ulteriori dimensioni della politica[3] che non coincidono con la polarità sinistra/destra e che la attraversano:
- individualità contrapposta a comunità[4]: vi è un individualismo di destra spesso coniugato al neoliberismo e uno radicale di sinistra promotore dei diritti delle differenze, così come il concetto di comunità può caratterizzarsi come chiusura identitaria basata su “sangue e suolo” come su uno spazio di condivisa ed egualitaria ricerca del bene comune;
- le attività economiche umane contrapposte alla difesa dell’ambiente: vi è infatti un ambientalismo di destra come di sinistra e sull’altro lato la difesa, spesso ad oltranza, del “progresso economico” può incontrare fautori su entrambi i lati dello schieramento politico.
- centralismo dello Stato contrapposto all’autonomismo dei territori: antitesi che ha attraversato anche la Resistenza dove a fianco del centralismo prevalente della Liberazione Nazionale si è anche affiancato l’autonomismo federalistico elaborato dalla Carta di Chivasso; per venire ai nostri tempi dove un movimento autonomistico (e inizialmente anche separatista) come la Lega Nord sia chiaramente di destra[5], mentre dall’altro lato l’autonomismo e separatismo repubblicano catalano abbia una prevalenza di sinistra cui si contrappongono, oltre alla destra istituzionale di Mariano Rajoy, i movimenti esplicitamente nazionalisti e fascisti come gli eredi del falangismo franchista al cui fianco si sono schierati analoghi movimenti italiani.
Il fascismo come contenuto
La tesi che maggiormente mi convince è quella, d’altronde largamente condivisa, che definisce il fascismo (sia vecchio che nuovo) come un movimento politico antidemocratico di destra, con alcune differenze fra quello storico e quello/i odierno/i legate al mutamento di contesto storico culturale.
Il fascismo delle origini (il fascismo come movimento secondo la terminologia di De Felice) aveva caratterizzazioni che non erano tutte “di destra”; questo non solo per le origini socialiste di Mussolini e per la confluenza dei soreliani ma anche per motivi di “proselitismo” (ad es. i fasci che richiamano, oltre al littorio romano, una importante tradizione di lotta popolare presente in Sicilia ma con risonanze nazionali) e per il fatto di porsi come rottura rivoluzionaria contro l’assetto liberale per istituire appunto un “nuovo ordine”. Anche il nazismo che si autodefiniva appunto “nazional-socialismo” e poneva la svastica della simbologia solare precristiana sulla bandiera rossa ha percorso una analoga traiettoria. Ma il fascismo (e così il nazismo) assunto al potere si caratterizza senz’altro come regime autoritario di destra (conservatorismo, tradizionalismo, nazionalismo, militarismo ecc.).
Non penso di soffermarmi sulla questione che penso sia largamente notoria. Ricordo solo alcuni temi, miti e caratterizzazioni che in buona parte ritroveremo nel fascismo successivo. Il rifiuto della analisi sociale (le classi) e la concezione “organicistica” e corporativa (Carta del Lavoro[6] del 1927); centralità dello Stato (Tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, nulla contro lo Stato affermava Mussolini); esaltazione della violenza e della “bella morte” con relativa iconografia (teschi, camicia nera, pugnali…); il partito concepito come milizia e la Casa del fascio come luogo sacro dove celebrare i riti e i martiri fascisti; subordinazione e netta differenziazione di ruolo della donna; il popolo e la nazione come omogeneità sottoposta al “capo”; mito della romanità, della “razza italiana” e della sua missione (imperiale) nel mondo e pertanto razzismo contro i “popoli inferiori”; il rifiuto delle diversità (religiose, sessuali, linguistiche ecc.) e l’individuazione di nemici interni (non solo politici) quali capri espiatori da perseguitare: la legislazione razziale del 1938 non fu pertanto un fulmine a ciel sereno emanata solo per compiacere l’alleato nazista[7] ma esito da tempo preparato; infine, quale sorta di principio trasversale a quanto sopra sottolineato, la netta priorità dell’azione sul pensiero.
Molti di questi caratteri verranno amplificati durante il periodo di Salò (il fascismo repubblicano) dentro un richiamo al “fascismo sociale” delle origini, il rilancio dei sindacati fascisti e della concezione corporativa e il ruolo distinto e prioritario del partito (unico) fascista rispetto allo Stato[8], con i 18 punti della Carta di Verona del 14.11.1943).
Ne richiamo alcuni[9]:
5. – L’organizzazione a cui compete l’educazione del popolo ai problemi politici è unica. Nel Partito, ordine di combattenti e di credenti, deve realizzarsi un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell’Idea Rivoluzionaria. La sua tessera non è richiesta per alcun impiego o incarico.
6. – La religione della Repubblica è la cattolica apostolica romana. Ogni altro culto che non contrasti alle leggi è rispettato.
7. – Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica. …
16. – Il lavoratore è iscritto d’autorità nel Sindacato di categoria senza che ciò impedisca di trasferirsi in altro Sindacato, quando ne abbia i requisiti. I Sindacati convergono in un’unica Confederazione che comprende tutti i lavoratori, i tecnici, i professionisti, con esclusione dei proprietari che non siano dirigenti o tecnici. Essa si denomina Confederazione generale del lavoro, della tecnica e delle arti. …
Cosa è cambiato nel dopoguerra
Analizzando il fascismo post bellico dobbiamo considerare due percorsi paralleli: quello dei partiti che hanno continuato in modo ufficiale e pubblico la sua eredità a partire dal Movimento Sociale con le formazioni politiche successive e dall’altra la galassia dei movimenti fascisti e neofascisti in gran parte esterni a quelle formazioni.
Il Movimento Sociale Italiano nasce e si caratterizzerà come un partito con due anime: quella del nord costituita in gran parte dai reduci della Repubblica di Salò a impronta radicale e che fornisce parte consistente dell’apparato di partito ma che non ha una base elettorale significativa e quella del centro sud più moderata e tendenzialmente filomonarchica in grado di portare un più significativo contributo elettorale. Questa dialettica tra nord e sud del partito, fra repubblicani e monarchici, fra radicali e moderati, in sostanza fra manganello e doppiopetto, si rifletterà nell’alternanza delle segreterie che rappresenterà significativamente questa doppia natura. Dopo la scelta iniziale quale segretario del poco esposto Giacinto Trevisonno (1946-47) avremo da una parte Giorgio Almirante (1947-50) e dall’altra De Marsanich (1950-54) e Arturo Michelini (1954-69) per poi ritornare ad Almirante (1969-87). Alternanza che si riproporrà fra Gianfranco Fini (1987-1990) e Pino Rauti (1990-91) per ritornare a Fini che nel 1995 porterà allo scioglimento il partito con la nascita di Alleanza Nazionale, nuova formazione che si presenta come un partito di destra conservatrice ma che nel suo simbolo mantiene la fiamma tricolore missina, esplicito riferimento alla tradizione fascista e mussoliniana. L’alleanza con Berlusconi porterà poi allo scioglimento anche di Alleanza Nazionale e al suo assorbimento nel Popolo della Libertà nel 2009. Nel 1995 gli irriducibili missini che si rifiutarono di entrare in Alleanza Nazionale diedero vita, sotto la guida di Pino Rauti, al Movimento Sociale Fiamma Tricolore il cui percorso entrerà a pieno titolo nella galassia neofascista cui prima accennavo.
A fianco e all’esterno del Movimento sociale si era infatti sviluppata, subito dopo il crollo della RSI, una costellazione di gruppi, movimenti e formazioni fasciste e neofasciste, in parte in contatto e in parte in conflitto con il partito, in parte anche clandestine, di cui non è certo facile ricostruire la storia e la cronaca, cronaca non di rado criminale[10] e legata alla strategia della tensione e all’eversione. Mi sembra più utile conoscerne (e riconoscerne) i principali filoni e orientamenti[11].
Centrale per tutta questa area è fare conti con il fascismo e con la sua rovinosa caduta: le valutazioni si possono riassumere in tre diverse prese di posizione e di conseguenza individuare tre principali filoni che attraversano questa galassia di destra radicale.
- Il fascismo come rivoluzione mancata: quello del ventennio non ha saputo far fede alle sue origini rivoluzionarie entrando in compromesso con monarchia, chiesa e alta finanza; quello repubblicano della RSI, in particolare con la Carta di Verona, ha ridato linfa al fascismo autentico ma ha preso corpo quando ormai la situazione politica e militare era compromessa. Da lì si deve riprendere un nuovo fascismo adeguato ai tempi. Possiamo individuare quali rappresentanti attuali di questo filone i “fascisti del terzo millennio” di CasaPound.
- Il fascismo come Terza via: sua novità al di là delle antitesi progresso-reazione e capitalismo-collettivismo marxista; promotore di una rivoluzione spirituale contro ogni forma di materialismo sia esso liberale o comunista e che potrà realizzarsi nelle Stato corporativo[12]. L’errore fu quello di concentrarsi contro il collettivismo marxista alleandosi con interessi economici conservatori: equivoco durato sino al 25 luglio del’43. Saranno proprio le principali “potenze materialiste” fra loro alleate, Stati Uniti e Unione Sovietica, a decretare la sconfitta del 1945. Lungo questo filone troviamo i neofascisti di Terza Posizione e, attualmente, di Forza Nuova.
- Il Fascismo come reazione tradizionalista in radicale opposizione al mondo moderno. Si tratta di un orientamento per certi versi più neonazista che neofascista e che trova in Julius Evola il suo principale teorizzatore. Tra i movimenti che più esplicitamente vi si sono ispirati troviamo Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale e loro propaggini in genere riconoscibili sia per il richiamo a “ordini di guerrieri eletti” (La Falange, la Legione, l’Avanguardia…) che a simbologie pagane, runiche (Ôþalan) e nordiche o presunte tali (l’Ascia bipenne).
Il barone di origini siciliane Giulio Cesare Andrea (Julius) Evola (1898-1974) dai molteplici interessi (artista dadaista, cultore di studi filosofici ed esoterici …), non aderì formalmente al partito fascista ma vi collaborò attivamente, in particolare nei corsi di mistica fascista e con numerosi saggi che in qualche modo si collocavano in una posizione di critica da destra del fascismo con una esaltazione della tradizione contro la modernità, dello Stato contro la Società, del mito contro la ragione, della romanità contro il cattolicesimo, dell’Impero contro la nazione (figlia del 1789 e del patriottismo), della trascendenza contro l’immanenza (economica, edonistica), di un razzismo spirituale più che biologico (nazista), dell’élite razziale contro la massa del popolo. L’Impero ghibellino e la Prussia sono indicati come i riferimenti statuali principali, ripresi dal Reich nazista la cui forza risiede nella contiguità-continuità con i miti germanici mentre il cattolicesimo in Italia ci ha allontanato dai miti greci e romani. Lo Stato non deve cercare consenso ma imporre il suo potere in modo “maschio” contro il popolo che è “femmina” (plebe, massa) e che segue le sue “brame” tentando di sovvertire l’ordine. La debolezza di Mussolini è consistita nella ricerca di approvazione del popolo; più efficace il nazismo con il concetto di popolo wolk-razza intesa come totalità organica anche se in Hitler non mancarono aspetti populistici. Bisogna portare sino alle sue estreme conseguenze la critica del moderno principio di eguaglianza negando qualsiasi concessione di partecipazione del popolo. Lo stesso concetto di “partito” va contrastato in quanto frutto della modernità ristabilendo la gerarchia grazie ad un élite guerriera come fu a suo tempo, l’Ordine Teutonico e, con il nazismo, le SS.
Queste posizioni di radicalismo e irrazionalismo estremi di Evola (compresi i suoi studi sulle religioni precristiane e sull’esoterismo) hanno influenzato (e tutt’ora influenzano) gran parte del neofascismo e neonazismo attuali (non solo italiani[13]) anche al di là del filone sopra indicato che più direttamente ed esplicitamente vi si ispira.
Cenni alla situazione attuale
Un quadro complessivo della situazione attuale delle tendenze e movimenti neofascisti e neonazisti richiederebbe ben altro spazio di approfondimento. Dopo la fine del “Secolo breve” con il crollo dell’URSS e del bipolarismo con la contemporanea fine, almeno nell’area occidentale, della società di massa e del ruolo centralistico preminente dei mass media, sostituito dalla orizzontalità dei new media, viviamo in un mondo in cui le forze centrifughe prevalgono su quelle centripete: “tutto si frantuma” dalle famiglie agli stati. Come aveva ben intuito Hobsbawm:
“Il mondo più comodo per i giganti multinazionali è un mondo popolato da staterelli nani o un mondo del tutto privo di stati” (Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, RCS, Milano 1997, p. 331).
In questa “società degli individui”, che ha sostituito la società di massa, il predominio del capitale finanziario genera e amplifica le diseguaglianze producendo insicurezze diffuse in ceti medi prima economicamente “al riparo” dalla povertà su cui diventa agevole far leva orientando risentimento e protesta non contro l’origine del male ma verso nuovi “capri espiatori”. E l’orizzontalità e l’accessibilità di Internet con l’illusione di uno spazio libero dove tutto è permesso fa sì che gruppi e siti esplicitamente neonazisti e neofascisti trovino larga diffusione e purtroppo scarsa “Resistenza”.
Senza entrare nel merito della galassia attuale (in presenza e online) delle organizzazioni di destra radicale, posso in conclusione cercare di indicare alcuni segni distintivi che, pur richiamandosi ai tre filoni sopra ricordati, caratterizzano l’attualità.
- La diffusione e l’utilizzo di un vasto universo di miti e tradizioni esoteriche ed irrazionali sia storicamente reinterpretate che di origine puramente letteraria (es. Tolkien) per rinnovare la concezione evoliana e neonazista di un ordine di eletti in lotta contro il male assoluto che non è più principalmente rappresentato dal comunismo ma dai “contaminatori” della purezza dei costumi e delle tradizioni siano essi interni (laicisti, abortisti, omosessuali ecc.) che esterni, provenienti da culture non europee.
- Il “sovranismo” che riattualizza il nazionalismo storico non tanto individuando il “nemico” in altri Stati ma soprattutto da un lato nelle Istituzioni sovranazionali (ONU, Comunità Europea …) e dall’altro nei “nuovi invasori” ovvero nei migranti. “Padroni a casa nostra” è lo slogan largamente diffuso e la “casa” minacciata da difendere, a seconda delle occasioni, può essere sia lo Stato nazionale che la specifica Regione o la singola località[14].
- L’utilizzo di un razzismo non più su base biologica ma culturale e differenzialista[15] in cui non si ritiene più irriducibile e incompatibile la differenza “razziale” ma quella culturale e soprattutto religiosa. Il che fa sì che il razzista odierno possa, in parziale “buona fede”, affermare “Io non sono razzista” facendo implicito riferimento al razzismo storico a base biologica e nello stesso tempo giustificare atteggiamenti e comportamenti discriminatori. È stato in particolare, già negli anni ’90, lo studioso francese Pierre-André Taguieff a mettere per primo in evidenza la contemporanea trasformazione del razzismo. In questo quadro va anche inserita una analoga metamorfosi in atto, quella dall’antisemitismo all’anti islamismo. Certo l’antisemitismo è ancora diffuso in molti gruppi neonazisti, specie in quelli dell’est Europa dove l’impatto effettivo dei fenomeni migratori da paesi a prevalenza islamica è sostanzialmente irrilevante, e il suo germe ha contaminato (e ancora contamina) il mondo moderno (basti osservare slogan e comportamenti di certe tifoserie calcistiche) ma la progressiva crescita nell’estrema destra odierna di una islamofobia rispetto all’antisemitismo è del tutto evidente. Ha in particolare esplicitato questa metamorfosi lo studioso ebraico, di origini piemontesi ma operante anch’esso in Francia, Enzo Traverso nel suo recente testo La fine della modernità ebraica (Feltrinelli, Milano 2013).
Per suffragare e approfondire quest’ultima tematica delle metamorfosi del nuovo razzismo, tema che mi sembra fondamentale per capire e contrastare gli attuali neofascismi e neonazismi riporto in coda brani dei due autori citati.
Due brani sulla metamorfosi del razzismo
Pierre-André Taguieff, Il nuovo razzismo
“Il nuovo razzismo ideologico si è progressivamente riformulato come un culturalismo e un differenzialismo, entrambi radicali, aggirando così l’argomentazione antirazzista basata sul rifiuto del biologismo e dell’inegualitarismo, pensati come i due caratteri fondamentali del razzismo dottrinale, a cui si credeva ingenuamente di poter opporre il relativismo culturale e il diritto alla differenza. Il principio della recente metamorfosi ideologica del razzismo consiste proprio nel fatto che l’argomento dell’ineguaglianza biologica tra le razze è state sostituito con quello dell’assolutizzazione della differenza fra le culture.
Di conseguenza … l’antirazzismo classico, imperniato di culturalismo e di differenzialismo, non può più funzionare da dispositivo critico efficace, dal momento che le sue tesi e argomentazioni tendono a confondersi con quelle del neonazismo, differenzialista e culturale. Di qui la presa di coscienza della necessità di ripensare l’antirazzismo e di abbandonare la funzione rituale e il significato strettamente commemorativo di quest’ultimo. L’antirazzismo non può limitarsi all’indignazione morale retrospettiva e all’anatema commemorativo se non per autosqualificarsi collaborando alla propria scomparsa per mancanza di “razzisti” corrispondenti ad un identikit desueto.
Né i Gobineau né gli Hitler possono oggi essere trovati lì dove Ii si cerca, e i nuovi razzisti non assomigliano più a queste figure del passato.”
[Il razzismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti, Cortina, Milano 1999, p. 49-50]
Enzo Traverso, Metamorfosi: dall’antisemitismo all’islamofobia
Il declino Della tradizione fascista lascia spazio a un’estrema destra di tipo novo, la cui ideologia riconosce i mutamenti del ventunesimo secolo. Il culto dello stato forte si attenua e lascia spazio alia critica dello stato sociale, alla rivolta fiscale e all’individualismo. Il rifiuto della democrazia – o la sua interpretazione in senso plebiscitario e autoritario – non sempre si accompagna al nazionalismo classico, che in alcuni casi è anzi sostituito da forme di etnocentrismo suscettibili di mettere in discussione il paradigma dello stato-nazione, come dimostrato dalla Lega Nord italiana o dall’estrema destra fiamminga. Altrove il nazionalismo prende la forma di una difesa dell’Occidente minacciato dalla globalizzazione e dallo scontro di civiltà.
Il singolare cocktail il xenofobia, individualismo, difesa dei diritti delle donne e omosessualità realizzato da Pim Fortuyn nel 2002 in Olanda è stato la chiave di un durevole successo elettorale. Tratti analoghi caratterizzano altri movimenti politici dell’Europa del Nord, come il Vlaams Belang in Belgio, il Partito popolare danese o l’estrema destra svedese.
L’islamofobia
L’elemento federatore di questa nuova estrema destra risiede nel razzismo, espresso attraverso un violento rifiuto degli immigrati. Ai nostri giorni, i migranti sono gli eredi delle “classi pericolose” ottocentesche, dipinte dalle scienze sociali dell’epoca come ricettacolo di tutte le patologie sociali, dall’alcolismo alla criminalità alla prostituzione, bacillo di epidemie come il colera. Questi stereotipi – spesso condensati nella raffigurazione di uno straniero dalle caratteristiche fisiche e psichiche molto marcate – derivano da un immaginario orientalista e coloniale che ha sempre aiutato identità incerte e fragili a definirsi negativamente rispetto a nemici e “invasori”, a fondarsi sulla paura dell’“altro”. Nell’Europa contemporanea, il migrante ha essenzialmente i tratti del musulmano e il nuovo razzismo non è più antisemita ma anti-islamico. La memoria della Shoah – una percezione storica dell’antisemitismo attraverso il prisma del genocidio – tende ad offuscare queste evidenti analogie.
Il ritratto dell’arabo musulmano dipinto dalla xenofobia contemporanea non differisce di molto da quello dell’ebreo dipinto dall’antisemitismo di inizio Novecento. Le barbe, i filatteri e i caffetani deli ebrei emigrati dall’Europa orientale un secolo fa corrispondono alle barbe e ai veli musulmani di oggi. In entrambi i casi, le pratiche religiose e culturali, l’abbigliamento e le abitudini alimentari di una minoranza sono usati per costruire lo stereotipo negativo di un corpo estraneo e inassimilabile alla comunità nazionale. Ebraismo e islam fungono così da metafore negative dell’alterità: un secolo fa l’ebreo era sistematicamente rappresentato dall’iconografia popolare con il naso adunco e le orecchie a sventola, oggi l’islam è identificato con il burqa, benché il 99,99 per cento delle donne musulmane che vivono in Europa non indossi il velo integrale. Sul piano politico, infine, lo spettro del terrorismo islamico sostituisce quello del giudeo-bolscevismo.
[La fine della modernità ebraica, Feltrinelli, Milano 2013, p. 114-116]
[1] J.A. Laponce, Left and Right. The Topography of Political Perception, University of Toronto, 1981.
[2] Ho ripreso e rielaborato da “L’opposizione destra-sinistra. Riflessioni analitiche” di Anna Elisabetta Galeotti in Franco Ferraresi (a cura), La destra radicale, Feltrinelli, Milano 1984, pp. 253-275.
[3] Ho sviluppato questa tematica in un post del 2013: Nuove dimensioni per la politica?
[4] Cfr. due mie precedenti contributi: Il bisogno di comunità e L’orizzonte della comunità ai tempi di Internet.
[5] Basti ricordare la figura di Mario Borghezio, proveniente dall’estrema destra neonazista e sostenitore a livello europeo dell’entrismo fascista e nazista “nei movimenti territoriali” come la Lega Nord (cfr. qui).
[6] Il testo completo della Carta del lavoro è reperibile online qui.
[7] Su questo aspetto, in aperta contestazione della descrizione di De Felice sul rapporto Mussolini / ebrei, fondamentale è l’opera di Michele Sarfatti: Mussolini contro gli ebrei, Zamorani, Torino 2017 (nuova edizione). Una attenta recensione è reperibile sul sito de il manifesto a cura Giorgio Fabre.
[8] Questa concezione del partito come ordine degli eletti (i soli che devono averne la tessera) distinto dallo Stato, per certi versi più nazista che mussoliniana (che era invece decisamente statalista) si incarnava in particolare nella figura di Alessandro Pavolini e, sul piano teorico, in quella di Julius Evola (cfr. sotto), punti di riferimento per alcune delle correnti più radicali del successivo neofascismo. Cfr. “I due fascismi di Salò” in Giuseppe Parlato, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 315-322.
[9] I 18 punti della Carta di Verona sono consultabili per esteso online qui.
[10] Per quanto riguarda il nostro territorio del Verbano Cusio Ossola si può ricordare la vicenda di Giovanni Ceniti, già responsabile di Casa Pound del VCO, condannato per l’omicidio del broker Silvio Fanella.
[11] Faccio riferimento in particolare ai saggi contenuti nel testo già citato curato di Franco Ferraresi: cfr. nota 2.
[12] Fra i teorici di questa posizione Enzo Erra: cfr. “Il fascismo tra reazione e progresso” in AA.VV., Sei risposte a Renzo De Felice”, Volpe, Roma 1976, pp. 55-101.
[13] Oltre alla diffusione tra le estreme destre europee, si può citare Steve Bannon, consigliere di Trump, e i suprematisti bianchi statunitensi (cfr. qui).
[14] Spesso in modo improprio viene utilizzata la dizione “populismo” per riferirsi a queste posizioni e spesso anche verso qualsiasi posizione di destra o di sinistra che non sia “moderata”. Sul significato di questo termine ormai largamente utilizzato a proposito e sproposito penso di tornare in un prossimo post.
[15] Di questo ho parlato in maniera diffusa in un mio precedente post: I migranti e le nostre comunità.
Nei giorni scorsi, in seguito alla scomparsa di Gianni Maierna ho cercato quanto avevo scritto recensendo il libro sulla sua esperienza di giovane partigiano gappista. L’ho trovato in una cartella insieme ad altre quattro brevi recensioni di testi sulla resistenza nel Verbano e nell’Ossola in occasione della loro pubblicazione o di una loro riedizione. Recensioni pubblicate su Nuova Resistenza Unita, salvo una (Un salto nel buio di Mario Bonfantini) destinata anch’essa alla pubblicazione ma, per motivi che non ricordo, rimasta nel cassetto (o meglio nel PC). Le ripropongo qui, in successione cronologica, quale suggerimento di possibile (ri)lettura.
Nino Chiovini, I giorni della semina, Tararà, Verbania 2005
I giorni della semina: la nuova edizione
“Vi sono libri resi grandi dall’importanza dell’evento di cui trattano; e, viceversa, eventi che assurgono a grandezza grazie alla qualità di una loro narrazione. Quando le due possibilità coincidono, ne nasce un’opera fondamentale. Tale è I giorni della semina, che le nostre edizioni ripropongono nel progetto di riedizione di tutta l’opera di Chiovini.” Così inizia la nota editoriale che presenta la nuova edizione di quello che è ancor oggi il testo fondamentale per la conoscenza degli eventi del giugno del ’44 e della Resistenza nel Verbano. Testo che, come è anche emerso nell’importante Convegno su Chiovini tenutosi a Verbania il febbraio dello scorso anno (2004), rappresenta il passaggio non agevole e non lineare, nella sua lunga esperienza di scrittura, dal protagonista e testimone al ricercatore. L’uscita della quinta edizione (un evento del tutto raro per un testo locale e di storia) ci consente di ricostruirne il percorso di elaborazione ed editoriale.
La base di partenza è senz’altro costituita dalla collaborazione editoriale tra il ‘45 e il ’47 al settimanale Monte Marona con numerosi articoli e con il diario partigiano. Il tempo, quasi vent’anni, e alcune contingenze (l’invito di Paolo Pescetti a partecipare ad un concorso per uno scritto sulla Resistenza indetto nel 1964 dal “Calendario del Popolo” ed una convalescenza post-operatoria) danno vita a “Verbano, giugno ‘44” pubblicato nel 1966 a cura del Comitato Permanente Verbanese della Resistenza e del Comune di Verbania. Non più diario diretto (all’eccidio di Fondotoce nel diario del 1945-46 era dedicata una sola riga), ma ricostruzione storica: cronaca il più possibile oggettiva “di una sconfitta” e lettura politica del “conflitto interno” fra “forze progressive e democratiche … ed attendismo”. L’ambito è quello del rastrellamento di giugno e degli eccidi che l’hanno concluso.
Otto anni dopo, complice la cassa integrazione, il testo originario viene rivisto ed ampliato, in particolare per quanto riguarda il rapporto fra popolazione e
resistenza e l’assetto delle forze politiche antifasciste e del CLN a Verbania; viene aggiunta una seconda parte (Cronologia della resistenza nel Verbano) che, sia pur in forma sintetica ricostruisce l’intero percorso della Resistenza dalle prime formazioni intorno a Verbania, alla liberazione di Domodossola fino all’insurrezione di aprile; il testo viene infine arricchito ed integrato da un cospicuo apparato di note e precisi riferimenti bibliografici. Con il nuovo titolo I giorni della semina. 1943 – 1945 uscirà per il XXX anniversario dell’eccidio di Fondotoce edito dal Comitato per la Resistenza nel Verbano e con il patrocinio del Comune di Verbania.
Cinque anni dopo, nel 1979, la nuova edizione con l’editore Vangelista di Milano, riveduta da numerose rifiniture ed integrazioni che ne aumentano il rigore ma non ne modificano l’impianto complessivo. L’aspetto più importante dell’edizione del ’79 è dato, oltreché dalla pubblicazione presso un editore a distribuzione nazionale, dall’inizio di una collaborazione editoriale che negli anni successivi si rivelerà particolarmente feconda e che permetterà la pubblicazione delle opere storico-etnografiche su quella che Chiovini definiva la “Civiltà Rurale Montana”: dalle Cronache di terra lepontina dell’87 a A piedi nudi uscito postumo nel 1992. Nel 1995 I giorni della semina viene ristampato in una riedizione postuma identica alla precedente.
L’attuale nuova edizione, presso Tararà, nel testo uguale alle due precedenti, è arricchita dalla prefazione di Oscar Luigi Scalfaro, da una nota editoriale che ripercorre il percorso storico letterario di Nino e da fotografie dell’epoca provenienti dall’archivio dell’autore.
Un breve considerazione finale “di lettura”: I giorni della semina è un testo che, proprio per il suo rigore e l’assenza di altre opere storiche complessive sul Verbano durante la guerra di Liberazione, spesso viene più consultato che letto. Una lettura completa non è certo scorrevole, sia per l’impianto (il giugno ’44, poi il primo anno di guerra, poi Domodossola e gli ultimi mesi di guerra) che per l’evidente presenza di interventi e integrazioni successivi dell’autore che infine dalla probabile difficoltà di una narrazione storica “impersonale” di vicende vissute (e in buona parte già narrate) in prima persona. Eppure la lettura avvince per la ricchezza, per la completezza del quadro d’insieme entro cui avvenne il tragico rastrellamento del giugno ’44, per la capacità di far rivivere la pluralità di dettagli e l’alternarsi di punti di vista, non scontati e non agiografici, la testimonianza diretta del partigiano seguita dalla citazione di un documento ufficiale, la descrizione dei luoghi e dei percorsi delle formazioni amiche e nemiche, la popolazione civile, l’antifascismo in città, le figure indimenticabili di Cleonice Tomassetti e della “madre di Gianni” fucilate a Fondotoce e a Beura, ed infine, a chiudere, l’elenco asciutto ed eloquente, aggiornato di edizione in edizione, di nome, luogo e data di 285 caduti e dispersi. [NRU, n.3, 2005]
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Mario Bonfantini, Un salto nel buio, Interlinea, Novara 2005
Curioso d’uomini
La storia è drammatica, il libro no.
La vicenda autobiografica dell’antifascista socialista (in seguito assessore nel Governo dell’Ossola libera e, nel dopoguerra, noto critico letterario) che, prigioniero a Fossoli, riesce a fuggire dal carro piombato che dovrebbe deportarlo in Germania, viene narrata con una prosa semplice e dal sapore antico (lontanissima ad esempio da un Vittorini) cadenzata in due tempi nettamente distinti (scritti anche in periodi diversi) che ben si completano.
Il primo tempo ha un ritmo accelerato, alimentato dall’ansia (quasi un’ossessione) della fuga, un rincorrersi di intuizioni, progetti, piani di evasione che la realtà rapidamente costringe a rivedere. Primo tempo che si conclude appunto con il salto nel buio dal treno in corsa.
Nel secondo tempo il ritmo è quello della poesia, con le sua pause e i suoi rallentati incantamenti. L’incertezza della definitiva messa in salvo non produce una nuova ansia ma una specie di limbo sospeso tra la fuga riuscita e la libertà non ancora raggiunta.
Ciò che accomuna i due tempi sono da un lato l’ottimismo energico dell’autore-personaggio che comunque confida nelle possibilità degli eventi e nel sostegno altrui, e dall’altra (e questo è l’aspetto che più mi ha colpito) l’attenta descrizione (non esteriore ma dell’animo, del sentire, delle motivazioni dell’agire o del non agire) delle persone man mano incontrate. Con la differenza che nel primo tempo nell’affollamento del campo di Fossoli e della baracca prima, e del vagone piombato dopo, prevalgono le caratterizzazioni collettive: i prigionieri azionisti, socialisti, comunisti, gli ebrei, le SS che stipano questi ultimi col calcio dei moschetti “come se caricassero fieno, con una tale assenza d’ira, anzi meccanica indifferenza, che dava, assai più di quanto l’avrebbero fatto feroci imprecazioni o le percosse più furiose, il senso dell’assolutamente disumano, del demoniaco“. E sul treno l’aggregarsi in nuovi gruppi: i “notabili” dell’antifascismo che se ne stanno in disparte, il gruppo attivo (denominato ironicamente “del governo”) che intende prendere in mano la situazione, la maggioranza che lo appoggia e la minoranza “refrattaria”.
Nel secondo tempo invece incontri singoli, una sorta di catena umana che aiuta il fuggitivo, ognuno diversissimo e con diverse motivazioni e sentire. Il giovanissimo pastore Giovannino il cui aiuto è del tutto ovvio e spontaneo, i suoi famigliari ottusi e generosi al tempo stesso, il parroco socialisteggiante di Serravalle, quello ultraconservatore di Prada, i pastori dell’alpe, il possidente già fascista attento a fiutare i nuovi tempi, infine il montanaro sveglio ed intraprendente che, con il suo calesse, lo conduce nell’ultimo giorno di fuga sino alla villa di un conoscente sul lago di Garda.
Il tutto si snoda fra il 21 e il 29 giugno 1944: due giorni di deportazione e sette di fuga verso la libertà.
Sono gli stessi giorni in cui, dalle nostre parti, sta concludendosi il drammatico rastrellamento della Val Grande.
Questa edizione del 2005 contiene una rigorosa appendice di Roberto Cicala che ricostruisce il percorso di scrittura (tra il 1949 e il ’58) ed editoriale di quest’opera (pubblicata da Feltrinelli nell’ottobre 1959) e riporta ampi stralci delle principali recensioni critiche; quella di Montale, uscita sul Corriere della Sera la vigilia di natale del ’59, è riportata per intero quale prefazione.
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Erminio Ferrari, La Liberazione. Cannobio, agosto-settembre 1944, Tararà, Verbania 2006
La Liberazione di Erminio Ferrari
“Questo non è un libro di storia, semmai racconta una storia” dice l’autore. Storia personalmente rivissuta di quel figlio di sua nonna, di cui porta il nome, caduto nella difesa di Cannobio, e storia corale dalle molte voci (partigiani, civili, autorità dell’uno e dell’altro campo, documenti, risonanze giornalistiche al di qua e al di là del confine) della “Liberazione”.
“Il 25 aprile 1945, il Cesarino salì in cima al campanile e vi piantò il tricolore”. Così l’incipit. Non di quella Liberazione “racconta” però il libro, ma di quella “minore”, esaltante e dolorosa, di Cannobio nel settembre 1944, degli eventi che ne diedero l’avvio (uno scontro a fuoco con tre morti tedeschi la sera del 26 agosto), della rappresaglia tedesca sulla popolazione, della azione partigiana su Cannobio con l’immediata resa tedesca e l’iniziale difesa fascista, la festa popolare ma anche i silenzi di chi si sentiva più dall’altra parte.
Una sola settimana di libertà, poi una massiccia controffensiva tedesca e fascista, dal lago, rioccupò Cannobio, quasi sguarnita, il 9 settembre, proprio mentre, al di là della Cannobina si stava per liberare Domodossola.
“… una storia. E nel raccontarla ne cerca il senso”. Gli ultimi sette capitoli ci portano alla riflessione d’oggi sul senso, sui valori e sugli errori, sulle successive rimozioni e reticenze, sul rapporto non facile fra Resistenza e popolazione e sul debito che oggi noi tutti abbiamo con combattenti e civili di allora: moralità della resistenza attiva e combattente e moralità della resistenza civile, quotidiana. Citando Todorov, dice l’autore, questi partigiani, al di là dell’efficacia immediata, “contribuiscono, con la loro azione, al formarsi dell’immagine che la collettività avrà di se stessa … essi agiscono dunque per il bene pubblico”. [NRU, n. 3, 2006]
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Gianni Maierna, 14 giorni di agosto. Verbania 1944, Tararà, Verbania 2009
Uno sguardo scanzonato di adolescente
È sempre difficile commentare gli scritti di persone che si conoscono molto bene. E questo è il caso. Il diario di Gianni, scritto da adulto, ma riferito all’adolescenza, mantiene di quell’età lo spirito, come d’altronde Gianni fa spesso quando racconta la sua lotta di liberazione agli studenti in visita alla Casa della Resistenza.
Nella prefazione Paolo Bologna sottolinea il rigore descrittivo degli eventi, delle persone e dei luoghi in cui “si riconosce … l’esperto meccanico e disegnatore tecnico”. Paola Giacoletti, nella postfazione sottolinea la portata etica, la consapevolezza della superiorità morale rispetto ai fascisti e la diversità di periodo (l’agosto ’44 poco dopo il tragico rastrellamento della Valgrande) rispetto agli scritti dei gappisti Pesce e Secchia incentrati sulla fase finale della resistenza.
Al sottoscritto il racconto ha ricordato molto gli scritti di Guido Petter1 sulla resistenza: l’età dei giochi adolescenziali che si è trasformata senza soluzione di continuità in un gioco adulto, dove si rischia la vita propria, dei compagni e dei familiari. Ma mantenendo, anche nei momenti tragici (il pestaggio del padre a cui è costretto ad assistere), lo sguardo di chi è convinto non solo di essere dalla parte giusta, ma anche di avere maggiori risorse, la furbizia in primo luogo unita alla conoscenza piena dei luoghi e delle persone, da mettere in campo. E pertanto, un po’ di fortuna aiutando, di esser pronto a vincere la rivincita. Questo occhio di adolescente sveglio lo si ritrova pure dispiegato nel rapporto di rispetto ma anche di piena autonomia con gli adulti: il padre innanzitutto, la madre, i parenti adulti, i vicini di casa, il parroco, il responsabile del servizio informazioni, i capi partigiani ecc.
La differenza principale allora fra la narrazione del gappista Maierna e di quelli più noti sopra ricordati sta nella assoluta mancanza di enfasi eroica, nella capacità di vedere nei fascisti che si incontrano quotidianamente nelle caserme prima e per le vie di Intra dopo non solo ferocia, ideologia della morte ed arroganza di alcuni, ma anche miserie e stupidità di molti, nonché fragilità e paure di coloro che sono stati costretti controvoglia all’arruolamento e che percepiscono con ansia crescente l’ostilità silente della più parte della popolazione. Pur fermandosi la narrazione a quei giorni di agosto, l’esito del conflitto già allora appare pertanto scontato. [NRU, n. 4, 2009]
1 Ci chiamavano banditi; Una banda senza nome; Sempione ’45. Il salvataggio della galleria.
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Cesare Bermani, “Filopanti”. Anarchico, ferroviere, comunista, partigiano, Odradek, Roma 2010
Filopanti, una figura dimenticata che rivive in un “documentario” scritto
Emilio Colombo “Filopanti”, è quello che si può definire “un personaggio” al di fuori degli schemi. Arriva alla Resistenza e, in particolare, ad esser membro della Giunta di Governo dell’Ossola libera, a 58 anni con un passato di militante sindacale e politico sia prima che durante il fascismo. Ferroviere con simpatie anarchiche e sorelliane, dal 1913 diventa figura di rilievo del sindacalismo rivoluzionario dell’USI per poi aderire nel luglio 1921 al neonato Partito Comunista. Sostenitore dell’azione di massa, non disdegna quella individuale come quando, durante gli scioperi del biennio rosso, capostazione a Cuzzago, ferma i treni e con la rivoltella fa scendere i macchinisti crumiri. Dopo l’ascesa del fascismo, cacciato dalle ferrovie ed arrestato per quattro mesi, si adattò ai lavori più diversi mettendo comunque sempre in primo piano la sua integrità rispetto a qualsiasi compromesso. Sostenitore del “libero amore” ebbe tre figli da un’unica donna, Adele, e visse come un trauma irreparabile il di lei abbandono. Episodio quest’ultimo che lo fece diventare anche un po’ misogino, ma non a tal punto da modificare l’affetto privilegiato (e ricambiato) con la figlia Eva. A Villadossola fu tra i promotori dell’insurrezione dell’8 novembre ’43. Nella giunta della “Repubblica” ossolana, quale Commissario per la Polizia e la Giustizia si fece portatore, anche in conflitto con Tibaldi, di una linea di intransigenza verso coloro che avevano sostenuto il fascismo.
In sostanza una personalità complessa, non facile da inquadrare. Dobbiamo a Bermani un ringraziamento per avercelo fatto rivivere con una particolare modalità di ricostruzione dove il lavoro dello storico non consiste nel raccontare o riscrivere, ma in una sorta di “montaggio documentaristico”. La figura di Filopanti emerge dalla sua stessa testimonianza orale inframmezzata e “montata” con testimonianze e documenti di varia natura: interviste, documenti partigiani, articoli giornalistici, relazioni di polizia ecc. Una personalità complessa che è così possibile osservare da variegati punti di vista. Colpisce tra l’altro come Emilio Colombo parli di “Filopanti” in terza persona: quello che probabilmente voleva essere un atteggiamento di umiltà rivoluzionaria lo fa invece risaltare nella sua forte caratteristica di personaggio atipico. [NRU, n. 4, 2010]
Quando sono iniziati i lavori di ampliamento dell’ala ovest della Casa della Resistenza per dar vita alla Biblioteca Aldo Aniasi (poi inaugurata nell’aprile 2007) tra il materiale che abbiamo dovuto spostare mi è capitato tra le mani una collezione quasi completa del giornale partigiano “Monte Marona”. L’occhio è andato quasi subito su Fuori legge???, il diario partigiano di Nino Chiovini pubblicato a puntate sul settimanale tra l’ottobre del 1945 e il luglio dell’anno successivo e firmato con l’acronimo enneci.
A una prima, veloce, lettura mi sono subito reso conto dell’importanza storica e letteraria di quel testo: una narrazione avvincente e una scrittura di notevole qualità. Mi sono chiesto – e ho poi chiesto alla famiglia – come mai non avesse deciso di pubblicarlo in volume; mi hanno detto che “Arca” Calzavara lo aveva invitato a farlo ma che “Peppo” non se la sentì.
Perché? Forse per il taglio più narrativo che “storico”, o per un qualche riserbo personale. Magari anche per l’emergere di una visione parzialmente critica (e autocritica) della attività della formazione della Giovine Italia che verrà esplicitata nello scritto inedito (pubblicato postumo nel 2014) della Piccola storia partigiana della banda di Pian Cavallone.
Letto tutto il diario e recuperato qualche numero che mancava, confortato anche dal parere di Mauro Begozzi e dal nulla osta della famiglia, ho ritenuto utile proporne la ripubblicazione avviandone, con l’aiuto dell’Istituto Storico della Resistenza di Novara, la trascrizione.
È stato così pubblicato nel 2006 sul n. 4 dei Sentieri della Ricerca, la rivista curata da Angelo Del Boca, e per quella occasione ho scritto le note introduttive che riporto di seguito.
Il diario di Chiovini è stato poi ripubblicato in volume nel 2012 da Tararà insieme ad altri suoi scritti sulla resistenza (Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica) con una introduzione aggiornata e ampliata.
Il diario inizialmente era reperibile online sul sito del Centro Studi “Piero Ginocchi” di Crodo, editore della rivista; attualmente è reperibile sul sito escursionistico in ValGrande a questo indirizzo.
“Fuori Legge??? ” di Nino Chiovini. Note su un diario partigiano
di Gianmaria Ottolini
Monte Marona
I primi contributi di Chiovini compaiono nell’immediato dopoguerra sul settimanale Monte Marona[i]. Questa testata partigiana era stata preceduta da tre numeri del foglio ciclostilato Valgrande Martire comparso, a partire dal 21 aprile del 1945, quale portavoce dell’omonima formazione garibaldina. Dal 5 maggio, per iniziativa di Armando Calzavara (Arca), in qualità di comandante della Divisione Mario Flaim che dal marzo ’45 raggruppava unitariamente tutte le formazioni del Verbano[ii], il n. 4 del settimanale esce a stampa con la nuova testata (quattro pagine fitte in formato ‘quotidiano’) quale organo ufficiale appunto della Divisione Mario Flaim e prosegue in questa veste sino alla fine di giugno.
Finito il periodo ‘insurrezionale’, con la smobilitazione, il giornale interrompe le pubblicazioni per riprenderle il 6 ottobre del ’45 (anno I – n. 15) quale Settimanale dell’A.N.P.I. del Verbano – Cusio – Ossola. Arca ne è sempre l’animatore, oltreché ufficialmente il direttore responsabile; le tematiche locali di tipo sociale e politico si affiancano a quelle partigiane e l’orientamento è abbastanza esplicitamente vicino a quello dei partiti di sinistra.
Questo provoca alcuni malumori di cui si fa portavoce Enzo Plazzotta (Selva)[iii] che, da Genova, manda due lettere ad Arca rivendicando, a nome dello spirito libertario e pluralistico della Cesare Battisti, un giornale meno localistico, più battagliero, meno allineato e più libero, denso di “polemica morale” nonché maggiormente attento alla qualità di scrittura[iv]. Nella seconda lettera, del 15 novembre, Selva, indica quale riferimento, con le dovute differenze di mezzi disponibili, Il Politecnico di Vittorini ed invita Arca “a prendere le redini della dissidenza in seno al giornale” contro le “limitazioni della mentalità di partito e di P.C. in particolare” ponendo un aut aut:
“o Monte Marona giornale di sinistra (e in questo caso io dico arrivato, che può anche facilmente tramutarsi in finito) oppure Monte Marona giornale di giovani liberi … una onesta anarchia giornalistica.”
Questo è il problema e bisogna “decidersi a decidere”[v].
Il dilemma è chiaro e il giornale, contrariamente agli auspici di Plazzotta, si orienta più chiaramente verso la prima strada, come viene implicitamente preannunciato nel n. 27 del 29 dicembre annunciando l’integrazione della testata Monte Marona con il titolo “il progresso”[vi]; la scelta è evidentemente condivisa da Arca che pur apprezzava le osservazioni e i suggerimenti di Selva sulla qualità del giornale. Così avvenne infatti, dal n 28 del 5 gennaio, con il nuovo titolo sovraimpresso su quello precedente e, a fianco della nuova testata, la dicitura esplicativa:
“Quelli della Marona, i nostri morti, appartengono a quel numero di uomini coscienti di usare la propria vita per il progresso sociale”
Le pubblicazioni terminano con il n. 66 dell’inizio dell’ottobre ‘46: con l’allontanarsi di Calzavara dal territorio del Verbano[vii] evidentemente venne a mancare il centro propulsore dell’iniziativa editoriale.
I primi due contributi di Chiovini, a firma Peppo, compaiono sul n. 7 e sul n. 9 (23 maggio e 7 giugno ’45); sono entrambi[viii] articoli di riflessione politica contro il qualunquismo di chi considera i partiti tutti ugualmente corrotti, ma anche contro i numerosi nuovi iscritti che affollano le rinate formazioni politiche non per scelta morale, ma per carrierismo.
Il successivo articolo, sempre a firma Peppo, compare il 21 giugno ed è dedicato al partigiano Pierino Agrati (Vola)[ix]; vi sono, evidentemente, riportati alcuni spezzoni del diario partigiano[x] datati tra l’agosto 1944 e il 25 febbraio 1945 ed incentrati sulla figura del commilitone caduto a Trarego. Il pezzo si conclude con una amara riflessione su un presente che non rende giustizia al sacrificio dei caduti e che chiama i compagni sopravvissuti a reagire.
“Oggi sono stato al cimitero di S. Maurizio a ritrovarvi: te, Gino, Cesco, Lanzi, Victor. Sono sicuro che non siete contenti dei vostri compagni vivi poiché questa bella Italia per la quale siete caduti non vive, ma vegeta ed è fatta vegetare.
Tu, Vola, così intransigente, così uomo con i tuoi 25 anni al confronto dei nostri venti, così onesto, così coraggiosamente onesto, dillo ai tuoi compagni di gloria che noi vivi non siamo poi così colpevoli di questo stato di cose. Lo saremo se non reagiremo; aiutaci e illuminaci tu sulla vera strada da seguire.”[xi]
Probabilmente in questo passo conclusivo ritroviamo, anticipate da Chiovini, le motivazioni profonde che hanno spinto Arca e i suoi collaboratori a non accontentarsi di un Monte Marona commemorativo e di denuncia più morale che politica.
Fuori Legge ???
Il 6 ottobre ’45, quando Monte Marona, con il n. 15, riprende vita quale organo dell’ANPI del VCO, inizia anche la pubblicazione di Fuori Legge ??? che dalla terza puntata, sul n. 17, porta il sottotitolo di Diario di un partigiano nel Verbano. Il Diario nella prima puntata compare firmato con l’acronimo emmeci (più che un depistaggio sembrerebbe un refuso) e, dalla seconda, in modo più esplicito, con enneci. La pubblicazione proseguirà regolarmente tutte le settimane, con poche eccezioni perlopiù in connessione a numeri speciali dedicati a particolari ricorrenze (25 febbraio per Trarego, 25 aprile), per 36 puntate fino al n. 54 del 10 luglio del 1946 quando, nonostante la dicitura “continua”, del seguito non si ha più traccia.
L’arco temporale degli eventi narrati va dall’ottobre del ’43, con la costituzione dei primi informali gruppi partigiani nel retroterra collinare di Verbania, al febbraio del ’45 con le ultime azioni della Volante Cucciolo che precedono l’eccidio di Trarego. Non si tratta di una cronaca: l’andamento cronologico è infatti molto irregolare (solo in alcuni passaggi precisato nella data precisa, perlopiù viene indicato il mese) e alcuni salti temporali lasciano il lettore incerto sul succedersi degli eventi. È appunto un “diario” in cui si intrecciano la dimensione narrativa e quella interiore, riflessiva. Di qui un certo riserbo di Chiovini nella pubblicazione di cui, oltre all’acronimo della firma, fanno fede le presentazioni editoriali volute dall’autore, sia in quella originaria (L’autore dice che è necessario, se vogliamo pubblicarlo, premettere qualche parola di scusa), che nella riedizione parziale del 1989 su Resistenza unita:
“Nino Chiovini scrisse queste annotazioni … immediatamente dopo la Liberazione. Come avverte lo stesso autore, a distanza di quasi mezzo secolo il diario va letto come un documento manifestamente frutto di impressioni immediate, condizionate da accesi sentimenti, che risentono dell’atmosfera cruda e magica appena trascorsa.”[xii]
Con ogni probabilità il materiale originario di appunti e annotazioni era più ampio e non è stato interamente utilizzato per la stesura di Fuori Legge??? come fa fede, ad esempio, oltre all’anticipo dei pezzi su Vola, un lungo articolo pubblicato su Resistenza unita nell’ottobre del 1990[xiii]. Nel diario pubblicato si saltava infatti dal 3 settembre con la liberazione di Cannobio al 14 gennaio; della liberazione dell’Ossola e della successiva ritirata non si parlava se non per un breve cenno nel passo successivo dedicato alla “recluta” Lubatti (Cesco). Nell’articolo di cinquantaquattro anni dopo quel periodo, così come è stato vissuto dalla Volante Cucciolo, in occasione della liberazione ossolana ampliatasi in un “plotone esploratori”[xiv], viene raccontato dettagliatamente probabilmente sulla base del materiale del diario allora non utilizzato. Certo lo stile è più distaccato, ma alcune modalità, in particolare quella di centrare il racconto non tanto sulle vicende ma sui luoghi e sui personaggi, richiamano direttamente le modalità del diario. Perché non fu pubblicato allora? Forse perché del personaggio cardine di quelle pagine, il partigiano ucraino Wladimir[xv] aveva perso le tracce e non ne conosceva il destino[xvi], oppure per non esplicitare un giudizio critico[xvii] sulla esperienza ossolana?
Allo stesso modo la vicenda di Trarego, alle cui soglie si interrompe quanto abbiamo del diario, aveva già trovato una sua narrazione nel n. 34 di Monte Marona ad un anno dall’eccidio; lo scritto[xviii] era anonimo ma è evidente la mano di Chiovini, magari coadiuvato dall’altro sopravvissuto, Carlo Castiglioni (Carluccio). E soprattutto troverà una sua compiuta realizzazione nello struggente racconto La volpe, pubblicato postumo, ma la cui prima stesura è di poco successiva alla pubblicazione di Fuori legge???, come afferma nella nota che ne accompagnava il testo.
“Se ben ricordo, scrissi queste pagine … tra il 1948 e il 1950, quando avevo in mente ogni particolare della vicenda descritta. Le correzioni … sono del 19 settembre 1989. Si tratta di correzioni esclusivamente formali, tendenti a perseguire una relativa correttezza del testo, e per esigenze stilistiche.
Al contrario, mi pare giusto che la sostanza – con le sue sequenze, i ritmi, le osservazioni, i monologhi, i dialoghi – sia lasciata intatta, in quanto legata alle spinte emotive, al livello culturale, alla vita di quel tempo lontano.
Oggi non scriverei più quelle pagine. O le scriverei in modo alquanto diverso. Per questa ragione, insieme al desiderio di non partecipare dolorose vicende che mi concernono, finché vivrò mai renderò pubblico questo scritto. … Biganzolo, 20 settembre 1989.”[xix]
Un’ultima osservazione relativa al titolo del diario: una prima disattenta lettura potrebbe farcelo intendere come fuorilegge quale rivendicazione spavalda di una (giusta) rivolta e ribellione; ma le due parole separate e l’enfasi sui tre punti interrogativi[xx] mi sembrano orientare decisamente verso una domanda retorica con evidente risposta negativa: “siamo noi fuori dalla legge (morale e civile) o non piuttosto coloro che, in tempi tremendi di ribaltamento dei valori, hanno cercato di salvaguardarla?” A questo interrogativo il diario vuole dare una risposta.
La narrazione
Non è un romanzo questo, dice l’autore; eppure la freschezza e l’ironia della narrazione, grazie anche alla contiguità degli eventi, ci dà una sorta di ripresa in diretta con un alternarsi di sequenze dal ritmo irregolare, alcune più distaccate, altre con forte centramento soggettivo. I temi che si alternano sono quelli della la lotta per la sopravvivenza stessa della formazione (contro la fame, contro il freddo e la neve del primo inverno, il reperimento di armi che garantissero un minimo di operatività …), il contatto stretto con la natura dei luoghi e il variare delle stagioni (lo spettacolo della neve che tutto sommerge, il piacere del sole invernale, la sintonia, l’amore tra le foglie e i partigiani …), il succedersi degli scontri con il nemico che passano dalle scaramucce iniziali finalizzate al reperimento delle armi alla tragedia del rastrellamento di giugno dopo il quale tutto cambia, le necessità organizzative e di comando dei raggruppamenti.
Direi però che il cadenzarsi della narrazione non è dato tanto dalle vicende militari (che pur ci sono) né dalle fasi politico organizzative abbastanza travagliate delle formazioni, ma dalla successione dei luoghi di insediamento della banda; ad ogni località pare corrispondere una precisa fase di sviluppo dell’esperienza partigiana in una stretta sinbiosi fra il terreno che ospita, le stesse mura che accolgono e la vita interna, le relazioni umane, della formazione dove i tempi del riposo e dell’attesa (quelli stessi in cui Nino ha probabilmente incominciato a raccogliere i suoi appunti per il diario), sono centrali per il costituirsi dello spirito e della fisionomia della formazione; questi i luoghi che soprattutto mi sembrano cadenzare in fasi distinte il percorso narrativo:
- le Alpi del Locchio, di Vel ed Aurelio, e in successione Steppio, Pechi, Pala che assumono nomi in codice (Pechino, Sciangai, Port Arthur) più per un gioco fantastico ed autoironico che per necessità di sicurezza: è la fase costitutiva di uomini ed armamenti, dove ci si incomincia a conoscere e a padronegggiare il territorio e ad impostare le scelte, individuali e collettive, nonché a saggiare le prime reazioni del nemico ;
- l’albergo del Pian Cavallone, ospizio dei “soldati di un esercito di senza capi”: la fase eroico libertaria dove la prima generazione di partigiani ha “indurito i muscoli e ritrovato un senso della vita” preparando, tramite coloro che riusciranno a sopravvivere al grande rastrellamento, l’ossatura delle successive e più organizzate formazioni;
- il primo Tiperary, dapprima una tenda poi un rustico nella zona di Ungiasca, più a ridosso a Verbania, dove il piccolo gruppo aggregato a Chiovini sperimenta le modalità di collegamento fra i diversi distaccamenti e di rapide azioni proprie di una “volante”;
- i nascondigli che si succedono durante il rastrellamento di giugno (il bosco in cui si passa la notte puntando i piedi su di un albero, la casa della nonna a fianco della statale per Premeno, la portineria di una villa) quando si passa dall’amarezza dall’esser tagliati fuori dai combattimenti, alla progressiva consapevolezza delle dimensioni della tragedia che si sta realizzando e che segnerà una linea netta di demarcazione nella guerra: “In questi giorni impariamo che i nemici sono più delinquenti che imbecilli e tali li tratteremo”;
- la Rocca, nel luglio ’44, un alpeggio dai prati scoscesi sopra Scareno dove “gli unici luoghi per sdraiarsi senza il timore di rotolare in valle sono i sentieri, e anche quelli sono scarsi ”: luogo e fase di raccolta e di riorganizzazione in cui convergono provenienze ed esperienze le più disparate: sopravvissuti al rastrellamento o provenienti dalla svizzera, militari e civili, italiani e stranieri (russi, ucraini ed anche un sudafricano), delle età e dei ceti più diversi disparati (“uomini e ragazzi, studenti, ladri, lavoratori”);
- infine la casetta fra le pinete di Sasso Corbè, “il luogo più bello abitato dai partigiani ” – dice Chiovini – dove, nell’inverno del ‘44-’45, la costituita Volante Cucciolo, spostatasi sopra Premeno, si insedia: centro operativo e di riposo di un gruppo, di una squadra, affiatata e coesa di professionisti della guerra di movimento.
Le diverse fasi corrispondono anche a diversi rapporti con la popolazione locale; curiosità e sospetto da parte degli alpigiani che incontrano le prime bande in formazione; solidarietà e condivisione di momenti comuni di allegria con gli abitanti di Miazzina; l’aiuto silenzioso e solidale di alimenti, necessari a sopravvivere durante il rastrellamento, da parte della “buona gente del Verbano”; più difficile, almeno inizialmente, il rapporto con quelli di Premeno dove:
“La gente ci guarda di traverso, sospettosa, paurosa. Ci chiana ‘fascisti rossi’ e teme che mettiamo a soqquadro il paese.
In questi giorni parecchi si sono già ricreduti. Si attendevano di vederci girare per il paese con lo sguardo fiero, l’arma imbracciata senza sicura. Invece si sono accorti che camminiamo come loro e non chiediamo i documenti alla gente.”
In controcanto ai luoghi di insediamento la trama narrativa fa emergere in successione alcuni personaggi intorno a cui si dipanano gli eventi: Marco[xxi] con cui, anche se della formazione “concorrente” della Cesare Battisti, c’è sin dall’inizio un profondo legame di stima e collaborazione e, in più occasioni, di sfottò reciproco; Tucci[xxii] che pur avendo un solo anno in meno “è ancora un bambino” e con cui Peppo stringe un legame profondo, da fratello maggiore, vivendo fianco a fianco molte delle vicissitudini; Guido il Monco[xxiii] operaio comunista che lo sostituirà al comando della Giovane Italia e che Chiovini rispetta ma con cui non riesce ad entrare in sintonia; Arca, il comandante della Battisti, che Chiovini apprezza sia per il modo di concepire la guerra partigiana che per le modalità, per nulla da ufficiale, con cui si rapporta ai suoi partigiani; Bagat[xxiv] già alpino decorato, esperto di armi, dalle decisioni fulminee, autista che “arrostisce” i motori e “che dice di essere salito perché non vuole andare in guerra”; Vola puntiglioso e caparbio, che, sia pur arrivato come recluta addetta ai lavori pesanti, si dimostra come il più maturo fra i partigiani della Volante Cucciolo; Cesco[xxv] che “con il viso infantile, le efelidi sulle guance … e la voce lenta strascicata” ha l’aria spavalda di chi ha già un curricolo partigiano di tutto rispetto e non vuol certo lasciarsi trattare da recluta. E, naturalmente, altri ancora.
Il diario
Un diario “frutto di impressioni immediate, condizionate da accesi sentimenti” dirà Chiovini; certo, in alcuni passaggi anche questo[xxvi], ma a me pare che la dimensione diaristica più evidente sia altra, di riflessione e dialogo interiore che emerge quando, tra un momento narrativo e l’altro, magari a ridosso di un combattimento o di un momento scherzoso di svago, la sequenza si interrompe di colpo per lasciar spazio a domande ed a considerazioni più profonde, esistenziali e morali prima ancora che politiche.
In alcuni casi la dimensione è corale laddove Peppo dà voce, magari per interposta persona, ai sentimenti collettivi come quando dalle lacrime di Nord di fronte al rogo dell’Albergo del Pian Cavallone, emerge un “Addio” collettivo di rimpianto non rassegnato, oppure quando le molteplici personalità e le disparate motivazioni dei sopravvissuti al rastrellamento, concentratisi alla Rocca, si fondono in una volontà comune di ricostituzione.
Ma sono soprattutto le domande, le considerazioni personali, talvolta i dubbi quelli che emergono.
Le responsabilità che chi comanda porta nei confronti del suo gruppo di uomini, di come mantenerlo coeso, di come anche un legame di amicizia privilegiato, quello con Tucci, possa incrinare il rapporto di fiducia con gli altri; di come fare in modo che un gruppo solidale e coeso sia anche aperto e franco nello scambiarsi le reciproche opinioni, valutazioni e desideri. Quanto vi deve essere di discussione democratica e di condivisione degli ordini senza che questo degeneri in individualismo. E soprattutto il carico di responsabilità di chi porta altri a rischiare la vita e deve, di volta in volta, individuare il giusto discrimine fra avventatezza ed attendismo.
Chi siamo noi e chi sono loro. Solo la consapevolezza continua della differenza radicale con il nemico può impedire che la logica della guerra ci renda uguali. Loro bruciano le baite e noi siamo aiutati dalla popolazione; loro se la prendono con chi non c’entra, paesani o famigliari; loro fanno scempio dei cadaveri. La loro è una logica di morte, i loro corpi sono diventati un’appendice delle loro armi. La nostra è una logica di vita. Non solo nel combattimento ma nei comportamenti quotidiani, nel modo di camminare fra la gente, nel cantare. Il tema della radicale differenza fra i canti partigiani e quelli fascisti torna più volte; i loro non sono “i nostri canti popolari nostalgici e solenni, non sono le canzonette allegre e melanconiche” ma “canti freddi, duri, scanditi”; loro “cantano perché odiano” e, mentre con il passare dei mesi le canzoni partigiane diventano sempre più canzoni di speranza, le loro si incupiscono, piene di disprezzo, di rancore e di animosità.
Ma la domanda centrale e ricorrente è soprattutto una: come far guerra in odio alla guerra, senza lasciarsi plasmare dalla logica e dalla cultura del combattimento. Perché “la guerra perde soltanto di fronte a chi la odia”. A Chiovini non basta la certezza di essere dalla parte giusta; è consapevole della “sottile linea rossa”[xxvii] che passa tra l’essere nella guerra e l’essere in guerra. Non basta aver scelto di esser dalla parte giusta del fronte ed interrogarsi sulle ragioni profonde della propria scelta; l’interrogativo va riposto quotidianamente sul qui ed ora individuando il limite che questa scelta pone fra azioni legittime e azioni giuste, con momenti anche forti di autocritica quando ci si accorge che lo spirito di battaglia ha preso il sopravvento. Limite che non solo la giusta avversione per i nazifascisti può spingerci a superare (“So che questa non è la parte migliore dei sentimenti di un partigiano”) ma anche la “foga”, un eccesso di “senso sportivo” (“mi accorgo che per molti mesi, sparare era il mio sport preferito”) che può “soffocare la razionalità”.
Oggi, quando in nome della “esportazione della democrazia” e della “lotta al terrorismo” si giustificano massicci bombardamenti a città e qualsiasi “effetto collaterale” sulle popolazioni civili è considerato un legittimo inconveniente, possiamo leggere che, nel cuore della seconda guerra mondiale, la più sanguinosa della storia dell’umanità, un partigiano, Peppo, a ridosso di un combattimento contro il moloch nazifascista, si interroga se non fosse stato più giusto sparare due colpi invece di tre, pur se “costretti a fare la guerra contro quelli che fanno la guerra”.
Il partigiano “Peppo”
Se provassimo a chiedere ad un cittadino o a uno studente di Verbania di citare il nome di un partigiano della zona, senz’altro la maggior parte farebbe il nome di Nino Chiovini[xxviii]. Eppure nulla, che io sappia, è stato mai scritto di specifico su Chiovini partigiano. Anche nel convegno a lui dedicato[xxix] questa dimensione è rimasta assente. Il perché è evidente: Nino nei suoi libri, anche quelli dedicati alla Resistenza, non parla praticamente mai di sé e del diario partigiano si era persa di fatto memoria.
La lettura oggi del suo diario ci permette di aprire un capitolo che andrà senz’altro ripreso ed approfondito.
La scelta di campo, dopo l’8 settembre è chiara e decisa; Peppo è tra i primi a “salire in montagna” nell’area del Verbano. Porta con sé, oltre al deciso antifascismo, precedentemente maturato a Cuggiono[xxx], un carattere deciso e determinato unito ad una passione sportiva per l’escursionismo montano e la roccia: una miscela che, unita alla conoscenza del territorio, ne fa in modo del tutto naturale il comandante della costituenda Giovane Italia. Siamo nella fase eroica e libertaria di “un esercito senza capo, senza Stato Maggiore, senza artiglierie, senza direttive, spesso senza pane, senza armi”. Accetta il ruolo che gli viene democraticamente assegnato tramite elezioni, ma non è certo quella la sua aspirazione. E di buon grado si ritrae quando altri saranno indicati al suo posto.
Si rende conto delle necessità organizzative e militari della Resistenza ma, fedele allo spirito di ribellione, fa fatica ad accettare le modalità d’essere di buona parte dei comandanti delle formazioni. Quelli di provenienza militare che riportano lo spirito di superiorità di “Ufficiali del Regno” nei confronti “delle truppe”, si fanno chiamare “signor tenente” e, anche quando il cibo praticamente manca, ci tengono a dar vita alla “mensa ufficiali”. Quelli di provenienza e fede comunista, che Chiovini rispetta, ma per i quali la principale, se non unica virtù, sembra essere l’indiscussa obbedienza ai propri capi politici.
Se non un libertario, Peppo è e rimane uno spirito indipendente. Vuol capire e discutere le scelte e, se prevale il dissenso, preferisce andarsene per conto suo, con il suo piccolo gruppo[xxxi]. Non rifiuta la gerarchia di comando, ma, ponderatamente, preferisce scegliersi i propri superiori. E quando, alla fine del rastrellamento, la sua formazione della Giovane Italia, fondendosi con il gruppo di Muneghina, prende un orientamento con cui non si sente più in sintonia, preferisce passare alla Cesare Battisti di Arca.
È lui stesso, spontaneamente, un capo ma la sua dimensione è quella della squadra, di un piccolo gruppo preparato e coeso, della “volante” che si muove velocemente su tutto il territorio, all’interno della quale non solo “ci si capisce al volo” ma dove “tutti si vogliono bene. Bene sul serio. E dormono uno accanto all’altro”. Compito del capo è allora anche la massima attenzione alle relazioni interne, a prevenire dissapori e tensioni. Pur di salvaguardare questa sintonia è disposto, sia pur a malincuore, a rinunciare al contributo di un partigiano esperto e valoroso come Bagat che lui stesso aveva cercato ed “arruolato”. Allo stesso modo quando intuisce che un partigiano ha le qualità personali, oltreché professionali, per entrare a far parte del proprio gruppo, si dà subito da fare, magari con carte false, per farlo trasferire. La prima volante, alloggiata in tenda, collegata alla Banda del Pian Cavallone, la Volante Cucciolo dopo il rastrellamento, il Plotone Esploratori durante la Repubblica dell’Ossola, la Volante Martiri di Trarego dopo l’eccidio del 25 febbraio: questa è la modalità di guerra partigiana che Chiovini concepisce e mette in pratica.
Non è solo questione di modalità di comando e di modo di concepire l’esser partigiano. La modalità della volante è innanzitutto una scelta politica. Peppo, ce lo dice esplicitamente, non è comunista, anche perché, afferma “Io non so che vuole il comunismo”[xxxii] e le discussioni animate ed approssimative che sente al Pian Cavallone gli ricordano quando “anch’io a 15 anni discutevo di calcio e di squadre di calcio”: una questione di “tifo”. Ma ha ben chiara la linea di discrimine che passa attraverso la Resistenza: ci sono i “conservatori”, quelli che aspettano e vogliono presidiare il loro piccolo territorio, l’attendismo insomma che trova proseliti fra le fila partigiane e che spesso è sostenuto dall’esterno dai “comitati” (“gruppetti di individui, per la quasi totalità industriali, che ‘finanziariamente’ ci aiutavano”), e ci sono i partigiani, come Peppo e i suoi, che pensano che al nazifascismo non si debba dar tregua.
La volante è allora non solo un corpo coeso, ma un gruppo di professionisti dell’azione di movimento che ubbidisce con scrupolo alle missioni che le vengono affidate, e che, in mancanza di ordini, sa trovarsi da sola i propri obbiettivi. E quando in un momento di ozio, poco dopo il Natale 1944, Vola lo rimprovera: “Peppo, mi sembra che non hai più voglia di far niente” immediatamente la volante si rimette all’opera “e ricominciamo le nostre scorribande”. Anche l’accettazione di una forma benevola ed ironica di nonnismo fra reclute (“conigli”) ed anziani che impone corvée e lavori pesanti ai nuovi arrivati, ha una funzione precisa: i tempi di formazione e addestramento all’interno di un gruppo partigiano non possono che esser brevissimi, bisogna quanto prima esser pronti a qualsiasi evenienza. È bene, per le reclute e per la squadra, capire subito se qualcuno non è adatto a quella vita.
Infine, direi, un partigiano “critico”; dal diario non emerge in maniera esplicita, ma tra le righe si capisce che non sono pochi gli aspetti che Peppo, all’interno della Resistenza, non condivide, come possiamo trovare conferma nei suoi scritti successivi.
I condizionamenti dall’esterno delle scelte partigiane che talora si traducono in imposizioni dall’alto di comandanti inidonei o comunque non in sintonia con la “banda” che devono dirigere. L’applicazione meccanica della logica militare alle formazioni partigiane sia a livello organizzativo e relazionale che, e questo è l’aspetto più tragico, nella concezione della guerra partigiana quale “eroica difesa ad oltranza” delle proprie posizioni sul terreno.
Chiovini riconosce in pieno il valore, il rigore morale, lo spirito di sacrificio e l’eroismo del tenente Rolando e di Mario Flaim, come confermerà in più occasioni nei suoi scritti. La loro difesa ad oltranza del terreno fino al Pizzo Marona può essere anche giustificata dalla volontà di “proteggere la ritirata del Valdossola”[xxxiii] ma la strategia complessiva durante il rastrellamento non è certo condivisa. Lo si legge fra le righe nel diario e se ne trova conferma in un passo di un’inedita Piccola Storia Partigiana della Banda di Pian Cavallone pubblicata parzialmente nel 1984, ma probabilmente scritta anni prima come revisione e approfondimento della prima parte del diario.
“Le scarse e imprecise notizie sul ‘Valdossola’ sono state portate dai feriti e dai loro accompagnatori in transito per luoghi più adatti, ancora euforici per la tenuta del primo giorno di combattimento. Ma non è soltanto la scarsità e l’imprecisione delle notizie che inducono Rolando a scegliere questa forsennata tattica difensiva, che neppure Superti pretendeva nelle sue indicazioni coordinatrici. Egli si rifà ai canoni della guerra d’Albania, combattuta dall’esercito italiano, fino all’epilogo, in difensiva, sulle montagne dell’Epiro e del Tomori. Naturalmente attribuisce decisiva importanza al terreno, alle possibilità di difesa sulle montagne; di casa, nella fattispecie. E Flaim che gli è accanto non batte ciglio, anzi approva. Fors’anche perché la scelta di Rolando offre quelle possibilità di espiazione e di riscatto dalle colpe altrui, da cui egli sembra attratto”.[xxxiv]
Ed infine, ma non ultima, la sottovalutazione del rapporto con la popolazione locale. Nel diario l’importanza di un rapporto di collaborazione, come abbiamo già sottolineato, è espressa prevalentemente in positivo. Del rapporto problematico, dopo il rastrellamento, della Giovane Italia – unitasi al gruppo del capitano Mario e localmente diretta dal Capitano Galli – con la popolazione di Miazzina, nel diario vi è solo un cenno un po’ forzosamente giustificatorio[xxxv] e in contrasto con quanto, del calore e della condivisione di quegli abitanti, era stato affermato relativamente al periodo precedente. La denuncia del tragico errore di impostazione di una logica di occupazione e vessazione sui residenti, con le sue conseguenze politiche, verrà invece espressa a chiare lettere in una lezione-conferenza del marzo 1983[xxxvi].
Indipendenza di giudizio e spirito critico che Chiovini continuerà ad esprimere quando della Resistenza del Verbano si farà attento e scrupoloso storico; si possono ricordare la rivalutazione di Dionigi Superti[xxxvii] colpito, dopo l’esperienza ossolana, dall’ostracismo e dalla condanna di fatto del CLN e la demitizzazione della figura di Cleonice Tomassetti[xxxviii], l’unica donna tra i fucilati di Fondotoce, che la vulgata partigiana aveva tramandato nello stereotipo di una maestra, moglie di un partigiano, in attesa di un figlio e operante come staffetta partigiana[xxxix]. Chiovini le restituisce la sua identità di popolana dallo spirito ribelle e determinato, non piegata dalle numerose sopraffazioni e sofferenze che la vita le ha dolorosamente consegnato.
Lo scrittore Nino Chiovini
Per chi conosce l’opera di Chiovini la lettura del Diario penso possa costituire, come lo è stato per me, una sorpresa. In genere si distinguono nettamente le opere sulla Resistenza da quelle etno-storiche, non solo per il tema e per la loro successione temporale, ma per una evidente maturazione stilistica dello scrittore che riesce progressivamente ad unire il rigore del ricercatore[xl] ad una crescente capacità narrativa. La lettura del diario, di un testo che pur nella sua incompiutezza, rivela una notevole capacità di scrittura densa di ironia e freschezza narrativa – aggiungendovi magari la rilettura del racconto La Volpe, postumo ma, come abbiamo visto, risalente alla fine degli anni ’40 – mi sembra rimescolare le carte. Penso sia del tutto lecito sostenere che Chiovini avesse già allora la dote dello scrittore, del narratore ed è semmai quella del ricercatore che, con gli anni, viene a maturare sotto la spinta di un preciso impegno etico, civile e politico.
L’impegno non solo a ricostruire con rigore gli eventi della sua terra, quelli a cui aveva partecipato e quelli che avevano segnato le generazioni che lo avevano preceduto, ma soprattutto a saldare un debito personale e collettivo insieme.
In quella terra del Verbano, la terra dei suoi avi, la secolare civiltà della fatica si incontrò con chi, per rifiuto e per scelta, è salito in montagna, spesso sapendo e capendo poco, soprattutto all’inizio, di quel mondo. Si creò allora una crescente convergenza, non priva di contraddizioni, tra i due mondi che Nino analizza con rigore nell’introduzione a Val Grande partigiana e dintorni e che titola significativamente Guerriglia nel mondo dei vinti[xli]. Ed è grazie a quella convergenza che poté arrivare
“il tanto sognato giorno della liberazione. E si tirano le somme: ci si accorge che quei due protagonisti hanno equamente diviso il peso della lotta. La popolazione montana, che ha pagato anche con il sangue, ha sopportato il maggior peso materiale, il peso di grosse distruzioni; i partigiani hanno contribuito in grande misura a riempire di nomi le lapidi che ricordano i caduti della guerra di liberazione.”[xlii]
Questa convergenza di intenti si ruppe nel dopoguerra e chi vinse allora non seppe (o non poté) saldare il debito con le popolazioni montane.
Se guardiamo allo sviluppo cronologico degli scritti di Chiovini[xliii] possiamo distinguere tre fasi:
- gli scritti dell’immediato dopoguerra, basati sulla diretta esperienza (Diario, commemorazioni, racconto La volpe) caratterizzati da un forte centramento soggettivo e da una tensione emozionale che riesce comunque spesso a distanziarsi grazie ad una efficace espressività narrativa;
- dopo una pausa quasi ventennale, se non di scrittura certo di pubblicazione, abbiamo gli scritti di ricerca sulla resistenza centrati non più sulla propria esperienza (che viene messa tra parentesi), ma su una rigorosa indagine (documenti e testimonianze) e dalla ricerca di un nuovo stile, non più letterario, ma rigoroso e concreto nello stesso tempo; rigorosa “cronaca di una sconfitta” e, soprattutto, ricostruzione del conflitto, interno alla Resistenza, fra le forze progressive e l’attendismo che a quella sconfitta ha contribuito[xliv];
- infine la impegnativa ricerca delle ultime sue opere, sulla civiltà rurale montana dove al rigore della documentazione d’archivio e alla ricerca etnografica e linguistica (cultura materiale, terminologie, toponimi, fonti orali, iconografia ecc.) si aggiunge una personale letterarietà storico-narrativa emotivamente partecipe.
Rivedendo l’itinerario complessivo mi sembra allora di poter affermare l’unitarietà stilistica di Chiovini, sia pur all’interno di un percorso in cui le diverse modalità di utilizzo della scrittura vengono sperimentate, messe alla prova, per convergere, nelle ultime opere, in una loro completa e contemporanea utilizzazione.
E, ancor maggiormente, la unitarietà etico-politica di tutta la sua opera: Chiovini si è fatto portavoce di un doppio debito che tutti noi, abitanti vecchi e nuovi di queste terre, abbiamo ereditato:
- debito verso i caduti della guerra partigiana, la semente di sangue che non abbiamo saputo far fruttificare in questa Italia “che vegeta”;
- debito verso le popolazioni montane che affiancarono e sostennero le bande e ne mantennero viva memoria.
Scrive nell’introduzione di Mal di Valgrande:
“I contadini di montagna che ebbero rapporti con la Val Grande ne conservano una particolare memoria, da me valutata più profonda rispetto a quella di chi praticò altre aree montane per analoghe necessità. … Quella memoria poggia sugl’indimenticati ricordi delle tragiche vicende vissute nel corso degli ultimi due anni della seconda guerra mondiale, quando quelle persone, pagando un prezzo liberamente accettato, si schierarono, ognuna nella misura in cui le era possibile o le veniva richiesto, dalla parte di chi si stava battendo per la libertà e per la pace. Fu un’esperienza che si trasformò in patrimonio culturale che andò ad accrescere quello che faceva leva sugli ancestrali sentimenti di libertà e di autonomia e che, nel dopoguerra, trovò espressione sulle lapidi e nell’intitolazione di vie e piazze dei loro piccoli centri abitati.”[xlv]
Diversamente da altri cultori di storia locale Chiovini non è un cultore della nostalgia che, idealizzando il passato, ne ignora le sofferenze e pertanto il nostro debito. Il nostro mondo è uscito dalla fatica quotidiana della sopravvivenza. È indubbiamente meglio la pace odierna della guerra. Il mondo rurale montano dell’anteguerra – e ancor più negli anni di guerra – era “un mondo imperfetto e crudele”. La popolazione montana, allo stesso modo dei partigiani, aveva però chiari e “vivi gli obiettivi, gli scopi, il senso della vita, il suo fine”[xlvi].
Noi che viviamo nella pace, nella libertà, in una società che ha superato la lotta per la sussistenza, figli della società della complessità e dell’incertezza, spesso non sappiamo che senso dare al nostro futuro e alle fatiche, perlopiù immateriali, del nostro tempo (la noia, la confusione, la solitudine.)
La riscoperta del duplice debito ci può dare un senso ed una bussola. Questo mi sembra il messaggio unitario dell’intera opera di Nino Chiovini. Superando le delusioni e “valutando serenamente il mondo odierno”.
* * *
Quando Peppo chiese di poter aggregare Wladimir[xlvii] alla propria volante, Arca gli rispose “Non sa due parole di italiano, poi non lo conosci e non sai se vale”. Nonostante le vicissitudini già trascorse, il suo viso diciannovenne era “ridente come un cespo di primule”, pronto a vivere con entusiasmo e un po’ di incoscienza quei mesi dal luglio all’ottobre del ’44, ignaro delle delusioni che il rientro in patria gli avrebbe procurato.
“Ogni anno, immancabilmente in occasione dell’8 maggio, Wladimir mi scrive esaltando la remota vittoria sul fascismo: un modo per sopravvivere alle delusioni. Regolarmente gli rispondo offrendogli banali notizie personali. Per pudore, per pigrizia mentale persino, per timore di essere frainteso in particolare.
Non perché sia troppo tardi e impossibile per la nostra generazione saper serenamente valutare il mondo odierno, sapendolo fare in relazione alle esperienze passate – quelle negative (che sono le più) soprattutto – a cominciare dalla lontana lotta di liberazione, per concludere con i rapporti persona-persona e persone-natura, in cui s’annidano vecchi e nuovi fascismi.
E trarne le logiche conseguenze.”[xlviii]
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Note
[i] La denominazione richiama la vetta dove il 17 giugno 1944 si svolse uno dei combattimenti più sanguinosi del rastrellamento della Valgrande e dove caddero numerosi partigiani tra cui i due comandanti Gaetano Garzoli e Mario Flaim. Gli originali del settimanale sono stati consultati presso l’archivio della Casa della Resistenza di Fondotoce e la Biblioteca Civica Ceretti di Verbania.
[ii] “si addiviene … alla abrogazione della differenziazione di colore di tutte le formazioni … e alla costituzione della 1a Divisione Ossola ‘Mario Flaim’, al comando di ‘Arca’, con Commissario di guerra Mario (Muneghina).” in G. Biancardi (a cura), Diario storico 1a Divisione Ossola ‘Mario Flaim’, Comune di Verbania, 1995, p. 20.
[iii] Con Giuseppe Perozzi (Marco) è stato, sin dalla sua costituzione, a fianco di Arca nella direzione della Cesare Battisti. Plazzotta nel dopoguerra si affermerà come scultore.
[iv] Lettera dell’8 novembre ’45: “Io non credo che si educhi il popolo verbanese con … pezzi … che si ritrovano facilmente su qualsiasi giornaletto di provincia o di periferia cittadina. … Sarò un sognatore sterile forse, ma, credimi, come sarebbe bello un Monte Marona un po’ più bersaglieresco! … un giornale che scotti in mano, dove ci si butta dentro articoli incandescenti, scritti dopo una chiavata (o durante) o in barca, o anche in redazione, se si riesce a dimenticare che è tale. … Ma fatene magari due di pagine di cronaca, quella che interessa la popolazione locale … Ma le altre due pagine che siano dense … di Voi, del Vostro spirito, della vostra polemica (quella MORALE). Diventate un po’ predicatori e non conferenzieri!”. E. Plazzotta ‘Selva’, Da Pinerolo al Verbano, Alberti, Verbania 1995, p. 81.
[v] Ivi, p. 85.
[vi] “Una novità al prossimo numero!
Al titolo ‘Monte Marona’ sarà aggiunto il titolo ‘Il Progresso’ del Verbano – Cusio – Ossola.
Perché?Un giorno del Giugno 1944, una trentina di partigiani, al comando di Mario Flaim, combatté sul Monte Marona. Combatté per dar modo al grosso della formazione di potersi ritirare. Spararono sino alla fine e nessuno di loro tornò da quel combattimento a raccontare come era andata. Quegli uomini diedero un esempio di sacrificio e di altruismo: di onestà. E ‘Monte Marona’, ora, per noi significa onestà. Quei Caduti, tutti i ‘nostri Caduti’ hanno combattuto e sono morti per la libertà, per la giustizia, per un migliore ordine morale, sociale, economico, e ciò significa combattere e morire per il progresso dell’umanità e per l’onestà del mondo. Progresso e onestà sono senso della vita. Per questo uniamo le due parole: Monte Marona e Progresso”.
[vii] Cfr. G. Biancardi – G. Margarini, Armando Calzavara ‘Arca’, Alberti, Verbania 2001, pp. 10 –13.
[viii] Io di politica non me ne voglio interessare sul n. 7 e … e tu a che partito sei iscritto? sul n. 9.
[ix] Vola sul n. 12 del 21 giugno.
[x] I brani non compaiono nella successiva pubblicazione di Fuori Legge ??? ma ne facevano a tutta evidenza parte. Li ho pertanto inseriti nella trascrizione del diario, differenziandoli graficamente.
[xi] Vola cit.; Gino (Luigi Leschiera) e Cesco (Gastone Lubatti) con Vola sono caduti a Trarego il 25.02.45; Lanzi (Luigi Trelanzi) e Victor (Selepukin) a Colle il 23.07.1944; sono sepolti fianco a fianco nel cimitero di S. Maurizio di Ghiffa.
[xii] “Fuori Legge”. Diario di un partigiano del Verbano (da Monte Marona), in Resistenza unita n. 6, giugno 1989, Novara, inserto “Verbano 1944 – 1989”.
[xiii] Impressioni e ricordi. Da Cannobio a Domodossola in Resistenza Unita n. 10, ottobre 1990, Novara.
[xiv] “A Finero – assurto a centro di retrovia – l’incarico avuto fu quello di costituire un plotone esploratori da impiegare nella zona di Ghiffa e Verbania”. Ibidem
[xv] “Da alcuni mesi Wladimir stava con me. I suoi arti erano coperti di piaghe, effetto di una piodermite contratta in miniera. Ingenuo, scansafatiche, d’incrollabile fede staliniana, temerario, si era assunto il compito non richiesto di mia guardia del corpo”. Ibidem
[xvi] Chiovini ne avrà notizia solo 12 anni dopo: “al suo rientro in patria fu inviato in campo di concentramento, più tardi processato per essersi lasciato catturare dal nemico, inviato in campo di lavoro, infine costretto a farsi altri tra anni di Armata rossa. Non gli era servito neppure il certificato rilasciato da Arca su carta intestata della brigata ch’egli, dopo essere evaso dalla prigionia, aveva combattuto con efficacia nelle nostre file.” Ibibem.
[xvii] Giudizio, che pur se su aspetti limitati, esprimerà nel 1974 in una lettera: Nino Chiovini sulle trattative e sulla liberazione dell’Ossola, Resistenza Unita n. 3, marzo 1974, Novara.
[xviii] 25 Febbraio. Volante ‘Cucciolo’ a Trarego. Abbiamo riprodotto il testo, che ci sembra idealmente completare il diario, come appendice a Fuori Legge ???
[xix] Verbanus n. 18, Verbania 1997, p. 354.
[xx] Dalla quattordicesima puntata (Monte Marona n. 28 del 5 gennaio 1946) i tre punti interrogativi si riducono ad uno solo, forse a seguito di una critica di Selva: “Quei tre ??? che cazzo significano dietro il titolo delle puntate di Peppo? E sono anche brutti tra l’altro. Già, io, il solito esteta fissato!” (Da Pinerolo ecc. cit., p. 82). Mi è sembrato più aderente allo spirito originario mantenere, nella trascrizione e ripubblicazione del diario, i tre, magari brutti, ma certo più espliciti punti interrogativi.
[xxi] Giuseppe Perozzi: cfr. nota 3.
[xxii] Piero Tamburini
[xxiii] Alfredo Labadini; cfr. nota biografica di Chiovini.
[xxiv] Giuseppe Bosco; un suo profilo in E. Trincheri “Marco”, Partigiani raccontano. Liberazione della Valle Cannobina, Cannobio, Cannero e Oggebbio, Verbania 2000, pp. 63-64.
[xxv] Gastone Lubatti; cfr. nota 11.
[xxvi] Ad esempio l’ira di quando viene a sapere che suo padre è stato arrestato e tradotto a S. Vittore “perché due figli di mio padre sono partigiani”. L’altro figlio partigiano è Antonietta (Diciassette) citata nel diario quando, il 20 giugno, nel corso del rastrellamento, accompagna delle reclute.
[xxvii] Il riferimento è al bellissimo film del filosofo regista Terrence Malik (USA, 1998). Se nel romanzo di J. Jones, richiamando un verso di Kipling, la sottile linea rossa era quella “tra la lucidità e la follia”, in Malik assume dimensioni universali, tra la vita e la morte, tra la vitalità della natura e le forze distruttrici, in sostanza fra il bene e il male; tale linea passa dentro ciascuno di noi che, specie in situazioni di guerra, rischiamo di perderne il confine.
[xxviii] Alla sua notorietà, oltre la sua attività di ricercatore e scrittore (cfr. sotto), ha senz’altro contribuito anche il Sentiero Chiovini, il lungo e impegnativo trekking della memoria che, dalla Svizzera a Fondotoce, ripercorre la tragedia della Valgrande e che nel 2006 è giunto alla sua ottava edizione.
[xxix] Nino Chiovini. Il tempo, lo spazio e la memoria, Verbania, 14 febbraio 2004.
[xxx] Cfr. nota biografica.
[xxxi] “marzo 19441. Arriva, inviato da Comitato di Agitazione di Varese, il maggiore Biancardi. Costui è un uomo paurosissimo che non ci faceva concludere nulla di buono e quindi noi vedemmo volentieri quel giorno che se ne andò senza fare ritorno. Era allora comandante ‘Peppo’ (Chiovini Giovanni) che non volendo restare in alto, pensò bene di fuggire di notte con altri due uomini per formare una volante che, alloggiata in tenda, si spostasse velocemente facendo azioni tempestive, restando sempre però agli ordini della banda”. Diario storico cit., p. 146. Cfr. anche nota biografica.
[xxxii] La cosa era del tutto naturale, sia nei piccoli centri che nelle città, per un giovane nato agli inizi degli anni ’20. Cfr. ad esempio i primi capitoli della bella autobiografia di Rossana Rossanda (La ragazza del secolo scorso, Einaudi, Torino 2005).
[xxxiii] I giorni della semina, 5a ed., Verbania 2005, p. 80.
[xxxiv] Mario Flaim: sulle montagne del Verbano un testimone della fede e della libertà in Il Verbano, 9.06.1984. Nei passi precedenti vengono presentati il Tenente Rolando (Gaetano Garzoli), nato nel 1915 ad Arizzano, nell’entroterra di Verbania, e, soprattutto, Mario Flaim, originario di Rovereto, figura di cattolico ispirato e intransigente in cui “alligna un cocente desiderio di espiazione”.
[xxxv] Cfr. l’inizio della puntata n. 28.
[xxxvi] “Sono da addebitare a Galli il suo atteggiamento inadeguato e talvolta vessatorio nei riguardi della popolazione di Miazzina e di altri villaggi” e “A meno di un anno dalla liberazione, in occasione delle prime elezioni amministrative … a Miazzina il 34% degli elettori non vota, non ne sente l’esigenza … a Miazzina. Tre mesi più tardi, in occasione … del referendum istituzionale del 1946 … a Miazzina vince la monarchia con il 52%.” in Il Verbano tra fascismo antifascismo e resistenza, Verbania, 1983, pp. 16 e 18-19. Sulla figura di Galli (Mario di Lella), cfr. anche I giorni della semina cit., p. 115.
[xxxvii]Cfr. Val Grande partigiana e dintorni. 4 storie di protagonisti, Verbania 1980, pp. 50 – 73 e Ricordo di Dionigi Superti. Un partigiano vero e saggio in Resistenza Unita n. 3, marzo 1988, Novara.
[xxxviii] Cfr. Classe IIIa B. Cleonice Tomassetti. Vita e morte, Verbania 1981.
[xxxix] “Prendiamo atto, a seguito delle testimonianze riportate, che Nice non era un’insegnante, che non attendeva un figlio, che non era una staffetta partigiana. Aveva frequentato soltanto le classi elementari di una scuola di paese; in quel momento non c’era nessun uomo nella sua vita; soltanto a una settimana prima della sua morte risaliva il suo ingresso nella resistenza militante. È bene fare giustizia delle inesattezza a suo tempo dette e scritte su di lei; nella sua vera identità, Nice diventa più comprensibile, persino più apprezzabile”, ivi p. 57. L’immagine stereotipata era stata riportata, in buona fede, in P. Secchia – C. moscatelli, Il monte Rosa è sceso a Milano, Einaudi, Milano 1958, p. 253.
[xl] Su quest’aspetto segnalo l’importante contributo di Antonio Biganzoli (Chiovini – La ricerca) al Convegno citato (cfr. nota 29) che da un lato sottolinea il rigore di un metodo che percorre precise fasi di indagine e di documentazione e dall’altro una modalità di scrittura che ne fa “uno scrittore-saggista di qualità” per il suo “modo di intercalare la narrazione: citazioni da fonti storiche, tabelle di dati demografici o di carattere economico, glossari di termini dialettali, così da fare delle sue opere una ragionata miscela di narrativa e di saggistica ed imporre così al testo il distacco della trattazione storica, ma, contemporaneamente, il ‘pathos’ della partecipazione umana”. Non condivido però la tesi di Biganzoli secondo cui per Chiovini la Resistenza costituirebbe solo “un episodio” della storia complessiva, ben più importante, del territorio.
[xli] Val Grande partigiana ecc., cit., pp. 9 – 29.
[xlii] Ivi, p. 20.
[xliii] Cfr. la Bibliografia provvisoria degli scritti.
[xliv] Cfr. I giorni della semina cit., pp. 19 – 21.
[xlv] Mal di Valgrande, Vangelista, Milano 1991, pp. 8 – 9.
[xlvi] A piedi nudi. Una storia di Vallintrasca, Vangelista, Milano 1988, p. 186.
[xlvii] Cfr. note 15 e 16.
[xlviii] Impressioni e ricordi. Da Cannobio a Domodossola, cit.
Nel precedente post sul libro–reportage Infiniti passi di Gianluca Grossi mi ero riproposto di riprendere la tematica dei profughi e, più in generale, dei migranti grazie ad alcuni stimoli e riflessioni nate da quella lettura. Che trasformazioni e che reazioni questi flussi di persone inducono nelle nostre comunità? Si parla spesso di un rapporto fra culture, della difficoltà e/o della necessità di un confronto fra la loro e la nostra cultura. Ebbene, questa impostazione mi pare fuorviante e fonte di equivoci come proverò a spiegare.
Il concetto di cultura
Il discorso sarebbe lungo; provo a sintetizzarlo con un diagramma che utilizzavo all’inizio del triennio di Scienze Umane e Sociali per “mappare” le discipline caratterizzanti dell’indirizzo e contrastare l’equivoco ricorrente della confusione fra queste e le discipline umanistiche [1].
Da una parte (quella a sinistra) abbiamo le strutture e gli aspetti collettivi (sociali), dall’altra quelli individuali; le frecce verdi indicano i processi di apprendimento (dalla società all’individuo), quelle arancioni le innovazioni (le trasformazioni prodotte dagli individui nel tessuto sociale, comunicativo e conoscitivo). Nell’anello esterno abbiamo da un lato la struttura sociale ed economica, dall’altro i comportamenti dei singoli soggetti, mentre nell’anello intermedio abbiamo da un lato i codici linguistici e semiotici, dall’altro i messaggi e le comunicazioni (verbali e non) effettive fra i soggetti. Nella parte più interna viene rappresentato il concetto tradizionale di cultura: i saperi depositati (consolidati) che vengono trasmessi ai singoli individui che in tal modo acquisiscono le loro conoscenze facendole proprie e rielaborandole. Ad ogni livello e nel loro complesso i processi di trasmissione e apprendimento da un lato e quelli innovativi dall’altro fanno sì che le culture si trasformino in modo più o meno rapido nelle diverse epoche sia per fattori endogeni (es. le innovazioni tecniche ed economiche) sia per i contatti e scambi con altre culture.
Il concetto di cultura nel senso esteso sopra indicato si contrappone a quello di natura e pertanto con “culturale” si indica ogni comportamento e aspetto umano non innato; tale concezione ha sostituito, nelle scienze sociali, quello tradizionale di cultura nel senso di “sapere” (indicato anche con “cultura alta” e contrapposto a “non-sapere” o “ignoranza”) ed è stato introdotto dall’antropologia. Ora questa disciplina ha avviato i propri studi con l’analisi di società semplici e statiche, perlopiù isolate – le cosiddette società primitive – un po’ perché all’interno di un parametro evoluzionista sono state concepite come “originarie”, sia perché più facili da sottoporre ad uno sguardo “altro” rispetto a società più complesse e dinamiche: una sorta di “esperimento da laboratorio” sul campo.
Ruth Benedict, l’antropologa statunitense che ha contribuito a delineare il concetto di cultura, il rapporto fra cultura e personalità e le differenze fra i diversi “modelli”
culturali, così si esprimeva nel 1934:
“Ciò che veramente unisce gli uomini è la cultura, il costume, le idee e le norme che hanno in comune. … Non possiamo scoprire attraverso l’introspezione né attraverso lo studio di una qualsiasi società quale comportamento sia “istintivo”, cioè determinato da fattori biologici. Per classificare “istintivo” un certo tipo di comportamento, non basta provare che è automatico. La reazione condizionata [dalla cultura] è tanto automatica quanto quella determinata da fattori organici, e le reazioni condizionate dalla civiltà in cui viviamo costituiscono la massima parte del nostro comportamento automatico. Perciò il materiale più illuminante … è rappresentato dai fatti riguardanti società che abbiano il minimo rapporto storico possibile con la nostra e fra loro. … le culture primitive sono oggi l’unica fonte a cui possiamo attingere: un laboratorio in cui possiamo studiare le varietà delle istituzioni umane. Molte regioni primitive, nel loro relativo isolamento, hanno avuto secoli di tempo per elaborare i temi culturali che han fatti propri. Ci mettono a portata di mano le informazioni necessarie circa le possibili varietà di istituzioni umane, ed esaminarle criticamente è essenziale alla comprensione dei processi culturali. È l’unico laboratorio che abbiamo … per lo studio delle forme sociali” [M
odelli di cultura, Feltrinelli, Milano 1960, p. 21-22]
Con il concetto di cultura la Benedict intende contrapporsi alla concezione di eredità razziale (ivi, p. 20): non è la biologia ma la cultura a prevalere nel comportamento umano e l’eredità prevalente non è quella biologica ma quella culturale.
Ora, proprio per il fatto di applicare la nozione di cultura a gruppi statici ed isolati ha permesso di concepire “le culture” come insiemi organici e coerenti (i modelli di cultura) ben distinti l’uno dall’altro e ben delimitati (culturalmente e geograficamente) che predeterminano gran parte del comportamento di ogni specifico gruppo umano. Con questa impostazione le nozioni di cultura ed etnia tendono a sovrapporsi: gli elementi caratterizzanti di un gruppo etnico sono infatti generalmente individuati in: consanguineità, lingua, mitologia e religione, tradizioni, territorio, attività economiche e struttura socio-politica.
È quella che Jean-Loup Amselle definisce “ragione etnologica … che consiste nell’estrarre, filtrare e classificare al fine di individuare dei tipi sia in campo politico … sia in campo economico … sia in ambito religioso … sia infine in campo etnico o culturale. Tale prospettiva teorica … è uno dei fondamenti della dominazione europea sul resto del pianeta” [Logiche meticce. Antropologia dell’identità in Africa e altrove, Bollati Boringhieri, Torino 1999, p. 41-42]. “L’invenzione delle etnie è l’opera congiunta degli amministratori coloniali, degli etnologi di professione e di coloro che uniscono le due qualifiche. Essa prende fin dall’inizio la forma della «politica delle razze» così com’è praticata sia dai francesi che dagli inglesi” [Ivi, p. 56] sulla base del principio divide ut imperas. Alla ragione etnologica Amselle contrappone una “logica meticcia” ovvero un “approccio continuista” dove le culture di continuo si intrecciano e trasformano sulla base di un principio sincretico originario.
Ora è bene ribadire che le “culture” non sono “cose”, realtà effettive e immutabili, ma categorie che tendono a “fissare” una realtà in continuo mutamento. Le persone non appartengono alle culture ma fanno propri elementi di cultura che poi rielaborano, intersecano, mescolano, sintetizzano e spesso innovano. L’isolamento di singole culture, quasi fossero rinserrate in un laboratorio (Benedict), se era una “astrazione metodologica” utile per porre i fondamenti di una teoria della cultura, non è estendibile al di fuori di quelle realtà (le società cosiddette “primitive”) e soprattutto oggi quando da tempo i processi di globalizzazione intersecano tutte le culture. Quello che Amselle chiama “meticciamento culturale” è un principio universale che da sempre opera e che si pone alla base – insieme ai cambiamenti tecnologici e alla creatività individuale e collettiva – di tutti i processi di innovazione.
Il razzismo culturalista
La reificazione (o se vogliamo la “materializzazione”) del concetto antropologico di cultura e la sua diffusione e sostituzione largamente invalsa a quello tradizionale di cultura (il “sapere”, le conoscenze consolidate) unitamente al suo scivolamento semantico che lo ha in gran parte sovrapposto a quello di etnia ha fatto sì che si siano diffuse teorie razziste non più su base biologica ma, appunto, sulla base di un concetto di cultura “materializzato”. Gli individui di una determinata cultura (gli “altri”) avrebbero necessariamente un determinato comportamento ed entrerebbero necessariamente in conflitto con le “realtà” culturali (la “nostra”) che si fondano su comportamenti antitetici.
Il primo a mettere in evidenza questa nuova e “aggiornata” forma di razzismo è stato, per quanto mi risulta, Pierre-André Taguieff 
“Il nuovo razzismo ideologico si è progressivamente riformulato come un culturalismo e un differenzialismo [2], entrambi radicali, aggirando così l’argomentazione antirazzista basata sul rifiuto del biologismo e dell’inegualitarismo, pensati come i due caratteri fondamentali del razzismo dottrinale, a cui si credeva ingenuamente dl poter opporre il relativismo culturale e il diritto alla differenza. Il principio della recente metamorfosi ideologica del razzismo consiste proprio nel fatto che l’argomento dell’ineguaglianza biologica tra le razze è state sostituito con quello dell’assolutizzazione della differenza fra le culture. Di conseguenza … l’antirazzismo classico, imperniato di culturalismo e di differenzialismo, non può più funzionare da dispositivo critico efficace, dal momento che le sue tesi e argomentazioni tendono a confondersi con quelle del neora
zzismo, differenzialista e culturale. … Né i Gobineau né gli Hitler possono oggi essere trovati lì dove Ii si cerca, e i nuovi razzisti non assomigliano più a queste figure del passato.” [Il razzismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti, Cortina, Milano 1999, p. 49-50]
Tema ripreso da altri studiosi, ad esempio da Tzvetan Todorov, l’intellettuale bulgaro-francese, da poco scomparso che aveva già affrontato il tema delle teorizzazioni razziste in Noi e gli altri (1989). Così scrive nel 1996, esemplificando la concezione di Taguieff:
“Fra gli intellettuali nessuno si dichiara (per ora?) razzista. Però si sono fatte strada due forme di ragionamento, che permettono di sostenere alcune tesi razziste. La prima, che è stata analizzata bene da Pierre-André Taguieff, consiste nell’adottare un discorso che modifica la vecchia dottrina in multi punti essenziali, cosicché quelli che la praticano possono dichiarare: «Non son razzista». II discorso del vecchio razzista si fondava sulla differenza delle caratteristiche fisiche degli esseri umani. Quello che ne ha preso il posto oggi non riconosce apertamente altra differenza che quella delle caratteristiche culturali. … Il vecchio razzista sosteneva la superiorità di alcune razze rispetto ad altre; oggi ci si accontenta di insistere sulla differenza insuperabile che le separa. Insomma fino a ieri si aspirava alla sottomissione delle altre razze (alla loro eliminazione nel caso estremo dl Hitler); oggi si auspica il loro allontanamento da noi, il loro ritorno nei paesi d’origine.” [L’uomo spaesato. I percorsi dell’appartenenza, Donzelli, Roma 1977, p. 90-91]
Il tema è ripreso ed approfondito in un bel libro di Marco Aime:
“…il razzismo classico, quello biologico, appare oggi improponibile anche da parte degli eredi politici di certe ideologie che hanno caratterizzato il secolo scorso.
Pierre-André Taguieff si pone il problema di dare una definizione del razzismo che appaia sufficientemente solida a reggere le sfide del presente. Si tratta di analizzare quelle forme analoghe di esclusione che non si presentano più come razzismi puri, ma sotto le vesti dei nazionalismi, delle rivendicazioni etniche o degli integralismi religiosi. Spostandosi da un piano biologico a uno simbolico, il novo razzismo ideologico si è riformulato su basi diverse: si è trasformato in un’enfatizzazione radicale delle caratteristiche culturali. In questo modo diventa più facile, per i sostenitori di tali istanze, aggirare le accuse di razzismo e proporsi, al contrario, come paladini difensori delle specificità culturali che vengono così a prendere il posto delle vecchie, presunte, diversità biologiche. … il razzismo classico, biologico, dava vita a categorie basate principalmente sui tratti somatici degli individuai e destinate a creare una gerarchia tra i diversi gruppi umani. Il razzismo culturale elabora categorie analoghe – gerarchiche e finalizzate anch’esse alla distinzione e all’esclusione – ma fondate sui tratti culturali. Entrambi finiscono per diventare spinte alla differenziazione, che pretendono di spiegare se non addirittura di prevedere le attitudini, le disposizioni e gli atteggiamenti delle persone o dei gruppi.” (Eccessi di culture, Einaudi, Torino 2004, p. 91-93).
Un confronto fra culture?
Lo scopo di questo post non è tanto quello di denunciare vecchi e nuovi razzismi; su questo è stato scritto molto e basterebbe rimandare agli autori dei testi che ho prima sinteticamente citato. Il tema, suggeritomi dal libro di Gianluca Grossi, è quello del rapporto “nostro” (di noi residenti) con i migranti che vengono a far parte delle nostre collettività; non dal punto di vista dell’emergenza né da quello giuridico, ma appunto da quello culturale, del confronto reciproco e pertanto sociale ed educativo. Mi pare infatti che, spesso proprio da parte di chi si pone in termini di apertura nei confronti delle trasformazioni in atto, vi sia un’ottica che per certi versi riprende inconsapevolmente temi e concezioni propri delle nuove forme di razzismo culturale individuate da Taguieff, e riprese da Todorov e Aime.
Le culture, dicevamo, non sono “oggetti” ma processi in continua trasformazione. A maggior ragione la cultura (direi le culture) dei migranti; possiamo affermare che la cultura migrante, per definizione, è appunto una cultura in trasformazione o, per riprendere Amselle, una “cultura meticcia”. I migranti, ci ha ben raccontato Grossi nel suo libro, hanno compiuto un atto di rottura nei confronti della realtà originaria di appartenenza, un atto di coraggio e sono portatori di una “forza” a suo modo rivoluzionaria, trasformativa, di una volontà di “rimettersi in gioco” dentro un contesto differente. E questo mi pare valere sia per coloro (profughi e “richiedenti asilo”) che abbandonano uno scenario di guerra e di persecuzioni, che per coloro che vogliono lasciarsi alle spalle una realtà di miseria, carestia e spesso sfruttamento insostenibili.
Certo, questa consapevolezza di una frattura con il proprio passato è più spesso esplicita nei soggetti più giovani (come ben raccontava nel libro di Grossi il giovane siriano sul treno per Amburgo) e questa rottura tanto più si consoliderà tanto più il nuovo contesto non diventi fonte di delusioni e frustrazioni.
Non sono dei “disperati” o persone bisognose di compassione: sono persone che con estremo coraggio hanno rimesso in gioco la loro vita e, molte volte, quella della loro intera famiglia; che si interrogano sul loro futuro; che si fanno domande (e che ci fanno domande) sul mondo in cui viviamo; sono persone che hanno ciascuna una propria storia, delle proprie conoscenze e delle proprie competenze intellettuali, sociali e professionali, un proprio orizzonte. Non si sentono “rappresentanti di una determinata cultura” così come ciascuno di noi perlopiù non si considera quale “rappresentante” di una generica cultura italiana, europea od occidentale. Come è noto, siamo tutti culturalmente, e non solo, meticci e la nostra identità è sempre più una identità plurima.
Eppure molti progetti sociali ed educativi che si prefiggono una più agevole integrazione sono sotto il segno dell’intercultura e del multiculturalismo, del “confronto fra culture”: convegni, indicazioni ministeriali e progetti didattici, attività nelle realtà socio-educative extrascolastiche.
Questi progetti (educativi e sociali) molto diffusi di “integrazione” che assumono il carattere di un confronto (e conoscenza reciproca) fra culture diverse sono allora frutto di un equivoco, al di là delle buone intenzioni. Personalmente penso che non servano a molto e che in alcuni casi (o per alcuni soggetti) possano anche essere controproducenti. Ragionare per “culture” può infatti favorire la stereotipizzazione (gli individui sono annullati): nella realtà quotidiana non si incontrano o scontrano “le culture”, ma le persone. Il migrante, e a maggior ragione il figlio di migranti, non fa più parte di una cultura d’origine ma si colloca all’interno di una evoluzione culturale “di transizione” (da straniero a nuovo cittadino). Sono i fondamentalismi che semmai si oppongono a questa evoluzione propagando una “identità culturale” originaria che in genere è più mitica e reinventata (spesso molto modernamente veicolata da internet) che reale.
L’integrazione può più facilmente compiersi se anche dall’altra parte (i cittadini “nativi”) vi è un’analoga evoluzione nella direzione di una identità più articolata e pertanto più aperta. La comprensione ed interazione reciproca (che è in primis fra individui) può nascere dal vissuto di esperienze comuni e condivise.

“Grande esodo della popolazione albanese” e’ il titolo dell’ immagine scattata dal fotografo pugliese Luca Turi l’ 8 agosto 1991, che ritrae lo storico sbarco a Bari di circa 20.000 profughi dalla motonave albanese “Vlora”. LUCA TURI / ANSA
Un bel post di Massimo Cirri dell’ottobre scorso rispondeva a questa domanda: Che fine hanno fatto gli albanesi? Venticinque anni fa si parlava di invasione, gli albanesi rappresentavano l’emergenza del momento, tutti i media ne parlavano quotidianamente. Oggi silenzio. Sono scomparsi? Dove sono finiti? In effetti sono ancora qui, costituiscono la comunità extracomunitaria più numerosa dopo quella proveniente dal Marocco. Eppure chi ne parla più? Sono tra noi, svolgono lavori che altri non svolgono più, magari aprono ristoranti come Altin Prenga, oggi cuoco famoso di cui Cirri ci racconta la storia. E soprattutto vanno e vengono dal loro paese (non più naturalmente su carrette del mare) così come da tempo fanno i nostri migranti nel nord Europa.
È osservazione ricorrente di chi ha figli o nipoti piccoli che frequentano asili, scuole materne od elementari con la presenza di coetanei di origine straniera (cinese, latino-americana, africana …) come per loro questi compagni non siano “altri” o “diversi” e come questa “non percezione” di una diversità produca meraviglia e talora imbarazzo negli adulti. È allora il caso di introdurre una bella attività di “confronto interculturale” di conoscenza delle reciproche (diverse) culture per sottolineare una “differenza” che spesso non è percepita come tale? Non sono meglio invece, oltre alle attività scolastiche che già di fatto lavorano per una prospettiva comune, attività ludico educative, artistiche o sportive extrascolastiche che si differenziano non per “culture” ma per interessi, passioni e propensioni individuali? E qui le differenze che incidono sono semmai quelle economiche (alcune di queste attività hanno costi decisamente elevati) e possono riguardare sia bambini di origine italiana che straniera.
Paure e “mixofobia”
Sempre Taguieff nell’analisi del razzismo contemporaneo distingue tre diverse dimensioni:
- le attitudini (predisposizioni, opinioni, pregiudizi e stereotipi);
- i comportamenti (azioni, pratiche, mobilitazioni ecc. sia a livello individuale che collettivo)
- le costruzioni ideologiche (teorie, miti e dottrine elaborate da specifici autori) [ cit. p. 55].
Ora, se vogliamo mettere in atto una prevenzione sociale e culturale del razzismo e dei conflitti che può generare, la dimensione che maggiormente interessa, quella su cui occorre “lavorare” è soprattutto la prima, quella delle attitudini e delle predisposizioni.
Il razzismo ideologico frutto di costruzioni teoriche viene denominato da Todorov “razzialismo” [Noi e gli altri. La riflessione francese sulla diversità umana, Einaudi,
Torino, 1991, p. 107-108] per distinguerlo appunto dal “razzismo comportamento” che non necessariamente è supportato da una ideologia. Quest’ultimo era infatti analizzato in una sua opera precedente, risalente al 1982, dove i comportamenti dei conquistadores nei “confronti dell’altro” erano analizzati nelle loro differenze e nelle loro trasformazioni: “Il rapporto con l’altro non si costituisce in una sola dimensione … occorre distinguere almeno tre assi”. Questi assi sono:
- giudizio di valore (piano assiologico): l’altro è buono/cattivo, piace/non piace, è pari/inferiore;
- avvicinamento/allontanamento (piano prasseologico): abbraccio i suoi valori, mi è indifferente, lo sottometto-assimilo ai miei valori;
- conoscenza (piano gnoseologico): qui più che opposizione (conosco/ignoro) vi è una gradazione infinita fra minore e maggiore conoscenza dell’altro (della sua identità).
“Esistono, beninteso, dei rapporti e delle affinità fra questi tre piani, ma non c’è alcuna implicazione rigorosa … Las Casas conosce gli indiani
meno di Cortés e li ama di più; ma entrambi si riconoscono in una comune politica di assimilazione. La conoscenza non implica amore, né questo quella; nessuna delle due cose si identifica con l’altra. … La scoperta riguarda più le terre che gli uomini, nei confronti dei quali l’atteggiamento di Colombo può essere descritto in termini completamente negativi: non li ama, non li conosce e non si identifica con essi.” [La conquista dell’America. Il problema dell’«altro», Einaudi, Torino 1992, p. 225-226]
Comportamenti questi decisamente diversi da quelli di un altro conquistador: Alvar Núñez Cabeza de Vaca; naufrago vivrà per alcuni anni con gli indios e ne assimilerà lingua e cultura.
Ma come si riflette ai nostri giorni l’impatto e il rapporto con l’altro; altro che assume sempre più spesso le vesti dello straniero? Viviamo, sottolinea Zygmunt Bauman in uno dei suoi ultimi libri, nel “tempo della paura”.
“L’incertezza del futuro, la fragilità della posizione sociale e l’insicurezza esistenziale – questi onnipresenti complementi della vita in un mondo di «modernità liquida», notoriamente radicati in luoghi remoti e quindi al di fuori del controllo individuale – tendono a focalizzarsi sugli obiettivi più vicini e a incanalarsi nei timori per l’incolumità personale, quel genere di timori che a sua volta si condensa in spinte segregazioniste/esclusiviste …”. [Il demone della paura, Laterza – la Repubblica, Bari –Roma 2014, p. 31]
Da tutto questo nasce la mixofobia, la paura a “mescolarsi”, ad avvicinarsi e trovare un “modus vivendi” di civile interazione reciproca con “l’altro”, con la diversità sia “culturale” (lingua, abitudini, religione, abbigliamento ecc.) sia di altro tipo (es. orientamento sessuale, disabilità, malattia ecc.). Ora la mixofobia agisce come paura sul singolo e come separazione sociale e spaziale nella società: lo spazio urbano che tende a differenziarsi in “isole di identici”. Ora questa separazione prodotta dalla mixofobia, accentuando le differenze e la loro visibilità, alimenta a sua volta la mixofobia in una spirale che tende alla frammentazione della società privandola della possibilità di orizzonti comuni. In sostanza è un fattore regressivo che può portare o alla paralisi o al conflitto violento.
Ricordo un episodio di quattro o cinque lustri fa.
Era in visita sul Lago Maggiore un gruppo australiano di studenti delle superiori. Fermatosi a Pallanza andarono a pranzo alla mensa sociale di Villa Olimpia (non ricordo se ospiti o per scelta loro). Mentre stavano pranzando entrarono in gruppo i “ragazzi” del Centro Socio Formativo per l’inserimento lavorativo dei disabili. Fra i ragazzi australiani si manifestò un crescente disagio nel vedere i disabili pranzare in una tavolata di fianco alla loro; alcuni di loro incominciarono a sghignazzare e presto questo comportamento coinvolse l’intero gruppo. La vicenda creò scompiglio e scandalo; i ragazzi australiani e i loro accompagnatori furono giustamente redarguiti. Ora a quei tempi nella società australiana i disabili erano prevalentemente nascosti dalla società, in famiglia e negli istituti; era in forte ritardo il processo di integrazione (con forte persistenza delle “scuole speciali”). L’improvvisa “rottura” di questa separazione, il trovarsi dei giovani australiani fianco a fianco di questo gruppo di disabili aveva provocato, in modo incontrollato, la loro reazione. A riprova di come la separazione, frutto di mixofobia, a sua volta provochi ed alimenti la mixofobia stessa.
Il contatto con il diverso, con l’altro, non sempre e non necessariamente produce mixofobia; in certe persone e in certe situazioni può innestarsi un processo inverso: curiosità, interesse, avvicinamento, desiderio di conoscenza e di scambio sino ad un vero e proprio innamoramento culturale: è quello che, sempre Bauman, definisce come mixofilia.
E concludo con questa sua citazione.
“Sembra che la mixofilia, proprio come la mixofobia, sia una tendenza che si muove, si diffonde e trae vigore da se stessa. È difficile che sia l’una che l’altra possano esaurirsi o perdere vigore nel corso del rinnovamento della città e del riallestimento dello spazio cittadino
La mixofilia e la mixofobia coesistono in ogni città, ma coesistono anche all’interno di ciascuno degli abitanti della città.
È una coesistenza non facile, indubbiamente, piena di frastuono e furore, ma ha una grande importanza per i destinatari finali dell’ambivalenza liquida moderna.
Considerando che gli estranei sono destinati a condurre le loro vite in compagnia gli uni degli altri ancora per molto tempo, a prescindere dalle svolte e dai cambiamenti futuri della storia urbana, l’arte di convivere pacificamente e felicemente con la differenza e di trarre beneficio dalla varietà di stimoli e di opportunità acquista un’importanza di primo piano tra le capacità che un cittadino deve (e farebbe bene a) imparare e mettere a frutto”. [Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Laterza, Roma Bari 2007, p. 103]
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[1] Il diagramma era introdotto da una presentazione e da una esercitazione:
- Le scienze umane e sociali dette anche scienze umane o scienze sociali o, ancora meglio, scienze della cultura, sono apparse come discipline scientifiche e autonome in tempi recenti (in gran parte negli ultimi due secoli). Hanno per oggetto la/le cultura/e, ovvero tutti i comportamenti individuali e collettivi che distinguono fra loro gli uomini e le società umane. Si tratta di comportamenti tramandati ed appresi e pertanto non innati (cultura ← VS → natura).
- Vanno pertanto distinte e non confuse:
- né con le scienze naturali che hanno per oggetto l’uomo (es. anatomia umana)
- né con le discipline umanistiche che hanno per oggetto i prodotti della creatività artistica e letteraria (es. storia della letteratura)
- Osservate il seguente diagramma e collocate quindi al suo interno le diverse Science umane sociali (Scienze della cultura).
[2] Il differenzialismo è definito da Taguieff come il “far prevalere le appartenenze particolari rispetto all’appartenenza al genere umano; dottrina fondata su un radicale relativismo culturale che postula l’incommensurabilità delle culture e la loro chiusura in se stesse”.
L’Open day 2016 della Biblioteca Aldo Aniasi è stato dedicato al tema dei migranti in fuga dall’area di guerra del medio oriente e, in particolare, al fotografo e scrittore Gianluca Grossi con la presentazione di una sua mostra fotografica e del suo libro Infiniti passi. In viaggio con i profughi lungo la via dei Balcani (Salvioli, Bellinzona 2016), testo poco conosciuto in Italia ma che, con l’editore svizzero, è già arrivato alla quarta ristampa.
Gianluca Grossi è un giornalista e fotoreporter indipendente attivo sui fronti di guerra, in particolare, nel Medio Oriente, che ha fondato la Weast Production, una agenzia giornalistica che opera sia in Svizzera che in altri paesi. Sul quotidiano ticinese laRegione cura la rubrica settimanale Il senso del taccuino i cui articoli, accompagnati ciascuno da una fotografia, sono stati raccolti in una selezione che è stata di recente pubblicata (edizioni laRegione, Bellinzona 2016).
“Il «senso del taccuino» è il sesto senso del giornalista. È un istinto, che fiuta la presenza di una storia da farsi raccontare per poi raccontarla. Non esistono storie grandi e storie piccole, storie da narrare a tutti i costi e storie trascurabili. La loro importanza dipende dall’attenzione che siamo disposti a riservare loro. … La guerra è difficile da raccontare perché innesca una reazione di autodifesa incarnata dalla chiusura. …
La gente, di fronte alla guerra, ha paura. Per non dovere ammettere questo sentimento, prova (fingendo) a tirare dritto, oppure a convincersi che la guerra è qualcosa che riguarda soltanto gli altri, mai noi. Il racconto (a parole, in immagini) può abbattere i muri della paura: può farlo a condizione di utilizzare un linguaggio che rechi su di sé, ben visibili, i segni e le ferite causati dall’essersi esposto alla realtà. … Il «senso del taccuino» è uno sguardo sul mondo. Tutto il mondo: quello al di fuori dalla porta di casa e il mondo vasto, dentro il quale si consuma la commedia e la tragedia dell’essere umano. Nasce dalla consapevolezza che il mondo non si racconta mai abbastanza …
La realtà, anche quando si dissimula – o forse proprio quando – ci chiede di essere raccontata. Raccontata magari con una immagine. Che cosa fa un’immagine? Ci chiede di essere osservata e immaginata: chiede, cioè, che siamo noi a continuare il racconto di cui è depositaria, quasi fosse l’inizio di un libro congelato nel suo incipit.”
Nel giugno 2015 Grossi è ad Istanbul; per le vie osserva, a lato della strada, dei bambini che suonando malamente improvvisati strumenti o tentando di vendere oggetti di poco valore chiedono la carità; li fotografa e raccoglie la loro storia. Sono figli di profughi siriani, gestiti da organizzazioni locali, che in questo modo raccolgono soldi per permettere alle loro famiglie di transitare dalla costa turca alle isole greche. Il fotografo decide di recarsi a Lesbo per documentare l’arrivo dei gommoni con i profughi; e da lì, senza averla programmata prima, inizia una sua personale avventura: quella di seguire il lungo viaggio dei profughi dalle isole greche, attraverso i Balcani, sino in Germania e poi oltre, sino alla Svezia.
Da questa esperienza è nato il libro che non è solo un reportage, ma un romanzo-verità in cui non solo gli eventi sono raccontati ma soprattutto le testimonianze raccolte e le emozioni e riflessioni dell’autore scaturite da quell’esperienza.
Quando Infiniti passi è stato presentato non avevo letto il libro: l’unica copia a disposizione era stata “assegnata” alla relatrice (Antonella Braga) per la presentazione. Naturalmente è stata anche l’occasione per procurarmene una copia. L’ho ripreso in mano il mese scorso e, visto che su aNobii nessuno l’aveva recensito, ne ho scritto una presentazione che riporto di seguito. I numerosi stimoli derivati da questa lettura, unitamente al contesto internazionale e nazionale sul tema dei profughi e dei migranti, mi hanno suggerito alcune riflessioni, abbastanza dissonanti con quello che sul tema di solito si legge a destra e a manca, che proverò ad esplicitare in un prossimo post.
Non solo un reportage
Gli infiniti passi dei profughi. Questo è l’oggetto. Ma come definire questo libro?
Ci si potrebbe limitare ad affermate che è un reportage di viaggio (giugno – agosto 2015) di un fotografo-giornalista che ha vissuto a fianco dei profughi che dalla Turchia hanno raggiunto la Germania, attraverso Grecia, Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria e poi di alcuni che hanno proseguito attraverso la Danimarca sino alla Svezia. I risvolti di copertina che ci presentano l’autore “reporter e fotografo indipendente” nativo di Bellinzona, attivo sui fronti del medio oriente e una cartina con l’itinerario dalla costa turca alla Svezia meridionale sembrerebbero confermarci questa prima impressione: una cronaca di “viaggio con i profughi lungo la via dei Balcani” come suggerisce anche il sottotitolo.
Bastano però poche pagine per capire che abbiamo tra le mani un libro molto più complesso: innanzitutto il viaggio compiuto dal reporter è rivissuto sotto forma di romanzo dove l’autore si sdoppia in due personaggi, entrambi foto-reporter con esperienza sui fronti di guerra: Alexander il più anziano, noto fotografo berlinese, ha un approccio più tradizionale ed è convinto che le crude immagini di guerra possano contribuire a cambiare quella tragica realtà, anche se poi gli eventi lo costringeranno a ripensare il suo approccio; il secondo, Arthur, inglese, ha un orientamento più disincantato, sa che non sono le fotografie a cambiare il mondo e pensa che servano soprattutto a conoscere delle storie, alcune tra le infinite vicissitudini che si snodano e talvolta si intrecciano nella contemporaneità globale degli eventi.
A quelli dei due reporter si alternano i punti di vista di Saber, originario di Kabul, che è determinato, anche passando attraverso tragiche traversie, a portare la propria famiglia, la moglie e quattro figli, in Germania e quello di Malika, giovane profuga siriana a suo modo anch’essa fotografa, “attivista pacifica” delle proteste contro il regime siriano ma costretta poi ad abbandonare il proprio paese con l’avanzare del fondamentalismo dello Stato islamico. E poi i tanti incontri e situazioni che vanno a comporre il quadro di una ondata migratoria inarrestabile.
Si appunta Alexander: “Eccomi qui. Finalmente. Sono arrivato da poco sull’isola di Lesbo, in Grecia. Non mi è servito molto tempo per capire che sta succedendo qualcosa di grosso. Mi è bastata la vista di migliaia di giubbotti galleggianti abbandonati lungo le spiagge. Dalla macchina, ho visto centinaia di persone camminare in lunghe file indiane sulle strade dell’isola. Fa un effetto indescrivibile. È come se interi popoli si fossero messi in movimento, sfidando confini e distanze. Camminano come se fossero attirati da un magnete. Avanti e sempre avanti. Queste persone stanno compiendo un atto di coraggio. Cercano una nuova vita e sono convinte che la troveranno”. [p. 88-89]
Una spinta a suo modo rivoluzionaria di chi ha lasciato alle spalle una precedente “vita fatta a pezzi” decidendo che quella vita non si poteva più sopportare e che era meglio rischiare il tutto per tutto per trovare, per sé e soprattutto per i figli, la possibilità di un futuro più decente. Rompendo con il passato. Consapevolmente, almeno per i più determinati.
Sul treno per Amburgo un giovane siriano lo spiega ad Arthur.
«So che molte persone che stanno andando in Europa avrebbero potuto restarsene a casa loro», riprese a dire il ragazzo, «perché la loro condizione, una volta arrivati, non migliorerà di un centimetro rispetto a quella che conoscono da sempre. E sai perché?». Arthur non rispose. Il ragazzo attese che la domanda creasse l’aspettativa che si meritava. «Perché sono partiti portandosi dietro tutto quello che pensano di essere e tutte le cose che ritengono abbiano un significato irrinunciabile nella loro esistenza: la lingua, la cultura, la religione. Tutte frottole, credimi». Arthur non faticava a credergli, la pensava all’incirca come il ragazzo.
«Quando arriveranno diranno io sono questo e quello, ho sempre vissuto così e così e voglio continuare a essere la persona che ero e a vivere come prima. È un errore. Quando decidi di andartene dal tuo paese puoi portarti soltanto i ricordi, che sono come vecchie fotografie che sceglierai di guardare nei momenti in cui non avrai altro da fare. Non puoi, però, continuare a vivere dentro quelle fotografie».
Il ragazzo fece una pausa. … «Quando lasci il paese nel quale sei nato devi accettare che le tue origini non raccontino più nulla di te. Devi diventare un altro, essere pronto a diventarlo. Non è necessariamente un fatto negativo: ti permette di cominciare davvero una nuova vita, è un po’ come se rinascessi, da un’altra parte del mondo. … . Una volta giunto in Germania, io non sarò più il ragazzo che viveva ad Aleppo, mai più. Francamente, non mi interessa nemmeno restarlo. Capisci? … Sarò diverso. Nuovo. Ecco: sarò nuovo». … Arthur capiva. [p. 240-242]
Ma, se la grande migrazione costituisce il nucleo portante della narrazione, altri temi sono ricorrenti e scavano in profondità. Innanzitutto la guerra, retroterra delle migrazioni e del vissuto dei due reporter. Serve documentarla? Ha un senso il lavoro del reporter? Come rappresentarla, fotografarla, raccontarla per impedirne la rimozione o la banalizzazione? C’è un senso nell’orrore assurdo e ripetitivo dei conflitti?
“Gli venne in mente un giorno di qualche anno prima, a Kabul. Il ricordo uscì dal nulla e si portò dietro l’immagine di lui in piedi davanti al letto d’ospedale di una bambina di tre anni. Non riusciva a stare ferma. Gli infermieri l’avevano legata alla testa e ai piedi del letto con strisce di stoffa strappate a un vecchio lenzuolo. La bambina sembrava crocefissa. Poteva muovere soltanto la testa. L’avevano immobilizzata per evitare che si strappasse gli aghi che le avevano infilato nelle vene. Soffriva tantissimo. Il medico gli aveva spiegato che era stata colpita da una cassa militare paracadutata da un aereo britannico nel sud dell’Afganistan: il suo bacino era finito in frantumi come un giocattolo di gesso. Nessuna bomba, nessun talebano, nessun soldato. Era stata una cassa. Questa storia, Arthur l’aveva raccontata, fatta vedere con i suoi scatti. Eppure non si era alzato nessuno per dire basta, basta guerra, basta stronzate, basta bugie sull’Afganistan e tutto il resto. Aveva concluso che la guerra andava bene. Andava bene a tutti. Nel letto di quella bambina afgana si nascondeva la verità, comodamente ignorata dal mondo intero, e in fondo anche da lui: quanto ci avrebbe davvero pensato a quella guerra una volta partito dall’Afganistan?” [p. 77-78].
Sarà Malika, l’attivista siriana, ormai in dirittura d’arrivo alla sua meta, a suggerire (e confermare) ad Arthur il rapporto fra rappresentazione e (non) senso della guerra: Goya.
«Conosci I disastri della guerra?», chiese ad Arthur, che annuì con la testa. «Io quelle acqueforti le ho viste soltanto su internet», continuò Malika, «e per me rappresentano quanto di più vero e profondo e disincantato sia mai stato non soltanto disegnato o dipinto, ma anche fotografato, detto e scritto sulla guerra. … Perché io che ho vissuto la guerra a casa mia ho capito che Goya ha saputo mostrarla per com’è davvero. Ha saputo farci vedere che la guerra, quando esplode, finisce con l’occupare ogni spazio della realtà che ci circonda e ogni angolo della nostra mente e della nostra anima. Trasforma le vittime e i carnefici in maschere senza nome e quello che più mette orrore, nel guardarle, è capire come esse possano passare da una persona all’altra, da un volto all’altro, da una vita all’altra con assoluta indifferenza. … La guerra esalta il caso, ne canta le lodi e si fa beffe della credulità di chi vede nel bene una forza capace di opporsi al male. La guerra trasforma la vita in un patibolo, anzi: condanna la vita al patibolo. Questo aveva disegnato Goya. E questo ho visto con i miei occhi».
«Tutta questa violenza», disse Arthur, «non serve a nulla». [p. 250-251]
Ma allora, la verità? Con quale sguardo cercarla? Una fotografia rappresenta la verità o uno sguardo superficiale ed ingannevole? Quando Alexander riconosce, nella foto di un quotidiano rappresentante i naufraghi di un gommone rovesciatosi durante la traversata dalla Turchia a Lesbo, gli appartenenti della famiglia di Saber che aveva conosciuto e fotografato a Kabul, è preso da rabbia e frustrazione.
“«Perché Saber non mi ha detto nulla sulla sua intenzione di raggiungere l’Europa?» … Con i suoi scatti aveva assecondato lo sguardo di chi era disposto ad assecondare l’esistenza di persone come Saber a condizione che accettassero l’immutabilità del loro destino, senza avanzare pretese. Se avessero avanzato delle pretese, non sarebbero mai esistite. Come aveva potuto pensare che quelle fotografie sarebbero servite a qualcosa? A cambiare il mondo? O anche soltanto la vita di Saber?
Quante domande. Tutte violente. Dolorose.” [p. 84 – 85]
Da quel momento decide di ritrovare quella famiglia e il suo tragitto interseca quello dell’alter ego, di Arthur, che da Istanbul e poi Lesbo sta seguendo la rotta dei profughi e, in particolare, quella di Malika. Nel reciproco itinerario Alexander e Arthur si incrociano, si incontrano e poi via mail si scambiano informazioni e soprattutto interrogativi sul loro mestiere. Come ci avvisa l’autore nella premessa di questo testo che, oltre ad essere un romanzo-reportage, è anche un trattato di filosofia pratica sullo sguardo, sulla fotografia e sul linguaggio giornalistico:
“Alexander e Arthur, ciascuno in modo diverso, forniscono alcuni spunti per cominciare a ragionare insieme su come raccontare il mondo affinché torni a significare qualcosa per tutti.”

Ed in coda al volume 42 fotografie suddivise in sei sezioni (Istanbul, Lesbo, Idomeni, Stazione di Gevgelija (Macedonia), Serbia e Ungheria-Austria-Svezia) non in successione ma assemblate in una sorta di dépliant pieghevoli sulla nostra contemporaneità, su ciò che accade, proprio oggi, mentre leggiamo questo libro e guardiamo quelle foto. Foto che rifuggono sia dal vizio estetizzante della bella immagine, ormai sempre più alla portata di tutti grazie alla strumentazione tecnica di postproduzione fotografica, sia alla ricerca dell’effetto scioccante, dell’emozione forte, dell’orrore e della tragicità in grado di scatenare le emotività. No, sono foto che fanno pensare, che ci interrogano sullo sguardo del fotografo e di conseguenza sul nostro, su cosa sta avvenendo e perché. Foto che abbisognano di parole e pensieri. Una scelta iconica difficile, controcorrente direi, ma del tutto congruente con le pagine scritte che le precedono.
Mancano ormai pochi giorni al referendum e il clima elettorale non invoglia certo ad intervenire: assistiamo al prevalere dei pasdaran delle opposte tifoserie, ad un incattivimento che sta producendo sfracelli non solo dentro organizzazioni e ambienti politici e sociali, ma anche nelle famiglie e nelle amicizie (cari amici che quasi non si salutano più o che tutt’al più per quieto vivere rinunciano al reciproco confronto, il che non è certo un bel segno); il tutto, qualunque sarà il risultato, lascerà ferite e strascichi difficili da ricomporre. Un clima che non facilita la discussione e penso terrà lontano dal voto i molti indecisi.
Ero pertanto incerto se esprimere in questo blog il mio convincimento (che si è rafforzato non tanto per il brutto dibattito ma andando a rileggere il testo su cui andremo a votare); penso però che sia un mio dovere quale cittadino attivo. Non pretendo certo di convincere nessuno ma semmai porre l’accento su alcuni aspetti che mi paiono centrali.
Il testo
Come di usa fare per ogni testo parto da una analisi formale dicendo cose in parte scontate ma anche altre che mi pare restino in ombra. Faccio riferimento al testo della proposta (qui consultabile) che permette il raffronto fra il testo costituzionale vigente e le modifiche su cui dobbiamo votare. La proposta riguarda come è noto 47 articoli (sui 139 della Costituzione vigente)
- Parte I: Diritti e doveri dei cittadini.
- Titolo IV. Rapporti politici: art 48
- Parte II: Ordinamento della repubblica
- Titolo I. Il Parlamento
- Sezione I. Le Camere: art. 55, 57, 58, 59, 60, 61, 62, 63, 64, 66, 67, 69
- Sezione II La formazione delle leggi: art. 70, 71, 72, 73, 74, 75, 77, 78, 79, 80, 81, 82
- Titolo II. Il Presidente della Repubblica: art. 83, 85, 86, 87, 88
- Titolo III. Il Governo
- Sezione I. Il Consiglio dei Ministri: art. 94, 96
- Sezione II. La Pubblica amministrazione: art. 97, 99
- Titolo V. Le Regioni, le Province, i Comuni (diventa “Le Regioni, Le Città metropolitane e i Comuni”): art. 114, 116, 117, 118, 119, 120, 121, 122, 126, 132, 133
- Titolo VI. Garanzie costituzionali
- Sezione I. La Corte Costituzionale: art. 134, 135
- Titolo I. Il Parlamento
All’interno di questo cambiamento vi è l’abrogazione di 2 articoli (art. 58 e 99) e di cinque commi 5 commi di altrettanti articoli (art. 57/2, 62/3, 83/2, 117/3, 133/1). Dovremmo aspettarci una costituzione più snella, come si è più volte detto una semplificazione. Da una prima lettura ho subito avuto l’impressione contraria e ho provato a fare il conteggio delle parole in più e in meno con questo risultato: nonostante gli articoli e i commi abrogati la costituzione che esce dalla proposta contiene ben 1918 parole in più (ho fatto i conteggi due volte e non escludo qualche imprecisione ma l’ordine di grandezza è sicuramente questo: a un primo conteggio mi veniva 1915, numero – e data – che mi ha fatto sobbalzare per l’infausto riferimento storico; alla seconda il forse meglio augurante 1918).
Un primo problema è pertanto quello della leggibilità; su questo aspetto molti hanno parlato: molti articoli sono di difficile comprensione (non solo il citatissimo art. 70: si possono citare fare ad esempio gli articoli 55, 72, 77). Si fa inoltre largo utilizzo uso di un metodo di formulazione (il rimando a commi di altri articoli) in largo utilizzo nella formulazione legislativa ma che non dovrebbe far parte di una Costituzione rendendo ancor più difficile la lettura per i non esperti di diritto e legislazione. La percezione è quella di una scrittura affrettata che avrebbe bisogno di una ripulitura e chiarificazione linguistica. Cura dei padri costituenti è stata anche questa: un testo a portata di ogni cittadino e fonte prima di ogni formazione civile in ogni ordine di scuola. Con la nuova proposta è evidente che si scinde (o si rende comunque problematico) un possibile rapporto di immediata ed esplicita identificazione fra cittadino e Costituzione repubblicana.
Ma non è questo il nodo principale: se cambia parte di un testo cambia anche il significato del co-testo. Non è necessario essere esperti di analisi testuale: il cambiamento di articoli di una sezione ovviamente determina il significato anche degli altri articoli della stessa sezione. Lo diceva già Schopenhauer: un testo è un organismo, ogni parte di un testo interagisce con tutte le altre parti del testo e con il testo complessivo. Un cambiamento così cospicuo (47 articoli su 139, quasi duemila parole in più) pertanto non dà vita a una “revisione” dell’attuale Costituzione, ad una “riforma”, ma a un’altra costituzione. E questo vale anche per la prima parte e i primi 12 articoli (i Principi fondamentali). Non cambiano nella loro formulazione diretta ma assumono evidentemente un significato diverso in quanto le altre parti del testo costituzionale (del co-testo) ne sostanziano il significato. Se si modificano ad esempio (e in modo significativo) le modalità di esercizio della sovranità popolare è evidente che cambia il significato dello stesso art. 1. E chi come Benigni afferma “…ma i principi fondamentali non cambiano” fa un insulto non alla nostra ma alla sua stessa intelligenza.
Due Costituzioni
Abbiamo pertanto di fronte la scelta fra due diverse costituzioni; le modifiche sono tali che quella proposta è di fatto un’altra costituzione. È ovvio che non vi è nulla di illegale nel percorso che ha portato alla proposta di una diversa formulazione della Costituzione. È previsto dalla stessa costituzione (art. 138) e è appunto su questa scelta dobbiamo votare: Costituzione vigente, nuova Costituzione.
Certo c’è un altro aspetto che alcuni chiamano “vizio di forma”; io direi di “modalità” con cui si è arrivati alla sua formulazione e approvazione: non una scelta ampiamente condivisa, e nemmeno una scelta partita dal parlamento, ma dal governo e approvata (e questa è senz’altro una anomalia) anche con voti di fiducia. Su questo si è discusso molto e non mi soffermo (tempi accelerati con voti di fiducia ecc.). Certo questa modalità è tale che divide, che crea fratture non facilmente sanabili, sia che vinca il sì che il no (e il fatto che si dica – e allo stato attuale non c’è altro modo di dirlo – che qualcuno vinca e altri perda sulle regole (sulle regole fondanti della Costituzione) e non all’interno delle regole (come avviene e deve avvenire nelle normali competizioni politiche) produce una lacerazione nel paese di cui non avevamo certo bisogno (mi riferisco ovviamente al governo, visto che è sua la proposta, e non al fronte del sì che è più variegato, anche nelle motivazioni).
Faccio a questo punto due citazioni, prese da due diversi momenti del dibattito politico, ma che possono far riflettere molto su quello attuale.
“Ancora una volta, in questa occasione emerge la concezione che è propria di questo governo e di questa maggioranza, secondo la quale chi vince le elezioni possiede le istituzioni, ne è il proprietario. Questo è un errore. È una concezione profondamente sbagliata. Le istituzioni sono di tutti, di chi è al governo e di chi è all’opposizione. La cosa grave è che, questa volta, vittima di questa vostra concezione è la nostra Costituzione” (20.10.2005) [1]
“È opinione diffusa, se non pressoché pacifica, che l’adozione di sistemi elettorali maggioritari debba essere accompagnata da una riconsiderazione del sistema di garanzie costituzionali. Una democrazia maggioritaria matura (cosiddetta democrazia dell’alternanza) si fonda infatti sulla comune e diffusa convinzione che il principio maggioritario debba dispiegarsi appieno per quanto riguarda le scelte di governo ma trovi un limite invalicabile nel rispetto dei principi costituzionali, delle regole democratiche, dei diritti e delle libertà dei cittadini: principi, regole, diritti, libertà che non sono e non possono essere rimessi alle discrezionali decisioni delle maggioranze pro tempore. È, questo, il pilastro principale del costituzionalismo moderno, prodotto maturo di una lunga e contrastata stagione storica terminata con l’affermazione dei principi e dei valori della cultura democratica e liberale”.
Si tratta della premessa alla proposta di legge Costituzionale n. 2115 (art, 64, 83, 136 e 138) presentata il 28 febbraio 1995 e firmata fra gli altri da Mattarella, Napolitano, Fassino, Veltroni e molti altri.
L’articolo 4 proponeva di cambiare il primo comma dell’articolo 138, elevando la soglia minima per la revisione della Costituzione con l’approvazione per ciascuna Camera delle leggi costituzionali alla “maggioranza dei due terzi dei suoi componenti con due successive deliberazioni separate da un intervallo non inferiore a tre mesi”. Se quella riforma, allora proposta anche da qualche attuale fervido sostenitore del sì, si fosse attuata, la “nuova” Costituzione, approvata a semplice maggioranza, non avrebbe superato il voto parlamentare e non saremmo qui a dividerci fra il sì e il no.
Il quesito
C’è un terzo aspetto, formale e sostanziale, su cui mi pare ci si soffermi poco. Riguarda il quesito. Non mi riferisco alla sua formulazione. Che il modo in cui è formulato sia una forzatura propagandistica è evidente. Una “furbata” da un lato – basta notare come il presidente del Consiglio lo visualizzi con enfasi in ogni suo intervento a favore del sì – e nello stesso tempo segnale della parallela poca avvedutezza (diciamo così) dei suoi oppositori. Non sarà certo questo (il modo in cui è formulato) a spostare gli italiani verso una o l’altra direzione (sarebbe fare un’offesa in questo caso alla loro intelligenza).
Mi riferisco al fatto che appunto sia un unico quesito. Sempre nella proposta del febbraio 1995 sopra ricordata, si proponeva questa formulazione: “Il referendum è richiesto e indetto per ciascuna delle disposizioni sottoposta a revisione, o per gruppi di disposizioni tra loro collegate per identità di materia”. In sostanza se quella revisione fosse oggi in vigore (e la proposta fosse stata votata dai due terzi di entrambe le Camere) oggi andremmo a votare su più quesiti come sosteneva Valerio Onida.
Così non è e tutto sommato, allo stato attuale, mi pare che sia meglio così. Purché se ne prenda atto sino in fondo sia nel dibattito che nella decisione che ognuno di noi deve assumere. Se fossero stati più quesiti tutto il discorso che ho fatto sin qui (le due Costituzioni) evidentemente cambierebbe.
Si vota sull’insieme della proposta, sul suo significato complessivo. Se viene approvata si entra in una nuova forma costituzionale; la “seconda repubblica” non è mai esistita, è stata solo una formulazione politico giornalistica: in questo caso direi che sì, si entrerebbe in una nuova forma di repubblica.
Mi pare che, a parte i toni dello scontro e le invettive reciproche, sia qui il principale difetto del dibattito a cui assistiamo. Da una parte e dall’altra ci si sofferma su questo o quell’altro aspetto (condivido per questo, non condivido per quell’altro ecc.) e non sull’insieme della proposta che non è stata esplicitata (e dall’altra parte quasi mai criticata) nel suo impianto complessivo (se non con slogan elogiativi – nuovo vs vecchio e simili– oppure denigrativi – democrazia vs autoritarismo se non addirittura dittatura-). In sostanza non siamo semplicemente chiamati a votare se le proposta di un nuovo rapporto Stato-Regioni ci convince, o il nuovo assetto del Senato e sul suo modo di essere eletto/nominato, sul modo di contenere i costi delle istituzioni, sul Cnel o quanto altro.
La domanda del 4 dicembre
La vera domanda è: dentro questo nuovo impianto costituzionale mi sento (mi sentirò) di appartenere come cittadino di questa nazione qualunque sia (e sarà) il presidente del consiglio e il partito a cui esso appartiene (apparterrà)? In passato, almeno per me (ma penso per tutti o quasi), è stato così anche quando mi identificavo culturalmente e politicamente con l’opposizione. Questa nuova proposta ci va bene, ci convince anche se il/i vincitore/i di tutte le prossime (e future) elezioni siano pur anche il peggio che ognuno di noi possa auspicare?
E allora il quesito del 4 dicembre si declina in altri quesiti. A quali problemi risponde (o cerca di rispondere) la proposta approvata a maggioranza dal parlamento? Si tratta certamente di problemi effettivi: la crisi della politica (o meglio la crisi dei partiti democratici e della loro capacità di rappresentare i cambiamenti della società) che si riflette anche nella costante riduzione della partecipazione alle elezioni, la crisi del potere degli Stati rispetto alla internazionalizzazione della finanza e delle scelte economiche, la velocità dei cambiamenti tecnologici, economici, sociali, internazionali di cui la crisi migratoria è un aspetto e pertanto la necessità di dare risposte più efficaci. Non la faccio lunga, il quadro (il con-testo) anche se non “conosciuto a fondo” penso sia senz’altro percepito da tutti nella sua complessità.
Ora di fronte a questo contesto, certamente complesso e problematico, mi sembra ci possano essere due risposte – o meglio due linee di tendenza – diverse. Non prendo in considerazione le “risposte di pancia” (alziamo i muri, usciamo dall’Europa e dall’euro, buttiamo a mare tutti i politici e mettiamo al governo dei semplici cittadini …) evidentemente irrazionali.
Una prima linea di tendenza è quella che possiamo chiamare neoliberista: accentramento del potere decisionale, più potere ai “tecnici” e meno alla politica tradizionalmente intesa. Siccome la situazione è sempre più complessa si risponde cercando forzature semplificatrici. Direi andando verso una democrazia più tecnocratica e più oligarchica, meno partecipata. La proposta governativa va in questo senso? mi pare proprio di sì anche se in modo pasticciato (un po’ un “vorrei ma non lo dico”), soprattutto nel ridurre i contrappesi (ad es. il capo dello Stato diventa di fatto espressione della maggioranza e da questa può esser messo in stato di accusa rovesciando il rapporto fra controllore e controllato), nel ridurre il ruolo diretto dei cittadini con “elezioni” (di fatto “nomine”) di secondo livello (sperimentate e tutt’ora ancora in campo per le Province), con la riduzione delle rappresentanze e la formazione (auspicata) di un “corpo politico” più coeso e competente; non mi piace la parola “casta” che è impropria e polemica, ma si andrebbe nella formazione – dai sindaci al parlamento – di un corpo politico più ridotto e sempre più a tempo pieno e pertanto sempre più proteso a perpetuarsi. La proposta va in questa direzione ma avrebbe dovuto esser più coerente e soprattutto esplicitata in quanto tale. Ma oltre ad esser pasticciata e in parte incoerente (ad es. il ruolo del Senato che “rappresenta le istituzioni territoriali” e nello stesso tempo concorre legislativamente al “raccordo fra lo Stato e l’Unione Europea”) non tiene conto che queste politiche (a partire da Blair) hanno fallito, hanno fatto il loro tempo. Nate tra l’altro nell’ottica dell’alternanza fra due poli ma riproposte oggi quando ormai la bipolarità della politica è superata nei fatti con la presenza – non solo in Italia ma in buona parte dei paesi occidentali – da una pluri-polarità (tre o più poli), riflesso evidente della complessità (socio-economica oltreché politica) del mondo in cui viviamo.
Quale altra strada si può intraprendere? Quella di una rivitalizzazione della Costituzione attuale (non escludendo ponderate e soprattutto condivise modifiche) nella direzione di una maggiore partecipazione. Certo non una partecipazione ingenua (tutti che discutono di tutto) a suo tempo già messa alla berlina da Moretti (“apriamo un dibattito”) ma una partecipazione dove le competenze diffuse presenti nella società (che sono nel loro complesso molto più estese di quelle che uno o più partiti politici possano acquisire) trovino modo di esprimersi e interagire con le istituzioni e le rappresentanze politiche in forme di elaborazione e di consultazione in forma diretta ed anche digitale. Si parla giustamente della necessità di dar vita ad una “cittadinanza digitale” che si realizzi in modo diverso da quella deludente espressa oggi dai social network. Non mi pare che in questa prospettiva di una partecipazione ed elaborazione diffusa – tutta da costruire e su cui siamo in enorme ritardo – il punto centrale consista nella revisione costituzionale.
Il voto
Più di un commentatore ha detto: “Ma qual è la proposta del no?” La domanda non ha senso. C’è una proposta (complessiva) del governo che può essere o non essere condivisa. Chi la condivide voterà sì, che non la condivide voterà no. Non c’è e non può e non deve essercene un’altra perché una sola è la proposta in campo e i motivi di non condivisione possono esser diversi.
Certo, se la proposta del governo – come mi auguro – non verrà approvata, si apre la possibilità, fra le forze democratiche che vogliano tentare di affrontare la complessità dei tempi, un lavoro lungo e faticoso di elaborazione e sperimentazione.
Non penso siano opportune scorciatoie ed alcune possono essere anche pericolose. Ce n’è una in particolare che mi preoccupa e quel numero (1915) che mi era risultato dal primo conteggio mi era sembrato come un campanello di allarme. La maggior velocità e facilità delle maggioranze a prendere le decisioni riguarda anche l’art. 78 del testo laddove la sola camera “a maggioranza assoluta” e pertanto, con un sistema elettorale maggioritario, rappresentante di una minoranza di cittadini (sia pur la minoranza maggiore – sembra un ossimoro ma non lo è) “delibera lo stato di guerra” e “conferisce al Governo i poteri necessari”. Poteri che includono (art. 60) il potere di prorogare la durata della camera rinviando le elezioni. Siccome è possibile (e purtroppo anche verosimile) che prima o poi emerga un “Trump” italiano (non credo tra i leader oggi in voga) magari in grado di vincere le elezioni, la cosa non solo mi preoccupa, ma francamente – pensando in particolare a figli e nipoti – mi terrorizza. Semplificare e rendere facili e rapide le decisioni non necessariamente è saggio.
In sintesi voterò no, come ho spiegato, non guardando questo o quell’aspetto (con cui magari posso anche esser d’accordo) ma guardando all’insieme di nuova Costituzione sottoposta al voto referendario perché non la condivido quale risposta alla complessità del presente, perché la ritengo inefficace e pasticciata anche rispetto agli obiettivi che si pone, perché soprattutto la ritengo pericolosa qualora a capo del governo (non importa se fra un anno o fra dieci o venti) possa arrivare qualcuno orientato ad utilizzarla in un’ottica autoritaria.
Mi sembrano considerazioni razionali (che evidentemente non pretendo siano da tutti condivise) e mi spiace che il dibattito pubblico abbia preso altre strade. Certo non nego che insieme a queste mie considerazioni vi sia anche un aspetto emozionale che nasce dalla riconoscenza verso chi – molti pagando con la vita – questa nostra Costituzione ha permesso di nascere e, sulla base delle esperienze di quei giorni di guerra, di resistenza e di frammenti di libertà (le zone libere, a partire da quella nostra ossolana), ne ha posto i primi fondamenti non solo pratici ma anche politici e giuridici. Un cambiamento di ampia portata come quello proposto dal governo attuale penso abbia dovuto – nelle modalità di approvazione e nella qualità giuridica e linguistica del testo – essere più congruente (direi anche più rispettoso) della Costituzione vigente e di chi l’ha fatta nascere.
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[1] Onorevole Sergio Mattarella, il 20 ottobre 2005: intervento sull’allora riforma costituzionale approvata dal governo Berlusconi e poi bocciata dal referendum.
La Casa della Resistenza di Fondotoce, in particolare dopo la ristrutturazione completata nel 2008, è dotata di una vasta area espositiva; molte le mostre ospitate, sia quelle da noi stessi realizzate che le molte altre allestite su nostra iniziativa o proposteci da altri enti e associazioni. Il nostro sito web, di recente rinnovato nella sua veste ed arricchito di nuovi contenuti, contiene fra l’altro un elenco dettagliato delle mostre in nostro possesso, già esposte alla Casa e disponibili per prestito gratuito temporaneo ad enti, associazioni e scuole che ne vogliano far richiesta [1].
Risalendo indietro nel tempo, la prima di queste (Libri fascisti per la scuola), presentata nel giugno 2001, era dedicata al Testo unico di Stato imposto per legge dal regime fascista nel 1929; mostra curata dal Ministero PI e patrocinata dall’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (Insmli) con testi dell’allora ministro Tullio De Mauro e degli universitari Alberto Monticone e Nicola Tranfaglia. La ricca documentazione, sia testuale che iconografica, permette di farsi un’idea precisa degli strumenti utilizzati dal regime all’interno della scuola (come nel resto del paese) per creare consenso; consenso in realtà fragile, come ho osservato in un articolo di commento alla mostra pubblicato sul numero 11-12 del 2001 di Nuova Resistenza Unita che riporto di seguito per esteso.
La mostra è senz’altro riproponibile oggi [2], in particolare in contesti educativi, sia nella prospettiva di un percorso di studio sul regime fascista, che all’interno di un approfondimento della storia scolastica del nostro paese.
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[1] Elenco mostre disponibili *
- L’eccidio degli ebrei sul Lago Maggiore. Settembre-ottobre 1943
- L’eccidio di Fondotoce. Storie, luoghi, protagonisti
- Novecentodonne. Lica Covo Steiner
- Maria Peron (la partigiana crocerossina della Brigata “Valgrande Martire”)
- Le formazioni partigiane nel Verbano Cusio Ossola
- Luoghi della memoria del novarese e del Verbano Cusio Ossola
- Novara in guerra (a cura dell’Istituto Storico della Resistenza e dell’età contemporanea “Piero Fornara” di Novara.)
- Omocausto. Lo sterminio dimenticato degli omosessuali (a cura Arcigay Udine)
- Oltre quel muro (La resistenza nel lager di Bolzano 1944-45; a cura della Fondazione Memoria della Deportazione)
- Fascismo Foibe Esodo (a cura della Fondazione Memoria della Deportazione)
- Lager (a cura dell’ANED)
- Libri fascisti per la scuola. Il testo unico di stato 1929 -1943 (a cura Ministero PI)
* se non diversamente specificato le mostre sono a cura della Casa della Resistenza.
[2] Sul sito è anche riportata, come per tutte le altre mostre disponibili al prestito, la relativa scheda tecnica con le condizioni del prestito gratuito e le caratteristiche tecniche (n. pannelli, dimensioni ecc.).
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La didattica del testo unico
da Nuova Resistenza Unita, n. 11-12 2001
L’introduzione del testo unico di Stato fu deliberata da una legge del 7 gennaio 1929 ed entrò in vigore con l’anno scolastico 1930-31; essa segnò la scomparsa di una pluralità di “manualetti” che, nei decenni precedenti, si era diffusa, in modo articolato e differenziato, nelle scuole delle diverse aree del paese nel tentativo di impartire alfabetizzazione ed istruzione di base tenendo conto delle molteplici peculiarità locali sia linguistiche che culturali.
Non era sufficiente al regime, che si stava in quegli anni consolidando, esser già intervenuto nel 1926 con una apposita commissione per fascistizzare l’editoria omologandola ed asservendola. Con la legge sul testo unico la preparazione dei testi per le scuole venne affidata ad una commissione di intellettuali “di fiducia” nominata dal Ministro della Pubblica Istruzione (poi Ministro della Educazione Nazionale); i testi sarebbero stati poi sottoposti ad una revisione triennale.
La Casa della Resistenza ha ospitato, dal 2 al 10 giugno scorsi, la mostra Libri fascisti per la scuola. Il testo unico di Stato (1929 – 1943). Nonostante il periodo di fine anno scolastico, alcune decine di classi, dalle elementari alle superiori, e moltissimi visitatori adulti hanno potuto riflettere su di una documentazione di grande rilievo: testi ed illustrazioni dei manuali di Stato per le classi elementari selezionati ed ordinati in modo da ripercorrere l’iter formativo del bambino durante il regime. La Mistica fascista come orizzonte di valori (il mito di Roma che si proietta nel futuro con le attese del nuovo ordine); la Scuola come “tempio” che forma alla nuova fede; il culto del Capo e dell’obbedienza disciplinata; l’idea di Patria, sintesi di Nazione e Stato, proiettata verso la legittima costituzione dell’Impero; la Famiglia come nucleo fondante e prolifico della patria il cui modello è quello patriarcale rurale in quanto “le tradizioni più sane si conservano nelle campagne”; la Razza italico – ariana, coagulo di elementi biologici, morali, spirituali e storici, destinata a svolgere, se tenacemente tutelata nella sua purezza, una storica missione civilizzatrice nei confronti delle razze inferiori; la Guerra come destino e compito ineluttabile; la Vittoria prima come originario risentimento (la “vittoria mutilata”), poi come preannuncio glorioso ed infine, negli ultimi testi emanati nel 1942-43 durante la guerra, come appello sempre più disperato: “Vincere!”.
Lo stesso percorso è ora disponibile in un formato adatto ad essere utilizzato in locali scolastici.
L’impatto diretto con la documentazione è di sicura efficacia. I testi, anche se a prima vista appaiono del tutto ingenui, riflettono una concezione didattica omogenea. Ne sottolineo alcuni aspetti.
- Il testo unico non è propriamente un sussidio didattico che affianca i processi di apprendimento ma il portavoce di una fede/verità ufficiale che va unitariamente diffusa in ogni scuola e da ogni maestro.
- La sua “didattica” è pertanto rigorosamente trasmissiva ed unidirezionale; la ripetizione continua degli stessi elementari concetti ne dovrebbe garantire la sua sicura assimilazione.
- Tutta l’educazione è “educazione civica” fascista: le prime lettere da apprendere, le vocali, si congiungono nell’ “Eia!”, il grido dei camerati, nell’alfabeto la A rimanda all’Aquila che “ama i suoi aquilotti e difende coraggiosamente il suo nido da qualunque pericolo. I balilla sono aquilotti d’Italia …”, la M a Mamma e Mussolini (Viene interpellata la mamma. Essa spiega a tutti che quella lettera “M” ricorda ai figli della Lupa, ancora tanto piccini, che il Mussolini che portano sul cuore è un Mussolini – mamma), la R e le Z a Razza (Razza latina. Una sola di queste civiltà poté resistere nei secoli, quella mediterranea o latina; formata e modellata da Roma, si può considerare come la più gloriosa della terra perché ebbe dominio sulle altre razze. … Roma provvide a preservare la nobile stirpe italiana da ogni pericolo di contaminazione ebraica e di altre razze inferiori). Non vi è insomma contenuto che non sia intrinsecamente ed esplicitamente fascista.
- L’iconografia che accompagna i testi è attentamente curata da illustratori di sicura competenza (Pio Pullini, Carlo Testi, Mario Pompei …) al fine di ribadire con la “forza delle immagini”1 gli elementari contenuti del testo; in più casi è anzi l’immagine a prevalere, con il suo messaggio diretto, su di un testo ridotto ai minimi termini.
- Dall’insieme dei testi emerge un chiaro “modello di sviluppo” simmetricamente rovesciato rispetto a quello, oggi auspicato, che vede nella crescita un
lungo percorso di passaggio dalla dipendenza alla autonomia; crescere nel modello di sviluppo fascista significa imparare ad obbedire; il bambino è tale perché non sa ancora prontamente ed incondizionatamente obbedire; quando lo fa diventa “un piccolo uomo”. Il percorso di crescita nell’obbedienza passa attraverso la famiglia, la scuola, le organizzazioni fasciste, il lavoro ed infine l’esercito. Il modello educativo è evidentemente quello militare. I disobbedienti sono “disertori e ribaldi”. Il bambino chiede ancora perché bisogna obbedire, mentre l’adulto (il soldato) sa che non bisogna chiederne il perché (“Obbedite perché dovete obbedire.” Chi cerca i motivi dell’obbedienza li troverà in queste parole di Mussolini). - Tale modello di sviluppo è rigorosamente maschile, la figura femminile svolge un ruolo marginale e sussidiario di ammirazione dell’uomo e di procreatrice per la Patria (Che vale avere molta terra se non vi sono braccia per poterla coltivare? Perciò Mussolini vuole che la popolazione aumenti sempre, e la vuole sana, robusta, temprata nelle fatiche. Non c’è nulla che lo allieti quanto la vista di una famiglia numerosa.)
- Prolificità, purezza della razza ed obbedienza producono uniformità: i testi e, soprattutto, l’iconografia ci mostrano frequentemente la ripetizione degli stessi moduli: tutta la famiglia che alza, in perfetta simmetria, il braccio al saluto romano, i balilla che marciano all’unisono, l’esercito rappresentato graficamente da una sequenza interminabile di “soldatini di piombo” perfettamente identici. Le masse che ascoltano, acclamano o seguono Mussolini, sono raffigurate in modo indistinto ed uniforme.
- Tutto quanto rappresenta diversità, differenziazione, individualizzazione ed originalità (dalle diversità di comportamento a quelle culturali e razziali) è visto con sospetto ed è oggetto di derisione e/o deplorazione. Lo stesso “buonismo” paternalistico cattolico nei confronti di un “ragazzetto nero” suscita la “giusta” diffidenza dei bambini come si può vedere nel racconto per la classe terza che riportiamo integralmente nel riquadro.
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L’ANIMA BIANCA DI GIOVANNI NERO 
È tornato in licenza il figlio dei Nanni, gli ortolani, missionario in Africa. Don Lino ha portato con sé un ragazzetto nero, così nero che i bambini si domandano se è di carne e d’ossa o di ebano.
– È di carne e d’ossa come voi – spiega don Lino uscendo dal cortile – nero di fuori, ma bianco di dentro, non è vero, Giovanni? Giovanni ama il Signore ed ama l’Italia che gli ha insegnato a conoscere il Signore. Quando venne alle Missioni era poco più di una bestiola: andava nudo e mangiava carne cruda. Ora legge, scrive e vuole diventare missionario come me per aiutare i suoi fratelli neri a ritrovare la loro anima bianca. Avete capito bambini?
I bambini hanno capito sì e no. Non riescono a convincersi che Giovanni nero sia proprio un ragazzo come loro.
Nino si domanda se non sarebbe opportuno metterlo in bucato.
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Questo modello didattico, che si è tentato di delineare nel suo tentativo di trasmissività ed omologazione, è evidentemente fragile e senza nessun rapporto con la pedagogia e la psicologia, discipline non a caso messe al bando dal fascismo come da altri regimi totalizzanti. Per poter reggere richiede continui “rinforzi” sia interni (la continua ripetizione che in alcuni casi assume la struttura di “formulette catechistiche” a domanda e risposta, l’iconografia ecc.) che esterni: la Gioventù Italiana del Littorio con le sue ritualità e la sua scenografia 2, sino ad arrivare al contesto nazionale dove ogni informazione e stimolo (radio, cinema, giornali, adunate e proclami pubblici) concorre alla formazione “civica” fascista.
Fragile innanzitutto sul piano più strettamente scolastico. De Mauro ricorda come con il censimento del 1951, a sei anni dalla caduta del fascismo e nonostante la diffusione della scuola di base durante il ventennio, si riscontri ben il 60% di italiani senza licenza elementare e due terzi della popolazione dialettofona e incapace di parlare e capire l’italiano. A conferma del noto principio pedagogico secondo cui percorsi omogenei, a partire da condizioni disomogenee, non possono che portare a risultati disomogenei.
Fragile, mi sembra, anche sul piano della profondità del consenso: una educazione tutta incentrata sulla trasmissione unidirezionale e sulla obbedienza, che non mobilita pertanto capacità, competenze e costruzione autonoma di convinzioni, può ottenere solo un consenso fortemente contestualizzato. Non appena le condizioni di contesto cambiano, l’unitarietà del regime si incrina, emergono voci dissonanti, la guerra prende una direzione non prevista ecc., allora velocemente il consenso si rovescia e la massiccia totalizzante “formazione del cittadino fascista” frana in modo imprevedibilmente rapido. Quello che rimane è solo un vuoto educativo.
Il tema di una compiuta formazione civile nell’Italia post – fascista rimane tuttora aperto; probabilmente un giusto fastidio per il modello trasmissivo e per la politicizzazione dei contenuti dell’insegnamento ha nei fatti lasciato la scuola della nostra repubblica priva di un vero percorso di “educazione civica”, “materia” presente sino ad ora quasi sempre solo sulla carta. Non credo nemmeno sufficiente sostenere, come si è ripetuto anche recentemente, che bisogna soprattutto “insegnare la Costituzione”. Al di là di alcune nozioni giuridiche la Costituzione non mi sembra tanto un contenuto, un “sapere”, quanto soprattutto un “saper fare”, un saper diventare cittadino attivo dotato di autonomia di giudizio e capacità di iniziativa civile: un percorso formativo ancora oggi tutto da delineare. Un compito per la scuola che mi sembra non ulteriormente procrastinabile di fronte ad un mondo “globale” che vede negli eventi recenti improvvise accelerazioni storiche e in cui il concetto stesso di cittadinanza ha bisogno di essere radicalmente ridefinito.
Gianmaria Ottolini
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1 L’espressione rimanda al titolo del film – intervista di R. Müller (Germania 1993) dedicato alla grande regista del regime hitleriano Leni Riefenstahl – dove con La forza delle immagini ci si riferisce ad un tempo alle scenografie rituali naziste ed alla loro ripresa, di grande impatto, da parte della regista.
2 In modo, anche in questo caso, analogo a quanto avveniva nella Germania nazista con la Gioventù hitleriana (Hitlerjugend): cfr. Erika Mann, La scuola dei barbari. L’educazione della gioventù nel Terzo Reich, La Giuntina, Firenze, 1997, pp. 137 – 190.
Nelle Scuole secondarie della Provincia si è realizzata quest’anno, lo scorso 11 maggio, la prima edizione, in via sperimentale, della “Giornata del territorio” su iniziativa della Camera di Commercio del VCO e di Agenda 20 20.
La proposta era stata elaborata all’interno di Agenda 20 20 dal gruppo di lavoro “Cultura formazione sviluppo” e presentata al convegno di Baveno su Territori e Cultura.
All’iniziativa hanno partecipato 13 istituti scolastici superiori, con la partecipazione di 702 studenti del triennio, all’interno delle attività di Alternanza lavoro che infatti prevedono:
“attività dentro la scuola o fuori dalla scuola. Nel primo caso, si tratta di orientamento, incontri formativi con esperti esterni, insegnamenti di istruzione generale in preparazione all’attività di stage …”
e con l’intervento, in qualità di esperti/testimonial, di rappresentanti di 14 fra associazioni imprenditoriali, culturali, enti e ordini professionali.
La modalità prevista per tutte le scuole era quello dell’articolazione in tre momenti: un breve intervento introduttivo sul significato dell’iniziativa e sul quadro demografico ed economico della provincia, un intervento a cura di un soggetto economico e un intervento di taglio culturale.
L’iniziativa, come dicevo, ha avuto quest’anno un carattere sperimentale nell’ottica di una sua più precisa definizione (ed istituzionalizzazione) a partire dal prossimo anno.
Personalmente ho partecipato all’incontro all’Istituto Ferrini di Verbania in tandem con rappresentanti di Confartigianato.
Il tema che ho proposto era quello del rapporto fra territorio e identità sia in termini generali che, soprattutto, in relazione alla nostra realtà, con una attenzione particolare al tema del paesaggio che costituisce senza dubbio, come già sottolineava un secolo fa Antonio Massara, il fondatore del Museo del Paesaggio, il valore fondamentale del nostro territorio. Tema che ho veicolato anche con alcuni esempi tratti del progetto Paesaggio a colori del 2012.
Allego di seguito la introduzione ufficiale alla giornata, curata dalla Camera di Commercio, e la mia presentazione con slide, entrambe in formato PDF scaricabile.
PDF scaricabile > Giornata del territorio PDF
PDF scaricabile > Territorio e identità PDF

















































