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Una Parola: Comunità

9 Maggio 2025

È in distribuzione il n. 1/2025 di Nuova Resistenza Unita, naturalmente dedicato all’80mo della Liberazione. Il mio contributo alla rubrica “Una parola” propone un termine che si ritrova spesso in questo blog, sia nei suoi aspetti più propriamente concettuali che in riferimento alla fragilità comunitaria che caratterizza il territorio di questa provincia senza nome che amerei chiamare Lepontina[1].

Naturalmente per Resistenza Unita il concetto di Comunità è stato riletto quale bisogno conculcato dal fascismo, riscoperto dai momenti migliori della Resistenza e riattivato con la Liberazione.[2]


Le parole rivelano il rifiuto dell’uomo ad accettare il mondo così com’è. (Walter Kaufmann)

Parola a prima vista indefinita che ha bisogno di una specificazione e gli ambiti cui può essere applicata sono i più vari: comunità locale, cittadina, montana, provinciale, nazionale, europea; ma anche scolastica, religiosa, scientifica, sportiva, professionale… Può essere circoscritta a un ambito territoriale, a realtà sociali più difficilmente delimitabili (comunità linguistica), ma anche diffuse a macchia di leopardo in vasti territori (comunità religiosa). Eppure è una parola “calda” in cui la dimensione connotativa (la risonanza) è particolarmente forte, aggiungendo all’ambito specificato un’impronta valoriale.

L’etimologia oscilla fra due origini complementari: da un lato communitas da commune, neutro da communis, che indica il possesso in comune di un bene; dall’altro la derivazione da cum munus (o cum munia) dove munus indica un legame, un dono, una “donazione” cui siamo vincolati. I beni in comune possono essere i più disparati, non necessariamente materiali, altrettanto i legami “gratuiti” che si stringono fra i membri. Con “Comunità” ci riferiamo pertanto a specifiche persone riunite intorno a un bene e a un fondamento etico dando vita e a legami che prescindono da quelli economici e giuridici.

Il primo studio che ha inquadrato la tematica è Comunità e Società di Ferdinand Tönnies (1887). In quest’opera Comunità, in quanto struttura naturale ed organica viene contrapposta a Società, struttura artificiale e meccanica. La prima fondata su norme etiche (solidarietà ed aiuto), la seconda su quelle giuridiche (diritti e doveri). Oggi si è superata la visione di una successione temporale (dalla Comunità alla Società) e semmai Comunità e Società sono concepite come due tensioni, due polarità presenti all’interno della stessa “comunità sociale”.

Le comunità rispondono ad un bisogno connaturato all’esistenza umana, un bisogno di “riconoscimento”, che Todorov[3] ha descritto come “il bisogno che qualcuno abbia bisogno di noi” indicandolo come prioritario rispetto al bisogno del piacere e a quello economico utilitaristico.

La principale differenza fra le comunità è tra “chiuse” e “aperte”. Le prime sono fragili, non in grado di rinnovarsi rispetto a cambiamenti esterni e possono divenire particolarmente intolleranti verso condotte difformi dalla consuetudine; le seconde integrando nuovi componenti e nuovi comportamenti sono più facilmente in grado di rispondere ai processi economici, sociali e politici che le investono.

I regimi autoritari per loro natura tendono a reprimere le comunità (etniche, religiose ed anco associative oltreché politiche) viste quali contropoteri dissonanti rispetto al pieno dispiegamento della loro autorità e potere. Non è un caso che i momenti più significativi della Resistenza siano stati quelli in cui questa dimensione comunitaria è riuscita ad emergere.

Attorno al Palas dei conti Malingri e alle figure diversissime ma convergenti di Barbato e Lelettai contadini di Bagnolo, i montanari del Montoso, tutto intero quel tessuto sociale aveva alimentato la comunità solidale che per venti mesi si era stretta intorno ai partigiani”.[4]

Le sere piene di vita nella Domodossola liberata con locali gremiti ove partigiani e membri della giunta si mescolano con “borghesi e valligiani, signore sfollate, stranieri, giornalisti” … e la folla “davanti ad un cinema” ad ascoltare Bonfantini sull’Illuminismo: “un pubblico attentissimo, di gente eterogenea, che parevano avere in comune solo quella curiosità appassionata e l’aria denutrita.”[5]

Nelle città e nei paesi liberati, dopo i festeggiamenti, CLN e formazioni partigiane daranno vita alle “Giunte della Liberazione”, coinvolgendo le personalità locali non compromesse col fascismo: primo e necessario passaggio per la ricostruzione di Comunità democratiche.


[1] A partire da Il bisogno di comunità del 2013 sino al più recente Provincia Lepontina.

[2] Le immagini con cui accompagno questo articolo sono tratte dalla Mostra “Sognavamo la libertà”, realizzate per l’occasione da Vittorio Bustaffa.

[3] T. Todorov (1997), L’uomo spaesato. I percorsi dell’appartenenza, Donzelli, Roma 1997.

[4] G. De Luna, La Resistenza perfetta, Feltrinelli, Milano 2015.

[5] F. Fortini, Sere in Valdossola, Mondadori, Milano 1963.

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