Antonio da Tradate a Palagnedra: gioiello lepontino
“Prendi Re. Da quando i pittori suscitarono il miracolo della Madonna che sanguina – o fu la Madonna a ispirare loro — quell’icona benedicente dilagò per villaggi e alpi, indifferente alle frontiere, occupando lunette su povere facciate, o, in forma di immaginetta, appuntata sulla credenza, insieme alle fotografie dei nipoti e a un promemoria dell’Agricoltore ticinese. E lavorava ignaro o non curandosi dei confini l’Antonio da Tradate che salì a Palagnedra nel quindicesimo secolo a dipingervi almeno una piccola parte di tutte quelle più numerose cose che stanno tra terra e cielo. Nella chiesa originaria di Palagnedra, il suo ciclo allegorico dei mesi corre lungo l’intero coro — oggi una sagrestia — quasi sorreggendo un’apoteosi di santi e profeti e vite di Nostro Signore, che salgono a colmare il cielo artificiale della volta. Spostandosi con i suoi cartoni, questo Giotto un po’ in ritardo disseminò d’arte gli oratori affacciati sul Verbano, dove oggi si dice Italia, e chiese e chiesette di borghi e villaggi svizzeri. Ma bisogna dire che a Palagnedra diede il meglio, forse perché fuori lo attendeva il Gridone che incombe e costringe quasi a rovesciare indietro la testa per vederne la sommità appuntata nel cielo. Il ciclo dei mesi il pittore lo vedeva svolgersi lì fuori, in quella campagna sospesa sul solco inabissato del torrente; e, sopra quella montagna sovrana, un cielo grande abbastanza per ospitare storie sacre e teologie.“
È grazie a questo passo di un racconto poco noto di Erminio Ferrari[1] che ho scoperto l’esistenza di un gioiello artistico ticinese praticamente sconosciuto al di qua del confine e, alla prima occasione[2], ne ho approfittato per gioirne la visione salendo a Palagnedra deviando dalla carrozzabile delle Centovalli che da Locarno porta alla Val Vigezzo.
Antonio da Tradate (1465 – 1511 circa)
Pittore lombardo che ha operato negli ultimi anni del ‘400 e all’inizio del 1500 in Svizzera (Ticino e Grigioni) e sulla sponda lombarda del Lago Maggiore. La sua pittura viene spesso collegata, come stile e tematiche, alla scuola tardogotica dei Seregnesi[3] anche loro operanti in Svizzera e in particolare nel ticinese.
Lo studioso locarnese Romano Broggini così lo presenta:
“Antonio da Tradate, pittore della fine del ‘400, la cui prima opera conservataci sarebbe un affresco votivo del 1490 nella chiesa del Collegio Papio ad Ascona, mentre le ultime, un gruppo di affreschi del 1510 in val di Blenio ed oltre il Lucomagno. In quell’anno egli firma infatti un affresco a Curaglia «Antonius de Tredate habitator Locarni». Accompagnato dagli appellativi «magister» e «pictor», egli è citato in 3 documenti notarili degli anni 1497, 1510, 1511. […] Chi fosse Antonio da Tradate, abitante a Locarno, non si sa e neppure da quale ambiente pittorico venisse. Sappiamo che ebbe un figlio, pure pittore, maggiorenne nel 1510. Un esame stilistico delle opere più importanti lo avvicina all’ultima generazione dei pittori della famiglia «da Seregno», che nel ‘400 aveva cittadinanza luganese e che nel 1466 lavorava ad Ascona. Nicolao da Seregno, della seconda generazione, nel 1478 affrescava la chiesa di S. Nicolao a Giornico: ma v’è in lui un desiderio di grafica eleganza gotica che è sconosciuta in Antonio da Tradate: questi sembra invece riagganciarsi a forme più arcaiche, ma è più sensibile anche ai richiami d’un nuovo realismo. V’è inoltre in Antonio da Tradate un’aria di familiarità con Galdino da Varese […] anche se talvolta, più che a dirette influenze reciproche, si può pensare ad una comune provenienza di orientamenti mentali e di tradizione tecnica in aree periferiche nord lombarde.”[4]
Gli affreschi di Palagnedra
“Nel complesso delle opere firmate o attribuite ad Antonio da Tradate il coro di Palagnedra occupa certamente la posizione di maggior rilievo per la conservazione, per la complessità e per i pregi di colore e di composizione. L’attribuzione al pittore nasce probabilmente dalla lettura della iscrizione in parte distrutta che esisteva nel coro stesso, trasmessa oralmente in loco, confermata e mantenuta dai frammenti esistenti: essa è oggi però ben documentabile attraverso il confronto di parte degli affreschi di Ronco.
Questi, oltre la firma di Antonio da Tradate, portano la data del 1492; sotto la parete raffigurante gli apostoli, assai rovinata, lo zoccolo rappresentante i mesi ricalca appieno la iconografia e gli schemi di Palagnedra. Solo alcuni particolari e lo sfondo sono diversi, sì che appare verosimile l’uso degli stessi cartoni, ridotti, a Ronco, nella parte inferiore. La attribuzione di Palagnedra è oggi quindi confermata anche da elementi formali e concreti.”[5]
L’attuale pregevole condizione degli affreschi è frutto di un attento lavoro di restauro effettuato nel 1966, per conto della Fondazione Dietler-Kottmann, dall’artista e restauratore Carlo Mazzi (1911-1988) che così ricorda:
“I dipinti in ottimo fresco, che ornano completamente le tre pareti e la volta a crociera del coro della vecchia chiesa di Palagnedra, sembrano datare dalla fine del ‘400. La costruzione della nuova chiesa, nel ‘600, ha in parte danneggiato un angolo del coro: parte dell’arco trionfale è caduto. D’altra parte gli affreschi che vennero a trovarsi in sagrestia non vennero mai scialbati né ritoccati. […] Gli affreschi sono dipinti con gran cura, con buona preparazione del fondo, in una tecnica assai abile e disponendo le figure in modo eccellente. […]
Il restauro venne orientato in modo da non permettere confusione fra le parti restaurate e quelle autentiche, pur ridando unità all’ambiente e leggibilità alle scene. […] La pulitura ha permesso in particolare di riscoprire quasi completamente il mese di gennaio, di interpretare quelli di luglio, ottobre e novembre, di scoprire il sottarco, con le figure [di S. Michele e una Madonna di Rè] e l’Annunciazione esterna, nella Crocefissione di leggere la scena invisibile del diavoletto che prende l’anima del cattivo ladrone.”[6]
Ripercorrendo l’insieme degli affreschi, possiamo così suddividerli.
Appoggiata al pavimento, anch’esso restaurato per impedire infiltrazioni, scorre sui tre lati l’allegoria dei mesi da gennaio a novembre. Il mese di dicembre è stato evidentemente distrutto con l’apertura della porta che unisce la cappella con la successiva chiesa del ‘600.
Nella parete centrale (tra e ai lati di due finestre volte ad oriente) una imponente Crocifissione.
Nella parete a nord, sopra i mesi da gennaio a maggio, gli Apostoli Pietro, Giacomo Maggiore, Matteo, Andrea, Bartolomeo e Filippo.
Nella lunetta sovrastante, fra due profeti, Gesù che salendo al Golgota con la Croce incontra la Veronica.
Nella parete sud, sopra i mesi da agosto a novembre, gli altri sei Apostoli: Taddeo, Mattia, Tommaso, Simone, Giacomo Minore, Giovanni.
Nella lunetta sovrastante, sempre fra due profeti, l’orazione di Gesù nel Getsemani.
Nella volta a crociera, sopra la Crocifissione Cristo benedicente in gloria con i simboli degli evangelisti, in un ovale sorretto da quattro arcangeli.
Nella vela della crociera a nord, sopra i primi sei apostoli, e l’incontro con Veronica, due angeli e i Padri della Chiesa Gregorio e Gerolamo.
Nella vela a sud, sopra gli altri sei apostoli, e Gesù nel Getsemani un angelo (il secondo non è più visibile) e i Padri della Chiesa Ambrogio e Agostino.
Nella parziale vela a ovest, opposta al Cristo in Gloria, San Michele Arcangelo fra Sant’Abbondio e San Vittore.
A nord, nell’arcata che precede i primi sei apostoli, Sant’Agata vergine e martire, venerata in particolare quale protettrice delle malattie del latte
A sinistra dell’arcata abbiamo quelli che Mazzi interpreta quali ex voto con una Madonna tipo di Re (precedente di due anni alla tradizione del miracolo del 1494)
e un parziale San Michele.
Se nel dettaglio questi sono i ricchi contenuti della pur piccola cappella, non va evidentemente perso l’insieme della scenografia che risale dallo scorrere terreno dei mesi alla tradizione evangelica (gli apostoli e il Golgota) per sovrastare nella volta con il Cristo in gloria e i pilastri della dottrina, così come mirabilmente ci ha introdotti il passo iniziale di Erminio Ferrari.
Se passate in auto dalle Centovalli o siete a in Val Vigezzo non perdete l’occasione: all’altezza del lago artificiale costruito sulla Melezza, scendete, passate sopra la diga e risalite l’altro versante scoprendo che non sempre è necessario recarsi molto lontano per ammirare i capolavori pittorici dei secoli andati.
Note
[1] “Centovalli (via Locarno). Storie di treni e di contrabbando”, in AA.VV. Negli immediati dintorni. Guida letteraria tra Canton Ticino e Lombardia, DoppioZero – Casagrande, Bellinzona 2015. Il racconto completo si può leggere >> qui.
[2] L’occasione si è realizzata grazie alla 27ma edizione del Sentiero Chiovini in partenza da Palagnedra. Con altri amici dell’ANPI abbiamo accompagnato gli escursionisti del trekking, e dopo la roro partenza ne abbiamo approfittato per visitare la Chiesa di San Michele.
[3] Antonio, Baldassarre e i più noti Cristoforo e Nicolao da Seregno.
[4] “Gli affreschi di San Michele” in Gli affreschi del coro della chiesa di San Michele a Palagnedra, Parrocchia di Palagnedra 2011 (III ed.), p. 17-20.
[5] Ibidem.
[6] Ivi, p. 31-34.

















