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Lotte operaie e repressione negli articoli de il manifesto quotidiano (aprile-ottobre 1971)

28 febbraio 2026

Nel precedente articolo La nascita del Gruppo de il manifesto a Verbania ricordavo come le lotte operaie e in particolare quelle della Rhodiatoce si siano intrecciate ed abbiano influito nel profondo con la costituzione locale di questa formazione politica. Con la nascita del quotidiano ho svolto il ruolo di corrispondente per la nostra zona e naturalmente le vicende della Rhodia e della repressione con relativi processi vi hanno assunto un peso particolare.  A partire dal primo numero del quotidiano del 28 aprile con la vivace narrazione di Valentino Parlato sulla festa per la assoluzione nel processo di primo grado a Verbania sino alle due corrispondenze di Gianni Montani[i] da Torino per il processo di Appello (22 e 23 ottobre ‘71) una trentina le cronache ed articoli inviati – allora tramite telefono previo appuntamento con la redazione – frutto del lavoro collettivo dei compagni.

Tra quelli direttamente connessi alla Rhodia ho selezionato i più significativi e ne riproduco il testo visto che non sono altrimenti reperibili online[ii].


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RHODIATOCE

A Verbania i compagni assolti dal tribunale tornano alla lotta

di Valentino Parlato

Verbania, Novara 28.04.1971. Grande giorna­ta a Verbania quella del 24 aprile. Nella mattinata in tribunale, du­rante le sei ore di camera di con­siglio, la consuetudine delia milizia politica, non era riuscita a co­prire la tensione, fortissima in tut­ti: nei 48 compagni al banco degli imputati e in tutti gli altri che gre­mivano l’aula e si assiepavano in strada all’ingresso del tribunale. Il silenzio assoluto nel quale il giu­dice Simone aveva letto la sentenza di assoluzione era stato rotto da un applauso violento, da abbracci, la­grime di commozione, pugni alzati e dal canto dell’internazionale; da un abbraccio nero e oro di due to­ghe si alza un pugno chiuso. I ca­rabinieri fino ad allora imponenti e corposi quasi vengono dissolti dal movimento che comincia nell’aula si trasferisce nella strada e poi da­vanti al carcere, ad attendere la liberazione del compagno Bruno Ormella.

La sentenza è stata chiara e im­portante. L’assoluzione di tutti gli imputati ha fatto fallire il tentati­vo di divisione politica tra gli im­putati, tentata da qualche parte e, ancora di più, ha verificato la im­possibilità di costruire un cordone sanitario dì isolamento intorno a questa vicenda e al gruppo di «estremisti» del centro del mani­festo. Ma importanti sono anche le motivazioni della sentenza: non aver commesso il fatto per le im­putazioni minori; non sussisten­za di reato per l’assemblea del 6 ottobre dì fronte ai cancelli della fabbrica in risposta alla serrata padronale; non punibilità per i va­ri blocchi stradali (per i quali il pubblico ministero Gennaro Cala­brese De Feo aveva infestato Pallanza di denunzie e mandati di cattu­ra) perché quei blocchi furono fat­ti «nell’erronea supposizione di esercitare un diritto». Il livello particolarmente elevato raggiunto dalla lotta fa giustificare che negli operai nasca la supposizione — sia pure erronea per i giudici — che il bloc­co stradale sia un prolungamento o un’estensione del diritto costituzio­nale di scioperare. Il legame continuo con la lotta del­la Rhodia ha impedito — anche do­po una lunga congiura di silenzio di tutta la stampa — che un cor­done sanitario isolasse questo pro­cesso nei quale gran parte degli imputati si richiamano o militano nel centro dì iniziativa comunista del Manifesto. «A Verbania, che è uno dei paesi più civili d’Italia, sla­mo come i pesci nell’acqua» — mi dice un compagno quando, una mez­z’ora dopo la scarcerazione di Or­mella, siamo tutti alla trattoria del Nibbio a festeggiare l’assoluzione. Al Nibbio ci sono tutti, Alberganti e Tartaro, Ottolini, Rampazzo, Carretti, Buffoni e quasi tutti gli altri imputati. Insieme con quelli del Manifesto ci sono quelli del Pci e del Psi e di Lotta Continua, forse manca solo il segretario della Fede­razione del Pci, Motetta; poi arri­vano anche i compagni Janni e Fenghi, gli avvocati che sono stati la punta di diamante del collegio di difesa. Quale giudizio dare sulla sentenza? Quale il senso del contrasto tra un pubblico accusatore quasi medieva­le e dei giudici di tribunale innegabilmente democratici? Calabrese De Feo, In fondo, ha danneggiato la causa della borghesia con il suo uso ultrarepressivo della giustizia? E la lotta? Quali i rapporti tra la lotta, le provocazioni (compendiatesi in alcuni atti di sabotaggio e nell’in­cendio di uno del magazzini della Rhodia) e il processo? Come ripren­dere in fabbrica l’iniziativa sul pre­mio di produzione? Su questi inter­rogativi i compagni cominciano a conversare.

Processo a Verbania. Davanti G.Ottolini, F. Mosini(?), G.Buffoni; dietro S. Sivestri, R.Forte(?)

Non si può certo dire che vi sia sta­ta una discussione ordinata e tanto meno la tavola rotonda che i com­pagni di Verbania avevano prepara­to. Su alcuni punti i giudizi sono fer­mi. Il rapporto di forza è stato de­cisivo. Aver resistito alla violenta offensiva repressiva di Calabrese De Feo; aver tenuto anche nei lunghi mesi difficili cominciati nell’ottobre del 1970 quando la lotta di Verba­nia rimase sindacalmente isolata e oggetto di una vera e propria con­giura del silenzio; aver avuto il co­raggio di rendere politico il proces­so, anche attraverso il numero degli imputati, avere mantenuto l’unità con gli operai; non aver ceduto alla tentazione e ai suggerimenti di ripiegare sa una linea di difesa puramente giuridica, negando la parte­cipazione ai blocchi o giustificando­la con l’esigenza di «calmare gli animi». Questi fatti e queste scelte sono alla base della vittoria conqui­stata il 24 aprile nell’aula penale del tribunale di Verbania. Senza questi precedenti, senza la presenza di un nucleo di compagni che con tenacia e coraggio ha continuamen­te ricostruito l’unità dei lavoratori intorno a posizioni di lotta avanza­ta, la sentenza del 24 forse sarebbe stata egualmente di assoluzione, ma avrebbe assolto dei vinti e non del militanti che — come Tartaro e tutti gli altri — hanno detto: «fi­nalmente torniamo in fabbrica e riprendiamo la lotta sul premio di produzione».

Da una parte vi sono i militanti e i lavoratori di Verbania, un’area po­litico-sociale nella quale la conti­nuità storica non ha assunto il se­gno del cedimento o del trasformi­smo: è un fatto che qui a Verbania l’avanguardia ha saputo assorbire i contenuti di classe della resistenza e della migliore esperienza del sin­dacalismo e del Pci. Dall’altra parte vi sono i giudici, e anche qui è chia­ro che i venti anni che ci sono tra l’età del pubblico ministero e quella dei giudici non sono stati storica­mente vuoti. Anche tra alcuni magi­strati l’uscita dal medioevo nel qua­le vive ancora larga parte della no­stra magistratura fa maturare come in tanti altri intellettuali una crisi di valori e un ripensamento del pro­prio ruolo.

Ma questi discorsi frammentari e sovrapposti sono Interrotti a un certo punto da Carlo Albergan­ti: «stiamo attenti a non essere trionfalistici e a non fare l’errore di considerare, dopo questa giusta sentenza, Verbania come una zona franca dalla repressione. A Verbania la repressione c’è stata e durissima. L’offensiva repressiva non è costata soltanto agli imputati, Janni lo ha detto bene nella sua arringa». «Gli ordini di cattura — si dice nell’ar­ringa — ebbero gravi conseguenze non più rimediabili. Quando furo­no emanati, le trattative per la Rhodiatoce stavano per concludersi con la vittoria degli operai dopo un me­se di sciopero. Proprio in quel mo­mento la procura eliminò dalla vita sindacale sei rappresentanti quali­ficati e la Rhodiatoce si rimangiò immediatamente l’accordo, traendo dal procedimento penale il massimo utile che poteva ricavarne. La mae­stranza fu costretta a ricominciare tutto da capo». «Se è vero che la rappresentanza operaia esce raf­forzata da questa sentenza — dice Tartaro — in fabbrica e fuori della fabbrica c’è molto lavoro da fare».


Politica della Rhodia e sfruttamento sono all’origine della crisi e della disoccupazione [i]

Verbania 13.05.1971. 35.000 abitanti. Metà degli operai lavorano alla Rhodiatoce. La fabbrica ha controllato per anni la vita cittadina: urbanizzazione, commercio, scuola, consiglio comunale, ecc. In piccolo, come la Fiat a Torino. Intorno alla Rhodia molte fabbriche chiudono e licenziano. Dal ’61al ‘70 la popolazione è passata da 28.810 a 34.410 abitan­ti, i posti di lavoro, nelle aziende con più di dieci addetti, sono dimi­nuiti da 9.941 a 7.162. Chi trova un posto alla Rhodia è fortunato, non deve andare ogni mattina a lavorare a Gravellona, a Omegna o in Svizzera.

Ma ad un tratto l’inaspettato: men­tre fuori si cerca lavoro, nei re­parti della Rhodia parte la rivolta contro la organizzazione capitalisti­ca del lavoro (carichi, ambiente, orario, qualifiche). Fino a tre anni fa il nome di Verbania ricordava il turismo lacustre, oggi significa lotta operaia. Dagli scioperi sponta­nei del giugno ’68 alla occupazione e alla vittoria del marzo ’69. La lot­ta contro l’organizzazione del lavo­ro crea nuovi posti di lavoro: oltre 400 posti in più alla Rhodiatoce. La lotta continua nei reparti per un anno e mezzo, crea nuove avanguar­die, si estende ad altre fabbriche ed agii studenti.

Nel settembre-ottobre ’70 la battuta di arresto: gli arresti, la latitanza, l’isolamento e il cedimento delle centrali sindacali, il rientro in fab­brica, la deroga sull’orario.

La Rhodia non assume più. Nei sei mesi in cui le forze di classe lot­tano contro la repressione e si mo­bilitano per il processa alla Rho­dia ì posti di lavoro scendono da 4.300 circa a 3.996.

Il problema dell’occupazione passa all’ordine del giorno: Nyco, Edilceramica, Nestlé, Panizza, Siderocementi, fabbriche tessili. Chi chiude, chi diminuisce i posti di lavoro, chi lavora a orario ridotto. I padroni preferiscono investire altrove o, pri­ma dì investire, vogliono dare una mazzata agli operai per poterli poi sfruttare a piacere.

Sono i 130 operai della Nyco, con sessanta giorni di occupazione del­la fabbrica, a sollevare in modo drammatico il problema. Non a casa lo «stato» di nuovo interviene de­nunciandoli e buttandoli fuori della fabbrica. Le forze politiche tradizio­nali sono impotenti, anche se la giunta Pci – Psiup ha deciso ieri di requisire l’azienda.

Lo sviluppo dello scontro alla Rho­dia in questi mesi non ha permesso alle stesse forze politiche di classe di affrontare nel modo dovuto l’altra faccia della condizione proleta­ria, la disoccupazione.

Per oggi, i sindacati hanno procla­mato lo sciopero generale a Verba­nia. Giusto. Gli operai dicono: «Contro questa situazione bisogna mobilitare la rabbia di tutti gli stra­ti popolari». Giusto.

Ma non basta. In gran parte le for­ze sindacali vedono la lotta contro la disoccupazione come cosa sepa­rata dalla lotta in fabbrica contro l’organizzazione del lavoro. La lot­ta per l’occupazione si riduce ad una generica pressione sul potere politico che sfugge al controllo operaio

Lo sciopero generale deve diventa­re invece il momento di unifica­zione delle lotte in corso nelle va­rie fabbriche (Tubor, Unione mani­fatture, Rhodia, etc.) e del rilancio della lotta nelle altre. Rientrando da domani in fabbrica, bisogna im­pedire qualsiasi uso dello straordi­nario, tanto più che in molte fab­briche, come alla Cartiera prealpi­na l’uso esteso dello straordinario viene alternato a periodi dì cassa integrazione. Sì deve riprendere la lotta contro i carichi di lavoro, rit­mi, il cottimo, usando dove è pos­sibile, (come alla Tubor e alla Um) l’autolimitazione della produzione; rilanciare la riduzione dell’orario e l’azione contro la nocività. Alla Rhodia far partire finalmente la lotta per il premio di produzione, visto che da quasi un mese le as­semblee di Verbania, Villadossola e Novara si sono pronunciate con de­cisione. Il movimento deve essere esteso alle zone circostanti, dove vanno a lavorare molti operai di Verbania (a Gravellona, a Omegna, in Svizzera).

In alcune fabbriche di Omegna si è cominciata a discutere la possi­bilità di una lotta comune sul sa­lario garantito (208 ore pagate al mese, in ogni caso).

A Verbania, ci sono 7.400 studenti e per loro, man mano che usciran­no dalle scuole sarà sempre più difficile trovare un lavoro. Anche queste sono forze da mobilitare. Lo sciopero e la manifestazione di oggi sono soltanto il primo colpo. Il compito è continuare, indicando obiettivi concreti che facciano cre­scere il movimento e insieme crean­do nuovi strumenti di coordinamen­to politico (collettivi politici di fab­brica, comitati di quartiere, etc.) a livello cittadino e in tutta la zona.


[i] Articolo non firmato ma, per quanto ricordo e per lo stile del testo, è sicuramente attribuibile a Gino Vermicelli.

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Riparte la lotta nelle fabbriche Rhodiatoce. I limiti dell’esperienza passata e le prospettive

di Gian Maria Ottolini

Verbania 8.09.1971. Dopo la pausa estiva ri­prende la lotta alla Rhodiatoce. La settimana scorsa si sono riunite a Novara le rappresentanze sindacali delle fabbriche del gruppo (Pallanza, Casoria, Villadossola e Novara: ottomila lavoratori In tutto). Il co­municato conclusivo della riunione dice che: «È stata decisa la ripresa immediata della lotta con una azio­ne di sciopero di 48 ore che ogni fabbrica articolerà nel modi atti a realizzare il massimo di pressione». La lotta per il premio di produzione (10.000 lire per tutti sganciate dalla produttività), era già iniziata due mesi prima delle ferie. A Pallanza si era articolato In scioperi quotidiani di mezz’ora-un’ora, gestiti diretta­mente dai reparti che avevano ma­nifestato una forte combattività operaia: poco prima delle ferie, si erano avuti numerosi cortei Interni, che hanno cacciato dalla fabbrica i pochi impiegati crumiri. A Novara e a Villadossola la lotta aveva mante­nuto il carattere più tradizionale de­gli scioperi di otto ore. Gli operai di Casoria, invece, usciti da poco da una lotta finita male, e non infor­mati dal sindacato, sono rimasti estranei allo scontro.

Il padrone ha sempre mostrato la più ferrea intransigenza. La sua controfferta era di 3.000 lire per il premio di produzione. Il suo obiet­tivo, prima ancora di trattare, era quello di stancare gli operai, costrin­gendoli ad uno scontro, lungo e fati­coso nell’intento di provocare, al momento da lui ritenuto più oppor­tuno, uno scontro frontale.

Nella prima fase della lotta il diver­so modo di attuare lo sciopero nelle tre fabbriche e l’assenza di Casoria non hanno certo giocato a favore degli operai. Ora sembra che le fab­briche di Villadossola, e forse an­che quella di Novara, siano disposte ad attuare scioperi articolati. I sin­dacati nazionali si sono inoltre im­pegnati ad andare di persona a Casoria, per far scendere In lotta an­che gli operai di quella fabbrica. Ma la loro credibilità, dopo le sfac­ciate menzogne cui sono ricorsi nel tentativo di far rientrare gli operai in fabbrica, è oggi molto scarsa e dunque non c’è da attendersi gran che dalle loro promesse.

La lotta si presenta dunque parti­colarmente dura: perché sia effica­ce è indispensabile che si verifichino alcune condizioni precise: che tutte le fabbriche del gruppo partecipino attivamente allo scontro e non si creino nuovamente fratture fra sta­bilimenti più combattivi e meno combattivi; che l’articolazione de­gli scioperi sia la più intelligente possibile, in modo da scardinare la programmazione padronale della produzione, con il minor costo per gli operai che cosi potranno reggere anche un lungo scontro; che nel corso della lotta cresca l’organizza­zione autonoma degli operai, repar­to per reparto, fabbrica per fab­brica.

La posta in gioco è alta. Al di là de­gli aumenti salariali (che oggi, con il progressivo aumento del costo del­la vita e il conseguente taglio del salario reale, assume particolare valore), si gioca la continuità delle lotte future: in particolare, qualifi­che, mansioni, carichi. A Pallanza, inoltre, non solo per gli operai, ma anche per la «sinistra» sindacale, la posta è alta. O essa saprà far le­va su questa lotta per favorire al massimo la crescita e lo sviluppo dell’organizzazione operaia di base, sconfiggendo la controffensiva po­litica che le forze moderate si ap­prestano a lanciare, o, non solo ri­schia di compromettere la lotta ope­raia, ma la sua stessa sopravvivenza.

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14 carabinieri per arrestare il compagno Ormella. A Verbania riprende la repressione contro la lotta operaia

Verbania 3.10.1971. Venerdì sera, appena rien­trato in casa, è stato arrestato il compagno Bruno Ormella, membro del direttivo di fabbrica della Cgll e iscritto al Pci. Lo ha denunziato pochi giorni fa, un dirigente della Rhodia, tale Bertolino, per «vio­lenza privata» in occasione di un picchettaggio durante lo sciopero dei giornalieri per il premio di produzione. Quattordici carabinieri hanno circondato la casa e lo han­no assalito con aria di rivincita. «Questa volta non ci scappi» gli hanno detto.

Il compagno Ormella era già stato colpito da mandato di cattura nel settembre scorso per «blocco stra­dale» assieme ad altri due operai e tre sindacalisti, quando a Verbania scattò l’operazione di repres­sione contro lo sciopero degli ope­rai della Rhodia. Dopo sei mesi di latitanza era stato assolto, assie­me agli altri 47 imputati, dal tri­bunale di Verbania. Il processo di appello, subito richie­sto dall’accusa, si svolgerà il 21 ottobre a Torino.

L’arresto di venerdì ha un duplice scopo: intimidazione in vista del processo e ricatto per bloccare la lotta sul premio di produzione. L’indagine sulla imputazione del compagno Ormella è stata presa su­bito in mano dal procuratore della repubblica Calabrese De Feo, noto per la linea duramente repressiva nei confronti della lotta operaia. L’istruttoria fin dall’inizio è stata ca­ratterizzata da un atteggiamento minaccioso e intimidatorio verso al­cuni testimoni e, soprattutto, dallo arresto che l’imputazione rendeva facoltativo.

 Qui a Verbania e in tutta la pro­vincia di Novara dal settembre ’70 a oggi l’azione repressiva padrona­le e di stato continua ad essere durissima: da una parte il pesante intervento della magistratura, dall’altra una fortissima resistenza pa­dronale a ogni lotta operaia, carat­terizzata, soprattutto nel settore tessile, da serrate, licenziamenti, cassa integrazione. L’attacco investe oltre le libertà politiche e sindacali in fabbrica, anche la libertà di espressione e vi sono decine di de­nunce per «stampa clandestina» contro operai e studenti.

In questi giorni, con la solita scusa della «lotta alla criminalità» sono state Intensificate le operazioni di polizia, con blocchi stradali e per­quisizioni tra le quali quella nelle abitazioni di due compagni di Masera (uno è il segretario della locale sezione del Pci). Negli ultimi giorni, inoltre, sono stati denun­ciati 51 operai della Nyco (tra i quali due sindacalisti Cisl e Cgil) per l’occupazione della fabbrica chiusa dal padrone e in via di li­quidazione, per la quale si attende ancora oggi una soluzione. Altri 42 operai, del cappellificio Panizza sono minacciati di licenziamento per «esigenze di ristrutturazione». La azione repressiva, quindi, si confi­gura più che mai come il solido so­stegno dello stato all’attacco padro­nale, tendente alla riduzione della occupazione e alla ristrutturazione delle aziende.

Questo generalizzato attacco antioperaio impone una generale capa­cità di mobilitazione, che coinvolga gli organismi di base di tutte le fabbriche della zona e spinga il sin­dacato locale e provinciale a dare una risposta più decisa a chi oggi tenta piegare la classe operaia. In questa azione, assume particolare importanza la scadenza del processo di appello, il 21 ottobre. In occasione del processo ci si prepara a sviluppare quella mobilitazione che in aprile portò all’assoluzione dei compagni e alla riconquista di posi­zioni di forza in fabbrica.

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Sciopero totale alla Rhodia e 2000 in piazza nonostante i baschi neri antipicchetto

Verbania 16.10.1971. Duemila, fra operai e studenti, hanno partecipato ieri mattina alla manifestazione indetta dai sindacati in occasione dello sciopero generale di 4 ore contro la repressione (più di 100 denunce ed un arresto), le serrate e licen­ziamenti nelle varie fabbriche del­la zona.

Le provocazioni non sono manca­te; un compagno che distribuiva davanti alle scuole un volantino del «collettivo politico studenti medi» è stato portato in questura: è sta­to interrogato e gli sono stati se­questrati tutti i volantini.

 «Qui la legge la faccio io» ha ri­sposto il carabiniere alle proteste ed ha aggiunto che l’ordine di se­questro gli veniva dalla procura. I carabinieri saranno denunciati.

Frattanto alle 8, alla Rhodia, per la prima volta dopo tre anni, la polizia si è permessa di schierarsi davanti ai cancelli per impedire picchettaggio: hanno fatto una ma­gra figura perché nonostante la «garanzia» dei loro fucili non è entrato proprio nessuno.

Circa 100 fra baschi neri e poli­ziotti con il fucile imbracciato si sono appostati sotto il tribunale per difendere la «legge». Anche la polizia ha capito che qualche magi­strato a Verbania è assolutamente impopolare.

Tutti i compagni ritengono molto positivi lo sciopero e la manifesta­zione di oggi, sono però anche as­solutamente convinti che è necessario portare la mobilitazione in fabbrica creando piattaforme e for­me di lotta che offrono la garanzia di non cedere di fronte all’attacco padronale. Pochi giorni fa il pre­tore di Omegna ha emesso una sentenza che dichiara illegittimo lo sciopero articolato alla «Nuova fi­latura Toce». Oggi gli operai della cartiera sono stati minacciali di sospensioni per aver partecipato al­lo sciopero generale. La minaccia è arrivata mentre i lavoratori si ap­prestano a organizzare la lotta per il contrattoaziendale.

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La vendetta della giustizia contro le avanguardie. Domani comincia a Torino il processo d’appello contro i 47 compagni assolti il 24 aprile

Verbania 20.10.1971. Domani giovedì 21 otto­bre, alle ore 9 presso la Corte di Appello di Torino, seconda sezione inizierà li processo contro gli ope­rai della Rhodiatoce. L’accusa è di «blocco stradale, ferroviario e lacustre» e di manifestazione non autorizzata, dal 18 settembre al 6 ottobre 1970. Gli imputati sono 47 (contro uno solo il p.m. non ha appellato).

Il 24 aprile scorso, nonostante le pesanti pene richieste (oltre 50 an­ni) dal P.M. Gennaro Calabrese De Feo, il Tribunale di Verbania as­solveva tutti gli imputati, parte «per non aver commesso il fat­to», parte «perché il fatto non co­stituisce reato» (assembramento davanti alla fabbrica del 6 otto­bre) e gli altri «perché il fatto non costituisce reato In quanto commesso nell’erronea supposizione di esercitare un diritto».

Subito il P.M. appellava, sostenuto dalla stampa fascista e reazionaria e a lui si affiancava il procuratore generale di Torino Colli, che appel­lava a sua volta. In tempo di re­cord viene istruito il processo d’ap­pello. Solo per un disguido buro­cratico non è avvenuto il 14 luglio scorso, come inizialmente era stato notificato.

Al padroni non è bastato aver scon­fitto una lotta con 6 mandati di cattura e con oltre cento denunce, costringendo gli operai, grazie an­che al pesante intervento del sin­dacati nazionali, a rientrare In fab­brica dopo un mese di sciopero ad oltranza. Non è bastato perché, do­po due o tre mesi di disorienta­mento, nel reparti gli operai avevano ricominciato a rialzare la te­sta con scioperi spontanei ed oggi, da più di quattro mesi, per il pre­mio di produzione e di mansione, ogni giorno gli operai si fermano mezz’ora-un’ora, articolando lo scio­pero nel reparti.

Nell’ultimo incontro della settima­na scorsa con i sindacati, la dire­zione Rhodia, oltre a rifiutarsi di entrare nel merito della richieste, ha lamentato il «disordine produt­tivo» e «che i tecnici sono impos­sibilitati a fare il loro lavoro». Chiaramente, al di là della volon­tà personale di qualche magistrato che ha sentito la sentenza di asso­luzione come una offesa e una que­stione personale, esiste la volontà precisa del padronato che vuole con questo processo, «punire» e ferma­re la classe operaia della Rhodia. Per garantirsi questo risultato, 20 giorni prima del processo, la Dire­zione Rhodia, tramite un suo diri­gente e due «guardioni» ha crea­to una colossale montatura, contro uno degli imputati, il compagno Omelia, accusandolo di fatti mai avvenuti, in modo che Calabrese De Feo avesse le mani libere per farlo arrestare.

Il processo del 21 ottobre è molto importante.

Importante perché avviene a Tori­no, dove In maniera pesantissima i padroni conducono un’offensiva au­toritaria che ha al suo centro, pa­rallelamente alla intransigenza pa­dronale, la fascistizzazione degli organi dello Stato. Negli stessi giorni a Torino abbiamo altri pro­cessi polizieschi: quello contro i 42 compagni di Lotta Continua e di Potere Operalo per «reati d’opinio­ne» e quello contro i 3 membri di C.i. della Fiat Lingotto.

In secondo luogo si tratta di un processo di massa. Sul banco degli imputati siedono operai di base, operai del Pci, dello Psiup, del Psi, del Manifesto, rappresentanti e di­rigenti sindacali, il segretario del­la Federazione del Pci, studenti di Lotta Continua e del Manifesto. Tut­to il vasto arco della sinistra, tra­dizionale e non, di Verbania è rap­presentato. Chi inveiva contro gli estremisti «che non hanno niente a che fare con la classe operala», si trova oggi colpito dalla repres­sione assieme a loro.

Non è il caso che l’Unità abbia re­legato la notizia dell’arresto di Or­nella in fondo alla sesta pagina ignorando il fatto che si trattava di un militante del Pci.

La campagna contro gli «opposti estremismi» mostra in questo pro­cesso la sua vera faccia: la re­pressione vuole fermare le lotte operale.

Mentre i riformisti tacciono, sono le forze di classe che, facendo per­no sulle lotte operale, possono fer­mare la repressione garantendo gli spasi politici conquistati in questi anni.

La risposta data con la manifesta­zione di sabato a Torino è stato un primo momento fondamentale. Oggi gli operai della Rhodiatoce si incontreranno con il consiglio di fabbrica della Mirafiori.

schede

La legge sui blocchi stradali

La legge n. 66 del 22-1-1048 è stata appunto presentata nel ’48 (mini­stro degli interni Scelba) formal­mente per salvaguardare le vie di comunicazione dai briganti. In real­tà per reprimere le lotte contadine che nell’autunno ’47 erano state particolarmente dure.

Data l’enorme estensione delle vie di comunicazione e la scomparsa oggi dei briganti che assaltano i passeggeri bloccando le strade, ta­le legge potrebbe non aver più nes­sun senso.

In effetti è una legge repressiva di eccezionale pesantezza, diretta a colpire le manifestazioni operaie e popolari: ossa permette di inflig­gere a chiunque faccia una mani­festazione da 1 a 6 anni di reclu­sione e «se il fatto è commesso da più persone» da 2 a 12 anni. Nell’Istruttoria contro gli operai della Rhodia si legge: «l’elemento materiato del delitto di blocco è dato dalla ostruzione o anche sol­tanto dall’ingombro dell’area della strada, mentre il dolo si esauri­sce e si concreta nel porre in es­sere tale attività al fino di impe­dire, od anche soltanto di creare difficoltà od Impaccio alla libera circolazione della sede stradale; che rientra nella previsione legi­slativa ogni forma di ostacolo an­che se attuato con assembramento di più persone, che con i loro cor­pi offrono ostacolo sensibile alla circolazione».

Proprio per il suo carattere ecce­zionalmente repressivo, di tale leg­ge non si è mal voluto discutere in parlamento, facendola ratifica­re di nascosto nel ’55 in un pac­chetto di numerose norme che sono passate al vaglio delle camere co­me Inerenti al Ministero del Tra­sporti e alla regolamentazione dei traffico stradale ferroviario e la­custre. Dal che si desume che i partiti «dell’opposizione di sini­stra» che impostano la loro stra­tegia sul parlamento, non sono nemmeno capaci di fare il loro me­stiere.

Sono stati condannati due dei compagni accusati di “stampa clandestina”

Verbania. Ieri mattina alla pretura di Verbania i compagni Gian Ma­ria Ottolini (Manifesto) e Doriano Roveri (Lotta Continua) sono stati condannati per «stampa clandesti­na» rispettivamente a 25 mila lire e 20 mila lire di multa con la so­spensione condizionale della pena. Gli altri compagni accusati di stam­pa clandestina e manifestazione non autorizzata sono stati assolti. Fra i testi di accusa, ancora una volta, si è messo in mostra il capi­tano dei carabinieri Puoti che, co­me già nel processo contro gli ope­rai della Rhodiatoce ha affermato — In contrasto con i rapporti messi agli atti del processo — di essere stato presente ai presunti reati e di aver identificato di persona i compagni accusati. Tale onnipre­senza, «rivelata» anche questa vol­ta a molti mesi dal fatti, risulta per lo meno sospetta.

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Al processo dei 47 della Rhodia l’accusa sostiene il crumiraggio e la serrata

di Gianni Montani

Torino 22.10.1971. Nell’aula della corte di ap­pello di Torino è cominciato Ieri mattina il processo contro i 47 com­pagni della Rhodia di Verbania, ac­cusati di blocco stradale nel corso della lotta dell’autunno ’69, quando la direzione ha serrato la fabbrica per un mese nel tentativo, non riuscito, di stroncare la lotta.

Sul banco degli imputati si tro­vano assieme operai, sindacalisti, dirigenti di partito. Basta­no questi dati a dare il senso del processo repressivo in atto. Dopo i processi agli estremisti si è ormai passati esplicitamente a reprimere giudiziariamente tutti coloro che in fabbrica lottano o hanno lottato.

Dopo le formule di rito e la relazio­ne del precedente processo (in cui gli imputati vennero assolti «per erronea supposizione di esercitare un diritto collegato al diritto di scio­pero»), e stato il turno dell’accusa. Nell’aula dove si celebra il processo, una Ispide ricorda che nello stesso luogo, nel 1944, il tribunale speciale fascista condannò a morte il primo comitato militare del Cnl piemonte­se. A sentire oggi in quest’aula la requisitoria del procuratore genera­le Cordero di Vonzo, sembrava di essere tornati indietro nel tempo. Bene ha fatto la difesa a registrare questo discorso che dimostra chi siano oggi gli uomini che dirigono la procura generale della Repubbli­ca. Cordero di Vonzo ha Iniziato la sua requisitoria affermando che quello della Corte di Verbania è un ‘diritto strano, fatto di interpreta­zioni erronee. «Interpretazioni — ha detto — che noi non crediamo qualcuno si senta il coraggio di so­stenere ancora».

Continuando la sua requisitoria il pubblico ministero ha affermato che il diritto di sciopero è un qualsiasi diritto privalo, e in questo senso, avendo durante lo sciopero ingom­brato la libera circolazione per sen­sibilizzare l’opinione pubblica, gli imputati sono da giudicare come responsabili del blocco stradale. Reati comuni e non politici — ha sostenuto il pubblico ministero — in quanto lo sciopero politico è proibito. Sempre sul diritto di sciopero, di Vonzo ha continuato citando la giurisprudenza più reazionaria oggi esistente, affermando il diritto alla serrata padronale come forma legittima di pressione del padroni sugli operai, il diritto di crumiraggio, la Incriminazione dei lavoratori per occupazione di fabbrica. Per sostenere questa sua tesi ha fatto esplicito riferimento a quelli che si opposero all’assunzione del diritto dl sciopero nella costituzione. Sui fatti specifici di blocco stradale, il pubblico ministero ha sostenuto che è un reato comune, opponendosi fin d’ora alla richiesta di atte­nuanti per particolare valore so­ciale. Ha detto che il fatto stesso di voler sensibilizzare l’opinione pub­blica è una affermazione di volontà di blocco stradale in quanto si vuole fermare la gente per parlare; e ha riconosciuto come blocco strada­le tutte le situazioni in cui non si può circolare liberamente (qualcuno il pubblico ha espresso il timore Incontrare Cordero di Vonzo in qualche ingorgo nel centro di To­rino).

La chiusura della requisitoria ha avuto il pregio di chiarire, al di là del cavilli giuridici, quale sia la vo­lontà del pubblico ministero.

Rivolto alla corte questi, con fare minaccioso, ha detto: «di queste questioni hanno parlato i giornali le riviste, ecc. con parole infuocate». Il pubblico ministero, cioè, è particolarmente sensibile al giudi­zio del Tempo che ha scritto ai mo­mento dell’assoluzione: «comporta­mento criminoso dei giudici di Verbania». È poi cominciato l’elenco delie richieste della pena. Complessivamente quaranta anni circa.

Dopo una breve sospensione sono cominciate le arringhe delia difesa. L’avvocato Fenghi ha sostenuto la giustizia giuridica della sentenza del tribunale di Verbania, dimo­strando che il concetto di «erro­nea supposizione di esercitare un diritto» non è una eccezione del tri­bunale di Verbania ma una tenden­za affermata e consolidata della giurisprudenza. Il difensore ha dimostrato l’assurdità della interpre­tazione di blocco stradale da parte del pubblico ministero (ingorgo o rallento del traffico) in quanto se questa fosse l’interpretazione, si potrebbero incriminare gli operai quando escono dalle fabbriche, gli studenti dalle scuole ecc. Inoltre se fosse giusta questa interpretazione, gli operai e i contadini non avreb­bero nessun diritto di propagandare le motivazioni delle proprie lotte, In quanto i mezzi di comunicazione di massa sono in mano ai padroni. L’assurdità della interpretazione è stata dimostrata paragonando le pene di cui sono passibili i respon­sabili dell’ingorgo (da due a dodici anni) con le pene per attentato ferroviario con disastro (da tre a dieci anni) o alla violenza privata (mas­simo quattro anni). «Cioè a dire ha detto Fenghi che se gli operai della Rhodiatoce avessero rotto tut­to, rischierebbero meno di quello che rischiano per aver provocato un rallentamento del traffico». Fenghi ha determinato chiedendo la assoluzione per non aver commesso il fatto e dicendo che non la dife­sa chiede una sentenza politica, ma l’accusa. Una sentenza contro la classe operala.

Le difese sono continuate dimo­strando la mancanza di prove da parte dell’accusa. Alcuni sono impu­tati solo perché la loro macchina era parcheggiata a 500 metri dal luogo del presunto blocco. Circa gli altri presunti blocchi i carabinieri, giunti sul posto dopo quindici minu­ti, non hanno visto niente di anor­male. Il processo è continuato ieri sera.

Torino, in attesa della sentenza. Davanti G.Ottolini, D.Caretti, A.Goffredi, Dietro S.Rampazzo(?), R.Del Mastro

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Il tribunale di appello si è preso la sua vendetta e nega il valore sociale della lotta alla Rhodia

di Gianni Montani

Torino 23.10.1971. Si è concluso con 23 con­danne e 24 assoluzioni il processo d’appello contro gli operai della Rhodia. Quello che non è riuscito a fare il tribunale di Verbania sol­lecitato dal famigerato Calabrese De Feo, lo ha fatto il tribunale «speciale» di Torino. Sono stati condannati i compagni: Carlo Alberganti (6 mesi), Antonio Lo Nigro (7 mesi), Bruno Ormella (6 mesi e 20 giorni), Giancarlo Tartaro (5 mesi e 10 giorni), Ric­cardo Forte (9 mesi), Ruggero Del Mastro (5 mesi e 10 giorni), Lucio Ferrara (5 mesi e 10 giorni), Adria­no (Diego) Caretti (5 mesi e 10 giorni), Sergio Silvestri  (6 mesi), Amelia Martini (6 mesi), Giuseppe Buffo­ni (6 mesi e 20 giorni), Sebastiano Russo (5 mesi e 10 giorni), Gianni Fasolo (5 mesi e 10 giorni), Orazio Burgoni (6 mesi), Giovanna Alber­ganti (5 mesi e 10 giorni), Antonio Fellini (6 mesi e 10 giorni), Gian Maria Ottolini (6 mesi e 10 giorni), Giacomo Buffoni (6 mesi e 10 gior­ni), Danilo Ghedini (5 mesi e 10 giorni), Attillo Conterno (5 mesi e 10 giorni), Silvano Silvani (5 mesi e 10 giorni), Attilio Alioli (5 mesi e 10 giorni). Settimo Rampazzo (5 mesi e 10 giorni).

Nell’aula del palazzo di giustizia di Torino, sul cui portone esisto­no tuttora ì fasci littori, erano continuate nel tardo pomeriggio di giovedì e nella mattinata di vener­dì le arringhe dei difensori dei 47 compagni della Rhodiatoce di Verbania.

La linea della difesa si è artico­lata, oltre che sulla difesa del di­ritto di sciopero con tutte le impli­cazioni che questo significa, e sula assurdità delle Interpretazioni date dal pubblico ministero Cordero di Vonzo del reato di blocco stradale, sulle contraddizioni e la mancan­za assoluta di prove d’accusa. In sostanza la difesa ha chiesto ai giudici di giudicare secondo le pro­ve e non secondo quello che un avvocato ha definito «un gioco di magia» per cui molti imputati so­no stati accusati non perché qual­cuno li ha visti, ma perché la loro macchina è stata vista a 500 me­tri dal luogo del presunto blocco. Altri sono stati accusati per pre­sunti blocchi avvenuti In giorni in cui non erano a Verbania. Il caso più clamoroso è quello di Giancar­lo Tartaro, accusato di aver partecipato al secondo blocco della fer­rovia mentre quel giorno era al ministero del Lavoro a Roma per condurre lo trattative con la dire­zione Rhodia.

Dalle arringhe del difensori e emer­sa la figura del capitano del cara­binieri Puoti che sistematicamente, noi giorni dei presunti blocchi ha stilato rapporti In cui affermava di non aver riconosciuto nessuno dei partecipanti perché gli era Im­possibile, e in un secondo rapporto elencava i nomi del riconosciuti senza spiegare li cambiamento di posizione. Sul particolare del blocco ferroviario un’altra figura di rilie­vo è quella del brigadiere Bufano che In aula, a Verbania, ha affer­mato di aver visto gli imputati du­rante li blocco, mentre il capitano ha affermato, sia nel rapporto sia nella deposizione, di essere entrato da solo nella stazione. Altro per­sonaggio attendibile è il vice que­store di Verbania che affermava di aver riconosciuto gli Imputati ed elencava come ulteriori testimo­ni tre poliziotti, due del quali af­fermano di non aver visto nulla.

A dare il senso del grottesco delle richieste di pena, è il caso di una imputata per cui è stato richiesto un anno di reclusione: le uniche prove a suo carico sono date dalla testimonianza di un poliziotto che ha affermato di averla vista du­rante un presunto blocco sul mar­ciapiede della via.

Su queste prove il tribunale deve decidere. Su queste prove il pub­blico ministero ha chiesto oltre 40 anni di galera.

C’è poi la questione delle atte­nuanti per particolare valore so­ciale, che i difensori hanno chie­sto In via subordinata qualora il tribunale, nonostante la mancanza di prove, decreti la colpevolezza dei compagni. Su questa questione il pubblico ministero ha dichia­rato, già al momento della sua re­quisitoria, la sua totale opposizione. Per sostenere la applicabilità delle attenuanti del «particolare valore sociale» sono state ricordate le ca­ratteristiche della lotta alla Rho­dia. Una lotta che aveva come pri­mo obiettivo il rifiuto della smobi­litazione parziale della fabbrica che la direzione aveva annunciata. Una lotta che portò all’assunzione alla Rhodia di altri 300 operai dando un grosso contributo all’economia eli tutta la zona, allora come oggi minacciata dalla disoccupazione. Una lotta per la parità normativa operai-impiegati, che affrontava un problema di giustizia sociale. Una lotta infine non diretta da pochi dirigenti sindacali «da dietro il loro tavolino» ma dalle assemblee ope­raie.

Ma questa è proprio l’accusa che si fa ai compagni di Verbania. Lo dimostra l’Incriminazione per bloc­co stradale perché gli operai delle Rhodia e di altre fabbriche che avevano portato allora i soldi rac­colti nelle loro fabbriche per so­stenere la lotta, uscendo dall’as­semblea — erano circa 400 — han­no rallentato il traffico per pochi minuti. Come dimostra il rapporto dei carabinieri che giunti sul posto dopo 15 minuti non hanno trovato niente di anormale.

Proprio contro le attenuanti per particolare valore sociale si è sca­gliato il pubblico ministero nella sua replica, in cui ha sostenuto, con un livore anti-operaio che dif­ficilmente si è precedentemente vi­sto in un tribunale, che la lotta della Rhodia non aveva niente di sociale, che gli operai lottavano so­lo per problemi propri. Che le lotte sono solo lotte egoistiche che gli operai fanno per migliorare solo le proprie condizioni, «gli operai chiedevano le 40 ore di lavoro set­timanale, non lottavano per i di­soccupati, ma solo per lavorare di meno».


[i] In questo articolo di Luciana Castellina un ricordo di Gianni Montani: Viaggio nella Torino che ha inghiottito il suo passato.

[ii] Gli originali che ho potuto consultare sono depositati presso il Centro di Documentazione Casa della Resistenza in connessone col fondo “Alberganti Albertini”.

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