Vai al contenuto

L’istruttoria di Osnabrück e il contributo del Comune di Baveno

Il contributo di seguito riportato compare sul n. 1/2019 di Nuova Resistenza Unita in uscita da fine gennaio 2019*. Fa parte degli inserti che dal n. 4 del 2016 pubblichiamo sul tema della Presenza ebraica nel Novarese nel periodo delle leggi razziali e della guerra. È il nono contributo dell’Équipe “Even 1943”**, gruppo di lavoro che, dopo la realizzazione dell’omonimo documentario costruito prevalentemente sulla base di fonti e testimonianze orali e sulla base della traccia tratta da testo di Aldo Toscano (L’Olocausto del Lago Maggiore), si è dedicato in particolare ad una ricerca bibliografica e alla costruzione di pacchetti didattici proposti alle scuole secondarie. Infine si è proseguito con la consultazione presso gli Archivi di Stato e Comunali in funzione dell’implementazione, periodicamente aggiornata, della banca dati del Centro di Documentazione e della diffusione dei risultati della ricerca – in più casi non solo arricchenti ma anche innovativi rispetto a quanto si conosceva precedentemente – con una apposita mostra e, appunto, con gli inserti di Nuova resistenza Unita.

In questo articolo si ricostruiscono le origini dell’istruttoria del Processo di Osnabrück che, come è noto, indagò e processò alcuni dei responsabili degli eccidi perpetrati in più località sul Lago Maggiore e paesi limitrofi da parte delle SS della Leibstandarte Adolf Hitler ***, nonché il contributo importante, e sinora disconosciuto, che il Comune di Baveno con il suo Sindaco Emiliano Bernasconi fornirono all’istruttoria e al processo.

L’istruttoria di Osnabrück

Nel numero VIII dell’inserto ci siamo occupati della stagione processuale in Italia e abbiamo osservato come, con il processo di Torino del 1955, l’unico fra gli eccidi del Lago Maggiore arrivato a procedimento e sentenza nel nostro paese fu quello relativo alla famiglia Ovazza a Intra.

Da parte tedesca, subito dopo gli eccidi e le notizie dei ritrovamenti di cadaveri riaffiorati dal lago, venne avviata una indagine interna alle SS per iniziativa del Generale (Brigadeführer) Theodor Wisch, comandante di divisione della Leibstandarte Adolf Hitler. Indagini poi interrotte e messe a tacere. Così Klinkhammer ricostruisce: “Wish, che si trovava a Salsomaggiore, fece fare delle indagini dopo le notizie sui ritrovamenti dei cadaveri nel lago. Già nell’ottobre 1943, inviò due giudici militari della divisione, gli SS-Hauptsturmführer Jochum e Franz, sul lago Maggiore. Queste indagini condotte dai giudici militari finirono in ogni caso nel nulla, vale a dire che si interruppero in seguito a un ordine superiore.[i]

Sempre secondo Klinkhammer anche il comandante del secondo reggimento Tenente Colonnello Hugo Kraas di stanza a Chivasso e il noto capitano Theo Saevecke, a capo dei servizi informativi della Polizia tedesca a Milano, vennero a conoscenza dei fatti e raccolsero informazioni. L’importante evidentemente era coprire tutto con un velo di silenzio dopo le che le notizie, seppur in modo impreciso, era giunte anche alla stampa straniera.

L’avvio di procedimenti per i crimini di guerra nazisti era già stato ipotizzato dagli alleati dal dicembre 1942 e si concretizzò, come è noto, con i processi di Norimberga sotto l’egida del Tribunale Militare Internazionale: quello principale (20 novembre 1945 – 1° ottobre 1946: 24 imputati con 19 condanne di cui 12 a morte) e i dodici cosiddetti “secondari” contro specifici gruppi (medici, giudici, ministri ecc.) dal 9 dicembre 1946 al 13 aprile 1949 (177 imputati con 142 condanne di cui 26 a morte). Successivamente furono circa duemila i processi che da parte delle nazioni vincitrici occupanti e successivamente dai tribunali delle due Germanie vennero celebrati per reati di guerra e razziali. Un’epoca processuale che non fu vista con favore da una parte della stampa della Germania Federale, letta come un rivangare inutile e controproducente. E non mancarono assoluzioni, amnistie e riabilitazioni.

L’atteggiamento della stampa e dell’opinione pubblica tedesca cambiarono significativamente nel 1958 in seguito alla vicenda di Bernhard Fischer-Schweder e al processo di Ulm (28 aprile – 29 agosto 1958; dieci gli imputati, tra cui Fischer-Schweder, tutti condannati a pene tra i 3 e i 15 anni) che mise alla luce lo sterminio di massa degli ebrei lituani, comprese donne e bambini, e il reinserimento nella vita civile dei criminali nazisti anche sotto falso nome. Il governo di Bonn, sotto pressione dell’opinione pubblica[ii], diede vita a partire dal 1° dicembre 1958 all’Ufficio centrale per l’accertamento dei crimini nazisti con sede a Ludwigsburg (Stoccarda) affidandone la direzione a Erwin Schüle, già pubblico ministero del processo di Ulm[iii].  Nel solo primo anno questo Ufficio avviò ben quattrocento indagini e la sua attività da allora non è mai cessata.

È proprio in questo primo anno di attività che, in seguito a denuncia anonima, l’Ufficio di Ludwigsburg iniziò a indagare sugli eccidi del Lago Maggiore; inizialmente le autorità militari si rifiutarono di indicare i reparti di stanza sul Lago che vennero individuati nel 1961 e i magistrati dell’Ufficio incominciarono gli interrogatori fra gli appartenenti alla Leibstandarte Adolf Hitler[iv]. Fra i nomi più ricorrenti emerse quello di Friedrich Bremer che era stato il comandante della quarta compagnia mitraglieri di stanza a Baveno e che verrà poi indicato come il principale imputato; era nativo di Dissen, paese rurale del distretto di Osnabrück e pertanto l’istruttoria venne demandata a questa Corte, in carico al Primo Procuratore Generale Dr. Bautz.

Friedrich Bremer

 

Nel 1963 venne inviato a Milano il dott. Gerhard Viedmann per raccogliere elementi utili per il procedimento, e in particolare le indagini interne condotte all’epoca dei fatti da Theo Saevecke, il cui incartamento però “era andato distrutto”[v].

Si svilupparono così la collaborazione, ampiamente nota e documentata, della Procura di Osnabrück con il Tribunale di Milano, nella persona del dottor Antonio Amati, e il contributo fondamentale del CDEC, con Eloisa Ravenna, per individuare e contattare i testimoni italiani. Non noto invece – anche per noi rappresentò una “scoperta” quando reperimmo l’incartamento presso l’archivio comunale[vi] – il ruolo assunto dal Comune di Baveno con il suo Sindaco Emiliano Bernasconi.

 

Il contributo del Comune di Baveno

Il rapporto tra il Comune di Baveno e il “Tribunale provinciale di Osnabrück” iniziò con una lettera[vii] del 20 dicembre 1965 in cui, a nome del Giudice Istruttore, dopo aver ricordato le indagini in corso “a carico di appartenenti di prima alla ‘Leibstandarte’ delle SS Adolf Hitler per omicidio di ebrei a Baveno e Meina commesso nel mese di settembre 1943” si richiede al Sindaco la pianta dettagliata di Baveno con la collocazione degli alberghi (“Bella Vista, Bella Riva, Lido Palazzo, Sempione, Ripa etc.”) tentando di accertare la disposizione dei reparti e degli ufficiali delle SS e di segnalare “quali testimoni fossero in grado di fornire informazioni di fatti relativamente agli avvenimenti di allora”.

Il sindaco Bernasconi non si limitò a fornire una risposta puntuale alle richieste del tribunale tedesco ma, facendosene carico in modo estensivo, nominò e convocò in prima seduta il 29 gennaio successivo una apposita commissione da lui presieduta composta da Patroclo della Valle, Franco Martellosio, Cesare Mercandino (già membri del CLN di Baveno) e Giulio Lavarini (comandante della 1a Brigata «Abrami» della divisione «Valtoce»). Dai verbali della seduta risulta che:

  • venne esaminata la richiesta del Giudice Istruttore di Osnabrück e si decise di convocare un primo gruppo di testimoni da interrogare in una seconda seduta fissata per il 26 febbraio;
  • nel frattempo si raccolsero testimonianze sottoscritte e in particolare quella di Giancarlo Samaia, cugino dei Luzzatto residente a Milano, che oltre ad indicare con precisione i membri della famiglia prelevata dalle SS “assistette personalmente con un medico di Baveno di cui non ricorda il nome” alla esumazione di resto umani “sulla spiaggia prospiciente la villa ‘AL RUSCELLO’… ma esclude che questi resti fossero dei membri della famiglia Luzzato”; suggerì inoltre possibili testimoni;
  • si informò il Tribunale di Osnabrück, con lettera del 7 febbraio, della istituzione della commissione e delle sue finalità.

Il 26 febbraio, come stabilito, si effettuò la seconda seduta della commissione; furono convocati sei testimoni ma solo tre si presentarono (Egidio Ferigato, Maria Pagani ed Elda Clerici vedova Pagani) e furono interrogati dal Sindaco alla presenza della commissione. Vennero poi individuati altri 18 testimoni da convocare e interrogare, se necessario anche fuori sede. Il Sindaco e l’architetto Mercandino furono inoltre delegati a “raccogliere a domicilio” le deposizioni di altri tre testi residenti a Milano.

Il 28 febbraio Il Tribunale di Osnabrück rispose al Sindaco ringraziando per «l’interesse attivo» e, al fine di «aiutare nel lavoro della commissione da Lei incaricata», allegò la rogatoria precedentemente inviata il 17 dicembre 1964 al Procuratore Generale della Corte di Appello di Milano (pp. 1-9) con il nome degli imputati e una prima ricostruzione degli eventi sotto indagine unitamente a dodici fotografie degli indagati scattate all’epoca dei fatti per permetterne l’identificazione.  Invitò la commissione alla discrezione e a non trasmettere nulla a stampa, radio e televisione. Si chiese soprattutto l’individuazione dei responsabili diretti degli omicidi e quali fatti specifici i testimoni diretti potessero descrivere.

Gli allegati (le nove pagine della rogatoria e le fotografie degli indagati in divisa) sono storicamente rilevanti perché permettono, con il raffronto alle sedute del processo del 1968[viii], di meglio comprenderne il percorso istruttorio. La “Rogatoria per audizione di testimoni” del dicembre 1964 è titolata “Causa di carcerazione” ed elenca in oggetto gli otto cittadini tedeschi già appartenenti alle “Waffen-SS” sottoposti a “procedimento di istruzione”: Friedrich Bremer (3.12.1919); Hans Röhwer (5.12.1915); Hans Krüger (18.4.1912); Herbert Schnelle (27.41913); Oskar Schulz (18.5.1922); Ludwig Leithe (19.6.1920); Fritz Plöger (29.6.1917); Walter Lange (5.9.1921). Di questi, viene precisato in seguito, “quattro imputati (Bremer, Röhwer, Schulz e Leithe) si trovano ancora in custodia preventiva”.

La rogatoria prosegue indicando le motivazioni del procedimento: “omicidio di un numero non ancora stabilito di ebrei greci ed italiani nei mesi di settembre – ottobre 1943 a Meina, Baveno e in altre località sul Lago Maggiore”. Viene fornita una sintesi di quanto “le indagini fatte fino ad ora hanno avuto come risultato” relativamente agli eccidi di Meina, Baveno, Arona, Orta[ix] con un elenco provvisorio delle vittime, dei possibili responsabili e la disposizione dei reparti:

cap. Hans Becker  “All’incirca del 10 settembre 1943, la regione della riva occidentale del Lago Maggiore fu occupata da formazioni del 1. battaglione delle «Leibstandarte SS – Adolf Hitler». Il comando del battaglione, insieme con le 4. e la 5. compagnia, fu stazionato a Baveno, la 1. compagnia a Pallanza, la 2. compagnia ad Intra e la 3. compagnia a Stresa”.

Risulterebbe che il comandante del battaglione, Hans Becker[x]sia stato in licenza al momento del fatto essendo rappresentato dal Röhwer”.

Vengono indicati 19 testimoni italiani o comunque residenti in Italia, tredici individuati grazie a “una comunicazione del direttore dott. Mapelli del giornale «Corriere della Sera»” e altri sei “ricavati da rapporti dal giornale pubblicato a Roma «Il Momento»” (dicembre 1945-gennaio 1946) e si richiede di indicarne altri possibili. Dovranno esser interrogati “minuziosamente” senza giuramento, distinguendo con precisione la conoscenza diretta dei fatti da quella indiretta.

Degli otto indagati furono sottoposti a processo nel 1968 in cinque, con l’esclusione di Bremer (maestro fabbro di oggetti d’arte), deceduto per cancro prima del dibattimento, e di Plöger e Lange che vi entrarono invece quali testimoni[xi].

Le foto allegate sono 12 relative a otto membri della Leibstandarte; cinque sono con fronte e profilo abbinati, le altre a figura intera; non compaiono

ten. Gerhard Boldt

quelle di Plöger e Lange che, abbiamo visto fungeranno da testimoni; vi sono inoltre quelle del comandante Becker e del tenente Gerhard Boldt[xii].

Ritorniamo ai lavori della commissione di Baveno. La terza seduta fu convocata il 2 aprile 1966. Su 18 testimoni se ne presentano nove, mentre uno (Giovanni Boera, ex guardia comunale), non potendo partecipare per motivi di salute, aveva inviato una testimonianza scritta. Il Sindaco alla presenza della commissione interrogò separatemene i testi mostrando loro le fotografie per l’eventuale riconoscimento dei responsabili. “Esauriti gli interrogatori il Sindaco si riserva di procedere ulteriormente nelle indagini e di rinviare gli atti della Commissione al tribunale di Osnabrück”.

         

Tre mesi dopo, il 9 luglio, venne infatti inviato al Tribunale di Osnabrück un fascicolo di 21 pagine[xiii] con i verbali delle tre sedute della commissione, tredici testimonianze firmate e la trascrizione della lettera di Giovanni Boera, una sintesi dei fatti accertati e dei riconoscimenti; un elenco di dieci testi che “non si sono presentati a deporre ma che sono certamente a conoscenza dei fatti”; un elenco di altre persone, non convocate dalla commissione, ma “che possono fornire informazioni utili”. La ricostruzione del prelevamento delle famiglie Luzzatto e Serman, dei coniugi Wofsi e di Fanny Berger[xiv] è dettagliata. L’unica teste che dalle foto riconobbe con precisione singole SS (Hans Röhwer, Oskar Schulz e Gerhard Boldt), in relazione a quanto avvenuto alla famiglia Serman, è Maria Strola in Platini. Due testimonianze riferirono in modo preciso sul ritrovamento e l’esumazione dei resti davanti alla villa “Al Ruscello”, pur non offrendo elementi certi per l’identificazione dei cadaveri.

 

Così conclude la relazione: “Il lungo tempo trascorso dai fatti, la reticenza di taluni testi che non essendo vincolati dal giuramento non avevano obbligo di deporre su tutto quanto era eventualmente a loro conoscenza, la rapidità e la segretezza con cui agirono le SS., hanno reso assai difficile la raccolta di queste notizie. Sarebbe comunque impossibile negare che le donne e gli uomini ebrei o tali ritenuti dalle SS. più volte qui sopra nominati, furono arrestati e successivamente uccisi da una formazione di SS. che operò sul Lago Maggiore e prevalentemente a Baveno e Meina nel settembre/ottobre 43.

Numerose persone, di cui si danno qui di seguito i nominativi e gli attuali indirizzi, sono in grado di fornire informazioni sui fatti in oggetto. Per varie ragioni, benché sollecitate a farlo, esse non si sono presentate […] veda l’On.le Tribunale di Osnabrück di quali mezzi può, in collaborazione con la giustizia italiana, disporre per ottenere la deposizione”.  

 

L’anno successivo ai lavori della commissione di Baveno il tribunale di Osnabrück ristabilì i contatti con una lettera del 5 ottobre 1967 firmata dal Presidente della Corte di Assise, dott. Haak:

«Per il vostro aiuto gentile di allora, la Procura Generale di Osnabrück è riuscita a mettere gli autori presunti in stato di accusa davanti alla Corte di Assise …».

 

Riprese così la collaborazione tra il tribunale tedesco e il Comune di Baveno con una fitta corrispondenza che durerà sino alla conclusione del processo:

X per la convocazione dei testi con la richiesta di verificarne la residenza e la disponibilità effettiva a recarsi in Germania;

  •  per informarli sulle modalità di viaggio e su quelle di rimborso (allegando la apposita modulistica);
  •  per organizzare, in collaborazione anche con Eloisa Ravenna del CDEC di Milano, il viaggio stesso.

I testimoni relativi alla zona di Baveno (cfr. documento allegato del 14.12.1967) saranno 11, interrogati in cinque sessioni del processo tra il 31 gennaio e l’8 febbraio 1966. A questi si aggiungeranno altri non più residenti in zona, tra cui l’ex podestà Pietro Columella e il già proprietario dell’albergo Beau Rivage, Marino Ferraris[xv].

 

   

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

* Colgo l’occasione per invitare gli interessati ad abbonarsi. La quota di abbonamento alla rivista è di euro 11,00. Il pagamento può essere effettuato presso la segreteria della Casa della Resistenza oppure con bollettino sul Conto Corrente Postale n° 12919288, intestato ad Associazione Casa della Resistenza e inserendo come causale ABBONAMENTO NUOVA RESISTENZA UNITA. In alternativa con bonifico e stessa causale: IBAN: Banco Posta IT19Z0760110100000012919288.

** Composta da Ester Bucchi De Giuli, Gianni Galli, Gemma Lucchesi, Gianmaria Ottolini e Chiara Uberti.

*** La ricostruzione di seguito pubblicata supera e anticipa cronologicamente anche quella presente nel documentario, accreditata da molti, che faceva risalire l’istruttoria del Processo di Osnabrück ad una presunta indagine nel 1963 sull’operato a Milano del capitano Theo Saevecke, il capo dei servizi informativi della Polizia tedesca a Milano durante la guerra.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

[i] Lutz Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-44), Donzelli, Roma 1997, p. 75; cfr. anche pp. 72-76.

[ii] Ad es. il Süddeutsche Zeitung pubblicò un editoriale intitolato “Noch sind die Mörder unter uns” (“Gli assassini sono ancora tra noi”).

[iii] Sulla vicenda Fischer-Schweder, processo di Ulm e nascita dell’Ufficio di Ludwisburg cfr. Nicholas Kulish – Souad Mekhennet, Il dottor morte. Storia della caccia al medico boia di Mauthausen, Milano, Mondadori 2014, cap. 15 passim e i due articoli reperibili online: The last nazi Hunters (The Guardian) e Gli ultimi cacciatori di nazisti (Il Post).

[iv] Marco Nozza, Hotel Meina, Net-Il Saggiatore, Milano 2005, p. 125-126.

[v] Ibidem. Le notizie relative all’indagine di Viedmann fecero supporre che Saevecke fosse indagato quale primo responsabile degli eccidi del Lago Maggiore e in più casi a ritenere che il procedimento di Osnabrück avesse preso avvio da una indagine sull’operato a Milano di Saevecke. Cfr. Giampaolo Pansa “Si tenta di accertare se fu Saevecke ad ordinare il feroce eccidio di Meina”, La Stampa, 7.03.1963. A noi, anche sulla base dei nuovi documenti reperiti, pare più corretta la ricostruzione di Nozza che fa risalire l’indagine al 1959 da parte dell’Ufficio di Ludwigsburg.

[vi] Il fascicolo si trova nella cartella ASCB1/881 titolata “Omicidio di ebrei – Processo di Osnabrück” (Riordino anno 2011). Salvo diversa indicazione nel paragrafo successivo faremo riferimento a questa documentazione.

[vii] La lettera, come tutta la documentazione successiva proveniente da Osnabrück, è in “traduzione certificata” curata e controfirmata da August Michel, lo stesso che fungerà da interprete durante tutte le sessioni del Processo con testimoni italiani. Le citazioni sono testuali, comprensive di alcune improprietà dovute ad una versione in italiano molto “alla lettera”.

[viii] Ampiamente documentate dalla stampa quotidiana dell’epoca e dalle ricostruzioni di Marco Nozza e Aldo Toscano.

[ix] Nell’individuazione dei possibili testimoni si fa riferimento anche a Mergozzo.

[x] Su Hans Becker (1911-1944) cfr. il contributo di Raphael Rues (inserto) nel numero precedente di Nuova Resistenza Unita. Le sue foto vengono comunque allegate.

[xi] Testimoniarono Plöger il 6.3.68 e Lange, che risultò uno dei testi chiave per l’accusa, il 18 e 19.4.68; cfr. Nozza, cit. p.166 e 177-180 nonché Aldo Toscano, Io mi sono salvato ecc. p. 172 e 196-198.

[xii] Testimoniò in modo reticente, non confermando quanto dichiarato in istruttoria, il 13 marzo e il 23 e 26 aprile 1968 (Nozza cit., p. 168-170 e Toscano cit. p. 206).

[xiii] In una lettera del 2 gennaio 1968 l’arch. Mercandino, alle soglie del processo di Osnabrück, chiede al Sindaco di Baveno per sé e per e componenti della Commissione, “copia del verbale d’inchiesta da me rassegnatole a suo tempo. A tutti noi che abbiamo collaborato al lento ma inesauribile moto della giustizia sarebbe grato conservare copia del predetto documento.” Si può pertanto desumere che lo stesso Mercandino ne sia stato l’estensore materiale.  Oltre che nell’archivio di Baveno copia del fascicolo è presente nell’archivio CDEC: «Relazione sugli interrogatori e sulle informazioni assunte dal sindaco di Baveno a seguito della richiesta presentata dal tribunale tedesco».

[xiv] Cfr. gli inserti precedenti di Nuova Resistenza Unita e in particolare i n. IV e V.

[xv] Interrogati il 19 febbraio e il 19 marzo Columella; 12 e 19 febbraio (in rogatoria a Milano) Ferraris.

Modalità della SCELTA e contesto storico.

1 Croce_verde_locandina_OK2Il 12 ottobre scorso la Croce Verde di Verbania, all’interno delle iniziative connesse al 50° anniversario della sua fondazione, ha organizzato presso l’Istituto Cobianchi una mattinata di riflessioni sul volontariato (Volontario: il cuore della comunità) e di presentazione di un Concorso destinato alle Scuole primarie, secondarie di primo e secondo grado e alle Agenzie formative del VCO. Tra gli altri (cfr. programma) ci è stato chiesto un contributo anche come Casa della Resistenza. Il tema concordato è stato quello della “scelta” raffrontando analogie e differenze fra la situazione del 1943 e quella di oggi. Di seguito il mio intervento.

 

Modalità della SCELTA e contesto storico.

75 anni fa e oggi

01 CobianchiE sempre con piacere e con un po’ di commozione che torno al Cobianchi, occasione che, per un motivo o per l’altro, colgo più volte ogni anno nonostante sia dal 2006 (dodici anni fa) che sono in pensione. Vi ho insegnato per 32 anni e, in particolare, ho insegnato filosofia nei corsi sperimentali per 26 anni.

La prima attività che facevo svolgere ai miei allievi di terza era quella di fascicolare un dizionarietto filosofico; dizionario organizzato non in ordine alfabetico ma cronologico: i termini/concetti venivano definiti seguendo la successione con cui i filosofi li avevano affrontati ed elaborati. Con una regola ferrea: non utilizzare un termine se non lo si sa definire, ovvero se non ne ce ne siamo impadroniti.

Anton Čechov aveva così sintetizzato questa direttiva:2 cechov-quaderni

Non permettete alle parole di oltrepassare il pensiero.

In questa scuola ho anche coordinato per una dozzina di anni l’Indirizzo di Scienze Umane e Sociali. Queste sono scienze che si basano su di un paradosso di cui chi le studia deve esser consapevole; ognuna di loro, con le sue leggi, studia un aspetto del condizionamento cui l’uomo è soggiacente: quello biologico, sociale, culturale, antropologico, economico, psicologico, inconscio ecc.

2018-10-24

Ma vi è un presupposto, direi – in termini kantiani – un “a priori”: l’uomo per quanto sia condizionato è comunque dotato di libertà; in termini filosofici (e teologici) è dotato di libero arbitro ed è perciò responsabile del suo comportamento. In altri termini è dotato di possibilità di Scelta.

SCELTA

Parola forte, cruciale che non va utilizzata banalmente come equivalente di semplice opzione o preferenza.

La parola deriva dal verbo tardo latino ex-eligere, ‘eleggere fra’, l’elezione di uno fra più candidati, e pertanto lo scegliere fra più possibilità, ed anche l’oggetto di tale scelta.

Se la decliniamo in senso forte, non come banale preferenza od opzione, scelta significa far buon uso della nostra libertà, assumersene in pieno la responsabilità. La “Scelta” comporta individuare ciò che è meglio, ciò che è giusto; una valutazione di cui ci assumiamo il “peso”.

Il filosofo che in maniera profonda ha affrontato il tema della scelta, della possibilità ontologica e della necessità etica della scelta è Søren Kierkegaard. Il testo fondamentale a questo riguardo è Enten Eller.

In italiano l’opera è stata tradotta Aut-Aut[1] mentre la traduzione corretta sarebbe più propriamente Questo o Quello. Probabilmente chi ha tradotto per la prima volta in italiano aveva in mente la romanza verdiana del Rigoletto “Questa o quella … per me pari sono” risonanza che avrebbe prodotto un palese fraintendimento.

5-2018-10-09.png

https://www.youtube.com/watch?time_continue=14&v=TIvXV9fhZ4I [2]

Certo con “aut aut” si sottolinea l’aspetto logico della secca alternativa (o questo o quello, ma non entrambi). Ma anche “aut aut” sembra porre le “due scelte” sullo stesso piano. Nel titolo originario “Enten/Questo” indica ciò che si ha davanti, la quotidianità che propriamente non è una scelta, la vita che prosegue da sola senza che vi sia alcuna scelta. “Eller/Quello” è invece il salto, la “scelta” vera e propria; si abbandona il fluire automatico dell’esistenza per qualcos’altro, si effettua una effettiva scelta.

La scelta allora non si pone fra due opzioni allo stesso livello, ma si colloca tra scegliere e non scegliere. La scelta, ogni volta che se ne presenta la possibilità è una sola, la possibilità (e il rischio) di cambiare direzione. Spesso si lascia correre (scorrere) la propria vita quale mera esistenza trascinata dalle circostanze e in questo modo non ne siamo più padroni. La comodità, la non scelta ci risucchia nell’insignificanza.
Mentre “eller/quello” è altro, una deviazione, un salto, il prendere un’altra strada. La vera Scelta si pone allora, ripeto, fra il scegliere e il non scegliere. Scegliere individualmente e, talora, collettivamente.

 

Se la scelta è questo, l’alternativa fra il proseguire come prima, come le circostanze ci hanno collocato, oppure decidere, “scegliere” un’altra strada, sono certe situazioni della vita e della Storia che ci pongono davanti a tale opzioni di “scelta”, cioè di “salto”, di cambiamento di direzione.

 75 anni fa

Nella storia contemporanea dell’Italia quando di parla di Scelta ci si riferisce soprattutto all’8 settembre 1943.

6 Armistizio-1943-Castellano-Eisenhower-Cassibile

Il Generale Castellano, rappresentante del governo Badoglio, e il Generale Eisenhower a Casssibile

Le vicende sono note. A luglio Mussolini era stato deposto e il governo assegnato al Generale Badoglio che inizialmente proseguì la guerra a fianco dei tedeschi. Nel frattempo erano iniziate le consultazioni con gli alleati anglo-americani e il 3 settembre a Cassibile (Siracusa) fu firmato l’Armistizio ovvero la cessazione (provvisoria) delle azioni militari. Gli angloamericani spinsero perché l’annuncio fosse proclamato immediatamente, ma Badoglio tergiversò e non ne diede notizia nemmeno agli Stati maggiori dell’esercito.

L’8 settembre alle 18:30 italiane, l’armistizio fu reso noto prima dai microfoni di Radio Algeri da parte del Generale Eisenhower e, poco più di un’ora dopo, Badoglio, messo alle strette, alle 19:42, lo proclamò alla radio.

L’annuncio colse del tutto impreparate e lasciò prive di direttive le forze armate italiane, sia quelle impegnate all’estero, che quelle operanti in Italia. La mattina successiva la famiglia reale, Badoglio e un numero ristretto di ministri e generali fuggirono da Roma per rifugiarsi a Brindisi già liberata dalle truppe alleate.

Pavone rist._Bridgmn Noorda rist.

guerra civile (Una)

Nel suo libro sulla Moralità della Resistenza[3] non a caso Claudio Pavone intitola il primo capitolo “La scelta” e definisce le immediate conseguenze del proclama dell’armistizio come “Lo sfascio”, una situazione di abbandono e crollo delle istituzioni che abbandonarono il paese e le stesse forze armate nel totale disorientamento in assenza di direttive e di informazioni, lasciando inoltre spazio al fiorire di notizie incontrollate, di fake news diremmo oggi.

“La prima e grande «falsa notizia» che gli italiani videro smentita dai fatti fu che l’armistizio significasse la pace. Assai più rapidamente che dopo il 25 luglio, e con sbocchi ben più radicali, le reazioni immediate si capovolsero in altre di segno opposto, secondo la rapida sequenza, largamente attestata dai documenti e dalla memorialistica, di incredulità-stupore-gioia-8 a stampa-guerra-finita rpreoccupazione-smarrimento. […]

E presto si diffuse il senso di essere stati abbandonati, i soldati dagli ufficiali, tutti gli italiani da qualsiasi autorità che pur avrebbe dovuto proteggerli” [p. 14]

In sostanza il Re Vittorio Emanuele III e il generale Badoglio avevano scelto di non scegliere (fra il concordare con la Germania una uscita unilaterale dalla guerra– il proclamare la neutralità – l’allearsi con gli alleati cambiando fronte come avverrà 40 giorni dopo, il 13 ottobre) dismettendo dalle loro responsabilità e pensando solo a salvare se stessi con la fuga a Brindisi. E allora furono gli Italiani che si trovarono di fronte alla necessità di dover scegliere.

Scegliendo anche loro di non scegliere (lasciando andare le cose come capitavano), oppure prendendo in mano il proprio destino individuale e collettivo.

8 a GiardiniRacconta Bruna Giardini del fratello Ermanno, uno dei partigiani caduti a Trarego:

“L’8 settembre tutti scappavano e lui si è rintanato in casa … tutti gli altri amici anche loro che erano a militare … si sono ritrovati a casa mia. Sono stati otto dieci giorni perché quelli della polizia pressavano perché dovevano presentarsi perché erano disertori. E loro, tutti, molti erano, han deciso: – Noi non andiamo, andiamo in montagna.” [4]

Dove la “montagna” nell’uso corrente di quegli anni è contemporaneamente un luogo, un simbolo e una scelta di libertà. E la parola più usata all’inizio non è “partigiani”, ma “ribelli”.

Nei titoli dei memoriali della Resistenza e dell’Internamento, la parola “Scelta” ricorre, non a caso, con frequenza:

“… accettare di continuare una guerra …o ribellarsi. … Accettare o respingere la chiamata o il richiamo alle armi da parte della Repubblica Sociale Italiana” [F. Sciomachen e altri, La scelta 1943-1945, Alberti, Verbania 2001, p. 11.]

E fra tutte le altre ricordo la bellissima opera di Angelo Del BocaLa scelta[5], in parte autobiografica e in parte narrativa.

Dopo alcuni mesi di renitenza alla leva, agli inizi del 1944, un giovane (lo stesso Angelo), per timore di esporre la famiglia a rappresaglie si presenta al Distretto militare di Novara e presta giuramento alla RSI. L’addestramento in Germania e successivamente i rastrellamenti in inermi villaggi dell’Italia del nord, fanno precipitare il giovane in profonda crisi. Nell’estate del 1944, appena ne ha l’occasione, si unisce alle formazioni partigiane.

Il testo poi, in sedici narrazioni, passa in rassegna altrettante scelte (e non scelte) dell’uno e dell’altro campo. Una sorta di romanzo/raccolta di racconti sociologici che ricostruiscono molte tipologie di percorsi che, nell’ultima guerra, hanno portato uomini a schierarsi (o a ritrovarsi) in uno dei due campi. Per rendere esplicita l’impossibilità di una equiparazione fra i due campi – ed anche per sottolineare il diverso spessore che una giusta scelta può assumere. E tanto più si trattava di spessore significativo, quanto più corrispondeva ad un uso proporzionato e consapevole della pur necessaria violenza. E tanto più ha lasciato segni duraturi. Risponde Guido ai suoi ex-commilitoni che dopo anni sono andati a trovarlo:

“…ci sono vari modi di scegliere: si può scegliere per un giorno e si può scegliere per la vita. Io non sono tipo da scegliere per un giorno …”.

 

Oggi

Si può equiparare la situazione del ’43 – 45 con quella di oggi? In Italia certamente no. Ma in molte parti del mondo direi di sì. Teatri di guerra o comunque di fame, illibertà e disperazione dove la “non scelta” è quella di restare, (tentare di) sopravvivere, oppure la scelta di migrare. Il che significa, nei più consapevoli, aprirsi ad un’altra vita. Faccio riferimento a due libri.

11 infiniti-passi-copertina-001Infiniti Passi. In viaggio con i profughi lungo la via dei Balcani” del giornalista e reporter ticinese Gianluca Grossi[6] in cui testimonia la spinta a suo modo rivoluzionaria di chi ha lasciato alle spalle una precedente “vita fatta a pezzi” decidendo che quella vita non si poteva più sopportare e che era meglio rischiare il tutto per tutto per trovare, per sé e soprattutto per i figli, la possibilità di un futuro più decente. Rompendo con il passato. Sul treno per Amburgo un giovane siriano lo spiega ad Arthur.

«Quando decidi di andartene dal tuo paese puoi portarti soltanto i ricordi, che sono come vecchie fotografie che sceglierai di guardare nei momenti in cui non avrai altro da fare. Non puoi, però, continuare a vivere dentro quelle fotografie».

Il ragazzo fece una pausa. … «Quando lasci il paese nel quale sei nato devi accettare che le tue origini non raccontino più nulla di te. Devi diventare un altro, essere pronto a diventarlo. Non è necessariamente un fatto negativo: ti permette di cominciare davvero una nuova vita, è un po’ come se rinascessi, da un’altra parte del mondo. … . Una volta giunto in Germania, io non sarò più il ragazzo che viveva ad Aleppo, mai più.» [p. 242]

L’altro narra di un ragazzino afgano di etnia hazara, portato dalla madre oltre confine, in Pakistan: Fabio Geda, Nel mare di sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari. La “scelta” in questo caso è della madre, non del piccolo afgano di soli dieci anni. Nel suo paese, dopo che i fondamentalisti avevano ucciso in piazza davanti a tutto il villaggio, il maestro che si era rifiutato di chiudere la scuola, ogni tanto avvenivano razzie di ragazzini arruolati a forza. Enaiatjan stava diventando troppo grande per riuscirsi ad entrare in un piccolo buco dove si nascondeva con il fratellino.

La madre di Enaiatollah non lo ha abbandonato, non se ne è sbarazzata; lo ha portato al 12 coccodrillidi là del confine afgano, a Quetta, per dargli la possibilità di salvarsi, di non essere ucciso o arruolato dai fondamentalisti. Si potrebbe dire che lo ha lasciato in balia del caso e di fronte alla prospettiva di grandissimi rischi. Ma non è così perché nel doloroso commiato ha fornito al figlio una bussola, tre basilari direttive, che lo hanno accompagnato ed orientato nel lunghissimo viaggio che lo ha portato sino a Torino dove oggi svolge il ruolo di educatore.

Il fatto, ecco, il fatto è che non me l’aspettavo che lei andasse via davvero. … anche se tua madre, prima di addormentarti, ti ha preso la testa e se l’è stretta al petto per un tempo lungo, più lungo del solito, e ha detto:

«Tre cose non devi mai fare nella vita, Enaiatjan, per nessun motivo.

  • La prima è usare le droghe. Ce ne sono che hanno un odore e un sapore buono e ti sussurrano alle orecchie che sapranno farti stare meglio di come tu potrai mai stare senza di loro. Non credergli. Promettimi che non lo farai.
  • La seconda è usare le armi. Anche se qualcuno farà del male alla tua memoria, ai tuoi ricordi o ai tuoi affetti, insultando Dio, la terra, gli uomini, promettimi che la tua mano non si stringerà mai attorno a una pistola, a un coltello, a una pietra […]. Promettilo.
  • La terza è rubare. Ciò che è tuo ti appartiene, ciò che non è tuo no. I soldi che ti servono li guadagnerai lavorando, anche se il lavoro sarà faticoso. E non trufferai mai nessuno, Enaiatjan, vero? Sarai ospitale e tollerante con tutti. Promettimi che lo farai[7]

 

E un giovane qui, da noi?

È opportuno osservare che “scelta”, come abbiamo visto, ha sinonimi “deboli”, ma non ha un contrario. Il contrario di scelta è “non scelta”. Possiamo “non scegliere”. Non siamo oggi davanti a situazioni come quelle dell’8 settembre del 1943 o a quelle che fanno decidere i giovani migranti ad abbandonare il loro paese.

13 volontario-anchioMa possiamo anche scegliere di assumerci una responsabilità per il nostro tempo, scegliere di diventare cittadini attivi, di scegliere il volontariato. Scegliere di farsi carico di uno dei tanti problemi, delle tante contraddizioni e insufficienze che la nostra società presenza. Scegliere in qualche modo di essere “adulti” già da giovani. Scegliere di dare un “senso” più profondo alla nostra vita. Essere volontari significa questo. Fare una “scelta” in senso forte, imprimere una deviazione al nostro percorso di vita uscendo dalla “quotidianità” in cui ci siamo ritrovati e che, appunto, non abbiamo scelto.

14 terzo settore

Non entro nel merito delle vasta gamma di possibilità che il Terzo settore offre. Personalmente oltre al volontariato presso la Casa della Resistenza, conosco e ho collaborato con Contorno Viola nel campo della prevenzione dei comportamenti giovanili a rischio (infezioni sessuali, abuso di alcool correlato a incidenti stradali, bullismo, nuove dipendenze, ecc.). Quello che ho verificato – e che la maggior parte delle ricerche sociologiche sul volontariato hanno sottolineato – è che la spinta al volontariato, alla solidarietà non è dovuta solo all’altruismo, ad un forte comportamento pro-sociale, ma anche ad un bisogno profondo connaturato a ciascuno di noi.

15 a todorov 2Ha definito in modo preciso questo bisogno un autore, mancato nel febbraio dell’anno scorso, che considero tra i più ricchi e stimolanti del nostro tempo: Tzvetan Todorov. Bulgaro naturalizzato francese, dalla cultura vastissima, ha lasciato contributi importanti in svariati campi: filosofia, storia, letteratura, psicologia, antropologia ecc. Ha definito se stesso un “passatore”:

Mi sono reso conto che avevo condotto una vita da passatore in più di un modo: dopo aver attra­versato io stesso le frontiere, ho cercato di facilitarne il passaggio ad altri. Prima, frontiere tra paesi, lingue, culture; poi, tra ambiti di studio e disciplinari nel campo delle scienze umane. Ma anche frontiere tra il banale e l’essenziale, tra il quotidiano e il sublime, tra la vita materiale e la vita spirituale. Nei dibattiti, aspiro al ruolo di mediatore. Il manicheismo e le corti­ne di ferro sono ciò che amo meno.” [8]

Ebbene Todorov, in polemica con il Principio del piacere freudiano

(“l’obbedienza a un preteso principio del piacere … così come … l’accumulazione dei divertimenti non porta necessariamente alla soddisfazione)[9]

sostiene che il nostro bisogno fondamentale (e più profondo) è:

Il bisogno che abbiamo che qualcuno abbia bisogno di noi.

In altri termini non c’è niente di peggio che essere (e sentirsi) inutili. E una società come la nostra che prolunga e dilata l’adolescenza, rischia di condannare un numero crescente di adolescenti alla inutilità sociale. La scelta del volontariato risponde così ad un duplice bisogno, individuale e sociale.

Buona scelta!

E ricordatevi, questo o quello non sono pari!

Gianmaria Ottolini

Associazione Casa della Resistenza

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Copertina sp

[1] Søren Kierkegaard, Aut-Aut. Estetica ed etica nella formazione della personalità, Mondadori, Milano 1976.

[2] Questa o quella per me pari sono / a quant’altre d’intorno mi vedo; / del mio core l’impero non cedo / meglio ad una che ad altra beltà.
La costoro avvenenza è qual dono / di che il fato ne infiora la vita; / s’oggi questa mi torna gradita, / forse un’altra doman lo sarà.
La costanza, tiranna del core, / detestiamo qual morbo crudele; / sol chi vuole si serbi fedele; / non v’ha amor, se non v’è libertà.
De’ mariti il geloso furore, degli amanti le smanie derido; / anco d’Argo i cent’occhi disfido / se mi punge una qualche beltà.
(Giuseppe Verdi – Francesco Maria Piave, Rigoletto, Atto I, Scena I).

Il Video è il promo ufficiale del CD “VILLAZÓN: VERDI” della Deutsche Grammophon.

[3] Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 2006.

[4] Intervista registrata durante le riprese del docu-film: Lorenzo Camocardi, Trarego memoria ritrovata, Italia, 2007.

[5] Neri Pozza, Verona 2006.

[6] Salvioli, Bellinzona 2016.

[7] Il testo è scaricabile gratuitamente al seguente indirizzo: http://www.elfoliguria.it/wp-content/uploads/2016/05/Nelmarecisonoicoccodrilli.pdf

[8] Tzvetan Todorov, Una vita da passatore. Conversazione con Catherine Portevin, Sellerio, Palermo 2010, p. 429.

[9] Tzvetan Todorov, L’uomo spaesato. I percorsi dell’appartenenza, Donzelli, Roma 1997, p. 133.

 

 

 

 

 

Leggendo LEVIATANO di Paul Auster

La libertà può esser pericolosa?

L’io narrante del “Leviatano[1], Peter Aaron, è chiaramente l’alter ego dell’autore Paul Auster: oltre all’esplicito gioco linguistico (stesse iniziali e un totale di 10 lettere per entrambi) ambedue sono scrittori, vivono e scrivono a New York, hanno passato alcuni anni giovanili in Francia, si sono sposati, separati e risposati ecc. L’io narrante più propriamente è un io scrivente perché quello che si legge si presenta come un romanzo-indagine sull’amico più caro dell’autore-narratore Aaron: Benjamin Sachs, altro possibile alter ego di Auster. Il titolo “Leviatano” oltre all’evidente riferimento biblico-hobbesiano è anche quello del romanzo incompiuto che Sachs non è riuscito a (non ha voluto) portare a termine. Indagine scritta per (e alla fine consegnata) l’FBI. E il gioco degli specchi (versione narrativa di quelli escheriani: chi guarda e chi è guardato?) potrebbe continuare: l’autore è un personaggio e il personaggio è un autore come già in Trilogia di New York (tre romanzi, esempi di giallo metafisico) pubblicata cinque anni prima dove il gioco delle traslazioni fra i personaggi e fra questi e l’autore era ancora più spiazzante ed intricato.

Anche qui i generi narrativi si mescolano, all’apparenza iniziale si tratta di un giallo con una morte (un uomo saltato in aria) e se ne ricostruisce la storia in una indagine che vuole, per spirito di verità e per lealtà a un’amicizia, anticipare i tempi di quella parallela dell’FBI. Ma ciò che esce dalle parole scritte è soprattutto molto altro perché è solo nella lingua (Lacan) e, per Auster-Aaron, soprattutto nella lingua scritta, che può emergere la verità. Perché la realtà è complessa e il nostro sguardo non fa che mostrarcene un aspetto superficiale. In questa densa scrittura gli aspetti politici, etici, psicologici, artistico letterari, esistenziali ecc. si intrecciano di continuo fra loro. Ne accenno qualcuno.

La bomba e la libertà

“Sachs nacque il sei agosto del 1945. Ricordo la data perché ci teneva moltissimo a farla sapere, e spesso nelle conversazioni parlava di sé come del «primo bimbo di Hiroshima d’America», del «figlio della bomba originale», del «primo bianco a emettere i primi vagiti nell’era nucleare». … Era capace di interpretare il mondo come se fosse un’opera dell’immaginazione e trasformava avvenimenti documentati in simboli letterari, in tropi che indicavano qualche oscuro, complesso disegno incastonato nella realtà. Non riuscivo mai a sapere con certezza quanto prendesse sul serio questo gioco, ma lo faceva spesso, e a volte sembrava quasi incapace di fermarsi. Anche la storia della sua nascita faceva parte di questa coazione. Da un lato era una sorta di umorismo macabro, ma era anche un tentativo di definire la sua identità, un modo di coinvolgere se stesso negli orrori della sua epoca. Sachs parlava spesso della bomba. Per lui era una realtà fondamentale del mondo, una demarcazione ultima dello spirito che a suo vedere ci distingueva da tutte le altre generazioni della storia. Una volta acquisito il potere di distruggere noi stessi, il concetto stesso di vita umana era stato alterato, perfino l’aria che respiravamo era contaminata dal fetore della morte. Sachs non fu di certo il primo a farsi venire in mente questa idea, ma considerato quello che gli è successo nove giorni fa, la sua ossessione ha un che di soprannaturale, quasi fosse una sorta di bisticcio mortale, una parola scompaginata che ha messo radici dentro di lui e ha cominciato a proliferare sfuggendo al suo controllo.” [p. 31 – 33]

Il massimo potere raggiunto dall’uomo è quello di dare la morte agli altri e/o a se stessi. È solo qui che parrebbe realizzarsi la nostra libertà. Quanto avviene a ciascuno di noi, nel corso della nostra vita, è prodotto dal caso; il libero arbitrio ci permette di cogliere o non cogliere le occasioni che le circostanze ci offrono ma poi non sappiamo dove queste occasioni ci possano condurre. E allora ci adagiamo e la libertà rimane un’icona senza più senso. Sachs non crede più nelle parole, nella sua vocazione di scrittore, lascia il suo romanzo Leviatano incompiuto e vuole ridar vita all’icona, a quella Statua della Libertà che sin da bambino, quando a sei anni era stato a visitarla con sua madre salendo sino alla cima all’interno della torcia, aveva colpito la sua immaginazione e prodotto riflessioni sulle contraddizioni (“rendere omaggio al concetto della libertà” mentre sua madre l’aveva costretto a vestirsi in un modo – calzoncini e calzettoni bianchi – per lui odioso) e sui pericoli della libertà (da lassù in cima a quella torcia si può cadere).

«Fu la mia prima lezione di teoria politica … Imparai che la libertà può essere pericolosa. Se non stai in guardia può ucciderti.»

Si autoproclamò come il “Fantasma della libertà” e intraprese a girare in incognito facendo periodicamente saltare in aria una delle tante copie, disseminate in tutti gli States, della statua che si erge nella baia di Manhattan. Non per distruggere un simbolo ma per ridargli vigore, per sottolineare quanto i valori che rappresenta siano stati abbandonati e traditi.

La scrittura e la vita

Se quello accennato è il percorso di Sachs, quello di Aaron è in qualche modo inverso: scrivere per ridar vita. E la vita di Sachs che rivive nel “Leviatano redivivo” si intreccia con la sua stessa vita: per ricostruire quella dell’amico, deve ripercorrere la sua e per ripercorrere la sua deve interpellare, dar parola, a quanti e soprattutto a quante con queste due vite si sono intrecciate ricostruendo situazioni e relazioni che non hanno mai una sola faccia, una sola verità. Lo stesso evento (ad esempio il precipitare di Sachs dall’alto di un edificio durante una festa e il suo salvarsi con non molto danno grazie a delle corde per la biancheria) viene descritto e interpretato in modi diversi. Più punti di vista nessuno dei quali è falso e pertanto nessuno, da solo, è vero; Aaron ce ne rappresenta l’articolazione lasciando più volte a noi lettori il compito di interpretarli e valutarli.

“Mi avevano presentato due versioni della verità, due realtà separate e distinte, e per quanto mi fossi sforzato non sarei mai riuscito a farle collimare. Io mi rendevo conto di questo, ma allo stesso tempo sapevo anche che entrambe le storie mi avevano convinto”.

Quello che ne emerge da questi intrecci di amicizie e relazioni è uno spaccato della intellettualità radicale newyorkese degli anni ’70 e ’80 fatta di fragilità, incostanza relazionale e perdita di senso complessivo. Fragilità nelle relazioni sessuali e sentimentali, dove i rapporti si vivono senza capire le motivazioni del partner e pertanto senza capire se stessi dentro quella relazione. Scrittori, come Aaron e lo stesso Sachs, che faticano a trovare il senso di quello che scrivono, artisti – come Maria Turner – che inseguono progetti sempre nuovi, senza un filo conduttore. Maria

“era semplicemente eccentrica, un’originale che viveva seguendo una complessa serie di bizzarri rituali personali. Per lei ogni esperienza era regolata secondo un sistema, era un’avventura compiuta che generava i propri rischi e le proprie limitazioni, e ogni suo progetto rientrava in una categoria diversa, separata da tutti gli altri.” [p. 69]

Per non parlare della evanescenza dei padri – e talvolta delle madri – dove i figli propri e altrui, quando vi sono,  sembrano dei piccoli alieni evanescenti.

In questo mondo dal futuro privo di senso ogni evento, ogni nuovo incontro ci coglie alla sprovvista e può diventare del tutto destabilizzante.

Scrive Aaron:

“Ho passato tutta la mia vita da adulto a scrivere storie, a mettere persone immaginarie in situazioni inaspettate e spesso improbabili, come fece Sachs quella notte a casa di Maria Turner. Se mi turba ancora raccontare quello che accadde è perché la realtà supera sempre ciò che riusciamo a immaginare. Per quanto sfrenati pensiamo che possano essere, i frutti della nostra fantasia non potranno mai tener testa all’imprevedibilità delle cose che il mondo reale erutta in continuazione. Adesso questa lezione mi sembra inevitabile. Tutto può succedere. E in un modo o nell’altro, succede sempre.” [p. 174]

 

Il Caos, il Caso e l’inanità dei progetti

Se la cifra dell’universo è il caos, la ricerca del vero (o se vogliamo del “senso”) è illusoria; in ambito letterario il giallo classico, razionalistico, dove tutti i tasselli alla fine si ricompongono, lascia progressivamente posto al giallo metafisico dove il detective non solo non trova né l’assassino né le sue motivazioni, ma si perde in un labirinto (nella trilogia quello delle strade di New York). La narrazione travalica il genere per diventare altro a metà strada tra il Nouveau Roman che si perde nei dettagli del quotidiano e il romanzo filosofico che si sofferma a riflettere sulla perdita dei significati.

Se il tutto è caotico, la vita dei personaggi (immagini possibili ci ciascuno di noi) è dominata dalla casualità e sono gli eventi casuali a strutturare la narrazione.

L’inizio della Città di vetro[2] è esplicito:

“Cominciò con un numero sbagliato, tra squilli di telefono nel cuore della notte e la voce all’apparecchio che chiedeva di qualcuno che non era lui. Molto tempo dopo, quando fu in grado di pensare a ciò che gli era accaduto, avrebbe concluso che nulla era reale tranne il caso. Ma questo fu molto dopo. All’inizio non c’erano che il fatto e le sue conseguenze.”

Ed allora Quinn, al ripetersi di quelle telefonate – lui scrittore di libri gialli con lo pseudonimo di William Wilson – un po’ per curiosità, un po’ per l’ebrezza di immedesimarsi nel ruolo di uno dei suoi personaggi (il detective Max Work), sceglie di assumere il ruolo dell’investigatore privato Paul Auster, il destinatario di quelle erronee chiamate notturne. Al di là del gioco degli specchi (cfr. sopra) per cui il personaggio assume il nome (e l’identità?) dell’autore, egli legge il caso come coincidenza e possibile occasione da cogliere senza comunque sapere (né immaginare) dove ci possa portare. In un labirinto senza fine possiamo deviare da un lato o dall’altro e comunque si scoprirà che non c’è via d’uscita. E del falso Paul Auster si perderanno le tracce.

Il caso, anzi una successione di casualità, struttura anche la narrazione di Peter Aaron a partire dall’incontro con Benjamin Sachs che, complice una inaspettata nevicata, permise ai due, ospiti di un reading letterario andato a monte, di conoscersi a fondo dando il via ad una profonda amicizia (“Il caso volle che il venerdì notte arrivasse una tremenda tempesta dal Midwest , e il sabato mattina la città era sepolta sotto quaranta centimetri di neve. …)[3].

Ma l’evento casuale decisivo è l’incontro-scontro di Ben con Reed Dimaggio. Sachs si era perso nel bosco e un giovane, Dwight McMartin, si era offerto con il suo camioncino di riportarlo a casa attraverso una strada sterrata. Ed è qui che uno sconosciuto, fermo con la sua auto, blocca la strada; il giovane Dwight scende per vedere se ha bisogno di aiuto ma questi estrae una pistola e incomincia a sparare. Ben interviene con una mazza tentando di difendere il giovane e colpisce a morte lo sconosciuto. Nel bagagliaio di quest’ultimo Ben trova i documenti intestati appunto a Red Dimaggio e, in una borsa, almeno 160.000 dollari in rotoli da cento.

Quando la sua amica Maria gli dice di sapere chi è questo Dimaggio e di conoscere la sua moglie Lillian

“… aveva capito che quella coincidenza da incubo in realtà costituiva una soluzione, una occasione sotto forma di miracolo. L’essenziale era accettare la misteriosità dell’avvenimento – di accoglierla anziché di negarla, di infondersene come fosse una forza nutriente. Là dove prima tutto gli appariva oscuro, ora vedeva una chiarezza bella e solenne.” [p. 181-182]

In sostanza Ben legge l’avvenimento non come casuale coincidenza ma come miracoloso segnale della propria missione da compiere. Prima interpretata quale sostegno alla moglie e alla figlia dell’ucciso, poi nell’identificazione con la sua vittima: quella dell’anarchico “bombarolo”. Diventerà allora quel Fantasma della Libertà che con i suoi sabotaggi alle copie della Statua della Libertà tenterà di risvegliare un’America che ha perso i valori che quella statua rappresenta. E naturalmente quel percorso lo porta alla fine che l’incipit del romanzo aveva preannunciato.

“Sei giorni fa un uomo è saltato in aria per sbaglio sul ciglio di una strada del Wisconsin del nord. Non ci sono testimoni, ma pare che fosse seduto sull’erba accanto alla sua macchina intento a costruire una bomba, quando questa gli è esplosa fra le mani.” [p. 9]

La tematica della casualità era stata centrale – a partire dallo stesso titolo – in un altro romanzo di Auster, pubblicato due anni prima: La musica del caso[4]. Il protagonista, Jim Nashe, dopo esser stato abbandonato dalla moglie e aver trasferito sua figlia dalla sorella in Minnesota, riceve inaspettatamente una cospicua eredità (duecentomila dollari) dal padre deceduto e scomparso da quando lui aveva due anni. Anche questa volta, come per Ben Sachs, il caso assume la forma del dio maligno; non la divinità ultraterrena o infernale delle tradizione, ma una divinità tutta terrena che si diverte a sconvolgere vite e destini: il dio dollaro[5].

Apre un conto fiduciario con parte della somma per la figlia ormai inserita nella nuova famiglia, “andò a comprarsi una macchina nuova (una rossa Saab 900 a due porte – la prima auto non usata che avesse posseduta)” [p. 9] e si mise a viaggiare per gli States.

“Nashe non aveva nessun piano definito. Tutt’al più l’idea era di lasciarsi andare alla deriva per un po’, viaggiare da un posto all’altro a vedere cosa succedeva. Pensava di stancarsi in un paio di mesi, e a qual punto si sarebbe seduto a riflettere sul da farsi. Ma i due mesi passarono e lui non era ancora pronto a smettere. A poco a poco, si era innamorato della sua nuova vita libera e irresponsabile, e una volta che questo accadde, non c’era più nessuna ragione di smettere.

La velocità era la cosa essenziale, la gioia di sedersi in macchina e precipitarsi avanti attraverso lo spazio. Divenne il bene primario, una fame da saziare a ogni costo.” [p. 17]

Se per Quinn/Auster l’evento casuale dà il via ad un progetto di indagine/conoscenza (inconcludente e necessariamente inconcluso), per Ben Sachs ad una sorta di progetto-missione salvifico, per Nashe l’evento lo spinge a lasciarsi andare all’alea di una successione interminabile di casualità, guidato solo dalla “fame insaziabile” del desiderio. E anche per lui il percorso, che si incrocia anche con l’alea del gioco d’azzardo, si rivelerà autodistruttivo sino all’evento tragico finale ed ineluttabile.

 

Postilla

Quella che emerge dai romanzi di Auster è una immagine desolata dell’America (e della attuale modernità occidentale, e non solo): se tutto è caso non c’è futuro ma solo un continuo presente ripetuto, destinato prima o poi a interrompersi drammaticamente. In questo scenario, prodotti essi stessi dal caso, si delineano Progetti inconcludenti, privi della forza di indirizzare la vita (individuale e collettiva) o, peggio ancora, la scelta della casualità come scelta di vita (che poi non è altro che il lasciarsi andare alla rincorsa dei propri desideri o dei propri rancori momentanei).

Non è un certo fortuito che, in modo ricorrente, i personaggi di Auster siano senza figli o li abbiano abbandonati, se ne siano sbarazzati.  È un indicatore forte. Una società senza figli (e pertanto senza genitori) o che comunque ne mette al mondo sempre meno, sta rinunciando al proprio futuro, non è più in grado di delinearlo. La casualità di una vita senza futuro in un presente ripetitivo dominato dai desideri a breve termine e dalle meschinità rancorose sembra ormai prevalere. Una società dissanguata.

E veniamo a noi, un paese che, come gran parte d’Europa, fa sempre meno figli, con un tasso di fecondità tra i bassi del mondo (1,34) che non solo determina un calo demografico, ma soprattutto un invecchiamento crescente della popolazione. E allora le energie vive ci vengono da altrove: avevo già accennato, commentando Infiniti passi di Gianluca Grossi alla

“spinta a suo modo rivoluzionaria di chi ha lasciato alle spalle una precedente “vita fatta a pezzi” decidendo che quella vita non si poteva più sopportare e che era meglio rischiare il tutto per tutto per trovare, per sé e soprattutto per i figli, la possibilità di un futuro più decente. Rompendo con il passato. Consapevolmente, almeno per i più determinati.”

Le testimonianze, anche letterarie, oramai sono molteplici. Mi ha colpito in particolare quella di Enaiatollah Akbari raccolta da Fabio Geda[6].

Differentemente dai personaggi di Auster, la madre di Enaiat non lo ha abbandonato, non se ne è sbarazzata; lo ha portato al di là del confine afgano, a Quetta, per dargli la possibilità di salvarsi, di non essere ucciso o arruolato dai fondamentalisti. Si potrebbe dire che lo ha lasciato in balia del caso e di fronte alla prospettiva di grandissimi rischi. Ma non è così perché nel doloroso commiato ha fornito al figlio una bussola, tre basilari direttive, che lo hanno accompagnato ed orientato nel lunghissimo viaggio che lo ha portato sino a Torino.

Sono questi i nuovi cittadini che possono riaprire un futuro ad un’Italia – e ad un’Europa – esangue.

Chi vuole ricacciarli, chi fa di tutto perché non vengano salvati e magari affoghino impedendo alle ONG di raccoglierli in mare, non solo vuole annullare il loro possibile futuro ma cancella anche il nostro. Una società sempre più chiusa, sempre più incapsulata in se stessa (e gli scenari raffigurati da Auster non sono solo newyorkesi o statunitensi ma appunto anche nostri), “sovrana” magari delle proprie piccolezze ma incapace di progettare un futuro, non ha bisogno di inconcludenti azioni eclatanti (le bombe del Fantasma della Libertà) ma della linfa vitale di questi “maledetti” migranti che, lasciando alle spalle miserie e tragedie, testardamente intendono progettarsi un futuro. Ne abbiamo un sacrosanto bisogno.

Con una consapevolezza: non solo la natura ma anche la demografia aborre il vuoto e, volenti o nolenti tanti meschini governanti d’Europa, il vento non si può fermare.

—————————————-

 

[1] Paul Auster, Leviathan, Viking Press, New York 1992. Edizione italiana: Leviatano, Guanda, Parma 1995.

[2] Paul Auster, trilogia di New York. Città di Vetro. Fantasmi. La stanza chiusa, Einaudi, Torino 1966, p. 5. Evidenziazione mia.

[3] Leviatano cit., p. 18.

[4] The Music of Chance, Viking Penguin, New York, 1990. Edizione italiana: Guanda, Parma 1991.

[5] Dio malefico che non appartiene solo al mondo occidentale. Nel bellissimo film Al di là delle montagne di Jia Zhang-ke, a Fenyang, la dolce Tao tra i due pretendenti sceglie il ricco Zhang che darà poi al loro figlio il nome di Dollar. Nome che ne segnerà il destino di vuoto affettivo “al di là delle montagne”, in Australia, dove il padre, separato dalla moglie, lo porterà a vivere. Una bella ed articolata recensione qui.

[6] Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2010. Online sono reperibili più siti che permettono di leggerlo e scaricarlo gratuitamente in versione e-book o Pdf: ad es. qui.

Una solitudine a due

La pubblicazione dell’ultima produzione letteraria di Rino Romano, “Una solitudine a due. Charles e Mary Lamb[1] mi permette di riprendere quanto avevo scritto nel post Le divagazioni letterarie di Rino Romano.

 

Un “atto unico” … da leggere

 

La prima osservazione è che, anche in questa occasione, il genere letterario cambia; si tratta infatti di un testo teatrale, un atto unico che, nel rigoroso rispetto del canone aristotelico delle unità di tempo, luogo ed azione, condensa la vicenda umana e letteraria dei fratelli Charles e Mary Lamb, scrittori londinesi, legati ai circoli letterari del primo romanticismo ed autori di una fortunata riduzione delle opere di Shakespeare destinata all’infanzia: “Tales from Shakespeare”[2]. Vicenda umana e letteraria molto nota in area anglofona, ma assai meno da noi.

Un testo teatrale che fa seguito, andando a ritroso negli scritti di Romano, ad una antologia poetica (Divagazioni poetico-forestali), un romanzo (La ruota) e, quale prima pubblicazione, una raccolta di “racconti siciliani” (Il passaggio ). Romano sembra così volersi cimentare, quasi a sfidare le sue possibilità di scrittore, di volta in volta in genere e tematica differente. Certo, sotto traccia, si legge la sua esperienza di docente di letteratura e la sua passione per la lettura, magari ad alta voce. Testo teatrale questo che magari un giorno verrà rappresentato ma che, per esplicito invito dell’autore, è in primo luogo destinato alla lettura.

“Perché la ‘lettura’ di un testo teatrale, a chi vi si dedichi con un po’ di attenzione e trasporto, consente la possibilità di vivere un’esperienza indimenticabile, permettendogli di diventare così: regista, attore, coreografo, sceneggiatore, musicista, costumista, ecc. … [Invito alla lettura, p. 11]

Amore per il testo teatrale e invito alla sua lettura che, in un gioco di specchi, si ripresenta al suo interno:

“Charles – Certo, certo … il teatro è bellissimo, la atmosfera da sogno che crea e la musica poi! È bello, certo! Ma la lettura … la lettura di Shakespeare è fondamentale per capirlo davvero!  […]

Ma se leggi, se ti metti davanti alle parole, alle parole scritte, allora … allora capisci davvero! Le parole vengono prima dei personaggi! Shakespeare ha creato le parole, le cose che voleva dire, e poi i personaggi che le dicono. Allora, se resti solo con le parole, puoi fermarti, rileggerle, risentirle: ed è come se tornassi nello stesso momento in cui Shakespeare le ha pensate! Allora c’è una potenza inaudita: un verso, un solo verso può aprire porte segrete e spingerti in un mondo infinito dove il tempo si dissolve e … e restiamo soli: io … IO e SHAKESPEARE.

Allora è poesia!

Ci può essere più verità in un verso di Shakespeare che in un trattato di filosofia!” [pp. 68-70]

Al tono ispirato di Charles la sorella ribatte con ironia, richiamando il clima culturale dell’epoca:

“Mary – Te l’ha detto Coleridge?

Le sue teorie romantiche sono molto suggestive! Specialmente … specialmente quando è sotto l’effetto dell’oppio!

(ride)”

Shakespeare e il teatro, il romanticismo e la poesia e, non ultima, l’educazione. È la sorella che insiste sul valore educativo ed emancipativo, in particolare “per le giovinette”, della loro opera, richiamandosi in modo esplicito alle posizioni protofemministe di Mary Wollstonecraft, tra l’altro prima moglie del loro editore William Godwin.

“Mary – Che libro! “Rivendicazione dei diritti delle donne”! Quello sì che è un libro importante. Vedrai, quel libro farà storia … eccome se la farà! Farà parlare di sé! Che coraggio ha avuto quella donna! [p. 32]

Mary – … (poi con una certa rabbia)

Non dovrebbe essere impedito alle donne di frequentare le scuole ed elevarsi ai più alti livelli della cultura. Non è giusto che le bambine di questo paese debbano stare tra le mura domestiche e crescere imparando a preparare il tè, dire: “Signorsì o com’è bello il cielo oggi!”, e attendere di maritarsi, e quando va loro bene, fare un po’ di pittura o musica! E non potere andare a teatro perché … perché potrebbero essere … “turbate”! E non potere nemmeno leggere le opere di Shakespeare!” [p. 87]

Se il nesso teatro-poesia rimanda alla precedente opera antologica sulla poesia silvestre, possiamo ritrovare nelle altre due opere (il romanzo e i racconti) il tema espresso dal titolo (Una solitudine a due) e che Mary così esprime “con crescente dispiacere e nervosismo”:

“Io, sì … lo so! Sì, sono io la tua prigione, vero? Vuoi dire questo? E hai ragione …” [p. 50]

È questo un tema, richiamando analogie con le opere precedenti, che possiamo esplicitare in questo modo: i legami familiari possono celare un segreto, un dramma nascosto che la narrazione è destinata a svelare. In questo caso il “segreto” è tale solo per i molti lettori nostrani che non conoscono ancora la vicenda dei fratelli Lamb: una “solitudine/prigione a due” che il testo progressivamente fa emergere.

 

I fratelli Lamb; di Francis Stephen Cary.

Nel romanzo il “dramma nascosto” diventava il meccanismo centrale che dava corpo alla stessa narrazione. Ha espresso molto bene questa dinamica di svelamento-riconoscimento, e le sue origini nel teatro classico, Claudio Zanotti[3]:

“La ruota si può definire (riduttivamente) un racconto di agnizione: elemento classico, quest’ultima, della letteratura occidentale sin dal teatro antico, che svolge la funzione di punto dirimente e risolutivo della narrazione: la rivelazione dell’identità del personaggio come colpo di scena, come vera e propria Spannung. Nel romanzo di Rino Romano l’agnizione, intuita sin dalle prime pagine e gradualmente disvelata nel progressivo dipanarsi dei capitoli, rappresenta invece la forza motrice e organizzatrice della trama narrativa.”

Nei Racconti siciliani ritroviamo lo stesso tema/meccanismo narrativo del segreto familiare nascosto e disvelato ne “La diagnosi”, anche se in questo caso la dinamica narrativa più che tragica era tragico-comica.[4]

Leggendo l’antologia poetica sulla poesia silvestre in filigrana con le opere precedenti avevo sottolineato tre temi ricorrenti in Romano: il tema della poesia e della sua lettura interpretativa che, abbiamo visto, qui si amplia nei confronti del testo teatrale, quello dell’eros e, da ultimo, la natura.

Per quanto riguarda l’eros possiamo osservare che qui vi appare sublimato dall’amore fraterno, dal sostegno reciproco che dà forza e nel contempo isola i due fratelli. E in un passo (p. 82-83) compare come spettro negativo (Oh, dio! Che orrore!) che richiama gli abusi “quando qualche insegnante ti chiamava nella sua camera”.

Del tutto assente, dato il contesto, il tema della natura. Direi all’opposto che, non solo la vicenda ma la stessa ambientazione, ben rappresentata dalla copertina, sembrano voler accentuare nel lettore/spettatore virtuale un’ansia claustrofobica che ci porta ad immedesimarci nel destino solitario dei due personaggi.

 

__________________________________________

 

[1] Evolvo Edizioni, Gravellona 2018.

[2] Pubblicati dal filosofo ed editore William Godwin, Londra 1807. In traduzione italiana cfr. “Racconti da Shakespeare” Rizzoli, Milano 2010.

[3] Rino Romano ci regala “La ruota” pubblicato sul suo blog VERBANIASETTANTA. Politica e Società.

[4] Rimando a quanto scritto e citato nel precedente post.

Le SS-Polizei in Ossola e nel Verbano (1943 – 1945)

La giornata del 20 giugno 1944, così come l’abbiamo riscostruita ed illustrata in Quarantatré … a Fondotoce …  si concludeva con una festa dal sapore funesto.

A Villa Caramora dalle 20 di sera sino a tarda notte si festeggia.

Il pretesto è il compleanno del Colonnello Comandante delle SS e la sua prossima destinazione sul fronte orientale, in Romania.

Un gran va e vieni, ufficiali tedeschi e italiani, della milizia e dell’esercito repubblichino. Molti i civili e le dame italiane.

Il giudice Liguori dalla cantina ascolta e, quando viene fatto salire, osserva nauseato.[1]

Sulla base della testimonianza del giudice e su quanto si era allora a conoscenza quando, nel giugno 2017, abbiamo presentato alla Casa della Resistenza la graphic novel, non era noto il nome del comandante né si sapeva con precisione quali reparti guidasse.

Un anno dopo, sempre all’interno delle iniziative di commemorazione dell’eccidio di Fondotoce, abbiamo presentato il saggio del ricercatore elvetico Raphael Rues[2] SS-Polizei. Ossola-Lago Maggiore. Rastrellamenti e crimini di guerra edito, in edizione trilingue (italiano, tedesco e inglese), da Insubrica Historica (Minusio, CH)[3]. Saggio che rappresenta un primo contributo all’interno di un lavoro più ampio di ricerca sulle formazioni tedesche e fasciste che operarono nell’allora alto novarese tra il settembre 1943 e l’aprile 1945 e che mette in luce aspetti in gran parte non noti.

Questo primo saggio è dedicato ai reparti delle SS-Polizei (reggimenti 12, 15 e 20) che operarono nel nord-ovest del nostro paese. Innanzitutto va precisato che le SS-Polizei non erano propriamente delle SS militarizzate (le Waffen-SS) quali ad esempio le SS della Leibstandarte SS Adolf Hitler responsabili nel settembre ottobre del ’43 degli eccidi degli ebrei sul Lago Maggiore. Si trattava invece di corpi in gran parte provenienti dalla Polizia germanica che Himmler, in qualità di Comandante della polizia e delle forze di sicurezza – oltreché di Reichsführer delle SS – costituì a partire dall’ottobre 1939. La denominazione originaria era quella di Polizei Regiment “Nord” e i reparti vennero utilizzati inizialmente come forze di sicurezza e polizia nelle retrovie delle aree occupate dalla Wehrmacht. In particolare in Galizia (settembre 1941 – febbraio 1942) si resero responsabili di eccidi di partigiani e civili, ebrei e non (33.000 vittime secondo lo storico tedesco Torsten Schäfer). Furono poi dispiegati sul fronte russo subendo consistenti perdite.

“Forse per onorare le gravi perdite subite sul fronte orientale, Himmler il 24 febbraio cambiò la denominazione di questi reggimenti di Polizia in «SS-Polizei Regiment», benché sottostessero ancora alla Polizia (Ordnungspolizei). Questo mutamento avvenne solamente però sulla carta, poiché le uniformi della SS-Polizei non si fregiarono mai di alcuna insegna delle SS, ma solo della tipica coccarda della Polizia.” [p. 24]

I reparti vennero ricostituiti e trasferiti nella Norvegia occupata, o sud di Oslo, e il 28 agosto del 1943 lasciarono il paese per giungere in Italia l’11 settembre dove vennero utilizzati quali reparti specializzati nelle operazioni anti-partigiane fino alla fine della guerra; Rues elenca ben 50 operazioni militari di rastrellamento effettuate nel nord-ovest. Quelle principali che riguardano l’attuale provincia del Verbano Cusio Ossola sono quelle di Megolo (13 febbraio 1944), il rastrellamento della Val Grande (giugno 1944), la rioccupazione di Cannobio e dell’Ossola (settembre- ottobre 1944) per concludersi con la colonna del capitano Stamm (SS-Pol.Rgt.20) in ritirata verso Novara (24-27 aprile 1945).

Tornando al punto di partenza, quella lugubre sera a Villa Caramora, il contributo di Raphael Rues non solo indica con precisione i reparti impiegati nelle operazioni di rastrellamento e negli eccidi di quel giugno 1944, ma anche nome e trascorsi degli ufficiali a capo delle operazioni. In particolare di quel tenente colonnello, Ernst Weis, che la sera del 20 giugno 1944 festeggiò il suo cinquantesimo compleanno. Lascio la parola a Rues.

“Il SS-Pol.Rgt.15 sparì dall’Ossola dopo il 15 febbraio, impegnato in Piemonte – zona di Asti – e Liguria in grandi rastrellamenti, per tornarvi solo a giugno nell’ambito del rastrellamento della Val Grande, operazione «Köln». L’operazione –secondo le fonti tedesche – comportò l’uccisione di 217 e la cattura di 367 partigiani, oltre a 247 persone trasferite ai campi di lavoro del Reich. Vennero impiegati due Kampfgruppen: il primo al comando di Heinrich Galazky Hartel (Strasburgo 1899 – ?), maggiore della Polizia, comandante del II/SS-Pol.Rgt.15, e il secondo di Eduard Psotta (Hohenbirken 1908 – ?) capitano della Polizia, sostituto comandante del I/SS-Pol.Rgt.15.

Tenente Colonnello Ernst Weis. Foto del 1940, allora con i gradi di maggiore della Polizia.

Il II/SS-Pol.Rgt.15 fu il principale responsabile del rastrellamento della Val Grande: direttamente imputabili sono i decessi di 150 -180 partigiani e civili, i quali furono sommariamente eliminati in più luoghi – Fondotoce, Baveno, Val Grande – il tutto nel lasso di tempo di circa dieci giorni.

Il comando del rastrellamento venne stabilito presso la villa Caramora di Intra, dove Weis festeggiò pomposamente i suoi 50 anni la sera stessa della fucilazione di 43 partigiani a Fondotoce, il 20 giugno.” [p. 34]

 

 

Raphael per i suoi lavori di ricerca è venuto più volte alla Casa della Resistenza a consultare la Biblioteca e il Centro di documentazione; in vista della pubblicazione del suo saggio ci ha chiesto di preparargli una breve prefazione. Vi ho con piacere ottemperato e la riporto di seguito.

—————  . . .  —————

Prefazione

Il testo che viene qui pubblicato in edizione plurilingue rappresenta un primo significativo contributo del ben più ampio lavoro di ricerca storica sulla presenza e l’attività dei reparti militari tedeschi e fascisti nelle aree dell’Ossola e del Verbano nel periodo 1943-45, avviato da Raphael Rues oltre vent’anni fa e ripreso in modo organico negli ultimi due anni. L’interesse dell’autore per questo specifico argomento, al di là agli echi oltre confine delle vicende di quegli anni, nacque dalla lettura, ancora quindicenne e successivamente da universitario, di alcune opere sulla resistenza ossolana. Vi avvertì da subito una carenza e un’imprecisione complessive su presenza e tipologia delle forze impegnate dalla “parte avversa”: di qui un lavoro minuzioso di ricostruzione – a partire dalla storiografia e memorialistica partigiana affiancata dalle più scarse fonti (scritte e orali) di parte fascista e tedesca e dalla consultazione degli archivi elvetici – per individuare le unità presenti sul territorio e poter così intraprendere in modo approfondito la ricerca presso gli archivi militari tedeschi. Un corretto lavoro storiografico a fonti plurime supportato da una consapevole ottica “esterna” che neutralmente non “prende parte”, senza che questo significhi sottacere crimini e responsabilità dei reparti e degli ufficiali coinvolti.

L’argomento specifico di questa prima tranche della ricerca riguarda i reggimenti della SS-Polizei operanti in Ossola e nel Verbano di cui viene ricostruita l’origine nell’arruolamento e militarizzazione di reparti di polizia tedesca, l’attività di controllo e messa in sicurezza delle retrovie dei nuovi territori occupati dalla Wermacht in particolare sul fronte nordorientale, il loro successivo impiego al fronte e la loro “specializzazione” nelle operazioni di anti-guerriglia. Reparti di SS-Polizei di cui si fa più volte cenno nella storiografia partigiana ma senza precisarne le unità e spesso confondendole con le Waffen-SS o con la Feldgendarmerie.

Lavoro di estrema importanza perché non solo copre un vuoto sostanziale di ricerca e conoscenza ma anche permette di conoscere in modo più completo e preciso i principali eventi del conflitto fra resistenza e nazifascismo nelle aree dell’Alto-novarese, dalla battaglia di Megolo, al rastrellamento della Val Grande, alla rioccupazione dell’Ossola nell’ottobre del ’44 sino alla capitolazione della Colonna “Stamm” negli ultimi giorni dell’aprile 1945; permette inoltre di comprendere come la forza d’urto di queste formazioni fosse in grado di compiere “vittoriose” operazioni antiguerriglia ma non di “presidiare il territorio” ad operazioni concluse.

La costruzione di una memoria condivisa da parte delle comunità locali e nazionali è questione complessa e di non facile soluzione dopo le fratture che hanno attraversato il “secolo breve”. Pesa innanzitutto quella che Karl Jaspers ha definito come “questione della colpa” che attraversa le responsabilità individuali come quelle collettive; responsabilità che necessitano sia di una corretta definizione e sanzione giuridica per quelle individuali sia di una convinta capacità di rielaborazione collettiva per le altre. Nel caso specifico, sottolinea l’autore, “nessuna delle rappresaglie tedesche commesse dalla SS-Polizei in zona fu penalmente perseguita”: l’unica procedura avviata fu quella per l’eccidio di Fondotoce, ma archiviata dalla procura militare di Torino in quanto “non è possibile svolgere altre indagini per accertare l’identità degli imputati” (accertamento invece ben “possibile come dimostra questo contributo”) e confluita in quello che il giornalista Franco Giustolisi ha efficacemente definito come “armadio della vergogna” insieme ad  altre 2273 “notizie di reato” commesse dalla forze militari tedesche durante l’occupazione; procedure di fatto secretate per decenni e solo dal 1994 rinvenute e, dove possibile, giuridicamente riaperte.

Occorre d’altra parte sottolineare come, se da un lato militari e ufficiali della SS-Polizei nel dopoguerra furono integrati nei corpi della polizia della Germania federale ottenendo anche riconoscimenti ufficiali, dall’altro lato un lavoro storico e collettivo di “rielaborazione della colpa” è senz’altro proceduto nella Germania unificata. Non esiste ad esempio in Italia nulla di paragonabile alla Topographie des Terrors di Berlino dove, tra l’altro, sul pannello dedicato al nostro paese campeggia la fotografia delle quarantatré vittime di Fondotoce; una topografia del terrore compiuto dall’esercito italiano, in particolare nelle colonie africane e nell’ex Jugoslavia, è da noi ben lungi non solo dall’essere realizzata ma anche solo progettata. E le voci meritevoli di alcuni storici, come quella di Angelo Del Boca, sembrano risuonare nel deserto.

Come Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce siamo impegnati in questo lavoro di costruzione di una memoria collettiva a partire dal contributo che la resistenza, locale e non solo, ha dato alla riunificazione del nostro paese e alla elaborazione di una Costituzione Repubblicana in grado di “costituire” il tessuto comune della nostra collettività. Costruzione di una memoria che necessita di operare su più livelli: la raccolta della documentazione e delle altre fonti, i ricordi e la memorialistica dei protagonisti, il raffronto con la storiografia e i suoi sviluppi più recenti per poi restituire, ai visitatori – studenti e adulti – e nelle ricorrenze ufficiali, la sintesi costantemente aggiornata di una memoria viva e sempre più condivisa. Senza il contributo dei ricercatori e degli storici la nostra “mission” sarebbe impossibile; l’importante lavoro di Raphael Rues va a sopperire ad un aspetto fondamentale per la costruzione di una siffatta “memoria viva” e di questo sentitamente lo ringraziamo.

Gianmaria Ottolini

SS-Polizei: retro copertina

[1] Gianmaria Ottolini – Ruggero Zearo, quarantatré … a Fondotoce, 20 giugno 1944, Tararà, Verbania 2017, p. 48.

[2] Raphael Rues (1967) di Minusio (CH). Laureato in storia economica e gestione dei rischi. Responsabile della gestione rischi e qualità presso l’Ufficio federale delle Strade (USTRA) a Berna. Si dedica alla ricerca di storia contemporanea nell’area insubrica e sta realizzando una tesi di Dottorato in Storia Moderna presso la University of Leicester, Inghilterra, sulle formazioni militari tedesche e fasciste che operarono nell’allora alta provincia di Novara fra il settembre 1943 e l’aprile 1945.

[3] Reperibile online presso l’editore Insubrica Historica o direttamente presso la Casa della Resistenza.

Ermanno, la Colonia Motta, la guerra

La scorsa notte Ermanno Olmi ci ha lasciati. Non vorrei aggiungermi ai tanti e certamente più esaustivi ricordi del suo percorso umano e cinematografico (es. qui e qui). Mi vorrei però soffermare su alcune vicende ed aspetti un po’ meno noti a cui già in passato avevo accennato.

In Quarantatré … gli avevamo dedicato una delle “stazioni” della laica via crucis dei partigiani fatti sfilare e poi fucilati a Fondotoce ai bordi del canale dove oggi si erge il memoriale. Ospite della Colonia Motta della Edison in qualità di giovane sfollato, con i suoi coetanei aveva visto sfilare il corteo.

Tornavamo da scuola. Era un pomeriggio grigio di nebbie autunnali. A metà percorso della salita che portava in colonia, uno di noi disse voltandosi indietro: «Guardate!». E anche noi ci girammo a guardare. Lungo la strada che fiancheggiava il lago, stava sfilando una lunga colonna di gente: qualcuno portava anche dei cartelli appesi a un’asta, ma erano troppo distanti per leggere cosa c’era scritto. «Ma cos’è, una processione?» si chiese uno di noi. Vedemmo anche dei soldati tedeschi con i fucili puntati e allora capimmo ch’era una storia di guerra.

«Sembrano prigionieri.»

«Ma non sono dei soldati. Ci sono anche delle donne!»

In refettorio, mentre finivamo la cena, la notizia passò di bocca in bocca: i tedeschi avevano fucilato più di quaranta persone che avevano preso in un paese di montagna dov’erano stati uccisi dei loro camerati. «I tedeschi?» ci domandavamo sorpresi. Ci pareva impossibile che qualcuno come il graduato che giocava a pallone con noi potesse fucilare della gente qualsiasi.

«Ma non sono stati i nostri tedeschi! Degli altri» disse qualcuno.

E un altro: «I nostri sembrano buoni».[i]

 

Racconterà questo ricordo giovanile nel suo unico romanzo, Ragazzo della Bovisa, frutto di un periodo di malattia (dal 1983 al 1987) che lo costrinse a rinunciare ad un progetto filmico sulla Milano dei tempi della guerra, raccontata con occhi infantili, frutto della rielaborazione dei propri ricordi personali. Ne sortì invece questo racconto autobiografico pubblicato da Camunia nel 1986 e ripubblicato più volte da Mondadori a partire dal 2004.

Lo avevo brevemente recensito su Nuova resistenza Unita[ii] con allegata una breve scheda informativa sulla Colonia Motta; riporto entrambi di seguito:

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

Un film…da leggere di Ermanno Olmi

Dalla Bovisa al lago  

La formazione e la crescita di un ragazzo negli anni della guerra: il progetto di un film anticipato dal documentario Milano ’83 ma mai girato per la grave malattia che colpì il regista tra l’83 e il 1987. Ne sortì invece un romanzo, l’unico scritto da Olmi (Ragazzo della Bovisa), edito nel 1986 ed ora riedito da Mondatori.

Un romanzo autobiografico di formazione che dell’origine filmica mantiene il ritmo, la precisa caratterizzazione dei luoghi e il ruotare agile dei personaggi intorno all’io narrante di un ragazzino tra il 1940 e il ’45.

I luoghi. La Bovisa, quartiere industriale e operaio, la casa di ringhiera e soprattutto la strada (“La strada mi ha insegnato a vivere …” dirà il regista in una intervista); Treviglio, la casa della nonna, un cascinale: spiraglio sul mondo contadino; la Colonia Ettore Motta della Edison sul Lago Maggiore, prima per una vacanza estiva nell’estate del ’43, e poi, a partire dal dicembre successivo, con i ragazzi sfollati dalla Milano sottoposta ai bombardamenti. Luogo di formazione diventa qui soprattutto il gruppo dei pari: dal più grandicello Tiberio che millanta grandi esperienze sentimentali, che adocchia (forse con successo) la vigilatrice della squadra “R” e che molti vogliono imitare, al più impacciato di tutti, il ritardatario Bertinotti, vittima privilegiata degli scherzi dei compagni e dei richiami delle “signorine”, alle coetanee con cui si intrecciano sguardi e talvolta messaggi.

Sullo sfondo, dapprima lontana, la guerra con i bagliori dei bombardamenti su Milano, con il lago notturno irrealisticamente immerso nel buio dell’oscuramento. Guerra che man mano si fa più vicina: soldati tedeschi che installano una stazione radio nel parco della Colonia, colpi d’arma da fuoco che risuonano dall’alto del Monte Rosso, la tragica visione sul lungolago della colonna dei “Quarantatré” e la notizia, la sera stessa, della loro fucilazione a Fondotoce. “– I tedeschi? – ci domandavamo sorpresi. Ci pareva impossibile che qualcuno come il graduato che giocava a pallone con noi potesse fucilare della gente qualsiasi.”

Il ritorno alla Bovisa corrisponde agli ultimi mesi di guerra. La colonna sonora trapassa dall’Internazionale dei giorni della Liberazione alla musica ballabile che riempie le strade dalle radio e dalle orchestrine improvvisate. “Si ballò per tutta l’estate” e un giovane ormai cresciuto poteva scegliere ed invitare, senza più timore, le ragazze alla danza.

Colonia Ettore Motta

Complesso di edifici disposti sulle pendici del Monte Rosso tra Suna e Fondotoce all’interno di un parco che sale sino a 150 m. dal livello del lago e si estende per 126.000 mq. Il grosso degli edifici (una decina con i corpi minori) è stato realizzato, per iniziativa di Giacinto Motta, fra il 1924 e il ‘29; erano destinati ad ospitare nel periodo estivo sino a 600 figli di dipendenti della Edison di Milano e, nella struttura più in vista a forma di poppa di nave affacciata sul golfo Borromeo, anche adulti convalescenti. Le scelte architettoniche sono tra l’eclettismo e il razionalismo e, in alcune, a molti sembra di riconoscere l’impronta di Piero Portaluppi, l’architetto che tra il 1913 e il 1925 realizzò gran parte delle centrali idroelettriche del bacino del Toce e che presiederà la Facoltà di Architettura di Milano dal 1938 al 1963. L’intero complesso della Colonia dagli inizi degli anni ’70 è in stato di abbandono.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

 Colonia Motta nel dopoguerra

Purtroppo oggi la Colonia continua nel suo stato di desolazione, visitata di straforo da curiosi, graffitari e da fotografi e videomaker amanti di bellezze abbandonate e inquietanti (cfr. qui e qui); avevo avuto l’occasione di visitarla quando, dopo l’acquisto da parte di Marcello Gabana, era stato avviato un progetto di ristrutturazione e con la Commissione urbanistica del Comune di Verbania avevamo preso  visione della imponente struttura. Purtroppo l’incidente che ha portato alla morte il proprietario, ha fatto sì che quel progetto e ogni altra ipotesi di recupero di questo complesso architettonico di pregio, collocato in una posizione paesaggistica invidiabile, siano allo stato attuale compromessi[iii].

Su internet non è difficile reperire foto che illustrano eloquentemente lo stato delle cose: una struttura esterna tutto sommato ancora riconoscibile, mentre gli interni sono completamente devastati.

  

   

       

 

Se non molto noto è il romanzo di Olmi sulla sua giovinezza, ancor meno lo sono i due documentari[iv] che nel 1953 e nel 1958 Ermanno ha realizzato per la Edison sulle sue Colonie estive. Il primo narra la vicenda dei 200 giovani calabresi sfollati in seguito all’alluvione del 1951 e ospitati alla Colonia Motta di Suna (visionabile qui). È il primo documentario che Olmi realizza per la Edison, da cui sortirà una lunga collaborazione che si concluderà con il suo ultimo lungometraggio (Torneranno i prati). Il secondo è dedicato alle attività per i bambini nelle colonie di Cesenatico, Marina di Massa e Suna. Anche questo è reperibile su internet (Edison Channel) e possiamo vedere la Colonia Motta (a partire da 15’ 30’’) in piena attività sul finire degli anni ’50.

Visionabile qui

 

In calce alla Graphic Novel, nei “titoli di coda”, richiamando l’episodio del corteo dei quarantatré visto dall’alto, abbiamo scritto:

Il ragazzino. Ermanno Olmi, regista del mondo degli umili, racconterà “di quel lungo corteo” nel 1986, nel suo unico romanzo incentrato sugli anni della sua infanzia: Ragazzo della Bovisa. L’avversità alla guerra ritornerà nel suo ultimo film: Torneranno i prati (2014).

Avversione alla guerra che trova appunto espressione nella sua ultimaopera, di fatto il suo testamento, e che già in Il mestiere delle armi aveva trovato una denuncia, rigorosa sul piano storico (la figura di Giovanni delle Bande Nere) e attuale nel messaggio (l’impatto della tecnologia – allora i cannoni – che amplifica e disumanizza ulteriormente la tragicità della guerra).

Ho rivisto recentemente Torneranno i prati in versione DVD; grazie agli extra e, in particolare, agli Appunti dal set, ci si può rendere conto di come Olmi curasse con precisione e spirito “artigianale” ogni minimo dettaglio (dal colore del legno, alla lunghezza precisa dei camminamenti delle trincee, alle previsioni metereologiche …) e nello stesso tempo come fosse sua volontà rendere consapevole ogni componente della troupe del significato preciso che il film, nel suo complesso e in ogni singola scena, avrebbe dovuto assumere.  Riprendo da qui alcune delle sue parole, a viva voce e, quale conclusivo omaggio, alcune immagini che lo ritraggono nel suo ultimo lavoro di regista.

«Non c’è un perché ho deciso di fare questo film … perché attendo dal pubblico la risposta. I perché importanti non riusciamo mai a risolverli da soli, abbiamo bisogno di incontrare, magari anche accidentalmente qualcosa che, non dico ci dia una risposta completa, ma che ci qualifica a porci tanti altri perché. …

Il perché che più immediatamente mi ha lusingato è stato il volto di mio padre; quando eravamo bambini, i miei fratelli ed io, e tornava alla sua terribile esperienza come soldato nei “bersaglieri arditi” – erano quelli che andavano nelle missioni impossibili – e raccontandoci alcuni particolari della loro sofferenza tentava di farci capire come la guerra è un momento in cui … un qualcosa facesse nascere una sorta di impazzimento nei popoli e, come è capitato nella guerra ’15 – ’18, per i potenti. …

Tutto il film si basa su tre capitoli fondamentali.

Uno è l’abdicazione alle regole militari, ossia siamo nel momento … il film finisce e c’è Caporetto. Quindi la situazione è disastrosa … contano più dei gradi le relazioni umane.

La seconda fase è quella dell’apprendimento: vale a dire “lì le cose sono chiare” perché sono tragiche … e quindi è la fase dell’apprendimento.

E poi c’è l’ultima fase che è quella dell’allucinazione, vale a dire, questa cosa che già dall’inizio non è realistica ma è evocativa … questa allucinazione è … lo stato permanente nella memoria umana.

I fatti che noi raccontiamo sono realmente accaduti, ma li raccontiamo non in modo realistico … è chiaro? …

Il suggerimento che veniva fatto ai giovani era mostrare fra tutti i sentimenti il più nobile di tutti. Non è facile. I ragazzi ci avevano creduto. Migliaia e migliaia di uomini inutilmente sacrificati da questa arroganza dei potentati che allora erano nelle alte aristocrazie del mondo.

Credo che se dovessimo esaminare nella storia dell’umanità, i grandi accadimenti tragici dei conflitti hanno come presupposto sempre lo stesso motivo: il potere per pochi, la ricchezza per pochi. Spero che questo film mostri proprio questo, al di là del dolore. Non dico una indicazione, ma un indizio per uscire da questa trappola vergognosa del tradimento nei riguardi dei più deboli.»

 

 

   

   

 

 

– – – – – – – – – –

[i] Questo il passaggio completo, sintetizzato nella Graphic Novel.

[ii] N. 1 gen. – feb. 2005, p. 6.

[iii] Una sintetica ricostruzione della vicenda è reperibile sul notiziario online VCO24.

[iv] Olmi Ermanno, Piccoli calabresi sul Lago Maggiorenuovi ospiti nella colonia di Suna (1953). Italia, Edison, Bn, 9’;  Olmi Ermanno, Giochi in colonia [Film sulle attività sociali] (1958) Italia; Sezione Cinema della Edisonvolta, Colore, 25’ 12”.

Da oltre cinque lustri si è concluso il “Secolo breve” e ce ne stiamo pian piano accorgendo

i ero occupato del volume di Eric J. Hobsbawm dodici anni fa in occasione della pubblicazione della Guida alla Galleria della memoria, agile libretto destinato ad accompagnare i visitatori nella visita interna della Casa della Resistenza. In particolare, consultando l’opera dello storico britannico, mi ero soffermato sul tema della violenza, sul secolo delle due guerre mondiali, il secolo più violento della storia dell’umanità, tema che ben introduceva alla prima sala della Galleria della memoria (la Sala del ’900); introdotto dalla voce del sopravvissuto Carlo Suzzi vi scorre infatti un filmato concepito come un fluire continuo delle immagini dei peggiori crimini contro l’umanità perpetrati nel ‘900 assemblati in ordine cronologico. Meno attenzione avevo rivolto alla scansione temporale del “secolo breve” (1914 – 1991) limitandomi ad accettare il fatto che la scansione per “secoli” è puramente convenzionale e che pertanto ogni storico può proporre periodizzazioni più pregnanti dal suo punto di vista.

Un anno e mezzo fa, nel preparare un intervento sulla Peer&Media Education[1] mi sono reso conto di come quella periodizzazione coincidesse ad una fase ben precisa, ed egualmente delimitabile, della storia dei media, avvero all’epoca dei mass media (elettronici) che – come vedremo più avanti – inizia a ridosso della prima guerra mondiale e si esaurisce quando parallelamente si frantuma l’impero sovietico. Una coincidenza che mi ha fatto ripensare a quanto fosse pregnante la periodizzazione di Hobsbawm e mi ha portato nei mesi scorsi a rileggere con attenzione le quasi settecento pagine di quel testo. Scoprendo che non solo ci dice molto sul secolo passato ma ci permette di capire molto dell’epoca in cui viviamo oggi, delle sue nuove caratteristiche e dinamiche, nonché delle sostanziali differenze con l’epoca passata. Stimolandoci a cercare di capire ed ipotizzare dove sia possibile e magari auspicabile dirigersi.

Eric John Ernest Hobsbawm (1917 – 2012)

Hobsbawm ha scritto moltissimo e le sue opere non solo trattano argomenti ed epoche diverse ma hanno anche approcci tra loro molto diversificati (opere storiografiche nel senso più tradizionale, autobiografiche, sociologiche, politiche, cultuali …). Utilizzando una immagine di Enzo Traverso[2] egli passa dal “microscopio” delle prime opere sui movimenti sociali, sulle sue forme primitive di rivolta (I ribelli, 1966), su quelle “irregolari” che permangono nel mondo industriale (I banditi, 1969), sull’anarchismo e su momenti specifici del movimento operaio inglese o sulla Storia sociale del jazz (1982) per poi passare al “telescopio” della sua poderosa tetralogia sull’epoca moderna (L’Età della Rivoluzione. 1789-1848, Il Trionfo della Borghesia 1848-1875, L’Età degli imperi. 1875-1914, Il secolo breve 1914-1991).

L’influenza dell’approccio sociale degli Annales è evidente, ma con una specificità (un marxismo, non dogmatico ma mai rinnegato) e uno spessore teorico, categoriale che si evidenzia ad esempio ne L’invenzione della tradizione (1983) e nei contributi alla rivista Past & Present.

Con riferimento alla tetralogia e in particolare al Secolo breve – la sua opera più conosciuta – si può rimarcare uno stile del tutto personale che lo allontana dai francesi delle Annales. Si sottolinea in genere la letterarietà della sua scrittura ma a me sembra che il suo tratto distintivo non solo abbandoni ogni modalità di costruzione cronologica, ma che si sviluppi per tematiche con un’ottica – più di medio che di lungo periodo – non tanto rivolta “in avanti”, ma all’indietro. Mi spiego: non c’è uno sviluppo prevedibile e leggibile del percorso storico che “progredisce” per fasi o per “modi di produzione” come nella “canonica” marxista, ma una sua (parziale) leggibilità a partire dall’oggi e dall’occhio dell’autore, dalla sua collocazione storico temporale ed anche teorica. Uno sguardo a ritroso che permette di cogliere le relazioni fra eventi anche lontani nel tempo e/o nello spazio. In sostanza a me sembra che, pur avendo assimilato la lezione degli Annales e il rifiuto della storia evenemenziale (successione cronologica di eventi su cui si fonda il “breve periodo”), più che abbracciare il medio o lungo periodo Hobsbawm sostituisca alla storia degli eventi una “storia delle relazioni” e delle categorizzazioni (definite non a priori ma a posteriori).

La suddivisione cronologica che impronta la tetralogia è in buona parte incentrata sulla storia europea; aspetti questi (suddivisione ed eurocentrismo) che hanno sollevato critiche da parte di parecchi studiosi con proposte di periodizzazione e di ottica alternative. Sia Stefano Azzarà[3] che Enzo Traverso ricordano in particolare Il Lungo XX secolo di Giovanni Arrighi, opera che fa “da controcanto” a quella di Hobsbawm. Lascio la parola a Traverso:

“Nel 1994, Giovanni Arrighi pubblicava The Long Twentieth Century, un lavoro che, ispirandosi a un tempo a Marx e a Braudel, propone una nuova periodizzazione della storia del capitalismo.[4] Egli individua quattro secoli “lunghi” nell’arco di seicento anni e corrispondenti a differenti “cicli sistemici di accumulazione”, ancorché suscettibili di sovrapporsi gli uni agli altri: un secolo genovese (1340-1630), un secolo olandese (1560-1780), un secolo britannico (1740-1930) e, infine, un secolo americano (1870-1990). Delineatosi all’indomani della guerra civile, quest’ultimo conosce la sua ascesa con l’industrializzazione del Nuovo Mondo e perde fiato intorno agli anni Novanta del secolo scorso, quando il fordismo viene sostituito da un’economia globalizzata e finanziarizzata. Secondo Arrighi, siamo entrati oggi in un XXI secolo “cinese”, vale a dire in un nuovo ciclo sistemico di accumulazione, il cui centro di gravità si colloca tendenzialmente in estremo Oriente.”[5]

Hobsbawm ha ammesso senza problemi l’approccio prevalentemente eurocentrico del suo libro; non era nella sua ottica e nel suo stile quello di rinnegare o anche solo di “mettere tra parentesi” il suo essere un europeo, britannico e marxista che ha attraversato tutto il secolo scorso. E per quanto riguarda la periodizzazione da lui utilizzata ha anche riconosciuto come questa non sia incompatibile con altre suddivisioni storiche.[6]

Il secolo breve (ovvero della Società di massa)

La lettura della sua opera allora può avvenire con lo stesso criterio: con gli occhi dell’oggi per cogliere le relazioni fra noi e il Secolo breve da lui descritto come l’Età degli estremi[7].

Provo, in prima battuta, ad estremizzarne una sintesi: essendo appunto due “gli estremi” il “secolo breve” è coinciso con un mondo bipolare sia nella fase più radicale di conflitto (la Seconda Guerra mondiale) con lo scontro fra i sostenitori del progresso e la reazione nazifascista (gli eredi dell’illuminismo e i suoi avversari) sia, dopo la conclusione della guerra, con lo scontro fra capitalismo e comunismo (la Guerra fredda). Scontro bipolare che non solo contrapponeva Stati, ma anche settori della popolazione all’interno degli stessi stati (conflitto ideologico e politico) con coinvolgimento attivo delle masse. E pertanto il Secolo breve è stato il secolo della Società di massa e, come sottolineerò, anche quello del pieno sviluppo dei mass media.

Alla prima fase del secolo, definita come la “Età della catastrofe” corrispondente alle due guerre mondiali, succede la “Età dell’oro” che coincide con il periodo della Guerra fredda e del pieno sviluppo capitalistico della società dei consumi. Il cambiamento è globale; con la fine degli imperi coloniali capitalismo e mercato si diffondono anche nel terzo mondo con una trasformazione complessiva delle società. Per la prima volta nella storia i contadini non rappresentano più la maggioranza della popolazione mondiale e la società arcaica con la sua struttura familiare e i suoi valori viene rapidamente travolta. L’equilibrio est-ovest stimola sul piano dell’innovazione entrambi gli antagonisti e, unitamente alla presenza di forti movimenti operai, porta allo sviluppo del Welfare State e più in generale ad una capacità di “autoriforma” dell’economia capitalistica.

Nei paesi dell’Europa orientale il “socialismo reale”, dopo una prima fase di sviluppo, vide a partire dagli anni ’70 un rallentamento dell’economia che successivi tentativi di riforma non riuscirono a fermare. Di qui un lento declino (una crisi strisciante) dell’URSS che nemmeno la “cura da cavallo” di Gorbaciov riuscì a fermare; anzi, la tutto sommato statica società sovietica non era preparata ad un cambiamento così radicale e sopravvenne la “frana” dell’URSS e dei suoi paesi satelliti.

Fu la vittoria del capitalismo e della democrazia liberale? Solo in parte perché la frana si ripercosse sugli equilibri globali e il capitalismo (che non coincide necessariamente con la democrazia liberale come la storia ha più volte dimostrato) perse la sua capacità di autoriforma. Gli stati diventarono sempre meno in grado di controllare una economia globalizzata, l’età della “frana” aperse la strada all’attuale “età della frantumazione” (tutto si frantuma: dalle famiglie agli stati) e all’età dell’equilibro bipolare subentrò quella degli squilibri e dell’incertezza.

Incertezza che ci portiamo come eredità in questo nuovo millennio dove tutto è cambiato (e velocemente tutto cambia) senza che si riesca ad intravvedere un futuro chiaro e nemmeno a ipotizzarne uno possibile ed auspicabile. Dirà Hobsbawm in una delle sue ultime opere[8] dedicata alle trasformazioni culturali del ‘900:

“Questo è un libro su quello che è accaduto all’arte e alla cultura della società borghese dopo che quella società se n’è andata con la generazione post 1914, per non tornare mai più. E in particolare su un aspetto dell’enorme cambiamento globale che l’umanità ha vissuto a partire dal Medioevo, terminato all’improvviso negli anni Cinquanta del Novecento per l’80 per cento del pianeta – negli anni Sessanta per tutti gli altri – quando le regole e le convenzioni che avevano governato le relazioni umane si erano logorate visibilmente. Di conseguenza, è anche un libro su un’epoca della storia che ha perso l’orientamento e che, nei primi anni del nuovo millennio, guarda avanti, con più ansiosa perplessità di quanto io ricordi nella mia lunga vita, senza una guida e una bussola, a un futuro inconoscibile.”

I mass media e il loro tramonto

Non è mia intenzione riproporre qui una storia, seppur sintetica, dei media – storia peraltro in gran parte notoria –, ma focalizzare lo stretto nesso fra la società di massa che ha caratterizzato il “Secolo breve” con i moderni mezzi di comunicazione di massa e come il tramonto del Secolo breve corrisponda in modo direi cronometrico anche al tramonto dei mass media. Tentando, se non di capire il senso e le tendenze del mondo storico e mediatico contemporaneo, almeno di farci alcuni interrogativi sull’oggi senza più utilizzare categorie ormai obsolete.

Gli antecedenti diretti dei mass media furono il telegrafo e il cinema.

Intorno alla metà dell’Ottocento si verificò nel mondo della comunicazione una nuova, profonda rivoluzione; si passò, lentamente ma inesorabilmente, dalla cultura tipografica alla cultura dei media elettrici e, successivamente, elettronici. Sino allora le notizie si erano mosse alla velocità del messaggero, cioè alla velocità delle gambe dell’uomo o del cavallo, della corrente dei fiumi o della locomotiva dei primi treni. … Questo stato di cose cambiò radicalmente per la scoperta di un artista americano, Samuel Morse, del telegrafo elettrico. In particolare, nel 1844, grazie a 30.000 dollari forniti dal Congresso, egli inaugurò un collegamento telegrafico tra Washington e Baltimora. … Fu soltanto «con l’avvento del telegrafo – nota McLuhan[9]– che i messaggi poterono viaggiare più in fretta del messaggero … Con il telegrafo l’informazione si è staccata da materie solide come la pietra e il papiro …» (Massimo Boldini, Storia della comunicazione, Newton, Roma 1995, p. 73)

Il 28 dicembre del 1895 i fratelli Lumière, in una sala del Gran Café di Parigi, proiettano per la prima volta ad un pubblico pagante (trentatré spettatori al prezzo di un franco) dieci brevi filmati; il primo di questi (L’uscita dalle officine Lumière) pertanto viene solitamente indicato come l’inizio della storia del Cinema. Se da un punto di vista tecnico si tratta di una evoluzione della fotografia (più fotografie in rapida successione) dal punto di vista mediale il salto è significativo: da una singola immagine a un flusso lineare finito (con un inizio e una fine) proiettato da un “emittente” a un gruppo di utenti che “ricevono” in contemporanea la sequenza filmica.

Non è la nascita dei mass media vera e propria, ma ci siamo vicini. L’evento che, secondo Ruggero Eugeni, segna questa nascita è normalmente ricordato per tutt’altro motivo: il naufragio del Titanic nella notte 14 fra il 14 e il 15 aprile del 1912.

“Nel 1912 l’affondamento del Titanic avviene per così dire in diretta: il transatlantico monta, tra le altre novità tecnologiche, il recente telegrafo senza fili della “Marconi Wireless Telegraph Company of America”; le segnalazioni inviate permettono dl salvare i 700 superstiti, ma anche di vivere a distanza la tragedia momento per momento. Non sappiamo con sicurezza se l’operatore della Marconi in servizio quella notte fosse David Sarnoff – come egli stesso afferma; sappiamo però che Sarnoff di lì a poco avrebbe maturato una idea rivoluzionaria: sfruttare la tecnologia dl trasmissione di segnali attraverso le ode hertziane non per comunicare da punto a punto, ma per trasmettere messaggi (soprattutto musica) da un unico punto di emittenza a infiniti punti dl recezione: con il progetto della “radio music box” (1916) nasce la rete broadcasting. Su questo nuovo principio a partire dal 1920 sorgono le prime stazioni radiofoniche, sia private che pubbliche.”[10]

Con il broadcasting si passa così da un flusso lineare finito ad un flusso lineare infinito e da un pubblico di utenti definito ad uno indefinito che riceve “in contemporanea” la trasmissione. David Sarnoff era ben consapevole della portata dell’innovazione e, oltre aver fondato la prima radio, divenne il dirigente dal 1919 al 1970 della RCA (Radio Corporation of America) e nel 1939 darà anche vita al primo network televisivo, la NBC (National Broadcasting Company).

La nascita dei moderni mass media elettronici può allora collocarsi tra 1912 e il 1916, proprio gli anni in cui, con la Prima guerra mondiale, inizia anche, secondo Hobsbawm, il Secolo breve. L’età degli estremi, della mobilitazione delle masse e dei totalitarismi è anche l’età in cui i mass media (radio, cinema, televisione) si originano, si diffondono e permettono di influenzare le masse da parte di chi li produce, trasmette e controlla economicamente e/o politicamente. Lo storico britannico ricorda in particolare il ruolo avuto dalla televisione grazie alla sua enorme diffusione che ne fece il medium più popolare prima negli Stati Uniti (anni ’50), poi in Gran Bretagna (anni ’60) e nei decenni successivi negli altri paesi: ad esempio “Negli anni ’80, circa l’80% della popolazione brasiliana aveva accesso alla televisione.”[11]

Certo vi sono state delle differenze, ad esempio tra i paesi dove l’emittenza era monopolio (o comunque in prevalenza) dell’ente pubblico e dove/quando la prevalenza è stata privata e in concorrenza fra più network. La moltiplicazione dei canali e la preponderanza del privato (unite a telecomando e alla videoregistrazione con possibilità di fruizione in differita) con la conseguente “libertà” di costruirsi un palinsesto personalizzato, non significa che il medium abbia perso la sua capacità di influenza e condizionamento. L’utilizzo da parte dei governi e del potere politico per certi versi è più esplicito nelle sue finalità e ha prevalso nei periodi di conflitto e nei paesi meno democratici; quello privato è naturalmente più in sintonia con le finalità commerciali della società dei consumi con un influsso che ovviamente non avviene soltanto nelle pause pubblicitarie. Senza dimenticare i molteplici esempi – da Reagan a Berlusconi – dove personaggi o detentori dei media si sono trasformati in potenti personaggi politici in un cortocircuito fra condizionamento e potere mediatico, economico e politico.

Ma se capacità di persuasione e condizionamento sono veicolati tramite i media “dall’esterno all’interno” degli spettatori, secondo Alain Ehrenberg

Alain Ehrenberg

negli anni ’80 vi è un momento di rottura, a suo modo rivoluzionario (e che avrà poi larga diffusione nel periodo dei new media) in cui non è il messaggio pubblico che irrompe nel privato dello spettatore ma, con la frantumazione della barriera fra privacy e pubblico dominio, si attiva il percorso inverso. Questo, secondo il sociologo francese, si è concretizzato per la prima volta una sera degli anni ‘80 allorquando, in una popolare trasmissione televisiva seguita da milioni di spettatori, una certa Vivienne ha tranquillamente ammesso di non aver mai provato l’orgasmo perché il marito era affetto da eiaculazione precoce.[12] È il tema che Serge Tisseron descrive come passaggio dalla intimità alla “estimità” ovvero alla tendenza a rendere pubblici aspetti ed esperienze della propria intimità[13]. Tendenza che permeerà nell’epoca digitale i social network più popolari.

E arriviamo, in questa rapida carrellata, a quello che possiamo considerare come il manifesto della frantumazione e superamento dei mass media e della loro epoca. È il 22 gennaio del 1984 quando viene trasmesso per la prima (e unica) volta in televisione 1984, spot della Apple per Macintosh.

                                  

 QUI: https://youtu.be/vNy-7jv0XSc

Il 24 gennaio Apple Computer presenterà Macintosh. E vedrete perché il 1984 non sarà come «1984».”

Lascio il commento a Ruggero Eugeni:

“Il filmato 1984 è oggi un caposaldo della storia della pubblicità audiovisiva: diretto da Ridley Scott (reduce dal film Blade Runner), osteggiato dalla Apple, fortemente voluto da Steve Jobs in persona, è senza dubbio molto più di un commercial: si tratta della visione teoricamente lucidissima di cosa sarebbero stati i media del futuro — ovvero i media di oggi. E della profezia altrettanto lucida che i media, oggi, non ci sarebbero più stati.

Il riferimento alla satira distopica di Orwell è sintomatico. … Dietro il Grande Fratello del commercial Apple si apre, infatti, l’intero panorama dei media Otto-novecenteschi e della loro stretta alleanza con i regimi totalitaristi che hanno contraddistinto il Secolo breve. Media … utilizzati da istituzioni e da Stati come strumenti di propaganda, di massificazione, di depersonalizzazione dell’individuo.”[14]

Il Mac non sarà un semplice PC, un calcolatore, ma un “nuovo media” che decreterà il tramonto dei “vecchi media” e il Grande fratello non potrà più ipnotizzare una massa passiva di sudditi con il suo grido totalizzante “We shall overcome”. Ma perché la profezia si compi saranno necessari due eventi paralleli: il crollo del Muro di Berlino (9 novembre 1989) cui segue nel biennio successivo la disgregazione dell’URSS e la nascita, tra il 1990 e il ’91, del World Wide Web.

Nello stesso anno indicato da Hobsbawm quale fine del Secolo breve, con l’apertura di una nuova fase storica (di transizione?) definita da Todorov come Il nuovo disordine mondiale[15], nasce infatti il Web che ibrida comunicazione telefonica (bidirezionale) e broadcasting. Il PC diventa un nuovo media, anzi un “meta-media” che non collega più centro-emittente e periferia di riceventi, ma infiniti punti fra loro (la rete) e rimette in circolo (ri-mediazione) i singoli media (fotografia, musica, giornale, televisione, cinema …) e li contamina fra loro generando ipertesti interattivi. E se, come sottolineava Walter Benjamin, l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica[16] faceva sì che l’originale perdesse la sua aura, con il digitale la riproduzione (e la sua diffusione tramite il web) di un’opera digitale non dà vita a “una copia” ma a un “gemello” perfettamente identico. In sostanza non solo l’opera d’arte perde definitivamente l’aurea, ma si genera anche la scomparsa dell’originale: tanti originali, nessun originale.

Tramonta la gerarchia emittente/ricevente: ogni punto, ogni soggetto che opera in rete è sia emittente che ricevente; tramonta parallelamente l’autorevolezza (auctoritas) dell’autore in quanto con il web è possibile per chiunque la pubblicazione di testi, video, foto, ipertesti e di conseguenza nasce la figura del produttore/consumatore: il cosiddetto prosumer.

Se con il cinema avevamo un testo lineare e finito, con i mass media un testo lineare infinito (broadcasting) con il web e i social media ci troviamo (non di fronte ma immersi) in un ipertesto multimediale interattivo, reticolare e infinito.

Avevo già sottolineato in un post di cinque anni fa come il mondo digitale non sia affatto “virtuale” ma reale, una espansione del reale, come d’altronde è sempre avvenuto per tutti i prodotti della tecnologia; è doveroso aggiungere come, grazie al wireless e al moltiplicarsi delle strumentazioni di connessione, alla loro portabilità (tablet, smartphone, navigatori …) e indossabilità (Google Glass, smartwatch, sportwatch con GPS, ecc.), oggi risulti sempre più difficile distinguere ciò che è digitale da ciò che non lo è. I new media sono sempre più onnipresenti e sempre connessi: se all’inizio con il PC fisso potevo entrare e uscire dalla rete (online e offline) oggi ne siamo immersi; Ruggero Eugeni definisce questa nuova situazione come Condizione postmediale o amoderna mentre Luciano Floridi la chiama Condizione onlife (né online offline): siamo infatti immersi in quella che lui chiama “Infosfera[17], un mondo in cui analogico e digitale, organismi naturali e prodotti artificiali  interagiscono e fondono senza soluzione di continuità. E se prima il digital divide indicava la frattura fra chi aveva accesso alla tecnologia e a Internet e chi ne era escluso, oggi, secondo Floridi, indica la divisione fra chi è onlife (costantemente connesso) e chi invece no.

Alcuni interrogativi[18]

  • La tendenza alla frantumazione degli Stati plurinazionali (e tutti almeno un po’ lo sono) e la conseguente proliferazione di nuovi Stati, è inarrestabile? L’osservazione di Hobsbawm “Il mondo più comodo per i giganti multinazionali è un mondo popolato da staterelli nani o un mondo del tutto privo di stati” (p. 331) è anche una profezia? E tale tendenza va sempre contrastata? O non è “giusto” sostenere ad esempio la necessità di uno Stato Curdo e di altri popoli senza stato?
  • In un mondo dove i conflitti proliferano, le armi sono di sempre più facile accesso e gli organismi internazionali (ONU in primo luogo) privi di effettivo potere, come intervenire per limitare guerra e conflitti? I movimenti pacifisti hanno sinora dimostrato non solo altalenante capacità di mobilitazione ma, anche nei momenti migliori, scarsa incidenza.
  • L’Ottocento e in particolare il Novecento sono stati secoli di laicizzazione e i conflitti a base religiosa sono stati sostituiti da quelli nazionali e ideologici (l’età degli estremi). Oggi la dinamica sembra inversa, con la rinascita di conflitti religiosi e con un processo di de-laicizzazione che sta riportando il mondo (per vari motivi, compreso quello demografico: “in tutto il mondo i gruppi più religiosi hanno il più alto tasso di natalità[19]) a una prevalenza di popolazione credente e osservante nelle diverse religioni. Ha senso e come va impostata una battaglia laica oggi?
  • La “frantumazione” generata dal capitalismo finanziario e dal neoliberismo non ha colpito solo gli Stati, ma anche (e per certi versi soprattutto) le società con il progressivo declino dei “corpi intermedi” e delle strutture della società civile (sindacati, associazioni, ecc.) lasciando gli individui e i gruppi sociali sempre più soli. In più casi questa “disintermediazione” è stata sostenuta anche da forze politiche di origine operaia (il laburismo a trazione blairiana e il partito democratico a guida renziana) nella illusione che favorendo in questo modo lo sviluppo si sarebbe accresciuto il benessere di tutti. Sono invece aumentate le diseguaglianze. Come rigenerare questi “corpi sociali intermedi” e come eventualmente dar vita a nuovi?
  • Un interrogativo che è soprattutto un dubbio: la fase attuale del capitalismo finanziario e la globalizzazione sono fra loro intrinseche e vanno rifiutate (o accettate) entrambe o è possibile contrastare il primo e accettare i vantaggi della seconda?
  • La tendenza alla frantumazione, accompagnata dall’irruzione dei social network, rende deboli le comunità locali e l’identità collettiva. Siamo sempre più di fronte a quella che io chiamo “la società degli io” con la debolezza e fragilità di un qualsiasi “noi”. Non ovunque è così, ma sembra che gli unici “noi” consistenti siano quelli plebiscitari di regimi e stati non (o assai poco) democratici. C’è una terza via fra il fragile individualismo (proprietario?) che ricerca una propria identità nell’estimità narcisisticamente esibita nei social, e l’identificazione totalitaria in un leader energico e potente?
  • È possibile dar vita a comunità nuove, non chiuse e non fragili, in grado di progettare il proprio futuro e dare una base più solida alle identità plurime in cui ognuno di noi è interrelato? Le comunità territoriali sono sottoposte a processi economici e sociali di disarticolazione, quelle online sono instabili e si succedono con una rapidità che le rende aleatorie (oppure si rinchiudono in nicchie irrilevanti). Si possono ipotizzare nuove comunità in grado di integrare territorio e partecipazione online all’interno di visioni progettuali chiare? E i new media possono essere declinati in questa prospettiva?

 

—————

Il secolo breve[20] (Scheda di lettura)

Riporto di seguito, le note ed appunti che ho trascritto durante la lettura, soffermandomi sugli aspetti che più mi paiono pregnanti per leggere e tentare di capire il mondo d’oggi. Non un riassunto né una schematizzazione organica: molti spunti senza alcuna pretesa di ordine o sistematicità unitamente (>> fra parentesi) a qualche osservazione e considerazione personale.

Il secolo: uno sguardo a volo d’uccello (pp. 13-30)

Ironia della storia: è stata l’URSS a salvare il capitalismo spingendolo ad autoriformarsi (>> e dopo la disintegrazione dell’impero sovietico il capitalismo non sarà più capace di riformarsi di propria iniziativa)[21].

Nel corso del secolo breve si delinea un mondo dove la maggioranza umana non è più contadina; un mondo più ricco ma più diseguale.

Con un’economia mondiale integrata l’umanità non è più artefice del suo destino (>> Il controllo sfugge non solo ai singoli ma sempre più anche agli Stati).

Tre le diversità fondamentali fra il mondo del 1914 e quello successivo al 1991:

  1. Non è più un mondo eurocentrico con spostamento del baricentro dall’Atlantico al Pacifico.
  2. Cresce la consapevolezza di vivere in un mondo globale ma che la politica è incapace di governare.
  3. Disintegrazione dei vecchi modelli sociali, ancora fortemente presenti nel 1914, di rapporto di continuità fra le generazioni per dar vita a un individualismo asociale: “una società che consiste nell’assemblaggio di individui egocentrici fra loro separati” (29) (con la perdita autodistruttiva di ogni bene comune).

(>> La società degli “io”: mi vien da pensare che i nuovi movimenti autoritari non saranno costruiti su miti collettivi – patria, tradizione, ecc. – ma su sulla assolutizzazione egoistica degli interessi individuali. Un “me ne frego” totalmente autocentrato).

Il vecchio secolo non è finito bene.” (30)

L’età della catastrofe (pp. 31-265)

L’epoca della guerra totale. Nella prima guerra mondiale gli obiettivi delle nazioni belligeranti non erano più “delimitati” a determinate questioni e

Trincea (Grande guerra)

annessioni territoriali: la posta in gioco era il futuro di espansione delle rispettive economie e pertanto “aveva come posta scopi illimitati” (43).

Ancor più della Grande Guerra, la seconda guerra mondiale fu combattuta sino alla resa finale, senza che si pensasse seriamente a soluzioni di compromesso da nessuna delle due parti … Si trattava infatti per entrambi gli schieramenti di una guerra di religione o, per usare una terminologia moderna, di una guerra di ideologie. Per molti paesi coinvolti era anche, palesemente, una guerra per la vita” (58) schiavitù o morte era il destino dei popoli invasi dal Reich. “Perciò la guerra venne condotta senza limiti. La seconda guerra mondiale rappresenta l’allargamento della guerra di massa in guerra totale”. Coinvolgimento di tutta la popolazione, non solo al fronte.

Crescita della brutalità a partire dal 1914 sia in guerra che oltre: ricomparsa della tortura come consuetudine.

L’accrescersi delle brutalità non si dovette tanto allo scatenamento del potenziale di crudeltà e di violenza latente nell’essere umano, che la guerra naturalmente legittima … Una ragione rilevante della crescita della barbarie fu piuttosto l’inedita democratizzazione della guerra. I conflitti generali si trasformarono in ‘guerre di popolo’ sia perché i civili e la vita civile diventarono obiettivi diretti e talvolta principali della strategia militare, sia perché nelle guerre democratiche … gli avversari sono naturalmente demonizzati” (66).

Minor brutalità di era invece nelle guerre aristocratiche o condotte da professionisti.

Un’altra ragione fu la nuova conduzione impersonale della guerra, in base alla quale uccidere e ferire diventavano conseguenze remote del premere un pulsante o del muovere una leva. La tecnologia rendeva invisibili le sue vittime mentre ciò non accadeva quando si sventravano i nemici con la baionetta … Laggiù, al suolo sotto i bombardieri, non c’erano persone che stavano per essere bruciate o maciullate, ma obiettivi. Giovanotti gentili, ai quali non sarebbe certamente piaciuto affondare la baionetta nel ventre di una donna incinta di qualche villaggio, potevano assai più facilmente sganciare tonnellate di esplosivo su Londra o su Berlino o bombe atomiche su Nagasaki e Hiroshima,” (67)

(>> Il rapporto – assai stretto – fra democrazia e guerra andrebbe approfondito a partire dalla democrazia ateniese: ad es. il pugno di ferro contro la ribelle Mitilene e il “democratico” dibattito se punire con la morte tutti gli abitanti – o quanti – della colonia ribellatasi. Non è solo il problema dei limiti da porre alla democrazia o stabilire se essa sia un fine oppure un mezzo[22] ma il richiamo alla consapevolezza di quella che io chiamo “dialettica del rovesciamento” per cui idee, ideologie, istituzioni possono rovesciarsi nel loro esatto contrario, la libertà nella soppressione della libertà, l’eguaglianza nella più radicale diseguaglianza e così via. Un esempio che mi ha particolarmente colpito è il rovesciamento di ruoli che Gesuiti e Francescani hanno avuto (e ancora ne permangono effetti e comportamenti) nel passaggio dall’Europa al Nuovo mondo: a fianco delle popolazioni locali i primi, a sostegno del potere coloniale i secondi. A Quito la Chiesa del Gesù richiama sia all’esterno che all’interno il culto solare degli Inca, mentre la Chiesa di San Francesco campeggia a fianco dei palazzi del potere.

Non è un caso che Adorno e Horkheimer iniziarono la loro Dialettica dell’illuminismo[23] nel 1942, nel pieno della guerra: “…è sempre accaduto al pensiero vittorioso, che, appena esce volontariamente dal suo elemento critico per diventare uno strumento al servizio di una realtà, contribuisce, senza volerlo, a trasformare il positivo che si è eletto in qualcosa di negativo e di esiziale. … Se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna”.)

Il modello leninista di partito “paragonabile agli ordini monastici e cavallereschi nel Medioevo cristiano … conferì un’efficacia sproporzionata anche a piccole organizzazioni” (96): modello di partito costituito da élites (avanguardie) particolarmente diffuso nei paesi extraeuropei.

Ruolo della prima guerra mondiale nella nascita della estrema destra fascista e nazista: “impatto su uno strato sociale medio e medio-basso, composto di soldati e di giovani che, dopo il novembre 1918, erano frustrati per aver perso la loro occasione eroica” (153); non solo pertanto come reazione al comunismo.

Populismi latino-americani che fondono il mito del popolo con nazionalismo e fascismo: “devono essere considerati come parte del declino del liberalismo nell’Età della catastrofe”. (165)

Tra le due guerre le democrazie erano fragili e non in grado di produrre governi stabili; “la democrazia parlamentare negli stati che succedettero ai vecchi imperi, come pure in molti paesi mediterranei e nell’America latina, era una pianta debole che cresceva in un terreno sterile. … Per quanti oggi guardano dietro al periodo tra le due guerre, la caduta dei sistemi politici liberali può sembrare come una breve interruzione nella loro conquista secolare del pianeta. Purtroppo mentre si avvicina il nuovo millennio, le incertezze sul futuro della democrazia non appaiono più così remote. Può darsi che il mondo stia infelicemente entrando in un periodo in cui, di nuovo, i vantaggi della democrazia non appariranno così ovvi com’è accaduto fra il 1950 e il 1990.” (171)

(>> Tragica e attendibile previsione: la democrazia dove c’è – e in molti stati, dall’Egitto alla Turchia alla Russia, il modello di elezioni plebiscitarie dà vita a regimi che è difficile definire democratici – è sempre più a rischio per le minacce che provengono sia dall’alto – dalla sempre più evidente insofferenza da parte del capitale finanziario per le ‘pastoie’ della democrazia – che dal basso: i movimenti sovranisti e xenofobi che prepongono paure e “sicurezza” a libertà ed eguaglianza civile.)

Durante la seconda guerra mondiale si realizzò l’alleanza fra USA e URSS. Non più (per il momento) capitalismo VS comunismo (o socialismo), ma progresso vs reazione (gli eredi dell’illuminismo contro i suoi oppositori): guerra internazionale e guerra civile interna (ma anche una sorta di guerra civile internazionale) oltre i nazionalismi.

La guerra civile spagnola fu l’anticipo della guerra mondiale. Facilitò poi l’alleanza antifascista.

La seconda guerra mondiale modificò più o meno tutti gli stati, salvo USA e URSS.

Dopo il 1914 cambiò anche il mondo dell’arte; le avanguardie furono essenzialmente due il dadaismo (ironia e gioco) che sfociò poi nel surrealismo (sogno e inconscio); mentre in ambito architettonico il costruttivismo che influenzò la Bauhaus. Siamo nell’ambito delle avanguardie (e delle élites).

Non fu però lo stimolo dell’avanguardia a conferire importanza alle forme artistiche di massa dell’epoca … Lo sviluppo più interessante in questo settore di media cultura fu la straordinaria esplosione di un genere che aveva già dato qualche segno di vita prima del 1914, ma senza far presagire i successivi trionfi: la storia poliziesca, ora scritta in forma di libro. … Il genere poliziesco è interpretabile come una sorta di curiosa invocazione a un ordine sociale minacciato (dall’omicidio), ma non ancora infranto. … L’ordine è restaurato dalla ragione applicata per risolvere il caso dall’investigatore. … Era un genere profondamente conservatore, ma ancora molto ottimistico …” (232-233)

Già nel 1914 nei paesi occidentali l’esistenza su vasta scala dei mezzi di comunicazione di massa poteva esser data per scontata. Tuttavia la loro crescita fu spettacolare nell’Età della catastrofe” (233): la stampa (che riguarda sostanzialmente un’élite anche se sempre più numerosa), il cinema che con il sonoro contribuì a rendere l’inglese lingua universale, e la radio potente strumento di condizionamento (per es. gli orari di vita) utilizzato sempre più consapevolmente dai governanti. La diffusione dei mass media corrisponde alla crescita dell’egemonia culturale degli USA.

Nel 1937 Hollywood sfornava 567 film, quasi più di dieci film alla settimana. La differenza tra la capacità egemonica del capitalismo e il socialismo burocratizzato sta tutta nel divario fra questa cifra e i 41 film che l’URSS affermava di aver prodotto nel 1938.” (234)

L’Età della catastrofe, con le due guerre mondiali, portò alla fine degli imperi e del colonialismo; la rivoluzione russa ebbe più influsso nei paesi coloniali che in quelli occidentali e agì da potente stimolo alla decolonizzazione.

 

L’età dell’oro (pp. 265-468)

Dal 1945 alla fine dell’Unione Sovietica (1991) “la storia dell’intero periodo è stata saldata in un unico contesto … dal costante confronto delle due superpotenze: la cosiddetta Guerra fredda”. (267) Corsa degli armamenti, guerre locali: quelle pareggiate (Corea) e quelle perse dalle superpotenze (Vietnam, Afganistan).

Dopo un periodo di crisi (Berlino, Congo, Cuba) “il risultato conclusivo di quella fase di minacce reciproche e di sfida vertiginosa fu un sistema internazionale relativamente stabilizzato e un tacito accordo fra le due superpotenze a non terrorizzare se stesse e il mondo, simbolicamente rappresentato dall’installazione della linea telefonica ‘calda’ che dal 1963 collegò direttamente la Casa Bianca e il Cremlino.” (287)

La crisi si riaccese all’inizio degli anni ’80 con la presidenza Reagan e le umiliazioni subite (soprattutto in Iran) con azioni militari (Granada 1983; Libia 1986; Panama 1989.)  

La Guerra fredda finì quando … le superpotenze riconobbero la sinistra assurdità della corsa alle armi nucleari e quando … accettarono di credere nel sincero desiderio dell’altra di porvi fine.” (294) Ruolo fondamentale di Gorbačëv. “Ai fini pratici la Guerra fredda finì con i due vertici di Reykjavík (1986) e di Washington (1987).” (295)

Non la guerra fredda ma la distensione fece crollare l’URSS.

Cambiamenti prodotti guerra fredda:

  1. Oscurate tutte le rivalità e conflitti internazionali precedenti mettendo ovunque al primo posto quello fra comunismo e capitalismo.
  2. Congelamento della situazione internazionale: ad es. Germania divisa per 46 anni. “Gli Stati Uniti non erano disposti a tollerare che in Italia, in Cile o in Guatemala andassero al governo i comunisti i filocomunisti più di quanto l’URSS fosse disposta a rinunciare al proprio diritto di inviare truppe nei paesi fratelli retti da governi dissidenti come l’Ungheria o la Cecoslovacchia.” (299)
  3. La Guerra fredda ha riempito il mondo di armi in modo superiore ad ogni immaginazione. Tutti esportano armi e tutti si armano.

(>> La fine dell’equilibrio fra le due superpotenze ha aperto il mondo a scenari instabili e imprevedibili: cambiano le motivazioni dei conflitti con il ritorno anche di nazionalismi e conflitti religiosi in un mondo “non più congelato” dove i soggetti in grado di modificare gli equilibri regionali e globali si moltiplicano e si succedono rapidamente. L’accesso ormai agevole ai grandi arsenali di armi facilita il proliferare dei conflitti. La priorità del mondo attuale mi pare la lotta alla guerra e alle armi (tutte le armi). Se si intravede una speranza, in un mondo che sembra lasciarne assai poche, è nell’azione “irriducibile” di alcune ONG, nel coraggio di alcuni reporter che non smettono di porci davanti agli orrori dei conflitti e nei giovanissimi statunitensi del March for our lives che in modo assai più deciso e prorompente che in passato sono scesi in piazza contro la lobby delle armi dopo l’ennesima strage, a Parkland in Florida, in una scuola.)

Dall’inizio degli anni ’50 sino a metà degli anni ’70 nel mondo occidentale furono gli Anni d’oro. Sviluppo dell’economia e dei consumi non solo basata sul laissez faire. Tendenza dell’economia a emanciparsi dagli stati nazionali; integrazione economica su scala planetaria e proliferazione di nuovi (piccoli) stati.

Il mondo più comodo per i giganti multinazionali è un mondo popolato da staterelli nani o un mondo del tutto privo di stati”. (331) Inizia un processo di delocalizzazione delle industrie che da allora in avanti sarà inarrestabile.

Non fu solo una rivoluzione economica ma una vera e propria la rivoluzione sociale che investe la seconda metà del secolo. “Quando gli uomini si trovano di fronte a qualcosa di nuovola parola chiave fu post … Il mondo, o i suoi aspetti più rilevanti divenne post-industriale, post-imperiale, post-strutturalista, post-marxista, post-Gutenberg e affini … In tal modo la più grande, veloce e universale trasformazione della storia umana entrò nella coscienza di chi la stava vivendo” (339-340)

Declino della classe contadina sia in occidente che nei paesi “arretrati” grazie allo sviluppo di produttività agricola, biotecnologia e meccanizzazione. Le città si riempiono: il mondo è sempre più un mondo urbanizzato. Aumento delle occupazioni che richiedono istruzione medio alta con esplosione iscritti all’università. Ribellione del ’68; universitari non più piccola élite ma nemmeno sufficienti per “rivoluzionare” la società. Diventano detonatori verso strati più vasti (ceti operai). Qualora agiscano da soli danno vita al terrorismo.

Fino agli anni ’80 la popolazione operaia non subì grandi “terremoti” ma rimase stabile (eccetto USA): almeno un terzo degli occupati, e parzialmente crebbe (specie nei paesi del terzo mondo); subì invece le conseguenze delle nuove tecnologie con crescenti differenziazioni al suo interno. Da qui la parziale trasformazione e il declino della sua coscienza.

Le donne, specie sposate, che lavorano passano dal 14% del 1940 alla metà e anche più del 60% in alcuni casi nel 1980. Più lavoro, accesso crescente all’università; diritto voto, divorzio e aborto, in politica. Nel mondo socialista alta è l’occupazione femminile ma quasi nessuna donna ha cariche politiche.

Alla rivoluzione sociale corrisponde una rivoluzione culturale che fa declinare le concezioni tradizionali.

Le manifestazioni che hanno successo non sono necessariamente quelle che mobilitano il maggior numero di persone, ma quelle che mobilitano il maggior interesse tra i giornalisti. Con appena un po’ di esagerazione si potrebbe dire che cinquanta persone intelligenti, che con una iniziativa di successo ottengono cinque minuti in TV, possono avere un effetto politico paragonabile a quello di mezzo milione di dimostranti.” (Pierre Bourdieu, 1994) (377)

Alla base vi è la crisi del modello di famiglia stabile e patriarcale con separazioni, divorzi, coppie di fatto e famiglie mono-genitoriali.  Non solo in occidente ma in tutto il mondo.

La Gioventù diventa un agente sociale indipendente. Icona dell’eroe che muore prima che termini la giovinezza (es. James Dean) e che pertanto rimane eternamente giovane. Anticipo della pubertà: l’età giovanile vista come fulcro della vita (come nello Sport) anche se il potere (specie politico) era ancora dei vecchi. L’età adula passa dai 21 ai 18 anni.

I genitori non più come modello e depositari di conoscenze. Cultura giovanile sempre più internazionale (ad egemonia USA): fra le due guerre l’egemonia USA è diffusa dal cinema. Poi dalla TV e dalla musica (dischi, cassette).

Il tutto è stato favorito dall’allungamento dell’età degli studi e dal potere d’acquisto dei giovani (e delle giovani). Mercato per i giovani che favorisce la diffusione di una specifica identità giovanile. L’età dell’oro accentuò il divario fra le generazioni. Nel terzo mondo il divario generazionale (per l’alta natalità) divenne ancora più ampio.

La cultura giovanile divenne la matrice di quella più ampia rivoluzione culturale che, modificando i costumi, il modo di trascorrere il tempo libero e la grafica pubblicitaria, creò sempre di più la particolare atmosfera nella quale era immersa la vita di uomini e donne che abitavano nelle città.” (388)

Due le caratteristiche della cultura giovanile dagli anni ’50:

  • cultura demotica” (da demos, popolo) ovvero i giovani del ceto medio alto imitano la cultura ceti bassi (vestiti, musica, linguaggio ecc.). Se prima i ceti bassi copiavano quelli alti ora avviene l’inverso: dal blues, ai blue jeans ecc., all’intercalare con parolacce;
  • cultura antinomiana (avversa alle regole, alle norme); al centro nel 1968 (vietato vietare): esaltazione della soggettività (“il personale è politico”, amore&rivoluzione”). Il sesso come attività dove più immediatamente si infrangono le regole”. Poi alcol e droghe (prima leggere poi eroina e cocaina). Omosessualità (da render pubblica) che emerse negli anni ’70. Autonomia illimitata del desiderio individuale. Analogia con la società dei consumi: centralità del soddisfacimento dei desideri.

“La rivoluzione culturale degli anni ’60 e ’70 può dunque essere intesa come il trionfo dell’individuo  sulla società, o piuttosto come la rottura dei fili che nel passato avevano avvinto gli uomini al tessuto sociale. … da ciò anche il senso di incomprensione tra coloro che avvertivano questa perdita e coloro che erano troppo giovani per aver conosciuto qualcos’altro che non fosse una società anomica.” (393-394)

Diffusione del neoliberismo e dell’individualismo di matrice statunitense (ma non solo). Margaret Thatcher: “La società non esiste; esistono solo gli individui”. (396)

L’individualismo ha colpito, soprattutto in occidente, le comunità cattoliche (es. Québec, Irlanda, Italia): crollo dei numero dei figli, calo della partecipazione alla messa ecc. (laicizzazione). Famiglie sempre più nucleari. Crollo delle vocazioni al sacerdozio.

Il ruolo della famiglia era centrale per sorreggere l’economia agricola e la prima economia industriale. Anche per garantire il rispetto dei contratti; solo successivamente questo ruolo sarà assunto dalla Stato: in sua assenza era garantito dai legami di sangue e di comunità (es. gruppi religiosi).

Lo stato assistenziale sopperisce al dissolversi dei legami familiari e comunitari di aiuto. “Il ruolo della famiglia e della parentela diminuisce con il crescere dell’importanza delle istituzioni statali” (399). Ricomparsa della “sottoclasse” (gli emarginati non in grado di guadagnarsi da vivere. Es. neri negli USA, immigrati, ecc.); poveri senza legami di aiuto. Nei periodi di crisi la parcellizzazione sociale (assenza di reti di aiuto) mostra i suoi limiti. L’ideologia individualistica capitalistica ha remato contro se stessa.

La decolonizzazione e la rivoluzione trasformarono vistosamente la mappa politica del pianeta. In Asia il numero degli stati indipendenti, riconosciuti a livello internazionale, si quintuplicò. In Africa, dove nel 1939 c’era un solo stato indipendente, dopo la decolonizzazione ce ne furono una cinquantina. Persino nelle Americhe, dove la decolonizzazione dell’inizio dell’Ottocento si era lasciata alle spalle in America latina circa venti repubbliche, un’altra dozzina se ne aggiunsero dopo la decolonizzazione novecentesca. Il fatto importante riguardo a questi nuovi stati non era però il loro numero, quanto l’enorme peso e la crescente pressione demografica che essi collettivamente esercitavano.” (405)

Diffusione del capitalismo ma con assetti politici diversi dalle democrazie occidentali: ruolo importante dei militari e delle autorità (e organizzazioni) religiose. Aumento delle differenze fra Nord e sud. Dagli anni ’70 si sviluppa il processo di globalizzazione dell’economia. Corruzione delle élite locali e reazioni fondamentaliste, antimoderniste. Migrazioni massicce dalle campagne alle città. Rivoluzione verde nelle campagne: coltivazione di varietà di cereali selezionate e sviluppo di coltivazioni destinate all’esportazione. Migrazioni e rimesse degli emigrati che trasformano le economia e le tradizioni di quei paesi. Nell’Area asiatica dell’URSS e nel Caucaso vi era però un terzo mondo tradizionale che fu conservato perché “la rivoluzione comunista fu una macchina che funzionò in senso conservatore” (432). Le masse giovani inurbate entrarono in conflitto con le vecchie élite occidentalizzate e laicizzate; in quelli asiatici e in quelli islamici con il conflitto si espresse “tra i vecchi leader laici e la nuova democrazia di massa islamica”. In altre aree con movimenti di lavoratori non socialisti (es. PT brasiliano) sostenuti dal clero cattolico. Estrema varietà di esiti e indirizzi in tutto il “terzo mondo”: unico fattore comune l’instabilità.

Il socialismo reale (436-468). Dopo la prima guerra mondiale l’unico impero sopravvissuto fu quello russo, non più sotto gli zar, ma sotto i bolscevichi. Area dei paesi socialisti, separata politicamente ed economicamente come sul piano della conoscenza e dell’informazione. L’ostracismo occidentale favorì la separazione e anche il riparo dalla crisi di Wall Street. Solo negli anni ‘70 e ‘80 l’universo economico del “campo socialista” incominciò ad integrarsi col mondo occidentale. Ma questo fu l’inizio della sua fine. L’isolamento era considerato una necessaria difesa prima dell’esportazione della rivoluzione a livello mondiale. Per prima cosa era necessario superare l’arretratezza: modello di pianificazione per paesi arretrati (come per le ex colonie) con sviluppo accelerato. La base venne posta durante la guerra civile (economia di guerra).

Due tendenza a confronto: gradualismo (Bucharin) vs accelerazione. NEP optò per una crescita economica equilibrata. Con Stalin invece prevalse l’industrializzazione forzata (Economia pianificata: piani quinquennali) e lo sfruttamento dei contadini con la collettivizzazione. Industrializzazione rapida e mantenimento della popolazione di poco al di sopra della sussistenza. Il tutto portò ad una rottura con la tradizione democratica del socialismo europeo: centralizzazione non solo economica ma anche politica (centralismo “democratico”). Sotto Stalin prevalse l’autocrazia con la fine della divisione dei poteri. Culto del capo (Mausoleo di Lenin): Lenin non pensava (come poi invece Stalin) alla teoria come una sorta di religione di stato (il “marxismo-leninismo”). Stalin “trasformò i sistemi politici comunisti in monarchie non ereditarie” (456).

Nel XVII congresso PCUS (1934) vi era la presenza di una opposizione a Stalin. Nel XVIII (1939) solo 37 delegati dei 1827 del ’34 erano ancora presenti mentre gli altri tutti epurati: la repressione di Stalin fu soprattutto contro il suo stesso partito. Sembrerebbe aver prevalso la paranoia rispetto al machiavellismo, al fine che giustifica ogni mezzo; c’era la volontà di eliminare ogni contrappeso e ogni altro possibile potere. Rinascita delle barbarie nel XX secolo rappresentata dal gulag. Però il sistema sovietico non era “totalitario”, non imponeva un pensiero unico a tutta la popolazione (a parte il partito e l’apparato statale) ma alla classe dominante (partito-stato): questo spiega il gran peso che assunse la cultura dissidente negli anni ’60-70.

Ungheria 1956

Gli altri stati comunisti si uniformarono al modello sovietico: partito unico e centralismo economico; in Germania est, Romania, Polonia e Ungheria fu imposto dalle truppe sovietiche; altrove da spinte e forze locali. Anche nei primi quattro paesi inizialmente ci fu appoggio popolare.

In Cina autonomia dall’URSS e appoggio formale (rottura poi con Chruščëv). Nel 1948 rottura con Tito ma il modello sostanzialmente non differiva. La crisi del blocco comunista si ebbe dal 1956 col XX congresso. Leadership riformiste in Polonia; rivoluzione in Ungheria con Nagy: no al partito Unico, no al patto Varsavia e neutralità; questo non fu accettabile per l’URSS e nel novembre scattò l’invasione e repressione sovietica. Non ci furono ripercussioni da parte occidentale: prevalse il principio di non ingerenza reciproca fra campo comunista e occidente (con l’eccezione di Cuba).

Nel 1968 emerge il movimento operaio polacco: un percorso classico di sindacalismo ma in funzione “antisocialista”.

(>> Un altro esempio di dialettica del rovesciamento: gli operai contro coloro che si autoproclamavano quali rappresentanti del potere proletario e del movimento operaio. Ne ho un ricordo netto anche visivamente: le immagini rimbalzate in occidente degli operai polacchi del tutto simili nei comportamenti di lotta, e sin modo di vestire, a quelli italiani mentre la “controparte” rappresentata dai sindacati ufficiali che si comportava (e vestiva) come i nostri rappresentanti del patronato.)

In Cecoslovacchia l’opposizione fu soprattutto interna al partito e in particolare slovacca (Dubcek): gli obiettivi erano la decentralizzazione economica congiunta ad una liberalizzazione culturale. Riflesso del ’68 anche all’est: primavera di Praga. Accoglienza calorosa a Praga di Tito e Ceausescu alla ricerca di una “terza via” comunista; anche in questo caso l’URSS effettuò l’intervento militare e in questo modo, per altri 20 anni, impose la compattezza del blocco comunista con la minaccia delle armi. Da sottolineare come fino agli anni ’50 l’economia di questi paesi crebbe, poi rallentò e l’occidente la superò nettamente (cosa ad es. visibilissima nel confronto fra lo sviluppo delle due Germanie).

 

La frana (pp. 469-675)

(>> Questa, a mio parere, è la sezione più interessante, o meglio la più attuale, per la grande capacità di Hobsbawm di descrivere e anticipare processi che ancora caratterizzano il mondo odierno. Seguo pertanto la scansione del testo con maggiore corrispondenza e lasciando più spazio alle citazioni dell’autore.)

I decenni di crisi (cap. XIV)

[1] La crisi globale iniziò dopo il 1973, ma venne riconosciuta solo dopo il crollo dell’URSS; in quei 20 anni si parlò di recessioni, per non richiamare la grande catastrofe del ’29. Crisi per certi versi inspiegabile date le innovazioni (es. rapidità delle informazioni e flessibilità nelle produzioni in modo da rispondere alla mutazioni della domanda). Crescita più lenta e crisi in Africa, Asia occidentale e America latina. Nell’Est Europa calo del prodotto

Coefficiente Gini

lordo. Diverso il caso della Cina che nello stesso periodo cresce rapidamente. In Europa la crescita economica si accompagna con l’aumento della disoccupazione nonostante la stagnazione della popolazione. Aumento della povertà anche nei paesi più ricchi. Aumento delle diseguaglianze registrabile con il Coefficiente Gini. Fine dell’aumento quasi automatico delle retribuzioni. La spesa assistenziale moderò gli effetti della crisi, ma la sua crescita incise negativamente sull’economia. Il fattore più dirompente era l’incontrollabilità del sistema.

Nessuno sa come affrontare le variazioni capricciose dell’economia mondiale né possiede gli strumenti per controllarle. Lo strumento più importante usato nell’età dell’oro, cioè la politica direttiva dello stato, coordinata a livello nazionale o internazionale, non funziona più. I decenni di crisi hanno segnato la perdita del potere economico da parte dello stato nazionale.” (477)

Non lo si capì subito e si riproposero vecchie ricette. All’opposto i liberisti erano all’offensiva (premi Nobel a liberisti, es. Milton Friedman nel 1976). Colpo di Stato in Cile nel 1973 e applicazione nel paese del totale laissez faire a dimostrazione che il libero mercato che non implica affatto la democrazia politica. Novità come la stagflazione (stagnazione economica e inflazione).

Confronto fra opposte concezioni. Keynesiani: alti salari, pieno impego e stato assistenziale alimentano espansione: bisogna stimolare la domanda. Neoliberisti: solo l’incremento dei profitti è il vero motore della crescita economica (in economia capitalistica): la mano nascosta del libero mercato che alla fine produrrà il benessere per tutti.

Scontro più ideale che “fattuale”. Divaricazione fra le richieste dei capitalisti e quelle dei lavoratori (mentre nell’età dell’oro l’aumento dei profitti e quello dei redditi potevano procedere parallelamente).

Il modello Svedese (piena occupazione, espansione pubblico impiego, assistenza con scarsa crescita redditi e tasse alte) senza crescita entrò in crisi dalla metà anni ’80. Ciò che incise maggiormente fu però la mondializzazione dell’economia (salvo negli USA per la sua grandezza) che metteva le singole economie alla mercé del mercato mondiale. Politiche di austerità nel tentativo di ridurre la spesa pubblica. (480)

Il Neoliberismo sferrò la sua critica all’economia mista: il privato è bello mentre lo stato è il problema. Ormai la spesa pubblica era il 25% negli USA e almeno il 40% in Europa. E non bastava introdurre criteri imprenditoriali nel pubblico (finzione ideologica). Anche la Thatcher aumentò le tasse.  E Reagan aumentò la spesa pubblica (spese militari) pur adottando ufficialmente il monetarismo (criterio della parità di bilancio). E si venne a scoprire che in quegli anni l’economia maggiormente in crescita era quella cinese e i manager … si misero a studiare Confucio.

I nuovi processi alla base del instabilità: la sostituzione progressiva dell’abilità dell’uomo con quella delle macchine con la conseguente crescita disoccupazione. La eliminazione di manodopera a un ritmo elevato si produsse anche nei settori industriali in espansione (es. dipendenti della telefonia in calo nonostante l’aumento esponenziale delle telefonate). Non fu solo il trasferimento delle produzioni all’estero nei paesi a basso costo di mano d’opera a produrre disoccupazione. Ovunque l’automazione costava meno della forza lavoro. “Più alta è la tecnologia, più dispendiosa diventa la componente umana del processo produttivo in confronto a quella meccanica. … la produzione eliminava manodopera più di quanto l’economia di mercato generasse nuovi posti di lavoro” (484).

Privatizzazioni da un lato e indebolimento dei sindacati dall’altro. L’economia mondiale si stava espandendo “ma si era rotto quell’automatismo per cui l’espansione produceva occupazione per uomini e donne che si affacciavano al mercato del lavoro senza una qualifica professionale” (484). Se la rivoluzione agricola aveva fornito ex contadini (senza qualifica) alla nascente industria, l’automazione a chi cedeva la massa di ex operai? il settore informatico richiede alta qualifica.

Nei paesi capitalisti ricchi la manodopera in esubero poteva ripiegare sull’assistenza pubblica, anche se i lavoratori permanentemente assistiti diventarono oggetto del rancore e del disprezzo di coloro che sapevano di guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro. Nei paesi poveri i disoccupati entrarono nella oscura ma vasta area dell’economia ‘sommersa’ o ‘parallela’, nella quale uomini, donne e bambini vivevano non si sa bene come, grazie a lavorucci, servizi di vario tipo, espedienti, compravendite e furti.” (485) L’economia sommersa si diffuse progressivamente anche nei paesi più ricchi.

[2] Dall’espulsione degli operai si passò a quella dei ceti impiegatizi: anche qui per effetto dell’automazione.  Crescente insicurezza e “crescita dell’odio” e del rancore sociale. La critica ai partiti al governo non andò più a favore dei partiti di opposizione. Divaricazione nell’elettorato dei partiti socialdemocratici: chi mantiene i salari, chi li vede deprezzati dalla concorrenza internazionale e chi cadeva nella “sottoclasse”, vittime disprezzate da tutti. Crescita dei partiti xenofobi e razzisti, autonomisti/secessionisti su base etnica (e non solo). Crisi delle politiche universalistiche (liberali o socialdemocratiche), ostilità crescente verso gli immigrati. Crollo dei partiti tradizionali.

[3] Crisi parallela dei paesi socialisti e fine della “interdipendenza della guerra fredda” che garantiva l’equilibrio interno delle due parti “che stabilizzava sia le superpotenze sia il mondo che da loro dipendeva e, quando crollò, gettò nel disordine tutti gli equilibri. Il disordine non fu soltanto di natura politica, ma anche economica.” (489) Non solo i singoli paesi entrarono, non attrezzati, ciascuno per suo conto nel mercato globale, ma anche l’occidente non era pronto ad integrarli (es. la Germania e la Finlandia). I riformatori dell’est pensavano di imitare e proporre un modello di socialdemocrazia ma il crollo dell’est coincideva con la crisi dell’ovest e quel modello era obsoleto per cui i paesi ex-socialisti abbracciarono il neoliberismo più sfrenato (che era anch’esso irrealizzabile). Le società dell’est erano rimaste più conservatrici e meno moderne (per minore ricchezza o per più rigido controllo?). “Il paradosso del comunismo una volta giunto al potere è stato quello di essere conservatore”. (493)

[4] I paesi del Terzo mondo dal 1970 sprofondarono tutti nel debito e con tasso imposto delle banche al 9,6% ad un certo punto non riuscivano più a pagare nemmeno gli interessi. Il risultato fu l’allargamento del divario fra paesi ricchi e paesi poveri. Gli investimenti divennero sempre più selettivi (specie in area asiatica).

[5] L’economia transnazionale (e il sistema complessivo delle comunicazioni) hanno favorito l’indebolimento degli stati e il neoliberismo ha fatto assorbire dal mercato buona parte dei servizi di welfare. Paradossalmente si registrarono parallelamente fermenti separatisti che spezzarono gli stati in entità più piccole e pertanto ancora più deboli. Il modello degli stati (micro) “nazionali” tese a prevalere di contro agli stati plurinazionali. I motivi erano soprattutto economici: le aree più ricche tendevano a separarsi per non sobbarcarsi più il “peso” di quelle meno ricche. Micro comunità identitarie che di fatto indeboliscono l’identità collettiva.

La politica dell’identità e il nazionalismo di fine secolo non sono perciò programmi, e ancor meno sono programmi efficaci per affrontare i problemi della fine del ventesimo secolo, ma sono piuttosto reazioni emotive a questi problemi.” (502)

Ma chi può affrontare questi problemi? gli stati nazionali sempre meno. Debolezza dell’ONU e degli altri organismi internazionali (nonostante il loro proliferare). Potere crescente degli organismi finanziari (Fondo monetario internazionale, Banca mondiale) che hanno imposto politiche liberiste e monetariste senza curarsi delle conseguenze nei singoli stati.

 

Terzo mondo e rivoluzione (cap. XV)

Crisi del modello marxista e del suo influsso, in particolare dopo il ’56; instabilità di tutto il terzo mondo. Problema del debito: molti stati non riuscivano più a pagare nemmeno gli interessi. Ascesa con Khomeini dell’islamismo… Declino delle élites rivoluzionarie (in genere marxiste) e manifestazioni di massa (ruolo crescente delle masse: Cina, paesi arabi …) contro il potere ma con scarso esito e comunque difficoltà a creare nuovi assetti stabili; tendenza crescente alla urbanizzazione.

Il mondo che entra nel terzo millennio non è un mondo di stati o di società stabili.

 Anche se è quasi certo che il mondo, o almeno gran parte di esso, sarà scosso da mutamenti violenti, la natura di questi mutamenti resta oscura. Alla fine del Secolo breve il mondo si trova in uno stato di crollo sociale piuttosto che di crisi rivoluzionaria ….” “Oggi …uno scontento verso lo status quo focalizzato in senso rivoluzionario è meno comune di quanto lo siano il rifiuto generico della condizione presente, l’assenza di partecipazione alla vita politica o la sfiducia verso le organizzazioni politiche, o semplicemente un processo di disintegrazione al quale le politiche statali interne e internazionali si adattano al meglio delle loro possibilità.

Il mondo attuale è anche pieno di violenza, più che nel passato, e, cosa altrettanto importante, è pieno di armi. … la facilità con la quale oggi è possibile entrare in possesso di armi ed esplosivi altamente distruttivi è tale che il consueto monopolio dello stato sugli armamenti nelle società sviluppate non può più essere dato per certo.

Il mondo del terzo millennio quasi certamente continuerà a essere un mondo di politica violenta e di violenti mutamenti politici. La sola cosa incerta è la direzione in cui ci porteranno”. (535-536)

La fine del socialismo (cap. XVI)

  1. Il comunismo cinese “non poteva essere considerato semplicemente come una sottospecie del comunismo sovietico” (538); precedente ricchezza culturale di uno stato unitario e omogeneo e sua autosufficienza. Il confronto con il Kuomintang e la lunga marcia portarono alla ribalta l’utopismo collettivista di Mao (che conosceva più Stalin e Lenin che Marx). Il cemento del suo partito non era tanto l’ideologia ma l’organizzazione. Fasi alterne e talora contradditorie delle sue politiche. Rottura con l’URSS nel ’56, la collettivizzazione dell’agricoltura (1955-57), il grande balzo dell’industria (’58), carestia del 59-61 e i dieci anni di Rivoluzione culturale fino alla morte di Mao (1976). Nonostante tutti gli errori e le forzature, la Cina, che rimase essenzialmente paese agricolo (la popolazione rurale fino agli anni 80 non scese sotto l’80%), aveva un tenore di vita superiore alla gran parte dei paesi del terzo mondo. Con la morte di Mao si cambiò rotta (arresto della Banda dei quattro) e si impose il nuovo corso pragmatico di Deng Xiaoping.
  2. Qualcosa non funziona nei socialismi reali; in URSS l’economia rallenta dal 1970, si esporta energia e si importano macchinari, sintomo di una carenza di innovazione. Anche gli indicatori sociali non migliorano (es. il tasso mortalità). Il termine “nomenklatura” si diffuse dall’Urss all’occidente: espressione di un cambiamento di visuale (ora negativa) sull’apparato. Maggiore influenza e ripercussioni delle crisi di mercato occidentali. Periodi di stagnazione (periodo di Brežnev) in URSS e di debolezza degli altri paesi del blocco sovietico: l’Ungheria e la Polonia sempre più indebitate con l’Occidente.
  3. Michail Gorbaciov divenne segretario nel 1985. La sua volontà riformatrice era indubbia e venne riconosciuta anche dall’occidente. “Se ci fu un uomo che da solo pose fine a quarant’anni di Guerra fredda mondiale quello fu Gorbaciov.” (557)
  4. Perestrojka (ristrutturazione dell’economia e del sistema politico) e glasnost (libertà di informazione) furono le sue parole d’ordine ma tra loro vi era un conflitto insanabile: presupponevano una “riforma dal basso” a cui il paese non era preparato per la sua lunga tradizione centralista impressa prima dallo zarismo e poi da Stalin.
  5. Il 1989 sembra richiamare a distanza di due secoli l’89 francese. Gli ultimi anni del sistema sovietico e dei paesi satelliti furono invece una catastrofe al rallentatore.
  6. Due osservazioni. Il comunismo (marxismo leninismo) come ideologia si diffuse rapidamente, ma ancor più rapidamente scomparve dal pensare collettivo. Perché non era una “religione” di massa e non vi era stata “conversione”: era più che altro la “fede dei quadri”, il loro presupposto identitario, che un fatto di massa.

Con il crollo dell’URSS l’esperimento del ‘socialismo reale’ è terminato” (577)

Comunque “Il fallimento del socialismo sovietico non intacca la possibilità di altri tipi di socialismo”. (578) L’isolamento della Rivoluzione russa impedì che si aprisse un’altra strada (socialismo di mercato).

Morte dell’avanguardia. L’arte dopo il 1950 (cap. XVII)

  1. L’arte non va considerata in modo separato dal resto della società. Sempre più sfumato se non del tutto scomparso il confine tra ciò che è arte e ciò che non lo è.

La tecnologia rivoluzionò le arti nel modo più ovvio rendendole onnipresenti”: radio, radioline a transistor, grammofono, giradischi, audiocassette (anni ’70). E mutò l’impatto della politica: De Gaulle contro il golpe militare nel 1961 (messaggio alla radio) oppure l’Ayatollah Khomeini che poté propagare i suoi discorsi rivoluzionari tramite audiocassette.

Con la televisione si diffondono immagini in movimento in “diretta”; rapidità della sua diffusione: ad. es. negli anni ’80 circa l’80% dei brasiliani aveva ormai accesso alla TV. Sostituì la radio e il cinema quale forma di intrattenimento più diffusa; negli Usa dagli anni ’50; in Gran Bretagna dagli anni ’60. Il passaggio successivo fu realizzato dal videoregistratore. “Con la diffusione dei personal computer il piccolo schermo sembra esser diventato il più importante collegamento visivo dell’individuo con il mondo esterno”. (582) Onnipresenza dell’arte e sua diversa percezione da parte del “pubblico”.

Rottura della linearità del tempo. “È impossibile … per chi vive in questa realtà audiovisiva riappropriarsi della semplice linearità della sequenza percettiva dei tempi passati. Oggi, in pochi secondi, ci si sposta lungo tutta la gamma dei canali televisivi disponibili, mutando in maniera rapidissima i contesti percettivi”. (582)

Questo ha inciso soprattutto sull’arte popolare e meno su quella colta (specie quella più tradizionale).

  1. Spostamento geografico dell’arte dall’Europa occidentale agli Stati Uniti e poi a tutto il mondo (Asia, America latina, Africa). In URSS gran peso ha avuto la poesia e, in generale, la creatività dei paesi dell’Europa orientale ha fatto dell’arte uno strumento di opposizione.

Aumento crescente, con lo sviluppo economico dei paesi occidentali, delle spese pubbliche per l’arte e fiorire del mercato dell’arte con il suo rapporto ambiguo fra arte e denaro. Declino dei generi tradizionali in tutti i settori dell’arte.

Declino della lettura: per i bambini il gusto della lettura non è più spontaneo. “Le parole che dominano la società dei consumi in Occidente non sono più le parole della Bibbia e tanto meno quelle di scrittori laici, ma i marchi dei beni di consumo” (595); la Pop Art ha espresso “coil massimo possibile di accuratezza e impassibilità” le immagini diventate icone della società dei consumi.

Crisi del modernismo delle avanguardie che concepivano l’arte come progresso e nascita del “postmodernismo”: con il suo atteggiamento scettico nei confronti della modernità e del progresso. Mutamento del modo di percepire l’opera d’arte: non più momenti di “adorazione” nei musei, nelle pinacoteche, nei teatri e nelle sale da concerto che costituivano le chiese laiche della civiltà borghese: Walter Benjamin ha chiarito come l’epoca della “riproducibilità tecnica” ha mutato il nostro modo di percepire l’arte (perdita dell’aura).

La novità rispetto a questa percezione tradizionale è rappresentata dal fatto che la tecnologia ha immerso nell’arte la vita quotidiana, privata e pubblica. Mai come nel nostro secolo è stato così difficile evitare l’esperienza estetica”. (603)

La commercializzazione ha fatto sì che non ci sia più distinzione (o si faccia finta che non ci sia più) “tra ciò che è serio e ciò che è insulso, tra il buono e il cattivo, tra ciò che è professionale e ciò che è dilettantesco … in base all’assunto che la sola misura di merito sono le cifre delle vendite o che queste distinzioni sono elitarie…”. (604) Tutto questo porta a chiedersi: c’è un futuro per l’arte?

Stregoni e apprendisti stregoni: le scienze naturali (cap. XVIII)

Potere della scienza e sua autonomia. “La verità è che la scienza … è troppo grande, troppo potente, troppo indispensabile per la società in generale e per i finanziatori in particolare perché possa essere lasciata a se stessa. Il paradosso della sua situazione è che, in ultima analisi, l’enorme centrale di energia costituita dalla tecnologia del ventesimo secolo, e l’economia che essa alimenta, dipende sempre più da una comunità di persone relativamente piccola, per le quali le conseguenze titaniche delle loro attività sono secondarie e spesso insignificanti.” (643) Solo con l’autonomia la scienza è produttiva; ai governi non interessa la verità ultima, ma quella strumentale.

Verso il terzo millennio (cap. XIX)

  1. Siamo all’inizio di una nuova era, caratterizzata da una grande insicurezza, da una crisi permanente e dall’assenza di ogni tipo di status quo” … [M. Stürmer, 1993)

Il secolo breve è terminato lasciando aperti problemi per i quali nessuno ha o neppure dice di avere le soluzioni. Mentre i cittadini di questa fine di secolo cercano nella nebbia globale che li avvolge la strada per avanzare nel terzo millennio, tutto ciò che sanno con certezza è che un’epoca della storia è finita. La loro conoscenza non va oltre.

Per la prima volta in due secoli, il mondo manca del tutto di ogni sistema o struttura internazionale. È indicativo di questa mancanza proprio il fatto che, dopo il 1989, sono comparse decine di nuovi stati territoriali, senza che vi sia un qualche meccanismo indipendente per la fissazione dei loro confini e senza neppure che sia stata accettata la mediazione imparziale di terzi. (645-646)

Dopo le due guerre mondiali il mondo veniva ridisegnato dalle grandi potenze.

Dove sono, insomma, le potenze internazionali, vecchie o nuove, alla fine del millennio?”

(Usa, Russia, Comunità Europea ecc. non sono più tali). Il pericolo di una terza guerra mondiale sembra scomparso ma le guerre proliferano.  “Questa novità consiste nella democratizzazione o privatizzazione dei mezzi di distruzione, che hanno cambiato dovunque nel mondo la probabilità che avvengano episodi di violenza rovinosa. È ormai possibile per gruppi abbastanza piccoli, che si oppongono all’ordine esistente per ragioni politiche o per altri motivi, portare dovunque lo sconquasso …” (647)

Costi crescenti per “la sicurezza” che in realtà è sempre più problematico assicurare.

Il divario crescente fra i paesi ricchi e quelli poveri ha prodotto un rancore reciproco: fondamentalismo da un lato e xenofobia contro gli stranieri immigrati dall’altro. “Tuttavia, politicamente e militarmente, ognuna delle due parti è al di là della capacità dell’altra di imporre il proprio potere” (649).

Il primo mondo, nonostante la superiorità economica e militare può magari vincere una guerra ma non è poi in grado di garantirsi il controllo di quei territori. È finito il periodo del colonialismo dove le popolazioni si lasciavano governare.

In breve il secolo è finito in un disordine mondiale di natura poco chiara e senza che ci sia un meccanismo ovvio per porvi fine o per tenerlo sotto controllo” (650)

  1. La ragione di questa impotenza non sta solo nella profondità e complessità della crisi mondiale, ma anche nel fallimento apparente di tutti i programmi, vecchi e nuovi, per gestire o migliorare la condizione del genere umano”.

Il fallimento del comunismo sovietico ha trascinato nel discredito i socialisti e in genere il marxismo. Le cure liberiste si sono rivelate altrettanto fallimentari. Scarsa presa delle teorie economiche sulla realtà. “I Decenni di crisi hanno rivelato che le istituzioni avevano perso il controllo sugli effetti delle azioni umane collettive.” (652)

Declino in occidente delle religioni tradizionali, non compensato, se non in piccola parte, dalle nuove sette militanti e dai nuovi culti (appariscenti ma costituiti da piccole percentuali). I fondamentalismi dei paesi terzi sono il sintomo di un rifiuto “arcaico” del mondo occidentale (per certi versi una sorta di lotta di classe) ma “non offrono alcuna guida per la risoluzione di quei problemi. I movimenti fondamentalisti sono sintomi di quella malattia di cui pretendono di essere la cura”. (654)

Lo stesso vale per le politiche identitarie dei nuovi (micro) nazionalismi.

Il principio dell’autodeterminazione dei popoli in un mondo dove tutto è interrelato non ha più senso (o produce guerre a non finire e dispute sui confini, sulle enclave ecc.). Nuove forze politiche possono rovesciare quelle vecchie ma non hanno maggiori probabilità di offrire soluzioni. Sono impermeabili alle teorie economiche del liberalismo e del libero mercato e magari opteranno per qualche nazionalizzazione ma … “anche se sono pronti a fare qualunque cosa, come chiunque altro non sanno che cosa si debba fare.” (655)

(>> Non credo serva sottolineare l’attualità oggi – aprile 2018 – di queste parole. Le forze politiche “nuove” parlano “a vuoto” di cambiamento senza precisare di che tipo di cambiamento si tratti e pertanto sanno dire cosa non vogliono e pochissimo quello che vorrebbero con una disponibilità alle più svariate alleanze che non è sintomo di “centralità” ma di vaghezza. E le forze tradizionali sono paralizzate dalla incapacità di capire quello che sta succedendo.)

  1. Dove stiamo andando? Neppure l’autore, dichiara Hobsbawm, lo sa. “Tuttavia alcune tendenze di lungo periodo sono così chiare che ci consentono di abbozzare un elenco dei problemi mondiali più importanti e di definire almeno alcune delle condizioni richieste per la loro soluzione” (656)

Demografia: previsione di una stabilizzazione sui 10 miliardi intorno al 2030 con squilibri ulteriori tra le regioni e conseguenti nuove migrazioni; gli stati tenteranno di rispondere o con sistemi di apartheid o con forme di migrazioni temporanee.

Ecologia: purtroppo i cambiamenti climatici sono lenti e non esplosivi per cui si tende a rimandarli. Servono invece risposte globali, anche se quelle dei paesi più sviluppati, come gli USA, risulteranno maggiormente decisive. Hanno ragione i sostenitori di politiche ecologiche basate sul concetto (opportunamente impreciso, in quanta va adattato alle diverse situazioni) di sostenibilità.

  1. Economia: continuerà (oscillando) lo sviluppo, specie nel terzo mondo ma con diseguaglianze crescenti.

Un’economia mondiale che si sviluppa attraverso la produzione di diseguaglianze crescenti, quasi inevitabilmente genererà grossi problemi” (659)

Tre gli aspetti che creano allarme:

  • la tecnologia continua ad espellere dalla produzione di beni e servizi il lavoro umano, senza procurare nello stesso settore abbastanza lavoro per gli espulsi dal circuito produttivo e senza neppure garantire un tasso di crescita economica sufficiente ad assorbirli in altri settori. Pochissimi osservatori si attendono seriamente un ritorno sia pure temporaneo alla piena occupazione dell’Età dell’oro in Occidente”. (659-660)
  • Globalizzazione e spostamento della produzione industriale dove i salari sono più bassi: ne derivano delocalizzazione o/e calo dei livelli salariali per la concorrenza salariale mondiale.
  • Storicamente si rispondeva con il protezionismo anche se oggi la dimensione mondiale e l’ideologia liberista pura sembrano rendere difficile tale direzione. “L’economia mondiale è un motore sempre più potente e incontrollato”. La crescita dell’età dell’oro si basava su redditi alti dei consumatori (salariati): oggi questi redditi sono a rischio. La crescita del terziario in generale ha rallentato questi processi, ma oggi questi fattori stabilizzanti sono minati.

Nel corso dell’Ottocento il libero commercio aveva prodotto recessione (depressione) e il protezionismo (nei paesi occidentali) sviluppo. Il capitalismo oramai non riesce più a riformare se stesso: oggi non ha più una spinta esterna come furono comunismo e nazismo e nemmeno interna (movimento operaio). Il compito principale del nuovo millennio è “di considerare … i difetti intrinseci del capitalismo” (663).

  1. Gli analisti statunitensi pensavano che il crollo dell’URSS ratificasse il trionfo sia del capitalismo che della democrazia liberale. La realtà ha ampiamente dimostrato il legame non necessario fra capitalismo e democrazia e la possibilità di modi molto diversi di interpretare la democrazia (spesso formale o ridotta). Si apre un periodo di instabilità di tutti gli stati con esiti incerti:

La politica non è un ambito di previsioni futurologiche incoraggianti” (664)

Alcuni tratti “che si stagliano con forza nel paesaggio politico mondiale”:

  • Indebolimento dello Stato nazionale: erosione dall’alto (mercato, organismi sovranazionali) e dal basso (spinte autonomiste e indipendentiste, stati più piccoli, privatizzazioni di servizi che erano esclusivi dello stato come le Poste).
  • Eppure lo Stato è indispensabile per contrastare le tendenze all’ineguaglianza.

La distribuzione sociale e non la crescita dominerà la politica del nuovo millennio. È essenziale che non vi sia alcuna ripartizione delle risorse attraverso il mercato o, almeno, che vi sia una spietata restrizione del ruolo redistributivo del mercato se si vuol fronteggiare l’incombente crisi ecologica. In un modo o nell’altro il destino dell’umanità del nuovo millennio dipenderà dalla restaurazione dell’autorità pubblica”. (666-667)

  1. Quale natura e raggio d’azione potranno avere le autorità decisionali (nazionali e sovranazionali)? Come, ad esempio, si svilupperà l’Unione Europea? nasceranno altre strutture regionali simili (magari nell’ex URSS ecc.)? Gli organismi finanziari hanno oggi grande potere ma operano per rafforzare il libero mercato e pertanto aggravano tutti i problemi indicati.

E come la “democrazia” può invece risolvere i problemi? Siamo di fronte ad una crisi della democrazia: vi sono decisioni da prendere che non sempre (spesso) sono condivise dall’opinione pubblica (influenzata dai mass media). Ad esempio la necessità di aumentare le tasse. E molte decisioni sono su questioni su cui la maggior parte della popolazione non ha alcuna competenza; tanto più che sempre più spesso i tecnici non concordano fra loro.

Crisi nella identificazione collettiva in governi che perseguono in modo condiviso l’interesse comune. Anarchismo individualistico da una parte (USA) e corruzione delle classi dirigenti (Terzo mondo ma non solo; ad es. in Italia). Crisi della capacità di decisione delle democrazie mentre è sempre più forte il potere degli organismi come le banche centrali e quello degli stati autoritari. Il modello (non auspicabile) potrebbe essere quello della democrazia plebiscitaria; in sostanza una situazione non incoraggiante per il futuro della democrazia parlamentare liberale.

7. Conclusione. Impossibile fare previsioni. Siamo di fronte ad una crisi più lunga di quelle avutesi alla fine delle due guerre mondiali.

Il mondo rischia sia l’esplosione che l’implosione. Il mondo deve cambiare. Non sappiamo dove stiamo andando” (674)

Comunque una cosa è chiara. Se l’umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base, falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l’alternativa a una società mutata, è il buio.” (675)

Note

[1] Corso di Alta formazione – Livello avanzato Peer&Media Education (Cremit, Contorno Viola, ASL VCO): lezione “Dalla Peer Education alla Peer&Media Education” tenuta a Verbania, Villa Giulia il 28 ottobre 2016.

[2] Enzo Traverso, Il secolo di Hobsbawm (tratto da http://alencontre.org/ e tradotto dal francese da Titti Pierini).

[3] Il secolo di Eric Hobsbawm (MicroMega).

[4] G. Arrighi, The Long Twentieth Century. Money, Power and the Origins of Our Times [1994], Verso, Londra 2010.

[5] Da Il secolo di Hobsbawm (cfr. nota 3). Altre due presentazioni dell’opera di Arrighi, reperibili online, sono quelle di Pierfranco Pellizzetti (in MicroMega) e di Benedetto Vecchi (ne il manifesto).

[6] Eric Hobsbawm, “Conclusioni”, in Silvio Pons (a cura di), L’età degli estremi. Discutendo con Hobsbawm del Secolo breve, Carocci, Roma. 1998, p. 33.

[7] Il titolo originale è infatti Age of extremes. The short Twentieth century 1914-1991.

[8] La Fine della Cultura. Saggio su un secolo in crisi d’identità, Rizzoli, Milano 2013, p. 7.

[9] Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Garzanti, Milano 1967, p. 95.

[10] Ruggero Eugeni, La condizione postmediale. Media, linguaggi e narrazioni, La Scuola, Brescia 2015, p. 20.

[11] Il secolo breve, BUR, Milano 2000, p 581.

[12] Cfr. Zygmunt Bauman, Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 29.

[13] Serge Tisseron, L’intimité surexposé, Hachette, Paris 2002.

[14] La condizione etc. cit., p. 8.

[15] Tzvetan Todorov, Il nuovo disordine mondiale. Riflessioni di un cittadino europeo, Garzanti, Milano 2003.

[16] Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Arte e società di massa, Einaudi, Torino 1966.

[17] Luciano Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Cortina, Milano 2017. Per un commento articolato cfr. Dal mondo all’infosfera: così è cambiato il nostro habitat di Remo Bassetti.

[18] Senza pretesa di ordine né tantomeno di completezza. Magari su alcuni di questi interrogativi riuscirò a ritornare in qualche prossimo post.

[19] Jonathan Sacks, Non nel nome di Dio. Confrontarsi con la violenza religiosa, Giuntina, Firenze 2017, p. 30.

[20] Faccio riferimento all’edizione SB Saggi /BUR del novembre 2000.

[21] Afferma Rossana Rossanda, intervistata da Tommaso di Francesco su il manifesto del 5 aprile 2018: “Credo che bisognerebbe riflettere sul fatto che più che aggredire un comunismo che in Europa occidentale non c’è mai stato, quel che è stato aggredito dopo la caduta del muro di Berlino è stata una certa interpretazione keynesiana che ha caratterizzato le costituzioni europee post-belliche.”

[22] Cfr. Gustavo Zagrebelsky, Il “Crucifige!” e la democrazia, Einaudi, Torino 2007.

[23] Einaudi, Torino 1966 (2^ ed. Riveduta). La citazione alle pp. 4-5.

Tre parole*

Resistenza.

Le parole sono pietre (Carlo Levi)

Parola esplicita e profonda.

Mentre in altre lingue, ad esempio l’inglese (resistance), il primo significato è quello fisico (di un corpo, di un circuito elettrico …), nella lingua italiana, già in numerosi scritti dal duecento in poi, prevale il suo significato politico ed etico civile.

Guido Cavalcanti: “I cittadini di Firenze …cercarono che i sottoposti fussero accatastati …, a questo facevano grandissima resistenza. Opposizione ad un’autorità, ad un suo provvedimento, contrasto a ciò che viene percepito come oppressivo e lesivo di un diritto; contrasto che ha implicito in sé il suo carattere di legittimità (giuridica o comunque etica).

Francesco Guicciardini “… essendo una città un corpo gagliardo e di grande resistenza, bisogna bene che la violenza sia estraordinaria e impetuosissima a atterrarla”.

Diversamente da parole come lotta, ribellione, guerra e simili, in cui prevale il momento dell’azione (sociale, politica, militare), resistenza prima ancora di un’azione energica di difesa e di contrasto indica un atteggiamento fermo e risoluto e una attitudine, una “saldezza”, una forza in primo luogo morale, di fronte ad aggressione e violenza.

Un significato morale e civile che precede quello militare, dunque.

L’origine è dal tardo latino resistentia, derivata dal verbo re-sistere: star fermo, fermare, contrapporsi, star saldo contro qualcosa o qualcuno, ed anche rialzarsi, rimettersi in piedi, risorgere.

C’è una affinità di origine con un altro composto di sistere (fermarsi): ex-sitere (sorgere, nascere, esistere) per cui sembra legittima una connessione con esistenza: ribadire, riaffermare la propria esistenza, la propria individualità e diversità nei confronti di un regime totalitario e totalizzante.

Un esempio per tutti: Cleonice in prima fila tra i 43 di Fondotoce; una donna a cui la vita ha concesso ben poco; dalla violenza nelle mura familiari a quella subita nelle case dell’aristocrazia romana; dal dolore per la malattia e morte del suo compagno milanese, all’arresto e alle percosse nei sotterranei di Villa Caramora. Travolta a forza, forse umiliata, ma visibilmente non piegata, fino all’ultimo tesa a riaffermare la sua identità e a sollecitare orgoglio e coraggio nei compagni.

 

Shoah

 Non permettete alle parole di oltrepassare il pensiero (Anton Čechov)

Shoah (anche Shoa’ o Sho’ah) termine di origine biblica che significa “desolazione, distruzione, catastrofe, annientamento”. Venne utilizzato dalla comunità ebraica di Palestina nel 1938, riferendosi al pogrom della “Notte dei Cristalli” (9-10 novembre) che segnò l’avvio della fase più violenta della persecuzione antiebraica. Da allora definisce il genocidio della popolazione ebraica d’Europa, perpetrato dal nazismo durante la Seconda guerra mondiale.

Viene preferito al sinonimo Olocausto in quanto quest’ultimo (dal greco holòkauston, da hòlos, tutto, e kaustòs , bruciato) nella tradizione ebraica indica il Sacrificio alla divinità di un animale e, per estensione, sacrificare la propria vita per un ideale religioso o civile; un significato che assimilerebbe lo sterminio del popolo ebraico ad un sacrificio offerto a (e voluto da) Dio. Inoltre Olocausto viene utilizzato anche in riferimento agli altri gruppi etnici, religiosi e sociali oggetto di sterminio sistematico da parte del nazismo: Rom (che hanno un termine analogo a Shoah: Porajmos “divoramento”), Slavi, Testimoni di Geova, omosessuali, disabili fisici e psichici ecc. Per estensione viene infine riferito anche ad altri stermini (olocausto armeno, nucleare …).

Primo Levi ne I sommersi e i salvati ricorda che le SS ammonivano cinicamente i prigionieri in questo modo: “In qualunque modo questa guerra finisca, …abbiamo vinto noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà …la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti.”

Parlare della Shoah è parlare dell’indicibile. Si è anche detto che non si può educare contro Auschwitz, in quanto segna una frattura non cancellabile della nostra storia, ma solo dopo Auschwitz. La pedagogista Clotilde Pontecorvo1 afferma che insegnare la Shoah significa immergersi in un duplice dilemma. Quello appunto fra la non riducibilità alle normali categorie di spiegazione (fra spiegazione e giustificazione il passo è breve) e la necessità di una compiuta ricostruzione storiografica. Il dilemma, inoltre, fra unicità e comparazione. La Shoah è comparabile? Su questa strada possono trovare il varco revisionismi e negazionismi. “E d’altra parte noi non vogliamo porre questo evento al di fuori della storia perché significherebbe rendere possibile la sua riproduzione. È quindi un rischio vederlo come un evento unico, così come è un rischio vederlo come uno dei tanti stermini. … C’è un conflitto, o se vogliamo un dilemma. E il dilemma è per definizione qualcosa che non si risolve, con cui ci si confronta continuamente e che ci deve guidare nell’analizzare, nel capire, nel fare capire.”

________________

1 “Il mio nome” in Una Città n. 46, dicembre 1995.

 

 

Scelta

Ci sono porte al mare che si aprono con parole (Rafael Alberti)

Parola cruciale. Il significato è chiaro: dal verbo tardo latino ex-eligere, ‘eleggere fra’, e pertanto l’elezione fra più candidati, lo scegliere fra più possibilità, ed anche l’oggetto di tale scelta.

Il nodo è semmai teorico ed etico. Affermare la propria possibilità di scelta significa affermare la propria libertà. Al di là di ogni ipotizzato condizionamento e determinazione (teologica, biologica, sociale o psicologica). Ed affermare la libertà comporta, altrettanto radicalmente, il dichiarare la responsabilità delle scelte effettuate.

L’uso quotidiano della parola non aiuta: ci sono “scelte” non realmente tali, ma banali preferenze.

La “Scelta” comporta individuare ciò che è meglio, ciò che è giusto; una valutazione di cui ci assumiamo il “peso”. Non è un aut aut (un o … o …), una decisione di fronte ad un bivio di possibilità equivalenti, ma, nell’espressione del danese Kierkegaard, un Enten-Eller: “questo, od invece quello”. Dove “questo” è la vita come è, la mera esistenza trascinata dalle circostanze. Mentre “quello” è altro, una deviazione, un salto, il prendere un’altra strada. La vera Scelta si pone allora fra il scegliere e il non scegliere. Scegliere individualmente e, talora, collettivamente.

Racconta Bruna Giardini del fratello Ermanno: “L’8 settembre tutti scappavano e lui si è rintanato in casa … tutti gli altri amici anche loro che erano a militare … si sono ritrovati a casa mia. Sono stati otto dieci giorni perché quelli della polizia pressavano perché dovevano presentarsi perché erano disertori. E loro, tutti, molti erano, han deciso: – Noi non andiamo, andiamo in montagna.”

Dove la “montagna” nell’uso corrente di quegli anni è contemporaneamente un luogo, un simbolo e una scelta di libertà. E la parola più usata all’inizio non è “partigiani”, ma “ribelli”.

Nei titoli dei memoriali della Resistenza e dell’Internamento, la parola “Scelta” ricorre, non a caso, con frequenza: “… accettare di continuare una guerra …o ribellarsi1.

Angelo Del Boca, nel suo bellissimo testo di recente ripubblicato2, in sedici narrazioni passa in rassegna altrettante scelte (e non scelte) dell’uno e dell’altro campo. Per rendere esplicita l’impossibilità di una equiparazione fra i due campi, ed anche per sottolineare il diverso spessore che una giusta scelta può assumere. E tanto più si trattava di spessore significativo, quanto più corrispondeva ad un uso proporzionato e consapevole della pur necessaria violenza. E tanto più ha lasciato segni duraturi.

Risponde Guido ai suoi ex-commilitoni “…ci sono vari modi di scegliere: si può scegliere per un giorno e si può scegliere per la vita. Io non sono tipo da scegliere per un giorno …3.

________________

1.F. Sciomachen e altri, La scelta 1943-1945, Alberti, Verbania 2001, p. 11.

2 A. Del Boca, La scelta, Neri Pozza, Vicenza 2006.

3 Ivi, p. 236.

 

 

————————–

* Pubblicate in una rubrica titolata “In una parola” rispettivamente sui numeri 6/2006, 1/2007 e 2/2007 di Nuova Resistenza Unita.

Graphic? Sì, ma non Novel!

Making Quarantatré… by Ruggero Zearo & Gianmaria Ottolini

 

Arizzano – Calambrone, 10 giugno 2014

– Ciao Gianmaria, sono Rudi, ti ricordi di me?

– Si, certo … è un po’ che non ci sentiamo.

– Ho una proposta da fare a te e alla Casa della Resistenza. Possiamo vederci?

– Adesso sono al mare col nipotino, torno per la celebrazione del 20 giugno. Possiamo vederci subito dopo.

– Mi chiami tu?

– Si, ciao.

Fondotoce, Casa della Resistenza, 24 giugno (con la partecipazione di Ester e Chiara)

… … …

– Si, insomma, una storia illustrata, sui 43. Mi ricordo uno spettacolo che parlava della Tomassetti

– Era della Caffari, l’abbiamo presentato qui[i]

– … e che c’era una bambina che aveva visto passare il corteo.

– Sì, era l’Irene Magistrini … l’aveva raccontato su Nuova resistenza Unita. Ti faccio avere l’articolo.

– Ho cominciato a fare alcuni schizzi di Villa Caramora. Quando li ho finiti te li mando …

– Quando si passa lì davanti … c’è sempre un po’ d’angoscia.

– Ecco, si partirebbe da lì.

– C’è la testimonianza del Giudice Liguori. Bisogna pensare a come sviluppare la storia … dando centralità alle immagini.

– Ho pensato a un qualcosa come quello di Andrea Ventura … Una mattina mi son svegliato[ii]

– Ne abbiamo qui una copia, nella biblioteca ragazzi …

– Sì l’ho presente, insieme a Franzinelli … sono più racconti molto condensati.

– Io provo ad andare avanti … poi ci sentiamo.

– Va bene.

 Scambio di mail [iii]

25/06/2014 16:32 Una storia illustrata

Ciao Gianmaria,
perdona se continuo a coinvolgerti. Dopo esserci visti ho iniziato a disegnare la bambina che ho in mente per la storia illustrata e così anche una SS e Cleonice Tomassetti. Mi piacerebbe leggere il testo teatrale di cui mi parlavi, pensi sia recuperabile? Ti allego le prime immagini, mi piacerebbe sapere cosa ne pensi. Grazie, ciao Rudi

 

    

On 25/06/14 17.57, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

Ciao Rudi
Eccolo. Tra l’altro stamane ho recuperato altre due foto dei caduti di Fondotoce.
Sono sulle lapidi del cimitero di Pallanza (corridoio verso forno crematorio, lato destro)

Ottime le immagini. Mi convince un po’ meno il militare.
Ci sentiamo. Gianmaria

26/06/2014 17:18 Re: Una storia illustrata

Ho letto il testo che mi hai inviato, è proprio quello che ascoltai, recitato, tempo fa e di cui avevo solo un vago ricordo. Oggi sono stato a Villa Caramora a fare qualche foto. Grazie ancora, complimenti per il vostro lavoro alla Casa della Resistenza. Ciao, Rudi

….

12/07/2014 11:29 Villa Caramora

Ciao Gianmaria, ti allego, se hai voglia di guardarle, alcune nuove immagini della bambina e dettagli di Villa Caramora. Sono ancora solo prove. Grazie, ciao Rudi

12/07/2014 23:11 Re: Villa Caramora

Grazie Rudi
molto belli ed efficaci, in particolare i dettagli della villa. I dettagli mi paiono carichi di sinistra ambiguità: una bellezza architettonica a suo modo minacciosa.
Seguo con molto interesse il procedere del tuo lavoro. A presto. Gianmaria

05/10/2014 19:53 Storia illustrata

Ciao Gianmaria, passata l’estate mi rifaccio vivo. Ti allego alcune nuove immagini, sto sperimentando da autodidatta alcune tecniche. Ho avvicinato le immagini ad alcuni brani tratti dal monologo di Silvia Caffari che mi piace moltissimo. Ho associato poi ad ogni brano una parola. Fammi sapere cosa ne pensi.
L’idea era di far raccontare la storia ai testimoni, al sopravvissuto, ai martiri, ai carnefici (non sono sicuro) attraverso parole e immagini. Una storia per frammenti che non seguisse un ordine temporale. Alla fine, la cronaca dei fatti accompagnata da illustrazioni in b/n (tipo Villa Caramora).

Mi piacerebbe inoltre poter fare il ritratto dei 43, quelli di cui è possibile.
Grazie per la pazienza.
Rudi

07/10/2014 11:19 Re: Storia illustrata

Ciao Ruggero
ieri e l’altro ieri (anche oggi se è per questo) ero impegnato alla correzione di un libro che con Contorno Viola stiamo pubblicando. Per questo ho aspettato di avere la mente un po’ sgombra per guardare con attenzione il tuo bel lavoro.
Mi piace molto. Sia per lo stile delle illustrazioni che per l’abbinamento dei testi.
Naturalmente bisognerebbe avvisare Maria Silvia (e chiederle l’autorizzazione).
Per le foto dei 43 puoi venire alla Casa. Oltre quelle pubblicate sul penultimo numero di Resistenza Unita e sulla mostra esposta, io ne ho recuperate altre. Fammi sapere quando pensi di venire che ci mettiamo d’accordo.
Tra l’altro noi stiamo organizzando una mostra su Kurt Caesar, illustratore de il Vittorioso, tedesco e clandestinamente partigiano
http://it.wikipedia.org/wiki/Kurt_Caesar
Abbiamo incontrato Antonio Giuda, uno dei più grandi collezionisti italiani di fumetti, che sarebbe disponibile a mettere a disposizione gratuitamente la sua raccolta del Vittorioso per l’esposizione.
Come vedi ci stiamo muovendo sulla pluralità dei linguaggi della memoria e il tuo lavoro è decisamente in sintonia con il nostro.
A presto
Gianmaria

 07/10/2014 16:12 Re: Storia illustrata

Ciao Gianmaria,
Io potrei nel pomeriggio perché la mattina sono impegnato. Giovedì o venerdì? Fammi sapere, grazie
Rudi

07/10/14 17:06 Re: Storia illustrata

Ciao Ruggero
Siccome giovedì e venerdì di questa settimana non c’è Ester, la responsabile del centro di documentazione fotografica, possiamo fare martedì o mercoledì della prossima settimana?

Gianmaria

08/10/14 14:40 Re: Storia illustrata

A me andrebbe molto meglio mercoledì. L’ora decidila tu, a me andrà bene.
Colgo l’occasione per inviarti il primo ritratto, Angelo Bizzozzero, fatto ieri sera,
ciao Rudi

 

 

 

 

 

On 09/10/14 11.59, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

Possiamo fare alle 14.30.
Dopo io devo vedermi con altri per l’openday della biblioteca ma nel frattempo puoi lavorare con Ester.
Gianmaria

Fondotoce, Casa della Resistenza, 15 ottobre 2014 (con la partecipazione di Ester)

– … il ritratto è veramente notevole … sembra dal vivo …

– Purtroppo le foto che abbiamo non sono di buona qualità … vecchie foto tessera perlopiù

– … ci metterò un po’ a farli tutti. E per gli ignoti come facciamo?

– Si può ritrarre il muro. Le lapidi degli ignoti sono proprio dietro la croce, assieme ai nomi noti dei 42 martiri.

– Dopo andiamo a fare un foto.

– È la prima parte che non mi convince

– Cambiano i punti di vista

– Si, ma non è chiaro, e neanche la successione. È utile andare a confrontare tutta la documentazione. E i diversi testimoni. C’era anche Ermanno Olmi … alla Colonia Motta

– Io ne frattempo mi dedico ai ritratti, è un lavoro lungo … nei ritagli di tempo

Scambio di mail

29/10/2014 18:22 Traccia libro illustrato

Ciao Gianmaria,
ti giro la sequenza delle illustrazioni abbinate a frammenti di testo e a parole chiave. Non ho inserito l’aneddoto di Ermanno Olmi bambino in colonia che vede sfilare il corteo. In due frammenti si fa riferimento all’orario, sicuramente è sbagliato perché si parte da Villa Caramora alle 17 e si arriva a Fondotoce alle 16.
Attendo tue preziose valutazioni.
Grazie
Rudi

On 29/10/14 23.12, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

Ciao Rudi
lasciami qualche giorno perché sono immerso in due lavori urgenti.
Ci sentiamo la settimana prossima
Gianmaria

30/10/2014 16:08 Re: Traccia libro illustrato

Nessuna fretta, ciao rudi

Undici mesi dopo

30/09/2015 15:55 Quarantatre_Traccia

Ciao Gianmaria, ti invio in allegato la nuova traccia del libro.
A presto
Rudi

02/10/2015 23.51 Testo Irene Magistrini

Ciao, ti allego intanto il testo della Magistrini. Era a Pallanza (viale delle Magnolie) e non a Suna. Ci sentiamo

Gianmaria

23/10/2015 20:42 43

Prova impaginato – Dettaglio

 

Ciao Gianmaria, scusa il ritardo con cui mi faccio vivo. Ti invio una prova di impaginazione del libro, è solo una parte. Ti allego anche il timone con traccia dei testi e relative immagini.
La prima pagina è bianca così è possibile visualizzare la doppia pagina distesa. Mi piacerebbe intitolarlo 43 scritto in cifra, magari a pennello oppure Quarantatré scritto in lettere, fammi sapere cosa ne pensi, io naturalmente sono pieno di dubbi.
Appena ho altro materiale te lo giro.
A presto
grazie
Rudi

 

on 02/11/15 02.28, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

A: Rudi <r.zearo@libero.it> <mailto:r.zearo@libero.it>
CC: Ester Bucchi <ester.bucchi@gmail.com> <mailto:ester.bucchi@gmail.com>

Ciao Rudi
letto riletto e preso in mano tutta la documentazione
Il risultato è che ho molti dubbi. Provo ad elencarli.

  • Il titolo: meglio in cifre. In lettere può esser confuso con il nome di battaglia di Suzzi.
  • Il problema centrale mi sembra quello della successione delle sequenze. Visto che cambiano i punti di vista (le voci narranti) penso che sia necessario seguire maggiormente un ordine cronologico: es. (i punti sono anche altri) il n.10 (fotografo) che anticipa i bambini alla Colonia Motta. Oppure seguire un ordine per “personaggi”. Adesso i due criteri sono misti
  • Qui viene però il problema più difficile. Se la vicenda nel suo complesso è chiara, l’esatta sequenza cronologica e gli orari non sono concordanti nelle varie fonti. Ad es. i prigionieri provenienti da Malesco (tra cui Suzzi) sono stati portati nelle cantine di Villa Caramora o fatti sostare davanti? Liguori e Suzzi danno versioni diverse.
  • Di Suzzi vi sono almeno 4 versioni e gli orari cambiano da una all’altra.
  • Allo stato attuale mi sembra vi sia una sproporzione tra “il racconto” e la parte con i volti dei 43.

Provo a fare alcune proposte:

  • Pensare al volume come diviso in tre parti
  1. Il racconto a più voci
  2. i volti
  3. la vicenda

 

  1. O si segue rigorosamente la cronistoria o, come mi sembra più efficace si mettono in successione i racconti dei diversi testimoni (Giudice, Ellis, Suzzi ecc.) naturalmente con una successione il più possibile aderente alla cronistoria. In ogni caso penso che questa parte debba essere ampliata con alcuni episodi/testimonianze: ad es L’altro sopravvissuto (perché non fucilato: ), La signora che esce dalla Chiesa di S. Leonardo, Danini e Velati a Fondotoce , il salvataggio di Suzzi, Don Bozzini e le bare. La festa nazista a Villa Caramora (vista da Liguori)
  2.  qui siamo ok
  3. Parte storica: una cronistoria il più rigorosa possibile, e con cenni al contesto e relativa bibliografia. Penso che anche in questa parte debba avere, anche se in misura minore, delle immagini sia per congruenza stilistica sia perché altrimenti non la legge nessuno.Come procedere:Io sto tentando di mettere giù una cronistoria con una tabella così strutturata:
 Ora  Durata Dove Cosa/Azione  Fonte  note

Quando è pronta possiamo vederci e ripensare alla prima sezione mettendo giù una sorta di storyboard della prima parte.
Mi rendo conto di complicarti (e complicarmi) la vita ma è la prima volta che mi trovo a collaborare ad graphic novel e si va un po’ a prova ed errore.
Ci sentiamo
Gianmaria

02/11/2015 18:57 Re: 43

Ciao Gianmaria, grazie ancora. Anch’io sto procedendo per tentativi. Apprezzo molto il tuo approccio scientifico. Faccio un’ipotesi alternativa alla tua:
Provo a immaginare il libro non diviso in 3 parti ma come corpo unico. I testi originali scritti da te sono accompagnati da illustrazioni disegnate dal sottoscritto. Si tratta ora solo di trovare lo stile. La cronistoria, la didascalia asciutta (vedi libro Franzinelli-Ventura) in terza persona mi sembra molto efficace, meno complicata della narrazione in prima persona come avevamo inizialmente ipotizzato. Eviterei a questo punto la parte 3 (la vicenda, già inclusa nel testo) soprattutto eviterei di citare le fonti. I nomi, Frank Ellis, Cleonice Tomassetti, Avvocato Emilio Liguori, i vari testimoni (solo se aggiungono qualcosa al racconto) Irene Magistrini ecc. vengono a questo punto citati nel testo.
Andrei a descrivere solamente il giorno 20 giugno 1944. Il racconto potrebbe essere diviso per tappe o luoghi fisici: Cantina di Villa Caramora, Lungolago di Intra, Lungolago di Suna, Fondotoce. Concluderei il racconto sulle mani di Moscardelli che tengono la fotografia.
Per il momento è tutto.
A presto
Rudi

On 02/11/15 19.17, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

Ciao Rudi
Ci penso; una contestualizzazione sia pur breve (rastrellamento Val Grande) dovrebbe esserci. Potrebbe essere a questo punto una introduzione essenziale. Nel frattempo cerco su Monte Marona del maggio ’45. Chiovini parla di una intervista a Suzzi.
Naturalmente la bibliografia in fondo.
Ci sentiamo
Ciao
Gianmaria

18/11/2015 17:47 Attentati Parigi

ciao Gianmaria, pensando agli attentati di Parigi ho sviluppato questa idea grafica che, se ti servirà, potrai utilizzare a supporto di qualche articolo o altro. A presto
Rudi

France.jpg

On 25/11/15 22.15, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

Ciao Rudi,

scusa se ti rispondo solo ora ma la tua mail era andata a finire in una sottocartella della posta e l’ho vista solo ora.
Giro l’idea grafica originale (e inquietante) alla Casa della resistenza. Grazie mille.
Per quanto riguarda il lavoro su “43” lo riprenderò in mano non appena finito il convegno di Sabato a Baveno che mi sta impegnando a tempo pieno.
Ci sentiamo
Gianmaria

Fondotoce, Casa della Resistenza, mercoledì 9 marzo 2016 (con la partecipazione di Ester, Chiara, Roberto)

– Ecco, questi sono i ritratti dei quarantatré

– C’è anche Suzzi?

– Sì, certo!

– Sono commuoventi…ti guardano e ti interrogano …

– La “cronaca” del 20 giugno, da Villa Caramora la mattina (arresto del giudice Liguori) alla sera (la festa in onore del colonnello SS), deve confluire in modo naturale nella sezione dei ritratti

– Dobbiamo valorizzare le immagini … testi essenziali

– Una sorta di via crucis laica, ogni episodio un luogo, un evento e dei personaggi precisi

– Riepilogando: Una introduzione sintetica; la cronistoria/via crucis del 20 giugno; i ritratti dei 43

– Mettiamo anche i “Titoli di coda”!

– ???

– Come nei film che danno informazioni post-trama, su cosa hanno poi fatto o cosa è successo ai personaggi e alle località.

– Sì … ma non possiamo chiamarli “titoli di coda”!

– La logica è quella … come chiamarli ci penseremo poi …

– Dobbiamo rivedere tutta la traccia.

– Ci lavoro, appena pronta te la faccio avere.

Scambio di mail

14/03/2016 00:59 Traccia 43

Ciao Rudi
ti allego la bozza della traccia sulla base di quanto ci siam detti martedì scorso.
E’ assolutamente provvisoria.
Quello che in primo luogo conta è la scansione (Titoli/argomenti). I testi sono per ora solo riempiti con scalette o testi precedenti e, per i nuovi con “ritagli” dai testi consultati.
Le immagini ovviamente devi deciderle tu.
Passami tutte le osservazioni e, laddove hai idee sulle immagini per ogni sezione, dimmi il soggetto o i soggetti di modo che per il testo io vedo di svilupparlo in congruenza.
Le tue aggiunte e correzioni sulla traccia, falle in rosso di modo che io le veda subito.
Ci sentiamo
Gianmaria

Allegato:   43 – Traccia 2016

12/04/2016 19:36 43

Ciao Gianmaria, ti invio in allegato un aggiornamento del lavoro. Ho inserito la copertina, mi piaceva l’idea della finestra chiusa… (sotto il titolo potremmo prevedere un sottotitolo) e ho proseguito con nuovi disegni seguendo il tuo menabò. Alcuni sembrano disegni da scuola media, se ci sarà tempo (e voglia) li rifarò.
Fammi sapere come sta andando, a presto
Rudi

 

 

 

On 15/04/16 02.31, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

Ciao Rudi,
ti mando l’introduzione che ho provato a metter giù. Dimmi cosa te ne pare.
Per i testi che accompagnano le immagini, vedendo anche quelli di Ventura/Franzinelli, punterei al massimo di sintesi.
Provo ad andare avanti di qualche capitolo tra domani e domenica, poi la settimana prossima è bene che ci vediamo un attimo per coordinare al meglio testo e grafica.
Le persiane chiuse di copertina mi paiono efficaci. Su un eventuale sottotitolo non so.
Ci sentiamo.
Gianmaria

 

16/04/2016 17:06 Re: 43

Ciao Gianmaria, l’introduzione è perfetta.
Settimana prossima a  me andrebbe bene lunedì o giovedì nel primo pomeriggio.
Fammi sapere,
Rudi

…   …   …

18/04/2016 19:37 43_Aggiornamenti

ciao Gianmaria, ti passo l’aggiornamento, ho inserito l’introduzione e i ritratti.
Ok per giovedì pomeriggio.
Buona serata
Rudi

On 19/04/16 02.06, “Gianmaria Ottolini” <gianmaria.ottolini@teletu.it> wrote:

Ciao Rudi, stavo giusto per mandarti i testi in una loro prima versione.
Te li allego. Però ho fatto riferimento alle pagine della versione precedente.
Come puoi vedere nella prima parte avrei modificato l’ordine di alcune immagini
e di conseguenza l’ordine delle pagine.
Prova a guardarli e giovedì ci confrontiamo.
Giovedì va bene alle 14,15? Qui da me?
Ci sentiamo
Buona … notte
Gianmaria
…   …   …

19/04/2016 22:00 Re: 43_Aggiornamenti

Ti mando la versione aggiornata del testo con le pagine calibrate sull’ultima versione.
Piccole correzioni per il testo “Moscardelli”
A giovedì
Ciao
Gianmaria

Allegato Testo_43.doc

…   …   …

Pag. 42 – 43

Lungo lago a Intra, di fronte all’imbarcadero, c’è un piccolo studio fotografico.

Il proprietario, Moscardelli, vede entrare due soldati tedeschi, altri stazionano all’ingresso.

Deve sviluppare del materiale riservato.

Sono le foto scattate al corteo dei condannati a Parco Cavallotti e durante il primo tratto del mesto tragitto.

Il fotografo esegue l’ordine e, di nascosto, ne trattiene copia.

 …   …   …

22/04/2016 22:00 immagini

Ciao
mi son venute in mente alcuni aggiornamenti.
Per i “titoli di coda” cosa ne pensi di un titolo a piena pagina

      … in seguito

L’immagine del lago (finta/temuta fucilazione) mettere ai due lati appena accennati due parziali profili di schiena.
Ultima di copertina Non solo persiane aperte ma anche finestra con accennate persone e bandiera italiana (allora aveva lo stemma sabaudo) appesa (in sostanza la liberazione il 24 aprile a Intra)
Ci sentiamo
Gianmaria
 …   …   …

Impaginato – Dettaglio

23/04/2016 19:23 quarantatre

Ciao Gianmaria, ho provato a impaginare il testo modificato. Fammi sapere se ti convince o è meglio ritornare alla tua versione.
A presto
Rudi

 

 

 

 

 

23/04/2016 21:56 Re: quarantatre

Si,
mi convince abbastanza, anche se i testi vanno rivisti e “asciugati”. Il titolo in copertina va bene in script, ma mi pare a caratteri un po’ “ingombranti”.
In questi giorni sto lavorando ad altro.
Da giovedì della prossima settimana ci rimetto mano. Asciugo i testi e incomincio la parte finale.
Buona serata
Gianmaria

02/05/2016 15:14 43_aggiornamento

Ho aggiunto qualche disegno
ciao, a presto, Rudi

 

02/05/2016 21:58 Re: 43_aggiornamento

Benissimo.

Sto finendo un altro lavoro, poi in settimana rimetto mano ai testi.

PS. Se il Camion arriva da Cannobio e si ferma al Cavallotti, forse bisogna invertire il senso di marcia.

Ci sentiamo

Gianmaria

 

06/05/2016 01:56 43

Ciao Rudi
ti allego l’ultima tua versione di “quarantatré” con modifica e correzione dei testi (con evidenziazione e nota).
Ho corretto anche l’età dei caduti che in più casi era stata aumentata di un anno perché non si è tenuto conto del giorno di nascita.
Anche un nome era sbagliato (era così anche sulla banca dati e ho avvisato).
Domani inizio le note  della sezione “in seguito”.
Son indeciso se seguire l’ordine del testo  (Val Grande, Villa Caramora, Giudice Liguori ecc.) oppure farlo inverso (partendo da Carlo Suzzi). O se fare prima i luoghi e poi le persone.
Gianmaria

1 allegato: 43 corr go.pdf

…   …   …

06/05/2016 23:27 … in seguito

Ciao Rudi
ho provato ad individuare le voci dell’ultima sezione. Sono una dozzina e mi pare che il percorso “a ritroso” sia quello più logico.
Prova a guardare la scaletta allegata (Ci sono gli argomenti e la loro successione) e vedi se manca qualcosa e se la successione così per te va bene.
Naturalmente titoli e testi sono tutti da rivedere. Il contenuto di una voce dipende anche da ciò che si è scritto prima.
Fammi sapere
Gianmaria

…   …   …

17/05/2016 01:26 in seguito

Ciao Rudi
ti allego il testo completo dell’ultima parte.
Ho rivisto anche alcuni passaggi delle voci che abbiamo visto oggi.
Domani metterò a punto la bibliografia.

Ci sentiamo
Gianmaria

 

17/05/2016 14:39 Re: in seguito

Ciao Gianmaria. Ora lo impagino. Ho fatto leggere la bozza a un paio di amici e alla mia compagna e il testo è piaciuto molto. Leggendolo è emerso un refuso: pag 5 – terza riga (contatto) già corretto nel layout. Un’osservazione: Nella parte finale la voce – una donna (Letizia Pellero) manca per dimenticanza o perché non vale la pena aggiungere altro?

Per il momento è tutto, grazie

ciao Rudi

…   …   …

18/05/2016 23:35 Re: in seguito

Ri- ciao Rudi

i refusi e le correzioni non finiscono mai

Ce n’era uno nel “..in seguito” su Cleonice: intestazione a suo nome (e non: intestazione e suo nome)

A questo punto ti riallego tutto il file

Ciao

Gianmaria

 

20/05/2016 15:59 quarantatre

ciao Gianmaria, ho terminato il libro, mancano i ringraziamenti e le brevi bio. Non ho inserito le immagini per ogni voce IN SEGUITO ma solo una della croce e del muro a inizio capitolo. Fammi sapere se ti sembra possa funzionare. A me piace.
A presto
Rudi

20/05/2016 23:41 Re: quarantatre

Ciao Rudi

Sì, va bene così. Sia il camion (non era vero che non li sapevi disegnare!) che la parte finale: è pulita e simmetrica alla prima e l’immagine del Monumento e Croce efficace. Ottimo lavoro.

L’unica cosa che non mi convince molto è l’ultima di copertina con solo in testo.

O si mette anche l’immagine corrispondente (i piedi nudi) o (io preferirei) l’immagine della foto che emerge dalla camera oscura. E’ “realistica” e simbolica ad un tempo: i quarantatré che riemergono non solo dalla camera oscura ma anche dalla memoria.

“Testi consultati” andrebbe staccato un po’ di più dal primo testo.

Per le brevi bio aspettiamo di aver trovato l’editore. In genere loro hanno degli standard.

I ringraziamenti naturalmente li scriveremo dopo aver fatto vedere/leggere ai “ringraziandi” il libro. Penserei ad un incipit più o meno così:

Ruggero e Gianmaria ringraziano in particolare

…..

Per resto come procediamo?

  • Verificatori (almeno sei: basta il PDF o è meglio anche qualche bozza tipo quella che mi hai dato l’altro giorno?)
  • Se vi sono osservazioni significative eventuali correzioni.
  • Patrocini? Solo la Casa della resistenza o anche altro? Magari il Parco Val Grande?
  • Editore
  • Pubblicizzazione (magari anche un Trailer su YouTube)
  • Presentazioni
  • ecc.

Ci vediamo in settimana a fare il punto?

Ciao

Gianmaria

 

21/05/2016 21:51 Re: quarantatre

guarda se così è meglio, io in quarta di copertina ho inserito quella frase ma potrebbe anche essere un’altra, magari pensata ad hoc.
ciao
Rudi

…   …   …

04/06/2016 23:26 43

Ciao Rudi
ho ricevuto un po’ di feedback sul nostro libro. Riusciamo a fare il punto ad es. martedì primo pomeriggio?
Se non ti va bene anticiperei a lunedì, sempre primo pomeriggio.
Fammi sapere
Gianmaria

…   …   …

08/06/2016 03:40 Scheda 43

Ciao Rudi
ti allego la possibile scheda di presentazione del libro.
Vedi se per te va bene. Non so se è il caso di dire anche qualcosa sui destinatari (il target).
Penso sia eventualmente meglio parlarne nella mail di accompagnamento.
Gianmaria

 

08/06/2016 15:04 Re: Scheda 43

Ciao Gianmaria, per me va bene. Leggendo la scheda mi è venuto in mente che potrebbe risultare interessante descrivere brevemente il metodo narrativo: l’episodio, tassello dopo tassello, viene alla luce attraverso diversi sguardi: quello di un giudice prigioniero, di una bambina, di una donna, di un ragazzino, di uno studente universitario, di un sopravvissuto (senza citare i nomi).grazieciaoRudi

…   …   …

09/06/2016 18:17 43_Scheda

Ciao Gianmaria, ho impaginato la scheda, controlla se va bene e se è tutto ok. Grazie
a presto
rudi

…   …   …

10/06/2016 11:02 Re: 43_… in seguito

Ciao Rudi

ecco la parte finale rivista e uniformata nei tempi verbali e con altre piccole correzioni.

Sostituisce la precedente.

Direi che con questo, per ora fino ad aver trovato l’editore, basta correzioni!

Appena l’hai pronta ci sentiamo.
Gianmaria

…   …   …

20/06/2016 08:19 Proposta editoriale  A info@beccogiallo.it

Edizioni BECCOGIALLO,
Spett. Direzione editoriale

Buongiorno.
Abbiamo avuto l’opportunità di conoscere le vostre edizioni in occasione del Convegno “Sandro Pertini. Il Presidente partigiano” tenuto presso la Casa della Resistenza di Verbania Fondotoce il 26 aprile 2015. Nell’ambito di quella iniziativa gli autori Elettra Stamboulis e Gianluca Costantini avevano presentato la loro opera “a fumetti” Pertini fra le nuvole.

Con la presente desideriamo proporvi una graphic novel sull’eccidio di Fondotoce del 20 giugno 1944 e verificare il vostro eventuale interesse alla pubblicazione. L’opera, di cui al momento alleghiamo una sintetica Scheda di presentazione, è stata pensata sia per un pubblico nazionale, quale quello che segue le vostre edizioni, che in modo più specifico come approfondimento e ricordo per i visitatori della Casa della Resistenza e dell’area monumentale di Fondotoce. Ogni anno infatti la Casa della Resistenza accoglie circa 7-8mila tra studenti accompagnati dai loro insegnanti e gruppi organizzati dalle ANPI, in particolare dal Piemonte e dalla Lombardia.
Naturalmente disponibili ad ogni chiarimento e approfondimento, restiamo in attesa di un vostro gentile riscontro.
Cogliamo l’occasione per i più cordiali saluti unitamente ai nostri sentiti auguri per il vostro lavoro editoriale.

Ruggero Zearo
Gianmaria Ottolini

1 allegato: 43_Scheda.pdf

…   …   …

14/07/2016 00:48 Editori

Ciao Rudi
il settore editoriale che ci interessa ha una “mortalità elevata”. Anche The Box Edizioni ha chiuso. Terre di Mezzo e EGA (gruppo Abele) con i quali avremmo dei contatti non mi sembrano avere linee di graphic novel. Comunque contattiamoli.
Allega la bozza precedente a cui ho aggiunto Settegiorni editore e Coconino Press (assorbito da Fandango libri, che pare abbia sotto di sé anche Becco giallo).
Ciao
Gianmaria

 

Seguono una decina di mail analoghe ad altri editori del settore fumetti & graphic novel. Nel frattempo passa l’estate e arriva l’autunno.

 

08/11/2016 16:13 Quarantatre

Ciao Gianmaria, di seguito ti invio l’elenco delle case editrici alle quali ho inviato la presentazione del libro “43” con data e “risposte”.
…   …   …

28/06/2016 Edizioni BECCOGIALLO – c.a Federoco Zaghis (1/07/2016 Ha riposto che il loro programma editoriale è pieno per i prossimi due anni)

…   …   …

Pensi sia il caso di inviare nuovamente la presentazione o di individuare altre Case Editrici, magari meno prestigiose? Se vuoi ci sentiamo per parlarne.
Grazie
Rudi

 

08/11/2016 16:52 Re: Quarantatre

Credo dobbiamo sondare anche qualche editore più locale meno legato al genere.

Ci sentiamo

Gianmaria

…   …   …

Intra presso “Il Cappellaio Matto” – martedì 21 marzo ore 18 circa (con Pieranna ed Emilia)

– Non ero mai stato qui.

– È un posto simpatico …

– Cosa prendete?

– Caffè schiumato.

– Anch’io.

– Un marocchino.

– Non mi sgridate se prendo una birra a quest’ora?

– Questo è la bozza.

– Rudi ha portato anche le tavole originali … i disegni e i ritratti

… …

– Il testo è molto essenziale …

– È voluto, centrali sono immagini. L’abbiamo “asciugato” il più possibile.

– Ma la copertina???

– Le persiane chiuse di Intra mentre passa il corteo.

– Non è molto leggibile

– Certo, si può aggiungere un sottotitolo in copertina

… …

– Lo guardiamo con calma e vi facciamo sapere …

 

 Scambio di mail

22/03/2017 11:40 43

Ciao Rudi
per il sottotitolo avrei pensato (in corsivo sotto la finestra)

… a Fondotoce, il 20 giugno 1944

Non solo “Fondotoce” perché le persiane sono quelle di Intra; ” … a” (magari anche senza i tre punti) può essere inteso come “stato di luogo” ma anche come “destinazione” (quarantatré … destinati a Fondotoce)

Che te ne pare?

Gianmaria

P.S. La data in fondo a pag. 83 dovrebbe naturalmente diventare “giugno 2017”

 

Il 02/04/2017 08:47, amministrazione@tarara.it ha scritto:

Ciao Gianmaria, ciao Ruggero

In linea di massima siamo d’accordo ad editare il libretto.

Io rientro il 12 e quindi possiamo trovarci per il cronoprogramma.

Ho chiesto ad Alberganti il preventivo per 300 e 500 copie.

Dal 13 possiamo fissare un appuntamento per definire le altre cose, aspetti economici, promozione ecc.

Io leggo le mail e posso rispondervi. Invio questa mail a Emilia. Comunque scrivendo a questo indirizzo o a redazione@tarara.it arriva a entrambe

A presto.

Pieranna Margaroli

… …

17/04/2017 22:37 quarantatré

Ciao
allego le ultime integrazioni correzioni.
Per i risvolti avrei pensato oltre alla sintetica presentazione degli autori, una sintetica presentazione/sinossi del libro. In quale dei due risvolti vedete voi.
Ci sentiamo
Gianmaria

 quarantatré

Sottotitolo:   … a Fondotoce, 20 giugno 1944

 Risvolti:

Nel giugno 1944 la Val Grande e il territorio adiacente tra la Val d’Ossola, la Val Vigezzo e il Lago Maggiore vennero investiti dal più massiccio e duraturo rastrellamento antipartigiano di tutto il nordovest. Oltre 300 i caduti sia in combattimento che in più episodi di fucilazioni collettive. L’evento più drammatico fu quello di Fondotoce dove 43 partigiani, dopo esser stati fatti sfilare lungo i paesi lacustri (Intra, Pallanza, Suna), furono fucilati a tre a tre ai bordi del canale che unisce il Lago di Mergozzo con il Lago Maggiore.

Gli autori

Ruggero Zearo.

… …

 Gianmaria Ottolini.

… …

Ringraziamenti (nella pagina del colophon)

Gli autori e l’editore ringraziano l’équipe della Casa della Resistenza per la preziosa collaborazione.

 … …

On 04/05/17 08.46, “Pieranna Margaroli” <pieranna.margaroli@margaroli.it> wrote:

Ciao Ruggero, Ciao Gianmaria
Qui sotto il codice EAN/ISBN del volume quarantatre
978-88-97795-34-6
Ciao
Pieranna Margaroli

… …

19/05/2017 21:03 Re: QUARANTATRE’

Ciao Piaranna, Emilia e Rudi

sulla base delle informazioni scambiate stasera con Pieranna e con Rudi propongo di vederci venerdì 26 (prima o dopo cena per me è lo stesso, dite voi). E’ un po’ in là ma nel frattempo possiamo aggiornarci via mail dl procedere dei lavori: esecutivo, prove di stampa ecc. Come vi ho già accennato proporrei di inaugurare e presentare la mostra di Rudi alla Casa della resistenza sabato sera (17 giugno) intorno alle 21.30 al pubblico che aspetta l’arrivo della fiaccolata. Per poi presentare il libro la mattina dopo al termine della celebrazione. Continuo a pensare che non sarebbe male riuscire a presentarlo anche il pomeriggio (o la sera) del 20 giugno in occorrenza dell’anniversario dell’eccidio: sfumata l’ipotesi Spalavera, penserei al Kantiere. Che ne dite?

Buona serata

Gianmaria

… …

19/05/2017 21:03 Re: QUARANTATRE’

Buongiorno, invio in allegato PDF in bassa della copertina e degli interni. Sotto i 3 MB non sono riuscito a farlo stare.
Ruggero

Copertina con risvolti

 

Cavandone presso il Circolo SOMS – venerdì 9 giugno ore 22 circa (cena Scienze Umane del Cobianchi con Patrizia, Cristina, Gemma, Rino, Giudo, Barbara, Marina, Rita, Maria Pia, Marisa, Michele e tanti altri)

– Ho messo sui tavoli l’invito alla mostra alla Casa della Resistenza dei disegni di Zearo realizzati per la nostra graphic novel sull’eccidio di Fondotoce.

– Una storia a fumetti?

– Non proprio

– Novel in inglese significa romanzo, non novella.

– Ma è in parte di fantasia?

– No, la ricostruzione dei fatti è rigorosa.

– I “fumetti” in gran parte non hanno più le “nuvolette” da cui han preso il nome.

– La distinzione oggi fra fumetti e graphic novel è che i fumetti sono “seriali”, incentrati su personaggi che in genere danno il nome alla serie (Topolino, Dylan Dog ecc.). I graphic novel, come i romanzi, sono opere uniche.

– Ma la vostra graphic allora non è una “novel”!

– Beh, certo … ma si usa così.

– Bisognerebbe definirla “Graphic History” allora!

Mail

On 13/06/17 14.14, “Pieranna Margaroli” <pieranna.margaroli@margaroli.it>wrote:Ho sentito la Pressgrafica. Mi consegnerebbero giovedì. Io li chiamerò lostesso giorno per poterlo ritirare io entro la giornata. Vi aggiorno. A sabato e domenica. Ciao.

Pieranna Margaroli

—— . —— . ——

 

Dal 10 giugno 2014 siamo arrivati al 17 e 18 giugno 2017: finalmente in porto con la presentazione della mostra dei disegni di Ruggero (con anteprima del libro) e la presentazione ufficiale il giorno dopo alla Casa della Resistenza.

Di seguito un po’ di immagini dei due eventi e della successiva presentazione al Monte Verità di Ascona.

 

Mostra dei disegni alla Casa della Resistenza

… …

Work in progress

Rudi e Pieranna

con Arialdo, Gemma e Ester

Presentazione alla Casa della Resistenza

Chiara

Presentazione a Monte Verità

con Yvonne Pesenti Salazar

——————- ——————- ——————-

[i] Cleonice di Maria Silvia Caffari. Spettacolo presentato alla Casa della Resistenza il 12 novembre 2011 con M.Silvia Caffari e Mario Cottura e musiche: Paolo Margaria, fisarmonica. Testo ispirato a: Nino Chiovini, Classe IIIaB: Cleonice Tomassetti, vita e morte, Tararà, Verbania 2010.

[ii] Andrea Ventura – Mimmo Franzinelli, Una mattina mi son svegliato. Cinque storie dell’8 settembre 1943, UTET, Novara 2013.

[iii] Le mail che ci siamo scambiati durante la realizzazione di Quarantatré sono oltre duecento; quella che segue è ovviamente una selezione.

 

 

 

 

 

 

 

Educazione alla morte di Gregor Ziemer

Pubblicato a New York nel 1941, il libro di Ziemer sull’educazione nazista arrivò in traduzione italiana (edita a Londra nel 1944) con le truppe alleate; edizione ripubblicata nel 2006 dall’editore siciliano Città Aperta con una introduzione di Bruno Maida. Esaurita da tempo anche quest’ultima, recentemente è stato ripubblicato dall’editore Castelvecchi (Roma, 2016).

Nel 2006 ne avevo pubblicato una recensione sul n. 2 di Nuova Resistenza Unita che riporto di seguito.

Educazione alla morte. Come si crea un nazista

Il direttore della Scuola Americana di Berlino, Gregor Ziemer, interviene per impedire il linciaggio di un suo allievo di sei anni da parte di giovani hitleriani di una scuola vicina. Siamo nell’inverno del 1939-40, a pochi mesi dall’invasione della Polonia.

“Quell’episodio … m’indusse a prendere una decisione lungamente differita”. Vivendo a Berlino dal 1928 dove, oltre a dirigere la scuola da lui fondata, scrive corrispondenze per testate inglesi e statunitensi, vuole capire dal di dentro “cosa avvenisse nelle scuole e negli altri centri d’educazione nazista”. Con uno stratagemma ottiene dallo stesso ministro dell’istruzione, Bernhard Rust, l’autorizzazione scritta a visitare le istituzioni scolastiche e parascolastiche. Ne nasce un accurato reportage dal titolo Education for Death. The Making of the Nazi, pubblicato nel febbraio del ’41 a New York e seguito da numerose ripubblicazioni, compresa una condensata del Reader’s Digest, anche in altre lingue. Passo dopo passo Ziemer ricostruisce l’itinerario formativo del giovane tedesco volto al suo destino militare e, in capitoli alternati, quello della giovane quale futura prolifica madre di figli per il Führer.

In Italia il testo arrivò nel ’44 con l’esercito alleato, in una traduzione riproposta oggi dalle edizioni Città Aperta, con una bella introduzione di Bruno Maida.

Ad un primo livello di lettura possiamo considerarlo come un esempio significativo di una propaganda di guerra, da parte alleata, efficace e nello stesso tempo seria e ben documentata. Non a caso il testo costituì la base per la sceneggiatura di due produzioni filmiche con chiaro intento di supporto allo sforzo bellico statunitense.

La prima, Hitlers’s Children, dell’emergente regista Edward Dmytry, uscì all’inizio del ’43 e costituì, in modo inaspettato, uno dei maggiori successi di pubblico dei due anni centrali della guerra statunitense. Sul contesto tracciato da Ziemer, il regista inserisce la storia sentimentale e drammatica di due giovani, Karl e Anna; nazista convinto lui, americana e democratica ma con origini tedesche lei, condividono l’amore per la musica e la grande letteratura germanica. Arrestata e destinata alla sterilizzazione forzata non potrà esser salvata da Karl, che, aperti gli occhi sull’orrore del regime, morirà mentre ne compie una denuncia pubblica. La vicenda, vista oggi, può apparire forzata, ma era portatrice, per il pubblico americano di un chiaro messaggio: siamo in guerra non contro il popolo tedesco ma contro un regime che nega le sue stesse origini e la sua cultura.

 

Il secondo, Education for Death [i], è un corto d’animazione (10’) prodotto dalla Disney nello stesso anno. È un caso abbastanza particolare di un utilizzo serio del cartoon, che rimane fedele, sia pur nella sua brevità, al testo originario. Dopo la trasfigurazione ironica della fiaba della Bella addormentata (una grassa Valchiria, la principessa Germania, svegliata e sollevata a forza su un destriero dal principe Hitler) le immagini diventano scure e si narra in quattro sequenze di come il piccolo Hans da bambino delicato e sensibile diverrà “un bravo nazista” che marcia, saluta, brucia i libri e che pensa, vede e dice solo quello che vuole il partito. La terza sequenza ci mostra infatti il piccolo Hans che “si ravvede” dopo esser stato punito dal maestro per essersi commosso per la sorte di un coniglio catturato dalla volpe.

Sequenza che riprende quasi alla lettera un passo di Ziemer dove un vecchio maestro, tramite una poesia (una mosca che cattura un piccolo insetto, divorata a sua volta da un ragno, a sua volta da un passero, da una volpe, da un lupo ecc.) ne insegna la morale: “Questa lotta è … naturale. Senza di essa la vita non potrebbe continuare. Ecco perché il Führer vuol vedere i suoi ragazzi forti, così che possano essere loro gli aggressori e i vincitori e non le vittime”.

 

Il libro di Ziemer permette inoltre un secondo livello di lettura che potrebbe esser effettuato in parallelo con un’analoga testimonianza di Erika Mann.

Questa con La scuola dei barbari. L’educazione della gioventù nel Terzo Reich (La Giuntina, Firenze, 1997), con la sensibilità di una intellettuale tedesca attenta al tema delle differenze (razziali, religiose, culturali, sessuali ecc.) ci mostra, a partire dalla scuola, la progressiva invasione totalitaria del nazismo su ogni aspetto e momento della vita svuotando il privato (la famiglia, il tempo libero ecc.), andando alla radice stessa dei rapporti (es. il figlio dei testimoni di Geova sottratto ai genitori perché non ne assimili le concezioni pacifiste) e distorcendo la base stessa della comunicazione stravolgendo il significato e la connotazione delle parole (ad es. il significato positivo assegnato alla parola “barbaro”). Una descrizione “sincronica” da parte di una connazionale in esilio, dal 1935, per scelta volontaria.

Ziemer, ci offre invece la testimonianza di un educatore democratico americano, uno “straniero” rimasto in Germania fino alla vigilia dell’ingresso degli USA in guerra. Il curricolo educativo nazista, ripercorso diacronicamente, nei suoi principi teorici e nella sua pratica realizzazione, viene mostrato in tutta la sua drammatica efficienza e brutalità. Dalla rigorosa selezione prenatale (le sterilizzazioni forzate per motivi razziali, politici, fisici e psichici) al continuo controllo fin dai primi mesi di vita di una effettiva educazione, da parte delle madri, al culto di Hitler e della razza nella direzione di una uniformità assoluta di un intero popolo. La rigida separazione educativa dei due sessi: le ragazze destinate alla procreazione, anche al di fuori del matrimonio, di giovani ariani; i ragazzi ad un duro addestramento militare che progressivamente svuota e sostituisce ogni contenuto culturale e scientifico. Il paganesimo con il culto del capo che diventa il nuovo Redentore; l’assuefazione alla violenza e all’idea di morte. Il meticoloso inquadramento di ogni fase della vita in organizzazioni pre e para militari con i loro riti iniziatici e il loro progressivo prevalere sulla stessa istituzione scolastica. L’odio e il risentimento contro tutti gli stranieri (quello verso gli americani naturalmente viene particolarmente sottolineato). E non ultimo lo stupore e i dubbi di un educatore di come una scuola, senza più libri di testo ma governata gerarchicamente con rigide direttive e controlli, svuotata di ogni contenuto culturale e scientifico che non sia direttamente finalizzato alle tecnologie utili per la guerra, possa costituire il pericolo più serio per una società dove la scuola è “una scuola democratica per la vita” se quest’ultima non saprà ritrovare in se stessa uno “spirito democratico ringiovanito”.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

[i] Il corto dalla Disney (in lingua originale) è visionabile qui e con parziale sottotitolatura in italiano qui.