Dall’8 marzo, viste le restrizioni di movimento man mano intensificatesi, giornalmente ho postato su facebook una o più foto tratte dall’archivio digitale dei miei viaggi degli ultimi anni. Un modo per riguardare e richiamare alla mente – e agli occhi – luoghi e artisti che avevo apprezzato o che mi avevano comunque colpito; nel contempo, ai tempi del #iorestoacasa, una modalità per tener aperti i contatti con i miei amici digitali. Frattali di bellezza e pertanto di speranza.
Di seguito la settima e ottava settimana di fotografie con i testi (didascalie e talvolta qualcosa di più) e i link che le accompagnavano.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 12) #iorestoacasa
Luigi Guerricchio (Matera 1932-1996) – Palazzo Lanfranchi, sezione Arte contemporanea
La sezione di Arte contemporanea di Palazzo Lanfranchi dedica una sala a questo pittore materano.
“Luigi Guerricchio nasce il 12 ottobre del 1932 a Matera, dove muore il 1996, discendente da una famiglia borghese materana. Compiuti gli studi classici, si iscrisse alla Facoltà di Scienze Politiche presso l’Università di Firenze; ma, attratto dall’ambiente artistico fiorentino, lascia gli studi universitari e ritorna a Matera. Successivamente si trasferisce a Napoli iscrivendosi alla Scuola del Nudo presso l’Accademia delle Belle Arti di Napoli. A quel periodo risale l’incontro, a Portici, con Rocco Scotellaro, che influenzerà la sua formazione ideologica e la caratterizzazione della sua figura artistica.”
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 13) #iorestoacasa
Carlo Levi (1902 – 1975), ritratti. Matera – Palazzo Lanfranchi, sezione Arte contemporanea.
Nell’area del Museo nazionale d’arte medievale e moderna della Basilicata (Palazzo Lanfranchi) dedicata al pittore-scrittore Carlo Levi, oltre al grande telero Lucania ’61 che visiteremo domani, in una sala vi è un’ampia selezione di sue opere. Si tratta in gran parte di ritratti (e alcuni autoritratti) dalla grande forza espressiva. È un po’ come far scorrere la storia italiana tra guerra e dopoguerra.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 14) #iorestoacasa
Carlo Levi (1902 – 1975), Lucania ’61, tela di m. 18,50 x 3,20 (telero).
L’opera ha rappresentato la Basilicata all’Esposizione internazionale Italia ’61 di Torino ed è dedicata alla memoria di Rocco Scotellaro, poeta lucano suo amico e simbolo della civiltà contadina.
Riporto dal sito “Matera Inside” la descrizione di quest’opera unica nel suo genere per impatto visivo e risonanza politico-sociale. Frutto anche di una documentazione attenta come si vede in alcune fotografie esposte di fronte all’opera.
“Le tre scene sono ispirate alla quotidianità lucana, alla sua immensa umanità pregna di dolore antico e paziente lavoro. Da sinistra a destra del dipinto appare Rocco Scotellaro, il poeta della libertà contadina che è, come lo stesso Levi ha dichiarato in una descrizione dell’opera, il filo conduttore del dipinto. Appare morto e col volto bianco nella grotta da cui cominciano i tempi, accerchiato da donne addolorate e che lamentano la sua scomparsa; poi ci appare ragazzo dal viso lentigginoso o, ancora, rivolto a parlare a una folla in piazza, accerchiato da altri intellettuali dell’epoca che compaiono sulla scena: Giuseppe Zanardelli, Francesco Saverio Nitti, Giustino Fortunato, Guido Dorso.
Non mancano le scene del vicinato e del lavoro domestico. Si vede una donna incinta attorniata da ragazzini, tra i quali Rocco adolescente. E, sotto il sole cocente di mezzogiorno, compare anche una lunga fila di muli e capre, il cui colore contrasta quello del paesaggio dei monti argillosi e dei campi deserti dai colori dell’estate. Non manca niente dell’intero mondo lucano; sembra non essere mutato e aver preservato, seppur con notevoli slanci verso il moderno, quella purezza che ancora oggi anima il dipinto e rende ogni spettatore lucano fiero di appartenere a quella terra.”
“Noi non ci bagneremo sulle spiagge
a mietere andremo noi
e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.
Abbiamo il collo duro, la faccia
di terra abbiamo e le braccia
di legna secca colore di mattoni.
Abbiamo i tozzi da mangiare
insaccati nelle maniche
delle giubbe ad armacollo.
Dormiamo sulle aie
attaccati alle cavezze dei muli.
Non sente la nostra carne
il moscerino che solletica
e succhia il nostro sangue.
Ognuno ha le ossa torte
non sogna di salire sulle donne
che dormono fresche nelle vesti corte.”
Rocco Scotellaro (1948)
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 15) #iorestoacasa
Mario Botta (Mendrisio 1943): Complesso del Mart, Rovereto (2000/2002)
Oggi da Matera ci spostiamo a Rovereto a visitare il Mart, Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. La sede centrale era precedentemente a Trento, al Palazzo delle Albere, di fianco al MUSE, e nel 2002 si è trasferita a Rovereto in un nuova sistemazione che è essa stessa un’opera d’arte progettata dall’architetto svizzero Mario Botta in collaborazione con Giulio Andreoli, ingegnere di Rovereto. In questo complesso si fondono lo stile dell’architetto ticinese, che molti fanno risalire a Le Corbusier, e soluzioni ingegneristiche d’avanguardia con risonanze palladiane esplicitate dalla cupola di acciaio e plexiglas che sovrasta l’ampio ingresso al museo, una sorta di piazza con tanto di fontana al centro; vieni così trasportato, prima ancora di accedere al museo, in una dimensione temporale e spaziale “estranea” al contesto esterno.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 16) #iorestoacasa
Arturo Martini (Treviso 1889 – Milano 1947)
La moglie del poeta (1922), gesso (esemplare unico)
Quando siamo stati al Mart, nel 2017, era allestita la mostra “Un’eterna bellezza. Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento”. Il gesso di Martini ne contrassegnava l’accesso. Avevamo incontrato Martini circa 5 settimane fa a Ca’ Pesaro con un’opera abbastanza diversa (La prostituta, 1913). In questo caso la ricerca stilistica di semplificazione e di ritorno ai valori classici riesce ad esprimere sia plasticità che dimensione poetica, esaltata questa dal biancore del gesso.
Nei prossimi giorni non “visiteremo” sia alcune altre opere di questa mostra che altre delle collezioni permanenti del Mart.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 17) #iorestoacasa
Giacomo Balla (Torino 1871 – Roma 1958), Numeri innamorati (1923). Olio su tela. Mart, Rovereto.
Opera enigmatica che si discosta anche da quelle più prettamente futuriste. Molti si sono dedicati all’interpretazione di quei numeri e dei loro collegamenti (amorosi?). Non mi addentro; se qualche amico matematico o esperto di cabala vuole cimentarsi, ben venga. Quasi tutti tirano in ballo la serie di Fibonacci ma … poi il quattro che c’entra?
Visto che siamo alla vigilia del 25 aprile è bene ricordare che Balla, come la maggior parte dei futuristi italiani aderì al fascismo e nel decennio 1925 – 35 è uno degli artisti più in vista del regime. Ma si è pentito in tempi non sospetti; dirà del 1937: «Avevo dedicato con fede sincera tutte le mie energie alle ricerche rinnovatrici, ma a un certo punto mi sono trovato insieme a individui opportunisti e arrivisti dalle tendenze più affaristiche che artistiche; e nella convinzione che l’arte pura è nell’assoluto realismo, senza il quale si cade in forme decorative ornamentali, perciò ho ripreso la mia arte di prima: interpretazione della realtà nuda e sana». E da questo momento la cultura del regime lo accantona. Verrà rivalutato nel dopoguerra.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 18) #iorestoacasa
Cagnaccio di San Pietro (Desenzano 1897 – Venezia 1946), La partenza (1936)
Per il 25 aprile abbiamo un autore ribelle, vissuto durante il fascismo, ma irruentemente ostile al fascismo, per avversione morale prima che ideologica o politica. Scalpore (e rifiuto) fece la sua opera “Dopo l’orgia” (1928) che rappresentava in modo esplicito la corruzione morale del fascismo. Ha uno stile personale riconoscibile, tra Nuova oggettività, metafisica e realismo magico. Contorni netti, colori forti e una sorta di sospensione temporale caratterizza le sue opere. In questa “partenza” mi colpito in particolare l’intensità espressiva dello sguardo dei due anziani coniugi: la tristezza di lei e la dolorosa preoccupazione di lui.
Di seguito il commento che la affiancava all’interno della mostra “Un’eterna bellezza” al Mart di Rovereto.
“La povera gente della laguna di Venezia è protagonista della pittura di Cagnaccio fin dal suo esordio, ma è soprattutto negli anni Trenta che si nota l’accentuarsi di uno sguardo di commossa partecipazione rivolto alle vicende di pescatori e operai, scaricatori e modesti artigiani. Pur senza attenuarne il duro realismo, l’artista infonde ai suoi dipinti un nuovo acconto mistico e spirituale che non si manifesta solamente nelle opere di soggetto religioso ma anche in quelle che ritraggono la vita del popolo. La partenza mostra due anziani genitori sul molo, intenti a fissare con tristezza e rassegnazione il mare, dove si è allontanata la barca che trasporta qualcuno a loro caro. Immerse in una tenera luce rosata, immobili e quasi statuarie, le due figure esprimono una dignità che Cagnaccio riconosce a tutta la sua gente, gli abitanti di San Pietro in Volta con cui aveva trascorso l’infanzia.”
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 19) #iorestoacasa
Fortunato Depero (1892-1960), Guizzo di pesce (1915), gesso. Mart, Rovereto
A Rovereto è naturale trovare il poliedrico Depero e, dopo la sede centrale del Mart, avremo occasione di incontrarlo ancora nella sua Casa d’Arte Futurista. Qui abbiamo una delle prime opere futuriste, tutta tesa a liberare la scultura dalla staticità dove appunto più che il pesce è rappresentato il dinamismo del suo guizzo. Dal suo sito ufficiale, nella biografia di quel periodo leggiamo:
“L’11 marzo 1915 Balla e Depero lanciano il manifesto Ricostruzione futurista dell’universo nel quale si firmano «astrattisti futuristi». Infatti, dopo il suo definitivo rientro a Roma, nel settembre del 1914, Depero si era impegnato in un’opera di “alleggerimento” della sua tavolozza e della materia pittorica introducendo un colorismo nuovo, fatto di tinte piatte regolate per andamenti curvilinei, secondo l’influenza di Balla, ma aggiungendovi un senso plastico, di forte volumetria. Pur introducendo, inoltre, le sue ricerche “analogiche” ispirate al mondo animale, il lavoro del biennio 1914-1916 è di evidente distacco dalla figurazione, dunque a modo suo “astratto”, sebbene non muovesse da presupposti non oggettivi. Le opere di Depero di quel periodo […] sono piuttosto improntate ad una ricerca analogica sulle forme animali o sulle onomatopee esplosive.”
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 20) #iorestoacasa
Fausto Melotti (Rovereto 1901 – Milano 1986), Contrappunto domestico (1973). Acciaio.
Mart Rovereto
«Noi crediamo che all’arte si arrivi attraverso l’arte, frutto d’intuito personale: perciò tutto il nostro sforzo consiste nell’insegnare il piccolo eroismo di pensare con il proprio cervello.» (F. Melotti, 1934)
Scultore, pittore e musicista, aderisce al movimento Abstraction-Création”, fondato a Parigi nel 1931 con lo scopo di promuovere e diffondere l’opera degli artisti non figurativi.
Il suo vuole essere in particolare un “astrattismo musicale”: «La musica mi ha richiamato, disciplinando con le sue leggi, distrazioni e divagazioni in un discorso equilibrato» (1973)
Questo il commento a quest’opera esposta al Mart:
“Cognato dell’architetto Gino Pollini e cugino del critico Carlo Belli, Meloni appartiene ad un milieu culturale che ha origine nella città di Rovereto, ma che assume ben presto una rilevanza nazionale. Negli anni Trenta è al centro degli sviluppi dell’astrattismo italiano con le sue sculture dalla rigorosa geometria, espressione di una poetica che l’artista definisce un “incontro fra immaginazione e raziocinio”. Le opere degli anni Settanta sviluppano maggiormente la componente onirica e proseguono quel processo di alleggerimento delle forme scultoree da cui scaturisce un delicato gioco di equilibri, ispirato al linguaggio musicale.”
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 21) #iorestoacasa
Massimo Campigli (Berlino 1895 – Saint Tropez 1971). Mart, Rovereto.
Oggi “visitiamo” due opere di Massimo Campigli (nome d’arte di Max Ihlenfeldt), tedesco naturalizzato italiano, che risalgono all’inizio dell’influenza etrusca, che lo caratterizzerà in tutto il successivo percorso artistico. Di seguito il testo dei due pannelli di accompagnamento.
“Come i fratelli de Chirico, Severini, de Pisis e Tozzi, Massimo Campigli è uno egli “Italiens de Paris”, ma mantiene stretti legami con l’Italia e dal 1926 espone con Novecento italiana. Nel 1928 visita il Museo di Villa Giulia dove rimane affascinato dall’arte etrusca. Questa scoperta ha come conseguenza un mutamento nello stile pittorico di Campigli: le sue figure femminili perdono la maestosità statuaria e la solida volumetria che caratterizza Donne con chitarra (1925) … per assumere forme più sintetiche e minute, rese con una pittura che imita la luminosità dell’affresco. Il colore è un olio magro, dall’opacità simile a quella dell’intonaco, steso con pennellate che paiono trattenute dalla ruvidezza di una superficie scabra come quella di un muro scrostato. I volti delle due sorelle della moglie, Maria ed Elisabetta Radulescu affiorano leggeri in superficie, i volumi appena accennati da un chiaroscuro tratteggiato con delicatezza.”
“Campigli rielabora il primitivismo in un linguaggio allo stesso tempo ingenuo e raffinato, infantile e colto. Come altri artisti dell’epoca, guarda all’arte del passato per trarne ispirazione e ad affascinarlo è soprattutto l’arte etrusca, scoperta nel 1928 in occasione di una visita al Museo di Villa Giulia, a Roma. Le figure femminili di questo quadro, con i loro corpi stilizzati ad anfora e la frontalità arcaica, ricordano quelle dell’arte funeraria etrusca, soprattutto nelle coppie con le braccia o le mani intrecciate. La tecnica, un olio magro dalla pasta densa, talvolta incisa come un graffito, richiama alla mente antichi affreschi parzialmente scrostati.”
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 22) #iorestoacasa
Mario Sironi (Sassari 1885 – Milano 1961)
Il porto (1921 circa). Tempera e china su carta intelata.
Anche oggi abbiamo un artista che, passato attraverso il futurismo, è poi approdato ad uno stile personale peculiare che caratterizzerà gran parte della sua produzione successiva: tinte scure, figure geometrizzanti, ombre spesse. Nel suo caso l’adesione al futurismo si è coniugata con quella al fascismo, collaborando in particolare, sul piano grafico, con “Il popolo d’Italia” di Mussolini e altri periodici fascisti. Il crollo del regime ha per lui costituito un trauma e il crollo delle sue illusioni. È noto come durante la liberazione di Milano abbia cercato di allontanarsi a piedi verso Como ma, fermato da un posto di blocco partigiano, abbia rischiato di esser passato per le armi. Era presente il partigiano Gianni Rodari che, riconosciutolo, gli ha però firmato un lasciapassare.
Questo il pannello di commento all’interno della mostra“Un’eterna bellezza. Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento” al Mart di Rovereto.
«Quando Sironi si trasferisce da Roma a Milano, nel 1919, le periferie urbane della città industriale diventano protagoniste di paesaggi malinconici, solitari, resi con tinte scure e ombre dense. Le strade appaiono silenziose e prive di quella vitalità e operosità che caratterizzano un luogo di produzione. Come scrive Margherita Sarfatti, “da questo squallore meccanico della città odierna (l’artista) ha saputo trarre gli elementi e lo stile di una bellezza e di una grandiosità nuove”. Il disordine del porto, con l’affollarsi di gru, ciminiere, cisterne e barche alla darsena, è sottoposto a una radicale semplificazione, reso con nitide geometrie che contrastano con le forme curvilinee dell’uomo, della donna e del cavallo in primo piano. Questo gruppo di figure, che pare tratto da un bassorilievo antico, conferisce alla scena una misura classica e interpreta quell’idea di glorificazione del lavoro che l’artista svilupperà negli anni seguenti.»
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 23) #iorestoacasa
Mario Tozzi (Fossombrone 1995 – Saint-Jean-du-Gard, FR 1979)
Ritratto di mia moglie (1920)
Dedico gli ultimi tre giorni di retro-visita alla mostra “Un’eterna bellezza. Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento” esposta al Mart di Rovereto, a figure femminili. Oggi abbiamo un artista che consideriamo in gran parte Verbanese, con un’opera che precede lo stile geometricamente stilizzato ed aereo successivo. Ha vissuto l’infanzia a Suna e ha anche frequentato il corso di chimica all’istituto Cobianchi, senza però ultimarlo. Proprio a Suna aveva conosciuto la giovane francese, Marie Therèse Lemair in vacanza sul Lago Maggiore, che sposò dopo la guerra. Con lei si trasferisce a Parigi e, avvicinatosi ad altri artisti italiani come Campigli e De Chirico, venne così a far parte del gruppo denominato “Les Italiens de Paris”.
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 24) #iorestoacasa
Ubaldo Oppi (Bologna 1889 -1942 Vicenza) La jeune fìlle sentimentale, 1920 -1922. Olio su masonite.
Un altro autore in cui, come per Mario Tozzi, la raffigurazione femminile risulta centrale è Ubaldo Oppi. In questo caso l’omaggio alla moglie non è nel ritratto ma, come in altre sue opere, nella collocazione del soprannome all’interno del dipinto, nello specifico sulla copertina del libro tenuto dalla “giovane ragazza sentimentale”. Di seguito il testo di accompagnamento:
«Questo dipinto precede di poco l’adesione di Oppi al gruppo dei Sette pittori del “Novecento”, ma appartiene ancora a una fase della sua ricerca caratterizzata da un segno secco e preciso e da tinte piatte e brillanti. Alle spalle della figura si nota lo stesso tipo di pavimento a scacchi bianchi e rossi di un’opera del 1919, Il chirurgo (1919), dove le piastrelle scandiscono lo spazio con una prospettiva che appare ribaltata in avanti. Anche in questo dipinto, a ben guardare, la scacchiera non è disegnata con uno scorcio corretto e ricorda, piuttosto, l’ingenua prospettiva intuitiva dei primitivi italiani. Anche il paesaggio alla finestra, quasi un quadro nel quadro, ha un sapore trecentesco. La jeune fille sentimentale si sostiene il capo con aria trasognata e tiene in mano un libro con sovraimpresso il soprannome della moglie dell’artista, Adele Leone, ritratta in altre opere di Oppi.»
Visite virtuali al tempo del COVID-19 (mese 2 – giorno 25) #iorestoacasa
Felice Casorati (Novara 1883 – Torino 1963), Concerto, 1924.
Concludo questa retro-visita della mostra “Un’eterna bellezza. Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento” al Mart di Rovereto con il dipinto, di un autore di origine novarese, di esplicita esaltazione della bellezza dei corpi femminili raffigurati in una sorta di tempo “sospeso” e in contrappunto con i colori scuri e le linee geometriche del contesto (la stanza, la finestra, il cubo su cui poggia una mano). Opera che, in relazione alla situazione rappresentata e alla sua titolazione, è stata variamente interpretata e vuol probabilmente rapportarsi ad una tradizione pittorica rinascimentale. È stata acquistata dalla Direzione Generale della Rai di Torino, campeggia nella Sala Casorati della Direzione di Torino di via Cavalli ed è l’opera più richiesta della vasta collezione artistica della RAI per esposizioni sia all’estero che in Italia.
A cura di Sport Attitude di Saverio Ottolini
Per chi svolge attività fisica a qualsiasi livello sportivo, le restrizioni di movimento e di accesso a strutture sportive hanno evidentemente costituito un problema a cui i più hanno sopperito con allenamenti indoor. Per monitorare e valutare quanto è avvenuto nei mesi di marzo ed aprile Sport Attitude, avvalendosi dell’aiuto di un esperto di indagini che qui ringraziamo, ha dato vita ad un questionario online.
La piattaforma utilizzata è quella fornita da SurveyMonkey© che permette di costruire questionari, diffonderli, raccogliere risposte ed elaborare i risultati di sondaggi tramite la tecnologia digitale.
Il questionario, rivolto a sportivi di entrambi i sessi, è stato diffuso il 5 maggio e chiuso il 13 maggio. Le domande erano 10 e quelle sotto riportate sono le tematiche affrontate.
Hanno risposto 96 sportivi, 71 maschi e 25 femmine. Tre di loro sono professionisti (MTB, Sci, Corsa in montagna) gli altri amatori che in maggioranza partecipano a competizioni a livello regionale. Di seguito i risultati in tabelle (cliccare sopra se si vuole vederle a tutto schermo) dei 10 quesiti con sintetici commenti.
Sport praticati:
Gli sport più praticati dagli intervistati, in ordine sono: ciclismo (76 %), MTB (69%), corsa in montagna (65%) e sci (54%). Oltre a quelli indicati dal questionario gli “altri” sport praticati sono: tennis (5), alpinismo, escursionismo montano, scalata, arrampicata, trekking (5), nuoto (4), sci alpinismo (3), canoa, vela, surf (3), corsa, running (3), body building, calisthenics (2), arti marziali (2), calcetto (1), pesca in montagna (1). Per quanto riguarda le differenze fra i due sessi non vi sono significative differenze con qualche prevalenza percentuale maschile nel ciclismo, MTB, Corsa in montagna e femminile nello sci; soprattutto è maggiore la percentuale di sportive che hanno indicato altri sport rispetto a quelli indicati dal questionario, in particolare il tennis, il nuoto e altri sport acquatici.
Frequenza di allenamento
Maschi:
Femmine:

Q2: F. Valori %
Come si può vedere dal raffronto fra maschi e femmine, mentre tra i primi solo una piccola minoranza non si è mai allenato e il 72,9% si è allenato almeno tre volte la settimana, tra le sportive il 20 % in questi due mesi non si è mai allenata e la percentuale di quelle che lo hanno fatto almeno tre volte la settimana scende al 60%.
Allenamenti: raffronto con il periodo antecedente alle restrizioni
Maschi:
Per la maggioranza degli sportivi maschi il periodo di restrizioni non ha inciso sulla frequenza degli allenamenti che è stata analoga e persino maggiore per il 73,2% di loro. Si è però trattato di allenamenti per la maggioranza più brevi (60,6%) e con un affaticamento minore (50,7%).
Femmine:
Nettamente diverso per le sportive il raffronto tra gli allenamento degli ultimi due mesi e quelli a cui erano abituate precedentemente: infatti per la maggioranza di loro è diminuita sia la frequenza (56%), sia la durata dei singoli allenamenti (60%) che il corrispondente affaticamento (52%)
Raffronto con il periodo precedente sul piano fisico e psicologico
Maschi:
La percezione delle proprie condizioni fisiche per la maggioranza dei maschi non è cambiata o addirittura è migliorata (57,7%); è comunque consistente per il restante degli atleti intervistati la percezione di un peggioramento di condizione fisica: 42,2%. Sul piano psicologico la situazione è sostanzialmente equivalente; di fronte a un 60,6% di atleti che non hanno vissuto una situazione psicologica più pesante, la percentuale di quelli per cui le restrizioni hanno inciso sul piano psicologico sfiora il 40%.
Femmine:
Situazione diversa per le femmine per le quali la percezione di un peggioramento della propria condizione fisica è molto più diffusa (68%) rispetto ai maschi intervistati (42,2%), mentre la percentuale di sportive che non hanno risentito psicologicamente del periodo di restrizioni (60%) è analoga a quella maschile. Da sottolineare però che per un quarto delle femmine questo periodo sul piano psicologico ha inciso molto pesantemente.
Contatti mantenuti
Rispetto a questo quesito le percentuali dei due sessi sono quasi perfettamente sovrapponibili: le risposte indicano una volontà consistente di mantenere vivi i rapporti con l’ambiente sportivo, contrastando l’isolamento e raccogliendo informazioni e indicazioni utili, privilegiando in particolare altri atleti (47,4%) e preparatori atletici (30,3%).
Tipologia di attività fisica prospettata per i prossimi mesi
Come era prevedibile tutti gli intervistati si propongono di effettuare nei prossimi mesi allenamento, soprattutto individuale, non escludendo comunque allenamenti di gruppo (54,3%). Consistente la propensione alla partecipazione a competizioni, in questo caso maggiore fra i maschi (47,3%) rispetto alle femmine (32,3%). Naturalmente le risposte a questo quesito rispecchiano oltre alle propensioni individuali, le diversità connesse alle tipologie di sport praticati.
Come migliorare la propria preparazione atletica
Maschi:
Le prime tre tipologie indicano le modalità di auto-formazione sia che avvengano tramite pubblicazioni e siti web specialistici, sia attraverso scambi di informazioni e opinioni mediate dai social media (WhatsApp, Facebook e altri, come Instagram indicato in due casi sotto la voce “altro”). Per queste tipologie le percentuali di apprezzamento sono perlopiù tra il poco e l’abbastanza, mentre sono considerate rilevanti da meno del 10% egli sportivi intervistati. Le ultime due (Test di valutazione e consulenza di preparatore) indicano invece l’affidamento a personale specializzato sia periodico (test) che continuativo; le percentuali di apprezzamento sono decisamente più alte sia per i test (abbastanza 40%, molto 44,3%) che soprattutto per la consulenza continuativa (abbastanza 25,7%, molto 61,4%).
Femmine:
Non eccessivamente diverse nel complesso le valutazioni delle sportive, con alcune particolari specificazioni: una maggior fiducia nell’utilizzo dei social media (abbastanza + molto: 56%) rispetto a quella dei maschi (abbastanza + molto: 38%) e un parziale minor apprezzamento sia dei test di valutazione (molto 36% rispetto al 44,3% dei maschi) che della consulenza continuativa (molto 50% rispetto al 61,4% dei maschi).
Ambienti per lo sport
In questo caso erano possibili più risposte ed essendovi un numero significativo di “altro” (che nessuno degli intervistati specifica però nel dettaglio) è più utile osservare i valori assoluti; tra gli ambienti per lo sport che si è propensi ad utilizzare dopo il periodo estivo, l’unico fra quelli indicato su cui si concentrano le risposte sono le palestre/centri di preparazione nonostante le incertezze e difficoltà sulle modalità del loro accesso e utilizzo che le disposizioni anti-contagio vorranno indicare.
Attività nelle palestre
Quesito subordinato al precedente; in tabella i valori assoluti di chi pensa di ritornare ad utilizzare centri fitness e palestre: vengono prese in considerazione tutte le attività e servizi indicati, con prevalenza dell’allenamento individuale, ma non escludendo anche i corsi. In sostanza si può rilevare, come già nel quesito precedente una volontà di ritornare alla “normalità” e ad attività sperimentate. E magari di far tesoro anche di questo periodo di restrizioni non necessariamente negativo come emerge ad esempio in una risposta libera di una atleta che afferma di aver avuto occasione di scoprire alcune modalità di allenamento (indoor) utili anche successivamente.
In una situazione comunque ancora di incertezza dove le scelte delle attività e delle loro modalità dipenderà in parte dalle normative, e come dice un atleta nel commento finale, anche dalle decisioni delle società sportive di appartenenza.
Età degli intervistati
Gli sportivi (M e F) intervistati, pur distribuendosi su tutte le fasce di età, si concentrano in quelle fra i 37 e i 54 anni (57 su 95 pari al 60%), concentrazione ancor più netta per le femmine che per il 48% (12 su 25) appartengono alla fascia d’età 49-54. L’appartenenza prevalente a fasce di età non giovanili è anche legata al fatto che gli sportivi che hanno risposto al questionario appartengono a discipline sportive prevalentemente individuali, mentre pochi tra loro sono quelli che praticano sport di squadra, dove l’età di norma è più bassa.
– – – – –
L’analisi delle risposte al questionario sopra riportata è volta a rendere leggibile e divulgabile quanto emerso dall’inchiesta. Non si escludono analisi più approfondite e magari confronti con indagini analoghe. Per questo forniamo di seguito, su foglio Excel, il report completo dei dati sia in valori assoluti che percentuali. Un ringraziamento a chi ci ha aiutato nella elaborazione e ai 96 atleti che hanno aderito a questo sondaggio.
Report completo, consultabile qui > Risultati questionario
Quando il corteo dei partigiani sfila sul lungolago di Intra e delle altre località verso Fondotoce, i pochi che si trovano sul percorso e i più che scrutano da dietro le persiane chiuse[1] hanno di certo notato quella donna col foulard in testa, la mano destra fasciata e una borsa stretta al ventre che procede in testa al corteo fra “Tom”[2] e quello alto, tradizionalmente identificato con il tenente Rizzato[3], che sostengono il noto cartello. Nessuno ne sa il nome, e tra i condannati probabilmente solo il diciottenne Ciribi[4] la conosce, seppure da pochi giorni. Anche il suo fiero comportamento nei confronti dei tedeschi e di incoraggiamento ai suoi compagni di sventura (ma con incertezza sul nome) emergerà soprattutto a liberazione avvenuta.
Il 16 maggio 1945 il neo-sindaco di Verbania Vincenzo Adreani indice in municipio “un’Adunanza per onorare la memoria dei martiri di Fondotoce”; centrale tra i molti interventi l’ampia testimonianza di Suzzi, il Quarantatré sopravvissuto[5]. Così il verbale[6] sul suo ricordo di Cleonice:
“Giunti a Verbania Fondotoce, oltre la Crociera, li obbligarono sdraiarsi per terra, e tre alla volta li portavano avanti il plotone di esecuzione; nel primo gruppo figurava una donna che morì da eroe con il grido di “Viva l’Italia Libera”. Questa ragazza, racconta il ‘43’, durante il percorso ci incoraggiava e ci ripeteva «Mostriamo a questi signori come noi sappiamo morire».
E quando più avanti “Il ‘43’ ricorda alcuno fra i caduti ed altri sono indicati dai presenti” l’identità “della ragazza” viene così riportata: “signorina Tomasucci Nice di Rieti d’anni ventisette.”
Cinque settimane dopo, il 20 giugno, al termine della grandiosa commemorazione del primo anniversario dell’eccidio, i familiari delle vittime chiedono – nonostante non fosse previsto – l’immediata dissepoltura dei caduti. La famiglia Ciribi riconosce subito il corpo del figlio Sergio e successivamente quello della “signorina Nice”.
“Decidemmo di portare a Milano la salma di nostro figlio e quella della signorina. Erano morti nello stesso luogo; che riposassero insieme. Furono sepolti nel cimitero di Greco, poi furono trasferiti al cimitero monumentale, nel campo della gloria.”[7]
La divisione Valdossola, ottenute dai Ciribi le indicazioni necessarie, tramite il Comune di Petrella Salto, comunica al capofamiglia Tomassetti, tale decisione. Il padre Enrico non manifesta alcun interesse per il recupero della salma ma solo per il contributo rilasciato ai familiari dei caduti. Infatti l’11 novembre firma il modulo per il riconoscimento di Cleonice quale partigiana, modulo che tra l’altro ne riporta in modo scorretto sia nome che cognome (Tomasetti Cleonica). Alla richiesta di informazioni biografiche su questa donna di cui era noto il comportamento eroico nel giorno della fucilazione ma nulla risultava dagli archivi della formazione, il padre, tra il reticente e lo sprezzante, così risponde il 6 dicembre al comandante Dionigi Superti:
“In merito alle notizie biografiche che cotesto Spett. Ufficio mi chiede di mia figlia Tomassetti Cleonice ben poco posso io personalmente comunicare, perché mia figlia fin dall’infanzia ha quasi sempre dimorato a Roma e a Milano. Per questo le notizie interessanti occorre chiederle a persone che hanno conosciuto e avvicinato con una certa intimità mia figlia”[8].
Il vuoto di conoscenza lascia così aperto il campo a notevoli imprecisioni sul nome, sulle origini e sull’età; ad es. Anita Azzari, solitamente rigorosa nella documentazione, nel 1954 la definisce “una giovane donna di diciassette anni”[9].
Nel 1966 Nino Chiovini pubblica Verbano, giugno quarantaquattro[10] dove per la prima volta vengono pubblicati stralci del memoriale, allora inedito, del giudice Emilio Liguori[11] laddove testimonia quanto aveva potuto osservare quel 20 giugno nello scantinato di Villa Caramora. Sono i passi che meglio delineano la fierezza di Cleonice nel suo ultimo giorno e che ne fissano in modo permanente l’immagine.
«…la porta della cantina si aprì e venne fatta entrare una trentina di persone, spinta avanti a calci e a colpi di canna di moschetto da una squadra di omacci inferociti, bestiali, i quali indossavano la così detta onorata divisa del soldato del popolo eletto, dell’Herrenvolk, del superpopolo: il teutonico.
La scena che dopo l’ingresso in cantina di tanti disgraziati si presentò al mio sguardo, fu delle più penose alle quali io abbia mai assistito.
Penso che un branco di lupi famelici, quando capita in mezzo ad un gregge di pecore, usi verso le proprie vittime una ferocia meno accesa, meno sadica di quella dei soldati tedeschi verso i poveri partigiani rastrellati durante le battute eseguite in Val Grande …
I pugni, le pedate, i colpi di calcio di moschetto, le nerbate non si contavano più. Era una vera gragnuola che si abbatteva inesorabile su dei miseri corpi già grondanti sangue per ogni dove, su dei visi già tumefatti per le percosse ricevute in precedenza. Gli aguzzini sembravano presi nel turbine di un sadico furore, in preda al delirium tremens di marca tipicamente teutonica.
Ogni nerbata, ogni colpo era per giunta accompagnato da un grugnito che stava ad indicare la compiacenza dei carnefici.
Una scena orribile, dicevo, con la quale contrastava la nobile serenità dei torturati. Non un grido, non un lamento. Una fierezza diffusa sui
volti di tutti. Dal mio posto di osservazione ogni tanto ero costretto a chiudere gli occhi per non vedere. Temevo di impazzire per lo sdegno suscitato in me da tanto scempio, cui ero costretto ad assistere impotente.
Reputo che i patrioti della Val Grande, dopo aver duramente combattuto il nemico sui campo, abbiano saputo sopportare il suo bestiale furore vendicativo con la stessa fierezza e serenità che opposero ai loro aguzzini gli antichi martiri cristiani, i patrioti del nostro e di tutti i risorgimenti.
Il vertice della furibonda esplosione d’odio contro quei poveri partigiani venne raggiunto quando, ordinato loro di stendersi bocconi per terra, i teutonici si misero a pestarli camminandoci sopra con gli scarponi chiodati, grugnendo animalescamente.
[…] Notai che fra i partigiani vi era una donna, di statura media, di colorito bruno, sui venticinque anni. Anche a costei non furono risparmiati i maltrattamenti, anzi, starei per dire che la dose delle angherie sia stata nei suoi confronti maggiore. Mi parve che, quando arrivava il suo turno, il nerbo si abbassasse sulle sue spalle con maggiore furore e più violenti fossero i calci che la raggiungevano da ogni parte. Eppure la coraggiosa donna non solo incassò ogni colpo senza emettere un grido ma, calma e serena, faceva coraggio agli altri giovani, malconci da quella furia bestiale.
[Verso le quindici[12]] … i guardiani diedero un’occhiata alla loro divisa. Alcuni si tolsero la tuta mimetica rimanendo in camicia e pantaloncini marroni. Qualcuno manovrò per prova i congegni dell’arma della quale era in possesso; tutti poi si diedero con fervore a ravviarsi i capelli, guardandosi nello specchietto del quale ognuno era in possesso, ed avendo cura che la scriminatura segnasse un’impeccabile linea retta dall’occipite alla regione frontale sinistra, senza sgarrare di un pelo.
Tutto questo mi dava l’impressione di gente in procinto di recarsi ad assistere ed a prendere parte ad uno spettacolo che si preannunciava assai divertente, e non già di persone che, per contro si accingevano a compiere un eccidio senza nome.
Lo spettacolo che stava per essere ammannito fu subito intuito dalla donna, alla quale ho accennato sopra. Costei si levò in piedi e con fare spontaneo, senza sforzare il tono della voce, direi quasi con amorevolezza, rivolta ai compagni di sciagura, pronunciò queste testuali parole: “Su, coraggio ragazzi, è giunto il plotone di esecuzione. Niente paura. Ricordatevi che è meglio morire da italiani che vivere da spie, da servitori dei tedeschi”. Aveva appena finito di parlare che, infuriato le fu addosso un soldato germanico, che doveva capire un poco di italiano e che del senso delle parole pronunciate, era stato messo al corrente da un militare italiano. (Quale schifo il contegno servile verso i padroni tedeschi dei militi fascisti! Non di tutti per fortuna, perché ne vidi più di uno fremere di rabbia, osservando ciò che di orribile si compieva intorno a lui). La donna fu colpita atrocemente da più di uno schiaffo e da uno sputo sul viso. Non si scompose; incassò impassibile, e poi fiera, e con aria inspirata, quasi trasumanata, disse parole che per mio conto, la rendono degna di essere paragonata a una donna spartana, o meglio ancora ad una eroina del nostro risorgimento: “Se percuotendomi volete mortificare il mio corpo, è superfluo il farlo: esso è già annientato. Se invece volete uccidere il mio spirito, vi dico che è opera vana: quello non lo domerete mai”. Poi rivolta ai compagni: “Ragazzi, viva l’Italia, viva la libertà per tutti!” Gridò con voce squillante.»
A ventidue anni dalla sua fucilazione conosciamo in modo pressoché dettagliato l’ultimo giorno di vita di Cleonice, ma sulla sua vita precedente vi è ancora il vuoto riempito da ipotesi ed illazioni: il cognome è perlopiù indicato erroneamente come Tommasetti (o Tomasetti) e la sua origine e professione quale “maestra di Milano”.
Ma soprattutto il vuoto ne favorisce la mitizzazione, una duplice mitizzazione che ruota intorno a due differenti icone: una che possiamo definire “ufficiale” presente in più testi della resistenza, la seconda che potremmo definire “sotto traccia” frutto in buona parte di passaparola orale.
Quella “ufficiale”, sia pur con varianti da testo a testo, ci fornisce l’immagine di una maestra di Milano, unitasi alla resistenza quale staffetta, moglie di un partigiano e incinta di quattro mesi[13]. Icona consolatoria, di fatto funzionale a una ideologizzazione della resistenza che ha teso a uniformare in immagini stereotipate la ricchezza plurale e variegata della resistenza sia militare che civile; frutto certo di una reazione di difesa contro minimizzazioni e attacchi del ruolo della lotta di liberazione, ma difesa fragile e sostanzialmente controproducente.
In quella che ho indicato come “sottotraccia” e che essenzialmente Chiovini fa propria nel 1974 ne “I giorni della semina”[14] si passa dall’eroina partigiana all’icona romantica della donna innamorata che, incurante delle convenzioni (lei 32 anni, lui 18 anni da soli tre mesi), raggiunge il suo amato, per portargli magari un messaggio o un’arma, ma sostanzialmente per poter stare con lui. Amore irregolare per quei tempi (e non solo) e da tener nascosto nei testi ufficiali ma, non per questo, meno chiacchierato. Versione (e mitizzazione) nata evidentemente dal fraintendimento della decisione dei Ciribi – consapevoli della non possibilità per la famiglia lontana di venire a prelevare la salma – di farsi carico, oltre a quelle del figlio, delle esequie di Cleonice. Ma con buona probabilità alimentata anche dall’immagine – che emerge pure nei ritratti fotografici – di una donna bella e determinata: uno degli argomenti
privilegiati delle “voci che corrono” e, spesso, delle “male lingue”. Non capiremmo allora, oggi che conosciamo la realtà del suo percorso di vita, il senso della poesia di Dante Strona[15] che fa prevalentemente riferimento a questa seconda versione del mito e che inizia con un verso, Non so se eri una peccatrice, di un insopportabile e altrimenti incomprensibile moralismo.
Nell’ambiguità delle due figure mitiche contrapposte, per molti anni di Cleonice si preferisce parlare il meno possibile. Le cose cambiano nella prima metà degli anni Ottanta. I famigliari del Giudice Liguori acconsentono alla pubblicazione integrale sul numero 2/1980 della rivista Verbanus del suo diario Quando la morte non ti vuole[16], scritto a caldo nel 1944 dopo la sua liberazione e depositato dopo la sua monte (1968) in copia dattiloscritta al Museo del Paesaggio di Pallanza, di cui, come abbiamo visto e riportato, erano noti solo alcuni passi riprodotti da Chiovini.
Giudice istruttore presso il tribunale di Verbania Pallanza, la mattina del 20 giugno 1944, con l’accusa di collaborare con la resistenza
viene arrestato e tradotto nello scantinato di Villa Caramora, a Intra, dove il primo pomeriggio viene portato, con spintoni e percosse, un gruppo di partigiani fra cui Cleonice. Colpito dalla fierezza della donna, dalle sue reazioni alle percosse e dal suo atteggiamento di sostegno e incitamento dei compagni, ne riporterà in dettaglio comportamento e parole nel suo memoriale, completandolo con le informazioni raccolte la sera, dopo l’eccidio, dal partigiano anglo-rhodesiano Frank Ellis che, anch’egli tradotto a Fondotoce, viene però risparmiato.
Nel suo memoriale vi è, in particolare, a conclusione della testimonianza su Cleonice, un invito a celebrarne pubblicamente la figura:
«Anima grande! So (per avermelo confidato un poliziotto, un bolzanese che accompagnò il triste corteo fino al luogo dove avvenne l’esecuzione e vi assistette) che, durante tutto il tragitto di circa cinque chilometri da Intra a
Fondotoce, essa continuò a conservare una calma ed una serenità incredibile in una donna: e tale calma e tale serenità seppe per virtù dell’esempio, comunicare agli altri suoi compagni di sventura, avanzò per prima verso i carnefici, guardandoli fieramente negli occhi. Le sue ultime parole furono: “Viva l’Italia!”.
Come lei morirono coraggiosamente sotto le raffiche delle mitragliatrici i suoi quarantadue compagni. Ignoro il nome di questa donna, ma farò di tutto, quando tempi migliori e maggior libertà me lo consentiranno per conoscerlo e additarlo alla pubblica ammirazione. Ebbene non vada dimenticato chi ha saputo soffrire e morire con il nome di un’Italia libera, immune dalla peste fascista, sulla bocca e nel cuore. Il ricordo si contrapporrà a quello delle tante donne italiane, che mentre la Patria era prostrata nella polvere della sconfitta, trescavano pubblicamente con il tedesco, al quale non negavano sorrisi, abbracci ed altro.» (p. 173-174)
L’interesse per la figura di Cleonice si riaccende e, su proposta del Comitato Unitario della Resistenza, nel 1981 Comune di Verbania e organismi scolastici decidono di intitolarle la Scuola Elementare di Intra alta. Chiovini intraprende per l’occasione la ricerca di testimonianze di chi aveva avuto rapporti diretti con lei. Il materiale raccolto, integrato con anteriori ricerche e con il memoriale Liguori,
permette la pubblicazione di “Classe IIIaB. Cleonice Tomassetti vita e morte”[17]. Opera fondamentale, non solo perché permette il definitivo passaggio della figura di Cleonice dal mito a una storia documentata, ma anche perché, pur nell’ambito di una pubblicazione di sole 66 pagine, è ricca e densa di significato e di possibili sottolineature. A partire dal titolo che letto superficialmente si limita ad indicare il luogo, la classe, dove Nice è stata imprigionata dopo il suo arresto in Valgrande; ma è anche – direi soprattutto – un riferimento implicito al mito della maestra milanese che viene da un lato demitizzato e dall’altro rinnovato quasi che quella prigionia in un ambiente scolastico l’abbia consacrata quale “maestra” dei suoi compagni nello scantinato di Villa Caramora e lungo quella sorta di via crucis laica che da Intra li ha portati sulla piana di Fondotoce, indicando loro l’atteggiamento e le parole da pronunciare nel momento estremo.
“Prendiamo atto, a seguito delle testimonianze riportate, che Nice non era un’insegnante, che non attendeva un figlio, che non era una staffetta partigiana. Aveva frequentato soltanto le classi elementari di una scuola di paese; in quel momento non c’era nessun uomo nella sua vita; soltanto a una settimana prima della sua morte risaliva il suo ingresso nella resistenza militante.
È bene fare giustizia delle inesattezze a suo tempo dette e scritte su di lei; nella sua vera identità, Nice diventa più comprensibile, persino più apprezzabile.”[18]
Chiovini ci invita pertanto ad abbandonare le raffigurazioni precedenti di Nice e, grazie alla sua ricostruzione, possiamo leggere e rileggere la sua vita tragica ed esemplare sotto diverse angolature: quella del contesto socio politico – la povertà e la cultura patriarcale del mondo contadino di origine – che ne predetermina la tragicità del percorso; quella di un itinerario di formazione – dalla reazione ai soprusi delle famiglie della “Roma bene” alle amicizie ed affetti milanesi – che la porta all’antifascismo e alla decisione di una resistenza attiva; quella più specificamente femminile di una donna risoluta che sa contrapporsi ad una oppressione di genere negli ambiti familiari, sociali e politici.
Mi soffermo sulla dimensione etica: alla base della partecipazione alla resistenza vi è una scelta, per i più dopo l’8 settembre, per alcuni prima. Ebbene, l’intera vita di Cleonice è contrassegnata da “scelte”. Scelte non nel senso banale di opzioni o preferenze, ma nel senso forte, proprio dell’etica, di intraprendere un’altra strada, di non lasciar correre, di non continuare a subire. Allora la “Scelta” è tale quando l’alternativa non è tra due opzioni allo stesso livello, ma propriamente tra “il non scegliere” lasciando che le circostanze e/o altri decidano per noi, e quella del “salto”, della deviazione in altra direzione assumendosene la responsabilità e il rischio[19].
Nice avrebbe potuto continuare a subire la violenza paterna tra le mura domestiche, come a quei tempi e spesso ancor oggi avviene per la pressione del contesto, avrebbe potuto continuare a vivere nell’ambiente romano con almeno il conforto della sorella maggiore nonostante il parto indesiderato le abbia procurato la nomea di “una poco di buono” e ulteriori tentativi di abuso, avrebbe potuto, dopo la morte del compagno Mario, restare a Milano accettando un destino di solitudine, avrebbe potuto dopo l’arresto a Corte Bué negare ogni addebito invece di assumere su di sé anche la responsabilità dei due compagni, avrebbe potuto nello scantinato di villa Caramora e durante il tragitto stare in silenzio, non mettersi ulteriormente in mostra con il suo atteggiamento e le sue parole di sfida e incitamento. Invece in tutte queste situazioni (e probabilmente in molte altre che non conosciamo) Cleonice ha scelto la strada più difficile e rischiosa, aperta ad ogni incognita, consapevole che altrimenti ne avrebbe pagato la sua dignità e la sua libertà.
Con la pubblicazione di Classe IIIaB la conoscenza, almeno nelle linee essenziali, della vita effettiva della Tomassetti è stata recuperata ma questa conoscenza, anche dopo la riedizione del 1994[20], non ha superato l’ambito locale. La figura di Cleonice, al di fuori del nostro ambito territoriale, rimane poco nota e quando se ne parla su testate o pubblicazioni nazionali, anche su quelle legate alla resistenza, i riferimenti sono a quella che abbiamo sopra definito quale versione “ufficiale”[21].
Le cose cominciano a cambiare dopo che l’editore Tararà nel 2010 decide di pubblicarne una nuova edizione, ampliata con due “annotazioni storiche”[22] e affidando, dietro consiglio di Roberto Begozzi, la prefazione a Maria Silvia Caffari che rilegge il personaggio
di Nice sfruttando la propria sensibilità artistica e femminile. Non solo: se ne è fatta in un certo senso testimone e portavoce con uno spettacolo teatrale più volte rappresentato[23] e facendo conoscere il testo di Chiovini in ambito nazionale; tra gli altri ne consegna copia al giornalista Aldo Cazzullo che ne riprenderà le vicende in due suoi libri[24] di ampia diffusione nazionale tanto che l’attore Neri Marcorè ne ha letto un brano su questa esemplare figura di donna e patriota di fronte a migliaia di giovani, a Roma, durante il concerto del Primo Maggio 2011.
Cleonice è così diventata, anche a livello nazionale, una delle figure che incarnano il protagonismo femminile nella Resistenza e la molteplicità di percorsi che hanno portato donne e uomini dalle più diverse provenienze alla lotta di Liberazione.
In un recente saggio sulla matrice partigiana della Costituzione lo storico del diritto Giuseppe Filippetta[25] le dedica un paragrafo dal titolo “La sovranità in una borsa”; dopo averne ripercorso le vicende sulla base del testo di Chiovini, analizza le tre fotografie del corteo sottolineando come l’immagine della donna con la sua borsa ne rappresenti il fulcro.
“Chi guarda una qualsiasi delle tre foto non riesce a non guardare la borsa di Cleonice; anche se questa è sempre al margine destro della scena, l’attenzione di chi guarda va lì anche perché la borsa è sempre esattamente al centro dello spazio delimitato dalle due aste che reggono il cartello e dal cartello stesso. Lo sguardo va lì, sul margine destro della scena, al centro dello spazio tracciato dal cartello, e nelle due mani che serrano la borsa legge la volontà di non abbandonare qualcosa che è prezioso, che non può essere lasciato agli aguzzini, qualcosa da portare con sé sino alla fine, oltre la fine, per consegnarlo a coloro che stanno guardando la scena e a coloro che guarderanno la foto. La borsa attira la nostra attenzione perché troviamo istintivamente in essa, per la fermezza con la quale è portata, per l’indipendenza dello sguardo che non si piega alle pose nazifasciste, la risposta alla domanda scritta sul cartello: siamo i liberatori dell’Italia. La borsa di Cleonice è il simbolo della scelta di salire in banda che Cleonice ha fatto solo pochi giorni prima e che ha mantenuto sotto le violenze e le torture con le quali hanno provato a usare il suo corpo per far scomparire la sua scelta. La borsa di Cleonice è la sovranità di chi prende su di sé la paura e la responsabilità della morte per creare un nuovo ordine di libertà, e nessuna pallottola può uccidere una borsa, specie se a tenerla tra le mani è una persona che, scegliendo, ha reso incancellabile la propria dignità sovrana.” [26]
In un altro passo Filippetta ne sottolinea la specificità femminile:
“Nella scelta di Cleonice, e in quella di tante donne che partecipano in prima fila alla guerra di liberazione (si pensi al ruolo fondamentale che esse svolgono nella Resistenza emiliano-romagnola e in quella biellese) c’è pure lo strappo con la società tradizionale e con i suoi modelli patriarcali e maschilisti, ci sono la voglia e il coraggio dell’indipendenza rispetto a costumi e convenzioni che vogliono rinchiudere la donna in ruoli comunque subalterni. Anche in questo la Resistenza – tutta, non solo quella rossa – è un movimento di liberazione.” [27]
Soprattutto la Caffari, prendendo contatto con l’Anpi di Rieti e con il Comune di Petrella di Salto, ha permesso a quelle terre di riappropriarsi collettivamente della memoria di Cleonice, diventata sempre più la loro “eroina della resistenza”. Il sindaco Gaetano Micaloni nel 2011, anno del centenario della nascita di Cleonice, parteciperà il 19 giugno alla 67a commemorazione dell’eccidio di Fondotoce inaugurando in memoria della compaesana un cippo collocato nell’area dedicata alle Donne della Resistenza e portando i saluti alla manifestazione.
“Ringrazio in particolare i responsabili della Casa della resistenza che in questi anni hanno saputo custodire la memoria, la figura di Cleonice Tomassetti. Cleonice è nata in un paese dove la terra dura ha temprato il suo carattere, la sua vita fiera e indomita. Io sono venuto oggi a rappresentare la comunità di Capradosso e Petrella Salto e sono qui presenti i familiari di Cleonice Tomassetti.”
Per la prima volta il Comune di Petrella Salto, a novembre in occasione del centenario della nascita, ne organizzerà la commemorazione pubblica. E da allora nel suo Comune e nella provincia di Rieti numerose sono state le iniziative (lapidi, spettacoli, presentazioni librarie ecc.) in sua memoria. Nel 2017 a settembre, in due giorni di celebrazione, viene intitolato “Largo Cleonice” e una targa di ricordo è
apposta sulla sua casa; e si arriva al Concorso “I giovani e la memoria” proposto per l’anno scolastico 2018-2019 dall’Anpi e dalla CGIL reatine, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Provinciale, agli studenti di quel territorio che ha vissuto, in particolare nei primi mesi del ’44, le ferite della guerra e dell’occupazione e che si libera dalla presenza nazifascista nel giugno 1944 quando i partigiani entrano a Rieti prima dell’arrivo delle truppe angloamericane[28]. La prima scuola premiata è stato l’Istituto Comprensivo di Petrella Salto che, con le classi della Terza Media, ha realizzato il filmato Come un fiore reciso. Cleonice Tomassetti, partigiana nell’animo che, con la sensibilità tutta femminile delle sue studentesse e la parlata locale di una giovane interprete, ripercorre la vita di una donna fiera, libera e indipendente nonostante le tragedie che hanno costellato la sua vita, ma anche negli affetti e nella ricerca della gioia e della bellezza del vivere.
Nel momento in cui i colpi la falcidiano e cade a terra, il suo “spirito intatto” ritorna alla sua terra e la vediamo salire sulla Rocca di Beatrice Cenci a Petrella Salto per trasmetterci il suo messaggio:
«Oggi più che mai sono antifascista. Morire per delle idee è affascinante. Per un’Italia libera dalla violenza degli uomini. In una terra dove una donna possa scegliere, esprimersi, lavorare, partecipare. Perché la morte non può farmi paura.
Mi rivolgo ai quarantadue uomini che mi hanno accompagnato in questo doloroso corteo: “Coraggio compagni. Facciamo vedere a questi signori come sanno morire gli italiani. Hanno infangato e umiliato il mio corpo in ogni modo, ormai è annientato. Ma il mio spirito è intatto. Viva l’Italia!”.
Raccontate questa storia. Non sono stata una maestra. Non sono stata una staffetta. Tanto meno un’eroina. Questo sono stata: una donna che come tanti altri fiori recisi della mia terra, come la più popolare Beatrice Cenci, ha saputo essere se stessa sfidando la violenza e il pregiudizio. Una donna che ha amato e desiderato la libertà sopra ogni altra cosa al punto da cavalcare e vincere la morte stessa. Una partigiana nell’animo.»
A distanza di 75 anni possiamo dire che Cleonice è definitivamente tornata a casa.
E, forse non a caso, qui nel Verbano, nello stesso periodo in cui quel filmato viene presentato e premiato, su WhatsApp viene diffusa, dapprima anonima, un’altra intesa lettura, anche questa femminile, della figura della nostra Nice, partigiana e alchimista[29]. Dopo essere riusciti a conoscerne l’autrice le abbiamo chiesto l’autorizzazione a pubblicarlo.
* Articolo inizialmente scritto per Nuova Resistenza Unita (n. 1/2020) ma, rivelatosi decisamente troppo lungo, su RNU compare in versione ridotta.
[1] “Per la via non incontravamo quasi nessuno perché la gente era terrorizzata. Ma chissà quanti occhi erano puntati su di noi dalle persiane delle finestre”: dalla testimonianza di Carlo Suzzi in Orazio Barbieri, I sopravvissuti, Pentalinea, Prato 1999, p. 48.
[2] Carlo Antonio Beretta “Tom” (Monza, 11.07.1913), capitano di fanteria e dal febbraio precedente partigiano del Valdossola, come tutti i partigiani noti fucilati a Fondotoce. [Nota biografica, come le successive, estratta dalla Banca Dati del Centro di Documentazione, consultabile sul sito https://www.casadellaresistenza.it/].
[3] Ezio Rizzato, nato a Pressana (VR) il 27.09.1909, tenente di complemento di artiglieria; si è unito al Valdossola sin dagli inizi della formazione (settembre-ottobre 1943) e vi ha assunto il ruolo di Aiutante Maggiore. È tradizionalmente identificato con il partigiano che regge il cartello alla destra di Cleonice nel lato verso la strada. Suzzi dice invece che Rizzato era vicino a lui più indietro, che portava il cappello di alpino, e che sarà fucilato insieme a lui e a un giovane varesino rimasto ignoto. Di quello alto che reggeva il cartello racconta invece che, mentre tutti durante la fucilazione erano “… sereni e forti. Soltanto uno, quello alto che portava il cartello, era impazzito. Si era messo a correre per il prato. I Tedeschi lo afferrarono e lo trascinarono a forza vicino a noi. Un tedesco lo tenne per il bavero della giacca ed un altro gli sparò con la pistola sul viso.” (I sopravvissuti, cit. p. 50)
[4] Sergio Ciribi (Milano 17.03.1926). Era salito in montagna con Giorgio Guerreschi (Milano, 1926) e Cleonice a metà giugno e, subito dopo la prima notte a Corte Bué, catturati nel pieno del rastrellamento. La conoscenza fra Ciribi e Cleonice risale agli inizi del mese (cfr. più avanti la ricostruzione di Chiovini).
[5] Carlo Suzzi “Quarantatré” (Busto Arsizio, 16.07.1926 † 16.07.2017 Bang Lamung, Tailandia) partigiano del Valdossola dal dicembre 1943.
[6] Riportato integralmente in Mino Ramoni, Vincenzo Adreani. Primo sindaco di Verbania. Il sindaco della liberazione (1883-1948), VB/doc, Verbania 2009, p. 64-68.
[7] Nino Chiovini, Classe IIIaB. Cleonice Tomassetti vita e morte, 3^ ed. Tararà, Verbania 2010, p. 39 (Testimonianza di Edvige Uggeri vedova Ciribi). In realtà il “Campo della Gloria” è al Cimitero Maggiore (Musocco): Campo 64 Perpetuo destinato ai Caduti della Lotta di Librazione. Qui riposa la salma di Tomasetti (sic) Cleonice (n. 443); al suo fianco, oltre Sergio Ciribi (n. 444), altri due partigiani fucilati a Fondotoce: Luigi Brown (n. 442) e Franco Marchetti (n. 445).
[8] Classe IIIaB cit., p. 72.
[9] Anita Azzari, L’Ossola nella Resistenza italiana, Il rosso e il blu, Santa Maria Maggiore 2004, p. 74 (riedizione del testo del 1954).
[10] Edito a cura del Comitato Permanente Verbanese della resistenza e del Circolo Nuova Resistenza con il patrocinio del Comune di Verbania nel XX della Repubblica e nel XXII anniversario dell’eccidio di Fondotoce, Verbania giugno 1966.
[11] Verrà pubblicato sedici anni dopo, cfr. sotto nota n. 16. Lo stralcio sotto riportato riprende integralmente quanto riportato da
Chiovini in questa opera (p. 53-55) e poi riprodotto nelle varie edizioni de I giorni della semina. Rispetto al memoriale pubblicato anni dopo vi sono alcuni stralci e qualche variante non significativa.
[12] Il memoriale poi pubblicato dice più correttamente “alle cinque” ovvero le diciassette.
[13] I testi principali che hanno veicolato questa mitizzazione sono: Mounier W., L’allucinante racconto di 43, in “La lotta”, Novara giugno 1954; Secchia P. – Moscatelli C., Il Monterosa è sceso a Milano, Einaudi, Torino 1958; Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, vol. II, La Pietra, Milano 1971, p. 387; Addis Saba M., Partigiane. Tutte le donne della resistenza, Mursia, Milano 1998, p. 137. Questa versione, con piccoli aggiornamenti, è ancor oggi, incredibilmente e nonostante le richieste di correzione, riportata sul sito ufficiale nazionale dell’ANPI: https://www.anpi.it/donne-e-uomini/2660/cleonice-tomassetti . Corretta invece su Wikipedia la voce Cleonice Tomassetti.
[14] In Verbano, giugno quarantaquattro (Comitato della Resistenza, Verbania 1966, p. 71 nota 42) Chiovini parlava ancora di “una maestra elementare di Milano, staffetta della formazione Valdossola”, mentre ne I giorni della semina (Comitato per la Resistenza nel Verbano, Comune di Verbania 1974, p. 7 nota 8) – versione immutata anche nelle edizioni successive – ci presenta Cleonice ancora come maestra, di Rieti, non staffetta partigiana, ma semplicemente una donna “salita a Rovegro, dove fu catturata, per rivedere una persona a lei cara, un partigiano che venne poi fucilato a Fondotoce accanto a lei.” Chiovini chiarirà e approfondirà la differenza fra le due versioni in un articolo (Fondotoce fra passato e presente) su Resistenza Unita del maggio 1979.
[15] Ragazza partigiana, poesia datata 22 giugno 1980, riportata da Chiovini all’inizio di Classe IIIaB (p. 5).
[16] Verbanus n. 2/1980, Alberti libraio editore, Verbania gennaio 1981, p. 140-212. Ripubblicato in volume dallo stesso editore nel 1982, annotato da Nino Chiovini, con il titolo Quando la morte non ti vuole. I casi di un giudice istruttore al tempo della grande tormenta. Il rastrellamento in Valgrande del giugno 1944 nel diario di un uomo libero (pp. 113).
[17] Edito dal Comitato Unitario per la Resistenza nel Verbano e con il “Patrocinio del Comune di Verbania in occasione dell’intitolazione della Scuola Elementare di Renco-Righino a Cleonice Tomassetti”, Verbania giugno 1981.
[18] Classe IIIaB cit., p. 65.
[19] Ho esplicitato questa concezione forte di “scelta” richiamandone l’origine nel pensiero di Søren Kierkegaard ed illustrandola con esempi storici e contemporanei in un incontro con gli studenti sul tema del volontariato; l’intervento è reperibile sul mio blog: Modalità della SCELTA e contesto storico.
[20] Sempre a cura del Comitato Unitario per la Resistenza nel Verbano; riedizione, o meglio ristampa, sostanzialmente identica alla precedente.
[21] Ad esempio sul Corriere della Sera del 20 giugno 1994 e, ancor più recentemente, su Patria indipendente del marzo/aprile 2009.
[22] Mauro Begozzi, 20 giugno 1944: tre foto e una variante, p. 77-84; Gianmaria Ottolini, Nice dal mito alla storia, p. 85-92.
[23] Cleonice, Teatrino al forno del pane fondato da Giorgio Buridan, maggio 2011.
[24] Viva l’Italia. Risorgimento e Resistenza: perché dobbiamo essere orgogliosi della nostra nazione, Mondadori, Milano 2010, pp. 93-94; Possa il mio sangue servire. Uomini e donne della Resistenza, Rizzoli, Milano 2015, cap. V, pp. 56-65. I due passi di Cazzullo riprendono il testo di Chiovini correttamente nella sostanza ma con alcune imprecisioni: ad es. il giudice Liguori diventa un “medico antifascista”.
[25] L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione, Feltrinelli, Milano 2018.
[26] Ivi, p. 64-65.
[27] Ivi, p. 170-171.
[28] La documentazione sul concorso e i lavori premiati, introdotti dal tema della memoria e un inquadramento sulla resistenza nella provincia di Rieti, è pubblicata nel volume a cura di Giuseppe Manzo, I giovani e la memoria. Gli episodi della Resistenza a Rieti e in provincia raccontati dagli studenti reatini, Edizioni Funambolo, Rieti 2019. Il libro è dedicato Alla memoria di Cleonice Tomassetti.
[29] Maria Minola, Cleonice Tomassetti, l’alchimista.














































































































































































































































