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Alcune riflessioni sul femminicidio e sulla violenza

Alcune riflessioni sul femminicidio e sulla violenza.

di Andrea Bocchiola * e Sonia de Cristofaro *

(* Psicoanalisti)

Premessa

Le considerazioni che seguono richiedono alcune, scontate premesse, che tuttavia vale la pena richiamare alla mente.

Innanzitutto vorremmo ricordare che il problema di fondo non è già il femminicidio, reato oltremodo esecrabile, ma l’omicidio e l’uso della violenza reale (fisica). Il problema è la prevenzione e l’interdizione dell’omicidio e casomai la punizione del reato. Si tratta con ogni evidenza di una questione di legalità e di ordine sociale: semplicemente è vietato uccidere e ciò indipendentemente dalla connotazione che l’omicidio assume nella sua concretezza fattuale.

Poi vi sono le figure che l’omicidio di volta in volta assume e che occorre ogni volta avvicinare con tutta la delicatezza del caso ma nella consapevolezza che il divieto di uccidere vige malgrado le condizioni particolari che portano all’omicidio o all’uso della violenza e malgrado le argomentazioni psicologiche o sociologiche che rendono intelligibile il suo scoppio.

L’osservazione sarà banale ma non è scontata. Non lo è dal punto di vista della costruzione dei dispositivi di legge preposti a regolare l’ordine sociale e che sempre più dipendono dalla consulenza degli esperti “scientifici” e dai loro modelli teorici (ed ideologici) di riferimento. Non lo è dal punto di vista della sorveglianza sociale, anch’essa sempre meno garantita dai dispositivi di legge e sempre più delegata alle schiere degli esperti, che dal punto di vista delle loro pratiche di scrittura scientifica stabiliscono cosa è possibile fare o non fare (ciò che la sociologia e la filosofia della politica chiamano “sorveglianza a bassa intensità”). Ed ancor più non lo è dal punto di vista soggettivo. Tutti noi conosciamo la perversa collusione tra il classico “spostato” che uccide un migrante e poi si giustifica parlando come uno psicologo od un assistente sociale (l’infanzia difficile, il padre assente, la povertà d’origine), e il nostro desiderio o bisogno di comprendere (ed alla fine giustificare) quell’azione affinché questa possa essere incasellata e non giunga a turbare la visione che abbiamo di noi stessi. In questa situazione il desiderio di evacuare l’orrore trova sin troppo terreno fertile nel corpo di apparati disciplinari che forniscono al primo gli argomenti a discarico, ed a noi una chance di comprensione “pulita” della violenza, che alla fine “salva tutti”.

E con questo veniamo alla terza premessa. Se vogliamo provare ad oltrepassare il confine delle stigmatizzazioni morali o fare qualcosa di più cogente che una semplice autocritica di genere, se vogliamo evitare di incasellare ed alla fine allontanare da noi stessi atti mostruosi come l’omicidio, dobbiamo mettere in conto che essi in qualche modo ci toccano e ci riguardano molto da vicino. Che, in certo modo, parlano di noi a noi stessi.

L’assenza di un “terzo”

Veniamo dunque al femminicidio. Tutti noi sappiamo che l’alveo in cui esso precipita è quello negletto e silenzioso della violenza sulle donne, e tutti noi intuiamo che la violenza sulle donne è sovente, sebbene implicitamente sostenuta, se non culturalmente, almeno ideologicamente, cose se costituisse uno degli sfondi osceni del patto sociale che unisce i membri di una cultura o di una società (quella occidentale avanzata inclusa). Da questo punto di vista e per evitare divagazioni che ci porterebbero troppo lontano, c’è una domanda che non può non essere sollevata e che riguarda la relazione tra le donne (e le vittime della violenza) e le istituzioni preposte alla sua prevenzione, alla protezione dell’ordine sociale ed alla giustizia. A questo riguardo dovremmo interrogarci sul tipo di accesso alla giustizia che le donne hanno o possono coltivare. Bisognerebbe chiedersi che dialogo esse hanno con i rappresentanti dell’ordine? Se sono questi un interlocutore possibile per le donne e per le donne in condizioni di pericolo personale? Se una donna in pericolo, minacciata dal partner, da un estraneo, da chiunque, sente di avere un interlocutore nelle forze dell’ordine e nella giustizia di un tribunale, oppure no. Ancora dovremmo interrogarci su come questi ultimi rispondano alle richieste di aiuto e protezione rivolta loro dalle donne, poiché, come purtroppo molti di noi sanno, non pochi sono i casi in cui una simile richiesta è caduta nel vuoto o rimandata ad un “quando si sarà calmata ci richiami”. E duole ancor di più riconoscere che non così è in altri paesi occidentali, dalla Francia agli Stati Uniti.

Ad ogni modo, queste scontate domande forniscono sia una prima risposta operativa al rischio della violenza e del femminicidio, sia il destro ad una possibile e cogente riflessione.

Quanto alla risposta operativa c’è sicuramente un rapporto tra le donne e la giustizia, tra le donne e le forze dell’ordine che va più costruito che ricostruito. Anche perché è inutile illudersi, nessuna autocritica di genere (maschile) metterà mai al riparo le donne dalla violenza maschile. L’autocritica, al più ripulirà la coscienza maschile ma non la proteggerà dall’agito violento. Quello che è indispensabile invece è che le istituzioni si offrano alla donna come un suo reale e utilizzabile interlocutore, siano capaci di intercettare la loro domanda di aiuto e per questa via possano fungere da elemento regolatore nella relazione tra le donne e gli uomini.

Ovviamente tutto questo non lo si fa dispiegando indebite ed alla fine patetiche oltre che intrusive strategie di comunicazione psicologica ed invito alla denuncia, o campagne di comunicazione che lasciano il tempo che trovano. Lo si fa invece costruendo per tutti, non solo per le donne, ma anche per gli uomini, una relazione di fiducia con delle istituzioni che, a partire dalla scuola, mostrano di saper tenere la propria posizione, di essere all’altezza del loro mandato simbolico, di non essere intrusive od arbitrarie (di non essere, insomma, quello che fondamentalmente sono le istituzioni in Italia), e più ancora di saper partecipare non solo un interlocutore in caso di necessità, ma un elemento attivo nella formazione stessa degli individui e dei cittadini.

Quanto alla riflessione che ne segue, proveremo a formularla con due constatazioni e con una domanda. La prima constatazione riguarda la necessità che vi sia, nella relazione tra uomini e donne un elemento “terzo” (la giustizia) che funga da regolatore e che questo “terzo” sia accessibile e presente ad entrambi. Cosa che evidentemente non è. La seconda constatazione ci fa dire che questo elemento terzo dovrebbe già essere presente nei pensieri e nel comportamento di una donna, e che il suo potere regolatore dovrebbe essere innanzitutto soggettivo e quindi, solo in seconda battuta, esterno e poliziesco. Ogni donna dovrebbe disporre di un campanello di allarme interno che, dinanzi a certe situazioni gravide di violenza le fa dire “no” prima ancora di incespicarvi.

Di qui la domanda conseguente: non dovremmo forse pensare che se una donna si trova invischiata in una relazione pericolosa e gravida di violenza, questo “terzo” è anche e innanzitutto, almeno dal punto di vista soggettivo, assente nei suoi pensieri? E che proprio questa assenza costituisce la prima minaccia e il primo produttore delle relazioni a rischio? Di qui il passo verso una seconda e delicata questione è breve.

La responsabilità

Ciò che allora va preso in considerazione è quella posizione soggettiva femminile che espone la donna al rischio di una relazione o di una situazione pericolosa e violenta.  Poiché ancor prima della concretezza fattuale della minaccia, si assiste ad un precipitare soggettivo della donna in essa. E ciò in un diabolico cortocircuito tra ideologia e realtà, tra fantasie soggettive e fantasie di massa.

Proviamo a procedere con ordine e consideriamo il caso della violenza sessuale. Come tutti sanno l’obiezione machista e reazionaria è che la donna se la sia cercata. Come ebbe modo di dire non ricordiamo quale esponente religioso islamico, il problema è la “carne esposta” e se la carne è per strada – questo il ragionamento – poi non ci si deve lamentare che arrivino i gatti. Ovviamente l’argomentazione è moralmente inaccettabile, ma contiene un granello di verità. Ora, pensare  di essere libere di fare ciò che si desidera – dalla scelta dell’abbigliamento, agli orari ed alle frequentazioni, alla spontaneità di incontro – significa  semplicemente presumere due cose. La prima quella di essere un soggetto autonomo, libero e consapevole, indipendentemente dai vincoli della realtà. La seconda che l’uomo sia altrettanto libero, autonomo e consapevole e soprattutto sempre in grado di controllare il proprio comportamento sessuale (in armonia con il buon senso comune che ritiene che in effetti l’uomo è in grado di controllare fino in fondo la propria pulsionalità). Ma il punto è proprio questo. Non è affatto detto che l’uomo sia in grado di controllare il proprio comportamento sessuale (che sia libero, autonomo e consapevole anche davanti alla propria sessualità). È anzi proprio il contrario. L’uomo, e purtroppo la storia lo conferma tristemente, non è in grado di controllare fino in fondo la propria sessualità. La sessualità, è il duro insegnamento freudiano, rimane fondamentalmente insociable e facilmente risponde a logiche che non sono quelle coscienti. Sia nell’uomo che nella donna; da qui la constatazione che neppure la donna deve presumere di avere il controllo completo della sua stessa pulsionalità. Cosa che, del resto, le condotte – maschili e femminili – sessualmente a rischio, i comportamenti protosuicidari aventi una configurazione sessuale o sessualizzata, od anche le contemporanee resistenze che i corpi delle donne spesso appongono alla fecondazione, i disturbi dell’identità di genere testimoniano ampliamente.

La conseguenza di tutto ciò ci porta ad uno strano cortocircuito tra ideologia ed esame di realtà, tra posizione e fantasia soggettiva e fantasia di massa. L’ideologia ci dice che tutti siamo soggetti autonomi e consapevoli e quindi liberi; l’esame di realtà ci dice che gli uomini spesso non sono in grado di controllare né la violenza né la loro sessualità (in questi termini lo psicoanalista francese J. Lacan, poneva il problema e le basi per una critica dell’idea stessa di soggetto libero e consapevole). La cultura di massa e la fantasia sottostante, degrada la donna ad oggetto di godimento – in Italia quasi più che altrove e di certo, lo abbiamo detto, ben più che nei paesi anglosassoni – e scambia la libertà soggettiva per la chance di porsi come si desidera,  indipendentemente dalla realtà e spesso od anzi per lo più, nella totale inconsapevolezza di ciò che si sta facendo.

Ma perché allora una donna dovrebbe fidarsi dell’ideologia e della cultura di massa, e non dei suoi stessi occhi? Perché dovrebbe prendere alla lettera una visione astratta della soggettività, di sé e dell’altro, e non invece tenere in debito conto l’esame di realtà?

Ciò non significa affatto rassegnarsi a che le cose siano così, ma prendere invece consapevolezza della propria ed altrui posizione soggettiva e del legame che essa rischia di intrattenere con il nostro universo simbolico. Significa poter coltivare dentro di sé una riflessione “prudente” capace di fungere da terzo rispetto ad un registro sessuale potenzialmente fuori controllo nell’uomo e nella donna stessa.

La violenza simbolica e la violenza reale

Veniamo quindi ad un tasto ancora più dolente e particolarmente delicato, che, temiamo, ci attirerà le ire del politically correct.

È purtroppo un difficile insegnamento della psicoanalisi quello secondo il quale, sebbene non giustificata sul piano della norma sociale, la violenza reale segue e risponde alla violenza simbolica. Il significato della prima è evidente. Il significato della seconda non è però meno importante. La violenza simbolica designa quei legami in cui l’uno non lascia all’altro  né lo spazio di espressione della propria particolarità né quello per una soggettivazione della propria esperienza, o nelle quali il nostro interlocutore è così ben disposto a fare sue le nostre ragioni o desideri, che alla fine noi non sappiamo più se sono nostre o sue, talché il solo modo che ci rimane per dare espressione alla nostra “particolarità” soggettiva sarà quello di un eccesso di violenza senza pensiero. In breve, se l’altro mi depaupera da tutti i pensieri, se nel suo modo di comprendere le cose non c’è spazio, non già per i miei pensieri ma per la mia stessa chance di riconoscerli come miei e di soggettivare la mia stessa posizione davanti a lui, la sola possibilità di esistenza e risposta individuata sarà quella della violenza reale.

A questo punto, dinanzi ai casi di femminicidio o di violenza sulle donne, la domanda viene da sé e si tratta di una domanda più clinica che morale: a che tipo di violenza simbolica  – sovente sostenuta dal contesto culturale e dalle microculture familiari – risponde la violenza omicida reale? E che tipo di rapporto tra uomini e donne si produce allorché si innesca quell’uragano di una violenza (simbolica) che porta ad altra violenza (reale). Per essere più chiari, ci si dovrebbe interrogare sulla qualità delle relazione che la donna – e di regola malgrado se stessa – mette in atto nei casi in cui la relazione che la vede coinvolta comporta il rischio di una violenza reale. Una tale domanda è tanto più importante in quanto, ed anche qui dalla psicoanalisi proviene un ben poco consolatorio insegnamento, non si può chiedere all’altro di fare ciò che noi non siamo disposti a prenderci in prima persona, ad esempio una relazione senza violenza (simbolica e reale). Va da sé che la  donna emancipata dal bisogno interno che porta a questo genere di relazioni con violenza, difficilmente ne sarà vittima.

Naturalmente il contraltare a tutto questo è la domanda circa la posizione maschile in questi legami esplosivi; la facilità con cui gli uomini possono colludere con essi e la modalità di uscita da essi che tendono a prediligere, ossia la violenza. Il che ci porterebbe, ma non è qui il caso, ad alcune considerazioni sul rapporto tra violenza sulla donna e genitorialità. Come è noto infatti la presenza di un bambino funge sovente da collettore della violenza reale e questo dovrebbe far riflettere sulla posizione maschile in questi quadri familiari, e sulla funzione più sregolatrice che regolatrice, che questa può assumere.

La conoscenza non fa la virtù e l’autocritica reitera la violenza

Abbiamo già accennato a questo punto dirimente. Purtroppo, da che mondo è mondo, la conoscenza non produce la virtù, non ci mette al riparo dagli agiti (nostri e degli altri, degli uomini e delle donne). L’autocritica e pure l’(auto)critica di genere anche condotta con le migliori intenzioni, lascia sempre il tempo che trova. In tutti questi casi, purtroppo, saremo di fronte ad una nuova versione del romanzo familiare, della fiction che ci piace coltivare su di noi e sul mondo, mentre quello che conta rimarrà fondamentalmente immutato. Essa non sarà in grado di incidere sul fronte “interno” di emancipazione dal rischio della violenza reale e dalla tentazione della violenza simbolica. E non sarà nemmeno in grado di incidere di per sé sulla collusione collettiva che, nell’immaginario sociale e con la partecipazione di tutti e di ognuno, riduce la donna ad oggetto di godimento tanto maschile quanto femminile (ed anche qui dovremmo fare entrare in gioco le differenze culturali, poiché ciò che i media italiani propongono non ha riscontro, quanto a degradazione del femminile, nel mondo anglosassone – e non solo in quello). In ogni caso il ritorno di immagine prodotto dall’autocritica sarà cosmetico ma gli agiti, le violenze si ripeteranno. In altre parole, qualsiasi autoanalisi che rimane nella dimensione del foro interiore, della psicologia non porta, duole dirlo, da nessuna parte.

Ma il nocciolo della questione, la ragione per cui ogni autocritica di genere (maschile) rischia di essere poco efficace è ancora un altro. Al riguardo andrebbe considerato il fatto eminentemente clinico che l’autocritica di genere (maschile) rischia di reiterare la violenza di cui vorrebbe invece mondarsi. Ciò non solo perché si tratterebbe qui di un allontanamento intellettuale, ossia senza soggettivazione, senza il riconoscimento del fatto che questa violenza riguarda tutti, ma proprio tutti noi , per quanto la possiamo con veemenza stigmatizzare). Ma perché questa assunzione di autocritica non farebbe che rimarcare l’evento stesso della violenza ed aumentare la perversione della relazione.

Da una parte non potrebbe che rendere una seconda volta passiva la vittima della violenza. Non farebbe cioè che rimarcare alla vittima il suo esser-vittima, la sua passività di fronte a ciò che ha subito o rischia di subire e la necessità che ancora una volta ci pensino attivamente loro, i maschi, a porvi rimedio. Escludendo per questa via che la donna vittima o potenziale vittima possa invece soggettivare il grado di coinvolgimento nella violenza che la minaccia, ciò che essa ha attivamente fatto sia per inciamparvi sia, una volta precipitatavi, per sopravvivervi.

Dall’altra ingiungerebbe alla donna la credenza, perversa a questo punto, che l’uomo, se vuole, è in grado di controllarsi. È banale a questo punto constatare la violenza simbolica   (di genere maschile) in due tempi che ne scaturisce.

Primo tempo: “scegli di credere alle mie parole – peraltro animate dalle migliori intenzioni -, ossia che controllerò il mio comportamento sessuale – o scegli di credere ai tuoi occhi – (che invece hanno visto la violenza)? “

Secondo tempo: “ma come, non credi alle mie parole che sono animate dalle migliori intenzioni?” “dunque mi credi cattivo, non ti fidi di me?”

È buona norma della critica all’ideologia, che quando non posso dissentire da un argomento senza sentirmi in qualche modo malvagio (ad esempio seguitando a non credere all’autocritica di genere), è probabile che sia l’argomento ad essere sbagliato.

Come clinici vorremmo far presente che questo dialogo immaginario tra un uomo ed una donna, vittima di violenza, con la sua inevitabile conclusione (allora ti fidi o non ti fidi di me?) ben raffigura il diabolico dispositivo che inchioda la vittima al suo aguzzino, causando un tragico cortocircuito tra l’evidenza della violenza reale e la violenza simbolica dell’argomentazione. E vorremmo anche far presente che si tratta di una vignetta trasversale rispetto ad estrazione sociale e intelligenza. Solo la cultura sembra poter arginare questa dinamica perversa. O meglio solo la cultura là dove questa va a braccetto con la possibilità di soggettivare la propria esperienza e di accettare i vincoli che essa a tutti impone (anche solo in termini di norme prudenti dell’agire).

Una risposta politica

Contro la violenza sulle donne e contro il femminicidio servono a nostro parere due cose. Innanzitutto serve la ricostruzione di un patto sociale tra le donne e le istituzioni dello stato e quindi l’assicurazione della presenza di un “terzo” simbolico (interno, cioè psichico, ed esterno, cioè legale) come assetto minimo di prevenzione della violenza maschile. Non si tratta solo del poliziotto la cui presenza è hobbesianamente giustificata dal comportamento di quelli che non sanno controllarsi da soli. Si tratta della possibilità femminile di concedere a se stesse di non esporsi a situazioni e relazioni a rischio, avendo ben chiaro l’esame di realtà, ossia il fatto che, visto che la realtà ci dice che gli uomini non è detto abbiano la responsabilità del loro comportamento (sessuale), allora la donna non può e non deve derogare dall’essere responsabile in prima persona e innanzitutto di se stessa.

Conosciamo la controargomentazione liberal-progressista che oppone a tutto questo la pretesa libertà di un io autonomo, portatore di diritti ed uguale a tutti gli altri, per la quale si deve essere liberi di agire spontaneamente. Ma il punto è proprio questo: questa immagine della libertà è fondamentalmente astratta e non tiene conto esattamente della realtà, ossia del fatto che gli individui non sono fondamentalmente autonomi Ad esempio, per restare al campo della sessualità”, non possono mai essere certi di poter controllare la loro pulsionalità.

Quindi serve un passaggio dall’autocritica (maschile) e dalla protesta morale (femminile) alla politica, nel senso nobile del termine.

Come tutti noi sappiamo la vera dimensione politica di un atto pubblico non riguarda la mera amministrazione della cosa sociale, ma designa quelle azioni che sono in grado di  fare due cose. Innanzitutto di rendere possibile ciò che le coordinate culturali e simboliche della società ritenevano fino a quel momento impossibile (per fare un esempio banale: il divieto di fumare nei locali pubblici). Quindi, in seconda battuta, di disturbare la collusione profonda che  rende tanto inattaccabili le qualità dei legami sociali. In termini psicoanalitici, di disturbare il fantasma che alimenta dall’interno i legami sociali regolati simbolicamente sul piano manifesto.

Per fare un esempio: la vera rivoluzione politica nella storia dell’Esercito non è stata la sua professionalizzazione, ma l’inserimento nei suoi ranghi delle donne, con conseguente disturbo del fantasma omosessuale che regolava le relazioni tra i militari e che prendeva la forma del “nonnismo”.

Per fare un esempio pertinente alla nostra discussione, bisognerebbe trasformare la stigmatizzazione morale e l’autocritica di genere in un gesto politico in grado di rendere inaccettabile la violenza sulle donne a la forma culturale contemporanea che la produce. Ciò potrebbe significare la diserzione femminile di massa dagli schermi TV e la trasformazione di questa assenza in una presenza ed in un silenzio deflagranti ed in grado di disturbare il fantasma sottostante. Quello della riduzione della donna ad oggetto di godimento, ad opera e degli uomini e delle donne.

La domanda conseguente è però se le donne sono disposte a soggettivare la loro condizione di soggetti esposti a violenza e di farlo considerando tanto la loro collusione con essa almeno quanto la follia maschile. E quindi se sono in grado di elevare questa loro condizione particolare a metafora universale di ogni caso di violenza omicida, di sopraffazione e di abuso, producendo per questa via quell’inaudito sovvertimento a livello delle coordinate sociosimboliche condivise e delle fantasie sottostanti, che, sola, potrà in qualche modo incidere sulla piaga del femminicidio.

122 femminicidi nel 2012. Quanti nel 2013?

Apro nel blog una sezione Violenze di genere ripubblicando una nota postata il 30 dicembre scorso sulla mia pagina facebook*, con lo scopo riprendere e allargare il discorso.

I femminicidi sono drammaticamente continuati in questo inizio del 2013 e la riflessione, che pure si è allargata, non mi pare ancora all’altezza di una presa di coscienza collettiva.

Nei prossimi giorni, con l’autorizzazione degli interessati, pubblicherò qui alcuni dei commenti e delle riflessioni pervenutemi.

 

Il parroco di Lerici

VOLANTINO FEMMINICIDIO:PRETE,MOSTRARSI NUDA E'VIOLENZA DONNA

La squallida vicenda del parroco di Lerici don Piero Corsi, che con suo volantino accusa le donne per il loro comportamento di essere la causa prima del femminicidio, ha prodotto un duplice e positivo effetto boomerang.

Da un lato – uscite rapidamente fuori scena le spiegazioni rassicuranti del tipo “È un caso isolato”,  “È un folle”, “Cose così non le pensa più nessuno nemmeno nella Chiesa” … – l’episodio ha messo in luce la presenza di un’area di cattolicesimo conservatore di cui il sito “Pontifex Roma”, gestito dal giornalista ed avvocato Bruno Volpe, è una delle non poche espressioni.

E, su questo sito, l’editoriale odierno del suo gestore si esprime con una difesa “senza se e senza ma” dell’operato del parroco: “E se il “femminicidio” fosse un segnale di Dio stanco della immoralità dilagante? Don Corsi? Santo Subito”. Contiene poi vari interventi a sostegno di don Corsi, tra cui quello immancabile di Borghezio (“La chiesa troppo debole  … La lega pronta a difendere don Corsi”) e quello del mons. Giacomo Babini, vescovo di Grosseto – ultraconservatore noto per i suoi attacchi all’omosessualità ecc. – che conclude la sua apologia di don Piero in questo modo “Con questa storia della libertà e della indipendenza, le donne hanno esagerato.” Espressione quest’ultima che spesso la si ritrova in bocca a conservatori non necessariamente cattolici o leghisti (quelli stessi che organizzano miss Padania), ma magari anche tra quelli che si autodefiniscono liberali e/o socialisti e talora anche comunisti.

È allora il tempo di una profonda battaglia culturale di laici (e di cattolici) nei confronti di una cultura conservatrice che ripudia la l’autonomia e la libertà delle donne e la femminilità in quanto tale; cultura ben più diffusa – dentro e fuori il cattolicesimo – dello spazio angusto di una parrocchiale di Lerici.

Proprio oggi il manifesto riporta un divertito contributo di Alessandro Portelli (“Compagna Marilynhttp://www.esserecomunisti.it/?p=52751) che ricostruisce la vicenda della Monroe sorvegliata dall’FBI in quanto considerata comunista o perlomeno “compagna di strada” dei comunisti: “avere paura di Marilyn significa avere paura di tutto quello che lei rappresenta, avere paura della bellezza, del gioco, della leggerezza, della seduzione”. La diffidenza, mista di astio e di paura, nei confronti della espressione libera della femminilità non ha confini.

122 vittime

Ma l’effetto boomerang principale mi pare quello di aver riportato alla luce la questione del femminicidio e della violenza di genere.

Quando il 17 ottobre scorso Telefono Rosa fece squillare l’allarme dei cento femminicidi dall’inizio dell’anno, la questione ebbe una certa risonanza mediatica e non mancarono riflessioni anche da parte maschile (ricordo quella di Adriano Sofri sulla sua pagina facebook). Ma poi è calato il silenzio.

In questi ultimi due mesi altre 22 donne sono state uccise (e spero che il lugubre contatore si fermi qui) passando pressoché sotto silenzio e con ben poche denuncie e riflessioni femminili o maschili.

In India oggi un intero paese si mobilita per la morte in seguito a stupro di una studentessa di 23 anni. Da noi le oltre 20 uccisioni in due mesi non hanno di fatto provocato reazioni.

India-proteste-anti-stupro-afp

Ed allora quel volantino affisso sulla bacheca della parrocchiale di San Terenzio in Lerici suona come campanello d’allarme ed interroga tutti noi. Dove eravamo?

Femminicidio questione maschile

Centoventidue donne dall’inizio dell’anno.
Riprendo alcune mie precedenti considerazioni.

Innanzitutto penso che il femminicidio debba diventare un problema di noi maschi, un interrogarci su cosa intendiamo per amore, passione ma anche libertà e dignità. Nel senso che un legame che privi della libertà l’altro (l’altra nello specifico), che si impone come costrizione, che non osi rimettersi in gioco giorno per giorno mi pare nascere da una  ben misera considerazione di sé. Direi una mancanza di dignità personale.

A tutti quelli che pensano che esser “uomini” significhi aver instaurato un rapporto di proprietà e di dominio con le donne (è il primo passo, come sottolineava Adriano Sofri, che può portare all’estremo atto di dominio, l’omicidio) dobbiamo incominciare da subito a dire pubblicamente a voce alta “Siete uomini senza dignità!

Il primo passo è allora quello di dar vita ad una sempre più estesa esecrazione non solo “pubblica”, ma “di genere” che sommerga di vergogna quello che normalmente è chiamato “maschilismo” ma che preferirei chiamare “infantilismo sentimentale di maschi senza dignità”, di esseri incapaci di rappresentarsi sulla scena pubblica se non come conquistatori e dominatori, in sostanza privi di valore in se stessi.

Occorre insomma rovesciare “l’orgoglio maschilista” in vergogna e discredito contrapponendogli l’orgoglio di uomini liberi e, in quanto tali, in grado di liberamente rapportarsi a donne libere.

È una battaglia lunga, da condurre quotidianamente con le parole e con gli scritti; ma penso sia doveroso e non rimandabile non solo per il ripudio della violenza ma anche per poter affermare una nostra dignità di genere.

Vi è poi un secondo percorso per certi versi più complesso e difficile e ancor tutto da iniziare.

Sinora la riflessione sul femminicidio e sulle sue cause è stata realizzata solo da parte femminile – in calce segnalo i link a quei siti e a quelle riflessioni che mi sono serviti maggiormente ad affrontare il problema – in quanto quelle poche voci maschili che ho trovato decisamente non mi son sembrate né significative né approfondite (rifiuto generico della violenza, rispetto della persona, uguaglianza dei generi ecc.).

uomo allo specchio 1

Quella che mi sembra del tutto mancare è una riflessione dal di dentro di noi maschi, uno sguardo di genere (maschile) in grado di scandagliare nei nostri vissuti interrogandoci su quale può essere oggi, in questa società dove la libertà individuale di uomini e donne sembrerebbe un dato acquisito, il percorso (o i percorsi) che potrebbe fare di ognuno di noi, a partire una normale relazione con una donna, un potenziale femminicida (e prima ancora un dominatore ed un violento).

Non basta – anzi penso sia ipocrita – dire “Io non lo farei mai”!

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Di seguito alcuni link a siti e riflessioni femminili sul femminicidio:

* http://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/122-femminicidi-nel-2012-quanti-nel-2013/10150256995179997

Shoah, percorsi di lettura asimmetrici.

Arriva in questi giorni per posta l’ultimo numero di Nuova resistenza Unita con un mio pezzo  con possibili percorsi di lettura sulla Shoah; lo ripropongo qui con l’invito naturalmente ad abbonarsi al bimestrale. La Casa della Resistenza vive del sostegno di soci e sostenitori.

 La centralità di Primo Levi

 La letteratura sull’olocausto è imponente e non è facile orizzontarsi. La nostra biblioteca Aldo Aniasi contiene sul tema centinaia di titoli: documenti, sintesi storiche, riviste, memorialistica, narrativa, bibliografie ragionate, guide didattiche, graphic novel, filmati, riflessioni etiche e filosofiche ecc.

Sono in molti, non solo in Italia, che – in ambito scolastico o tramite letture successive – hanno organizzato il loro sguardo consapevole sulla deportazione attraverso i fondamentali testi di Primo Levi (Se questo è un uomo, La Tregua, I sommersi e i salvati). Occorre ricordare come quella di Levi non sia una “semplice” opera memorialistica ma la lucida e faticosa opera di ricostruzione di chi ha attraversato un doloroso percorso per “ridiventare uomo”. Come spiega Todorov (Di fronte all’estremo, Garzanti, Milano 1992, p. 251-252):

Todorov, Difronte all'estremo

Todorov, Di fronte all’estremo

“All’inizio lo spinge un incoercibile bisogno interiore in cui si mescolano dovere di testimoniare, desiderio di vendetta, spe­ranza di liberarsi da ricordi insopportabili e appello alla sim­patia dei contemporanei. Scrive febbrilmente, ma quelle sue pagine non costituiscono ancora il libro che noi conosciamo. Vuol “ridiventare uomo, uno come tutti” (Il sistema periodico, p. 155), senza riuscirvi completamente. Poi, in quel periodo, ac­cade qualcosa: incontra la donna che diventerà sua moglie. Il fatto di essere amato lo trasforma e lo libera dalla tirannia del passato: riconosciuto dallo sguardo e dal desiderio altrui, si sente confermato nella sua umanità. Può finalmente distin­guersi dal suo vecchio personaggio e vederlo anche dall’ester­no. “Lo stesso mio scrivere diventò un’avventura diversa, non più l’itinerario doloroso di un convalescente, non più un mendicare compassione e visi amici, ma un costruire lucido, ormai non più solitario” (p. 157). Non ha dimenticato le atrocità del passato, ma adesso esse costituiscono la materia di una rifles­sione comunicabile, che dei non sopravvissuti come noi sono invitati a condividere. Lo scrittore Primo Levi è nato: “Alla mia esperienza breve e tragica di deportato si è sovrapposta quella molto più lunga e complessa di scrittore-testimone” .

Le proposte che seguono ci permettono di integrare la lettura di Levi con tre angoli visuali decisamente diversi.

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 Danuta Czech. Kalendarium : gli avvenimenti nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, 1939-1945, Mimesis, Milano 2006

Danuta Czech – polacca figlia di un deportato e giovane resistente – quale ricercatrice del Museo del Lager di Auschwitz, ha raccolto dal 1956 documentazione polacca, tedesca, processuale ecc. estremamente varia, ordinandola in una rigorosa cronologia che ripercorre in modo crudemente oggettivo la nascita, lo sviluppo e la vita quotidiana del lager nella sua organizzazione interna, nelle modalità di gestione, nelle disposizioni disciplinari, con le liste di ingresso e quelle dei deceduti. Una cronistoria di oltre 800 pagine in grande formato, ricca di documentazione anche fotografica, fondamentale per ogni studio storico su Auschwitz, ma anche per tutti coloro che intendano proporsi una sorta di “itinerario di visita” del lager attraverso la materialità della documentazione.

“Maggio 1940. Höss ottiene dal borgomastro della città di Auschwitz il trasferimento di 300 ebrei per i lavori di sgombero nell’area circostante il futuro campo. Sono messi a disposizione dalla locale comunità ebraica e lavorano fino all’inizio di giugno alla pulizia delle caserme e degli immediati dintorni.

4 Maggio. Rudolf Höss viene nominato ufficialmente comandante del campo di concentramento di Auschwitz.

20 maggio. Il Rapportführer, SS-Scharführer Gerhard Palitzsch, assegnato al comandante del campo Rudolf Höss dall’ispettore dei campi di concentramento per il periodo della costruzione del KL Auschwitz, porta ad Auschwitz 30 detenuti criminali tedeschi, che, su iniziativa di Höss, sono stati scelti tra i prigionieri del campo di concentramento di Sachsenhausen. …

Sono nominati Funktionshäftlinge, detenuti funzionari, e costituiscono un prolungamento dell’apparato delle SS, perché sorvegliano in maniera brutale i detenuti non appena giungono nel lager e le squadre di lavoro. I criminali Funktionshäftlinge imitano nel loro comportamento le SS, il che li porta a rinunciare a qualsiasi scrupolo morale nei confronti dei detenuti loro sottomessi. Il detenuto Bruno Brodniewitsch (n. 1) diventa Lagerältester, gli altri Blockälteste, Kapos, ecc.

1° gennaio 1944. Con i numeri da 171353 a 171430 vengono contrassegnati 78 detenuti e da 73983 a 74039 57 detenute, che sono stati internati con un trasporto collettivo.

Con i numeri da Z-9009 a Z-9019 sono contrassegnati 11 zingari e da Z-9729 a Z-9743 15 zingare provenienti dalla Polonia. Il numero 74040 lo riceve una bambina partorita nel campo femminile di Birkenau da una donna dell’Einsatzkommando 9 internata nel campo.

Al lavoro nelle Buna-Werke sono impiegati 5.300 detenuti del sottocampo Monowitz. Nel sottocampo Jawischowitz, al lavoro nella miniera di carbone di Brzeszcze-Jawischowitz, sono impiegati 1.300 detenuti.

La forza del campo femminile di Birkenau ammonta a 27.053 detenute

2 gennaio Un medico SS del campo conduce una selezione nel campo di quarantena maschile BIIa di Birkenau, nel corso della quale sceglie 141 detenuti. Il giorno stesso vengono uccisi nelle camere a gas.”

Amery

Jean Améry, Intellettuale a Auschwitz, Bollati Boringhieri, Torino 1987

 Se il percorso di Levi è quello di una ricerca dell’universalità comunicabile, oltrepassando l’esperienza personale, quello di Améry è per certi versi opposto. Nato a Vienna nel 1912, fine intellettuale critico grazie ai suoi studi letterari e filosofici, dopo l’annessione dell’Austria emigra in Belgio e si unisce alla Resistenza. Arrestato e torturato sarà internato ad Auschwitz.

E su quell’esperienza riflette: sulla fragilità dello “spirito”, dell’essere stato vittima senza difese, senza nemmeno quelle di chi era sorretto da una fede, religiosa o politica; di come la tortura riduca il tuo io alla pura corporeità indifesa, al suo scoprire di esser ebreo (per origini familiari) senza mai aver abbracciato alcuna convinzione religiosa, al dover abbandonare la sua formazione culturale austro-tedesca (e il suo stesso nome: Hans Mayer) rimanendo comunque straniero nel Belgio dove continuerà a vivere sino al suicidio del 1978.

“Mi viene in mente l’incontro con un famoso filosofo di Parigi … Mentre con le nostre gamelle trottavamo lungo le strade del campo, cercai invano di avviare un dialogo intellettuale. Il filosofo della Sorbona rispondeva meccanicamente, a monosillabi e infine ammutolì del tutto … non era abulico, così come non lo ero io. Semplicemente non credeva più alla realtà del mondo spirituale … che in quel luogo non aveva più alcun nesso sociale” (p. 37-38)

“Con stupore il tor­turato ha sperimentato che in questo mondo l’altro può esi­stere in quanto sovrano assoluto … Stupore per l’esistenza dell’altro che nella tortura si impone senza limiti e stupore per ciò che si può diventare: carne e morte. Il torturato non cesserà mai più di meravigliarsi che tutto ciò che, a seconda delle inclinazioni, si può definire la propria anima, il proprio spirito, la propria coscienza o la pro­pria identità, risulta annientato quando nelle articolazioni delle spalle tutto si schianta e frantuma. Che la vita sia fra­gile, questa ovvia verità l’ha sempre saputa…. Ma solo attraverso la tortura ha appreso come sia possibile rendere un essere umano unicamente carne, e trasformarlo così, mentre è ancora in vita, in una preda della morte. Chi ha subìto la tortura non può più sentire suo il mondo. … Nel torturato si accumula lo sgomento di avere vissuto i propri simili come avversi: da questa posizione nessuno riesce a scru­tare-verso un mondo in cui regni il principio della speranza. Chi è stato martoriato è consegnato inerme all’angoscia. Sarà essa in futuro a comandare su di lui.” (p. 81-82)

Ed infine esser ebreo senza esserlo stato, senza aver fatto parte di quella comunità:

“Posso parlare solo per me stesso: e forse, seppure con prudenza per quei milioni di contempo­ranei sui quali l’essere ebrei calò all’improvviso, al pari di un cataclisma, e che debbono farvi fronte senza dio, senza sto­ria, senza speranze di ordine messianico-nazionale. Per loro, per me, essere ebrei significa sentire in sé il pondo della tra­gedia di ieri. Sul mio avambraccio sinistro ho tatuato il numero di Auschwitz; si legge più in fretta del Pentateuco o del Talmud, eppure è più esaustivo. È anche più vincolante come espressione tipica dell’esistenza ebraica. Se a me stesso e al mondo, compresi gli ebrei religiosi o di tendenze nazio­nali che non mi annoverano fra i loro, dico: io sono ebreo, mi riferisco alle realtà e potenzialità sintetizzate del numero di Auschwitz.” (p. 152-153)

Pahor

Boris Pahor, Necropoli, Fazi, Roma 2008

Se Levi costituisce l’asse centrale della letteratura sull’olocausto, possiamo dire che il testo di Pahor si colloca su un versante opposto a quello di Améry. Un punto di vista peculiare: non quello del testimone, dello studioso o del visitatore dei campi, ma quello del sopravvissuto che, a distanza di anni, mentre visita il campo dove fu prigioniero trascrive il riemergere di ciò che non si può dimenticare. Potrebbe sembrare una modalità di distanziamento, invece è l’opposto: come lettori veniamo immersi nel vissuto inquieto, nel flusso di coscienza, del sopravvissuto.

Il campo è quello di Natweiler-Struthof sui Vosgi, nell’Alsazia, regione francese contesa dalla Germania e occupata dal 1940 al ’44. Non viene “descritto” il campo, ma la reazione dell’autore di fronte a quella che vive come una inadeguatezza del “campo museo” di oggi rispetto al lager di ieri. La ghiaia dei ripiani al posto delle baracche, le assi marcite delle uniche due baracche rimaste sostituite con assi nuove e verniciate a vecchio per dar l’illusione di autenticità, i visitatori che, pur con tutta la buona volontà, non possono che restare dei turisti ed anche la guida, pur competente, che fornisce comunque una “lezione”.

Boris deve allontanarsi dagli altri e subito la necropoli, la città della morte di allora, riemerge con tutta la sua violenza. Pahor, prima per le sue conoscenze linguistiche e poi come infermiere, aveva trovato un ruolo che ha reso un po’ più probabile la sopravvivenza ma che lo ha immerso senza interruzione in un mondo di morte, di non vita, di ossa stranamente ancor vive, di reparti ospedalieri che non guariscono ma dilatano la morte, dove per curarne uno devi abbandonarne altri. Dove la morte di uno significa una razione in più per un altro e un posto per un nuovo malato. Dove i barellieri trasportano e accatastano in modo indifferenziato feriti, malati e cadaveri. Dove i detenuti-medici devono in pochi istanti decidere il destino di chi gli sta davanti.

Boris trova una modalità psicologica di sopravvivenza assai diversa da quella che conosciamo in altri testimoni: non la lucidità, il mantenere in vita il proprio io razionale, informarsi, capire. In un mondo in cui il pensiero “si è inaridito … e il succo vitale scorreva via dai corpi con la diarrea” e dove il freddo riduceva tutte le facoltà sensoriali, fa propria la riduzione del campo visivo al “qui ed ora”, si immerge anima e corpo nel lavoro di infermiere e non si chiede altro; certo c’è la speranza, che emergerà consapevole solo successivamente, che almeno uno di quelli curati si sia potuto salvare. In questo modo troverebbe un senso, ma non è possibile saperlo. “Può darsi che qualcuno si sia salvato, e questa sola possibilità vale tutta la vita di un uomo”.

E poi i contrasti. Quelli etnici che categorizzano le appartenenze e i ruoli nel campo; lui con la sigla IT ma sloveno e le conseguenti diffidenze e difficoltà a farsi riconoscere come tale. L’apparire in quel mondo di morte dei “corpi vivi, sodi e lisci” delle giovani Alsaziane rastrellate e mandate subito al forno crematorio che suscita nei deportati un senso di ribellione, di desiderio e di impotenza. “Eros e Thanatos accumunate con una crudezza terribile”. L’imponente natura rigogliosa del bosco circostante che non suscita immedesimazione e senso di libertà ma che opprime per il suo nascondere il campo dagli occhi esterni.

Ed il rapporto con l’esterno, l’indifferenza della popolazione germanica, come quando a Niedersachswerfen, in Turingia, la fila di 600 deportati con le gambe gonfie sulla neve, alcuni dei quali sorreggono un corpo svenuto, incrocia due ragazze che passano oltre come non avessero visto nessuno.

“È possibile, allora, inculcare negli uomini un disprezzo così radicale per le razze inferiori da far sì che due ragazze, camminando sul marciapiede, riescano a far sparire con la loro freddezza un corteo di schiavi, in modo che oltre a loro due ci siano soltanto la neve e una pacifica atmosfera di sole.” (p. 152-153)

“Chissà, forse solo un nuovo ordine monastico laico potrebbe risvegliare l’uomo standardizzato, un or­dine che vestisse il saio striato degli internati e inondas­se le capitali dei nostri Stati, disturbasse con il rumore dei suoi zoccoli il raccoglimento dei negozi lussuosi e dei passeggi. Ciò che qui è rimasto dei vasi con la cenere do­vrebbe essere portato in processione nelle città; notte e giorno, un mese dopo l’altro, gli uomini in divisa a stri­sce con gli zoccoli ai piedi dovrebbero montare la guar­dia d’onore ai vasi rossastri su tutte le piazze principali delle metropoli tedesche e non tedesche.” (p. 131)

Frammenti similari di speranza.

Fractalia spei, frattali di speranza.

 Nel quinto anno di utilizzo di facebook e nel terzo di twitter ho sentito l’esigenza di una presenza on-line  che andasse oltre la sinteticità di un cinguettio e la velocità del social network più diffuso; tenendo anche conto che il social network di lettori aNobii ha cambiato natura ed è ormai alla deriva.

Un luogo dove depositare i piccoli frammenti di speranza che, similmente ai frattali, nel micro riflettono (e illuminano) il macro  della Speranza: quella di una società migliore di donne ed uomini giuste e giusti, libere e liberi e soprattutto eguali.

Imparare a sperare

La speranza non (solo) sogno né tantomeno fuga. Come ci ha insegnato Ernst Bloch non è passività (lo è la rinuncia e la paura) ma azione che interagisce col divenire, è un affetto contagioso e moltiplicatore:

«L’affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all’esterno può essere loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono » (Ernst Bloch, Il principio Speranza, Garzanti 2005)

Corruptio optimi pessima (Sallustio)

Il percorso della speranza non è né lineare né ingenuo, sa dispiegarsi al vento favorevole ma sa anche arroccarsi in condizioni avverse, soprattutto sa evitare trappole e scorciatoie.

Nel dibattito con György Lukács (Intellettuali e coscienza di classe. Il dibattito su Lukács 1923-24, Feltrinelli 1977) al filosofo ungherese che sosteneva, in difesa del cosiddetto “socialismo reale”, che il peggior  socialismo è sempre meglio del miglior capitalismo, Bloch rispondeva citando Sallustio: Corruptio optimi pessima.
Il socialismo dell’est, che si è corrotto, non è più per niente socialismo, è peggio del capitalismo dell’ovest.

Ora questa citazione di Sallustio per me va ben oltre la vicenda conclusa dei socialismi dell’est Europa (o degli stati che ancora si definiscono socialisti o comunisti, a cominciare dal capitalismo nazionalista e comunista cinese).

Quando il lavoro non è più realizzazione e libertà, non è più lavoro ma schiavitù.

Quando l’educazione è ridotta a nozione e/o condizionamento, non è più educazione ma corruzione.

Quando la cultura non è più patrimonio per il futuro ma merce per l’oggi …

Quando la gioventù non è più proiezione nel futuro …

Quando la bellezza non è più la pienezza dell’essere di ambienti e persone ma abbellimento posticcio …

Quando la società non è più socialità …

Quando la pace diventa una parola per giustificare interventi militari …

Quando la democrazia non è più partecipazione di tutti …

Quando la politica non è ricerca del bene comune  …

E potrei continuare …

Germi di speranza

Per converso la speranza non ha sede solo nei rifugi del sogno e delle concretizzazioni artistiche, filosofiche o religiose, ma anche (e soprattutto) nella quotidianità. Occorre imparare a guardare per imparare a sperare. Laddove le cose son quello che devono essere e le persone riescono a compiere quello che devono compiere (il lavoro realizzazione, l’educazione scambio e crescita reciproca, la bellezza dimensione naturale di cose, luoghi e persone, la pace quotidianità d’interazione fra persone e gruppi, la politica passione e impegno ecc. ecc.).

L’apprendimento della speranza penso passi di lì.

Ma passa anche lanciando talvolta lo sguardo laddove la corruptio ha dominato e domina, nei luoghi del declino e della violenza: nessuno ne è immune e tutti abbiam bisogno di generare i nostri anticorpi.

9 novembre 1989

 La scelta dell’immagine. La Trabant, l’utilitaria familiare della  Germania orientale, che sfonda il muro di Berlino nel giorno della sua caduta. Tra le numerose immagini che decorano l’ex muro nella attuale East Side Gallery [1] diventato memoriale artistico per la libertà, mi è sembrata quella più significativa.

Quello che stava al di là e prima di quel 9 novembre non solo era corruptio di un’idea, ma frutto avvelenato che contamina anche l’oggi e che rende ormai inservibili le parole comunismo e socialismo, nate sotto tutt’altro segno.

Un discorso per la speranza della sinistra non può che ripartire da quel muro abbattuto e da quella data.

Gianmaria

PS. Aggiunta del settembre 2015.

Quell’immagine mi sembra oggi più che mai attuale. Quel muro è caduto ma la storia purtroppo si ripete, e non sempre in farsa. Dalla Palestina, al sud degli USA, all’Ungheria e paesi limitrofi. Certo i muri prima o poi sono destinati a cadere ma provocano sofferenze, intolleranze, emarginazioni.

Colpisce che proprio i paesi che nella loro storia li hanno abbattuti li ricostruiscano oggi. Commenta la filosofa Ágnes Heller, in riferimento alla situazione ungherese, suo paese natio:

Nell’89 sognavamo veramente un’Europa senza barriere e frontiere, caratterizzata dalla libera circolazione di persone e beni ma non è andata così. Ora vado in Messico a tenere una conferenza sul tema delle rivoluzioni. La domanda è: le rivoluzioni vengono tradite? Io dico di sì.” (2).

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  1. Berliner Mauer: East Side Gallery
  2. Intervista: La filosofa ungherese Ágnes Heller “Orbán è il Bonaparte dell’odio”, Il manifesto 25.09.2015.