Baumgartner, l’addio di Paul Auster
“La vita è pericolosa, Marion, e può succederci di tutto in qualsiasi momento. Lo sa lei, lo so io, lo sanno tutti – e se non lo sanno, be’, si vede che non sono stati attenti, e se non si sta attenti, non si è vivi sino in fondo”[1].
L’ultima opera di Paul Auster è esplicitamente un romanzo di commiato. Non è autobiografico ma il protagonista è un chiaro alter ego con cui l’autore si identifica: lo scrittore e docente in pensione Seymour Baumgartner che, dopo aver pubblicato “il suo piccolo libro su Kierkegaard”, riflette sulla permanenza delle assenze (soprattutto della moglie Anna scomparsa dieci anni prima) e vorrebbe scrivere un saggio sulla “sindrome dell’arto scomparso”, la percezione persistente e spesso dolorosa di un arto perso traumaticamente; naturalmente “il suo interesse risiede, più che negli aspetti biologici e/o neurologici della sindrome, nella sua capacità di prestarsi a metafora della sofferenza e della perdita”.
E il romanzo ruota, oltre che sulla sua crisi e crescente fatica di scrittore, sulla volontà di dar memoria alla moglie, non tanto alla principale attività di traduttrice, ma alle sue opere in maggior parte non pubblicate (racconti, poesie) che riemergono dai cassetti di uno schedario posto in un angolo dello studio di Anna.
C’è un passo, all’inizio del quarto capitolo, dove Auster sembra volerci lasciare il suo consapevole congedo. Lo riporto per intero.
“Un anno e un mese dopo, Baumgartner è seduto alla stessa scrivania nella stessa stanza e si sta chiedendo se tenere la frase che ha appena scritto o cancellarla e ricominciare. La cancella, ma prima di ricominciare si alza dalla sedia, va alla finestra e guarda giù in giardino. È uno splendido pomeriggio assolato di metà settembre, uno di quei giorni sfacciati e prepotenti che piombano in casa, ti afferrano per la collottola e ti sbattono fuori, e cosi anziché tornare alla scrivania a lottare per la terza o quarta volta con la frase, Baumgartner cede al richiamo del bel tempo e lascia la stanza per andare in giardino, dove si accomoda su una sdraio a metà strada tra il patio e il corniolo. Si palpa il taschino sinistro della camicia e scopre che è vuoto. Niente occhiali da sole. Li avrà lasciati in camera da letto ieri, ma anche se oggi pomeriggio la luce è particolarmente smagliante, non ha nessuna voglia di ritrascinarsi in casa a cercarli. In una giornata come questa, si dice, meglio lasciare che il sole illumini il mondo, e goderselo tutto a occhi nudi, senza protezioni.
Guarda in alto, aguzza la vista al passaggio di un uccello nel cielo. Che nuvole bianche, si dice. Che nuvole candide appiccicate a tutto quell’azzurro, un cielo cosi azzurro non vedeva da anni. Incredibile, pensa. La terra va a fuoco, il mondo è in fiamme, eppure per adesso ancora esistono giornate come questa, e quindi tanto vale approfittarne. Chissà, magari è l’ultima bella giornata che vedrà – o l’ultima giornata in assoluto, se è per quello, no? Certo non si aspetta di morire all’improvviso prima che gli uccelli si sveglino domattina, ma i fatti sono fatti, e i numeri non mentono. Ha settantuno anni, e un altro compleanno si profila all’orizzonte fra appena sei settimane, e una volta che uno entra nella zona dei rendimenti decrescenti, può succedere di tutto.[2]“
E la narrazione terminerà in modo formalmente aperto, ma con un finale facilmente immaginabile per il lettore:
“E così, con il vento in faccia e il sangue che ancora gli sgocciola dalla fronte, il nostro eroe parte in cerca di aiuto, e quando arriva alla prima casa e bussa alla porta, si apre il capitolo finale della saga di S. T. Baumgartner.[3]“
[1] Baumgartner, Einaudi, Torino 2023, p. 25. Di alcune opere di Auster avevo scritto su questo blog poco più di cinque anni fa: Leggendo LEVIATANO di Paul Auster.
[2] P. 82-83.
[3] P. 153.


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