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Populismo dilagante, sinistra declinante

13 Maggio 2025

Scartabellando tra i file del mio PC ho trovato questo “Populismo dilagante …” unitamente ad una serie di link i più dei quali non più attivi. Si trattava di una ripresa del mio intervento del 2017 alla Assemblea Congressuale del VCO preparatoria al Congresso nazionale fondativo di Sinistra Italiana[1]; pensavo di farne la base per una riflessione più generale sul populismo e le sue evoluzioni. Progetto rimasto nel cassetto (in una cartella del PC) per evidenti motivi. Da un lato i contributi – articoli, saggi – sul tema si sono ampliati a dismisura e soprattutto l’evoluzione del populismo e delle sue propaggini (sovranismi, democrature, partiti e governi esplicitamente autoritari) si sono sviluppati ed anco trasformati con radicale velocità.

Eppure mi è sembrato che rileggere quelle note oggi – al tempo dei Trump, Putin, Netanyahu, Meloni, Erdoğan, Orbán, la francese Le Pen, la tedesca Weidel ecc. – può forse aiutarci ad una visione meno istantanea ed episodica dei tempi tragici che stiamo vivendo. Riproponendomi di riprenderne la tematica in alcuni dei prossimi post.


Il populismo

C’è chi, come Massimo Cacciari, in un recente dibattito televisivo, sostiene che ormai la categoria sia inservibile perché copre realtà troppo diverse fra loro, una parola che volendo spiegar troppo non spiega più niente e chi, come Asor Rosa, propone un nuovo concetto, quello di “massismo” fondata sul rapporto fra una “Massa disorganizzata e indistinta” e un Capo che promette la “distruzione del vecchio sistema”. Penso invece, diversamente da Cacciari, che il populismo, o meglio i populismi come proverò a chiarire, siano una realtà con cui la sinistra deve esser capace di far fronte a livello di comprensione e di azione politica con la consapevolezza che l’espansione dei populismi si riflette in modo simmetrico nel declino della sinistra. Penso anche che non sia sufficiente una analisi descrittiva come quella di Asor Rosa che tra l’altro utilizza una categoria (la “massa” e implicitamente “società di massa” che mi pare più inerente al Novecento che al secolo attuale). Proverò a spiegarmi con una esperienza personale.

Abdalà Bucaram. Nell’estate del 1987 eravamo (moglie figli e sottoscritto) in Ecuador e (circa a metà agosto) alla televisione veniva dato gran risalto al ritorno dall’esilio da Panama al suo paese, accolto da una gran folla a Guayaquil, di Abdalà Bucaram. Volevo capire non solo la situazione ma soprattutto le caratteristiche politiche di quel personaggio.

Bucaram, agosto 1987

Mi si è spiegato che era il capo indiscusso di un partito populista (era la prima volta che sentivo quel termine): il PRE (Partido Roldosista Ecuatoriano). Non capendo mi si precisava che non era né di destra né di sinistra e che il tutto si basava sulla sua personalità eccentrica e popolare. Di origini libanesi era stato un atleta famoso dell’Ecuador (calcio, atletica), portabandiera nazionale alle Olimpiadi di Monaco del 1972 e successivamente presidente della società della squadra di calcio di Guayaquil. Cognato dell’ex presidente Jaime Roldós Aguilera (1979-1981) che aveva sposato sua sorella e che con lei morì in un incidente aereo dai più considerato un attentato organizzato dalla CIA per il suo contrasto allo sfruttamento del paese da parte delle multinazionali petrolifere statunitensi. Nel 1984-85 Bucaram era diventato con largo suffragio sindaco di Guayaquil ma, entrato in contrasto con il presidente León Febres Cordero e condannato per offesa alle forze armate, si era rifugiato in esilio a Panama dove ebbe anche lì guai con la giustizia (possesso di cocaina). Enormemente popolare a Guayaquil (la città più popolata e in contrasto con la capitale Quito), denominato “El loco” sarà poi eletto presidente dell’Ecuador dall’agosto 1996 al febbraio ‘97, ma destituito dal Congresso dopo appena sei mesi per “incapacità mentale a governare”.

Una categoria universale? Un insieme di caratteristiche queste di Bucaram che, generalizzandole, possono benissimo servire ad individuare il populismo e in particolare i suoi leader. Personalità eccentriche, per lo più diventate notorie e popolari in contesti diversi da quello politico (sport, spettacolo, economia ecc.) che si presentano come radicalmente alternative a tutte le altre forze politiche e ai poteri costituiti, con posizioni (spesso alternate) che possono essere o apparire sia di destra che di sinistra, con capacità di comunicazione (spesso molto semplificata) e simbiosi con il popolo, con le masse che si identificano con il capo e i suoi slogan. In politica tendono a fondare un proprio partito (o movimento) o comunque a trasformare il partito di appartenenza in un partito personale. Per un bel po’ ho identificato il populismo entro queste coordinate (non molto diverse dall’analisi di Asor Rosa) sino a quando mi sono accorto che erano insufficienti in quanto descrivono (e permettono abbastanza facilmente di individuare) la presenza del populismo ma non lo spiegano. Su questa base possiamo individuare come populisti nostrani Berlusconi (almeno nella sua prima fase), Grillo, Salvini e per certi e non secondari aspetti Renzi e per altri De Magistris; e, in giro per il mondo, Trump, Le Pen (padre e figlia), Farage e anche Putin e naturalmente molti altri. Se così fosse avrebbe ragione Cacciari: la categoria è diventata inservibile potendosi applicare a grandissima parte della politica contemporanea.

I populismi.

L’ex presidente Bucaram

Ritornando a Bucaram mi sono chiesto: “Qual è stato l’elemento di forza che gli ha permesso di diventare prima sindaco Guayaquil e poi presidente dell’Ecuador?” Fatta la domanda giusta la risposta mi parsa evidente: Guayaquil e le sue caratteristiche economiche e sociali di quegli anni. La città aveva infatti subito una rapidissima trasformazione con una popolazione triplicata dall’inizio degli anni ’60 alla fine degli anni ‘80 (un milione e mezzo nel 1990; oggi siamo oltre 3,7 milioni) grazie all’afflusso sia di popolazioni indigene dell’entroterra che, grazie al porto, da più nazioni limitrofe (Perù, Brasile, Colombia ecc.) che ha disgregato la precedente struttura sociale post coloniale (rimasta invece alla base della capitale Quito con cui si accentua il conflitto duale quale capitale economica nei confronti della capitale giuridico-amministrativa). Bucaram ha saputo far leva su questo tessuto sociale disgregato della città in rapida e disordinata trasformazione alimentando il risentimento nei confronti della Capitale e dei partiti tradizionali che con la capitale venivano identificati, ponendosi quale icona identitaria (non casualmente di origini non europee) e come portatore di riscatto. L’assenza di un progetto praticabile ne ha segnato il rapido declino. Se questa spiegazione è valida possiamo dire che oltre alle caratteristiche personali e politiche della leadership il populismo ha alla sua radice una struttura sociale che si sta disgregando e scompaginando e che sopperisce alla carenza di socialità con una identificazione in un leader che ne sa sollecitare, rappresentare e indirizzare frustrazioni, insoddisfazioni e soprattutto risentimento nei confronti di un (vero o fittizio non importa) antagonista sociale. Allora non c’è un solo generico e generale populismo ma specifici e ben diversi populismi che non si differenziano solo per le diversità dei loro leader e delle loro parole d’ordine ma soprattutto per la diversità delle specifiche basi sociali. Basi sociali a cui bisogna saper dare risposte (e progetti praticabili) di ricomposizione (economica e sociale) e non solo una critica, sia pur razionale, e un contrasto politico alle parole d’ordine populiste. È evidente ad esempio la differenza fra il populismo di Trump – che si regge, come molti osservatori hanno sottolineato, sul declino e risentimento della classe bianca (sia ceto medio e alto che operaio) nei confronti di una ormai maggioritaria società multietnica e del cosiddetto “establishment” – e il populismo dei Cinque Stelle nato e diffusosi nelle fasce d’età giovanili sottoposte a disoccupazione, precarietà, privazione di futuro che hanno trovato nel Movimento, nella connessione in rete e nel suo leader un’identificazione fondata sul risentimento verso “la politica corrotta e disonesta”. L’analisi del voto nazionale per fasce d’età delle ultime politiche (2013) non lascia dubbi. Il Movimento ha fatto anche presa a livello comunale in particolare laddove le precedenti amministrazioni non hanno saputo far fronte alla disgregazione prodotta dalla crisi nelle fasce sociali meno abbienti, in particolare nelle periferie urbane. Non è un caso che laddove si sono configurati progetti (anche diversi fra loro) più aggreganti socialmente e più in grado di dare risposte politiche convincenti (es. Milano, Cagliari, Napoli) questa “presa” non è avvenuta subendo talora anche un tracollo rispetto alle elezioni politiche.

La sinistra.

È evidente che bisogna andare oltre alla sinistra del ‘900 sia nella sua variante socialdemocratica che in quella comunista. La prima si è progressivamente trasformata (il cosiddetto riformismo) in un supporter del liberismo perdendo i riferimenti con la originaria base sociale. La seconda ha chiuso i conti con la storia nell’89 e i suoi epigoni ancora non si capacitano di capire di come un sogno si sia trasformato in un incubo. Ma c’è un elemento che ha accomunato entrambe: la convinzione, storicamente fondata, che i movimenti sociali (il movimento operaio in primis, ma anche quello contadino e tutti gli altri a base popolare) siano portatori di una dinamica unificatrice di progresso sociale e democratico. Così in effetti è stato dalla nascita del movimento operaio in poi. Dobbiamo però prendere atto che oggi non è più così, i movimenti non hanno più in sé una capacità trasformativa. La tendenza di fondo del mondo attuale, dominata dal capitalismo finanziario, è centrifuga, tende alla frantumazione dei corpi sociali: questi processi di divisione sono evidenti a ogni livello, dalla struttura familiare alle dinamiche degli stati e della politica internazionale. E i movimenti (quello operaio in primo luogo) sono costretti soprattutto a ripiegarsi alla difesa di diritti e conquiste che fino a pochi decenni fa erano dati come stabilmente acquisiti. Una “sinistra” che non vive all’interno delle lotte e dei movimenti operai e sociali non è più tale, ma deve essere consapevole che questo non è sufficiente. Si presentano oggi sulla scena diverse modalità di sinistra oltre al “riformismo” neoliberista e all’identitarismo nostalgico: quella di opinione che conduce una battaglia culturale, quella amministratrice che dai comuni al parlamento interviene nelle amministrazioni e nella legislazione, quella di opposizione che partecipa alle lotte e ai movimenti. Sono necessarie tutte e tre per una rinascita di una sinistra post-novecento, ma sembra non riescano a trovare una sintesi indirizzandosi ciascuna in un itinerario diverso e divaricato.

Le nostre divisioni.

In quanto appena detto mi pare si fondino le divisioni che ci hanno attraversato e che ci attraversano oggi. Divisioni tra chi si impegna in un ruolo di rappresentanza politica e in più casi “amministra” dentro esperienze positive e chi fa “politica generale” (di opposizione, all’interno dei movimenti, nel sociale ecc.). Per lungo tempo ho pensato che questa naturale differenziazione (visto che non abbiamo pensato di limitarci alla sola opposizione) si superasse con una leadership autorevole (individuale e collettiva). Nichi ha svolto per anni questa funzione, ma lui per primo ha capito che quel tempo era passato. Passato non tanto e non solo per lui, ma in generale. La velocità di trasformazione dell’oggi fa sì che i leader, soprattutto a sinistra, tramontino velocemente anche perché essendo il campo da contendere soprattutto quello con i dilaganti populismi, alle leadership personali che aggregano sulla base del risentimento e di slogan semplificatori la sinistra deve essere in grado di contrapporsi con progetti credibili in grado di ricomporre e ricostruire il tessuto sociale dentro percorsi di nuova socialità. E il superamento della dicotomia fra prospettiva di governo da un lato e protesta e opposizione dall’altro, oltre che da una leadership condivisa, deve fondarsi soprattutto sul progetto. E non può essere solo un progetto nazionale ma questo deve articolarsi in progetti per grandi aree territoriali e per i principali nodi e problemi del nostro tessuto sociale. Senza una politica in grado di mettere al centro i progetti questa dicotomia (governismo/opposizionismo per semplificare) non si supererà e si ripresenterà di continuo al nostro interno.

Comunità e rete.

Non si può parlare di “beni comuni” se non si affronta il nodo della (delle) comunità, tema complesso ma indispensabile per una nuova ricomposizione sociale che non può esser abbandonato al neo-comunitarismo reazionario. Tema fondamentale perché è all’interno delle comunità che le politiche dei beni comuni possono trovare concretezza (a meno di confondere banalmente i beni comuni con i beni pubblici). E non si può parlare oggi di socialità (e di ricomposizione sociale) senza affrontare il nodo della modernità e della socialità che si esprime con e nella rete. Tanto più che un partito che voglia costituirsi quale comunità progettuale non può oggi fare a meno di questo strumento facendone un luogo di confronto ed elaborazione intorno a nodi e tematiche progettuali ben definite.

Laicità della politica. Chiudo con un tema che mi sta particolarmente a cuore: quello della “laicità della politica”. Un tema che ci riguarda direttamente. Non parlo di una “politica della Laicità”. Questa la dò per acquisita anche se le battaglie da condurre sono ancora tante. Parlo di una questione che ci riguarda direttamente: saper vivere la politica in modo laico. Siamo capaci tranquillamente di accettare che le persone si uniscano e si separino, che uno possa abbandonare un credo o scegliere una fede religiosa diversa ma non sappiamo convivere con la diversità politica al nostro interno. Cambiano di continuo le situazioni ed è naturale che le persone, i compagni, sviluppino considerazioni diverse. Il mio non è un generico appello all’unità che lascia il tempo che trova ma la richiesta di un assunto etico-politico: quello di sradicare, a partire dal nostro interno, ogni atteggiamento che richiami a fedeltà di lontana origine staliniana e chiesastica. Un assunto che sintetizzerei in una massima traslitterata laicamente da don Milani: La fedeltà non è più una virtù. Auspico che tutto il nuovo partito, a partire dal gruppo dirigente e dal prossimo segretario sappia assumere in pieno questo assunto che a ben guardare è presente, nella Costituzione della repubblica all’art. 67, (“senza vincolo di mandato”), principio che non a caso i populismi vedono come fumo negli occhi.


[1] Il titolo originario era “Per un partito capace di progettare”. Intervento originario e Documento precongressuale in 16 tesi (C’è alternativa) a cui l’intervento fa diretto riferimento sono consultabili  > qui <  e  > qui <.

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