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L’Olocausto del Lago Maggiore dalla Memoria collettiva alla Storia

A settant’anni da quello che giustamente viene definito Olocausto del Lago Maggiore [1] si può tentare di trarre una sintetica valutazione dello stato della Memoria collettiva mentre stanno concludendosi le iniziative per il settantesimo della prima Strage di ebrei in Italia durante l’ultima guerra mondiale.

Se per lungo tempo si è trattato di una “strage dimenticata” [2], nel 2011, in un articolo su Nuova Resistenza Unita [3], dopo la grande partecipazione di pubblico alle proiezioni di Even 1943. Olocausto sul Lago Maggiore mi pareva di poter affermare che probabilmente quella non sarebbe più stata una strage rimossa dalla memoria (riporto per intero in calce l’intero articolo che tentava anche di individuare i molteplici motivi di quella “dimenticanza”).

Olocausto del Lago Maggiore: i luoghi dell'eccidio.

Olocausto del Lago Maggiore: i luoghi dell’eccidio.

Oggi dopo che tutti i nove Comuni coinvolti [4] si sono coordinati per celebrare il settantesimo anniversario dell’eccidio con numerose e partecipate iniziative, come la posa sul lungolago di Baveno, davanti all’albergo che fu sede del comando delle SS autori delle stragi, di un monumento a ricordo di quelle vittime; dopo che la scuola elementare-media di Meina è stata dedicata ai tre giovani fratelli Fernandez Diaz, e quella di Trecate a Becky Behar, la sopravvissuta che ha dedicato la propria vita a portare nelle scuole la sua testimonianza, dopo che la Casa della Resistenza in questi mesi di ottobre e novembre ha dato vita ad un corso di aggiornamento per insegnanti [5] sulla shoah con ampi riferimenti alle tragiche vicende sul Lago – e l’elenco non è certo completo – possiamo con certezza affermare che la Memoria collettiva delle nostre comunità si è riappropriata di quegli eventi iniziando a saldare un debito a lungo rimosso.

Il memoriale di Aldo Toscano

 “Io non posso dimenticare.

Domenica 3 ottobre. “Oltre la rete!” Ci riscaldiamo al sole come lucer­tole, nella mattinata. Attendiamo la sera per muoverci con tutta pru­denza. Scendiamo zigzagando tra masso e masso, e solo a notte alta entriamo nella prima baita svizzera …

Lunedì 4 ottobre. “S. Francesco, patrono d’Italia”. È una giornata per noi decisiva e di movimento. S’inizia alle dieci del mattino … Renzo cerca inutilmente una barca che ci traghetti a Sannazzaro Alabarda, dove abita il nostro amico dottor Fau­ser. Purtroppo però, nonostante i suggerimenti, Franco e Giorgio sono stati pescati ed è giocoforza per tutti di costituirci. …

Finalmente, alle 19.30, facciamo il nostro ingresso in un campo di smistamento svizzero: il Francesco Soave di Bellinzona. Si chiude così per noi la prima parte dell’avventura, per aprirsi quella nuova dei campi, tra “la perduta gente”, dove la clessidra del tempo molto lentamente scan­dirà per me alla rovescia i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni! Il continuo monotono ripetersi degli atti quotidiani per 605 interminabi­li giorni, diventerà abitudine. Con essa accetterò ogni cosa con rasse­gnazione, vivendo in baracche di legno, dormendo sulla paglia in let­ti a castello, mangiando sbobba e patate lesse, amministrate con pi­gnolesca militare precisione.

Ma, sia stata fortuna, fatalità, o destino, ho evitato l’olocausto, di­ventando – come dirà Primo Levi – un salvato perché scrivessi e, scri­vendo, portassi testimonianza. La testimonianza vera – però – non è già la mia, ma quella di chi oggi non c’è più, e l’ha scritta col proprio sangue, prima, e col silen­zio, poi.” [6]

Così, con poche pagine di riferimento al suo internamento in Svizzera, Aldo Toscano introduce la sua ricerca sull’Olocausto del Lago Maggiore. Ebreo novarese, transitato inconsapevolmente per Baveno nei giorni del rastrellamento mentre col fratello Franco e altri segue il suo itinerario di salvezza verso la Svizzera, delle stragi sul Lago saprà solo dopo la guerra. E dedicherà oltre quarant’anni della sua vita a raccogliere informazioni ed articoli, in particolare dopo il pensionamento e durante il processo celebrato a Osnabrück (8 gennaio – 5 luglio 1968). Il suo meticoloso lavoro uscirà nel 1993 (l’anno stesso della sua morte) sul Bollettino Storico per la provincia di Novara, una rivista locale e specialistica e pertanto poco diffusa. Le fotocopie di quel saggio serviranno all’équipe di Even 1943 (Lorenzo Camocardi, Claudia De Marchi e Gemma Lucchesi, oltre al sottoscritto) come traccia di partenza per la sceneggiatura del documentario.

io mi sono salvato

È pertanto decisamente opportuna e meritoria la attuale ripubblicazione di quel lavoro [7], ripubblicazione che riporta inoltre per esteso il Diario dell’internamento di Aldo e due testi introduttivi del figlio Alberto Toscano e dello storico Mauro Begozzi.

Dice il figlio:

“Più il tempo passava e più le vicende vissute tra le ignobili leggi razziali del 1938 e il ritorno in Italia nel 1945 gli venivano insistentemente alla memoria. Scriverne è stato per lui anche un modo per riconciliarsi con un passato che era stato duro da vivere e che continuava a essere difficile da spiegare. Aldo Toscano lo ha fatto con il suo stile, che era quello di una persona precisa e puntigliosa, pronta a riflettere e al tempo stesso esitante nel mettersi in luce”. (p. 12)

Il ritardo storiografico

Tutto bene dunque? Niente affatto: se la Memoria collettiva delle località coinvolte ha iniziato a saldare il debito, molta resta ancora a fare e da ricordare. Non tutte le località hanno posto un monumento o una lapide a ricordo: non c’è una memoria materiale di quegli eventi né a Stresa né a Pian Nava, né in modo specifico a Novara; molti aspetti e alcuni episodi non si sono ancora ricostruiti con sufficiente precisione: le biografie delle vittime, i salvati e i giusti che li hanno aiutati, così come il capitolo triste dei collaboratori e probabilmente dei delatori, il destino dei beni delle vittime ecc..

Ma il ritardo maggiore è quello degli storici, come Mauro Begozzi ha con forza sottolineato, sia nel saggio introduttivo alla nuova edizione del testo di Toscano, sia nella coinvolgente lezione che ha tenuto il 23 ottobre scorso alla Casa della Resistenza nell’ambito del Corso di aggiornamento sopra ricordato.

La strage del Lago Maggiore, non solo è la prima strage antiebraica nazista in Italia e la seconda per numero di vittime (57) dopo quella delle Fosse Ardeatine (76), rappresentando quasi un terzo del totale dei 188 ebrei uccisi direttamente in Italia dai nazi-fascisti. L’Olocausto del Lago Maggiore è stata anche l’unica strage in Italia a carattere esclusivamente antiebraico: sia alle fosse Ardeatine che negli altri casi come a Forlì tra le vittime vi erano anche civili non ebrei.

In sostanza, a ridosso dell’8 settembre, la strage del Lago Maggiore costituisce il “biglietto da visita” dell’occupazione nazista del nostro Paese che preannuncia il progetto nazista e repubblichino di soluzione finale tramite la deportazione in massa dei circa 44.000 ebrei presenti nel nostro paese poi avviata con l’Ordinanza di polizia n. 5 del 30 novembre 1943 (internamento di tutti gli ebrei e sequestro dei beni).

Eppure dell’Olocausto del Lago Maggiore gli storici non si sono occupati se non marginalmente; l’altro testo importante oltre a quello di Toscano, uscito anch’esso nel cinquantenario della strage, è di un giornalista, Marco Nozza [8].

Manca un inquadramento complessivo della strage e delle linee di comando relative alla 1ª Divisione Panzer SS “Leibstandarte SS Adolf Hitler”, uno studio accurato delle biografie delle vittime e la ricostruzione di coloro che si salvarono. Si fa tuttalpiù cenno all’episodio di Meina, l’episodio più noto e che rischia di coprire con le sue sedici vittime le restanti quarantuno [8]. È estremamente pericoloso – dice Begozzi – collegare una strage ad un luogo. Per il luogo stesso e per la Storia.

Il risultato è che i manuali di Storia (scolastici e non) non parlano dell’Olocausto del Lago Maggiore (o fanno un rapido cenno perlopiù a Meina) e il ritardo della ricerca e dell’analisi storica si riverbera anche sulla Memoria collettiva nel resto del nostro paese.

Molto in sostanza c’è ancora da ricercare; nel 2022 si potranno liberamente consultare i documenti del processo di Osnabrück; ci sono poi gli incartamenti dell’”armadio della vergogna” e, aggiungo, quelli dei processi torinese ed austriaco a Gottfried Meier, responsabile dell’eccidio a Intra della famiglia Ovazza. E poi il contesto, come le leggi razziali si siano diffuse anche localmente ad abbiano creato un clima di sospetto antiebraico o di indifferenza per la sorte degli arrestati.

Alcune piste da seguire, dice Begozzi, sono anche accessibili ad un lavoro di ricerca nelle scuole: ad esempio quella degli allontanamenti da ruoli pubblici o dall’insegnamento in seguito alle leggi razziali (non revocate dal governo Badoglio).

A Novara ad esempio tra il 5 settembre 1938 e il gennaio successivo, a seguito della circolare “provvedimenti in materia di difesa della razza” quattro insegnanti delle scuole superiori dovettero abbandonare l’insegnamento: Giulio Reichembach docente di lettere al Liceo Classico “Carlo Alberto”, noto studioso; Virginia Finzi Lombroso, straordinaria insegnante di lettere al medesimo ginnasio; Ester Levi, docente di economia all’IT Mossotti; Benvenuta Treves, nota docente di ruolo anche lei all’IT Mossotti. La Treves durante l’occupazione tedesca riuscì a raggiungere la Palestina e, rientrata nel dopoguerra, fu reintegrata nell’insegnamento e, nelle file socialiste, fu vicesindaco e assessore all’Istruzione della giunta del sindaco Sandro Bermani.

Degli altri tre docenti allontanati non si hanno ulteriori notizie.

Queste vicende degli insegnati allontanati costituiscono un buon esempio che ci fa capire come la memoria non si eserciti solo nelle cerimonie ed iniziative ufficiali o sia da reperire unicamente nei libri di storia, ma possa (e direi debba) incarnarsi in un lavoro attivo di recupero (testimonianze orali, documenti, reperti, fotografie …) che, localmente, è alla portata di tutti.

A ulteriore dimostrazione – e tutta la storia dell’Olocausto del Lago Maggiore ne è una riprova – che contrariamente al senso comune, col tempo la memoria non necessariamente decade ma, grazie all’impegno sia singolo che collettivo, può crescere sensibilmente in conoscenza e consapevolezza.

Even 1943

EVEN 1943 Una strage non più dimenticata?

di Gianmaria Ottolini

La scelta è stata impegnativa e rischiosa. Documentare in tempi accettabili (meno di due ore), mettendo al centro testimonianze e interviste senza scorciatoie filmiche, tutti gli eccidi nelle 9 località e affrontare anche temi concomitanti: i processi di Torino ed Osnabrück, i salvati dai giusti, i beni delle vittime, il dibattito storico, le responsabilità italiane. Aprendo problemi e cercando possibili risposte.

Un tema rimanendo implicito, quello sottolineato nella lettera del Presidente Napolitano: “un eccidio pressoché dimenticato”.

Perché questa è stata a lungo “una strage dimenticata”?

Francamente non saprei dare una risposta inequivoca. L’esser stata la prima strage nazista di ebrei in Italia e la seconda per numero di vittime, l’aver coinvolto personalità di rilievo e in più casi con parentele di ampia notorietà – quali Primo Levi e Alain Elkann – avrebbero dovuto esser naturali motivi per una risonanza nella storiografia e nella memoria collettiva sia locale che nazionale, al pari ad esempio delle Fosse Ardeatine.

Azzardo alcune delle possibili risposte: la tendenza generale del dopoguerra a dimenticare; l’esser le vittime in gran parte non del luogo e considerate “straniere” per religione e nazionalità; la scomparsa per quasi tutte le vittime dei loro corpi in modo tale – e questo era il disegno – di lasciare incertezza sul loro destino; l’esservi stati, dopo l’autunno ’43, eventi bellici ed eccidi che ben più marcatamente hanno lasciato il segno; il non voler aprire il difficile tema delle nostre responsabilità (collaborazione con le SS, possibili delazioni ed appropriazioni ecc.); la parcellizzazione dell’eccidio in più località e pertanto la difficoltà a considerarlo un unico evento; la difficoltà ad abbinare il turistico paesaggio lacustre con una strage; l’assenza, almeno sino ai relativi processi, di una documentazione scritta che ne facilitasse la ricostruzione storica. Forse un po’ di tutte queste insieme.

C’era probabilmente bisogno di un momento di memoria collettivamente vissuto che riportasse all’oggi quegli eventi. La partecipazione oltre ogni previsione, l’attenzione e il coinvolgimento del pubblico alla Casa della Resistenza e alle altre proiezioni del documentario sembrano dirci che l’Olocausto del Lago Maggiore non sarà più una strage dimenticata.

(Nuova Resistenza Unita, n. 2, marzo-aprile 2011, p. 6)

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Note

[1] L’espressione per indicare l’insieme degli eccidi di ebrei avvenuto nel settembre-ottobre in nove località dell’allora provincia di Novara è dovuta ad Aldo Toscano che così li denomina nel suo studio pubblicato nel 1993. Della sua ricerca e della sua recente ripubblicazione ne parlo in seguito.

[2] Così indicata nel convegno tenuto a Meina nel 2001 a cura della Comunità di Sant’Egidio e nella conseguente pubblicazione: La strage dimenticata. Meina Settembre 1943. Il primo eccidio di ebrei in Italia, a cura della Comunità di Sant’Egidio, Interlinea, Novara 2003.

[3] L’archivio storico della rivista è consultabile integralmente on-line.

[4] Nell’ordine Baveno, Arona, Meina, Orta, Mergozzo, Stresa, Pian Nava (allora Arizzano, oggi Bée), e Novara.

[5] Se questo è un uomo”: Tra Storia e Memoria. Corso di formazione e di aggiornamento dalle leggi razziali alla deportazione. 12-23 Ottobre – 9-23 Novembre 2013.

[6] A. Toscano, L’olocausto del Lago Maggiore (settembre-ottobre 1943), in “Bollettino Storico per la provincia di Novara” n. 1 anno 94 pp. 1-111, Società storica Novarese, Novara 1993: pp. 8-9.

[7] A. Toscano Io mi sono salvato. L’olocausto del Lago Maggiore e gli anni di internamento in Svizzera (1943-1945), Interlinea, Novara 2013, p. 276.

[8] M. Nozza, Hotel Meina. La prima strage di ebrei in Italia, Mondadori, Milano 1993.

[9] Un esempio recente di questa “riduzione” dell’intera strage all’eccidio di Meina da parte di storici anche importanti lo si ha nell’ultima opera di Sergio Luzzato (Partigia. Una storia della Resistenza, Mondadori Milano 2013) laddove a p. 39 dice che Mario e Roberto Levi arrestati a Orta “Condotti a Meina, sul lago Maggiore, erano stati trucidati il 23 settembre unitamente a varie decine di ebrei greci, turchi e italiani, uomini e donne, che le SS avevano catturato nell’albergo più elegante della cittadina; con una pietra al collo , i cadaveri delle vittime erano stati poi gettai nel lago”. Del trasferimento dei Levi a Meina non c’è nessuna testimonianza: se non sono stati uccisi subito è più probabile siano stai trasferiti a Baveno o Stresa dove erano i comandi. A Meina poi non furono “varie decine” le vittime, ma sedici; varie decine quelle dell’insieme delle stragi delle nove località.

Socialità ristretta dei giovani? In Italia e nel Verbano Cusio Ossola

Nel mio precedente post Alla ricerca del padre ricordavo come nel 2001, in occasione del convegno “Come noi nessuno mai. Nuovi adolescenti fra scuola e società civile”, nello sforzo di comprendere le trasformazioni della cultura, dei valori e del comportamento dei giovani, l’attenzione degli insegnanti e degli operatori presenti si fosse spostato dal soggetto singolo al gruppo dei pari.

Qual era il senso complessivo di quelle riflessioni? … Era il ruolo crescente del gruppo dei pari, in positivo ma anche in negativo, quale prevalente riferimento normativo e identitario mentre le agenzie tradizionali, famiglia e scuola, si percepivano sempre più come inadeguate. Di qui l’individuazione del gruppo dei pari (e del gruppo classe nell’ambito della scuola) quale risorsa educativa.

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Le indagini IARD sulla condizione giovanile

 A conferma di quelle intuizioni l’anno successivo viene pubblicato il Quinto rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia [1] che, nel capitolo Il sistema dei valori si sofferma su quella che viene definita la irresistibile ascesa della socialità ristretta cioè il consolidarsi di uno spazio di relazioni produttive di identità e valori che non è più quello familiare e nemmeno quello delle istituzioni pubbliche (società civile e stato per usare una vecchia terminologia).

“I dati del 2000 confermano … il crescente peso dato dai giovani alle relazioni interpersonali, in particolare, a quel­le amicali ed affettive accanto a quelle familiari. E come se intorno alla famiglia si andasse progressivamente strut­turando un nucleo forte di valori tutti riferiti all’intorno sociale immediato della persona. Nucleo che pervade di sé e qualifica l’intero sistema valoriale delle giovani gene­razioni.”

L’evolvere del sistema dei valori nell’ambito della “socialità ristretta” avviene soprattutto a scapito dell’impegno collettivo (civile, politico, religioso …) e gli stessi valori tipici delle “virtù civiche” come eguaglianza, libertà, solidarietà e democrazia vengono riletti e reinterpretati in questo contesto di spazio amicale di modo tale che

“tali temi non vengano tanto visti come esercizio di virtù civiche o riconoscimento di diritti generalizzati, quanto piuttosto come elementi costitutivi della propria identità personale. In altre parole la libertà e la democrazia sono intese più come diritti personali da far valere, che come conquiste collettive. L’eguaglianza e la solidarietà … appaiono semanticamente vicine all’amicizia, all’amore ed alla famiglia, cioè alla sfera più strettamente individuale, piuttosto che a valori come la patria e la po­litica… Anche i valori della vita collettiva, dunque, appaiono come definitori del proprio intorno sociale: si vive con i propri amici, si fa riferimento agli affetti più cari, nel bozzolo di relazioni primarie che ci si è costruiti; ed è per la difesa di tale bozzolo che si chiede solidarietà e libertà. I valori conquistati in nome di tutti vengono così piegati alle richieste di sicurezza e rassicurazione che solo l’intor­no sociale più vicino e tranquillizzante può garantire.”

Il sesto rapporto dello IARD pubblicato nel 2007 [2] conferma tale analisi e accentua il peso e il ruolo dei valori “legati alla sfera della socialità ristretta”: l’amicizia che in vent’anni è cresciuta come valore molto importante dal 58% dei giovani (1983) al 78% del 2004 (in crescita di ulteriori tre punti dal 75% del 2000); analogamente cresce l’importanza assegnata a svago nel tempo libero: dal 44% del 1983 al 55% del 2004. In sostanza una socialità che si restringerebbe sempre più alle relazioni amicali ed affettive [3].

Nel Verbano Cusio Ossola

Grazie al progetto Un paesaggio a colori [4] curato dal Laboratorio di Economia Locale dell’Università Cattolica di Piacenza è possibile confrontare le indagini nazionali dello IARD con la realtà giovanile locale. L’indagine è stata condotta nel maggio-giugno 2012 su circa 1550 studenti delle scuole superiori del VCO [5] e conferma in pieno quanto emerso nelle precedenti indagini nazionali IARD e in altre più recenti, svolte con le stesse modalità, in ambiti locali.

Dice il report:

“La rilevazione sul sistema valoriale dei giovani riprende le modalità di analisi dell’indagine nazionale compiuta in passato da IARD e realizzata nel 2010 anche in altre aree territoriali come l’Appennino Reggiano, che presenta caratteristiche socio-demografiche simili all’area del VCO.

Le priorità emerse relative alle “cose importanti nella vita”, quindi le scale dei valori e degli obiettivi di significato dei giovani risultano coerenti con i dati nazionali ed i raffronti territoriali. Si conferma la centralità della salute (85% di molto importante) e della famiglia da un lato (76%) e l’”irresistibile ascesa della socialità ristretta” dall’altro lato, ad indicare la forte preminenza di valori legati alle relazioni interpersonali, amicali, affettive. Al terzo posto compare l’amicizia (73%), che insieme all’amore, alla famiglia e all’autorealizzazione (56%) si configurano come il blocco della vita personale, il nucleo di valori riferibili all’intorno sociale immediato della persona, nettamente più segnalato rispetto alla vita collettiva, all’evasione e all’impegno personale.”

Di rilievo anche il grado di fiducia nelle Istituzioni dei giovani del VCO: ai primi posti (abbastanza o molta fiducia) troviamo scienziati (86,4%), piccoli imprenditori e artigiani (78,7%), ONU (65,2%), insegnanti (64,1%), NATO (60,9%) abbastanza in linea con le rilevazioni di altre parti d’Italia; agli ultimi posti troviamo invece politici (3,6%), partiti (6,9%), Governo (10,7%), Chiesa (19,8%), sindacalisti (23%), con un giudizio accentuatamente più negativo rispetto a quello più generale d’Italia e di altre aree considerate consimili al VCO (Appennino reggiano, Cremona) per politici, partiti, Governo e Chiesa; più in linea con le altre rilevazioni il giudizio sui sindacalisti.

Tab Grado di fiducia Istituzioni

Altro elemento che emerge dalla lettura dei dati è che la scarsa fiducia nelle istituzioni sopra ricordate (politici, partiti, Governo, Chiesa e sindacalisti) è ancor più bassa tra gli ossolani rispetto al restante della Provincia (es. i politici: Ossola 2,4%; VCO 3,6%).

Altre differenze emergono fra le aree della provincia, e in particolare dell’Ossola rispetto al Verbano e al Cusio. Se per tutti i giovani della Provincia il legame identitario prevalente è quello con il Comune di residenza (27,7%) seguito dall’Italia (21,4%), mentre scarso è quello con la Provincia (8,9%) e la Regione (2,3%) [6], questi dati risultano ulteriormente accentuati per i giovani ossolani: per il paese/città in cui vivono il 33,3% (rispetto al 27,7% dell’intero VCO), mentre per provincia e regione rispettivamente il 6,8% e l’1,6%.

Questo dato identitario locale, più forte in Ossola, sembra spiegare la contraddizione tra il giudizio più negativo sul VCO quale opportunità di vita (Cusio 51,4 %, Verbano 48,2%, Ossola 45,1%) e la maggiore propensione degli Ossolani a continuare a vivere nel proprio Comune di residenza (Ossola 22,8%, Verbano 19,9%, Cusio 19,2%).

Propensione a continuare a vivere nel proprio Comune rispetto alla scelta di andare in altre province o Stati che comunque nel VCO è molto più bassa rispetto ad altre arre d’Italia (es. 37,5% sia per L’Appennino Reggiano che per Cremona).

Socialità ristretta o socialità orizzontale?

 Analizzando le indagini IARD e quella del LEL mi sono progressivamente venuti parecchi dubbi sulla categoria “socialità ristretta” utilizzata per caratterizzare le relazioni dei giovani e l’ambito dove si formano i valori a cui in gran parte si riferiscono.

Nel convegno del 2001, così come nei due convegni nazionali sulla peer education tenuti a Verbania nel 2003 e nel 2008 [7] abbiamo parlato del ruolo fondamentale del gruppo dei pari. Ora “gruppo dei pari” ha un’accezione neutra ed infatti è sia il luogo in cui si costruiscono relazioni significative e rapporti di fiducia (parte significativa del proprio capitale sociale) ma può essere anche un luogo sociale dove si impongono costrizioni, violenze ed emarginazioni come abbiamo allora visto nell’analisi del bullismo.

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L’accezione “socialità ristretta” sembra invece esser tutta connotata in negativo rispetto alle agenzie tradizionali di socializzazione: famiglia, Scuola, Chiesa, Istituzioni pubbliche. Ora il tratto comune di queste ultime è che si basano su di una relazione asimmetrica o, in altri termini, verticale, mentre la forma di socializzazione che sembra caratterizzare in modo prevalente le generazioni giovanili da almeno due decenni è appunto quella amicale, del gruppo dei pari, insomma una socializzazione orizzontale. Il che, tra l’altro, ha anche molto a che vedere con quella che molti chiamano la scomparsa del padre o per usare una terminologia lacaniana con l’evaporazione del padre [8]. Un padre che dovrebbe assumere, nel dettato freudiano, il ruolo terzo di intermediazione tra l’ambito affettivo familiare e la società e le sue leggi.

Ulteriore dubbio: siamo proprio sicuri che questa orizzontalità del gruppo dei pari sia “ristretta”? Più ci penso più mi convinco di no. Mi vengono in mente molti dei miei ex allievi e dei giovani con cui ho a che fare; tutto mi verrebbe da dire tranne che abbiano una socialità limitata, ristretta appunto. Non solo hanno molti amici, ma si muovono agilmente nello spazio, vanno facilmente all’estero, svolgono spesso più di un’attività, coltivano spesso interessi (e pertanto relazioni) varie. Per non parlare di realtà come il Progetto Erasmus che mobilita ogni anno qualche decina di migliaia di studenti che vanno a studiare in altri paesi Europei, o di stranieri che vengono in Italia ed entrano a far parte delle relazioni amicali nostrane,

Sul tema del Sistema dei valori l’indagine del LEL, che aveva appunto ripreso metodologia e categorie dello IARD, conclude descrivendo la situazione del VCO come “legata fortemente agli affetti, alla socialità ristretta e all’evasione autoreferenziale” mentre i valori della “vita collettiva”, della civicness (libertà, pace, democrazia, libertà) sono sì presenti, ma in modo disincarnato e astratto “in attesa perenne di concretizzazione e di sperimentazione”.

Un quadro ben diverso era emerso dalla precedente indagine del 2006-2007 coordinata da Carlo Genova (cfr. nota n. 6) su circa mille studenti del VCO, indagine che per molti aspetti non si conformava con metodologie e categorie dello IARD.

“È interessante notare come il 44,1% degli intervistati ha un gruppo di amici piuttosto ampio, composto da almeno 9 persone … Non solo quindi siamo di fronte ad un territorio in cui tutti i giovani sono di fatto inseriti all’interno di una rete amicale, ma siamo anche di fronte a reti significativamente estese nella loro composizione. Dati importanti, che sembrano delineare una condizione decisamente lontana da quella “società degli individui” spesso identificata come caratterizzante la convivenza sociale dell’epoca presente.”

Altro dato importante è che l’87,7% dichiara di avere anche amici provenienti da altre regioni a da altre nazioni anche se, ovviamente, la maggior parte degli amici risiedono nel VCO per l’81,2% degli intervistati. E si tratta di una rete “densa”, caratterizzata da incontri molto frequenti. Escludendo i momenti di incontro a scuola il 43,6% vede tutti i giorni i propri amici e un altro 42,4% li vede più di una volta alla settimana.

“La rete amicale sembra quindi rappresentare per questi giovani non tanto un quadri di legami fluidi, “laschi”, che si attivano in occasioni particolari e durante eventi circoscritti, bensì una presenza costante che li accompagna quasi quotidianamente.”

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E tali relazioni si rinforzano ed estendono anche grazie a nuovi media in piena diffusione: fra gli intervistati del 2006-2007 solo il 10,4% non ha Internet a casa e solo l’1% non ha il cellulare.

E se pensiamo che allora i social network e facebook erano solo agli inizi e che gli smartphone non erano ancora diffusi, parlare oggi di “socialità ristretta” dei giovani mi sembra non solo sia fuorviante, ma sia come mettersi davanti agli occhi una lastra di vetro smerigliato che ci impedisce di vedere, distinguere e capite le dinamiche effettive dei giovani odierni.

Altra questione, questa sì rilevante, è quella della maggior difficoltà di comunicazione fra mondo adulto e mondo giovanile, e della improponibilità a tal fine di una comunicazione prevalentemente verticale; ma di questo abbiamo già parlato altrove e ne parleremo ancora.

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[1] Carlo Buzzi, Alessandro Cavalli e Antonio de Lillo (a cura), Giovani del nuovo secolo. Quinto rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna 2002.

[2] Carlo Buzzi, Alessandro Cavalli e Antonio de Lillo (a cura), Rapporto Giovani. Sesta indagine dell’Istituto IIARD sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna 2007.

[3] On line è reperibile la Presentazione alla stampa del rapporto e l’Introduzione di Alessandro Cavalli.

[4] Progetto per la valorizzazione integrata del patrimonio culturale. Verbano Cusio Ossola: un paesaggio a colori a cura del LEL – Laboratorio di Economia Locale – Università Cattolica del Sacro Cuore Facoltà di Economia – Piacenza, Provincia del Verbano Cusio Ossola, 2012. Scaricabile da questo indirizzo dal sito della Camera di Commercio del VCO.

[5] L’indagine è estremamente interessante anche per altri aspetti (aspettative di lavoro, conoscenza del patrimonio culturale locale ecc.) per cui mi ripropongo di riprenderla in altra occasione

[6] Questo forte legame con l’ambito locale (il proprio paese o città) e invece debole con Provincia e Regione era emerso anche da una precedente ricerca sui giovani del VCO condotta nel 2006-2007: Pausa caffè. Essere giovani nel Verbano Cusio Ossola, coordinata dal prof. Carlo Genova dell’Università di Torino.

[7] Peer education. Protagonisti di quale prevenzione?, Verbania 16-18 ottobre 2003; Peer & Video Education. Adolescenti, prevenzione e comunicazione multimediale, Verbania 13-15 novembre 2008.

[8] Ringrazio la psicologa Adriana Fabiani per avermi segnalato alcuni link e testi su questo tema.

Adulti feriti e amati bambini

di Nives Cerutti

Due sono i mestieri che pratico da una decina di anni, la maestra e la psicoterapeuta, realtà lontane ma anche vicine. I due lavori condividono, a mio parere, lo sguardo teso alla limpidezza sulle umane condizioni.

Ogni giorno m’immergo in rapporti con persone, diverse per età e per condizione emotiva e affettiva, alla ricerca della strada più congeniale per muoversi nella vita, per crescere e per migliorarsi.

Come viene facile immaginare, nel mio studio incontro sofferenza che invade, che toglie il fiato, sfinisce e limita la vita. Insieme, paziente e terapeuta, si avventurano nelle profondità oscure della mente, assaporano i sentimenti che emergono, per quello che sono, avvicinano fino a nominare, collocano nella storia personale, accolgono, comprendono e illuminano la sostanza di cui è costituita l’angoscia, fino ad apprezzarne i solleciti segnali.

A trovare una categoria comprensiva, potrei dire che spesso il dolore esasperato e la difficoltà di vivere sono generati dalla colpa e dalla vergogna, secondo sfumature, impennate e declinazioni personali.

Eppure da un po’ di tempo, come maestra, mi trovo a riflettere proprio sull’assenza, nelle nuove generazioni di bambini, di sani e formativi vissuti come la colpa e la vergogna.

Per metà della mia vita professionale mi trovo nella situazione di alleggerire dai sensi di colpa e dalla vergogna, nell’altro ne auspico l’emergere. Sembra, ma non è affatto, un controsenso.

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Verbania oggi: composizione del tessuto sociale

Verbania è vecchia. L’identikit del verbanese medio è individuabile in una donna italiana che vive sola e tende alla sessantina. È quanto emerge dalle statistiche demografiche del 2010, che tiene conto della prevalenza nella popolazione del genere femminile, della larga predominanza delle mono-famiglie rispetto ai nuclei più numerosi e di una tendenza all’invecchiamento della popolazione che è consolidata e va stabilizzandosi con pochi nati, all’1 gennaio 2013 è di 30.310 residenti.

Le famiglie sono sempre più “piccole”, le mono-famiglie e quelle con due membri sono la norma. I single e coloro che abitano soli, come vedove e vedovi, costituiscono il 37,55% del numero di nuclei familiari. Se a questi si aggiungono le coppie, pari al 29,15%, si arriva al 66,70%. Le famiglie a tre, quelle cioè in genere composte da marito, moglie e un figlio sono 2.652, il 18,41%; quelle a quattro 1.683, l’11,69%. Oltre questo numero ci sono solo eccezioni statistiche, che assommate, non arrivano al 4%.

La tendenza demografica all’invecchiamento, che è una caratteristica italiana e in particolare del Nord, a Verbania si conferma accentuata. Scorporata per fasce d’età, la popolazione tende numericamente alla terza età. I cambiamenti, a livello statistico, non sono clamorosi nell’andamento, ma fotografano bene l’elevazione dell’età media.

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Al 31 dicembre 2010 c’erano 3.956 over 75, circa mille in più di della fascia compresa tra i 14 e i 25 anni di 2.947 e, nella fascia tra i 60 e i 75 anni si contano 5.857 persone. Sommando queste due categorie, che grossomodo accorpano tutti i pensionati, si raggiunge il 31,41% dell’intera popolazione.

Banalizzando si può dire che quasi un terzo dei verbanesi è pensionato. Le persone in attività, se convenzionalmente scegliamo di farle coincidere con la fascia compresa tra i 25 e i 60 anni, sono meno delle metà dei residenti, sono il 47,71%, mentre nel 2002 erano il 48,56%. In quella rilevazione statistica, la fascia dai sessant’anni e oltre era pari al 29,10%, segno di una lenta ma costante marcia verso l’innalzamento dell’età media.

Delega educativa

In una situazione “nuclearizzata” così estrema, le famiglie, con sempre maggior frequenza, si trovano ad affidare l’educazione e l’apprendimento delle regole di convivenza civile dei propri figli alla scuola, alle associazioni, alle parrocchie, a vari enti territoriali, con i quali si stringono contratti formali di delega educativa. Gradualmente le famiglie sono andate restringendosi, ed è venuto a mancare quel cuscinetto sociale, ammortizzante e spontaneo, costituito da componenti della famiglia allargata, nonni, zii, cugini, oppure da varie persone legate da genuino affetto, vicini di casa, amici del cortile, che un tempo, con naturale libertà, prendevano parte allo sviluppo delle competenze sociali dei bambini e creavano una rete di rapporti affettivi variegati e fondamentali.

I genitori trascorrono molte ore della giornata lontano dai figli; lo stile comune è caratterizzato dalla velocità, in ogni attività, che rende sempre più difficile riflettere sugli eventi e quasi impossibile viverli e metabolizzarli pienamente; si pratica un surfing esperienziale. La famiglia ha la necessità di organizzare una delega educativa che risulta, però, permeata di ambiguità. È il soggetto sociale entro cui si svolge l’azione formativa dei bambini ma, oggi, è andata assumendo, con crescente diffusione, delle caratteristiche particolari evidenziate nella descrizione della realtà verbanese.

Il nucleo familiare si è ristretto ed è spesso formato da pochi membri, alle prese nel quotidiano con la frenesia del lavoro e della vita e i figli di fatto vivono più a lungo, le ore del dì, a scuola che non a casa.

Con frequenza sempre maggiore i bambini affrontano la vita sociale e i primi impegni lavorativi poco equipaggiati di quelle competenze relazionali necessarie.

Alcune volte mi viene da pensarli come fossero i moderni figli delle scimmie di Harlow [1], ben curati dalla macchina erogatrice, sicura, controllata, sfamante, ma meccanica e anaffettiva.

In altre, invece, come appartenenti a un gruppo di fratelli, di varia età, che si relazionano con una prevalenza di dinamiche adolescenziali.

In entrambi i casi, i bambini, dei quali si usa dire siano poco contenuti, crescono con una forte divergenza tra sviluppo intellettivo e affettivo.

Troppo spesso si procede con il fornire soddisfacimento ai bisogni di base e un’ampia stimolazione intellettiva, più come proiezione della necessità di soddisfare la fame, che traspare da molti genitori, mai paghi e voraci di riuscita ambiziosa personale.

Risaltano le crescenti mancanze nella formazione delle competenze relazionali, normative, delle regole e della responsabilità personale. Per accompagnare i bambini attraverso una crescita che cerchi di garantire armonia evolutiva sarebbe auspicabile procedere attraverso  la costruzione di esperienze formative condivise, assicurare l’offerta di un modello  da imitare e garantire la chiara distinzione dei ruoli all’interno della famiglia. Credo sia fondamentale la trasparenza, nel dire e nel fare, nei ruoli tra chi è garante della norma e chi deve attenersi a essa, tra chi deve fornire un chiaro confine entro cui esercitarsi nella libertà di scelta, per poter tendere con desiderio sano e non totalmente distruttivo alla trasgressione, al rompere le regole per poterle rimodernare.

Insomma, vivere un giusto gap generazionale che fornisca la protezione di base sicura che smonti, apra, ricomponga e crei senza gli eccessi della distruttività.

Aspettative dei genitori e richieste della scuola

L’inadempienza genitoriale, relativa all’educazione di questi aspetti, soprattutto pratici, sembra non preparare il bambino ad affrontare adeguatamente le richieste scolastiche.

I docenti si trovano spesso a dover ampliare l’offerta formativa soprattutto in ambito educativo più che didattico. Sono tempi in cui la scuola assorbe e cerca di rispondere massicciamente a bisogni educativi, ma paradossalmente si ampliano le difficoltà di relazione tra genitori e docenti.

Gli aspetti regolamentativi e normativi dell’organizzazione scolastica si scontrano, sempre più spesso, con l’atteggiamento accogliente e facilitante adottato dai genitori e, alle critiche mosse ai bambini e implicitamente alle mancanze genitoriali, si sollevano conflitti e spesso accuse di eccesso di rigore nelle richieste e di pressione, che rendono sempre più chiara la fragile formazione delle capacità di adattamento, della sopportazione della fatica tesa alla conquista e della tolleranza alla  frustrazione, che  i bambini devono poter sperimentare per crescere.

L’implicita delega educativa, porta i docenti a rimarcare le mancanze dei bambini attraverso delle critiche, che sottolineano le inadeguatezze comportamentali delle famiglie.

Il risentimento e l’astio verso la scuola sono comuni difese proiettive messe in atto per allontanare la consapevolezza del fallimento. La critica è vissuta come attacco e non come possibilità utile al ripensamento.

È difficile per i genitori molto impegnati, moderni e distanti accogliere e sopportare gli affetti depressivi che sorgono al considerarsi responsabili delle espressioni di devianza dei propri figli. Le difficoltà e i disagi che si osservano sono intimamente collegati alle mancanze affettive, alle rotture relazionali, alla superficiale convivenza e producono delusione nelle aspettative grandiose riposte nei bambini.

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Modalità educative familiari

Dal punto di vista delle modalità educative familiari rilevate più frequentemente in una ricerca condotta in alcune scuole di Verbania e che sembrerebbero avere un collegamento con le manifestazioni descritte, si sono registrati gli stili:

  • Tollerante/Permissivo/Indifferente
  • Ansioso/Iperprotettivo
  • Incoerente.

 Nel primo caso le regole generali implicite nell’educazione del bambino si potrebbero definire senza confini certi, troppo relativizzate e per tanto sfumate. Questa libertà e lontananza dalla rigidità potrebbe essere un pregio, se proposta a gruppi di persone di pari età, ma la funzione genitoriale possiede un’asimmetria relazionale che non può essere negata, sulla cui base poggiano una serie di processi evolutivi necessari alla formazione di una personalità completa ed equilibrata.

La sicurezza che il bambino sperimenta nella relazione con un genitore forte, determinato e certo, circa ciò che si può o non può fare, garantisce la formazione di un’istanza normativa interna sicura. Le posizioni genitoriali permissive che sprofondano fino all’indifferenza creano incertezza e lasciano il bambino in balia di fantasmi interni distruttivi che generano colpa, sofferenza e, attraverso la fuga agitata, il tentativo di allontanarsi da tali vissuti.

Il mondo che questi bambini si costruiscono è fragile e, nel tentativo di salvare qualcosa di buono in sé, producono l’idea che gli altri siano “cattivi” e vengono attaccati per questo. Ma, agli occhi degli altri, ciò che si osserva è un comportamento agitato, aggressivo e sconsiderato.

C’è bisogno di ripristinare la regola certa, indiscutibile, paterna, che argina e che offre dei confini netti circa il lecito e l’illecito.

Oggi a scuola si possono osservare due posizioni nettamente contrastanti dell’adulto genitore davanti al figlio agitato e nell’atto di compiere un comportamento eccessivo. In un primo caso quando la dinamica dell’azione scorretta rimane spontanea, senza commenti, il genitore si comporta come se non stesse succedendo nulla, sembra non accorgersi di quanto stia avvenendo, sembra che il figlio non esista. Se un docente o un altro adulto rileva e verbalizza l’incongruenza comportamentale del figlio, il genitore inizia a relativizzare dicendo la fatidica frase: “Non voglio giustificarlo, però…”, locuzione rappresentativa della palude regolamentativa nella quale si muove la famiglia. I bambini, messi di fronte alla trasgressione, spesso adottano prontamente un’altra frase tipica, e ambigua, che li sgrava dalla responsabilità dell’azione e dalla spinta motivazionale a compierla: “Ma io non ho fatto apposta…”.

La scuola deve cercare di offrire un ambiente con una strutturazione di regole organizzative e relazionali chiare e nette che spesso entrano in collisione con situazioni familiari di questo tipo. Inizialmente la famiglia esprime la fiducia e la stima verso la scuola per il ruolo che ricopre ma, successivamente, vengono attaccati il suo rigore e la gestione dei conflitti che muove critiche alla creatura e che si mostra poco comprensiva.

In definitiva, in queste situazioni, la famiglia protegge il bambino e fugge dall’incontro con la realtà sociale che non accoglie e che solleva critiche; alla lunga la società procede verso l’espulsione dei soggetti con comportamenti incoerenti e incontrollati.

In questi casi il lavoro principale deve essere attuato nella micro società rappresentata dalla classe, che deve vigilare costantemente sull’agire dei suoi componenti, per poter essere sempre consapevole di quanto avviene, per cercare di evitare l’accumulo di comportamenti destrutturanti sommersi, per comprendere tutti gli agiti, anche i più aggressivi, per ridare loro significato, per elaborarli, metabolizzarli, offrire un confronto realistico al bambino in difficoltà, consentirgli di recuperare e così creare un legame profondo tra i membri appartenenti ed evitare l’espulsività che, nella società adulta, diventa paura del diverso, esclusione e razzismo.

 Nel caso dello stile educativo Ansioso/Iperprotettivo l’accento è posto sull’idea della fragilità, dell’incompetenza, della precarietà e sulla visione pericolosa del mondo.
I bambini a una prima osservazione sono molto curati, protetti, ma anche passivizzati e in loro si genera l’idea di precarietà fisica o psicologica. In questi casi la frase tipica del genitore è: “Lui/Lei è molto sensibile…”, in modo da distinguere il proprio figlio dagli altri compagni, che sembrerebbero appartenere ad un gang del Bronx.

Anche in questo caso, seppur meno faticoso da gestire nella realtà della classe, il bambino è penalizzato, non è in grado di accedere alle esperienze costruttive e formative, spesso è sopraffatto da un senso di precarietà pervasivo, che non lascia spazio alla libertà di sperimentare e alla gioia di conquistare.

Nell’uno e nell’altro caso la vitalità dell’infanzia è mortificata e penalizzata.

Lo stile Incoerente sembra essere la fusione dei due precedenti, con l’aggravante dell’impossibilità della previsione, cioè ai bambini non è dato modo di conoscere, nelle varie situazioni, quale possa essere la risposta del genitore in merito ad ogni questione, evento, richiesta o esperienza.

Nel caso dell’eccesso di tolleranza il ripristino della regola riporterebbe i soggetti ad accettare, dentro di sé, il giusto sentimento della vergogna, per poter avviare un processo di  riparazione, anche attraverso la giusta punizione in grado di allentare la colpa interna e fornire la via per azzerare, senza negare, l’azione scorretta.

Nel caso dello stile ansioso e iperprotettivo, anche attraverso il continuo confronto fra pari, si offre un modo di agire più libero, dosato e sorvegliato, che genera fiducia nell’altro e in sé, sgravando gradualmente la realtà dalle fantasie mortifere.

Vivere i propri conflitti

La scuola, sempre più spesso, diventa teatro entro cui vivere i propri conflitti. Nei bambini che manifestano disagio si osserva frequentemente l’impossibilità a contenere le proprie fragilità e l’esposizione poco consapevole degli aspetti emotivi dolorosi, così la vita quotidiana di classe diventa principalmente luogo di sfogo di dinamiche interiori, che premono per essere prese in considerazione.

Utilizzare le esperienze negative e vivere e comprendere la propria responsabilità, nel bene e nel male, sono i mezzi attraverso i quali poter crescere come individuo complesso.

Questo presuppone la capacità di sentire emotivamente e di elaborare gli affetti negativi. Bisogna lasciarsi invadere dal senso di colpa per aver compiuto atti poco edificanti, legati all’aggressività, alla rabbia e all’invidia, o anche vivere la vergogna per aver commesso errori e poter lasciare sgretolare l’immagine di sé magnifica, ma falsa, senza temere di dissolversi ed essere preda di angosce di non esistere.

Diventa importante evitare di espellere e proiettare le parti negative, utilizzando processi difensivi primitivi, che portano ad attaccare i soggetti investiti di contenuti spiacevoli, e ad avvalorare il fatto che questi contenuti dolorosi non albergano in noi stessi.

In sintesi, ai bambini sembra sempre più preclusa la possibilità di sviluppare quella competenza affettiva che rende consapevoli dei propri limiti e potenzialità, rende capaci di valutare gli altri e consente di sopportare la dilazione nel soddisfacimento dei propri bisogni per perseguire obiettivi condivisi.

 

La fatica di educare

i trovo in difficoltà a pensare quale sia il significato generale del lavoro che svolgo nella scuola, mi chiedo quali siano le motivazioni che sostengono il mio agire professionale, quali automatismi preconsci s’innescano nel procedere nelle azioni quotidiane, che si tratti di una semplice lezione didattica o di affrontare problemi relazionali che emergono improvvisamente e ai quali dare una prima risposta istintiva e una successiva più elaborata. Molto spesso mi chiedo se ciò che faccio sia corretto, quali siano le motivazioni palesi e occulte che lo sostengono, quali siano gli obiettivi perseguiti e sempre mi chiedo se le mie tendenze personali entrano, nelle questioni di cui mi occupo, in modo eccessivo o ancora peggio, inconsapevolmente collusivo. Credo che le riflessioni metacognitive, relative ai processi di pensiero in ambito lavorativo, possano alimentare sviluppi di prassi educative e didattiche pulsanti e dinamiche e favoriscano la vivificazione della scuola.

Insomma, mi chiedo quale sia la funzione generale della scuola oggi, ma anche di tutti gli educatori, considerando che sempre più spesso i docenti sono scontenti e i genitori, pure. E pensare che entrambi sono in stretta relazione, mossi da buoni intenti e tesi ad accompagnare delle creature a temperare talenti e sviluppare potenzialità, fino al raggiungimento di un’autonoma ragione nelle scelte della vita.

Gli educatori, siano essi genitori, maestri o professori, sono investiti di un ruolo faticoso e pieno d’insidie, soprattutto legate ai continui processi d’identificazione, più o meno consapevoli, che spesso agiscono in modo da oscurare le scelte educative più difficili, ma opportune, per lasciare libero sfogo alla soddisfazione di reconditi desideri insoddisfatti e non riconosciuti come propri, che emergono proprio nell’osservazione dei bisogni pulsionali espressi dai bambini.

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I figli del dopoguerra che non riescono a diventare padri

Per finire vorrei lanciare un’idea provocatoria banalizzando la questione.

A Verbania la categoria umana più presente è quella degli adulti tendenti al vecchio. Adulti provenienti da un tempo storico molto particolare.  Sono i figli del dopo guerra, del periodo con il più alto tasso di natalità, del tempo veloce (con un futuro fecondo di benessere a portata di mano), degli strascichi dell’educazione spartana e ancora lontana da attente analisi psicologiche sulle influenze delle scelte pedagogiche. Questi sono gli adulti che incontro sul lettino di lavoro, portatori di un eccesso di frustrazione, colpa e vergogna.

I pochi figli generati diventano l’oggetto di riscossa e vengono nutriti di attenzioni e i genitori, nel tentativo di neutralizzare i demoni che risiedono nella loro anima, li liberano da tutto ciò che rappresenta dolore, anche quello formativo. Così, a scuola incontro bambini tutelati da un eccesso di amore, ma sempre meno adeguati e meno capaci di assumersi le responsabilità, nel bene e nel male, delle proprie azioni.

Bambini ai quali è preclusa la possibilità di sperimentare la giusta colpa, utile all’avvio di dolorosi, ma raffinati processi di pensiero che danno origine a creativi comportamenti di scusa, recupero, crescita e miglioramento di sé.

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[1] Harry Harlow (1905 – 1981), psicologo statunitense famoso per il suo discusso esperimento sulle scimmie. Oltre al video Esperimento di Harlow, on line si può leggere  la relazione originale The Nature of Love o, a livello più divulgativo, Amore materno su Bizzarro Bazar.

Alla ricerca del padre

Ho pensato di aprire una sezione dedicata a “Padri & figli” non solo per poter inserire in questa “categoria” commenti a letture e riflessioni che stanno un po’ a cavallo fra Peer & new media e Violenze di genere, ma soprattutto perché mi pare l’ora di affrontare quello che è un nervo scoperto della nostra società e, per quel che ci riguarda direttamente, della mostra comunità locale. Ci siamo molto interrogati sui giovani, sulla adolescenza (problema o risorsa? …). Il problema, le domande più urgenti, stanno forse da un’altra parte: quella di noi adulti, dei padri (come persone e come funzione) che non ci sono più o che, se ci sono, non sanno più cosa ci stanno a fare. Non penso sia un problema di singoli ma di un’intera comunità e mi auguro che commenti e contributi di molti (qui o altrove) ci aiutino a trovare le risposte (e le azioni) adeguate.

 

Il peregrinare fra altri padri e nuovi fratelli

Dodici anni fa (26-27 ottobre 2001) avevamo organizzato al Cobianchi un Convegno dal titolo “Come noi nessuno mai. Nuovi adolescenti fra scuola e società civile”.

Di fronte ai cambiamenti delle nuove generazioni sentivamo (insegnanti e operatori del territorio) l’urgenza di leggere con occhi nuovi l’adolescenza (le categorie tradizionali sui libri non ci soddisfacevano più).

Dicevo nella presentazione:

È un incontro tra docenti e operatori dei servizi sociali e di associazioni formative, presenti qui in gran numero; poche in passato le occasioni di confronto fra scuola e formatori nel territorio: si trattava in genere di incontri focalizzati sul disagio e sulla devianza. Oggi vogliamo invece interrogarci sulla “norma”, su una “normalità” che è cambiata …

E nella presentazione della nostra indagine nella scuola sul bullismo veniva scritto:

Caratteristica saliente della società che chiamiamo “moderna” è la sua inarrestabile dinamica di trasformazione, delle strutture organizzative, delle relazioni e dei comportamenti. Cambiamenti che non sempre avvertiamo nella loro continuità, ma da cui periodicamente siamo colpiti per la loro profondità non appena riusciamo a focalizzarli e raffrontarli con quanto eravamo riusciti a delineare e concettualizzare tempo addietro. Ambito privilegiato del cambiamento sono i soggetti sociali più dinamici e ricettivi, gli strati giovanili in primo luogo; le modalità della frattura generazionale possono modificarsi anche radicalmente, talora persino rovesciarsi nell’esatto contrario (ad esempio dalla rottura precoce e spesso conflittuale con l’ambito familiare, alla attuale lunga adolescenza spesso caratterizzata  dal prolungamento della permanenza in famiglia del giovane adulto), ma la costanza di tale frattura, a partire dai moduli comportamentali e comunicativi, attraversa l’esperienza di tutte le generazioni. [1]

 

Qual era il senso complessivo di quelle riflessioni? – riflessioni che tra l’altro, per il sottoscritto significarono l’instaurarsi di un rapporto fecondo e duraturo con la peer education e l’associazione Contorno Viola –.

Era il ruolo crescente del gruppo dei pari, in positivo ma anche in negativo, quale prevalente riferimento normativo e identitario mentre le agenzie tradizionali, famiglia e scuola, si percepivano sempre più come inadeguate. Di qui l’individuazione del gruppo dei pari (e del gruppo classe nell’ambito della scuola) quale risorsa educativa.

Sintetizzando questa trasformazione dicevo non molto tempo fa ad un mio amico: la mia generazione, quella del ’68, era alla ricerca di altri padri – ed alcuni di noi hanno avuto la fortuna di trovarli – mentre gli adolescenti a cavallo del nuovo millennio si sono posti alla ricerca di nuovi fratelli maggiori.

Il gruppo dei pari come risorsa, il peer educator quale fratello maggiore. Il quadro era chiaro.

Ma ancora una volta la società cambia, cambia molto rapidamente, e le nostre chiavi di lettura, le nostre categorie sono perennemente in ritardo.

Il gruppo dei pari in una società fluida è sempre più un insieme instabile, non solo  (da tempo) le appartenenze (e pertanto le identità) sono multiple, ma l’universo digitale allarga, compone e scompone i gruppi dove, tra l’altro, l’esser pari può spesso aver poco a vedere non solo con il luogo ma anche con l’età. La ricerca per gli adolescenti di punti di riferimento rischia di essere un peregrinare senza meta e con punti di arrivo che si dimostrano rapidamente tappe provvisorie.

Museo Archeologico di Napoli: busto virile (Dioniso o Platone?)

Museo Archeologico di Napoli: busto virile (Dioniso o Platone?)

La funzione del terzo

Dall’altro lato la funzione del padre è da tempo in crisi: il suo ruolo “terzo” si poneva come autorità in grado di porre un limite al rapporto simbiotico madre-figlio, indirizzando al  differimento del piacere attraverso la scoperta del mondo sociale e delle sue regole. La crisi di quel modello è sotto gli occhi di tutti e sono del tutto inutili i richiami nostalgici che vorrebbero riproporlo.

Ma non penso nemmeno che sia da accettare come ineluttabile (o addirittura da esaltare) la “società senza padri”. Le ripercussioni sono tanto a livello individuale con la crescente fragilità sia dei padri che dei figli (in alcuni casi dall’esito tragico) quanto a livello di comunità, in particolare nel rapporto fra scuola e famiglia con la messa in crisi del reciproco ruolo educativo.

Genitori o che sono del tutto assenti o che assumono unicamente il ruolo (materno) protettivo o (fraterno) difensivo/controffensivo nei confronti degli insegnanti e della scuola di cui vengono disconosciuti professionalità e mission educativa. Istituzioni scolastiche che di fronte alle competenze digitali di gran parte dei nuovi allievi (i nativi digitali) rispondono talora in modo puramente difensivo ed autoritario (i divieti), talaltra con proposte puramente tecnologiche (LIM, libri di testo digitali ecc.): in entrambi i casi senza assumersi un ruolo specificamente educativo e senza interagire in modo complementare con le funzioni genitoriali.

Reinventare la paternità è difficile: non si può riprodurre l’im­possibile modello del padre detentore di saperi sociali e di identità consolidate, ma neanche inseguire una “femminilizzazione” del rap­porto con i propri figli. Insomma non è più possibile né la finzione del pater familias, che generazioni di madri hanno tentato di assecon­dare anche quando i maschi avevano sostituito il trono dell’autorità con la poltrona davanti al televisore, né quella del mammo, che … scimmiotta spe­cificità materne.. [2]

Ripensare, reinventare la funzione paterna e farlo a livello di comunità; questa penso sia la difficile sfida che abbiamo di fronte.

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[1] ITI Cobianchi, Scherzi, nonni e bulli. Indagine conoscitiva, Verbania 2001, p. 5

[2] S. Ciccone, Essere maschi. Tra potere e libertà, Rosenberg & Sellier, Torino 2009, p. 170

 

Il supplizio del legno di sandalo

Sun Meiniang, donna coraggiosa, indipendente e bellissima (ma con i piedi grossi, peculiarità decisamente sconveniente per la Cina dell’anno 1900); suo marito, il macellaio con poco cervello Zhao Xiaojia; il padre di Meiniang, Sun Bing, carismatico attore di strada; il suocero Zhao Jia, il capo dei boia di corte dalla sinistra reputazione; l’amante Qing Ding, saggio governatore della città di Gaomi (provincia dello Shandong, nord-est della Cina).

supplizio legno di sandalo

La trama è tutta nella prima pagina del romanzo (p.5): Sun Bing si pone a capo della ribellione contadina contro i soldati tedeschi posti a guardia della costruzione della ferrovia tra i campi coltivati spazzando via le tombe dei nostri antenati e verrà arrestato e condannato a morte coll’atroce supplizio del legno di sandalo; il suocero compirà l’esecuzione e quest’ultimo avrebbe poi trovato la morte per mano della nuora. Una tragica saga familiare? No. Molto altro. Conviene senz’altro intraprendere la lettura delle restanti 500 pagine ad alcune condizioni: aver già “assaggiato” lo stile complesso di Mo Yan (almeno Sorgo rosso e/o L‘uomo che allevava i gatti) ed esser pronti a leggere (anche) pagine e pagine di accurata descrizione di atroci supplizi. Sarebbe comunque riduttivo (come molti commentatori fanno) focalizzare solo su questo aspetto la cifra del romanzo.

Lo sfondo storico è quello del declino della dinastia imperiale Qing con gli intrighi di corte e lo strapotere di Cixi, l’imperatrice madre, mentre nelle campagne divampa la rivolta dei boxer contro il colonialismo europeo e la costruzione delle linee ferroviarie. I venti di rivolta soffiano forte nella provincia periferica dello Shadong e ancor più forte la repressione che ha la sua mano armata nelle truppe straniere (e in particolare tedesche).

La narrazione è a più voci, i personaggi centrali si passano da un capitolo all’altro il compito di raccontare e completare, dalla loro visuale, il succedersi dei fatti in un continuo andirivieni temporale dove il prima e il dopo non hanno molta rilevanza in quanto è il passato di ciascuno che ne configura il ruolo e ne motiva l’azione. È il lettore che, non sempre agilmente, deve ricomporre le fila della vicenda. Personaggi che a loro volta sono inseriti in una cornice poetico teatrale, quali attori / cantori dell’Opera dei gatti, forma di rappresentazione popolare nata quale canto funebre in memoria del morto e diffusasi nelle campagne a nordest di Gaomi nella forma di “piccole compagnie teatrali a carattere famigliare. …Di solito erano marito e moglie con un bambino: il marito cantava, la moglie lo accompagnava e il bambino vestito con un costume da gatto intercalava miagolii al canto dei genitori. A volte cantavano ai funerali delle famiglie abbienti … ma perlopiù tenevano spettacoli nei mercati. Marito e moglie interpretavano i vari personaggi cantando e ballando, il bambino, con un cesto, tra movenze di gatto e miagolii, raccoglieva i soldi. … Noi delle compagnie di opera dei gatti abbiamo molto in comune con i mendicanti …”.

E le liriche dell’Opera dei gatti introducono sezioni e capitoli e riemergono in più occasioni nella narrazione in una sorta di distanziamento poetico, e talora ironico, dai momenti più tragici, conflittuali e violenti.

Conflitti che si rappresentano in un accentuato simbolismo: il potere carismatico del governatore rappresentato dalla sua splendida barba.

Sul mento di Quian Ding, il nuovo magistrato del distretto di Gaomi, cresceva una barba splendida, simile a una cascata. Alla sua prima apparizione nella sale delle udienze, fu proprio questa a mettere in soggezione i vari funzionari, infidi come demoni, e i diversi ranghi di guardie, feroci al pari di lupi e tigri.”

Ma altrettanto (e forse ancor più) folta e prestigiosa è la barba di Sun Bing e i due carismi si scontreranno in un pubblico “duello delle barbe” dove a vincere non potrà che essere la barba del governatore e il povero teatrante sarà destinato, in un agguato, a vedersela strappare pelo per pelo.

Analogo il confronto e il conflitto fra i minuscoli piedi della moglie nobile, colta e raffinata del Governatore e quelli grandi della sua amante, la passionale venditrice di carne di gatto Meiniang. Oppure le maschere dei teatranti,  beffarde e spesso animalesche, di contro al rosso del sangue rappreso di gallo che ritualmente ricopre la faccia dei boia del “Ministero delle punizioni”.

Il tema centrale è senz’altro quello della violenza. La violenza cieca e brutale dell’esercito coloniale straniero che deturpa e saccheggia il territorio e violenta le donne, che non esita a massacrare villaggi e città di fronte al minimo segno di ribellione e impone al potere imperiale la pena più crudele per i capi della rivolta.

La violenza crudele ed atroce dei supplizi imposti ai condannati a morte dal potere imperiale cinese dove il prolungarsi massimo del dolore si accompagna a rigorosi cerimoniali ed alla ritualizzazione più raffinata: l’arte suprema del supplizio.

Ed infine, alternativa alle altre due, la violenza popolare che mescola magia, religiosità e teatralità e dove la ribellione e la rivendicazione di giustizia assumono i toni dell’irrisione e della beffa. Violenza ironica e tragica nello stesso tempo perché destinata a soccombere alle altre due ma non a piegarsi e ad arrendersi. I capi della rivolta contadina si travestono in personaggi mitici e promettono invulnerabilità a chi si unisca al Pugilato di Giustizia e Concordia (i cosiddetti boxer). Il Governatore che va a parlamentare viene ricoperto di sangue di cane e letame. Mentre si allontanava facendosi largo tra la folla irridente

sentì lo Scimmiotto che a squarciagola cantava una melodia dell’opera dei gatti:

«Pugilato della Giustizia e della Concordia, aiutato dagli dei,

annienta gli stranieri e proteggi i paesi miei! 

Pugilato della Giustizia e della Concordia, dal magico potere,

lance o coltelli, alabarde o spade, nulla ci potrà ferire» …” 

Mo Yan Nobel

Quando nel 2012 a Mo Yan è stato assegnato il Premio Nobel per la letteratura con la motivazione  che nelle sue opere “con un realismo allucinatorio fonde racconti popolari, storia e contemporaneità” non mancarono le polemiche in quanto, secondo molti commentatori ed alcuni dissidenti all’estero, il premio sarebbe stato assegnato ad “uno scrittore di regime” [1] più per motivi politici che letterari. Non manca però chi sottolinea come non sia corretto parlare di Mo Yan quale sostenitore del regime [2]. Mo Yan non è certo un dissidente, non si occupa di politica in senso stretto ma ha a cuore le condizioni e le tradizioni delle popolazioni, soprattutto contadine, della sua provincia; un narratore che ci pone di fronte ad una visuale molto diversa da quella del regime, di un potere che enfatizza successi ed omologazione culturale. Mo Yan ci rappresenta, in modo crudo e poetico, ricchezza e miseria, coraggio e abiezione della sua gente con tutte le sue contraddizioni e diversità. La sua non è però una lettura politica e penso che sia profondamente sbagliato (è sempre sbagliato) sovrapporre al giudizio letterario quello politico.

Semmai il dubbio è un altro: la crudezza delle sue descrizioni porta forse in sé un po’ di ambiguo compiacimento? La cosa peggiore del libro mi sembra presente nella nota finale dell’autore che inizia in questo modo:

Le lunghe descrizioni dei terribili supplizi che si trovano in questo libro hanno lo scopo di far conoscere al lettore la barbarie e gli orrori che si sono verificati nel corso della storia, per risvegliare in lui un cuore compassionevole …” [3]

Un artista, un letterato convinto della sua opera, non dovrebbe mai scrivere niente del genere, scusarsi e spiegarsi per paura di esser frainteso. Mi auguro che la nota compaia solo nelle traduzioni e che sia per l’autore da collegare più alla consapevolezza della difficoltà di traduzione del testo cinese piuttosto che al romanzo in quanto tale. Se così non fosse  l’excusatio non petita diventerebbe accusatio manifesta, come recita la nota locuzione medievale. Si sa che con sesso e/o violenza il successo è garantito ed anche un bravo scrittore (o un buon regista) potrebbe farci un pensierino.

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[1] Cina, i dissidenti contro il Nobel a Mo Yan: “Allineato al regime”.
[2] Il Nobel Mo Yan: distante dal regime e dai dissidenti.
[3] Il testo completo della nota si può agevolmente trovare in rete, ad es. nella recensione di GraphoMania. Contrariamente a quanto qui (e in molte altre recensioni) viene affermato, non considero questa nota una “chiave di lettura” ma appunto una fuorviante excusatio non petita.

Verbania. Abbellire il declino? No grazie. Cerchiamo Gabriella.

Il Commissariamento di Verbania e la scadenza politica amministrativa, ormai a meno di un anno, han fatto sì che il dibattito su cosa dovrà (o potrà) essere la nostra città si è aperto.

Eventi tragici che l’hanno di recente scossa hanno fatto riemergere con forza un bisogno di comunità e il desiderio di intravedere una via d’uscita al suo declino in particolare per le più giovani generazioni.

Non tutte le proposte e non tutte le osservazioni vanno ovviamente però nella stessa direzione.

C’è un gruppo (una costellazione) di posizioni, osservazioni, suggestioni ecc. che mi sembrano accomunate da una visione comune di fondo. Cerco di esprimerla (non mi riferisco a persone specifiche ma ad una tendenza – non sempre consapevole – che accomuna molte posizioni e proposte…). Tento di esplicitare questa tendenza per poi spiegare perché non la condivido.

Viviamo in un posto bellissimo, ma la qualità dei servizi e della “cura” con cui teniamo la nostra città non la rende totalmente vivibile. Compito di una futura amministrazione dovrà essere allora quella di far vivere al meglio i verbanesi nella loro città, garantendo i servizi e l’aspetto della città. In questo modo anche altri nuovi abitanti potranno esservi attratti e venire a risiedervi.

Bisogna incrementare il senso civico dei cittadini (o il loro senso di comunità) perché vi sia cura collettiva (dalla pulizia delle strade ai fiori sui balconi ecc.)

Il tutto viene talora espresso con immagini del tipo Verbania città salubre (o della salute); città giardino e simili.

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Perché non condivido?

Il declino è economico e demografico. I giovani abbandonano Verbania per trovare lavoro altrove.

Non sarà certo qualche cartaccia per terra in meno, qualche aiuola in più, qualche lavoratore vicino alla pensione che sceglie di venire a vivere a Verbania per poter passare una vecchiaia tranquilla che invertiranno il declino.

Io personalmente vivo bene a Verbania, ma se intendo dedicar parte del mio tempo al futuro di questa città, non è certo per viverci meglio ma per poter contribuire ad un possibile futuro per le prossime generazioni.

Quello di cui abbiamo bisogno è una città vitale (e ringrazio Roberto che mi ha suggerito l’espressione).

Servono allora due poli.

Da un lato sollecitare, mettere in rete, stimolare, indagare ciò che di vitale già c’è nella nostra città. Penso alle associazioni (culturali, sportive, di volontariato) di cui Verbania è sempre stata particolarmente ricca. Alla piccola imprenditoria innovativa, al mondo delle nuove tecnologie e dei nuovi lavori.

Servono poi idee, progetti, sogni che possono nascere qui ma anche esser sollecitati da esperienze anche lontane.

Senza un futuro che dia una svolta, non solo non serve “l’abbellimento” ma, come già osservavo in una precedente nota la vita di una città è un po’ come quella delle persone. Quando l’orizzonte del futuro si restringe, quando non ci sono speranze e progetti per il futuro anche la cura odierna di sé degrada. Non c’è senso civico che tenga.

Gabriella

Nella mia piccola biblioteca che tengo in baita, oltre a un certo numero di romanzi di fantascienza c’era un romanzo di Jorge Amado che non avevo ancora letto: Gabriella garofano e cannella.

gabriella

Non solo è un bel romanzo contro il femminicidio dove la lugubre tradizione (noi diremmo dei delitti d’onore) viene fermata e rovesciata dal siriano Nacib Saad che, di fronte alla forza vitale di Gabriella, rinuncia a vendicarsi trasformandosi da “cornuto” in eroe cittadino e punto di svolta delle barbare e violente tradizioni.

È anche la storia di una città, Ilhèus, dove si confrontano i tradizionalisti del clan del fazendeiro Ramiro Bastos che, dopo aver contribuito allo sviluppo della “capitale del cacao”, non sanno far di meglio che proporre ed attuare abbellimenti della città (palazzi, giardini ed aiuole) e l’opposizione guidata da Mundhinho Falcao che intravede nel rinnovamento del porto la nuova possibilità di sviluppo.

Progresso culturale, civile ed economico della cittadina si intrecciano e la vittoria non può che andare a chi ha saputo individuare il punto possibile di svolta: nel caso specifico il rinnovo, tramite grandi opere di dragaggio, del porto di Ilhèus in modo da poter esportare direttamente il proprio cacao senza sottostare ai dazi della capitale.

Il porto di Ilhèus

Il porto di Ilhèus

Io non so quale potrà essere il “nuovo porto” da cui potrà ripartire Verbania: ma se non lo sapremo individuare e realizzare, non solo continuerà ad invecchiare la nostra popolazione, ma ancor più invecchierà e declinerà la vita cittadina.

Abbiamo bisogno della forza vitale di Gabriella e di uno (o più?) progetto/i che riapra/no le porte al futuro.

BWikipedia: B (named bee) is the second letter in the ISO basic Latin alphabet.

Lo sport del doping. Incontro con Sandro Donati

Avevo preannunciato in un mio precedente articolo l’incontro con Sandro Donati e la sua presentazione del suo libro Lo sport del doping. Chi lo subisce, chi lo combatte. Mi pare utile riprendere il discorso con alcune riflessioni sul libro e sull’incontro.

Il libro

Innanzitutto c’è da dire che è un libro decisamente ben scritto e, direi, appassionante; che va anche al di la di quanto il titolo e la notorietà dell’autore promettono. Un libro che permette molte chiavi di lettura e che può benissimo esser letto sia da chi non è particolarmente ferrato rispetto alle diverse discipline sportive che da chi non ha cognizioni mediche relative all’uso e abuso di farmaci e droghe.

Potremmo descriverlo come un giallo, come un pamphlet politico, come un saggio, come un’autobiografia  e forse altro ancora.

Un giallo: del tipo del giallo americano dove si sa fin dall’inizio chi è l’assassino (dello sport) [il Coni e le federazioni sportive nazionali], i suoi complici [i medici alla Conconi, il CNR, i laboratori antidoping ecc.) e le coperture politiche e statali. Riuscirà il nostro eroe solitario ed emarginato a smascherare e sconfiggere un potere criminale così potente? I colpi di scena non mancano, alleati fidati cambiano casacca, combattenti puliti (atleti e allenatori) vengono emarginati ed epurati … e fino all’ultima pagina non si sa quale sarà l’esito.

Un pamphlet politico: Se, come si dimostra ampiamente, è il Coni in combutta con le federazioni nazionali, a svolgere il ruolo preminente di pusher, la politica (di tutti gli orientamenti) ha sempre lasciato in mano al Coni stesso la gestione dei controlli antidoping privilegiando le amicizie e i favoritismi anche per farsi belli come ministri e governanti per le medaglie frutto di pratiche dopanti volutamente ignorate. E tra i protettori del sistema del doping troviamo i nomi di Giulio Andreotti, parlamentari e responsabili del PCI,come in seguito del PDL (la parlamentare ex atleta notoriamente abusante Manuela di Centa)o della ministre del PD Giovanna Melandri e Livia Turco. Larghe intese sullo sport del doping! Per non parlare di certe inchieste finite nel porto delle nebbie della magistratura romana o delle indagini che avrebbero dovuto svolgere i corpi militari (fiamme gialle, carabinieri, polizia di stato) contro le loro stesse squadre sportive nazionali. E quando una legge (la n. 376 del 14.12.2000) verrà varata, sarà aggirata e, contro il disposto della legge stessa, il Coni continuerà a gestire i controlli degli atleti di livello nazionale.

Un saggio. Il percorso del doping a partire dall’atletica e dalle ricerche e pratiche dei dottori Conconi e dei suoi emuli (Farraggiana, Ferrari ecc.) per ampliare lo sguardo ad altre discipline e al quadro internazionale sino alle ultime vicende più note (Schwazer, Armstrong, Pistorius) e parallelamente le battaglie e i risultati sul piano legale soprattutto internazionale. Dando per scontato che la scienza e la ricerca pro-doping è sempre più avanti di quella antidoping, Donati conclude che prioritaria è una battaglia culturale, battaglia da iniziare nelle scuole proponendo un concetto di sport come gioco ed autorealizzazione e diffidando dalla precoce specializzazione in una specifica disciplina sportiva.

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Un’autobiografia. Il racconto si svolge in modo rigorosamente cronologico quale diario di una battaglia personale. Ne emerge la figura di una personalità  lucida e determinata che non vuol in alcun modo subordinare la sua passione per lo sport e la sua competenza scientifica di ricercatore e studioso dell’allenamento al “risultato” o alla carriera personale. Lavora per gran parte della sua vita nel Coni e nello stesso tempo conduce una battaglia senza tregua contro le pratiche prevalenti del Coni, della Fidal e delle altre federazioni; subisce ogni sorta di boicottaggio ed emarginazione ma non demorde. Quando dovrà alla fine lasciare il Coni non sarà una sconfitta ma si aprirà per lui la strada di proseguire il suo impegno per lo sport pulito all’interno del Wada e con progetti educativi nelle scuole, e prevenzione sociale con Libera di don Ciotti.

L’unico appunto che mi è venuto da fare al libro era relativo alla copertina che sembra confermare il luogo comune del doping come prerogativa del ciclismo, mentre il libro si riferisce soprattutto ad altri sport e, in particolare, all’atletica. Ma come ha precisato nell’incontro l’autore la scelta è stata dell’editore e  da lui non condivisa..

Alessandro Donati a Gravellona  (3 giugno 2013)

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Nell’incontro di Gravellona Donati ha dato un taglio preciso al suo intervento: so che voi qui presenti, in gran parte praticanti di sport, non avete nulla a che fare col doping. Chi lo utilizza non solo è reticente ed omertoso, ma si guarda bene dal venire a parlarne con me. Ma questo non basta; bisogna guardare anche al contesto e non limitarsi a parlare di sport. C’è chi ha interesse che il doping continui ad avvelenare le discipline sportive e anche alla base, tra sportivi ed allenatori,  c’è spesso un concetto decisamente sbagliato di sport, tutto teso alle performance. Non dimenticando tra l’altro che molti record – nelle discipline che li prevedono – sono spesso il frutto di pratiche dopate e che pertanto il proporli come obiettivo alimenta implicitamente il ricorso alle scorciatoie del doping essendo per lo più inarrivabili in modo pulito.

Ho filmato una parte dell’intervento di Donati ma l’audio è risultato molto disturbato; propongo di seguito solo l’inizio (4 minuti) e la trascrizione del suo intervento iniziale (10 minuti circa).

 

“Credo che la mia sia una di quelle storie che capitano raramente perché io ho occupato incarichi di grande rilievo all’interno del mondo dello sport. Sono stato allenatore delle squadre nazionali di  atletica, sono stato il responsabile della pianificazione dell’allenamento delle squadre nazionali di sci alpino, sci nordico, della pallavolo maschile, della scherma, del canottaggio, del pattinaggio, dell’equitazione. Sono stato docente della tecnologia dell’allenamento del CONI per tanti anni, responsabile della ricerca e sperimentazione del Coni.

Se un addetto ai lavori denuncia, è difficile catalogarlo come un disinformato o come una persona non responsabile che non vale la pena ascoltare. Chiaramente una accusa di questo genere metterebbe l’istituzione che mi ha dato quegli incarichi in contraddizione. Quindi vi dico questo perché: è un’opportunità che dall’interno vi venga proposto quello che veramente c’è. Per poi capire una cosa: le istituzioni sportive deviate si permettono di essere deviate perché si accorgono che il grande pubblico ha un tasso di tolleranza molto elevato.

Nel pubblico si annida una ambiguità a volte. Capite perfettamente, molti di voi sono praticanti e già se diamo uno sguardo allo sport amatoriale ci accorgiamo che l’utilizzo del doping negli amatori è molto elevato il che dimostra che la base non è quello che propriamente si definisce una base sana.. Una base che ha problemi, problemi proprio di approccio personali allo sport. C’è da domandarsi se gli amatori quarantenni, quarantacinquenni, cinquantenni si dopano per arrivare novantesimi invece che centoventesimi, mi domando allora quali problemi di accettazione abbiano di sé e quale rischio rappresentino per sé e per il nucleo familiare.

Io conosco molte indagini giudiziarie perché spesso mi trovo ad esser richiesto dai magistrati (come perito) quindi conosco le indagini fatte anche con intercettazioni telefoniche … so della povertà assoluta, non so magari un operaio che spende 700-800 euro al mese (per il doping) per seguire uno sport amatoriale, poi quello più benestante allora magari va anche più in là con migliaia di euro.

È chiaro che questa base acquiescente, ambigua, che si mescola con tanti praticanti corretti e appassionati, genera in coloro che gestiscono lo sport una sicurezza di operare in una direzione che tutto sommato non è contestata, ma viene accettata.

Allora io questa introduzione la termino in questa maniera. Le massime istituzioni sportive in tutti i campi si sono sempre mosse esattamente in parallelo e in sintonia con le istituzioni statali, con i governi. Capirlo per i sistemi dittatoriali è ovvio. Tutti voi sapete che la ex Unione Sovietica, la ex Germania dell’est, nella Germania nazista, nell’Italia fascista, nella Spagna franchista, lo sport era simbolo del paese in una maniera molto esasperata. Quindi il senso del nazionalismo che unisce i vertici della politica con lo sport; non parliamo di persone piene di amor di patria, ma di un nazionalismo strumentale come cosa da esibire: è un male diffuso.

Poi da questi paesi dittatoriali o post dittatoriali in realtà si è propagato anche altrove- Un esempio che ci fa capire molto è il periodo della guerra fredda: si combatteva a suon di imprese spaziali (vere o presunte tali), ma anche a suon di medaglie. È Chiaro che i servizi degli Stati Uniti sapevano che Stalin aveva lanciato un programma nazionale chiamando a raccolta tutti gli scienziati della ex Unione Sovietica – il livello scientifico era molto alto allora – e hanno elaborato un piano (nazionale) di doping. Un piano che aveva il fine di portare l’Unione Sovietica in una situazione di supremazia sportiva e la stessa cosa fece la Germania dell’est. Questo è emerso poi dagli archivi del KGB e della Stasi.

Gli Stati Uniti si sono comportati allo stesso modo: hanno colmato in un attimo il gap. Paese dittatoriale e paese democratico, comportament0 analogo.

Vi cito un esempio che vi fa capire molte cose. Ve lo dico perché noi sportivi ci occupiamo sempre troppo di sport ma dobbiamo anche essere dei cittadini responsabili. Paolo Mieli – ex direttore del Corriere della Sera – circa due anni fa pubblicò un carteggio scritto prima delle olimpiadi di Berlino del 1936 fra i massimi dirigenti del Comitato olimpico statunitense e i massimi dirigenti del Comitato olimpico tedesco. Il presidente del Comitato olimpico statunitense scrive: “Dobbiamo venire a trovarvi per verificare gli impianti prima delle olimpiadi …” … “Nel viaggio siamo rimasti ammirati del vostro grande paese” … “Vi vogliamo informare che anche noi stiamo rendendo dura la vita agli ebrei per entrare nella squadra statunitense. Facciamo il possibile per impedirlo”…

Una riflessione va fatta. … Significa che lo sport ha una vocazione massificata, ha una vocazione conformista. Poi all’interno ci siano tante persone che tendono alla qualificazione della persona: lo sport deve essere tale. Invece il sistema lo utilizza e lo strumentalizza ai suoi fini.

Questa è la cornice di riferimento che ci fa capire tante cose.

Per esempio l’Italia è dotata di una legge penale contro il doping, non soltanto una legge antidroga che c’è in tutti i paesi del mondo. C’è una legge penale contro il doping che c’è in pochi paesi del mondo.

Quindi da questo punto di vista  l’Italia non sembra un paese connivente, ha elaborato una buona legge anche a giudizio della magistratura. Questa legge approvata nel dicembre 2000 prevedeva che entro 90 giorni dalla sua promulgazione il sistema sportivo dismettesse tutti i controlli antidoping e che questi venissero assunti e assorbiti come responsabilità dal ministero della salute. Questa legge è stata ignorata, non è mai stata applicata. Il Sistema sportivo ha continuato a gestirsi i controlli. Quindi un sistema controllore-controllato, capite perfettamente che si crea un corto circuito.

Faccio un esempio. Immaginiamoci una associazione di cantanti rock … famosi, grandi divi ecc. Immaginiamo che a questa associazione che vive delle quote dei cantanti rock venga affidato dallo Stato, stranamente, il compito di fare i controlli per vedere se i cantanti assumono l’eroina o la cocaina. Ma come può questa associazione che vive delle quote associative dei cantanti rock andare a colpire i cantanti rock? Lo capite?.

Passiamo allo sport. I dirigenti, le carriere dei dirigenti, sono proprio basate sui risultati, sulle performance. …”

Verbania che (non) sarà

All’archivio di Stato si è conclusa il 31 maggio la mostra Verbania: la città che non sarà. Utopie urbanistiche nel concorso del ‘39 [1] che ha ricostruito con i materiali d’archivio il concorso di idee per un piano regolatore della “nuova” città indetto il 1° agosto 1939 a quattro mesi dalla costituzione del nuovo Comune. L’iniziativa era stata indetta dall’allora commissario prefettizio Domenico Campanelli e riguardava in particolare l’area tra Suna, Pallanza e Intra con l’intento di dar vita ad un centro cittadino che riorganizzasse la struttura policentrica del nuovo Comune.

Il progetto vincente (gruppo CZ 6 dell’architetto Giorgio Calza Bini) individuava il nuovo centro nell’area prospiciente il lago tra la foce del San Bernardino e le pendici della Castagnola. Qui avrebbero dovuto sorgere la Casa del fascio, gli edifici pubblici, le poste, la chiesa parrocchiale, le scuole elementari, il teatro ecc.

Mostra

Il sistema viario sarebbe stato riorganizzato con a monte di Pallanza e Intra il traffico pesante, più a valle le arterie di collegamento dei tre centri di Suna, Pallanza e Intra e lungo la costa (dal lungolago di Intra sino alla curva dell’Eden e poi sino a Suna) il percorso turistico.

Il piano regolatore fu poi commissionato e redatto ma restò lettera morta per gli eventi bellici successivi che non lasciarono spazio ad un progetto ambizioso e costoso.

I diversi progetti presentati erano il riflesso di un dibattito sulle caratteristiche che avrebbe dovuto assumere la nuova città: città industriale, o piuttosto mercantile, turistica, centro di soggiorno per persone anziane ecc.

Il progetto vincente, oltre alla monumentalità futuristica e al ruolo centrale degli edifici amministrativi, elementi caratteristici dell’epoca, mi sembra riflettere l’idea del centro di una città fortemente caratterizzata come città commerciale (porticato del palazzo degli uffici che richiama esplicitamente le antiche logge dei mercanti; la centralità di una apposita “piazza degli affari” ecc.) con parallela attenzione alla (diremmo noi oggi) vocazione turistica.

Analogie del presente

Mi sembrano interessanti (al di là delle ovvie diversità di contesto storico e di strutturazione attuale di Verbania) le analogie con l’oggi. Non solo e non tanto perché anche ora siamo sotto Commissario prefettizio (sembra che l’utopia più ambiziosa di quello attuale sia quello di togliere macchine – e relativi posteggi – da Piazza Garibaldi a Pallanza) ma per le caratteristiche del dibattito sul futuro di Verbania e per le relative proposte.

L’idea che Verbania abbia bisogno di un centro (che qualcuno oggi individuerebbe nell’area ex acetati); la logica per cui si parte da un “modello” di città (estrapolato dal presente oppure auspicato per il futuro) del tipo: città giardino, città turistica, città della salute, città della cultura ecc. e da questo modello se ne derivino poi le indicazioni, i progetti ecc.

La priorità dell’edificazione (dell’impatto del nuovo) rispetto al definirsi dei bisogni: non la stimolazione e il sostegno ad una serie di eventi ed attività tali che questi poi indirizzino verso i luoghi e le strutture fisiche a loro necessari, ma all’inverso creo una piazza affari così poi ci saranno gli affari, edifico un parco tecnologico e avrò ricerca e produzioni innovative, creo un centro eventi così poi vi sarà una città ricca di eventi di rilievo. Potremmo anche dire: si produce l’hardware senza preoccuparsi del software. Un modo per dilapidare risorse collettive e creare cattedrali nel deserto.

Infine l’opacità, la non trasparenza e il non coinvolgimento pubblico nelle scelte. In un ricorso dei progettisti esclusi (ricorso che non ebbe seguito) si sottolineava come dodici progetti con oltre 200 tavole siano stati analizzati e valutati in solo due sedute, tra l’altro con un membro della Commissione sostituito tra la prima e la seconda seduta. Infine solo i tre progetti vincenti furono mostrati al pubblico che così non fu messo in grado di valutare e confrontare l’insieme dei progetti.

Sognare Verbania

È male dunque prospettare delle utopie (urbanistiche e non solo) per la nostra città?

Direi proprio di no.

Forse occorre rovesciare l’ottica pensando appunto al “software”, dando vita ad idee e progetti che riescano ad “inventarsi” delle possibili nuove vocazioni per il nostro territorio o comunque a ripensare in modo del tutto nuovo quelle tradizionali (industria, energia, turismo, cultura, servizi alle persone ecc.).

Magari rileggendo quelli che sinora erano considerati quali limiti e negatività, come fonte di nuove opportunità.

La mancanza di un “centro”, e pertanto il policentrismo come vocazione plurale che si proietta all’esterno in aree (la collina, il retroterra montano, la piana, il lago) e pertanto in ambiti e attività diversificate.

Il non esser mai stata Verbania effettivo capoluogo provinciale, unitamente al sostanziale fallimento della provincia del VCO, come possibilità di guardare altrove (la Svizzera, l’altra sponda del lago ecc.).

L’esser periferica nella regione piemontese quale possibilità di diventare ponte tra territori diversi.

La “fuga” di giovani e persone di talento come risorsa in grado di collegarci a nuovi territori e a nuove esperienze da conoscere, valorizzare e magari importare creando opportunità per i nostri giovani e attrattiva per quelli di altri territori.

Guardare meno al proprio ombelico, al passato e al presente verbanese, guadando e scrutando più lontano nello spazio e più avanti nel tempo.

Il declino della nostra città non si arresta facendo l’elenco dei nostri mali e, come ho già scritto, dando vita a paralizzanti risentimenti.

Insomma servono idee, suggestioni nuove, direi anche: urgono sogni collettivi.

Manutenzione dell’esistente vs progettazione del nuovo?

Durante l’amministrazione Zanotti ero consigliere comunale e nell’allora maggioranza e in Consiglio più volte si era aperto il dibattito fra priorità della manutenzione (la cura e l’abbellimento della città) e l’investimento in nuovi progetti: quale la priorità fra i due poli o quale l’equilibrio da tenere.

Ripensandoci oggi, mi pare un dibattito fuorviante.

Cerco di spiegarmi con un esempio. Per inciso non intendo usare questo blog (frattali di speranza) per denunciare scempi, malefatte ed incurie. C’è già chi lo fa più che bene, in particolare il sito di Cittadini con Voi, in particolare nella sezione Vivi Verbania.

In commissione urbanistica, non ricordo l’anno, si era affrontato il progetto di edificazione a schiera in Via al Collegio: il progetto approvato prevedeva, a partire dalla casa a schiera più in alto, di fronte alla vecchia entrata del Collegio S. Maria, la realizzazione di una area di parco pubblico che scendeva, con apposito percorso e relativa illuminazione con lampioni, sino alla Via dei Villini. Si sarebbe così aperta una nuova area pubblica e nello stesso tempo un percorso pedonale che avrebbe permesso di congiungersi con Via al Collegio in mezzo al verde e di raggiungere più agevolmente a piedi la Villa e la chiesetta di S. Remigio. Una valorizzazione delle bellezze della Castagnola ed un incremento del patrimonio pubblico.

Ebbene le villette sono state realizzate, i lavoro dell’area parco iniziati, con tanto di percorso pedonale e posa dei lampioni, ma ora il cantiere è abbandonato, l’area invasa dalle erbacce, chiusa a valle mentre a monte lo sbarramento è divelto.

L'area da valle

L’area da valle

100_4307 100_4308Il cantiere abbandonatoil cantiere abbandonato

Da monte

L’area vista da monte

Via al Collegio

Via al Collegio

Non mi risulta che l’amministrazione sia intervenuta e, parlatone con il presidente del Consiglio di quartiere, non risulta nemmeno che nessun abitante abbia mai posto il problema. Lo stesso per i sentieri pedonali della Castagnola che tra i muretti delle ville permettono percorsi non asfaltati e visuali inedite: dalla tromba d’aria dello scorso agosto sono ancora pieni di detriti e in più punti transitabili a fatica.

Si tratta, come dicevo solo di un esempio, e non si fa fatica a trovarne altri in ognuna delle frazioni cittadine.

Allora ho pensato: la vita di una città è un po’ come quella delle persone. Quando l’orizzonte del futuro si restringe, quando non ci sono speranze e progetti per il futuro anche la cura odierna di sé degrada.

Una città che è collettivamente orientata verso un futuro (ideato, progettato, sognato) è una città viva e pertanto una città che ha quotidiana cura di sé. Mentre una città che ha smarrito ogni idea del proprio futuro non sa respirare il presente.

L’alternativa allora non è fra manutenzione/cura del presente e investimento/progettazione nel nuovo, ma fra il declino con tutte le sue implicazioni (economico-sociali, relazionali oltreché urbanistico – ambientali) e capacità di reazione al declino ripensando e riprogettando al futuro.

Un anno di commissariamento tendenzialmente rappresenta un anno di morte civile, di sospensione di ogni decisione e pertanto di aggravamento del declino. Sta alle forze vive della città – nei partiti e nei movimenti del centro-sinistra come nell’associazionismo diffuso – “darsi una mossa”, uscire dai rispettivi gusci e iniziare a ragionare collettivamente sui possibili domani della nostra città, su come invertire l’attuale declino.

Non ci rimane molto tempo a disposizione.

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1. Cfr. fotogallery Verbania, in mostra i progetti fermati dalla guerra (da La Stampa.it)

Lo sport del doping

Lunedì 3 giugno a Gravellona [1] sarà presente Alessandro Donati per presentare la nuova edizione del suo libro Lo sport del doping. Chi lo subisce, chi lo combatte [2].

È un’importante occasione non solo per chi si occupa e si appassiona di sport, ma anche per tutti coloro che si impegnano nei campi delle dipendenze, della prevenzione e della legalità.

Donati è stato maestro dello sport del Coni, allenatore delle squadre nazionali di atletica di velocità e mezzofondo e grande innovatore nel campo delle tecniche di allenamento. Dopo la rottura con il Coni di cui ha denunciato le malefatte, attualmente è l’unico italiano consulente del Wada (l’agenzia mondiale antidoping)[3].

Nel 1989, per l’editore Ponte delle Grazie pubblicò Campioni senza valore con la prefazione di Gianni Minà [4], denunciando senza mezzi termini la macchina infernale del doping nel campo dell’atletica supportato e sorretto da parte del Coni e  delle Federazioni nazionali. Il libro divenne subito introvabile non perché esaurì le vendite ma perché ci fu chi, per nascondere le denunce ivi documentate, si operò per farlo immediatamente sparire. Oggi è scaricabile gratuitamente dal sito di ADS Play Sport e lo stesso Donati dice che l’unica copia in suo possesso l’ha scaricata da internet.

Lo sport del doping ha avuto per fortuna un’altra storia: uscito nell’ottobre del 2012  è andato presto esaurito (questa volta per le effettive vendite) ed ora è appena uscita la seconda edizione aggiornata ed ampliata. Donati tra l’altro ha rinunciato ai diritti d’autore a favore del Gruppo Abele e di Libera.

 

Ho regalato per Natale la prima edizione del libro a mio figlio Saverio (che opera professionalmente nel campo dello sport [5]) e quando gli ho detto che gli avevo procurato un libro sul doping mi ha detto (cito a mente): Guarda che i libri che ci sono sul doping sono più o meno tutti delle prese in giro. Quando poi lo ha letto mi ha detto: Questo finalmente è un libro serio, che dice quello che gli altri tacciono. Lo ho anche prestato ad alcuni degli atleti che seguo.

Gli ho chiesto pertanto di scrivere un suo commento al libro – che riporto di seguito.

Io mi riservo, dopo averlo letto e dopo l’incontro con Donati, di esprimere il mio punto di vista da cittadino e da persona che si occupa di prevenzione.

 sport del doping

Commento al libro di Donati  di Saverio

 Leggere questo libro è stato un enorme piacere ma allo stesso tempo le sue pagine hanno nuovamente aperto una ferita mai guarita .

Per tutte le persone che si occupano di sport solo da appassionati o lo praticano a livello amatoriale molti dei contenuti del libro potranno risultare “sconvolgenti” e, se non fossero puntualmente documentati, potrebbero sembrare azzardati o parzialmente inventati.

Purtroppo le verità raccontate sono provate oltreché sconvolgenti.

 Invece, per chi come me oltre a praticare ad alto livello diverse discipline, ha studiato e attualmente lavora in ambito sportivo, il libro di Donati riporta a galla vicende già conosciute e, grazie alla precisa documentazione e ad un racconto puntuale, aggiunge informazioni e colma qualche perplessità.

È un libro che dovrebbero leggere tutti gli sportivi, ma soprattutto tutti “gli appassionati di sport”, tutte le migliaia di persone che seguono alla TV le partite delle squadra del cuore, le imprese dei campioni del pedale, le sfide al limite dei centesimi dei nuotatori. Forse non arriverebbero a cambiare mentalità e modo di vedere lo sport ma sicuramente potrebbero, mantenendo pari passione e calore, ragionare maggiormente sulla realtà delle cose arrivando ad avere un approccio più “critico e informato”.

Mi piacerebbe che dopo aver letto questo libro qualcuno non si arrabbiasse più per la sostituzione a fine anno dell’attaccante del cuore, ma perché la carriera dei suoi beniamini dura pochissimo in quanto gli atleti vengono spremuti e consumati, spesso spinti al di la delle loro possibilità (sia legalmente che illegalmente).

Mi piacerebbe che, leggendo questo libro, le persone perdessero l’ingenuità che ancora oggi fa sì che le vicende di doping vengano considerate “casi occasionali”.

Partendo dagli amatori fino alle categorie professionistiche i fatti ci dimostrano che oggi, dopo l’emergere di tanti scandali, la realtà non è cambiata e purtroppo, con leggi e metodiche antidoping poco efficienti, ciò che emerge è solo l’apice.

È difficile poter diffondere una corretta cultura sportiva in un mondo dove sponsor e grandi interessi stabiliscono le regole del sistema, dove ogni tipo di informazione è veicolata ed impostata con precisi obiettivi.

 L’unica mia parziale differenza di opinione rispetto all’autore è inerente al concetto di “modello” di atleta. Il fatto che vengano creati modelli artificiali a cui i giovani possono ispirarsi, senza considerare che molti dei successi di questi miti sono artificiali, NON GIUSTIFICA il fatto che un ragazzo venga poi spinto a SBAGLIARE STRADA. È vero che un contesto corrotto non è un buon ambiente in cui un giovane può formare la propria esperienza atletica, ma allo stesso tempo questo non deve essere un’attenuante per sminuire le scelte scorrette degli sportivi.

In tutte le esperienze di vita le persone si trovano a dover scegliere tra quello che è onesto, corretto e ciò che non lo è. Un ragazzo può crescere in un quartiere malfamato, ma in ogni caso riuscire a non diventare un criminale. Se da una parte il Coni e le federazioni nazionali hanno tutte le loro colpe (morali e giuridiche) ben evidenziate da Donati, dal punto di vista sportivo a mio parere LA COLPA È IN OGNI CASO DEL SINGOLO; SIAMO NOI CHE PRENDIAMO LE DECISIONI PER IL NOSTRO FUTURO ED È A NOSTRO CARICO L’ESITO ED IL RISULTATO DELLE NOSTRE SCELTE. Troppo facile considerare le attenuanti dovute al contesto, alla società, al sistema.

Io per anni ho corso in bici partendo dalle gare amatoriali fino a confrontarmi a livello ELITE in ambito internazionale, e tuttora continuo ad allenarmi e a fare ricerca per studiare a fondo le risposte fisiche della macchina umana, ma mai e poi mai mi è passata per la testa l’idea di poter migliorare “artificialmente” una mia prestazione.

Se vinco una gara ringrazio le mie gambe e la mia testa, se perdo ragiono su cosa ho sbagliato e torno più motivato per migliorare dove gli altri mi hanno battuto, e comunque (con grande dispiacere) accetterò la sconfitta e stringerò la mano a chi ha fatto meglio di me in quanto atleta di maggior valore.

 Saverio Ottolini

 

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1. Presso la libreria Margaroli (Parco Commerciale dei Laghi), ore 17.30.

2. Edizioni Gruppo Abele, maggio 2013. Nel link del testo il video di presentazione a cura di Libera Piemonte.

3. Cfr. anche il Codice Mondiale Antidoping WADA e il Sito ufficiale.

4. Cfr. anche “Campioni senza valore” – Il libro scomparso di Alessandro Donati

5. Diplomato ISEF, preparatore, responsabile del Centro SportAttitude, collaboratore di riviste e siti del settore.

Web 2.0 come Sportello lavoro e come “referenza”

Su La Stampa del 15 maggio (pagine VCO) un articolo è dedicato ad un giovane ossolano di Vogogna, Gabriele De Vito [1], che ha vinto il concorso App To You della Microsoft. L’applicazione vincitrice si propone di mettere in relazione diretta domanda ed offerta di lavoro tramite il web saltando le mediazioni cartacee dei curricoli e sarà sviluppata e successivamente lanciata su Apple Store.

L’utilizzo del web per facilitare la ricerca del lavoro (sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta) non è nuovo ed è senz’altro uno dei settori in grande sviluppo proprio in questo periodo di crisi. Numerose le società che operano e offrono servizi on line, ad esempio a livello internazionale l’Adecco o a livello nazionale la Hivejobs che si autodefiniscono rispettivamente Leader mondiale nella gestione delle risorse umane la prima, e Società italiana di Ricerca e Selezione che introduce un modello nuovo nell’ambito del recruiting la seconda.

 logo Adecco          logo_Hivejobs

Il web si rivela così, anche per il mercato del lavoro, uno strumento fondamentale di facilitazione e di riduzione delle mediazioni: se da un lato la nostra società è sempre più complessa e in continuo cambiamento (nel mondo del lavoro in particolare) la rete si dimostra sempre più il percorso facilitato che permette di saltare le mediazioni e di superare le limitazioni di spazio e tempo. E nel campo del lavoro, per giovani e non più giovani, questi percorsi facilitati possono segnare il discrimine fra il limitarsi a cercare (o inventarsi) un lavoro qualsiasi ed invece il riuscire a far combaciare le proprie competenze e le proprie aspettative con quelle delle aziende.

 

Due sondaggi

In due recenti articoli [2] Walter Passerini ho analizzato due indagini, effettuate dalle società sopra indicate, sul mercato del lavoro, sugli atteggiamenti e sulle modalità di utilizzo del web.

Il sondaggio della Hivejobs rispetto alla ricerca del lavoro tramite web afferma:

“Sono circa l’80% dei rispondenti ad utilizzare molto (29%) e moltissimo (49,5%) i canali digitali per promuovere la propria candidatura e cercare nuove offerte di lavoro. E non sono solo i più giovani ad affidarsi a questi strumenti, anche le persone over 55 utilizzano il web molto e moltissimo nel 65% dei casi.

Tra gli strumenti digitali utilizzati… Linkedin si attesta al primo posto (80%), spesso insieme ad altre piattaforme di incontro tra domande e offerte di lavoro quali Monster (80%), Infojobs (74%) e Joprapido (50%). Rimane bassa la percentuale di utilizzo di Facebook (12,5%) e Twitter (5,9%) percepiti principalmente come social network meno legati alla sfera professionale.”

 infostatica lavoro web

I social network generici, come facebook, sono allora ininfluenti in questo ambito? Tutt’altro. Se quelli specializzati sono fondamentali nel mettere rapidamente in contatto e nel far combaciare il più possibile la ricerca delle aziende con le candidature di chi cerca lavoro, la rete in generale e facebook in particolare sono fondamentali per definire la “reputazione digitale” sia del candidato che delle aziende.

Se in passato chi assumeva, oltre al curricolo e al colloquio, cercava informazioni e referenze attraverso i canali tradizionali (lettere di accompagnamento, telefonate e magari raccomandazioni), oggi è prassi comune raccogliere queste informazioni attraverso la rete monitorando la reputazione digitale del candidato.

La ricerca di Adecco relativa proprio al rapporto fra Lavoro e reputazione digitale osserva come spesso tra i motivi adducibili all’insuccesso di un colloquio di lavoro, potrebbe esserci una foto non “sufficientemente” professionale o un profilo inadeguato postati su uno dei Social Network, come ad esempio Facebook; e come lo strumento più “gettonato” per monitorare la reputazione digitale sia proprio Facebook (52%) rispetto a Linkedin (42%).

Il motivo è chiaro: “il 38,5% dei referenti aziendali, ritiene che i frequentatori dei social network si muovano online spesso senza pensare alle conseguenze sulla loro digital reputation” e che pertanto questi costituiscano uno strumento più attendibile per conoscere la personalità anche privata del candidato.

L’aspetto più interessante della ricerca è che le risposte degli intervistati in cerca di lavoro in gran parte smentiscono questa opinione: oltre il 55% dichiara di esser consapevole dell’importanza della propria reputazione digitale e di prendere le opportune misure per tutelarsi sia controllando tramite google le informazioni su di sé reperibili in rete, sia gestendo le impostazioni sulla privacy dei social network che più in generale curando la propria immagine in rete.

 

La rete: totalitarismo distopico o democratizzazione?

Questi due punti di vista contrastanti ci rimandano ad un tema più generale.

Il web 2.0 e i social network rappresentano il punto d’arrivo di una società che ha annullato in maniera pressoché completa la distinzione tra pubblico e privato?

La società dell’accesso avrebbe cioè portato a compimento quella trasformazione culturale che, secondo Bauman [3] (e Alain Ehrenberg da lui citato) sarebbe iniziata una sera degli anni ’80 quando

“durante un popolare talkshow … una certa Vivienne dichiarò che suo marito Michael soffriva di eiaculazione precoce, e che questo le aveva impedito di provare anche una sola volta l’orgasmo in tutta la loro vita matrimoniale.

Cosa c’era di tanto rivoluzionario in quella affermazione? … Vivienne aveva portato sulla pubblica arena un tema assolutamente privato” …

In sostanza la società dei mass media prima e poi quella dei social network 2.0, abolendo le intercapedini che impediscono la vista pubblica del privato, ci avrebbero immesso in una società totalmente trasparente, dove tutti sanno tutto di tutti e dove la sfera privata è sostanzialmente abolita. Qualcosa di simile a quanto prefigurato nella sua utopia negativa da Zamjatin [4] dove tutti sono costretti a vivere in edifici con le mura di cristallo di modo che qualsiasi dimensione privata venga esclusa. E questa soppressione del privato, questa identificazione tra privato e pubblico rappresenta, per gran parte dei teorici del totalitarismo (ad es. Hannah Arendt) una delle caratteristiche distintive dei regimi e delle società totalitarie.

Noi

Nei miei ricordi personali della Cecoslovacchia prima dell’89 è rimasta negativamente impressa l’onnipresenza degli altoparlanti che trasmettevano la radio di stato. Non tanto per la “propaganda”: per lo più era musica classica. Ma che tutti si dovesse ascoltare, nel capeggio come per le vie cittadine, la stessa musica la vivevo come un sopruso e un’invasione nella sfera della libertà personale.

Questo produce oggi la rete e nello specifico facebook, sia pur non per sopruso dall’alto ma per un’autolimitazione della propria libertà dal basso, in un incosciente immettersi collettivo nel mondo totalitario 2.0?

Io la penso diversamente.

Se da un lato posso capire la diffidenza nei confronti di facebook da parte di molti della mia generazione, proprio perché intravedono questo pericolo e non sono disposti a gettare in pasto agli altri la loro privacy, dall’altro le risposte della maggioranza degli intervistati fra coloro che cercano lavoro mi conferma su di una mia convinzione.

Il web 2.0 oltre alle le sue caratteristiche di facilitazione, rapidità, superamento delle mediazioni ecc., rappresenta un potente strumento di “democratizzazione” [5], cioè di quel processo tipico della modernità per cui ciò che precedentemente era privilegio di pochi, diventa alla portata di tutti. Democratizzazione che storicamente ha investito tutte le sfere del nostro vivere sociale, dal vestire (dagli zoccoli alle scarpe), al possesso del mezzo di trasporto individuale, all’istruzione scolastica, ed anche agli aspetti trasgressivi: come il gioco d’azzardo o l’assunzione di droghe come la cocaina che una volta erano esclusivi di alcune ristrette élite.

 

Curare la propria reputazione digitale

Tra gli aspetti di democratizzazione tipici del web 2.0, oltre a quello più evidente dell’accesso all’informazione, vi sono quello dell’autorialità – tutti possono diventare autori di testi on line, come sto facendo io in questo momento, senza la mediazione e il filtro di un editore – e, aspetto su cui si è detto ancora poco, tutti possono gestire la propria immagine pubblica.

L’immagine pubblica sinora non dipendeva dai singoli, ma da un complesso di relazioni con gli altri che sfuggiva al controllo personale. Con l’eccezione in passato di sovrani e mecenati che mettevano a libro paga scrittori ed artisti proprio con questa funzione.

Successivamente questa possibilità di “curare la propria immagine”, di gestire il significato che con questa immagine si vuole trasmettere, si è estesa ai personaggi delle spettacolo: attori, artisti, calciatori, divi in genere [6].

Oggi il web 2.0, oltre a rendere tutti noi potenziali autori, ci permette di gestire (o perlomeno controllare) la nostra immagine pubblica nella rete, quella che appunto viene chiamata la “reputazione digitale”. Questa capacità di controllo e gestione non è automatica e da molti non è assolutamente presa in considerazione. Direi che costituisce una delle principali caratteristiche della competenza digitale.

Competenza, come abbiamo visto, assolutamente necessaria per chi intende utilizzare il web per proporsi nel mondo del lavoro.

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1. Si sono tenute martedì le finali del progetto App To You.

2. Il più recente è sul suo blog Lavori in corso de La Stampa relativa all’indagine dell’Hivejobs: Lavoro, italiani disponibili all’estero e favorevoli a mettersi in proprio ; di qualche settimana sul quotidiano quello sull’indagine dell’Adecco: Le assunzioni ai tempi di Facebook (Download PDF ).

3. Bauman Zygunt, Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido, Laterza, Bari 2012: cfr. pp. 29-41 (Strane avventure della “privacy” 1, 2 e 3).

4. Evgenij Zamjatin, Noi, Feltrinelli, Milano 1963.

5. Utilizzo il termine “democratizzazione” in un’accezione neutra e non valoriale né politica, indicando quel processo, tipico delle società di massa, per cui ciò che era privilegio (o comunque accessibile) solo ad un piccolo gruppo sociale, diventa accessibile ai più. Non necessariamente tale processo è da considerare positivamente: come ad es. la “democratizzazione” dell’uso delle armi negli Stati Uniti.

6. Cfr. Roland Barthes, Miti d’oggi, Einaudi 1974.