Ho pensato di aprire una sezione dedicata a “Padri & figli” non solo per poter inserire in questa “categoria” commenti a letture e riflessioni che stanno un po’ a cavallo fra Peer & new media e Violenze di genere, ma soprattutto perché mi pare l’ora di affrontare quello che è un nervo scoperto della nostra società e, per quel che ci riguarda direttamente, della mostra comunità locale. Ci siamo molto interrogati sui giovani, sulla adolescenza (problema o risorsa? …). Il problema, le domande più urgenti, stanno forse da un’altra parte: quella di noi adulti, dei padri (come persone e come funzione) che non ci sono più o che, se ci sono, non sanno più cosa ci stanno a fare. Non penso sia un problema di singoli ma di un’intera comunità e mi auguro che commenti e contributi di molti (qui o altrove) ci aiutino a trovare le risposte (e le azioni) adeguate.
Il peregrinare fra altri padri e nuovi fratelli
Dodici anni fa (26-27 ottobre 2001) avevamo organizzato al Cobianchi un Convegno dal titolo “Come noi nessuno mai. Nuovi adolescenti fra scuola e società civile”.
Di fronte ai cambiamenti delle nuove generazioni sentivamo (insegnanti e operatori del territorio) l’urgenza di leggere con occhi nuovi l’adolescenza (le categorie tradizionali sui libri non ci soddisfacevano più).
Dicevo nella presentazione:
È un incontro tra docenti e operatori dei servizi sociali e di associazioni formative, presenti qui in gran numero; poche in passato le occasioni di confronto fra scuola e formatori nel territorio: si trattava in genere di incontri focalizzati sul disagio e sulla devianza. Oggi vogliamo invece interrogarci sulla “norma”, su una “normalità” che è cambiata …
E nella presentazione della nostra indagine nella scuola sul bullismo veniva scritto:
Caratteristica saliente della società che chiamiamo “moderna” è la sua inarrestabile dinamica di trasformazione, delle strutture organizzative, delle relazioni e dei comportamenti. Cambiamenti che non sempre avvertiamo nella loro continuità, ma da cui periodicamente siamo colpiti per la loro profondità non appena riusciamo a focalizzarli e raffrontarli con quanto eravamo riusciti a delineare e concettualizzare tempo addietro. Ambito privilegiato del cambiamento sono i soggetti sociali più dinamici e ricettivi, gli strati giovanili in primo luogo; le modalità della frattura generazionale possono modificarsi anche radicalmente, talora persino rovesciarsi nell’esatto contrario (ad esempio dalla rottura precoce e spesso conflittuale con l’ambito familiare, alla attuale lunga adolescenza spesso caratterizzata dal prolungamento della permanenza in famiglia del giovane adulto), ma la costanza di tale frattura, a partire dai moduli comportamentali e comunicativi, attraversa l’esperienza di tutte le generazioni. [1]
Qual era il senso complessivo di quelle riflessioni? – riflessioni che tra l’altro, per il sottoscritto significarono l’instaurarsi di un rapporto fecondo e duraturo con la peer education e l’associazione Contorno Viola –.
Era il ruolo crescente del gruppo dei pari, in positivo ma anche in negativo, quale prevalente riferimento normativo e identitario mentre le agenzie tradizionali, famiglia e scuola, si percepivano sempre più come inadeguate. Di qui l’individuazione del gruppo dei pari (e del gruppo classe nell’ambito della scuola) quale risorsa educativa.
Sintetizzando questa trasformazione dicevo non molto tempo fa ad un mio amico: la mia generazione, quella del ’68, era alla ricerca di altri padri – ed alcuni di noi hanno avuto la fortuna di trovarli – mentre gli adolescenti a cavallo del nuovo millennio si sono posti alla ricerca di nuovi fratelli maggiori.
Il gruppo dei pari come risorsa, il peer educator quale fratello maggiore. Il quadro era chiaro.
Ma ancora una volta la società cambia, cambia molto rapidamente, e le nostre chiavi di lettura, le nostre categorie sono perennemente in ritardo.
Il gruppo dei pari in una società fluida è sempre più un insieme instabile, non solo (da tempo) le appartenenze (e pertanto le identità) sono multiple, ma l’universo digitale allarga, compone e scompone i gruppi dove, tra l’altro, l’esser pari può spesso aver poco a vedere non solo con il luogo ma anche con l’età. La ricerca per gli adolescenti di punti di riferimento rischia di essere un peregrinare senza meta e con punti di arrivo che si dimostrano rapidamente tappe provvisorie.
La funzione del terzo
Dall’altro lato la funzione del padre è da tempo in crisi: il suo ruolo “terzo” si poneva come autorità in grado di porre un limite al rapporto simbiotico madre-figlio, indirizzando al differimento del piacere attraverso la scoperta del mondo sociale e delle sue regole. La crisi di quel modello è sotto gli occhi di tutti e sono del tutto inutili i richiami nostalgici che vorrebbero riproporlo.
Ma non penso nemmeno che sia da accettare come ineluttabile (o addirittura da esaltare) la “società senza padri”. Le ripercussioni sono tanto a livello individuale con la crescente fragilità sia dei padri che dei figli (in alcuni casi dall’esito tragico) quanto a livello di comunità, in particolare nel rapporto fra scuola e famiglia con la messa in crisi del reciproco ruolo educativo.
Genitori o che sono del tutto assenti o che assumono unicamente il ruolo (materno) protettivo o (fraterno) difensivo/controffensivo nei confronti degli insegnanti e della scuola di cui vengono disconosciuti professionalità e mission educativa. Istituzioni scolastiche che di fronte alle competenze digitali di gran parte dei nuovi allievi (i nativi digitali) rispondono talora in modo puramente difensivo ed autoritario (i divieti), talaltra con proposte puramente tecnologiche (LIM, libri di testo digitali ecc.): in entrambi i casi senza assumersi un ruolo specificamente educativo e senza interagire in modo complementare con le funzioni genitoriali.
Reinventare la paternità è difficile: non si può riprodurre l’impossibile modello del padre detentore di saperi sociali e di identità consolidate, ma neanche inseguire una “femminilizzazione” del rapporto con i propri figli. Insomma non è più possibile né la finzione del pater familias, che generazioni di madri hanno tentato di assecondare anche quando i maschi avevano sostituito il trono dell’autorità con la poltrona davanti al televisore, né quella del mammo, che … scimmiotta specificità materne.. [2]
Ripensare, reinventare la funzione paterna e farlo a livello di comunità; questa penso sia la difficile sfida che abbiamo di fronte.
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[1] ITI Cobianchi, Scherzi, nonni e bulli. Indagine conoscitiva, Verbania 2001, p. 5
[2] S. Ciccone, Essere maschi. Tra potere e libertà, Rosenberg & Sellier, Torino 2009, p. 170
Sun Meiniang, donna coraggiosa, indipendente e bellissima (ma con i piedi grossi, peculiarità decisamente sconveniente per la Cina dell’anno 1900); suo marito, il macellaio con poco cervello Zhao Xiaojia; il padre di Meiniang, Sun Bing, carismatico attore di strada; il suocero Zhao Jia, il capo dei boia di corte dalla sinistra reputazione; l’amante Qing Ding, saggio governatore della città di Gaomi (provincia dello Shandong, nord-est della Cina).
La trama è tutta nella prima pagina del romanzo (p.5): Sun Bing si pone a capo della ribellione contadina contro i soldati tedeschi posti a guardia della costruzione della ferrovia tra i campi coltivati spazzando via le tombe dei nostri antenati e verrà arrestato e condannato a morte coll’atroce supplizio del legno di sandalo; il suocero compirà l’esecuzione e quest’ultimo avrebbe poi trovato la morte per mano della nuora. Una tragica saga familiare? No. Molto altro. Conviene senz’altro intraprendere la lettura delle restanti 500 pagine ad alcune condizioni: aver già “assaggiato” lo stile complesso di Mo Yan (almeno Sorgo rosso e/o L‘uomo che allevava i gatti) ed esser pronti a leggere (anche) pagine e pagine di accurata descrizione di atroci supplizi. Sarebbe comunque riduttivo (come molti commentatori fanno) focalizzare solo su questo aspetto la cifra del romanzo.
Lo sfondo storico è quello del declino della dinastia imperiale Qing con gli intrighi di corte e lo strapotere di Cixi, l’imperatrice madre, mentre nelle campagne divampa la rivolta dei boxer contro il colonialismo europeo e la costruzione delle linee ferroviarie. I venti di rivolta soffiano forte nella provincia periferica dello Shadong e ancor più forte la repressione che ha la sua mano armata nelle truppe straniere (e in particolare tedesche).
La narrazione è a più voci, i personaggi centrali si passano da un capitolo all’altro il compito di raccontare e completare, dalla loro visuale, il succedersi dei fatti in un continuo andirivieni temporale dove il prima e il dopo non hanno molta rilevanza in quanto è il passato di ciascuno che ne configura il ruolo e ne motiva l’azione. È il lettore che, non sempre agilmente, deve ricomporre le fila della vicenda. Personaggi che a loro volta sono inseriti in una cornice poetico teatrale, quali attori / cantori dell’Opera dei gatti, forma di rappresentazione popolare nata quale canto funebre in memoria del morto e diffusasi nelle campagne a nordest di Gaomi nella forma di “piccole compagnie teatrali a carattere famigliare. …Di solito erano marito e moglie con un bambino: il marito cantava, la moglie lo accompagnava e il bambino vestito con un costume da gatto intercalava miagolii al canto dei genitori. A volte cantavano ai funerali delle famiglie abbienti … ma perlopiù tenevano spettacoli nei mercati. Marito e moglie interpretavano i vari personaggi cantando e ballando, il bambino, con un cesto, tra movenze di gatto e miagolii, raccoglieva i soldi. … Noi delle compagnie di opera dei gatti abbiamo molto in comune con i mendicanti …”.
E le liriche dell’Opera dei gatti introducono sezioni e capitoli e riemergono in più occasioni nella narrazione in una sorta di distanziamento poetico, e talora ironico, dai momenti più tragici, conflittuali e violenti.
Conflitti che si rappresentano in un accentuato simbolismo: il potere carismatico del governatore rappresentato dalla sua splendida barba.
“Sul mento di Quian Ding, il nuovo magistrato del distretto di Gaomi, cresceva una barba splendida, simile a una cascata. Alla sua prima apparizione nella sale delle udienze, fu proprio questa a mettere in soggezione i vari funzionari, infidi come demoni, e i diversi ranghi di guardie, feroci al pari di lupi e tigri.”
Ma altrettanto (e forse ancor più) folta e prestigiosa è la barba di Sun Bing e i due carismi si scontreranno in un pubblico “duello delle barbe” dove a vincere non potrà che essere la barba del governatore e il povero teatrante sarà destinato, in un agguato, a vedersela strappare pelo per pelo.
Analogo il confronto e il conflitto fra i minuscoli piedi della moglie nobile, colta e raffinata del Governatore e quelli grandi della sua amante, la passionale venditrice di carne di gatto Meiniang. Oppure le maschere dei teatranti, beffarde e spesso animalesche, di contro al rosso del sangue rappreso di gallo che ritualmente ricopre la faccia dei boia del “Ministero delle punizioni”.
Il tema centrale è senz’altro quello della violenza. La violenza cieca e brutale dell’esercito coloniale straniero che deturpa e saccheggia il territorio e violenta le donne, che non esita a massacrare villaggi e città di fronte al minimo segno di ribellione e impone al potere imperiale la pena più crudele per i capi della rivolta.
La violenza crudele ed atroce dei supplizi imposti ai condannati a morte dal potere imperiale cinese dove il prolungarsi massimo del dolore si accompagna a rigorosi cerimoniali ed alla ritualizzazione più raffinata: l’arte suprema del supplizio.
Ed infine, alternativa alle altre due, la violenza popolare che mescola magia, religiosità e teatralità e dove la ribellione e la rivendicazione di giustizia assumono i toni dell’irrisione e della beffa. Violenza ironica e tragica nello stesso tempo perché destinata a soccombere alle altre due ma non a piegarsi e ad arrendersi. I capi della rivolta contadina si travestono in personaggi mitici e promettono invulnerabilità a chi si unisca al Pugilato di Giustizia e Concordia (i cosiddetti boxer). Il Governatore che va a parlamentare viene ricoperto di sangue di cane e letame. Mentre si allontanava facendosi largo tra la folla irridente
“sentì lo Scimmiotto che a squarciagola cantava una melodia dell’opera dei gatti:
«Pugilato della Giustizia e della Concordia, aiutato dagli dei,
annienta gli stranieri e proteggi i paesi miei!
Pugilato della Giustizia e della Concordia, dal magico potere,
lance o coltelli, alabarde o spade, nulla ci potrà ferire» …”
Quando nel 2012 a Mo Yan è stato assegnato il Premio Nobel per la letteratura con la motivazione che nelle sue opere “con un realismo allucinatorio fonde racconti popolari, storia e contemporaneità” non mancarono le polemiche in quanto, secondo molti commentatori ed alcuni dissidenti all’estero, il premio sarebbe stato assegnato ad “uno scrittore di regime” [1] più per motivi politici che letterari. Non manca però chi sottolinea come non sia corretto parlare di Mo Yan quale sostenitore del regime [2]. Mo Yan non è certo un dissidente, non si occupa di politica in senso stretto ma ha a cuore le condizioni e le tradizioni delle popolazioni, soprattutto contadine, della sua provincia; un narratore che ci pone di fronte ad una visuale molto diversa da quella del regime, di un potere che enfatizza successi ed omologazione culturale. Mo Yan ci rappresenta, in modo crudo e poetico, ricchezza e miseria, coraggio e abiezione della sua gente con tutte le sue contraddizioni e diversità. La sua non è però una lettura politica e penso che sia profondamente sbagliato (è sempre sbagliato) sovrapporre al giudizio letterario quello politico.
Semmai il dubbio è un altro: la crudezza delle sue descrizioni porta forse in sé un po’ di ambiguo compiacimento? La cosa peggiore del libro mi sembra presente nella nota finale dell’autore che inizia in questo modo:
“Le lunghe descrizioni dei terribili supplizi che si trovano in questo libro hanno lo scopo di far conoscere al lettore la barbarie e gli orrori che si sono verificati nel corso della storia, per risvegliare in lui un cuore compassionevole …” [3]
Un artista, un letterato convinto della sua opera, non dovrebbe mai scrivere niente del genere, scusarsi e spiegarsi per paura di esser frainteso. Mi auguro che la nota compaia solo nelle traduzioni e che sia per l’autore da collegare più alla consapevolezza della difficoltà di traduzione del testo cinese piuttosto che al romanzo in quanto tale. Se così non fosse l’excusatio non petita diventerebbe accusatio manifesta, come recita la nota locuzione medievale. Si sa che con sesso e/o violenza il successo è garantito ed anche un bravo scrittore (o un buon regista) potrebbe farci un pensierino.
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[1] Cina, i dissidenti contro il Nobel a Mo Yan: “Allineato al regime”.
[2] Il Nobel Mo Yan: distante dal regime e dai dissidenti.
[3] Il testo completo della nota si può agevolmente trovare in rete, ad es. nella recensione di GraphoMania. Contrariamente a quanto qui (e in molte altre recensioni) viene affermato, non considero questa nota una “chiave di lettura” ma appunto una fuorviante excusatio non petita.
Il Commissariamento di Verbania e la scadenza politica amministrativa, ormai a meno di un anno, han fatto sì che il dibattito su cosa dovrà (o potrà) essere la nostra città si è aperto.
Eventi tragici che l’hanno di recente scossa hanno fatto riemergere con forza un bisogno di comunità e il desiderio di intravedere una via d’uscita al suo declino in particolare per le più giovani generazioni.
Non tutte le proposte e non tutte le osservazioni vanno ovviamente però nella stessa direzione.
C’è un gruppo (una costellazione) di posizioni, osservazioni, suggestioni ecc. che mi sembrano accomunate da una visione comune di fondo. Cerco di esprimerla (non mi riferisco a persone specifiche ma ad una tendenza – non sempre consapevole – che accomuna molte posizioni e proposte…). Tento di esplicitare questa tendenza per poi spiegare perché non la condivido.
Viviamo in un posto bellissimo, ma la qualità dei servizi e della “cura” con cui teniamo la nostra città non la rende totalmente vivibile. Compito di una futura amministrazione dovrà essere allora quella di far vivere al meglio i verbanesi nella loro città, garantendo i servizi e l’aspetto della città. In questo modo anche altri nuovi abitanti potranno esservi attratti e venire a risiedervi.
Bisogna incrementare il senso civico dei cittadini (o il loro senso di comunità) perché vi sia cura collettiva (dalla pulizia delle strade ai fiori sui balconi ecc.)
Il tutto viene talora espresso con immagini del tipo Verbania città salubre (o della salute); città giardino e simili.
Perché non condivido?
Il declino è economico e demografico. I giovani abbandonano Verbania per trovare lavoro altrove.
Non sarà certo qualche cartaccia per terra in meno, qualche aiuola in più, qualche lavoratore vicino alla pensione che sceglie di venire a vivere a Verbania per poter passare una vecchiaia tranquilla che invertiranno il declino.
Io personalmente vivo bene a Verbania, ma se intendo dedicar parte del mio tempo al futuro di questa città, non è certo per viverci meglio ma per poter contribuire ad un possibile futuro per le prossime generazioni.
Quello di cui abbiamo bisogno è una città vitale (e ringrazio Roberto che mi ha suggerito l’espressione).
Servono allora due poli.
Da un lato sollecitare, mettere in rete, stimolare, indagare ciò che di vitale già c’è nella nostra città. Penso alle associazioni (culturali, sportive, di volontariato) di cui Verbania è sempre stata particolarmente ricca. Alla piccola imprenditoria innovativa, al mondo delle nuove tecnologie e dei nuovi lavori.
Servono poi idee, progetti, sogni che possono nascere qui ma anche esser sollecitati da esperienze anche lontane.
Senza un futuro che dia una svolta, non solo non serve “l’abbellimento” ma, come già osservavo in una precedente nota la vita di una città è un po’ come quella delle persone. Quando l’orizzonte del futuro si restringe, quando non ci sono speranze e progetti per il futuro anche la cura odierna di sé degrada. Non c’è senso civico che tenga.
Gabriella
Nella mia piccola biblioteca che tengo in baita, oltre a un certo numero di romanzi di fantascienza c’era un romanzo di Jorge Amado che non avevo ancora letto: Gabriella garofano e cannella.
Non solo è un bel romanzo contro il femminicidio dove la lugubre tradizione (noi diremmo dei delitti d’onore) viene fermata e rovesciata dal siriano Nacib Saad che, di fronte alla forza vitale di Gabriella, rinuncia a vendicarsi trasformandosi da “cornuto” in eroe cittadino e punto di svolta delle barbare e violente tradizioni.
È anche la storia di una città, Ilhèus, dove si confrontano i tradizionalisti del clan del fazendeiro Ramiro Bastos che, dopo aver contribuito allo sviluppo della “capitale del cacao”, non sanno far di meglio che proporre ed attuare abbellimenti della città (palazzi, giardini ed aiuole) e l’opposizione guidata da Mundhinho Falcao che intravede nel rinnovamento del porto la nuova possibilità di sviluppo.
Progresso culturale, civile ed economico della cittadina si intrecciano e la vittoria non può che andare a chi ha saputo individuare il punto possibile di svolta: nel caso specifico il rinnovo, tramite grandi opere di dragaggio, del porto di Ilhèus in modo da poter esportare direttamente il proprio cacao senza sottostare ai dazi della capitale.
Io non so quale potrà essere il “nuovo porto” da cui potrà ripartire Verbania: ma se non lo sapremo individuare e realizzare, non solo continuerà ad invecchiare la nostra popolazione, ma ancor più invecchierà e declinerà la vita cittadina.
Abbiamo bisogno della forza vitale di Gabriella e di uno (o più?) progetto/i che riapra/no le porte al futuro.
B
Wikipedia: B (named bee) is the second letter in the ISO basic Latin alphabet. →
Avevo preannunciato in un mio precedente articolo l’incontro con Sandro Donati e la sua presentazione del suo libro Lo sport del doping. Chi lo subisce, chi lo combatte. Mi pare utile riprendere il discorso con alcune riflessioni sul libro e sull’incontro.
Il libro
Innanzitutto c’è da dire che è un libro decisamente ben scritto e, direi, appassionante; che va anche al di la di quanto il titolo e la notorietà dell’autore promettono. Un libro che permette molte chiavi di lettura e che può benissimo esser letto sia da chi non è particolarmente ferrato rispetto alle diverse discipline sportive che da chi non ha cognizioni mediche relative all’uso e abuso di farmaci e droghe.
Potremmo descriverlo come un giallo, come un pamphlet politico, come un saggio, come un’autobiografia e forse altro ancora.
Un giallo: del tipo del giallo americano dove si sa fin dall’inizio chi è l’assassino (dello sport) [il Coni e le federazioni sportive nazionali], i suoi complici [i medici alla Conconi, il CNR, i laboratori antidoping ecc.) e le coperture politiche e statali. Riuscirà il nostro eroe solitario ed emarginato a smascherare e sconfiggere un potere criminale così potente? I colpi di scena non mancano, alleati fidati cambiano casacca, combattenti puliti (atleti e allenatori) vengono emarginati ed epurati … e fino all’ultima pagina non si sa quale sarà l’esito.
Un pamphlet politico: Se, come si dimostra ampiamente, è il Coni in combutta con le federazioni nazionali, a svolgere il ruolo preminente di pusher, la politica (di tutti gli orientamenti) ha sempre lasciato in mano al Coni stesso la gestione dei controlli antidoping privilegiando le amicizie e i favoritismi anche per farsi belli come ministri e governanti per le medaglie frutto di pratiche dopanti volutamente ignorate. E tra i protettori del sistema del doping troviamo i nomi di Giulio Andreotti, parlamentari e responsabili del PCI,come in seguito del PDL (la parlamentare ex atleta notoriamente abusante Manuela di Centa)o della ministre del PD Giovanna Melandri e Livia Turco. Larghe intese sullo sport del doping! Per non parlare di certe inchieste finite nel porto delle nebbie della magistratura romana o delle indagini che avrebbero dovuto svolgere i corpi militari (fiamme gialle, carabinieri, polizia di stato) contro le loro stesse squadre sportive nazionali. E quando una legge (la n. 376 del 14.12.2000) verrà varata, sarà aggirata e, contro il disposto della legge stessa, il Coni continuerà a gestire i controlli degli atleti di livello nazionale.
Un saggio. Il percorso del doping a partire dall’atletica e dalle ricerche e pratiche dei dottori Conconi e dei suoi emuli (Farraggiana, Ferrari ecc.) per ampliare lo sguardo ad altre discipline e al quadro internazionale sino alle ultime vicende più note (Schwazer, Armstrong, Pistorius) e parallelamente le battaglie e i risultati sul piano legale soprattutto internazionale. Dando per scontato che la scienza e la ricerca pro-doping è sempre più avanti di quella antidoping, Donati conclude che prioritaria è una battaglia culturale, battaglia da iniziare nelle scuole proponendo un concetto di sport come gioco ed autorealizzazione e diffidando dalla precoce specializzazione in una specifica disciplina sportiva.
Un’autobiografia. Il racconto si svolge in modo rigorosamente cronologico quale diario di una battaglia personale. Ne emerge la figura di una personalità lucida e determinata che non vuol in alcun modo subordinare la sua passione per lo sport e la sua competenza scientifica di ricercatore e studioso dell’allenamento al “risultato” o alla carriera personale. Lavora per gran parte della sua vita nel Coni e nello stesso tempo conduce una battaglia senza tregua contro le pratiche prevalenti del Coni, della Fidal e delle altre federazioni; subisce ogni sorta di boicottaggio ed emarginazione ma non demorde. Quando dovrà alla fine lasciare il Coni non sarà una sconfitta ma si aprirà per lui la strada di proseguire il suo impegno per lo sport pulito all’interno del Wada e con progetti educativi nelle scuole, e prevenzione sociale con Libera di don Ciotti.
L’unico appunto che mi è venuto da fare al libro era relativo alla copertina che sembra confermare il luogo comune del doping come prerogativa del ciclismo, mentre il libro si riferisce soprattutto ad altri sport e, in particolare, all’atletica. Ma come ha precisato nell’incontro l’autore la scelta è stata dell’editore e da lui non condivisa..
Alessandro Donati a Gravellona (3 giugno 2013)
Nell’incontro di Gravellona Donati ha dato un taglio preciso al suo intervento: so che voi qui presenti, in gran parte praticanti di sport, non avete nulla a che fare col doping. Chi lo utilizza non solo è reticente ed omertoso, ma si guarda bene dal venire a parlarne con me. Ma questo non basta; bisogna guardare anche al contesto e non limitarsi a parlare di sport. C’è chi ha interesse che il doping continui ad avvelenare le discipline sportive e anche alla base, tra sportivi ed allenatori, c’è spesso un concetto decisamente sbagliato di sport, tutto teso alle performance. Non dimenticando tra l’altro che molti record – nelle discipline che li prevedono – sono spesso il frutto di pratiche dopate e che pertanto il proporli come obiettivo alimenta implicitamente il ricorso alle scorciatoie del doping essendo per lo più inarrivabili in modo pulito.
Ho filmato una parte dell’intervento di Donati ma l’audio è risultato molto disturbato; propongo di seguito solo l’inizio (4 minuti) e la trascrizione del suo intervento iniziale (10 minuti circa).
“Credo che la mia sia una di quelle storie che capitano raramente perché io ho occupato incarichi di grande rilievo all’interno del mondo dello sport. Sono stato allenatore delle squadre nazionali di atletica, sono stato il responsabile della pianificazione dell’allenamento delle squadre nazionali di sci alpino, sci nordico, della pallavolo maschile, della scherma, del canottaggio, del pattinaggio, dell’equitazione. Sono stato docente della tecnologia dell’allenamento del CONI per tanti anni, responsabile della ricerca e sperimentazione del Coni.
Se un addetto ai lavori denuncia, è difficile catalogarlo come un disinformato o come una persona non responsabile che non vale la pena ascoltare. Chiaramente una accusa di questo genere metterebbe l’istituzione che mi ha dato quegli incarichi in contraddizione. Quindi vi dico questo perché: è un’opportunità che dall’interno vi venga proposto quello che veramente c’è. Per poi capire una cosa: le istituzioni sportive deviate si permettono di essere deviate perché si accorgono che il grande pubblico ha un tasso di tolleranza molto elevato.
Nel pubblico si annida una ambiguità a volte. Capite perfettamente, molti di voi sono praticanti e già se diamo uno sguardo allo sport amatoriale ci accorgiamo che l’utilizzo del doping negli amatori è molto elevato il che dimostra che la base non è quello che propriamente si definisce una base sana.. Una base che ha problemi, problemi proprio di approccio personali allo sport. C’è da domandarsi se gli amatori quarantenni, quarantacinquenni, cinquantenni si dopano per arrivare novantesimi invece che centoventesimi, mi domando allora quali problemi di accettazione abbiano di sé e quale rischio rappresentino per sé e per il nucleo familiare.
Io conosco molte indagini giudiziarie perché spesso mi trovo ad esser richiesto dai magistrati (come perito) quindi conosco le indagini fatte anche con intercettazioni telefoniche … so della povertà assoluta, non so magari un operaio che spende 700-800 euro al mese (per il doping) per seguire uno sport amatoriale, poi quello più benestante allora magari va anche più in là con migliaia di euro.
È chiaro che questa base acquiescente, ambigua, che si mescola con tanti praticanti corretti e appassionati, genera in coloro che gestiscono lo sport una sicurezza di operare in una direzione che tutto sommato non è contestata, ma viene accettata.
Allora io questa introduzione la termino in questa maniera. Le massime istituzioni sportive in tutti i campi si sono sempre mosse esattamente in parallelo e in sintonia con le istituzioni statali, con i governi. Capirlo per i sistemi dittatoriali è ovvio. Tutti voi sapete che la ex Unione Sovietica, la ex Germania dell’est, nella Germania nazista, nell’Italia fascista, nella Spagna franchista, lo sport era simbolo del paese in una maniera molto esasperata. Quindi il senso del nazionalismo che unisce i vertici della politica con lo sport; non parliamo di persone piene di amor di patria, ma di un nazionalismo strumentale come cosa da esibire: è un male diffuso.
Poi da questi paesi dittatoriali o post dittatoriali in realtà si è propagato anche altrove- Un esempio che ci fa capire molto è il periodo della guerra fredda: si combatteva a suon di imprese spaziali (vere o presunte tali), ma anche a suon di medaglie. È Chiaro che i servizi degli Stati Uniti sapevano che Stalin aveva lanciato un programma nazionale chiamando a raccolta tutti gli scienziati della ex Unione Sovietica – il livello scientifico era molto alto allora – e hanno elaborato un piano (nazionale) di doping. Un piano che aveva il fine di portare l’Unione Sovietica in una situazione di supremazia sportiva e la stessa cosa fece la Germania dell’est. Questo è emerso poi dagli archivi del KGB e della Stasi.
Gli Stati Uniti si sono comportati allo stesso modo: hanno colmato in un attimo il gap. Paese dittatoriale e paese democratico, comportament0 analogo.
Vi cito un esempio che vi fa capire molte cose. Ve lo dico perché noi sportivi ci occupiamo sempre troppo di sport ma dobbiamo anche essere dei cittadini responsabili. Paolo Mieli – ex direttore del Corriere della Sera – circa due anni fa pubblicò un carteggio scritto prima delle olimpiadi di Berlino del 1936 fra i massimi dirigenti del Comitato olimpico statunitense e i massimi dirigenti del Comitato olimpico tedesco. Il presidente del Comitato olimpico statunitense scrive: “Dobbiamo venire a trovarvi per verificare gli impianti prima delle olimpiadi …” … “Nel viaggio siamo rimasti ammirati del vostro grande paese” … “Vi vogliamo informare che anche noi stiamo rendendo dura la vita agli ebrei per entrare nella squadra statunitense. Facciamo il possibile per impedirlo”…
Una riflessione va fatta. … Significa che lo sport ha una vocazione massificata, ha una vocazione conformista. Poi all’interno ci siano tante persone che tendono alla qualificazione della persona: lo sport deve essere tale. Invece il sistema lo utilizza e lo strumentalizza ai suoi fini.
Questa è la cornice di riferimento che ci fa capire tante cose.
Per esempio l’Italia è dotata di una legge penale contro il doping, non soltanto una legge antidroga che c’è in tutti i paesi del mondo. C’è una legge penale contro il doping che c’è in pochi paesi del mondo.
Quindi da questo punto di vista l’Italia non sembra un paese connivente, ha elaborato una buona legge anche a giudizio della magistratura. Questa legge approvata nel dicembre 2000 prevedeva che entro 90 giorni dalla sua promulgazione il sistema sportivo dismettesse tutti i controlli antidoping e che questi venissero assunti e assorbiti come responsabilità dal ministero della salute. Questa legge è stata ignorata, non è mai stata applicata. Il Sistema sportivo ha continuato a gestirsi i controlli. Quindi un sistema controllore-controllato, capite perfettamente che si crea un corto circuito.
Faccio un esempio. Immaginiamoci una associazione di cantanti rock … famosi, grandi divi ecc. Immaginiamo che a questa associazione che vive delle quote dei cantanti rock venga affidato dallo Stato, stranamente, il compito di fare i controlli per vedere se i cantanti assumono l’eroina o la cocaina. Ma come può questa associazione che vive delle quote associative dei cantanti rock andare a colpire i cantanti rock? Lo capite?.
Passiamo allo sport. I dirigenti, le carriere dei dirigenti, sono proprio basate sui risultati, sulle performance. …”
All’archivio di Stato si è conclusa il 31 maggio la mostra Verbania: la città che non sarà. Utopie urbanistiche nel concorso del ‘39 [1] che ha ricostruito con i materiali d’archivio il concorso di idee per un piano regolatore della “nuova” città indetto il 1° agosto 1939 a quattro mesi dalla costituzione del nuovo Comune. L’iniziativa era stata indetta dall’allora commissario prefettizio Domenico Campanelli e riguardava in particolare l’area tra Suna, Pallanza e Intra con l’intento di dar vita ad un centro cittadino che riorganizzasse la struttura policentrica del nuovo Comune.
Il progetto vincente (gruppo CZ 6 dell’architetto Giorgio Calza Bini) individuava il nuovo centro nell’area prospiciente il lago tra la foce del San Bernardino e le pendici della Castagnola. Qui avrebbero dovuto sorgere la Casa del fascio, gli edifici pubblici, le poste, la chiesa parrocchiale, le scuole elementari, il teatro ecc.
Il sistema viario sarebbe stato riorganizzato con a monte di Pallanza e Intra il traffico pesante, più a valle le arterie di collegamento dei tre centri di Suna, Pallanza e Intra e lungo la costa (dal lungolago di Intra sino alla curva dell’Eden e poi sino a Suna) il percorso turistico.
Il piano regolatore fu poi commissionato e redatto ma restò lettera morta per gli eventi bellici successivi che non lasciarono spazio ad un progetto ambizioso e costoso.
I diversi progetti presentati erano il riflesso di un dibattito sulle caratteristiche che avrebbe dovuto assumere la nuova città: città industriale, o piuttosto mercantile, turistica, centro di soggiorno per persone anziane ecc.
Il progetto vincente, oltre alla monumentalità futuristica e al ruolo centrale degli edifici amministrativi, elementi caratteristici dell’epoca, mi sembra riflettere l’idea del centro di una città fortemente caratterizzata come città commerciale (porticato del palazzo degli uffici che richiama esplicitamente le antiche logge dei mercanti; la centralità di una apposita “piazza degli affari” ecc.) con parallela attenzione alla (diremmo noi oggi) vocazione turistica.
Analogie del presente
Mi sembrano interessanti (al di là delle ovvie diversità di contesto storico e di strutturazione attuale di Verbania) le analogie con l’oggi. Non solo e non tanto perché anche ora siamo sotto Commissario prefettizio (sembra che l’utopia più ambiziosa di quello attuale sia quello di togliere macchine – e relativi posteggi – da Piazza Garibaldi a Pallanza) ma per le caratteristiche del dibattito sul futuro di Verbania e per le relative proposte.
L’idea che Verbania abbia bisogno di un centro (che qualcuno oggi individuerebbe nell’area ex acetati); la logica per cui si parte da un “modello” di città (estrapolato dal presente oppure auspicato per il futuro) del tipo: città giardino, città turistica, città della salute, città della cultura ecc. e da questo modello se ne derivino poi le indicazioni, i progetti ecc.
La priorità dell’edificazione (dell’impatto del nuovo) rispetto al definirsi dei bisogni: non la stimolazione e il sostegno ad una serie di eventi ed attività tali che questi poi indirizzino verso i luoghi e le strutture fisiche a loro necessari, ma all’inverso creo una piazza affari così poi ci saranno gli affari, edifico un parco tecnologico e avrò ricerca e produzioni innovative, creo un centro eventi così poi vi sarà una città ricca di eventi di rilievo. Potremmo anche dire: si produce l’hardware senza preoccuparsi del software. Un modo per dilapidare risorse collettive e creare cattedrali nel deserto.
Infine l’opacità, la non trasparenza e il non coinvolgimento pubblico nelle scelte. In un ricorso dei progettisti esclusi (ricorso che non ebbe seguito) si sottolineava come dodici progetti con oltre 200 tavole siano stati analizzati e valutati in solo due sedute, tra l’altro con un membro della Commissione sostituito tra la prima e la seconda seduta. Infine solo i tre progetti vincenti furono mostrati al pubblico che così non fu messo in grado di valutare e confrontare l’insieme dei progetti.
Sognare Verbania
È male dunque prospettare delle utopie (urbanistiche e non solo) per la nostra città?
Direi proprio di no.
Forse occorre rovesciare l’ottica pensando appunto al “software”, dando vita ad idee e progetti che riescano ad “inventarsi” delle possibili nuove vocazioni per il nostro territorio o comunque a ripensare in modo del tutto nuovo quelle tradizionali (industria, energia, turismo, cultura, servizi alle persone ecc.).
Magari rileggendo quelli che sinora erano considerati quali limiti e negatività, come fonte di nuove opportunità.
La mancanza di un “centro”, e pertanto il policentrismo come vocazione plurale che si proietta all’esterno in aree (la collina, il retroterra montano, la piana, il lago) e pertanto in ambiti e attività diversificate.
Il non esser mai stata Verbania effettivo capoluogo provinciale, unitamente al sostanziale fallimento della provincia del VCO, come possibilità di guardare altrove (la Svizzera, l’altra sponda del lago ecc.).
L’esser periferica nella regione piemontese quale possibilità di diventare ponte tra territori diversi.
La “fuga” di giovani e persone di talento come risorsa in grado di collegarci a nuovi territori e a nuove esperienze da conoscere, valorizzare e magari importare creando opportunità per i nostri giovani e attrattiva per quelli di altri territori.
Guardare meno al proprio ombelico, al passato e al presente verbanese, guadando e scrutando più lontano nello spazio e più avanti nel tempo.
Il declino della nostra città non si arresta facendo l’elenco dei nostri mali e, come ho già scritto, dando vita a paralizzanti risentimenti.
Insomma servono idee, suggestioni nuove, direi anche: urgono sogni collettivi.
Manutenzione dell’esistente vs progettazione del nuovo?
Durante l’amministrazione Zanotti ero consigliere comunale e nell’allora maggioranza e in Consiglio più volte si era aperto il dibattito fra priorità della manutenzione (la cura e l’abbellimento della città) e l’investimento in nuovi progetti: quale la priorità fra i due poli o quale l’equilibrio da tenere.
Ripensandoci oggi, mi pare un dibattito fuorviante.
Cerco di spiegarmi con un esempio. Per inciso non intendo usare questo blog (frattali di speranza) per denunciare scempi, malefatte ed incurie. C’è già chi lo fa più che bene, in particolare il sito di Cittadini con Voi, in particolare nella sezione Vivi Verbania.
In commissione urbanistica, non ricordo l’anno, si era affrontato il progetto di edificazione a schiera in Via al Collegio: il progetto approvato prevedeva, a partire dalla casa a schiera più in alto, di fronte alla vecchia entrata del Collegio S. Maria, la realizzazione di una area di parco pubblico che scendeva, con apposito percorso e relativa illuminazione con lampioni, sino alla Via dei Villini. Si sarebbe così aperta una nuova area pubblica e nello stesso tempo un percorso pedonale che avrebbe permesso di congiungersi con Via al Collegio in mezzo al verde e di raggiungere più agevolmente a piedi la Villa e la chiesetta di S. Remigio. Una valorizzazione delle bellezze della Castagnola ed un incremento del patrimonio pubblico.
Ebbene le villette sono state realizzate, i lavoro dell’area parco iniziati, con tanto di percorso pedonale e posa dei lampioni, ma ora il cantiere è abbandonato, l’area invasa dalle erbacce, chiusa a valle mentre a monte lo sbarramento è divelto.
Non mi risulta che l’amministrazione sia intervenuta e, parlatone con il presidente del Consiglio di quartiere, non risulta nemmeno che nessun abitante abbia mai posto il problema. Lo stesso per i sentieri pedonali della Castagnola che tra i muretti delle ville permettono percorsi non asfaltati e visuali inedite: dalla tromba d’aria dello scorso agosto sono ancora pieni di detriti e in più punti transitabili a fatica.
Si tratta, come dicevo solo di un esempio, e non si fa fatica a trovarne altri in ognuna delle frazioni cittadine.
Allora ho pensato: la vita di una città è un po’ come quella delle persone. Quando l’orizzonte del futuro si restringe, quando non ci sono speranze e progetti per il futuro anche la cura odierna di sé degrada.
Una città che è collettivamente orientata verso un futuro (ideato, progettato, sognato) è una città viva e pertanto una città che ha quotidiana cura di sé. Mentre una città che ha smarrito ogni idea del proprio futuro non sa respirare il presente.
L’alternativa allora non è fra manutenzione/cura del presente e investimento/progettazione nel nuovo, ma fra il declino con tutte le sue implicazioni (economico-sociali, relazionali oltreché urbanistico – ambientali) e capacità di reazione al declino ripensando e riprogettando al futuro.
Un anno di commissariamento tendenzialmente rappresenta un anno di morte civile, di sospensione di ogni decisione e pertanto di aggravamento del declino. Sta alle forze vive della città – nei partiti e nei movimenti del centro-sinistra come nell’associazionismo diffuso – “darsi una mossa”, uscire dai rispettivi gusci e iniziare a ragionare collettivamente sui possibili domani della nostra città, su come invertire l’attuale declino.
Non ci rimane molto tempo a disposizione.
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1. Cfr. fotogallery Verbania, in mostra i progetti fermati dalla guerra (da La Stampa.it)
Lunedì 3 giugno a Gravellona [1] sarà presente Alessandro Donati per presentare la nuova edizione del suo libro Lo sport del doping. Chi lo subisce, chi lo combatte [2].
È un’importante occasione non solo per chi si occupa e si appassiona di sport, ma anche per tutti coloro che si impegnano nei campi delle dipendenze, della prevenzione e della legalità.
Donati è stato maestro dello sport del Coni, allenatore delle squadre nazionali di atletica di velocità e mezzofondo e grande innovatore nel campo delle tecniche di allenamento. Dopo la rottura con il Coni di cui ha denunciato le malefatte, attualmente è l’unico italiano consulente del Wada (l’agenzia mondiale antidoping)[3].
Nel 1989, per l’editore Ponte delle Grazie pubblicò Campioni senza valore con la prefazione di Gianni Minà [4], denunciando senza mezzi termini la macchina infernale del doping nel campo dell’atletica supportato e sorretto da parte del Coni e delle Federazioni nazionali. Il libro divenne subito introvabile non perché esaurì le vendite ma perché ci fu chi, per nascondere le denunce ivi documentate, si operò per farlo immediatamente sparire. Oggi è scaricabile gratuitamente dal sito di ADS Play Sport e lo stesso Donati dice che l’unica copia in suo possesso l’ha scaricata da internet.
Lo sport del doping ha avuto per fortuna un’altra storia: uscito nell’ottobre del 2012 è andato presto esaurito (questa volta per le effettive vendite) ed ora è appena uscita la seconda edizione aggiornata ed ampliata. Donati tra l’altro ha rinunciato ai diritti d’autore a favore del Gruppo Abele e di Libera.
Ho regalato per Natale la prima edizione del libro a mio figlio Saverio (che opera professionalmente nel campo dello sport [5]) e quando gli ho detto che gli avevo procurato un libro sul doping mi ha detto (cito a mente): Guarda che i libri che ci sono sul doping sono più o meno tutti delle prese in giro. Quando poi lo ha letto mi ha detto: Questo finalmente è un libro serio, che dice quello che gli altri tacciono. Lo ho anche prestato ad alcuni degli atleti che seguo.
Gli ho chiesto pertanto di scrivere un suo commento al libro – che riporto di seguito.
Io mi riservo, dopo averlo letto e dopo l’incontro con Donati, di esprimere il mio punto di vista da cittadino e da persona che si occupa di prevenzione.
Commento al libro di Donati di Saverio
Leggere questo libro è stato un enorme piacere ma allo stesso tempo le sue pagine hanno nuovamente aperto una ferita mai guarita .
Per tutte le persone che si occupano di sport solo da appassionati o lo praticano a livello amatoriale molti dei contenuti del libro potranno risultare “sconvolgenti” e, se non fossero puntualmente documentati, potrebbero sembrare azzardati o parzialmente inventati.
Purtroppo le verità raccontate sono provate oltreché sconvolgenti.
Invece, per chi come me oltre a praticare ad alto livello diverse discipline, ha studiato e attualmente lavora in ambito sportivo, il libro di Donati riporta a galla vicende già conosciute e, grazie alla precisa documentazione e ad un racconto puntuale, aggiunge informazioni e colma qualche perplessità.
È un libro che dovrebbero leggere tutti gli sportivi, ma soprattutto tutti “gli appassionati di sport”, tutte le migliaia di persone che seguono alla TV le partite delle squadra del cuore, le imprese dei campioni del pedale, le sfide al limite dei centesimi dei nuotatori. Forse non arriverebbero a cambiare mentalità e modo di vedere lo sport ma sicuramente potrebbero, mantenendo pari passione e calore, ragionare maggiormente sulla realtà delle cose arrivando ad avere un approccio più “critico e informato”.
Mi piacerebbe che dopo aver letto questo libro qualcuno non si arrabbiasse più per la sostituzione a fine anno dell’attaccante del cuore, ma perché la carriera dei suoi beniamini dura pochissimo in quanto gli atleti vengono spremuti e consumati, spesso spinti al di la delle loro possibilità (sia legalmente che illegalmente).
Mi piacerebbe che, leggendo questo libro, le persone perdessero l’ingenuità che ancora oggi fa sì che le vicende di doping vengano considerate “casi occasionali”.
Partendo dagli amatori fino alle categorie professionistiche i fatti ci dimostrano che oggi, dopo l’emergere di tanti scandali, la realtà non è cambiata e purtroppo, con leggi e metodiche antidoping poco efficienti, ciò che emerge è solo l’apice.
È difficile poter diffondere una corretta cultura sportiva in un mondo dove sponsor e grandi interessi stabiliscono le regole del sistema, dove ogni tipo di informazione è veicolata ed impostata con precisi obiettivi.
L’unica mia parziale differenza di opinione rispetto all’autore è inerente al concetto di “modello” di atleta. Il fatto che vengano creati modelli artificiali a cui i giovani possono ispirarsi, senza considerare che molti dei successi di questi miti sono artificiali, NON GIUSTIFICA il fatto che un ragazzo venga poi spinto a SBAGLIARE STRADA. È vero che un contesto corrotto non è un buon ambiente in cui un giovane può formare la propria esperienza atletica, ma allo stesso tempo questo non deve essere un’attenuante per sminuire le scelte scorrette degli sportivi.
In tutte le esperienze di vita le persone si trovano a dover scegliere tra quello che è onesto, corretto e ciò che non lo è. Un ragazzo può crescere in un quartiere malfamato, ma in ogni caso riuscire a non diventare un criminale. Se da una parte il Coni e le federazioni nazionali hanno tutte le loro colpe (morali e giuridiche) ben evidenziate da Donati, dal punto di vista sportivo a mio parere LA COLPA È IN OGNI CASO DEL SINGOLO; SIAMO NOI CHE PRENDIAMO LE DECISIONI PER IL NOSTRO FUTURO ED È A NOSTRO CARICO L’ESITO ED IL RISULTATO DELLE NOSTRE SCELTE. Troppo facile considerare le attenuanti dovute al contesto, alla società, al sistema.
Io per anni ho corso in bici partendo dalle gare amatoriali fino a confrontarmi a livello ELITE in ambito internazionale, e tuttora continuo ad allenarmi e a fare ricerca per studiare a fondo le risposte fisiche della macchina umana, ma mai e poi mai mi è passata per la testa l’idea di poter migliorare “artificialmente” una mia prestazione.
Se vinco una gara ringrazio le mie gambe e la mia testa, se perdo ragiono su cosa ho sbagliato e torno più motivato per migliorare dove gli altri mi hanno battuto, e comunque (con grande dispiacere) accetterò la sconfitta e stringerò la mano a chi ha fatto meglio di me in quanto atleta di maggior valore.
Saverio Ottolini
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1. Presso la libreria Margaroli (Parco Commerciale dei Laghi), ore 17.30.
2. Edizioni Gruppo Abele, maggio 2013. Nel link del testo il video di presentazione a cura di Libera Piemonte.
3. Cfr. anche il Codice Mondiale Antidoping WADA e il Sito ufficiale.
4. Cfr. anche “Campioni senza valore” – Il libro scomparso di Alessandro Donati
5. Diplomato ISEF, preparatore, responsabile del Centro SportAttitude, collaboratore di riviste e siti del settore.
Su La Stampa del 15 maggio (pagine VCO) un articolo è dedicato ad un giovane ossolano di Vogogna, Gabriele De Vito [1], che ha vinto il concorso App To You della Microsoft. L’applicazione vincitrice si propone di mettere in relazione diretta domanda ed offerta di lavoro tramite il web saltando le mediazioni cartacee dei curricoli e sarà sviluppata e successivamente lanciata su Apple Store.
L’utilizzo del web per facilitare la ricerca del lavoro (sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta) non è nuovo ed è senz’altro uno dei settori in grande sviluppo proprio in questo periodo di crisi. Numerose le società che operano e offrono servizi on line, ad esempio a livello internazionale l’Adecco o a livello nazionale la Hivejobs che si autodefiniscono rispettivamente Leader mondiale nella gestione delle risorse umane la prima, e Società italiana di Ricerca e Selezione che introduce un modello nuovo nell’ambito del recruiting la seconda.
Il web si rivela così, anche per il mercato del lavoro, uno strumento fondamentale di facilitazione e di riduzione delle mediazioni: se da un lato la nostra società è sempre più complessa e in continuo cambiamento (nel mondo del lavoro in particolare) la rete si dimostra sempre più il percorso facilitato che permette di saltare le mediazioni e di superare le limitazioni di spazio e tempo. E nel campo del lavoro, per giovani e non più giovani, questi percorsi facilitati possono segnare il discrimine fra il limitarsi a cercare (o inventarsi) un lavoro qualsiasi ed invece il riuscire a far combaciare le proprie competenze e le proprie aspettative con quelle delle aziende.
Due sondaggi
In due recenti articoli [2] Walter Passerini ho analizzato due indagini, effettuate dalle società sopra indicate, sul mercato del lavoro, sugli atteggiamenti e sulle modalità di utilizzo del web.
Il sondaggio della Hivejobs rispetto alla ricerca del lavoro tramite web afferma:
“Sono circa l’80% dei rispondenti ad utilizzare molto (29%) e moltissimo (49,5%) i canali digitali per promuovere la propria candidatura e cercare nuove offerte di lavoro. E non sono solo i più giovani ad affidarsi a questi strumenti, anche le persone over 55 utilizzano il web molto e moltissimo nel 65% dei casi.
Tra gli strumenti digitali utilizzati… Linkedin si attesta al primo posto (80%), spesso insieme ad altre piattaforme di incontro tra domande e offerte di lavoro quali Monster (80%), Infojobs (74%) e Joprapido (50%). Rimane bassa la percentuale di utilizzo di Facebook (12,5%) e Twitter (5,9%) percepiti principalmente come social network meno legati alla sfera professionale.”
I social network generici, come facebook, sono allora ininfluenti in questo ambito? Tutt’altro. Se quelli specializzati sono fondamentali nel mettere rapidamente in contatto e nel far combaciare il più possibile la ricerca delle aziende con le candidature di chi cerca lavoro, la rete in generale e facebook in particolare sono fondamentali per definire la “reputazione digitale” sia del candidato che delle aziende.
Se in passato chi assumeva, oltre al curricolo e al colloquio, cercava informazioni e referenze attraverso i canali tradizionali (lettere di accompagnamento, telefonate e magari raccomandazioni), oggi è prassi comune raccogliere queste informazioni attraverso la rete monitorando la reputazione digitale del candidato.
La ricerca di Adecco relativa proprio al rapporto fra Lavoro e reputazione digitale osserva come spesso tra i motivi adducibili all’insuccesso di un colloquio di lavoro, potrebbe esserci una foto non “sufficientemente” professionale o un profilo inadeguato postati su uno dei Social Network, come ad esempio Facebook; e come lo strumento più “gettonato” per monitorare la reputazione digitale sia proprio Facebook (52%) rispetto a Linkedin (42%).
Il motivo è chiaro: “il 38,5% dei referenti aziendali, ritiene che i frequentatori dei social network si muovano online spesso senza pensare alle conseguenze sulla loro digital reputation” e che pertanto questi costituiscano uno strumento più attendibile per conoscere la personalità anche privata del candidato.
L’aspetto più interessante della ricerca è che le risposte degli intervistati in cerca di lavoro in gran parte smentiscono questa opinione: oltre il 55% dichiara di esser consapevole dell’importanza della propria reputazione digitale e di prendere le opportune misure per tutelarsi sia controllando tramite google le informazioni su di sé reperibili in rete, sia gestendo le impostazioni sulla privacy dei social network che più in generale curando la propria immagine in rete.
La rete: totalitarismo distopico o democratizzazione?
Questi due punti di vista contrastanti ci rimandano ad un tema più generale.
Il web 2.0 e i social network rappresentano il punto d’arrivo di una società che ha annullato in maniera pressoché completa la distinzione tra pubblico e privato?
La società dell’accesso avrebbe cioè portato a compimento quella trasformazione culturale che, secondo Bauman [3] (e Alain Ehrenberg da lui citato) sarebbe iniziata una sera degli anni ’80 quando
“durante un popolare talkshow … una certa Vivienne dichiarò che suo marito Michael soffriva di eiaculazione precoce, e che questo le aveva impedito di provare anche una sola volta l’orgasmo in tutta la loro vita matrimoniale.
Cosa c’era di tanto rivoluzionario in quella affermazione? … Vivienne aveva portato sulla pubblica arena un tema assolutamente privato” …
In sostanza la società dei mass media prima e poi quella dei social network 2.0, abolendo le intercapedini che impediscono la vista pubblica del privato, ci avrebbero immesso in una società totalmente trasparente, dove tutti sanno tutto di tutti e dove la sfera privata è sostanzialmente abolita. Qualcosa di simile a quanto prefigurato nella sua utopia negativa da Zamjatin [4] dove tutti sono costretti a vivere in edifici con le mura di cristallo di modo che qualsiasi dimensione privata venga esclusa. E questa soppressione del privato, questa identificazione tra privato e pubblico rappresenta, per gran parte dei teorici del totalitarismo (ad es. Hannah Arendt) una delle caratteristiche distintive dei regimi e delle società totalitarie.
Nei miei ricordi personali della Cecoslovacchia prima dell’89 è rimasta negativamente impressa l’onnipresenza degli altoparlanti che trasmettevano la radio di stato. Non tanto per la “propaganda”: per lo più era musica classica. Ma che tutti si dovesse ascoltare, nel capeggio come per le vie cittadine, la stessa musica la vivevo come un sopruso e un’invasione nella sfera della libertà personale.
Questo produce oggi la rete e nello specifico facebook, sia pur non per sopruso dall’alto ma per un’autolimitazione della propria libertà dal basso, in un incosciente immettersi collettivo nel mondo totalitario 2.0?
Io la penso diversamente.
Se da un lato posso capire la diffidenza nei confronti di facebook da parte di molti della mia generazione, proprio perché intravedono questo pericolo e non sono disposti a gettare in pasto agli altri la loro privacy, dall’altro le risposte della maggioranza degli intervistati fra coloro che cercano lavoro mi conferma su di una mia convinzione.
Il web 2.0 oltre alle le sue caratteristiche di facilitazione, rapidità, superamento delle mediazioni ecc., rappresenta un potente strumento di “democratizzazione” [5], cioè di quel processo tipico della modernità per cui ciò che precedentemente era privilegio di pochi, diventa alla portata di tutti. Democratizzazione che storicamente ha investito tutte le sfere del nostro vivere sociale, dal vestire (dagli zoccoli alle scarpe), al possesso del mezzo di trasporto individuale, all’istruzione scolastica, ed anche agli aspetti trasgressivi: come il gioco d’azzardo o l’assunzione di droghe come la cocaina che una volta erano esclusivi di alcune ristrette élite.
Curare la propria reputazione digitale
Tra gli aspetti di democratizzazione tipici del web 2.0, oltre a quello più evidente dell’accesso all’informazione, vi sono quello dell’autorialità – tutti possono diventare autori di testi on line, come sto facendo io in questo momento, senza la mediazione e il filtro di un editore – e, aspetto su cui si è detto ancora poco, tutti possono gestire la propria immagine pubblica.
L’immagine pubblica sinora non dipendeva dai singoli, ma da un complesso di relazioni con gli altri che sfuggiva al controllo personale. Con l’eccezione in passato di sovrani e mecenati che mettevano a libro paga scrittori ed artisti proprio con questa funzione.
Successivamente questa possibilità di “curare la propria immagine”, di gestire il significato che con questa immagine si vuole trasmettere, si è estesa ai personaggi delle spettacolo: attori, artisti, calciatori, divi in genere [6].
Oggi il web 2.0, oltre a rendere tutti noi potenziali autori, ci permette di gestire (o perlomeno controllare) la nostra immagine pubblica nella rete, quella che appunto viene chiamata la “reputazione digitale”. Questa capacità di controllo e gestione non è automatica e da molti non è assolutamente presa in considerazione. Direi che costituisce una delle principali caratteristiche della competenza digitale.
Competenza, come abbiamo visto, assolutamente necessaria per chi intende utilizzare il web per proporsi nel mondo del lavoro.
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1. Si sono tenute martedì le finali del progetto App To You.
2. Il più recente è sul suo blog Lavori in corso de La Stampa relativa all’indagine dell’Hivejobs: Lavoro, italiani disponibili all’estero e favorevoli a mettersi in proprio ; di qualche settimana sul quotidiano quello sull’indagine dell’Adecco: Le assunzioni ai tempi di Facebook (Download PDF ).
3. Bauman Zygunt, Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido, Laterza, Bari 2012: cfr. pp. 29-41 (Strane avventure della “privacy” 1, 2 e 3).
4. Evgenij Zamjatin, Noi, Feltrinelli, Milano 1963.
5. Utilizzo il termine “democratizzazione” in un’accezione neutra e non valoriale né politica, indicando quel processo, tipico delle società di massa, per cui ciò che era privilegio (o comunque accessibile) solo ad un piccolo gruppo sociale, diventa accessibile ai più. Non necessariamente tale processo è da considerare positivamente: come ad es. la “democratizzazione” dell’uso delle armi negli Stati Uniti.
6. Cfr. Roland Barthes, Miti d’oggi, Einaudi 1974.
Aria anormale di normalità nella sala giunta del Comune di Verbania oggi pomeriggio. Il Commissario Straordinario ha convocato le forze politiche per un confronto sulla vita amministrativa della città. Tassativamente un rappresentante per formazione: quelli che si son presentati in due (Sel compresa) han dovuto mandarne via uno. Altrettanto tassativamente presenti solo le forze politiche selezionate con un criterio che, si è detto, faceva riferimento alle ultime politiche.
Di conseguenza le formazioni civiche e altre minori, che pur hanno significativamente caratterizzato la vita cittadina (e penso che lo faranno ancora) sono state escluse: penso in particolare a Cittadini con Voi. Ma, si è detto, il Consiglio Comunale precedente è sciolto e pertanto non ha, in quanto tale nessuna funzione di rappresentanza, così come le formazioni che – in quanto unicamente locali – erano presenti al suo interno.
Questa situazione mi conferma nel mio giudizio assolutamente negativo, in particolare sulla vita democratica cittadina, dello scioglimento del Consiglio; e sono ancora sorpreso dei giudizi di soddisfazione espressi da più parti – dall’opposizione ma in forma meno appariscente anche da membri della (ex)maggioranza – sulle dimissioni di Zacchera. Le giudico invece un boccone avvelenato che per un anno intero graverà su una città già pesantemente segnata dal declino.
Aria anormale di normalità, dicevo. Tutti in Sala giunta quasi che alcunché di eccezionale fosse accaduto. Saluti, strette di mano, atteggiamenti malcelati di sollievo, gran concordia fra i fratelli separati del PDL e dei Fd’I, aria di distacco da parte della Lega Nord, atteggiamento un po’ spaesato da parte dell’UdC, atteggiamento “da maestrina” da parte della M5S, un po’ aria di rimpatriata fra noi del centrosinistra.
Grande cordialità e disponibilità all’ascolto da parte del Commissario dott. Mazza, affiancato da funzionari comunali e prefettizi, ma assoluta fermezza nell’indicare i paletti di “normalità amministrativa” e di rigorosa applicazione delle norme e dei limiti di spesa.
Insomma come prevedevo dovremo aspettarci un anno intero di “ibernazione democratica” e se qualcosa di vivo riuscirà ad accadere a Verbania lo sarà lontano dai luoghi istituzionali.
Essendomi toccato di rappresentare SEL in questo contesto ho steso un Comunicato Stampa inviato ai giornali e che riporto di seguito.
COMUNICATO STAMPA
Verbania 16.05.2013
Incontro delle forze politiche Verbanesi con il Commissario del Comune di Verbania
Il Commissario Straordinario dott. Michele Mazza ha incontrato oggi 16 maggio, dalle ore 16.00 alle ore 18.30, le forze politiche Verbanesi da lui convocate “al fine di raccogliere proposte inerenti la vita amministrativa comunale”. Erano presenti, con un rappresentante per forza politica, IDV, PD, PDL, Fd’I, LN, UdC, SEL, Comunisti Italiani, M5S.
Il criterio di convocazione, esplicitato dal Commissario, era la partecipazione di tali forze alle ultime elezioni politiche e pertanto erano escluse le liste Civiche cittadine o altre formazioni minori e l’ex Consigliere Tambolla, presente all’inizio, per questo motivo non ha potuto partecipare.
Il tema principale affrontato è stato quello del CEM con la contrarietà alla sua realizzazione da parte della maggioranza delle rappresentanze presenti con l’esclusione di PDL e Fd’I e, in forma più sfumata, di LN e UdC.
Altri temi affrontati il destino dell’Ospedale Castelli, Viabilità e parcheggi, presenza nelle Partecipate (in particolare ConserVCO), turismo e iniziative culturali estive, nuova Questura, questione lavoro e welfare, diffusione delle sale gioco, tutela della Riserva di Fondotoce, Commemorazione dei caduti di Fondotoce il prossimo 23 giugno.
Il sig. Commissario ha risposto a gran parte delle problematiche riportate e sulla questione CEM ha fatto capire come il suo orientamento – pur non escludendo momenti ulteriori di confronto – sia quello di non intervenire sulle procedure già avviate escludendo, come da noi proposto, una consultazione referendaria sulla questione. Particolare attenzione ha prestato al tema della viabilità e dell’aspetto urbano (non escludendo la possibilità di eliminare i posteggi in Piazza Garibaldi) e al problema delle rappresentanze nel ConserVCO.
Come Sinistra Ecologia Libertà abbiamo sottolineato come lo scioglimento del Consiglio Comunale (e di conseguenza anche delle Commissioni Consiliari) rappresenti una sconfitta per la vita democratica dell’intera città e come sia necessario dar comunque vita a ulteriori momenti di confronto come quello odierno e, particolarmente in questa fase, sostenere l’attività dei Consigli di Quartiere come luogo di intermediazione fra la gestione commissariale e i cittadini. Posizione opposta quella sostenuta dal Movimento 5 Stelle che ha dichiarato di vedere di buon occhio l’uscita di scena dei partiti e la gestione della città da parte dei tecnici e dei funzionari.
Il Commissario ha ribadito come intenda convocare in altre occasioni le forze politiche presenti e di volersi rapportare con le altre realtà associative presenti in città.
Gli altri punti da noi sostenuti ed esplicitati nella riunione sono contenuti del documento di seguito riportato e consegnato, come da richiesta, al Commissario.
per SEL VCO
Gianmaria Ottolini
SEL Verbano.
Documento di sintesi per il Sig. Commissario del Comune di Verbania
Premessa. SEL di Verbania, nella prospettiva di una futura amministrazione di centrosinistra che arresti l’attuale declino della città e le dia prospettive di sviluppo sostenibile, sta elaborando una bozza di documento politico/programmatico da sottoporre al confronto con cittadini, associazioni e forze politiche. Di seguito ci limitiamo ad elencare alcune delle questioni secondo noi più urgenti.
Democrazia e partecipazione. SEL considera una grave sconfitta per la vita democratica della città lo scioglimento del Consiglio Comunale e degli organismi connessi. Apprezza l’incontro odierno e chiede che incontri analoghi avvengano con scadenza mensile. Più importante in questa fase diventa inoltre il ruolo dei Consigli di quartiere e della relativa Commissione Partecipazione che possono avere un rapporto diretto con il Commissario. Realizzazione anche a Verbania (dopo Domodossola ed Omegna) della iniziativa di consegna della cittadinanza onoraria ai giovani nati nella nostra città da cittadini stranieri.
Lavoro e Welfare. La crisi economica mette in evidenza come tema prioritario quello del lavoro e quindi il tema va tenuto presente all’interno di ogni settore mettendo in campo tutte le possibili iniziative di sviluppo occupazionale. Congiuntamente il sostegno alle persone in difficoltà va mantenuto e potenziato.
Salute. Il declino cittadino investe anche il settore sanitario. SEL è per la difesa rigorosa del carattere pubblico della sanità e in particolare dell’Ospedale Castelli. Sostegno alla medicina di base e alle iniziative di gestione collettiva di ambulatori a tempo pieno.
Urbanistica e lavori pubblici. Contrarietà al CEM ritenendo che vi sia altra soluzione possibile, meno pretenziosa, più economica e realizzabile a tempi brevi. Sul CEM chiediamo un referendum cittadino visto che l’opera non è stata mai sottoposta a giudizio né elettorale né referendario alla cittadinanza. Interventi per snellire le procedure per il rilascio di concessioni per il riutilizzo del patrimonio edilizio esistente: questo mette in moto lavoro. La città soffre della mancanza di una manutenzione adeguata e di interventi tendenti a migliorare il suo aspetto (ad es. tutta l’area della Castagnola, Via ai Villini ecc. frazioni periferiche ecc.).
Ambiente e sostenibilità. Un programma di ripristino del verde dopo il disastro dell’evento atmosferico del 25 agosto scorso (San Remigio, parchi cittadini ecc.). Tutela dell’area protetta della Riserva di Fondotoce ed assoluta contrarietà al progetto di un campo di Golf in quell’area. Estensione della posa di pannelli solari su edifici pubblici e messa in funzione di quelli del nuovo parcheggio presso l’Ospedale Castelli. Manutenzione e sviluppo delle piste ciclabili e, almeno nelle ore di punta, ripristino di Libero Bus per i cittadini verbanesi. Verifica rigorosa dell’inquinamento dell’Area Acetati e delle sue conseguenze per l’acquedotto. Sull’Area Acetati chiediamo inoltre un tavolo di lavoro tra proprietà, parti sociali e forze politiche per un confronto sul destino di quell’area.
Cultura e Turismo. Potenziamento dei servizi ai turisti e delle iniziative culturali valorizzando anche le potenzialità e le risorse umane esistenti in comune (Ufficio Turismo e settore Cultura) ed aprendo per tutto il periodo estivo sino ad ottobre, anche nei giorni festivi, lo IAT di Pallanza e lo sportello di Intra fornendoli di adeguato personale (anche con esperienze di stages per studenti di lingue) e ricco materiale informativo. Organizzazione di un programma di iniziative artistiche e musicali (vista anche la scomparsa di quelle dell’Arena) e sportive che rivitalizzino le frazioni recentemente più sacrificate (Pallanza, frazioni collinari) e riconferma dell’iniziativa autunnale di Editoria e Gardini.
Per il Circolo SEL Verbano
Pietro Mazzola
Gianmaria Ottolini
Viene presentato oggi 3 maggio, alla Fabbrica di Carta (Villadossola), il volume curato dalla Casa della Resistenza dedicato a Vittorio Beltrami, il compianto Presidente della Casa della Resistenza. Il libro ripropone il breve testo di Vittorio, ormai esaurito, Un’avventura etica, alcuni altri suoi scritti ed una intervista. Completano il testo ricordi, testimonianze e commemorazioni tra cui segnalo quella di Mauro Begozzi: Vittorio Beltrami “costruttore di pace”. Ricca la rassegna fotografica.
Tra gli altri un mio breve ricordo che riporto di seguito.
Le ultime foto di Vittorio
Venerdì 14 dicembre 2012 si è tenuto il primo Consiglio di Amministrazione della Casa della Resistenza senza la presenza del nostro Presidente. La sua scelta di una “uscita di scena” del tutto privata con l’annuncio della sua scomparsa a funerali avvenuti da un lato ci ha colti di sorpresa e dall’altro ci ha confermato sul modo di concepire il suo ruolo di “personaggio pubblico” – prima uomo politico, presidente del Consiglio Regionale del Piemonte, poi Presidente di quella che con caparbia definiva “la più grande Casa della Resistenza d’Europa” – : l’uomo pubblico è tale in quanto rappresenta i valori in cui si riconosce, l’uomo privato deve rimanere tale, nel suo piccolo e nella sua fragilità. Ma è proprio in questo voler negarsi in pubblico come persona privata, che sta la grandezza di Vittorio e che tutti, pubblicamente, gli hanno riconosciuto.
Vittorio era un uomo mite ma anche a suo modo determinato e caparbio: ascoltava con attenzione, ma se non era d’accorso con qualcosa o qualcuno era estremamente difficile smuoverlo e bisognava avere ottimi argomenti per riuscire a fargli cambiare idea. Su quella che doveva esser la linea di indirizzo della “Casa della Resistenza più grande d’Europa”, sul ruolo del Consiglio di Amministrazione, sui contenuti, ad esempio, della Galleria della memoria o di un filmato da noi prodotto, sull’utilizzo rigoroso e parsimonioso dei fondi a disposizione non transigeva. E in questo far coincidere centralità dei valori della memoria e del debito ai caduti con la più rigorosa amministrazione del patrimonio e delle attività della nostra Associazione, ha rappresentato un duraturo insegnamento per tutti noi.
Quando ho saputo della sua morte ho cercato tra le mie tante fotografie relative alle celebrazioni e alle iniziative della Casa della Resistenza quelle in cui era ritratto Vittorio e mi sono arrabbiato con me stesso per averne pochissime. Le più recenti risalivano addirittura al giugno 2003 in occasione della intestazione dell’auditorium dell’Istituto Cobianchi ai due allievi caduti a Trarego – Luigi Velati e Gastone Lubatti – e al febbraio 2004 a Trarego in occasione della convenzione firmata fra Istituto Cobianchi, Comune di Trarego e Casa della Resistenza per il riconoscimento e la tutela del memoriale di Promé quale luogo della memoria.
Guardando meglio tra le foto più recenti ho poi trovato le ultime due, relative alla precedente commemorazione di Fondotoce. Vittorio è fra il pubblico, semi-nascosto dietro lo striscione “Ieri oggi Resistenza sempre” sorretto da giovani e partigiani.
E allora ho capito: non sono stato io a non averlo fotografato, ma era suo preciso volere comparire il meno possibile, anche nello stesso luogo dove rappresentava ufficialmente l’istituzione “La Casa della Resistenza” che si era assunta la tutela del memoriale di Fondotoce; Casa della Resistenza che proprio lui aveva voluto con una apposita legge regionale e che aveva sino alla sua scomparsa diretto.
Penso sia giusto pubblicare i dettagli di quelle due fotografie a conferma che la grandezza non corrisponde all’apparire.
Di Vittorio ricordo in particolare due espressioni ricorrenti.
La prima era “robusto” (e ” robustezza”): faceva impressione sentirla nella sua voce tenue accompagnata dal suo portamento gracile. “Robusto” non era evidentemente per lui un attributo fisico ma l’espressione forte di una qualifica morale; robusto uno scritto, una testimonianza che riusciva ad esprimere in pieno i valori della Resistenza, quella che nel suo scritto definisce una “Avventura etica”. “Episodi in cui c’era robustezza di tensione” e più in generale la “robustezza degli eventi” ai quali afferma “non sono stato assente” e, anche qui, con ritrosia, a rimarcare come il suo contributo non fosse quello delle “grandi gesta” ma quello di “un testimone di quel tempo”.
La seconda espressione era relativa al modo in cui puntualmente concludeva le sue telefonate, anche quelle in cui le reciproche posizioni non convergevano: “Un abbraccio”.
Un abbraccio, Vittorio.
Gianmaria
Il commissariamento di un Comune è un atto eccezionale di sospensione dell’attività democratica che prevede lo scioglimento del Consiglio Comunale e la nomina governativa di un Commissario che riassume in sé tutti i poteri del Sindaco e del Consiglio Comunale come prevede l’art, 141 del DL 18.8.200 n. 267. Siccome “Il rinnovo del Consiglio …deve coincidere con il primo turno elettorale utile previsto dalla legge”, ovvero la prossima primavera, nel capoluogo del VCO per un intero anno la vita pubblica sarà congelata.
Cosa è successo di così grave?
Non “atti contrari alla Costituzione o …gravi e persistenti violazioni di legge” e neppure “gravi motivi di ordine pubblico”. È successo che la crisi dell’amministrazione di centro-destra e la manifesta incapacità del sindaco Zacchera di governare la sua maggioranza vengano fatti ricadere sull’intera città.
È noto infatti come un Commissario di norma non assuma scelte o decisioni al di fuori della normale amministrazione e le esperienze di commissariamento, anche laddove i motivi erano ben più gravi, sono risultate prevalentemente negative. Per una città già in declino come Verbania questo è il frutto avvelenato e ricattatorio di un sindaco che non sa riconoscere i propri limiti e non vuol riconoscere il suo fallimento nonché di un centrodestra litigioso oltre ogni limite che si è frammentato e dove tutti litigano contro tutti; ognuno scarica sui comprimari (e, pro-forma, sull’opposizione) colpe ed accuse sperando in questo modo di salvarsi a danno degli altri. Da tempo Consiglio comunale e Commissioni consiliari erano paralizzate non da un normale confronto fra maggioranza e opposizione ma dai litigi interni alle varie schegge impazzite della maggioranza.
Quattro anni
Tutto era cominciato con l’altisonante “Cambia Verbania”, i festeggiamenti per la vittoria elettorale sotto la Tettoia con un tripudio di bandiere verdi e tricolori e la consigliera comunale Mantovani che, con poco senso del limite e del ridicolo, inneggiava all’abbattimento del muro di Berlino anche a Verbania. E come non ricordare il primo Consiglio comunale al Palazzetto dello Sport con cori da stadio inneggianti alla nuova maggioranza e di ostilità ai “comunisti” dell’opposizione.
E poi il “Cambia Verbania” si è dispiegato quale progressiva sottrazione di tutto ciò che era ereditato dalle amministrazioni precedenti e con giravolte paradossali come quello della Lega che dopo aver fatto la campagna elettorale contro il Teatro in Piazza Fratelli Bandiera perché troppo costoso, si è poi schierata nettamente a favore del Centro Eventi all’Arena dai costi nettamente superiori e di fatto fuori controllo.
Il nuovo sindaco nel momento in cui ha dovuto uscire dal ruolo di oppositore e polemista si è rivelato un improvvisatore, assolutamente incapace di far squadra con il conseguente continuo cambio di assessori e portatore di un’idea di città che assomigliava più a quella di un plastico (qua una fontana, là un centro eventi, qui una bella aiola ecc.) che ad un corpo vivo, ad una comunità fatta di soggetti sociali e culturali da valorizzare ed attivare. Il fallimento del progetto (o meglio dello slogan) “Verbania capitale dei Laghi Europei” riassume in toto queste incapacità.
Oggi
Due immagini. Il 25 aprile a Villadossola, alla Fabbrica di Carta, – la rassegna annuale dell’editoria locale – come negli anni precedenti vengono presentati libri legati all’esperienza e ai valori della Resistenza. Ci accorgiamo che prima di questi c’è il sindaco Zacchera, dai noti e dichiarati trascorsi fascisti, che (non si capisce se per provocazione, per insipienza o tentativo di restyling) presentava un suo libro. La sala era praticamente vuota laddove, solitamente, anche il più piccolo autore locale quando presenta la sua novità è almeno attorniato da parenti, amici se non da ammiratori. Un’immagine di solitudine .
Oggi, primo giorno dopo le dimissioni del sindaco è anche il primo giorno che in piazza Gramsci rimane chiusa – definitivamente – l’edicola proprio di fronte a quel Cinema Sociale da tempo sigillato e con l’atrio invaso da foglie secche. Un’immagine di declino.
Ci voleva un sindaco pallanzese, ho postato su twitter, per ridurre Pallanza ad un deserto.
La sindrome del risentimento
Come è stato possibile tutto questo?
Non sono affatto uno fra coloro che pensano che ogni amministrazione di centrodestra debba esser pessima né tantomeno che ogni amministrazione di sinistra o centrosinistra sia necessariamente positiva.
Non penso nemmeno che i limiti personali e politici del sindaco e della sua maggioranza siano sufficienti a spiegare un fallimento così clamoroso.
Penso che il fattore decisivo sia da ricercarsi nel collante originario di quella coalizione. Un collante che definirei “sindrome del risentimento”. Ressentiment, ovvero quel fattore psicologico e sociale che paralizza il desiderio (René Girard), impedisce la proiezione verso il futuro e volge lo sguardo unicamente al passato alla ricerca dei colpevoli delle proprie frustrazioni, dei propri fallimenti e delle proprie sconfitte.
Questo mi pare esser stato il collante con la conseguente opera rancorosa di smantellamento per poi trovarsi senza un’idea di città da perseguire oscillando fra slogan improvvisati (Capitale dei Laghi Europei) e progetti ultra-ambiziosi (CEM).
E il non esser in grado di sostenere collettivamente un progetto condiviso ha prodotto alla fine la scorciatoia di lasciare ad un futuro Commissario il destino di quel Centro eventi e della città, scaricando sul designato fallimenti e contraddizioni.
Col risultato ahimé prevedibile che, avviati i lavori del CEM – e il Commissario incapace di prendere decisioni ostative – sullo spiazzo dell’Arena sorgerà una struttura incompiuta (basta vedere la sorte del Movicentro di Fondotoce) che oltre al dispendio della messa in opera, faticherà a trovare i fondi per il suo prevedibile smantellamento.
E adesso?
Ho purtroppo l’impressione che la categoria del risentimento impronti la vita verbanese ben al di là degli amministratori del centrodestra. In uno degli incontri del Centro Menotti c’è stato chi ha scomodato don Cacciami per affermazioni del tipo “Il declino di Verbania è colpa della monocultura Rhodiatoce – Montefibre”, “Come sarebbe stata ricca e florida Verbania se ..” e via colpevolizzando il passato. E adesso si può rischiare, noi tutti possiamo rischiare, di avere lo stesso atteggiamento verso la passata esperienza del centrodestra. Guardare alle sue “colpe” invece che al futuro della città.
Prendiamo atto che quell’esperienza è definitivamente uscita di scena e serenamente ma con lena incominciamo a pensare – e desiderare – un po’ di futuri possibili. Usando le energie e le intelligenze disponibili per individuare vocazioni territoriali e traiettorie economico-sociali possibili.
Solo alcune osservazioni preliminari: una città policentrica come Verbania non ha mai avuto e tantomeno potrà avere una sola vocazione (turistica, industriale o che altro); pur essendo capoluogo (per ora) è una piccola città e deve ragionare in quanto territorio ben più ampio dei propri confini comunali; qualsiasi progetto/prospettiva che non metta al centro il lavoro dei giovani (quelli residenti e quelli che vi potrebbero essere attratti) non arresterà l’attuale declino.






























