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23 novembre 2014: Open Day alla Biblioteca Aldo Aniasi

Una domenica in biblioteca: Casa della Resistenza

Domenica 23 novembre dalle ore 15.00

 

L’alimentazione dalla montagna al lago

tra memoria storica,

attività didattico-scientifiche e letteratura

 

open-day 2014

L’orizzonte della comunità ai tempi di Internet

È stato consegnato da poco all’editore e uscirà nelle prossime settimane il volume Il tunnel e il kayak [1], lavoro collettivo frutto della collaborazione fra il l’associazione Contorno Viola, e il Cremit (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’Informazione e alla Tecnologia) dell’Università Cattolica coordinato dal prof. Pier Cesare Rivoltella. Il testo, come specifica il sottotitolo (Teoria e metodo della Peer&Media Education), intende proporre un nuovo sviluppo della prevenzione fra pari (peer education) di fronte all’espansione del mondo digitale e alla sua pervasività, in particolare nel mondo giovanile.

Ne riporto di seguito un paragrafo che ho scritto riprendendo una tematica a me cara: quella della “Comunità”. C’è spazio di (nuova) comunità nel mondo digitale o questo produce solo frammentazione individualistica e dissocialità? Affrontare questo tema significa individuare il possibile contesto entro cui collocare la prevenzione “ai tempi di internet” e, più in generale, i nuovi scenari di cittadinanza digitale.

bozza della sopertina

bozza della copertina

 

L’orizzonte della comunità ai tempi di Internet

 La esplicitazione del concetto di comunità e la sua contrapposizione a quello di società [2] è stata elaborata, com’è noto, da Ferdinand Tönnies (1887).

 Nella società – diceva Tönnies – «ognuno sta per conto suo e in stato di tensione contro gli altri». La comunità, invece è «con­vivenza confidenziale, intima, esclusiva», «vita reale e organica… organismo vivente». La società è, per contro, una costruzione ar­tificiale concepita a freddo, «un aggregato meccanico». Nella co­munità l’individuo si trova sin dalla nascita e si lega ai suoi nell’am­bito di un «sentire comune e reciproco» fondato sulla tenerezza, sul rispetto e sulla dignità. Nella società tutti sono separati «no­nostante i legami» apparenti; in essa non si nasce ma «si va»: «si va come in una terra straniera».

In realtà, il luogo in cui gli esseri umani vivono (al tempo di Tönnies e al nostro) è ovviamente la società e non la comunità. Cosicché quest’ultima finisce per apparire come una specie di mi­tico luogo felice ma che non possediamo più: «un paradiso perdu­to» (…). Così, la concezione di Tönnies, al di là di ogni altro suo aspet­to, si mostra anche come piuttosto pericolosa, perché spinge non verso un possibile impegno nel cambiamento (…) ma piuttosto verso il rimpianto. Eppure l’idea di comunità, nonostante già da settant’anni sia riconosciuta con­cettualmente debole e di modesta capacità analitica nella teoria so­ciologica, ha registrato una massa di studi, ed è rimasta tuttora ben viva, sempre veicolando (pur tra precisazioni, rettifiche, mu­tazioni ecc.) il senso di un luogo sociale in cui si può vivere «uma­namente» meglio. Potremmo quasi dire il luogo di una socialità umanizzata. (Amerio, 2004, p. 366-367)

 Il tema della comunità ricompare infatti di continuo nel dibattito sociale come in quello politico. E non è privo di ambivalenza. Anche l’etimologia oscilla fra due possibili origini: da un lato comminitas da commune, neutro da communis, ad indicare il possesso / bene comune – o per dirla con Bauman (2012) “cose che abbiamo in comune”; dall’altro la possibile derivazione da cum munus (o cum munia) dove munus indica un obbligo, un dovere, una legge, un incarico e anche un dono, “ma un dono da fare, e non da ricevere; e dunque, anche in questo caso, da un “obbligo” e dunque “i membri di una comunità sono tali perché vincolati da una legge comune” (Esposito, 2009).

Il legame che unisce i membri di una comunità è originario, è un ethos, una legge morale costitutiva o non invece frutto della stessa convivenza (Amerio, 2000) e pertanto passibile di sviluppi e integrazioni? Secondo i teorici del Movimento Antiutilitarista nelle Scienze Sociali, che si rifanno esplicitamente a Marcel Mauss e al suo Saggio sul dono [3], all’origine del legame comunitario si colloca il rituale del dono, in quanto nella permuta reciproca di doni ciò che propriamente viene scambiato non sono gli oggetti ma una forza, un’alleanza orizzontale che nello stesso tempo è sì un vincolo, ma fondato su di un atto gratuito.

È donando che ci si dichiara concretamente pronti a giocare il gioco dell’associazione e dell’alleanza e che si sollecita la partecipazione degli altri allo stesso gioco. (…) L’obbligo che ci fa il dono è un obbligo di libertà. Una esortazione, si sarebbe tentati di dire … (Caillé, 1998)

 Diversa la concezione di Esposito secondo cui il munus in quando dono che si deve dare (diversamente dal donum, regalo spontaneo che si può dare o ricevere) è costitutivo di un vincolo in contrasto con la libertà personale e pertanto quest’ultima deve passare attraverso l’immunitas quale fondamento di una società libera:

 … se i membri della communitas sono vincolati dalla stessa legge, dallo stesso onere o dono da dare – i significati di munus immunis è, invece, chi ne è esente o esonerato; chi non ha obblighi rispetto all’altro e può dunque conservare integra la propria sostanza di soggetto proprietario di se stesso. (2009, p. 106)

 Certo oggi si è superato il concetto di una successione temporale (dalla Comunità alla Società) e semmai Comunità e Società sono concepite come due tensioni presenti all’interno della stessa comunità sociale. Tensione verso la comunità perlopiù in una concezione ben diversa da quella originaria, chiusa e rigidamente locale descritta da Tönnies e ripresa negli anni ’80 dal filone dei communitarians statunitensi (Ferrara, 1992).

Uno spazio comunitario che spesso nasce come risposta all’isolamento, alle difficoltà e alla fatica del vivere sociale, magari proprio laddove maggiori sono le difficoltà culturali, sociali od economiche – quartieri degradati, comunità di immigrati ecc. – frutto di un impegno più che di una appartenenza precostituita, di una collaborazione che può trovare fondamento (Sennett, 2012) in una fede (religiosa o politica), nella ricerca della semplicità quale risposta ad una società sempre più complessa, oppure nella piacevolezza stessa di una relazione orizzontale liberamente costruita dove è possibile ridare un senso alla propria identità quale individualità socialmente utile e attiva e ricostruire un rapporto paritario con l’altro, al di là delle differenze e barriere sociali:

 … vogliamo immaginare la comunità come un processo di presenza nel mondo, un processo in cui le persone prendono atto sia del valore delle relazioni faccia a faccia, sia dei limiti di tali relazioni. (…) Anche se non può riempire tutta l’esistenza, la comunità può essere fonte di piaceri profondi. (p. 299)

Ritroviamo qui, implicitamente, quanto abbiamo detto sopra relativamente al ruolo del peer educatoe nel momento “magico” in cui si mette in gioco all’interno del gruppo dei pari: la sua azione è intrinsecamente orizzontale e comunitaria e permette la (ri)scoperta del piacere di un legame sociale liberamente costruito, frutto di impegno e collaborazione.

Di più, ci pare che questa prevalenza della ricerca di un legame orizzontale-paritario caratterizzi quella che molti hanno definito, a cavallo del nuovo millennio, la “nuova adolescenza” con un ruolo prevalente del gruppo dei pari quale principale riferimento identitario e normativo.

Le indagini dello IARD sulla condizione giovanile, a partire dal quella effettuata nel 2000 (quinto rapporto), parlano della “irresistibile ascesa della socialità ristretta” riferendosi al

 … crescente peso dato dai giovani alle relazioni interpersonali, in particolare, a quel­le amicali e affettive accanto a quelle familiari. È come se intorno alla famiglia si andasse progressivamente strut­turando un nucleo forte di valori tutti riferiti all’intorno sociale immediato della persona. Nucleo che pervade di sé e qualifica l’intero sistema valoriale delle giovani gene­razioni. (Buzzi et al., 2002, p. 41)

 L’evolvere del sistema dei valori nell’ambito della “socialità ristretta” avviene soprattutto a scapito dell’impegno collettivo (civile, politico, religioso …) e gli stessi valori tipici delle “virtù civiche” come eguaglianza, libertà, solidarietà e democrazia vengono riletti e reinterpretati in questo contesto di spazio amicale. Il sesto rapporto (rilevazione del 2004) conferma e rinforza quello di quattro anni prima

 … nel senso che le tendenze allora rilevate si vanno confermando. Crescente attenzione verso le aree della socialità ristretta (famiglia, amore, amicizia), diminuzione del ruolo del lavoro nella scala delle priorità, scarso interesse verso l’attività politica e, più in generale, verso l’impegno sociale e la vita collettiva. (Buzzi et al., 2007, p. 140)

 Ma, è corretto parlare di “socialità ristretta” per caratterizzare le relazioni dei giovani e l’ambito dove si formano i valori a cui in gran parte si riferiscono? Un conto è parlare del ruolo del gruppo dei pari nel fondare valori e identità. Infatti “gruppo dei pari” ha un’accezione neutra: è il luogo in cui si costruiscono relazioni significative e rapporti di fiducia (parte rilevante del proprio capitale sociale) ma può essere anche un luogo dove si impongono costrizioni, violenze ed emarginazioni che possono, ad esempio, dare origine al fenomeno del bullismo.

L’accezione “socialità ristretta” sembra invece esser tutta connotata in negativo rispetto alle tradizionali agenzie di socializzazione: famiglia, Scuola, Chiesa, Istituzioni pubbliche. Ora il tratto comune di queste ultime è che si basano su di una relazione asimmetrica o, in altri termini, verticale, mentre la forma di socializzazione che sembra caratterizzare in modo prevalente le generazioni giovanili da almeno due decenni è appunto quella amicale, del gruppo dei pari, insomma una socializzazione orizzontale. Il che, tra l’altro, ha anche molto a che vedere con quella che molti chiamano la scomparsa del padre o, per usare una terminologia utilizzata da Lacan (1938), con l’evaporazione del padre. Un padre che dovrebbe assumere, nel dettato freudiano, il ruolo terzo di intermediazione tra l’ambito affettivo familiare e la società e le sue leggi; ruolo appunto che sembra esser “evaporato”, almeno nei suoi connotati tradizionali.

Ulteriore dubbio: siamo proprio sicuri che questa orizzontalità del gruppo dei pari sia “ristretta”? Indagini sia nazionali che locali indicano una rete di relazioni “orizzontali” densa ed estesa [4]. Per non parlare di quella che è stata chiamata “generazione Erasmus” (Cappé, 2011) con oltre due milioni di studenti in 33 Paesi: una rete sociale che travalica lingue, culture e confini e investe di intense nuove relazioni ospiti e ospitanti. Reti giovanili dense ed estese che con il crescente diffondersi dell’accesso al web e ai social network si allargano a nuove diramazioni.

rete

Ma c’è uno spazio nel web per la (ri)costruzione di ambiti comunitari nell’accezione sopra ricordata di Sennett di relazioni “faccia a faccia” caratterizzate da impegno e piacere? In altri termini la rete è solo dis-socialità, fonte di identità frammentate (Lanier, 2010) o può diventare uno spazio di “comunità a venire”? Senza richiamare la sempre più vasta letteratura sul mondo digitale che non sembra riuscire ad uscire dalla classica dicotomia fra apocalittici e integrati, proviamo schematicamente a fare un confronto fra il concetto di comunità e quello di società con le caratteristiche della rete digitale.

Tab. 1

Comunità Società Rete digitale
Origine Trasformazione (fluidità) Anticipazione
Legame naturale Ruoli e contratti Assenza di mediazione
Organicità Gerarchia Orizzontalità (P2P)
Sicurezza Precarietà (insicurezza) Libertà
Confini dal basso Confini dall’alto (istituzionali) Tendenzialmente senza confini
Beni comuni naturali Beni privati / beni pubblici Beni comuni della conoscenza (o dell’informazione)
Comunitarismo Società dello scambio Società della conoscenza
Gerontocrazia Potere economico e politico Capitalismo cognitivo

Se la comunità ha il sapore di una mitica origine (il paradiso perduto) e la società è il luogo (faticoso) delle trasformazioni più subite che realizzate dove è sempre più difficile trovare un senso nella sua liquidità (Bauman 2002 e 2005), il web si apre a ciascuno di noi come uno spazio di possibilità di nuove conoscenze, di nuovi contatti, di nuove relazioni, di nuove sperimentazioni dove è possibile superare legami e vincoli sia naturali che sociali, saltando le mediazioni a cui siamo sottoposti nell’interrelazione sociale.

Non più il mondo olisticamente chiuso della comunità che dà calore e sicurezza ma appunto anche chiusura verso l’esterno e il nuovo, né l’ordine gerarchico della società – di una gerarchia i cui vertici, nel mondo globalizzato, sono sempre più lontani e imperscrutabili – che genera sempre più spesso, alla sua base, precarietà e insicurezza, ma una orizzontalità (amplificata dagli sviluppi peer-to-peer della rete) che ci permette libere interrelazioni in un orizzonte tendenzialmente senza confini; una libertà che inebria ma in cui ci può anche smarrire, dissolversi in una perdita di identità o avvilupparsi in un loop ripetitivo da cui non si riesce (o si ha paura) ad uscire.

I beni comuni (commons in inglese) nella comunità sono costituiti essenzialmente da risorse naturali comuni a disposizione della collettività; il passaggio alla modernità coincide con la loro recinzione (enclosures) e pertanto la loro privatizzazione e, in parte, la loro assunzione da parte dello stato (beni pubblici); solo alcune risorse, considerate marginali (o non “recintabili” e non commerciabili), hanno mantenuto la loro caratteristica di beni a libera disposizione. Solo recentemente si è data rilevanza sia economica che politica e sociale ai beni comuni anche nel nostro contesto socio-economico. E ci si è resi conto “che il concetto di ‘beni comuni’ poteva aiutare a concettualizzare i nuovi problemi emergenti dell’affermarsi dell’informazione digitale distribuita” (Hess e Ostrom, 2007) [5].

Nelle comunità locali preindustriali i beni comuni costituiscono una risorsa limitata (la legna di un bosco, il foraggio delle terre comuni ecc.) a disposizione di tutti ma che ha anche bisogno di una “cura” perché non si esaurisca, in un equilibrio precario che si riesce a mantenere solo in assenza di incremento demografico. Lo sviluppo economico delle società mercantili e industriali incrementa a scala crescente le risorse che si rendono disponibili attraverso il mercato in una società dove però i dislivelli economici (e pertanto le diverse possibilità di accesso ai beni) sono sempre più marcati. Nell’era dell’accesso (Rifkin, 2000) i beni diventano sempre più immateriali (servizi, informazioni, conoscenze), in continua crescita esponenziale e sempre più a libera disposizione. L’era digitale del libero accesso sembra coincidere con la Società della conoscenza dove le risorse si auto implementano (conoscenza produce conoscenza) e dove il consumo non esaurisce il bisogno ma lo amplifica: come esplicitato dal dettato socratico più conosco più so di non sapere e pertanto più aumenta il mio desiderio, il mio bisogno di nuova conoscenza.

Dal paradiso perduto al paradiso preannunciato? Non è tutto così lineare: dietro l’orizzontalità della rete digitale, dietro il libero accesso c’è chi controlla le piattaforme e le loro regole. Se nella comunità preindustriale il potere è prevalentemente quello degli anziani, nel mondo sociale moderno si identifica con quello politico e soprattutto economico e finanziario, mentre nel mondo digitale abbiamo quello che è stato definito “capitalismo cognitivo” (Paulré, 2002), un potere economico che passa attraverso (e si nasconde dietro) la tecnologia strutturandosi con alto grado di orizzontalità in basso e centralizzazione del controllo molto in alto.

Insieme di Sennett

C’è spazio in questo mondo digitale per la creazione di ambiti “di comunità”, di gratuito e piacevole impegno, per un accesso coordinato di una nuova generazione di peer attrezzata per navigare nel web? uno spazio salubre, impregnato dall’ethos della collaborazione, in cui sperimentare interventi di prevenzione in risposta ai rischi che i giovani incontrano (e spesso cercano) al di qua e al di là dello schermo?

La risposta non è agevole. Di certo questa è la nostra scommessa, la scommessa di una possibile Peer&Media Education.

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 Note

 

  1. Edizioni Franco Angeli, 2014. Il significato del titolo – intuibile dall’immagine di copertina – e, soprattutto, l’origine della metafora viene esplicitato nella Prefazione del volume da Pier Cesare Rivoltella.
  2. Sulla polarità dei due concetti e sul loro “fondamento” cfr. il mio precedente post Il bisogno di Comunità.
  3. Saggio del 1924, ora in Teoria generale della magia e altri saggi (trad it. 1965).
  4. Ad esempio una ricerca sul territorio della provincia verbanese afferma: “È interessante notare come il 44,1% degli intervistati ha un gruppo di amici piuttosto ampio, composto da almeno 9 persone … Non solo quindi siamo di fronte ad un territorio in cui tutti i giovani sono di fatto inseriti all’interno di una rete amicale, ma siamo anche di fronte a reti significativamente estese nella loro composizione. Dati importanti, che sembrano delineare una condizione decisamente lontana da quella ‘società degli individui’ spesso identificata come caratterizzante la convivenza sociale dell’epoca presente.” (C. Genova, 2008)
  5. Le due autrici precisano inoltre che impiegano “le espressioni beni comuni della conoscenza e beni comuni dell’informazione in maniera intercambiabile”.
Copertina edita

Copertina edita

 Testi citati:

Amerio P. (2000), Psicologia di Comunità, Il Mulino, Bologna.

Amerio P. (2004), Problemi umani in comunità di massa, Einaudi, Torino.

Bauman Z. (2002), Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari.

Bauman Z. (2003), Voglia di comunità, Laterza, Roma-Bari.

Bauman Z. (2005), Vita liquida, Laterza, Roma-Bari.

Bauman Z. (2012), Cose che abbiamo in comune. 44 lettere dal mondo liquido, Laterza, Bari.

Buzzi C., Cavalli A., de Lillo A., a cura di (2002), Giovani del nuovo secolo. Quinto rapporto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna.

Buzzi C., Cavalli A., de Lillo A., a cura di (2007), Rapporto Giovani. Sesta indagine dell’Istituto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Il Mulino, Bologna.

Caillé A. (1998), Le thiers paradigme. Anthropologie philosophique du don, Desclée de Brouwer, Paris (trad. it.: Il terzo paradigma. Antropologia filosofica del dono, Bollati Boringhieri, Torino, 1998).

Cappè F., a cura di (2011), Generazione Erasmus: l’Italia dalle nuove Idee, Franco Angeli, Milano.

Croce M., Ottolini G. (2004), L’orizzonte della comunità e la strategia del capitale sociale, in Dalle Carbonare E., Ghittoni E., Rosson S.: 99-118.

Dalle Carbonare E., Ghittoni E., Rosson S., a cura di (2004), Peer educator. Istruzioni per l’uso, Franco Angeli, Milano.

Esposito R. (2006), Communitas. Origine e destino della comunità, Einaudi, Torino.

Esposito R. (2009), Termini della politica. Comunità, Immunità, Biopolitica, Mimesis, Milano.

Ferrara A., a cura di (1992), Comunitarismo e liberalismo, Editori Riuniti, Roma.

Genova C. (2008), Pausa caffè. Essere giovani nel Verbano Cusio Ossola, Università di Torino (dispensa).

Hess C., Ostrom E. a cura di (2007), Understanding Knowledge As a Commons, MIT, Cambridge (Mass) (trad. it.: La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica, Bruno Mondadori, Milano, 2009).

Lacan J. (1938), I complessi familiari nella formazione dell’individuo. Saggio di analisi di una funzione in psicologia, Encyclopédie française, Einaudi, Torino, 2005.

Lanier J. (2010). Tu non sei un gadget. Tr. it. Mondadori, Milano.

Mauss M. (1965), Teoria generale della magia e altri saggi, Einaudi, Torino.

Paulré B. (2002), Le capitalisme cognitif; disponibile online: http://webcom.upmf-grenoble.fr/regulation/Forum/Forum_2001/Forumpdf/01_CORSANI_et_alii.pdf

Rifkin J. (2000), L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Mondadori, Milano.

Sennett R: (2012), Together. The Rituals, Pleasures and Politics of Cooperation, Yale University Press, New Haven, CT (trad. it. Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, Feltrinelli, Milano, 2012).

Tönnies F. (1887) Gemeinschaft und Gesellschaft, Reislad, Leipzig (trad it., Comunità e società, Laterza, Roma – Bari, 2011).

L’Ossola libera e le “Repubbliche” partigiane.

L’ANPI lo scorso 17 ottobre ha organizzato a Cannero una serata dedicata al 70mo anniversario della Repubblica Partigiana dell’Ossola (40 giorni di libertà – La Repubblica dell’Utopia) e mi ha chiesto un intervento su quell’esperienza e un richiamo alle altre “libere repubbliche” sorte allora in Italia. Ho così preparato una sintesi di quegli avvenimenti accompagnata da alcune riflessioni e comparazioni con l’oggi.

Cannero dettaglio

Cannero, 17 ottobre 2014

 La Repubblica dell’Ossola (10 settembre – 19 ottobre 1944)

Il manifesto che convoca questa serata riporta la foto del cippo (di uno dei cippi assieme a quelli di Mergozzo, Ornavasso e dell’alta Ossola) che ricorda il confine della “Repubblica Partigiana dell’Ossola”.

Come ricordava Pier Antonio Ragozza tre settimane fa alla Casa della Resistenza, quei cippi non segnalano una divisione statuale, una rigida demarcazione territoriale che in realtà fu labile e mobile nel tempo: quel confine qui a Cannero ad esempio durò pochi giorni e dopo la caduta di Cannobio si spostò di fatto a metà Cannobina, a Ponte Falmenta.

Ricordano invece un confine ben più importante, simbolico, ideale e storicamente concreto nello stesso tempo, quello fra due concezioni dell’uomo e della società, la linea di demarcazione fra una dittatura da una parte e la sperimentazione concreta della democrazia dall’altra.

Condensare in una decina di minuti quella esperienza è pressoché impossibile: andrò velocemente per titoli.

Con una premessa: ogni volta che leggo documenti, testimonianze, ricostruzioni di quei 40 giorni rimango sempre più meravigliato della ricchezza e complessità di quella esperienza, di quanto in un tempo ridotto e in condizioni di estrema difficoltà si è riusciti a realizzare.

Confine rep Ossola Cannero

 

L’aspetto militare.

Nonostante la pesante sconfitta subita con il rastrellamento di giugno nella Valgrande (circa 300 caduti) e una molteplicità di azioni repressive contro partigiani, antifascisti e popolazione (l’ultimo episodio fu quello di Premosello il 29 agosto con 5 vittime – un partigiano e quattro civili – e circa 50 abitanti rastrellati), i mesi di luglio ed agosto videro un rafforzamento e una notevole vitalità delle forze partigiane con la nascita di nuove formazioni e la ristrutturazione di altre. Vanno ricordate oltre alle più note Valdossola di Superti e Valtoce di Di Dio, la neonata Valgrande Martiri di Muneghina. In questa area, tra Verbania e il confine, la Perotti di Frassati e la Cesare Battisti di Calzavara che proprio in quei giorni si uniscono per formare la brigata Piave. Nel Cusio la Beltrami di Rutto. Nelle valli a ovest e nord di Villadossola e Domodossola, tra la Val Anzasca e la Val Antigorio vi sono i Garibaldini, in contatto con la Valsesia e che assorbono alcune formazioni e gruppi locali come il battaglione Fabbri dei fratelli Scrittori dando vita alla Divisione “Redi”. Vi è poi a est di Domodossola, nelle valli Isorno e Vigezzo, la formazione autonoma di Viglio che diventerà poi Brigata Matteotti.

Una presenza partigiana eterogenea di circa 1500 combattenti (non particolarmente ben armati) che con azioni successive stringono in una morsa crescente Domodossola dove sono concentrati circa 600 nazifascisti. La presenza di più formazioni, in concorrenza emulativa fra di loro, fa anche sì che i comandi nazifascisti sopravvalutino le forze nemiche. Alla fine di agosto si hanno anche alcune diserzioni fra i fascisti e fra i soldati della Wehrmacht; da ricordare in particolare la diserzione in massa di oltre 70 georgiani passati, con il loro armamento, con i partigiani.

Il 9 settembre, al Croppo di Trontano, con la mediazione dei parroci di Masera e di Domodossola, avviene la trattativa tra i rappresentanti del Valdossola e della Valtoce con i comandi nazifascisti che accettano la resa e nella notte abbandonano la città lasciando, i tedeschi, l’armamento pesante e, i fascisti, anche l’armamento personale. Valdossola e Valtoce (con l’esclusione dei Garibaldini) acquisirono pertanto una quantità considerevole di armi entrando in città il mattino successivo.

Si era evitato di portare i combattimenti in città con prevedibili conseguenze drammatiche per la popolazione civile – era questa in particolare la preoccupazione delle autorità religiose – e si era inflitto al nemico un colpo decisamente significativo sul piano militare e sul loro stesso prestigio. Tutto poteva, in un certo senso, finire qui.

Nella strategia militare del CVL infatti

L’occupazione di paesi non è fine a se stessa. Non si occupa per poi aspettare il rastrellamento nemico. Il territorio occupato deve essere considerato come una base dalla quale devono incessantemente partire le squadre per colpire il nemico. L’occupazione di paesi e vallate deve garantirci una più vasta possibilità di mobilitazione e di istruzione di nuove forze che devono però essere impegnate oltre i ristretti limiti della vallata. (Circolare del 25 giugno)

Analoga e ancor più esplicita la posizione del Comando Generale delle Brigate Garibaldi:

L’occupazione di paesi e vallate non deve affatto significare rinchiudersi nel limitato spazio occupato, quasi in una specie di repubblica indipendente, preoccupandosi di non essere rastrellati. L’occupazione di paesi e vallate deve esser fatta per preparare delle basi più larghe e più solide dove organizzare su più vasta scala e con maggior cura i nostri colpi da portare al nemico, in tutte le direzioni e il più lontano possibile. (Direttiva del 18 giugno)

I garibaldini erano stati esclusi dalle trattative e dalla distribuzione delle armi, ma avevano comunque consolidato le loro posizioni assorbendo gruppi minori e accogliendo nuove reclute ed anche rafforzata l’unità di azione con la Beltrami. Non era nemmeno intenzione espressa della Valtoce quella di occupare stabilmente il territorio né tantomeno dar vita e sostenere un governo locale.

Dionigi Superti

Dionigi Superti

 

Il governo civile.

Chi puntò alla costituzione di un territorio stabilmente libero e ad una Giunta Provvisoria di Governo, formata da civili in rappresentanza delle diverse formazioni politiche antifasciste, fu soprattutto Superti che, grazie ai suoi rapporti con i socialisti espatriati in Svizzera e, loro tramite, i servizi di informazione alleati, pensava all’Ossola come testa di ponte per un futuro aviosbarco di truppe alleate, in sintonia con Ettore Tibaldi, rapidamente rientrato dalla Svizzera, che da tempo ne aveva elaborato il progetto. Lo stesso CNL locale, immediatamente riattivato, si rese conto della necessità di dare una amministrazione alla città e all’intero territorio liberati. L’ordine di costituzione della Giunta fu emanato da Superti e, superate iniziali incomprensioni, successivamente riconfermato dal CLNAI.

Ettore Tibaldi

Ettore Tibaldi

Questa la composizione e gli incarichi della Giunta:

Ettore Tibaldi, (socialista, primario dell’ospedale di Domo; dal novembre del ’43 rifugiato a Lugano): Presidente, Esteri, Giustizia, Igiene.

Giorgio Ballarini (indipendente): Servizi pubblici, Trasporto e Lavoro.

Mario Bonfantini (“Bandini”, novarese, socialista, poi famoso critico letterario): Collegamento con l’autorità militare e Stampa.

Severino Cristofoli (azionista, ingegnere della Rumianca): Organizzazione amministrativa e Controllo della produzione industriale.

Dott. Alberto Nobili (liberale): Finanze, Economia ed Alimentazione.

Giacomo Roberti (comunista): Polizia e Servizi del Personale >> poi sostituito dal ferroviere milanese, anarchico e comunista, Emilio Colombo (“Oreste Filopanti”).

Don Luigi Zoppetti (padre rosminiano, democristiano): Istruzione, Culto e Assistenza >> poi sostituito da don Gaudenzio Cabalà, sacerdote domese (nato a Gravellona).

Avv. Natale Menotti (“Nicola Mari”, verbanese, democristiano): Tributi e Finanze.

Gisella Floreanini (“Amelia Valli”, milanese, comunista, rientrata dalla Svizzera): Assistenza, Organizzazioni di massa.

Gisella Floreanini

Gisella Floreanini

Furono inoltre nominati

come segretario aggiunto Umberto Terracini che stese tutti i verbali delle 13 sedute di giunta e, in accordo con Tibaldi, salvò (e completò) tutta la documentazione portandola poi in Svizzera come atto di totale trasparenza dell’operato della giunta;

come rappresentante in Svizzera della GPG, Cipriano Facchinetti che tenne i rapporti con il CLN a Lugano;

come giudice straordinario l’avvocato milanese Ezio Vigorelli che istruì con scrupolo i processi per i crimini fascisti e per l’epurazione, ma senza portarli a dibattimento per non dover eseguire condanne a morte;

come curatore dei rapporti economici con la Svizzera Luigi (Gigino) Battisti, (azionista, figlio dell’irredentista Cesare, poi Sindaco di Trento) che ottenne dal paese confinante un carico giornaliero di 20 tonnellate di patate in cambio dei prodotti chimici della Rumianca;

come comandante del neo costituito Corpo Volontario della Guardia Nazionale che unificava i diversi corpi di polizia (finanza, forestale, polizia, carabinieri) in un unico organismo formato di volontari e di militari non compromessi, il colonnello Attilio Moneta che poi cadrà, insieme ad Alfredo Di Dio, al Sasso di Finero il 12 ottobre, durante il contrattacco nazifascista.

E l’elenco potrebbe continuare: commercialisti locali per il bilancio, insegnanti e presidi per riformare la scuola.

Due sono gli aspetti da sottolineare:

  • L’attività della giunta, capace di fronteggiare una situazione difficilissima (economica, sanitaria, alimentare, assistenziale, abitativa, postale, dei trasporti e delle comunicazioni ecc.) e nello stesso tempo di precorrere nuovi ordinamenti democratici. Non ci fu il tempo per organizzare elezioni ma si favorirono (grazie in particolare a Gisella Floreanini) la rinascita di organismi di massa e sindacali con l’elezione di commissioni interne per sostituire i sindacati fascisti nonché, di concerto con il CLN, la sostituzione in tutti i comuni ossolani (32, con oltre 80mila abitanti complessivi) dei podestà con la nomina di Commissari straordinari. L’attività legislativa fu a tutto campo con attenzione particolare alla scuola con la sostituzione dei testi fascisti e una revisione dei cicli, alla legalità (non mancarono anche disposizioni contro il contrabbando, in realtà solo enunciate), ad un riordino del sistema di previdenza e di quello fiscale. E, nel momento in cui si delinea la rioccupazione nazifascista, l’organizzazione del trasferimento in Svizzera dei bambini (circa 2500) e poi di parte consistente della popolazione: da 25 a 30mila civili che abbandonarono l’Ossola e, in particolare, Domodossola trovando rifugio nel paese confinante e facendo in modo che, quando il 14 ottobre i nazifascisti rientrarono a Domodossola, il prefetto fascista di Novara Vezzalini si rendesse conto, di fronte ad una città quasi deserta, della impossibilità di esercitare le rappresaglie preannunciate.

Treno bambini 1Il treno dei bambini

  • Il clima di partecipazione entusiastica, di fervore democratico, di attività culturali, di dibattiti a tutto campo, che coinvolse i cittadini residenti, un numero consistente di antifascisti rientrati dall’esilio o affluiti dall’Italia occupata (in particolare dal novarese e dal milanese). L’elenco di politici (parlamentari, costituenti, sindaci ecc.), di scrittori, intellettuali, giornalisti, storici ecc., presenti in quei giorni in Ossola, e che poi ebbero un ruolo importante nell’Italia del dopoguerra, è lunghissimo e rischierebbe di rimanere incompleto. Fu quella una fucina di intelligenza e di libera espressione, un “clima” che ha lasciato il segno e che in molti hanno testimoniato. A me vengono in mente le bellissime pagine di Franco Fortini in “Sere in Valdossola”.Vi fu la pubblicazione di un numero consistente di testate giornalistiche, di volantini e manifesti che si aggiunsero ai comunicati e ai notiziari della GPG. Mario Bonfantini diede vita ai corsi di una “Università popolare” sulla storia contemporanea. E, in sincrona a tutto questo, la partecipazione attiva dei cittadini alle esigenze sia militari (costruzione di armi e munizioni nelle fabbriche) che civili (ad esempio gli allievi e gli insegnanti del Rosmini che aiutarono ad accumulare e ridistribuire le derrate – patate, latte condensato, … – e i medicinali provenienti dalla Svizzera utilizzando il sottotetto del Collegio come magazzino).

 

La libera stampa

Nei 40 giorni della Repubblica si distribuirono in migliaia di copie dieci nuove testate, due direttamente edite dalla Giunta Provvisoria: Bollettino quotidiano di informazioni (16 numeri) e Liberazione 4 numeri). Le altre furono Valtoce dell’omonima formazione (8 numeri), Unità e Libertà dei Garibaldini (3 numeri), Il Patriota della Brigata Matteotti (2 numeri), L’Unità organo del PCI nazionale (2 numeri); e con un singolo numero: Il Combattente dei Volontari della Libertà, La nostra lotta, rivista teorica del PCI, F d G per una vita migliore del Fronte della Gioventù, Avanti! del PSIUP. A questi si aggiunsero due numeri del preesistente settimanale cattolico Il Popolo dell’Ossola.

Un piccolo episodio per ricordare quel clima di partecipazione, ma anche di confronto acceso: la carta di quei bollettini e giornali era per i più quella bianca con due eccezioni: l’azzurro di “Valtoce” che richiamava evidentemente il colore della formazione, e il “rosso” (in realtà più rosa-violaceo) del “Bollettino quotidiano” della Giunta. Quest’ultimo colore (sembra in realtà scelto dalla tipografia per smaltirne una scorta sovrabbondante) fu vissuto come una provocazione dai partigiani azzurri che manu militari requisirono quella carta e così il bollettino, da n. 8 del 29 settembre uscì “normalizzato” con la carta bianca.

Bollettini GPG n. 7 e n. 8 (colore “normalizzato”) – 27 e 28 settembre

Bollettini GPG n. 7 e n. 8 (col colore “normalizzato”) – 27 e 28 settembre

 Una accelerazione e una anticipazione della storia

Si dice che oggi viviamo in tempi frenetici, dove la rapidità è la cifra dei nuovi scenari economici, finanziari e digitali. Anche quelle sei settimane furono sotto il segno della rapidità, però di una rapidità non fine a se stessa, ma che aveva chiaro il senso dell’agire e dove l’urgenza (allora realmente drammatica) non era utilizzata come pretesto per ridurre la partecipazione dei cittadini e il confronto, anche duro, fra posizioni talora molto differenti. Ogni posizione era rispettata e valorizzata all’interno una finalità complessiva condivisa.

Cosa permise di realizzare tutto questo? Certo erano uomini saggi, politicamente avveduti, dalle salde convinzioni, ma, tutto sommato uomini …non supereroi! Perdi più facendo parte, sul versante politico, di una giunta che solo parzialmente era costituita da cittadini ossolani a conoscenza del territorio e, sul versante militare, appartenendo a formazioni partigiane con differenze e reciproche divergenze non da poco, tanto che la costituzione di un comando militare unificato (CUZO) si realizzò di fatto solo sulla carta e si dovrà aspettare il febbraio-marzo dell’anno successivo perché si arrivi ad una reale unificazione operativa di tutte le formazioni.

Quale il segreto di quei 40 giorni di libertà, di anticipazione di una democrazia moderna; di una attività nel contempo frenetica e rigorosa, emergenziale e proiettata nel futuro, di decisioni rapide e di dibattito intenso e partecipato, di fusione di orientamenti politici apparentemente inconciliabili, di sintonia fra ceti sociali rurali, operai e borghesi, fra abitanti locali, sfollati e rimpatriati, fra civili e formazioni partigiane?

Gli storici insistono sulla particolarità, rispetto altre “zone libere”, del confine con la Svizzera (200 km di confine con due ferrovie e più passi di frontiera), del fatto cioè che la Svizzera ha costituito il retroterra politico (con la presenza e poi il rimpatrio dei fuoriusciti) ed economico, nonché il rifugio nel momento del crollo. A questo alcuni aggiungono la speranza (rivelatasi poi un’illusione) di un intervento alleato via aerea che sembrava promettere una liberazione non solo temporanea, ma l’avvio, la testa di ponte territoriale, militare e politica di una liberazione complessiva dell’Italia occupata. Come è noto gli aeroporti predisposti (vicino a Domodossola e in Vigezzo) si rivelarono fatica sprecata e nemmeno un’arma fu paracadutata in Ossola durante quei giorni.

Certo questi fattori hanno senz’altro contribuito: da un lato il retroterra elvetico ha dato sicurezza e la speranza di un intervento alleato mobilitato le energie. Ma a me sembra che vi sia stato soprattutto un fattore, come dire, psicologico, sociale e politico insieme: la “zona libera” ha creato uno spazio di libertà, di libera espressione che gli ossolani e gli antifascisti affluiti hanno riempito con entusiasmo. Senza quella partecipazione massiccia e quella fame di libertà, di entusiastica collaborazione, nessuna Giunta sarebbe stata in grado di realizzare quanto allora si è realizzato nel presente e progettato per il futuro. Per tutti quei giorni, ricorda Begozzi nel documentario “La Repubblica dell’Utopia”, l’oscuramento venne abolito e quelle luci rimaste accese furono il segno di una felicità collettiva ritrovata, e sono luci che ancora oggi possono illuminarci.

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“Repubblica” o “Zona libera”?

 È noto come la dizione “Repubblica” in riferimento all’esperienza dell’Ossola sia successiva e come allora si parlasse di “Zona liberata” e di “Giunta Provvisoria di Governo” anche se non mancano fra le stesse testimonianze dei partigiani (un esempio nel documentario “La Repubblica dell’Utopia” di Daniele Cini, 2008) casi – per così dire – di memoria retroattiva.

Non poteva allora chiamarsi Repubblica per ovvi motivi: innanzitutto perché nelle formazioni – e in particolare nella Valtoce – c’erano molti ufficiali di fede monarchica, in secondo luogo perché la stessa Giunta Provvisoria di Governo prese subito contatti, tramite il CLN di Lugano, con il legittimo e monarchico (seppur sostenuto dal CLN) Governo Bonomi per dichiarare fedeltà e ottenere riconoscimento. E poi per una ragione, direi, terminologica: Repubblica allora era quella di Salò e repubblicani i fascisti; il termine “repubblichini”, pur se presente con accezione dispregiava già ai tempi della rivoluzione francese, ebbe larga diffusione in riferimento ai fascisti di Salò solo più tardi, soprattutto dopo il referendum costituzionale e la nascita della Repubblica Italiana.

La dizione prevalente nella storiografia sino agli anni ’60 fu pertanto quella di “zona libera”: così le definisce ad esempio Mario Giovana nel suo libro del 1962 sulla Resistenza Piemontese e, ancora nel 1969, l’importante Convegno internazionale tenuto a Domodossola è appunto intitolato Le zone libere nella Resistenza italiana ed europea.

Il termine “repubblica” durante la guerra era semmai usato in modo dispregiativo nell’espressione “repubblica di banditi” dai tedeschi, oppure sul fronte opposto dal Comando Generale delle Brigate Garibaldi che il 18 giugno del ’44 parla delle zona libera come di qualcosa che non deve diventare una specie di repubblica indipendente. Il già citato Giovana utilizza con il riserbo delle virgolette l’espressione di “libere repubbliche”, per cui è da dedursi che, pur tra cautele (virgolette, cosiddette ecc.), l’uso abbia avuto una certa diffusione prima del libro di Bocca (Una repubblica Partigiana) uscito nel 1964. È comunque questa opera che ne “sdogana” l’utilizzo e da allora l’uso si è diffuso ed è prevalso.

Sul piano più propriamente storiografico il problema è comunque restato aperto: quali zone liberate dai partigiani è giusto chiamare “repubblica”? Per alcuni nessuna, per altri tutte, per altri le più grandi/estese e durature (Bocca), per altri infine quelle in cui, oltre alla zona militarmente liberata, sono sorte istituzioni rappresentative e democratiche

La Memory School che la Casa della Resistenza il 26 e 27 settembre scorso ha dedicato all’esperienza Ossolana e al confronto con analoghe esperienze italiane e straniere, ha utilizzato un’espressione che mi pare particolarmente appropriata: La Repubblica prima della Repubblica. Non una repubblica vera e propria ma appunto un “prima della”, una anticipazione della Repubblica.

Le “Repubbliche” partigiane

 Il fenomeno non è certo ristretto all’esperienza Ossolana e in quel 1944, soprattutto sul finire dell’estate e l’inizio dell’autunno, quando, con Roma liberata (4-5 giugno) e lo sbarco in Normandia (6 giugno) sembrava che la guerra avesse preso una accelerazione a favore degli alleati e la liberazione completa dell’Italia fosse questione di pochi mesi.

Quante sono allora state le “Repubbliche partigiane” nel ‘44?

Wikipedia, oltre all’esperienza anticipatrice di Maschito (Basilicata) del settembre – ottobre del 1943, ne indica altre 20 dal febbraio all’inverno del 1944.

Nunzia Augeri nel suo libro “L’estate della Libertà. Repubbliche Partigiane Libere”, da poco pubblicato, ne ha contate 29.

Probabilmente non le conosciamo tutte,

Quello che segue è un ampio stralcio, ripreso dal citato testo di Giovana, relativo alle zone libere del Piemonte nelle aree controllate dal CLNRP (con esclusione della Provincia di Novara che dipendeva dal CLN milanese). Il testo ci permette sia di capire quanto zone libere e nascita di libere istituzioni amministrative locali esprimessero una tendenza diffusa e quante fossero, al di là delle differenze economiche e territoriali, le analogie anche con altre aree (Ossola compresa).

“Dei mesi dall’estate all’autunno del ’44 si può dunque parlare come di una fase di alta efficienza bellica del partigianato piemontese che coincide con la massima espansione territoriale e con una consolidata disciplina nel quadro delle direttive del CLNRP. È l’epoca delle zone libere che com­prendono la Valsesia, un settore ampio dell’Astigiano e delle Langhe, le val­li di Lanzo, quelle cuneesi orientali del Gesso, della Grana, della Macra, della Varaita e della Stura.

In queste aree di totale giurisdizione partigiana sorgono le libere amministrazioni di decine di CLN e Giunte popolari, si attuano esperimenti originali di autogoverno locale con la regolamentazione del mercato dei prodotti alimentari, la lotta alla speculazione della cosiddetta “borsa nera”, si concepiscono piani di distribuzione delle risorse agricole. Imposte stabilite dalla legislazione fascista, come quella sul celibato, sono abolite; vengono fissati i prezzi delle principali derrate, si contingentano gen­eri di prima necessità, si apportano correttivi ai sistemi degli ammassi. Non sempre e dappertutto tale fiorire di iniziative, nelle quali l’opera dei comandi di formazione si intreccia con spontanei contributi popolari, con­segue risultati durevoli o anche solo significativi, poiché i territori liberi, staccati dal corpo dell’economia delle province, con risorse che la guerra ha distrutto o grandemente ridotto, non possono dimensionarsi sull’autosuffi­cienza economica e sono zone assediate in cui la vita civile soffre tutti gli in­convenienti dei blocchi che la circondano. Ciò non ostante, l’epoca delle “libere repubbliche” è il momento più fertile e suggestivo dell’incontro tra movimento partigiano e masse contadine, in un ambiente come quello agri­colo del Piemonte e in special modo dei territori che sono tradizionale caposaldo della piccola e media proprietà terriera (Astigiano, Cuneese) dove so­pravvivono radicatissime le prevenzioni contro la convivenza forzata con reparti militari sul piede di guerra (retaggio storico delle vicende medioevali e rinascimentali), dove non esiste come problema sociale il declassamento di masse bracciantili e dove infine permane un certo spirito di atavica diffidenza verso coloro che si fanno portatori di esigenze “rivoluzionarie” .

Nelle valli e nei centri rurali della collina langarola o della plaga mon­ferrina gli organi dell’amministrazione democratica sono l’anello che con­giunge elemento popolare e volontari combattenti. Contadini, sacerdoti, pic­coli proprietari, borghesia possidente, entrano nelle Giunte, partecipano alle assemblee ove si discutono le questioni locali; si emettono decreti, si coordi­nano le iniziative da comune a comune, viene creata una polizia alle di­pendenze delle Giunte, circolano perfino giornali stampati per diffondere i comunicati delle autorità. Assistiamo così al tradursi in pratica dell’ordina­mento statuito dal CLNRP per gli organi periferici e per il governo ammini­strativo dei comuni.

«Riportiamo – è detto nel “Piano di attività della Delegazione civile delle Langhe” – la vita civile delle popolazioni nelle zone libere, controllate dalle formazioni partigiane, al concetto e alla pratica della libertà amministrativa sulla base della democrazia popolare progressi­va; e ciò entro il tempo che precederà il ripristino degli organi politici-am­ministrativi dello Stato, nella forma e nell’espressione giuridica che il popolo italiano darà ad esso … Intorno ad ogni Giunta popolare comunale creare tutta una serie di organismi atti a far rinascere in piena libertà l’attività eco­nomica, politica e sociale, come ad esempio i Comitati dei contadini, i gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della Libertà, i comitati del Fronte della Gioventù, i Gruppi studenteschi per l’assistenza alle Giun­te popolari, i Consigli scolastici per il controllo della scuola del popolo e via di seguito … In ogni villaggio – dispone il commissario di una divisione partigiana – è necessario costituire tempestivamente dei CLN dei quali devono far parte i componenti dei vari Partiti antifascisti.». (p. 147–148; evidenziazioni mie)

Per quanto riguarda la Valsesia c’è da ricordare che Moscatelli non volle mai usare, neanche dopo la guerra, l’espressione di “repubblica” e che le “zone liberate” valsesiane, con vicende alterne, si susseguirono dal giugno 1944 all’aprile 1945.

Alba (10 ottobre – 2 novenbre). Quei 23 giorni, resi famosi dal racconto di Fenoglio (I ventitré giorni della città di Alba) iniziarono in modo simile a quello dell’Ossola. Le truppe fasciste di stanza in città, in seguito ad un accordo mediato dalla curia vescovile, lasciarono Alba (portandosi seco anche gli armamenti); anche in questo caso dall’accordo furono escluse le formazioni garibaldine. Fu costituito un CLN che non ebbe però la rilevanza di iniziativa paragonabile a quello dell’Ossola o della Carnia. Lo storico Ezio Zubbini ritiene che in questo caso sia del tutto improprio utilizzare l’appellativo di Repubblica, mentre questo può di certo valere per le zone libere delle Langhe (cfr. sopra ).

23 giorni Alba

Tra le molte esperienze in altre regioni ne possiamo citare alcune fra le più significative

  • Repubblica partigiana (o Dipartimento) del Corniolo (febbraio – marzo 1944) nell’Appennino forlivese: fu la prima delle repubbliche del centro nord. Istituita il 2 febbraio dal Comandante “Libero Riccardi” (Riccardo Fedel), antifascista della prima ora e comandante della Brigata Garibaldi Romagnola. Oltre al rilevante valore dell’aspetto simbolico di essersi formata nel territorio di nascita di Mussolini, questa esperienza si distinse per iniziative e provvedimenti nella prospettiva di una riforma agricola.
  • Montefiorino (17 giugno – 1º agosto 1944). Siamo nell’Appennino modenese dove, in rappresaglia per alcune azioni partigiane, le truppe naziste il 18 marzo avevano compiuto una delle più feroci stragi: a Monchio, Susano e Castrignano (frazioni di Montefiorino) con 136 vittime civili comprese donne e bambini. Nell’esperienza della Repubblica, durata 45 giorni, il ruolo prevalente rimase nelle mani delle formazioni partigiane che gestirono direttamente giustizia e pubblica sicurezza. Per le singole località si costituirono giunte popolari formate dai capi famiglia che elessero i sindaci dei comuni. Con la rioccupazione tedesca il paese, abbandonato dai suoi abitanti, fu dato alle fiamme e continuò a bruciare, in particolare la rocca, per più giorni.
  • Carnia (luglio – settembre zona libera; ma GPG 28 settembre – 10 ottobre). Fu la “Repubblica” più vasta per territorio (oltre 2.500 km2 ) comprendente ampie aree a nord e sud del Tagliamento e con una popolazione di oltre 80.000 abitanti distribuita in 40 comuni. La costituzione (28 settembre) della Giunta Provvisoria di Governo (ad Ampezzo) fu preceduta, a partire dai primi di agosto, dalla costituzione di CLN locali e provinciali tramite libere elezioni a cui partecipavano i capifamiglia, donne comprese, con una netta separazione fra potere civile e potere militare. Fra le varie disposizioni si possono ricordare la concessione di autonomia amministrativa al territorio montano e la difesa del patrimonio boschivo; la riforma scolastica, la costituzione di un Tribunale del Popolo e l’abolizione della pena di morte per reati comuni; la gratuità dell’amministrazione della giustizia; la riforma fiscale; la costituzione di un corpo di polizia civica. Particolarmente pressante il problema dei rifornimenti alimentari per la non autosufficienza del territorio e per lo stretto assedio della zona da parte nazifascista; l’assedio fu aggirato dai Gruppi di Difesa della Donna: vennero formati consistenti nuclei femminili che, a piedi, scendevano con la gerla verso la pianura sino a Meduno, dove il servizio di intendenza partigiano le trasportava verso la costa dove potevano rifornirsi di grano e altri generi alimentari.
La Repubblica partigiana della Carnia

La Repubblica partigiana della Carnia

La riconquista nazista della Carnia avvenne con l’utilizzo di consistenti truppe cosacche a cui seguì la drammatica occupazione di quelle terre da parte di oltre 40.000 cosacchi (militari e civili, con beni personali, cavalli e cammelli) a cui Hitler aveva promesso una nuova patria (Kosakenland in Nord Italien). Per sette mesi i cosacchi si installarono come etnia dominante occupando case e proprietà, macchiandosi in più casi di violenze (assassini, stupri ecc.) e trasferendo usi e costumi delle loro terre d’origine. Crudele anche il loro destino, a parte pochi casi di permanenza e integrazione nella realtà locale, la maggior parte di loro fu ritrasferita in Unione Sovietica e mandata da Stalin nei campi in Siberia.


Anche da questa piccola rassegna di esempi si possono facilmente individuare le problematiche comuni a tutte le zone libere di quel 1944: oltre a quelli della difesa, i problemi della produzione e dell’approvvigionamento, dell’amministrazione della giustizia, della epurazione dei principali esponenti fascisti, di un diverso sistema di fiscalità, del dar vita ad una scuola non più cassa di risonanza dell’ideologia fascista, ecc.

Notevoli anche le differenze: una democrazia in un certo senso calata dall’alto tramite i comandi partigiani e/o i CLN oppure costruita dal basso attraverso elezioni locali come nel caso della Carnia dove la sperimentazione della democrazia ha in un certo senso anticipato l’ufficialità del Governo Provvisorio. La diversa articolazione dei nuovi strumenti di partecipazione democratica. Il ruolo maggiore o minore assegnato ai CLN rispetto alle formazioni partigiane e pertanto una maggiore o minore autonomia fra governo civile potere militare delle formazioni. La capacità di attivare relazioni esterne (con i CLN regionali e nazionali, con altri territori, con il governo Bonomi, con l’estero). La possibilità o meno delle donne a partecipare ai nuovi organismi. La presenza o meno di organizzazioni di massa effettivamente operanti (sindacati, organismi giovanili come il Fronte della Gioventù, femminili come i Gruppi di Difesa delle donne, consigli scolastici, ecc.). Il ruolo del clero locale (sia nelle aree contadine che in quelle urbane) in più casi partecipe attivamente anche con ruoli di governo, in altri più con un ruolo di mediazione con forze ed autorità nazifasciste, in più casi con entrambi questi ruoli, come a Domodossola.

Settanta anni dopo, nei tempi della stanchezza della democrazia

Quell’estate – autunno di settant’anni fa fu giustamente definita come l’epoca della libertà ritrovata: fu in molte parti dell’Italia occupata il tempo in cui si espresse una volontà alta di partecipazione, di sperimentazione di organismi democratici, di nascita e diffusione di molteplici organi di stampa libera. Non solo si introdusse in molti casi il principio fondante di ogni democrazia della divisione dei poteri, ma anche il loro articolarsi e moltiplicarsi: partiti, sindacati, organizzazioni di massa, assemblee, gruppi di azione civile in un fiorire di iniziative che, come osservato per l’Ossola, desta stupore per la capacità di iniziativa concreta che, in poche settimane e in situazioni del tutto avverse, quelle esperienze riuscirono a concretizzare da un lato e a prefigurare dall’altro. In molti di quei casi si forgiò una nuova classe dirigente che sarà quella che ci portò alla Repubblica e alla Costituzione. Il tutto all’interno di un dibattito vivacissimo, con posizioni politiche estremamente differenziate ma con una capacità di ascolto reciproco e di “mediazione alta” di cui oggi abbiam perso memoria.

Viviamo oggi quelli che io chiamo i tempi della stanchezza della democrazia, stanchezza espressa in mille modi, dalla scarsa partecipazione (non solo al voto, ma alla politica in senso lato), all’affievolirsi degli anticorpi democratici che trovano nella lettera della Costituzione il nutrimento: dignità delle persone e del lavoro, antifascismo, laicità, ripudio del razzismo, chiara individuazione e delimitazione dei diritti e dei doveri. Il tutto si esprime con un rigetto della politica di cui un personale politico mediocre – se non corrotto – è, almeno in gran parte, responsabile. Le cause sono complesse e vanno al di là delle responsabilità singole: viviamo in un mondo dove le decisioni che contano sono sempre più lontane dai cittadini, assunte da poteri sovranazionali che sfuggono da trasparenza e controllo. Proprio per questo sarebbe necessaria una nuova “estate della democrazia” in grado di affrontare crisi e problemi dell’oggi.

Si aprono due possibili percorsi di risposta:

Il primo che pensa che alla “stanchezza della democrazia” si debba replicare attraverso la semplificazione, la riduzione delle componenti politiche e rappresentative con una esplicita insofferenza verso opposizioni e minoranze vissute quali intoppo alla governabilità, la limitazione della separazione dei poteri, la riduzione degli organismi e della partecipazione diretta attraverso organi di secondo livello (eletti solo dagli eletti). Insomma attraverso un accentramento del potere e un suo rapporto diretto “con il popolo” saltando le intermediazioni e la complessità del tessuto sociale. Penso che questa strada sia estremamente pericolosa, che ci porti in tutt’altra direzione da quella che nell’Ossola, nella Carnia e nelle decine di “repubbliche prima della Repubblica” si è tentato sperimentare ed anticipare. Una strada che non produce una riforma e un rinnovamento della democrazia, ma un suo ulteriore indebolimento.

Il secondo percorso è tutto da costruire: inventare e sperimentare nuove modalità di partecipazione. Certo quelli che con la nuova Costituzione del 1947 son nati e si sono sviluppati negli ultimi sette decenni vanno rivitalizzati; nuove forme di rappresentanza devono poter far pesare le voci di un tessuto sociale che si è significativamente differenziato ed articolato con nuovi problemi (salute, precarietà, integrazione …) e nuove sensibilità (ambiente, beni comuni, diritti individuali delle donne e degli uomini …). I nuovi media aprono uno spazio che può essere di condizionamento ma, se ben utilizzato, anche di nuova partecipazione; un mondo sempre più globale può esser vissuto come minaccia o come apertura di più ampie possibilità per tutti, la pluralità di culture e di nuove sensibilità può esser percepita come confusione (se non addirittura come pericolo), oppure come ricchezza e arricchimento per tutti. Alla globalizzazione che omologa si può rispondere con nuove forme associative legate ai territori e alle loro specificità e creando relazioni e ponti fra esperienze convergenti anche se lontane nello spazio. È una strada da aprire, non semplice, per molti versi psicologicamente e praticamente difficile, ma di certo non più difficile di quelle anticipazioni di democrazia che partigiani, rappresentanti politici e popolazione sperimentarono settant’anni fa.

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Appendice

 I Giornali dell’Ossola libera

Bollettino GPG  - n. 1: 18 settembre

Bollettino GPG – n. 1: 18 settembre

Valtoce: n. 1 e 6 (26 settembre e 2 ottobre)

Valtoce: n. 1 e 6 (26 settembre e 2 ottobre)

Liberazione

Liberazione: n. 3 del 30 settembre

il combattente

Il combattente: 15 ottobre

Unità e Libertà: n. 1 del 22 settembre

Unità e Libertà: n. 1 del 22 settembre

L’Unità: ed per l’Ossola liberata (13 ottobre)

L’Unità: ed per l’Ossola liberata   (13 ottobre)

La nostra lotta: Rivista Organo del PCI (1 ottobre)

La nostra lotta: Rivista Organo PCI (1 ottobre)

             Avanti!

Avanti! (settembre)

Il Patriota: 27 settembre

Il Patriota: 27 settembre

       

f. d. g. per una vita migliore (ottobre)

f. d. g. per una vita migliore (ottobre)

Testi consultati

Alba libera. Atti del convegno di studi “La libera repubblica partigiana di Alba, 10 ottobre – 2 novembre 1944. ISR Cuneo – Città di Alba, 1985.

Atti del Convegno “La stampa ed i mezzi di comunicazione dei partigiani e della Repubblica dell’Ossola” (8 ottobre 2004), ANPI Domodossola, 2006.

Augeri Nunzia, L’estate della libertà. Repubbliche Partigiane libere, Carocci, Roma 2014.

Azzari Anita, L’Ossola nella Resistenza Italiana. Prefazione di Angelo del Boca (riedizione), Il rosso e il blu, Santa Maria Maggiore, 2004.

Chiovini Nino, Fuori legge??? Dal diario partigiano alla ricerca storica, Tararà, Verbania 2012.

Del Boca Angelo (a cura), La “Repubblica” partigiana dell’Ossola, Centro Studi Piero Ginocchi, Crodo 2004.

Ferrari Edgardo (a cura), Almanacco storico Ossolano 2005, Grossi, Domodossola, 2003.

Ferrari Erminio, La Liberazione. Cannobio, Agosto-settembre 1944, Tararà, Verbania 2006.

Frassati Filippo (a cura) La Repubblica dell’Ossola. Settembre- Ottobre 1944 (1959): riedizione del 2004 a cura del Comune di Domodossola.

Giovana Mario, La Resistenza in Piemonte. Storia del C.L.N. piemontese, Feltrinelli, Milano 1962.

Le zone libere nella Resistenza italiana ed europea. Relazioni e comunicazioni presentate al Convegno internazionale di Domodossola. 25-28 settembre 1969, ISRN, Novara 1974.

Maggia Giulio (a cura), I giornali dell’Ossola libera, ISRN – Comitato per il 30° anniversario della repubblica dell’Ossola, Novara 1974.

“Viva Babeuf !” di Gino Vermicelli

Giorni fa, mentre stavo preparando una sintesi sulla “Repubblica” dell’Ossola, mi sono imbattuto in questo passo (1) relativo alla situazione militare nazifascista nell’agosto del ’44.

 È da segnalare anche il carattere composito e raccogliticcio delle truppe fasciste e tedesche presenti in Ossola: molti dei presidi erano formati da geor­giani e cecoslovacchi inquadrati nella Wehrmacht. Tali soldati non erano certo animati da grande volontà collaborazionistica, ed appena si presentò l’occasione parecchi di loro – particolarmente i georgiani – passarono nelle fine par­tigiane.

«A fine agosto, mentre si aspettavano i rinforzi, arrivò a Domodossola un contingente composto di georgiani e di polizia tedesca. Detto contingente operò una puntata in valle Formazza dove si erano già verificati casi di diserzione nei presidi esistenti. .. .Durante tale operazione fuggirono oltre settanta georgiani che andavano a ingrossare le file dei ribelli seco trasportando armi compresi una mitragliatrice pesante ed un mortaio» (2)
 

Mi è subito venuta in mente una delle più belle sequenze del romanzo partigiano di Gino Vermicelli, Viva Babeuf !, dove questo passaggio massiccio dei georgiani fra le file partigiane viene rappresentato attraverso la figura del Capitano Cotny.

Di Gino “Edoardo” Vermicelli ne avevamo parlato, sempre pochi giorni fa, mentre stavamo organizzando una serata sulla Repubblica partigiana ossolana a Cannobio; “si ricordano tanti personaggi, civili e militari, politici e partigiani di quel periodo, ma sembra che di Gino si sia persa un po’ la memoria – ci eravamo detti – … eppure per molti di noi è stato più che un partigiano esemplare, è stato un amico e un maestro”. E Viva Babeuf ! non solo è il più bel romanzo partigiano delle nostre terre, ma uno dei più belli di tutta la resistenza italiana.

 

 

Quando l’editore Tararà, nel 2008, decise di ripubblicare il romanzo di Vermicelli (3), mi chiese di scrivere una nota di presentazione editoriale alla nuova edizione. La ripropongo qui nella versione completa che allora preparai (quella edita fu leggermente tagliata per esigenze di impaginazione) e, di seguito, un articolo pubblicato su Nuova Resistenza Unita in cui ho tentato di esplicitare la sua concezione del “fare memoria” che sta alla base del suo romanzo e del suo personale modo di esser testimone di quegli anni.

In appendice alcune delle pagine di Viva Babeuf ! incentrate sul capitano georgiano Cotny: un incentivo a intraprenderne (o riprenderne) la lettura.

 

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Nota editoriale

Viva Babeuf! uscì a stampa per le nostre edizioni – in collaborazione con la Cooperativa “Manifesto anni ‘80” – nel 1984. Erano passati vent’anni da quando Italo Calvino, nella prefazione alla riedizione del suo primo romanzo (Il sentiero dei nidi di ragno), identificava la narrativa della resistenza con una specifica stagione letteraria, quella del neorealismo, o come lui stesso volle precisare, del “neo-espressionismo”.

edizione 2008

edizione 2008

Nei decenni successivi si è fatta sempre più strada la convinzione come sia del tutto improprio collocare questa narrativa (e più in generale la letteratura legata alla resistenza) all’interno di una categoria, un genere letterario, una cifra stilistica specifici.

Questo non ci impedisce, quando parliamo di “letteratura della resistenza” di introdurre un criterio distintivo ancor oggi pertinente: quello del riferimento, o meglio, della centrale e concreta presenza in queste opere della diretta esperienza dell’autore; la trasposizione letteraria può dar vita a personaggi, dialoghi, situazioni e vicende di invenzione ma tramite ed oltre questi c’è un vissuto in prima persona che ripropone in tutta forza la sua presenza.

 

Ed è proprio l’esperienza diretta di questi autori che rivive nella loro narrazione ad introdurre un primo elemento di specificità e differenziazione. Non c’è resistenza se non legata ad un preciso territorio; non solo città, pianura, laguna, collina o montagna, ma proprio quello specifico spazio geografico ed umano.

Come ricorda Rossanda nell’introduzione, la notorietà dell’esperienza partigiana ossolana era già alta durante la guerra e crescerà nei decenni successivi; ma sino all’84 questa esperienza non aveva trovato una sua trasposizione letteraria se non nel breve racconto memorialistico di Franco Fortini (Sere in Valdossola). Viva Babeuf! è allora in primo luogo il romanzo della resistenza ossolana o, volendo precisare, dei monti tra la Valstrona e il versante occidentale dell’Ossola. Questo il paesaggio, soprattutto umano – le donne e gli uomini di quei paesi e di quegli alpeggi con la loro saggezza antica ed il loro spirito comunitario –, che incornicia la narrazione.

 

Il secondo elemento distintivo richiama il quando (e “a chi”) della scrittura e pubblicazione dell’opera. Se negli anni quaranta e i primissimi anni ’50 prevale quella che Calvino individuava come collettiva e reciproca “smania di raccontare” fra chi aveva partecipato alla stagione della liberazione e nel contempo quale difesa della resistenza dai detrattori che ben presto imperversarono, nelle opere successive sembra prevalere una maggior attenzione e differenziazione letteraria, un maggior distanziamento che può assumere o il taglio epico di un Fenoglio o quello antiretorico, antieroico ed ironico di un Meneghello in implicita polemica con ufficialità ed agiografia di molte celebrazioni.

In Viva Babeuf!, che Vermicelli scrive esplicitamente per i giovani degli anni Ottanta (e non solo), la memoria partigiana rivive attraverso la sensibilità maturata nelle lotte dei due decenni precedenti: la dimensione personale e la differenziazione fra i generi, la sessualità, la rivitalizzazione dell’ideale antico di eguaglianza e, non ultimo, lo spirito libertario, antigerarchico ed antimilitarista. “Possono fare come vogliono, combattere o scappare. … Sono liberi di scegliere come non lo è mai stato nessun soldato” … Cotney si convinse che se la guerra era la cosa peggiore, farla come la facevano i partigiani era il modo migliore.

Vi è soprattutto la voglia di far emergere la vitalità, la gioia di vivere di chi ha vissuto quell’esperienza. Alla domanda (retorica) “Se ne è valsa la pena”, in un’opera collettiva sulla resistenza curata da Aldo Aniasi, Vermicelli risponderà: “Veramente la pena non ci fu, se per pena s’intende tormento dell’anima, sofferenza morale. … il tutto era vissuto in un’atmosfera di vivace allegrezza. Il fatto è che avevamo vent’anni ed eravamo convinti che stavamo cambiando il mondo”.

Sta forse qui la distanza maggiore di Viva Babeuf! con la più parte della letteratura partigiana: da quella che Giovanni Falaschi, in una antologia (La letteratura partigiana in Italia 1943 – 1945) uscita pochi mesi prima del romanzo di Vermicelli, chiamava “tragicità e cupezza” di quei testi. Tragicità che ritroviamo anche in molti scritti successivi, magari esplicitata, anche in autori che hanno scelto una scrittura lieve ed ironica, come irrisolto senso di colpa. “In fondo non è colpa nostra se siamo ancora vivi” dirà ad esempio, en passant, Meneghello ne “I piccoli maestri”.

Vermicelli vuole soprattutto narrare quella voglia di vivere e di cambiare; la tragicità della guerra certo c’era, la morte era nelle cose, era messa in conto, ma ce ne parla sempre in modo indiretto, con estremo pudore sia che si tratti della morte dei “loro” che di quella dei “nostri”. L’attenzione è altrove.

 

Narrare. Qui troviamo il terzo elemento distintivo, quello propriamente letterario: le scelte di scrittura e di strutturazione del testo. Proprio perché qui valgono in primo luogo gli orientamenti e i gusti dei singoli autori e, più in profondità la specifica formazione e le personali frequentazioni di lettura, ogni autore è tendenzialmente un caso a sé. Più difficile trovare, almeno nei più significativi, delle costanti. Forse un elemento ricorrente lo ritroviamo nella mescolanza di lingue e linguaggi, sia perché la guerra di resistenza mise fianco a fianco la popolazione civile con i suoi dialetti, con partigiani dalle più svariate provenienze regionali, sociali e culturali, non escluso un buon numero di militari stranieri; sia perché l’antifascismo più o meno consapevole si “abbeverava” spesso di autori stranieri. In alcuni casi questa mescolanza poteva diventare scelta stilistica o, come in Fenoglio, vera e propria sperimentazione letteraria.

Non è il caso di Vermicelli. Certo troviamo il dialetto delle valli e talora il francese, ma in funzione direttamente narrativa; quello che troviamo nello stile della sua opera è soprattutto il “piacere di raccontare”. Chi lo ha conosciuto direttamente sa che Gino era un grande narratore; piccoli episodi, talora poco più che aneddoti, che, qualunque fosse l’uditorio (amici, studenti, giovani o adulti, militanti politici …), erano grado di incantare gli astanti e di trasmettere il suo senso profondo della vita. Di questa oralità narrativa troviamo traccia in più di un episodio del romanzo, ma soprattutto vi ritroviamo una strutturazione narrativa “classica” che probabilmente trova radice nelle letture giovanili del giovane autodidatta emigrato in Francia: i grandi romanzi della letteratura Francese e Russa in particolare. L’intreccio non solo sovrappone attori e osservatori, partigiani e popolazione civile ma ci porta anche dal “nemico”, dall’antagonista tedesco facendoci conoscere il suo, se non realistico, almeno plausibile, punto di vista. Mille miglia dalla frequente estremizzazione negativa (letteraria e più spesso filmica) a cui siamo abituati; anzi quasi un’ironica e benevola commiserazione per chi, nonostante tutta la sua forza distruttiva e, magari, la sua intelligenza, è destinato alla sconfitta.

 

C’è una citazione dal romanzo che abbiamo voluto anteporre alla postuma autobiografia di Vermicelli (4) per la sua capacità di rappresentare il suo percorso di vita (citazione spesso ripresa anche in ambiti del tutto diversi dal contesto originario come può confermare una rapida ricerca su internet) e che ci sembra analogamente chiarire la cifra narrativa del romanzo:

“A volte può essere più bello camminare che arrivare… Arrivare non esiste, è solo un momento del cammino”.

Dall’ultima neve della fine di marzo alla prima neve del successivo ottobre, da una fuga (uno sganciamento) ad una ancor più drammatica fuga e sganciamento per ri-trovare rifugio idoneo al proprio insediamento. Il camminare e la sua circolarità strutturano il romanzo, la vita del partigiano e, ad un livello più alto, il percorso storico perché “Ovunque uno vada, se non è l’ultimo viaggio, dovrà sempre ripartire.” Circolarità perché ogni arrivo sarà una partenza e perché ogni viaggio è un riprendere ciò che, noi od altri prima di noi, si era cominciato; così come altri, dopo di noi, se vorranno, potranno riprendere.

 

Convinti della permanente attualità e vigore letterario del suo romanzo partigiano, ci è parso non inutile, a dieci anni dalla scomparsa di Vermicelli e a ventiquattro dalla prima edizione, proporlo oggi a nuovi lettori, non escludendo, per chi già ha usufruito della prima edizione, il piacere di una rilettura.

 

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“Edoardo” e la memoria della Resistenza

da Nuova Resistenza Unita n. 3, maggio-giugno 2008

Dieci anni fa, la mattina del 21 maggio 1998, Gino Vermicelli ci ha lasciato. Due giorni dopo le esequie alla Casa della Resistenza.

"Edoardo" Vermicelli nel 1945

“Edoardo” Vermicelli nel 1945

Il tratto comune di quanto in quei giorni è stato scritto e di quanto quel pomeriggio a Fondotoce à stato ricordato è il “suo stile”, il suo tratto antieroico ed antiretorico, la sua ironia quasi tesa ad alleggerire e schernire la consistenza di un impegno e d’una fedeltà ideale mai venuta meno. Non a caso solo alla fine del suo percorso di vita si è lasciato convincere a rilasciarne una testimonianza compiuta.1

Potremmo parlare del partigiano, del dirigente politico, del pacifista, dello scrittore o magari – lui l’apprezzerebbe molto – dell’apicoltore. Voglio qui solo sottolineare alcuni aspetti del suo modo di porsi nei confronti della memoria della Resistenza.

Fino al 1984, nonostante le sue numerose collaborazioni ed interventi (Vie Nuove, Il Siciliano Nuovo, La lotta, il manifesto, La classe operaia …) Gino non ha scritto molto sulla resistenza; campeggia la sua lucida cronaca della battaglia di Megolo, pubblicata in più occasioni. Per il resto prevale un certo riserbo.

In una lettera del 1975 così si esprime:

“Sulla resistenza si è scritto molto, qualche volta bene, ma volte malamente; io credo che non serva una immagine agiografica della resistenza. Se, leggendo la nostra storia, i giovani ne ricavassero la sensazione che allora esistevano degli uomini buoni, generosi, immacolati, in lotta contro il male, non ne ricaverebbero nessun insegnamento e nessuna speranza, giacché, guardandoci attorno, di uomini «generosi ed immacolati» ne vedono ben pochi. Così facendo la resistenza rimane una immagine fuori dalla realtà e dalla comprensione delle nuove generazioni.

Invece la storia non è stata quella. Il trasformare i residui dell’esercito italiano in una nuova forza armata è stato un travaglio complesso pieno di contraddizioni, con alti e bassi, sconfitte e vittorie. Noi quel travaglio lo abbiamo vissuto, e ne siamo usciti abbastanza bene. In tutta coscienza io penso che la nostra seconda divisione Redi sia stata una buona formazione, con un livello sufficiente di auto­disciplina, con rapporti corretti con la popolazione, una capacità di combattimento sufficiente. Tutto ciò è stato costruito con fatica, superando ogni giorno una ‘grana’ o difficoltà, ma riuscendo a fare prevalere pian piano le tendenze migliori.

Se riusciremo a raccontare queste cose, potremo destare qualche interesse . …” 2

 Troviamo qui, in nuce, il progetto di Viva Babeuf! 3

Raccontare (non solo ricordare o ricostruire) in quanto la narrazione, diversamente dal memoriale e dal saggio storico, permette al lettore di rivivere tridimensionalmente (vicende, emozioni e sentimenti, pensieri e riflessioni) e al narratore di condensare in un breve arco temporale e in specifici personaggi (insomma in una “storia”) la complessità degli eventi. “Questa è una storia da raccontare”4 diceva talvolta Gino e chi lo conosceva sapeva che di lì a poco, insieme ad un curioso episodio piacevolmente ed ironicamente narrato, sarebbe stato compartecipe di un grande insegnamento.

Raccontare ad esempio come il timido e timoroso Pippo si trasformi in un partigiano coraggioso e rispettato. Più in generale come persone eterogenee (il cattolico, il comunista, l’ebreo, l’impiegata, la contrabbandiera, la mondina, l’universitario, l’operaio, il montanaro, il nobile monarchico …) unitisi un po’ per scelta e più spesso per caso, si incontrino, talvolta scontrino e, all’interno della crudeltà bellica, si trasformino vicendevolmente ponendo le basi per una convivenza basata sul rispetto e la responsabilizzazione di ciascuno. Come un ideale di eguaglianza di origini antiche possa concretizzarsi nella vita quotidiana di una formazione laddove anche chi non porta le armi (il cuoco, la staffetta, l’addetto/addetta al servizio informazioni) abbia lo stesso peso e considerazione del partigiano armato.

Narrare ai giovani di oggi (del 1984 e non solo) il che comporta una riattualizzazione linguistica e soprattutto il saper filtrare gli eventi di allora attraverso le sensibilità delle generazioni degli anni settanta e ottanta (la dimensione personale, il rapporto e le diseguaglianze fra uomini e donne, la sessualità, la costruzione di un potere condiviso, non autoritario…) facendo rivivere, al di là della tragicità del contesto, come “il tutto era vissuto in un’atmosfera di vivace allegrezza. Il fatto è che avevamo vent’anni ed eravamo convinti che stavamo cambiando il mondo5: il sentire collettivo di essere parte attiva del corso positivo della storia.

Questa capacità narrativa e pedagogica di riattualizzare la dimensione profonda (ideale ed emozionale) della resistenza trovava espressione, soprattutto dopo la pubblicazione del romanzo, nei numerosi incontri che Vermicelli ebbe con gli studenti sia di scuole elementari che medie, superiori ed universitarie. Il suo modo di porsi creava immediatamente un clima di attenzione e rispetto; a tutti rispondeva con chiarezza ricostruendo la dimensione quotidiana della lotta di liberazione attraverso piccoli episodi ricchi di implicazioni. È anche in uno di questi incontri che rende esplicito il meccanismo narrativo del romanzo:

I personaggi del libro sono parzialmente veri e parzialmente inventati … e parzialmente messi insieme. Voglio dire … il Simon non sono io, il Simon sono io più un altro che si chiamava Andrea Cascella e che era il comandante militare; (…)Erano due persone diverse; io le ho fuse in un unico personaggio, in Simon; ne ho creato un carattere unico … I miracoli della scrittura!”6

 

Mirko Scrittori, Andrea Cascella e Gino Vermicelli

Mirko Scrittori, Andrea Cascella e Gino Vermicelli

Questa attenzione ad una attualizzazione della memoria della resistenza attraverso modalità comunicative al passo coi tempi e con un occhio di riguardo ai giovani lo ritroviamo nell’attenzione che Vermicelli diede al ruolo della Casa della Resistenza. Nel ‘91, in un articolo a sostegno della proposta di legge regionale per la “Casa della resistenza” di Fondotoce, presentata da Vittorio Beltrami, tra l’altro afferma:

 “A Novara esiste l’Istituto Storico della Resistenza ‘Piero Fornara’ che continue­rà ad essere, per scelta delle organizzazio­ni dei partigiani e degli Enti aderenti al Consorzio, l’unico Istituto Storico della guerra di liberazione per l’alto e il basso novarese. A Fondotoce, la ricca e preziosa documentazione accumulata a Novara in decenni di attività potrà, con l’uso delle tecnologie esistenti, essere comunicata a chi, soprattutto nelle giovani generazioni, vorrà conoscere e giudicare dai fatti la storia di quegli anni.” 7.

E quando, attraverso vicissitudini, stalli e passi avanti la “Casa” è finalmente costruita (ma non ancora collaudata ed arredata), la preoccupazione di Gino è volta al futuro. Per sua iniziativa ci trovammo nel settembre 1997, in una libreria di Verbania, con lui, Maierna, alcuni insegnanti e competenti di nuove tecnologie per ragionare su proposte idonee “alle nuove generazioni”. “Non deve diventare un museo di cimeli” ripeteva. Da quegli incontri nacque una bozza di Progetto di “Centro Multimediale della Casa della Resistenza” (novembre 1997) che costituì il primo abbozzo di quello che, negli anni successivi, sotto la guida di Mauro Begozzi e la progettazione dell’architetto Terranova, si strutturerà come Centro Storico multimediale e Galleria della Memoria.

 

Vermicelli espresse più volte un cruccio: “Perché da noi il 25 aprile non costituisce una gioiosa festa collettiva di tutto un popolo, come lo è per tutti i francesi il 14 luglio, a ricordo dell’inizio della Rivoluzione? Anche da loro c’erano i ‘vandeani’, eppure …”.

Fin quando non avremo un 25 aprile di festa e non solo di celebrazione, significherà che il lavoro di memoria della Resistenza non avrà ancora superato il crinale di una condivisione collettiva senza possibilità di ritorno.

 

“Ho anche sempre sostenuto che ogni resistenza, anche armata, non è militare, poiché nessuno può ordinarti di fare ciò che non vuoi e perché vi è ammesso anche chi decide di non portare armi. Ha saputo narrare benissimo questa complessa vicenda Gino Vermicelli nel suo Viva Babeuf! indimenticabile libro di un indimenticabile compagno coraggioso intelligente tenero e ironico.”

Lidia Menapace

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  1. G. Vermicelli, Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita, Tararà, Verbania 2008.
  2. Lettera a Cafiero Bianchi (Fiero) pubblicata in Un paese nella storia, Casale Corte Cerro 1982 (ristampa 2005).
  3. G. Vermicelli, Viva Babeuf!, Margaroli – Coop. “Manifesto anni 80”, Verbania – Roma 1984. Riedito in occasione del decennale della morte dall’editore Tararà (Verbania 2008).
  4. Ivi, p. 52.
  5. in Aniasi A. (a cura), Ne valeva la pena. Dalla Repubblica dell’Ossola alla Costituzione italiana, M&B Publishing, Milano 1997, p. 141.
  6. Babeuf, Togliatti e gli altri cit., pp. 227-228.
  7. “Sosteniamo in ogni sede la proposta di legge regionale per la “Casa della resistenza” di Fondotoce” in Resistenza Unita, A. 23, n. 12, dic. 1991, p. 3.

 

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edizione del 1984

edizione del 1984

 

[ Il capitano Cotny ] (5)

 Quella mattina del 14 Agosto, verso le undici, il capita­no Cotny decise di andare dal barbiere. Farsi radere era un momento di piacere, con quel barbiere di Premosel­lo. Ci sapeva veramente fare. Gli insaponava ben bene il volto con un pennello morbido, bagnato nell’acqua calda per poi raderlo con un rasoio così affilato che sembrava gli accarezzasse il viso. Infine gli appoggiava sulla faccia rasata un asciugamano tiepido e umido. Mentre lavorava parlava e parlava. Cotny non conosce­va molte parole di italiano, forse un centinaio. Dei di­scorsi del barbiere non capiva una sola parola, però gu­stava la musicalità di quella parlata. Gli piaceva anche vedere dallo specchio la gente che passava nella via.

Vista dallo specchio, la gente era diversa. Quando Cotny camminava nella piazza, quelli che incrociava apparivano tutti piuttosto inquieti, se non addirittura spaventati. Abbassavano lo sguardo, si scansavano per lasciargli il passo, smettevano di parlare quando si avvicinava. Nello specchio era diverso. Vedeva la gente salutarsi, sorridere, parlare e scherzare. E tutto ciò gli ricordava la sua città, in Georgia.

Il primo giorno si era portato la Maschinepistole, ma ora veniva dal barbiere con la sola rivoltella, nel fo­dero sul fianco. La caserma era appena a trenta metri. Quella mattina, dopo averlo ben rasato, e anche incan­tato con la sua parlantina incomprensibile, e mentre gli dava i soliti due colpi di spazzola al bavero della divi­sa, il barbiere gli disse, scandendo bene le sillabe:

– Domani è chiuso.

Cotny conosceva quelle due parole, quindi recepì il messaggio. A sua volta disse una delle parole del suo scarso repertorio di italiano:

– Perché?

– Festa. Domani è festa. Ferragosto.

Capiva anche la parola festa. Ma l’ultima proprio non la conosceva.

– Ferarosto?

– No, ferragosto … – E il barbiere andò verso il muro per indicargli il calendario.

Il giorno 15 era scritto in rosso, a differenza degli al­tri, scritti in nero.

Al suo paese il 15 Agosto non era giorno di festa, ma vi erano altre date in cui si festeggiava. Avrebbe vo­luto chiedergli cosa si onorava con quella festa, ma non era in grado di fare un discorso così complicato. Si limitò a chiedere:

– Danzare?

Il barbiere gli rivolse un sorriso e cominciò a parlare nella sua lingua melodiosa. Gesticolava ed indicava i monti. Poi si ricordò che l’altro non capiva e cercò di riassumere, aiutandosi coi gesti:

– Prima guerra, ante-guerra, danzare su montagna. ­E indicava le montagne.

– Adesso, no? – chiese Cotny.

– Adesso no, paura.

– Paura partigiansi?

L’altro abbassò lo sguardo. Non sorrideva più. Disse: – Paura guerra.

Cotny pagò ed uscì. Davanti alla Casermetta, sulla strada nazionale, due dei suoi uomini stavano tentan­do di parlare con una fanciulla bionda e anche belli­na, che si era fermata lì, con la sua bicicletta, un pie­de a terra e l’altro sul pedale. Erano due ganimedi del Plotone Comando, di quelli che preferiscono dare l’assalto alle donne piuttosto che al nemico.

Nella mente di Cotny passarono rapidi alcuni pensie­ri: che le donne brune della Georgia sono più belle delle italiane; che però le bionde sono più attraenti. Girò lo sguardo, per dare un’altra occhiata alla ragaz­za, ma quella se ne stava già andando, spingendo for­te sui pedali.

«Anche quella ha avuto paura di me,» pensò, un po’ amareggiato.

Si avviò verso i suoi, davanti alla caserma. Quelli gli facevano dei cenni che sembrava volessero dire: «rientrate subito».

Oltre la soglia della casermetta gli spiegarono che quella ragazza aveva detto che tutt’attorno era pieno di partigiani.

Cotny mise il plotone in stato di allarme e controllò se il telefono funzionava, poi si ritirò in quello stanzino chiamato ufficio, dove aveva un tavolo e due se­die; accese una sigaretta e attese che succedesse qual­che cosa.

Senza che lo volesse, i suoi pensieri tornarono alla festa del 15 Agosto. Come si può andare in montagna in un giorno di festa? Saranno quelli della montagna che vengono in paese. Ma qui è tutto diverso. Co­struiscono più case sui monti che nei paesi.

Si alzò e andò a prendere le sue carte topografiche nel­la borsa. Dopo averne aperta una sul tavolo, la esa­minò ancora una volta con attenzione minuziosa. Non vi era un chilometro quadrato di montagna senza un alpeggio. Qualche volta ve ne erano anche due o tre. Fece il conto del numero di quadretti che sulla carta corrispondevano a chilometri quadrati e giunse al da­to che cercava.

«In questa valle e quelle laterali, vi saranno oltre mil­le alpeggi,» pensò.

Guardando ancora attentamente la cartina, scorgeva la fitta ragnatela di sentieri che percorrevano quei monti, ovunque. Quelli che univano i gruppi di baite tra di loro e quelli che riconducevano ai paesi. Poi, esaminando ancora la carta, individuava dappertutto boschi, vallate, costoni.

Rimettendola a posto nella borsa, ebbe come un ge­sto di irritazione e pensò:

«Il maggiore Schultz è proprio matto. Vorrebbe che scovassimo i partigiani in quel labirinto. Ma non ca­pisce che sono loro che stanno scovando noi?»

Era già passata mezz’ora dal momento della messa in allarme del plotone, ma non era successo niente. Sembrava addirittura una giornata più calma delle al­tre. Nei giorni precedenti, erano stati chiamati più volte a causa di colpi di mano dei partigiani. Coi suoi uomini era accorso con urgenza nella zona, arrivando sempre troppo tardi.

«Sono loro i gatti e noi i topi, caro Maggiore Schultz,» pensò ancora.

Si recò poi nel camerone, formò due pattuglie con l’ordine di perlustrare i boschi e i campi attorno al paese. Egli stesso si mise alla testa di dieci uomini per controllare le campagne a Sud di Premosello.

Nei prati incontrarono qua e là uomini anziani e don­ne che falciavano o rastrellavano il fieno.

– Visto partigiansi? – chiedeva loro Cotny, con atteg­giamento minaccioso.

– No, non abbiamo visto nessuno, – rispondevano in­variabilmente quelli.

Fece percorrere alla sua pattuglia un arco attorno al paese. Non vi erano partigiani, né nessuno ne aveva mai visto uno.

Poco prima di rientrare, in un prato già nei pressi del­le case di periferia, scorse un vecchio ed una vecchia che consumavano il loro pranzo, seduti all’ombra, al margine di un boschetto. Cotny scavalcò un muretto di beole per raggiungerli. Faceva caldo. L’uomo era rosso in volto per il caldo e il sole che aveva preso, falciando. I due lo guardarono con il solito sguardo timoroso che ben conosceva.

Giunto a pochi metri dai vecchietti, Cotny pensò che aveva attraversato quel prato proprio per niente, da stupido, tanto la risposta la conosceva già: «non ab­biamo visto nessuno.» Allora si avvicinò ancora ai due e chiese:

– Domani festa?

L’espressione del volto dei due vecchi cambiò subito. Gli sorrisero, rispondendo:

– Sì, domani è festa, è ferragosto.

E il vecchio, allungando una mano verso il cespuglio, alla sua destra, tirò fuori un fiaschetto e un bicchiere e disse:

– Bevete con noi …

Cotny tracannò un bicchiere di vinello piuttosto tiepi­do, salutò e se ne andò dai suoi.

Dopo essere rientrato alla casermetta, chiamò i due ganimedi che avevano parlato con la ragazza bionda e disse loro:

– Quando vi capiterà quella bionda, portatela da me. Prese poi il telefono, chiamò il presidio di Vogogna paese e parlò a lungo con il tenente che lo comandava. Parlava in georgiano molto stretto, ben sapendo che i tedeschi, che disponevano solo di un interprete di russo, anche se lo avessero intercettato non avreb­bero mai potuto capire quel che diceva. Fece altre due o tre telefonate, sempre in georgiano, ed andò a rinfrescarsi.

La ragazza bionda non passò il giorno dopo, ma fu pescata il 16.

I due ganimedi la invitarono, con il massimo di genti­lezza di cui erano capaci.

– Parlare con capitano. Ordine, – dissero.

– No, io dentro non ci vengo, – protestava la ragazza.

– Tu venire. Non paura.

Cotny la fece sedere sulla seconda sedia che c’era nello stanzino, lasciando aperta la porta.

– Tu visto partigiani ieri … secondo?

– Sì, l’altro ieri ho visto tanti partigiani. È vero.

– Io non visti. Perché?

La ragazza cercò di spiegare, un po’ con le parole e un po’ con i gesti che i partigiani quando vedono una donna, saltano fuori, ma se vedono dei soldati, si ac­quattano. E ci riuscì

– Noi fatto giro. Loro non sparare. Perché?

La ragazza si era rinfrancata. Esitò un momento pri­ma di rispondere a quella nuova domanda, poi disse, parlando come il georgiano, per essere capita:

– Voi non cattivi, forse.

Allora Cotny aprì il cassetto del suo tavolo. Ne tirò fuori una scatola di sigarette tedesche: una di quelle scatole rigide, di cartoncino bianco. La diede alla ra­gazza e poi le porse anche una matita, e disse:

– Tu scrivere …

– Io, e perché?

– Io non scrivere italiano. lo scrivere così. .. – e scrisse in cirillico, in un angolo della scatola, «bella bionda». – Tu scrivere: «parlare con Georgiani.»

La ragazza scrisse quella frase, senza comprendere. Ma Cotny continuò:

– Quando incontrare partigiani, dare sigarette a capo.

– E la accompagnò sino alla porta della casermetta.

Subito dopo, chiamati col telefono, Cotny e i suoi do­vettero intervenire ad Ornavasso, dove era stata mi­tragliata una macchinetta tedesca. Per stare alle di­sposizioni del maggiore Schultz, portò i suoi uomini sulla montagna, sino al Boden sul camion e poi a pie­di sino alla Capanna Legnano. Camminando in quei boschi, Cotny pensava:

«Se volessero ammazzarci tutti, lo potrebbero fare ad ogni passo. Schultz è proprio un asino».

Tornarono tardi alla casermetta. La mattina dopo, in un momento di tranquillità, Cotny andò a farsi radere. Il barbiere lo aveva appena avvolto in quella specie di tovaglia che gli metteva addosso prima di insapo­narlo, quando nello specchio vide una ragazza in bi­cicletta fermarsi davanti alla bottega. Non era la bionda che conosceva, era una brunetta esile con occhi nerissimi e vivacissimi. La brunetta entrò dal bar­biere, posò un oggetto bianco sulle ginocchia del Georgiano e uscì, il tutto in pochi secondi. Cotny non aveva avuto nemmeno il tempo di districarsi dal suo telo. Guardò quella cosa bianca: era la sua scatola di sigarette. Tirò fuori una mano, prese il pacchetto, lo rigirò e vide una nuova scritta.

– Cosa scritto? – chiese al Barbiere. Quello lesse:

– Parlare con Georgiani …

– Dopo?

– Questa sera o domani sera alle ore venti nel prato del vecchio col vino.

– Leggere, piano.

Il barbiere rilesse quella frase lentamente, poi restituì la scatola a Cotny, dicendo:

– Ci sono due altre parole che non capisco.

– Io capire, tu fare barba!

Sembrava un invito perentorio, da uomo irritato. Ma guardando Cotny nello specchio, il barbiere non ebbe dubbi. Più che irritato, il Georgiano appariva contento.

 

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Note

  1. Giulio Maggia, La repubblica dell’Ossola. Aspetti militari, in Le zone libere nella Resistenza italiana ed europea. Relazioni e comunicazioni presentate al Convegno internazionale di Domodossola. 25-28 settembre 1969, ISRN, Novara 1974. p. 150.
  2. Relazione sui fatti di Domodossola, del comandante la 7′ compagnia della brigata nera «A. Cristina», 12 settembre 1944. (ISRN, microfilm 112556-58. L’originale si trova a Washington, Archivi nazionali).
  3. Gino Vermicelli, Viva Babeuf ! Romanzo. Prefazione di Rossana Rossanda, Tararà, Verbania 2008.
  4. Gino Vermicelli, Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita. Prefazione di Valentino Parlato, Tararà, Verbania 2000.
  5. pp. 192 – 199 (ed. 2008)

Rivivere la storia con gli occhi dei bambini

Oltre dieci anni fa, per l’esattezza il 14 febbraio del 2004 a Palazzo Flaim, durante il Convegno Nino Chiovini. Il tempo, lo spazio, la memoria, è stato presentato  dalla Scuola elementare di Torchiedo il “corto” La fiùm racconta”, video in cui i bambini interpretavano con fresca naturalezza alcuni passi e personaggi tratti dalle opere di Chiovini.

 

La storia a scuola  2

La fiùm racconta (2003)

 

Era il primo lavoro del “Laboratorio di cinema” della Scuola Primaria “Rodari” che da allora ha ininterrottamente lavorato con una formula estremamente efficace: la nostra storia locale, la spontaneità dei bambini nell’interpretare personaggi e situazioni, una regia originale in grado di valorizzare al massimo quel connubio.

È stata anche la risposta dell’équipe di insegnanti a chi ha pensato di mettere ai margini la storia contemporanea nella formazione degli scolari delle elementari.

 

Menù del DVD "La storia a scuola" con i video realizzati da 2003 al 2013

Menù del DVD “La storia a scuola” con i video realizzati da 2003 al 2013

 

Numerosi i premi e le gratificazioni (compreso un incontro con il Presidente della Repubblica e un viaggio premio) per le otto produzioni che si sono realizzate nel corso degli anni.

Anche quest’anno la soddisfazione non è mancata con la premiazione de “La memoria dei giusti” –realizzato nell’anno scolastico 2012-2013 – nel concorso indetto dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino. Riporto di seguito il comunicato delle insegnanti.

Nel frattempo attendiamo di poter assistere al loro ultimo lavoro che, in concomitanza del 70° anniversario dell’eccidio di Fondotoce, è dedicato alla memoria dei 43 partigiani che sono stati fatti sfilare da Villa Caramora e portati alla morte sui bordi del canale che unisce il Lago di Mergozzo con il Lago Maggiore.

 

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Scuola Primaria Statale “G. Rodari”Torchiedo

Laboratorio di Cinema

 

La memoria dei giusti (2013)

La memoria dei giusti (2013)

 

“L’unicità della Shoah è proprio questa. Che milioni di persone siano state fatte viaggiare per migliaia di chilometri per essere portate a morire. Se li avessero presi messi al muro e fucilati sul posto, sarebbe stata una delle tante stragi degli eccidi che purtroppo le guerre comportano. Ma questa organizzazione sistematica, industrializzata della morte, dove a volte tre generazioni della stessa famiglia scomparivano nello stesso istante. Questa è l’unicità della Shoah”.

(Dall’intervista ad Adriana Torre Ottolenghi realizzata dagli alunni del laboratorio di cinema nella sinagoga di Casale Monferrato, novembre 2012).

Anche quest’anno il lavoro è stato premiato con la vittoria di due premi prestigiosi al concorso “Filmare la storia” indetto dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino:

  • il premio “Paolo Gobetti” per la sezione Scuole Primarie
  • il premio speciale “25 aprile – Anpi”.

Il cortometraggio vincitore, dal titolo “La memoria dei giusti”, è stato realizzato nell’anno scolastico 2012/2013 dagli alunni e dalle insegnanti del Laboratorio di Cinema della Scuola Primaria “G. Rodari” di Torchiedo dell’Istituto Comprensivo Verbania Trobaso.

Si ringraziano per la preziosa collaborazione: Lorenzo Camocardi per la regia e il montaggio, Renato Pompilio per le musiche originali e le signore Adriana Torre e Maria Luisa Ferrari per le loro testimonianze di vita.

Il cortometraggio realizzato è classificabile come “docu-fiction”. Attraverso un’intervista si è raccolta l’esperienza di una bambina ebrea che, con la sua famiglia, durante la guerra è fuggita, dall’imminente deportazione in campo di concentramento, grazie all’aiuto della maestra Anna Bedone di Trarego. La storia di Adriana ha stimolato la scrittura di una sceneggiatura per far rappresentare direttamente ai bambini alcuni episodi della drammatica esperienza personale, che riguarda tutta l’umanità.

La conoscenza, l’analisi e la comprensione, anche di fatti della storia quasi indicibili, sono un dovere fondamentale che spetta a tutti. Gli educatori devono accompagnare i bambini, per i quali la tutela e la delicatezza sono un obbligo, nell’affrontare argomenti così difficili. Occorre trovare il modo, le parole e le più variegate strategie didattiche, per iniziare un approccio alla storia e alla memoria.

Quest’anno per il settantesimo anniversario della strage di Fondotoce il Laboratorio di Cinema ha realizzato un nuovo cortometraggio commemorativo.

Verbania 29/5/2014

Nives Cerutti e Mariella Nasini

 

 

Scuola, Territorio, Memoria nel ricordo del Professor Franco Bozzuto

Credo che si possa affermare che ogni scuola, più che dall’edificio che lo ospita, sia rappresentata dalle persone che vi hanno lavorato e vi lavorano: studenti, docenti, personale.
E dalle loro storie

Franco Bozzuto, 2003

Sabato 7 giugno 2014

ore 14.30

Aula Magna – Istituto Cobianchi

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Ricordo Franco Bozzuto

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Los cerros y las lagunas. I monti e le acque (1)

Dopo la pubblicazione di El brujo y el diablo proseguo con la traduzione di miti e leggende ecuadoregne. Sono tratte, anche in questo caso, da un testo bilingue, in quechua e spagnolo, che costituisce una vera e propria antologia di “letteratura orale quechua” [1] suddivisa per tematiche.

Ritroviamo qui, tra i vari monti, anche un “personaggio” già incontrato nel precedente mito, la montagna sacra Imbabura, qui in una dimensione meno sacrale che ci fa anche conoscere la sua famiglia: la moglie Cotacachi e il figlio Yana-Urcu. Di quest’ultimo abbiamo due versioni della sua nascita.

 

Come il Padre delle montagne distribuì le acque

 In tempi remoti i monti a noi confinanti erano dei veri dormiglioni. È per questo che nessuno di quelli che si trovano nei dintorni possiede acqua.

Un giorno, mentre il Padre dei Monti stava distribuendo le acque, i nostri monti restarono addormentati e, in castigo per questo, ne restarono senza.

Il Monte Manquihua, il Catihua, le valli del Chulcu, le boscaglie del Pasha e altri ancora, oggi hanno acque per non esser incorsi in questa negligenza.

L’alto monte di Quinlli riuscì ad ottenere una laguna.

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Anche due alti monti, il Colta e il Nitón Cruz, non hanno acqua. Questo è ugualmente dovuto alla loro negligenza.

Proprio per questo, ancora ai nostri giorni, non abbiamo acqua per colpa della indolenza delle montagne. Al contrario tutte quelle che risposero alla chiamata la possiedono. Per quelle del nostro circondario nemmeno una goccia.

 

Idilli del Monte Imbabura

 Nei tempi antichi, quando l’Imbabura era ancora adolescente, fece amicizia con i giovani monti e le giovani montagne dei suoi dintorni. Gli uni e gli altri percorrevano queste terre facendosi visita reciprocamente. In una delle sue numerose escursioni, il giovane Imbabura si incontrò con una giovane montagna che si chiamava Cotacachi. Alla sua vista il giovane Imbabura si sentì investito da una indescrivibile felicità e decise di conquistarla.

Crebbe una grande amicizia tra il giovane Imbabura e la giovane Cotacachi. Di continuo li si vedeva passare insieme per la campagna, contemplando le bellezze della natura. Finché, un giorno, egli le disse:

– Desidero farti mia sposa.

Affermazione alla quale ella rispose affermativamente dicendogli:

– Anch’io desidero che tu sia il mio sposo.

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Da quel giorno l’Imbabura, quando andava a visitare la giovane fidanzata, le portava in regalo un poco della scarsa neve della sua vetta, e a sua volta, ella lo ricambiava con la neve della sua cima.

I due monti si unirono e quale frutto di questa unione apparve, di fianco alla giovane Cotacachi, un piccolo monte che chiamarono Yana Urcu.

Con il passar del tempo l’Imbabura, ornai carico di anni, incominciò a soffrire di dolori di testa che gli duravano per giorni e giorni. Quale conseguenza di queste sofferenze la sua testa andò coprendosi di nubi bianche che, poco a poco, incanutirono la sua vetta.

 

Imbabura

Imbabura

Cotacachi

Cotacachi

 

Le origini del Monte Yana Urcu

Si dice che in tempi molto lontani, di fianco alla montagna conosciuta con il nome di Cotacachi, vi era una pianura dove era collocata una enorme azienda. Si dice che vi erano mucche da latte, suini, pecore e ogni sorta di animali da allevamento.

Nel mezzo dell’azienda vi era un grande recinto per il bestiame e, in mezzo a questo, una piccola pietra appena appoggiata sopra il terreno e che, con il passar dei giorni, andava crescendo sempre più.

Il proprietario di quelle terre notò che aveva ormai acquisito una mole considerevole e ordinò che la spostassero da quel luogo. Tuttavia la pietra si era ormai tanto abbarbicata al terreno che fu impossibile sgomberarla.

I giorni passarono e le dimensioni della pietra continuarono a crescere e, poco alla volta, andò ad occupare il recinto. Con lo sconcerto del proprietario la pietra, ormai un macigno, continuava ad aumentare di dimensioni, il che lo faceva vivere in continua apprensione.

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Nei giorni e nelle notti seguenti il macigno continuò la sua crescita impedendo al bestiame di restare in quel recinto. Il fazendeiro, di fronte a tutto ciò, preparò altrove un’altra recinzione per il bestiame e trasferì anche la sua abitazione, lasciando che la pietra continuasse tranquillamente nella sua crescita.

Oggi questa “pietra” è conosciuta con il nome di Yana Urcu.

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Montagne vive e “prolifiche”

Arrivando a Quito non si può far meno di notare il vulcano che sovrasta la città: il Pichincha. Vulcano che ha due vette: il Rucu Pichincha (il vecchio Pichincha) e il Guagua Pichincha (il giovane o il piccolo Pichincha). In realtà il Guagua Pichincha è più alto (4.784 metri rispetto ai 4.698 del Rucu Pichincha) ma essendo quest’ultimo più vicino alla città e l’atro essendo parzialmente nascosto dal primo, per effetto ottico pare più alto. Potremmo tradurre il quechua “Guagua” con Junior: infatti una delle cose che ti dicono subito è che il Guagua Pichincha è considerato nella tradizione locale figlio del Rucu. L’eruzione vulcanica del 1999 che ha ricoperto di parecchi centrimetri di ceneri la città fuorisciva dal cratere del Guagua.

Il vulcano Pichincha da Quito

Il vulcano Pichincha da Quito

Ora siccome l’animismo considera in genere animato, vivente, tutto ciò che si muove, ho pensato che la particolarità dei miti quechua di considerare animati e pertanto di personificare non solo gli animali, i fiumi, il vento e le nuvole, ma anche le montagne, fosse legato al fatto che tutte le principali vette del paese siano vulcaniche.

 

Rileggendo i miti sopra tradotti mi è venuta in mente anche un’altra possibile spiegazione. Si parla di montagne che si muovono, che si vanno a far visita l’un l’altra, ma sempre restando “nel circondario”. Ebbene l’effetto visivo di chi si nuove in zone adiacenti a catene montuose – quali le due cordigliere andine che sovrastano la Sierra ad occidente e ad oriente – è quello che le vette lentamente si muovono e che cime tra loro distanti talvolta si avvicinano. Ora per le popolazioni della sierra andina, nella loro visione della natura come un tutto animato, le imponenti cime che costantemente accompagnano i loro movimenti diventano dei personaggi noti, maschili e femminili, anziani e giovani, di cui si conoscono carattere, vicende e parentele. Alcune viste e venerate con rispetto sacrale, altre trattate con più familiarità. Alcune, come quelle del primo mito, più indolenti, altre più attive. Tutte caratteristiche che spiegano le peculiarità delle singole regioni (alcune ad esempio ricche di acque, altre prive), peculiarità che si ripercuotono sugli abitanti di quelle terre.

 

 

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[1] Fausto Jara Y Ruth Loya, Taruca / La venada [La cerbiatta]. Literatura oral quichua del Ecuador, Cedime / Abya – Yala, Quito 1987

La grande bellezza versus la brutta invidia

di Nives Cerutti

 

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Lapparato umano e la grande bellezza

Per tutti coloro che si sono gustati il film, è sorta immediata e automatica la domanda: “Ma qual è la grande bellezza?” e, ovviamente, si è scatenato il gioco collettivo del “Per me, è…”, nella speranza o presunzione che la ricerca possa portare a un insight, di ciò che è la vera grande bellezza.

Ogni risposta, che è sempre quella vera, ha la consistenza dei riverberi e delle risonanze interiori personali. A tutti capita di rintracciare qualche elemento simbolico, magico e denso di emozione, che lega propri contenuti intimi ai personaggi del film, fino al sorgere di un senso di reciproca appartenenza.

L’apparato psichico, molto umano, di Jep Gambardella si muove ed emerge, attraverso il susseguirsi di esperienze oniriche, ricche delle rappresentazioni dei profondi contenuti interiori di un uomo.

Jep si muove come un funambolo che, di tanto in tanto, precipita in realtà altre e raggiunge luoghi abitati da diverse tipologie umane. Le esperienze si snodano, emergono personaggi precisamente caratterizzati, a lui simmetrici e di lui rappresentativi.

La grande bellezza” è un film che prova a maneggiare un dolore dell’anima, nel quale sempre più frequentemente ci s’imbatte oggi. Cerca un modo per una sua elaborazione e per avviare un catartico possibile cambiamento. Tutto attraverso immagini e un racconto onirico, di una bellezza che toglie il fiato.

Quante rappresentazioni umane contiene!

Quanti affetti e quante emozioni, ricchi di sfumature, trovano voce e colore.

La densità dei corpi, delle mani e delle movenze sfrenate nelle feste, rende l’idea del tentativo di dar voce alle tante tonalità dello spirito.

Fra la moltitudine umana che compare nel film, i più interessanti sono i personaggi che descrivono aspetti psicologici, quasi archetipi, del nostro oggi.

 

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Jep

La grande bellezza. Sospeso tra l’innocenza e la depravazione, la superficialità e la profondità. Contraddittorio, seduttivo e bello fino in fondo.

La fidanzata di Romano

La brutta invidia. Astenica cocainomane. Distrugge ogni speranza in Romano seguendo la regola del “Non io, ma neanche tu”.

 

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Romano

L’alter ego di Jep. Ha la consistenza ingenua dell’artista, pieno di speranze, che raggiunge la grande città alla ricerca della possibilità di socializzare la sua arte, ma anche un po’ sedotto dall’idea della notorietà. Smarrito e deluso trova, come unico riparo alla sofferenza, il ritorno alle sue origini anonime.

 Dadina e la colf

Sdoppiata rappresentazione della figura materna, che accoglie sfoghi, ciba e cura l’anima. Forma di “maternage” che si spera continui, che sa prendersi cura dell’eterno bambino dentro di noi e che meno male che c’è perché sostiene una formazione di base interiore claudicante.

Gli amici

Figure sempre presenti, propongono sfaccettate parti della dissoluzione e dello sperpero adolescenziale del talento.

Bambini e monache

Intercalare onirico. Sfondo ricorrente con la consistenza dell’aura. Evocazione dell’innocenza perduta.

Bambina body-pittrice

La guasta infanzia moderna. Il contrabbando della pura creatività innocente monetizzata. Riporta inevitabilmente a pensare agli attuali criteri di protezione e stimolo, nell’accompagnare i nuovi figli nella loro esperienza di crescita.

Performer che vive di vibrazioni

La voce dei soprusi. Figura immonda che porta con sé la tragicità di traumi veri o presunti, che nessuno vuole più ascoltare, ma che inevitabilmente erodono la serenità.

Andrea e Ramona

Due anime delicate. Figure tra le più importanti nel film, rappresentano quegli aspetti più profondamente celati, perché avvertiti a rischio di frantumazione. Incarnano le fantasie della fragilità in bilico perenne tra l’esistere e la dissoluzione senza ritorno.

Paolo Sorrentino ha dato loro voce, evidenziando, senza illusione, la loro precarietà di sopravvivenza, legata al loro destino, quello di avere quasi la certezza, a priori, di soccombere, spesso incompresi.

Piccole persone, come potrebbero essere i bambini, gli adolescenti o quanti abbiano uno spirito tenue. Esistenze costrette a subire eventi traumatici, senza essere amorevolmente protette e rassegnate ad avere legami affettivi distorti da cui non potersi sganciare, per non perdere proprio tutto.

Andrea e Ramona rappresentano le parti più nascoste di Jep. Personificano le sempre più ricorrenti fantasie mortifere che accompagnano le paure di oggi. Richiamano immagini collegate all’idea di follia che alberga in noi, ruminata, nascosta e che potrebbe esplodere improvvisamente. Evocano ipocondriaci e spaventosi pensieri d’inesorabili e stroncanti malattie, che lasciano la vita svolta a metà, senza possibilità di replica.

Troppo spesso riconosciamo in noi un male di vivere che somiglia ai due personaggi. La sua provenienza deriva da un tempo antico senza immagini, di difficile elaborazione, fatto di sensazioni e smarrimenti. Là dove la vitalitàè già sottile, l’esito è un inesorabile collasso.

Il padre di Ramona

L’eterno adolescente, così emotivamente piccolo e incapace di prendersi cura della progenie, sopraffatto da impulsi, mai addomesticati, e incapace di affrancarsi dalle sue eterne dipendenze. Così disadattato che muove nei figli non già l’ovvio odio, ma dolore, e una rassegnata e calma pena.

La madre di Andrea

Gran dama elegante e conoscitrice del galateo. Ha l’emotività di una bambina, l’ingenuità affettiva e qualche perversione polimorfa infantile. Totalmente incapace di sviluppare l’attaccamento materno. Alla ricerca perenne di conferme, non è in grado di mettersi in contatto col proprio frutto.

Stefania lamica intellettuale di sinistra

Schiava femminista moderna. Cliché dell’emancipata che racconta a sé e agli altri delle fatiche quotidiane che le servono per reggere tutti i ruoli rivestiti: donna, moglie, madre e scrittrice. Fa cadere nell’oblio le manovre necessarie a raggiungere gli elevati ideali, e occulta la propria dipendenza, passività e senso d’inferiorità. Messa a nudo è il vuoto.

Il chirurgo plastico

Il burattinaio. Venditore dell’illusione, è il reificatore dell’età. Banditore tipico dei nostri tempi.

Stefano il custode delle chiavi

Uomo difettato, miope e zoppo ma affidabile. Possiede le chiavi dei luoghi della bellezza assoluta, ben custodita e nascosta.

Il funerale

Psicodramma, che ha la funzione di dare il via all’elaborazione dell’idea del limite umano insormontabile, dello sparire senza ritorno.

La giraffa

Sparizione con l’illusione del ritorno, a sostegno della speranza.

Il cardinale

L’abito non fa il monaco. Incarna la comune e finta elevazione intellettuale, ci consegna l’idea delle tentazioni umane. Uomo sfuggente e attaccato alle cose materiali, dovrebbe accogliere le riflessioni profonde e le domande ontologiche, invece ciò che meglio conosce sono le ricette per nutrire il suo corpo.

Giulio Moneta latitante mafioso ed enigmatico vicino di casa di Jep

Ingannevole icona, frequente realtà italiana. Meschinità e violenza travestite con splendidi e costosi abiti firmati.

La santa

Personifica l’unico modo, estatico, per riemergere dal dolore, dalla consapevolezza d’essere soli al mondo e sopravvissuti alle burrasche affettive. Il suo motto è: “Io mangio solo radici, perché le radici sono importanti”.

Così in Jep, abbandonato al pianto, si fa strada, dalla voce di una vecchia donna misericordiosa, la domanda: “E ora? Chi si prenderà cura di te?”.

Sopravvissuto alle perdite, non gli resta che il recupero delle sue radici, per iniziare il miglioramento interiore e raggiungere la facoltà del soffio che fa volare i fenicotteri.

Elisa

L’amore ideale. Il prototipo. Fatto delle prime percezioni senza parole, delle sensazioni senza immagini della vita che ci accoglie. Solo alla fine Jep si concede di ripercorrere i primi atti del desiderio e il suo primo incontro amoroso con Elisa.

All’evocazione della sua memoria si affiancano le azioni di risalita delle scale. La santa striscia per raggiungere l’estasi spirituale con estremo dolore e fatica; la scalata di Jep è piena di desiderio acerbo, la salita dalla spiaggia alla grotta per gustare il primo contatto amoroso. La rinascita.

La ragazza è anche l’estasi e la bellezza perduta per sempre.

Roma

Utero della nostra umanità. Madre universale. Meravigliosa, sublime e imbarazzante.

Comparse

Figure simboliche esasperate e ridondanti che conosciamo molto bene, perché partecipano spesso alle nostre narrazioni oniriche.

Personaggio principale trasversale

L’inconscio che emerge a tratti più chiaro e a tratti sfuggente. Denso di simboli e di rappresentazioni, che segue leggi non logiche, della giustapposizione, del ribaltamento, dell’esagerazione, del non detto, del camuffamento, della contrazione temporale, della realizzazione dell’impossibile, dell’oggi identico a tanto tempo fa, del déjà-vu, del si può tutto e anche il suo contrario.

L’inconscio è capace di tutto, tranne che beffarsi della morte.

La morte

L’estrema impotenza che mette un punto definitivo.

Regole della messa in scena

Gli episodi raccontati sembrano messe in scena di una quotidianità conosciuta. Invece lo svolgimento dei fatti spesso si allontana dalle regole logiche, fino a evolvere in azioni che in sé sarebbero contraddittorie.

Le scene galleggiano tra inconscio, come nei sogni, e preconscio, come nelle fantasie che accompagnano l’addormentamento e il risveglio, che mantengono un debole legame con la realtà, ma che già sono in bilico sull’abisso dell’orgia onirica.

 

Perché proprio Sorrentino

 

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Paolo Sorrentino è stato premiato perché ha trasformato il suo danno in un’arma. Il suo danno fondamentale ha un nome: “La grande mancanza”. Lui, come ogni vero grande artista, è riuscito a utilizzare la sua più grande sventura, è stato bravo a coniugare il suo smarrimento esistenziale in una perfetta assonanza, con la grande sofferenza collettiva moderna.

Sorrentino ha accordato la sua sensibilità profonda e il suo strumento ha suonato un brano che ha trovato la giusta cassa di risonanza, nelle miserie e nelle meraviglie della nostra epoca. La creatura generata, come prodotto sublimato, ha il potere di far vibrare gli inconsci personali e collettivi, animando molte e variegate emozioni dormienti.

Paolo Sorrentino ha subito dichiarato, attraverso i ringraziamenti a Fellini, Scorsese, Talking Heads e Maradona di utilizzare delle icone, delle immagini mitiche, per dare una definizione di sé e delle proprie forme intime più complicate e più difficili da raccontare. Sembrerebbe un’operazione banale ma, invece, racchiude l’essenza della tensione psicoanalitica: trovare immagini e suggestioni capaci di rappresentare contenuti inconsci, offrire loro un mezzo per una nuova riedizione emotiva e poter rompere il destino del loro congelamento nelle profondità della mente. Solo raramente sono offerti, ai potenti contenuti che albergano negli abissi dell’anima, agganci espressivi e creativi. Più spesso si osservano, a rappresentare i temi dell’inconscio, sintomi e agiti dannosi, sfoghi incompresi e, per questo, reiterati senza possibilità di un’elaborazione evolutiva.

Gli artisti come Paolo Sorrentino sono meravigliosi e competenti visionari, capaci, con la loro creatività, di precorrere i tempi. Sono i più abili psicologi, sono in grado di anticipare e di tratteggiare, con estrema precisione e in modo artistico, l’animo umano e di anticipare le tendenze sociali, dando loro una forma sublime. Questo processo comprensivo, rappresentativo, e nello stesso tempo trasformativo, è sviluppato dagli artisti molto prima di quando i tecnici incominciano a percepire la portata dei fenomeni riguardanti le espressività emotive umane.

 

Lo smarrimento dellessere umano

 

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“La grande bellezza” è un film pieno di significati.  Si è spesso detto tratteggi il cinismo moderno.

Io ho riconosciuto il racconto del grande dolore che ritrovo nell’oggi. Passa dal racconto grottesco e onirico a visioni più realistiche dell’umana condizione. È capace di rappresentare il dolore interiore intollerabile. Raggiunge il punto attraverso l’azione sdrammatizzante dell’ironia, del sarcasmo e della finta spensieratezza colorata, fin dove possibile. E poi inizia la crudele poesia, senza veli, e non resta che commuoversi.

La critica più grande è legata all’idea che bene e male si confondono, gli opposti sono uguali che il film sia pregno di cinismo senza riflessione, che non lasci più speranza di cambiare. Trovo, invece, sia una poderosa opera capace d’illustrare il funzionamento dell’apparato umano, che sveli quanto ci sia dentro tutti noi, che mostri quanta fatica ci occorre, nei dí delle nostre vite, per essere umani e sociali. Quale sforzo e che coraggio servono ad ammettere l’ambivalenza dei sentimenti. Quanto sia più facile intraprendere la strada del sospingere fuori da noi, addossando agli altri, le nostre sgradevoli deformazioni.

È un film che mette in scena l’inconscio, con le sue leggi, attraverso il sogno, prodotto che lascia scorgere quanta vitalità alberga in noi. Ogni volta che lo riguardo, nel tentativo di cogliere nuovi elementi, mi sembra la sintesi di una riuscita terapia psicoanalitica: l’inconscio trova, attraverso le immagini e le storie narrate, la possibilità di rappresentarsi.

 

Paolo Sorrentino ce lha fatta. Lunga vita a Paolo

 

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Come persona appartenente alla categoria di “Italiano”, come fosse mio fratello, io gioisco per il suo risultato. Così come per la conquista di una medaglia d’oro alle Olimpiadi da parte di un atleta, per la coppa del mondo nei campionati di calcio, o per il “Nobel” su qualsiasi argomento.

Senza esitazioni.

Mi sono commossa e ho percepito l’emozione di Paolo Sorrentino, quasi fossi io, nell’istante in cui ha ricevuto il meritato riconoscimento. Ho sentito la sua illusione, come fosse la mia, di aver trovato finalmente la pace e richiuso per sempre i fantasmi e la lacera e tremenda ferita.

Poi ho percepito e compreso l’inesorabile ritorno alla fame e la perdita dell’incanto, che spinge a una nuova sfida per raggiungere l’assoluta pace.

Questo è il destino, è il motore che fa inseguire l’illusione di raggiungere la ricostituzione del tempo sereno e perduto, credere di essere sulla giusta via, sperare che l’obiettivo sia quello che ripagherà del danno subito e, col sopraggiungere della perdita dell’incanto, trovare la forza di rialzare lo sguardo verso una nuova meta.

Il film sembra dire che Paolo abbia ben presente che cosa significhi per lui il dolore di questa ferita, inferta dai fatti legati al terribile destino della sua famiglia. Come in una perfetta catarsi, sembra ci sia stata, in Paolo, un’elaborazione evolutiva, che abbia portato alla possibilità di raccontare e trovare la sua pace.

Qui risiede il motivo dell’attacco violento e distruttivo verso coloro che, come Paolo, tenendo conto dei propri limiti e delle proprie potenzialità, ci provano non per il livido e arido desiderio di sopraffazione, ma per la possibilità di esprimersi e rappresentarsi con creatività e poesia.

La visione del film ha suscitato molta invidia, quel sentimento che sempre più spesso s’intravede nell’italiano medio. Siccome io non sono arrivato, chi è come me, chi mi è fratello e ce l’ha fatta, è da distruggere. La regola dell’invidia è implacabile: “Se io non raggiungo ciò che desidero, neanche tu dovrai averlo”.

 

Il male oggi

 

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Il conflitto, la contrapposizione tra due forze opposte, è il motore delle vicende umane, soggettive e oggettive. Nelle storie che riguardano gli affetti, la dicotomia classica conosciuta è tra l’Amore e l’Odio. Tutti abbiamo ben presente che cosa significano affettivamente questi conflitti amorosi, di provenienza edipica, che si animano, che accompagnano, nella vita, le relazioni amorose e che ci spingono a cambiare.

La nostra è un’epoca che sentiamo sfuggire, densa di grandi e rapidi cambiamenti, così, anche affettivamente, la dicotomia dei sentimenti è cambiata e l’Amore si contrappone sempre più spesso al Dolore, secondo molte declinazioni.

Questa nuova contrapposizione emotiva ha avviato radicali modificazioni relazionali interpersonali con influenze nelle dinamiche dei gruppi sociali.

“La grande bellezza” tratta del pervasivo dolore interiore che ha la consistenza del vuoto, perché non è fatto di passione, ma di paura della sofferenza e di arresto. Racconta della mediocrità degli ideali, del vuoto, dell’indolenza e dell’invidia, ma anche del dolore che consente il ripensamento, con il recupero delle origini, della semplicità per tornare a sentire il gusto del vivere.

A tratti è denso di una sensazione di mancanza assoluta paralizzante, un’afflizione moderna che cerca di essere esorcizzata con le contro fobiche feste.

Non è un caso che la scalata del film ai riconoscimenti abbia scatenato tanti giudizi e, come spesso accade nei delitti più efferati e strani, si siano formati gruppi di sostenitori e di detrattori, spesso nelle situazioni conviviali tra amici.

Ancor più interessante, per sancire una critica stroncante al film, gli si contrappone qualche altra opera ritenuta più meritevole perché carica di buoni sentimenti e di sani principi.

Il film non parla della perdita dell’ideale d’amor cortese, più evoluto, edipico, dove l’Io esistente e non amato odia l’altro che ha usurpato il posto nel cuore dell’amore. Queste dinamiche amorose sviluppano processi tesi a un’attenta osservazione dell’avversario, nel tentativo di carpirne i segreti del successo, imitarli, fortificarsi e rendersi concorrenziale.

La vita, al tempo dell’amore a tre, è sicuramente più ricca, colorata e portatrice di cambiamenti e miglioramenti. La gelosia è l’affetto dominante, propulsivo e finalizzato al competitivo miglioramento. La regola è: “Ti temo e ti odio perché possiedi qualità che io non ho, ma se ti osservo, carpisco i tuoi segreti, m’impegno, miglioro, ti supero e vinco”.

Quanta passione!

L’amore, di cui si ha percezione nel film, perso e ricercato, è più antico, e la sua perdita fa sorgere il desiderio del ricongiungimento totale con l’altro. Non possederlo, non porta la tristezza, porta l’angoscia. La dimensione relazionale è duale, la triangolazione non è ancora raggiunta. Si avverte l’ombra di un avversario usurpatore, che non è altro che il nostro odio, così forte e intollerabile da essere proiettato e che procura un dolore tragico, la cui densità non è assimilabile all’odio della gelosia, ma si avvicina più a un desiderio di annientamento di chiunque si frapponga tra sé e il bene amato.

L’invidia distruttiva invade e stabilisce un ordine di pensieri e azioni tesi alla denigrazione, la regola è: “Se io non posso avere, neppure tu meriti e devi sparire perché tu non vali niente”.

Il film è forte e spacca, come una lama affilata che taglia di netto una mela. Divide e rende evidente ciò che c’è dentro il nostro oggi.

Alla fine, qual è il male che affligge la nostra società? Qual è quel male che sempre più spesso trova il modo di rappresentarsi, evidenziandosi in svariate distorsioni relazionali? Quali sono le espressioni che lasciano trasparire questo male trasversale che sembra sempre più incombere e avere il sopravvento?

Credo si possa dire trattarsi di una piaga narcisistica che non trova alcuna possibilità di cicatrizzarsi e mantiene una costante purulenza, che si manifesta in atti umani quotidiani, sempre più diffusi, caratterizzati dai diversi gradi dell’espressività distruttiva dell’invidia.

Questa ferita muove la smania di raggiungere un obiettivo ritenuto salvifico e pacificatore, il presunto medicamento definitivo, che porta con sé l’idealizzato benessere. Raggiunto però, dopo un breve stordimento maniacale, lascia il posto ad un crescente e sordo dolore di vuoto e perdita.

Per sopravvivere alla terribile angoscia che dilaga nell’animo, non resta che ergere una difesa, proiettiva, che consiste nell’odiare e desiderare di annientare il fratello, che sembra possedere tutto ciò che ci sentiamo in diritto di possedere, la cui mancanza è la causa dei mali e che viviamo come ci fosse stato ingiustamente estorto.

Si tratta della manifestazione di un’implacabile invidia primitiva, carica di distruttività, odio proiettato verso qualcuno o qualcosa a noi esterno, nel tentativo di liberarci dal muto e vuoto male che corrode e annienta.

Paolo Sorrentino sembra aver fatto la pace con i suoi demoni ed è riuscito attraverso la poetica del suo film a mostrare il processo attraverso il quale si è liberato.

Una metamorfosi interiore che muove il violento rancore e i meschini tentativi invidiosi denigratori.

La bellezza per fortuna sta fuori da questi giochi e somiglia a Jep, sembra sorridere con il suo modo elegante e beffardo, e a noi non resta che adorarlo e bramarlo, come nel passaggio tra le mani carezzanti e imploranti, per credere di amarci un po’.

 

Per me la grande bellezza è

 

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Il film intero.

La coniugazione tra realtà intima del regista, scelta della rappresentazione e capacità di legarsi all’inconscio collettivo storico contemporaneo.

La poesia del racconto, che tiene giunti l’osceno e il sublime delle umane faccende.

L’ideale dell’amore che nella mente è sempre così puro.

L’incanto di tanta bellezza di cui è stato capace l’uomo.

La disperazione, per le miserie, che non cambia nel tempo.

L’umana possibilità di contenere tutti gli aspetti, anche contraddittori, nello stesso tempo e nella stessa persona.

L’adolescenza che dovrebbe avere una fine.

La tristezza della misera dilatazione dei desideri adolescenziali, simulacro della vitalità che non c’è più.

Ogni singolo particolare che compare nel film, capace di ammiccare alle realtà emotive dello spettatore e di farlo fremere di piacere e di sofferenza.

Il culmine estatico della santa, che è andata oltre, onnisciente e trascendente.

Lo sguardo puro dei giovani innamorati.

Il canto, la musica e le voci.

Jep Gambardella, eroe seducente e tragico.

Paolo Sorrentino, straordinario visionario.

 

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Agenda Verbania 20 20: presentazione pubblica

Tutto è iniziato all’incirca un anno fa con una serie di “libere conversazioni”, tra cui una iniziale (era una domenica di aprile) con Walter Passerini, sui temi del declino demografico ed economico del nostro territorio e su quali iniziative si potessero mettere in campo per cercare di invertire le negative tendenze in atto.

Dopo un periodo di “incubazione” si è iniziato a dar vita all’idea di fondo: un organismo, un gruppo di persone [1] che, sgombrando il campo da lamentele, risentimenti e pessimismi vari, fosse in grado di mettere a fuoco gli aspetti positivi, “vitali” della nostra zona, individuare soggetti attivi e delineare possibili idee progettuali orientate a favorire nuove forme di occupazione in particolare per le giovani generazioni.

È nata così Agenda Verbania 20 20 nell’ottica di ragionare sul medio periodo (il 2020), al di là delle immediate scadenze politiche ed istituzionali, dentro l’orizzonte della innovazione e della sostenibilità (il 20 20 20 degli obiettivi europei post protocollo di Kyoto).

Nell’attività, che da giugno si è svolta con regolarità, si sono individuati alcuni settori (agende) da indagare e, con il supporto di giovani ricercatori, si è avviata, tramite interviste, una ricognizione (una indagine qualitativa) su questi settori: Welfare; Sport e Turismo; Cultura e Paesaggio.

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 La sera di Venerdì 4 aprile, presso la Sala biblioteca di Villa Olimpia, si terrà la presentazione pubblica della attività di ricerca effettuata e delle proposte progettuali sin qui delineate.

L’uscita pubblica non vuol chiudere una fase, ma aprirne una nuova volta ad aggregare nuovi soggetti e a sviluppare in chiave operativa le proposte.

In particolare è già previsto un successivo appuntamento per sabato 3 maggio: un seminario sui temi del lavoro, anche in questa occasione con la presenza di Walter Passerini che lungo tutto il nostro percorso ci ha dato indicazioni e suggerimenti preziosi.

Di seguito la locandina con il programma dettagliato della serata del 4 aprile e il comunicato stampa distribuito lunedì 31 marzo alla stampa locale.

01_02 locandina corretta

 02_Comunicato stampa

 

 

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[1] All’inizio, in modo autoironico, ci eravamo chiamati “Circolo Pickwick”.

Franco Bozzuto e la Casa della Resistenza

 

Ciao franco

L’editoriale di Nuova Resistenza Unita, in uscita in questi giorni, è dedicato al ricordo di Franco Bozzuto e allo stretto rapporto, intessuto in particolare in questi ultimi anni, con la Casa della Resistenza.

 

Intestazione dell'Auditorium del Cobianchi a Lubatti e Velati. 6 giugno 2003

Intestazione dell’Auditorium del Cobianchi a Lubatti e Velati.
6 giugno 2003

 

Ciao Franco

Lunedì 3 marzo, di prima mattina è arrivata la triste notizia. Franco non è più con noi. Il giorno stesso sul web e sui giornali dal giorno successivo innumeri i ricordi di questa grande figura di Preside, di Amministratore, di persona colta, paziente e determinata, dotata di grande umanità e di una sottile vena di ironia, che ha segnato con la sua intelligenza e il suo impegno la comunità del Verbano.

Di famiglia socialista il suo legame con la Resistenza era naturale e nel suo ruolo di Preside (preferiva si dicesse di educatore) ha sempre fatto in modo che la trasmissione di valori fra la Generazione della Resistenza e le sempre nuove generazioni di studenti si rinnovasse di continuo. Nel “suo” Cobianchi con la sua attenta presenza sono più volte intervenuti con contributi di testimonianza ed approfondimento sia partigiani locali (fra tutti Nino Chiovini e Gino Vermicelli) che personalità significative sui temi quali Costituzione, Pace, Memoria (da Oscar Luigi Scalfaro a Becky Behar). E più volte ha sottolineato come quella generazione testimone degli orrori della guerra fosse in grado di trascendere da quegli orrori e farsi portatrice di “valori che sono universali: il rispetto della vita, soprattutto, e quindi della libertà, della giustizia, della convivenza, al di sopra delle possibili differenze di convinzioni politiche e religiose” [1].

Analogamente determinato a che la ricostruzione della storia ultracentenaria del “suo” Istituto non fosse solo una storia scolastica ma che si intrecciasse con la storia dell’intera comunità. Primi fra tutti gli ex allievi che furono parte attiva della Resistenza ed in particolare i due martiri di Trarego, Lubatti e Velati, a cui volle fosse dedicato l’auditorium. Di lì l’incarico a due classi di Scienze Umane di ricostruirne le vicende da cui sortirono una ricerca, un libro, un documentario e la convenzione fra l’Istituto Cobianchi, la Casa della Resistenza e il Comune di Trarego per la memoria dell’eccidio di Promé.

Firma della Convenzione per la memoria dell'eccidio di Promè. 21 febbraio 2004

Firma della Convenzione per la memoria dell’eccidio di Promè.
21 febbraio 2004

Arrivata la pensione fu pertanto del tutto naturale per Franco portare il suo contributo e la sua esperienza all’interno della Casa della Resistenza divenendo parte attiva del Consiglio di amministrazione e, dal 2011, responsabile economico della Casa. Compito che, proprio nel periodo di maggior crisi economica degli enti pubblici – i principali finanziatori della attività della Casa – assunse con determinazione, pazienza e rigore, senza lesinare i suoi sforzi e il suo tempo (telefonate, incontri con gli enti pubblici, verifiche) per rendere trasparenti e sostenibili i conti di una attività in continua trasformazione ed innovazione come quella della nostra Casa.

Con tutta la nostra gratitudine e il nostro affetto ci stringiamo nel ricordo alla moglie Carla e ai figli Anna e Paolo.

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[1] Intervista a Franco Bozzuto, Dirigente Scolastico dell’Istituto Cobianchi, in Memoria di Trarego, ed. Tararà, Verbania 2007 (2^ ed.), pp. 144-148.