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Incontro con il Commissario Straordinario di Verbania

Aria anormale di normalità nella sala giunta del Comune di Verbania oggi pomeriggio. Il Commissario Straordinario ha convocato le forze politiche per un confronto sulla vita amministrativa della città. Tassativamente un rappresentante per formazione: quelli che si son presentati in due (Sel compresa) han dovuto mandarne via uno. Altrettanto tassativamente presenti solo le forze politiche selezionate con un criterio che, si è detto, faceva riferimento alle ultime politiche.

Di conseguenza le formazioni civiche e altre minori, che pur hanno significativamente caratterizzato la vita cittadina (e penso che lo faranno ancora) sono state escluse: penso in particolare a Cittadini con Voi. Ma, si è detto, il Consiglio Comunale precedente è sciolto e pertanto non ha, in quanto tale nessuna funzione di rappresentanza, così come le formazioni che – in quanto unicamente locali – erano presenti al suo interno.

Questa situazione  mi conferma nel mio giudizio assolutamente negativo, in particolare sulla vita democratica cittadina, dello scioglimento del Consiglio; e sono ancora sorpreso dei giudizi di soddisfazione espressi da più parti – dall’opposizione  ma in forma meno appariscente anche da membri della (ex)maggioranza – sulle dimissioni di Zacchera. Le giudico invece un boccone avvelenato che per un anno intero graverà su una città già pesantemente segnata dal declino.

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Aria anormale di normalità, dicevo. Tutti in Sala giunta quasi che alcunché di eccezionale fosse accaduto. Saluti, strette di mano, atteggiamenti malcelati di sollievo, gran concordia fra i fratelli separati del PDL e dei Fd’I, aria di distacco da parte della Lega Nord, atteggiamento un po’ spaesato da parte dell’UdC, atteggiamento “da maestrina” da parte della M5S, un po’ aria di rimpatriata fra noi del centrosinistra.

Grande cordialità e disponibilità all’ascolto da parte del Commissario dott. Mazza, affiancato da funzionari comunali e prefettizi, ma assoluta fermezza nell’indicare i paletti di “normalità amministrativa” e di rigorosa applicazione delle norme e dei limiti di spesa.

Insomma come prevedevo dovremo aspettarci un anno intero di “ibernazione democratica” e se qualcosa di vivo riuscirà ad accadere a Verbania lo sarà lontano dai luoghi istituzionali.

Essendomi toccato di rappresentare SEL in questo contesto ho steso un Comunicato Stampa inviato ai giornali e che riporto di seguito.

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COMUNICATO STAMPA

 Verbania 16.05.2013

Incontro delle forze politiche Verbanesi con il Commissario del Comune di Verbania

 Il Commissario Straordinario dott. Michele Mazza ha incontrato oggi 16 maggio, dalle ore 16.00 alle ore 18.30, le forze politiche Verbanesi da lui convocate “al fine di raccogliere proposte inerenti la vita amministrativa comunale”. Erano presenti, con un rappresentante per forza politica, IDV, PD, PDL, Fd’I, LN, UdC, SEL, Comunisti Italiani, M5S.

Il criterio di convocazione, esplicitato dal Commissario, era la partecipazione di tali forze alle ultime elezioni politiche e pertanto erano escluse le liste Civiche cittadine o altre formazioni minori e l’ex Consigliere Tambolla, presente all’inizio, per questo motivo non ha potuto partecipare.

Il tema principale affrontato è stato quello del CEM con la contrarietà alla sua realizzazione da parte della maggioranza delle rappresentanze presenti con l’esclusione di PDL e Fd’I e, in forma più sfumata, di LN e UdC.

Altri temi affrontati il destino dell’Ospedale Castelli, Viabilità e parcheggi, presenza nelle Partecipate (in particolare ConserVCO), turismo e iniziative culturali estive, nuova Questura, questione lavoro e welfare, diffusione delle sale gioco, tutela della Riserva di Fondotoce, Commemorazione dei caduti di Fondotoce il prossimo 23 giugno.

Il sig. Commissario ha risposto a gran parte delle problematiche riportate e sulla questione CEM ha fatto capire come il suo orientamento – pur non escludendo momenti ulteriori di confronto – sia quello di non intervenire sulle procedure già avviate escludendo, come da noi proposto, una consultazione referendaria sulla questione. Particolare attenzione ha prestato al tema della viabilità e dell’aspetto urbano (non escludendo la possibilità di eliminare i posteggi in Piazza Garibaldi) e al problema delle rappresentanze nel ConserVCO.

Come Sinistra Ecologia Libertà abbiamo sottolineato come lo scioglimento del Consiglio Comunale (e di conseguenza anche delle Commissioni Consiliari) rappresenti una sconfitta per la vita democratica dell’intera città e come sia necessario dar comunque vita a ulteriori momenti di confronto come quello odierno e, particolarmente in questa fase, sostenere l’attività dei Consigli di Quartiere come luogo di intermediazione fra la gestione commissariale e i cittadini. Posizione opposta quella sostenuta dal Movimento 5 Stelle che ha dichiarato di vedere di buon occhio l’uscita di scena dei partiti e la gestione della città da parte dei tecnici e dei funzionari.

Il Commissario ha ribadito come intenda convocare in altre occasioni le forze politiche presenti e di volersi rapportare con le altre realtà associative presenti in città.

Gli altri punti da noi sostenuti ed esplicitati nella riunione sono contenuti del documento di seguito riportato e consegnato, come da richiesta, al Commissario.

per SEL VCO

Gianmaria Ottolini

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SEL Verbano.

Documento di sintesi per il Sig. Commissario del Comune di Verbania

Premessa. SEL di Verbania, nella prospettiva di una futura amministrazione di centrosinistra che arresti l’attuale declino della città e le dia prospettive di sviluppo sostenibile, sta elaborando una bozza di documento politico/programmatico da sottoporre al confronto con cittadini, associazioni e forze politiche. Di seguito ci limitiamo ad elencare alcune delle questioni secondo noi più urgenti.

Democrazia e partecipazione. SEL considera una grave sconfitta per la vita democratica della città lo scioglimento del Consiglio Comunale e degli organismi connessi. Apprezza l’incontro odierno e chiede che incontri analoghi avvengano con scadenza mensile. Più importante in questa fase diventa inoltre il ruolo dei Consigli di quartiere e della relativa Commissione Partecipazione che possono avere un rapporto diretto con il Commissario. Realizzazione anche a Verbania (dopo Domodossola ed Omegna) della iniziativa di consegna della cittadinanza onoraria ai giovani nati nella nostra città da cittadini stranieri.

Lavoro e Welfare. La crisi economica mette in evidenza come tema prioritario quello del lavoro e quindi il tema va tenuto presente all’interno di ogni settore mettendo in campo tutte le possibili iniziative di sviluppo occupazionale. Congiuntamente il sostegno alle persone in difficoltà va mantenuto e potenziato.

Salute. Il declino cittadino investe anche il settore sanitario. SEL è per la difesa rigorosa del carattere pubblico della sanità e in particolare dell’Ospedale Castelli. Sostegno alla medicina di base e alle iniziative di gestione collettiva di ambulatori a tempo pieno.

Urbanistica e lavori pubblici. Contrarietà al CEM ritenendo che vi sia altra soluzione possibile, meno pretenziosa, più economica e realizzabile a tempi brevi. Sul CEM chiediamo un referendum cittadino visto che l’opera non è stata mai sottoposta a giudizio né elettorale né referendario alla cittadinanza. Interventi per snellire le procedure per il rilascio di concessioni per il riutilizzo del patrimonio edilizio esistente: questo mette in moto lavoro. La città soffre della mancanza di una manutenzione adeguata e di interventi tendenti a migliorare il suo aspetto (ad es. tutta l’area della Castagnola, Via ai Villini ecc. frazioni periferiche ecc.).

Ambiente e sostenibilità. Un programma di ripristino del verde dopo il disastro dell’evento atmosferico del 25 agosto scorso (San Remigio, parchi cittadini ecc.). Tutela dell’area protetta della Riserva di Fondotoce ed assoluta contrarietà al progetto di un campo di Golf in quell’area. Estensione della posa di pannelli solari su edifici pubblici e messa in funzione di quelli del nuovo parcheggio presso l’Ospedale Castelli. Manutenzione e sviluppo delle piste ciclabili e, almeno nelle ore di punta, ripristino di Libero Bus per i cittadini verbanesi. Verifica rigorosa dell’inquinamento dell’Area Acetati e delle sue conseguenze per l’acquedotto. Sull’Area Acetati chiediamo inoltre un tavolo di lavoro tra proprietà, parti sociali e forze politiche per un confronto sul destino di quell’area.

Cultura e Turismo. Potenziamento dei servizi ai turisti e delle iniziative culturali valorizzando anche le potenzialità e le risorse umane esistenti  in comune (Ufficio Turismo e settore Cultura) ed aprendo per tutto il periodo estivo sino ad ottobre, anche nei giorni festivi, lo IAT di Pallanza e lo sportello di Intra fornendoli di adeguato personale (anche con esperienze di stages per studenti di lingue) e ricco materiale informativo. Organizzazione di un programma di iniziative artistiche e musicali (vista anche la scomparsa di quelle dell’Arena) e sportive che rivitalizzino le frazioni recentemente più sacrificate (Pallanza, frazioni collinari) e  riconferma dell’iniziativa autunnale di Editoria e Gardini.

Per il Circolo SEL Verbano

Pietro Mazzola

Gianmaria Ottolini

Vittorio Beltrami. Un partigiano in paradiso

Viene presentato oggi 3 maggio, alla Fabbrica di Carta (Villadossola), il volume curato dalla Casa della Resistenza dedicato a Vittorio Beltrami, il compianto Presidente della Casa della Resistenza. Il libro ripropone il breve testo di Vittorio, ormai esaurito, Un’avventura etica, alcuni altri suoi scritti ed una intervista. Completano il testo ricordi, testimonianze e commemorazioni tra cui segnalo quella di Mauro Begozzi: Vittorio Beltrami “costruttore di pace”. Ricca la rassegna fotografica.

Vittorio Beltrami

Tra gli altri un mio breve ricordo che riporto di seguito.

Le ultime foto di Vittorio

Venerdì 14 dicembre 2012 si è tenuto il primo Consiglio di Amministrazione della Casa della Resistenza senza la presenza del nostro Presidente. La sua scelta di una “uscita di scena” del tutto privata con l’annuncio della sua scomparsa a funerali avvenuti da un lato ci ha colti di sorpresa e dall’altro ci ha confermato sul modo di concepire il suo ruolo di “personaggio pubblico” – prima uomo politico, presidente del Consiglio Regionale del Piemonte,  poi Presidente di quella che con caparbia definiva “la più grande Casa della Resistenza d’Europa” – : l’uomo pubblico è tale in quanto rappresenta i valori in cui si riconosce, l’uomo privato deve rimanere tale, nel suo piccolo e nella sua fragilità. Ma è proprio in questo voler negarsi in pubblico come persona privata, che sta la grandezza di Vittorio e che tutti, pubblicamente, gli hanno riconosciuto.

Vittorio era un uomo mite ma anche a suo modo determinato e caparbio: ascoltava con attenzione, ma se non era d’accorso con qualcosa o qualcuno era estremamente difficile smuoverlo e bisognava avere ottimi argomenti per riuscire a fargli cambiare idea. Su quella che doveva esser la linea di indirizzo della “Casa della Resistenza più grande d’Europa”, sul ruolo del Consiglio di Amministrazione, sui contenuti, ad esempio, della Galleria della memoria o di un filmato da noi prodotto, sull’utilizzo rigoroso e parsimonioso dei fondi a disposizione non transigeva. E in questo far coincidere centralità dei valori della memoria e del debito ai caduti con la più rigorosa amministrazione del patrimonio e delle attività della nostra Associazione, ha rappresentato un duraturo insegnamento per tutti noi.

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Quando ho saputo della sua morte ho cercato tra le mie tante fotografie relative alle celebrazioni e alle iniziative della Casa della Resistenza quelle in cui era ritratto Vittorio e mi sono arrabbiato con me stesso per averne pochissime. Le più recenti risalivano addirittura al giugno 2003 in occasione della intestazione dell’auditorium dell’Istituto Cobianchi ai due allievi caduti a Trarego – Luigi Velati e Gastone Lubatti – e al febbraio 2004 a Trarego in occasione della convenzione firmata fra Istituto Cobianchi, Comune di Trarego e Casa della Resistenza per il riconoscimento e la tutela del memoriale di Promé quale luogo della memoria.

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Guardando meglio tra le foto più recenti ho poi trovato le ultime due, relative alla precedente commemorazione di Fondotoce. Vittorio è fra il pubblico, semi-nascosto dietro lo striscione “Ieri oggi Resistenza sempre” sorretto da giovani e partigiani.

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E allora ho capito: non sono stato io a non averlo fotografato, ma era suo preciso volere comparire il meno possibile, anche nello stesso luogo dove rappresentava ufficialmente  l’istituzione “La Casa della Resistenza” che si era assunta la tutela del memoriale di Fondotoce; Casa della Resistenza che proprio lui aveva voluto con una apposita legge regionale e che aveva sino alla sua scomparsa diretto.

Penso sia giusto pubblicare i dettagli di quelle due fotografie a conferma che la grandezza non corrisponde all’apparire.

Di Vittorio ricordo in particolare due espressioni ricorrenti.

La prima era “robusto” (e ” robustezza”): faceva impressione sentirla nella sua voce tenue accompagnata dal suo portamento gracile. “Robusto” non era evidentemente per lui un attributo fisico ma l’espressione forte di una qualifica morale; robusto uno scritto, una testimonianza che riusciva ad esprimere in pieno i valori della Resistenza, quella che nel suo scritto definisce una “Avventura etica”. “Episodi in cui c’era robustezza di tensione” e più in generale la “robustezza degli eventi” ai quali afferma “non sono stato assente” e, anche qui, con ritrosia, a rimarcare come  il suo contributo non fosse quello delle “grandi gesta” ma quello di “un testimone di quel tempo”.

La seconda espressione era relativa al modo in cui puntualmente concludeva le sue telefonate, anche quelle in cui le reciproche posizioni non convergevano: “Un abbraccio”.

Un abbraccio, Vittorio.

Gianmaria

Verbania commissariata

Il commissariamento di un Comune è un atto eccezionale di sospensione dell’attività democratica che prevede lo scioglimento del Consiglio Comunale e la nomina governativa di un Commissario che riassume in sé tutti i poteri del Sindaco e del Consiglio Comunale come prevede l’art, 141 del DL 18.8.200 n. 267. Siccome “Il rinnovo del Consiglio …deve coincidere con il primo turno elettorale utile previsto dalla legge”, ovvero la prossima primavera, nel capoluogo del VCO per un intero anno la vita pubblica sarà congelata.

Cosa è successo di così grave?

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Non “atti contrari alla Costituzione o …gravi e persistenti violazioni di legge” e neppure “gravi motivi di ordine pubblico”. È successo che la crisi dell’amministrazione di centro-destra e la manifesta incapacità del sindaco Zacchera di governare la sua maggioranza vengano fatti ricadere sull’intera città.

È noto infatti come un Commissario di norma non assuma scelte o decisioni al di fuori della normale amministrazione e le esperienze di commissariamento, anche laddove i motivi erano ben più gravi, sono risultate prevalentemente negative. Per una città già in declino come Verbania questo è il frutto avvelenato e ricattatorio di un sindaco che non sa riconoscere i propri limiti e non vuol riconoscere il suo fallimento nonché di un centrodestra litigioso oltre ogni limite che si è frammentato e dove tutti litigano contro tutti; ognuno scarica sui comprimari (e, pro-forma, sull’opposizione) colpe ed  accuse sperando in questo modo di salvarsi a danno degli altri. Da tempo Consiglio comunale e Commissioni consiliari erano paralizzate non da un normale confronto fra maggioranza e opposizione ma dai litigi interni alle varie schegge impazzite della maggioranza.

 

Quattro anni

Tutto era cominciato con l’altisonante “Cambia Verbania”, i festeggiamenti per la vittoria elettorale sotto la Tettoia con un tripudio di bandiere verdi e tricolori e la consigliera comunale Mantovani che, con poco senso del limite e del ridicolo, inneggiava all’abbattimento del muro di Berlino anche a Verbania. E come non ricordare il primo Consiglio comunale al Palazzetto dello Sport con cori da stadio inneggianti alla nuova maggioranza e di ostilità ai “comunisti” dell’opposizione.

E poi il “Cambia Verbania” si è dispiegato quale progressiva sottrazione di tutto ciò che era ereditato dalle amministrazioni precedenti e con giravolte paradossali come quello della Lega che dopo aver fatto la campagna elettorale contro il Teatro in Piazza Fratelli Bandiera perché troppo costoso, si è poi schierata nettamente a favore del Centro Eventi all’Arena dai costi nettamente superiori e di fatto fuori controllo.

Il nuovo sindaco nel momento in cui ha dovuto uscire dal ruolo di oppositore e polemista si è rivelato un improvvisatore, assolutamente incapace di far squadra con il conseguente continuo cambio di assessori e portatore di un’idea di città che assomigliava più a quella di un plastico (qua una fontana, là un centro eventi, qui una bella aiola ecc.) che ad un corpo vivo, ad una comunità fatta di soggetti sociali e culturali da valorizzare ed attivare. Il fallimento del progetto (o meglio dello slogan) “Verbania capitale dei Laghi Europei” riassume in toto queste incapacità.

 

Oggi

Due immagini. Il 25 aprile a Villadossola, alla Fabbrica di Carta, – la rassegna annuale dell’editoria locale – come negli anni precedenti vengono presentati libri legati all’esperienza e ai valori della Resistenza. Ci accorgiamo che prima di questi c’è il sindaco Zacchera, dai noti e dichiarati trascorsi fascisti, che (non si capisce se per provocazione, per insipienza o tentativo di restyling) presentava un suo libro. La sala era praticamente vuota laddove, solitamente, anche il più piccolo autore locale quando presenta la sua novità è almeno attorniato da parenti, amici se non da ammiratori. Un’immagine di solitudine .

Oggi, primo giorno dopo le dimissioni del sindaco è anche il primo giorno che in piazza Gramsci rimane chiusa – definitivamente – l’edicola proprio di fronte a quel Cinema Sociale da tempo sigillato e con l’atrio invaso da foglie secche. Un’immagine di declino.

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Ci voleva un sindaco pallanzese, ho postato su twitter, per ridurre Pallanza ad un deserto.

 

 

 

 

 

La sindrome del risentimento

Come è stato possibile tutto questo?

Non sono affatto uno fra coloro che pensano che ogni amministrazione di centrodestra debba esser pessima né tantomeno che ogni amministrazione di sinistra o centrosinistra sia necessariamente positiva.

Non penso nemmeno che i limiti personali e politici del sindaco e della sua maggioranza siano sufficienti a spiegare un fallimento così clamoroso.

Penso che il fattore decisivo sia da ricercarsi nel collante originario di quella coalizione. Un collante che definirei “sindrome del risentimento”. Ressentiment,  ovvero quel fattore psicologico e sociale che paralizza il desiderio (René Girard), impedisce la proiezione verso il futuro e volge lo sguardo unicamente al passato alla ricerca dei colpevoli delle proprie frustrazioni, dei propri fallimenti e delle proprie sconfitte.

Questo mi pare esser stato il collante con la conseguente opera rancorosa di smantellamento per poi trovarsi senza un’idea di città da perseguire oscillando fra slogan improvvisati (Capitale dei Laghi Europei) e progetti ultra-ambiziosi (CEM).

E il non esser in grado di sostenere collettivamente un progetto condiviso ha prodotto alla fine la scorciatoia di lasciare ad un futuro Commissario il destino di quel Centro eventi e della città, scaricando sul designato fallimenti e contraddizioni.

Col risultato ahimé prevedibile che, avviati i lavori del CEM – e il Commissario incapace di prendere decisioni ostative – sullo spiazzo dell’Arena sorgerà una struttura incompiuta (basta vedere la sorte del Movicentro di Fondotoce) che oltre al dispendio della messa in opera, faticherà a trovare i fondi per il suo prevedibile smantellamento.

 

E adesso?

Ho purtroppo l’impressione che la categoria del risentimento impronti la vita verbanese ben al di là degli amministratori del centrodestra. In uno degli incontri del Centro Menotti c’è stato chi ha scomodato don Cacciami per affermazioni del tipo “Il declino di Verbania è colpa della monocultura Rhodiatoce – Montefibre”, “Come sarebbe stata ricca e florida Verbania se ..” e via colpevolizzando il passato. E adesso si può rischiare, noi tutti possiamo rischiare, di avere lo stesso atteggiamento verso la passata esperienza del centrodestra. Guardare alle sue “colpe” invece che al futuro della città.

Prendiamo atto che quell’esperienza è definitivamente uscita di scena e serenamente ma con lena incominciamo a pensare – e desiderare – un po’ di futuri possibili. Usando le energie e le intelligenze disponibili per individuare vocazioni territoriali e traiettorie economico-sociali possibili.

Solo alcune osservazioni preliminari: una città policentrica come Verbania non ha mai avuto e tantomeno potrà avere una sola vocazione (turistica, industriale o che altro); pur essendo capoluogo (per ora) è una piccola città e deve ragionare in quanto territorio ben più ampio dei propri confini comunali; qualsiasi progetto/prospettiva che non metta al centro il lavoro dei giovani (quelli residenti e quelli che vi potrebbero essere attratti) non arresterà l’attuale declino.

 

Risposta politica al femminicidio

Ritorno dopo una settimana sul tema del femminicidio e constato per prima cosa come in questi pochi giorni il numero di “omicidi di donne in quanto donne” sia aumentato di almeno altre cinque vittime.

Non è mia intenzione monitorare il tragico fenomeno (ho già indicato siti che adempiono a questo doveroso ricordo) ma quella di approfondire ulteriormente il discorso.

 

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Le riflessioni sul femminicidio di Sonia e Andrea

 Riprendo a distanza di due mesi e mezzo le riflessioni di Sonia ed Andrea tentando di organizzare una risposta al loro contributo. Risposta non facile sia per la complessità del loro intervento sia perché mi trovo in una situazione un po’ particolare. Capita spesso in un confronto di condividere le premesse ma non le conclusioni e /o implicazioni. In questo caso mi è capitato un po’ il contrario. Condivido buona parte delle indicazioni e proposte ma non mi trovo in sintonia con un certo numero di premesse.

Non solo per una diversità di approccio: se la loro ottica è ovviamente psicoanalitica (lacaniana in particolare) la mia è prevalentemente storica e psico-sociale; anche su alcuni punti specifici, dati di fatto, direi, non mi ritrovo completamente. Ne indico alcuni.

  • Il problema di fondo non è già il femminicidio…, ma l’omicidio e l’uso della violenza reale (fisica). Penso invece, come gran parte di coloro che si occupano della questione, che il femminicidio non sia riconducibile ed assimilabile tout court ad un omicidio (di una donna) ma sia appunto un omicidio di una donna in quanto donna che ha modalità riconoscibili. Secondo “i dati dell’OMS: la prima causa di uccisione nel Mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l’omicidio (da parte di persone conosciute). Negli anni Novanta il dato non era noto, e quando alcune criminologhe femministe verificarono questa triste realtà, decisero di “nominarla”. Fu una scelta politica: la categoria criminologica del femmicidio introduceva un’ottica di genere nello studio di crimini “neutri” e consentiva di rendere visibile il fenomeno, spiegarlo, potenziare l’efficacia delle risposte punitive.” [1]

E con femminicidio si indica non solo l’atto dell’omicidio ma il percorso di isolamento sociale, persecuzione e violenza, che precede (e preannuncia) l’omicidio (o il suo tentativo).

  • D’accordo sulla necessità di superare le “tipizzazioni” e l’incasellamento, (gli autori sono sia mariti e partner che ex; padri, ma anche figli e fratelli; italiani e stranieri; e, non secondario, di tutti i ceti sociali) nonché le semplici “stigmatizzazioni morali” perché questi atti “parlano di noi a noi stessi”. Proprio per questo mi pare necessario uno sguardo di genere maschile, complementare a quello femminile che sinora è stato quasi l’unico ad affrontare il fenomeno. Sguardo maschile non per una “banale autocritica” ma per capire le dinamiche e individuare i percorsi per poterne rovesciarne il segno.
  • D’accordo pure sulla assenza del terzo e sulla sua necessità; non lo vedrei però solo come interlocutore nelle forze dell’ordine e nella giustizia di un tribunale presente effettivamente (e perciò anche psicologicamente) a cui la donna in pericolo personale sappia di potersi rivolgere e contare. Penso anche ad una rete sociale e di prevenzione (sportelli antiviolenza, case delle donne ecc.) che laddove vi sono (e sono finanziate, es. l’Austria) sappiano dare risposte efficaci. Leggendo i casi specifici (ad esempio quelli raccolti da Iacona [2]) la donna vittimizzata è spesso sottoposta ad un progressivo isolamento dal suo contesto familiare (la famiglia d’origine), amicale e sociale ed obbligata ad una relazione sempre più esclusiva. La violenza si introduce progressivamente come costrizione e come contrasto ad ogni ricerca di autonomia e ribellione.
  • E veniamo al punto di maggior differenza: la violenza – quando è riferibile ad un fenomeno storico e sociale di grande rilevanza  come lo è senz’altro il femminicidio – è riconducibile al fondamento insociabile della sessualità e alla interiore (interiorizzata) violenza simbolica costituente la premessa a cui segue la violenza reale, sebbene non giustificata sul piano della norma sociale? A parte il fatto che da tempo nutro forti dubbi sulla centralità dell’Es e ne condivida le critiche, oggi più frequenti [3], che sottolineano la prevalenza psicosociale del “noi”, nell’affrontare altre forme storiche (es. l’olocausto) e sociali (es. il bullismo nella scuola [4]) di violenza ho sempre considerato rilevanti le “pressioni sociali” sull’azione individuale. Pressioni sociali che per il femminicidio agiscono non solo nelle società tradizionalmente patriarcali ma anche, seppur in forma meno palese, anche nella nostra società e che, a mio parere, occorrerebbe indagare con maggiore attenzione.
  • Non basta inoltre femminilizzare i “corpi dello stato”, anche se questo ha certo avuto una notevole efficacia per polizia e magistratura; non altrettanto è avvenuto per l’esercito.  Non mi sembra assolutamente sostenibile che “la vera rivoluzione politica nella storia dell’Esercito non è stata la sua professionalizzazione, ma l’inserimento nei suoi ranghi delle donne, con conseguente disturbo del fantasma omosessuale che regolava le relazioni tra i militari e che prendeva la forma del “nonnismo”.” Basta ad e. aver seguito il caso di Melania Rea (e le cronache ci hanno riempito di particolari raccapriccianti) per aver saputo quanto avveniva nella caserma dove operava il marito, per cui direi invece che la pratica sociale del nonnismo (regolatrice dei rapporti interni di potere) si è senza difficoltà trasferita anche sulle reclute femminili. E come non ricordare l’infinito scandalo degli stupri nell’esercito USA con ben 3.192 denunce in un solo anno.
Frame dal documentario “The Invisible War”

Frame dal documentario “The Invisible War”

  • Responsabilità: si può esser d’accordo nell’ottica della responsabilizzazione, dell’assunzione di responsabilità, ovvero nel promuovere un principio di precauzione: un legame, una relazione invece che arricchente reciprocamente, di messa in relazione profonda di due mondi diversi che si integrano e si aprono all’esterno può diventare esclusivo, di progressiva chiusura in un circolo vizioso di possesso e sottomissione. Ed è bene che i campanelli d’allarme (interni ed esterni alla coppia) suonino quanto prima. E direi inoltre che un tale “principio di precauzione sentimentale” dovrebbe riguardare entrambi i generi, lei e lui, perché l’avvitamento distruttivo riguarda entrambi i partner e gli altri possibili membri della famiglia (i figli, se vi sono, in primo luogo).

Una risposta politica

Senz’altro, convengo, la risposta ha da esser politica sia nel senso che deve riguardare la ricostruzione di un patto sociale tra le donne e le istituzioni dello stato, sia nel senso che deve coinvolgere attivamente, a più livelli, i decisori politici, sia perché riguarda i comportamenti pubblici dei cittadini in quanto tali.

Non è ammissibile che le donne che hanno il coraggio di denunciare persecuzioni, violenze, stalking non siano (e non si sentano) protette; ed è quello che sovente accade. Se un medico, dopo aver accertato una malattia non prende le misure previste per la presa in carico del malato e per la sua cura, ne paga giustamente le conseguenze sia sul piano professionale che su quello penale. Altrettanto dovrebbe avvenire quando i segnali (e le denunce) di una violenza contro una donna si sono manifestati: se i funzionari dello stato nelle loro attività giuridiche e di tutela non provvedono a prendere in carico la donna in pericolo mettendo in atto tutte le possibili misure di protezione dovrebbero esser ritenuti professionalmente e penalmente responsabili.

Naturalmente perché questo avvenga sono necessari strumenti legislativi attualmente assenti. È buon segno che la nuova legislatura abbia visto, in particolare da parte della nuova presidente della Camera, dei segnali di sensibilità in tal senso richiamando la urgente necessità di una specifica legislazione [5].

Sul piano della cittadinanza ritengo non solo occorra una battaglia contro tutto ciò che degrada e mercifica le donne (TV e pubblicità, ma anche discorsi da bar, film, ecc), ma il far rientrare nella formazione dei giovani alla cittadinanza anche il tema dei diritti di genere. Ad esempio uno strumento come il documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, dovrebbe entrare nelle scuole superiori al pari di film e documentari sulla legalità e su altri temi di formazione civile.

Come sottolineavo nel mio precedente post, in questi ultimi mesi si è rotto il muro del silenzio e il tema del femminicidio e della violenza di genere è ormai sulla scena pubblica. Ritengo sia necessario andare oltre alla denuncia e approfondire il tema della prevenzione sia tenendo conto delle esperienze in atto che delle riflessioni più generali sui parametri e sulle metodologie della prevenzione in una società complessa, in continua trasformazione, e dove le nuove tecnologie hanno un ruolo crescente nelle relazioni fra le persone. Perché chiunque abbia esperienza di prevenzione sa come le campagne pubbliche di opinione non siano affatto sufficienti a prevenire i fenomeni sociali e i comportamenti  a rischio. Ed anche perché una nuova legislazione sulla violenza di genere non dovrebbe, a mio parere, limitarsi ad individuare e punire la specificità dei reati e prevedere le tutele giudiziarie e delle forze di polizia nei confronti delle vittime, ma anche indirizzare e finanziare in modo organico e diffuso nel territorio strumenti e strutture specifiche di prevenzione.

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1. Perché si chiama femminicidio di Barbara Spinelli.

2. Riccardo Iacona: Se questi sono gli uomini, Chiarelettere, Milano 2012. Cfr anche  la trasmissione, visionabile on-line, Azione diretta.

3. Oltre a quelle note di Todorov, cfr. ad es la rassegna della controversia egoismo/altruismo in E. Ripamonti, Collaborare. Metodi partecipativi per il sociale, Carocci, Roma 2011 e M. Tomasello, Altruisti nati, Bollati Boringhieri, Torino 2010.

4. cfr. G. Ottolini e altri, Il bullismo dalla foto al video. Un percorso nel Verbano-Cusio-Ossola, Supplemento ad Animazione sociale n. 3 2009.

5. Sia nel discorso di insediamento dove Laura Boldrini ha esplicitamente citato l’umiliazione delle donne che subiscono violenza travestita da amore, sia in una recente lettera al Corriere della Sera dove, di fronte ai più recenti casi di violenza contro le donne, ribadisce la necessità che l’Italia si doti di una legge contro la ‘violenza di genere’.

Femminicidi 2013. Il silenzio si è rotto?

Alla fine del 2012 erano 123 (sino a 135 secondo altre fonti [1]) i femminicidi, ovvero gli omicidi di donne in quanto donne [2] . Il triste conteggio non si è fermato e a metà aprile si contano già 30 vittime dall’inizio dell’anno [3].

Nulla è allora mutato dopo il clamore e le reazioni all’iniziativa del parroco di Lerci?

Mi sembra di poter affermare – e non solo perché questo blog è dedicato ai “frammenti di speranza” – che il clima è in parte cambiato, soprattutto per quanto concerne l’attenzione e la conoscenza delle dimensioni del fenomeno. Molte sono state, in questi tre mesi e mezzo, le iniziative e ne ricordo brevemente alcune.

Alcune di forte impatto mediatico, altre di maggior approfondimento: il monologo di Luciana Littizzetto al Festival di Sanremo che si conclude riprendendo il ballo One Billion Rising lanciato a scala planetaria per  V-Day 2013.

Questo l’appello che l’ha lanciato a scala planetaria:

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Spero che abbiate guardato bene il mondo fino a ieri, perché da oggi ne inizia uno nuovo fatto di miliardi di donne, uomini, ragazzi e ragazze che non stanno a guardare e che invece di stare a casa a lamentarsi scendono in piazza e ballano per dire no alla violenza sulle donne e sulle ragazze!

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In Italia il 14 febbraio vi hanno partecipato oltre 300mila persone, 400 associazioni con 250 eventi nelle piazze di ogni parte del paese [4].

Il 24 febbraio Rai 3 mette in onda, nella trasmissione Azione diretta, lo straordinario servizio di Riccardo Iacona sui femminicidi avvenuti in Italia nel 2012 e sulle (poche) strutture esistenti di contrasto alla violenza di genere e di aiuto e protezione per le donne abusate (Centri antiviolenza aderenti alla  Rete nazionale 1522 e a DiRe Donne in Rete contro la violenza ) .[5]

Il 5 aprile è stata presenta l’anteprima di Ferite a morte,  spettacolo coordinato da Serena Dandini con la partecipazione di numerose attrici, scrittrici e giornaliste (Lella Costa, Concita De Gregorio, Piera Degli Esposti, Donatella Finocchiaro e tante altre); lo spettacolo è stato anche presentato alla Biennale della Democrazia di Torino.

 Sul piano internazionale  è bene ancora ricordare  come a  New York, nel mese di marzo, si sia firmata la Carta ONU contro la violenza di genere e il femminicidio, grazie a 131 sì di altrettanti paesi, un solo no (la Libia post rivoluzione!) e cinque riserve (Iran, Sudan, Arabia Saudita, Qatar e Honduras). Un testo di 17 pagine elaborato dalla Commissione sulla condizione della donna (Csw. Commission on the Status of Women) [6].

Non dimenticando, sul piano locale, oltre alla partecipazione al V-Day 2013 del 14 febbraio, le molteplici iniziative culminate nel periodo dell’8 marzo e in particolare quelle realizzate a Domodossola (Stop alla violenza sulle donne e allo Stalking)  coordinate dallo Sportello Donna gestito dalla cooperativa La Bitta: conferenze, spettacoli e sagome di donne ospitate nei locali commerciali della città riportanti le “ordinarie storie (violente) di vicinato” che riguardano direttamente il nostro territorio; dicono le organizzatrici:

Il fenomeno della violenza di genere è trasversale: non conosce differenze di ceto, origine, religione o grado d’istruzione.  Nel Verbano Cusio Ossola,  in due anni, si sono registrati 100 casi di violenza, 12 di stalking e 10 tentati omicidi. Dati allarmanti che emergeranno con azioni ed espressioni diverse negli incontri, performance e spettacoli che si realizzeranno nel mese di marzo nella città di Domodossola.

da LaStampa.it: Domo, testimonianze di donne contro la violenza

da LaStampa.it :  Domo, testimonianze di donne contro la violenza

La violenza continua, ma il silenzio sembra essersi si è rotto.

Non possiamo in alcun modo accontentarci sia perché l’aver spezzato la barriera del silenzio non implica automaticamente una riduzione delle violenze e anche perché la quasi totalità delle iniziative e delle parole scritte ed ascoltate, con pochissime eccezioni [7], provengono dall’universo femminile. Il genere maschile per ora tace, al più limitandosi a dichiarare la solidarietà nei confronti delle iniziative in campo. Occorre un lavoro di scandaglio dentro le ombre del nostro genere, ombre interiori e ombre culturali. Solo il giorno che vi saranno almeno altrettante iniziative maschili forse potremmo dire che violenze di genere e femminicidi sono destinati ad uscire di scena.

E nel frattempo compito prioritario dei decisori politici, uomini e donne, dal parlamento, alle strutture sanitarie, alle amministrazioni locali, è quello di interrogarsi ed attivarsi per rendere realmente efficaci le normative di contrasto e le strutture di prevenzione.

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1. Il 2012 si è chiuso con 135 donne uccise e un numero imprecisato di tentati assassini.

2. Sul termine “femminicidio” cfr. Perché si chiama femminicidio di Barbara Spinelli e il testo della stessa autrice: Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento internazionale, Franco Angeli, Milano 2008. È bene precisare come l’autrice non sia la nota giornalista, figlia di Altiero, ma una più giovane omonima avvocata e studiosa di diritto internazionale.

3. Un ricordo di ciascuna di loro su la 27ma ora sul sito del Corriere della Sera.  “Uccise. Da mariti, fidanzati, spasimanti… Ma anche vittime di rapinatori o di uomini semplicemente violenti, anche per motivi futili. Avremmo voluto annunciare un 2013 senza femminicidi. Non è così, la conta è già iniziata. A ciascuna delle donne uccise dedichiamo un ricordo che per quanto breve servirà a non dimenticarle” . Una iniziativa analoga, con anche foto e informazioni sugli uomini omicidi in In quanto donna.

4. Il V-Day  – dove V sta per Valentino, ma anche Vittoria e Vagina –  è stato creato a New York da Ensler, nel 1998, autrice dei «Monologhi della Vagina». Il video di lancio del ballo è stato girato con l’aiuto del filmaker sudafricano Tony Stroebel. Sulla partecipazione italiana cfr. Le due donne al vertice del movimento globale contro la violenza sulle donne.

5. La trasmissione, visionabile al link del testo, riprende il libro inchiesta, dello stesso Iacona: Se questi sono gli uomini, Chiarelettere, Milano 2012.

6. Cfr. i seguenti link: All’Onu si parla di femminicidio; Carta Onu contro il femminicidio; Violenza contro le donne, la strage senza fine ; La commissione CEDAW alle Nazioni Unite per la 57ma sessione della Commissione sulla condizione delle donne. .

7. Ad es. l’intervista di Marina Caleffi al poeta Roberto Mussapi: Caro maschio io mi vergogno. E tu? sul sito di NoiDonne.

Il punto politico (8 aprile 2013): tra schizofrenie e speranze

Nuvoloni neri e stagnanti sopra il cielo dell’Italia. Stallo sino alle elezioni del nuovo Presidente della Repubblica? Segnali contraddittori e qualche raggio di speranza.

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La linea di Bersani (governo del cambiamento), ci dicono a gran voce i giornali più diffusi, è in grave crisi all’interno del PD, tanto che adesso viene osteggiata (pare) anche da chi sino a ieri aveva appoggiato lo smacchiator di giaguari. Bisogna trattare col PDL, prender atto che l’unico leader legittimato del centrodestra è Berlusconi, Renzi in gran spolvero con sondaggi (virtuali) su una sua gran (possibile) vittoria in caso di nuove elezioni. Insomma tutti contro Bersani e la sua linea che porta al vicolo cieco.

 Ignazio Marino stravince le primarie come candidato sindaco del centrosinistra. Una ottima notizia per Roma e per la sinistra. Ma in assoluta controtendenza con quanto sopra. Insomma il popolo del centrosinistra (che è affluito in massa alle primarie) vota in modo plebiscitario per il candidato sostenuto da Bersani e da Vendola e umiliato quelli sostenuti da Renzi, Veltroni e compagnia bella. I casi sono tre: o non capisco io, o non capiscono gli elettori o non capiscono i fautori (diretti e indiretti) dell’inciucio. E gli elettori del centrosinistra si mostrano testardi privilegiando una scelta di netta demarcazione con il centrodestra.

 Marine Le Pen si dichiara entusiasta del successo di Grillo e della sua politica di rifiuto di alleanza con ogni partito con affermazioni del tutto consonanti: “Penso che non si possano risolvere i problemi con quelli che li hanno creati.[1]

Nello stesso tempo individua una vicinanza fra lei (rappresentante dell’estrema destra francese) e Grillo, ma anche tra Grillo e Berlusconi: “ il voto degli italiani ha espresso un chiaro euroscettiscismo, sia nel voto al Movimento 5 Stelle, sia nel voto a Silvio Berlusconi. La maggioranza degli italiani oggi è critica nei confronti nell’euro”.

La situazione politica italiana è confusa per noi, figuriamoci se vista d’oltralpe. Oppure no?

Provo a semplificare e interpretare; naturalmente di quanto sotto son responsabile solo io ed è possibile che i fatti mi smentiscano assai presto. Ci provo lo stesso.

1. Gli elettori. Sono stanchi, arrabbiati, sfiduciati nei partiti, vogliono cambiamenti e uscita dalla crisi. In grande maggioranza non vogliono più il centrodestra e Berlusconi (che è quello che ha perso più voti in assoluto e in percentuale). Con grosse differenze fra generazioni, tra aree del paese e, non ultimo, tra chi usa spesso la rete  (e sono moltissimi) e gli altri. E con oscillazioni rapide dove, in questa fase di incertezza, la ricerca del nuovo sembra assolutamente prevalere.

2. Il centro. È politicamente scomparso e lo stesso Casini oggi dice di aver sbagliato a puntare su Monti e che in futuro (lui spera di averlo ancora!) dovrà scegliere se schierarsi con il csx o il cdx. Il preannuncio di un ritorno al vecchio ovile della “casa delle libertà”?

3. Il centrodestra. Sembra che solo Berlusconi riesca a tenerlo insieme (con Maroni pupazzo nelle sue mani più di quanto non lo fosse Bossi prima) e allora l’unica strategia è quella di tirare in lungo mantenendo la situazione in fibrillazione perché l’unico vero obiettivo è quello di salvare il leader dai processi ottenendo continui rinvii, garanzie e prescrizioni. La minaccia delle elezioni è solo tattica, mentre la garanzia di impunità strategica. Ed un governo PD – PDL e un presidente della Repubblica amico darebbero senz’altro maggiori tutele al cavaliere.

4. M5S e Grillo. Nessun accordo con i partiti. Lo hanno sempre detto e già molto prima delle elezioni sostenevo che questa posizione ha in sé una radice totalitaria. Sembra che alcune dichiarazioni vadano in questo senso (Vogliamo avere il 100% dei parlamentari). Il che potrebbe spiegare la schizofrenia delle recenti dichiarazioni: no all’accordo col PD e no (gli italiani prenderebbero i bastoni!) all’inciucio PD-PDL e no ai governi tecnici. Insomma no a qualsiasi governo possibile. Impedire ogni soluzione per tornare al voto e avere la maggioranza assoluta.

Un dubbio (e ringrazio Fabio Lavagno per avermelo insinuato): è realistica questa posizione? In realtà sancirebbe la piena sconfitta del centro-sinistra e la rimessa in pieno gioco del centro-destra. Allora la strategia nascosta potrebbe esser questa:

FASE 1. Mettere fuori gioco il PD che diventa l’obiettivo polemico principale (basta scorrere il blog di Grillo per accertarsene).

FASE 2. Ritorno ad un bipolarismo, questa volta centrodestra – M5S: con buone possibilità di vittoria elettorale avendo assorbito gran parte dei voti di un csx sfasciato e anche un po’ di voti di leghisti delusi.

Perché strategia “nascosta”? Perché se fosse così, è evidente che il nemico principale non è (almeno in questa fase politica) il centrodestra e Berlusconi ma il centrosinistra e Bersani; ma questo gli elettori del M5S (anche quelli contrari alla fiducia a Bersani) non lo capirebbero proprio. Il nemico primo per loro (almeno in grandissima maggioranza) – come per quelli del csx –  è senz’altro Berlusconi.

5. Partito Democratico. La linea “governo del cambiamento” è l’unica (se quanto sopra è corretto) in grado sia di uscire dallo stallo che di dare una prospettiva al centrosinistra e alla crisi del paese. Un qualsiasi accordo (diretto o indiretto) di governo col PDL non sarebbe assolutamente approvato dagli elettori e produrrebbe il suicidio del PD e del csx. Insomma l’avversario da sconfiggere in questa fase è Berlusconi e il berlusconismo.

Perché questa prospettiva è così osteggiata all’interno del PD e crescono le sirene dell’inciucio? Penso che non sia solo il crescere delle difficoltà (in buona parte dovute anche all’ostilità di Napolitano a questa prospettiva) ma anche alla crescente consapevolezza che la linea Bersani non potrà passare in modo tranquillo, ma dovrà produrre cambiamenti a tutti i livelli (istituzionali, politici, economici ecc.). Può passare solo se il PD e il csx cambiano significativamente e abbandonano le vecchie abitudini e nomenclature, se si introducono cambiamenti istituzionali, e se si riesce nel contempo a rompere l’accerchiamento congiunto di M5S e PDL facendo emergere le contraddizioni al loro interno. Rendendo anche esplicite le loro strategie (cfr. sopra). Insomma o è cambiamento davvero o non passa; e questo spaventa molti.

Qual è la speranza? Che Bersani tenga la barra, che si arrivi alla elezione di un Presidente della Repubblica al di fuori delle vecchie nomenclature, di garanzia e di legalità per il paese e non di conservazione e impunità a Berlusconi. E dopo le elezioni, se l’ostracismo verso un governo Bersani da parte di tutti i parlamentari M5S perdurasse, avere il coraggio di proporre un altro nome che sparigli i giochi: un eventuale passo indietro personale per far vincere la linea del cambiamento. E la sinistra potrebbe allora rimescolarsi. E magari nascere anche una destra europea e non populista, una destra moderna. E pertanto una dialettica democratica che ci riporti in pieno in un orizzonte democratico.

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1. http://www.polisblog.it/post/72145/beppe-grillo-marine-le-pen-movimento-5-stelle

Ombrello, accappatoio e fragilità varie

Agosto 1987. Usciamo, dopo la visita, dalla Fortezza dello Spielberg, e siamo investiti da un acquazzone. Mentre corriamo per le vie di Brno per recuperare la nostra Fiat 127 che ci avrebbe riportato al campeggio – collocato a fianco del circuito Masaryk del motomondiale – vediamo in una vetrina due ombrelli pieghevoli. Non costano molto e per di più abbiamo corone in abbondanza perché due notti prima, mentre transitavamo da Bratislava, due agenti ci avevano fermato ed accusati (ingiustamente) di esser passati col rosso; risultato: ci hanno costretti a cambiare un po’ delle nostre lire con le loro corone (naturalmente al cambio che a lor dire era quello ufficiale).

Gli ombrelli non erano certo di colore accattivante (arancione e nero) ma sembravano solidi e di facile apertura. La custodia tubolare di plastica nera abbastanza massiccia vagamente similpelle.

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Non solo hanno funzionato benissimo, ma se uno dei due, qualche anno fa, l’ho prestato a non so più chi e naturalmente non l’ho più rivisto, l’altro l’ho ancora nel mio bagagliaio e mi serve nei casi d’emergenza. Certo l’arancione si è un po’ stinto e una o due bacchette hanno qualche piccolo segno di ruggine.

Circa cinque anni fa a Roma, in analoga situazione, ho preso da un ambulante un pieghevole ad apertura automatica e già al secondo utilizzo non si è più ripiegato correttamente ed è rapidamente finito tra i rottami.

Nell’estate 1985 eravamo in Slovenia (allora Jugoslavia) e in uno spaccio della Elan, la mitica marca degli sci di Stenmark, ho tra l’altro acquistato un accappatoio di spugna con i tipici e sgargianti colori a strisce su fondo nero. Ancor oggi è il mio accappatoio ed ha l’unico difetto – temo dovuto alla mia attuale stazza – di essermi diventato leggermente stretto; non penso comunque di separarmene. Dopo oltre trentacinque anni ne sono chiaramente affezionato.

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Non sto facendo un panegirico dell’allora socialismo reale.

Sempre negli anni ottanta, 1984 circa, questa volta da noi, ho acquistato una sega elettrica di discreta potenza della Bosch da tenere in baita e a tutt’oggi funziona benissimo; quando alla fine degli anni ’90, dopo aver cambiato casa, ho acquistato un nuovo aspirapolvere mi sono orientato, pieno di fiducia, verso la Bosch. Dopo circa tre anni ho dovuto cambiarlo per una serie di difetti e fragilità del materiale.

 Sega elettrica Bosch

Obsolescenza programmata

 Queste piccole esperienze di vita quotidiana mi son venute in mente leggendo giovedì su La Stampa [1], e sentendo il giorno dopo in un analogo servizio sul TG2, la notizia dell’indagine, realizzata per conto dei parlamentari verdi tedeschi, sulla obsolescenza programmata diventata pratica costante delle industrie, in particolare di elettrodomestici.

Scopro così che la pratica non è nuovissima: già nel 1924 i produttori di lampadine concordarono in cartello la durata media delle lampadine da 2500 a 1000 ore e negli anni ’40 la Dupont, inventrice delle calze di Nylon, ordinò ai tecnici di peggiorare il prodotto perché su quello originario non si producevano smagliature. Per non parlare dell’oggi, dalle lavatrici che si rompono non appena scade la garanzia, alle batterie di cellulari e iPod che durano pochissimo e alla non sostituibilità di gran parte dei componenti delle novità tecnologiche.

Tra fragilità e sobrietà

La società dei consumi, che così velocemente si trasforma ed ha il bisogno continuo di creare nuovi consumi (la società liquida nella definizione di Bauman) è doppiamente fragile. Ha bisogno di creare prodotti fragili, di breve durata, di indurre un consumo artificiale diminuendo la qualità dei prodotti.

Molti adulti si lamentano della “fragilità” dei loro figli e dei giovani in generale.

Non è forse che siamo stati noi delle generazioni precedenti ad immetterli in un mondo fragile e che, in fondo, quella che chiamiamo “fragilità giovanile” non sia altro che una sintonia fra loro ed il loro mondo (che è anche il nostro)?

E, forse, la crisi che stiamo vivendo può essere anche una occasione per una revisione delle nostre modalità di consumo? Senza nemmeno tirare in ballo la “decrescita felice” incominciare noi stessi ad abbandonare il consumo di bassa qualità (e ovviamente ogni “usa e getta”) per prodotti di maggiore qualità di materiali, di fabbricazione, di possibilità di riparazione. Ponderare cioè con maggiore attenzione i nostri acquisti. Una ragionata sobrietà.

Il mio nipotino si rivolge solitamente al sottoscritto quando un giocattolo si rompe. Non ho grandi competenze tecniche ma un pochino cerco di arrangiarmi. E quando son costretto a dirgli Guarda che questo non si può più aggiustare, mi guarda un po’ meravigliato.

Dovremmo tutti riacquistare questa capacità di meravigliarci.

Post-riflessioni

Rileggendo quanto sopra mi son chiesto: ho scritto l’ennesima invettiva – di fatto retrò – contro il consumismo, la società moderna e in fin dei conti contro l’innovazione?

Non era l’intenzione ma forse qualche precisazione occorre:

  • Innanzitutto bisogna distinguere fra un bene strumentale (es. l’aspirapolvere) del quale è giusto pretendere che sia ben costruito, riparabile e con materiali duraturi e un bene mediatico/cognitivo dove se c’è obsolescenza questa dovrebbe esser legata alle effettive innovazioni e non alle batterie ricaricabili che perdono rapidamente la capacità o a componenti sostituibili ma non reperibili.
  • C’è in sostanza una bella differenza fra l’obsolescenza programmata e quella tecnologica che di fatto riguarda soprattutto certi settori (i new media in particolare) dove il nuovo prodotto è in grado di offrire effettivamente una gamma più ampia/potente di servizi (es. dal cellulare allo smartphone). Io in genere quando c’è un salto di generazione (e non solo di linea), aspetto che il nuovo prodotto si assesti sia come versione (le prime hanno in genere qualche difetto che viene rapidamente assestato dalle versioni successive) che come prezzo.
  • In definitiva c’è un problema di libertà di scelta: non obbligata (il bene si è rotto e non è riparabile) e non indotta (es. un cambiamento solo estetico), ma l’offerta effettiva di un prodotto che mi apre nuove possibilità: il confine, non sempre evidente, fra marketing e innovazione.

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[1] Scaricabile all’indirizzo: www.swas.polito.it/services/Rassegna_Stampa/articolo.asp?ID=4028-169061538.pdf .

In rete gli articoli e i post apparsi in pochi giorni su questo tema sono tantissimi.

Ad es.:  http://www.lettera43.it/stili-vita/elettrodomestici-programmati-per-rompersi_4367588439.htm ,

http://www.novambiente.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3252:programmati-per-autodistruggersi-la-vita-breve-di-cellulari-e-lavatrici&catid=48:rifiuti&Itemid=219 ,

http://www.agi.it/estero/notizie/201303201311-est-rt10172-germania_elettrodomestici_programmati_per_rompersi_dopo_garanzia

Prevenzione fra pari

• L’orizzonte della comunità
•  Peer education: modelli e pratiche
Presentazione al Corso
Tra media e peer education.
Verbania  22 marzo 2013
Presentazione PPT
                PDF Scaricabile  >>                      Ottolini – Prevenzione fra pari

Considerazioni post elettorali di un candidato “in fondo lista”

Per cominciare

Subito dopo il voto, il 26 febbraio ho scritto questa nota su facebook, trovando molte condivisioni

 Io, in controtendenza, sono moderatamente soddisfatto.
Nessuno ha vinto, questa è una lettura possibile che porta però all’ingovernabilità e magari allo sfacelo economico.
Io dico invece: uno senz’altro ha perso. Si chiama Monti e ha perso il suo duplice progetto, quello di una austerità senza sviluppo fatta pagare ai ceti più poveri e, l’altro corno del suo progetto, essere centrali su mandato di oltreTevere per impedire una laicizzazione del paese.
Allora hanno poi vinto in tre (che corrisponde al fatto che il paese è diviso in tre: centrodestra, centrosinistra, m5stelle).
Il centrosinistra ha vinto sul piano numerico e istituzionale, il movimento 5stelle sul piano morale, il centro destra sul piano tattico.
Infatti il centrodestra aveva un solo obiettivo: impedire la vittoria del centrosinistra al senato e ci è riuscito. Il M5S quello di scompaginare il quadro e ci è riuscito.
Che fare?
Il PDL in questi momenti esce allo scoperto: vuol fare l’inciucio col PD.
Se il PD vuole autodistruggersi, può farlo.
Io penso che la strada sia un’altra. Confrontarsi seriamente con le istanze di radicale cambiamento che il voto ha dimostrato mettendosi seriamente a confronto con M5S e facendo proposte che vanno in quella direzione.
E, nel nostro piccolo, come SEL dobbiamo essere inflessibili su questa strada.
Grande è il disordine sotto il cielo dell’Italia.
La situazione non è eccellente, ma forse nemmeno disastrosa.
Auguri Italia.

elezioni

La strada intrapresa da Bersani è andata in questa direzione, ma non con sufficiente forza, anche a causa di forti resistenze all’interno del PD e, come ogni giorno è più evidente, per l’opposizione di Napolitano che probabilmente ha in mente altre soluzioni. Per cui la coalizione che ha preso più voti alla camera e al senato rischia di essere la vera perdente, e la tutto sommato debole vittoria tattica del PDL essere ancora vincente almeno nel prolungare i tempi dei processi del suo leader avvicinando la prescrizione, essendosi ormai definito il suo orientamento verso nuove elezioni e il suo unico orizzonte quello della difesa ad oltranza degli interessi economici e giudiziari del suo leader.

La scelta di M5S di impedire un governo identificabile col PD e comunque di negare ogni fiducia a governi non targati M5S, se non si trova qualche marchingegno istituzionale di compromesso, porterà probabilmente a nuove elezioni, a questo punto non so a vantaggio di chi (socialmente e politicamente). Magari proprio a vantaggio del centro destra che sembrava aver giocato tutte le sue cartucce nelle ultime elezioni ed aver ottenuto un parziale successo tattico senza però ulteriore prospettiva.

In attesa che il quadro si chiarisca penso che una riflessione più a fondo sia necessaria sia sulla “non vittoria” che sul futuro della sinistra e di SEL in particolare.

SEL: una mancata novità

La prima osservazione è che, pur presentandosi per la prima volta alle elezioni nazionali, Sinistra Ecologia Libertà non è apparsa come qualcosa di nuovo, ma di già visto ed appannato.

Un motivo è dato evidentemente dalla scelta (comunque giusta) di agire in coalizione e pertanto, dopo l’esito delle primarie, di non avere un proprio candidato a premier. Questo ha oggettivamente messo in secondo piano la nostra presenza e facilitato una oscurazione da parte dei media.

Ma penso che vi sia molto altro.

Come sottolineavo in alcune mie note (ora ripubblicate nel mio blog [1]) quando SEL stava nascendo, la sua novità era di presentarsi abbastanza esplicitamente nel panorama politico come portatrice di una visione a più dimensioni (o a più assi) dell’azione politica. Non solo sinistra vs destra, libertà vs autorità e potere, ecologia vs economia (riassunti dalla nuova denominazione) ma anche, suggerivo, autonomismo vs centralismo e comunità vs individualismo, al passo con la complessità e le trasformazioni del mondo attuale.

Benvenuta_sinistra_corto_verde

Eppure la sottolineatura della campagna elettorale è stata tutta sulla “sinistra” come lo slogan centrale (Benvenuta sinistra) ha rimarcato.

Durante la campagna elettorale, sia negli incontri pubblici che in molti incontri con “cittadini” – anche con quelli che, con una certa confusione sulla legge elettorale, affermavano che mi avrebbero votato – sono emerse osservazioni di questo tipo:

–          Ma cosa vuol dire oggi sinistra?

–          Non si capisce più tanto qual è la differenza fra destra e sinistra.

–          Non credo più che la sinistra porti al cambiamento.

Tralascio naturalmente le osservazioni relative a “casta”, “politici tutti uguali” ecc. che ci davano comunque un segnale di un sentire diffuso che si è poi espresso nel voto.

La questione che voglio porre è questa: se sinistra ha significato soprattutto la (giustissima) difesa dei lavoratori FIOM attaccati dalla Fiat e dall’abolizione dell’art. 18 e più in generale la tutela dei soggetti più deboli, come questo messaggio “di sinistra” avrebbe potuto proporsi quale indicazione di forte di cambiamento all’intero paese?

Se è giusto affermare che la campagna elettorale di Bersani (il suo orribile “Smacchiamo il giaguaro”) sia stata autoreferenziale, che si sia cioè rivolta soprattutto al popolo delle primarie, non è forse vero che anche noi siamo stati autoreferenziali? Che, magari troppo preoccupati della “concorrenza” di Rivoluzione Civile, ci siamo rivolti “alla sinistra” (a noi stessi) e non siamo stati in grado di prospettare con chiarezza un deciso cambiamento e un’uscita dalla crisi che parlasse ad una platea molto più vasta?

In politica oltre al livello dell’orientamento complessivo di un partito, dei suoi valori e della sua strategia, vi è poi – in particolare in campagna elettorale – quello della individuazione di un obiettivo a breve termine chiaro e comprensibile. E tanto è più chiaro e comprensibile, tanto più è facile da raggiungere. Berlusconi e il PDL ne avevano uno evidente: impedire la maggioranza del centrosinistra al senato, la Lega il governo delle tre grandi regioni del Nord. Pur perdendo molti voti, entrambi hanno raggiunto il loro obiettivo.

Il Movimento 5 Stelle aveva una parola d’ordine chiara: “Mandiamoli tutti a casa” e ci sta riuscendo.

E noi? Smacchiamo il giaguaro e Benvenuta sinistra erano allusioni (diventate illusioni) e non certo obiettivi espliciti.

Io penso che un obiettivo chiaro e centrale avrebbe potuto esserci, un obiettivo che avrebbe parlato a tutti e non solo a noi stessi: quello del “lavoro per i giovani”.

Come dicevo in uno mio recente post:

“non solo perché è il tema più importante per il futuro della nostra società, ma anche perché avere come sguardo centrale quello dell’incremento dell’occupazione giovanile significa affrontare in modo trasversale gran parte delle tematiche di una possibile azione governativa: da quello dello sviluppo sostenibile e della green economy, a quello della tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale ed artistico, a quello dello sviluppo dei servizi sociali (es. un piano di nuovi asili nido statali), a quello delle politiche di genere (che parità può esserci se le giovani donne sono soprattutto quelle che soffrono maggiormente la disoccupazione), alla lotta al lavoro e all’economia sommersa (che pesa ben per il 17% dell’intera nostra economia) che si basa sul lavoro nero di molti giovani che non han trovato altre possibilità, sino ad arrivare al riconoscimento dei diritti individuali delle giovani coppie di fatto (omo ed etero) che oggi spesso non sono in grado di organizzare il loro futuro (dall’affitto della casa, all’accesso dei mutui ecc, alle tutele reciproche sul piano sanitario e giuridico).” [2]

A cui si può aggiungere il tema del “Reddito minimo garantito” che è stato nostra battaglia, con la raccolta delle firme sul disegno di legge di iniziativa popolare; ma mi è sembrato anch’esso un po’ oscurato nella campagna elettorale: reddito da intendere come ammortizzatore sociale universalistico e quale sostegno attivo ai soggetti in cerca di occupazione e strumento di tutela nei confronti del ricatto del lavoro nero e sottopagato.

La politica a più dimensioni come chiave di lettura. La Lega

Una visione a più dimensioni della politica non solo permette un’azione più articolata e aderente alla complessità e fluidità del mondo attuale, ma può anche costituire una chiave di lettura che ci permette di affrontare e capire nuovi soggetti politici.

Infatti quando un movimento politico emerge assumendo come centrale una dimensione diversa da quella destra / sinistra, i partiti tradizionali rimangono spiazzati, in certi casi direi afasici.

In passato abbiamo avuto l’esempio della difficoltà a rapportarsi con il soggetto emergente della Lega che privilegiava le dimensioni centro >> periferia e individuo >> comunità. Infatti se l’avversario politico affronta un tema incentrandolo in particolare su di una (o due) delle cinque dimensioni, la risposta non può essere solo su di un altro asse della politica. Ad esempio il tema della immigrazione affrontato nelle dimensioni della legalità (autorità/libertà) e della comunità; spesso la risposta della sinistra è stata solo sul piano dell’eguaglianza (i diritti umani dei migranti) senza contrapporre all’idea leghista di comunità chiusa ed autoritaria una propria concezione (e delle precise proposte) di comunità aperta ed accogliente, capace di integrare trasformandosi ed in quanto tale più serena e sicura. Con l’esito che si è spesso data l’impressione di parlare d’altro per poi magari rincorrere il leghismo sulle politiche securitarie quando si vede che queste sono diventate popolari.

Il comunitarismo rozzo della Lega, dicevo tempo fa, va affrontato sul suo piano, contrapponendo una idea alternativa di comunità e smascherandone il carattere ideologico.

“Vi è un comunitarismo rozzo ed identitario che concepisce la “comunità” come un aggregato di “identici” che affonda le sue “radici” nel territorio (sangue e suolo), che pensa di rafforzarsi chiudendosi rispetto all’esterno, che esalta in modo ideologico l’essere identici e a tal fine inventa miti e simboli identitari (magari mescolando simbologie celtiche, neopagane e cristiane). Un comunitarismo conservatore che può anche avvicinarsi a qualcosa di simile al nazismo (i miti celtici/ariani della razza). Comunitarismo che va affrontato in primo luogo smascherandone il suo carattere ideologico che nasconde la realtà effettiva (nessuna comunità è comunità di identici) sia la sua fragilità teorica: la teoria dei sistemi per prima cosa ci insegna che un sistema chiuso è un sistema fragile, non in grado di rinnovarsi e riadattarsi ai mutamenti, al contrario dei sistemi aperti; la psicologia sociale sottolinea la “forza dei legami deboli” ovvero la capacità di apertura ed innovazione di cui possono esser portatori quei collegamenti (ponti) anche episodici che un individuo, una rete sociale, una comunità hanno con individui, reti e comunità esterne; la storia ci mostra come le grandi civiltà (da quella greca a quella nord americana) siano nate da un “crogiolo” (melting pot), da una fusione creativa di culture, lingue, tradizioni diverse; e si potrebbe continuare.” [3]

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 Certo oggi la lega si è trasformata in qualcosa di diverso, ben insediata nel potere economico e amministrativo, saldamente legata al PDL, molto simile ad un partito da “prima repubblica” e oramai refrattaria ai numerosi scandali in cui è coinvolta (Finmeccanica, Sanità lombarda, testata “Nord Ovest” per dire i più recenti) con numerose fratture i dissidi interni e un significativo il calo di consensi elettorali sia in Piemonte e in Veneto che nella stessa Lombardia. Eppure il suo progetto secessionista (la macroregione del Nord) prosegue e in periodo di crisi può costituire una lacerazione irreparabile del paese e della stessa Europa.

Il Movimento 5 Stelle

Di questi tempi sul M5S c’è un’analisi molto gettonata, ripresa da più organi di stampa e radiotelevisivi (da Internazionale a il manifesto e Repubblica, da Gal Lerner a Radio 3 ecc.) e che, a quanto pare, piace anche a molti militanti di sinistra: quella dei Wu Ming [4].

Wu ming

A me sembra frutto di una lettura schematica e auto consolatoria, e soprattutto che non aiuta a capire e pertanto a fronteggiare politicamente la novità e il successo del movimento di Grillo.

Provo a riassumerla:

  • I grillini si dicono “né di destra né di sinistra”. Ma questa affermazione è tipica dei movimenti di destra radicale, come a suo tempo lo fu il fascismo.
  • Sia certi contenuti che l’analisi del voto permette di individuare il peso determinante di questo “cripto-fascismo”:

“Nella storia d’Italia … dalla palude del “né di destra né di sinistra” sono usciti vapori che il vento ha sempre portato a destra. Di destra – e addirittura totalitaria – è l’idea di futuro espressa nel video di Casaleggio Gaia, il futuro della politica. Di destra sono certe posizioni sugli immigrati. Di destra (ex-leghista, ex-berlusconiano, ex-neofascista, e il prefisso “ex” lo usiamo con le pinze) è circa il 40% del voto preso alle politiche. A Bologna, secondo l’Istituto Cattaneo, il 12% del voto grillino proviene dalla destra radicale. A Torino è il 10%. Questi elementi di destra finora sono rimasti coperti da un manto di confusionismo: dire “né destra, né sinistra” serve a questo, ecco perché diciamo che nel M5S c’è del “criptofascismo”, del fascismo nascosto”. [5]

  • Il loro discorso “confusionario” permette di catturare anche il voto di sinistra: “Ma la macchina grillina cattura e semplifica anche elementi e parole d’ordine di sinistra, e conquista voto di sinistra. Qui sta la contraddizione principale, il grosso nodo che dovrà venire al pettine: molte persone di sinistra han votato una forza sostanzialmente di destra”. [5]
  • La loro funzione è stata quella di difendere l’esistente, di “costituire un tappo” contro la forza e l’espansione dei movimenti.

“Nonostante le apparenze e le retoriche rivoluzionarie, crediamo che negli ultimi anni il Movimento 5 stelle sia stato un efficiente difensore dell’esistente. Una forza che ha fatto da “tappo” e stabilizzato il sistema. …

Da noi, una grossa quota di “indignazione” è stata intercettata e organizzata da Grillo e Casaleggio – due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing – in un franchise politico/aziendale con tanto di copyright e trademark, un “movimento” rigidamente controllato e mobilitato da un vertice, che raccatta e ripropone rivendicazioni e parole d’ordine dei movimenti sociali, ma le mescola ad apologie del capitalismo “sano” e a discorsi superficiali incentrati sull’onestà del singolo politico/amministratore, in un programma confusionista dove coesistono proposte liberiste e antiliberiste, centraliste e federaliste, libertarie e forcaiole. Un programma passepartout e “dove prendo prendo”, tipico di un movimento diversivo”. [6]

  • Bisogna “smascherare” il carattere reazionario, di destra per provocare un rivolta dentro il M5S e farne esplodere le contraddizioni fra destra (che dirige il movimento) e sinistra che è stata accalappiata.

“Per «tifare rivolta dentro il M5S» noi intendiamo l’auspicio che le contraddizioni si acuiscano ed esplodano. … noi ci auguriamo spaccature verticali e orizzontali, e su questioni concrete. Saranno le battaglie specifiche a mettere i grillini «di sinistra» di fronte a scelte che ormai non sono procrastinabili”. [7]

Perché considero questa analisi fuorviante?

Innanzitutto “i movimenti” sono per loro natura oscillanti, esplodono si espandono e defluiscono e il loro deflusso non necessariamente è carsico. I tentativi di costruire “forze politiche” basate sui movimenti sono sempre falliti. Ci può essere dialogo e contaminazione ma non trasferimento o incapsulamento: il piano d’azione dei movimenti e quello delle forze politiche sono diversi. Se c’è riflusso dipende o da una esplicita repressione (es. Genova) o dall’esaurirsi di una fase di crescita per la difficoltà (o l’incapacità) di raggiungere obiettivi condivisi.

Ma il difetto maggiore della lettura dei Wu Ming mi pare proprio nell’uso della chiave interpretativa “destra-sinistra” applicata a M5S; chiave di lettura che mi pare poi portare ad una grossa ingenuità: il pensare che basti “smascherare” il carattere “di destra” del movimento per farne esplodere le contraddizioni.

Come d’altro canto sostenere che la provenienza da destra di molti dei voti caratterizzi in quel senso il movimento. Nei momenti di crisi e trasformazione le appartenenze d’origine possono essere scompaginate. Basti pensare alla Resistenza. Il nostro grande partigiano Vermicelli ci raccontava sempre (e l’ha esplicitato nel suo bellissimo romanzo) come la maggior parte dei giovani partigiani avessero avuto una formazione fascista. E quanti giovani del ’68 provenivano da famiglie moderate o addirittura di destra? E, all’incontrario, quanti voti operai e di sinistra sono stati intercettati dalla Lega nel periodo della sua massima estensione? Diremmo allora la Resistenza e il ’68 erano in gran parte di destra e la Lega di sinistra? Evidentemente no.

Anch’io penso che sia necessario far esplodere le contraddizioni interne al M5S, ma questo significa capirlo e prenderlo sul serio.

programma 5 stelle

La lettura del loro programma non dà molti lumi, oltre a quello della grande fiducia in Internet che compare in più punti quale strumento di libertà, trasparenza e facilitazione. Per il resto si tratta di punti molto frammentati e in più aspetti fra loro non congruenti e talora contraddittori. Ad esempio la centralità della scuola pubblica (Risorse finanziarie dello Stato erogate solo alla scuola pubblica) come si concilia con l’Abolizione del valore legale dei titoli di studio e l’Integrazione Università/Aziende.

Penso comunque che la quasi totalità degli elettori di M5S non abbia mai letto il loro programma e che il motivo della loro”presa” sull’elettorato sia un altro. Certo lo sfogo alla rabbia, gli effetti diffusi della crisi economica, la crisi di credibilità dei partiti ma anche più profondamente qualcos’altro.

Due mi paiono gli strumenti (le chiavi o gli assi) che mi sembrano utili a capire, uno sociale e uno politico.

  • Società “liquida e precaria” VS rete informatica che facilita e ci rende “liberi”.

Da un lato abbiamo una società che si trasforma sempre più rapidamente (società “liquido-moderna” dove dice Bauman: “le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure” [8], dove la precarietà non caratterizza solo i disoccupati e i lavoratori atipici, ma diventa condizione oggettiva e soggettiva sempre più estesa.

“Il precariato è un concetto derivante dalla parola francese ‘précarité’, incertezza. Per quanto poco rimanga della classe operaia, i suoi membri continuano ad alzarsi ogni mattina e a guardare se i giornali riportano annunci di bancarotta o esuberi. Se per oggi non trovano nulla ne sono sollevati, ma non smettono di preoccuparsi di ciò che potrà accadere domani. Sono precari. Ma non è più solo la classe operaia a rientrare nel precariato: anche la classe media oggi ne fa parte.” [9]

In questa situazione di diffusa incertezza la rete offre due caratteristiche rassicuranti. In primo luogo l’assenza di mediazioni, il poter saltare le intermediazioni sociali nonché le limitazioni di spazio e tempo. Se per cercare un libro dovevo andare in biblioteca o in libreria e chiedere agli addetti, oggi basta che mi connetta, posso acquistarlo on-line o consultarlo con l’eBook. Quando finisco di lavorare lo sportello della banca è chiuso: utilizzo allora l’Home Banking. Non ho più bisogno di chiedere all’insegnante o all’esperto: vado su Wikipedia. Insomma supero le intermediazioni e le cristallizzazioni burocratiche. E nelle relazioni mi sento libero:

“Quando creiamo un network di relazioni … siamo noi al centro, il fulcro attorno al quale è strutturata la rete. Siamo noi a scegliere e questo ci risulta semplice. Per selezionare o deselezionare basta premere pochi tasti. I nuovi strumenti di imput basati sul sistema ottico cancellano addirittura la necessità di avere una tastiera per premere i pulsanti. Perciò è tutto molto facile. Ci sentiamo liberi. Se qualcosa non ci piace, possiamo cambiare social network o semplicemente cancellare i dati di alcune persone che non vogliamo più contattare.” [10]

Ora, se “mi volto dall’altra parte” dello schermo le difficoltà, le incertezze, le cristallizzazioni e le rigidità sociali mi diventano intollerabili. Ho sperimentato libertà, facilità di accesso, trasparenza e voglio trasferirle nella vita quotidiana. Di qui la rabbia contro burocrazie, caste, privilegi, limitazioni. La “casta politica” diventa il mio primo avversario (il più visibile e con più discredito).

La prima osservazione è che la contraddizione è reale, non è frutto di un’illusione. Se posso evadere un bollettino di pagamento on-line riesco a farlo anche la sera dopo cena, mentre se devo andare in posta devo mettermi in coda (coda ogni volta più lunga per i tagli del personale, per l’aumento dei servizi “offerti” che prolungano i tempi, per il numero crescente di personale precario e pertanto poco pratico). E allora la mia rabbia prima si rivolge a chi sta dietro lo sportello, poi uscito dall’ufficio postale la razionalizzo e la rivolgo contro chi reputo responsabile di quella situazione di crescente disservizio: i politici.

  •  Individuo VS comunità, fra società in presenza e rete.

Dicevo prima che il programma non ci dice molto per capire M5S; di più la premessa al programma sul blog:

“Il MoVimento 5 Stelle è una libera associazione di cittadini. Non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Non ideologie di sinistra o di destra, ma idee. Vuole realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità dei cittadini il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi”.

È l’esplicitazione del motto “uno vale uno” e della volontà di realizzare una società senza mediazioni politiche, sindacali ecc. , in sostanza di realizzare nella società quella libertà, capacità di scelta ecc. che viviamo nel web.

Ma è proprio così? In un mio precedente post [11] sostengo l’inopportunità della parola “virtuale” per definire il web che va invece inteso non come qualcosa di irreale ma come una “estensione della realtà”, come ogni altro prodotto della tecnologia. Questo non significa che il mondo del web sia trasparente, come d’altronde non lo è la società. È esperienza comune di chi naviga e utilizza piattaforme 2.0 il chiedersi “chi ci sta dietro?”, ovvero l’interrogarsi sulla mediazione tecnologica nascosta che facilita la messa e lo scambio in rete. Allo stesso modo, quando in un social network cambiano le regole (del format, del numero possibile di messaggi, di ciò che puoi o non puoi postare ecc.) il constatare che la mia libertà di movimento e comunicazione ha dei limiti e dei vincoli che qualcuno, molto in alto e molto lontano, decide senza nessuna possibilità di controllo. Vale cioè in rete la struttura (grande orizzontalità in basso, centralizzazione del controllo molto in alto) che secondo molti studi caratterizza il capitalismo cognitivo.

E il movimento di Grillo si caratterizza esattamente in questo modo: uno vale uno; ogni militante (cittadino) vale per uno ma ce n’è uno (anzi due: il proprietario e il “tecnico”) che vale per tutti.

La domanda è: questo modello di assenza di corpi intermedi e di centralizzazione dall’alto è anche quello che si vuole realizzare a livello politico?

Osserva Marco Bascetta:

“Grillo ha parlato chiaro: «nessun governo con i partiti», il che significa anche «nessun governo dei partiti». Procediamo allora per esclusione. Nella modernità, le forme note di un governo senza partiti sono: a) il partito unico in tutte le sue varianti storiche; b) il governo tecnico, dal collegio dei professori alla giunta militare; c) dispositivi di autogoverno comunitario a guida autoritaria come la Jamahiriya teorizzata da Gheddafi nel suo “Libro verde”. La prima forma, pur continuando a guidare il paese più popoloso e l’economia più dinamica del mondo, è decisamente fuori moda. La seconda è o un governo dei partiti mascherato o una feroce dittatura. La terza, in versione meno beduina e più telematica, è decisamente la più vicina all’ideologia del M5S. Il “Libro verde” teorizzava infatti una partecipazione di base diretta esercitata in assemblee e comitati popolari, “garantita” da una guida ideale e carismatica priva di qualsiasi carica formalizzata, ma dotata di un formidabile potere informale. … Il Colonnello aveva battezzato la sua impresa “Terza rivoluzione universale” (dopo il capitalismo e il comunismo) e, senza fare paragoni azzardati o irriverenti, è un’espressione piuttosto consonante con l’aria che tira nelle più ambiziose esternazioni di M5S o nelle visioni fantascientifiche di Roberto Casaleggio.” [12]

Le analogie sono abbastanza impressionanti.

Libro Verde

Gheddafi “nel 1975 ha pubblicato il Libro Verde – opera di un giornalista e scrittore libico, recentemente scomparso – tradotto in quasi tutte le lingue del mondo e distribuito ovunque gratuitamente. Il motto principale del libro è il divieto di ogni forma organizzata della società “Colui che si iscrive a un partito è un traditore”. E per i traditori la condanna è la morte.” [13]

Con una differenza mi pare; se nel modello della Jamahiriya (Stato delle masse) al potere centralizzato dovevano corrispondere alla base i Comitati rivoluzionari, descritti come strutture comunitarie popolari (in realtà erano “retti da loschi personaggi senza scrupoli che hanno scalato il potere in nome del popolo con la forza dell’intimidazione, della sopraffazione, dell’arroganza e della violenza, sia fisica sia psicologica” [14]), nel M5S (che si prefigura come modello totalizzante come ha esplicitato Grillo nell’affermare di volere il 100% del parlamento) alla base sembra prevalere un modello rigorosamente individualistico: ogni cittadino vale uno e non è prevista nessuna struttura organizzata né tanto meno comunitaria. Anzi il percorso sembra proprio quello di una progressiva dissoluzione di qualsiasi legame sociale organizzato e di qualsiasi corpo intermedio.

Questo spiega, a mio parere anche il programma, fatto di singoli e sinteticissimi punti slegati fra di loro. Su ognuno di loro si vota e si decide on-line se è giusto o sbagliato.

Il collegarli fra loro, il metterli in relazione al contesto, l’individuare delle priorità, darebbe vita a degli “orientamenti”, a delle propensioni e, in sostanza a delle “correnti” sia pur di opinione. Che è quello che si vuole assolutamente evitare.

La logica – anzi l’ideologia – è quella del pragmatismo: quello che conta e l’obiettivo e il suo raggiungimento (obiettivi raggiunti e obiettivi da raggiungere).

La complessità della società, il suo progressivo articolarsi e differenziarsi viene ignorata, anzi osteggiata. E allora mi sembra che un confronto politico serio con il M5S debba avvenire proprio su questo terreno. Individuo e comunità. Società che accoglie, ingloba e valorizza le differenze, le culture, le propensioni, o società indifferenziata di singoli individui (“cittadini” anonimi). L’individuo o la comunità, l’io o il noi?

La lotta contro le caste, i privilegi, la semplificazione degli apparati, per una partecipazione dal basso non nella direzione dell’individuo atomizzato, ma dell’individuo socialmente adulto che partecipa attivamente ad una comunità che si feconda nella partecipazione e nella difesa e valorizzazione dei “beni comuni”.

P.S. Il ruolo di Casaleggio. Più interventi in rete e nei media sottolineano il ruolo “ambiguo” del personaggio e i suoi interessi economici che sfrutta a proprio fine il movimento. Personalmente non sono molto interessato a questi aspetti anche perché penso che prima o poi i media (a parte Il fatto quotidiano che ormai è diventato l’organo sempre più esplicito del M5S), esaurita l’esaltazione acritica che sin qui ha prevalso, con qualche inchiesta giornalistica – magari di Report o di chi per lui – sapranno dirci quanto di vero o non vero c’è in queste accuse.

No, quello che mi inquieta è altro: è il suo utopismo apocalittico e millenaristico che prospetta una guerra mondiale ventennale con almeno sei miliardi di morti. E dalle rovine emergerà la felice società di Gaia costituita da migliaia di comunità connesse in rete di uomini “liberi” da ogni pensiero politico e credo ideologico e religioso.

Non è certo la possibile preveggenza del personaggio che mi inquieta (del suo video, Gaia il futuro della politica [15] si può sorridere), ma la sua totale irrazionalità che tendenzialmente può dar vita ad una sorta di religione atea con i caratteri della setta fanatica. Se nel M5S tale tendenza prenderà piede (e mi auguro francamente di no), il confronto diventerà evidentemente sempre più difficile. Motivo in più per iniziarlo da subito e senza tentennamenti questo confronto.

Il nostro patrimonio e le nostre prospettive

Avevo iniziato a scrivere pensando soprattutto a Sinistra Ecologia Libertà e al suo possibile ruolo in questa fase difficile, anche alla luce dei problemi, prima sottolineati, di una campagna elettorale non all’altezza delle nostre prospettive. Ho invece parlato soprattutto del M5S, ma mi è parsa questione fondamentale per poter aprire una discussione ricca e franca sul che fare.

Non va comunque dimenticato che abbiamo raccolto un milione e ottantanovemila voti, con un seppur lieve incremento percentuale (+ 0,1) e assoluto (+ 130mila voti) rispetto alle europee del 2009 quando eravamo ancora con i verdi e i socialisti. Un risultato certamente inferiore alle nostre aspettative, ma comunque un patrimonio che non dobbiamo disperdere ma valorizzare con la capacità di affrontare ed agire di fronte ad una fase del tutto nuova e certamente più difficile.

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E qui vado per punti e per interrogativi perché penso che qui debba concentrarsi il nostro dibattito.

  • Che senso diamo oggi alla parola “sinistra” in una “società liquida” che si trasforma velocemente e che si precarizza sempre di più? Nella nostra storia “sinistra” non è stato solo un “sol dell’avvenire” da realizzare ma soprattutto un soggetto (o soggetti) in cui la prospettiva del cambiamento era in grado di incarnarsi. Parlo di soggetti sociali, che quando il soggetto è venuto ad identificarsi in modo sempre più esclusivo con il partito sono iniziate le aberrazioni che hanno portato al “socialismo“ reale e di cui quelle società – e noi stessi – soffriamo ancora le conseguenze. Quali i luoghi e quali i soggetti oggi? Se la sinistra sta dalla parte del noi e non dell’io, quali risposte sappiamo dare all’individualismo proprietario – in tutte le sue forme – oggi prevalente?
  • Se l’Europa è il nostro orizzonte, che tipo di Europa vogliamo? Siamo sul serio capaci di contrastare la logica del fiscal compact e la finanziarizzazione dell’economia? Qui penso stia soprattutto il nodo del rapporto con i PD; quello su cui non possiamo non dico essere, ma nemmeno apparire, subalterni. O si accetta una priorità “del paese e della sua economia” (e pertanto i parametri imposti) o si rovescia tale priorità incentrandola sui ceti sociali investiti dalla crisi.
  • Come ci rapportiamo con le spinte “anticasta” e di spinta al cambiamento emerse con queste elezioni (e che avremmo dovuto ben più aver presenti). Io non penso con la mitizzazione della rete informatica, che è certo un grande strumento di cambiamento, ma pur sempre uno strumento. Ma con la valorizzazione e l’introduzione di strumenti di democrazia partecipata. Ad iniziare ad esempio dalla riforma radicale dell’istituto del referendum sia abrogativo (con l’abolizione del quorum) che propositivo (con l’obbligo per il parlamento, entro un tempo prefissato, di mettere ai voti la proposta). Con una legge sulla democrazia in fabbrica, la rappresentanza sindacale e l’obbligo della consultazione di tutti i lavoratori per l’approvazione dei contratti.
  • E snellimento di tutti gli apparati (le caste). In particolare quella militare. Non basta recedere totalmente dall’acquisto degli F35 o ritirare i nostri militari dalle missioni all’estero. Va rimesso in discussione il “nuovo modello di difesa” e la sua compatibilità con l’articolo 11 della Costituzione. Modello di difesa che tra l’altro ha aumentato a dismisura la spesa militare mettendola di fatto al di fuori di ogni controllo democratico. Come su Mosaico di Pace viene in più occasioni evidenziato, i costi di qualsiasi fornitura militare (dalla carta igienica al pezzo di ricambio per un qualsiasi automezzo) sono di molte volte superiori a quelli delle commesse civili.
  • Un piano energetico nazionale, fondato sul risparmio energetico e sulle rinnovabili; la messa in sicurezza del territorio e degli edifici pubblici a partire da quelli scolastici; la valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale. Tutte cose che abbiamo ben detto nel nostro programma ma a cui bisogna incominciare a dar gambe sia nazionalmente sia in tutte le amministrazioni in cui siamo presenti.

E tralascio qui i temi dei diritti civili e della laicità, come quelli della lotta alla corruzione e alle mafie non certo perché di minor importanza, ma perche li abbiamo già tutti ben presenti e vengo invece al noi, al come ci pensiamo e strutturiamo come organismo politico. Quando nell’autunno 2009 ero intervenuto sulle nuove dimensioni della politica, prospettavo per SEL l’idea di un partito “a rete”, ovvero a struttura policentrica e in particolare incentrato sui “laboratori”. Le cose non sono andate in quella direzione.

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Di fronte alla evidente crisi della struttura partito ed anche alla constatazione che di fatto in questo modello siamo ricaduti (dagli organismi locali, a quelli provinciali, regionali e nazionali con tanto di federazioni, segreterie e segretari). Penso che su questo dobbiamo cambiare radicalmente non tanto elaborando marchingegni organizzativi ma seguendo, in modo flessibile, alcuni principi di fondo.

  • Ridurre i luoghi e le occasioni in cui si parla “di tutto”, di politica generale ecc.
  • Pensare a organismi tematici nazionali non centralizzati ma distribuiti nel territorio a seconda delle competenze, emergenze e iniziative effettivamente in atto. Organismi in ogni caso aperti a soggetti esterni che non solo “vengono invitati” ma che contribuiscano direttamente all’elaborazione e alle iniziative. A puro titolo di esemplificazione: a Torino una commissione (o come altro la si voglia chiamare) sui diritti e la laicità, in stretto contatto con le Consulte laiche; ad Assisi un nostro organismo sui temi della pace e del disarmo ecc, ecc. Insomma una struttura flessibile, policentrica ed aperta.
  • Allo stesso modo un Congresso Nazionale (che penso indispensabile non appena il quadro politico post-elettorale si chiarisca) dovrebbe esser preparato da momenti analoghi, diversificati nel tempo e nello spazio, preparatori al momento finale del Congresso.
  • Ed infine penso siamo ormai maturi per abolire a tutti i livelli ogni doppio incarico (politico e/o istituzionale) così come abbiamo incominciato a fare nel VCO. Il contributo di un compagno sindaco di una grande città, presidente di regione, parlamentare non avrà certo minor peso se non sarà più abbinato ad un incarico ufficiale di partito.

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Nichi ha parlato di un partito come “comunità” e in una comunità i singoli contano più per l’influenza sulla collettività e per la capacità di instaurare relazioni significative che per i loro ruoli formali.

Abbiamo sempre detto che il nostro scopo non era quello di costruire un nuovo partito ma quello di rinnovare la sinistra. Ma non possiamo sperare di farlo se non siamo in grado di rinnovare profondamente noi stessi, se non siamo capaci di pensare ad una strutturazione del nostro esser soggetto politico in modo assai diverso sia dall’assetto piramidale e statico (novecentesco) dei partiti tradizionali (Bersani e PD) che dal partito “leggero” più simile ad un comitato elettorale (Renzi) che ad una comunità del cambiamento.

E se non ne saremo capaci penso che lo scossone elettorale possa solo produrre prima scompiglio e caos, e poi, inevitabilmente, riflusso e rivincita delle destre.

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1. https://fractaliaspei.wordpress.com/2013/03/11/nuove-dimensioni-per-la-politica/

2. https://fractaliaspei.wordpress.com/2013/02/23/come-cresce-loccupazione-giovanile/

3. da VCO: una comunità senza futuro?  http://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/vco-una-comunit%C3%A0-senza-futuro-1/279814194996 ; seguito da C’è un futuro per la comunità del VCO? http://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/c%C3%A8-un-futuro-per-la-comunit%C3%A0-del-vco-2/280180119996

4. I diversi interventi si possono consultare sul loro sito ufficiale Giap: http://www.wumingfoundation.com/giap/

5. http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=12208#more-12208 (Intervista a Repubblica)

6. http://www.internazionale.it/news/italia/2013/02/26/il-movimento-5-stelle-ha-difeso-il-sistema-2/

7. http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=12104#more-12104 (intervista a Il manifesto)

8. Z. Bauman, Vita liquida, Laterza, Bari 2008, p. VII

9. Z. Bauman, Communitas. Uguali e diversi nella società liquida, Aliberti, Roma, 2013, p. 45-46

10. Ivi, p. 33

11. Virtuale: una parola “trappola” in https://fractaliaspei.wordpress.com/2013/02/15/peer-education-e-new-media/

12. La Jamahiriya telematica su il manifesto del 14.3.2013: visionabile all’indirizzo http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/21-politica-a-istituzioni/43266-la-jamahiriya-telematica-.html

13. Farid Adly, La rivoluzione libica. Dall’insurrezione di Bengasi alla morte di Gheddafi, il Saggiatore, Milano 2012, p. 45 (evidenziazione mia)

14. Ivi, p. 46

15. Gaia il futuro della politicahttp://www.youtube.com/watch?v=V4CHyog8Byc&feature=youtu.be

Nuove dimensioni per la politica? *

Premessa.

Nei giorni successivi alle elezioni amministrative del giugno 2009 avevo scritto delle annotazioni e riflessioni a caldo (Noterelle di un rappresentante di lista verbanese) che avevo pubblicato sulla mia pagina di Facebook e fatto girare per mail. Ho ricevuto un certo numero di “feedback” che mi invitavano a proseguire, in particolare sul tema specifico della “crisi della sinistra”. Questi inviti, complice l’estate successiva, invece di stimolarmi, mi avevano un po’ bloccato. Un conto è buttare a getto delle note, per certi versi autoironiche, sulle elezioni (una sorta di elaborazione del lutto della sconfitta), un conto individuare delle direttrici, possibilmente fertili, di riflessione sul futuro della (delle) sinistra/e.

Il dibattito all’interno di Sinistra e Libertà e l’attenzione a quanto stava avvenendo all’interno del PD (dibattito congressuale) mi hanno dato, nel settembre successivo, l’occasione per riprendere il discorso pur  mantenendo l’assetto non organico ed aperto di noterelle.

 Le ripropongo sul mio blog, consapevole della “distanza” della situazione politica attuale da quella di quattro anni fa, perché penso che alcune delle considerazioni ed osservazioni di allora possano oggi esser riprese ed aggiornate. Tralascio la parte conclusiva relative a proposte organizzative perché troppo legate all’allora nascita (marzo giugno 2009) e trasformazione di Sinistra e Libertà nella successiva Sinistra Ecologia e Libertà (ottobre dicembre 2009).

 

Un nuovo blocco sociale.

Il PDL e Lega Nord assieme sono in grado di dar vita ad un nuovo blocco sociale incentrato sui poteri economici forti e scomposizione e ricomposizione delle realtà sociali preesistenti, da un lato molto spregiudicato (speculatori e disoccupati, quartieri popolari in cui si alimenta l’astio contro gli stranieri e intere comunità straniere come i romeni a Verbania) e dall’altro sorretto dall’alimentazione tutta ideologica delle paure accompagnata da proposte/soluzioni ad alto effetto simbolico (ronde, respingimenti). Quasi una divisione concordata di compiti: il PDL sollecita e aggrega gli interessi, la Lega fa il lavoro ideologico. Un blocco sociale che parte dal Nord, disaggrega la sinistra ed è in grado di avanzare progressivamente al centro e al sud. A Verbania intorno alla lobby degli albergatori, i ceti legati al commercio e all’artigianato, gran parte dell’associazionismo cattolico (che ha mollato Zanotti), pezzi consistenti di ceto operaio, in particolare quello delle fabbriche chiuse o in crisi, intere comunità straniere ecc.

La fragilità del PD.

L’idea che un partito leggero, più mediatico e meno radicato nel territorio, fosse più adatto ai tempi, deve aver colpito sulla via di Damasco Veltroni e qualcun altro. Ma era illuminazione diabolica. E oggi penso che la cosa sia del tutto evidente. Pensare troppo a quale leader è più mediaticamente efficace di Berlusconi è servito sola a bruciare un leader dopo l’altro. Berlusconi si è radicato nell’immaginario degli italiani e, grazie a Lega e AN, nelle strutture economiche e sociali. Il PD invece non solo non riesce a organizzare le sue preferenze, ma non è più presente né con le sezioni ne con nuove forme territoriali.

sinistra

La frammentazione della sinistra.

Su questo dico per ora molto poco perché penso di ritornarci. Non ritengo basti un richiamo all’unità, come fanno in molti. La vicenda dell’arcobaleno dovrebbe aver insegnato qualcosa. Penso che la prima cosa da fare sia chiederci cosa significhi oggi sinistra. Sono convinto che la maggior parte di noi non lo sappia più. Sono anche convinto che, nella società complessa e frammentata di oggi, per darsi una prospettiva politica non basti la coppia destra/sinistra, ma che esistano altre dimensioni della politica con cui bisogna fare i conti sino in fondo: ad esempio centro/periferia; individuo/comunità; economia/ambiente.

 C’è una crisi della sinistra?

Sembrerebbe domanda retorica. Ma non sono da sottovalutare gli argomenti di chi sostiene il contrario: a) la sinistra (democratica) ha raggiunto, almeno nella nostra parte del mondo (il cosiddetto nord) gran parte dei  suoi obiettivi sia economici che civili (basta considerare la condizione economico sociale e civile di un lavoratore di oggi con quella di un secolo fa); b) in gran parte dell’Occidente le sinistre governano (o si alternano al governo con governi delle destre) tutelando i diritti individuali e sociali, riformando il welfare, ribadendo la laicità dello stato ecc..

Insomma la crisi della sinistra, nell’epoca di Zapatero ed Obama (ed oggi anche del giapponese Hatoyama), sarebbe tutt’al più una specificità tutta italiana dovuta in gran parte alla responsabilità stessa della (delle) sinistra/e nostrane. L’elenco di queste responsabilità potrebbe esser lunghissimo: inamovibilità e autoconservazione delle classi dirigenti, incapacità di (e oscillazione nel) fronteggiare il “fenomeno Berlusconi”, personalismi e litigiosità, conservatorismo ed ideologismo, scarsa laicità e scarsissima autonomia dai poteri forti (compromessi con la chiesa, ricerca di alleati economici, istituzionali, giornalistici “antiberlusconiani”), distacco dalla società reale e dal “sentire” di fette crescenti della popolazione, scarsa progettualità e ricerca di scorciatoie (leggi elettorali ad hoc, scandali e interventi della magistratura), ecc. ecc.. Tutto in gran parte vero. Ma l’insieme del ragionamento non mi convince.

colori della sinistra

Una crisi della politica?

A me sembra invece che vi sia un crisi della politica (democratica) e dentro di questa crisi una difficoltà evidente delle sinistre. Il caso italiano più che una eccezione potrebbe essere allora emblematico di una più generale difficoltà (e talvolta degenerazione) delle democrazie e della paralisi delle sinistre. La difficoltà se non incapacità a fronteggiare e regolamentare l’evoluzione dell’economia (globalizzazione dei mercati, finanziarizzazione, ecc.) resa evidente dalla recente crisi economica. L’incapacità delle democrazie di essere propulsive in nuove aree del mondo: tra “l’esportazione della democrazia” con la guerra, con i disastri che ha generato, e l’acquiescenza di fronte alle potenze emergenti (sulla base del ‘principio’ che gli affari sono affari) sui temi dei diritti umani (Tibet, Cecenia ecc ecc.), non sembra esserci una terza via di pace e legalità. Il costante incremento delle differenze fra gli strati ricchi della società e quelli meno abbienti. La fragilità politica (e ideale) della Comunità Europea. L’indifferenza nei confronti dei drammi che coinvolgono i paesi del sud del mondo (guerre, carestie ecc.). Il distacco dalla politica attiva di gran parte di cittadini,  il proliferare di micro nazionalismi. Il riemergere di xenofobia e razzismo e di integralismi religiosi. L’espansione a ritmi vertiginosi delle conoscenze e lo sviluppo del web che invece di produrre una società della conoscenza (condivisa) sembrano introdurre nuove fratture e divaricazioni. Insomma il mondo è cambiato con estrema velocità ma gli assetti organizzativi e i riferimenti teorici della politica sembrano ancora ancorati all’orizzonte degli ultimi 150 anni.

Ha ancora senso parlare di (destra e) sinistra?

Penso di si e che da questo punto di vista sia ancora pienamente valida la precisazione concettuale che ne ha fatto Norberto Bobbio quindici anni fa (Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli 1994 – oggi in corso di ripubblicazione): ciò che caratterizza la sinistra è l’assunzione dell’eguaglianza come valore positivo, come criterio orientativo (“stella polare”) delle proprie scelte. Eguaglianza non come assoluto, non come dato di partenza, non come livellamento ma come criterio che affronta man mano temi nuovi (dal lavoro ai diritti civili, dall’educazione alla salute ecc.) rispondendo di volta in volta alle tre domande: Eguaglianza tra chi? in che cosa? in base a quale criterio (p. 73). In questo senso il dibattito, ad es.  fra “eguaglianza di condizioni” e “eguaglianza di opportunità” è un dibattito del tutto interno alla sinistra.

È lo stesso Bobbio (p. 81) che ricorda come il binomio sinistra e libertà non sia automatico (come nemmeno quello destra ed autoritarismo). L’asse orizzontale destra / sinistra si incrocia con quello (verticale) autorità / libertà per cui vi sono movimenti autoritari sia di destra che di sinistra, come movimenti libertari di destra (antiegualitari) e di sinistra (egualitari). A queste osservazioni di Bobbio aggiungerei quelle sottolineate da Aldo Tortorella nel nostro recente seminario nazionale: per lungo tempo nella sinistra ha prevalso l’idea che l’eguaglianza fosse la premessa per la libertà: in un mondo di eguali ognuno sarà libero di realizzare sino in fondo se stesso. La storia ci ha insegnato come il rapporto vada rovesciato: è la libertà la condizione per realizzare l’eguaglianza e non viceversa.

Le scorciatoie (autoritarie) per imporre l’eguaglianza generano mostri e vale quello che già nel 1970, in riferimento al cosiddetto “socialismo reale” in polemica con György Lukács, sosteneva Ernst Bloch  citando un motto di Sallustio: corruptio optimi pessima.

La corruzione del meglio è proprio la peggiore di tutte, la corruzione più maligna è proprio quella del meglio. Si può dire perciò che il peggiore socialismo (dei paesi dell’est) non è più socialismo per niente, ed è più lontano dal socialismo del riformismo più misero e claudicante” (in G. Neri, Aporie della realizzazione. Filosofia e ideologia nel socialismo reale, Feltrinelli 1980).

Libertà?

La libertà non è star sopra un albero
non è neanche un gesto o un’invenzione
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.

Giorgio Gaber/Sandro Luporini

In questo ritornello è perfettamente delineata la differenziazione storica  fra il liberalismo di destra (individualistico) e quello democratico o di sinistra. Ma ha ancora senso questa contrapposizione?  Certamente non c’è libertà senza partecipazione ed uno degli aspetti della crisi della politica democratica è proprio quella della crisi degli strumenti/spazi partecipativi. Non penso sia ipotizzabile una ripresa della sinistra senza la rivitalizzazione e la reinvenzione di ambiti di effettiva partecipazione. Ma questo è in contrapposizione con “uno spazio libero”? La logica della complessità dovrebbe indurci ad uscire dall’aut …  aut ed abituarci a ragionare con  et … et. Penso alla libertà come spazi reali di partecipazione e decisione (collettivi, comunitari) ma anche come spazi di libera realizzazione (collettivi ed individuali). Una concezione non più dicotomica della politica (destra / sinistra; autorità / libertà), come tenterò di delineare più avanti, dovrebbe dar spazio pieno a tutte le forme di libertà.

libertà è partecipazione

Una politica a N ( cinque?) dimensioni.

Ipotizzo allora che la crisi della politica (soprattutto della sinistra) stia nel pensarsi solo dentro i due assi sopra ricordati (destra / sinistra; autorità / libertà) mentre la realtà politico sociale e la stessa azione politica nel mondo attuale attiene di fatto anche ad altri assi; non escludendone altri quelli che mi sembrano centrali nella politica d’oggi sono i tre seguenti: Centro / Periferia; Individuo / Comunità; Uomo (ed attività economica) / Ambiente. Parlo, sia ben chiaro, di dimensioni e non di contenuti o di problemi specifici. Mi rimane il dubbio se Violenza / Nonviolenza (che assorbe evidentemente Pace / Guerra) costituisca un’ulteriore dimensione, ma propendo nel pensare che questa dicotomia sia compresa in quella di Autorità / Libertà. Che invece le tre dimensioni indicate non siano assorbibili da quelle precedenti mi pare invece evidente. C’è, come è noto, una sinistra centralista (statalista) ed una non centralista (autonomista), così c’è un comunitarismo (e un individualismo) sia di destra che di sinistra. Lo stesso si può affermare per il tema ambientale.

L’assunzione delle 5 dimensioni della politica porta a due riflessioni immediatamente conseguenti:

a)     quando un movimento politico emerge assumendo come centrale una dimensione diversa da quella destra / sinistra, i partiti tradizionali rimangono spiazzati, in certi casi direi afasici; la difficoltà a rapportarsi con la politica della Lega (che privilegia le dimensioni centro à periferia e individuo à comunità) costituisce l’esempio più recente, ma altri se ne potrebbero fare;

b)     un soggetto politico al passo con i tempi deve definirsi con sufficiente chiarezza su tutte e 5 le dimensioni. La debolezza dell’esperienza Arcobaleno (al di là delle responsabilità ed opportunismi individuali di chi non vi credeva ma è “saltato sul carro”) stava principalmente nel fatto che, a parte l’essere di sinistra, sulle altre dimensioni c’era di tutto e il contrario di tutto. Non sono di quelli che sostengono il luogo comune che le differenze all’interno dell’area del centro sinistra esterna al PD siano insignificanti (magari sono incomprensibili, ma qui è demerito nostro).

Anticipando e schematizzando il senso del mio contributo direi: non solo sinistra e libertà, ma anche autonomismo, comunità ed ecologia. Naturalmente non è la proposta di un nuovo nome ma di un orizzonte del pensare politico. Quelle che seguono sono solo rapide suggestioni e soprattutto ambiti di auspicato approfondimento e dibattito.

Centro e periferia.

Il centralismo (lo statalismo) ha una lunga storia ed è stato una delle caratteristiche fondanti dello stato moderno. Gli stati nazionali sia pre che post risorgimentali hanno privilegiato la centralità dello stato, delle sue leggi, del suo apparato militare e burocratico. La tendenza centripeta verso le nazioni (ampie) ha caratterizzato l’Ottocento. Ugualmente (e spesso in modo ancor più accentuato) le cosiddette democrazie popolari (socialiste) hanno scelto la centralità (assoluta) dello stato. Posizioni come l’autonomismo di Cattaneo nel risorgimento o il sovietismo autentico di Rosa Luxemburg nel movimento socialista, sono rimaste marginali. Anche il movimento per le autonomie, nel nostro secondo dopoguerra, è sembrato più un modo per dare battaglia alla destra (democristiana) governante centralmente, che una ispirazione autenticamente vissuta dalle sinistre.

Oggi siamo di fronte ad un movimento leghista che non si dichiara autonomista ma, appunto federalista. Ribadito con forza che il federalismo è tutt’altra cosa (foss’anche solo per rispetto al grande Altiero Spinelli), quello della Lega non è un federalismo (l’unione di più Stati in un ambito politico sovranazionale più ampio: sono proprio loro i più strenui avversari della Comunità Europea), né un autonomismo (le 100 città e comuni) ma un separatismo (divisione dello stato) ai fini di un centralismo regionale. Una mia amica insegnante ricorda spesso come ai tempi dei Comuni erano perlopiù Guelfi i comuni del nord e Ghibellini quelli del Centro – sud: insomma meglio un’autorità lontana che una vicina per proteggere le autonomie locali. Uno statalismo (centralismo) regionale pertanto è quanto di più differente possa esserci da un vero sostegno ed impulso all’autonomismo.

Non va poi dimenticato come la battaglia per il centro abbia una forte componente ideologica; questo vale sia per i nazionalismi che per i separatismi (micro nazionalismi). Questo spiega come la politica della Lega assuma spesso l’aspetto di battaglia ideologica e simbolica, sia nelle dichiarazioni che nelle azioni.

“Il centro, o zona centrale, è un fenomeno concernente il regno dei valori e delle credenze. È il centro dell’ordine dei simboli e delle credenze, che governa la società. È il centro per il fatto che rappresenta ciò che v’è di supremo e d’irriducibile” (Edward Shils, Centro e periferia, Morcelliana  1984)

Individuo e comunità.

Il tema della comunità costituisce a mio parere una sorta di “buco nero” nell’orizzonte tematico delle cultura politica italiana. La prevalenza di culture universalistiche (cattolicesimo, liberalismo, socialismo) ha messo ai margini le riflessioni e le esperienze sviluppatesi in questo ambito (il Movimento di Comunità nel Canavese, l’omonima casa editrice, Danilo Dolci, la scuola di Psicologia di Comunità di Amerio ecc.).  Con il risultato che ci si è trovati del tutto impreparati – lasciando lo spazio al comunitarismo rozzo e premoderno della lega – quando, di fronte agli attuali processi di mondializzazione economica e culturale, il bisogno di comunità emerge con prepotenza sia per la fragilità delle identità universalistiche che per il dislocarsi del conflitto economico-sociale non tanto fra le classi “ nazionali”, ma fra la comunità locale e decisioni lontane, processi incontrollabili e generali che la sovrastano e che spostano rapidamente flussi economici, settori produttivi e persone. [Sul concetto di Comunità – fondato sul bene comune -, sulla vitalità delle comunità aperte rispetto a quelle chiuse ecc., rimando ad alcune cose che ho scritto tempo fa, ora parzialmente riprese nel blog:   https://fractaliaspei.wordpress.com/2013/03/11/il-bisogno-di-comunita/ ].

L’altro risultato è che la difesa dei diritti soggettivi è stata lasciata ad una concezione individualistica (il radicalismo liberale) invece di sussumerla come patrimonio civile delle comunità. Anche nella sinistra-sinistra è prevalsa questa visione radicaleggiante (Lo stato regoli in pubblico e l’economia, i diritti individuali ognuno se li gestisca da sé).

La dizione “sinistra radicale” (che auspico sia cancellata dal dizionario politico) se da un lato era spesso usata in termini polemici (o auto esaltativi) come sinonimo di estrema/estremistica, dall’altro, in modo più sommerso indicava implicitamente l’influsso, specie sui temi cosiddetti etici, del radicalismo in senso proprio (quello di matrice liberale di cui è correttamente portatore il partito omonimo).

Uomo, economia e ambiente.

Qui dico pochissimo perché non è un mio ambito: un approccio non puramente ideale (e soprattutto non ideologico) richiede competenze in settori scientifici che non possiedo. Una osservazione mi pare però del tutto evidente. In Italia abbiamo sviluppato un sistema esteso di parchi (nazionali e regionali) e di riserve naturali di ampio respiro (solo i 24 parchi nazionali coprono oltre un milione e mezzo di ettari, pari al 5 % circa del territorio nazionale). D’altro lato sullo sviluppo di energie alternative siamo al palo  e sulla riduzione delle emissioni di CO2 non solo non riusciamo a rispettare il Protocollo di Kyoto (-6,5 rispetto al 1990) ma siamo addirittura in crescita (+9); in entrambi i casi costituiamo un’anomalia rispetto ai paesi europei economicamente più simili al nostro. Insomma una politica ambientale decisamente strabica che tutela l’ambiente solo lontano dalle aree antropizzate, una sorta di scarico di coscienza dei quotidiani misfatti ambientali. Mi chiedo allora se il termine “verdi” per indicare i sostenitori di un corretto equilibrio (ecologico) tra uomo e ambiente non abbia implicitamente interiorizzati questa visione strabica. Insomma, come anche nel mondo ambientalista mi pare stia emergendo, questa dimensione mi pare più correttamente espressa dai termini ecologia ed ecologismo.

Le cinque dimensioni in azione.

La prima conseguenza è che di fronte ad un tema specifico, la risposta politica sarà tanto più efficace tanto più sarà in grado di tener conto di tutte le dimensioni. Parlo ovviamente di risposta politica nel senso di possibili soluzioni a problemi, e non di risposta propagandistica. È palese infatti come spesso le destre (ma talvolta anche le sinistre) affrontino i problemi non cercando soluzioni ma indicando “colpevoli”. L’esempio più lampante è nella politica auto sponsorizzata del ministro Brunetta che ha di volta in volta indicato al ludibrio impiegati fannulloni, insegnanti in soprannumero, donne assenteiste ecc.

La seconda è che se l’avversario politico affronta un tema incentrandolo in particolare su di una (o due) delle cinque dimensioni, la risposta non può essere solo su di un altro asse della politica. Ad esempio il tema della immigrazione affrontato dal centro destra nelle dimensioni della legalità (autorità/libertà) e della comunità; spesso la risposta della sinistra è solo sul piano dell’eguaglianza (i diritti umani dei migranti) senza contrapporre all’idea di comunità chiusa ed autoritaria una propria concezione (e delle precise proposte) di comunità aperta ed accogliente, capace di integrare trasformandosi ed in quanto tale più serena e sicura. Con l’esito che si dà l’impressione di parlare d’altro per poi magari rincorrere il centro destra su politiche sicuritarie quando si vede che queste sono diventate popolari.

Quale tipo di partito?

Ricordavo come l’idea di un partito leggero, essenzialmente di opinione, capace di apparire nei media, che si mobilita ed organizza soprattutto nei momenti elettorali, idea ripresa, sulla base del modello americano, dal PD veltroniano (e sostanzialmente riproposta da Franceschini) sia stata foriera (o perlomeno complice) di sconfitte in successione. L’attuale dibattito congressuale del PD mi sembra che ruoti proprio intorno a questo tema (la forma partito) e, grazie alla candidatura di Marino (terzo incomodo che mi auguro sia poco terzo e molto incomodo), a quello della laicità.

Non credo nemmeno che il riproporre (come mi sembra sia implicito nella mozione Bersani) un partito “gramsciano” strutturato, ben radicato nel territorio e capace di operare come intellettuale collettivo (come ha sostenuto Vacca in una recente intervista alla Stampa) sia la risposta adeguata ai tempi.

Soprattutto non credo che possa essere questa la prospettiva per Sinistra e Libertà, un soggetto politico che nasce unendo esperienze e storie molto diverse e che si propone di ridefinire e reinventare l’essere a sinistra dentro l’attuale crisi (delle sinistre e della politica). Tanto meno penso che l’alternativa possa essere quella di un partito “federazione” (parola da prendere con le pinze allo stesso modo di federalismo). Una federazione servirebbe a “tutelare” i diversi soggetti senza  mettere in moto un processo di rinnovamento e di contaminazione reciproca e, magari, come dicono alcuni malevoli (non vorrei dar ragione ad Andreotti col suo “pensar male è peccato, ma spesso ci si azzecca.”), a tutelare le classi dirigenti preesistenti.

E soprattutto un soggetto politico federativo non terrebbe conto dei molti che hanno aderito al progetto di Sinistra e Libertà senza appartenere ad alcuno dei “soggetti politici costituenti” (gran parte delle adesioni nella nostra provincia, quella del sottoscritto compresa, è di questo tipo).

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La “rete” come nuova struttura di soggetto politico.

L’etimologia italiana (e latina) di rete ha la stessa origine di “raro”: separazione, salto (maglia); quella inglese (net) ci rimanda a nodo (legame, connessione). Una rete è infatti un insieme di buchi (di maglie) e di connessioni; non copre tutta la realtà, procede a salti ed è policentrica. Qual è la parte più importante della rete? Ovviamente quella che prende i pesci. Fuor di metafora, rispetto ad una società complessa, non possiamo sapere in anticipo quali delle connessioni, quali dei legami, quali strutture  risulteranno più efficaci: ogni periferia è potenzialmente centro. Diversamente da una rete da pesca dove ogni nodo ha solo quattro legami, in una rete sociale non tutti i nodi sono uguali e la loro capacità di connessione può variare molto rapidamente. Vi sono gli Hub (connettori multiporta) che hanno molti contatti, facilitano il passaggio di nuove idee, accorciano le distanze, si fanno forza dei legami deboli (temporanei e a distanza), indirizzano verso nuove possibilità. Insomma una struttura a rete è una struttura flessibile e sensibile, capace di ristrutturarsi velocemente senza schemi organizzativi rigidi e predeterminati. Si dà consapevolmente un assetto ma è pronta a variarlo in base ai risultati e alle esigenze. Inoltre i suoi confini sono indefiniti e variabili.

Flessibilità significa infatti capacità di dar vita a nuove strutture quando se ne presenti occasione ed opportunità, ma anche di “sbaraccare” quelle che non funzionano o che comunque hanno concluso la loro fase operativa. Differentemente dai movimenti, altrettanto flessibili e “a tempo”, una struttura a rete ha un proprio monitoraggio costante (è pienamente consapevole della sua struttura e del suo operare) e tiene memoria e documentazione di tutte le esperienze. …

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* Contributo al dibattito in Sinistra e Libertà del settembre 2009. Il testo completo è visionabile su facebook all’indirizzo: http://www.facebook.com/notes/gianmaria-ottolini/nuove-dimensioni-per-la-politica-noterelle-parte-2/68759889996