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Risposta politica al femminicidio

Ritorno dopo una settimana sul tema del femminicidio e constato per prima cosa come in questi pochi giorni il numero di “omicidi di donne in quanto donne” sia aumentato di almeno altre cinque vittime.

Non è mia intenzione monitorare il tragico fenomeno (ho già indicato siti che adempiono a questo doveroso ricordo) ma quella di approfondire ulteriormente il discorso.

 

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Le riflessioni sul femminicidio di Sonia e Andrea

 Riprendo a distanza di due mesi e mezzo le riflessioni di Sonia ed Andrea tentando di organizzare una risposta al loro contributo. Risposta non facile sia per la complessità del loro intervento sia perché mi trovo in una situazione un po’ particolare. Capita spesso in un confronto di condividere le premesse ma non le conclusioni e /o implicazioni. In questo caso mi è capitato un po’ il contrario. Condivido buona parte delle indicazioni e proposte ma non mi trovo in sintonia con un certo numero di premesse.

Non solo per una diversità di approccio: se la loro ottica è ovviamente psicoanalitica (lacaniana in particolare) la mia è prevalentemente storica e psico-sociale; anche su alcuni punti specifici, dati di fatto, direi, non mi ritrovo completamente. Ne indico alcuni.

  • Il problema di fondo non è già il femminicidio…, ma l’omicidio e l’uso della violenza reale (fisica). Penso invece, come gran parte di coloro che si occupano della questione, che il femminicidio non sia riconducibile ed assimilabile tout court ad un omicidio (di una donna) ma sia appunto un omicidio di una donna in quanto donna che ha modalità riconoscibili. Secondo “i dati dell’OMS: la prima causa di uccisione nel Mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio (da parte di persone conosciute). Negli anni Novanta il dato non era noto, e quando alcune criminologhe femministe verificarono questa triste realtà, decisero di “nominarla”. Fu una scelta politica: la categoria criminologica del femmicidio introduceva un’ottica di genere nello studio di crimini “neutri” e consentiva di rendere visibile il fenomeno, spiegarlo, potenziare l’efficacia delle risposte punitive.” [1]

E con femminicidio si indica non solo l’atto dell’omicidio ma il percorso di isolamento sociale, persecuzione e violenza, che precede (e preannuncia) l’omicidio (o il suo tentativo).

  • D’accordo sulla necessità di superare le “tipizzazioni” e l’incasellamento, (gli autori sono sia mariti e partner che ex; padri, ma anche figli e fratelli; italiani e stranieri; e, non secondario, di tutti i ceti sociali) nonché le semplici “stigmatizzazioni morali” perché questi atti “parlano di noi a noi stessi”. Proprio per questo mi pare necessario uno sguardo di genere maschile, complementare a quello femminile che sinora è stato quasi l’unico ad affrontare il fenomeno. Sguardo maschile non per una “banale autocritica” ma per capire le dinamiche e individuare i percorsi per poterne rovesciarne il segno.
  • D’accordo pure sulla assenza del terzo e sulla sua necessità; non lo vedrei però solo come interlocutore nelle forze dell’ordine e nella giustizia di un tribunale presente effettivamente (e perciò anche psicologicamente) a cui la donna in pericolo personale sappia di potersi rivolgere e contare. Penso anche ad una rete sociale e di prevenzione (sportelli antiviolenza, case delle donne ecc.) che laddove vi sono (e sono finanziate, es. l’Austria) sappiano dare risposte efficaci. Leggendo i casi specifici (ad esempio quelli raccolti da Iacona [2]) la donna vittimizzata è spesso sottoposta ad un progressivo isolamento dal suo contesto familiare (la famiglia d’origine), amicale e sociale ed obbligata ad una relazione sempre più esclusiva. La violenza si introduce progressivamente come costrizione e come contrasto ad ogni ricerca di autonomia e ribellione.
  • E veniamo al punto di maggior differenza: la violenza – quando è riferibile ad un fenomeno storico e sociale di grande rilevanza  come lo è senz’altro il femminicidio – è riconducibile al fondamento insociabile della sessualità e alla interiore (interiorizzata) violenza simbolica costituente la premessa a cui segue la violenza reale, sebbene non giustificata sul piano della norma sociale? A parte il fatto che da tempo nutro forti dubbi sulla centralità dell’Es e ne condivida le critiche, oggi più frequenti [3], che sottolineano la prevalenza psicosociale del “noi”, nell’affrontare altre forme storiche (es. l’olocausto) e sociali (es. il bullismo nella scuola [4]) di violenza ho sempre considerato rilevanti le “pressioni sociali” sull’azione individuale. Pressioni sociali che per il femminicidio agiscono non solo nelle società tradizionalmente patriarcali ma anche, seppur in forma meno palese, anche nella nostra società e che, a mio parere, occorrerebbe indagare con maggiore attenzione.
  • Non basta inoltre femminilizzare i “corpi dello stato”, anche se questo ha certo avuto una notevole efficacia per polizia e magistratura; non altrettanto è avvenuto per l’esercito.  Non mi sembra assolutamente sostenibile che “la vera rivoluzione politica nella storia dell’Esercito non è stata la sua professionalizzazione, ma l’inserimento nei suoi ranghi delle donne, con conseguente disturbo del fantasma omosessuale che regolava le relazioni tra i militari e che prendeva la forma del “nonnismo”.” Basta ad e. aver seguito il caso di Melania Rea (e le cronache ci hanno riempito di particolari raccapriccianti) per aver saputo quanto avveniva nella caserma dove operava il marito, per cui direi invece che la pratica sociale del nonnismo (regolatrice dei rapporti interni di potere) si è senza difficoltà trasferita anche sulle reclute femminili. E come non ricordare l’infinito scandalo degli stupri nell’esercito USA con ben 3.192 denunce in un solo anno.
Frame dal documentario “The Invisible War”

Frame dal documentario “The Invisible War”

  • Responsabilità: si può esser d’accordo nell’ottica della responsabilizzazione, dell’assunzione di responsabilità, ovvero nel promuovere un principio di precauzione: un legame, una relazione invece che arricchente reciprocamente, di messa in relazione profonda di due mondi diversi che si integrano e si aprono all’esterno può diventare esclusivo, di progressiva chiusura in un circolo vizioso di possesso e sottomissione. Ed è bene che i campanelli d’allarme (interni ed esterni alla coppia) suonino quanto prima. E direi inoltre che un tale “principio di precauzione sentimentale” dovrebbe riguardare entrambi i generi, lei e lui, perché l’avvitamento distruttivo riguarda entrambi i partner e gli altri possibili membri della famiglia (i figli, se vi sono, in primo luogo).

Una risposta politica

Senz’altro, convengo, la risposta ha da esser politica sia nel senso che deve riguardare la ricostruzione di un patto sociale tra le donne e le istituzioni dello stato, sia nel senso che deve coinvolgere attivamente, a più livelli, i decisori politici, sia perché riguarda i comportamenti pubblici dei cittadini in quanto tali.

Non è ammissibile che le donne che hanno il coraggio di denunciare persecuzioni, violenze, stalking non siano (e non si sentano) protette; ed è quello che sovente accade. Se un medico, dopo aver accertato una malattia non prende le misure previste per la presa in carico del malato e per la sua cura, ne paga giustamente le conseguenze sia sul piano professionale che su quello penale. Altrettanto dovrebbe avvenire quando i segnali (e le denunce) di una violenza contro una donna si sono manifestati: se i funzionari dello stato nelle loro attività giuridiche e di tutela non provvedono a prendere in carico la donna in pericolo mettendo in atto tutte le possibili misure di protezione dovrebbero esser ritenuti professionalmente e penalmente responsabili.

Naturalmente perché questo avvenga sono necessari strumenti legislativi attualmente assenti. È buon segno che la nuova legislatura abbia visto, in particolare da parte della nuova presidente della Camera, dei segnali di sensibilità in tal senso richiamando la urgente necessità di una specifica legislazione [5].

Sul piano della cittadinanza ritengo non solo occorra una battaglia contro tutto ciò che degrada e mercifica le donne (TV e pubblicità, ma anche discorsi da bar, film, ecc), ma il far rientrare nella formazione dei giovani alla cittadinanza anche il tema dei diritti di genere. Ad esempio uno strumento come il documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, dovrebbe entrare nelle scuole superiori al pari di film e documentari sulla legalità e su altri temi di formazione civile.

Come sottolineavo nel mio precedente post, in questi ultimi mesi si è rotto il muro del silenzio e il tema del femminicidio e della violenza di genere è ormai sulla scena pubblica. Ritengo sia necessario andare oltre alla denuncia e approfondire il tema della prevenzione sia tenendo conto delle esperienze in atto che delle riflessioni più generali sui parametri e sulle metodologie della prevenzione in una società complessa, in continua trasformazione, e dove le nuove tecnologie hanno un ruolo crescente nelle relazioni fra le persone. Perché chiunque abbia esperienza di prevenzione sa come le campagne pubbliche di opinione non siano affatto sufficienti a prevenire i fenomeni sociali e i comportamenti  a rischio. Ed anche perché una nuova legislazione sulla violenza di genere non dovrebbe, a mio parere, limitarsi ad individuare e punire la specificità dei reati e prevedere le tutele giudiziarie e delle forze di polizia nei confronti delle vittime, ma anche indirizzare e finanziare in modo organico e diffuso nel territorio strumenti e strutture specifiche di prevenzione.

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1. Perché si chiama femminicidio di Barbara Spinelli.

2. Riccardo Iacona: Se questi sono gli uomini, Chiarelettere, Milano 2012. Cfr anche  la trasmissione, visionabile on-line, Azione diretta.

3. Oltre a quelle note di Todorov, cfr. ad es la rassegna della controversia egoismo/altruismo in E. Ripamonti, Collaborare. Metodi partecipativi per il sociale, Carocci, Roma 2011 e M. Tomasello, Altruisti nati, Bollati Boringhieri, Torino 2010.

4. cfr. G. Ottolini e altri, Il bullismo dalla foto al video. Un percorso nel Verbano-Cusio-Ossola, Supplemento ad Animazione sociale n. 3 2009.

5. Sia nel discorso di insediamento dove Laura Boldrini ha esplicitamente citato l’umiliazione delle donne che subiscono violenza travestita da amore, sia in una recente lettera al Corriere della Sera dove, di fronte ai più recenti casi di violenza contro le donne, ribadisce la necessità che l’Italia si doti di una legge contro la ‘violenza di genere’.

Femminicidi 2013. Il silenzio si è rotto?

Alla fine del 2012 erano 123 (sino a 135 secondo altre fonti [1]) i femminicidi, ovvero gli omicidi di donne in quanto donne [2] . Il triste conteggio non si è fermato e a metà aprile si contano già 30 vittime dall’inizio dell’anno [3].

Nulla è allora mutato dopo il clamore e le reazioni all’iniziativa del parroco di Lerci?

Mi sembra di poter affermare – e non solo perché questo blog è dedicato ai “frammenti di speranza” – che il clima è in parte cambiato, soprattutto per quanto concerne l’attenzione e la conoscenza delle dimensioni del fenomeno. Molte sono state, in questi tre mesi e mezzo, le iniziative e ne ricordo brevemente alcune.

Alcune di forte impatto mediatico, altre di maggior approfondimento: il monologo di Luciana Littizzetto al Festival di Sanremo che si conclude riprendendo il ballo One Billion Rising lanciato a scala planetaria per  V-Day 2013.

Questo l’appello che l’ha lanciato a scala planetaria:

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Spero che abbiate guardato bene il mondo fino a ieri, perché da oggi ne inizia uno nuovo fatto di miliardi di donne, uomini, ragazzi e ragazze che non stanno a guardare e che invece di stare a casa a lamentarsi scendono in piazza e ballano per dire no alla violenza sulle donne e sulle ragazze!

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In Italia il 14 febbraio vi hanno partecipato oltre 300mila persone, 400 associazioni con 250 eventi nelle piazze di ogni parte del paese [4].

Il 24 febbraio Rai 3 mette in onda, nella trasmissione Azione diretta, lo straordinario servizio di Riccardo Iacona sui femminicidi avvenuti in Italia nel 2012 e sulle (poche) strutture esistenti di contrasto alla violenza di genere e di aiuto e protezione per le donne abusate (Centri antiviolenza aderenti alla  Rete nazionale 1522 e a DiRe Donne in Rete contro la violenza ) .[5]

Il 5 aprile è stata presenta l’anteprima di Ferite a morte,  spettacolo coordinato da Serena Dandini con la partecipazione di numerose attrici, scrittrici e giornaliste (Lella Costa, Concita De Gregorio, Piera Degli Esposti, Donatella Finocchiaro e tante altre); lo spettacolo è stato anche presentato alla Biennale della Democrazia di Torino.

 Sul piano internazionale  è bene ancora ricordare  come a  New York, nel mese di marzo, si sia firmata la Carta ONU contro la violenza di genere e il femminicidio, grazie a 131 sì di altrettanti paesi, un solo no (la Libia post rivoluzione!) e cinque riserve (Iran, Sudan, Arabia Saudita, Qatar e Honduras). Un testo di 17 pagine elaborato dalla Commissione sulla condizione della donna (Csw. Commission on the Status of Women) [6].

Non dimenticando, sul piano locale, oltre alla partecipazione al V-Day 2013 del 14 febbraio, le molteplici iniziative culminate nel periodo dell’8 marzo e in particolare quelle realizzate a Domodossola (Stop alla violenza sulle donne e allo Stalking)  coordinate dallo Sportello Donna gestito dalla cooperativa La Bitta: conferenze, spettacoli e sagome di donne ospitate nei locali commerciali della città riportanti le “ordinarie storie (violente) di vicinato” che riguardano direttamente il nostro territorio; dicono le organizzatrici:

Il fenomeno della violenza di genere è trasversale: non conosce differenze di ceto, origine, religione o grado d’istruzione.  Nel Verbano Cusio Ossola,  in due anni, si sono registrati 100 casi di violenza, 12 di stalking e 10 tentati omicidi. Dati allarmanti che emergeranno con azioni ed espressioni diverse negli incontri, performance e spettacoli che si realizzeranno nel mese di marzo nella città di Domodossola.

da LaStampa.it: Domo, testimonianze di donne contro la violenza

da LaStampa.it :  Domo, testimonianze di donne contro la violenza

La violenza continua, ma il silenzio sembra essersi si è rotto.

Non possiamo in alcun modo accontentarci sia perché l’aver spezzato la barriera del silenzio non implica automaticamente una riduzione delle violenze e anche perché la quasi totalità delle iniziative e delle parole scritte ed ascoltate, con pochissime eccezioni [7], provengono dall’universo femminile. Il genere maschile per ora tace, al più limitandosi a dichiarare la solidarietà nei confronti delle iniziative in campo. Occorre un lavoro di scandaglio dentro le ombre del nostro genere, ombre interiori e ombre culturali. Solo il giorno che vi saranno almeno altrettante iniziative maschili forse potremmo dire che violenze di genere e femminicidi sono destinati ad uscire di scena.

E nel frattempo compito prioritario dei decisori politici, uomini e donne, dal parlamento, alle strutture sanitarie, alle amministrazioni locali, è quello di interrogarsi ed attivarsi per rendere realmente efficaci le normative di contrasto e le strutture di prevenzione.

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1. Il 2012 si è chiuso con 135 donne uccise e un numero imprecisato di tentati assassini.

2. Sul termine “femminicidio” cfr. Perché si chiama femminicidio di Barbara Spinelli e il testo della stessa autrice: Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento internazionale, Franco Angeli, Milano 2008. È bene precisare come l’autrice non sia la nota giornalista, figlia di Altiero, ma una più giovane omonima avvocata e studiosa di diritto internazionale.

3. Un ricordo di ciascuna di loro su la 27ma ora sul sito del Corriere della Sera.  “Uccise. Da mariti, fidanzati, spasimanti… Ma anche vittime di rapinatori o di uomini semplicemente violenti, anche per motivi futili. Avremmo voluto annunciare un 2013 senza femminicidi. Non è così, la conta è già iniziata. A ciascuna delle donne uccise dedichiamo un ricordo che per quanto breve servirà a non dimenticarle” . Una iniziativa analoga, con anche foto e informazioni sugli uomini omicidi in In quanto donna.

4. Il V-Day  – dove V sta per Valentino, ma anche Vittoria e Vagina –  è stato creato a New York da Ensler, nel 1998, autrice dei «Monologhi della Vagina». Il video di lancio del ballo è stato girato con l’aiuto del filmaker sudafricano Tony Stroebel. Sulla partecipazione italiana cfr. Le due donne al vertice del movimento globale contro la violenza sulle donne.

5. La trasmissione, visionabile al link del testo, riprende il libro inchiesta, dello stesso Iacona: Se questi sono gli uomini, Chiarelettere, Milano 2012.

6. Cfr. i seguenti link: All’Onu si parla di femminicidio; Carta Onu contro il femminicidio; Violenza contro le donne, la strage senza fine ; La commissione CEDAW alle Nazioni Unite per la 57ma sessione della Commissione sulla condizione delle donne. .

7. Ad es. l’intervista di Marina Caleffi al poeta Roberto Mussapi: Caro maschio io mi vergogno. E tu? sul sito di NoiDonne.

Il punto politico (8 aprile 2013): tra schizofrenie e speranze

Nuvoloni neri e stagnanti sopra il cielo dell’Italia. Stallo sino alle elezioni del nuovo Presidente della Repubblica? Segnali contraddittori e qualche raggio di speranza.

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La linea di Bersani (governo del cambiamento), ci dicono a gran voce i giornali più diffusi, è in grave crisi all’interno del PD, tanto che adesso viene osteggiata (pare) anche da chi sino a ieri aveva appoggiato lo smacchiator di giaguari. Bisogna trattare col PDL, prender atto che l’unico leader legittimato del centrodestra è Berlusconi, Renzi in gran spolvero con sondaggi (virtuali) su una sua gran (possibile) vittoria in caso di nuove elezioni. Insomma tutti contro Bersani e la sua linea che porta al vicolo cieco.

 Ignazio Marino stravince le primarie come candidato sindaco del centrosinistra. Una ottima notizia per Roma e per la sinistra. Ma in assoluta controtendenza con quanto sopra. Insomma il popolo del centrosinistra (che è affluito in massa alle primarie) vota in modo plebiscitario per il candidato sostenuto da Bersani e da Vendola e umiliato quelli sostenuti da Renzi, Veltroni e compagnia bella. I casi sono tre: o non capisco io, o non capiscono gli elettori o non capiscono i fautori (diretti e indiretti) dell’inciucio. E gli elettori del centrosinistra si mostrano testardi privilegiando una scelta di netta demarcazione con il centrodestra.

 Marine Le Pen si dichiara entusiasta del successo di Grillo e della sua politica di rifiuto di alleanza con ogni partito con affermazioni del tutto consonanti: “Penso che non si possano risolvere i problemi con quelli che li hanno creati.[1]

Nello stesso tempo individua una vicinanza fra lei (rappresentante dell’estrema destra francese) e Grillo, ma anche tra Grillo e Berlusconi: “ il voto degli italiani ha espresso un chiaro euroscettiscismo, sia nel voto al Movimento 5 Stelle, sia nel voto a Silvio Berlusconi. La maggioranza degli italiani oggi è critica nei confronti nell’euro”.

La situazione politica italiana è confusa per noi, figuriamoci se vista d’oltralpe. Oppure no?

Provo a semplificare e interpretare; naturalmente di quanto sotto son responsabile solo io ed è possibile che i fatti mi smentiscano assai presto. Ci provo lo stesso.

1. Gli elettori. Sono stanchi, arrabbiati, sfiduciati nei partiti, vogliono cambiamenti e uscita dalla crisi. In grande maggioranza non vogliono più il centrodestra e Berlusconi (che è quello che ha perso più voti in assoluto e in percentuale). Con grosse differenze fra generazioni, tra aree del paese e, non ultimo, tra chi usa spesso la rete  (e sono moltissimi) e gli altri. E con oscillazioni rapide dove, in questa fase di incertezza, la ricerca del nuovo sembra assolutamente prevalere.

2. Il centro. È politicamente scomparso e lo stesso Casini oggi dice di aver sbagliato a puntare su Monti e che in futuro (lui spera di averlo ancora!) dovrà scegliere se schierarsi con il csx o il cdx. Il preannuncio di un ritorno al vecchio ovile della “casa delle libertà”?

3. Il centrodestra. Sembra che solo Berlusconi riesca a tenerlo insieme (con Maroni pupazzo nelle sue mani più di quanto non lo fosse Bossi prima) e allora l’unica strategia è quella di tirare in lungo mantenendo la situazione in fibrillazione perché l’unico vero obiettivo è quello di salvare il leader dai processi ottenendo continui rinvii, garanzie e prescrizioni. La minaccia delle elezioni è solo tattica, mentre la garanzia di impunità strategica. Ed un governo PD – PDL e un presidente della Repubblica amico darebbero senz’altro maggiori tutele al cavaliere.

4. M5S e Grillo. Nessun accordo con i partiti. Lo hanno sempre detto e già molto prima delle elezioni sostenevo che questa posizione ha in sé una radice totalitaria. Sembra che alcune dichiarazioni vadano in questo senso (Vogliamo avere il 100% dei parlamentari). Il che potrebbe spiegare la schizofrenia delle recenti dichiarazioni: no all’accordo col PD e no (gli italiani prenderebbero i bastoni!) all’inciucio PD-PDL e no ai governi tecnici. Insomma no a qualsiasi governo possibile. Impedire ogni soluzione per tornare al voto e avere la maggioranza assoluta.

Un dubbio (e ringrazio Fabio Lavagno per avermelo insinuato): è realistica questa posizione? In realtà sancirebbe la piena sconfitta del centro-sinistra e la rimessa in pieno gioco del centro-destra. Allora la strategia nascosta potrebbe esser questa:

FASE 1. Mettere fuori gioco il PD che diventa l’obiettivo polemico principale (basta scorrere il blog di Grillo per accertarsene).

FASE 2. Ritorno ad un bipolarismo, questa volta centrodestra – M5S: con buone possibilità di vittoria elettorale avendo assorbito gran parte dei voti di un csx sfasciato e anche un po’ di voti di leghisti delusi.

Perché strategia “nascosta”? Perché se fosse così, è evidente che il nemico principale non è (almeno in questa fase politica) il centrodestra e Berlusconi ma il centrosinistra e Bersani; ma questo gli elettori del M5S (anche quelli contrari alla fiducia a Bersani) non lo capirebbero proprio. Il nemico primo per loro (almeno in grandissima maggioranza) – come per quelli del csx –  è senz’altro Berlusconi.

5. Partito Democratico. La linea “governo del cambiamento” è l’unica (se quanto sopra è corretto) in grado sia di uscire dallo stallo che di dare una prospettiva al centrosinistra e alla crisi del paese. Un qualsiasi accordo (diretto o indiretto) di governo col PDL non sarebbe assolutamente approvato dagli elettori e produrrebbe il suicidio del PD e del csx. Insomma l’avversario da sconfiggere in questa fase è Berlusconi e il berlusconismo.

Perché questa prospettiva è così osteggiata all’interno del PD e crescono le sirene dell’inciucio? Penso che non sia solo il crescere delle difficoltà (in buona parte dovute anche all’ostilità di Napolitano a questa prospettiva) ma anche alla crescente consapevolezza che la linea Bersani non potrà passare in modo tranquillo, ma dovrà produrre cambiamenti a tutti i livelli (istituzionali, politici, economici ecc.). Può passare solo se il PD e il csx cambiano significativamente e abbandonano le vecchie abitudini e nomenclature, se si introducono cambiamenti istituzionali, e se si riesce nel contempo a rompere l’accerchiamento congiunto di M5S e PDL facendo emergere le contraddizioni al loro interno. Rendendo anche esplicite le loro strategie (cfr. sopra). Insomma o è cambiamento davvero o non passa; e questo spaventa molti.

Qual è la speranza? Che Bersani tenga la barra, che si arrivi alla elezione di un Presidente della Repubblica al di fuori delle vecchie nomenclature, di garanzia e di legalità per il paese e non di conservazione e impunità a Berlusconi. E dopo le elezioni, se l’ostracismo verso un governo Bersani da parte di tutti i parlamentari M5S perdurasse, avere il coraggio di proporre un altro nome che sparigli i giochi: un eventuale passo indietro personale per far vincere la linea del cambiamento. E la sinistra potrebbe allora rimescolarsi. E magari nascere anche una destra europea e non populista, una destra moderna. E pertanto una dialettica democratica che ci riporti in pieno in un orizzonte democratico.

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1. http://www.polisblog.it/post/72145/beppe-grillo-marine-le-pen-movimento-5-stelle

Ombrello, accappatoio e fragilità varie

Agosto 1987. Usciamo, dopo la visita, dalla Fortezza dello Spielberg, e siamo investiti da un acquazzone. Mentre corriamo per le vie di Brno per recuperare la nostra Fiat 127 che ci avrebbe riportato al campeggio – collocato a fianco del circuito Masaryk del motomondiale – vediamo in una vetrina due ombrelli pieghevoli. Non costano molto e per di più abbiamo corone in abbondanza perché due notti prima, mentre transitavamo da Bratislava, due agenti ci avevano fermato ed accusati (ingiustamente) di esser passati col rosso; risultato: ci hanno costretti a cambiare un po’ delle nostre lire con le loro corone (naturalmente al cambio che a lor dire era quello ufficiale).

Gli ombrelli non erano certo di colore accattivante (arancione e nero) ma sembravano solidi e di facile apertura. La custodia tubolare di plastica nera abbastanza massiccia vagamente similpelle.

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Non solo hanno funzionato benissimo, ma se uno dei due, qualche anno fa, l’ho prestato a non so più chi e naturalmente non l’ho più rivisto, l’altro l’ho ancora nel mio bagagliaio e mi serve nei casi d’emergenza. Certo l’arancione si è un po’ stinto e una o due bacchette hanno qualche piccolo segno di ruggine.

Circa cinque anni fa a Roma, in analoga situazione, ho preso da un ambulante un pieghevole ad apertura automatica e già al secondo utilizzo non si è più ripiegato correttamente ed è rapidamente finito tra i rottami.

Nell’estate 1985 eravamo in Slovenia (allora Jugoslavia) e in uno spaccio della Elan, la mitica marca degli sci di Stenmark, ho tra l’altro acquistato un accappatoio di spugna con i tipici e sgargianti colori a strisce su fondo nero. Ancor oggi è il mio accappatoio ed ha l’unico difetto – temo dovuto alla mia attuale stazza – di essermi diventato leggermente stretto; non penso comunque di separarmene. Dopo oltre trentacinque anni ne sono chiaramente affezionato.

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Non sto facendo un panegirico dell’allora socialismo reale.

Sempre negli anni ottanta, 1984 circa, questa volta da noi, ho acquistato una sega elettrica di discreta potenza della Bosch da tenere in baita e a tutt’oggi funziona benissimo; quando alla fine degli anni ’90, dopo aver cambiato casa, ho acquistato un nuovo aspirapolvere mi sono orientato, pieno di fiducia, verso la Bosch. Dopo circa tre anni ho dovuto cambiarlo per una serie di difetti e fragilità del materiale.

 Sega elettrica Bosch

Obsolescenza programmata

 Queste piccole esperienze di vita quotidiana mi son venute in mente leggendo giovedì su La Stampa [1], e sentendo il giorno dopo in un analogo servizio sul TG2, la notizia dell’indagine, realizzata per conto dei parlamentari verdi tedeschi, sulla obsolescenza programmata diventata pratica costante delle industrie, in particolare di elettrodomestici.

Scopro così che la pratica non è nuovissima: già nel 1924 i produttori di lampadine concordarono in cartello la durata media delle lampadine da 2500 a 1000 ore e negli anni ’40 la Dupont, inventrice delle calze di Nylon, ordinò ai tecnici di peggiorare il prodotto perché su quello originario non si producevano smagliature. Per non parlare dell’oggi, dalle lavatrici che si rompono non appena scade la garanzia, alle batterie di cellulari e iPod che durano pochissimo e alla non sostituibilità di gran parte dei componenti delle novità tecnologiche.

Tra fragilità e sobrietà

La società dei consumi, che così velocemente si trasforma ed ha il bisogno continuo di creare nuovi consumi (la società liquida nella definizione di Bauman) è doppiamente fragile. Ha bisogno di creare prodotti fragili, di breve durata, di indurre un consumo artificiale diminuendo la qualità dei prodotti.

Molti adulti si lamentano della “fragilità” dei loro figli e dei giovani in generale.

Non è forse che siamo stati noi delle generazioni precedenti ad immetterli in un mondo fragile e che, in fondo, quella che chiamiamo “fragilità giovanile” non sia altro che una sintonia fra loro ed il loro mondo (che è anche il nostro)?

E, forse, la crisi che stiamo vivendo può essere anche una occasione per una revisione delle nostre modalità di consumo? Senza nemmeno tirare in ballo la “decrescita felice” incominciare noi stessi ad abbandonare il consumo di bassa qualità (e ovviamente ogni “usa e getta”) per prodotti di maggiore qualità di materiali, di fabbricazione, di possibilità di riparazione. Ponderare cioè con maggiore attenzione i nostri acquisti. Una ragionata sobrietà.

Il mio nipotino si rivolge solitamente al sottoscritto quando un giocattolo si rompe. Non ho grandi competenze tecniche ma un pochino cerco di arrangiarmi. E quando son costretto a dirgli Guarda che questo non si può più aggiustare, mi guarda un po’ meravigliato.

Dovremmo tutti riacquistare questa capacità di meravigliarci.

Post-riflessioni

Rileggendo quanto sopra mi son chiesto: ho scritto l’ennesima invettiva – di fatto retrò – contro il consumismo, la società moderna e in fin dei conti contro l’innovazione?

Non era l’intenzione ma forse qualche precisazione occorre:

  • Innanzitutto bisogna distinguere fra un bene strumentale (es. l’aspirapolvere) del quale è giusto pretendere che sia ben costruito, riparabile e con materiali duraturi e un bene mediatico/cognitivo dove se c’è obsolescenza questa dovrebbe esser legata alle effettive innovazioni e non alle batterie ricaricabili che perdono rapidamente la capacità o a componenti sostituibili ma non reperibili.
  • C’è in sostanza una bella differenza fra l’obsolescenza programmata e quella tecnologica che di fatto riguarda soprattutto certi settori (i new media in particolare) dove il nuovo prodotto è in grado di offrire effettivamente una gamma più ampia/potente di servizi (es. dal cellulare allo smartphone). Io in genere quando c’è un salto di generazione (e non solo di linea), aspetto che il nuovo prodotto si assesti sia come versione (le prime hanno in genere qualche difetto che viene rapidamente assestato dalle versioni successive) che come prezzo.
  • In definitiva c’è un problema di libertà di scelta: non obbligata (il bene si è rotto e non è riparabile) e non indotta (es. un cambiamento solo estetico), ma l’offerta effettiva di un prodotto che mi apre nuove possibilità: il confine, non sempre evidente, fra marketing e innovazione.

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[1] Scaricabile all’indirizzo: www.swas.polito.it/services/Rassegna_Stampa/articolo.asp?ID=4028-169061538.pdf .

In rete gli articoli e i post apparsi in pochi giorni su questo tema sono tantissimi.

Ad es.:  http://www.lettera43.it/stili-vita/elettrodomestici-programmati-per-rompersi_4367588439.htm ,

http://www.novambiente.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3252:programmati-per-autodistruggersi-la-vita-breve-di-cellulari-e-lavatrici&catid=48:rifiuti&Itemid=219 ,

http://www.agi.it/estero/notizie/201303201311-est-rt10172-germania_elettrodomestici_programmati_per_rompersi_dopo_garanzia

Prevenzione fra pari

• L’orizzonte della comunità
•  Peer education: modelli e pratiche
Presentazione al Corso
Tra media e peer education.
Verbania  22 marzo 2013
Presentazione PPT
                PDF Scaricabile  >>                      Ottolini – Prevenzione fra pari

Considerazioni post elettorali di un candidato “in fondo lista”

Per cominciare

Subito dopo il voto, il 26 febbraio ho scritto questa nota su facebook, trovando molte condivisioni

 Io, in controtendenza, sono moderatamente soddisfatto.
Nessuno ha vinto, questa è una lettura possibile che porta però all’ingovernabilità e magari allo sfacelo economico.
Io dico invece: uno senz’altro ha perso. Si chiama Monti e ha perso il suo duplice progetto, quello di una austerità senza sviluppo fatta pagare ai ceti più poveri e, l’altro corno del suo progetto, essere centrali su mandato di oltreTevere per impedire una laicizzazione del paese.
Allora hanno poi vinto in tre (che corrisponde al fatto che il paese è diviso in tre: centrodestra, centrosinistra, m5stelle).
Il centrosinistra ha vinto sul piano numerico e istituzionale, il movimento 5stelle sul piano morale, il centro destra sul piano tattico.
Infatti il centrodestra aveva un solo obiettivo: impedire la vittoria del centrosinistra al senato e ci è riuscito. Il M5S quello di scompaginare il quadro e ci è riuscito.
Che fare?
Il PDL in questi momenti esce allo scoperto: vuol fare l’inciucio col PD.
Se il PD vuole autodistruggersi, può farlo.
Io penso che la strada sia un’altra. Confrontarsi seriamente con le istanze di radicale cambiamento che il voto ha dimostrato mettendosi seriamente a confronto con M5S e facendo proposte che vanno in quella direzione.
E, nel nostro piccolo, come SEL dobbiamo essere inflessibili su questa strada.
Grande è il disordine sotto il cielo dell’Italia.
La situazione non è eccellente, ma forse nemmeno disastrosa.
Auguri Italia.

elezioni

La strada intrapresa da Bersani è andata in questa direzione, ma non con sufficiente forza, anche a causa di forti resistenze all’interno del PD e, come ogni giorno è più evidente, per l’opposizione di Napolitano che probabilmente ha in mente altre soluzioni. Per cui la coalizione che ha preso più voti alla camera e al senato rischia di essere la vera perdente, e la tutto sommato debole vittoria tattica del PDL essere ancora vincente almeno nel prolungare i tempi dei processi del suo leader avvicinando la prescrizione, essendosi ormai definito il suo orientamento verso nuove elezioni e il suo unico orizzonte quello della difesa ad oltranza degli interessi economici e giudiziari del suo leader.

La scelta di M5S di impedire un governo identificabile col PD e comunque di negare ogni fiducia a governi non targati M5S, se non si trova qualche marchingegno istituzionale di compromesso, porterà probabilmente a nuove elezioni, a questo punto non so a vantaggio di chi (socialmente e politicamente). Magari proprio a vantaggio del centro destra che sembrava aver giocato tutte le sue cartucce nelle ultime elezioni ed aver ottenuto un parziale successo tattico senza però ulteriore prospettiva.

In attesa che il quadro si chiarisca penso che una riflessione più a fondo sia necessaria sia sulla “non vittoria” che sul futuro della sinistra e di SEL in particolare.

SEL: una mancata novità

La prima osservazione è che, pur presentandosi per la prima volta alle elezioni nazionali, Sinistra Ecologia Libertà non è apparsa come qualcosa di nuovo, ma di già visto ed appannato.

Un motivo è dato evidentemente dalla scelta (comunque giusta) di agire in coalizione e pertanto, dopo l’esito delle primarie, di non avere un proprio candidato a premier. Questo ha oggettivamente messo in secondo piano la nostra presenza e facilitato una oscurazione da parte dei media.

Ma penso che vi sia molto altro.

Come sottolineavo in alcune mie note (ora ripubblicate nel mio blog [1]) quando SEL stava nascendo, la sua novità era di presentarsi abbastanza esplicitamente nel panorama politico come portatrice di una visione a più dimensioni (o a più assi) dell’azione politica. Non solo sinistra vs destra, libertà vs autorità e potere, ecologia vs economia (riassunti dalla nuova denominazione) ma anche, suggerivo, autonomismo vs centralismo e comunità vs individualismo, al passo con la complessità e le trasformazioni del mondo attuale.

Benvenuta_sinistra_corto_verde

Eppure la sottolineatura della campagna elettorale è stata tutta sulla “sinistra” come lo slogan centrale (Benvenuta sinistra) ha rimarcato.

Durante la campagna elettorale, sia negli incontri pubblici che in molti incontri con “cittadini” – anche con quelli che, con una certa confusione sulla legge elettorale, affermavano che mi avrebbero votato – sono emerse osservazioni di questo tipo:

–          Ma cosa vuol dire oggi sinistra?

–          Non si capisce più tanto qual è la differenza fra destra e sinistra.

–          Non credo più che la sinistra porti al cambiamento.

Tralascio naturalmente le osservazioni relative a “casta”, “politici tutti uguali” ecc. che ci davano comunque un segnale di un sentire diffuso che si è poi espresso nel voto.

La questione che voglio porre è questa: se sinistra ha significato soprattutto la (giustissima) difesa dei lavoratori FIOM attaccati dalla Fiat e dall’abolizione dell’art. 18 e più in generale la tutela dei soggetti più deboli, come questo messaggio “di sinistra” avrebbe potuto proporsi quale indicazione di forte di cambiamento all’intero paese?

Se è giusto affermare che la campagna elettorale di Bersani (il suo orribile “Smacchiamo il giaguaro”) sia stata autoreferenziale, che si sia cioè rivolta soprattutto al popolo delle primarie, non è forse vero che anche noi siamo stati autoreferenziali? Che, magari troppo preoccupati della “concorrenza” di Rivoluzione Civile, ci siamo rivolti “alla sinistra” (a noi stessi) e non siamo stati in grado di prospettare con chiarezza un deciso cambiamento e un’uscita dalla crisi che parlasse ad una platea molto più vasta?

In politica oltre al livello dell’orientamento complessivo di un partito, dei suoi valori e della sua strategia, vi è poi – in particolare in campagna elettorale – quello della individuazione di un obiettivo a breve termine chiaro e comprensibile. E tanto è più chiaro e comprensibile, tanto più è facile da raggiungere. Berlusconi e il PDL ne avevano uno evidente: impedire la maggioranza del centrosinistra al senato, la Lega il governo delle tre grandi regioni del Nord. Pur perdendo molti voti, entrambi hanno raggiunto il loro obiettivo.

Il Movimento 5 Stelle aveva una parola d’ordine chiara: “Mandiamoli tutti a casa” e ci sta riuscendo.

E noi? Smacchiamo il giaguaro e Benvenuta sinistra erano allusioni (diventate illusioni) e non certo obiettivi espliciti.

Io penso che un obiettivo chiaro e centrale avrebbe potuto esserci, un obiettivo che avrebbe parlato a tutti e non solo a noi stessi: quello del “lavoro per i giovani”.

Come dicevo in uno mio recente post:

“non solo perché è il tema più importante per il futuro della nostra società, ma anche perché avere come sguardo centrale quello dell’incremento dell’occupazione giovanile significa affrontare in modo trasversale gran parte delle tematiche di una possibile azione governativa: da quello dello sviluppo sostenibile e della green economy, a quello della tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale ed artistico, a quello dello sviluppo dei servizi sociali (es. un piano di nuovi asili nido statali), a quello delle politiche di genere (che parità può esserci se le giovani donne sono soprattutto quelle che soffrono maggiormente la disoccupazione), alla lotta al lavoro e all’economia sommersa (che pesa ben per il 17% dell’intera nostra economia) che si basa sul lavoro nero di molti giovani che non han trovato altre possibilità, sino ad arrivare al riconoscimento dei diritti individuali delle giovani coppie di fatto (omo ed etero) che oggi spesso non sono in grado di organizzare il loro futuro (dall’affitto della casa, all’accesso dei mutui ecc, alle tutele reciproche sul piano sanitario e giuridico).” [2]

A cui si può aggiungere il tema del “Reddito minimo garantito” che è stato nostra battaglia, con la raccolta delle firme sul disegno di legge di iniziativa popolare; ma mi è sembrato anch’esso un po’ oscurato nella campagna elettorale: reddito da intendere come ammortizzatore sociale universalistico e quale sostegno attivo ai soggetti in cerca di occupazione e strumento di tutela nei confronti del ricatto del lavoro nero e sottopagato.

La politica a più dimensioni come chiave di lettura. La Lega

Una visione a più dimensioni della politica non solo permette un’azione più articolata e aderente alla complessità e fluidità del mondo attuale, ma può anche costituire una chiave di lettura che ci permette di affrontare e capire nuovi soggetti politici.

Infatti quando un movimento politico emerge assumendo come centrale una dimensione diversa da quella destra / sinistra, i partiti tradizionali rimangono spiazzati, in certi casi direi afasici.

In passato abbiamo avuto l’esempio della difficoltà a rapportarsi con il soggetto emergente della Lega che privilegiava le dimensioni centro >> periferia e individuo >> comunità. Infatti se l’avversario politico affronta un tema incentrandolo in particolare su di una (o due) delle cinque dimensioni, la risposta non può essere solo su di un altro asse della politica. Ad esempio il tema della immigrazione affrontato nelle dimensioni della legalità (autorità/libertà) e della comunità; spesso la risposta della sinistra è stata solo sul piano dell’eguaglianza (i diritti umani dei migranti) senza contrapporre all’idea leghista di comunità chiusa ed autoritaria una propria concezione (e delle precise proposte) di comunità aperta ed accogliente, capace di integrare trasformandosi ed in quanto tale più serena e sicura. Con l’esito che si è spesso data l’impressione di parlare d’altro per poi magari rincorrere il leghismo sulle politiche securitarie quando si vede che queste sono diventate popolari.

Il comunitarismo rozzo della Lega, dicevo tempo fa, va affrontato sul suo piano, contrapponendo una idea alternativa di comunità e smascherandone il carattere ideologico.

“Vi è un comunitarismo rozzo ed identitario che concepisce la “comunità” come un aggregato di “identici” che affonda le sue “radici” nel territorio (sangue e suolo), che pensa di rafforzarsi chiudendosi rispetto all’esterno, che esalta in modo ideologico l’essere identici e a tal fine inventa miti e simboli identitari (magari mescolando simbologie celtiche, neopagane e cristiane). Un comunitarismo conservatore che può anche avvicinarsi a qualcosa di simile al nazismo (i miti celtici/ariani della razza). Comunitarismo che va affrontato in primo luogo smascherandone il suo carattere ideologico che nasconde la realtà effettiva (nessuna comunità è comunità di identici) sia la sua fragilità teorica: la teoria dei sistemi per prima cosa ci insegna che un sistema chiuso è un sistema fragile, non in grado di rinnovarsi e riadattarsi ai mutamenti, al contrario dei sistemi aperti; la psicologia sociale sottolinea la “forza dei legami deboli” ovvero la capacità di apertura ed innovazione di cui possono esser portatori quei collegamenti (ponti) anche episodici che un individuo, una rete sociale, una comunità hanno con individui, reti e comunità esterne; la storia ci mostra come le grandi civiltà (da quella greca a quella nord americana) siano nate da un “crogiolo” (melting pot), da una fusione creativa di culture, lingue, tradizioni diverse; e si potrebbe continuare.” [3]

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 Certo oggi la lega si è trasformata in qualcosa di diverso, ben insediata nel potere economico e amministrativo, saldamente legata al PDL, molto simile ad un partito da “prima repubblica” e oramai refrattaria ai numerosi scandali in cui è coinvolta (Finmeccanica, Sanità lombarda, testata “Nord Ovest” per dire i più recenti) con numerose fratture i dissidi interni e un significativo il calo di consensi elettorali sia in Piemonte e in Veneto che nella stessa Lombardia. Eppure il suo progetto secessionista (la macroregione del Nord) prosegue e in periodo di crisi può costituire una lacerazione irreparabile del paese e della stessa Europa.

Il Movimento 5 Stelle

Di questi tempi sul M5S c’è un’analisi molto gettonata, ripresa da più organi di stampa e radiotelevisivi (da Internazionale a il manifesto e Repubblica, da Gal Lerner a Radio 3 ecc.) e che, a quanto pare, piace anche a molti militanti di sinistra: quella dei Wu Ming [4].

Wu ming

A me sembra frutto di una lettura schematica e auto consolatoria, e soprattutto che non aiuta a capire e pertanto a fronteggiare politicamente la novità e il successo del movimento di Grillo.

Provo a riassumerla:

  • I grillini si dicono “né di destra né di sinistra”. Ma questa affermazione è tipica dei movimenti di destra radicale, come a suo tempo lo fu il fascismo.
  • Sia certi contenuti che l’analisi del voto permette di individuare il peso determinante di questo “cripto-fascismo”:

“Nella storia d’Italia … dalla palude del “né di destra né di sinistra” sono usciti vapori che il vento ha sempre portato a destra. Di destra – e addirittura totalitaria – è l’idea di futuro espressa nel video di Casaleggio Gaia, il futuro della politica. Di destra sono certe posizioni sugli immigrati. Di destra (ex-leghista, ex-berlusconiano, ex-neofascista, e il prefisso “ex” lo usiamo con le pinze) è circa il 40% del voto preso alle politiche. A Bologna, secondo l’Istituto Cattaneo, il 12% del voto grillino proviene dalla destra radicale. A Torino è il 10%. Questi elementi di destra finora sono rimasti coperti da un manto di confusionismo: dire “né destra, né sinistra” serve a questo, ecco perché diciamo che nel M5S c’è del “criptofascismo”, del fascismo nascosto”. [5]

  • Il loro discorso “confusionario” permette di catturare anche il voto di sinistra: “Ma la macchina grillina cattura e semplifica anche elementi e parole d’ordine di sinistra, e conquista voto di sinistra. Qui sta la contraddizione principale, il grosso nodo che dovrà venire al pettine: molte persone di sinistra han votato una forza sostanzialmente di destra”. [5]
  • La loro funzione è stata quella di difendere l’esistente, di “costituire un tappo” contro la forza e l’espansione dei movimenti.

“Nonostante le apparenze e le retoriche rivoluzionarie, crediamo che negli ultimi anni il Movimento 5 stelle sia stato un efficiente difensore dell’esistente. Una forza che ha fatto da “tappo” e stabilizzato il sistema. …

Da noi, una grossa quota di “indignazione” è stata intercettata e organizzata da Grillo e Casaleggio – due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing – in un franchise politico/aziendale con tanto di copyright e trademark, un “movimento” rigidamente controllato e mobilitato da un vertice, che raccatta e ripropone rivendicazioni e parole d’ordine dei movimenti sociali, ma le mescola ad apologie del capitalismo “sano” e a discorsi superficiali incentrati sull’onestà del singolo politico/amministratore, in un programma confusionista dove coesistono proposte liberiste e antiliberiste, centraliste e federaliste, libertarie e forcaiole. Un programma passepartout e “dove prendo prendo”, tipico di un movimento diversivo”. [6]

  • Bisogna “smascherare” il carattere reazionario, di destra per provocare un rivolta dentro il M5S e farne esplodere le contraddizioni fra destra (che dirige il movimento) e sinistra che è stata accalappiata.

“Per «tifare rivolta dentro il M5S» noi intendiamo l’auspicio che le contraddizioni si acuiscano ed esplodano. … noi ci auguriamo spaccature verticali e orizzontali, e su questioni concrete. Saranno le battaglie specifiche a mettere i grillini «di sinistra» di fronte a scelte che ormai non sono procrastinabili”. [7]

Perché considero questa analisi fuorviante?

Innanzitutto “i movimenti” sono per loro natura oscillanti, esplodono si espandono e defluiscono e il loro deflusso non necessariamente è carsico. I tentativi di costruire “forze politiche” basate sui movimenti sono sempre falliti. Ci può essere dialogo e contaminazione ma non trasferimento o incapsulamento: il piano d’azione dei movimenti e quello delle forze politiche sono diversi. Se c’è riflusso dipende o da una esplicita repressione (es. Genova) o dall’esaurirsi di una fase di crescita per la difficoltà (o l’incapacità) di raggiungere obiettivi condivisi.

Ma il difetto maggiore della lettura dei Wu Ming mi pare proprio nell’uso della chiave interpretativa “destra-sinistra” applicata a M5S; chiave di lettura che mi pare poi portare ad una grossa ingenuità: il pensare che basti “smascherare” il carattere “di destra” del movimento per farne esplodere le contraddizioni.

Come d’altro canto sostenere che la provenienza da destra di molti dei voti caratterizzi in quel senso il movimento. Nei momenti di crisi e trasformazione le appartenenze d’origine possono essere scompaginate. Basti pensare alla Resistenza. Il nostro grande partigiano Vermicelli ci raccontava sempre (e l’ha esplicitato nel suo bellissimo romanzo) come la maggior parte dei giovani partigiani avessero avuto una formazione fascista. E quanti giovani del ’68 provenivano da famiglie moderate o addirittura di destra? E, all’incontrario, quanti voti operai e di sinistra sono stati intercettati dalla Lega nel periodo della sua massima estensione? Diremmo allora la Resistenza e il ’68 erano in gran parte di destra e la Lega di sinistra? Evidentemente no.

Anch’io penso che sia necessario far esplodere le contraddizioni interne al M5S, ma questo significa capirlo e prenderlo sul serio.

programma 5 stelle

La lettura del loro programma non dà molti lumi, oltre a quello della grande fiducia in Internet che compare in più punti quale strumento di libertà, trasparenza e facilitazione. Per il resto si tratta di punti molto frammentati e in più aspetti fra loro non congruenti e talora contraddittori. Ad esempio la centralità della scuola pubblica (Risorse finanziarie dello Stato erogate solo alla scuola pubblica) come si concilia con l’Abolizione del valore legale dei titoli di studio e l’Integrazione Università/Aziende.

Penso comunque che la quasi totalità degli elettori di M5S non abbia mai letto il loro programma e che il motivo della loro”presa” sull’elettorato sia un altro. Certo lo sfogo alla rabbia, gli effetti diffusi della crisi economica, la crisi di credibilità dei partiti ma anche più profondamente qualcos’altro.

Due mi paiono gli strumenti (le chiavi o gli assi) che mi sembrano utili a capire, uno sociale e uno politico.

  • Società “liquida e precaria” VS rete informatica che facilita e ci rende “liberi”.

Da un lato abbiamo una società che si trasforma sempre più rapidamente (società “liquido-moderna” dove dice Bauman: “le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure” [8], dove la precarietà non caratterizza solo i disoccupati e i lavoratori atipici, ma diventa condizione oggettiva e soggettiva sempre più estesa.

“Il precariato è un concetto derivante dalla parola francese ‘précarité’, incertezza. Per quanto poco rimanga della classe operaia, i suoi membri continuano ad alzarsi ogni mattina e a guardare se i giornali riportano annunci di bancarotta o esuberi. Se per oggi non trovano nulla ne sono sollevati, ma non smettono di preoccuparsi di ciò che potrà accadere domani. Sono precari. Ma non è più solo la classe operaia a rientrare nel precariato: anche la classe media oggi ne fa parte.” [9]

In questa situazione di diffusa incertezza la rete offre due caratteristiche rassicuranti. In primo luogo l’assenza di mediazioni, il poter saltare le intermediazioni sociali nonché le limitazioni di spazio e tempo. Se per cercare un libro dovevo andare in biblioteca o in libreria e chiedere agli addetti, oggi basta che mi connetta, posso acquistarlo on-line o consultarlo con l’eBook. Quando finisco di lavorare lo sportello della banca è chiuso: utilizzo allora l’Home Banking. Non ho più bisogno di chiedere all’insegnante o all’esperto: vado su Wikipedia. Insomma supero le intermediazioni e le cristallizzazioni burocratiche. E nelle relazioni mi sento libero:

“Quando creiamo un network di relazioni … siamo noi al centro, il fulcro attorno al quale è strutturata la rete. Siamo noi a scegliere e questo ci risulta semplice. Per selezionare o deselezionare basta premere pochi tasti. I nuovi strumenti di imput basati sul sistema ottico cancellano addirittura la necessità di avere una tastiera per premere i pulsanti. Perciò è tutto molto facile. Ci sentiamo liberi. Se qualcosa non ci piace, possiamo cambiare social network o semplicemente cancellare i dati di alcune persone che non vogliamo più contattare.” [10]

Ora, se “mi volto dall’altra parte” dello schermo le difficoltà, le incertezze, le cristallizzazioni e le rigidità sociali mi diventano intollerabili. Ho sperimentato libertà, facilità di accesso, trasparenza e voglio trasferirle nella vita quotidiana. Di qui la rabbia contro burocrazie, caste, privilegi, limitazioni. La “casta politica” diventa il mio primo avversario (il più visibile e con più discredito).

La prima osservazione è che la contraddizione è reale, non è frutto di un’illusione. Se posso evadere un bollettino di pagamento on-line riesco a farlo anche la sera dopo cena, mentre se devo andare in posta devo mettermi in coda (coda ogni volta più lunga per i tagli del personale, per l’aumento dei servizi “offerti” che prolungano i tempi, per il numero crescente di personale precario e pertanto poco pratico). E allora la mia rabbia prima si rivolge a chi sta dietro lo sportello, poi uscito dall’ufficio postale la razionalizzo e la rivolgo contro chi reputo responsabile di quella situazione di crescente disservizio: i politici.

  •  Individuo VS comunità, fra società in presenza e rete.

Dicevo prima che il programma non ci dice molto per capire M5S; di più la premessa al programma sul blog:

“Il MoVimento 5 Stelle è una libera associazione di cittadini. Non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Non ideologie di sinistra o di destra, ma idee. Vuole realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità dei cittadini il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi”.

È l’esplicitazione del motto “uno vale uno” e della volontà di realizzare una società senza mediazioni politiche, sindacali ecc. , in sostanza di realizzare nella società quella libertà, capacità di scelta ecc. che viviamo nel web.

Ma è proprio così? In un mio precedente post [11] sostengo l’inopportunità della parola “virtuale” per definire il web che va invece inteso non come qualcosa di irreale ma come una “estensione della realtà”, come ogni altro prodotto della tecnologia. Questo non significa che il mondo del web sia trasparente, come d’altronde non lo è la società. È esperienza comune di chi naviga e utilizza piattaforme 2.0 il chiedersi “chi ci sta dietro?”, ovvero l’interrogarsi sulla mediazione tecnologica nascosta che facilita la messa e lo scambio in rete. Allo stesso modo, quando in un social network cambiano le regole (del format, del numero possibile di messaggi, di ciò che puoi o non puoi postare ecc.) il constatare che la mia libertà di movimento e comunicazione ha dei limiti e dei vincoli che qualcuno, molto in alto e molto lontano, decide senza nessuna possibilità di controllo. Vale cioè in rete la struttura (grande orizzontalità in basso, centralizzazione del controllo molto in alto) che secondo molti studi caratterizza il capitalismo cognitivo.

E il movimento di Grillo si caratterizza esattamente in questo modo: uno vale uno; ogni militante (cittadino) vale per uno ma ce n’è uno (anzi due: il proprietario e il “tecnico”) che vale per tutti.

La domanda è: questo modello di assenza di corpi intermedi e di centralizzazione dall’alto è anche quello che si vuole realizzare a livello politico?

Osserva Marco Bascetta:

“Grillo ha parlato chiaro: «nessun governo con i partiti», il che significa anche «nessun governo dei partiti». Procediamo allora per esclusione. Nella modernità, le forme note di un governo senza partiti sono: a) il partito unico in tutte le sue varianti storiche; b) il governo tecnico, dal collegio dei professori alla giunta militare; c) dispositivi di autogoverno comunitario a guida autoritaria come la Jamahiriya teorizzata da Gheddafi nel suo “Libro verde”. La prima forma, pur continuando a guidare il paese più popoloso e l’economia più dinamica del mondo, è decisamente fuori moda. La seconda è o un governo dei partiti mascherato o una feroce dittatura. La terza, in versione meno beduina e più telematica, è decisamente la più vicina all’ideologia del M5S. Il “Libro verde” teorizzava infatti una partecipazione di base diretta esercitata in assemblee e comitati popolari, “garantita” da una guida ideale e carismatica priva di qualsiasi carica formalizzata, ma dotata di un formidabile potere informale. … Il Colonnello aveva battezzato la sua impresa “Terza rivoluzione universale” (dopo il capitalismo e il comunismo) e, senza fare paragoni azzardati o irriverenti, è un’espressione piuttosto consonante con l’aria che tira nelle più ambiziose esternazioni di M5S o nelle visioni fantascientifiche di Roberto Casaleggio.” [12]

Le analogie sono abbastanza impressionanti.

Libro Verde

Gheddafi “nel 1975 ha pubblicato il Libro Verde – opera di un giornalista e scrittore libico, recentemente scomparso – tradotto in quasi tutte le lingue del mondo e distribuito ovunque gratuitamente. Il motto principale del libro è il divieto di ogni forma organizzata della società “Colui che si iscrive a un partito è un traditore”. E per i traditori la condanna è la morte.” [13]

Con una differenza mi pare; se nel modello della Jamahiriya (Stato delle masse) al potere centralizzato dovevano corrispondere alla base i Comitati rivoluzionari, descritti come strutture comunitarie popolari (in realtà erano “retti da loschi personaggi senza scrupoli che hanno scalato il potere in nome del popolo con la forza dell’intimidazione, della sopraffazione, dell’arroganza e della violenza, sia fisica sia psicologica” [14]), nel M5S (che si prefigura come modello totalizzante come ha esplicitato Grillo nell’affermare di volere il 100% del parlamento) alla base sembra prevalere un modello rigorosamente individualistico: ogni cittadino vale uno e non è prevista nessuna struttura organizzata né tanto meno comunitaria. Anzi il percorso sembra proprio quello di una progressiva dissoluzione di qualsiasi legame sociale organizzato e di qualsiasi corpo intermedio.

Questo spiega, a mio parere anche il programma, fatto di singoli e sinteticissimi punti slegati fra di loro. Su ognuno di loro si vota e si decide on-line se è giusto o sbagliato.

Il collegarli fra loro, il metterli in relazione al contesto, l’individuare delle priorità, darebbe vita a degli “orientamenti”, a delle propensioni e, in sostanza a delle “correnti” sia pur di opinione. Che è quello che si vuole assolutamente evitare.

La logica – anzi l’ideologia – è quella del pragmatismo: quello che conta e l’obiettivo e il suo raggiungimento (obiettivi raggiunti e obiettivi da raggiungere).

La complessità della società, il suo progressivo articolarsi e differenziarsi viene ignorata, anzi osteggiata. E allora mi sembra che un confronto politico serio con il M5S debba avvenire proprio su questo terreno. Individuo e comunità. Società che accoglie, ingloba e valorizza le differenze, le culture, le propensioni, o società indifferenziata di singoli individui (“cittadini” anonimi). L’individuo o la comunità, l’io o il noi?

La lotta contro le caste, i privilegi, la semplificazione degli apparati, per una partecipazione dal basso non nella direzione dell’individuo atomizzato, ma dell’individuo socialmente adulto che partecipa attivamente ad una comunità che si feconda nella partecipazione e nella difesa e valorizzazione dei “beni comuni”.

P.S. Il ruolo di Casaleggio. Più interventi in rete e nei media sottolineano il ruolo “ambiguo” del personaggio e i suoi interessi economici che sfrutta a proprio fine il movimento. Personalmente non sono molto interessato a questi aspetti anche perché penso che prima o poi i media (a parte Il fatto quotidiano che ormai è diventato l’organo sempre più esplicito del M5S), esaurita l’esaltazione acritica che sin qui ha prevalso, con qualche inchiesta giornalistica – magari di Report o di chi per lui – sapranno dirci quanto di vero o non vero c’è in queste accuse.

No, quello che mi inquieta è altro: è il suo utopismo apocalittico e millenaristico che prospetta una guerra mondiale ventennale con almeno sei miliardi di morti. E dalle rovine emergerà la felice società di Gaia costituita da migliaia di comunità connesse in rete di uomini “liberi” da ogni pensiero politico e credo ideologico e religioso.

Non è certo la possibile preveggenza del personaggio che mi inquieta (del suo video, Gaia il futuro della politica [15] si può sorridere), ma la sua totale irrazionalità che tendenzialmente può dar vita ad una sorta di religione atea con i caratteri della setta fanatica. Se nel M5S tale tendenza prenderà piede (e mi auguro francamente di no), il confronto diventerà evidentemente sempre più difficile. Motivo in più per iniziarlo da subito e senza tentennamenti questo confronto.

Il nostro patrimonio e le nostre prospettive

Avevo iniziato a scrivere pensando soprattutto a Sinistra Ecologia Libertà e al suo possibile ruolo in questa fase difficile, anche alla luce dei problemi, prima sottolineati, di una campagna elettorale non all’altezza delle nostre prospettive. Ho invece parlato soprattutto del M5S, ma mi è parsa questione fondamentale per poter aprire una discussione ricca e franca sul che fare.

Non va comunque dimenticato che abbiamo raccolto un milione e ottantanovemila voti, con un seppur lieve incremento percentuale (+ 0,1) e assoluto (+ 130mila voti) rispetto alle europee del 2009 quando eravamo ancora con i verdi e i socialisti. Un risultato certamente inferiore alle nostre aspettative, ma comunque un patrimonio che non dobbiamo disperdere ma valorizzare con la capacità di affrontare ed agire di fronte ad una fase del tutto nuova e certamente più difficile.

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E qui vado per punti e per interrogativi perché penso che qui debba concentrarsi il nostro dibattito.

  • Che senso diamo oggi alla parola “sinistra” in una “società liquida” che si trasforma velocemente e che si precarizza sempre di più? Nella nostra storia “sinistra” non è stato solo un “sol dell’avvenire” da realizzare ma soprattutto un soggetto (o soggetti) in cui la prospettiva del cambiamento era in grado di incarnarsi. Parlo di soggetti sociali, che quando il soggetto è venuto ad identificarsi in modo sempre più esclusivo con il partito sono iniziate le aberrazioni che hanno portato al “socialismo“ reale e di cui quelle società – e noi stessi – soffriamo ancora le conseguenze. Quali i luoghi e quali i soggetti oggi? Se la sinistra sta dalla parte del noi e non dell’io, quali risposte sappiamo dare all’individualismo proprietario – in tutte le sue forme – oggi prevalente?
  • Se l’Europa è il nostro orizzonte, che tipo di Europa vogliamo? Siamo sul serio capaci di contrastare la logica del fiscal compact e la finanziarizzazione dell’economia? Qui penso stia soprattutto il nodo del rapporto con i PD; quello su cui non possiamo non dico essere, ma nemmeno apparire, subalterni. O si accetta una priorità “del paese e della sua economia” (e pertanto i parametri imposti) o si rovescia tale priorità incentrandola sui ceti sociali investiti dalla crisi.
  • Come ci rapportiamo con le spinte “anticasta” e di spinta al cambiamento emerse con queste elezioni (e che avremmo dovuto ben più aver presenti). Io non penso con la mitizzazione della rete informatica, che è certo un grande strumento di cambiamento, ma pur sempre uno strumento. Ma con la valorizzazione e l’introduzione di strumenti di democrazia partecipata. Ad iniziare ad esempio dalla riforma radicale dell’istituto del referendum sia abrogativo (con l’abolizione del quorum) che propositivo (con l’obbligo per il parlamento, entro un tempo prefissato, di mettere ai voti la proposta). Con una legge sulla democrazia in fabbrica, la rappresentanza sindacale e l’obbligo della consultazione di tutti i lavoratori per l’approvazione dei contratti.
  • E snellimento di tutti gli apparati (le caste). In particolare quella militare. Non basta recedere totalmente dall’acquisto degli F35 o ritirare i nostri militari dalle missioni all’estero. Va rimesso in discussione il “nuovo modello di difesa” e la sua compatibilità con l’articolo 11 della Costituzione. Modello di difesa che tra l’altro ha aumentato a dismisura la spesa militare mettendola di fatto al di fuori di ogni controllo democratico. Come su Mosaico di Pace viene in più occasioni evidenziato, i costi di qualsiasi fornitura militare (dalla carta igienica al pezzo di ricambio per un qualsiasi automezzo) sono di molte volte superiori a quelli delle commesse civili.
  • Un piano energetico nazionale, fondato sul risparmio energetico e sulle rinnovabili; la messa in sicurezza del territorio e degli edifici pubblici a partire da quelli scolastici; la valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale. Tutte cose che abbiamo ben detto nel nostro programma ma a cui bisogna incominciare a dar gambe sia nazionalmente sia in tutte le amministrazioni in cui siamo presenti.

E tralascio qui i temi dei diritti civili e della laicità, come quelli della lotta alla corruzione e alle mafie non certo perché di minor importanza, ma perche li abbiamo già tutti ben presenti e vengo invece al noi, al come ci pensiamo e strutturiamo come organismo politico. Quando nell’autunno 2009 ero intervenuto sulle nuove dimensioni della politica, prospettavo per SEL l’idea di un partito “a rete”, ovvero a struttura policentrica e in particolare incentrato sui “laboratori”. Le cose non sono andate in quella direzione.

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Di fronte alla evidente crisi della struttura partito ed anche alla constatazione che di fatto in questo modello siamo ricaduti (dagli organismi locali, a quelli provinciali, regionali e nazionali con tanto di federazioni, segreterie e segretari). Penso che su questo dobbiamo cambiare radicalmente non tanto elaborando marchingegni organizzativi ma seguendo, in modo flessibile, alcuni principi di fondo.

  • Ridurre i luoghi e le occasioni in cui si parla “di tutto”, di politica generale ecc.
  • Pensare a organismi tematici nazionali non centralizzati ma distribuiti nel territorio a seconda delle competenze, emergenze e iniziative effettivamente in atto. Organismi in ogni caso aperti a soggetti esterni che non solo “vengono invitati” ma che contribuiscano direttamente all’elaborazione e alle iniziative. A puro titolo di esemplificazione: a Torino una commissione (o come altro la si voglia chiamare) sui diritti e la laicità, in stretto contatto con le Consulte laiche; ad Assisi un nostro organismo sui temi della pace e del disarmo ecc, ecc. Insomma una struttura flessibile, policentrica ed aperta.
  • Allo stesso modo un Congresso Nazionale (che penso indispensabile non appena il quadro politico post-elettorale si chiarisca) dovrebbe esser preparato da momenti analoghi, diversificati nel tempo e nello spazio, preparatori al momento finale del Congresso.
  • Ed infine penso siamo ormai maturi per abolire a tutti i livelli ogni doppio incarico (politico e/o istituzionale) così come abbiamo incominciato a fare nel VCO. Il contributo di un compagno sindaco di una grande città, presidente di regione, parlamentare non avrà certo minor peso se non sarà più abbinato ad un incarico ufficiale di partito.

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Nichi ha parlato di un partito come “comunità” e in una comunità i singoli contano più per l’influenza sulla collettività e per la capacità di instaurare relazioni significative che per i loro ruoli formali.

Abbiamo sempre detto che il nostro scopo non era quello di costruire un nuovo partito ma quello di rinnovare la sinistra. Ma non possiamo sperare di farlo se non siamo in grado di rinnovare profondamente noi stessi, se non siamo capaci di pensare ad una strutturazione del nostro esser soggetto politico in modo assai diverso sia dall’assetto piramidale e statico (novecentesco) dei partiti tradizionali (Bersani e PD) che dal partito “leggero” più simile ad un comitato elettorale (Renzi) che ad una comunità del cambiamento.

E se non ne saremo capaci penso che lo scossone elettorale possa solo produrre prima scompiglio e caos, e poi, inevitabilmente, riflusso e rivincita delle destre.

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1. https://fractaliaspei.wordpress.com/2013/03/11/nuove-dimensioni-per-la-politica/

2. https://fractaliaspei.wordpress.com/2013/02/23/come-cresce-loccupazione-giovanile/

3. da VCO: una comunità senza futuro?  http://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/vco-una-comunit%C3%A0-senza-futuro-1/279814194996 ; seguito da C’è un futuro per la comunità del VCO? http://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/c%C3%A8-un-futuro-per-la-comunit%C3%A0-del-vco-2/280180119996

4. I diversi interventi si possono consultare sul loro sito ufficiale Giap: http://www.wumingfoundation.com/giap/

5. http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=12208#more-12208 (Intervista a Repubblica)

6. http://www.internazionale.it/news/italia/2013/02/26/il-movimento-5-stelle-ha-difeso-il-sistema-2/

7. http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=12104#more-12104 (intervista a Il manifesto)

8. Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Bari 2008, p. VII

9. Z. Bauman, Communitas. Uguali e diversi nella società liquida, Aliberti, Roma, 2013, p. 45-46

10. Ivi, p. 33

11. Virtuale: una parola “trappola” in https://fractaliaspei.wordpress.com/2013/02/15/peer-education-e-new-media/

12. La Jamahiriya telematica su il manifesto del 14.3.2013: visionabile all’indirizzo http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/21-politica-a-istituzioni/43266-la-jamahiriya-telematica-.html

13. Farid Adly, La rivoluzione libica. Dall’insurrezione di Bengasi alla morte di Gheddafi, il Saggiatore, Milano 2012, p. 45 (evidenziazione mia)

14. Ivi, p. 46

15. Gaia il futuro della politicahttp://www.youtube.com/watch?v=V4CHyog8Byc&feature=youtu.be

Nuove dimensioni per la politica? *

Premessa.

Nei giorni successivi alle elezioni amministrative del giugno 2009 avevo scritto delle annotazioni e riflessioni a caldo (Noterelle di un rappresentante di lista verbanese) che avevo pubblicato sulla mia pagina di Facebook e fatto girare per mail. Ho ricevuto un certo numero di “feedback” che mi invitavano a proseguire, in particolare sul tema specifico della “crisi della sinistra”. Questi inviti, complice l’estate successiva, invece di stimolarmi, mi avevano un po’ bloccato. Un conto è buttare a getto delle note, per certi versi autoironiche, sulle elezioni (una sorta di elaborazione del lutto della sconfitta), un conto individuare delle direttrici, possibilmente fertili, di riflessione sul futuro della (delle) sinistra/e.

Il dibattito all’interno di Sinistra e Libertà e l’attenzione a quanto stava avvenendo all’interno del PD (dibattito congressuale) mi hanno dato, nel settembre successivo, l’occasione per riprendere il discorso pur  mantenendo l’assetto non organico ed aperto di noterelle.

 Le ripropongo sul mio blog, consapevole della “distanza” della situazione politica attuale da quella di quattro anni fa, perché penso che alcune delle considerazioni ed osservazioni di allora possano oggi esser riprese ed aggiornate. Tralascio la parte conclusiva relative a proposte organizzative perché troppo legate all’allora nascita (marzo giugno 2009) e trasformazione di Sinistra e Libertà nella successiva Sinistra Ecologia e Libertà (ottobre dicembre 2009).

 

Un nuovo blocco sociale.

Il PDL e Lega Nord assieme sono in grado di dar vita ad un nuovo blocco sociale incentrato sui poteri economici forti e scomposizione e ricomposizione delle realtà sociali preesistenti, da un lato molto spregiudicato (speculatori e disoccupati, quartieri popolari in cui si alimenta l’astio contro gli stranieri e intere comunità straniere come i romeni a Verbania) e dall’altro sorretto dall’alimentazione tutta ideologica delle paure accompagnata da proposte/soluzioni ad alto effetto simbolico (ronde, respingimenti). Quasi una divisione concordata di compiti: il PDL sollecita e aggrega gli interessi, la Lega fa il lavoro ideologico. Un blocco sociale che parte dal Nord, disaggrega la sinistra ed è in grado di avanzare progressivamente al centro e al sud. A Verbania intorno alla lobby degli albergatori, i ceti legati al commercio e all’artigianato, gran parte dell’associazionismo cattolico (che ha mollato Zanotti), pezzi consistenti di ceto operaio, in particolare quello delle fabbriche chiuse o in crisi, intere comunità straniere ecc.

La fragilità del PD.

L’idea che un partito leggero, più mediatico e meno radicato nel territorio, fosse più adatto ai tempi, deve aver colpito sulla via di Damasco Veltroni e qualcun altro. Ma era illuminazione diabolica. E oggi penso che la cosa sia del tutto evidente. Pensare troppo a quale leader è più mediaticamente efficace di Berlusconi è servito sola a bruciare un leader dopo l’altro. Berlusconi si è radicato nell’immaginario degli italiani e, grazie a Lega e AN, nelle strutture economiche e sociali. Il PD invece non solo non riesce a organizzare le sue preferenze, ma non è più presente né con le sezioni ne con nuove forme territoriali.

sinistra

La frammentazione della sinistra.

Su questo dico per ora molto poco perché penso di ritornarci. Non ritengo basti un richiamo all’unità, come fanno in molti. La vicenda dell’arcobaleno dovrebbe aver insegnato qualcosa. Penso che la prima cosa da fare sia chiederci cosa significhi oggi sinistra. Sono convinto che la maggior parte di noi non lo sappia più. Sono anche convinto che, nella società complessa e frammentata di oggi, per darsi una prospettiva politica non basti la coppia destra/sinistra, ma che esistano altre dimensioni della politica con cui bisogna fare i conti sino in fondo: ad esempio centro/periferia; individuo/comunità; economia/ambiente.

 C’è una crisi della sinistra?

Sembrerebbe domanda retorica. Ma non sono da sottovalutare gli argomenti di chi sostiene il contrario: a) la sinistra (democratica) ha raggiunto, almeno nella nostra parte del mondo (il cosiddetto nord) gran parte dei  suoi obiettivi sia economici che civili (basta considerare la condizione economico sociale e civile di un lavoratore di oggi con quella di un secolo fa); b) in gran parte dell’Occidente le sinistre governano (o si alternano al governo con governi delle destre) tutelando i diritti individuali e sociali, riformando il welfare, ribadendo la laicità dello stato ecc..

Insomma la crisi della sinistra, nell’epoca di Zapatero ed Obama (ed oggi anche del giapponese Hatoyama), sarebbe tutt’al più una specificità tutta italiana dovuta in gran parte alla responsabilità stessa della (delle) sinistra/e nostrane. L’elenco di queste responsabilità potrebbe esser lunghissimo: inamovibilità e autoconservazione delle classi dirigenti, incapacità di (e oscillazione nel) fronteggiare il “fenomeno Berlusconi”, personalismi e litigiosità, conservatorismo ed ideologismo, scarsa laicità e scarsissima autonomia dai poteri forti (compromessi con la chiesa, ricerca di alleati economici, istituzionali, giornalistici “antiberlusconiani”), distacco dalla società reale e dal “sentire” di fette crescenti della popolazione, scarsa progettualità e ricerca di scorciatoie (leggi elettorali ad hoc, scandali e interventi della magistratura), ecc. ecc.. Tutto in gran parte vero. Ma l’insieme del ragionamento non mi convince.

colori della sinistra

Una crisi della politica?

A me sembra invece che vi sia un crisi della politica (democratica) e dentro di questa crisi una difficoltà evidente delle sinistre. Il caso italiano più che una eccezione potrebbe essere allora emblematico di una più generale difficoltà (e talvolta degenerazione) delle democrazie e della paralisi delle sinistre. La difficoltà se non incapacità a fronteggiare e regolamentare l’evoluzione dell’economia (globalizzazione dei mercati, finanziarizzazione, ecc.) resa evidente dalla recente crisi economica. L’incapacità delle democrazie di essere propulsive in nuove aree del mondo: tra “l’esportazione della democrazia” con la guerra, con i disastri che ha generato, e l’acquiescenza di fronte alle potenze emergenti (sulla base del ‘principio’ che gli affari sono affari) sui temi dei diritti umani (Tibet, Cecenia ecc ecc.), non sembra esserci una terza via di pace e legalità. Il costante incremento delle differenze fra gli strati ricchi della società e quelli meno abbienti. La fragilità politica (e ideale) della Comunità Europea. L’indifferenza nei confronti dei drammi che coinvolgono i paesi del sud del mondo (guerre, carestie ecc.). Il distacco dalla politica attiva di gran parte di cittadini,  il proliferare di micro nazionalismi. Il riemergere di xenofobia e razzismo e di integralismi religiosi. L’espansione a ritmi vertiginosi delle conoscenze e lo sviluppo del web che invece di produrre una società della conoscenza (condivisa) sembrano introdurre nuove fratture e divaricazioni. Insomma il mondo è cambiato con estrema velocità ma gli assetti organizzativi e i riferimenti teorici della politica sembrano ancora ancorati all’orizzonte degli ultimi 150 anni.

Ha ancora senso parlare di (destra e) sinistra?

Penso di si e che da questo punto di vista sia ancora pienamente valida la precisazione concettuale che ne ha fatto Norberto Bobbio quindici anni fa (Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli 1994 – oggi in corso di ripubblicazione): ciò che caratterizza la sinistra è l’assunzione dell’eguaglianza come valore positivo, come criterio orientativo (“stella polare”) delle proprie scelte. Eguaglianza non come assoluto, non come dato di partenza, non come livellamento ma come criterio che affronta man mano temi nuovi (dal lavoro ai diritti civili, dall’educazione alla salute ecc.) rispondendo di volta in volta alle tre domande: Eguaglianza tra chi? in che cosa? in base a quale criterio (p. 73). In questo senso il dibattito, ad es.  fra “eguaglianza di condizioni” e “eguaglianza di opportunità” è un dibattito del tutto interno alla sinistra.

È lo stesso Bobbio (p. 81) che ricorda come il binomio sinistra e libertà non sia automatico (come nemmeno quello destra ed autoritarismo). L’asse orizzontale destra / sinistra si incrocia con quello (verticale) autorità / libertà per cui vi sono movimenti autoritari sia di destra che di sinistra, come movimenti libertari di destra (antiegualitari) e di sinistra (egualitari). A queste osservazioni di Bobbio aggiungerei quelle sottolineate da Aldo Tortorella nel nostro recente seminario nazionale: per lungo tempo nella sinistra ha prevalso l’idea che l’eguaglianza fosse la premessa per la libertà: in un mondo di eguali ognuno sarà libero di realizzare sino in fondo se stesso. La storia ci ha insegnato come il rapporto vada rovesciato: è la libertà la condizione per realizzare l’eguaglianza e non viceversa.

Le scorciatoie (autoritarie) per imporre l’eguaglianza generano mostri e vale quello che già nel 1970, in riferimento al cosiddetto “socialismo reale” in polemica con György Lukács, sosteneva Ernst Bloch  citando un motto di Sallustio: corruptio optimi pessima.

La corruzione del meglio è proprio la peggiore di tutte, la corruzione più maligna è proprio quella del meglio. Si può dire perciò che il peggiore socialismo (dei paesi dell’est) non è più socialismo per niente, ed è più lontano dal socialismo del riformismo più misero e claudicante” (in G. Neri, Aporie della realizzazione. Filosofia e ideologia nel socialismo reale, Feltrinelli 1980).

Libertà?

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche un gesto o un’invenzione
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

Giorgio Gaber/Sandro Luporini

In questo ritornello è perfettamente delineata la differenziazione storica  fra il liberalismo di destra (individualistico) e quello democratico o di sinistra. Ma ha ancora senso questa contrapposizione?  Certamente non c’è libertà senza partecipazione ed uno degli aspetti della crisi della politica democratica è proprio quella della crisi degli strumenti/spazi partecipativi. Non penso sia ipotizzabile una ripresa della sinistra senza la rivitalizzazione e la reinvenzione di ambiti di effettiva partecipazione. Ma questo è in contrapposizione con “uno spazio libero”? La logica della complessità dovrebbe indurci ad uscire dall’aut …  aut ed abituarci a ragionare con  et … et. Penso alla libertà come spazi reali di partecipazione e decisione (collettivi, comunitari) ma anche come spazi di libera realizzazione (collettivi ed individuali). Una concezione non più dicotomica della politica (destra / sinistra; autorità / libertà), come tenterò di delineare più avanti, dovrebbe dar spazio pieno a tutte le forme di libertà.

libertà è partecipazione

Una politica a N ( cinque?) dimensioni.

Ipotizzo allora che la crisi della politica (soprattutto della sinistra) stia nel pensarsi solo dentro i due assi sopra ricordati (destra / sinistra; autorità / libertà) mentre la realtà politico sociale e la stessa azione politica nel mondo attuale attiene di fatto anche ad altri assi; non escludendone altri quelli che mi sembrano centrali nella politica d’oggi sono i tre seguenti: Centro / Periferia; Individuo / Comunità; Uomo (ed attività economica) / Ambiente. Parlo, sia ben chiaro, di dimensioni e non di contenuti o di problemi specifici. Mi rimane il dubbio se Violenza / Nonviolenza (che assorbe evidentemente Pace / Guerra) costituisca un’ulteriore dimensione, ma propendo nel pensare che questa dicotomia sia compresa in quella di Autorità / Libertà. Che invece le tre dimensioni indicate non siano assorbibili da quelle precedenti mi pare invece evidente. C’è, come è noto, una sinistra centralista (statalista) ed una non centralista (autonomista), così c’è un comunitarismo (e un individualismo) sia di destra che di sinistra. Lo stesso si può affermare per il tema ambientale.

L’assunzione delle 5 dimensioni della politica porta a due riflessioni immediatamente conseguenti:

a)     quando un movimento politico emerge assumendo come centrale una dimensione diversa da quella destra / sinistra, i partiti tradizionali rimangono spiazzati, in certi casi direi afasici; la difficoltà a rapportarsi con la politica della Lega (che privilegia le dimensioni centro à periferia e individuo à comunità) costituisce l’esempio più recente, ma altri se ne potrebbero fare;

b)     un soggetto politico al passo con i tempi deve definirsi con sufficiente chiarezza su tutte e 5 le dimensioni. La debolezza dell’esperienza Arcobaleno (al di là delle responsabilità ed opportunismi individuali di chi non vi credeva ma è “saltato sul carro”) stava principalmente nel fatto che, a parte l’essere di sinistra, sulle altre dimensioni c’era di tutto e il contrario di tutto. Non sono di quelli che sostengono il luogo comune che le differenze all’interno dell’area del centro sinistra esterna al PD siano insignificanti (magari sono incomprensibili, ma qui è demerito nostro).

Anticipando e schematizzando il senso del mio contributo direi: non solo sinistra e libertà, ma anche autonomismo, comunità ed ecologia. Naturalmente non è la proposta di un nuovo nome ma di un orizzonte del pensare politico. Quelle che seguono sono solo rapide suggestioni e soprattutto ambiti di auspicato approfondimento e dibattito.

Centro e periferia.

Il centralismo (lo statalismo) ha una lunga storia ed è stato una delle caratteristiche fondanti dello stato moderno. Gli stati nazionali sia pre che post risorgimentali hanno privilegiato la centralità dello stato, delle sue leggi, del suo apparato militare e burocratico. La tendenza centripeta verso le nazioni (ampie) ha caratterizzato l’Ottocento. Ugualmente (e spesso in modo ancor più accentuato) le cosiddette democrazie popolari (socialiste) hanno scelto la centralità (assoluta) dello stato. Posizioni come l’autonomismo di Cattaneo nel risorgimento o il sovietismo autentico di Rosa Luxemburg nel movimento socialista, sono rimaste marginali. Anche il movimento per le autonomie, nel nostro secondo dopoguerra, è sembrato più un modo per dare battaglia alla destra (democristiana) governante centralmente, che una ispirazione autenticamente vissuta dalle sinistre.

Oggi siamo di fronte ad un movimento leghista che non si dichiara autonomista ma, appunto federalista. Ribadito con forza che il federalismo è tutt’altra cosa (foss’anche solo per rispetto al grande Altiero Spinelli), quello della Lega non è un federalismo (l’unione di più Stati in un ambito politico sovranazionale più ampio: sono proprio loro i più strenui avversari della Comunità Europea), né un autonomismo (le 100 città e comuni) ma un separatismo (divisione dello stato) ai fini di un centralismo regionale. Una mia amica insegnante ricorda spesso come ai tempi dei Comuni erano perlopiù Guelfi i comuni del nord e Ghibellini quelli del Centro – sud: insomma meglio un’autorità lontana che una vicina per proteggere le autonomie locali. Uno statalismo (centralismo) regionale pertanto è quanto di più differente possa esserci da un vero sostegno ed impulso all’autonomismo.

Non va poi dimenticato come la battaglia per il centro abbia una forte componente ideologica; questo vale sia per i nazionalismi che per i separatismi (micro nazionalismi). Questo spiega come la politica della Lega assuma spesso l’aspetto di battaglia ideologica e simbolica, sia nelle dichiarazioni che nelle azioni.

“Il centro, o zona centrale, è un fenomeno concernente il regno dei valori e delle credenze. È il centro dell’ordine dei simboli e delle credenze, che governa la società. È il centro per il fatto che rappresenta ciò che v’è di supremo e d’irriducibile” (Edward Shils, Centro e periferia, Morcelliana  1984)

Individuo e comunità.

Il tema della comunità costituisce a mio parere una sorta di “buco nero” nell’orizzonte tematico delle cultura politica italiana. La prevalenza di culture universalistiche (cattolicesimo, liberalismo, socialismo) ha messo ai margini le riflessioni e le esperienze sviluppatesi in questo ambito (il Movimento di Comunità nel Canavese, l’omonima casa editrice, Danilo Dolci, la scuola di Psicologia di Comunità di Amerio ecc.).  Con il risultato che ci si è trovati del tutto impreparati – lasciando lo spazio al comunitarismo rozzo e premoderno della lega – quando, di fronte agli attuali processi di mondializzazione economica e culturale, il bisogno di comunità emerge con prepotenza sia per la fragilità delle identità universalistiche che per il dislocarsi del conflitto economico-sociale non tanto fra le classi “ nazionali”, ma fra la comunità locale e decisioni lontane, processi incontrollabili e generali che la sovrastano e che spostano rapidamente flussi economici, settori produttivi e persone. [Sul concetto di Comunità – fondato sul bene comune -, sulla vitalità delle comunità aperte rispetto a quelle chiuse ecc., rimando ad alcune cose che ho scritto tempo fa, ora parzialmente riprese nel blog:   https://fractaliaspei.wordpress.com/2013/03/11/il-bisogno-di-comunita/ ].

L’altro risultato è che la difesa dei diritti soggettivi è stata lasciata ad una concezione individualistica (il radicalismo liberale) invece di sussumerla come patrimonio civile delle comunità. Anche nella sinistra-sinistra è prevalsa questa visione radicaleggiante (Lo stato regoli in pubblico e l’economia, i diritti individuali ognuno se li gestisca da sé).

La dizione “sinistra radicale” (che auspico sia cancellata dal dizionario politico) se da un lato era spesso usata in termini polemici (o auto esaltativi) come sinonimo di estrema/estremistica, dall’altro, in modo più sommerso indicava implicitamente l’influsso, specie sui temi cosiddetti etici, del radicalismo in senso proprio (quello di matrice liberale di cui è correttamente portatore il partito omonimo).

Uomo, economia e ambiente.

Qui dico pochissimo perché non è un mio ambito: un approccio non puramente ideale (e soprattutto non ideologico) richiede competenze in settori scientifici che non possiedo. Una osservazione mi pare però del tutto evidente. In Italia abbiamo sviluppato un sistema esteso di parchi (nazionali e regionali) e di riserve naturali di ampio respiro (solo i 24 parchi nazionali coprono oltre un milione e mezzo di ettari, pari al 5 % circa del territorio nazionale). D’altro lato sullo sviluppo di energie alternative siamo al palo  e sulla riduzione delle emissioni di CO2 non solo non riusciamo a rispettare il Protocollo di Kyoto (-6,5 rispetto al 1990) ma siamo addirittura in crescita (+9); in entrambi i casi costituiamo un’anomalia rispetto ai paesi europei economicamente più simili al nostro. Insomma una politica ambientale decisamente strabica che tutela l’ambiente solo lontano dalle aree antropizzate, una sorta di scarico di coscienza dei quotidiani misfatti ambientali. Mi chiedo allora se il termine “verdi” per indicare i sostenitori di un corretto equilibrio (ecologico) tra uomo e ambiente non abbia implicitamente interiorizzati questa visione strabica. Insomma, come anche nel mondo ambientalista mi pare stia emergendo, questa dimensione mi pare più correttamente espressa dai termini ecologia ed ecologismo.

Le cinque dimensioni in azione.

La prima conseguenza è che di fronte ad un tema specifico, la risposta politica sarà tanto più efficace tanto più sarà in grado di tener conto di tutte le dimensioni. Parlo ovviamente di risposta politica nel senso di possibili soluzioni a problemi, e non di risposta propagandistica. È palese infatti come spesso le destre (ma talvolta anche le sinistre) affrontino i problemi non cercando soluzioni ma indicando “colpevoli”. L’esempio più lampante è nella politica auto sponsorizzata del ministro Brunetta che ha di volta in volta indicato al ludibrio impiegati fannulloni, insegnanti in soprannumero, donne assenteiste ecc.

La seconda è che se l’avversario politico affronta un tema incentrandolo in particolare su di una (o due) delle cinque dimensioni, la risposta non può essere solo su di un altro asse della politica. Ad esempio il tema della immigrazione affrontato dal centro destra nelle dimensioni della legalità (autorità/libertà) e della comunità; spesso la risposta della sinistra è solo sul piano dell’eguaglianza (i diritti umani dei migranti) senza contrapporre all’idea di comunità chiusa ed autoritaria una propria concezione (e delle precise proposte) di comunità aperta ed accogliente, capace di integrare trasformandosi ed in quanto tale più serena e sicura. Con l’esito che si dà l’impressione di parlare d’altro per poi magari rincorrere il centro destra su politiche sicuritarie quando si vede che queste sono diventate popolari.

Quale tipo di partito?

Ricordavo come l’idea di un partito leggero, essenzialmente di opinione, capace di apparire nei media, che si mobilita ed organizza soprattutto nei momenti elettorali, idea ripresa, sulla base del modello americano, dal PD veltroniano (e sostanzialmente riproposta da Franceschini) sia stata foriera (o perlomeno complice) di sconfitte in successione. L’attuale dibattito congressuale del PD mi sembra che ruoti proprio intorno a questo tema (la forma partito) e, grazie alla candidatura di Marino (terzo incomodo che mi auguro sia poco terzo e molto incomodo), a quello della laicità.

Non credo nemmeno che il riproporre (come mi sembra sia implicito nella mozione Bersani) un partito “gramsciano” strutturato, ben radicato nel territorio e capace di operare come intellettuale collettivo (come ha sostenuto Vacca in una recente intervista alla Stampa) sia la risposta adeguata ai tempi.

Soprattutto non credo che possa essere questa la prospettiva per Sinistra e Libertà, un soggetto politico che nasce unendo esperienze e storie molto diverse e che si propone di ridefinire e reinventare l’essere a sinistra dentro l’attuale crisi (delle sinistre e della politica). Tanto meno penso che l’alternativa possa essere quella di un partito “federazione” (parola da prendere con le pinze allo stesso modo di federalismo). Una federazione servirebbe a “tutelare” i diversi soggetti senza  mettere in moto un processo di rinnovamento e di contaminazione reciproca e, magari, come dicono alcuni malevoli (non vorrei dar ragione ad Andreotti col suo “pensar male è peccato, ma spesso ci si azzecca.”), a tutelare le classi dirigenti preesistenti.

E soprattutto un soggetto politico federativo non terrebbe conto dei molti che hanno aderito al progetto di Sinistra e Libertà senza appartenere ad alcuno dei “soggetti politici costituenti” (gran parte delle adesioni nella nostra provincia, quella del sottoscritto compresa, è di questo tipo).

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La “rete” come nuova struttura di soggetto politico.

L’etimologia italiana (e latina) di rete ha la stessa origine di “raro”: separazione, salto (maglia); quella inglese (net) ci rimanda a nodo (legame, connessione). Una rete è infatti un insieme di buchi (di maglie) e di connessioni; non copre tutta la realtà, procede a salti ed è policentrica. Qual è la parte più importante della rete? Ovviamente quella che prende i pesci. Fuor di metafora, rispetto ad una società complessa, non possiamo sapere in anticipo quali delle connessioni, quali dei legami, quali strutture  risulteranno più efficaci: ogni periferia è potenzialmente centro. Diversamente da una rete da pesca dove ogni nodo ha solo quattro legami, in una rete sociale non tutti i nodi sono uguali e la loro capacità di connessione può variare molto rapidamente. Vi sono gli Hub (connettori multiporta) che hanno molti contatti, facilitano il passaggio di nuove idee, accorciano le distanze, si fanno forza dei legami deboli (temporanei e a distanza), indirizzano verso nuove possibilità. Insomma una struttura a rete è una struttura flessibile e sensibile, capace di ristrutturarsi velocemente senza schemi organizzativi rigidi e predeterminati. Si dà consapevolmente un assetto ma è pronta a variarlo in base ai risultati e alle esigenze. Inoltre i suoi confini sono indefiniti e variabili.

Flessibilità significa infatti capacità di dar vita a nuove strutture quando se ne presenti occasione ed opportunità, ma anche di “sbaraccare” quelle che non funzionano o che comunque hanno concluso la loro fase operativa. Differentemente dai movimenti, altrettanto flessibili e “a tempo”, una struttura a rete ha un proprio monitoraggio costante (è pienamente consapevole della sua struttura e del suo operare) e tiene memoria e documentazione di tutte le esperienze. …

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* Contributo al dibattito in Sinistra e Libertà del settembre 2009. Il testo completo è visionabile su facebook all’indirizzo: http://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/nuove-dimensioni-per-la-politica-noterelle-parte-2/68759889996

Tre sguardi sull’adolescenza 2013

La socializzazione ai tempi di facebook

Tre incontri pubblici a Verbania in concomitanza con il Corso TRA MEDIA E PEER EDUCATION. Modelli e pratiche per una Prevenzione 2.0

incontri 2013

Il bisogno di comunità *

L’idea di una comunità fondata sulla partecipazione, che nella partecipazione trovi una sua coesione ed il senso di un bene comune non “dato una volta per tutte”, ma costruito dall’interazione dei suoi membri.

(P. Amerio, Psicologia di comunità, il Mulino).

 Il bisogno di comunità

Le parole pesano. Oggi sempre più si preferisce parlare di “comunità” mentre altri termini e locuzioni tendono a passare in secondo piano: territorio, ambito di intervento, società. Eppure “comunità” è una parola ambigua, apparentemente indefinita, applicabile ai contesti più disparati: comunità locale, cittadina, rurale, montana, provinciale, regionale, nazionale, europea, internazionale; ma anche comunità scolastica, religiosa, scientifica, sportiva, professionale, virtuale ecc. Può quindi corrispondere ad una precisa e circoscrivibile realtà istituzionale (Comune, Provincia, Regione ecc.), ma anche a realtà sociali più difficilmente delimitabili con precisione (es. comunità linguistica); può essere circoscritta in un ambito territoriale definito, ma anche essere diffusa a macchia di leopardo in un territorio vastissimo (comunità religiosa); può infine staccarsi da un qualsiasi territorio ed assumere l’aspetto di una comunità virtuale che, attraverso la rete del web si costituisce in un newsgroup attorno ad una specifica tematica (ludica, culturale, sociale, politica ecc.). Cos’hanno in comune, per esempio, un “Yahoo group newglobal”, o di difesa della foca monaca, con la Comunità Montana della Valdossola? Si tratta solo di una parola del tutto generica o non contiene invece un nucleo “forte” di significato che risponde a sensibilità e bisogni emergenti?

Pur avendo un’etimologia antica (Communitas da commune, neutro di communis, che sta ad indicare il possesso o bene comune) ed essendo oggetto di riflessione filosofica nell’età romantica (Schleiermarcher in particolare), il quadro concettuale che la definisce come categoria sociologica risale alla fine dell’Ottocento grazie all’opera Comunità e Società di Ferdinand Tönnies (1887). In quest’opera la comunità, in quanto struttura naturale ed organica viene contrapposta alla società, struttura artificiale e meccanica. Senza ripercorrere il dibattito, ancora oggi vivo, su tale dicotomia, è possibile cercare di rappresentare gli assi semantici antitetici attraverso cui i due concetti si dispongono.

Comunità

Società

Naturale

Artificiale

Antico

Moderno

Organismo

Macchina

Socialità primaria

Socialità secondaria

Concreto

Astratto

Persona

Cittadino

Personale

Impersonale

Legame

Contratto

Appartenenza

Associazione

Identità

Cittadinanza

Convergenza

Conflitto

Volontà comune

Volontà individuale/associata

Interno

Esterno

Caldo

Freddo

Femminile

Maschile

Gratuità

Reciprocità

Benevolenza

Utilità

Norma etica

Norma giuridica

↓ ↓ ↓

↓ ↓ ↓

Azione rivolta alla individuazione e al conseguimento del

Bene comune

Azione rivolta alla acquisizione e all’esercizio dei

Diritti

(individuali e collettivi)

Superata la concezione iniziale secondo cui Comunità e Società sono disposte in successione temporale, esse vengono sempre di più pensate come due polarità di una stessa Comunità sociale o quasi una sorta di coppia di emisferi cerebrali (destro globale vs sinistro analitico) dell’intelligenza collettiva.

L’azione (individuale e collettiva) oscilla pertanto o verso una prevalenza dell’asse comunitario sostenuta da un forte sentimento di appartenenza e volto alla ricerca del bene comune, o verso l’asse sociale, attraverso associazione e conflitti, rivolgendosi alla estensione dei diritti (individuali, politici, umani e sociali). Se l’Ottocento è iniziato con una forte attenzione al primo asse, il Novecento ha senz’altro visto la prevalenza del secondo.

Qual è il fondamento di queste due polarità? Il pensiero moderno, razionalista ed illuminista, ha individuato in modo convergente il fondamento della società (e la sua legittimazione) in un patto sociale originario costitutivo (ed implicito) che ha permesso ai futuri cittadini di unirsi in una società giuridicamente riconosciuta e di assoggettarsi alla stessa normatività giuridica.

Meno convergente risulta, invece, l’individuazione del fondamento costitutivo della comunità; sembra esservi all’origine, a differenza del patto sociale, un elemento di gratuità, di non reciprocità e di non convenzionalità; i teorici del Movimento Antiutilitarista nelle Scienze Sociali (MAUSS)1, hanno fatto risalire il legame comunitario al rituale del dono che sarebbe pertanto fondativo della fiduciosa appartenenza alla comunità2. Nello scambio di doni infatti, secondo Mauss, ciò che viene propriamente scambiato non sono gli oggetti ma una forza, un legame che va al di là del valore materiale degli oggetti: forza e legame costituirebbero il vero motivo del dono.

Un fondamento antropologico a fianco del quale si potrebbe anche ricordare, sul piano psicologico, la felice intuizione di Tzvetan Todorov che, in polemica con il principio del piacere freudiano, individua, al di là dell’es, un principio psicologico sottostante, un bisogno assolutamente originario costitutivo dell’immagine del sé: il bisogno di ognuno che “qualcun altro abbia bisogno di noi”. Bisogno, certamente antiutilitaristico, che può essere considerato alla radice dei legami solidali della comunità.

La mia esistenza ai miei propri occhi, ovvero l’immagine di me nella mia coscienza, effettiva­mente non è automatica e non posso riceverne conferma che dall’esterno, dagli altri, sia dagli indi­vidui (il neonato scopre di esistere captando lo sguardo della madre: sono quello che lei guarda), sia dai gruppi (sono uno studente, un mussulmano, un francese: dunque esisto). L’ansia di ricono­scimento e di conferma della nostra esistenza non si limita all’infanzia ma domina tutto il resto della nostra vita sociale, molto di più di quanto non faccia la ricerca del piacere o del godimento personale […] Immaginando di obbedire a un preteso principio del piacere, consumiamo una dopo l’altra le deli­zie prescritte, ma l’accumulazione dei divertimenti non porta necessariamente alla soddisfazione. Al di là del riposo abbiamo bisogno che qualcuno abbia bisogno di noi3.

Comunità

Ma qual è, in cosa consiste, l’attualità del concetto di comunità? Quali i motivi della riemersione di una categoria apparentemente arcaica? Tra questi è possibile indicarne due; il primo attiene al ruolo crescente del terzo settore quale risposta “creativa” non solo alla crisi del vecchio modello di welfare, ma anche contemporaneamente quale modalità di uscita dalle nuove solitudini del cittadino consumatore; il secondo riguarda i processi di globalizzazione che oltre a condurre verso quella che è chiamata la “società del rischio”, sempre più spesso sembrano dislocare il conflitto economico e culturale non tanto all’interno della società, ma soprattutto fra la comunità e decisioni lontane, processi incontrollabili e generali che la sovrastano …

L’esigenza di fronteggiare i processi di deterritorializzazione (dell’economia, della comunicazione, delle culture ecc.) connessi alla globalizzazione che comportano la riduzione, almeno apparente, del ruolo degli stati nazionali con un rapporto sempre più stretto (e spesso conflittuale) fra locale e globale e all’emergere della “società del rischio” 4 o della “società globale del rischio” 5.

Le decisioni che abbiamo preso in passato in materia di energia nucleare e quelle attuali in merito all’ingegneria e della manipolazione genetica, della nanotecnologia, dell’informatica e così via scatenano conseguenze imprevedibili, incontrollabili e addirittura incomunicabili, che minacciano la vita sul nostro pianeta […] Quello di rischio è un concetto moderno, che presuppone delle scelte e cerca di rendere prevedibili e controllabili le conseguenze imprevedibili delle decisioni della nostra civiltà […] Nella società mondiale del rischio si possono distinguere tre tipi di pericoli, ognuno dei quali segue una sua logica del conflitto, promuove o ignora determinati temi, fa proprie o meno determinate priorità: le crisi ecologiche, le crisi finanziarie mondiali e infine, dopo l’11 settembre, le reti terroristiche transnazionali6 .

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1. I teorici del movimento si richiamano al Saggio sul dono di Marcel Mauss (1923-24).

2. Cfr. A. Caillé e J. T. Godbout (1993), Lo spirito del dono, Bollati Boringhieri, Torino.

3. Cfr. T. Todorov (1997), L’uomo spaesato. I percorsi dell’appartenenza, Donzelli, Roma, pp. 95, 133.

4. U. Beck (2000), La società del rischio, Carocci, Roma.

5. U. Beck (2003), Un mondo a rischio, Einaudi, Torino.

6. U. Beck (2003), op. cit., pp. 9-12.

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 * da M. Croce – G. Ottolini, L’orizzonte della comunità e la strategia del capitale sociale, in E. Dalle Carbonare – E. Ghittoni – S. Rosson, Peer educator. Istruzioni per l’uso, Angeli 2004, pp. 99 – 105

La strategia dell’ipotenusa *

La prevenzione tra rete adulta e mondo giovanile

 Nella fase conclusiva della prima fatica editoriale di Contorno Viola (Croce, Gnemmi, 2003) avevo proposto per questa, un po’ provocatoriamente, quale titolo, o almeno sottotitolo, La strategia dell’ipotenusa.

 Un approccio che mette in relazione

L’immagine mi sembra tuttora esprimere con precisione la specificità del nostro approccio alla peer education. Non un approccio verticale in cui il peer diventa nulla più che un “monitore” di un messaggio preventivo formulato dagli adulti né tantomeno una dismissione del ruolo degli adulti che delega alle dinamiche orizzontali fra giovani individuazione dei temi e modalità di approccio alla prevenzione. Una strategia in grado di mettere in relazione in modo creativo una rete di adulti orientata alla prevenzione sociale con il mondo giovanile, le sue dinamiche cognitive ed affettive e i suoi codici comunicativi.

 Valorizzare la comunicazione dei pari

La consapevolezza insomma che le campagne informative il più delle volte non lasciano traccia e che le conoscenze da sole, anche quando correttamente trasmesse ed acquisite, non sono sufficienti a modificare i comportamenti. E che d’altra parte il mondo giovanile lasciato alle sue dinamiche ed alla espressione spontanea dei suoi bisogni difficilmente intercetta i bisogni collettivi di prevenzione sociale.

Nella peer education così intesa il setting gestito dai peer diventa uno spazio di comunicazione calda, affettiva (“codice affettivo dei fratelli”: Fornari, 1982) che attraverso l’utilizzo consapevole di tecniche di conduzione di gruppo prepara prima e rielabora dopo l’intervento “cognitivo” degli adulti. Il peer così inteso diventa, grazie alla formazione preliminare e sul campo, un “pari” che sa gestire le sue naturali capacità comunicative all’interno del gruppo e che consapevolmente le orienta verso la prevenzione.

Ripensarsi secondo nuovi codici

La Peer education si delinea allora quale strategia di prevenzione in grado di interagire con il mondo comunicativo adolescenziale rispettandone e valorizzandone le peculiarità.

Nel momento in cui l’estensione della comunicazione giovanile si avvale di sempre nuovi terminali tecnologici che ne ampliano le possibilità e ne modificano le modalità con codici specifici (dal Sms al video, dalla chat alle multimodalità dei social network) una strategia adeguata di peer education (PE 2.0) deve essere in grado di ripensarsi rifocalizando, alla luce dei cambiamenti introdotti dall’estensione del mondo digitale, gli elementi base dei suoi interventi. In particolare: gruppo dei pari, ambito/i di intervento, formazione dei peer, formazione degli adulti, tipologia e manutenzione dei “prodotti” preventivi, possibilità di sperimentazione. Con la consapevolezza che, rispetto alla realtà digitale ed alle sue potenzialità, è proprio la rete degli adulti ad essere maggiormente in ritardo.

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Un intervento tra amicizie palesi e segrete

La scelta della PE 1.0 di privilegiare la scuola ed in particolare il gruppo classe quale settino ottimale nasceva da alcune considerazioni precise: la constatazione che oltre al 90% degli adolescenti, nel nostro territorio, frequentava oramai le scuole superiori e l’osservazione che per molti ragazzi la scuola (e la classe) costituiva il luogo prevalente in cui si instaurano rapporti amicali. La scuola è infatti (Iard, 2007) la fonte di amicizie più citata fra i giovani, relazioni di amicizia che spesso proseguono e si rafforzano al di là delle mura scolastiche.

L’emersione del gruppo classe nascosto

Gli interventi dei peer educator nella classe sono volti allora ad intercettare a livello comunicativo ed emozionale la “classe degli affetti … la classe segreta che lavora negli interstizi della classe delle conoscenze” (Pietropolli Charmet, 2000, p. 261).

Al pari del codice comunicativo, il setting e le attività innestate dai peer nella classe contribuiscono a mettere in secondo piano il gruppo formale-istituzionale e a far emergere appunto il “gruppo classe nascosto”, il gruppo che costruisce le identità e che incide, nel bene e nel male, sui comportamenti dei propri appartenenti.

Gruppo classe “nascosto” che tende a costituirsi sia nelle relazioni diacroniche (i compagni che da più tempo frequentano la stessa classe) che nella sincronia di rapporti esterni alla scuola (vicinanza territoriale, gruppi informali o associativi, sportivi, musicali ecc.) e a cui può esser stabilmente commesso anche qualche compagno esterno alla classe. La “potenza” del gruppo segreto (nell’includere e/o nell’escludere, nel favorire o nell’ostacolare le finalità istituzionali, nel conformare o nell’ostracizzare comportamenti) sta nel suo strutturarsi orizzontalmente spesso senza una leadership esplicita, nel suo essere pienamente ed identitariamente percepito dall’interno e nel contempo nell’esser  poco percepibile all’occhio adulto.

I cambiamenti portati dal digitale

Come si modifica il gruppo classe quando interviene, quale nuova dimensione, oltre a quella diacronica e a quella “territoriale”, anche quella digitale? L’esser sempre connessi e in relazione indipendentemente dal contatto fisico viene a costituire una estensione dello spazio sociale: una realtà sociale estesa oltre la fisicità della presenza, o secondo alcuni una “interrealtà molto più malleabile e dinamica delle reti sociali precedenti” (Riva, 2010, p. 117). La nuova dimensione allarga i contatti temporali (continuo la mia relazione con i compagni anche da casa) e permette più facilmente ad amici esterni al gruppo classe formale di far parte a pieno titolo del “gruppo nascosto”.

In sostanza non possiamo più pensare all’intervento dei peer come ad un intervento riferito ad un gruppo classe fisicamente ben delimitato e con relazioni consolidate nel tempo: la estensione delle reti digitali si sovrappone al gruppo, lo rende per certi versi “più segreto” ma nello stesso tempo più aperto e malleabile. L’intervento dei peer deve essere allora in grado di affrontare questo ulteriore livello di complessità: se prima in un gruppo c’erano i presenti/presenti e i presenti/assenti (quelli refrattari a farsi coinvolgere) ora dobbiamo mettere in conto anche gli assenti/presenti  (amici e partner digitali). Ma i codici comunicativi che intervengono in questa realtà estesa (o interrealtà) sono sensibilmente diversi da quelli della comunicazione verbale e non verbale a cui i peer, con le tecniche della psicologia sociale e la sperimentazione sul campo, si sono sinora formati.

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Una nuova formazione per i peer

 C’è qui un apparente paradosso. Indipendentemente dalla controversia sulla reale o meno significatività della distinzione fra “nativi” e “migranti” digitali, è del tutto evidente come i giovani in genere (e tra loro i soggetti più attivi quali i peer) si muovano mediamente con maggiore agilità nel mondo digitale rispetto agli adulti. Una formazione prevalentemente funzionale (es. come muoversi nel web, come gestire un social network, come immettere in rete un prodotto creativo, ecc.) per molti di loro sarebbe sostanzialmente un riproporre competenze di fatto già acquisite. E nello stesso tempo i “formatori” potrebbero scoprire di saperne (e soprattutto di sapersi muovere) molto meno dei ragazzi da formare.

Riformulazione complessiva

Va allora riformulata nel suo complesso la formazione dei peer anche attraverso una fase di sperimentazione e verifica senza cadere negli errori di una semplice “aggiunta del digitale” e di una formazione, in quest’ultimo ambito, prevalentemente funzionale.

Di seguito alcuni dei passaggi, tutti da discutere e da verificare, che ipotizzo per una nuova formazione:

  • Ricognizione tra i peer delle competenze e delle loro pratiche digitali.
  • Costituzione del gruppo dei peer in formazione sia come gruppo “fisico” di apprendimento che come “gruppo digitale” (es. gruppo di Facebook) a cui può partecipare anche qualche “esterno” al gruppo  fisico (es. un peer senior non più residente in loco).
  • Integrazione fra le conoscenze preventive (es. sulle IST) da acquisire dal vivo con esperti adulti e quelle reperibili in rete. Individuazione e analisi critica anche delle fonti poco attendibili e dei siti e dei gruppi con finalità (anche implicite) contrastanti a quelle preventive.
  • Produzione, con il supporto di tecnici, di un prodotto digitale, dando particolare importanza sia alla fase iniziale di progettazione (cosa vogliamo produrre, perché e per chi?) che a quella finale di valutazione e riflessione.

In sostanza agire prevalentemente sugli assi della integrazione tra formazione PE 1.0 e realtà digitale e della consapevolezza critica ed etica (cfr. Rivoltella) più che su quella funzionale.

Dimensione civica

La formazione dei peer viene allora a configurarsi non solo come la costituzione un gruppo di apprendimento attivo e creativo, ma una sorta di training alla responsabilità collettiva: un gruppo che si fa carico esplicitamente ed in modo condiviso di un obiettivo di prevenzione sociale e che “si prende cura” collettivamente di questo obiettivo. Un gruppo che non solo si chiede e si attrezza a cosa fare (a come intervenire) ma che soprattutto si chiede il perché e che, durante e dopo gli interventi, si interroga su come questi abbiano inciso, di come siano cambiate le relazioni tra i peer e i loro pari e di quanto la dimensione preventiva sia effettivamente entrata a far parte del mondo giovanile di riferimento.

È questa la dimensione civica, o se vogliamo politica, della formazione e dell’agire dei peer: capitale sociale in formazione che si mette a disposizione della comunità. Nel mondo della deregulation tendono a scomparire, in parallelo ai legami sociali solidali (Tomellieri, 2010), le reti di protezione e le responsabilità collettive. Mi viene in mente un recente spot governativo in cui la sicurezza sul lavoro veniva ricondotta all’agire imprudente dell’operaio con assenza totale di riferimento alle responsabilità del legislatore, del mondo imprenditoriale, degli organismi di controllo. Mettere al centro nella prevenzione sociale la responsabilità collettiva (del gruppo dei peer prima e del gruppo dei pari su cui i peer intervengono poi) è allora azione eminentemente politica, azione di base, capillare, che agisce nel senso della difesa e del consolidamento della polis. “Noi peer di questa comunità ci facciamo collettivamente carico della prevenzione – ad es. delle IST – ed agiamo perché un numero sempre crescente di nostri coetanei nei loro gruppi di riferimento (classi, associazioni, gruppi informali) facciano altrettanto.”

Preparazione degli adulti

Se la formazione dei peer va “riformulata” quella degli adulti penso vada radicalmente ripensata, non solo in funzione della prevenzione e dei suoi contenuti scientifici e nemmeno soltanto della “consapevolezza” delle caratteristiche e delle finalità di una nuova formazione dei peer, ma soprattutto in funzione dell’impatto e delle contraddizioni fra mondo scolastico e mondo digitale, fra comunicazione scolastica e comunicazione dei new media.

Non è più un mistero come il calo diffuso di interesse e motivazione, le difficoltà crescenti di concentrazione che gli operatori scolastici sempre più spesso lamentano negli studenti siano da mettere in relazione alla mole di stimoli (ed opportunità) che il mondo dei media e quello dei new media in particolare, offrono loro.

Preparare adulti (e in particolare insegnanti) ad accompagnare i peer nella formazione PE 2.0 significa allora in primo luogo esser consapevoli della diversità e delle tendenze contrastanti che scuola da un lato e universo dei media dall’altro introducono nella formazione formale ed informale dei giovani. Due mondi che possono creare un corto circuito che non si risolve certo con l’esclusione di uno dei due, ma con il riuscire a metterli in comunicazione.

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Una salutare consapevolezza delle contraddizioni

Ma per questo è in primo luogo necessario esser consapevoli delle reciproche contraddizioni. Ne indico sommariamente alcune:

  •  verticalità ed orizzontalità della comunicazione: se la comunicazione giovanile si caratterizza di per se stessa come comunicazione orizzontale il mondo digitale e i new media dilatano una comunicazione in cui emittente e ricevente di continuo si scambiano fra loro;
  •  monomedialità del testo “libro” e multimedialità dei testi web: certo il testo libro (e in particolare i manuali scolastici) sempre più si presentano come testi multimediali (illustrazioni, rimandi a sitografie, allegati multimediali, ecc.) e in modo tale dovrebbero consapevolmente esser trattati (Arpaia et al., 1999). La distanza fra le due realtà  comunque non solo resta enorme ma sembra dilatarsi;
  • monofunzionalità e plurifunzionalità: la presenza contemporanea di più funzioni nelle strumentazioni mediali e nei loro programmi  hanno amplificato nelle nuove generazioni la tendenza alla fruizione e all’esecuzione di più attività in parallelo (multitasking); la scuola continua a privilegiare l’isolamento delle singole funzioni ed attività;
  • compiti risolutivi e compiti adattivi: la maggior parte delle “prove” scolastiche prevede una sola soluzione, mentre tutte le restanti risultano erronee. Si tratta di una situazione artificiale che certamente permette una rapida verifica ma che è molto lontana dalla gran parte dei problemi sia nel mondo reale che in quello del web che lasciano il campo aperto a soluzioni molteplici; la creatività (l’intelligenza creativa) sta appunto in questo: trovare soluzioni sinora impensate a vecchi quesiti (e problemi) (Robinson, 2010);
  • lavoro individuale e lavoro cooperativo: la maggior parte delle attività scolastiche prevedono studio e compiti individuali; il lavoro di gruppo/cooperativo rimane il più delle volte relegato ad attività considerate secondarie, magari “belle esperienze” che però difficilmente vengono adeguatamente valorizzate e che raramente riescono ad entrare nella valutazione delle competenze dell’allievo;
  • concezione “lineare” e concezione “organica” del sapere: la tradizione scolastica dall’illuminismo in poi (e ancor prima da Aristotele a Cartesio) hanno privilegiato un assetto logico deduttivo e percorsi di apprendimento rigorosamente lineari e preordinati; nulla di più diverso da quando apprendiamo dall’esperienza nel mondo reale dove incontri, stimoli ed occasioni sono plurimi ed in gran parte imprevedibili; situazione non negata nel cosiddetto mondo virtuale, ma semmai di gran lunga potenziata. Già Schopenhauer (1818) sottolineava la contraddizione fra organicità del sapere e sua “forma” libresca: “Un libro deve peraltro possedere una riga all’inizio e una alla fine, e rimarrà quindi assai dissimile da un organismo, pur mantenendoglisi somigliante nel proprio contenuto: il che vuol dire che saranno qui in contrasto forma e contenuto”. Consapevolezza della non linearità del sapere che si è enormemente sviluppata nel pensiero post illuministico (basti pensare oggi alle sempre più frequenti intersezioni fra discipline diverse) ma che nell’organizzazione dei curricoli scolastici difficilmente è presa in considerazione.

Non voglio qui entrare nel merito di come potremmo augurarci una scuola “al passo coi tempi”, non solo per non aprire un “libro dei sogni” in totale contrasto con le tendenze di “riforma” oggi prevalenti, ma perché penso che alcune delle contraddizioni sopra indicate siano per certo versi non solo irrisolvibili ma anche “salutari”. Dovrebbe essere ruolo dell’adulto essere e rendere consapevoli della contraddittorietà del reale così come essere mediatore tra tradizione della cultura ed innovazione. Assumersi il ruolo di intervenire quale adulto in un percorso di PE 2.0 vuol dire allora farsi carico consapevolmente ed in modo condiviso di tali contraddizioni.

 

Un cambio di velocità

È esperienza comune di molti che, per motivi anagrafici, hanno visto all’epoca film degli anni ’60 e ’70 ed hanno poi avuto l’opportunità (o la volontà) di rivederli, accorgersi (e meravigliarsi) di quanto quei film fossero “lenti”. Insomma non ci sembrano più gli stessi film, la nostra percezione di velocità e lentezza si è progressivamente modificata con il modificarsi ed “accelerarsi” del linguaggio cinematografico.

Un’esperienza analoga ed inversa è quella dell’impatto sulle diverse generazioni di spot  particolarmente agili; spesso sono i “più piccoli” a capire subito le connessioni veloci dello spot, a percepirlo come storia e racconto trasparente, mentre i componenti più attempati della famiglia hanno bisogno di rivedere il video più volte per coglierne senso e connessioni interne.

Cogliere le connessioni

Spot, videoclip e video in genere ci pongono a contatto con un modo di strutturare il linguaggio audiovisivo basato sulla essenzialità, sulle connessioni rapide, sulla capacità del destinatario di rileggere mentalmente l’intero video alla luce della sua conclusione. È altrettanto evidente di come il target, più o meno giovanile, orienti la produzione ad una maggiore o minore “velocità” (e brevità) del messaggio video.

Questa capacità di cogliere rapidamente le connessioni diventa estremamente utile nella navigazione web e nella gestione della comunicazione con i nuovi media digitali. L’obiezione che spesso viene fatta, e che a me pare del tutto fuorviante, è che la maggior velocità equivarrebbe ad una maggior superficialità. La prima osservazione è che chiunque abbia lavorato ad un prodotto video sa che per ottenere un prodotto “efficace” bisogna lavorare molto non solo nelle riprese (produzione) ma soprattutto nel montaggio (postproduzione). Il lavoro di selezione, sintesi, ricollocazione, calibratura audio e video, verifica intermedia ecc. quanto più è “raffinato” tanto più produce efficacia comunicativa. La brevità diventa allora frutto di un lavoro “lungo” e tutt’altro che superficiale. All’opposto ad esempio di una soap opera dove spesso la telecamera si limita a seguire gli attori “in tempo reale”.

Essere più brevi

In fondo lo stesso vale per i testi scritti: la limatura e revisione di un testo può richiedere molto tempo. Ricordo una lettera ad un giornale di Franco Fortini in cui l’autore alla fine si scusava per non aver avuto il tempo per esser più breve.

Capovolgendo metodi collaudati. Ma vorrei fare un passo ulteriore. Mi riferisco alla mia esperienza di insegnante. Per lungo tempo quando un allievo (o un gruppo di loro) mi chiedeva di rispiegargli un passaggio, un concetto o una dimostrazione seguivo alla lettera la metafora della “spiegazione”. Spiegare ovvero “dis-piegare” ciò che era piegato, nascosto, chiuso. Una operazione di esplicitazione che dilatava tempi e passaggi per renderli più espliciti, più visibili, più chiari. Sembrava a me, come a molti colleghi, il modo naturale, ovvio per far capire a chi non aveva ancora capito. Col tempo mi son reso conto che il metodo funzionava sempre meno, che lo sguardo dell’allievo sottoposto ad una spiegazione analitica, dettagliata, ben “dispiegata” e perciò dilatata, era sempre più spesso tra il perplesso e il perso.

Ho avuto allora una intuizione. Ho detto all’allievo: “Adesso te lo spiego più in fretta!”. Per me era più difficile, non spontaneo, lontano dalle mie esperienze di apprendimento, ma per l’allievo il più delle volte decisamente più efficace.

Sfruttando rapidità e intensità. La considerazione è allora questa. Con la invenzione e la diffusione della stampa “l’uomo tipografico” (Baldini, 1995) ha potenziato la capacità di visiva “micro”, la capacità a vedere il piccolo e il vicino, dovendo però inconsapevolmente rinunciare a parte della capacità degli antichi progenitori e navigatori di scorgere stelle, navi e territori in lontananza. L’uomo digitale acquisisce parallelamente la capacità a leggere in profondità, con adeguata concentrazione, la velocità dei media; questa maggior intensità dell’attenzione viene però a ridurne i tempi. È anche questa una osservazione (e lamentela) diffusa negli operatori scolastici: i tempi della soglia di attenzione con le nuove generazioni si sono accorciati.

Dobbiamo allora esser noi capaci di sfruttare la brevità, capaci, e non è sempre semplice,  di mutare il nostro ritmo. Dobbiamo insomma imparare a fare i conti con la velocità del mondo digitale.


Un compito di manutenzione

Mi ero in passato, con alcuni colleghi, soffermato sulla opportuna “manutenzione” del gruppo classe considerando quest’ultimo “sia come contesto di apprendimento sia come ambito privilegiato di socializzazione e di formazione civile” (Ottolini et al., 2007).

La costituzione di una squadra

Il discorso era chiaramente riferibile anche al gruppo dei peer in formazione: formarsi non solo individualmente a saper intervenire, ma costituire appunto “una squadra”, un gruppo in grado di scambiarsi esperienze e valutazioni. Tutto questo è chiaramente e pienamente attuale anche nella prospettiva della PE 2.0.

In quest’ultimo ambito mi pare diventi altrettanto cruciale un altro livello di “manutenzione”: quello del prodotto. Mi spiego.

Nel percorso che ci ha portato verso a PE 2.0 la progettazione e produzione di video con finalità preventiva ha assunto un ruolo crescente. Come altri hanno sottolineato non basta questo per parlare di una connessione fra peer e media education; è necessaria sia una adeguata conoscenza della specificità linguistica del mezzo utilizzato, sia una  precisa consapevolezza della destinazione e delle finalità del prodotto da realizzare (autorialità).

Ma qual è il destino del prodotto?

Si potrebbe pensare (e talora così è stato) ad una sorta di viral marketing: lo spot o il video preventivo viene immesso in rete non solo postandolo su YuoTube ma anche veicolandolo (il cosiddetto “lancio”) con i vari media (posta elettronica, chat, social network) ma, lasciandolo poi alla propria forza comunicativa, al passaparola spontaneo. Insomma lasciandolo al proprio destino.

Ma nel nostro caso dovremmo semmai parlare di un “anti-viral marketing”, non solo per lo scopo preventivo, ma anche per le sue modalità. In un marketing virale la verifica di efficacia si ha nella ricaduta sul prodotto (sul brand) veicolato.

 L’accompagnamento all’autorialità

Penso, invece,  che uno spot, un clip o un video preventivo vada “accompagnato”; gli autori debbono prendersene cura, presentarlo ad altri, raccogliere (sia in incontri reali sia in rete) commenti ed osservazioni. Veicolarlo anche come stimolo perché altri producano a loro volta (sullo stesso tema preventivo o su altri) analoghi spot, clip o video.

La formazione all’autorialità consiste anche in questo. Un autore di un romanzo o di un saggio tanto più è soddisfatto della propria opera tanto più si prende cura del suo destino, legge le recensioni, prende parte a presentazioni del suo libro, a dibattiti, risponde alle critiche.

Penso che un gruppo di giovani (siano peer o studenti di una classe) autori di un prodotto mediale, tenendo conto della specificità del loro prodotto e delle modalità di veicolazione, debbano esser aiutati ed indirizzati a fare altrettanto: autori non solo consapevoli ma anche “paterni” nei confronti della loro creatura. Quella che possiamo appunto considerare una sorta di “manutenzione del prodotto mediale”.

La creazione di una rete fertile

Con il seminario “Verso una peer education 2.0” non solo abbiamo affrontato un tema del tutto nuovo, ancora appunto in corso di elaborazione, ma, altrettanto importante, dato vita una modalità che mi pare altrettanto nuova e congruente con il tema. Non lezioni cattedratiche, non una divisione fra esperti ed utenti, ma un contesto circolare dove le provenienze ed esperienze più diverse hanno potuto confrontarsi: insegnanti, docenti universitari, operatori sanitari, sociali ed educatori, operatori nell’ambito dei media, ecc. Non si è dato vita né ad un club né ad una sorta di costituenda associazione ma ad una rete che potrà, con la flessibilità appunto delle reti, mantenere ed in alcuni casi incrementare i contatti e fra qualche tempo potrà anche ritrovarsi per confrontare le esperienze nel frattempo sperimentate ed affrontare nuove tematiche. Dando vita, laddove possibile, a progetti di sperimentazione condivisa.

Un viaggio oltre valichi e frontiere

Come sanno alcuni miei amici, c’è un autore che tra gli altri prediligo e cito spesso, in quanto mi sollecita sempre nuovi spunti. Nel suo ultimo libro tradotto in italiano così parla di sé:

Mi sono reso conto che avevo condotto una vita da passatore in più di un modo: dopo aver attra­versato io stesso le frontiere, ho cercato di facilitarne il passaggio ad altri. Prima, frontiere tra paesi, lingue, culture; poi, tra ambiti di studio e disciplinari nel campo delle scienze umane. Ma anche frontiere tra il banale e l’essenziale, tra il quotidiano e il sublime, tra la vita materiale e la vita spirituale. Nei dibattiti, aspiro al ruolo di mediatore. Il manicheismo e le corti­ne di ferro sono ciò che amo meno.” (Todorov, 2010, p. 429)

Come adulti, come rete di sostegno alla peer education nella scuola e sul territorio abbiamo ampiamente riflettuto nel corso degli anni sulle caratteristiche della peer education, sulla formazione dei peer, sulle modalità di intervento e così via. Forse abbiamo troppo poco riflettuto su noi stessi. L’apertura verso il mondo digitale coglie la maggior parte di noi impreparati, le competenze in questo ambito di molti dei giovani con cui entriamo in contatto il più delle volte ci sorprendono.

Dobbiamo forse allora sforzarci di diventare anche noi dei “passatori” imparando a valicare frontiere ed aiutando altri a valicarle. Frontiere fra mondo adulto e mondo giovanile, fra percorsi scolastici ed extrascolastici,  fra cultura tradizionale e cultura mediale, fra il mondo reale ed il cosiddetto mondo virtuale. Ed ancora fra peer e media education, fra prevenzione ed educazione, fra individualità e gruppalità, fra competenza professionale e dimensione ludica. E potrei continuare.

Buon viaggio a tutti noi.

 Riferimenti Bibliografici

Arpaia P. et al., 1999, Corso di perfezionamento in Didattica dell’Italiano. Modulo 5: Le abilità di studio, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” – Consorzio BAICR, Roma 1999

Baldini M., 1995,  Storia della comunicazione, Newton, Roma.

Croce M., Gnemmi A., 2003, Peer education. Adolescenti protagonisti nella prevenzione, Franco Angeli, Milano.

Fornari F., 1982, Gruppo e Codici Affettivi, dispensa de “Il Minotauro”, Milano.

Iard, 2007, Rapporto giovani. Sesta indagine dell’Istituto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna.

Ottolini G.  et al., 2007, “Pratiche di formazione e manutenzione del gruppo classe” in C. Pontecorvo – L. Marchetti, Nuovi saperi per la scuola. Le scienze sociali trent’anni dopo, Marsilio – Consiglio italiano per le Scienze Sociali, Venezia – Brescia pp. 157-175.

Pietropolli Charmet G., 2000, I nuovi adolescenti. Padri e madri di fronte a una sfida, Raffaello Cortina, Milano.

Riva G., 2010, I social network, il Mulino. Bologna.

Robinson K., 2006, Ken Robinson says schools kill creativity, http://www.ted.com/talks/ken_robinson_says_schools_kill_creativity.html

Robinson K., 2010, Changing Paradigm, http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Flash&d_op=getit&id=13883

Schopenhauer A.,  1818, Prefazione dell’autore alla prima edizione di Il mondo come volontà e come rappresentazione, tr. It. Mursia, Milano 1969, pp. 19-24

Todorov T., 2010,  Una vita da passatore. Conversazione con Catherine Portevin, Sellerio

Tomelleri S., 2010, “I legami sociali sono ancora possibili?”, Animazione Sociale n. 247, nov. 2010, pp. 88-97.

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* da  Verso una peer education 2.0 ?, ASL VCO – Associazione Contorno Viola, Supplemento ad Animazione sociale n. 3 2011, pp. 43-54