Come dicevo in un mio precedente post1 il tema dell’occupazione giovanile, per lungo tempo assente dal dibattito politico, in questa scomposta campagna elettorale è timidamente entrato e si possono incominciare a individuare alcune differenti linee di intervento. Speriamo che questo dibattito, appena iniziato, non si concluda con la campagna elettorale ma diventi agenda centrale del prossimo governo e terreno di confronto fra i diversi soggetti sociali e politici.
La proposta di Piergiovanni Alleva
Su il manifesto di mercoledì 20 febbraio è comparso un interessante contributo di Piergiovanni Alleva2 rilanciato sul web dal sito di MicroMega3.
Questa la sintesi editoriale del quotidiano.
Negli anni ’80 e ’90 si riuscì a aumentare il lavoro dei giovani. Si deve, e si può, tornare a farlo, incrociando i contratti di apprendistato e quelli di “solidarietà espansiva”.
In questa campagna elettorale si riconosce la gravità della disoccupazione, ma le proposte non escono dal generico e a volte propongono come novità provvedimenti già in opera. Come ha fatto Berlusconi parlando di defiscalizzazione dei contratti quadriennali.
La prima parte dell’articolo ricorda la miriade di provvedimenti già presi di incentivazione economica a favore della assunzione dei giovani sia a livello nazionale che regionale senza che siano riusciti ad arrestare l’incremento della disoccupazione giovanile (e tantomeno ad aumentare il numero di giovani occupati). Perché non hanno funzionato? Sia perché non esiste “una domanda di forza lavoro aggiuntiva” e dall’altro “la previsione di incentivi economici e finanziari ha il limite di affidarsi ad un funzionamento automatico” in sostanza ai meccanismi automatici del mercato e alle libere decisioni degli imprenditori.
Qual è il succo della proposta di Alleva?
Richiamando il successo negli anni ’80 e ’90 dei “contratti di formazione lavoro” si propone “un originale incrocio tra i riformati contratti di apprendistato da un lato, ed un riformato contratto di solidarietà “espansivo” dall’altro”. Ovvero accordi aziendali o territoriali che a fianco di una riduzione dell’orario di lavoro degli occupati diano luogo a nuove assunzioni con contratto di apprendistato. L’organismo del contratto di solidarietà espansivo (previsto insieme al contratto di solidarietà difensivo dal D.L. 726/84) non ha sinora avuto applicazione perché (a differenza di quello difensivo che permette di evitare esuberi e cassa integrazione con riduzione collettiva dell’orario) la legge non prevede una indennità parziale (60%) per le ore perdute.
Considerazioni e perplessità
Non sono evidentemente un giuslavorista, ma ritengo comunque opportuno esprimere alcune considerazioni e perplessità sulla proposta di Alleva.
La proposta, come dicevo è interessante, ma mi pare più consona a situazioni economiche di sviluppo mentre nell’attuale situazione mi sembra poco praticabile per una serie di motivi che tento di chiarire.
Siamo in un periodo di crescente riduzione del reddito reale dei lavoratori e pertanto chiedere a loro ulteriori sacrifici, sia pur per un’ottima causa, mi sembra problematico, ancor più in una fase di grande divisione sindacale; la proposta infatti è incentrata su contratti aziendali o territoriali che avrebbero forza se sostenuti in modo unanime dalle principali sigle sindacali, cosa oggi abbastanza difficile.
Più in generale siamo di fronte ad una diminuzione progressiva del peso in termini di occupati delle grandi imprese – quelle su cui la proposta potrebbe aver più spazio – e invece ad un peso percentualmente più alto di quelle piccole.
Insomma una proposta che in una situazione di sviluppo può essere interessante e magari, oggi come oggi, può esserlo in alcune situazioni di forte innovazione dove è anche interesse degli imprenditori un ringiovanimento della manodopera; situazioni non tali comunque da incidere in modo significativo sul numero complessivo di giovani occupati. Una proposta in sostanza che non produce un ampliamento della base produttiva ma ridistribuisce il lavoro esistente.
Mi sembrano pertanto più attuali politiche di espansione della base produttiva di tipo keynesiano. Cantieri diffusi sui grandi temi della tutela del territorio, dell’edilizia scolastica, della valorizzazione dei beni artistici e culturali, della bonifica delle aree industriali dismesse ecc.
C’è poi tutto il settore della green economy oppure quello agro-pastorale dove stato e regioni possono incentivare le nuove imprese/cooperative giovanili del settore con concessioni di aree demaniali con affitti simbolici a medio termine e alcune minime garanzie di tutela e miglioria del territorio.
Non dimenticando il lavoro “intraprendente” in particolare di cooperative di giovani sia nei settori dei servizi che in quelli creativi e delle nuove tecnologie.
Andando anche a indagare in modo sistematico sulle esperienze in atto per individuare buone pratiche e rilanciarle su scala diffusa. Nei tempi di crisi c’è chi dà risposte “dal basso” ai nuovi bisogni: dalla ragazza che apre un piccola sartoria di riparazione dell’usato, ai giovani neolaureati che, magari in cooperativa, si propongono come servizio di tutor agli studenti con difficoltà scolastiche innovando le obsolete pratiche di “ripetizioni” domestiche, ai nuovi artigiani, agricoltori, ecc., che sanno innovare con le nuove tecnologie attività e mestieri che in genere son visti come obsoleti. Insomma tutto un mondo di esperienze che bisogna conoscere, indagare, mettere in rete e diffondere.
Sintetizzando: per far crescere l’occupazione giovanile bisogna creare e aiutare a creare nuove attività lavorative.
Auspici
Il primo auspicio è che l’attenzione al tema dell’occupazione giovanile non declini, ma diventi realmente centrale dopo questa affannata vigilia elettorale.
Il secondo, ovviamente, è che il nuovo governo lo sappia mettere effettivamente al centro della sua azione, non solo perché è il tema più importante per il futuro della nostra società, ma anche perché avere come sguardo centrale quello dell’incremento dell’occupazione giovanile significa affrontare in modo trasversale gran parte delle tematiche di una possibile azione governativa: da quello dello sviluppo sostenibile e della green economy, a quello della tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale ed artistico, a quello dello sviluppo dei servizi sociali (es. un piano di nuovi asili nido statali), a quello delle politiche di genere (che parità può esserci se le giovani donne sono soprattutto quelle che soffrono maggiormente la disoccupazione), alla lotta al lavoro e all’economia sommersa (che pesa ben per il 17% dell’intera nostra economia) che si basa sul lavoro nero di molti giovani che non han trovato altre possibilità, sino ad arrivare al riconoscimento dei diritti individuali delle giovani coppie di fatto (omo ed etero) che oggi spesso non sono in grado di organizzare il loro futuro (dall’affitto della casa, all’accesso dei mutui ecc, alle tutele reciproche sul piano sanitario e giuridico). E potrei fare molti altri esempi.
Insomma un governo finalmente in grado di smentire il nostro Gennaro (cfr. sotto).
Infine l’auspicio che una decisa azione governativa in questa direzione sia da traino per le amministrazioni locali (a partire dalle regioni) per dar vita a piani organici di sviluppo del lavoro giovanile nelle rispettive aree territoriali coinvolgendo tutte le istituzioni e i soggetti pubblici e associativi che vi operano.
Senza una decisa inversione di tendenza del trend della disoccupazione giovanile non penso sia possibile invertire il declino economico, sociale e culturale della nostra società.
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1. https://fractaliaspei.wordpress.com/2013/02/11/giovani-e-lavoro-la-video-inchiesta-dei-peer/
2. Giuslavorista, candidato al senato in Campania nella lista “Rivoluzione Civile”.
3. http://temi.repubblica.it/micromega-online/come-far-crescere-loccupazione-giovanile/
Sulla Repubblica Salute di oggi una breve nota di Guglielmo Pepe.
Ci si augura che i prossimi governanti, e nello specifico il futuro ministro della salute (non faccio misteri, tifo per Ignazio Marino), l’abbiano letta con attenzione e soprattutto vi riflettano seriamente.
Noi & voi. Solo la prevenzione ci salverà
Malgovemo, malpratica, malaffare. Tre voci che affossano la sanità italiana. Per l’Oms eravamo secondi nel 2000, subito dopo la Francia. Adesso, su 34 paesi europei, occupiamo la parte bassa della classifica. Stando all’ultimo Euro Health Consumer, siamo ventunesimi per accessibilità e tempi di attesa, ventiseiesimi per prevenzione ed equità del sistema. Forse con la “cura dimagrante” della spending review, la classifica è perfino peggiorata. Una brutta situazione, di cui dovrà prendere atto chi prenderà le redini del Paese, in base ai risultati del voto. Certo, se si considera la sanità solo come fonte di spesa, non si va lontano (e non prendo in esame corruzione e ruberie, materia per i tribunali). Se invece si considera un investimento, puntando soprattutto sulla prevenzione, in prospettiva ne guadagnano i bilanci e la salute dei cittadini. Le varie ricerche appena presentate al convegno dell’università Campus Bio-Medico di Roma e del Fasi (Fondo integrativo dirigenti d’azienda), lo ribadiscono all’unisono: ogni miliardo destinato alla prevenzione ne fa risparmiare tre in minori cure e riabilitazione. Insomma più previeni, meno spendi.
g.pepe@repubblica.it ***
Un corso di Alta Formazione
Il primo marzo prenderà il via a Milano il Corso “MEDIA E PEER EDUCATION. Modelli e pratiche per una Prevenzione 2.0” che si svilupperà con otto moduli e un evento finale fino ai primi di luglio. È stato infatti raggiunto ed ampiamente superato il numero minimo richiesto di partecipanti.
I corsisti provengono prevalentemente da provincie del nord e centro Italia. I moduli di due giorni ciascuno (venerdì e sabato) si svolgeranno alternativamente a Milano e a Verbania. Si tratta di una scommessa “alta” che da un lato fa perno sull’esperienza della peer education del Verbano Cusio Ossola, dall’altro si confronta con la media education per orientare la prevenzione in nuovi ambiti, e in particolare nel mondo digitale.
Di seguito la presentazione del progetto e del programma.
Il Progetto
Prevenire è meglio che curare. La progressiva riduzione degli stanziamenti mette in evidenza la percezione che gran parte dei decisori ha della prevenzione, considerata un “bene di lusso” non più sostenibile nell’attuale congiuntura economica e pertanto bersaglio privilegiato delle politiche di riduzione di spesa. Visione dissonante sia dalle linee guida europee, secondo cui la prevenzione rappresenta uno dei pilastri delle politiche di contrasto dei comportamenti dipendenti e delle condotte a rischio, sia dalle disposizioni dell’OMS che sottolineano la rilevanza delle azioni preventive sull’induzione dei cambiamenti degli stili di vita e il conseguente contenimento di costi per la spesa pubblica.
La prevenzione non può essere concepita come un’attività dei tempi del benessere e dell’abbondanza ma come un vero e proprio investimento sulla promozione della salute in specie delle giovani generazioni, in grado di produrre nel medio/lungo periodo un impatto sulla riduzione dei costi associati alla cura e al trattamento delle patologie in età adulta.
Il problema della prevenzione non può però essere risolto esclusivamente riaffermandone il ruolo strategico nella promozione della salute dei soggetti. Occorre sviluppare nuovi modelli coerenti con gli stili di vita e i linguaggi delle nuove generazioni. In questa prospettiva non si può prescindere dai nuovi scenari caratterizzati dall’innovazione dei media digitali e dei social network da non considerare quali meri strumenti di comunicazione o semplici ausili per la formazione, ma come veri e propri frames di ri-codifica e ri-significazione delle dinamiche relazionali e sociali, interrogandosi sul nuovo senso assunto da concetti chiave quali identità, gruppo, comunità, relazione, cura, piacere, limite e rischio.
Il Percorso
La I˚ edizione del corso
Questa prima edizione del Corso di Alta Formazione prende corpo dall’esperienza ultradecennale dei promotori nell’ambito di un approccio alla prevenzione dei comportamenti a rischio in età giovanile che valorizza le competenze esperienziali e comunicative fra pari e che intravede nei nuovi scenari digitali nuove opportunità: un territorio più complesso e articolato rispetto al passato nel quale gli operatori devono sapersi muovere come pesci nell’acqua.
Finalità e obiettivi formativi
. Sviluppare la capacità di progettazione, valutazione, verifica, riprogettazione e conduzione degli interventi di prevenzione considerando i nuovi scenari di riferimento nell’universo giovanile.
. Migliorare i processi di attribuzione di significato dei comportamenti nell’era web 2.0;
. promuovere la conoscenza diretta di metodi, tecniche e teorie della prevenzione “in presenza“ e nella dimensione digitale (web 2.0);
. aumentare la consapevolezza sui processi di gruppo attivi in un intervento di formazione “in presenza” e nel web;
. sostenere i partecipanti nell’ideazione e progettazione di un intervento di prevenzione nei contesti di appartenenza.
Percorso formativo
Il percorso formativo elabora i seguenti ingredienti per un approccio innovativo alla prevenzione:
- Oggetto: ridefinire l’oggetto della prevenzione in relazione agli stili di vita dei ragazzi, alla propensione ai consumi contemporanei e ai nuovi rischi specifici del web;
- Approccio: superare le campagne di tipo generalista a favore di interventi settoriali, mirati agli specifici fattori di rischio, e calibrate sul target bersaglio: una risorsa che partecipa a pieno titolo ai processi, dalle fasi iniziali della progettazione fino alla valutazione finale caratterizzando la prevenzione come un momento di partecipazione e di sviluppo del capitale sociale;
- Strategia: valorizzare le potenzialità e le competenze comunicative del target destinatario degli interventi fin dalla fase di progettazione (partecipazione) dando vita a concrete strategie di “prevenzione tra pari”;
- Linguaggi: ripensare le strategie di comunicazione valorizzando le potenzialità dei nuovi linguaggi mediali e degli strumenti comunicativi cogliendo le opportunità offerte dallo sviluppo dei media digitali, delle piattaforme dei social network, delle connessioni digitali e dei dispositivi mobili;
- Valutazione: definire strumenti condivisi di valutazione degli interventi che non siano concepiti come semplici azioni giudicanti e decontestualizzate ma come opportunità di miglioramento e continua messa a punto degli interventi stessi.
Il Corso di Alta Formazione è articolato in una parte iniziale teorica con sessioni seminariali e lezioni magistrali, una parte intermedia metodologica sia laboratoriale che sul campo per lo sviluppo degli interventi e una parte finale rivolta allo sviluppo di veri e propri progetti operativi da implementare nelle realtà territoriali e organizzative dei partecipanti.
Il percorso formativo toccherà anche alcuni temi specifici – quali le differenze di genere, l’immigrazione, la famiglia, le nuove addiction – approfonditi attraverso momenti seminariali che si svolgeranno a margine del percorso principale.
Il percorso formativo si sviluppa in 8 moduli per un totale di 96 ore suddivise in 54 ore di lezioni teoriche e 42 ore di laboratorio e lavoro di gruppo.
TRA MEDIA E PEER EDUCATION – Corso di Alta Formazione
I modulo: LA PREVENZIONE (1-2 marzo 2013, Milano)
Quali sono i fondamenti epistemologici della prevenzione? Di cosa si occupa la prevenzione di tipo psico-sociale rivolta ad adolescenti e giovani-adulti? Interrogativi non pleonastici, spesso banalizzati, cui si cercherà di rispondere muovendosi lungo un excursus teorico che parte dai dati, dall’epidemiologia, per arrivare alle questioni etiche emergenti.
Programma:
Venerdì m. Presentazione del Corso di Alta Formazione. Pier Cesare Rivoltella, Mauro Croce e Riccardo De Facci.
Venerdì p. Presentazione del percorso formativo. Seminario di approfondimento.
Sabato m. Dall’epidemiologia all’etica. Vittorio Demicheli e Ernesto Gianoli.
II modulo: L’UNIVERSO ADOLESCENZIALE (22-23 marzo 2013, Verbania)
L’universo adolescenziale non si definisce staticamente ma interpretando le linee del cambiamento in un contesto particolare perché, mai come nel lavoro con gli adolescenti, la padronanza del contenuto non può prescindere dalla comprensione precisa e coerente delle caratteristiche psicologiche e sociali dei soggetti cui si rivolge. Il caso della peer education.
Programma:
Venerdì m. Adolescenti tra numeri ed emozioni. Emanuela Confalonieri e Riccardo Grassi.
Venerdì p. Lavoro di gruppo su un caso. Emanuela Confalonieri.
Sabato m. Presentazione approccio di prevenzione tra pari. Laboratorio con i peer educator.
III modulo: METODI DELL’AZIONE PREVENTIVA E PROGETTAZIONE (5-6 aprile 2013, Verbania)
La prevenzione è “scienza”, pratica o disciplina? Come comporre il pluralismo teorico? I metodi si prestano ad una riflessione profonda perché sottintendono una visione del target di riferimento e degli obiettivi impliciti e trovano la loro dimensione più pura nella progettazione.
Programma:
Venerdì m. Concettualizzazione della progettazione in ambito preventivo. La ricerca qualitativa, la pianificazione di progetto. Come si colloca la prevenzione nell’ambito dei progetti europei. Gruppo di Verbania.
Venerdì p. Studio di un caso. Presentazione proposte dei sottogruppi. Gruppo di Verbania.
Sabato m. Risorse per la prevenzione e linee di finanziamento. Vincenzo Castelli.
IV modulo: MEDIA EDUCATION (19-20 aprile 2013, Milano)
In una società sempre più legata al multi schermo e allo spazio pubblico digitalizzato, la media education si propone l’obiettivo di educare alla cittadinanza attraverso l’attivazione di processi di analisi e decodifica dei linguaggi mediali (formazione di “lettori critici”) e la costruzione e messa in circolo di messaggi critici (la formazione di “autori consapevoli”). La sfida è attivare questi processi passando attraverso la peer education.
Programma:
Venerdì m. La Media Education: definizione, finalità, metodi. Pier Cesare Rivoltella.
L’analisi dei media come strumento didattico e formativo. Michele Marangi.
Venerdì p. Workshop di analisi video educativo. Michele Marangi e Alessandria Carenzio.
Sabato m. Media & Peer Education: le ragioni di un incontro. Pier Cesare Rivoltella.
Media & Peer Education: un’analisi di caso. Michele Marangi.
V modulo: MEDIA DIGITALI (3-4 maggio 2013, Milano)
I media digitali stanno trasformando le pratiche di consumo dei giovani. Mobilità, socialità, marcata autorialità ne fanno un crocevia per le logiche di costruzione della cultura, dell’educazione, della cittadinanza. I media oggi si indossano, sono parte della vita delle persone. Più che come strumenti, essi si pongono come veri e propri ambienti nei quali si comunica, si scambiano informazioni, si svolgono infinite funzioni che riguardano il lavoro, l’apprendimento, il tempo libero, la cittadinanza. Questo scenario rilancia la necessità per gli operatori e i progetti di prevenzione di raccogliere la sfida.
Programma:
Venerdì m. Media digitali, paesaggio tecnologico, consumi giovanili. Pier Cesare Rivoltella.
Media digitali e intervento educativo. Simona Ferrari.
Venerdì p. Workshop di analisi dei media digitali. Michele Marangi e Simona Ferrari.
Sabato m. Il Social Network come nuova agorà. Chiara Giaccardi, Michele Marangi, Camillo Regalia e Pier Cesare Rivoltella.
VI modulo: GESTIONE DEL GRUPPO (17-18 maggio 2013, Verbania)
Il gruppo come soggetto e come oggetto: potente costrutto della mente adolescenziale e pertanto eco-sistema sociale; straordinario setting di confronto, influenzamento, cambiamento e pertanto strumento di lavoro. Un gruppo che occorre conoscere, per gli aspetti di struttura, per quelli dinamici, per lo sviluppo processuale e per l’intreccio tra il gruppo e l’operatore.
Programma:
Venerdì m. Il gruppo nel processo di prevenzione, struttura e dinamica. Dalla teoria…
Venerdì p. …. alle esperienze dei partecipanti. Studio di caso. Gruppo di Verbania.
Sabato m. Intervento di Franca Olivetti Manoukian.
VII modulo: APPROCCIO DI COMUNITA’ E VALUTAZIONE (31 maggio-1 giugno 2013, Verbania)
La valutazione è uno dei temi più controversi di tutta la progettazione dell’azione preventiva. Nell’approccio di comunità si muove tra modelli evidence based e posizioni impressionistiche. Come trasformare un obbligo di progetto in uno strumento per orientare e ri-orientare continuamente l’azione sociale alla ricerca di una spiegazione del cambiamento. Uno strumento, una pratica che sappia parlare agli operatori, ai teorici, ai decisori e ai diretti interessati.
Programma:
Venerdì Alcuni dubbi di un valutatore in crisi. Massimo Santinello.
Sabato m. Strumenti e metodi per la valutazione. Elena Marta.
VIII modulo: VALUTAZIONE DEL PERCORSO E PROPOSTE PROGETTUALI (14-15 giugno 2013, Verbania)
Programma:
Venerdì Elaborazione proposte progettuali dei partecipanti.
Sabato m. Valutazione del percorso formativo. Gruppo di Verbania, Leopoldo Grosso e Maurizio Coletti.
Evento finale: Presentazione e discussione progetti partecipanti e consegna attestati (Milano)
Destinatari
Il Corso è rivolto agli operatori delle ASL, degli Enti locali, della Scuola e del Terzo Settore e a professionisti motivati che intendono ampliare le proprie competenze nell’ambito della prevenzione primaria dei comportamenti a rischio nelle età giovanili e si propone, partendo dall’esperienza dei promotori, di mettere a punto un percorso biennale post universitario per operatori della prevenzione 2.0.
Saranno ammessi al corso un numero di partecipanti adeguato a garantire l’attività didattica e di gruppo in possesso dei seguenti requisiti: laurea triennale o titolo equivalente conseguito nell’ambito delle professioni psico-socio-sanitarie ed educative oppure esperienza professionale equivalente nel settore.
L’ammissione al corso avverrà in seguito alla valutazione dei curricula dei candidati da parte di una apposita commissione.
Gli allievi selezionati dovranno perfezionare l’iscrizione all’atto della conferma dell’ammissione.
Équipe scientifica e formativa
Direttore scientifico: Pier Cesare Rivoltella
Comitato scientifico: Pier Cesare Rivoltella, Emanuela Confalonieri, Mauro Croce, Francesco Garufi, Vittorio Demicheli, Michele Marangi, Gianmaria Ottolini, Massimo Santinello.
Comitato di direzione: Franco Brambilla, Riccardo De Facci, Emilio Ghittoni, Renzo Sandrini.
Docenti:
Pier Cesare Rivoltella Professore ordinario di Didattica e Tecnologiedell’istruzione. Università Cattolica di Milano.
Sonia Bella Coordinatrice Politiche giovanili Coop. Lotta Contro l’Emarginazione. Gruppo di Verbania.
Alessandra Carenzio Coordinatore area ricerca CREMIT (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’Informazione e alla Tecnologia), Università Cattolica di Milano.
Vincenzo Castelli Project Manager del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (C.N.C.A.).
Maurizio Coletti Psicologo.
Emanuela Confalonieri Professore associato in Psicologia dell’educazione e dello sviluppo, Università Cattolica di Milano.
Mauro Croce Psicologo, psicoterapeuta e criminologo. Direttore della Struttura di Educazione Sanitaria dell’ASL VCO. Gruppo di Verbania.
Stefano Dal Ry Coop. Immagine Comunicazione Servizi. Gruppo di Verbania.
Riccardo De Facci Vice presidente C.N.C.A. Coop. Lotta Contro l’Emarginazione.
Vittorio Demicheli Epidemiologo. Responsabile Servizi di epidemiologia SSEpi e SeREMI dell’ASL di Alessandria.
Simona Ferrari Ricercatore Università Cattolica Milano e coordinatore scientifico del CREMIT.
Chiara Giaccardi Professore ordinario di Sociologia e Antropologia dei media, Università Cattolica di Milano.
Ernesto Gianoli Professore ordinario di Psicologia dell’educazione, presso l’Istituto Salesiano di Venezia (I.S.R.E.).
Andrea Gnemmi Psicologo e psicoterapeuta. Consulente e formatore Associazione Contorno Viola. Gruppo di Verbania.
Riccardo Grassi Sociologo. Ricercatore presso l’Istituto SWG.
Leopoldo Grosso Psicoterapeuta. Vice presidente Gruppo Abele.
Franca Olivetti Manoukian Studio APS Milano.
Michele Marangi Docente di Media e Società, Università di Torino.
Elena Marta Professore ordinario di Psicologia Sociale e di Psicologia di Comunità, Università Cattolica di Milano.
Gianmaria Ottolini Insegnante a riposo. Consulente rete di peer education e collaboratore dell’Associazione Contorno Viola. Gruppo di Verbania.
Camillo Regalia Professore ordinario di Psicologia Sociale, Università Cattolica di Milano.
Massimo Santinello Professore ordinario di Psicologia di Comunità, Università degli Studi di Padova.
Mauro Vassura Psicologo, ricercatore e consulente scolastico. Collaboratore dell’Associazione Contorno Viola. Gruppo di Verbania.
Andrea Zanotti Società ICT LBA Consulting. Gruppo di Verbania.
Tutor
L’intero percorso sarà seguito dall’équipe formativa e prevederà un costante tutoraggio nell’accompagnamento e nella conduzione dei gruppi.
Tempi e organizzazione logistica
Il corso verrà attivato a partire dal mese di marzo 2013 per concludersi ai primi di luglio 2013.
I moduli 1, 4 e 5 del corso si svolgeranno a Milano presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, i moduli 2, 3, 6, 7 e 8 a Verbania Pallanza presso Villa Giulia, corso Zanitello, 8 e Villa Bauer, via alla Piana 2, con i seguenti orari: il venerdì dalle 9 alle 18 e il sabato dalle 9 alle 13.
La discussione finale dei progetti dei partecipanti e la consegna degli attestati avverrà presso l’Università Cattolica.
Crediti ECM
Il corso è accreditato in Educazione Continua in Medicina al Ministero della Salute per le seguenti figure professionali: medici, psicologi, infermieri, assistenti sanitari ed educatori professionali.
Il Corso rientra nelle iniziative di formazione e aggiornamento del personale della scuola realizzate dalle Università e automaticamente riconosciute dall’Amministrazione scolastica, secondo la normativa vigente, e dà luogo – per insegnanti di ogni ordine e grado – agli effetti giuridici ed economici della partecipazione alle iniziative di formazione.
Promotori: Università Cattolica, ASL VCO, Ass. Contorno Viola e Coop. Lotta contro l’Emarginazione.
Con la collaborazione di ICS e LBA.
Si ringrazia: Animazione Sociale, Regione Piemonte, Comune di Verbania e Fondazione Cariplo.
Per informazioni:
Tel. 346 9780665
Facebook: http://www.facebook.com/TraMediaEPeerEducationPerUnaPrevenzione20
Contorno Viola
via San Leonardo, 25/b
28922 Verbania Pallanza
(VB) Italia
Cell.: +39 346 9780665
mail: contornoviola@libero.it
Un’altra faccia della “banalità del male”
La vicenda è tutto sommato semplice. Un giovane americano, Howard W. Campbell Jr., a seguito del trasferimento per lavoro del padre, vive in Germania dal 1923 (quando aveva undici anni). Diventa un noto drammaturgo in lingua tedesca, sposa felicemente una nota attrice di “buona famiglia” e rimane in Germania anche durante la guerra.
Non si occupa di politica ma viene avvicinato da un agente americano che lo “arruola” con la “consegna” di sfruttare le sue relazioni per farsi largo nella gerarchia nazista e passare poi le informazioni. Diventerà infatti stretto collaboratore di Goebbels e gestirà le trasmissioni radiofoniche di propaganda nazista in lingua inglese destinate al pubblico statunitense. Le informazioni spionistiche verranno inviate attraverso modalità in codice (a lui stesso ignoto) durante quelle trasmissioni. Arrestato alla fine della guerra come criminale nazista, verrà salvato dalla rete spionistica USA che gli permetterà di vivere nell’anonimato.
Ma dopo 13 anni, nel 1958, la sua presenza viene resa nota e il “criminale nazista” si trova nel mezzo fra coloro che inferociti lo vogliono punire e filonazisti americani che ne voglio fare il loro eroe. Nel districarsi tra spie USA, russe ed israeliane e fanatici razzisti, alla fine decide di consegnarsi agli israeliani per essere processato.
Il libro si presenta appunto come diario-memoriale del protagonista, destinato ai suoi giudici.
La scrittura è decisamente diversa dai romanzi FS dell’autore: più distesa e riflessiva; anche se il ritmo, con improvvise ed impreviste svolte nella vicenda, ce ne fa a tratti riconoscerne lo stile. Straordinario ad esempio il “cambio di guardia” dei suoi quattro carcerieri: quattro modi radicalmente diversi di esser israeliani e di porsi di fronte alla guerra.
Ma se la vicenda è semplice e ben ritmata, il tema non lo è affatto.
Innanzitutto è esistito un Howard W. Campbell Jr.? Il personaggio lo troviamo anche in “Mattatoio n. 5” a Dresda dove cerca di convincere i prigionieri americani ad arruolarsi nel suo “Corpo americani liberi” che avrebbe dovuto combattere contro i Russi. “Mattatoio n. 5” è stato pubblicato nel 1969, otto anni dopo “Madre notte”, ma sappiamo che era in incubazione da tempo e che come dice lo stesso Kurt “i brani di guerra …sono abbastanza veri”.
Possiamo dunque pensare che, a parte il nome, sia realmente esistito questo americano nazista; è naturalmente lo scrittore ad immaginare che potesse, di nascosto, essere una spia degli alleati.
E qui nasce il dilemma.
Gli dice una delle guardie israeliane: “Lei, che io sappia, è l’unica persona a cui morda la coscienza per quel che ha fatto durante la guerra. Tutti gli altri, non importa da che parte stessero … sono convinti che chiunque al posto loro non avrebbe agito diversamente.”
Campbell non aveva ideali, quel che veramente gli interessava era il suo mondo privato, il felice “stato a due” con l’innamorata moglie. Considerava la sua propaganda filo-nazista un insieme di sciocchezze; eppure in molti ne erano influenzati. Era diventato comunque una pedina del regime. Sembra il rovescio del caso Eichmann (cfr. “La banalità del male” di Hannah Arendt): se quest’ultimo era un “colpevole inconsapevole”, Campbell è un “innocente consapevole delle proprie colpe”? Fino a che punto il fingere di essere un criminale fa di te un criminale?
E perché ha accettato di fingere, arruolandosi come spia? Non pare certo per idealità politica di cui non si interessava in alcun modo.
Per il fascino folle del doppio gioco? Per calcolo cinico? comunque fosse andata la guerra sarebbe stato dalla parte dei vincitori; coerente nazista coi nazisti, eroica spia con gli alleati.
E perché vuol esser processato? Per dimostrare la propria innocenza? O per sapere lui stesso se è o no colpevole? O forse perché vuol esser punito?
E gli rimorde veramente la coscienza? Come mai fino al 1958 non ha avuto alcun problema con se stesso? Forse perché, come ci spiega Agnes Heller, la coscienza non risiede dentro di noi ma nell’interfaccia tra noi e gli altri, in quello che la filosofa di Budapest ha chiamato “il potere della vergogna”. Poteva starsene tranquillo nell’anonimato; non più dopo che tutti ormai sapevano che era ancora vivo e le sue “imprese” a fianco di Goebbels riportate alla luce.
A questo punto si rende conto di aver compiuto “crimini contro se stesso”.
E qui l’esito drammatico. La “fata turchina”, il suo arruolatore, contravvenendo all’ordine dei suoi superiori, conferma ai giudici israeliani il suo ruolo di spia. Il processo però non si potrà più fare, ne verrebbe fuori “un putiferio”.
Libero senza processo: “una prospettiva nauseante”.
Non gli resta che eseguire lui stesso la sentenza: “Credo che sia giunta la notte in cui impiccherò Howard W. Campbell Jr., reo di crimini contro se stesso.”
La “madre notte” di faustiana memoria è pronta ad inghiottire chi si è sottomesso ad un patto diabolico.
Apro questa nuova sezione di fractalia spei connettendo fra loro peer education e new media; non si tratta di una giustapposizione incongrua di due ambiti diversi né di una forzatura, ma da un lato di uno sviluppo della peer education che abbiamo anche chiamato “peer education 2.0”*, dall’altro di una effettiva convergenza fra comunicazione fra pari e comunicazione digitale. Convergenza che trova i suoi riflessi anche terminologici ad esempio nel peer-to-peer (P2P) che da un lato indica la struttura non gerarchica della rete digitale nell’epoca del 2.0, dall’altro strumenti, pratiche e movimenti di scambio e cooperazione digitale**.
Pensavo per questa introduzione di riprendere e riscrivere una mia nota, di poco meno di due anni fa, sulla abusata espressione di “Virtuale”.
Rileggendola mi son reso conto che non cambierei molto ritrovandomi pienamente ancor oggi con quanto scrissi allora. La ripropongo allora tal e quale.
Il Convegno degli indirizzi di Scienze Sociali tenuto a Verbania
Si è svolto dal 15 al 18 marzo 2011 a Verbania il Convegno “Crescere, apprendere, partecipare”. I nuovi adolescenti: studenti digitali e futuri cittadini europei. Metodologie e strumenti per affrontare il cambiamento” organizzato dalla rete Passaggi (http://www.scienzesocialiweb.it/) che riunisce gli indirizzi di Scienze sociali di 43 istituti di istruzione secondaria superiore, dislocati in tutto il territorio nazionale.
Come Contorno Viola abbiamo contribuito affrontando il tema della Peer education nel suo impatto con il mondo digitale (Verso una peer education 2.0). Riprendo (e rielaboro) alcune delle cose dette in quella occasione.
Virtuale: una parola “trappola”
La parola virtuale è risuonata più volte durante il convegno sia come aggettivo (amico virtuale, luogo di incontro o “parchetto” virtuale ecc.) che come sostantivo (il, nel virtuale …).
Mi sono tornati visivamente alla mente i primi telefoni che ricordo. Non avevo ancora cinque anni. Alta Val Formazza, presso le case dei custodi delle dighe che erano anche utilizzate da escursionisti e villeggianti come rifugio e ristoro, appeso al muro non mancava mai il telefono a manovella e con auricolare “indipendente” collegato al filo: era la linea interna della Edison che collegava l’intero sistema di dighe e centrali ossolane. Un sistema efficiente e, come seppi molto più tardi, utilizzato qualche anno prima anche dalla Resistenza.
E poi il “cassone” nero a cornetta, fisso al muro, installato nell’antistudio di mio padre, con il suo suono trillante al massimo volume per poter esser sentito anche dai piani superiori della nostra casa. La collocazione (il luogo e l’altezza) chiariva ulteriormente che poteva essere utilizzato solo “dai grandi”.
A nessuno allora sarebbe mai venuto in mente di chiamare “virtuale” quel tipo di comunicazione. Era una realtà nuova la cui utilità e potenzialità era immediatamente percepita.
Perché si utilizza “virtuale” per la comunicazione digitale? Non una definizione, un nome preciso ma una sorta di categoria ontologica: virtuale evidentemente si oppone a “reale” il che rimanda a illusorietà, irrealtà, fuga dalla realtà ecc. Ma dal punto di vista ontologico (o se vogliamo del grado di realtà) non c’è nessuna diversità tra suoni e immagini del web e quelli di telefono, cinema e tv; cambiano solo modalità tecniche e supporti fisici.
Mi pare che in questo utilizzo della parola rispetto alla possibile (ma discutibile) “categoria” (virtuale come nuova forma di “immaginario”, di “fantastico”) prevalga la connotazione negativa appunto di fuga dal reale, di fittizio, di illusorio, di mascheramento ecc.
Ebbene questo utilizzo diventa allora una “trappola”, una schermatura che impedisce a molti adulti di vedere quel mondo e di capirne “utilità e potenzialità”. Una sorta di pregiudizio preventivo che, qui, impedisce di comprendere le nuove modalità fruitive (informazione, musica, video …), creative e comunicative tra i giovani che si inventano nuove modalità relazionali e si svincolano dal prepotere del mezzo televisivo nonché, al di là del mediterraneo, il carattere dirompente di una forma di comunicazione orizzontale che sfugge a controlli e censure degli autoritari potentati locali.
Direi anche un utilizzo ideologico di “virtuale”, se non fosse che “ideologia” ed “ideologico” sono anch’esse diventate parole ideologiche, parole ormai sempre più utilizzate per imporre la dittatura del mercato e delle sue leggi contro ogni valore ed istanza alternativa; “parole trappola” anch’esse.
C’è chi al posto di “virtuale” preferisce utilizzare le espressioni “estensione della realtà” e “realtà estesa (o espansa)”. L’espressione mi sembra corretta ma con una precisazione: questa è una realtà nuova, estesa (la tecnologia da sempre ha prodotto una estensione della realtà) per noi che siamo a cavallo tra il prima e il dopo, che abbiamo visto comparire e diffondersi le nuove tecnologie digitali. Non lo è per chi oggi (e ancor più domani) se la trova davanti. Come, che so, per tutti noi bicicletta e radio son sempre stati parte della realtà. E nessuno si vantava allora di non andare in bicicletta o di non ascoltare la radio mentre sino a non molto tempo fa si potevano sentire adulti che vantavano il non utilizzo del cellulare e che oggi dichiarano, ad es., di esser assolutamente “contrari” all’uso di Facebook.
Certo, un disagio c’è. Un rovesciamento generazionale rispetto alle competenze e all’utilizzo delle nuove tecnologie. Come ricordavo all’inizio, quando noi eravamo “piccoli”, il telefono (e poi ad es. lo scooter) erano “per i grandi” e progenitori e fratelli maggiori fungevano da trainer rispetto a quelle tecnologie. Ora sono sempre più spesso i “piccoli” a far da trainer agli adulti per l’utilizzo delle tecnologie digitali.
Non è una scusa per non addentrarvici. Anche perché questo rovesciamento ci permette di ridefinire il nostro ruolo e la nostra autorevolezza di adulti su qualcosa di più stabile rispetto al continuo evolvere delle tecnologie.
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* Verso una peer education 2.0?, ASL VCO – Associazione Contorno Viola, Supplemento ad Animazione sociale n. 3 2011, a cura di Gianmaria Ottolini
** Cfr. l’intervista a Michel Bauwens, animatore della P2P foundation, apparsa recentemente su il manifesto: http://www.uninomade.org/intervista-a-michel-bauwens/
Una video inchiesta
Il tema del lavoro per i giovani sta forse, seppur timidamente, entrando nelle agende politiche di questa fase elettorale, anche se, a me pare, più come “punto” a fianco di molti altri che come urgenza centrale dell’attuale fase socioeconomica. Analogamente le proposte nel merito sembrano spesso più discendere da impostazioni generali di politica economica che da una conoscenza e una riflessione sulle dinamiche attuali delle esperienze e del vissuto dei giovani.
Per avviare un discorso e un confronto su questo tema inizio con il ripercorrere l’esperienza della video inchiesta realizzata dalla rete dei peer educator del VCO, coordinati da Claudia Ratti di Contorno Viola e con la regia di Lorenzo Camocardi.
Il progetto (Tra precarietà e innovazione. Video inchiesta su giovani e lavoro nella provincia del Verbano Cusio Ossola), realizzato in due fasi (2011 e 2012), è stato finanziato dalla Comunità Europea (programma Gioventù in azione). Tra le finalità dichiarate, oltre quelle di indagine e di mobilitazione diretta dei giovani, quella di ri-orientare le politiche giovanili (e non solo) su “temi quali il lavoro, l’occupazione, le nuove attività lavorative, la valorizzazione e l’estensione del capitale sociale e delle reti”.
La prima fase (2011) si è concretizzata con nove interviste suddivise nelle tre aree del VCO e a loro volta differenziate per categorie di situazioni: la precarietà, il positivo inserimento in attività innovative nella nostra provincia ed infine la fuga dal VCO con interviste di giovani che hanno trovato lavoro all’estero.
Questa fase si è conclusa con la presentazione pubblica dell’inchiesta il 29 ottobre 2011 presso lo spazio di coworking (LIP) al Forum di Omegna; erano presenti il giornalista economico Walter Passerini, Maurizio Colombo della camera di Commercio del VCO e Giovanni Campagnoli della cooperativa Vedogiovane.
La seconda fase (2012), con altre nove interviste, si è invece concentrata sui settori lavorativi dove più facilmente è possibile per i giovani del nostro territorio trovare occupazione e in particolare: green economy, scuola e formazione, turismo. Si sarebbe voluto ampliare il campo ad altri settori (es. agro pastorale), ma il budget limitato non lo ha consentito. La scaletta di queste interviste, rispetto a quella della prima fase incentrata sui percorsi di vita e di lavoro individuali, era maggiormente orientata a considerare il settore di lavoro nelle sue caratteristiche (punti forti e punti deboli) e potenzialità future.
La presentazione è avvenuta al Kantiere di Verbania Possaccio il 24 ottobre 2012 con la partecipazione di Giacomo Molinari di Libera, Marco Tosi di Associazioni a Distinguere e Davide Lo Duca del Consorzio delle Cooperative Sociali.
Prime riflessioni
Le categorie con cui organizziamo la nostra conoscenza e comprensione della realtà (e della realtà sociale in particolare) se da un lato sono indispensabili (non esiste sguardo ingenuo) dall’altro possono spesso esser fuorvianti. Ce ne siamo accorti durante le nostre prime nove interviste: se le tre categorie utilizzate (precarietà, innovazione, fuga) sembravano indicare tre situazioni decisamente diverse e non sovrapponibili, i percorsi di vita dei giovani intervistati spesso erano molto simili indipendentemente dal modo in cui li avevamo “categorizzati”: comune a tutti era la ricerca di un lavoro significativo in relazione alle aspirazioni e agli interessi personali. Es. la “precaria” intervistata aveva a sua volta vissuto l’esperienza all’estero, esperienza vista come arricchimento da “giocare” nella ricerca (e/o “nell’invenzione”) di un lavoro in loco.
La stessa distinzione, proposta da Passerini, fra “lavoro dipendente” e “lavoro intraprendente” * se da un punto di vista economico e normativo è indiscutibile, non sembra corrispondere ai vissuti e alla “forma mentis” dei giovani. Il musicista che fatica a trovar lavoro specifico è lavoratore dipendente in quanto insegnante di scuola media, ma il suo lavoro “dipendente e precario” si affianca a molteplici attività formative e intraprendenti volte a irrobustire e realizzare la propria passione musicale. Lo stesso per la bibliotecaria che grazie al servizio civile ha trovato quella che aspira diventi la propria “professione di vita”.
La specificità che emerge dall’esperienza dei giovani all’estero sembra esser data non tanto nella “fuga”, ma nel contesto: la meraviglia di aver trovato persone che per prima cosa chiedevano loro cosa sapessero fare e non la consueta domanda preliminare: “Quanti anni hai?”.
Qui in Italia abbiamo veramente da combattere una battaglia culturale contro un pregiudizio anti-giovanile tipico di un paese invecchiato; lo abbiamo visto a partire dagli uomini di governo che a turno hanno affibbiato ai giovani appellativi quali “bamboccioni”, “sfigati”. “choosy”; e lo vivono i giovani che nei colloqui di lavoro vedono spesso considerare la loro bassa età come sinonimo di incompetenza, se non peggio (inaffidabilità, incostanza ecc.).
Che i giovani cerchino esperienze altrove (altre province, regioni o stati) non è di per sé negativo, anzi! Il fatto è che nella nostra provincia il flusso è praticamente solo in uscita e per chi volesse ritornare le difficoltà sono quasi sempre insormontabili. È comunque significativo che nei nuovi settori, ancor molto limitati, abbiamo anche incontrato alcuni esempi di flusso verso il VCO; questa, in germe, è l’unica prospettiva che abbiamo per arrestare un declino che si ripercuote in un invecchiamento progressivo della popolazione.
Concludendo, in entrambe le fasi della video inchiesta si sono incontrati giovani con percorsi complessi, percorsi formativi non limitati all’esperienza scolastica di base (specializzazioni, corsi di approfondimento ecc.) e percorsi di lavoro aperti a ventaglio (stages, servizio civile, apprendistato …) dove l’esigenza continuamente sottolineata era quella della ricerca di soddisfazione personale nel loro lavoro e dove le esperienze pregresse erano vissute come arricchimento e chance per il futuro. Insomma giovani ben lontani dall’immagine stereotipata di giovani schizzinosi alla ricerca del facile posto fisso. Certo la consapevolezza della situazione difficile e l’incertezza legata alla precarietà pesano molto, ma non si è incontrata rassegnazione, anzi!
Timidi consigli
È possibile trarre da queste interviste qualche consiglio per i più giovani che iniziano ad affacciarsi al mondo del lavoro, andando oltre ai suggerimenti più ovvi spesso ripetuti (imparate le lingue straniere, informatevi sulle offerte di lavoro, imparate a redigere il vostro curricolo ecc.)? Tenendo conto che siamo in una situazione in rapida evoluzione e che spesso i giovani vedono con più lungimiranza degli anziani, penso comunque di sì.
La crisi pesa soprattutto sulla disoccupazione giovanile: il tasso di disoccupazione 15-24 anni [rapporto disoccupati/occupati] dal 2007 al 2012 in Italia è passato dal 21 al 37,1% e non sembra destinato a diminuire. Il lavoro dipendente, soprattutto nelle aziende più grandi, è quello che diminuisce maggiormente rispetto alle varie forme di lavoro non dipendente.
In sostanza la crisi (dal verbo greco krinõ : scegliere, decidere) impone delle scelte, la ricerca di nuove strade. Se sinora si è parlato di “ricerca del lavoro” bisogna ampliare la prospettiva ed affiancare a “cercare” anche “immaginare-inventare-intraprendere” un lavoro.
In questa prospettiva gli ingredienti fondamentali diventano:
- l’accumulo e la messa a frutto di esperienze formative e lavorative (stages, campi di lavoro, servizio civile …) arricchenti
- un continuo incremento del proprio capitale sociale (la rete di relazioni “gratuite” di fiducia sia con altri giovani che con adulti)
- esser parte attiva in luoghi ed iniziative di incontro (tempo libero, associazionismo ecc.)
- seguire e coltivare i propri interessi, le proprie inclinazioni e passioni
- unirsi e confrontarsi con chi ha le stesse propensioni (di persona, ma anche sul web)
- progettare e sperimentare in modo cooperativo.
Un viaggio, un articolo su una rivista, un video, un incontro con una persona nuova, una chiacchierata fra amici può dar vita ad un’intuizione, ad un progetto. Talvolta basta il coraggio a dargli gambe per intraprendere un percorso lavorativo pieno di possibilità.
È sufficiente tutto questo per invertire il trend della disoccupazione giovanile? Certamente no!
Il mondo adulto e in particolare i decisori politici devono fare la loro parte. Ma su questo ho intenzione di soffermarmi in un prossimo post.
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* Walter Passerini – Antonella Galletta, Ricomincio da me. Dal lavoro dipendente al lavoro intraprendente, Etas, Milano 2008
LINK di riferimento
La prima video inchiesta (2011)
Precarietà
- Verbano: http://www.youtube.com/watch?v=id-GA396H_w (Laura)
- Cusio: http://www.youtube.com/watch?v=p_VOrEXn1Qo (Debora)
- Ossola: http://www.youtube.com/watch?v=vrEBG7e8_5w (Marco)
Innovazione
- Verbano: http://www.youtube.com/watch?v=cNaijfVKHcU (Tania)
- Cusio: http://www.youtube.com/watch?v=OBy1Wpr9z3g (Stefania)
- Ossola: http://www.youtube.com/watch?v=PGRjd58tROA (Laurent)
Fuga
- Verbano: http://www.youtube.com/watch?v=gdeehG3Od3w (Matteo)
- Cusio: http://www.youtube.com/watch?v=p9EWoXmHxlo (Davide)
- Ossola: http://www.youtube.com/watch?v=AVPLe6t1GSI (Beatrice)
La seconda video inchiesta (2012)
Settori: Futuro sostenibile, Qui scuola, Tutoring, Verso un turismo differente
Video: http://www.youtube.com/watch?v=H97seXvRoh0
Backstage (2011 e 2012): http://www.youtube.com/watch?v=0V6KtrV1a7o
Il servizio del Tg di VCO azzurra TV : http://www.youtube.com/watch?v=RDHPl5kHrpI
Alcune riflessioni sul femminicidio e sulla violenza.
di Andrea Bocchiola * e Sonia de Cristofaro *
(* Psicoanalisti)
Premessa
Le considerazioni che seguono richiedono alcune, scontate premesse, che tuttavia vale la pena richiamare alla mente.
Innanzitutto vorremmo ricordare che il problema di fondo non è già il femminicidio, reato oltremodo esecrabile, ma l’omicidio e l’uso della violenza reale (fisica). Il problema è la prevenzione e l’interdizione dell’omicidio e casomai la punizione del reato. Si tratta con ogni evidenza di una questione di legalità e di ordine sociale: semplicemente è vietato uccidere e ciò indipendentemente dalla connotazione che l’omicidio assume nella sua concretezza fattuale.
Poi vi sono le figure che l’omicidio di volta in volta assume e che occorre ogni volta avvicinare con tutta la delicatezza del caso ma nella consapevolezza che il divieto di uccidere vige malgrado le condizioni particolari che portano all’omicidio o all’uso della violenza e malgrado le argomentazioni psicologiche o sociologiche che rendono intelligibile il suo scoppio.
L’osservazione sarà banale ma non è scontata. Non lo è dal punto di vista della costruzione dei dispositivi di legge preposti a regolare l’ordine sociale e che sempre più dipendono dalla consulenza degli esperti “scientifici” e dai loro modelli teorici (ed ideologici) di riferimento. Non lo è dal punto di vista della sorveglianza sociale, anch’essa sempre meno garantita dai dispositivi di legge e sempre più delegata alle schiere degli esperti, che dal punto di vista delle loro pratiche di scrittura scientifica stabiliscono cosa è possibile fare o non fare (ciò che la sociologia e la filosofia della politica chiamano “sorveglianza a bassa intensità”). Ed ancor più non lo è dal punto di vista soggettivo. Tutti noi conosciamo la perversa collusione tra il classico “spostato” che uccide un migrante e poi si giustifica parlando come uno psicologo od un assistente sociale (l’infanzia difficile, il padre assente, la povertà d’origine), e il nostro desiderio o bisogno di comprendere (ed alla fine giustificare) quell’azione affinché questa possa essere incasellata e non giunga a turbare la visione che abbiamo di noi stessi. In questa situazione il desiderio di evacuare l’orrore trova sin troppo terreno fertile nel corpo di apparati disciplinari che forniscono al primo gli argomenti a discarico, ed a noi una chance di comprensione “pulita” della violenza, che alla fine “salva tutti”.
E con questo veniamo alla terza premessa. Se vogliamo provare ad oltrepassare il confine delle stigmatizzazioni morali o fare qualcosa di più cogente che una semplice autocritica di genere, se vogliamo evitare di incasellare ed alla fine allontanare da noi stessi atti mostruosi come l’omicidio, dobbiamo mettere in conto che essi in qualche modo ci toccano e ci riguardano molto da vicino. Che, in certo modo, parlano di noi a noi stessi.
L’assenza di un “terzo”
Veniamo dunque al femminicidio. Tutti noi sappiamo che l’alveo in cui esso precipita è quello negletto e silenzioso della violenza sulle donne, e tutti noi intuiamo che la violenza sulle donne è sovente, sebbene implicitamente sostenuta, se non culturalmente, almeno ideologicamente, cose se costituisse uno degli sfondi osceni del patto sociale che unisce i membri di una cultura o di una società (quella occidentale avanzata inclusa). Da questo punto di vista e per evitare divagazioni che ci porterebbero troppo lontano, c’è una domanda che non può non essere sollevata e che riguarda la relazione tra le donne (e le vittime della violenza) e le istituzioni preposte alla sua prevenzione, alla protezione dell’ordine sociale ed alla giustizia. A questo riguardo dovremmo interrogarci sul tipo di accesso alla giustizia che le donne hanno o possono coltivare. Bisognerebbe chiedersi che dialogo esse hanno con i rappresentanti dell’ordine? Se sono questi un interlocutore possibile per le donne e per le donne in condizioni di pericolo personale? Se una donna in pericolo, minacciata dal partner, da un estraneo, da chiunque, sente di avere un interlocutore nelle forze dell’ordine e nella giustizia di un tribunale, oppure no. Ancora dovremmo interrogarci su come questi ultimi rispondano alle richieste di aiuto e protezione rivolta loro dalle donne, poiché, come purtroppo molti di noi sanno, non pochi sono i casi in cui una simile richiesta è caduta nel vuoto o rimandata ad un “quando si sarà calmata ci richiami”. E duole ancor di più riconoscere che non così è in altri paesi occidentali, dalla Francia agli Stati Uniti.
Ad ogni modo, queste scontate domande forniscono sia una prima risposta operativa al rischio della violenza e del femminicidio, sia il destro ad una possibile e cogente riflessione.
Quanto alla risposta operativa c’è sicuramente un rapporto tra le donne e la giustizia, tra le donne e le forze dell’ordine che va più costruito che ricostruito. Anche perché è inutile illudersi, nessuna autocritica di genere (maschile) metterà mai al riparo le donne dalla violenza maschile. L’autocritica, al più ripulirà la coscienza maschile ma non la proteggerà dall’agito violento. Quello che è indispensabile invece è che le istituzioni si offrano alla donna come un suo reale e utilizzabile interlocutore, siano capaci di intercettare la loro domanda di aiuto e per questa via possano fungere da elemento regolatore nella relazione tra le donne e gli uomini.
Ovviamente tutto questo non lo si fa dispiegando indebite ed alla fine patetiche oltre che intrusive strategie di comunicazione psicologica ed invito alla denuncia, o campagne di comunicazione che lasciano il tempo che trovano. Lo si fa invece costruendo per tutti, non solo per le donne, ma anche per gli uomini, una relazione di fiducia con delle istituzioni che, a partire dalla scuola, mostrano di saper tenere la propria posizione, di essere all’altezza del loro mandato simbolico, di non essere intrusive od arbitrarie (di non essere, insomma, quello che fondamentalmente sono le istituzioni in Italia), e più ancora di saper partecipare non solo un interlocutore in caso di necessità, ma un elemento attivo nella formazione stessa degli individui e dei cittadini.
Quanto alla riflessione che ne segue, proveremo a formularla con due constatazioni e con una domanda. La prima constatazione riguarda la necessità che vi sia, nella relazione tra uomini e donne un elemento “terzo” (la giustizia) che funga da regolatore e che questo “terzo” sia accessibile e presente ad entrambi. Cosa che evidentemente non è. La seconda constatazione ci fa dire che questo elemento terzo dovrebbe già essere presente nei pensieri e nel comportamento di una donna, e che il suo potere regolatore dovrebbe essere innanzitutto soggettivo e quindi, solo in seconda battuta, esterno e poliziesco. Ogni donna dovrebbe disporre di un campanello di allarme interno che, dinanzi a certe situazioni gravide di violenza le fa dire “no” prima ancora di incespicarvi.
Di qui la domanda conseguente: non dovremmo forse pensare che se una donna si trova invischiata in una relazione pericolosa e gravida di violenza, questo “terzo” è anche e innanzitutto, almeno dal punto di vista soggettivo, assente nei suoi pensieri? E che proprio questa assenza costituisce la prima minaccia e il primo produttore delle relazioni a rischio? Di qui il passo verso una seconda e delicata questione è breve.
La responsabilità
Ciò che allora va preso in considerazione è quella posizione soggettiva femminile che espone la donna al rischio di una relazione o di una situazione pericolosa e violenta. Poiché ancor prima della concretezza fattuale della minaccia, si assiste ad un precipitare soggettivo della donna in essa. E ciò in un diabolico cortocircuito tra ideologia e realtà, tra fantasie soggettive e fantasie di massa.
Proviamo a procedere con ordine e consideriamo il caso della violenza sessuale. Come tutti sanno l’obiezione machista e reazionaria è che la donna se la sia cercata. Come ebbe modo di dire non ricordiamo quale esponente religioso islamico, il problema è la “carne esposta” e se la carne è per strada – questo il ragionamento – poi non ci si deve lamentare che arrivino i gatti. Ovviamente l’argomentazione è moralmente inaccettabile, ma contiene un granello di verità. Ora, pensare di essere libere di fare ciò che si desidera – dalla scelta dell’abbigliamento, agli orari ed alle frequentazioni, alla spontaneità di incontro – significa semplicemente presumere due cose. La prima quella di essere un soggetto autonomo, libero e consapevole, indipendentemente dai vincoli della realtà. La seconda che l’uomo sia altrettanto libero, autonomo e consapevole e soprattutto sempre in grado di controllare il proprio comportamento sessuale (in armonia con il buon senso comune che ritiene che in effetti l’uomo è in grado di controllare fino in fondo la propria pulsionalità). Ma il punto è proprio questo. Non è affatto detto che l’uomo sia in grado di controllare il proprio comportamento sessuale (che sia libero, autonomo e consapevole anche davanti alla propria sessualità). È anzi proprio il contrario. L’uomo, e purtroppo la storia lo conferma tristemente, non è in grado di controllare fino in fondo la propria sessualità. La sessualità, è il duro insegnamento freudiano, rimane fondamentalmente insociable e facilmente risponde a logiche che non sono quelle coscienti. Sia nell’uomo che nella donna; da qui la constatazione che neppure la donna deve presumere di avere il controllo completo della sua stessa pulsionalità. Cosa che, del resto, le condotte – maschili e femminili – sessualmente a rischio, i comportamenti protosuicidari aventi una configurazione sessuale o sessualizzata, od anche le contemporanee resistenze che i corpi delle donne spesso appongono alla fecondazione, i disturbi dell’identità di genere testimoniano ampliamente.
La conseguenza di tutto ciò ci porta ad uno strano cortocircuito tra ideologia ed esame di realtà, tra posizione e fantasia soggettiva e fantasia di massa. L’ideologia ci dice che tutti siamo soggetti autonomi e consapevoli e quindi liberi; l’esame di realtà ci dice che gli uomini spesso non sono in grado di controllare né la violenza né la loro sessualità (in questi termini lo psicoanalista francese J. Lacan, poneva il problema e le basi per una critica dell’idea stessa di soggetto libero e consapevole). La cultura di massa e la fantasia sottostante, degrada la donna ad oggetto di godimento – in Italia quasi più che altrove e di certo, lo abbiamo detto, ben più che nei paesi anglosassoni – e scambia la libertà soggettiva per la chance di porsi come si desidera, indipendentemente dalla realtà e spesso od anzi per lo più, nella totale inconsapevolezza di ciò che si sta facendo.
Ma perché allora una donna dovrebbe fidarsi dell’ideologia e della cultura di massa, e non dei suoi stessi occhi? Perché dovrebbe prendere alla lettera una visione astratta della soggettività, di sé e dell’altro, e non invece tenere in debito conto l’esame di realtà?
Ciò non significa affatto rassegnarsi a che le cose siano così, ma prendere invece consapevolezza della propria ed altrui posizione soggettiva e del legame che essa rischia di intrattenere con il nostro universo simbolico. Significa poter coltivare dentro di sé una riflessione “prudente” capace di fungere da terzo rispetto ad un registro sessuale potenzialmente fuori controllo nell’uomo e nella donna stessa.
La violenza simbolica e la violenza reale
Veniamo quindi ad un tasto ancora più dolente e particolarmente delicato, che, temiamo, ci attirerà le ire del politically correct.
È purtroppo un difficile insegnamento della psicoanalisi quello secondo il quale, sebbene non giustificata sul piano della norma sociale, la violenza reale segue e risponde alla violenza simbolica. Il significato della prima è evidente. Il significato della seconda non è però meno importante. La violenza simbolica designa quei legami in cui l’uno non lascia all’altro né lo spazio di espressione della propria particolarità né quello per una soggettivazione della propria esperienza, o nelle quali il nostro interlocutore è così ben disposto a fare sue le nostre ragioni o desideri, che alla fine noi non sappiamo più se sono nostre o sue, talché il solo modo che ci rimane per dare espressione alla nostra “particolarità” soggettiva sarà quello di un eccesso di violenza senza pensiero. In breve, se l’altro mi depaupera da tutti i pensieri, se nel suo modo di comprendere le cose non c’è spazio, non già per i miei pensieri ma per la mia stessa chance di riconoscerli come miei e di soggettivare la mia stessa posizione davanti a lui, la sola possibilità di esistenza e risposta individuata sarà quella della violenza reale.
A questo punto, dinanzi ai casi di femminicidio o di violenza sulle donne, la domanda viene da sé e si tratta di una domanda più clinica che morale: a che tipo di violenza simbolica – sovente sostenuta dal contesto culturale e dalle microculture familiari – risponde la violenza omicida reale? E che tipo di rapporto tra uomini e donne si produce allorché si innesca quell’uragano di una violenza (simbolica) che porta ad altra violenza (reale). Per essere più chiari, ci si dovrebbe interrogare sulla qualità delle relazione che la donna – e di regola malgrado se stessa – mette in atto nei casi in cui la relazione che la vede coinvolta comporta il rischio di una violenza reale. Una tale domanda è tanto più importante in quanto, ed anche qui dalla psicoanalisi proviene un ben poco consolatorio insegnamento, non si può chiedere all’altro di fare ciò che noi non siamo disposti a prenderci in prima persona, ad esempio una relazione senza violenza (simbolica e reale). Va da sé che la donna emancipata dal bisogno interno che porta a questo genere di relazioni con violenza, difficilmente ne sarà vittima.
Naturalmente il contraltare a tutto questo è la domanda circa la posizione maschile in questi legami esplosivi; la facilità con cui gli uomini possono colludere con essi e la modalità di uscita da essi che tendono a prediligere, ossia la violenza. Il che ci porterebbe, ma non è qui il caso, ad alcune considerazioni sul rapporto tra violenza sulla donna e genitorialità. Come è noto infatti la presenza di un bambino funge sovente da collettore della violenza reale e questo dovrebbe far riflettere sulla posizione maschile in questi quadri familiari, e sulla funzione più sregolatrice che regolatrice, che questa può assumere.
La conoscenza non fa la virtù e l’autocritica reitera la violenza
Abbiamo già accennato a questo punto dirimente. Purtroppo, da che mondo è mondo, la conoscenza non produce la virtù, non ci mette al riparo dagli agiti (nostri e degli altri, degli uomini e delle donne). L’autocritica e pure l’(auto)critica di genere anche condotta con le migliori intenzioni, lascia sempre il tempo che trova. In tutti questi casi, purtroppo, saremo di fronte ad una nuova versione del romanzo familiare, della fiction che ci piace coltivare su di noi e sul mondo, mentre quello che conta rimarrà fondamentalmente immutato. Essa non sarà in grado di incidere sul fronte “interno” di emancipazione dal rischio della violenza reale e dalla tentazione della violenza simbolica. E non sarà nemmeno in grado di incidere di per sé sulla collusione collettiva che, nell’immaginario sociale e con la partecipazione di tutti e di ognuno, riduce la donna ad oggetto di godimento tanto maschile quanto femminile (ed anche qui dovremmo fare entrare in gioco le differenze culturali, poiché ciò che i media italiani propongono non ha riscontro, quanto a degradazione del femminile, nel mondo anglosassone – e non solo in quello). In ogni caso il ritorno di immagine prodotto dall’autocritica sarà cosmetico ma gli agiti, le violenze si ripeteranno. In altre parole, qualsiasi autoanalisi che rimane nella dimensione del foro interiore, della psicologia non porta, duole dirlo, da nessuna parte.
Ma il nocciolo della questione, la ragione per cui ogni autocritica di genere (maschile) rischia di essere poco efficace è ancora un altro. Al riguardo andrebbe considerato il fatto eminentemente clinico che l’autocritica di genere (maschile) rischia di reiterare la violenza di cui vorrebbe invece mondarsi. Ciò non solo perché si tratterebbe qui di un allontanamento intellettuale, ossia senza soggettivazione, senza il riconoscimento del fatto che questa violenza riguarda tutti, ma proprio tutti noi , per quanto la possiamo con veemenza stigmatizzare). Ma perché questa assunzione di autocritica non farebbe che rimarcare l’evento stesso della violenza ed aumentare la perversione della relazione.
Da una parte non potrebbe che rendere una seconda volta passiva la vittima della violenza. Non farebbe cioè che rimarcare alla vittima il suo esser-vittima, la sua passività di fronte a ciò che ha subito o rischia di subire e la necessità che ancora una volta ci pensino attivamente loro, i maschi, a porvi rimedio. Escludendo per questa via che la donna vittima o potenziale vittima possa invece soggettivare il grado di coinvolgimento nella violenza che la minaccia, ciò che essa ha attivamente fatto sia per inciamparvi sia, una volta precipitatavi, per sopravvivervi.
Dall’altra ingiungerebbe alla donna la credenza, perversa a questo punto, che l’uomo, se vuole, è in grado di controllarsi. È banale a questo punto constatare la violenza simbolica (di genere maschile) in due tempi che ne scaturisce.
Primo tempo: “scegli di credere alle mie parole – peraltro animate dalle migliori intenzioni -, ossia che controllerò il mio comportamento sessuale – o scegli di credere ai tuoi occhi – (che invece hanno visto la violenza)? “
Secondo tempo: “ma come, non credi alle mie parole che sono animate dalle migliori intenzioni?” “dunque mi credi cattivo, non ti fidi di me?”
È buona norma della critica all’ideologia, che quando non posso dissentire da un argomento senza sentirmi in qualche modo malvagio (ad esempio seguitando a non credere all’autocritica di genere), è probabile che sia l’argomento ad essere sbagliato.
Come clinici vorremmo far presente che questo dialogo immaginario tra un uomo ed una donna, vittima di violenza, con la sua inevitabile conclusione (allora ti fidi o non ti fidi di me?) ben raffigura il diabolico dispositivo che inchioda la vittima al suo aguzzino, causando un tragico cortocircuito tra l’evidenza della violenza reale e la violenza simbolica dell’argomentazione. E vorremmo anche far presente che si tratta di una vignetta trasversale rispetto ad estrazione sociale e intelligenza. Solo la cultura sembra poter arginare questa dinamica perversa. O meglio solo la cultura là dove questa va a braccetto con la possibilità di soggettivare la propria esperienza e di accettare i vincoli che essa a tutti impone (anche solo in termini di norme prudenti dell’agire).
Una risposta politica
Contro la violenza sulle donne e contro il femminicidio servono a nostro parere due cose. Innanzitutto serve la ricostruzione di un patto sociale tra le donne e le istituzioni dello stato e quindi l’assicurazione della presenza di un “terzo” simbolico (interno, cioè psichico, ed esterno, cioè legale) come assetto minimo di prevenzione della violenza maschile. Non si tratta solo del poliziotto la cui presenza è hobbesianamente giustificata dal comportamento di quelli che non sanno controllarsi da soli. Si tratta della possibilità femminile di concedere a se stesse di non esporsi a situazioni e relazioni a rischio, avendo ben chiaro l’esame di realtà, ossia il fatto che, visto che la realtà ci dice che gli uomini non è detto abbiano la responsabilità del loro comportamento (sessuale), allora la donna non può e non deve derogare dall’essere responsabile in prima persona e innanzitutto di se stessa.
Conosciamo la controargomentazione liberal-progressista che oppone a tutto questo la pretesa libertà di un io autonomo, portatore di diritti ed uguale a tutti gli altri, per la quale si deve essere liberi di agire spontaneamente. Ma il punto è proprio questo: questa immagine della libertà è fondamentalmente astratta e non tiene conto esattamente della realtà, ossia del fatto che gli individui non sono fondamentalmente autonomi Ad esempio, per restare al campo della sessualità”, non possono mai essere certi di poter controllare la loro pulsionalità.
Quindi serve un passaggio dall’autocritica (maschile) e dalla protesta morale (femminile) alla politica, nel senso nobile del termine.
Come tutti noi sappiamo la vera dimensione politica di un atto pubblico non riguarda la mera amministrazione della cosa sociale, ma designa quelle azioni che sono in grado di fare due cose. Innanzitutto di rendere possibile ciò che le coordinate culturali e simboliche della società ritenevano fino a quel momento impossibile (per fare un esempio banale: il divieto di fumare nei locali pubblici). Quindi, in seconda battuta, di disturbare la collusione profonda che rende tanto inattaccabili le qualità dei legami sociali. In termini psicoanalitici, di disturbare il fantasma che alimenta dall’interno i legami sociali regolati simbolicamente sul piano manifesto.
Per fare un esempio: la vera rivoluzione politica nella storia dell’Esercito non è stata la sua professionalizzazione, ma l’inserimento nei suoi ranghi delle donne, con conseguente disturbo del fantasma omosessuale che regolava le relazioni tra i militari e che prendeva la forma del “nonnismo”.
Per fare un esempio pertinente alla nostra discussione, bisognerebbe trasformare la stigmatizzazione morale e l’autocritica di genere in un gesto politico in grado di rendere inaccettabile la violenza sulle donne a la forma culturale contemporanea che la produce. Ciò potrebbe significare la diserzione femminile di massa dagli schermi TV e la trasformazione di questa assenza in una presenza ed in un silenzio deflagranti ed in grado di disturbare il fantasma sottostante. Quello della riduzione della donna ad oggetto di godimento, ad opera e degli uomini e delle donne.
La domanda conseguente è però se le donne sono disposte a soggettivare la loro condizione di soggetti esposti a violenza e di farlo considerando tanto la loro collusione con essa almeno quanto la follia maschile. E quindi se sono in grado di elevare questa loro condizione particolare a metafora universale di ogni caso di violenza omicida, di sopraffazione e di abuso, producendo per questa via quell’inaudito sovvertimento a livello delle coordinate sociosimboliche condivise e delle fantasie sottostanti, che, sola, potrà in qualche modo incidere sulla piaga del femminicidio.
Apro nel blog una sezione Violenze di genere ripubblicando una nota postata il 30 dicembre scorso sulla mia pagina facebook*, con lo scopo riprendere e allargare il discorso.
I femminicidi sono drammaticamente continuati in questo inizio del 2013 e la riflessione, che pure si è allargata, non mi pare ancora all’altezza di una presa di coscienza collettiva.
Nei prossimi giorni, con l’autorizzazione degli interessati, pubblicherò qui alcuni dei commenti e delle riflessioni pervenutemi.
Il parroco di Lerici
La squallida vicenda del parroco di Lerici don Piero Corsi, che con suo volantino accusa le donne per il loro comportamento di essere la causa prima del femminicidio, ha prodotto un duplice e positivo effetto boomerang.
Da un lato – uscite rapidamente fuori scena le spiegazioni rassicuranti del tipo “È un caso isolato”, “È un folle”, “Cose così non le pensa più nessuno nemmeno nella Chiesa” … – l’episodio ha messo in luce la presenza di un’area di cattolicesimo conservatore di cui il sito “Pontifex Roma”, gestito dal giornalista ed avvocato Bruno Volpe, è una delle non poche espressioni.
E, su questo sito, l’editoriale odierno del suo gestore si esprime con una difesa “senza se e senza ma” dell’operato del parroco: “E se il “femminicidio” fosse un segnale di Dio stanco della immoralità dilagante? Don Corsi? Santo Subito”. Contiene poi vari interventi a sostegno di don Corsi, tra cui quello immancabile di Borghezio (“La chiesa troppo debole … La lega pronta a difendere don Corsi”) e quello del mons. Giacomo Babini, vescovo di Grosseto – ultraconservatore noto per i suoi attacchi all’omosessualità ecc. – che conclude la sua apologia di don Piero in questo modo “Con questa storia della libertà e della indipendenza, le donne hanno esagerato.” Espressione quest’ultima che spesso la si ritrova in bocca a conservatori non necessariamente cattolici o leghisti (quelli stessi che organizzano miss Padania), ma magari anche tra quelli che si autodefiniscono liberali e/o socialisti e talora anche comunisti.
È allora il tempo di una profonda battaglia culturale di laici (e di cattolici) nei confronti di una cultura conservatrice che ripudia la l’autonomia e la libertà delle donne e la femminilità in quanto tale; cultura ben più diffusa – dentro e fuori il cattolicesimo – dello spazio angusto di una parrocchiale di Lerici.
Proprio oggi il manifesto riporta un divertito contributo di Alessandro Portelli (“Compagna Marilyn” http://www.esserecomunisti.it/?p=52751) che ricostruisce la vicenda della Monroe sorvegliata dall’FBI in quanto considerata comunista o perlomeno “compagna di strada” dei comunisti: “avere paura di Marilyn significa avere paura di tutto quello che lei rappresenta, avere paura della bellezza, del gioco, della leggerezza, della seduzione”. La diffidenza, mista di astio e di paura, nei confronti della espressione libera della femminilità non ha confini.
122 vittime
Ma l’effetto boomerang principale mi pare quello di aver riportato alla luce la questione del femminicidio e della violenza di genere.
Quando il 17 ottobre scorso Telefono Rosa fece squillare l’allarme dei cento femminicidi dall’inizio dell’anno, la questione ebbe una certa risonanza mediatica e non mancarono riflessioni anche da parte maschile (ricordo quella di Adriano Sofri sulla sua pagina facebook). Ma poi è calato il silenzio.
In questi ultimi due mesi altre 22 donne sono state uccise (e spero che il lugubre contatore si fermi qui) passando pressoché sotto silenzio e con ben poche denuncie e riflessioni femminili o maschili.
In India oggi un intero paese si mobilita per la morte in seguito a stupro di una studentessa di 23 anni. Da noi le oltre 20 uccisioni in due mesi non hanno di fatto provocato reazioni.
Ed allora quel volantino affisso sulla bacheca della parrocchiale di San Terenzio in Lerici suona come campanello d’allarme ed interroga tutti noi. Dove eravamo?
Femminicidio questione maschile
Centoventidue donne dall’inizio dell’anno.
Riprendo alcune mie precedenti considerazioni.
Innanzitutto penso che il femminicidio debba diventare un problema di noi maschi, un interrogarci su cosa intendiamo per amore, passione ma anche libertà e dignità. Nel senso che un legame che privi della libertà l’altro (l’altra nello specifico), che si impone come costrizione, che non osi rimettersi in gioco giorno per giorno mi pare nascere da una ben misera considerazione di sé. Direi una mancanza di dignità personale.
A tutti quelli che pensano che esser “uomini” significhi aver instaurato un rapporto di proprietà e di dominio con le donne (è il primo passo, come sottolineava Adriano Sofri, che può portare all’estremo atto di dominio, l’omicidio) dobbiamo incominciare da subito a dire pubblicamente a voce alta “Siete uomini senza dignità! ”
Il primo passo è allora quello di dar vita ad una sempre più estesa esecrazione non solo “pubblica”, ma “di genere” che sommerga di vergogna quello che normalmente è chiamato “maschilismo” ma che preferirei chiamare “infantilismo sentimentale di maschi senza dignità”, di esseri incapaci di rappresentarsi sulla scena pubblica se non come conquistatori e dominatori, in sostanza privi di valore in se stessi.
Occorre insomma rovesciare “l’orgoglio maschilista” in vergogna e discredito contrapponendogli l’orgoglio di uomini liberi e, in quanto tali, in grado di liberamente rapportarsi a donne libere.
È una battaglia lunga, da condurre quotidianamente con le parole e con gli scritti; ma penso sia doveroso e non rimandabile non solo per il ripudio della violenza ma anche per poter affermare una nostra dignità di genere.
Vi è poi un secondo percorso per certi versi più complesso e difficile e ancor tutto da iniziare.
Sinora la riflessione sul femminicidio e sulle sue cause è stata realizzata solo da parte femminile – in calce segnalo i link a quei siti e a quelle riflessioni che mi sono serviti maggiormente ad affrontare il problema – in quanto quelle poche voci maschili che ho trovato decisamente non mi son sembrate né significative né approfondite (rifiuto generico della violenza, rispetto della persona, uguaglianza dei generi ecc.).
Quella che mi sembra del tutto mancare è una riflessione dal di dentro di noi maschi, uno sguardo di genere (maschile) in grado di scandagliare nei nostri vissuti interrogandoci su quale può essere oggi, in questa società dove la libertà individuale di uomini e donne sembrerebbe un dato acquisito, il percorso (o i percorsi) che potrebbe fare di ognuno di noi, a partire una normale relazione con una donna, un potenziale femminicida (e prima ancora un dominatore ed un violento).
Non basta – anzi penso sia ipocrita – dire “Io non lo farei mai”!
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Di seguito alcuni link a siti e riflessioni femminili sul femminicidio:
- Lettera aperta a tutti gli uomini del mio partito (SEL): http://www.facebook.com/notes/fulvia-bandoli/lettera-aperta-a-tutti-gli-uomini-del-mio-partito-sel/10150699762397030
- Se non ora quando, archivio “Mai più complici”: http://www.senonoraquando.eu/?tag=mai-piu-complici
- Coordinamento teologhe italiane, “Violenze di genere”: http://www.teologhe.org/?page_id=896#violenze-di-genere
- Io dico basta ai femminicidi, evento face book creato dal Coordinamentodonne SilpcgilLazio: http://www.facebook.com/events/123547874464031/
Arriva in questi giorni per posta l’ultimo numero di Nuova resistenza Unita con un mio pezzo con possibili percorsi di lettura sulla Shoah; lo ripropongo qui con l’invito naturalmente ad abbonarsi al bimestrale. La Casa della Resistenza vive del sostegno di soci e sostenitori.
La centralità di Primo Levi
La letteratura sull’olocausto è imponente e non è facile orizzontarsi. La nostra biblioteca Aldo Aniasi contiene sul tema centinaia di titoli: documenti, sintesi storiche, riviste, memorialistica, narrativa, bibliografie ragionate, guide didattiche, graphic novel, filmati, riflessioni etiche e filosofiche ecc.
Sono in molti, non solo in Italia, che – in ambito scolastico o tramite letture successive – hanno organizzato il loro sguardo consapevole sulla deportazione attraverso i fondamentali testi di Primo Levi (Se questo è un uomo, La Tregua, I sommersi e i salvati). Occorre ricordare come quella di Levi non sia una “semplice” opera memorialistica ma la lucida e faticosa opera di ricostruzione di chi ha attraversato un doloroso percorso per “ridiventare uomo”. Come spiega Todorov (Di fronte all’estremo, Garzanti, Milano 1992, p. 251-252):
“All’inizio lo spinge un incoercibile bisogno interiore in cui si mescolano dovere di testimoniare, desiderio di vendetta, speranza di liberarsi da ricordi insopportabili e appello alla simpatia dei contemporanei. Scrive febbrilmente, ma quelle sue pagine non costituiscono ancora il libro che noi conosciamo. Vuol “ridiventare uomo, uno come tutti” (Il sistema periodico, p. 155), senza riuscirvi completamente. Poi, in quel periodo, accade qualcosa: incontra la donna che diventerà sua moglie. Il fatto di essere amato lo trasforma e lo libera dalla tirannia del passato: riconosciuto dallo sguardo e dal desiderio altrui, si sente confermato nella sua umanità. Può finalmente distinguersi dal suo vecchio personaggio e vederlo anche dall’esterno. “Lo stesso mio scrivere diventò un’avventura diversa, non più l’itinerario doloroso di un convalescente, non più un mendicare compassione e visi amici, ma un costruire lucido, ormai non più solitario” (p. 157). Non ha dimenticato le atrocità del passato, ma adesso esse costituiscono la materia di una riflessione comunicabile, che dei non sopravvissuti come noi sono invitati a condividere. Lo scrittore Primo Levi è nato: “Alla mia esperienza breve e tragica di deportato si è sovrapposta quella molto più lunga e complessa di scrittore-testimone” .
Le proposte che seguono ci permettono di integrare la lettura di Levi con tre angoli visuali decisamente diversi.
Danuta Czech. Kalendarium : gli avvenimenti nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, 1939-1945, Mimesis, Milano 2006
Danuta Czech – polacca figlia di un deportato e giovane resistente – quale ricercatrice del Museo del Lager di Auschwitz, ha raccolto dal 1956 documentazione polacca, tedesca, processuale ecc. estremamente varia, ordinandola in una rigorosa cronologia che ripercorre in modo crudemente oggettivo la nascita, lo sviluppo e la vita quotidiana del lager nella sua organizzazione interna, nelle modalità di gestione, nelle disposizioni disciplinari, con le liste di ingresso e quelle dei deceduti. Una cronistoria di oltre 800 pagine in grande formato, ricca di documentazione anche fotografica, fondamentale per ogni studio storico su Auschwitz, ma anche per tutti coloro che intendano proporsi una sorta di “itinerario di visita” del lager attraverso la materialità della documentazione.
“Maggio 1940. Höss ottiene dal borgomastro della città di Auschwitz il trasferimento di 300 ebrei per i lavori di sgombero nell’area circostante il futuro campo. Sono messi a disposizione dalla locale comunità ebraica e lavorano fino all’inizio di giugno alla pulizia delle caserme e degli immediati dintorni.
4 Maggio. Rudolf Höss viene nominato ufficialmente comandante del campo di concentramento di Auschwitz.
20 maggio. Il Rapportführer, SS-Scharführer Gerhard Palitzsch, assegnato al comandante del campo Rudolf Höss dall’ispettore dei campi di concentramento per il periodo della costruzione del KL Auschwitz, porta ad Auschwitz 30 detenuti criminali tedeschi, che, su iniziativa di Höss, sono stati scelti tra i prigionieri del campo di concentramento di Sachsenhausen. …
Sono nominati Funktionshäftlinge, detenuti funzionari, e costituiscono un prolungamento dell’apparato delle SS, perché sorvegliano in maniera brutale i detenuti non appena giungono nel lager e le squadre di lavoro. I criminali Funktionshäftlinge imitano nel loro comportamento le SS, il che li porta a rinunciare a qualsiasi scrupolo morale nei confronti dei detenuti loro sottomessi. Il detenuto Bruno Brodniewitsch (n. 1) diventa Lagerältester, gli altri Blockälteste, Kapos, ecc.
…
1° gennaio 1944. Con i numeri da 171353 a 171430 vengono contrassegnati 78 detenuti e da 73983 a 74039 57 detenute, che sono stati internati con un trasporto collettivo.
Con i numeri da Z-9009 a Z-9019 sono contrassegnati 11 zingari e da Z-9729 a Z-9743 15 zingare provenienti dalla Polonia. Il numero 74040 lo riceve una bambina partorita nel campo femminile di Birkenau da una donna dell’Einsatzkommando 9 internata nel campo.
Al lavoro nelle Buna-Werke sono impiegati 5.300 detenuti del sottocampo Monowitz. Nel sottocampo Jawischowitz, al lavoro nella miniera di carbone di Brzeszcze-Jawischowitz, sono impiegati 1.300 detenuti.
La forza del campo femminile di Birkenau ammonta a 27.053 detenute
2 gennaio Un medico SS del campo conduce una selezione nel campo di quarantena maschile BIIa di Birkenau, nel corso della quale sceglie 141 detenuti. Il giorno stesso vengono uccisi nelle camere a gas.”
Jean Améry, Intellettuale a Auschwitz, Bollati Boringhieri, Torino 1987
Se il percorso di Levi è quello di una ricerca dell’universalità comunicabile, oltrepassando l’esperienza personale, quello di Améry è per certi versi opposto. Nato a Vienna nel 1912, fine intellettuale critico grazie ai suoi studi letterari e filosofici, dopo l’annessione dell’Austria emigra in Belgio e si unisce alla Resistenza. Arrestato e torturato sarà internato ad Auschwitz.
E su quell’esperienza riflette: sulla fragilità dello “spirito”, dell’essere stato vittima senza difese, senza nemmeno quelle di chi era sorretto da una fede, religiosa o politica; di come la tortura riduca il tuo io alla pura corporeità indifesa, al suo scoprire di esser ebreo (per origini familiari) senza mai aver abbracciato alcuna convinzione religiosa, al dover abbandonare la sua formazione culturale austro-tedesca (e il suo stesso nome: Hans Mayer) rimanendo comunque straniero nel Belgio dove continuerà a vivere sino al suicidio del 1978.
“Mi viene in mente l’incontro con un famoso filosofo di Parigi … Mentre con le nostre gamelle trottavamo lungo le strade del campo, cercai invano di avviare un dialogo intellettuale. Il filosofo della Sorbona rispondeva meccanicamente, a monosillabi e infine ammutolì del tutto … non era abulico, così come non lo ero io. Semplicemente non credeva più alla realtà del mondo spirituale … che in quel luogo non aveva più alcun nesso sociale” (p. 37-38)
“Con stupore il torturato ha sperimentato che in questo mondo l’altro può esistere in quanto sovrano assoluto … Stupore per l’esistenza dell’altro che nella tortura si impone senza limiti e stupore per ciò che si può diventare: carne e morte. Il torturato non cesserà mai più di meravigliarsi che tutto ciò che, a seconda delle inclinazioni, si può definire la propria anima, il proprio spirito, la propria coscienza o la propria identità, risulta annientato quando nelle articolazioni delle spalle tutto si schianta e frantuma. Che la vita sia fragile, questa ovvia verità l’ha sempre saputa…. Ma solo attraverso la tortura ha appreso come sia possibile rendere un essere umano unicamente carne, e trasformarlo così, mentre è ancora in vita, in una preda della morte. Chi ha subìto la tortura non può più sentire suo il mondo. … Nel torturato si accumula lo sgomento di avere vissuto i propri simili come avversi: da questa posizione nessuno riesce a scrutare-verso un mondo in cui regni il principio della speranza. Chi è stato martoriato è consegnato inerme all’angoscia. Sarà essa in futuro a comandare su di lui.” (p. 81-82)
Ed infine esser ebreo senza esserlo stato, senza aver fatto parte di quella comunità:
“Posso parlare solo per me stesso: e forse, seppure con prudenza per quei milioni di contemporanei sui quali l’essere ebrei calò all’improvviso, al pari di un cataclisma, e che debbono farvi fronte senza dio, senza storia, senza speranze di ordine messianico-nazionale. Per loro, per me, essere ebrei significa sentire in sé il pondo della tragedia di ieri. Sul mio avambraccio sinistro ho tatuato il numero di Auschwitz; si legge più in fretta del Pentateuco o del Talmud, eppure è più esaustivo. È anche più vincolante come espressione tipica dell’esistenza ebraica. Se a me stesso e al mondo, compresi gli ebrei religiosi o di tendenze nazionali che non mi annoverano fra i loro, dico: io sono ebreo, mi riferisco alle realtà e potenzialità sintetizzate del numero di Auschwitz.” (p. 152-153)
Boris Pahor, Necropoli, Fazi, Roma 2008
Se Levi costituisce l’asse centrale della letteratura sull’olocausto, possiamo dire che il testo di Pahor si colloca su un versante opposto a quello di Améry. Un punto di vista peculiare: non quello del testimone, dello studioso o del visitatore dei campi, ma quello del sopravvissuto che, a distanza di anni, mentre visita il campo dove fu prigioniero trascrive il riemergere di ciò che non si può dimenticare. Potrebbe sembrare una modalità di distanziamento, invece è l’opposto: come lettori veniamo immersi nel vissuto inquieto, nel flusso di coscienza, del sopravvissuto.
Il campo è quello di Natweiler-Struthof sui Vosgi, nell’Alsazia, regione francese contesa dalla Germania e occupata dal 1940 al ’44. Non viene “descritto” il campo, ma la reazione dell’autore di fronte a quella che vive come una inadeguatezza del “campo museo” di oggi rispetto al lager di ieri. La ghiaia dei ripiani al posto delle baracche, le assi marcite delle uniche due baracche rimaste sostituite con assi nuove e verniciate a vecchio per dar l’illusione di autenticità, i visitatori che, pur con tutta la buona volontà, non possono che restare dei turisti ed anche la guida, pur competente, che fornisce comunque una “lezione”.
Boris deve allontanarsi dagli altri e subito la necropoli, la città della morte di allora, riemerge con tutta la sua violenza. Pahor, prima per le sue conoscenze linguistiche e poi come infermiere, aveva trovato un ruolo che ha reso un po’ più probabile la sopravvivenza ma che lo ha immerso senza interruzione in un mondo di morte, di non vita, di ossa stranamente ancor vive, di reparti ospedalieri che non guariscono ma dilatano la morte, dove per curarne uno devi abbandonarne altri. Dove la morte di uno significa una razione in più per un altro e un posto per un nuovo malato. Dove i barellieri trasportano e accatastano in modo indifferenziato feriti, malati e cadaveri. Dove i detenuti-medici devono in pochi istanti decidere il destino di chi gli sta davanti.
Boris trova una modalità psicologica di sopravvivenza assai diversa da quella che conosciamo in altri testimoni: non la lucidità, il mantenere in vita il proprio io razionale, informarsi, capire. In un mondo in cui il pensiero “si è inaridito … e il succo vitale scorreva via dai corpi con la diarrea” e dove il freddo riduceva tutte le facoltà sensoriali, fa propria la riduzione del campo visivo al “qui ed ora”, si immerge anima e corpo nel lavoro di infermiere e non si chiede altro; certo c’è la speranza, che emergerà consapevole solo successivamente, che almeno uno di quelli curati si sia potuto salvare. In questo modo troverebbe un senso, ma non è possibile saperlo. “Può darsi che qualcuno si sia salvato, e questa sola possibilità vale tutta la vita di un uomo”.
E poi i contrasti. Quelli etnici che categorizzano le appartenenze e i ruoli nel campo; lui con la sigla IT ma sloveno e le conseguenti diffidenze e difficoltà a farsi riconoscere come tale. L’apparire in quel mondo di morte dei “corpi vivi, sodi e lisci” delle giovani Alsaziane rastrellate e mandate subito al forno crematorio che suscita nei deportati un senso di ribellione, di desiderio e di impotenza. “Eros e Thanatos accumunate con una crudezza terribile”. L’imponente natura rigogliosa del bosco circostante che non suscita immedesimazione e senso di libertà ma che opprime per il suo nascondere il campo dagli occhi esterni.
Ed il rapporto con l’esterno, l’indifferenza della popolazione germanica, come quando a Niedersachswerfen, in Turingia, la fila di 600 deportati con le gambe gonfie sulla neve, alcuni dei quali sorreggono un corpo svenuto, incrocia due ragazze che passano oltre come non avessero visto nessuno.
“È possibile, allora, inculcare negli uomini un disprezzo così radicale per le razze inferiori da far sì che due ragazze, camminando sul marciapiede, riescano a far sparire con la loro freddezza un corteo di schiavi, in modo che oltre a loro due ci siano soltanto la neve e una pacifica atmosfera di sole.” (p. 152-153)
“Chissà, forse solo un nuovo ordine monastico laico potrebbe risvegliare l’uomo standardizzato, un ordine che vestisse il saio striato degli internati e inondasse le capitali dei nostri Stati, disturbasse con il rumore dei suoi zoccoli il raccoglimento dei negozi lussuosi e dei passeggi. Ciò che qui è rimasto dei vasi con la cenere dovrebbe essere portato in processione nelle città; notte e giorno, un mese dopo l’altro, gli uomini in divisa a strisce con gli zoccoli ai piedi dovrebbero montare la guardia d’onore ai vasi rossastri su tutte le piazze principali delle metropoli tedesche e non tedesche.” (p. 131)

















