Pier Antonio Ragozza e la Resistenza
Lo scorso 12 maggio presso il Liceo Spezia di Domodossola, in collaborazione con la Fondazione Paola Angela Ruminelli e l’editore Grossi, a un anno dalla prematura scomparsa di Pier Antonio Ragozza, è stato presentato in anteprima il volume “Una passione civile. Scritti scelti sulla storia e la cultura del Verbano Cusio Ossola” a cura di Paolo Crosa Lenz e Andrea Pozzetta.
Il volume, progettato e curato editorialmente dalla Associazione Casa della Resistenza, raccoglie una selezione di scritti scelti nella immensa produzione dei contributi di Pier Antonio Ragozza in monografie e periodici suddivisi in sei sezioni.[1] Un doveroso riconoscimento ad una personalità che con serietà e modestia ha lasciato un debito indelebile culturale e civile alla nostra comunità territoriale. Quella che segue è la introduzione che ho preparato per la parte del volume dedicata alla Resistenza.
L’invito naturalmente è quello di procurarsene una copia – disponibile in libreria sia presso la Casa della Resistenza – scoprendo e approfondendo il filo conduttore che lega l’insieme dei suoi scritti e delle sue orazioni: una “Passione civile” appunto, eticamente fondata e rigorosamente documentata, che pare provenire da altre epoche ma di cui, in questi tempi rumorosi, arroganti e spesso violenti, abbiamo un enorme bisogno.
Le dimensioni della Resistenza
Una Resistenza a più dimensioni: civile oltreché militare, locale, nazionale e internazionale, giuridica prima ancora che politica, tecnica ed operativa ed anco anticipatrice e una profondità etica, sia laica che religiosa, che connette a lega l’insieme. Tutto questo troviamo in questa sia pur breve selezione di scritti di Ragozza che non sempre è stato facile distinguere dalle successive sezioni (territorio, storia militare, frontiera, scritti civili, orazioni) che a loro volta con la Resistenza spesso si intrecciano.
Un legame organico che, quale studioso, personalità civile ed istituzionale, già a partire dalla sua tesi di laurea del 1988 sulla “Legislazione della Repubblica dell’Ossola” lo ha caratterizzato per l’intero percorso di vita. Nello specifico posso ricordare la collaborazione nella realizzazione di iniziative e convegni di studio con l’Istituto Storico della Resistenza di Novara e con la Casa della Resistenza di Fondotoce. Aveva anche potuto partecipare nel 2023 al neonato Comitato Tecnico Scientifico di questa associazione quando poi la sua improvvisa e prematura scomparsa ha lasciato un vuoto impossibile da colmare. Al 1989, da giovane neolaureato, risale il suo primo contributo alla Rivista “Resistenza Unita” – poi “Nuova Resistenza Unita” – proseguita con frequenti collaborazioni nei trentacinque anni successivi; scritti solo in parte riportati nelle pagine seguenti.
La dimensione della Resistenza civile. Nel ricordare eventi e personaggi, apparentemente minori, vi è un afflato costante, un debito che dobbiamo a numerose figure che hanno resistito e contribuito in modi diversi a superare gli orrori di una guerra imposta dagli occupanti nazisti coi loro collaboratori fascisti. Un dovuto riconoscimento che in genere era mancato nella ufficialità delle commemorazioni. Vi troviamo le “portatrici” di Premosello che, con le trausciui (pantofole) per non far rumore, trasportavano “la libertà nella scivera”, persino due militari tedeschi, uno che preferì morire per non tradire la sua fede religiosa, l’altro che aspettava a sparare quando il “nemico” era oramai fuori pericolo, il parroco di Colloro che si offre in ostaggio per risparmiare la popolazione, la levatrice che, oltre a far nascere, da sola o con l’aiuto del primario di Premosello salva i feriti dell’una e dell’altra parte. Personaggi, storie che ci fanno intendere come anche durante la crudeltà della guerra un principio morale, sia religioso che laico, abbia potuto (e voluto) anticipare semi per un auspicato futuro di pace
Un debito e un riconoscimento, che se non dimenticato è stato certo tardivo, quello verso gli “alpini partigiani” della armata stracciona che dall’altra parte dell’Adriatico dopo l’8 settembre scelsero, dopo esser stati occupanti, di unirsi alla resistenza jugoslava come la figura di Ugo Nino che simbolicamente ha unito la penna bianca di ufficiale alpino alla camicia rossa dei garibaldini.
La dimensione locale, rivolta a quanto avvenuto nel territorio ossolano, ad esempio agli abitanti di Bettola che hanno visto le loro case in gran parte distrutte senza un perché (per niente!) e l’interesse particolare per la formazione del Valdossola con i suoi fazzoletti verdi e il suo comandante Superti. Non solo perché questi aveva posto il comando a Colloro (paese di nascita di Ragozza) ma soprattutto perché è per sua iniziativa, e forzatura, che di concerto con Tibaldi non solo l’Ossola venne liberata nei gloriosi 40 giorni, ma si diede un governo civile in grado di amministrare quel territorio e che nel contempo fosse, non tanto una “repubblica” come poi è stata chiamata, ma una consapevole anticipazione della repubblica a venire.
Su questo tema Ragozza ha scritto tanto, ben più di quanto è stato possibile selezionare per questa antologia. Nel denso saggio sulla “Repubblica” (tra virgolette) dell’Ossola Ragozza coniuga la sua competenza giuridica con lo spessore dello storico evidenziando il rigore legislativo della Giunta di Governo che, in una situazione «straordinaria e temporanea», doveva emanare norme e regolamenti senza poter aver rapporti diretti con il Governo di Roma a cui comunque si richiamava, coprendo il vuoto derivato dalla abrogazione delle norme esplicitamente fasciste, ed emanando norme «riconducibili a due gruppi fondamentali: il primo relativo alle norme dirette alla risoluzione di problemi contingenti del territorio e della popolazione, o ancora di carattere organizzativo, e un secondo composto da norme che si proiettavano nel futuro dell’Italia liberata, delineando proposte e iniziative da realizzarsi a più lunga scadenza»; assumendosi la Giunta un potere legislativo giustificato dalla eccezionalità della situazione in piena sintonia e parallelismo con quanto avveniva “nella parte di Italia già liberata con l’introduzione del decreto legislativo luogotenenziale n. 151 del 25 giugno 1944”. Così come il Bollettino quotidiano della Giunta assunse di fatto la funzione di una “Gazzetta Ufficiale”. Tra gli altri viene sottolineata l’esemplarità giuridica e umana del giudice della “Repubblica”, Ezio Vigorelli che, dopo aver partecipato al funerale dei suoi due figli caduti in Valgrande, tralasciando qualsiasi sentimento personale di rivalsa, nei confronti dei fascisti detenuti effettuò con rigore l’istruttoria «ma senza arrivare a una sentenza definitiva, attendendo per l’irrogazione delle eventuali sanzioni, quelle “determinate a suo tempo dal governo democratico dell’Italia riunificata, libera, indipendente”.»
Nel più breve scritto sulle scuole Galletti di Domodossola si ricorda come il direttore fascista fosse comunque lasciato al suo posto durante i 40 giorni, mentre si dava vita ad «una Commissione didattica consultiva presieduta da don Gaudenzio Cabalà, docente alle Scuole Galletti e divenuto una sorta di ‘ministro della Pubblica istruzione’ della zona libera», che volle anticipare «quello che poteva essere il futuro assetto della scuola italiana del dopo liberazione».
L’altra dimensione in cui Ragozza mostra incomparabile capacità di connettere competenza tecnica e spessore storico sia retrospettivo che nel costante passaggio dal locale al nazionale, e in più casi a suggestioni ed esempi anche internazionali, è quella militare. Negli “Aspetti militari delle comunicazioni delle forze partigiane” sottolinea come la rapidità e correttezza delle informazioni (dalla battaglia di Maratona in poi) sia essenziale per qualsiasi operazione militare e, nello specifico della resistenza, sia per i collegamenti fra le formazioni (qui il ruolo essenziale delle staffette) per coordinarne le operazioni e scambiare informazioni di intelligence sul nemico, che per le comunicazioni con gli Alleati e i comandi nell’Italia del Sud. Nel denso saggio sull’armamento dei partigiani, partendo da alcune esposizioni museali Ragozza compie una completa rassegna delle tipologie di armamenti, sia individuali che “di squadra”, sino agli esplosivi e all’artiglieria pesante. Per ogni tipo di arma ne viene ripercorsa l’origine e le diverse varianti di modello e calibro, le formazioni o i casi singoli di loro utilizzo con anche qualche cenno alla loro diffusione successiva al 1945 come il Moschetto automatico Beretta «prodotto in nuove versioni sino al 1957 e adottato, oltre che dalle forze armate e di polizia italiane, pure da eserciti di altri Paesi» oppure il mitra più diffuso, lo Sten, «arma rustica, dal design semplice, a basso costo e facile da costruire. Terminata la guerra, molti degli Sten prodotti in enormi quantità fino al 1953 … vennero ceduti a diversi Stati e impiegati in vari conflitti nei decenni successivi, persino su fronti opposti come nel 1971 per India e Pakistan. Gli ultimi a utilizzare in modo organico e diffuso quest’arma furono forse i guerriglieri del Movimento zapatista del Chiapas in Messico nel 1994.»
Per quanto riguarda la specifica situazione relativa al possesso e utilizzo degli armamenti partigiani, oltre l’iniziale problematicità del reperimento, ha costituito una grave difficoltà anche la disomogeneità per l’origine diversa della loro acquisizione (possesso privato, regio esercito, polizia e carabinieri, provenienza estera, catturate dal nemico, aviolanci, ecc.) Questo pesava sia sulla quantità che soprattutto sulla disomogeneità dei munizionamenti con la necessità di adattare calibri disomogenei magari con il supporto clandestino di maestranze di fabbriche meccaniche. Supporto operaio che si realizzò anche per la produzione di bombe a mano e, in un caso, «un tentativo di realizzare un mezzo blindato».

Uno studio appassionato di storia militare e degli armamenti che non è assolutamente in contraddizione – come taluno potrebbe pensare – con l’afflato etico di cui abbiamo prima parlato. Ragozza è un profondo conoscitore (e narratore) di storia militare ma non è un militarista e tanto meno un bellicista. La conclusione del saggio sulle armi dei partigiani da questo punto di vista è esemplare. Richiamando il salvataggio della Galleria del Sempione con la distruzione da parte di un commando garibaldino delle «1.500 casse con 64 tonnellate di tritolo e diversi proiettili di marina ammassati dai tedeschi», così conclude: «è da ricordare che proprio in questo episodio storico si è avuto l’effettivo impiego della miglior arma utilizzabile in un conflitto, di liberazione e non: la capacità di portare a termine con esito ampiamente positivo una missione bellica senza fare vittime, nemmeno fra gli avversari.»
Vale la pena infine sottolineare come – pur con un occhio particolare ai fazzoletti verdi di Superti – la sua visione della Resistenza sia assolutamente unitaria: ne parla come di un complesso unico e omogeneo al contrario di quanti oggi, non solo tra revisionisti e detrattori più o meno nostalgici, ma anche di chi, pur formalmente richiamandosi alla resistenza, tenta di contrapporre formazioni e partigiani tra buoni e cattivi, democratici e antidemocratici. La totalità della Resistenza lavorò per quella anticipazione della libertà democratica di cui la “Repubblica” ossolana fu alto esempio, ma non certo l’unico.
[1] L’indice del volume è consultabile dal catalogo dell’editore > qui <.




