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Tre sguardi sull’adolescenza 2013

La socializzazione ai tempi di facebook

Tre incontri pubblici a Verbania in concomitanza con il Corso TRA MEDIA E PEER EDUCATION. Modelli e pratiche per una Prevenzione 2.0

incontri 2013

Il bisogno di comunità *

L’idea di una comunità fondata sulla partecipazione, che nella partecipazione trovi una sua coesione ed il senso di un bene comune non “dato una volta per tutte”, ma costruito dall’interazione dei suoi membri.

(P. Amerio, Psicologia di comunità, il Mulino).

 Il bisogno di comunità

Le parole pesano. Oggi sempre più si preferisce parlare di “comunità” mentre altri termini e locuzioni tendono a passare in secondo piano: territorio, ambito di intervento, società. Eppure “comunità” è una parola ambigua, apparentemente indefinita, applicabile ai contesti più disparati: comunità locale, cittadina, rurale, montana, provinciale, regionale, nazionale, europea, internazionale; ma anche comunità scolastica, religiosa, scientifica, sportiva, professionale, virtuale ecc. Può quindi corrispondere ad una precisa e circoscrivibile realtà istituzionale (Comune, Provincia, Regione ecc.), ma anche a realtà sociali più difficilmente delimitabili con precisione (es. comunità linguistica); può essere circoscritta in un ambito territoriale definito, ma anche essere diffusa a macchia di leopardo in un territorio vastissimo (comunità religiosa); può infine staccarsi da un qualsiasi territorio ed assumere l’aspetto di una comunità virtuale che, attraverso la rete del web si costituisce in un newsgroup attorno ad una specifica tematica (ludica, culturale, sociale, politica ecc.). Cos’hanno in comune, per esempio, un “Yahoo group newglobal”, o di difesa della foca monaca, con la Comunità Montana della Valdossola? Si tratta solo di una parola del tutto generica o non contiene invece un nucleo “forte” di significato che risponde a sensibilità e bisogni emergenti?

Pur avendo un’etimologia antica (Communitas da commune, neutro di communis, che sta ad indicare il possesso o bene comune) ed essendo oggetto di riflessione filosofica nell’età romantica (Schleiermarcher in particolare), il quadro concettuale che la definisce come categoria sociologica risale alla fine dell’Ottocento grazie all’opera Comunità e Società di Ferdinand Tönnies (1887). In quest’opera la comunità, in quanto struttura naturale ed organica viene contrapposta alla società, struttura artificiale e meccanica. Senza ripercorrere il dibattito, ancora oggi vivo, su tale dicotomia, è possibile cercare di rappresentare gli assi semantici antitetici attraverso cui i due concetti si dispongono.

Comunità

Società

Naturale

Artificiale

Antico

Moderno

Organismo

Macchina

Socialità primaria

Socialità secondaria

Concreto

Astratto

Persona

Cittadino

Personale

Impersonale

Legame

Contratto

Appartenenza

Associazione

Identità

Cittadinanza

Convergenza

Conflitto

Volontà comune

Volontà individuale/associata

Interno

Esterno

Caldo

Freddo

Femminile

Maschile

Gratuità

Reciprocità

Benevolenza

Utilità

Norma etica

Norma giuridica

↓ ↓ ↓

↓ ↓ ↓

Azione rivolta alla individuazione e al conseguimento del

Bene comune

Azione rivolta alla acquisizione e all’esercizio dei

Diritti

(individuali e collettivi)

Superata la concezione iniziale secondo cui Comunità e Società sono disposte in successione temporale, esse vengono sempre di più pensate come due polarità di una stessa Comunità sociale o quasi una sorta di coppia di emisferi cerebrali (destro globale vs sinistro analitico) dell’intelligenza collettiva.

L’azione (individuale e collettiva) oscilla pertanto o verso una prevalenza dell’asse comunitario sostenuta da un forte sentimento di appartenenza e volto alla ricerca del bene comune, o verso l’asse sociale, attraverso associazione e conflitti, rivolgendosi alla estensione dei diritti (individuali, politici, umani e sociali). Se l’Ottocento è iniziato con una forte attenzione al primo asse, il Novecento ha senz’altro visto la prevalenza del secondo.

Qual è il fondamento di queste due polarità? Il pensiero moderno, razionalista ed illuminista, ha individuato in modo convergente il fondamento della società (e la sua legittimazione) in un patto sociale originario costitutivo (ed implicito) che ha permesso ai futuri cittadini di unirsi in una società giuridicamente riconosciuta e di assoggettarsi alla stessa normatività giuridica.

Meno convergente risulta, invece, l’individuazione del fondamento costitutivo della comunità; sembra esservi all’origine, a differenza del patto sociale, un elemento di gratuità, di non reciprocità e di non convenzionalità; i teorici del Movimento Antiutilitarista nelle Scienze Sociali (MAUSS)1, hanno fatto risalire il legame comunitario al rituale del dono che sarebbe pertanto fondativo della fiduciosa appartenenza alla comunità2. Nello scambio di doni infatti, secondo Mauss, ciò che viene propriamente scambiato non sono gli oggetti ma una forza, un legame che va al di là del valore materiale degli oggetti: forza e legame costituirebbero il vero motivo del dono.

Un fondamento antropologico a fianco del quale si potrebbe anche ricordare, sul piano psicologico, la felice intuizione di Tzvetan Todorov che, in polemica con il principio del piacere freudiano, individua, al di là dell’es, un principio psicologico sottostante, un bisogno assolutamente originario costitutivo dell’immagine del sé: il bisogno di ognuno che “qualcun altro abbia bisogno di noi”. Bisogno, certamente antiutilitaristico, che può essere considerato alla radice dei legami solidali della comunità.

La mia esistenza ai miei propri occhi, ovvero l’immagine di me nella mia coscienza, effettiva­mente non è automatica e non posso riceverne conferma che dall’esterno, dagli altri, sia dagli indi­vidui (il neonato scopre di esistere captando lo sguardo della madre: sono quello che lei guarda), sia dai gruppi (sono uno studente, un mussulmano, un francese: dunque esisto). L’ansia di ricono­scimento e di conferma della nostra esistenza non si limita all’infanzia ma domina tutto il resto della nostra vita sociale, molto di più di quanto non faccia la ricerca del piacere o del godimento personale […] Immaginando di obbedire a un preteso principio del piacere, consumiamo una dopo l’altra le deli­zie prescritte, ma l’accumulazione dei divertimenti non porta necessariamente alla soddisfazione. Al di là del riposo abbiamo bisogno che qualcuno abbia bisogno di noi3.

Comunità

Ma qual è, in cosa consiste, l’attualità del concetto di comunità? Quali i motivi della riemersione di una categoria apparentemente arcaica? Tra questi è possibile indicarne due; il primo attiene al ruolo crescente del terzo settore quale risposta “creativa” non solo alla crisi del vecchio modello di welfare, ma anche contemporaneamente quale modalità di uscita dalle nuove solitudini del cittadino consumatore; il secondo riguarda i processi di globalizzazione che oltre a condurre verso quella che è chiamata la “società del rischio”, sempre più spesso sembrano dislocare il conflitto economico e culturale non tanto all’interno della società, ma soprattutto fra la comunità e decisioni lontane, processi incontrollabili e generali che la sovrastano …

L’esigenza di fronteggiare i processi di deterritorializzazione (dell’economia, della comunicazione, delle culture ecc.) connessi alla globalizzazione che comportano la riduzione, almeno apparente, del ruolo degli stati nazionali con un rapporto sempre più stretto (e spesso conflittuale) fra locale e globale e all’emergere della “società del rischio” 4 o della “società globale del rischio” 5.

Le decisioni che abbiamo preso in passato in materia di energia nucleare e quelle attuali in merito all’ingegneria e della manipolazione genetica, della nanotecnologia, dell’informatica e così via scatenano conseguenze imprevedibili, incontrollabili e addirittura incomunicabili, che minacciano la vita sul nostro pianeta […] Quello di rischio è un concetto moderno, che presuppone delle scelte e cerca di rendere prevedibili e controllabili le conseguenze imprevedibili delle decisioni della nostra civiltà […] Nella società mondiale del rischio si possono distinguere tre tipi di pericoli, ognuno dei quali segue una sua logica del conflitto, promuove o ignora determinati temi, fa proprie o meno determinate priorità: le crisi ecologiche, le crisi finanziarie mondiali e infine, dopo l’11 settembre, le reti terroristiche transnazionali6 .

——

1. I teorici del movimento si richiamano al Saggio sul dono di Marcel Mauss (1923-24).

2. Cfr. A. Caillé e J. T. Godbout (1993), Lo spirito del dono, Bollati Boringhieri, Torino.

3. Cfr. T. Todorov (1997), L’uomo spaesato. I percorsi dell’appartenenza, Donzelli, Roma, pp. 95, 133.

4. U. Beck (2000), La società del rischio, Carocci, Roma.

5. U. Beck (2003), Un mondo a rischio, Einaudi, Torino.

6. U. Beck (2003), op. cit., pp. 9-12.

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 * da M. Croce – G. Ottolini, L’orizzonte della comunità e la strategia del capitale sociale, in E. Dalle Carbonare – E. Ghittoni – S. Rosson, Peer educator. Istruzioni per l’uso, Angeli 2004, pp. 99 – 105

La strategia dell’ipotenusa *

La prevenzione tra rete adulta e mondo giovanile

 Nella fase conclusiva della prima fatica editoriale di Contorno Viola (Croce, Gnemmi, 2003) avevo proposto per questa, un po’ provocatoriamente, quale titolo, o almeno sottotitolo, La strategia dell’ipotenusa.

 Un approccio che mette in relazione

L’immagine mi sembra tuttora esprimere con precisione la specificità del nostro approccio alla peer education. Non un approccio verticale in cui il peer diventa nulla più che un “monitore” di un messaggio preventivo formulato dagli adulti né tantomeno una dismissione del ruolo degli adulti che delega alle dinamiche orizzontali fra giovani individuazione dei temi e modalità di approccio alla prevenzione. Una strategia in grado di mettere in relazione in modo creativo una rete di adulti orientata alla prevenzione sociale con il mondo giovanile, le sue dinamiche cognitive ed affettive e i suoi codici comunicativi.

 Valorizzare la comunicazione dei pari

La consapevolezza insomma che le campagne informative il più delle volte non lasciano traccia e che le conoscenze da sole, anche quando correttamente trasmesse ed acquisite, non sono sufficienti a modificare i comportamenti. E che d’altra parte il mondo giovanile lasciato alle sue dinamiche ed alla espressione spontanea dei suoi bisogni difficilmente intercetta i bisogni collettivi di prevenzione sociale.

Nella peer education così intesa il setting gestito dai peer diventa uno spazio di comunicazione calda, affettiva (“codice affettivo dei fratelli”: Fornari, 1982) che attraverso l’utilizzo consapevole di tecniche di conduzione di gruppo prepara prima e rielabora dopo l’intervento “cognitivo” degli adulti. Il peer così inteso diventa, grazie alla formazione preliminare e sul campo, un “pari” che sa gestire le sue naturali capacità comunicative all’interno del gruppo e che consapevolmente le orienta verso la prevenzione.

Ripensarsi secondo nuovi codici

La Peer education si delinea allora quale strategia di prevenzione in grado di interagire con il mondo comunicativo adolescenziale rispettandone e valorizzandone le peculiarità.

Nel momento in cui l’estensione della comunicazione giovanile si avvale di sempre nuovi terminali tecnologici che ne ampliano le possibilità e ne modificano le modalità con codici specifici (dal Sms al video, dalla chat alle multimodalità dei social network) una strategia adeguata di peer education (PE 2.0) deve essere in grado di ripensarsi rifocalizando, alla luce dei cambiamenti introdotti dall’estensione del mondo digitale, gli elementi base dei suoi interventi. In particolare: gruppo dei pari, ambito/i di intervento, formazione dei peer, formazione degli adulti, tipologia e manutenzione dei “prodotti” preventivi, possibilità di sperimentazione. Con la consapevolezza che, rispetto alla realtà digitale ed alle sue potenzialità, è proprio la rete degli adulti ad essere maggiormente in ritardo.

 imm verso pe 2.0  

Un intervento tra amicizie palesi e segrete

La scelta della PE 1.0 di privilegiare la scuola ed in particolare il gruppo classe quale settino ottimale nasceva da alcune considerazioni precise: la constatazione che oltre al 90% degli adolescenti, nel nostro territorio, frequentava oramai le scuole superiori e l’osservazione che per molti ragazzi la scuola (e la classe) costituiva il luogo prevalente in cui si instaurano rapporti amicali. La scuola è infatti (Iard, 2007) la fonte di amicizie più citata fra i giovani, relazioni di amicizia che spesso proseguono e si rafforzano al di là delle mura scolastiche.

L’emersione del gruppo classe nascosto

Gli interventi dei peer educator nella classe sono volti allora ad intercettare a livello comunicativo ed emozionale la “classe degli affetti … la classe segreta che lavora negli interstizi della classe delle conoscenze” (Pietropolli Charmet, 2000, p. 261).

Al pari del codice comunicativo, il setting e le attività innestate dai peer nella classe contribuiscono a mettere in secondo piano il gruppo formale-istituzionale e a far emergere appunto il “gruppo classe nascosto”, il gruppo che costruisce le identità e che incide, nel bene e nel male, sui comportamenti dei propri appartenenti.

Gruppo classe “nascosto” che tende a costituirsi sia nelle relazioni diacroniche (i compagni che da più tempo frequentano la stessa classe) che nella sincronia di rapporti esterni alla scuola (vicinanza territoriale, gruppi informali o associativi, sportivi, musicali ecc.) e a cui può esser stabilmente commesso anche qualche compagno esterno alla classe. La “potenza” del gruppo segreto (nell’includere e/o nell’escludere, nel favorire o nell’ostacolare le finalità istituzionali, nel conformare o nell’ostracizzare comportamenti) sta nel suo strutturarsi orizzontalmente spesso senza una leadership esplicita, nel suo essere pienamente ed identitariamente percepito dall’interno e nel contempo nell’esser  poco percepibile all’occhio adulto.

I cambiamenti portati dal digitale

Come si modifica il gruppo classe quando interviene, quale nuova dimensione, oltre a quella diacronica e a quella “territoriale”, anche quella digitale? L’esser sempre connessi e in relazione indipendentemente dal contatto fisico viene a costituire una estensione dello spazio sociale: una realtà sociale estesa oltre la fisicità della presenza, o secondo alcuni una “interrealtà molto più malleabile e dinamica delle reti sociali precedenti” (Riva, 2010, p. 117). La nuova dimensione allarga i contatti temporali (continuo la mia relazione con i compagni anche da casa) e permette più facilmente ad amici esterni al gruppo classe formale di far parte a pieno titolo del “gruppo nascosto”.

In sostanza non possiamo più pensare all’intervento dei peer come ad un intervento riferito ad un gruppo classe fisicamente ben delimitato e con relazioni consolidate nel tempo: la estensione delle reti digitali si sovrappone al gruppo, lo rende per certi versi “più segreto” ma nello stesso tempo più aperto e malleabile. L’intervento dei peer deve essere allora in grado di affrontare questo ulteriore livello di complessità: se prima in un gruppo c’erano i presenti/presenti e i presenti/assenti (quelli refrattari a farsi coinvolgere) ora dobbiamo mettere in conto anche gli assenti/presenti  (amici e partner digitali). Ma i codici comunicativi che intervengono in questa realtà estesa (o interrealtà) sono sensibilmente diversi da quelli della comunicazione verbale e non verbale a cui i peer, con le tecniche della psicologia sociale e la sperimentazione sul campo, si sono sinora formati.

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Una nuova formazione per i peer

 C’è qui un apparente paradosso. Indipendentemente dalla controversia sulla reale o meno significatività della distinzione fra “nativi” e “migranti” digitali, è del tutto evidente come i giovani in genere (e tra loro i soggetti più attivi quali i peer) si muovano mediamente con maggiore agilità nel mondo digitale rispetto agli adulti. Una formazione prevalentemente funzionale (es. come muoversi nel web, come gestire un social network, come immettere in rete un prodotto creativo, ecc.) per molti di loro sarebbe sostanzialmente un riproporre competenze di fatto già acquisite. E nello stesso tempo i “formatori” potrebbero scoprire di saperne (e soprattutto di sapersi muovere) molto meno dei ragazzi da formare.

Riformulazione complessiva

Va allora riformulata nel suo complesso la formazione dei peer anche attraverso una fase di sperimentazione e verifica senza cadere negli errori di una semplice “aggiunta del digitale” e di una formazione, in quest’ultimo ambito, prevalentemente funzionale.

Di seguito alcuni dei passaggi, tutti da discutere e da verificare, che ipotizzo per una nuova formazione:

  • Ricognizione tra i peer delle competenze e delle loro pratiche digitali.
  • Costituzione del gruppo dei peer in formazione sia come gruppo “fisico” di apprendimento che come “gruppo digitale” (es. gruppo di Facebook) a cui può partecipare anche qualche “esterno” al gruppo  fisico (es. un peer senior non più residente in loco).
  • Integrazione fra le conoscenze preventive (es. sulle IST) da acquisire dal vivo con esperti adulti e quelle reperibili in rete. Individuazione e analisi critica anche delle fonti poco attendibili e dei siti e dei gruppi con finalità (anche implicite) contrastanti a quelle preventive.
  • Produzione, con il supporto di tecnici, di un prodotto digitale, dando particolare importanza sia alla fase iniziale di progettazione (cosa vogliamo produrre, perché e per chi?) che a quella finale di valutazione e riflessione.

In sostanza agire prevalentemente sugli assi della integrazione tra formazione PE 1.0 e realtà digitale e della consapevolezza critica ed etica (cfr. Rivoltella) più che su quella funzionale.

Dimensione civica

La formazione dei peer viene allora a configurarsi non solo come la costituzione un gruppo di apprendimento attivo e creativo, ma una sorta di training alla responsabilità collettiva: un gruppo che si fa carico esplicitamente ed in modo condiviso di un obiettivo di prevenzione sociale e che “si prende cura” collettivamente di questo obiettivo. Un gruppo che non solo si chiede e si attrezza a cosa fare (a come intervenire) ma che soprattutto si chiede il perché e che, durante e dopo gli interventi, si interroga su come questi abbiano inciso, di come siano cambiate le relazioni tra i peer e i loro pari e di quanto la dimensione preventiva sia effettivamente entrata a far parte del mondo giovanile di riferimento.

È questa la dimensione civica, o se vogliamo politica, della formazione e dell’agire dei peer: capitale sociale in formazione che si mette a disposizione della comunità. Nel mondo della deregulation tendono a scomparire, in parallelo ai legami sociali solidali (Tomellieri, 2010), le reti di protezione e le responsabilità collettive. Mi viene in mente un recente spot governativo in cui la sicurezza sul lavoro veniva ricondotta all’agire imprudente dell’operaio con assenza totale di riferimento alle responsabilità del legislatore, del mondo imprenditoriale, degli organismi di controllo. Mettere al centro nella prevenzione sociale la responsabilità collettiva (del gruppo dei peer prima e del gruppo dei pari su cui i peer intervengono poi) è allora azione eminentemente politica, azione di base, capillare, che agisce nel senso della difesa e del consolidamento della polis. “Noi peer di questa comunità ci facciamo collettivamente carico della prevenzione – ad es. delle IST – ed agiamo perché un numero sempre crescente di nostri coetanei nei loro gruppi di riferimento (classi, associazioni, gruppi informali) facciano altrettanto.”

Preparazione degli adulti

Se la formazione dei peer va “riformulata” quella degli adulti penso vada radicalmente ripensata, non solo in funzione della prevenzione e dei suoi contenuti scientifici e nemmeno soltanto della “consapevolezza” delle caratteristiche e delle finalità di una nuova formazione dei peer, ma soprattutto in funzione dell’impatto e delle contraddizioni fra mondo scolastico e mondo digitale, fra comunicazione scolastica e comunicazione dei new media.

Non è più un mistero come il calo diffuso di interesse e motivazione, le difficoltà crescenti di concentrazione che gli operatori scolastici sempre più spesso lamentano negli studenti siano da mettere in relazione alla mole di stimoli (ed opportunità) che il mondo dei media e quello dei new media in particolare, offrono loro.

Preparare adulti (e in particolare insegnanti) ad accompagnare i peer nella formazione PE 2.0 significa allora in primo luogo esser consapevoli della diversità e delle tendenze contrastanti che scuola da un lato e universo dei media dall’altro introducono nella formazione formale ed informale dei giovani. Due mondi che possono creare un corto circuito che non si risolve certo con l’esclusione di uno dei due, ma con il riuscire a metterli in comunicazione.

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Una salutare consapevolezza delle contraddizioni

Ma per questo è in primo luogo necessario esser consapevoli delle reciproche contraddizioni. Ne indico sommariamente alcune:

  •  verticalità ed orizzontalità della comunicazione: se la comunicazione giovanile si caratterizza di per se stessa come comunicazione orizzontale il mondo digitale e i new media dilatano una comunicazione in cui emittente e ricevente di continuo si scambiano fra loro;
  •  monomedialità del testo “libro” e multimedialità dei testi web: certo il testo libro (e in particolare i manuali scolastici) sempre più si presentano come testi multimediali (illustrazioni, rimandi a sitografie, allegati multimediali, ecc.) e in modo tale dovrebbero consapevolmente esser trattati (Arpaia et al., 1999). La distanza fra le due realtà  comunque non solo resta enorme ma sembra dilatarsi;
  • monofunzionalità e plurifunzionalità: la presenza contemporanea di più funzioni nelle strumentazioni mediali e nei loro programmi  hanno amplificato nelle nuove generazioni la tendenza alla fruizione e all’esecuzione di più attività in parallelo (multitasking); la scuola continua a privilegiare l’isolamento delle singole funzioni ed attività;
  • compiti risolutivi e compiti adattivi: la maggior parte delle “prove” scolastiche prevede una sola soluzione, mentre tutte le restanti risultano erronee. Si tratta di una situazione artificiale che certamente permette una rapida verifica ma che è molto lontana dalla gran parte dei problemi sia nel mondo reale che in quello del web che lasciano il campo aperto a soluzioni molteplici; la creatività (l’intelligenza creativa) sta appunto in questo: trovare soluzioni sinora impensate a vecchi quesiti (e problemi) (Robinson, 2010);
  • lavoro individuale e lavoro cooperativo: la maggior parte delle attività scolastiche prevedono studio e compiti individuali; il lavoro di gruppo/cooperativo rimane il più delle volte relegato ad attività considerate secondarie, magari “belle esperienze” che però difficilmente vengono adeguatamente valorizzate e che raramente riescono ad entrare nella valutazione delle competenze dell’allievo;
  • concezione “lineare” e concezione “organica” del sapere: la tradizione scolastica dall’illuminismo in poi (e ancor prima da Aristotele a Cartesio) hanno privilegiato un assetto logico deduttivo e percorsi di apprendimento rigorosamente lineari e preordinati; nulla di più diverso da quando apprendiamo dall’esperienza nel mondo reale dove incontri, stimoli ed occasioni sono plurimi ed in gran parte imprevedibili; situazione non negata nel cosiddetto mondo virtuale, ma semmai di gran lunga potenziata. Già Schopenhauer (1818) sottolineava la contraddizione fra organicità del sapere e sua “forma” libresca: “Un libro deve peraltro possedere una riga all’inizio e una alla fine, e rimarrà quindi assai dissimile da un organismo, pur mantenendoglisi somigliante nel proprio contenuto: il che vuol dire che saranno qui in contrasto forma e contenuto”. Consapevolezza della non linearità del sapere che si è enormemente sviluppata nel pensiero post illuministico (basti pensare oggi alle sempre più frequenti intersezioni fra discipline diverse) ma che nell’organizzazione dei curricoli scolastici difficilmente è presa in considerazione.

Non voglio qui entrare nel merito di come potremmo augurarci una scuola “al passo coi tempi”, non solo per non aprire un “libro dei sogni” in totale contrasto con le tendenze di “riforma” oggi prevalenti, ma perché penso che alcune delle contraddizioni sopra indicate siano per certo versi non solo irrisolvibili ma anche “salutari”. Dovrebbe essere ruolo dell’adulto essere e rendere consapevoli della contraddittorietà del reale così come essere mediatore tra tradizione della cultura ed innovazione. Assumersi il ruolo di intervenire quale adulto in un percorso di PE 2.0 vuol dire allora farsi carico consapevolmente ed in modo condiviso di tali contraddizioni.

 

Un cambio di velocità

È esperienza comune di molti che, per motivi anagrafici, hanno visto all’epoca film degli anni ’60 e ’70 ed hanno poi avuto l’opportunità (o la volontà) di rivederli, accorgersi (e meravigliarsi) di quanto quei film fossero “lenti”. Insomma non ci sembrano più gli stessi film, la nostra percezione di velocità e lentezza si è progressivamente modificata con il modificarsi ed “accelerarsi” del linguaggio cinematografico.

Un’esperienza analoga ed inversa è quella dell’impatto sulle diverse generazioni di spot  particolarmente agili; spesso sono i “più piccoli” a capire subito le connessioni veloci dello spot, a percepirlo come storia e racconto trasparente, mentre i componenti più attempati della famiglia hanno bisogno di rivedere il video più volte per coglierne senso e connessioni interne.

Cogliere le connessioni

Spot, videoclip e video in genere ci pongono a contatto con un modo di strutturare il linguaggio audiovisivo basato sulla essenzialità, sulle connessioni rapide, sulla capacità del destinatario di rileggere mentalmente l’intero video alla luce della sua conclusione. È altrettanto evidente di come il target, più o meno giovanile, orienti la produzione ad una maggiore o minore “velocità” (e brevità) del messaggio video.

Questa capacità di cogliere rapidamente le connessioni diventa estremamente utile nella navigazione web e nella gestione della comunicazione con i nuovi media digitali. L’obiezione che spesso viene fatta, e che a me pare del tutto fuorviante, è che la maggior velocità equivarrebbe ad una maggior superficialità. La prima osservazione è che chiunque abbia lavorato ad un prodotto video sa che per ottenere un prodotto “efficace” bisogna lavorare molto non solo nelle riprese (produzione) ma soprattutto nel montaggio (postproduzione). Il lavoro di selezione, sintesi, ricollocazione, calibratura audio e video, verifica intermedia ecc. quanto più è “raffinato” tanto più produce efficacia comunicativa. La brevità diventa allora frutto di un lavoro “lungo” e tutt’altro che superficiale. All’opposto ad esempio di una soap opera dove spesso la telecamera si limita a seguire gli attori “in tempo reale”.

Essere più brevi

In fondo lo stesso vale per i testi scritti: la limatura e revisione di un testo può richiedere molto tempo. Ricordo una lettera ad un giornale di Franco Fortini in cui l’autore alla fine si scusava per non aver avuto il tempo per esser più breve.

Capovolgendo metodi collaudati. Ma vorrei fare un passo ulteriore. Mi riferisco alla mia esperienza di insegnante. Per lungo tempo quando un allievo (o un gruppo di loro) mi chiedeva di rispiegargli un passaggio, un concetto o una dimostrazione seguivo alla lettera la metafora della “spiegazione”. Spiegare ovvero “dis-piegare” ciò che era piegato, nascosto, chiuso. Una operazione di esplicitazione che dilatava tempi e passaggi per renderli più espliciti, più visibili, più chiari. Sembrava a me, come a molti colleghi, il modo naturale, ovvio per far capire a chi non aveva ancora capito. Col tempo mi son reso conto che il metodo funzionava sempre meno, che lo sguardo dell’allievo sottoposto ad una spiegazione analitica, dettagliata, ben “dispiegata” e perciò dilatata, era sempre più spesso tra il perplesso e il perso.

Ho avuto allora una intuizione. Ho detto all’allievo: “Adesso te lo spiego più in fretta!”. Per me era più difficile, non spontaneo, lontano dalle mie esperienze di apprendimento, ma per l’allievo il più delle volte decisamente più efficace.

Sfruttando rapidità e intensità. La considerazione è allora questa. Con la invenzione e la diffusione della stampa “l’uomo tipografico” (Baldini, 1995) ha potenziato la capacità di visiva “micro”, la capacità a vedere il piccolo e il vicino, dovendo però inconsapevolmente rinunciare a parte della capacità degli antichi progenitori e navigatori di scorgere stelle, navi e territori in lontananza. L’uomo digitale acquisisce parallelamente la capacità a leggere in profondità, con adeguata concentrazione, la velocità dei media; questa maggior intensità dell’attenzione viene però a ridurne i tempi. È anche questa una osservazione (e lamentela) diffusa negli operatori scolastici: i tempi della soglia di attenzione con le nuove generazioni si sono accorciati.

Dobbiamo allora esser noi capaci di sfruttare la brevità, capaci, e non è sempre semplice,  di mutare il nostro ritmo. Dobbiamo insomma imparare a fare i conti con la velocità del mondo digitale.


Un compito di manutenzione

Mi ero in passato, con alcuni colleghi, soffermato sulla opportuna “manutenzione” del gruppo classe considerando quest’ultimo “sia come contesto di apprendimento sia come ambito privilegiato di socializzazione e di formazione civile” (Ottolini et al., 2007).

La costituzione di una squadra

Il discorso era chiaramente riferibile anche al gruppo dei peer in formazione: formarsi non solo individualmente a saper intervenire, ma costituire appunto “una squadra”, un gruppo in grado di scambiarsi esperienze e valutazioni. Tutto questo è chiaramente e pienamente attuale anche nella prospettiva della PE 2.0.

In quest’ultimo ambito mi pare diventi altrettanto cruciale un altro livello di “manutenzione”: quello del prodotto. Mi spiego.

Nel percorso che ci ha portato verso a PE 2.0 la progettazione e produzione di video con finalità preventiva ha assunto un ruolo crescente. Come altri hanno sottolineato non basta questo per parlare di una connessione fra peer e media education; è necessaria sia una adeguata conoscenza della specificità linguistica del mezzo utilizzato, sia una  precisa consapevolezza della destinazione e delle finalità del prodotto da realizzare (autorialità).

Ma qual è il destino del prodotto?

Si potrebbe pensare (e talora così è stato) ad una sorta di viral marketing: lo spot o il video preventivo viene immesso in rete non solo postandolo su YuoTube ma anche veicolandolo (il cosiddetto “lancio”) con i vari media (posta elettronica, chat, social network) ma, lasciandolo poi alla propria forza comunicativa, al passaparola spontaneo. Insomma lasciandolo al proprio destino.

Ma nel nostro caso dovremmo semmai parlare di un “anti-viral marketing”, non solo per lo scopo preventivo, ma anche per le sue modalità. In un marketing virale la verifica di efficacia si ha nella ricaduta sul prodotto (sul brand) veicolato.

 L’accompagnamento all’autorialità

Penso, invece,  che uno spot, un clip o un video preventivo vada “accompagnato”; gli autori debbono prendersene cura, presentarlo ad altri, raccogliere (sia in incontri reali sia in rete) commenti ed osservazioni. Veicolarlo anche come stimolo perché altri producano a loro volta (sullo stesso tema preventivo o su altri) analoghi spot, clip o video.

La formazione all’autorialità consiste anche in questo. Un autore di un romanzo o di un saggio tanto più è soddisfatto della propria opera tanto più si prende cura del suo destino, legge le recensioni, prende parte a presentazioni del suo libro, a dibattiti, risponde alle critiche.

Penso che un gruppo di giovani (siano peer o studenti di una classe) autori di un prodotto mediale, tenendo conto della specificità del loro prodotto e delle modalità di veicolazione, debbano esser aiutati ed indirizzati a fare altrettanto: autori non solo consapevoli ma anche “paterni” nei confronti della loro creatura. Quella che possiamo appunto considerare una sorta di “manutenzione del prodotto mediale”.

La creazione di una rete fertile

Con il seminario “Verso una peer education 2.0” non solo abbiamo affrontato un tema del tutto nuovo, ancora appunto in corso di elaborazione, ma, altrettanto importante, dato vita una modalità che mi pare altrettanto nuova e congruente con il tema. Non lezioni cattedratiche, non una divisione fra esperti ed utenti, ma un contesto circolare dove le provenienze ed esperienze più diverse hanno potuto confrontarsi: insegnanti, docenti universitari, operatori sanitari, sociali ed educatori, operatori nell’ambito dei media, ecc. Non si è dato vita né ad un club né ad una sorta di costituenda associazione ma ad una rete che potrà, con la flessibilità appunto delle reti, mantenere ed in alcuni casi incrementare i contatti e fra qualche tempo potrà anche ritrovarsi per confrontare le esperienze nel frattempo sperimentate ed affrontare nuove tematiche. Dando vita, laddove possibile, a progetti di sperimentazione condivisa.

Un viaggio oltre valichi e frontiere

Come sanno alcuni miei amici, c’è un autore che tra gli altri prediligo e cito spesso, in quanto mi sollecita sempre nuovi spunti. Nel suo ultimo libro tradotto in italiano così parla di sé:

Mi sono reso conto che avevo condotto una vita da passatore in più di un modo: dopo aver attra­versato io stesso le frontiere, ho cercato di facilitarne il passaggio ad altri. Prima, frontiere tra paesi, lingue, culture; poi, tra ambiti di studio e disciplinari nel campo delle scienze umane. Ma anche frontiere tra il banale e l’essenziale, tra il quotidiano e il sublime, tra la vita materiale e la vita spirituale. Nei dibattiti, aspiro al ruolo di mediatore. Il manicheismo e le corti­ne di ferro sono ciò che amo meno.” (Todorov, 2010, p. 429)

Come adulti, come rete di sostegno alla peer education nella scuola e sul territorio abbiamo ampiamente riflettuto nel corso degli anni sulle caratteristiche della peer education, sulla formazione dei peer, sulle modalità di intervento e così via. Forse abbiamo troppo poco riflettuto su noi stessi. L’apertura verso il mondo digitale coglie la maggior parte di noi impreparati, le competenze in questo ambito di molti dei giovani con cui entriamo in contatto il più delle volte ci sorprendono.

Dobbiamo forse allora sforzarci di diventare anche noi dei “passatori” imparando a valicare frontiere ed aiutando altri a valicarle. Frontiere fra mondo adulto e mondo giovanile, fra percorsi scolastici ed extrascolastici,  fra cultura tradizionale e cultura mediale, fra il mondo reale ed il cosiddetto mondo virtuale. Ed ancora fra peer e media education, fra prevenzione ed educazione, fra individualità e gruppalità, fra competenza professionale e dimensione ludica. E potrei continuare.

Buon viaggio a tutti noi.

 Riferimenti Bibliografici

Arpaia P. et al., 1999, Corso di perfezionamento in Didattica dell’Italiano. Modulo 5: Le abilità di studio, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” – Consorzio BAICR, Roma 1999

Baldini M., 1995,  Storia della comunicazione, Newton, Roma.

Croce M., Gnemmi A., 2003, Peer education. Adolescenti protagonisti nella prevenzione, Franco Angeli, Milano.

Fornari F., 1982, Gruppo e Codici Affettivi, dispensa de “Il Minotauro”, Milano.

Iard, 2007, Rapporto giovani. Sesta indagine dell’Istituto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna.

Ottolini G.  et al., 2007, “Pratiche di formazione e manutenzione del gruppo classe” in C. Pontecorvo – L. Marchetti, Nuovi saperi per la scuola. Le scienze sociali trent’anni dopo, Marsilio – Consiglio italiano per le Scienze Sociali, Venezia – Brescia pp. 157-175.

Pietropolli Charmet G., 2000, I nuovi adolescenti. Padri e madri di fronte a una sfida, Raffaello Cortina, Milano.

Riva G., 2010, I social network, il Mulino. Bologna.

Robinson K., 2006, Ken Robinson says schools kill creativity, http://www.ted.com/talks/ken_robinson_says_schools_kill_creativity.html

Robinson K., 2010, Changing Paradigm, http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Flash&d_op=getit&id=13883

Schopenhauer A.,  1818, Prefazione dell’autore alla prima edizione di Il mondo come volontà e come rappresentazione, tr. It. Mursia, Milano 1969, pp. 19-24

Todorov T., 2010,  Una vita da passatore. Conversazione con Catherine Portevin, Sellerio

Tomelleri S., 2010, “I legami sociali sono ancora possibili?”, Animazione Sociale n. 247, nov. 2010, pp. 88-97.

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* da  Verso una peer education 2.0 ?, ASL VCO – Associazione Contorno Viola, Supplemento ad Animazione sociale n. 3 2011, pp. 43-54

 

Come cresce l’occupazione giovanile?

Come dicevo in un mio precedente post1 il tema dell’occupazione giovanile, per lungo tempo assente dal dibattito politico, in questa scomposta campagna elettorale  è timidamente entrato e si possono incominciare a individuare alcune differenti linee di intervento. Speriamo che questo dibattito, appena iniziato, non si concluda con la campagna elettorale ma diventi agenda centrale del prossimo governo e terreno di confronto fra i diversi soggetti sociali e politici.

La proposta di Piergiovanni Alleva

Su il manifesto di mercoledì 20 febbraio è comparso un interessante contributo di Piergiovanni Alleva2 rilanciato sul web dal sito di MicroMega3.

Questa la sintesi editoriale del quotidiano.

Negli anni ’80 e ’90 si riuscì a aumentare il lavoro dei giovani. Si deve, e si può, tornare a farlo, incrociando i contratti di apprendistato e quelli di “solidarietà espansiva”.

In questa campagna elettorale si riconosce la gravità della disoccupazione, ma le proposte non escono dal generico e a volte propongono come novità provvedimenti già in opera. Come ha fatto Berlusconi parlando di defiscalizzazione dei contratti quadriennali.

La prima parte dell’articolo ricorda la miriade di provvedimenti già presi di incentivazione economica a favore della assunzione dei giovani sia a livello nazionale che regionale senza che siano riusciti ad arrestare l’incremento della disoccupazione giovanile (e tantomeno ad aumentare il numero di giovani occupati). Perché non hanno funzionato? Sia perché non esiste “una domanda di forza lavoro aggiuntiva” e dall’altro “la previsione di incentivi economici e finanziari ha il limite di affidarsi ad un funzionamento automatico” in sostanza ai meccanismi automatici del mercato e alle libere decisioni degli imprenditori.

Qual è il succo della proposta di Alleva?

Richiamando il successo negli anni ’80 e ’90 dei “contratti di formazione lavoro” si propone “un originale incrocio tra i riformati contratti di apprendistato da un lato, ed un riformato contratto di solidarietà “espansivo” dall’altro”. Ovvero accordi aziendali o territoriali che a fianco di una riduzione dell’orario di lavoro degli occupati diano luogo a nuove assunzioni con contratto di apprendistato. L’organismo del contratto di solidarietà espansivo (previsto insieme al contratto di solidarietà difensivo dal D.L. 726/84) non ha sinora avuto applicazione perché (a differenza di quello difensivo che permette di evitare esuberi e cassa integrazione con riduzione collettiva dell’orario) la legge non prevede una indennità parziale (60%) per le ore perdute.

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Considerazioni e perplessità

Non sono evidentemente un giuslavorista, ma ritengo comunque opportuno esprimere alcune considerazioni e perplessità sulla proposta di Alleva.

La proposta, come dicevo è interessante, ma mi pare più consona a situazioni economiche di sviluppo mentre nell’attuale situazione mi sembra poco praticabile per una serie di motivi che tento di chiarire.

Siamo in un periodo di crescente riduzione del reddito reale dei lavoratori e pertanto chiedere a loro ulteriori sacrifici, sia pur per un’ottima causa, mi sembra problematico, ancor più in una fase di grande divisione sindacale; la proposta infatti è incentrata su contratti aziendali o territoriali che avrebbero forza se sostenuti in modo unanime dalle principali sigle sindacali, cosa oggi abbastanza difficile.

Più in generale siamo di fronte ad una diminuzione progressiva del peso in termini di occupati delle grandi imprese  – quelle  su cui la proposta potrebbe aver più spazio –   e invece ad un peso percentualmente più alto di quelle piccole.

Insomma una proposta che in una situazione di sviluppo può essere interessante e magari, oggi come oggi, può esserlo in alcune situazioni di forte innovazione dove è anche interesse degli imprenditori un ringiovanimento della manodopera; situazioni non tali comunque da incidere in modo significativo sul numero complessivo di giovani occupati. Una proposta in sostanza che non produce un ampliamento della base produttiva ma ridistribuisce il lavoro esistente.

Mi sembrano pertanto più attuali politiche di espansione della base produttiva di tipo keynesiano. Cantieri diffusi sui grandi temi della tutela del territorio, dell’edilizia scolastica, della valorizzazione dei beni artistici e culturali, della bonifica delle aree industriali dismesse ecc.

C’è poi tutto il settore della green economy oppure quello agro-pastorale dove stato e regioni possono incentivare le nuove imprese/cooperative giovanili del settore con concessioni di aree demaniali con affitti simbolici a medio termine e alcune minime garanzie di tutela e miglioria del territorio.

Non dimenticando il lavoro “intraprendente” in particolare di cooperative di giovani sia nei settori dei servizi che in quelli creativi e delle nuove tecnologie.

Andando anche a indagare in modo sistematico sulle esperienze in atto per individuare buone pratiche e rilanciarle su scala diffusa. Nei tempi di crisi c’è chi dà risposte “dal basso” ai nuovi bisogni: dalla ragazza che apre un piccola sartoria di riparazione dell’usato, ai giovani neolaureati che, magari in cooperativa, si propongono come servizio di tutor agli studenti con difficoltà scolastiche innovando le obsolete pratiche di “ripetizioni” domestiche, ai nuovi artigiani, agricoltori,  ecc., che sanno innovare con le nuove tecnologie attività e mestieri che in genere son visti come obsoleti. Insomma tutto un mondo di esperienze che bisogna conoscere, indagare, mettere in rete e diffondere.

Sintetizzando: per far crescere l’occupazione giovanile bisogna creare e aiutare a creare nuove attività lavorative.

Auspici

Il primo auspicio è che l’attenzione al tema dell’occupazione giovanile non declini, ma diventi realmente centrale dopo questa affannata vigilia elettorale.

Il secondo, ovviamente, è che il nuovo governo lo sappia mettere effettivamente al centro della sua azione, non solo perché è il tema più importante per il futuro della nostra società, ma anche perché avere come sguardo centrale quello dell’incremento dell’occupazione giovanile significa affrontare in modo trasversale gran parte delle tematiche di una possibile azione governativa: da quello dello sviluppo sostenibile e della green economy, a quello della tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale ed artistico, a quello dello sviluppo dei servizi sociali (es. un piano di nuovi asili nido statali), a quello delle politiche di genere (che parità può esserci se le giovani donne sono soprattutto quelle che soffrono maggiormente la disoccupazione), alla lotta al lavoro e all’economia sommersa (che pesa ben per il 17% dell’intera nostra economia) che si basa sul lavoro nero di molti giovani che non han trovato altre possibilità, sino ad arrivare al riconoscimento dei diritti individuali delle giovani coppie di fatto (omo ed etero) che oggi spesso non sono in grado di organizzare il loro futuro (dall’affitto della casa, all’accesso dei mutui ecc, alle tutele reciproche sul piano sanitario e giuridico). E potrei fare molti altri esempi.

Insomma un governo finalmente in grado di smentire il nostro Gennaro (cfr. sotto).

Gennaro

Infine l’auspicio che una decisa azione governativa in questa direzione sia da traino per le amministrazioni locali (a partire dalle regioni) per dar vita a piani organici di sviluppo del lavoro giovanile nelle rispettive aree territoriali coinvolgendo tutte le istituzioni e i soggetti pubblici e associativi che vi operano.

Senza una decisa inversione di tendenza del trend della disoccupazione giovanile non penso sia possibile invertire il declino economico, sociale e culturale della nostra società.

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1. https://fractaliaspei.wordpress.com/2013/02/11/giovani-e-lavoro-la-video-inchiesta-dei-peer/

2. Giuslavorista, candidato al senato in Campania nella lista “Rivoluzione Civile”.

3. http://temi.repubblica.it/micromega-online/come-far-crescere-loccupazione-giovanile/

Solo la prevenzione ci salverà

Sulla Repubblica Salute di oggi una breve nota di Guglielmo Pepe.

Ci si augura che i prossimi governanti, e nello specifico il futuro ministro della salute (non faccio misteri, tifo per Ignazio Marino), l’abbiano letta con attenzione e soprattutto vi riflettano seriamente.

Repubblica di martedì 19 febbraio 2013, pagina 35

Noi & voi. Solo la prevenzione ci salverà

di Pepe Guglielmo

Malgovemo, malpratica, malaffare. Tre voci che affossano la sanità italiana. Per l’Oms eravamo secondi nel 2000, subito dopo la Francia. Adesso, su 34 paesi europei, occupiamo la parte bassa della classifica. Stando all’ultimo Euro Health Consumer, siamo ventunesimi per accessibilità e tempi di attesa, ventiseiesimi per prevenzione ed equità del sistema. Forse con la “cura dimagrante” della spending review, la classifica è perfino peggiorata. Una brutta situazione, di cui dovrà prendere atto chi prenderà le redini del Paese, in base ai risultati del voto. Certo, se si considera la sanità solo come fonte di spesa, non si va lontano (e non prendo in esame corruzione e ruberie, materia per i tribunali). Se invece si considera un investimento, puntando soprattutto sulla prevenzione, in prospettiva ne guadagnano i bilanci e la salute dei cittadini. Le varie ricerche appena presentate al convegno dell’università Campus Bio-Medico di Roma e del Fasi (Fondo integrativo dirigenti d’azienda), lo ribadiscono all’unisono: ogni miliardo destinato alla prevenzione ne fa risparmiare tre in minori cure e riabilitazione. Insomma più previeni, meno spendi.

g.pepe@repubblica.it ***

 

TRA MEDIA E PEER EDUCATION. Modelli e pratiche per una Prevenzione 2.0

Un corso di Alta Formazione

Il primo marzo prenderà il via a Milano il Corso  “MEDIA E PEER EDUCATION. Modelli e pratiche per una Prevenzione 2.0” che si svilupperà con otto moduli e un evento finale fino ai primi di luglio. È stato infatti raggiunto ed ampiamente superato il numero minimo richiesto di partecipanti.

I corsisti provengono prevalentemente da provincie del nord e centro Italia. I moduli di due giorni ciascuno (venerdì e sabato) si svolgeranno alternativamente a Milano e a Verbania. Si tratta di una scommessa “alta” che da un lato fa perno sull’esperienza della peer education del Verbano Cusio Ossola, dall’altro si confronta con la media education per orientare la prevenzione in nuovi ambiti, e in particolare nel mondo digitale.

Di seguito la presentazione del  progetto e del programma.

Tra media e peer education

Il Progetto

Prevenire è meglio che curare. La progressiva riduzione degli stanziamenti mette in evidenza la percezione che gran parte dei decisori ha della prevenzione, considerata un “bene di lusso” non più sostenibile nell’attuale congiuntura economica e pertanto bersaglio privilegiato delle politiche di riduzione di spesa. Visione dissonante sia dalle linee guida europee, secondo cui la prevenzione rappresenta uno dei pilastri delle politiche di contrasto dei comportamenti dipendenti e delle condotte a rischio, sia dalle disposizioni dell’OMS che sottolineano la rilevanza delle azioni preventive sull’induzione dei cambiamenti degli stili di vita e il conseguente contenimento di costi per la spesa pubblica.

La prevenzione non può essere concepita come un’attività dei tempi del benessere e dell’abbondanza ma come un vero e proprio investimento sulla promozione della salute in specie delle giovani generazioni, in grado di produrre nel medio/lungo periodo un impatto sulla riduzione dei costi associati alla cura e al trattamento delle patologie in età adulta.

Il problema della prevenzione non può però essere risolto esclusivamente riaffermandone il ruolo strategico nella promozione della salute dei soggetti. Occorre sviluppare nuovi modelli coerenti con gli stili di vita e i linguaggi delle nuove generazioni. In questa prospettiva non si può prescindere dai nuovi scenari caratterizzati dall’innovazione dei media digitali e dei social network da non considerare quali meri strumenti di comunicazione o semplici ausili per la formazione, ma come veri e propri frames di ri-codifica e ri-significazione delle dinamiche relazionali e sociali, interrogandosi sul nuovo senso assunto da concetti chiave quali identità, gruppo, comunità, relazione, cura, piacere, limite e rischio.

Il Percorso

La I˚ edizione del corso

Questa prima edizione del Corso di Alta Formazione prende corpo dall’esperienza ultradecennale dei promotori nell’ambito di un approccio alla prevenzione dei comportamenti a rischio in età giovanile che valorizza le competenze esperienziali e comunicative fra pari e che intravede nei nuovi scenari digitali nuove opportunità: un territorio più complesso e articolato rispetto al passato nel quale gli operatori devono sapersi muovere come pesci nell’acqua.

 Finalità e obiettivi formativi

.    Sviluppare la capacità di progettazione, valutazione, verifica, riprogettazione e conduzione degli interventi di prevenzione considerando i nuovi scenari di riferimento nell’universo giovanile.

.    Migliorare i processi di attribuzione di significato dei comportamenti nell’era web 2.0;

.    promuovere la conoscenza diretta di metodi, tecniche e teorie della prevenzione “in presenza“ e nella dimensione digitale (web 2.0);

.    aumentare la consapevolezza sui processi di gruppo attivi in un intervento di formazione “in presenza” e nel web;

.    sostenere i partecipanti nell’ideazione e progettazione di un intervento di prevenzione nei contesti di appartenenza.

Percorso formativo

Il percorso formativo elabora i seguenti ingredienti per un approccio innovativo alla prevenzione:

  • Oggetto: ridefinire l’oggetto della prevenzione in relazione agli stili di vita dei ragazzi, alla propensione ai consumi contemporanei e ai nuovi rischi specifici del web;
  • Approccio: superare le campagne di tipo generalista a favore di interventi settoriali, mirati agli specifici fattori di rischio, e calibrate sul target bersaglio: una risorsa che partecipa a pieno titolo ai processi, dalle fasi iniziali della progettazione fino alla valutazione finale caratterizzando la prevenzione come un momento di partecipazione e di sviluppo del capitale sociale;
  • Strategia: valorizzare le potenzialità e le competenze comunicative del target destinatario degli interventi fin dalla fase di progettazione (partecipazione) dando vita a concrete strategie di “prevenzione tra pari”;
  • Linguaggi: ripensare le strategie di comunicazione valorizzando le potenzialità dei nuovi linguaggi mediali e degli strumenti comunicativi cogliendo le opportunità offerte dallo sviluppo dei media digitali, delle piattaforme dei social network, delle connessioni digitali e dei dispositivi mobili;
  • Valutazione: definire strumenti condivisi di valutazione degli interventi che non siano concepiti come semplici azioni giudicanti e decontestualizzate ma come opportunità di miglioramento e continua messa a punto degli interventi stessi.

Il Corso di Alta Formazione è articolato in una parte iniziale teorica con sessioni seminariali e lezioni magistrali, una parte intermedia metodologica sia laboratoriale che sul campo per lo sviluppo degli interventi e una parte finale rivolta allo sviluppo di veri e propri progetti operativi da implementare nelle realtà territoriali e organizzative dei partecipanti.

Il percorso formativo toccherà anche alcuni temi specifici – quali le differenze di genere, l’immigrazione, la famiglia, le nuove addiction – approfonditi attraverso momenti seminariali che si svolgeranno a margine del percorso principale.

Il percorso formativo si sviluppa in 8 moduli per un totale di 96 ore suddivise in 54 ore di lezioni teoriche e 42 ore di laboratorio e lavoro di gruppo.

 

TRA MEDIA E PEER EDUCATION – Corso di Alta Formazione

 I modulo: LA PREVENZIONE (1-2 marzo 2013, Milano)

Quali sono i fondamenti epistemologici della prevenzione? Di cosa si occupa la prevenzione di tipo psico-sociale rivolta ad adolescenti e giovani-adulti? Interrogativi non pleonastici, spesso banalizzati, cui si cercherà di rispondere muovendosi lungo un excursus teorico che parte dai dati, dall’epidemiologia, per arrivare alle questioni etiche emergenti.

Programma:

Venerdì m.  Presentazione del Corso di Alta Formazione. Pier Cesare Rivoltella, Mauro Croce e Riccardo De Facci.

Venerdì p.   Presentazione del percorso formativo. Seminario di approfondimento.

Sabato m.  Dall’epidemiologia all’etica. Vittorio Demicheli e Ernesto Gianoli.

II modulo: L’UNIVERSO ADOLESCENZIALE (22-23 marzo 2013, Verbania)

L’universo adolescenziale non si definisce staticamente ma interpretando le linee del cambiamento in un contesto particolare perché, mai come nel lavoro con gli adolescenti, la padronanza del contenuto non può prescindere dalla comprensione precisa e coerente delle caratteristiche psicologiche e sociali dei soggetti cui si rivolge. Il caso della peer education.

Programma:

Venerdì m.  Adolescenti tra numeri ed emozioni. Emanuela Confalonieri e Riccardo Grassi.

Venerdì p.   Lavoro di gruppo su un caso. Emanuela Confalonieri.

Sabato m.  Presentazione approccio di prevenzione tra pari. Laboratorio con i peer educator.

III modulo: METODI DELL’AZIONE PREVENTIVA E PROGETTAZIONE (5-6 aprile 2013, Verbania)

La prevenzione è “scienza”, pratica o disciplina? Come comporre il pluralismo teorico? I metodi si prestano ad una riflessione profonda perché sottintendono una visione del target di riferimento e degli obiettivi impliciti e trovano la loro dimensione più pura nella progettazione.

Programma:

Venerdì m.  Concettualizzazione della progettazione in ambito preventivo. La ricerca qualitativa, la pianificazione di progetto. Come si colloca la prevenzione nell’ambito dei progetti europei. Gruppo di Verbania.

Venerdì p.   Studio di un caso. Presentazione proposte dei sottogruppi. Gruppo di Verbania.

Sabato m.  Risorse per la prevenzione e linee di finanziamento. Vincenzo Castelli.

IV modulo: MEDIA EDUCATION (19-20 aprile 2013, Milano)

In una società sempre più legata al multi schermo e allo spazio pubblico digitalizzato, la media education si propone l’obiettivo di educare alla cittadinanza attraverso l’attivazione di processi di analisi e decodifica dei linguaggi mediali (formazione di “lettori critici”) e la costruzione e messa in circolo di messaggi critici (la formazione di “autori consapevoli”). La sfida è attivare questi processi passando attraverso la peer education.

Programma:

Venerdì m.  La Media Education: definizione, finalità, metodi. Pier Cesare Rivoltella.

L’analisi dei media come strumento didattico e formativo. Michele Marangi.

Venerdì p.   Workshop di analisi video educativo. Michele Marangi e Alessandria Carenzio.

Sabato m.  Media & Peer Education: le ragioni di un incontro. Pier Cesare Rivoltella.

Media & Peer Education: un’analisi di caso. Michele Marangi.

 V modulo: MEDIA DIGITALI (3-4 maggio 2013, Milano)

I media digitali stanno trasformando le pratiche di consumo dei giovani. Mobilità, socialità, marcata autorialità ne fanno un crocevia per le logiche di costruzione della cultura, dell’educazione, della cittadinanza. I media oggi si indossano, sono parte della vita delle persone. Più che come strumenti, essi si pongono come veri e propri ambienti nei quali si comunica, si scambiano informazioni, si svolgono infinite funzioni che riguardano il lavoro, l’apprendimento, il tempo libero, la cittadinanza. Questo scenario rilancia la necessità per gli operatori e i progetti di prevenzione di raccogliere la sfida.

Programma:

Venerdì m.  Media digitali, paesaggio tecnologico, consumi giovanili. Pier Cesare Rivoltella.

Media digitali e intervento educativo. Simona Ferrari.

Venerdì p.   Workshop di analisi dei media digitali. Michele Marangi e Simona Ferrari.

Sabato m.  Il Social Network come nuova agorà. Chiara Giaccardi, Michele Marangi, Camillo Regalia e Pier Cesare Rivoltella.

 VI modulo: GESTIONE DEL GRUPPO (17-18 maggio 2013, Verbania)

Il gruppo come soggetto e come oggetto: potente costrutto della mente adolescenziale e pertanto eco-sistema sociale; straordinario setting di confronto, influenzamento, cambiamento e pertanto strumento di lavoro. Un gruppo che occorre conoscere, per gli aspetti di struttura, per quelli dinamici, per lo sviluppo processuale e per l’intreccio tra il gruppo e l’operatore.

Programma:

Venerdì m.  Il gruppo nel processo di prevenzione, struttura e dinamica. Dalla teoria…

Venerdì p.   …. alle esperienze dei partecipanti. Studio di caso. Gruppo di Verbania.

Sabato m.  Intervento di Franca Olivetti Manoukian.

VII modulo: APPROCCIO DI COMUNITA’ E VALUTAZIONE (31 maggio-1 giugno 2013, Verbania)

La valutazione è uno dei temi più controversi di tutta la progettazione dell’azione preventiva. Nell’approccio di comunità si muove tra modelli evidence based e posizioni impressionistiche. Come trasformare un obbligo di progetto in uno strumento per orientare e ri-orientare continuamente l’azione sociale alla ricerca di una spiegazione del cambiamento. Uno strumento, una pratica che sappia parlare agli operatori, ai teorici, ai decisori e ai diretti interessati.

Programma:

Venerdì       Alcuni dubbi di un valutatore in crisi. Massimo Santinello.

Sabato m.  Strumenti e metodi per la valutazione. Elena Marta.

 VIII modulo: VALUTAZIONE DEL PERCORSO E PROPOSTE PROGETTUALI (14-15 giugno 2013, Verbania)

Programma:

Venerdì       Elaborazione proposte progettuali dei partecipanti.

Sabato m.  Valutazione del percorso formativo. Gruppo di Verbania, Leopoldo Grosso e Maurizio Coletti.

Evento finale:  Presentazione e discussione progetti partecipanti e consegna attestati (Milano)

Destinatari

Il Corso è rivolto agli operatori delle ASL, degli Enti locali, della Scuola e del Terzo Settore e a professionisti motivati che intendono ampliare le proprie competenze nell’ambito della prevenzione primaria dei comportamenti a rischio nelle età giovanili e si propone, partendo dall’esperienza dei promotori, di mettere a punto un percorso biennale post universitario per operatori della prevenzione 2.0.

Saranno ammessi al corso un numero di partecipanti adeguato a garantire l’attività didattica e di gruppo in possesso dei seguenti requisiti: laurea triennale o titolo equivalente conseguito nell’ambito delle professioni psico-socio-sanitarie ed educative oppure esperienza professionale equivalente nel settore.

L’ammissione al corso avverrà in seguito alla valutazione dei curricula dei candidati da parte di una apposita commissione.

Gli allievi selezionati dovranno perfezionare l’iscrizione all’atto della conferma dell’ammissione.

Équipe scientifica e formativa

Direttore scientifico:                    Pier Cesare Rivoltella

Comitato scientifico:                  Pier Cesare Rivoltella, Emanuela Confalonieri, Mauro Croce, Francesco Garufi, Vittorio Demicheli, Michele Marangi, Gianmaria Ottolini, Massimo Santinello.

 

Comitato di direzione:                Franco Brambilla, Riccardo De Facci, Emilio Ghittoni, Renzo Sandrini.

Docenti:

Pier Cesare Rivoltella                  Professore ordinario di Didattica e Tecnologiedell’istruzione. Università Cattolica di Milano.

Sonia Bella                                   Coordinatrice Politiche giovanili Coop. Lotta Contro l’Emarginazione. Gruppo di Verbania.

Alessandra Carenzio                   Coordinatore area ricerca CREMIT (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’Informazione e alla Tecnologia), Università Cattolica di Milano.

Vincenzo Castelli                         Project Manager del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (C.N.C.A.).

Maurizio Coletti                           Psicologo.

Emanuela Confalonieri               Professore associato in Psicologia dell’educazione e dello sviluppo, Università Cattolica di Milano.

Mauro Croce                               Psicologo, psicoterapeuta e criminologo. Direttore della Struttura di Educazione Sanitaria dell’ASL VCO. Gruppo di Verbania.

Stefano Dal Ry                             Coop. Immagine Comunicazione Servizi. Gruppo di Verbania.

Riccardo De Facci                       Vice presidente C.N.C.A. Coop. Lotta Contro l’Emarginazione.

Vittorio Demicheli                       Epidemiologo. Responsabile Servizi di epidemiologia SSEpi e SeREMI dell’ASL di Alessandria.

Simona Ferrari                              Ricercatore Università Cattolica Milano e coordinatore scientifico del CREMIT.

Chiara Giaccardi                        Professore ordinario di Sociologia e Antropologia dei media, Università Cattolica di Milano.

Ernesto Gianoli                            Professore ordinario di Psicologia dell’educazione, presso l’Istituto Salesiano di Venezia (I.S.R.E.).

Andrea Gnemmi                         Psicologo e psicoterapeuta. Consulente e formatore Associazione Contorno Viola. Gruppo di Verbania.

Riccardo Grassi                           Sociologo. Ricercatore presso l’Istituto SWG.

Leopoldo Grosso                         Psicoterapeuta. Vice presidente Gruppo Abele.

Franca Olivetti Manoukian          Studio APS Milano.

Michele Marangi                          Docente di Media e Società, Università di Torino.

Elena Marta                                 Professore ordinario di Psicologia Sociale e di Psicologia di Comunità, Università Cattolica di Milano.

Gianmaria Ottolini                      Insegnante a riposo. Consulente rete di peer education e collaboratore dell’Associazione Contorno Viola. Gruppo di Verbania.

Camillo Regalia                          Professore ordinario di Psicologia Sociale, Università Cattolica di Milano.

Massimo Santinello                      Professore ordinario di Psicologia di Comunità, Università degli Studi di Padova.

Mauro Vassura                             Psicologo, ricercatore e consulente scolastico. Collaboratore dell’Associazione Contorno Viola. Gruppo di Verbania.

Andrea Zanotti                            Società ICT LBA Consulting. Gruppo di Verbania.

Tutor

L’intero percorso sarà seguito dall’équipe formativa e prevederà un costante tutoraggio nell’accompagnamento e nella conduzione dei gruppi.

Tempi e organizzazione logistica

Il corso verrà attivato a partire dal mese di marzo 2013 per concludersi ai primi di luglio 2013.

I moduli 1, 4 e 5 del corso si svolgeranno a Milano presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, i moduli 2, 3, 6, 7 e 8 a Verbania Pallanza presso Villa Giulia, corso Zanitello, 8 e Villa Bauer, via alla Piana 2, con i seguenti orari: il venerdì dalle 9 alle 18 e il sabato dalle 9 alle 13.

La discussione finale dei progetti dei partecipanti e la consegna degli attestati avverrà presso l’Università Cattolica.

 

Crediti ECM

Il corso è accreditato in Educazione Continua in Medicina al Ministero della Salute per le seguenti figure professionali: medici, psicologi, infermieri, assistenti sanitari ed educatori professionali.

Il Corso rientra nelle iniziative di formazione e aggiornamento del personale della scuola realizzate dalle Università e automaticamente riconosciute dall’Amministrazione scolastica, secondo la normativa vigente, e dà luogo – per insegnanti di ogni ordine e grado – agli effetti giuridici ed economici della partecipazione alle iniziative di formazione.

 

Promotori: Università Cattolica, ASL VCO, Ass. Contorno Viola e Coop. Lotta contro l’Emarginazione.

Con la collaborazione di ICS e LBA.

Si ringrazia: Animazione Sociale, Regione Piemonte, Comune di Verbania e Fondazione Cariplo.

Per informazioni:

Tel. 346 9780665

Facebook: http://www.facebook.com/TraMediaEPeerEducationPerUnaPrevenzione20

Contorno Viola
via San Leonardo, 25/b
28922 Verbania Pallanza
(VB) Italia
Cell.: +39 346 9780665
mail: contornoviola@libero.it

http://www.peer-education.it/

http://www.facebook.com/contorno.viola

“Madre notte” di Kurt Vonnegut

Un’altra faccia della “banalità del male”

La vicenda è tutto sommato semplice. Un giovane americano, Howard W. Campbell Jr., a seguito del trasferimento per lavoro del padre, vive in Germania dal 1923 (quando aveva undici anni). Diventa un noto drammaturgo in lingua tedesca, sposa felicemente una nota attrice di “buona famiglia” e rimane in Germania anche durante la guerra.

Non si occupa di politica ma viene avvicinato da un agente americano che lo “arruola” con la “consegna” di sfruttare le sue relazioni per farsi largo nella gerarchia nazista e passare poi le informazioni. Diventerà infatti stretto collaboratore di Goebbels e gestirà le trasmissioni radiofoniche di propaganda nazista in lingua inglese destinate al pubblico statunitense. Le informazioni spionistiche verranno inviate attraverso modalità in codice (a lui stesso ignoto) durante quelle trasmissioni. Arrestato alla fine della guerra come criminale nazista, verrà salvato dalla rete spionistica USA che gli permetterà di vivere nell’anonimato.

L'edizione SE, Milano 1993

L’edizione SE, Milano 1993

Ma dopo 13 anni, nel 1958, la sua presenza viene resa nota e il “criminale nazista” si trova nel mezzo fra coloro che inferociti lo vogliono punire e filonazisti americani che ne voglio fare il loro eroe. Nel districarsi tra spie USA, russe ed israeliane e fanatici razzisti, alla fine decide di consegnarsi agli israeliani per essere processato.

Il libro si presenta appunto come diario-memoriale del protagonista, destinato ai suoi giudici.

La scrittura è decisamente diversa dai romanzi FS dell’autore: più distesa e riflessiva; anche se il ritmo, con improvvise ed impreviste svolte nella vicenda, ce ne fa a tratti riconoscerne lo stile. Straordinario ad esempio il “cambio di guardia” dei suoi quattro carcerieri: quattro modi radicalmente diversi di esser israeliani e di porsi di fronte alla guerra.

Ma se la vicenda è semplice e ben ritmata, il tema non lo è affatto.

Innanzitutto è esistito un Howard W. Campbell Jr.? Il personaggio lo troviamo anche in “Mattatoio n. 5” a Dresda dove cerca di convincere i prigionieri americani ad arruolarsi nel suo “Corpo americani liberi” che avrebbe dovuto combattere contro i Russi. “Mattatoio n. 5” è stato pubblicato nel 1969, otto anni dopo “Madre notte”, ma sappiamo che era in incubazione da tempo e che come dice lo stesso Kurt “i brani di guerra …sono abbastanza veri”.

Possiamo dunque pensare che, a parte il nome, sia realmente esistito questo americano nazista; è naturalmente lo scrittore ad immaginare che potesse, di nascosto, essere una spia degli alleati.

L'edizione economica Feltrinelli, Milano 2007

L’edizione economica Feltrinelli, Milano 2007

E qui nasce il dilemma.

Gli dice una delle guardie israeliane: “Lei, che io sappia, è l’unica persona a cui morda la coscienza per quel che ha fatto durante la guerra. Tutti gli altri, non importa da che parte stessero … sono convinti che chiunque al posto loro non avrebbe agito diversamente.”

Campbell non aveva ideali, quel che veramente gli interessava era il suo mondo privato, il felice “stato a due” con l’innamorata moglie. Considerava la sua propaganda filo-nazista un insieme di sciocchezze; eppure in molti ne erano influenzati. Era diventato comunque una pedina del regime. Sembra il rovescio del caso Eichmann (cfr. “La banalità del male” di Hannah Arendt): se quest’ultimo era un “colpevole inconsapevole”, Campbell è un “innocente consapevole delle proprie colpe”? Fino a che punto il fingere di essere un criminale fa di te un criminale?

E perché ha accettato di fingere, arruolandosi come spia? Non pare certo per idealità politica di cui non si interessava in alcun modo.

Per il fascino folle del doppio gioco? Per calcolo cinico? comunque fosse andata la guerra sarebbe stato dalla parte dei vincitori; coerente nazista coi nazisti, eroica spia con gli alleati.

E perché vuol esser processato? Per dimostrare la propria innocenza? O per sapere lui stesso se è o no colpevole? O forse perché vuol esser punito?

E gli rimorde veramente la coscienza? Come mai fino al 1958 non ha avuto alcun problema con se stesso? Forse perché, come ci spiega Agnes Heller, la coscienza non risiede dentro di noi ma nell’interfaccia tra noi e gli altri, in quello che la filosofa di Budapest ha chiamato “il potere della vergogna”. Poteva starsene tranquillo nell’anonimato; non più dopo che tutti ormai sapevano che era ancora vivo e le sue “imprese” a fianco di Goebbels riportate alla luce.

A questo punto si rende conto di aver compiuto “crimini contro se stesso”.

E qui l’esito drammatico. La “fata turchina”, il suo arruolatore, contravvenendo all’ordine dei suoi superiori, conferma ai giudici israeliani il suo ruolo di spia. Il processo però non si potrà più fare, ne verrebbe fuori “un putiferio”.

Libero senza processo: “una prospettiva nauseante”.

Non gli resta che eseguire lui stesso la sentenza: “Credo che sia giunta la notte in cui impiccherò Howard W. Campbell Jr., reo di crimini contro se stesso.”

La “madre notte” di faustiana memoria è pronta ad inghiottire chi si è sottomesso ad un patto diabolico.

“Mattatoio n. 5” di Kurt Vonnegut

Il paradosso della realtà

Leggendo “Madre notte” mi son reso conto di non ricordare niente di “Mattatoio n.5” che avevo gustato molti anni fa: mi restava unicamente la sensazione di un libro che mi aveva coinvolto col suo miscuglio di storia vissuta e fantascienza.

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Riprendendolo la prima cosa che ho notato è la scrittura (volutamente) ridotta all’osso, alla massima semplicità, alla banalità quasi. L’ha scritto Vonnegut “nello stile alquanto telegrafico e schizofrenico in uso nel pianeta Tralfamadore donde vengono i dischi volanti” ed è come se l’avesse scritto Kilgore Trout, il più scalcinato e meno letto scrittore di SF che sia mai esistito; … ed anche se fosse realmente esistito, oggi sarebbe senz’altro defunto: “Così va la vita”.

Quest’ultimo è l’insopportabile ritornello (anch’esso tralfamadoriano) che continuamente ci accompagna nella lettura ogni volta che qualcuno (od anche qualcosa) muore. E non solo morti tragiche ma, spesso, morti banali, casuali, individuali o collettive. Perché questo in sostanza è un libro sulla vita e sulla morte.

Ed è ancor più un libro (come sempre con Vonnegut) sul paradosso.

È  pensabile che gli alieni del pianeta Tralfamadore (esseri più simili a piante che ad umani, con un’unica foglia a forma di mano con al centro un occhio) rapiscano con il loro disco volante due umani per metterli nel loro zoo a 713.700.000 miliardi di chilometri dalla terra? Esseri che vivono in un’atmosfera di cianuro e che vanno istantaneamente avanti e indietro sia nello spazio che nel tempo.

È pensabile che Billy non solo sia stato sul pianeta alieno ma che possa anche lui continuamente andar avanti ed indietro nel tempo? È pensabile che Kilgore Trout (lo scalcinato scrittore di SF che per vivere sfrutta ragazzini addetti alla vendita di giornali) sia l’unico ad aver capito i segreti dello spazio-tempo e della quarta dimensione?

È pensabile che dei ragazzini impacciati ed impreparati (la “crociata dei bambini”) vengano mandati allo sbaraglio nella più grande guerra della storia? È pensabile che un adulto insegnante di Liceo raccolga dalle rovine di un’intera città una teiera e per questo processato per saccheggio e fucilato?

È pensabile che le due principali democrazie, in lotta contro il terrore nazista, pianifichino e realizzino il più grande ed atroce bombardamento della storia su di una città indifesa e senza alcun obiettivo militare?

È pensabile che del bombardamento di Dresda che causò più morti (135.000) di ogni altro nella storia (compresi quelli atomici di Hiroshima e Nagasaki) non vi sia memoria e consapevolezza collettiva?

Un libro, certo, contro la guerra (un libro pertanto “inutile”, dice l’autore, come può esserlo un libro “contro i ghiacciai”).

Ma anche un libro antiamericano, antiamericano come può esserlo solo il libro di un americano (così come solo un vero svizzero può scrivere libri veramente anti-svizzeri: cfr Max Frisch).

La firma autoironica di Vonnegut

La firma autoironica di Vonnegut

“L’America è la nazione più ricca del mondo, ma il suo popolo è in gran parte povero, e gli americani poveri tendono ad odiare se stessi”. La povertà vista non come sfortuna o disgrazia, ma come colpa; e quelli mandati in guerra, vestiti in modo goffo, sono esseri disprezzati dai loro superiori e loro stessi senza dignità, incapaci di reciproca solidarietà anche quando vengano fatti prigionieri. All’opposto degli impeccabili soldati inglesi.

E noi non potremmo, da Vittorini in poi, amare gli scrittori americani (e con loro un po’ il loro paese) se non grazie (anche) a questo tipo di scrittori “anti-americani”.

Peer education e new media

Apro questa nuova sezione di fractalia spei connettendo fra loro peer education e new media; non si tratta di una giustapposizione incongrua di due ambiti diversi né di una forzatura, ma da un lato di uno sviluppo della peer education che abbiamo anche chiamato “peer education 2.0”*, dall’altro di una effettiva convergenza fra comunicazione fra pari e comunicazione digitale. Convergenza che trova i suoi riflessi anche terminologici ad esempio nel peer-to­-peer (P2P) che da un lato indica la struttura non gerarchica della rete digitale nell’epoca del 2.0, dall’altro strumenti, pratiche e movimenti di scambio e cooperazione digitale**.

Pensavo per questa introduzione di riprendere e riscrivere una mia nota, di poco meno di due anni fa, sulla abusata espressione di “Virtuale”.

Rileggendola mi son reso conto che non cambierei molto ritrovandomi pienamente ancor oggi con quanto scrissi allora. La ripropongo allora tal e quale.

 

Il Convegno degli indirizzi di Scienze Sociali tenuto a Verbania

Convegno Cobianchi

Si è svolto dal 15 al 18 marzo 2011 a Verbania il Convegno “Crescere, apprendere, partecipare”. I nuovi adolescenti: studenti digitali e futuri cittadini europei. Metodologie e strumenti per affrontare il cambiamento” organizzato dalla rete Passaggi (http://www.scienzesocialiweb.it/) che riunisce gli indirizzi di Scienze sociali di 43  istituti di istruzione secondaria superiore, dislocati in tutto il territorio nazionale.

Come Contorno Viola abbiamo contribuito affrontando il tema della Peer education nel suo impatto con il mondo digitale (Verso una peer education 2.0). Riprendo (e rielaboro) alcune delle cose dette in quella occasione.

 

Virtuale: una parola “trappola”

La parola virtuale è risuonata più volte durante il convegno sia come aggettivo (amico virtuale, luogo di incontro o “parchetto” virtuale ecc.) che come sostantivo (il, nel virtuale …).

Mi sono tornati visivamente alla mente i primi telefoni che ricordo. Non avevo ancora cinque anni. Alta Val Formazza, presso le case dei custodi delle dighe che erano anche utilizzate da escursionisti e villeggianti come rifugio e ristoro, appeso al muro non mancava mai il telefono a manovella e con auricolare “indipendente” collegato al filo: era la linea interna della Edison che collegava l’intero sistema di dighe e centrali ossolane. Un sistema efficiente e, come seppi molto più tardi, utilizzato qualche anno prima anche dalla Resistenza.

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E poi il “cassone” nero a cornetta, fisso al muro, installato nell’antistudio di mio padre, con il suo suono trillante al massimo volume per poter esser sentito anche dai piani superiori della nostra casa. La collocazione (il luogo e l’altezza) chiariva ulteriormente che poteva essere utilizzato solo “dai grandi”.

A nessuno allora sarebbe mai venuto in mente di chiamare “virtuale” quel tipo di comunicazione. Era una realtà nuova la cui utilità e potenzialità era immediatamente percepita.

Perché si utilizza “virtuale” per la comunicazione digitale? Non una definizione, un nome preciso ma una sorta di categoria ontologica: virtuale evidentemente si oppone a “reale” il che rimanda a illusorietà, irrealtà, fuga dalla realtà ecc. Ma dal punto di vista ontologico (o se vogliamo del grado di realtà) non c’è nessuna diversità tra suoni e immagini del web e quelli di telefono, cinema e tv; cambiano solo modalità tecniche e supporti fisici.

Mi pare che in questo utilizzo della parola rispetto alla possibile (ma discutibile) “categoria” (virtuale come nuova forma di “immaginario”, di “fantastico”) prevalga la connotazione negativa appunto di fuga dal reale, di fittizio, di illusorio, di mascheramento ecc.

Ebbene questo utilizzo diventa allora una “trappola”, una schermatura che impedisce a molti adulti di vedere quel mondo e di capirne “utilità e potenzialità”. Una sorta di pregiudizio preventivo che, qui, impedisce di comprendere le nuove modalità fruitive (informazione, musica, video …), creative  e comunicative tra i giovani che si inventano nuove modalità relazionali e si svincolano dal prepotere del mezzo televisivo nonché, al di là del mediterraneo, il carattere dirompente di una forma di comunicazione orizzontale che sfugge a controlli e censure degli autoritari potentati locali.

Direi anche un utilizzo ideologico di “virtuale”, se non fosse che “ideologia” ed “ideologico” sono anch’esse diventate parole ideologiche, parole ormai sempre più utilizzate per imporre la dittatura del mercato e delle sue leggi contro ogni valore ed istanza alternativa; “parole trappola” anch’esse.

C’è chi al  posto di “virtuale” preferisce utilizzare le espressioni “estensione della realtà” e “realtà estesa (o espansa)”. L’espressione mi sembra corretta ma con una precisazione: questa è una realtà nuova, estesa (la tecnologia da sempre ha prodotto una estensione della realtà) per noi che siamo a cavallo tra il prima e il dopo, che abbiamo visto comparire e diffondersi le nuove tecnologie digitali. Non lo è per chi oggi (e ancor più domani) se la trova davanti. Come, che so, per tutti noi bicicletta e radio son sempre stati parte della realtà. E nessuno si vantava allora di non andare in bicicletta o di non ascoltare la radio mentre sino a non molto tempo fa si potevano sentire adulti che vantavano il non utilizzo del cellulare e che oggi dichiarano, ad es., di esser assolutamente “contrari” all’uso di Facebook.

Certo, un disagio c’è. Un rovesciamento generazionale rispetto alle competenze e all’utilizzo delle nuove tecnologie. Come ricordavo all’inizio, quando noi eravamo “piccoli”, il telefono (e poi ad es. lo scooter) erano “per i grandi” e progenitori e fratelli maggiori fungevano da trainer rispetto a quelle tecnologie. Ora sono sempre più spesso i “piccoli” a far da trainer agli adulti per l’utilizzo delle tecnologie digitali.

Non è una scusa per non addentrarvici. Anche perché questo rovesciamento ci permette di ridefinire il nostro ruolo e la nostra autorevolezza di adulti su qualcosa di più stabile rispetto al continuo evolvere delle tecnologie.

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* Verso una peer education 2.0?, ASL VCO – Associazione Contorno Viola, Supplemento ad Animazione sociale n. 3 2011, a cura di Gianmaria Ottolini

** Cfr. l’intervista a Michel Bauwens, animatore della P2P foundation, apparsa recentemente su il manifesto: http://www.uninomade.org/intervista-a-michel-bauwens/

Giovani e lavoro: la video inchiesta dei peer

Una video inchiesta

Il tema del lavoro per i giovani sta forse, seppur timidamente, entrando nelle agende politiche di questa fase elettorale, anche se, a me pare, più come “punto” a fianco di molti altri che come urgenza centrale dell’attuale fase socioeconomica. Analogamente le proposte nel merito sembrano spesso più discendere da impostazioni generali di politica economica che da una conoscenza e una riflessione sulle dinamiche attuali delle esperienze e del vissuto dei giovani.

Per avviare un discorso e un confronto su questo tema inizio con il ripercorrere l’esperienza della video inchiesta realizzata dalla rete dei peer educator del VCO, coordinati da Claudia Ratti di Contorno Viola e con la regia di Lorenzo Camocardi.

Il progetto (Tra precarietà e innovazione. Video inchiesta su giovani e lavoro nella provincia del Verbano Cusio Ossola), realizzato in due fasi (2011 e 2012), è stato finanziato dalla Comunità Europea (programma Gioventù in azione). Tra le finalità dichiarate, oltre quelle di indagine e di mobilitazione diretta dei giovani, quella di ri-orientare le politiche giovanili (e non solo) su “temi quali il lavoro, l’occupazione, le nuove attività lavorative, la valorizzazione e l’estensione del capitale sociale e delle reti”.

La prima fase (2011) si è concretizzata con nove interviste suddivise nelle tre aree del VCO e a loro volta differenziate per categorie di situazioni: la precarietà, il positivo inserimento in attività innovative nella nostra provincia ed infine la fuga dal VCO con interviste di giovani che hanno trovato lavoro all’estero.

Questa fase si è conclusa con la presentazione pubblica dell’inchiesta il 29 ottobre 2011 presso lo spazio di coworking (LIP) al Forum di Omegna; erano presenti il giornalista economico Walter Passerini, Maurizio Colombo della camera di Commercio del VCO e Giovanni Campagnoli della cooperativa Vedogiovane.

La seconda fase (2012), con altre nove interviste,  si è invece concentrata sui settori lavorativi dove più facilmente è possibile per i giovani del nostro territorio trovare occupazione e in particolare: green economy, scuola e formazione, turismo. Si sarebbe voluto ampliare il campo ad altri settori (es. agro pastorale), ma il budget limitato non lo ha consentito. La scaletta di queste interviste, rispetto a quella della prima fase incentrata sui percorsi di vita e di lavoro individuali, era maggiormente orientata a considerare il settore di lavoro nelle sue caratteristiche (punti forti e punti deboli) e potenzialità future.

La presentazione è avvenuta al Kantiere di Verbania Possaccio il 24 ottobre 2012 con la partecipazione di Giacomo Molinari di Libera, Marco Tosi di Associazioni a Distinguere e  Davide Lo Duca del Consorzio delle Cooperative Sociali.

Il logo della video-inchiesta

Il logo della video-inchiesta

Prime riflessioni

Le categorie con cui organizziamo la nostra conoscenza e comprensione della realtà (e della realtà sociale in particolare) se da un lato sono indispensabili (non esiste sguardo ingenuo) dall’altro possono spesso esser fuorvianti. Ce ne siamo accorti durante le nostre prime nove interviste: se le tre categorie utilizzate (precarietà, innovazione, fuga) sembravano indicare tre situazioni decisamente diverse e non sovrapponibili, i percorsi di vita dei giovani intervistati spesso erano molto simili indipendentemente dal modo in cui li avevamo “categorizzati”: comune a tutti era la ricerca di un lavoro significativo in relazione alle aspirazioni e agli interessi personali. Es. la “precaria” intervistata aveva a sua volta vissuto l’esperienza all’estero, esperienza vista come arricchimento da “giocare” nella ricerca (e/o “nell’invenzione”) di un lavoro in loco.

La stessa distinzione, proposta da Passerini, fra “lavoro dipendente” e “lavoro intraprendente” * se da un punto di vista economico e normativo è indiscutibile, non sembra corrispondere ai vissuti e alla “forma mentis” dei giovani. Il musicista che fatica a trovar lavoro specifico è lavoratore dipendente in quanto insegnante di scuola media, ma il suo lavoro “dipendente e precario” si affianca a molteplici attività formative e intraprendenti volte a irrobustire e realizzare la propria passione musicale. Lo stesso per la bibliotecaria che grazie al servizio civile ha trovato quella che aspira diventi la propria “professione di vita”.

La specificità che emerge dall’esperienza dei giovani all’estero sembra esser data non tanto nella “fuga”, ma nel contesto: la meraviglia di aver trovato persone che per prima cosa chiedevano loro cosa sapessero fare e non la consueta domanda preliminare: “Quanti anni hai?”.

Qui in Italia abbiamo veramente da combattere una battaglia culturale contro un pregiudizio anti-giovanile tipico di un paese invecchiato; lo abbiamo visto a partire dagli uomini di governo che a turno hanno affibbiato ai giovani appellativi quali “bamboccioni”, “sfigati”. “choosy”; e lo vivono i giovani che nei colloqui di lavoro vedono spesso considerare la loro bassa età come sinonimo di incompetenza, se non  peggio (inaffidabilità, incostanza ecc.).

Che i giovani cerchino esperienze altrove (altre province, regioni o stati) non è di per sé negativo, anzi! Il fatto è che nella nostra provincia il flusso è praticamente solo in uscita e per chi volesse ritornare le difficoltà sono quasi sempre insormontabili. È comunque significativo che nei nuovi settori, ancor molto limitati, abbiamo anche incontrato alcuni esempi di flusso verso il VCO; questa, in germe, è l’unica prospettiva che abbiamo per arrestare un declino che si ripercuote in un invecchiamento progressivo della popolazione.

Concludendo, in entrambe le fasi della video inchiesta si sono incontrati giovani con percorsi complessi, percorsi formativi non limitati all’esperienza scolastica di base (specializzazioni, corsi di approfondimento ecc.) e percorsi di lavoro aperti a ventaglio (stages, servizio civile, apprendistato …) dove l’esigenza continuamente sottolineata era quella della ricerca di soddisfazione personale nel loro lavoro e dove le esperienze pregresse erano vissute come arricchimento e chance per il futuro. Insomma giovani ben lontani dall’immagine stereotipata di giovani schizzinosi alla ricerca del facile posto fisso. Certo la consapevolezza della situazione difficile e l’incertezza legata alla precarietà pesano molto, ma non si è incontrata rassegnazione, anzi!

Timidi consigli

È possibile trarre da queste interviste qualche consiglio per i più giovani che iniziano ad affacciarsi al mondo del lavoro, andando oltre ai suggerimenti più ovvi spesso ripetuti (imparate le lingue straniere, informatevi sulle offerte di lavoro, imparate a redigere il vostro curricolo ecc.)? Tenendo conto che siamo in una situazione in rapida evoluzione e che spesso i giovani vedono con più lungimiranza degli anziani, penso comunque di sì.

La crisi pesa soprattutto sulla disoccupazione giovanile: il tasso di disoccupazione 15-24 anni [rapporto disoccupati/occupati] dal 2007 al 2012 in Italia è passato dal 21 al 37,1% e non sembra destinato a diminuire. Il lavoro dipendente, soprattutto nelle aziende più grandi, è quello che diminuisce maggiormente rispetto alle varie forme di lavoro non dipendente.

In sostanza la crisi (dal verbo greco krinõ : scegliere, decidere) impone delle scelte, la ricerca di nuove strade. Se sinora si è parlato di “ricerca del lavoro” bisogna ampliare la prospettiva ed affiancare a “cercare” anche “immaginare-inventare-intraprendere” un lavoro.

In questa prospettiva gli ingredienti fondamentali diventano:

  •  l’accumulo e la messa a frutto di esperienze formative e lavorative (stages, campi di lavoro, servizio civile …) arricchenti
  • un continuo incremento del proprio capitale sociale (la rete di relazioni “gratuite” di fiducia sia con altri giovani che con adulti)
  • esser parte attiva in luoghi ed iniziative di incontro (tempo libero, associazionismo ecc.)
  • seguire e coltivare i propri interessi, le proprie inclinazioni  e passioni
  • unirsi e confrontarsi con chi ha le stesse propensioni (di persona, ma anche sul web)
  • progettare e sperimentare in modo cooperativo.

Un viaggio, un articolo su una rivista, un video, un incontro con una persona nuova, una chiacchierata fra amici può dar vita ad un’intuizione, ad un progetto. Talvolta basta il coraggio a dargli gambe per intraprendere un percorso lavorativo pieno di possibilità.

È sufficiente tutto questo per invertire il trend della disoccupazione giovanile? Certamente no!

Il mondo adulto e in particolare i decisori politici devono fare la loro parte. Ma su questo ho intenzione di soffermarmi in un prossimo post.

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* Walter Passerini – Antonella Galletta, Ricomincio da me. Dal lavoro dipendente al lavoro intraprendente, Etas, Milano 2008

LINK di riferimento

La prima video inchiesta (2011)

Precarietà

Innovazione

Fuga

La seconda video inchiesta (2012)

Settori: Futuro sostenibile, Qui scuola, Tutoring, Verso un turismo differente

Video: http://www.youtube.com/watch?v=H97seXvRoh0

Backstage (2011 e 2012): http://www.youtube.com/watch?v=0V6KtrV1a7o

Il servizio del Tg di VCO azzurra TV : http://www.youtube.com/watch?v=RDHPl5kHrpI