Arnaldo Ceccherini “Tenente Pascoli” caduto in difesa dell’Ossola Liberata
Pubblicato sul n. 3/2024 di “Nuova Resistenza Unita”
Nell’attacco all’Ossola libera che si sviluppa inizialmente da est lungo la Val Cannobina a partire dalla notte fra l’8 e il 9 ottobre ‘44 vengono giustamente ricordati quali primi difensori caduti al Sasso di Finero il 12 ottobre Attilio Moneta e Alfredo Di Dio, mentre perlopiù si ignorano Aldo Cingano e Arnaldo Ceccherini caduti due giorni prima sull’altro versante della Cannobina, a ridosso dello spartiacque con le vallate del Verbano.
Aldo Cingano riposa nel Cimitero di Intra nell’area riservata ai partigiani; di lui e del contesto in cui è caduto sotto il fuoco tedesco, su questa rivista, è stato scritto in due occasioni, sia pur all’interno del ricordo di altri partigiani della Cesare Battisti[i]. Di Arnaldo Ceccherini si trova traccia solo all’interno dell’elenco di oltre mille caduti del Novarese pubblicato nel 1970[ii].
Eppure la fotografia del bel monumento a lui dedicato, eretto per volontà della famiglia nel secondo anniversario della morte sulle pendici del Bavarione ove cadde, fa da copertina alla Cartina storico-escursionistica della ValGrande[iii]. Allora, come si vede ancora dalla foto del 2014, il cippo dominava entrambi i versanti dell’altura che precede la conca da cui successivamente si inerpica l’ultimo tratto che porta alla cima. Oggi il bosco ceduo ne impedisce la visione e lo si ritrova improvvisamente davanti dopo una svolta del sentiero segnalato quale trekking collegato alla Zip-line (Pian d’Arla, Bavarione, Passo Folungo).
In occasione della pubblicazione per l’80mo dei caduti di Colle e del Vadàa[iv] sono stati raccolti alcuni scritti e documenti che oggi ci permettono di ricostruire un esemplare percorso di vita di un giovane cresciuto durante il fascismo che, abbandonate le suggestioni culturali precedenti, diventa antifascista, rifiuta dopo l’8 settembre di aderire al alla RSI per poi unirsi, con la liberazione dell’Ossola, alle formazioni partigiane consapevole di quali rischi questa scelta comportasse.
Gli archivi della resistenza ci dicono che Arnaldo era nato a Milano il 17 febbraio 1921. Il Padre Mario, originario della Toscana, si era infatti trasferito a Milano e successivamente a Como. Una importante ricerca di studenti e docenti del Liceo Parini di Milano[v] sulle conseguenze delle leggi razziali per docenti e studenti della scuola ci segnala la presenza di Ceccherini:
“Cesare Cases (Milano, 1920 – Firenze, 2005), germanista, saggista e critico letterario. È studente del Parini fino al 1937/38, anno in cui frequenta con esito positivo la II liceale A, ma viene espulso a causa delle leggi razziali. Già negli anni del Parini ha modo di mostrare le proprie capacità letterarie, spronato da un’accesa rivalità con un compagno di classe, Arnaldo Ceccherini, che lo scrittore ricorderà con ironia nel saggio del 1978 Cosa fai in giro.”
Il saggio di Cases, un piccolo gioiello letterario[vi],ripercorre il suo rapporto laico con la cultura ebraica prima e durante le leggi razziali e Ceccherini, a cui dedica tre pagine, vi rappresenta un antisemitismo letterariamente ingenuo, ma anche l’evoluzione di una generazione che prende consapevolezza degli inganni del regime. Ne riporto alcuni passi.
“No, si può dire tutto di Milano, non che fosse una città antisemita. L’unico antisemita che avevo trovato a scuola non era milanese, e poi non era nemmeno antisemita. Si chiamava Arnaldo Ceccherini ed era toscano. Era un ragazzo biondastro, un po’ flaccido e esangue, molto educato e ben curato, che perseguiva un culto della toscanità nutrito di letture principalmente di Papini. Il suo antisemitismo, del tutto libresco, veniva di li, da quel nazionalismo regionalistico e terragnolo che prosperava solo tra i toscani maledetti e per cui gli ebrei erano i prototipi degli uomini sradicati, cosmopoliti […]. In realtà eravamo profondamente affini, due intellettuali in erba maldestri e introversi che si trovavano male nel loro ambiente e che fuggivano in un mondo che per me era astrattamente culturale mentre per lui assumeva i contorni dell’anticapitalismo romantico e del ritorno alle origini. […]
Il mio ambivalente rapporto con lui […] avrebbe potuto assumere forme più pacifiche se non fosse stato attizzato dallo spirito spietatamente concorrenziale instaurato dal professore di lettere dell’allora ginnasio inferiore. Costui, un bel vecchio dai baffi bianchi in procinto di andare in pensione, era un genio della repressione scolastica. […] In questo clima io e Ceccherini, entrambi ossequienti e con la vocazione del primo della classe, avevamo spesso l’occasione di provarci la lezione a vicenda ponendoci tranelli e rimproverandoci di non saper pronunciare giusto lui il nome di Shakespeare e io qualche ribobolo toscano. Il contrasto veniva cosi sempre riaperto, finché in terza ginnasio i nostri compagni, che stentavano a capirne le ragioni e meno ancora capivano perché esso avvenisse tra due personaggi così simili tra loro e diversi dagli altri, non ne ebbero le scatole piene e non ci costrinsero alla soluzione che pareva loro l’unica ovvia: la singolar tenzone. Essa ebbe luogo un pomeriggio, dopo la scuola, sul vicino ponte di San Marco, oggi scomparso insieme al naviglio che scavalcava. Ci picchiammo, per quel che potevano le nostre deboli forze, con gran gusto e di santa ragione […] al centro del ponte, assistiti dai compagni tripudiami che tifavano non per l’uno o per l’altro, ma per entrambi quei titani dell’impotenza. Se Arnaldo era più grande e grosso di me, io avevo più forza nervosa, sicché pressappoco ci equivalevamo e la lotta si sarebbe protratta a lungo senza tema che qualcuno fosse costretto a buttarsi in acqua come Rodomonte a Parigi, se gli organizzatori dello spettacolo, paghi del divertimento, non l’avessero interrotta spingendoci a darci la mano. In effetti dopo la battaglia i nostri rapporti migliorarono. In quarta Ceccherini andò in un altro ginnasio. Lo rividi ancora qualche volta, l’ultima nel 1939, nel ridotto del loggione della Scala […].
Arnaldo aveva perso la pinguedine infantile, era diventato un bel ragazzo alto e asciutto. Non era più antisemita, anzi era un deciso antifascista. Ci abbracciammo. Dopo la guerra seppi che era morto, partigiano. Addio, caro nemico, riposa in pace finché le tombe non si scoperchieranno e noi torneremo sul ponte di San Marco a picchiarci per l’eternità. Forse è solo per ritrovarti che sono sceso nel pozzo del passato.”
Ceccherini dopo il liceo frequenta la facoltà di Giurisprudenza e, prima di laurearsi in Legge, viene richiamato in qualità di ufficiale della Guardia alla Frontiera (GAF), il corpo militare istituito da Mussolini nel 1934 accorpando reparti del Genio, Artiglieria e Fanteria, denominato ironicamente dagli alpini “la vidoa” (la vedova) per il caratteristico cappello da Alpino, privo però della penna. Ceccherini è di stanza a Iselle quando, poco dopo l’8 settembre, il reparto si scioglie spontaneamente.
“All’annuncio dell’armistizio e al dissolvimento del presidio […] ci si raccolse per la mesta cerimonia dell’ammainabandiera. Erano circa le cinque del pomeriggio dell’11 settembre 1943. Ceccherini, il più giovane degli ufficiali, uno dei nuovi tenenti del caposaldo, raccolse fra le sue braccia il tricolore con al centro lo stemma sabaudo. Tutti erano profondamente abbattuti dopo tanti mesi di guerra[…] quella fine così ingloriosa riempiva tutti di umiliazione. […] Il Ceccherini, dopo un primo periodo di sbandamento nei dintorni di Domodossola, entrò in Svizzera uscendone alla liberazione del settembre 1944 e partecipando da allora in avanti alla lotta partigiana col nome di copertura di «Tenente Pascoli».”[vii]
Il “Tenente Pascoli” – da sottolineare il riferimento letterario non più all’oltranzista cattolico Papini, ma al socialisteggiante poeta romagnolo – si arruola nella “Cesare Battisti” come semplice partigiano e nei primi di ottobre è inquadrato nel “Plotone Esploratori” guidato da Nino Chiovini e dislocato da Piazza (sopra Trarego) al Bavarione in difesa dell’Ossola liberata.
L’attacco nazifascista alla “Repubblica ossolana” non inizia, come si prevedeva, sulla piana tra Mergozzo e Ornavasso, ma il 9 ottobre in Valle Cannobina coinvolgendo sia il fondovalle che entrambi i versanti ed è guidato (Operazione Avanti) dalle SS Polizei Rgt. 15 ritornate nel territorio dopo il rastrellamento di giugno[viii]. Per l’attacco, oltre le forze dislocate a sud nella bassa Ossola, in Cannobina sono impiegate quattro colonne: fondovalle, versante sinistro (nord) dove è schierata la “Perotti” di Frassati, versante destro e contemporaneo accerchiamento, con una colonna proveniente da Intra e Pian Cavallo, della postazioni della “Battisti” e della “Valgrande Martire” schierate da sopra Trarego al Vadàa. Di seguito il commento e i ricordi di Chiovini:
“Ai partigiani addestrati ai colpi di mano, alle azioni offensive, ai rapidi sganciamenti, si chiede questa volta un compito diametralmente opposto, difendere il terreno. Le piccole vecchie formazioni che in poche settimane sono diventate brigate e divisioni, si sono appesantite con l’adesione di giovani entusiasti ma ancora impreparati fisicamente, militarmente, moralmente. E le armi sono sempre quelle: buone per l’offesa e neppur tanto, ancor meno per la difesa. Dobbiamo nel contempo ammettere che una proposta di abbandonare il territorio della Repubblica ossolana senza combattere, da qualsiasi parte fosse avanzata, è impensabile, acquisterebbe immediatamente il sapore della diserzione, forse del tradimento. Non è possibile altra scelta che la difesa dell’Ossola. È questo il prezzo politico e di sangue che la Resistenza è tenuta a pagare.”[ix]
Sul versante destro lo sfondamento avviene a Pian Puzzo tra il 9 e 10 ottobre.Questo il ricordo di Peppo nel suo diario partigiano:
“Il nemico attaccò la sera dell’otto ottobre in Valle cannobina, mentre il cielo cominciò a vomitare pioggia … Estenuanti turni di guardia venivano sostenuti sotto una pioggia incessante e gelida che ci faceva sentire liquefatti. Nel tardo pomeriggio del secondo giorno cominciarono ad affluire partigiani sbandati provenienti dall’alto, dall’asse Colle-Pian Puz. Dai loro racconti comprendemmo che una colonna tedesca aveva raggiunto inaspettatamente Pian Puz attraverso una marcia nel bosco e, insieme ad un reparto corazzato giunto in seguito lungo la rotabile, sotto una bufera di neve, aveva sorpreso alle spalle e sopraffatto il nostro schieramento, che aveva subito forti perdite. Contemporaneamente in valle Cannobina avevano ceduto le nostre difese del fianco sinistro; al nemico che aveva potuto raggiungere Cùrsolo, tutto diventava più facile. Era la rotta.”[x]
È durante questo attacco accerchiante che, il 10 di ottobre, sulle pendici del Monte Bavarione cade Arnaldo Ceccherini. Del suo rigoroso spirito partigiano e del suo sacrificio abbiamo il commosso ricordo di un suo commilitone.[xi]
“Dalla lettera di un soldato del «Tenente Pascoli.
Lo conobbi che da poco era uscito dalla Svizzera, chiaro era dunque il suo scopo; da allora gli sono sempre rimasto vicino, dormivamo nella stessa stanza lassù a P. Cavallo, a causa della scarsità mangiavamo spesso con lo stesso cucchiaio, era tenente ma faceva tutto quanto gli veniva ordinato senza avanzare alcun diritto, lo sentivo ritornare dalle lunghe ore di guardia notturna fra un clima impossibile, senza un lamento. Sempre pronto a descrivere con umorismo le cose più insopportabili come la fame, la pioggia, il freddo. Mentre ci avviavamo per dare il cambio alla pattuglia che stava presso una mitraglia sul monte di Archia (erano circa le due del pomeriggio e dalle due di notte eravamo in cammino) mi disse che se fossi andato a Milano lo avrei travato sempre in pantofole, anche i suoi piedi erano pressoché laceri. Arrivati al punto stabilito trovammo soltanto i segni della postazione; fummo presi dal primo dubbio e ci avviammo verso la cima, certi che la pattuglia si fosse trasferita lassù. Io rimasi indietro qualche minuto e quando raggiunsi il gruppo egli era già presso l’arma con il moschetto puntato. Tutti erano calmi ma ciò che mi stupì fu il suo atteggiamento non solo calmo, ma come al solito pacifico. Sicuro di se stesso si accingeva a compiere l’estremo dovere.
Poi durante la sparatoria un compagno gridò: «Pascoli è ferito!». Pascoli non era ferito, era morto, questo potei constatare quando con un altro cercavo di trascinarlo in un luogo riparato. Non riuscimmo a smuoverlo, ebbi la sensazione che nel disperato tentativo si fosse aggrappato a quella terra pur di non abbandonarla. Tre colpi di mitraglia apparivano sulla sua gamba sinistra, certo era staio colpito anche al petto. Egli è rimasto là ad aspettarci. Come fu semplice nella vita, con semplicità seppe affrontare il sacrificio.”
La famiglia, con l’attiva collaborazione dell’ANPI di Verbania, porterà la salma nel Cimitero di Como ed erigerà il monumento che, pur attorniato dal fogliame, ancor oggi lo ricorda. Nel ventennale, su iniziativa del Comune di Aurano, in presenza del senatore Carlo Torelli, ai suoi familiari è stata consegnata una medaglia commemorativa. Poi un lungo silenzio che abbiamo ritenuto doveroso interrompere con queste note.
Con virtù di eroe e semplicità di Santo combattendo nelle file della Brigata Alpina Cesare Battisti
qui
fece olocausto della sua radiosa giovinezza per la libertà e l’onore della Patria il S. Tenente Arnaldo Ceccherini Pascoli
laureando in Legge di anni 23.
I genitori inconsolabili posero nel II Anniversario della gloriosa morte.
10 0ttobre 1946.
[i] Resistenza Unita 11/1999 p. 6 e Nuova resistenza Unita 11/2007 p. 8.
[ii] Resistenza Unita 2/1970 p. 5-15. In alcuni testi il nome è erroneamente riportato come Ceccarini o Ceccarelli.
[iii] Pubblicata nel 2014 a cura del Parco Nazionale ValGrande e della Casa della Resistenza.
[iv] Alpe Colle 23 luglio 1944. I caduti sulla strada del Vadàa giugno – ottobre 1944, edito Casa della Resistenza con testi di Paolo Tosi, Gianmaria Ottolini e Flavio Maglio.
[v] Il dolore di avervi dovuto lasciare, Milano 2014, p. 21.
[vi] Pubblicato sul n. 11-12/1978 de Il Ponte dedicato alle leggi razziste fasciste (La difesa della razza). Riedito con pref. di L. Baranelli nel 2019 dalle Edizioni dell’asino (2019).
[vii] Paolo Bologna: “Cronaca di una fuga” in Sentieri della Ricerca, n. 6, 2° semestre 2007, p. 18.
[viii] Cfr. E. Massara, Antologia dell’Antifascismo e della Resistenza Novarese, Novara 1984 p. 377-379 e R. Rues, SS-Polizei. Ossola-Lago Maggiore 1943-1945, Insubria Historica, Minusio (CH) 2018.
[ix] I giorni della semina, Tararà 2005, p. 129-130.
[x] Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà 2012 p. 131-132.
[xi] “Arnaldo Ceccherini. Dalla lettera di un soldato del «Tenente Pascoli»”, in Ossola insorta, Milano 23.09.1945.







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