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La grande bellezza versus la brutta invidia

di Nives Cerutti

 

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Lapparato umano e la grande bellezza

Per tutti coloro che si sono gustati il film, è sorta immediata e automatica la domanda: “Ma qual è la grande bellezza?” e, ovviamente, si è scatenato il gioco collettivo del “Per me, è…”, nella speranza o presunzione che la ricerca possa portare a un insight, di ciò che è la vera grande bellezza.

Ogni risposta, che è sempre quella vera, ha la consistenza dei riverberi e delle risonanze interiori personali. A tutti capita di rintracciare qualche elemento simbolico, magico e denso di emozione, che lega propri contenuti intimi ai personaggi del film, fino al sorgere di un senso di reciproca appartenenza.

L’apparato psichico, molto umano, di Jep Gambardella si muove ed emerge, attraverso il susseguirsi di esperienze oniriche, ricche delle rappresentazioni dei profondi contenuti interiori di un uomo.

Jep si muove come un funambolo che, di tanto in tanto, precipita in realtà altre e raggiunge luoghi abitati da diverse tipologie umane. Le esperienze si snodano, emergono personaggi precisamente caratterizzati, a lui simmetrici e di lui rappresentativi.

La grande bellezza” è un film che prova a maneggiare un dolore dell’anima, nel quale sempre più frequentemente ci s’imbatte oggi. Cerca un modo per una sua elaborazione e per avviare un catartico possibile cambiamento. Tutto attraverso immagini e un racconto onirico, di una bellezza che toglie il fiato.

Quante rappresentazioni umane contiene!

Quanti affetti e quante emozioni, ricchi di sfumature, trovano voce e colore.

La densità dei corpi, delle mani e delle movenze sfrenate nelle feste, rende l’idea del tentativo di dar voce alle tante tonalità dello spirito.

Fra la moltitudine umana che compare nel film, i più interessanti sono i personaggi che descrivono aspetti psicologici, quasi archetipi, del nostro oggi.

 

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Jep

La grande bellezza. Sospeso tra l’innocenza e la depravazione, la superficialità e la profondità. Contraddittorio, seduttivo e bello fino in fondo.

La fidanzata di Romano

La brutta invidia. Astenica cocainomane. Distrugge ogni speranza in Romano seguendo la regola del “Non io, ma neanche tu”.

 

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Romano

L’alter ego di Jep. Ha la consistenza ingenua dell’artista, pieno di speranze, che raggiunge la grande città alla ricerca della possibilità di socializzare la sua arte, ma anche un po’ sedotto dall’idea della notorietà. Smarrito e deluso trova, come unico riparo alla sofferenza, il ritorno alle sue origini anonime.

 Dadina e la colf

Sdoppiata rappresentazione della figura materna, che accoglie sfoghi, ciba e cura l’anima. Forma di “maternage” che si spera continui, che sa prendersi cura dell’eterno bambino dentro di noi e che meno male che c’è perché sostiene una formazione di base interiore claudicante.

Gli amici

Figure sempre presenti, propongono sfaccettate parti della dissoluzione e dello sperpero adolescenziale del talento.

Bambini e monache

Intercalare onirico. Sfondo ricorrente con la consistenza dell’aura. Evocazione dell’innocenza perduta.

Bambina body-pittrice

La guasta infanzia moderna. Il contrabbando della pura creatività innocente monetizzata. Riporta inevitabilmente a pensare agli attuali criteri di protezione e stimolo, nell’accompagnare i nuovi figli nella loro esperienza di crescita.

Performer che vive di vibrazioni

La voce dei soprusi. Figura immonda che porta con sé la tragicità di traumi veri o presunti, che nessuno vuole più ascoltare, ma che inevitabilmente erodono la serenità.

Andrea e Ramona

Due anime delicate. Figure tra le più importanti nel film, rappresentano quegli aspetti più profondamente celati, perché avvertiti a rischio di frantumazione. Incarnano le fantasie della fragilità in bilico perenne tra l’esistere e la dissoluzione senza ritorno.

Paolo Sorrentino ha dato loro voce, evidenziando, senza illusione, la loro precarietà di sopravvivenza, legata al loro destino, quello di avere quasi la certezza, a priori, di soccombere, spesso incompresi.

Piccole persone, come potrebbero essere i bambini, gli adolescenti o quanti abbiano uno spirito tenue. Esistenze costrette a subire eventi traumatici, senza essere amorevolmente protette e rassegnate ad avere legami affettivi distorti da cui non potersi sganciare, per non perdere proprio tutto.

Andrea e Ramona rappresentano le parti più nascoste di Jep. Personificano le sempre più ricorrenti fantasie mortifere che accompagnano le paure di oggi. Richiamano immagini collegate all’idea di follia che alberga in noi, ruminata, nascosta e che potrebbe esplodere improvvisamente. Evocano ipocondriaci e spaventosi pensieri d’inesorabili e stroncanti malattie, che lasciano la vita svolta a metà, senza possibilità di replica.

Troppo spesso riconosciamo in noi un male di vivere che somiglia ai due personaggi. La sua provenienza deriva da un tempo antico senza immagini, di difficile elaborazione, fatto di sensazioni e smarrimenti. Là dove la vitalitàè già sottile, l’esito è un inesorabile collasso.

Il padre di Ramona

L’eterno adolescente, così emotivamente piccolo e incapace di prendersi cura della progenie, sopraffatto da impulsi, mai addomesticati, e incapace di affrancarsi dalle sue eterne dipendenze. Così disadattato che muove nei figli non già l’ovvio odio, ma dolore, e una rassegnata e calma pena.

La madre di Andrea

Gran dama elegante e conoscitrice del galateo. Ha l’emotività di una bambina, l’ingenuità affettiva e qualche perversione polimorfa infantile. Totalmente incapace di sviluppare l’attaccamento materno. Alla ricerca perenne di conferme, non è in grado di mettersi in contatto col proprio frutto.

Stefania lamica intellettuale di sinistra

Schiava femminista moderna. Cliché dell’emancipata che racconta a sé e agli altri delle fatiche quotidiane che le servono per reggere tutti i ruoli rivestiti: donna, moglie, madre e scrittrice. Fa cadere nell’oblio le manovre necessarie a raggiungere gli elevati ideali, e occulta la propria dipendenza, passività e senso d’inferiorità. Messa a nudo è il vuoto.

Il chirurgo plastico

Il burattinaio. Venditore dell’illusione, è il reificatore dell’età. Banditore tipico dei nostri tempi.

Stefano il custode delle chiavi

Uomo difettato, miope e zoppo ma affidabile. Possiede le chiavi dei luoghi della bellezza assoluta, ben custodita e nascosta.

Il funerale

Psicodramma, che ha la funzione di dare il via all’elaborazione dell’idea del limite umano insormontabile, dello sparire senza ritorno.

La giraffa

Sparizione con l’illusione del ritorno, a sostegno della speranza.

Il cardinale

L’abito non fa il monaco. Incarna la comune e finta elevazione intellettuale, ci consegna l’idea delle tentazioni umane. Uomo sfuggente e attaccato alle cose materiali, dovrebbe accogliere le riflessioni profonde e le domande ontologiche, invece ciò che meglio conosce sono le ricette per nutrire il suo corpo.

Giulio Moneta latitante mafioso ed enigmatico vicino di casa di Jep

Ingannevole icona, frequente realtà italiana. Meschinità e violenza travestite con splendidi e costosi abiti firmati.

La santa

Personifica l’unico modo, estatico, per riemergere dal dolore, dalla consapevolezza d’essere soli al mondo e sopravvissuti alle burrasche affettive. Il suo motto è: “Io mangio solo radici, perché le radici sono importanti”.

Così in Jep, abbandonato al pianto, si fa strada, dalla voce di una vecchia donna misericordiosa, la domanda: “E ora? Chi si prenderà cura di te?”.

Sopravvissuto alle perdite, non gli resta che il recupero delle sue radici, per iniziare il miglioramento interiore e raggiungere la facoltà del soffio che fa volare i fenicotteri.

Elisa

L’amore ideale. Il prototipo. Fatto delle prime percezioni senza parole, delle sensazioni senza immagini della vita che ci accoglie. Solo alla fine Jep si concede di ripercorrere i primi atti del desiderio e il suo primo incontro amoroso con Elisa.

All’evocazione della sua memoria si affiancano le azioni di risalita delle scale. La santa striscia per raggiungere l’estasi spirituale con estremo dolore e fatica; la scalata di Jep è piena di desiderio acerbo, la salita dalla spiaggia alla grotta per gustare il primo contatto amoroso. La rinascita.

La ragazza è anche l’estasi e la bellezza perduta per sempre.

Roma

Utero della nostra umanità. Madre universale. Meravigliosa, sublime e imbarazzante.

Comparse

Figure simboliche esasperate e ridondanti che conosciamo molto bene, perché partecipano spesso alle nostre narrazioni oniriche.

Personaggio principale trasversale

L’inconscio che emerge a tratti più chiaro e a tratti sfuggente. Denso di simboli e di rappresentazioni, che segue leggi non logiche, della giustapposizione, del ribaltamento, dell’esagerazione, del non detto, del camuffamento, della contrazione temporale, della realizzazione dell’impossibile, dell’oggi identico a tanto tempo fa, del déjà-vu, del si può tutto e anche il suo contrario.

L’inconscio è capace di tutto, tranne che beffarsi della morte.

La morte

L’estrema impotenza che mette un punto definitivo.

Regole della messa in scena

Gli episodi raccontati sembrano messe in scena di una quotidianità conosciuta. Invece lo svolgimento dei fatti spesso si allontana dalle regole logiche, fino a evolvere in azioni che in sé sarebbero contraddittorie.

Le scene galleggiano tra inconscio, come nei sogni, e preconscio, come nelle fantasie che accompagnano l’addormentamento e il risveglio, che mantengono un debole legame con la realtà, ma che già sono in bilico sull’abisso dell’orgia onirica.

 

Perché proprio Sorrentino

 

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Paolo Sorrentino è stato premiato perché ha trasformato il suo danno in un’arma. Il suo danno fondamentale ha un nome: “La grande mancanza”. Lui, come ogni vero grande artista, è riuscito a utilizzare la sua più grande sventura, è stato bravo a coniugare il suo smarrimento esistenziale in una perfetta assonanza, con la grande sofferenza collettiva moderna.

Sorrentino ha accordato la sua sensibilità profonda e il suo strumento ha suonato un brano che ha trovato la giusta cassa di risonanza, nelle miserie e nelle meraviglie della nostra epoca. La creatura generata, come prodotto sublimato, ha il potere di far vibrare gli inconsci personali e collettivi, animando molte e variegate emozioni dormienti.

Paolo Sorrentino ha subito dichiarato, attraverso i ringraziamenti a Fellini, Scorsese, Talking Heads e Maradona di utilizzare delle icone, delle immagini mitiche, per dare una definizione di sé e delle proprie forme intime più complicate e più difficili da raccontare. Sembrerebbe un’operazione banale ma, invece, racchiude l’essenza della tensione psicoanalitica: trovare immagini e suggestioni capaci di rappresentare contenuti inconsci, offrire loro un mezzo per una nuova riedizione emotiva e poter rompere il destino del loro congelamento nelle profondità della mente. Solo raramente sono offerti, ai potenti contenuti che albergano negli abissi dell’anima, agganci espressivi e creativi. Più spesso si osservano, a rappresentare i temi dell’inconscio, sintomi e agiti dannosi, sfoghi incompresi e, per questo, reiterati senza possibilità di un’elaborazione evolutiva.

Gli artisti come Paolo Sorrentino sono meravigliosi e competenti visionari, capaci, con la loro creatività, di precorrere i tempi. Sono i più abili psicologi, sono in grado di anticipare e di tratteggiare, con estrema precisione e in modo artistico, l’animo umano e di anticipare le tendenze sociali, dando loro una forma sublime. Questo processo comprensivo, rappresentativo, e nello stesso tempo trasformativo, è sviluppato dagli artisti molto prima di quando i tecnici incominciano a percepire la portata dei fenomeni riguardanti le espressività emotive umane.

 

Lo smarrimento dellessere umano

 

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“La grande bellezza” è un film pieno di significati.  Si è spesso detto tratteggi il cinismo moderno.

Io ho riconosciuto il racconto del grande dolore che ritrovo nell’oggi. Passa dal racconto grottesco e onirico a visioni più realistiche dell’umana condizione. È capace di rappresentare il dolore interiore intollerabile. Raggiunge il punto attraverso l’azione sdrammatizzante dell’ironia, del sarcasmo e della finta spensieratezza colorata, fin dove possibile. E poi inizia la crudele poesia, senza veli, e non resta che commuoversi.

La critica più grande è legata all’idea che bene e male si confondono, gli opposti sono uguali che il film sia pregno di cinismo senza riflessione, che non lasci più speranza di cambiare. Trovo, invece, sia una poderosa opera capace d’illustrare il funzionamento dell’apparato umano, che sveli quanto ci sia dentro tutti noi, che mostri quanta fatica ci occorre, nei dí delle nostre vite, per essere umani e sociali. Quale sforzo e che coraggio servono ad ammettere l’ambivalenza dei sentimenti. Quanto sia più facile intraprendere la strada del sospingere fuori da noi, addossando agli altri, le nostre sgradevoli deformazioni.

È un film che mette in scena l’inconscio, con le sue leggi, attraverso il sogno, prodotto che lascia scorgere quanta vitalità alberga in noi. Ogni volta che lo riguardo, nel tentativo di cogliere nuovi elementi, mi sembra la sintesi di una riuscita terapia psicoanalitica: l’inconscio trova, attraverso le immagini e le storie narrate, la possibilità di rappresentarsi.

 

Paolo Sorrentino ce lha fatta. Lunga vita a Paolo

 

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Come persona appartenente alla categoria di “Italiano”, come fosse mio fratello, io gioisco per il suo risultato. Così come per la conquista di una medaglia d’oro alle Olimpiadi da parte di un atleta, per la coppa del mondo nei campionati di calcio, o per il “Nobel” su qualsiasi argomento.

Senza esitazioni.

Mi sono commossa e ho percepito l’emozione di Paolo Sorrentino, quasi fossi io, nell’istante in cui ha ricevuto il meritato riconoscimento. Ho sentito la sua illusione, come fosse la mia, di aver trovato finalmente la pace e richiuso per sempre i fantasmi e la lacera e tremenda ferita.

Poi ho percepito e compreso l’inesorabile ritorno alla fame e la perdita dell’incanto, che spinge a una nuova sfida per raggiungere l’assoluta pace.

Questo è il destino, è il motore che fa inseguire l’illusione di raggiungere la ricostituzione del tempo sereno e perduto, credere di essere sulla giusta via, sperare che l’obiettivo sia quello che ripagherà del danno subito e, col sopraggiungere della perdita dell’incanto, trovare la forza di rialzare lo sguardo verso una nuova meta.

Il film sembra dire che Paolo abbia ben presente che cosa significhi per lui il dolore di questa ferita, inferta dai fatti legati al terribile destino della sua famiglia. Come in una perfetta catarsi, sembra ci sia stata, in Paolo, un’elaborazione evolutiva, che abbia portato alla possibilità di raccontare e trovare la sua pace.

Qui risiede il motivo dell’attacco violento e distruttivo verso coloro che, come Paolo, tenendo conto dei propri limiti e delle proprie potenzialità, ci provano non per il livido e arido desiderio di sopraffazione, ma per la possibilità di esprimersi e rappresentarsi con creatività e poesia.

La visione del film ha suscitato molta invidia, quel sentimento che sempre più spesso s’intravede nell’italiano medio. Siccome io non sono arrivato, chi è come me, chi mi è fratello e ce l’ha fatta, è da distruggere. La regola dell’invidia è implacabile: “Se io non raggiungo ciò che desidero, neanche tu dovrai averlo”.

 

Il male oggi

 

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Il conflitto, la contrapposizione tra due forze opposte, è il motore delle vicende umane, soggettive e oggettive. Nelle storie che riguardano gli affetti, la dicotomia classica conosciuta è tra l’Amore e l’Odio. Tutti abbiamo ben presente che cosa significano affettivamente questi conflitti amorosi, di provenienza edipica, che si animano, che accompagnano, nella vita, le relazioni amorose e che ci spingono a cambiare.

La nostra è un’epoca che sentiamo sfuggire, densa di grandi e rapidi cambiamenti, così, anche affettivamente, la dicotomia dei sentimenti è cambiata e l’Amore si contrappone sempre più spesso al Dolore, secondo molte declinazioni.

Questa nuova contrapposizione emotiva ha avviato radicali modificazioni relazionali interpersonali con influenze nelle dinamiche dei gruppi sociali.

“La grande bellezza” tratta del pervasivo dolore interiore che ha la consistenza del vuoto, perché non è fatto di passione, ma di paura della sofferenza e di arresto. Racconta della mediocrità degli ideali, del vuoto, dell’indolenza e dell’invidia, ma anche del dolore che consente il ripensamento, con il recupero delle origini, della semplicità per tornare a sentire il gusto del vivere.

A tratti è denso di una sensazione di mancanza assoluta paralizzante, un’afflizione moderna che cerca di essere esorcizzata con le contro fobiche feste.

Non è un caso che la scalata del film ai riconoscimenti abbia scatenato tanti giudizi e, come spesso accade nei delitti più efferati e strani, si siano formati gruppi di sostenitori e di detrattori, spesso nelle situazioni conviviali tra amici.

Ancor più interessante, per sancire una critica stroncante al film, gli si contrappone qualche altra opera ritenuta più meritevole perché carica di buoni sentimenti e di sani principi.

Il film non parla della perdita dell’ideale d’amor cortese, più evoluto, edipico, dove l’Io esistente e non amato odia l’altro che ha usurpato il posto nel cuore dell’amore. Queste dinamiche amorose sviluppano processi tesi a un’attenta osservazione dell’avversario, nel tentativo di carpirne i segreti del successo, imitarli, fortificarsi e rendersi concorrenziale.

La vita, al tempo dell’amore a tre, è sicuramente più ricca, colorata e portatrice di cambiamenti e miglioramenti. La gelosia è l’affetto dominante, propulsivo e finalizzato al competitivo miglioramento. La regola è: “Ti temo e ti odio perché possiedi qualità che io non ho, ma se ti osservo, carpisco i tuoi segreti, m’impegno, miglioro, ti supero e vinco”.

Quanta passione!

L’amore, di cui si ha percezione nel film, perso e ricercato, è più antico, e la sua perdita fa sorgere il desiderio del ricongiungimento totale con l’altro. Non possederlo, non porta la tristezza, porta l’angoscia. La dimensione relazionale è duale, la triangolazione non è ancora raggiunta. Si avverte l’ombra di un avversario usurpatore, che non è altro che il nostro odio, così forte e intollerabile da essere proiettato e che procura un dolore tragico, la cui densità non è assimilabile all’odio della gelosia, ma si avvicina più a un desiderio di annientamento di chiunque si frapponga tra sé e il bene amato.

L’invidia distruttiva invade e stabilisce un ordine di pensieri e azioni tesi alla denigrazione, la regola è: “Se io non posso avere, neppure tu meriti e devi sparire perché tu non vali niente”.

Il film è forte e spacca, come una lama affilata che taglia di netto una mela. Divide e rende evidente ciò che c’è dentro il nostro oggi.

Alla fine, qual è il male che affligge la nostra società? Qual è quel male che sempre più spesso trova il modo di rappresentarsi, evidenziandosi in svariate distorsioni relazionali? Quali sono le espressioni che lasciano trasparire questo male trasversale che sembra sempre più incombere e avere il sopravvento?

Credo si possa dire trattarsi di una piaga narcisistica che non trova alcuna possibilità di cicatrizzarsi e mantiene una costante purulenza, che si manifesta in atti umani quotidiani, sempre più diffusi, caratterizzati dai diversi gradi dell’espressività distruttiva dell’invidia.

Questa ferita muove la smania di raggiungere un obiettivo ritenuto salvifico e pacificatore, il presunto medicamento definitivo, che porta con sé l’idealizzato benessere. Raggiunto però, dopo un breve stordimento maniacale, lascia il posto ad un crescente e sordo dolore di vuoto e perdita.

Per sopravvivere alla terribile angoscia che dilaga nell’animo, non resta che ergere una difesa, proiettiva, che consiste nell’odiare e desiderare di annientare il fratello, che sembra possedere tutto ciò che ci sentiamo in diritto di possedere, la cui mancanza è la causa dei mali e che viviamo come ci fosse stato ingiustamente estorto.

Si tratta della manifestazione di un’implacabile invidia primitiva, carica di distruttività, odio proiettato verso qualcuno o qualcosa a noi esterno, nel tentativo di liberarci dal muto e vuoto male che corrode e annienta.

Paolo Sorrentino sembra aver fatto la pace con i suoi demoni ed è riuscito attraverso la poetica del suo film a mostrare il processo attraverso il quale si è liberato.

Una metamorfosi interiore che muove il violento rancore e i meschini tentativi invidiosi denigratori.

La bellezza per fortuna sta fuori da questi giochi e somiglia a Jep, sembra sorridere con il suo modo elegante e beffardo, e a noi non resta che adorarlo e bramarlo, come nel passaggio tra le mani carezzanti e imploranti, per credere di amarci un po’.

 

Per me la grande bellezza è

 

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Il film intero.

La coniugazione tra realtà intima del regista, scelta della rappresentazione e capacità di legarsi all’inconscio collettivo storico contemporaneo.

La poesia del racconto, che tiene giunti l’osceno e il sublime delle umane faccende.

L’ideale dell’amore che nella mente è sempre così puro.

L’incanto di tanta bellezza di cui è stato capace l’uomo.

La disperazione, per le miserie, che non cambia nel tempo.

L’umana possibilità di contenere tutti gli aspetti, anche contraddittori, nello stesso tempo e nella stessa persona.

L’adolescenza che dovrebbe avere una fine.

La tristezza della misera dilatazione dei desideri adolescenziali, simulacro della vitalità che non c’è più.

Ogni singolo particolare che compare nel film, capace di ammiccare alle realtà emotive dello spettatore e di farlo fremere di piacere e di sofferenza.

Il culmine estatico della santa, che è andata oltre, onnisciente e trascendente.

Lo sguardo puro dei giovani innamorati.

Il canto, la musica e le voci.

Jep Gambardella, eroe seducente e tragico.

Paolo Sorrentino, straordinario visionario.

 

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Agenda Verbania 20 20: presentazione pubblica

Tutto è iniziato all’incirca un anno fa con una serie di “libere conversazioni”, tra cui una iniziale (era una domenica di aprile) con Walter Passerini, sui temi del declino demografico ed economico del nostro territorio e su quali iniziative si potessero mettere in campo per cercare di invertire le negative tendenze in atto.

Dopo un periodo di “incubazione” si è iniziato a dar vita all’idea di fondo: un organismo, un gruppo di persone [1] che, sgombrando il campo da lamentele, risentimenti e pessimismi vari, fosse in grado di mettere a fuoco gli aspetti positivi, “vitali” della nostra zona, individuare soggetti attivi e delineare possibili idee progettuali orientate a favorire nuove forme di occupazione in particolare per le giovani generazioni.

È nata così Agenda Verbania 20 20 nell’ottica di ragionare sul medio periodo (il 2020), al di là delle immediate scadenze politiche ed istituzionali, dentro l’orizzonte della innovazione e della sostenibilità (il 20 20 20 degli obiettivi europei post protocollo di Kyoto).

Nell’attività, che da giugno si è svolta con regolarità, si sono individuati alcuni settori (agende) da indagare e, con il supporto di giovani ricercatori, si è avviata, tramite interviste, una ricognizione (una indagine qualitativa) su questi settori: Welfare; Sport e Turismo; Cultura e Paesaggio.

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 La sera di Venerdì 4 aprile, presso la Sala biblioteca di Villa Olimpia, si terrà la presentazione pubblica della attività di ricerca effettuata e delle proposte progettuali sin qui delineate.

L’uscita pubblica non vuol chiudere una fase, ma aprirne una nuova volta ad aggregare nuovi soggetti e a sviluppare in chiave operativa le proposte.

In particolare è già previsto un successivo appuntamento per sabato 3 maggio: un seminario sui temi del lavoro, anche in questa occasione con la presenza di Walter Passerini che lungo tutto il nostro percorso ci ha dato indicazioni e suggerimenti preziosi.

Di seguito la locandina con il programma dettagliato della serata del 4 aprile e il comunicato stampa distribuito lunedì 31 marzo alla stampa locale.

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[1] All’inizio, in modo autoironico, ci eravamo chiamati “Circolo Pickwick”.

Franco Bozzuto e la Casa della Resistenza

 

Ciao franco

L’editoriale di Nuova Resistenza Unita, in uscita in questi giorni, è dedicato al ricordo di Franco Bozzuto e allo stretto rapporto, intessuto in particolare in questi ultimi anni, con la Casa della Resistenza.

 

Intestazione dell'Auditorium del Cobianchi a Lubatti e Velati. 6 giugno 2003

Intestazione dell’Auditorium del Cobianchi a Lubatti e Velati.
6 giugno 2003

 

Ciao Franco

Lunedì 3 marzo, di prima mattina è arrivata la triste notizia. Franco non è più con noi. Il giorno stesso sul web e sui giornali dal giorno successivo innumeri i ricordi di questa grande figura di Preside, di Amministratore, di persona colta, paziente e determinata, dotata di grande umanità e di una sottile vena di ironia, che ha segnato con la sua intelligenza e il suo impegno la comunità del Verbano.

Di famiglia socialista il suo legame con la Resistenza era naturale e nel suo ruolo di Preside (preferiva si dicesse di educatore) ha sempre fatto in modo che la trasmissione di valori fra la Generazione della Resistenza e le sempre nuove generazioni di studenti si rinnovasse di continuo. Nel “suo” Cobianchi con la sua attenta presenza sono più volte intervenuti con contributi di testimonianza ed approfondimento sia partigiani locali (fra tutti Nino Chiovini e Gino Vermicelli) che personalità significative sui temi quali Costituzione, Pace, Memoria (da Oscar Luigi Scalfaro a Becky Behar). E più volte ha sottolineato come quella generazione testimone degli orrori della guerra fosse in grado di trascendere da quegli orrori e farsi portatrice di “valori che sono universali: il rispetto della vita, soprattutto, e quindi della libertà, della giustizia, della convivenza, al di sopra delle possibili differenze di convinzioni politiche e religiose” [1].

Analogamente determinato a che la ricostruzione della storia ultracentenaria del “suo” Istituto non fosse solo una storia scolastica ma che si intrecciasse con la storia dell’intera comunità. Primi fra tutti gli ex allievi che furono parte attiva della Resistenza ed in particolare i due martiri di Trarego, Lubatti e Velati, a cui volle fosse dedicato l’auditorium. Di lì l’incarico a due classi di Scienze Umane di ricostruirne le vicende da cui sortirono una ricerca, un libro, un documentario e la convenzione fra l’Istituto Cobianchi, la Casa della Resistenza e il Comune di Trarego per la memoria dell’eccidio di Promé.

Firma della Convenzione per la memoria dell'eccidio di Promè. 21 febbraio 2004

Firma della Convenzione per la memoria dell’eccidio di Promè.
21 febbraio 2004

Arrivata la pensione fu pertanto del tutto naturale per Franco portare il suo contributo e la sua esperienza all’interno della Casa della Resistenza divenendo parte attiva del Consiglio di amministrazione e, dal 2011, responsabile economico della Casa. Compito che, proprio nel periodo di maggior crisi economica degli enti pubblici – i principali finanziatori della attività della Casa – assunse con determinazione, pazienza e rigore, senza lesinare i suoi sforzi e il suo tempo (telefonate, incontri con gli enti pubblici, verifiche) per rendere trasparenti e sostenibili i conti di una attività in continua trasformazione ed innovazione come quella della nostra Casa.

Con tutta la nostra gratitudine e il nostro affetto ci stringiamo nel ricordo alla moglie Carla e ai figli Anna e Paolo.

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[1] Intervista a Franco Bozzuto, Dirigente Scolastico dell’Istituto Cobianchi, in Memoria di Trarego, ed. Tararà, Verbania 2007 (2^ ed.), pp. 144-148.

El brujo y el diablo – Leyenda Otavaleña

Dal mio lontano viaggio in Ecuador (1987) ho riportato una serie di testi sui miti delle popolazioni locali. Altri mi son stati spediti negli anni successivi. Li ho ripresi in mano di recente mettendo in ordine la libreria.

Un po’ per ripassare lo spagnolo, un po’ per gustarli meglio, ho iniziato a tradurne qualcuno.

Ecco il primo.

Lo stregone e il diavolo – Leggenda Otavaleña *

Nella comunità di Llumán (nord Ecuador) abbondano gli stregoni. Alcuni dedicano la loro arte a favore dei poveri, alleviando i loro guai e le loro malattie; sono gli stregoni perbene. Però ve ne sono anche di malvagi: con i loro poteri rendono più ricchi i ricchi o arricchiscono gli ambiziosi. Questi stregoni sono responsabili del fatto che alcune persone sfruttano il loro prossimo.

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Molti anni fa viveva a Llumán uno stregone molto stimato e rispettato da tutti. Era caritatevole e non richiedeva compensi per le sue cure, o per aver riportato la pace in un matrimonio mal assortito, o fatto abbandonare la passione per l’alcol ad un compaesano. Nei suoi rituali magici utilizzava galline e topolini neri. Conosceva molte formule e preghiere per invocare Papà Imbabura (il vulcano sacro Imbabura), il Nostro Signor Gesucristo e la sua Santa Madre. E malgrado la potenza dei suoi esorcismi, questo stregone era povero. Sapeva dove si nascondevano i tesori degli Incas, però non se ne approfittò mai perché avrebbe dovuto allearsi con el Supay (il demone sotterraneo dell’oltretomba) altrimenti detto Diablo (Diavolo), guardiano delle ricchezze sotterranee.

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 Arrivarono però anni di siccità. Tutti i giorni il sole sfolgorava, dalle sei di mattina alle sei di sera, e mai compariva una nuvola a nasconderlo anche per un momento o a dissolversi in pioggia. Siccome niente poteva rinfrescare la terra, questa si corrugò come il viso di una vecchia. Le piante ingiallirono e si fecero in polvere; gli animali si accasciarono per morire con le lingue penzolanti dal grugno, secche, annerite e raggrinzite. Il buon stregone non riusciva trovare una soluzione per aiutare la sua gente.  Tutte le sue conoscenze magiche, di punto in bianco, diventarono inutili.

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Papà Imbabura si era tappato le orecchie. Lo stesso il Nostro Signor Gesucristo; e si dice che la Vergine Maria se ne stesse a lavare i panni in un rio di un paese remoto abitato solo da bianchi. Nessuno ascoltava il povero indio. Disperato, lo stregone decise di appellarsi al Supay.

In una caverna del torrente Huaico (Cotopaxi) era nascosto un tesoro. Lì invocò il Diablo per tre giorni e tre notti. E nell’ultima mezzanotte apparve un uomo nero, alto, tutto vestito di nero, acconciato con un sombrero anch’esso nero con larghe falde che gli nascondevano quasi tutta la faccia; calzava stivali con gli speroni e impugnava una lunga frusta con la mano sinistra. Era il Supay.

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Lo stregone spiegò che aveva bisogno di denaro per andare a comprare alimenti da portare nei territori non più coltivati per la siccità, per poterli immediatamente distribuire a quella comunità perché la popolazione degli Llumán non muoia.

 Il diavolo sorrise. E nel sorridere brillò fra le sue labbra un dente d’oro. Rispose che avrebbe permesso di estrarre il tesoro a condizione che entro tre anni gli avrebbe consegnato sua moglie e che mai più avrebbe invocato Papà Imbabura, il Signor Gesucristo o la Vergine. Lo stregone accettò ed estrasse l’oro e l’argento lì sotterrati. Arricchitosi in questo modo, diede da mangiare a tutta la comunità.

Tempo dopo arrivarono le piogge. Di nuovo nei campi coltivati crebbero  il mais, la quinoa e le fave. Tutto Llumán rifiorì. Le popolazioni tutte si rallegrarono, meno il buon stregone.

5 la mujer muriò

È che presto sarebbe scaduto il termine pattuito e avrebbe perso sua moglie. Infatti, allo scadere dei tre anni, ella morì. Si distese come addormentata vicino al focolare.

Dopo il funerale e il seppellimento il vecchio, pentito, si mise a piangere. E invocò a squarciagola Papà Imbabura, il Nostro Signor Gesucristo e la Vergine Madre con i quali non si era più inteso, nemmeno una volta, dopo il patto con il Diavolo. Le acque piovane avevano riaperto le orecchie allo spirito del monte Imbabura e al Signor Gesucristo . E la Vergine Madre era appena ritornata dai paesi stranieri. Per questo ascoltarono i lamenti del povero stregone e lo compatirono. Si accordarono tutti e tre e, riconoscenti per tutti i servigi che quegli in altri tempi aveva loro fornito, decisero di permettere la sua discesa nel mondo dei defunti per far uscire da lì la propria moglie.

 6 el viento Guaira

Costoro inviarono il vento Guaira. Questo soffiò nella valle per alcuni giorni e arrivando alla casa dello stregone si trasformò in alcune parole: tramite queste egli venne a sapere il nome del luogo da dove si può entrare nel paese dei morti.

Lo stregone serrò la sua casa. Dopo molte fatiche trovò questa entrata all’altro mondo, si inoltrò e, cammina e cammina, arrivò in una fiorente regione suddivisa in appezzamenti tutti uguali e fertili. Chiese di sua moglie e subito la trovò.

 7 brujo y mujer

Per riprendersi dalle fatiche del viaggio riposò alcuni giorni e dopo ritornarono a Llumán. Dall’altro mondo portarono solo poche monete legate in un angolo del fazzoletto. E vissero molti anni ancora e furono felici. E il denaro che si portarono non si esaurì mai: lo spendevano, ma le monete ritornavano ogni volta al loro posto e il gruzzolo non diminuiva.

 8 cuentan todavia

Raccontano che ancor oggi uno dei suoi discendenti custodisce questo fazzoletto che rimane appeso ad un travetto del tetto, di sopra, nella soffitta, dove conserva le dorate pannocchie di mais.

Nota editoriale

 9 Lluman Ecuador

Nella provincia di Imbabura risiedono diversi gruppo di indigeni chiamati in modo generico “Otavaleños”; li si chiama, in modo più preciso,  anche con i nomi dei loro paesi come Llumán, Peguche, Natubuela, ecc. Si distinguono per i loro caratteristici costumi e la loro gran laboriosità in agricoltura, artigianato tessile e commercio, molto noti a livello internazionale. Conservano la lingua quechua e molto delle loro usanze e feste tradizionali come quella del Yamor (prime due settimane di settembre, principale festa di Otavalo, dedicata al sole e al grano da cui si trae la sacra bevanda alcolica Yamor). Sono discendenti dei difensori del Regno di Quito contro gli invasori Incas; nelle loro terre si effettuò la battaglia di Yahuaracocha – Lago del Sangue – la più importante di questa accanita lotta di difesa. In Ibarra si tramanda esser nato l’ultimo Inca Atahualpa.

 

Il taxista di Cuenca

Al primo impatto ciò che colpisce è la serenità del racconto: una  discesa agli inferi (una catabasi) del tutto felice, un paesaggio d’oltretomba che riflette gli squadrati appezzamenti di terreno che a perdita d’occhio si distendono sulle fertili colline dell’altipiano andino. Un luogo dove ci si può riposare per qualche giorno. Un ritorno del nostro buen brujo – a differenza del più noto Orfeo e di gran parte di tutte le sue varianti mitiche e letterarie – che si conclude felicemente con la consorte e con il souvenir delle monete magiche.

  altipiano andino

terreni coltivati

Ma l’aspetto che più mi colpisce in questo come in altri miti ecuadoriani è l’appaiamento senza alcun problema della tradizione animistica, profondamente radicata in quelle terre, con la sopraggiunta tradizione cristiana. Appaiamento direi, non sincretismo, dove il culto delle montagne (perlopiù vulcani), dei fiumi e degli animali sacri, dei venti, del Sole e della Luna ecc., convive felicemente con la devozione cattolica.

Quando, insegnando filosofia, dovevo spiegare il concetto di “animismo” spesso ricorrevo al taxista di Cuenca.

Eravamo appunto nell’agosto 1987 e per alcuni giorni abbiamo visitato Cuenca e dintorni; l’agenzia ci aveva affidato ad un taxista molto loquace. Cattolico fervente ricordava il giorno preciso in cui il Papa Giovanni Paolo II era stato in visita a Cuenca (tra la fine di gennaio e i  primi giorni di febbraio del 1985). Saputoci italiani ci chiese se abitavamo vicino al Papa ….

Io sedevo di solito al suo fianco e facevo da interprete per il resto della famiglia. Ogni volta che passavamo di lato o attraversavamo uno dei quattro “rios” di Cuenca me ne ripeteva il nome e le caratteristiche. Ed ogni volta che risalivamo in auto verificava con insistenza se li ricordavo; cosa che per la mia poca memoria e per le denominazioni di derivazione quechua (Machangara, Tomebamba, Tarqui e Yanuncay) non mi riusciva quasi mai, non dando comunque troppo peso a questo suo “pallino”.

Il terzo giorno ci ha portato in un punto panoramico da cui si vedeva l’intera città e sotto cui scorreva uno dei quattro fiumi di Cuenca (francamente non ricordo quale). Poco più avanti c’era un ponticello.

Cuenca

In nostro taxista si mise allora, molto seriamente, ad elogiare la bontà di quel “rio”, a differenza di quello che scorre dall’altra parte della città dal carattere decisamente più aggressivo. Un po’ di anni prima, nell’epoca delle piogge, il fiume si era enormemente ingrossato e stava per travolgere il ponte che potevamo scorgere sotto di noi. Proprio in quel momento una vecchia con due nipoti aveva iniziato ad attraversare il ponticello; il fiume immediatamente interruppe la sua corsa per permettere alla anziana e ai bambini di attraversare e solo quando questi furono al sicuro riprese slancio travolgendo il ponticello.

Al sottoscritto, ad un racconto “tanto ingenuo”, scappò quasi da ridere e, per paura di non riuscire a trattenermi, ai miei figli che mi chiedevano di tradurre, dissi che glielo avrei raccontato più tardi, in albergo.

La sera, ripensandoci, ho capito e un po’ mi vergognai. Il taxista con insistenza mi aveva presentato e fatto conoscere le quattro “persone” (e forse anche qualcosa di più di “persone”) più importanti di Cuenca (che in esteso si chiama, come di continuo ci ricordava: Santa Ana de los quatros Ríos de Cuenca). Ed io, da gran maleducato, continuavo e dimenticarne il nome.

In sostanza cattolicesimo ed animismo, orgoglioso ricordo della visita del Pontefice e rispettosa venerazione delle quattro personalità fluviali che danno nome e lustro alla sua città, nel nostro taxista, cittadino di origini indie, ma da più generazioni inurbato, convivevano del tutto spontaneamente.

Ed io ho avuto modo di apprendere quanto sia facile per un turista, anche animato dalle più buone intenzioni, mancare di rispetto ad usi costumi, tradizioni e credenze locali.

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* Ediciones del Sol , Quito – Ecuador 1985. Testo in quechua e spagnolo; illustrazioni di Gilberto Almeida E.

Giovani e lavoro nel VCO: aspettative, desideri e tendenze

In un mio precedente post ho già parlato della indagine effettuata sui giovani del VCO a cura del Laboratorio di Economia Locale dell’Università Cattolica di Piacenza, all’interno del progetto Paesaggio a colori, e della intenzione di riprenderla su alcuni aspetti allora non presi in considerazione. Ricordo come l’indagine sia stata condotta nel maggio-giugno 2012 su 1550 studenti delle scuole superiori.

Il quadro che emerge sui giovani locali non differisce da quello nazionale e, in particolare, da zone consimili. Se si analizzano le attività durante il tempo libero emerge lo spaccato di una gioventù dinamica, con interessi distribuiti ad ampio raggio, dal divertimento in senso lato, alle relazioni amicali, all’uso frequente di dispositivi mediali, alle attività sportive e con un interesse forte, superiore a contesti analoghi, per le attività più propriamente culturali. Per esempio oltre la metà (50,4%) dedica parte del proprio tempo a leggere almeno una volta a settimana, percentuale superiore ad es. ai giovani di Cremona (43,5%). Fra gli interessi prevale su tutti quello musicale (Ascoltare musica: 93,9%).

Tabella attività giovani

 Il lavoro atteso

 Questi giovani che tipo di lavoro si prospettano per il loro futuro?

I settori privilegiati sono essenzialmente due: Sanità – Servizi socio assistenziali (16,5%) e Turismo (16,2%). Circa un terzo dei giovani intervistati è orientato verso questi ambiti, con una significativa differenza fra i due sessi: decisamente più orientate (41,4%) verso questi due ambiti le ragazze (Sanità e socio assistenziale 23%; Turismo 18,4%), mentre i maschi pur privilegiando anch’essi questi due settori (nel complesso 23,7%: Turismo 14%; Sanità e socio assistenziale 9,7%) si distribuiscono maggiormente verso una pluralità di altre scelte tra cui emerge il settore Informatica e telecomunicazioni (9,5%). Tra le ragazze la terza scelta si orienta a Moda e design (9,5%).

Tab lavoro futuro x sesso

Differenziazione di scelte decisamente alta anche tenendo conto che la voce “altro”, che raccoglie il 10,5% (M 12,8%; F 8,2%), è a sua volta l’accorpamento di una molteplicità di opzioni minori. Il rapporto a questo riguardo precisa:

È significativo segnalare che nella voce “Altro”, che si posiziona al terzo posto, è spesso stata indicata la musica come il settore in cui si auspica lavorare. La musica non è considerata come una delle attività preferite per il tempo libero o come occasione di aggregazione, e quindi come forma di svago, ma viene reputata proprio come opzione lavorativa sulla quale puntare per il futuro professionale.

In sostanza emerge anche da questi dati quanto avevano riscontrato nelle video-interviste sul lavoro giovanile Tra precarietà e innovazionei percorsi di vita dei giovani intervistati spesso erano molto simili (…): comune a tutti era la ricerca di un lavoro significativo in relazione alle aspirazioni e agli interessi personali.

Due le domande che sorgono spontaneamente dagli esisti di queste interviste.

La prima: questi giovani pensano che la provincia in cui vivono possa rispondere alle loro aspirazioni, che vivere nel VCO costituisca una opportunità?

Per la maggioranza (54,3%, con dati del tutto simili fra maschi e femmine) non lo è, e i motivi principali indicati nell’ordine sono: l’assenza di opportunità professionali, la chiusura verso l’esterno sia per lo studio che per il lavoro, la carenza di occasioni anche di svago, una realtà priva di novità, di opportunità formative e di stimoli culturali.

Per i restanti giovani (45,7%) che invece ritengono che vivere nel VCO costituisca un’opportunità i motivi principali stanno nell’ambiente e nel paesaggio, nella qualità della vita, in un ambiente salubre; solo per l’11,6% di costoro  (e pertanto il 5,3% del totale) l’opportunità è costituita dalle possibilità lavorative.

Tab VCO opportunità x sesso 

La seconda domanda è: quanto i desideri lavorativi dei giovani si allineano con la realtà occupazionale del VCO?

Certamente non molto se si fa riferimento alla realtà attuale [1] laddove emergono grandi discordanze se si raffrontano la percentuale effettiva degli addetti con la distribuzione delle aspirazioni dei giovani.

Se si tiene conto che gli addetti totali registrati nelle imprese del VCO al giugno 2013 sono 42.301, i settori decisamente sottostimati dai giovani sono quelli dell’Industria (addetti 23,4%; attese 4,9 %), del Commercio (addetti 20,5%; attese 5,1%) e delle Costruzioni (addetti 12,3%; attese 5,5%). Decisamente più allineati alla realtà attuale l’orientamento al lavoro per il Turismo (addetti 16,1%; attese 16,1) e in parte per l’Agricoltura (addetti 2,4%; attese 3,1%). Sembrerebbero invece significativamente privilegiati (e sovrastimati) dai giovani sia il settore Socio Sanitario e Formativo (addetti 4,2%; attese 21,4%) [2] che quelli delle Attività ricreative, artistiche e culturali (addetti 3,9%; attese 9 %) e dell’Informatica e telecomunicazioni (addetti 1,5%; attese 5,2%).

Ma per capire le possibilità di occupazione e di adeguamento fra aspirazioni lavorative dei giovani e realtà futura è senz’altro meglio superare una visuale statica e volgere lo sguardo alle dinamiche e alle tendenze della nostra economia locale.

 Tendenze e prospettive

 Il quadro del lavoro, e in particolare del lavoro per i giovani, non è certo rassicurante e sembra giustificare in pieno la loro valutazione negativa rispetto alle opportunità lavorative offerte dal VCO. Dal 2008 al 2013, in cinque anni, l’occupazione nelle imprese del VCO è passata da 43.943 addetti a 42.301 con un saldo negativo di 1.642 (- 3,74%). Non ci vuol molto ad essere pessimisti e se vogliamo render ancor più fosco il quadro possiamo sottolineare come l’occupazione dei giovani  sia proprio quella che cala maggiormente, con un trend decisamente preoccupante.

I dati SMAIL elaborati dal gruppo CLAS ci danno il seguente spaccato:

Giovani imorenditori 09 13

Tenendo presente che vengono definiti imprenditori tutti gli addetti che non svolgono lavoro dipendente e che si considerano giovani gli occupati con meno di 35 anni, se si raffrontano il 2009 con il 2012, anni in cui i livelli occupazionali erano molto simili (43.616 e 43.529 con solo 87 addetti in meno nel 2012: – 0,2%), nello stesso periodo di tre anni si passa da 12.244 giovani addetti a 10.660 con  un calo di 1.584  (-12,9%).

Età dipendenti 09 12

Un calo che per i giovani imprenditori è di 517 unità (- 23,2%) e per i dipendenti di 1067 unità (- 10,7%).

Una tendenza purtroppo in linea con i dati demografici del nostro territorio che vedono sempre meno presente la fascia giovanile, costretta a trovar lavoro e spesso residenza fuori provincia, con un forte invecchiamento della popolazione.

Non ci sono dunque prospettive di occupazione per i giovani e dobbiamo rassegnarci ad un territorio sempre più marginale dal punto di vista economico e invecchiato demograficamente?.

Io penso proprio di no.

Certo, non sarà facile invertire la tendenza ma penso che sia questo il compito più importante che tutte le realtà attive del VCO hanno davanti: soggetti economici, politici, amministrativi, formativi, culturali ed associativi.

La prima condizione è che tutti capiscano che questo è il compito comune.

La seconda è che si studino con attenzione quelle che sono le dinamiche in corso  (da noi come altrove) per capire verso quali direzioni sia possibile invertire la dinamica occupazionale.

Sempre sulla base dei materiali precedenti (Paesaggio a colori; dati SMAIL; elaborazione Gruppo CLAS) provo a indicare in modo sintetico e preliminare alcune osservazioni e indicazioni. In modo certo non completo e per punti, ognuno dei quali merita di ulteriore specifico approfondimento.

  •  Gli intraprendenti. Nel 2013 il rapporto fra lavoratori dipendenti e imprenditori è del 65,5% rispetto al 34,5% (poco meno di due lavoratori dipendenti per un imprenditore) e se il calo degli addetti fra il 2008 e il 2013 è del -3,7%, quello dei dipendenti è del -6,3%. In sostanza il futuro è sempre più costituito da imprese di piccole dimensioni e da lavoro indipendente (il “lavoro intraprendente” nella definizione di Walter Passerini).
  •  Le donne. Nel quadro negativo il peso percentuale del lavoro femminile tende invece ad aumentare: le lavoratrici dipendenti dal 2009 al 2012 sono passate dal 41% al 43% e le nuove imprenditrici sono arrivate ad un terzo del totale di nuovi imprenditori (1.045 nel 2012). È un progresso lento che può e deve esser rinforzato tenendo anche conto che ogni nuovo posto di lavoro femminile è un volano per l’occupazione tendendo a produrre impieghi ulteriori nei settori dei servizi.
  • Turismo, turismo, turismo? È un po’ un mantra ripetuto da molti con l’effetto illusorio di far credere che questa potrà essere la nuova “monocultura” del Verbano o addirittura dell’intero VCO. Certo il turismo può e deve ulteriormente svilupparsi ma teniamo presente che il settore turistico attualmente (2013) rappresenta il 16,1% dell’occupazione provinciale (12,5% nel 2007). Tenendo anche conto che le rilevazioni sono del mese giugno e che il dato scende significativamente nel periodo invernale. Un buon obiettivo per i prossimi anni può essere quello di arrivare al 20% e soprattutto di allungare i periodi di maggior attività ed individuare nuovi target rispetto a quelli tradizionali. I settori che maggiormente oggi tendono a crescere sono soprattutto quelli che  offrono servizi anche ai residenti (ristoranti, bar, trasporto, attività di divertimento e benessere).
  • Con la cultura “si mangia”, eccome! Con buona pace di Tremonti e dei suoi consimili questo è un settore importante dell’economia che caratterizza il nostro paese e che, tra l’altro, per il suo naturale legame al territorio non corre rischi di delocalizzazione. Grazie al citato progetto Paesaggio a colori è possibile quantificarne il peso economico ed occupazionale nella nostra provincia. Nonostante il ricco patrimonio culturale e paesaggistico, censito con cura da quel progetto, il VCO per valore aggiunto (% sul totale dell’economia) si colloca nella parte medio bassa della graduatoria nazionale con un 3,7% che è inferiore sia al dato nazionale che a quello piemontese (entrambi al 4,8%) e terzultima tra le province piemontesi, ben lontana non solo dal dato di Torino (5,2%) ma anche da quello di Cuneo (4,8%) e di Novara (4,7%). Se poi guardiamo il dato occupazionale nel VCO  siamo al 4% sul totale, la percentuale più bassa tra tutte le province piemontesi (Italia 5,6%; Piemonte 5,8%). Insomma è questo un settore dove ancor più che in altri è mancata regia e coordinamento e dove le possibilità di sviluppo sono decisamente ampie. [4]
  • Settore agricolo. L’agricoltura copre il 2,4% dell’occupazione provinciale con un dato abbastanza costante dal 2008 (un migliaio di occupati), anche se dopo alcuni anni di lieve crescita si è registrato un calo nell’ultimo anno. I possibili sviluppi, cosa nota ma non ancor sufficientemente praticata, sono tutti nella innovazione sui versanti della qualità e della tipicizzazione e superando frammentazione e isolamento.
  • Industria e costruzioni. Sono i settori dove la crisi si è fatta sentire maggiormente. Dal 2008 al 2013 il peso degli occupati nell’industria è sceso dal 28,2% al 23,4%, con una perdita secca di 2.517 addetti. Nello stesso periodo il settore costruzioni è sceso di un punto percentuale attestandosi al 12,3 % con una perdita di 636 unità. Nel complesso sono i settori più consistenti e tradizionali ad avere un calo maggiore (in particolare carta, metallurgia e prodotti in metallo) mentre vi sono segni di controtendenza in alcuni settori “minori” (alimentari, lavorazione minerali e quel mondo sparso che va sotto la voce “altre industrie” che comprende anche le attività estrattive). In sostanza, come avremo modo di ribadire, è nelle “nicchie” che si possono scorgere segni di ripresa e sviluppo, mentre segnali significativi di una green economy per ora non si intravedono.
  • Soprattutto servizi. Il dato macro è del tutto rilevante: sei occupati del VCO su dieci lo sono nel settore dei servizi; si tratta di 25.117 addetti (59,4%) con una crescita dal 2008 del 6,4% ed un incremento occupazionale di 1.511 unità (nonostante un calo dell’ultimo anno di 591 unità). Vale la pena osservare la seguente tabella (elaborazione Gruppo CLAS) che raffronta i dati occupazionali 2013 con quelli del 2012 e del 2007. L’aumento complessivo non è infatti omogeneo e riguarda soprattutto i tre settori Alloggio e ristorazione (+22,7%, con un rallentamento l’ultimo anno: – 4,1%), Pulizie, manutenzione verde, ecc (+ 12,6% in crescita anche dal 2012: + 4,3%) e, con percentuale ancora maggiore le Attività ricreative artistiche e culturali e altri servizi a persona  (+ 23,1% con lieve incremento anche l’ultimo anno: +0,3%).

 Imprese servizi

L’impressione è che il settore dei servizi stia attraversando una rapida trasformazione e differenziazione e che abbia grosse potenzialità di crescita ulteriore.

  • Public Utilities. Sotto questa voce SMAIL accorpa i servizi connessi alla fornitura di energia, gas, acqua e alla gestione dei rifiuti. È un settore in tendenziale crescita (+2,3% dal 2007) e che ha ulteriori potenzialità di sviluppo, in particolare nel settore rifiuti se ci si avvia, come si è discusso in un recente incontro pubblico, verso una differenziata più spinta e un riciclo e trattamento in zona, nell’orizzonte di “rifiuti zero”.

La coda del pavone

Un aspetto di particolare interesse, già emerso in modo implicito da quanto detto sopra, è che il calo occupazionale non solo non è tale in tutti i settori, ma anche che lo è soprattutto nelle aziende di maggior dimensioni.

Infatti se si disaggregano le imprese del VCO non per settori, ma per numero di addetti, scopriamo che il numero di quelle di piccole dimensioni (sino a nove addetti) sono aumentate dal 2007 di 338 unità (+2,9%) e che di conseguenza sono aumentati gli occupati in queste imprese minori dove si è passati da 22.469 a 23.287 con un incremento di 818 unità (+ 3,6%). Le aziende più piccole rappresentano oggi il 55% degli occupati del VCO mentre quelle superiori a dieci addetti solo il 45%.

Addetti x dimensione impresa

Ed è del tutto evidente che questa tendenza proseguirà nei prossimi anni. Differenziazione delle attività ed emergenza di nuove nicchie di produzione e di servizi che, spesso in modo innovativo, rispondono a nuovi bisogni.

È quel fenomeno che Chris Anderson, il noto direttore di Wired USA, ha definito come Coda lunga riprendendo un concetto statistico che descrive gli eventi economici o linguistici in cui i fattori (i prodotti, le parole ecc.) di minor ampiezza o frequenza, nel loro insieme, superano quelli di maggior frequenza od ampiezza. Laddove il mercato, ad esempio tramite la vendita on-line, permette di offrire una gamma molto vasta di prodotti, quelli più conosciuti verranno complessivamente superati da quelli meno conosciuti che soddisfano esigenze più differenziate. Anderson nel suo libro ha descritto questo fenomeno come il passaggio “da  un mercato di massa ad una massa di mercati” e che, girando sul versante produttivo, possiamo definire come il passaggio da una produzione di massa ad una massa di produzioni. Dove la qualità e la sostenibilità delle singole produzioni aumenta ed è in grado di soddisfare ai bisogni sempre più differenziati con una crescita economica e culturale complessiva.

coda-lunga-02

Ora la Coda lunga non è solo un concetto che ci può aiutare a capire la tendenza di quanto sta oggi avvenendo, tendenza che la crisi accelera e che nel nostro territorio è del tutto evidente; può soprattutto diventare una strategia economica in grado di valorizzare le nicchie produttive e di servizi mettendole in rete e rendendole accessibili a più fruitori. E quando parlo di rete non penso solo alla rete digitale, anche se questa è senz’altro uno strumento indispensabile.

Tutti parlano di innovazione ma spesso si pensa che l’innovazione sia solo nella tecnologia: l’innovazione a tutto campo investe le idee, le categorie del passato che devono essere superate, le strutture organizzative (sulla Pubblica amministrazione ci sarebbe tantissimo da dire), le modalità comunicative, le strutture formative, le scelte produttive e le modalità di interfacciare l’offerta con la domanda.

Pavone coda chiusa e aperta

Per ora il nostro sguardo si è soprattutto concentrato sulla testa del pavone, sulla crisi che investiva i grossi apparati produttivi. Lo sguardo al futuro deve girarsi soprattutto alla coda che per ora è chiusa ma che pian piano si allunga. E se sapremo alimentarla e stimolarla adeguatamente magari un giorno, anche nel nostro per ora desolato VCO, potremo veder dispiegarsi e risplendere la coda del pavone in tutta la sua bellezza.

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[1] Faccio riferimento ai dati raccolti da SMAIL – Sistema di Monitoraggio Annuale delle Imprese e del Lavoro per il VCO, con ultimo riferimento al giugno 12013, e alla loro presentazione a cura del Gruppo CLAS reperibile sul sito della Camera di Commercio del VCO  (scaricabile qui).

[2] I dati SMAIL, diversamente dal questionario LEL, accorpano Sanità, assistenza sociale e istruzione.

[3] Cfr. qui  pagg. 24 – 35.

[4] Se si tiene conto anche del Settore culturale “allargato” (produzioni tipiche enogastronomiche ed artigiane, edilizia di riqualificazione, beni ad attività culturali ..) la percentuale degli occupati del VCO in questi settori sale al 9,5% (ivi pagg. 34 – 35).

[5] Da questi servizi sono escluse le Public Utilities (energia, gas, acqua, rifiuti) calcolati a parte e di cui parlo subito dopo. Sono invece compresi i servizi turistici e culturali di cui abbiamo parlato precedentemente.

Trarego 25 febbraio 1945 *

Copertina opTrarego

qui il 25 febbraio ‘45, a due mesi dalla fine della guerra …

Promé. Una piccola conca dove confluiscono declivi scoscesi, qualche masso con incisioni rupestri, poco più sotto quattro baite che danno il nome alla frazione; tutt’intorno il bosco, da decenni non più tagliato, impedisce oggi la visuale del lago sottostante. Un recinto e delle croci contrassegnano il luogo.

Una scia di sangue. Il sentiero a gradoni di pietra che salendo per poco più di un chilometro conduce al paese di Trarego, per più di due anni è rimasto impregnato dal sangue delle nove vittime – sette partigiani e due civili traforati da centinaia di colpi d’arma da fuoco, sfigurati dai calci dei fucili e mutilati in più parti dalle armi da taglio – che i paesani hanno trasportato al cimitero con scale di legno.

Il funerale negato. I corpi vengono puliti e ricomposti dalle suore dell’asilo e l’intero paese affluisce al cimitero nonostante il divieto del maggiore della milizia confinaria Martinez di celebrare i funerali e di esprimere qualsiasi altra forma di cordoglio per le vittime, pena la messa a fuoco del paese.

Trarego con le due frazioni di Cheglio e Viggiona oggi conta 390 abitanti, circa la metà delle abitazioni censite. Posto a 700 metri, sulle alture della sponda piemontese del Lago Maggiore, ai tempi della guerra, nelle case in affitto o negli alberghi – quasi tutti oggi in stato di abbandono – ospitava oltre 3000 persone, metà delle quali sfollate da Milano o da altre città dell’alta Lombardia, per sfuggire ai bombardamenti alleati. La presenza fascista, a partire dall’ottobre del ’43 è massiccia e quotidiana: posti di blocco, controlli, requisizione forzata di prodotti alimentari. I reparti provenivano abitualmente da Cannero – sottostante paese sulle rive del lago – dove stazionava la legione “Ravenna”, da Cannobio e talvolta dalla Val Vigezzo, località dove erano schierate le milizie della Confinaria.

Partigiani: la loro presenza è comunque significativa; gli abitanti del paese hanno con loro costanti rapporti, soprattutto quelli che utilizzano per il pascolo gli alpeggi sovrastanti il paese e a ridosso della Val Cannobina. E la sera, quando i maimorti, come venivano chiamati i fascisti (sembra, oltre che per i tetri richiami funerei, per le due m cucite sulla divisa), ritornavano nelle loro caserme, i partigiani frequentavano spesso il paese. Numerose le testimonianze sia di partigiani che di paesani, che ricordano l’aiuto dato dagli abitanti: allarmi, nascondigli, trasporto di armi e di persone lungo gli itinerari che conducono oltre il confine con la Svizzera, condivisione dei prodotti dell’economia di montagna (burro, frutta ecc.).

L’inverno 1944–45 da tutti è ricordato come un inverno freddissimo, in cui “erano gelate sin le castagne”, e con poca neve. Dopo i rastrellamenti seguiti alla sconfitta della “Repubblica” partigiana dell’Ossola, il grosso delle formazioni, dopo la metà di ottobre, si era rifugiato in Svizzera. Tra Verbania e il confine era presente soprattutto la formazione della Cesare Battisti guidata dal sottotenente Armando Calzavara “Arca” mentre sulle alture verso l’Ossola erano presenti i garibaldini della “Valgrande Martire”. Oltre alle azioni continue sui presidi fascisti le formazioni mantengono, talora in collaborazione con i contrabbandieri locali, i collegamenti con la Svizzera per il transito di profughi, armi ed informazioni. In territorio svizzero, sopra Ascona, in una villa (posto 24) vi è un punto di appoggio per quelli che hanno sconfinato o, viceversa, decidono di rientrare. Al di qua del confine, nell’alta Val Cannobina, viene installata una ulteriore postazione (posto 24 bis) di appoggio e controllo dei transiti oltre confine.

La volante Cucciolo, comandata da Peppo Chiovini, costituiva una squadra allenata e veloce di partigiani “esperti”, in grado di effettuare spostamenti quotidiani anche di 20 chilometri. A notizie confuse di un attacco al posto 24 bis Arca invia la volante, per l’occasione composta da nove uomini, da sopra Verbania (Scareno, sede del comando), alle Biuse di Olzeno, nell’alta Val Cannobina. Il 24 febbraio, la sera, dopo la prima giornata di cammino, il gruppo di partigiani fa sosta nell’alpeggio di Truno, qualche chilometro sopra Trarego. Tre di loro scendono in paese in corvée per procurarsi provviste presso i negozi di alimentari.

 Volante

Il rastrellamento. Probabilmente informati della loro presenza i comandi delle milizie di Cannobio (il famigerato capitano Mario Nisi) e della Val Vigezzo (Maggiore Martinez) fanno confluire, dall’alba della mattina seguente, tutte le forze disponibili. Accortasi subito di “essere in rastrellamento”, la volante riesce a defilarsi verso il basso e nascondersi, sino alle cinque di sera, in una conca. Il passaggio casuale di alcuni paesani attira l’attenzione dei fascisti che confluiscono sul luogo. L’ultimo tentativo di fuga riesce solo a due dei partigiani che, pur feriti, riescono a precipitarsi a valle e nascondersi. Due paesani, nascostisi in una grotta a valle, probabilmente presi per partigiani anche se disarmati, vengono anch’essi trucidati.

Il rituale della violenza. Non sono morti come si muore in guerra. Sono stati seviziati …e queste cose non passano più” racconta la sorella del più giovane dei partigiani, Gastone “Cesco” Lubatti. Suo padre, medico, ha constatato, nei nove cadaveri 348 ferite sia d’arma da fuoco che da corpi contundenti e da taglio.

Non solo si scaricano sui morti e sui feriti tutte le munizioni, ma si procede al loro annichilimento secondo una ben precisa logica simbolica. In primo luogo la sottrazione delle scarpe: di qui non vi muoverete più; poi il viso: nessuno vi deve più riconoscere; la bocca mutilata e riempita di ricci: non avrete più parola; il cuore, non c’è nessuna pietà; infine i genitali: non avrete eredi. Il seppellimento in una fossa comune avrebbe dovuto concludere la totale cancellazione.

E poi a festeggiare e a vantarsi a voce ben alta della prodezza nell’osteria del paese di Oggiogno, dall’altra parte della vallata.

Terrorizzare la popolazione. Ad un ragazzo di 16 anni delle baite di Promé vengono fatte togliere le scarpe ed avviata la procedura della fucilazione; solo l’intervento del padre riesce a fermare l’esecuzione. Sarà quest’ultimo che dovrà portare in paese l’ordine scritto di recuperare le salme col divieto di qualsiasi celebrazione funebre. Ripetute le minacce di incendiare il paese. Il giorno successivo il capitano Nisi irrompe nella casa di Aldo Brusa, uno dei due civili uccisi, minacciando moglie e giovani figli.

La decima vittima. Un paesano di 54 anni, Giuseppe Clair Gagliani,  in Clair Gagliani corrprecedenza unitosi ai partigiani, il 26 mattina in cimitero esprime sdegno e solidarietà alle vittime. Informati, i fascisti lo cercano e, non trovandolo, prendono in ostaggio, imprigionandola a Cannero, la figlia sedicenne.

Costretto così a consegnarsi, viene scortato sulla mulattiera per Cannero e lì, ad un tornante, assassinato, crivellato di colpi e pugnalate e il corpo abbandonato per strada.

Il rullino ritrovato. La maestra del paese, Anna Bedone Ferrari, donna energica e coraggiosa, che nel pomeriggio prestava servizio in Comune come aiuto-segretaria, dal dicembre del ’43 aveva nascosto e protetto, con il silenzio complice dell’intero paese, una famiglia di sette ebrei (Coen – Torre); il giorno successivo all’eccidio, in accordo col segretario comunale, fotografa i sette partigiani, che le suore avevano ripulito e ricomposto, in modo da poter successivamente esser riconosciuti dai famigliari. Il comando di Cannobio, venutone a conoscenza, sequestra il rullino.

Il 24 aprile, quando Cannobio venne liberata, Nisi riusciva a fuggire; nella sua giacca viene ritrovato il rullino della maestra: quelle foto ancora oggi, con la bambagia che riempie i fori di sevizie e mutilazioni, ci mostrano la violenza di quel giorno.

Il processo. La Corte di Assise straordinaria di Novara, dietro denuncia della madre di Lubatti, processa il maggiore Martinez e il capitano Nisi (quest’ultimo, fatte sparire per sempre le sue tracce, in contumacia ). Il processo si protrasse per oltre un anno e il 27 febbraio 1947 la corte emise la sentenza condannando i due, sulla base della legislazione vigente, alla pena capitale. Pena mai eseguita e ridotta a pochi anni per le successive revisioni ed amnistie.

La corte fra l’altro accertò che tutta l’operazione fu concertata fra i due ufficiali senza alcuna partecipazione (né ordini) da parte tedesca; che i partigiani feriti arresisi furono ugualmente passati per le armi e sottoposti a ulteriore infierire con moschetti e armi da taglio; i loro corpi furono depredati (scarponi, anelli ecc.); che il tutto aveva lo specifico scopo di terrorizzare la popolazione “non solo straziando i cadaveri, ma proibendo i funerali e minacciando incendi nel caso la popolazione desse prova di simpatia verso le vittime o le loro famiglie”.

Conferimento medaglia d’argento al merito civile

Il Presidente della Repubblica, in data 26.06.2008, ha conferito al Comune di Trarego Viggiona la medaglia d’argento al merito civile in memoria delle vittime dell’eccidio di Trarego del 25 febbraio 1945. La richiesta era stata inoltrata nei mesi precedenti dal sindaco Renato Agostinelli citando le pubblicazioni sull’eccidio e “il bellissimo cortometraggio che racconta i tragici fatti della Resistenza, veramente toccante e che ci viene ripetutamente richiesto”. Nella motivazione ufficiale si cita fra l’altro “la popolazione che offrì un ammirevole prova di generoso spirito di solidarietà, prodigandosi nell’accogliere nelle proprie abitazioni partigiani e quanti avevano bisogno di aiuto.

Schede

I caduti. Ivo Borella, 25 anni; Luigi Velati, 21 anni; Corrado Ferrari, 24 anni; Ermanno Giardini, 20 anni; Gastone Lubatti, 19 anni; Luigi Leshiera 22 anni; Pierino Agrati, 25 anni: partigiani della volante; Aldo Brusa e Primo Carmine, paesani; Giuseppe Clair Gagliani, 54 anni.

Caduti

Peimo Carmine e la sorella Giselda

Primo Carmine e la sorella Giselda

Sull’eccidio di Trarego. La vita del paese durante la guerra è narrata in un romanzo (La colpa di essere nati, Gastaldi, Milano 1954), scritto da Marta Minerbi Ottolenghi, una delle ebree rifugiate in paese. Il testo ora ripubblicato (Devanzis, Treviso 2012) riporta fedelmente i fatti così come l’autrice li ha vissuti, modificando però i nomi sia delle persone (la maestra Balducci) che del luogo (Valfiore). L’eccidio nelle pubblicazioni di rievocazione storica fu lasciato a lungo in sordina probabilmente perché più comodo ricordare gli orrori compiuti dai “tedeschi”. Nel 2003 venne alla luce per due ricerche pubblicate casualmente negli stessi mesi: una dello studioso romeno Michael Jakob (docente alle università di Grenoble e Ginevra) che, soggiornando in ferie nel paese lacustre sottostante di Cannero, si appassionò della vicenda (La strage di Trarego, Tararà, Verbania 2003 ); la seconda dell’Istituto Cobianchi di Verbania che aveva due ex allievi fra i caduti di Trarego. Quest’ultima ricerca (Memoria di Trarego) vinse nel 2004 la prima edizione del premio dell’ANCI sulla storia locale e viene ripubblicata nel 2007 in edizione ampliata dall’editore Tararà. Partendo da quest’ultimo testo, il regista Lorenzo Camocardi ha realizzato, con una classe di studenti dello stesso Istituto, il film Trarego memoria ritrovata, prodotto dalla Casa della Resistenza, proiettato in prima visione domenica 4 marzo 2007 nel salone multiuso di Trarego. Il filmato, che contiene interviste a testimoni ed esperti e ricostruzioni fiction interpretate dagli studenti, ha avuto ampia diffusione sia in DVD, in televisioni locali e regionali e in circuiti non commerciali (Comunità locali, circoli ed associazioni culturali, scuole ecc.). Ha inoltre ottenuto la Menzione della giuria al Concorso nazionale Filmare la storia, edizione 2007, indetto dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza nella sezione Premio speciale “25 aprile” ed è stato proiettato nella rassegna Piemonte movie 2009. Nel 2012 viene diffusa una seconda edizione in DVD.

Sul set di "Trarego memoria ritrovata"

Sul set di “Trarego memoria ritrovata”

Nino Chiovini. Comandante della Volante, sopravvissuto miracolosamente all’eccidio, ha dato poi vita alla nuova volante “Martiri di Trarego” che ha

Nino Chiovini - marzo 1945

Nino Chiovini – marzo 1945

partecipato attivamente alla liberazione, il 24 aprile ‘45, di Verbania, Cannero e Cannobio. Ci ha lasciato, volutamente postumo, il racconto La volpe sul suo peregrinare e sulle sue emozioni di quel tragico giorno di febbraio.

Divenne poi uno degli scrittori più amati del Verbano: storico attento e critico della Resistenza (I giorni della semina; Val Grande partigiana e dintorni; Classe IIIaB) e della vita delle genti delle montagne tra il Verbano e la Svizzera (Cronache di terra lepontina; A piedi nudi; Mal di Valgrande; Le ceneri della fatica). Recentemente è stato pubblicato il suo diario partigiano insieme ad altri scritti sulla Resistenza (Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà Verbania 2012). Sull’eccidio ha scritto nel 1982 un opuscolo titolato A Trarego per la libertà, ripubblicato oggi all’interno del citato testo di Michael Jakob.

Il Coro: “Volante Cucciolo” è un gruppo corale strumentale, costituito nell’ottobre 2011 dalla sez. Augusta Pavesi ANPI Verbania, volto all’esecuzione di canti della Resistenza parte in versione originale e parte riarrangiati in chiave moderna. In ogni canto partigiano ci sono le storie e i valori di persone che si giocarono affetti, lavoro, futuro e spesso la vita per difendere la propria dignità di uomini liberi. Riproporli aiuta a ripercorrere il loro cammino, oggi troppo spesso dimenticato o messo in discussione, e a rivivere e difendere la Resistenza e la Costituzione repubblicana che da questa nacque. Cantare insieme ricrea la gioia e il senso di amicizia e di solidarietà umana e politica che furono il collante umano della Resistenza.

Informazioni

Comune di Trarego Viggiona: Via Passo della Piazza 1, 28826 Trarego Viggiona (VB). Tel: 0323/797886

Comunità Montana del Verbano: Sede di Ghiffa, C.so Risorgimento 22, 28823 Fraz. Susello di Ghiffa. Tel: 0323/401177

Proloco Trarego Cheglio Viggiona: Via Passo Piazza 2, Trarego Viggiona, 28826 (VB); Email: info@prolocotraregoviggiona.it; Tel: 0323 797965

Istituto Lorenzo Cobianchi: P.zza Martiri di Trarego 8, 28921 Verbania Intra. Tel: 0323/401563

ANPI Sezione “Augusta Pavesi” di Verbania, C.so Cairoli 39, 28921 Verbania Intra; Email: anpi.verbania@gmail.com

Coro “Volante Cucciolo”: Info e adesioni c/o Flavio Maglio – Email: maglio@alice.it, Tel: 336/699716

Biblioteca Aldo Aniasi: Via Turati 9, 28924 Verbania Fondotoce. Tel: 0323/586802 Email: biblioteca@casadellaresistenza.it

Casa della Resistenza: Via Turati 9, 28924 Verbania Fondotoce. Tel: 0323/586802. Email: info@casadellaresistenza.it

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* Pubblicato nell’Aprile 2012 come inserto della riedizione del docufilm di Lorenzo Camocardi “Trarego memoria ritrovata”, a cura della Casa della Resistenza. Il testo è rimasto identico. Ho solo aggiornato le schede e aggiunto una fotografia.

Il DVD del ducumentario “Trarego memoria ritrovata” è reperibile presso la Casa della Resistenza di Fondotoce e nelle principali librerie del VCO.

Olocausto del Lago Maggiore: proposte didattiche

In un mio precedente post sottolineavo come, a distanza di settant’anni, il nostro territorio abbia ormai acquisito la consapevolezza collettiva, la memoria, come qui, proprio sulle rive del nostro Lago, sia iniziato l’Olocausto italiano. Quella che per lungo tempo è stata la “strage dimenticata” almeno nelle nostre comunità non è più tale. Anche in occasione della prossima Giornata della Memoria, in molte delle iniziative, si fa giustamente riferimento a quanto da noi accaduto nel settembre – ottobre del 1943. Proiezione di Even 1943 in più scuole ed altre iniziative come quella dell’Archivio di Stato di Verbania.

Sottolineavo anche come molto resti ancora da fare. In primo luogo la storiografia nazionale – quella specialistica come quella che si riversa nei testi scolastici – che in gran parte ignora questa strage o la derubrica a episodio del tutto minore della shoah italiana.

Come ricordavo “la strage del Lago Maggiore, non solo è la prima strage antiebraica nazista in Italia e la seconda per numero di vittime (57) dopo quella delle Fosse Ardeatine (76), rappresentando quasi un terzo del totale dei 188 ebrei uccisi direttamente in Italia dai nazi-fascisti. L’Olocausto del Lago Maggiore è stata anche l’unica strage in Italia a carattere esclusivamente antiebraico: sia alle fosse Ardeatine che negli altri casi come a Forlì tra le vittime vi erano anche civili non ebrei.”

E pertanto sul piano della ricerca e dell’approfondimento c’è ancora moltissimo da fare, un debito da saldare recuperando un ritardo pluridecennale. E molto si può fare a partire da nostro territorio e moltissimo nelle scuole.

Partendo da queste considerazioni la Biblioteca Aldo Aniasi ha dato via ad un progetto rivolto ai docenti delle scuole (dalle elementari alle superiori) e a studenti che vogliano affrontare ricerche individuali o di gruppo. Si tratta di 19 proposte di approfondimento e ricerca denominati :

OLOCAUSTO DEL LAGO MAGGIORELogo Pacchetti did Even 1943

PACCHETTI DIDATTICI

 Attualmente sono pronti i primi dieci; per l’inizio del prossimo anno scolastico saranno tutti disponibili. Riporto di seguito la presentazione del progetto e la specifica su quanto è attualmente disponibile.

Le richieste ovviamente vanno fatte alla Biblioteca Aldo Aniasi presso la Casa della Resistenza.

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Pacchetti

In occasione delle celebrazioni del Giorno della Memoria, la Biblioteca Aldo Aniasi e il Centro di documentazione della Casa della Resistenza propongono agli insegnanti alcuni pacchetti didattici legati al tema dell’Olocausto del Lago Maggiore.

Si intende così fornire  agli studenti una visione della storia “al microscopio” in modo da contrastare il diffuso senso di estraneità che i giovani provano nei confronti della  “macrostoria” vissuta spesso come distante nello spazio e nel tempo.

I pacchetti didattici sono stati costruiti prendendo spunto dai diversi filoni tematici approfonditi nel documentario ”Even1943” che,  attraverso una rigorosa ricerca storica coordinata da Gianmaria Ottolini con  la regia di Lorenzo Camocardi,  ricostruisce gli eccidi degli ebrei avvenuti in nove località a ridosso del Lago Maggiore tra il settembre e l’ottobre del 1943. Partendo da ciascuna delle diverse sezioni in cui si articola il documentario – gli eccidi, i protagonisti, i luoghi, i testimoni, i giusti, i salvati e i processi -, con il supporto di opportune schede didattiche viene suggerito un percorso orientato a sfruttare le diverse tipologie di fonti (bibliografiche, documentarie, fotografiche, filmiche…) e di strumenti (testi, archivi, risorse web…). In tal modo gli insegnanti potranno guidare i ragazzi  alla comprensione dei singoli avvenimenti, sottraendoli al rischio della retorica celebrativa e inoltre, sul piano metodologico si potranno sperimentare i significati e le modalità di utilizzo delle diverse fonti e strumenti oggi disponibili.

I pacchetti sono concepiti per essere gestiti autonomamente dai docenti, che potranno seguire i percorsi indicati oppure elaborarne di nuovi sulla base di specifiche esigenze didattiche anche in relazione ai diversi territori.

Potranno inoltre essere utilizzati individualmente o in gruppo da studenti, in particolare degli ultimi anni delle superiori, come base per ricerche e tesine.

Il gruppo di lavoro

Ester Bucchi De Giuli, Claudia De Marchi, Gemma Lucchesi, Gianmaria Ottolini, Chiara Uberti

 

ELENCOPACCHETTI DIDATTICI

Pacchetto base: può essere utilizzato come introduzione al lavoro di ricerca o isolatamente come possibile attività di una singola giornata.

Pacchetti tematici:

1. Presenza ebraica nel novarese

2. Le leggi razziali
 
3. Gli esecutori
 
4. Gli eccidi (località e vittime):

a)     Baveno

b)     Arona

c)      Meina

d)     Orta

e)     Mergozzo

f)       Stresa

g)     Pian Nava

h)     Novara

i)       Intra

5. I giusti e i salvati

6. Verso la Svizzera

7. I beni depredati

8. I testimoni

9. I processi di Torino e Osnabrück

10. Memoria collettiva e ricerca storiografica

Becky Behar. Foto di scena da Even 1943.

Becky Behar.
Foto di scena da Even 1943.

PACCHETTI DIDATTICI ATTUALMENTE DISPONIBILI

Nell’ottica di creare un archivio di proposte che andrà ad incrementarsi progressivamente,  sono attualmente a disposizione i seguenti pacchetti:

Pacchetto “base”:  si presta ad un duplice impiego: come attività di una sola giornata da condurre in classe (es. in occasione del Giorno della memoria) oppure come primo step di un percorso di approfondimento articolato su più lezioni con l’ausilio degli altri pacchetti. Il pacchetto base comprende:

  • una scheda di sintesi sull’Olocausto del Lago Maggiore;
  • una bibliografia essenziale (con sezione dedicata alla filmografia e alla sitografia), accompagnata da relative schede di approfondimento;
  • Tre spunti di riflessione legati a tre tipologie di fonti: un articolo di giornale, una testimonianza orale (dal documentario Even 1943), un documento giudiziario.

Pacchetti di approfondimento: sono attualmente a disposizione i pacchetti relativi agli eccidi avvenuti sul lago Maggiore: Baveno, Arona, Meina, Orta, Mergozzo, Stresa, Pian Nava, Intra e Novara. Ogni pacchetto comprende:

  • La relativa sezione del documentario Even 1943;
  • Una scheda di sintesi dell’avvenimento;
  • I possibili collegamenti con altri pacchetti;
  • La bibliografia di riferimento;
  • L’indicazione di possibili percorsi di ricerca e approfondimento a partire dalle fonti e dalle diverse tipologie di documenti indicati o forniti in allegato.

I pacchetti sono concepiti per essere gestiti autonomamente dai docenti, che potranno seguire i percorsi indicati oppure elaborarne di nuovi sulla base di specifiche esigenze didattiche anche in relazione ai diversi territori.

Potranno inoltre essere utilizzati individualmente o in gruppo da studenti degli ultimi anni delle superiori come base per ricerche e tesine.

I pacchetti, unitamente ad una consulenza specifica, sono disponibili con i relativi materiali presso la Biblioteca della Casa della Resistenza (tel. 0323-586802 E-mail: biblioteca@casadellaresistenza.it. Referenti: Chiara Uberti, Ester Bucchi De Giuli).

N.B.

– I pacchetti didattici sono disponibili sia in versione cartacea che digitale unitamente a copia del DVD Even 1943.

– Testi, documenti e filmati indicati nelle bibliografie sono in buona parte a disposizione presso la nostra biblioteca.


La famiglia Karnowski: l’impossibile eredità dei padri

Yiddish, lingua morta, lingua risorta. Lingua di ceppo tedesco, scritta in caratteri ebraici, parlata prima dell’ultima guerra da circa undici milioni di ebrei dell’Europa orientale tra Germania, Polonia, Lettonia, Bielorussia, Ucraina e Russia; oggi, dopo l’annientamento nazista, da quelle terre è praticamente scomparsa. Ancora nel 1939 in Polonia la parlavano in circa due milioni, oggi quasi nessuno. La si ritrova in piccole comunità ebraiche aschenazite che si possono ad esempio incontrare in alcuni quartieri di New York o di Gerusalemme.
Ma appunto “lingua risorta”, non tanto tra gli scampati dall’olocausto: i sionisti richiedevano ai profughi verso la Palestina in particolare la conoscenza dell’ebraico (che difatti diverrà la lingua ufficiale di Israele), ma soprattutto per la sua letteratura. Lo scrittore Erri De Luca, che ha voluto imparare lo yiddish per poter tradurre quelle opere dall’originale (e non dalle traduzioni inglesi come spesso si è fatto), parlando di Itzak Kateznelson , l’autore del Canto del popolo ebraico messo a morte, ci riporta questa testimonianza del ruolo assegnato a poeti e scrittori dal popolo yiddish.

“Kateznelson … si trovava a Vittel perché i combattenti del ghetto di Varsavia lo avevano fatto uscire con dei documenti falsi che durarono poco. In Francia fu arrestato di nuovo.Gli insorti del ghetto cercavano di mettere in salvo i poeti, gli scrittori. Così fanno gli alberi circondati dalle fiamme: scaraventano i loro semi. I poeti, gli scrittori erano i semi della loro pianta e avrebbero innalzato a canto la testimonianza”. (Erri De Luca, Il torto del soldato, pp. 24-25)

Israel Joshua Singer (1893 – 1944)

 Autore oggi poco conosciuto per la morte prematura (un infarto nel febbraio 1944) e soprattutto per la fama successiva del fratello minore, Isaac Bashevis Singer, premio nobel per la letteratura nel 1978. Anche la sorella maggiore Esther Kreitman, vissuta a Londra, fu scrittrice yiddish.

Israel era nato a Bilgoraj (Polonia sud orientale); il padre era un rabbino chassidico e anche la madre apparteneva a una famiglia di rabbini. L’attività paterna porta la famiglia prima nel comune rurale di Radzymin e poi dal 1908 a Varsavia.

Spirito inquieto, Israel evitata l’arruolamento alla prima guerra mondiale e si sposta a Kiev dove si sposa; va in Russia nel 1918, osservatore partecipato dello scontro tra le truppe rivoluzionarie e quelle bianche; ritornato a Kiev si inserisce attivamente nei circoli letterari rivoluzionari e dal 1921 è corrispondente del giornale yiddish statunitense “The Forverts”. Scrive racconti (Pearl, 1922) e romanzi (Acciaio e ferro, 1927; Yose Kalb e le tentazioni, 1932).

Israel Joshua Singer (secondo da sinistra, di profilo) in un caffè in Polonia assieme ad altri scrittori yiddish nel 1930

Israel Joshua Singer (secondo da sinistra, di profilo) in un caffè in Polonia assieme ad altri scrittori yiddish nel 1930

Nel 1934 emigra negli Stati Uniti e diventa uno dei più noti scrittori yiddish tradotti in inglese, in particolare dopo la pubblicazione nel 1937 de I fratelli Ashkenazi, grandioso affresco dell’ebraismo polacco.

Conosciuto ed apprezzato in vita ben più del fratello minore a cui ha aperto sia la strada letteraria che quella dell’emigrazione in America. Riconoscimento (“il mio maestro”) che il fratello Isaac gli ha più volte tributato, come nel romanzo Il certificato, pubblicato a puntate settimanali sul Forverts nel 1967, dove il giovane David Bendiger (alter ego dell’autore) è introdotto nei circoli letterari di Varsavia dal più noto fratello maggiore Aharon nei cui tratti e nelle cui vicissitudini è facilmente riconoscibile Israel.

Erri Di Luca ne ha recentemente tradotto un racconto inedito ambientato nella Russia del 1919: La stazione di Bakhmatch; così nell’introduzione ci presenta “Il fratello maggiore”:

«Israel Joshua Singer nasce nel 1893, di un­dici anni maggiore del fratello Isaac Bashevis. Riesce a evitare il servizio militare nella Pri­ma guerra mondiale, nel 1918 è in Russia, a Mosca, nuova capitale della rivoluzione. Tor­na in Polonia, partecipa al gruppo letterario ribelle Kaliastre (La banda), viaggia, scrive corrispondenze per “Forverts”, il maggiore periodico yiddish di New York. Si trasferisce lì nel ’34, aprendo la pista a suo fratello. Scri­ve romanzi ben accolti e tradotti in inglese. Uno di questi Di mishpokhe Karnovski (La famiglia Karnovski) esce nel ’43, un anno pri­ma della sua brusca morte per infarto. È un successo immediato.

“Mishpokhe” è la pronuncia yiddish del vocabolo ebraico che significa “famiglia”. Questo spiega perché Isaac cominciando a scrivere la vicenda familiare dei Mushkat, poco dopo la morte del fratello, non se la sentì di usare “mishpokhe”, a ricalco del titolo celebre e preferì il meno usato voca­bolo “familie” per il suo romanzo. La mor­te di Israel Joshua smarca Isaac Bashevis dall’ombra lunga di essere il minore. Da quel momento in poi Singer lo scrittore è solo lui.

Israel Joshua non è stato seguace di nes­suna ideologia e nessuna fede. Non è stato messianico né politico, non credendo a nes­sun disegno della storia umana. Muore senza conoscere la sorte di sua madre e del fratel­lino minore Moshe, scomparsi nell’annien­tamento.

Non sa che quella strage privata e co­lossale verrà chiamata shoà. In yiddish la massima catastrofe è chiamata “khurbn” e indica la distruzione del primo e del secon­do tempio di Gerusalemme. Ma anche questo esproprio sottolinea il destino di una lingua mozzata.»

 La stazione 2

Secondo il noto (e polemico) critico letterario Harold Bloom, nella sua critica ai molti premi Nobel letterari assegnati a suo parere indebitamente, era il fratello maggiore e non il minore ad esserne degno:

Tra gli «intramontabili», Bloom annovera i grandi poeti yiddish Jacob Glatshteyn and Moyshe-Leyb Halpern ma non il premio Nobel Isaac Bashevis Singer. «Un autore mediocre. Al suo posto meritavano di vincere Chaim Grade, artefice dello splendido Yeshiva e Israel Joshua Singer, fratello maggiore ben più talentuoso di Bashevis che ci ha lasciato il bellissimo I Fratelli Ashkenazi ».

Aggiungerei, al di la delle valutazioni specificamente letterarie, come Israel, rispetto al fratello nei cui scritti gli aspetti della tipicità ebraica aschenazita sono centrali, abbia sempre la capacità di trascendere da quella specificità, portandoci a riflettere su temi e problemi del tutto universali. Un atteggiamento più critico e più laico e, direi, una scrittura più profondamente mitteleuropea.

 

La famiglia Karnowski

Desta sconcerto il fatto che questa sua ultima opera (1943), immediatamente ben accolta e tradotta in inglese oltreoceano, in Europa sia rimasta sconosciuta per lungo tempo: in Francia è stata tradotta per la prima volta nel 2008 e da noi solo nel febbraio del 2013.

Personalmente sono più orientato nella narrativa a opere meno voluminose – che mi permettono lettura tutto d’un fiato, senza o con poche interruzioni – ed anche per una forte diffidenza verso i tantissimi “best seller” per i quali il “peso cartaceo” vale molto di più della qualità.

Ben consigliato da un amico (il passaparola nelle novità editoriali funziona spesso meglio delle recensioni giornalistiche) ho approfittato del soggiorno in baita per immergermi nelle sue (quasi) cinquecento pagine.

Ebbene, ne sono bastate poche per rendermi conto di avere tra le mani un’opera di grande valore, scorrevole nella lettura, molto lineare nella impalcatura narrativa e nello stesso tempo estremamente profonda; in sostanza moderna ed attuale. Si fa fatica a pensare, durante la lettura, che sia stata scritta settant’anni prima e certo non solo per l’uso del presente narrativo (al passato era il precedente I fratelli Ashkenazi).

Famiglia Karnowski

La vicenda è lineare: una saga familiare incentrata sulle tre figure di David, il figlio Georg e il nipote Jegor, che si snoda tra la seconda metà dell’Ottocento e il 1940; inizia in una comunità ebraica della Grande Polonia, si sviluppa a Berlino e si conclude negli Stati Uniti a New York, sempre all’interno delle rispettive comunità ebraiche.

I Karnoswski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso tempo stimati per la vasta erudizione e l’intelligenza penetrante”: così inizia il romanzo e questo spirito inquieto e ribelle fa sì che il commerciante all’ingrosso (perlopiù di legname) David, appassionato dell’ebraismo illuministico di Moses Mendelssohn e affascinato dalla cultura tedesca, si scontri da subito con il rabbino e la comunità ebraica di Melnitz, dove vive con la famiglia del suocero, non sopportando le superstizioni, credenze e consuetudini chassidiche. Si trasferisce, con la giovane moglie Lea, a Berlino riuscendo a farsi accettare e far parte della comunità dei ricchi ebrei tedeschi; parla correttamente la loro lingua e non sopporta invece che la moglie continui ad usare lo yiddish e intrattenga rapporti con ebrei polacchi (fra tutti la famiglia del mercante Solomon Burak) che alla loro lingua e ai loro costumi (alla loro ebraicità orientale) non rinunciano.

Ebreo in casa e tedesco per la strada: questo era il precetto fondamentale con cui imposta la sua vita e l’educazione del figlio Georg. “I cristiani che abitavano nella sua via, però, però vedevano nel piccolo Georg soprattutto l’ebreo.”

Di spirito altrettanto inquieto, Georg crescendo si distacca ancor più dall’ebraismo, e, dopo un’adolescenza ribelle e scapestrata, contro il parere del padre, studia medicina e come medico militare parteciperà alla prima guerra mondiale. Diventerà poi il più affermato ginecologo di Berlino e sposerà una infermiera cristiana, Teresa, bionda e tipicamente tedesca.

Il loro figlio Jegor vivrà in modo ancor più conflittuale e drammatico il proprio rapporto con l’ebraismo: cresciuto in una Berlino dove stanno prendendo sempre più piede i giovani “che marciano con gli stivali” tenterà di inserirsi nel nascente nazismo ma verrà ferocemente umiliato e denudato davanti a tutti gli studenti del Liceo dal suo insegnante e preside nazista quale esempio aberrante di una razza inferiore. Arriverà così ad odiare la sua parte ebraica e il padre quale diretto responsabile.

È il dotto libraio talmudista Efraim Walder ad esplicitare a David il sogno infranto dell’assimilazione:

«La vita è una burlona, rabbi Karnowski, ama giocarci qualche tiro mancino. Volevamo essere ebrei in casa e uomini in strada, è arrivata la vita e ha messo tutto sottosopra: siamo goyim (Gentili, non ebrei) in casa ed ebrei in strada».

L’immane tragedia storica incombe e il suo percorso di emarginazione, di intolleranza e persecuzione si dispiega  di pagina in pagina; Israel Singer non sa e non saprà della Shoah, dello sterminio che coinvolgerà anche parte della sua famiglia. Eppure è tutto scritto nelle sue pagine e noi lettori, che sappiamo, siamo ancor di più implicati e sbigottiti dalla trasparenza con cui vengono dipinti gli eventi che scorrono verso l’esito storico ineluttabile.

Prima che la situazione precipiti la famiglia Karnowski riesce ad emigrare e ad inserirsi, in una situazione economica di difficoltà precedentemente sconosciuta, nel quartiere ebraico di New York.

Se il tema dell’identità e dell’assimilazione è quello che immediatamente si pone al lettore, in parallelo a questo, lo snodarci della vicenda ci pone di fronte alla molteplicità di identità ebraiche: non solo quella orientale contrapposta a quella degli ebrei tedeschi, ma dentro di queste i molti modi di viverle dove professione (il rabbino, il libraio, il mercante all’ingrosso e il piccolo commerciante, il medico di successo come quello che svolge la sua missione fra i più poveri, la militante politica rivoluzionaria …), condizione economica (dai quartieri ebraico borghesi a quelli più poveri dove vivono i più recenti immigrati ebrei dalla Polonia e dalla Russia.), concezioni religiose (tradizionaliste, riformatrici ed illuminate, sino a quelle più laiche e talora atee) si intrecciano. Tantissimi modi di vivere la propria identità ebraica e diverse appartenenze di ceto, ma le vicissitudini della vita e della storia possono rapidamente rovesciare le sorti di chiunque.

E l’America, dove i protagonisti trovano rifugio, sarà tutt’altro che il sogno auspicato: l’ormai anziano David dovrà prima chiedere asilo ai lontani parenti che lo accolgono senza troppo entusiasmo e poi intercedere, per un umiliante lavoro di scaccino nella sinagoga, presso il commerciante Solomon Burak, proprio quello che David, tempo prima a Berlino, aveva trattato con sufficienza e con sdegno quando questi aveva osato proporgli il matrimonio di sua figlia con Georg. A quest’ultimo, nonostante il suo curricolo di chirurgo e di ginecologo affermato, la corporazione dei medici statunitensi impedirà di svolgere la sua professione e dovrà adattarsi al più umile dei lavori, quello del rivenditore ambulante di indumenti porta a porta.

L’impossibile eredità dei padri

 Se i temi delle diverse identità ebraiche e dei percorsi spezzati di integrazione, della fragilità dei destini individuali di fronte all’irrompere della storia emergono immediatamente dalla narrazione, altri possono diventare utile chiave di lettura, ad esempio soffermandoci sulle bellissime e variegate figure femminili che Singer ci presenta.

Un tema particolarmente attuale mi pare emergere in modo prepotente dal romanzo. Non solo quello del conflitto fra padri e figli, della inevitabile (e normale) fase di ribellione e distacco conflittuale che un figlio attraversa prima di diventare adulto, ma direi soprattutto quello dello smarrimento dei padri quando questi si rendono conto che l’eredità che si riproponevano di trasmettere si è sfaldata, è diventata una eredità impossibile. Eredità di professione, di ruolo sociale, anche magari eredità economica, ma soprattutto eredità di concezioni etiche, sociali e religiose, di regole con cui affrontare la vita, di moralità, insomma di valori. Non è tanto e solo la ribellione dei figli ad opporsi al trapasso. È che quel patrimonio in parte ereditato ed in parte accuratamente raccolto, composto e custodito nel corso degli anni, in un’epoca di rapide trasformazioni e sconvolgimenti si rivela rapidamente improponibile e irricevibile, non più adeguato ai tempi e il volerlo ugualmente imporre come eredità destinata renderebbe ancor più conflittuale e tragico il rapporto con il figlio, sino alla completa rottura. Il padre non sa più come comportarsi come padre, non sa più come rapportarsi con il figlio ed il figlio non riconosce più il padre.

David aveva chiara l’eredità da trasmettere al figlio: una importante attività commerciale, una religione depurata da misticismi e superstizioni da osservare con rigore all’interno delle mura domestiche e della comunità religiosa (ebreo tra gli ebrei), una lingua colta (il tedesco), una cultura letteraria e filosofica di ampio respiro che era a portata di mano nella dinamica ed illuminata Germania. Ma i nuovi tempi rendono impossibile questa sintesi fra ebraismo e cultura germanica; lui stesso se ne rende conto e si riavvicina progressivamente ad una concezione più tradizionale attraverso lo studio talmudico, mentre il figlio Georg prima è affascinato dai riverberi rivoluzionari russi e poi propende per una visione laica in cui la dimensione religiosa, privata e pubblica, è del tutto assente. Crede in una visione scientifica del mondo, sposerà una cristiana e, in quanto chirurgo, opererà lui stesso fra le mura domestiche la circoncisione del figlio senza alcun rito e partecipazione religiosa. Un ebraismo del tutto laico da un lato vissuto in forma del tutto individuale e dall’altro refrattario a qualsiasi identitarismo culturale, razziale o religioso. David non riesce né a capire né a sopportare il percorso del figlio ed interrompe qualsiasi rapporto con lui. Solo quando è ormai è chiaro che per entrambi la soluzione è quella dell’emigrazione il rapporto si ricostruirà; ma sarà solo un rapporto di necessaria solidarietà reciproca.

Israel Joshua Singer

Israel Joshua Singer

Ancor più drammatico il rapporto di Georg con il figlio Jegor; le sue concezioni laiche e scientifiche, di tolleranza e apertura multiculturale sono improponibili in una società che rapidamente viene invasa dai giovani con gli stivali che sfilano in parata cantando “Quando il sangue ebraico zampilla dal coltello, allora tutto va di nuovo così bene, così bene”; Jegor non solo rifiuta visione ed idealità paterne, ma ne rinnega la sua stessa eredità biologica. Ammira i giovani che sfilano, tenta di unirsi a loro e quando subisce il rifiuto e l’umiliazione fa crescere ancor di più il suo odio verso gli ebrei, verso il padre e verso se stesso. Porterà questo suo odio oltreoceano e lo riverserà contro l’intera società americana disordinata, caotica e multirazziale contrapposta ad una Germania, militarmente e gerarchicamente ordinata, dalla razza pura, dai destini gloriosi ed inflessibile contro i propri nemici. E nella sua nuova scuola superiore newyorchese ostenterà il suo nazionalismo filotedesco offendendo il suo insegnante e i suoi compagni.

Quando il preside della scuola chiamerà Georg spiegandogli la condotta e le affermazioni del figlio, il suo smarrimento sarà totale.

Il tentativo poi di richiamare il figlio al senso di realtà e di fargli ammettere le sue responsabilità produrrà solo un silenzio sprezzante da parte di Jegor ed una tensione crescente che culmina da un lato con un ceffone (“il secondo della sua vita”) e dall’altro, con il grido stridulo e pieno d’odio del figlio: “Giudeo! Giudeo! Giudeo!”.

A quel punto la rottura definitiva diventa irreparabile; il figlio fugge di casa e percorre una sorta di discesa autodistruttiva negli inferi nel tentativo di aggregarsi a dei giovani filonazisti americani e di svolgere il ruolo di informatore (di spia) alle dipendenze di un losco diplomatico tedesco.

Al padre non resta più niente da fare, non può far altro se non aspettare.

Da mesi le sue orecchie stavano all’erta, in attesa di una cattiva notizia che doveva arrivare, che sarebbe per forza arrivata. Se l’aspettava a ogni ora del giorno, in ogni momento della notte.”

Stare all’erta … non è molto, è quasi niente. Qualche volta può però arrestare l’irreparabile.

A questo punto mi verrebbe naturale ragionare sull’oggi; sullo sconcerto di padri che di fronte alla complessità della nostra società e delle sue rapide trasformazioni – certo non paragonabili alle tragedie culminate nell’ultima guerra mondiale – ci vedono tutti altrettanto impreparati. Senza eredità credibile da trasmettere e sempre più incerti sul nostro ruolo. Ci sarebbe moltissimo da dire e molto si sta iniziando a dire: psicologi, sociologi e sempre più frequentemente scrittori. E possibilmente cercherò di ritornarci.

Israel Singer conclude la sua ultima opera con una chiara indicazione che, dopo settant’anni, arriva diretta sino a noi. Anche quando non capiamo e non sappiamo cosa fare “stiamo all’erta”. Sembra poco, ma è comunque il segnale che non ci si dismette dal ruolo e dalla responsabilità paterna.

Frammenti di centrosinistra

Ho dedicato il mio blog ai frattali (ai frammenti similari) di speranza ma nell’esordio chiarivo come l’imparare a sperare passasse anche attraverso uno sguardo volto “laddove la corruptio ha dominato e domina, nei luoghi del declino”, ad esempio “quando la politica non è ricerca del bene comune …”.

E non serve andar lontano.

Non ho letto il libro ma la domanda è più che mai attuale!

Non ho letto il libro ma la domanda è più che mai attuale!

La frammentazione del centrosinistra verbanese, non in grado di costruire una coalizione per le prossime amministrative, ne è purtroppo un evidente esempio. Le identità di gruppo, le proprie opinioni rivendicate come principi inderogabili, le regole contrapposte, la ricerca in sostanza di “paletti” e non di condivisioni ha portato ad una rottura incomprensibile per la maggior parte degli elettori del centrosinistra. I “paletti” creano steccati e così è stato.

Non sto a ricostruire la vicenda, rimando ai diversi comunicati e commenti per chi voglia documentarsi e ricostruire gli eventi: quello precedente all’ultimo incontro di coalizione del Partito Democratico , il Comitato Bava dopo la rottura e i Comunisti Italiani che si dissociano dal Comitato Bava; il comunicato di Sinistra Ecologia Libertà, il commento di Claudio Zanotti su VerbaniaSettanta.

L’aspetto incomprensibile è che la rottura tra forze tutto sommato non lontane (un PD locale che si è rinnovato ed ha scelto come segretario cittadino un giovane esponente dell’area Civati e un Comitato che raggruppa forze e persone di provenienza divaricata che vanno da posizioni lib-lab a gruppi più identitari di sinistra come Rifondazione) sia avvenuta non sui contenuti ma sulle regole. E in particolare su una questione che a me pare del tutto opinabile: quella della presentazione anticipata dei suoi futuri assessori da parte del candidato sindaco uscito dalle primarie.

 

Tra ricerca di trasparenza e impegno per la Comunità

I sostenitori della “giunta preannunciata” invocano tale “regola” in nome della trasparenza e la presentano come una novità di svolta. A parte che non è una novità assoluta, riflettendoci e scambiando le opinioni con altri elettori di centrosinistra mi sono venuti numerosi dubbi e perplessità che cerco di riassumere.

  • La prima impressione – e la prima accusa da parte degli avversari politici – potrebbe esser quella di una”spartizione preventiva dei posti”, con tanto di puzza da vecchia politica che quella proposta vorrebbe invece evitare.
  • La seconda è che tale “regola” si accompagni ad una presunzione: quella che – vista la debacle del centrodestra verbanese – il centro sinistra abbia già la vittoria in tasca. Ho già detto in uno degli incontri di coalizione che questa a me pare una follia. La strada per una affermazione del centrosinistra a Verbania è tutta in salita sia perché la sua base elettorale si è notevolmente ridotta (dal 45.9% delle amministrative del 2009 al 34.7% delle politiche della scorsa primavera: 30% coalizione “Bersani”, 1.7% coalizione “Ingroia”) sia perché la frammentazione e la pluralità di candidati sindaci che si prevede per Verbania porterà inevitabilmente ad un ballottaggio. E abbiamo già visto come i ballottaggi possano dare esiti del tutto imprevedibili.
  • La non considerazione a priori del voto di preferenza degli elettori: una sorta di applicazione della logica del Porcellum alla futura giunta. Il capo della coalizione decide prima delle elezioni a prescindere dai risultati e dalle preferenze dei cittadini.
  • L’enfatizzazione del ruolo della giunta e del ruolo dei singoli assessori rispetto alla globalità (e complessità) di una amministrazione, in particolare in una situazione di crisi come questa dove Sindaco, giunta, consiglio comunale, commissioni consiliari, circoscrizioni/quartieri (e magari altri organismi come consulte rappresentative, tavoli su temi specifici ecc.) dovrebbero lavorare di concerto per affrontare sfide difficilissime.
  • Infine il sospetto che l’insistere su questa “giunta preannunciata” potrebbe ingenerare in molti: “c’è forse qualcuno che vuol essere garantito a priori del posto assicurato?”.

In conclusione mi pare che la ricerca di trasparenza possa trovare altre forme più convincenti rispetto questa proposta che in realtà non si è discussa a fondo ma posta come conditio sine qua non.

L'area danneggiata dalla tromba d'aria del 25 agosto 2012.

L’area danneggiata dalla tromba d’aria del 25 agosto 2012. I danni della politica non sono così facili da rappresentare ma sono più duraturi.

La mia idea è diversa. Partendo da alcune osservazioni sopra accennate, penso che l’uscita dalla crisi di Verbania non possa essere demandata ad una direzione amministrativa ristretta, al sindaco e ai suoi assessori pur volenterosi e competenti.

In primo luogo superando la logica che ha prevalso in tutte le amministrazioni precedenti: ogni assessore gestisce in proprio il suo assessorato con scarso confronto e pochissima integrazione con il resto della giunta. E se un tema o problema diventa particolarmente dirompente è allora il sindaco che se ne fa carico, magari esautorando lo specifico assessore (come più volte è accaduto nel centrosinistra) o cambiandogli le deleghe oppure mandandolo a casa (come più volte ha fatto Zacchera). Con risultati poco condivisi e crescenti malumori sotto traccia.

In secondo luogo costruendo una risposta di comunità mobilitando e coinvolgendo tutte le forze vive che sono presenti a Verbania ma che ora agiscono in modo frammentato e talora conflittuale. Si parla giustamente di beni comuni (spesso non distinguendoli dai beni pubblici): ora non c’è “bene comune” se non c’è una comunità che lo facia proprio, lo tuteli e lo valorizzi.

Tempo fa mi chiedevo se il VCO fosse una Comunità e avesse un futuro. Oggi debbo chiedermelo per Verbania.

L’altra sera, erano circa le 17 del sabato prenatalizio, sono sceso dalla ruga e percorso il lungolago di Pallanza: un totale deserto. Locali sfitti o chiusi; i negozi e i bar aperti con dentro praticamente nessuno. Una gran tristezza! Avevo già osservato come ci sia voluto un sindaco pallanzese per ridurre Pallanza ad un deserto. Ma mi chiedo anche: possibile che non vi siano le energie per reagire a questo declino o che le uniche reazioni visibili siano quelle senza prospettiva dei forconi locali?

E allora c’è un lavoro enorme da fare, di sollecitazione e di messa in rete di tutto ciò che c’è di vitale nella città e nei collegamenti che i soggetti, le associazioni, i ceti attivi della città sono in grado di instaurare con altre realtà vitali.

E, per concludere su questo punto, la mia proposta, in alternativa a quella della “giunta preannunciata” è quella della squadra preannunciata. Non una squadra per la campagna elettorale (un comitato elettorale) ma un gruppo ampio di persone con svariate competenze che si impegnano a collaborare con il sindaco e l’amministrazione per il prossimo quinquennio. Disposte a mettere le proprie competenze, conoscenze, energie per risollevare Verbania: il come, con quali incarichi, dipenderà da molti fattori, non da ultimo dalle disponibilità personali; chi sarà assessore, chi consigliere, chi lavorerà nelle commissioni o in altri organismi. E mi piacerebbe che tutti i candidati sindaco, di centro, sinistra o destra facciano lo stesso. Questa sì sarebbe trasparenza per i cittadini chiamati a votare.

 lungolago

Votare e rivotare; e poi votare e rivotare ancora?

Ho già espresso in più occasioni come la penso su questa questione e non mi dilungo. La regola per le primarie ribadita dal PD che chiede che le primarie di coalizione “si svolgano prevedendo un doppio turno, qualora vi fossero più di due candidati, laddove nessun candidato raggiungesse più del 50% dei voti”, motivata con l’esigenza che il candidato del centrosinistra sia suffragato da “una larga investitura popolare”, mi pare farraginosa e controproducente.

Farraginosa perché in un periodo di diffusi sentimenti antipolitici e di grande disaffezione al voto (largamente confermata delle più recenti elezioni amministrative) chiamare due volte gli elettori del centro sinistra a votare per le primarie. E poi, quasi sicuramente, visto il più che probabile ballottaggio, altre due volte alle elezioni cittadine: mi sembra proprio si voglia abusare della pazienza degli elettori.

Controproducente: c’è il forte rischio che il numero di partecipanti al secondo turno delle primarie diminuisca in modo consistente e si otterrebbe così l’esatto opposto di quella “larga investitura popolare” che si dice di voler garantire.

Ed allora il sospetto, da molti esplicitato, che tale norma nasca più da esigenze di partito (rendere più probabile l’affermarsi di uno dei propri candidati) che da spirito di coalizione e di “alta investitura” del candidato designato, mi pare ben fondato.

Era emersa da subito una possibile mediazione: abbassare la soglia al 40% (si accede al secondo turno di primarie solo se nessuno dei candidati la raggiunge), proposta fatta inizialmente dall’interno del comitato elettorale Bava e da questo ribadita in un incontro. Per inciso è la regola vigente per le primarie Partito Democratico statunitense (lo si è visto non molto tempo fa per le elezioni del sindaco di New York): per un partito che ha ora un segretario che si ispira molto agli omonimi d’oltre oceano, la proposta non dovrebbe apparire né sconvolgente né lacerante.

Eppure di questa possibile e ragionevole mediazione non se ne è più parlato con irrigidimento reciproco, il PD non l’ha recepita e il Comitato Bava si è asserragliato sul turno unico in ogni caso.

 

Una proposta

Ed allora faccio io una proposta (come tutto quello scritto qui a titolo assolutamente personale): che i tre candidati sindaco del centrosinistra, al di là degli orientamenti del rispettivo partito e comitato elettorale, si impegnino di persona ad accedere al secondo turno di primarie se nessuno raggiunge il 40%, e viceversa, qualora uno dei tre raggiunga al primo turno tale soglia, ad accettare il responso e a collaborare poi attivamente alla vittoria della coalizione.

Io penso che tutti e tre i candidati del centrosinistra aspirino ed auspichino di raggiungere almeno il 40% dei partecipanti alle primarie di centrosinistra; se così non fosse non si capirebbe come pensino poi di poter convincere il 50% degli elettori di Verbania.

Non servirebbe nemmeno un incontro di coalizione: sarebbe sufficiente che i tre candidati Bava, Brignoli e Marchionini (l’ordine è alfabetico) facciano la loro dichiarazione pubblica.

Rimandando poi la scelta se presentare i futuri assessori o una squadra più ampia (o rimandare tutto al dopo) al candidato uscito dalle primarie.

 

Sarebbe bello poter così finalmente incominciare a parlare del futuro della città non solo nei singoli tavoli e comitati elettorali, ma con un confronto in tutto il centrosinistra e con l’intera cittadinanza.

Di questo Verbania ha bisogno.

 

 

 

Scienze Umane tra mission educativa e necrofilia amministrativa

Sui giornali e i siti web della nostra zona si parla da giorni dello “spostamento” o del “trasferimento” dell’indirizzo di Scienze Umane del Cobianchi ad altra scuola (il Liceo Cavalieri).

Vengo subito al punto: non si tratterebbe né di uno spostamento né di un trasferimento ma di una chiusura. Spiego brevemente il perché: un corso di studi non è una scatola vuota che si possa spostare altrove. È un insieme di risorse umane, di insegnanti e studenti e di pratiche (soprattutto buone pratiche) professionali ed educative. Il cosiddetto trasferimento sarebbe in realtà la chiusura di una esperienza quarantennale e l’apertura in un’altra scuola di un corso con lo stesso nome e la stessa griglia oraria, ma non con lo stesso corpo docenti visto che Scienze Umane ha un corpo docenti consolidato di ruolo al Cobianchi e il nuovo corso al Liceo dovrebbe naturalmente attingere a quest’ultimo corpo docenti e ad eventuali insegnanti (probabilmente precari) di nuova nomina.

In sostanza quarant’anni di sperimentazione e innovazione educativa verrebbero soppressi paradossalmente per la “colpa” di aver successo, di attrarre troppi studenti. Merito degli attuali studenti di Scienze Umane l’aver espresso con efficacia tutto questo con un breve video.

Responsabilità di giornalisti frettolosi questo equivoco che evidentemente non è solo terminologico? Non direi.

Mi pare piuttosto il frutto della una logica burocratica con cui l’amministrazione pubblica sembrerebbe voler affrontare la questione. Qui ci sono molti studenti, là ce ne sono pochi e allora “trasferiamo il corso” quasi appunto fosse una scatola vuota.

Perché logica burocratica? L’ottica del “bravo” burocrate è quella di fare tutto seguendo rigidamente le norme in modo tale che chiunque altro al suo posto (e rispettoso del mandato) si comporterebbe allo stesso identico modo. Insomma la variabile umana è irrilevante. Non solo, ma il burocrate rivolge lo stesso sguardo al mondo esterno interpretandolo a sua immagine e somiglianza. Se un corso ha lo stesso nome e la stessa griglia oraria cosa cambia? (con quali docenti e quali studenti è insomma irrilevante).

Quando sabato scorso al “Festival delle Scienze umane” ho espresso concetti analoghi, l’ex collega Guido, attualmente preside (pardon “dirigente scolastico”) mi ha poi giustamente osservato “guarda che ormai il termine ‘burocrazia’ non si usa più, oggi si parla di ‘pubblica amministrazione’ e quella logica è, almeno a parole, osteggiata anche dal ministero”.

Certo, in una società complessa, che cambia di continuo, l’elemento umano, la sua capacità di affrontare problemi nuovi, di trovare soluzioni, di innovare diventa sempre più essenziale. E non è il caso che uno dei siti web più interessanti sull’innovazione sia appunto il Forum della Pubblica Amministrazione (Forum PA).

E allora mi correggo e, riprendendo un editoriale proprio da questo sito, sostituisco il temine burocrazia con quello più aggiornato di necrofilia amministrativa e quello di burocrate con “necrofilo amministrativo”

Il necrofilo amministrativo aborre, quindi, qualsiasi scelta soggettiva, qualsiasi attribuzione di valore che non derivi da un algoritmo …Il necrofilo amministrativo vive bene tra i tagli lineari, con l’ossessione continua della spesa che vede sempre come un costo e mai come un investimento, odia pensare ai risultati e alla missione della sua amministrazione che percepisce come astorica e quindi svincolata dal tempo e dai bisogni; non sa immaginare modi per risolvere problemi reali, ma solo per portare avanti atti e pratiche, ampliando, se può e gliene si dà spazio, il corpus normativo che per lui non è mai troppo dettagliato, mai completamente esauriente. Non guarda fuori dal suo palazzo, considera proibito tutto quello che non è esplicitamente contemplato da qualche articolo di legge”.

Sabato 7 dicembre: Festival delle Scienze Umane

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Sabato scorso, come accennavo prima, si è svolto, in anticipo rispetto agli altri anni, l’ormai tradizionale incontro tra studenti del corso ed ex allievi che costituisce un momento efficace di orientamento per gli studenti delle ultime classi valorizzando le esperienze universitarie, lavorative e professionali degli ex studenti. Quest’anno l’incontro, proprio come risposta alla ventilata chiusura, è diventata l’occasione anche per presentare a famiglie, giornalisti, ex docenti, ex allievi alcune delle esperienze in atto nell’attuale Liceo delle Scienze Umane del Cobianchi. Il clima non era quello di un funerale ma quello di una dirompente vitalità. Solo una assenza, questa sì inquietante, si notava, quella dell’attuale dirigente scolastico.

Non sto a commentare i diversi progetti, sia del biennio che del triennio: da “Psicologia e cinema”, al corso di Animazione, alla partecipazione a convegni e pubblicazioni, a “Dire, fare, studiare” percorso educativo e mediale di integrazione linguistica per studenti di origine straniera, a “Cobipad e media education” progetto per cui nell’attuale classe IV A i libri di testo sono stati sostituiti con il tablet: tutte esperienze che, come è stato di volta in volta esemplificato e ribadito, non solo introducono “novità” di contenuti e di strumenti ma necessariamente una ristrutturazione della didattica e dei rapporti fra gli studenti e fra insegnanti e studenti. Progetti che da un lato valorizzano il gruppo classe come soggetto collettivo in cui si progetta e sperimenta e dall’altro, come hanno ripetuto di continuo sia studenti attuali che ex allievi, si rapportano a ciascuno con le sue specificità e capacità. Un ex allievo ha detto “Io venivo da un’altra scuola e quando sono arrivato qui mi sono subito accorto che questo era un altro mondo: non ero un semplice studente, un numero; qui ero una persona.”

Non era difficile capire quel giorno come questo tipo scuola non possa essere trasferita altrove. Senza un corpo docenti che non solo ha mantenuto memoria di una tradizione quarantennale, ma ha saputo man mano innovare rispondendo ai nuovi bisogni educativi e professionali. Senza un contesto come quello del Cobianchi dove i diversi indirizzi tecnici e scientifici interagiscono arricchendosi con le reciproche risorse umane, professionali e tecnologiche.

 Copipad

Un danno per la scuola, un danno per la comunità

La risposta a problemi complessi non può essere individuale, l’innovazione – in tutti i campi – è frutto di una ideazione, progettazione, sperimentazione collettiva, di equipe. A maggior ragione nel campo educativo. Tutte le ricerche in questo ambito da tempo hanno dimostrato come la qualità dell’educazione sia in stretta relazione alla capacità del corpo dei docenti di un corso di “far squadra”, di agire in sintonia.

Cercavo di chiarire, quando ancora insegnavo, questo concetto ai colleghi con un noto esempio. La mafia, la criminalità organizzata è un fenomeno estremamente complesso: il singolo magistrato da solo è impotente. Per combattere in modo efficace la mafia è stato allora costituito il pool antimafia, osteggiato, penso non casualmente, da molti. Fatte le debite e doverose differenze anche educare è un lavoro complesso: cambiano gli studenti, cambia la società, cambiano le professioni. Il singolo insegnante da solo è insufficiente; il lavoro di squadra permette di ideare, progettare e sperimentare al passo coi tempi e valorizzando le individualità e le competenze sia nel corpo docente che nel gruppo classe.

Smantellare il corpo docenti di Scienze umane vorrebbe dire non solo disperdere quel patrimonio ormai storico di una sperimentazione nata nel 1974 e quell’equipe di docenti, ma anche andare a scompaginare le equipe degli altri indirizzi del Cobianchi all’interno dei quali gli insegnati di Scienze umane andrebbero ad inserirsi secondo i criteri – questi sì burocratici – della normativa e dell’anzianità.

E l’operazione non avrebbe nemmeno l’effetto che i burocrati (pardon i necrofili amministrativi) si proporrebbero. Chi ha un minimo di esperienza di scuola superiore sa che la scelta degli studenti (e delle famiglie) prevalentemente si orienta in prima battuta per la scuola (Cobianchi, Ferrini, Liceo, Franzosini nel caso di Verbania) e solo in seconda battuta per il corso di studi, l’indirizzo. I motivi sono vari, la tradizione familiare, l’appeal della scuola, l’esperienza (o la presenza) di fratelli maggiori ecc. E pertanto la riduzione auspicata di allievi si otterrebbe solo in minima parte.

Personalmente non sono affatto contrario che al Liceo Cavalieri si apra pure un corso analogo, senza naturalmente chiudere quello del Cobianchi. Sarà un’esperienza diversa che avrà il tempo di maturare, fare esperienze e caratterizzarsi a contatto con gli altro corsi liceali. Le famiglie e gli studenti avranno così una maggiore possibilità di scelta sulla base delle loro propensioni e soprattutto non verrebbe dispersa l’esperienza consolidata di un solido corpo docenti quale quello dell’attuale Liceo delle Scienze Umane del Cobianchi.

Un danno per la comunità del nostro territorio (e di quelli limitrofi). Chiunque conosca o pratichi l’insieme dei servizi scolastici di base (e non solo), delle strutture socio educative, socio sanitarie e del welfare – sia pubblico che del privato sociale – locale sa come una parte significativa di quel personale provenga dal corso di Scienze Umane del Cobianchi. Chi, soprattutto nei primi due decenni, si è inserito direttamente – o dopo una formazione professionale – nel mondo lavorativo. Chi, in misura crescente dagli anni novanta in poi, ha proseguito studi e formazione all’università, in una gamma abbastanza vasta di facoltà e corsi: psicologia, scienze dell’educazione, storia, sociologia, filosofia, giurisprudenza, scienze della comunicazione, e in ambiti più professionalizzanti quali educatori professionali, psicomotricisti, logopedisti, animatori sociali ecc, ecc. Un rilevante capitale sociale della nostra comunità di cui si vorrebbero tagliare le radici.

L’ex collega Guido, sempre nell’incontro di sabato, suggeriva di raccogliere e sistematizzare tutta l’esperienza di questi quarant’anni di vita di Scienze umane: una pubblicazione, magari on-line. Un lavoro utile e doveroso. Certo. Purché non serva per un bel funerale.