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Modalità della SCELTA e contesto storico.

24 ottobre 2018

1 Croce_verde_locandina_OK2Il 12 ottobre scorso la Croce Verde di Verbania, all’interno delle iniziative connesse al 50° anniversario della sua fondazione, ha organizzato presso l’Istituto Cobianchi una mattinata di riflessioni sul volontariato (Volontario: il cuore della comunità) e di presentazione di un Concorso destinato alle Scuole primarie, secondarie di primo e secondo grado e alle Agenzie formative del VCO. Tra gli altri (cfr. programma) ci è stato chiesto un contributo anche come Casa della Resistenza. Il tema concordato è stato quello della “scelta” raffrontando analogie e differenze fra la situazione del 1943 e quella di oggi. Di seguito il mio intervento.

 

Modalità della SCELTA e contesto storico.

75 anni fa e oggi

01 CobianchiE sempre con piacere e con un po’ di commozione che torno al Cobianchi, occasione che, per un motivo o per l’altro, colgo più volte ogni anno nonostante sia dal 2006 (dodici anni fa) che sono in pensione. Vi ho insegnato per 32 anni e, in particolare, ho insegnato filosofia nei corsi sperimentali per 26 anni.

La prima attività che facevo svolgere ai miei allievi di terza era quella di fascicolare un dizionarietto filosofico; dizionario organizzato non in ordine alfabetico ma cronologico: i termini/concetti venivano definiti seguendo la successione con cui i filosofi li avevano affrontati ed elaborati. Con una regola ferrea: non utilizzare un termine se non lo si sa definire, ovvero se non ne ce ne siamo impadroniti.

Anton Čechov aveva così sintetizzato questa direttiva:2 cechov-quaderni

Non permettete alle parole di oltrepassare il pensiero.

In questa scuola ho anche coordinato per una dozzina di anni l’Indirizzo di Scienze Umane e Sociali. Queste sono scienze che si basano su di un paradosso di cui chi le studia deve esser consapevole; ognuna di loro, con le sue leggi, studia un aspetto del condizionamento cui l’uomo è soggiacente: quello biologico, sociale, culturale, antropologico, economico, psicologico, inconscio ecc.

2018-10-24

Ma vi è un presupposto, direi – in termini kantiani – un “a priori”: l’uomo per quanto sia condizionato è comunque dotato di libertà; in termini filosofici (e teologici) è dotato di libero arbitro ed è perciò responsabile del suo comportamento. In altri termini è dotato di possibilità di Scelta.

SCELTA

Parola forte, cruciale che non va utilizzata banalmente come equivalente di semplice opzione o preferenza.

La parola deriva dal verbo tardo latino ex-eligere, ‘eleggere fra’, l’elezione di uno fra più candidati, e pertanto lo scegliere fra più possibilità, ed anche l’oggetto di tale scelta.

Se la decliniamo in senso forte, non come banale preferenza od opzione, scelta significa far buon uso della nostra libertà, assumersene in pieno la responsabilità. La “Scelta” comporta individuare ciò che è meglio, ciò che è giusto; una valutazione di cui ci assumiamo il “peso”.

Il filosofo che in maniera profonda ha affrontato il tema della scelta, della possibilità ontologica e della necessità etica della scelta è Søren Kierkegaard. Il testo fondamentale a questo riguardo è Enten Eller.

In italiano l’opera è stata tradotta Aut-Aut[1] mentre la traduzione corretta sarebbe più propriamente Questo o Quello. Probabilmente chi ha tradotto per la prima volta in italiano aveva in mente la romanza verdiana del Rigoletto “Questa o quella … per me pari sono” risonanza che avrebbe prodotto un palese fraintendimento.

5-2018-10-09.png

https://www.youtube.com/watch?time_continue=14&v=TIvXV9fhZ4I [2]

Certo con “aut aut” si sottolinea l’aspetto logico della secca alternativa (o questo o quello, ma non entrambi). Ma anche “aut aut” sembra porre le “due scelte” sullo stesso piano. Nel titolo originario “Enten/Questo” indica ciò che si ha davanti, la quotidianità che propriamente non è una scelta, la vita che prosegue da sola senza che vi sia alcuna scelta. “Eller/Quello” è invece il salto, la “scelta” vera e propria; si abbandona il fluire automatico dell’esistenza per qualcos’altro, si effettua una effettiva scelta.

La scelta allora non si pone fra due opzioni allo stesso livello, ma si colloca tra scegliere e non scegliere. La scelta, ogni volta che se ne presenta la possibilità è una sola, la possibilità (e il rischio) di cambiare direzione. Spesso si lascia correre (scorrere) la propria vita quale mera esistenza trascinata dalle circostanze e in questo modo non ne siamo più padroni. La comodità, la non scelta ci risucchia nell’insignificanza.
Mentre “eller/quello” è altro, una deviazione, un salto, il prendere un’altra strada. La vera Scelta si pone allora, ripeto, fra il scegliere e il non scegliere. Scegliere individualmente e, talora, collettivamente.

 

Se la scelta è questo, l’alternativa fra il proseguire come prima, come le circostanze ci hanno collocato, oppure decidere, “scegliere” un’altra strada, sono certe situazioni della vita e della Storia che ci pongono davanti a tale opzioni di “scelta”, cioè di “salto”, di cambiamento di direzione.

 75 anni fa

Nella storia contemporanea dell’Italia quando di parla di Scelta ci si riferisce soprattutto all’8 settembre 1943.

6 Armistizio-1943-Castellano-Eisenhower-Cassibile

Il Generale Castellano, rappresentante del governo Badoglio, e il Generale Eisenhower a Casssibile

Le vicende sono note. A luglio Mussolini era stato deposto e il governo assegnato al Generale Badoglio che inizialmente proseguì la guerra a fianco dei tedeschi. Nel frattempo erano iniziate le consultazioni con gli alleati anglo-americani e il 3 settembre a Cassibile (Siracusa) fu firmato l’Armistizio ovvero la cessazione (provvisoria) delle azioni militari. Gli angloamericani spinsero perché l’annuncio fosse proclamato immediatamente, ma Badoglio tergiversò e non ne diede notizia nemmeno agli Stati maggiori dell’esercito.

L’8 settembre alle 18:30 italiane, l’armistizio fu reso noto prima dai microfoni di Radio Algeri da parte del Generale Eisenhower e, poco più di un’ora dopo, Badoglio, messo alle strette, alle 19:42, lo proclamò alla radio.

L’annuncio colse del tutto impreparate e lasciò prive di direttive le forze armate italiane, sia quelle impegnate all’estero, che quelle operanti in Italia. La mattina successiva la famiglia reale, Badoglio e un numero ristretto di ministri e generali fuggirono da Roma per rifugiarsi a Brindisi già liberata dalle truppe alleate.

Pavone rist._Bridgmn Noorda rist.

guerra civile (Una)

Nel suo libro sulla Moralità della Resistenza[3] non a caso Claudio Pavone intitola il primo capitolo “La scelta” e definisce le immediate conseguenze del proclama dell’armistizio come “Lo sfascio”, una situazione di abbandono e crollo delle istituzioni che abbandonarono il paese e le stesse forze armate nel totale disorientamento in assenza di direttive e di informazioni, lasciando inoltre spazio al fiorire di notizie incontrollate, di fake news diremmo oggi.

“La prima e grande «falsa notizia» che gli italiani videro smentita dai fatti fu che l’armistizio significasse la pace. Assai più rapidamente che dopo il 25 luglio, e con sbocchi ben più radicali, le reazioni immediate si capovolsero in altre di segno opposto, secondo la rapida sequenza, largamente attestata dai documenti e dalla memorialistica, di incredulità-stupore-gioia-8 a stampa-guerra-finita rpreoccupazione-smarrimento. […]

E presto si diffuse il senso di essere stati abbandonati, i soldati dagli ufficiali, tutti gli italiani da qualsiasi autorità che pur avrebbe dovuto proteggerli” [p. 14]

In sostanza il Re Vittorio Emanuele III e il generale Badoglio avevano scelto di non scegliere (fra il concordare con la Germania una uscita unilaterale dalla guerra– il proclamare la neutralità – l’allearsi con gli alleati cambiando fronte come avverrà 40 giorni dopo, il 13 ottobre) dismettendo dalle loro responsabilità e pensando solo a salvare se stessi con la fuga a Brindisi. E allora furono gli Italiani che si trovarono di fronte alla necessità di dover scegliere.

Scegliendo anche loro di non scegliere (lasciando andare le cose come capitavano), oppure prendendo in mano il proprio destino individuale e collettivo.

8 a GiardiniRacconta Bruna Giardini del fratello Ermanno, uno dei partigiani caduti a Trarego:

“L’8 settembre tutti scappavano e lui si è rintanato in casa … tutti gli altri amici anche loro che erano a militare … si sono ritrovati a casa mia. Sono stati otto dieci giorni perché quelli della polizia pressavano perché dovevano presentarsi perché erano disertori. E loro, tutti, molti erano, han deciso: – Noi non andiamo, andiamo in montagna.” [4]

Dove la “montagna” nell’uso corrente di quegli anni è contemporaneamente un luogo, un simbolo e una scelta di libertà. E la parola più usata all’inizio non è “partigiani”, ma “ribelli”.

Nei titoli dei memoriali della Resistenza e dell’Internamento, la parola “Scelta” ricorre, non a caso, con frequenza:

“… accettare di continuare una guerra …o ribellarsi. … Accettare o respingere la chiamata o il richiamo alle armi da parte della Repubblica Sociale Italiana” [F. Sciomachen e altri, La scelta 1943-1945, Alberti, Verbania 2001, p. 11.]

E fra tutte le altre ricordo la bellissima opera di Angelo Del BocaLa scelta[5], in parte autobiografica e in parte narrativa.

Dopo alcuni mesi di renitenza alla leva, agli inizi del 1944, un giovane (lo stesso Angelo), per timore di esporre la famiglia a rappresaglie si presenta al Distretto militare di Novara e presta giuramento alla RSI. L’addestramento in Germania e successivamente i rastrellamenti in inermi villaggi dell’Italia del nord, fanno precipitare il giovane in profonda crisi. Nell’estate del 1944, appena ne ha l’occasione, si unisce alle formazioni partigiane.

Il testo poi, in sedici narrazioni, passa in rassegna altrettante scelte (e non scelte) dell’uno e dell’altro campo. Una sorta di romanzo/raccolta di racconti sociologici che ricostruiscono molte tipologie di percorsi che, nell’ultima guerra, hanno portato uomini a schierarsi (o a ritrovarsi) in uno dei due campi. Per rendere esplicita l’impossibilità di una equiparazione fra i due campi – ed anche per sottolineare il diverso spessore che una giusta scelta può assumere. E tanto più si trattava di spessore significativo, quanto più corrispondeva ad un uso proporzionato e consapevole della pur necessaria violenza. E tanto più ha lasciato segni duraturi. Risponde Guido ai suoi ex-commilitoni che dopo anni sono andati a trovarlo:

“…ci sono vari modi di scegliere: si può scegliere per un giorno e si può scegliere per la vita. Io non sono tipo da scegliere per un giorno …”.

 

Oggi

Si può equiparare la situazione del ’43 – 45 con quella di oggi? In Italia certamente no. Ma in molte parti del mondo direi di sì. Teatri di guerra o comunque di fame, illibertà e disperazione dove la “non scelta” è quella di restare, (tentare di) sopravvivere, oppure la scelta di migrare. Il che significa, nei più consapevoli, aprirsi ad un’altra vita. Faccio riferimento a due libri.

11 infiniti-passi-copertina-001Infiniti Passi. In viaggio con i profughi lungo la via dei Balcani” del giornalista e reporter ticinese Gianluca Grossi[6] in cui testimonia la spinta a suo modo rivoluzionaria di chi ha lasciato alle spalle una precedente “vita fatta a pezzi” decidendo che quella vita non si poteva più sopportare e che era meglio rischiare il tutto per tutto per trovare, per sé e soprattutto per i figli, la possibilità di un futuro più decente. Rompendo con il passato. Sul treno per Amburgo un giovane siriano lo spiega ad Arthur.

«Quando decidi di andartene dal tuo paese puoi portarti soltanto i ricordi, che sono come vecchie fotografie che sceglierai di guardare nei momenti in cui non avrai altro da fare. Non puoi, però, continuare a vivere dentro quelle fotografie».

Il ragazzo fece una pausa. … «Quando lasci il paese nel quale sei nato devi accettare che le tue origini non raccontino più nulla di te. Devi diventare un altro, essere pronto a diventarlo. Non è necessariamente un fatto negativo: ti permette di cominciare davvero una nuova vita, è un po’ come se rinascessi, da un’altra parte del mondo. … . Una volta giunto in Germania, io non sarò più il ragazzo che viveva ad Aleppo, mai più.» [p. 242]

L’altro narra di un ragazzino afgano di etnia hazara, portato dalla madre oltre confine, in Pakistan: Fabio Geda, Nel mare di sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari. La “scelta” in questo caso è della madre, non del piccolo afgano di soli dieci anni. Nel suo paese, dopo che i fondamentalisti avevano ucciso in piazza davanti a tutto il villaggio, il maestro che si era rifiutato di chiudere la scuola, ogni tanto avvenivano razzie di ragazzini arruolati a forza. Enaiatjan stava diventando troppo grande per riuscirsi ad entrare in un piccolo buco dove si nascondeva con il fratellino.

La madre di Enaiatollah non lo ha abbandonato, non se ne è sbarazzata; lo ha portato al 12 coccodrillidi là del confine afgano, a Quetta, per dargli la possibilità di salvarsi, di non essere ucciso o arruolato dai fondamentalisti. Si potrebbe dire che lo ha lasciato in balia del caso e di fronte alla prospettiva di grandissimi rischi. Ma non è così perché nel doloroso commiato ha fornito al figlio una bussola, tre basilari direttive, che lo hanno accompagnato ed orientato nel lunghissimo viaggio che lo ha portato sino a Torino dove oggi svolge il ruolo di educatore.

Il fatto, ecco, il fatto è che non me l’aspettavo che lei andasse via davvero. … anche se tua madre, prima di addormentarti, ti ha preso la testa e se l’è stretta al petto per un tempo lungo, più lungo del solito, e ha detto:

«Tre cose non devi mai fare nella vita, Enaiatjan, per nessun motivo.

  • La prima è usare le droghe. Ce ne sono che hanno un odore e un sapore buono e ti sussurrano alle orecchie che sapranno farti stare meglio di come tu potrai mai stare senza di loro. Non credergli. Promettimi che non lo farai.
  • La seconda è usare le armi. Anche se qualcuno farà del male alla tua memoria, ai tuoi ricordi o ai tuoi affetti, insultando Dio, la terra, gli uomini, promettimi che la tua mano non si stringerà mai attorno a una pistola, a un coltello, a una pietra […]. Promettilo.
  • La terza è rubare. Ciò che è tuo ti appartiene, ciò che non è tuo no. I soldi che ti servono li guadagnerai lavorando, anche se il lavoro sarà faticoso. E non trufferai mai nessuno, Enaiatjan, vero? Sarai ospitale e tollerante con tutti. Promettimi che lo farai[7]

 

E un giovane qui, da noi?

È opportuno osservare che “scelta”, come abbiamo visto, ha sinonimi “deboli”, ma non ha un contrario. Il contrario di scelta è “non scelta”. Possiamo “non scegliere”. Non siamo oggi davanti a situazioni come quelle dell’8 settembre del 1943 o a quelle che fanno decidere i giovani migranti ad abbandonare il loro paese.

13 volontario-anchioMa possiamo anche scegliere di assumerci una responsabilità per il nostro tempo, scegliere di diventare cittadini attivi, di scegliere il volontariato. Scegliere di farsi carico di uno dei tanti problemi, delle tante contraddizioni e insufficienze che la nostra società presenza. Scegliere in qualche modo di essere “adulti” già da giovani. Scegliere di dare un “senso” più profondo alla nostra vita. Essere volontari significa questo. Fare una “scelta” in senso forte, imprimere una deviazione al nostro percorso di vita uscendo dalla “quotidianità” in cui ci siamo ritrovati e che, appunto, non abbiamo scelto.

14 terzo settore

Non entro nel merito delle vasta gamma di possibilità che il Terzo settore offre. Personalmente oltre al volontariato presso la Casa della Resistenza, conosco e ho collaborato con Contorno Viola nel campo della prevenzione dei comportamenti giovanili a rischio (infezioni sessuali, abuso di alcool correlato a incidenti stradali, bullismo, nuove dipendenze, ecc.). Quello che ho verificato – e che la maggior parte delle ricerche sociologiche sul volontariato hanno sottolineato – è che la spinta al volontariato, alla solidarietà non è dovuta solo all’altruismo, ad un forte comportamento pro-sociale, ma anche ad un bisogno profondo connaturato a ciascuno di noi.

15 a todorov 2Ha definito in modo preciso questo bisogno un autore, mancato nel febbraio dell’anno scorso, che considero tra i più ricchi e stimolanti del nostro tempo: Tzvetan Todorov. Bulgaro naturalizzato francese, dalla cultura vastissima, ha lasciato contributi importanti in svariati campi: filosofia, storia, letteratura, psicologia, antropologia ecc. Ha definito se stesso un “passatore”:

Mi sono reso conto che avevo condotto una vita da passatore in più di un modo: dopo aver attra­versato io stesso le frontiere, ho cercato di facilitarne il passaggio ad altri. Prima, frontiere tra paesi, lingue, culture; poi, tra ambiti di studio e disciplinari nel campo delle scienze umane. Ma anche frontiere tra il banale e l’essenziale, tra il quotidiano e il sublime, tra la vita materiale e la vita spirituale. Nei dibattiti, aspiro al ruolo di mediatore. Il manicheismo e le corti­ne di ferro sono ciò che amo meno.” [8]

Ebbene Todorov, in polemica con il Principio del piacere freudiano

(“l’obbedienza a un preteso principio del piacere … così come … l’accumulazione dei divertimenti non porta necessariamente alla soddisfazione)[9]

sostiene che il nostro bisogno fondamentale (e più profondo) è:

Il bisogno che abbiamo che qualcuno abbia bisogno di noi.

In altri termini non c’è niente di peggio che essere (e sentirsi) inutili. E una società come la nostra che prolunga e dilata l’adolescenza, rischia di condannare un numero crescente di adolescenti alla inutilità sociale. La scelta del volontariato risponde così ad un duplice bisogno, individuale e sociale.

Buona scelta!

E ricordatevi, questo o quello non sono pari!

Gianmaria Ottolini

Associazione Casa della Resistenza

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Copertina sp

[1] Søren Kierkegaard, Aut-Aut. Estetica ed etica nella formazione della personalità, Mondadori, Milano 1976.

[2] Questa o quella per me pari sono / a quant’altre d’intorno mi vedo; / del mio core l’impero non cedo / meglio ad una che ad altra beltà.
La costoro avvenenza è qual dono / di che il fato ne infiora la vita; / s’oggi questa mi torna gradita, / forse un’altra doman lo sarà.
La costanza, tiranna del core, / detestiamo qual morbo crudele; / sol chi vuole si serbi fedele; / non v’ha amor, se non v’è libertà.
De’ mariti il geloso furore, degli amanti le smanie derido; / anco d’Argo i cent’occhi disfido / se mi punge una qualche beltà.
(Giuseppe Verdi – Francesco Maria Piave, Rigoletto, Atto I, Scena I).

Il Video è il promo ufficiale del CD “VILLAZÓN: VERDI” della Deutsche Grammophon.

[3] Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 2006.

[4] Intervista registrata durante le riprese del docu-film: Lorenzo Camocardi, Trarego memoria ritrovata, Italia, 2007.

[5] Neri Pozza, Verona 2006.

[6] Salvioli, Bellinzona 2016.

[7] Il testo è scaricabile gratuitamente al seguente indirizzo: http://www.elfoliguria.it/wp-content/uploads/2016/05/Nelmarecisonoicoccodrilli.pdf

[8] Tzvetan Todorov, Una vita da passatore. Conversazione con Catherine Portevin, Sellerio, Palermo 2010, p. 429.

[9] Tzvetan Todorov, L’uomo spaesato. I percorsi dell’appartenenza, Donzelli, Roma 1997, p. 133.

 

 

 

 

 

3 commenti
  1. Avatar di Maria Grazia Reami Ottolini
    Maria Grazia Reami Ottolini permalink

    E’ una riflessione bellissima. Speriamo che la leggano in molti. Sei bravissimo. Maria Grazia

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