Lotte operaie e repressione negli articoli de il manifesto quotidiano (aprile-ottobre 1971)
Nel precedente articolo La nascita del Gruppo de il manifesto a Verbania ricordavo come le lotte operaie e in particolare quelle della Rhodiatoce si siano intrecciate ed abbiano influito nel profondo con la costituzione locale di questa formazione politica. Con la nascita del quotidiano ho svolto il ruolo di corrispondente per la nostra zona e naturalmente le vicende della Rhodia e della repressione con relativi processi vi hanno assunto un peso particolare. A partire dal primo numero del quotidiano del 28 aprile con la vivace narrazione di Valentino Parlato sulla festa per la assoluzione nel processo di primo grado a Verbania sino alle due corrispondenze di Gianni Montani[i] da Torino per il processo di Appello (22 e 23 ottobre ‘71) una trentina le cronache ed articoli inviati – allora tramite telefono previo appuntamento con la redazione – frutto del lavoro collettivo dei compagni.
Tra quelli direttamente connessi alla Rhodia ho selezionato i più significativi e ne riproduco il testo visto che non sono altrimenti reperibili online[ii].
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RHODIATOCE
A Verbania i compagni assolti dal tribunale tornano alla lotta
di Valentino Parlato
Verbania, Novara 28.04.1971. Grande giornata a Verbania quella del 24 aprile. Nella mattinata in tribunale, durante le sei ore di camera di consiglio, la consuetudine delia milizia politica, non era riuscita a coprire la tensione, fortissima in tutti: nei 48 compagni al banco degli imputati e in tutti gli altri che gremivano l’aula e si assiepavano in strada all’ingresso del tribunale. Il silenzio assoluto nel quale il giudice Simone aveva letto la sentenza di assoluzione era stato rotto da un applauso violento, da abbracci, lagrime di commozione, pugni alzati e dal canto dell’internazionale; da un abbraccio nero e oro di due toghe si alza un pugno chiuso. I carabinieri fino ad allora imponenti e corposi quasi vengono dissolti dal movimento che comincia nell’aula si trasferisce nella strada e poi davanti al carcere, ad attendere la liberazione del compagno Bruno Ormella.
La sentenza è stata chiara e importante. L’assoluzione di tutti gli imputati ha fatto fallire il tentativo di divisione politica tra gli imputati, tentata da qualche parte e, ancora di più, ha verificato la impossibilità di costruire un cordone sanitario dì isolamento intorno a questa vicenda e al gruppo di «estremisti» del centro del manifesto. Ma importanti sono anche le motivazioni della sentenza: non aver commesso il fatto per le imputazioni minori; non sussistenza di reato per l’assemblea del 6 ottobre dì fronte ai cancelli della fabbrica in risposta alla serrata padronale; non punibilità per i vari blocchi stradali (per i quali il pubblico ministero Gennaro Calabrese De Feo aveva infestato Pallanza di denunzie e mandati di cattura) perché quei blocchi furono fatti «nell’erronea supposizione di esercitare un diritto». Il livello particolarmente elevato raggiunto dalla lotta fa giustificare che negli operai nasca la supposizione — sia pure erronea per i giudici — che il blocco stradale sia un prolungamento o un’estensione del diritto costituzionale di scioperare. Il legame continuo con la lotta della Rhodia ha impedito — anche dopo una lunga congiura di silenzio di tutta la stampa — che un cordone sanitario isolasse questo processo nei quale gran parte degli imputati si richiamano o militano nel centro dì iniziativa comunista del Manifesto. «A Verbania, che è uno dei paesi più civili d’Italia, slamo come i pesci nell’acqua» — mi dice un compagno quando, una mezz’ora dopo la scarcerazione di Ormella, siamo tutti alla trattoria del Nibbio a festeggiare l’assoluzione. Al Nibbio ci sono tutti, Alberganti e Tartaro, Ottolini, Rampazzo, Carretti, Buffoni e quasi tutti gli altri imputati. Insieme con quelli del Manifesto ci sono quelli del Pci e del Psi e di Lotta Continua, forse manca solo il segretario della Federazione del Pci, Motetta; poi arrivano anche i compagni Janni e Fenghi, gli avvocati che sono stati la punta di diamante del collegio di difesa. Quale giudizio dare sulla sentenza? Quale il senso del contrasto tra un pubblico accusatore quasi medievale e dei giudici di tribunale innegabilmente democratici? Calabrese De Feo, In fondo, ha danneggiato la causa della borghesia con il suo uso ultrarepressivo della giustizia? E la lotta? Quali i rapporti tra la lotta, le provocazioni (compendiatesi in alcuni atti di sabotaggio e nell’incendio di uno del magazzini della Rhodia) e il processo? Come riprendere in fabbrica l’iniziativa sul premio di produzione? Su questi interrogativi i compagni cominciano a conversare.
Non si può certo dire che vi sia stata una discussione ordinata e tanto meno la tavola rotonda che i compagni di Verbania avevano preparato. Su alcuni punti i giudizi sono fermi. Il rapporto di forza è stato decisivo. Aver resistito alla violenta offensiva repressiva di Calabrese De Feo; aver tenuto anche nei lunghi mesi difficili cominciati nell’ottobre del 1970 quando la lotta di Verbania rimase sindacalmente isolata e oggetto di una vera e propria congiura del silenzio; aver avuto il coraggio di rendere politico il processo, anche attraverso il numero degli imputati, avere mantenuto l’unità con gli operai; non aver ceduto alla tentazione e ai suggerimenti di ripiegare sa una linea di difesa puramente giuridica, negando la partecipazione ai blocchi o giustificandola con l’esigenza di «calmare gli animi». Questi fatti e queste scelte sono alla base della vittoria conquistata il 24 aprile nell’aula penale del tribunale di Verbania. Senza questi precedenti, senza la presenza di un nucleo di compagni che con tenacia e coraggio ha continuamente ricostruito l’unità dei lavoratori intorno a posizioni di lotta avanzata, la sentenza del 24 forse sarebbe stata egualmente di assoluzione, ma avrebbe assolto dei vinti e non del militanti che — come Tartaro e tutti gli altri — hanno detto: «finalmente torniamo in fabbrica e riprendiamo la lotta sul premio di produzione».
Da una parte vi sono i militanti e i lavoratori di Verbania, un’area politico-sociale nella quale la continuità storica non ha assunto il segno del cedimento o del trasformismo: è un fatto che qui a Verbania l’avanguardia ha saputo assorbire i contenuti di classe della resistenza e della migliore esperienza del sindacalismo e del Pci. Dall’altra parte vi sono i giudici, e anche qui è chiaro che i venti anni che ci sono tra l’età del pubblico ministero e quella dei giudici non sono stati storicamente vuoti. Anche tra alcuni magistrati l’uscita dal medioevo nel quale vive ancora larga parte della nostra magistratura fa maturare come in tanti altri intellettuali una crisi di valori e un ripensamento del proprio ruolo.
Ma questi discorsi frammentari e sovrapposti sono Interrotti a un certo punto da Carlo Alberganti: «stiamo attenti a non essere trionfalistici e a non fare l’errore di considerare, dopo questa giusta sentenza, Verbania come una zona franca dalla repressione. A Verbania la repressione c’è stata e durissima. L’offensiva repressiva non è costata soltanto agli imputati, Janni lo ha detto bene nella sua arringa». «Gli ordini di cattura — si dice nell’arringa — ebbero gravi conseguenze non più rimediabili. Quando furono emanati, le trattative per la Rhodiatoce stavano per concludersi con la vittoria degli operai dopo un mese di sciopero. Proprio in quel momento la procura eliminò dalla vita sindacale sei rappresentanti qualificati e la Rhodiatoce si rimangiò immediatamente l’accordo, traendo dal procedimento penale il massimo utile che poteva ricavarne. La maestranza fu costretta a ricominciare tutto da capo». «Se è vero che la rappresentanza operaia esce rafforzata da questa sentenza — dice Tartaro — in fabbrica e fuori della fabbrica c’è molto lavoro da fare».
Politica della Rhodia e sfruttamento sono all’origine della crisi e della disoccupazione [i]
Verbania 13.05.1971. 35.000 abitanti. Metà degli operai lavorano alla Rhodiatoce. La fabbrica ha controllato per anni la vita cittadina: urbanizzazione, commercio, scuola, consiglio comunale, ecc. In piccolo, come la Fiat a Torino. Intorno alla Rhodia molte fabbriche chiudono e licenziano. Dal ’61al ‘70 la popolazione è passata da 28.810 a 34.410 abitanti, i posti di lavoro, nelle aziende con più di dieci addetti, sono diminuiti da 9.941 a 7.162. Chi trova un posto alla Rhodia è fortunato, non deve andare ogni mattina a lavorare a Gravellona, a Omegna o in Svizzera.
Ma ad un tratto l’inaspettato: mentre fuori si cerca lavoro, nei reparti della Rhodia parte la rivolta contro la organizzazione capitalistica del lavoro (carichi, ambiente, orario, qualifiche). Fino a tre anni fa il nome di Verbania ricordava il turismo lacustre, oggi significa lotta operaia. Dagli scioperi spontanei del giugno ’68 alla occupazione e alla vittoria del marzo ’69. La lotta contro l’organizzazione del lavoro crea nuovi posti di lavoro: oltre 400 posti in più alla Rhodiatoce. La lotta continua nei reparti per un anno e mezzo, crea nuove avanguardie, si estende ad altre fabbriche ed agii studenti.
Nel settembre-ottobre ’70 la battuta di arresto: gli arresti, la latitanza, l’isolamento e il cedimento delle centrali sindacali, il rientro in fabbrica, la deroga sull’orario.
La Rhodia non assume più. Nei sei mesi in cui le forze di classe lottano contro la repressione e si mobilitano per il processa alla Rhodia ì posti di lavoro scendono da 4.300 circa a 3.996.
Il problema dell’occupazione passa all’ordine del giorno: Nyco, Edilceramica, Nestlé, Panizza, Siderocementi, fabbriche tessili. Chi chiude, chi diminuisce i posti di lavoro, chi lavora a orario ridotto. I padroni preferiscono investire altrove o, prima dì investire, vogliono dare una mazzata agli operai per poterli poi sfruttare a piacere.
Sono i 130 operai della Nyco, con sessanta giorni di occupazione della fabbrica, a sollevare in modo drammatico il problema. Non a casa lo «stato» di nuovo interviene denunciandoli e buttandoli fuori della fabbrica. Le forze politiche tradizionali sono impotenti, anche se la giunta Pci – Psiup ha deciso ieri di requisire l’azienda.
Lo sviluppo dello scontro alla Rhodia in questi mesi non ha permesso alle stesse forze politiche di classe di affrontare nel modo dovuto l’altra faccia della condizione proletaria, la disoccupazione.
Per oggi, i sindacati hanno proclamato lo sciopero generale a Verbania. Giusto. Gli operai dicono: «Contro questa situazione bisogna mobilitare la rabbia di tutti gli strati popolari». Giusto.
Ma non basta. In gran parte le forze sindacali vedono la lotta contro la disoccupazione come cosa separata dalla lotta in fabbrica contro l’organizzazione del lavoro. La lotta per l’occupazione si riduce ad una generica pressione sul potere politico che sfugge al controllo operaio
Lo sciopero generale deve diventare invece il momento di unificazione delle lotte in corso nelle varie fabbriche (Tubor, Unione manifatture, Rhodia, etc.) e del rilancio della lotta nelle altre. Rientrando da domani in fabbrica, bisogna impedire qualsiasi uso dello straordinario, tanto più che in molte fabbriche, come alla Cartiera prealpina l’uso esteso dello straordinario viene alternato a periodi dì cassa integrazione. Sì deve riprendere la lotta contro i carichi di lavoro, ritmi, il cottimo, usando dove è possibile, (come alla Tubor e alla Um) l’autolimitazione della produzione; rilanciare la riduzione dell’orario e l’azione contro la nocività. Alla Rhodia far partire finalmente la lotta per il premio di produzione, visto che da quasi un mese le assemblee di Verbania, Villadossola e Novara si sono pronunciate con decisione. Il movimento deve essere esteso alle zone circostanti, dove vanno a lavorare molti operai di Verbania (a Gravellona, a Omegna, in Svizzera).
In alcune fabbriche di Omegna si è cominciata a discutere la possibilità di una lotta comune sul salario garantito (208 ore pagate al mese, in ogni caso).
A Verbania, ci sono 7.400 studenti e per loro, man mano che usciranno dalle scuole sarà sempre più difficile trovare un lavoro. Anche queste sono forze da mobilitare. Lo sciopero e la manifestazione di oggi sono soltanto il primo colpo. Il compito è continuare, indicando obiettivi concreti che facciano crescere il movimento e insieme creando nuovi strumenti di coordinamento politico (collettivi politici di fabbrica, comitati di quartiere, etc.) a livello cittadino e in tutta la zona.
[i] Articolo non firmato ma, per quanto ricordo e per lo stile del testo, è sicuramente attribuibile a Gino Vermicelli.
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Riparte la lotta nelle fabbriche Rhodiatoce. I limiti dell’esperienza passata e le prospettive
di Gian Maria Ottolini
Verbania 8.09.1971. Dopo la pausa estiva riprende la lotta alla Rhodiatoce. La settimana scorsa si sono riunite a Novara le rappresentanze sindacali delle fabbriche del gruppo (Pallanza, Casoria, Villadossola e Novara: ottomila lavoratori In tutto). Il comunicato conclusivo della riunione dice che: «È stata decisa la ripresa immediata della lotta con una azione di sciopero di 48 ore che ogni fabbrica articolerà nel modi atti a realizzare il massimo di pressione». La lotta per il premio di produzione (10.000 lire per tutti sganciate dalla produttività), era già iniziata due mesi prima delle ferie. A Pallanza si era articolato In scioperi quotidiani di mezz’ora-un’ora, gestiti direttamente dai reparti che avevano manifestato una forte combattività operaia: poco prima delle ferie, si erano avuti numerosi cortei Interni, che hanno cacciato dalla fabbrica i pochi impiegati crumiri. A Novara e a Villadossola la lotta aveva mantenuto il carattere più tradizionale degli scioperi di otto ore. Gli operai di Casoria, invece, usciti da poco da una lotta finita male, e non informati dal sindacato, sono rimasti estranei allo scontro.
Il padrone ha sempre mostrato la più ferrea intransigenza. La sua controfferta era di 3.000 lire per il premio di produzione. Il suo obiettivo, prima ancora di trattare, era quello di stancare gli operai, costringendoli ad uno scontro, lungo e faticoso nell’intento di provocare, al momento da lui ritenuto più opportuno, uno scontro frontale.
Nella prima fase della lotta il diverso modo di attuare lo sciopero nelle tre fabbriche e l’assenza di Casoria non hanno certo giocato a favore degli operai. Ora sembra che le fabbriche di Villadossola, e forse anche quella di Novara, siano disposte ad attuare scioperi articolati. I sindacati nazionali si sono inoltre impegnati ad andare di persona a Casoria, per far scendere In lotta anche gli operai di quella fabbrica. Ma la loro credibilità, dopo le sfacciate menzogne cui sono ricorsi nel tentativo di far rientrare gli operai in fabbrica, è oggi molto scarsa e dunque non c’è da attendersi gran che dalle loro promesse.
La lotta si presenta dunque particolarmente dura: perché sia efficace è indispensabile che si verifichino alcune condizioni precise: che tutte le fabbriche del gruppo partecipino attivamente allo scontro e non si creino nuovamente fratture fra stabilimenti più combattivi e meno combattivi; che l’articolazione degli scioperi sia la più intelligente possibile, in modo da scardinare la programmazione padronale della produzione, con il minor costo per gli operai che cosi potranno reggere anche un lungo scontro; che nel corso della lotta cresca l’organizzazione autonoma degli operai, reparto per reparto, fabbrica per fabbrica.
La posta in gioco è alta. Al di là degli aumenti salariali (che oggi, con il progressivo aumento del costo della vita e il conseguente taglio del salario reale, assume particolare valore), si gioca la continuità delle lotte future: in particolare, qualifiche, mansioni, carichi. A Pallanza, inoltre, non solo per gli operai, ma anche per la «sinistra» sindacale, la posta è alta. O essa saprà far leva su questa lotta per favorire al massimo la crescita e lo sviluppo dell’organizzazione operaia di base, sconfiggendo la controffensiva politica che le forze moderate si apprestano a lanciare, o, non solo rischia di compromettere la lotta operaia, ma la sua stessa sopravvivenza.
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14 carabinieri per arrestare il compagno Ormella. A Verbania riprende la repressione contro la lotta operaia
Verbania 3.10.1971. Venerdì sera, appena rientrato in casa, è stato arrestato il compagno Bruno Ormella, membro del direttivo di fabbrica della Cgll e iscritto al Pci. Lo ha denunziato pochi giorni fa, un dirigente della Rhodia, tale Bertolino, per «violenza privata» in occasione di un picchettaggio durante lo sciopero dei giornalieri per il premio di produzione. Quattordici carabinieri hanno circondato la casa e lo hanno assalito con aria di rivincita. «Questa volta non ci scappi» gli hanno detto.
Il compagno Ormella era già stato colpito da mandato di cattura nel settembre scorso per «blocco stradale» assieme ad altri due operai e tre sindacalisti, quando a Verbania scattò l’operazione di repressione contro lo sciopero degli operai della Rhodia. Dopo sei mesi di latitanza era stato assolto, assieme agli altri 47 imputati, dal tribunale di Verbania. Il processo di appello, subito richiesto dall’accusa, si svolgerà il 21 ottobre a Torino.
L’arresto di venerdì ha un duplice scopo: intimidazione in vista del processo e ricatto per bloccare la lotta sul premio di produzione. L’indagine sulla imputazione del compagno Ormella è stata presa subito in mano dal procuratore della repubblica Calabrese De Feo, noto per la linea duramente repressiva nei confronti della lotta operaia. L’istruttoria fin dall’inizio è stata caratterizzata da un atteggiamento minaccioso e intimidatorio verso alcuni testimoni e, soprattutto, dallo arresto che l’imputazione rendeva facoltativo.
Qui a Verbania e in tutta la provincia di Novara dal settembre ’70 a oggi l’azione repressiva padronale e di stato continua ad essere durissima: da una parte il pesante intervento della magistratura, dall’altra una fortissima resistenza padronale a ogni lotta operaia, caratterizzata, soprattutto nel settore tessile, da serrate, licenziamenti, cassa integrazione. L’attacco investe oltre le libertà politiche e sindacali in fabbrica, anche la libertà di espressione e vi sono decine di denunce per «stampa clandestina» contro operai e studenti.
In questi giorni, con la solita scusa della «lotta alla criminalità» sono state Intensificate le operazioni di polizia, con blocchi stradali e perquisizioni tra le quali quella nelle abitazioni di due compagni di Masera (uno è il segretario della locale sezione del Pci). Negli ultimi giorni, inoltre, sono stati denunciati 51 operai della Nyco (tra i quali due sindacalisti Cisl e Cgil) per l’occupazione della fabbrica chiusa dal padrone e in via di liquidazione, per la quale si attende ancora oggi una soluzione. Altri 42 operai, del cappellificio Panizza sono minacciati di licenziamento per «esigenze di ristrutturazione». La azione repressiva, quindi, si configura più che mai come il solido sostegno dello stato all’attacco padronale, tendente alla riduzione della occupazione e alla ristrutturazione delle aziende.
Questo generalizzato attacco antioperaio impone una generale capacità di mobilitazione, che coinvolga gli organismi di base di tutte le fabbriche della zona e spinga il sindacato locale e provinciale a dare una risposta più decisa a chi oggi tenta piegare la classe operaia. In questa azione, assume particolare importanza la scadenza del processo di appello, il 21 ottobre. In occasione del processo ci si prepara a sviluppare quella mobilitazione che in aprile portò all’assoluzione dei compagni e alla riconquista di posizioni di forza in fabbrica.
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Sciopero totale alla Rhodia e 2000 in piazza nonostante i baschi neri antipicchetto
Verbania 16.10.1971. Duemila, fra operai e studenti, hanno partecipato ieri mattina alla manifestazione indetta dai sindacati in occasione dello sciopero generale di 4 ore contro la repressione (più di 100 denunce ed un arresto), le serrate e licenziamenti nelle varie fabbriche della zona.
Le provocazioni non sono mancate; un compagno che distribuiva davanti alle scuole un volantino del «collettivo politico studenti medi» è stato portato in questura: è stato interrogato e gli sono stati sequestrati tutti i volantini.
«Qui la legge la faccio io» ha risposto il carabiniere alle proteste ed ha aggiunto che l’ordine di sequestro gli veniva dalla procura. I carabinieri saranno denunciati.
Frattanto alle 8, alla Rhodia, per la prima volta dopo tre anni, la polizia si è permessa di schierarsi davanti ai cancelli per impedire picchettaggio: hanno fatto una magra figura perché nonostante la «garanzia» dei loro fucili non è entrato proprio nessuno.
Circa 100 fra baschi neri e poliziotti con il fucile imbracciato si sono appostati sotto il tribunale per difendere la «legge». Anche la polizia ha capito che qualche magistrato a Verbania è assolutamente impopolare.
Tutti i compagni ritengono molto positivi lo sciopero e la manifestazione di oggi, sono però anche assolutamente convinti che è necessario portare la mobilitazione in fabbrica creando piattaforme e forme di lotta che offrono la garanzia di non cedere di fronte all’attacco padronale. Pochi giorni fa il pretore di Omegna ha emesso una sentenza che dichiara illegittimo lo sciopero articolato alla «Nuova filatura Toce». Oggi gli operai della cartiera sono stati minacciali di sospensioni per aver partecipato allo sciopero generale. La minaccia è arrivata mentre i lavoratori si apprestano a organizzare la lotta per il contrattoaziendale.
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La vendetta della giustizia contro le avanguardie. Domani comincia a Torino il processo d’appello contro i 47 compagni assolti il 24 aprile
Verbania 20.10.1971. Domani giovedì 21 ottobre, alle ore 9 presso la Corte di Appello di Torino, seconda sezione inizierà li processo contro gli operai della Rhodiatoce. L’accusa è di «blocco stradale, ferroviario e lacustre» e di manifestazione non autorizzata, dal 18 settembre al 6 ottobre 1970. Gli imputati sono 47 (contro uno solo il p.m. non ha appellato).
Il 24 aprile scorso, nonostante le pesanti pene richieste (oltre 50 anni) dal P.M. Gennaro Calabrese De Feo, il Tribunale di Verbania assolveva tutti gli imputati, parte «per non aver commesso il fatto», parte «perché il fatto non costituisce reato» (assembramento davanti alla fabbrica del 6 ottobre) e gli altri «perché il fatto non costituisce reato In quanto commesso nell’erronea supposizione di esercitare un diritto».
Subito il P.M. appellava, sostenuto dalla stampa fascista e reazionaria e a lui si affiancava il procuratore generale di Torino Colli, che appellava a sua volta. In tempo di record viene istruito il processo d’appello. Solo per un disguido burocratico non è avvenuto il 14 luglio scorso, come inizialmente era stato notificato.
Al padroni non è bastato aver sconfitto una lotta con 6 mandati di cattura e con oltre cento denunce, costringendo gli operai, grazie anche al pesante intervento del sindacati nazionali, a rientrare In fabbrica dopo un mese di sciopero ad oltranza. Non è bastato perché, dopo due o tre mesi di disorientamento, nel reparti gli operai avevano ricominciato a rialzare la testa con scioperi spontanei ed oggi, da più di quattro mesi, per il premio di produzione e di mansione, ogni giorno gli operai si fermano mezz’ora-un’ora, articolando lo sciopero nel reparti.
Nell’ultimo incontro della settimana scorsa con i sindacati, la direzione Rhodia, oltre a rifiutarsi di entrare nel merito della richieste, ha lamentato il «disordine produttivo» e «che i tecnici sono impossibilitati a fare il loro lavoro». Chiaramente, al di là della volontà personale di qualche magistrato che ha sentito la sentenza di assoluzione come una offesa e una questione personale, esiste la volontà precisa del padronato che vuole con questo processo, «punire» e fermare la classe operaia della Rhodia. Per garantirsi questo risultato, 20 giorni prima del processo, la Direzione Rhodia, tramite un suo dirigente e due «guardioni» ha creato una colossale montatura, contro uno degli imputati, il compagno Omelia, accusandolo di fatti mai avvenuti, in modo che Calabrese De Feo avesse le mani libere per farlo arrestare.
Il processo del 21 ottobre è molto importante.
Importante perché avviene a Torino, dove In maniera pesantissima i padroni conducono un’offensiva autoritaria che ha al suo centro, parallelamente alla intransigenza padronale, la fascistizzazione degli organi dello Stato. Negli stessi giorni a Torino abbiamo altri processi polizieschi: quello contro i 42 compagni di Lotta Continua e di Potere Operalo per «reati d’opinione» e quello contro i 3 membri di C.i. della Fiat Lingotto.
In secondo luogo si tratta di un processo di massa. Sul banco degli imputati siedono operai di base, operai del Pci, dello Psiup, del Psi, del Manifesto, rappresentanti e dirigenti sindacali, il segretario della Federazione del Pci, studenti di Lotta Continua e del Manifesto. Tutto il vasto arco della sinistra, tradizionale e non, di Verbania è rappresentato. Chi inveiva contro gli estremisti «che non hanno niente a che fare con la classe operala», si trova oggi colpito dalla repressione assieme a loro.
Non è il caso che l’Unità abbia relegato la notizia dell’arresto di Ornella in fondo alla sesta pagina ignorando il fatto che si trattava di un militante del Pci.
La campagna contro gli «opposti estremismi» mostra in questo processo la sua vera faccia: la repressione vuole fermare le lotte operale.
Mentre i riformisti tacciono, sono le forze di classe che, facendo perno sulle lotte operale, possono fermare la repressione garantendo gli spasi politici conquistati in questi anni.
La risposta data con la manifestazione di sabato a Torino è stato un primo momento fondamentale. Oggi gli operai della Rhodiatoce si incontreranno con il consiglio di fabbrica della Mirafiori.
schede
La legge sui blocchi stradali
La legge n. 66 del 22-1-1048 è stata appunto presentata nel ’48 (ministro degli interni Scelba) formalmente per salvaguardare le vie di comunicazione dai briganti. In realtà per reprimere le lotte contadine che nell’autunno ’47 erano state particolarmente dure.
Data l’enorme estensione delle vie di comunicazione e la scomparsa oggi dei briganti che assaltano i passeggeri bloccando le strade, tale legge potrebbe non aver più nessun senso.
In effetti è una legge repressiva di eccezionale pesantezza, diretta a colpire le manifestazioni operaie e popolari: ossa permette di infliggere a chiunque faccia una manifestazione da 1 a 6 anni di reclusione e «se il fatto è commesso da più persone» da 2 a 12 anni. Nell’Istruttoria contro gli operai della Rhodia si legge: «l’elemento materiato del delitto di blocco è dato dalla ostruzione o anche soltanto dall’ingombro dell’area della strada, mentre il dolo si esaurisce e si concreta nel porre in essere tale attività al fino di impedire, od anche soltanto di creare difficoltà od Impaccio alla libera circolazione della sede stradale; che rientra nella previsione legislativa ogni forma di ostacolo anche se attuato con assembramento di più persone, che con i loro corpi offrono ostacolo sensibile alla circolazione».
Proprio per il suo carattere eccezionalmente repressivo, di tale legge non si è mal voluto discutere in parlamento, facendola ratificare di nascosto nel ’55 in un pacchetto di numerose norme che sono passate al vaglio delle camere come Inerenti al Ministero del Trasporti e alla regolamentazione dei traffico stradale ferroviario e lacustre. Dal che si desume che i partiti «dell’opposizione di sinistra» che impostano la loro strategia sul parlamento, non sono nemmeno capaci di fare il loro mestiere.
Sono stati condannati due dei compagni accusati di “stampa clandestina”
Verbania. Ieri mattina alla pretura di Verbania i compagni Gian Maria Ottolini (Manifesto) e Doriano Roveri (Lotta Continua) sono stati condannati per «stampa clandestina» rispettivamente a 25 mila lire e 20 mila lire di multa con la sospensione condizionale della pena. Gli altri compagni accusati di stampa clandestina e manifestazione non autorizzata sono stati assolti. Fra i testi di accusa, ancora una volta, si è messo in mostra il capitano dei carabinieri Puoti che, come già nel processo contro gli operai della Rhodiatoce ha affermato — In contrasto con i rapporti messi agli atti del processo — di essere stato presente ai presunti reati e di aver identificato di persona i compagni accusati. Tale onnipresenza, «rivelata» anche questa volta a molti mesi dal fatti, risulta per lo meno sospetta.
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Al processo dei 47 della Rhodia l’accusa sostiene il crumiraggio e la serrata
di Gianni Montani
Torino 22.10.1971. Nell’aula della corte di appello di Torino è cominciato Ieri mattina il processo contro i 47 compagni della Rhodia di Verbania, accusati di blocco stradale nel corso della lotta dell’autunno ’69, quando la direzione ha serrato la fabbrica per un mese nel tentativo, non riuscito, di stroncare la lotta.
Sul banco degli imputati si trovano assieme operai, sindacalisti, dirigenti di partito. Bastano questi dati a dare il senso del processo repressivo in atto. Dopo i processi agli estremisti si è ormai passati esplicitamente a reprimere giudiziariamente tutti coloro che in fabbrica lottano o hanno lottato.
Dopo le formule di rito e la relazione del precedente processo (in cui gli imputati vennero assolti «per erronea supposizione di esercitare un diritto collegato al diritto di sciopero»), e stato il turno dell’accusa. Nell’aula dove si celebra il processo, una Ispide ricorda che nello stesso luogo, nel 1944, il tribunale speciale fascista condannò a morte il primo comitato militare del Cnl piemontese. A sentire oggi in quest’aula la requisitoria del procuratore generale Cordero di Vonzo, sembrava di essere tornati indietro nel tempo. Bene ha fatto la difesa a registrare questo discorso che dimostra chi siano oggi gli uomini che dirigono la procura generale della Repubblica. Cordero di Vonzo ha Iniziato la sua requisitoria affermando che quello della Corte di Verbania è un ‘diritto strano, fatto di interpretazioni erronee. «Interpretazioni — ha detto — che noi non crediamo qualcuno si senta il coraggio di sostenere ancora».
Continuando la sua requisitoria il pubblico ministero ha affermato che il diritto di sciopero è un qualsiasi diritto privalo, e in questo senso, avendo durante lo sciopero ingombrato la libera circolazione per sensibilizzare l’opinione pubblica, gli imputati sono da giudicare come responsabili del blocco stradale. Reati comuni e non politici — ha sostenuto il pubblico ministero — in quanto lo sciopero politico è proibito. Sempre sul diritto di sciopero, di Vonzo ha continuato citando la giurisprudenza più reazionaria oggi esistente, affermando il diritto alla serrata padronale come forma legittima di pressione del padroni sugli operai, il diritto di crumiraggio, la Incriminazione dei lavoratori per occupazione di fabbrica. Per sostenere questa sua tesi ha fatto esplicito riferimento a quelli che si opposero all’assunzione del diritto dl sciopero nella costituzione. Sui fatti specifici di blocco stradale, il pubblico ministero ha sostenuto che è un reato comune, opponendosi fin d’ora alla richiesta di attenuanti per particolare valore sociale. Ha detto che il fatto stesso di voler sensibilizzare l’opinione pubblica è una affermazione di volontà di blocco stradale in quanto si vuole fermare la gente per parlare; e ha riconosciuto come blocco stradale tutte le situazioni in cui non si può circolare liberamente (qualcuno il pubblico ha espresso il timore Incontrare Cordero di Vonzo in qualche ingorgo nel centro di Torino).
La chiusura della requisitoria ha avuto il pregio di chiarire, al di là del cavilli giuridici, quale sia la volontà del pubblico ministero.
Rivolto alla corte questi, con fare minaccioso, ha detto: «di queste questioni hanno parlato i giornali le riviste, ecc. con parole infuocate». Il pubblico ministero, cioè, è particolarmente sensibile al giudizio del Tempo che ha scritto ai momento dell’assoluzione: «comportamento criminoso dei giudici di Verbania». È poi cominciato l’elenco delie richieste della pena. Complessivamente quaranta anni circa.
Dopo una breve sospensione sono cominciate le arringhe delia difesa. L’avvocato Fenghi ha sostenuto la giustizia giuridica della sentenza del tribunale di Verbania, dimostrando che il concetto di «erronea supposizione di esercitare un diritto» non è una eccezione del tribunale di Verbania ma una tendenza affermata e consolidata della giurisprudenza. Il difensore ha dimostrato l’assurdità della interpretazione di blocco stradale da parte del pubblico ministero (ingorgo o rallento del traffico) in quanto se questa fosse l’interpretazione, si potrebbero incriminare gli operai quando escono dalle fabbriche, gli studenti dalle scuole ecc. Inoltre se fosse giusta questa interpretazione, gli operai e i contadini non avrebbero nessun diritto di propagandare le motivazioni delle proprie lotte, In quanto i mezzi di comunicazione di massa sono in mano ai padroni. L’assurdità della interpretazione è stata dimostrata paragonando le pene di cui sono passibili i responsabili dell’ingorgo (da due a dodici anni) con le pene per attentato ferroviario con disastro (da tre a dieci anni) o alla violenza privata (massimo quattro anni). «Cioè a dire ha detto Fenghi che se gli operai della Rhodiatoce avessero rotto tutto, rischierebbero meno di quello che rischiano per aver provocato un rallentamento del traffico». Fenghi ha determinato chiedendo la assoluzione per non aver commesso il fatto e dicendo che non la difesa chiede una sentenza politica, ma l’accusa. Una sentenza contro la classe operala.
Le difese sono continuate dimostrando la mancanza di prove da parte dell’accusa. Alcuni sono imputati solo perché la loro macchina era parcheggiata a 500 metri dal luogo del presunto blocco. Circa gli altri presunti blocchi i carabinieri, giunti sul posto dopo quindici minuti, non hanno visto niente di anormale. Il processo è continuato ieri sera.

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Il tribunale di appello si è preso la sua vendetta e nega il valore sociale della lotta alla Rhodia
di Gianni Montani
Torino 23.10.1971. Si è concluso con 23 condanne e 24 assoluzioni il processo d’appello contro gli operai della Rhodia. Quello che non è riuscito a fare il tribunale di Verbania sollecitato dal famigerato Calabrese De Feo, lo ha fatto il tribunale «speciale» di Torino. Sono stati condannati i compagni: Carlo Alberganti (6 mesi), Antonio Lo Nigro (7 mesi), Bruno Ormella (6 mesi e 20 giorni), Giancarlo Tartaro (5 mesi e 10 giorni), Riccardo Forte (9 mesi), Ruggero Del Mastro (5 mesi e 10 giorni), Lucio Ferrara (5 mesi e 10 giorni), Adriano (Diego) Caretti (5 mesi e 10 giorni), Sergio Silvestri (6 mesi), Amelia Martini (6 mesi), Giuseppe Buffoni (6 mesi e 20 giorni), Sebastiano Russo (5 mesi e 10 giorni), Gianni Fasolo (5 mesi e 10 giorni), Orazio Burgoni (6 mesi), Giovanna Alberganti (5 mesi e 10 giorni), Antonio Fellini (6 mesi e 10 giorni), Gian Maria Ottolini (6 mesi e 10 giorni), Giacomo Buffoni (6 mesi e 10 giorni), Danilo Ghedini (5 mesi e 10 giorni), Attillo Conterno (5 mesi e 10 giorni), Silvano Silvani (5 mesi e 10 giorni), Attilio Alioli (5 mesi e 10 giorni). Settimo Rampazzo (5 mesi e 10 giorni).
Nell’aula del palazzo di giustizia di Torino, sul cui portone esistono tuttora ì fasci littori, erano continuate nel tardo pomeriggio di giovedì e nella mattinata di venerdì le arringhe dei difensori dei 47 compagni della Rhodiatoce di Verbania.
La linea della difesa si è articolata, oltre che sulla difesa del diritto di sciopero con tutte le implicazioni che questo significa, e sula assurdità delle Interpretazioni date dal pubblico ministero Cordero di Vonzo del reato di blocco stradale, sulle contraddizioni e la mancanza assoluta di prove d’accusa. In sostanza la difesa ha chiesto ai giudici di giudicare secondo le prove e non secondo quello che un avvocato ha definito «un gioco di magia» per cui molti imputati sono stati accusati non perché qualcuno li ha visti, ma perché la loro macchina è stata vista a 500 metri dal luogo del presunto blocco. Altri sono stati accusati per presunti blocchi avvenuti In giorni in cui non erano a Verbania. Il caso più clamoroso è quello di Giancarlo Tartaro, accusato di aver partecipato al secondo blocco della ferrovia mentre quel giorno era al ministero del Lavoro a Roma per condurre lo trattative con la direzione Rhodia.
Dalle arringhe del difensori e emersa la figura del capitano del carabinieri Puoti che sistematicamente, noi giorni dei presunti blocchi ha stilato rapporti In cui affermava di non aver riconosciuto nessuno dei partecipanti perché gli era Impossibile, e in un secondo rapporto elencava i nomi del riconosciuti senza spiegare li cambiamento di posizione. Sul particolare del blocco ferroviario un’altra figura di rilievo è quella del brigadiere Bufano che In aula, a Verbania, ha affermato di aver visto gli imputati durante li blocco, mentre il capitano ha affermato, sia nel rapporto sia nella deposizione, di essere entrato da solo nella stazione. Altro personaggio attendibile è il vice questore di Verbania che affermava di aver riconosciuto gli Imputati ed elencava come ulteriori testimoni tre poliziotti, due del quali affermano di non aver visto nulla.
A dare il senso del grottesco delle richieste di pena, è il caso di una imputata per cui è stato richiesto un anno di reclusione: le uniche prove a suo carico sono date dalla testimonianza di un poliziotto che ha affermato di averla vista durante un presunto blocco sul marciapiede della via.
Su queste prove il tribunale deve decidere. Su queste prove il pubblico ministero ha chiesto oltre 40 anni di galera.
C’è poi la questione delle attenuanti per particolare valore sociale, che i difensori hanno chiesto In via subordinata qualora il tribunale, nonostante la mancanza di prove, decreti la colpevolezza dei compagni. Su questa questione il pubblico ministero ha dichiarato, già al momento della sua requisitoria, la sua totale opposizione. Per sostenere la applicabilità delle attenuanti del «particolare valore sociale» sono state ricordate le caratteristiche della lotta alla Rhodia. Una lotta che aveva come primo obiettivo il rifiuto della smobilitazione parziale della fabbrica che la direzione aveva annunciata. Una lotta che portò all’assunzione alla Rhodia di altri 300 operai dando un grosso contributo all’economia eli tutta la zona, allora come oggi minacciata dalla disoccupazione. Una lotta per la parità normativa operai-impiegati, che affrontava un problema di giustizia sociale. Una lotta infine non diretta da pochi dirigenti sindacali «da dietro il loro tavolino» ma dalle assemblee operaie.
Ma questa è proprio l’accusa che si fa ai compagni di Verbania. Lo dimostra l’Incriminazione per blocco stradale perché gli operai delle Rhodia e di altre fabbriche che avevano portato allora i soldi raccolti nelle loro fabbriche per sostenere la lotta, uscendo dall’assemblea — erano circa 400 — hanno rallentato il traffico per pochi minuti. Come dimostra il rapporto dei carabinieri che giunti sul posto dopo 15 minuti non hanno trovato niente di anormale.
Proprio contro le attenuanti per particolare valore sociale si è scagliato il pubblico ministero nella sua replica, in cui ha sostenuto, con un livore anti-operaio che difficilmente si è precedentemente visto in un tribunale, che la lotta della Rhodia non aveva niente di sociale, che gli operai lottavano solo per problemi propri. Che le lotte sono solo lotte egoistiche che gli operai fanno per migliorare solo le proprie condizioni, «gli operai chiedevano le 40 ore di lavoro settimanale, non lottavano per i disoccupati, ma solo per lavorare di meno».
[i] In questo articolo di Luciana Castellina un ricordo di Gianni Montani: Viaggio nella Torino che ha inghiottito il suo passato.
[ii] Gli originali che ho potuto consultare sono depositati presso il Centro di Documentazione Casa della Resistenza in connessone col fondo “Alberganti Albertini”.






