Il destino di Gyurka e il nostro. Perché la memoria?
“La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. … Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi. … Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista …” Primo Levi, La tregua.
27 gennaio 1945. Il “Giorno della Liberazione di Auschwitz”, si dice comunemente. La legge istitutiva del “Giorno della Memoria” (20 luglio 2000, n. 211) parla più correttamente di “data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz”. Non è la stessa cosa.
Quando arrivarono i primi soldati sovietici c’era ormai ben poco da “liberare”: del milione e duecento-trecento mila deportati ad Auschwitz quel giorno nel campo ne erano rimasti in vita circa settemila, di cui almeno un terzo morì nei giorni immediatamente successivi. Il grosso dei sopravvissuti all’inizio dell’anno (circa ottantamila) erano stati avviati, con una di quelle che sono state definite “marce della morte,” verso il confine Ceco. Non fu una “Liberazione”, una festa, ma un momento di reciproco silenzio.
“La scelta di questa data per incastonarvi il Giorno della memoria segue una logica importante. Esso cade infatti nel giorno in cui il resto del mondo – impersonato in quel momento dai soldati dell’Armata Rossa alleata che per caso capitarono davanti ai cancelli di Auschwitz – si trovò per la prima volta davanti alla macchina dello sterminio… è la data in cui per la prima volta si vide, si seppe”[1].
Una data che non riguarda le vittime, ma tutti gli altri su cui cade la responsabilità di conoscere, approfondire, capire, ricordare, interrogarsi su ieri e sull’oggi. Per assumerci la nostra responsabilità collettiva.
La ripresa del testo più noto di Imre Kertész, che avevo affrontato in un più articolato contributo[2], mi ha suggerito qualche considerazione sul senso odierno del “fare memoria” che avevo scritto per Nuova Resistenza Unita.
Il destino di Gyurka e il nostro[3]
“Da piccola non capivo, il male l’ho visto dopo ricordando.” Tatiana Bucci[4]
“Essere senza destino” di Imre Kertész[5]
L’opera del Premio Nobel per la Letteratura 2002 Imre Kertész[6] è stata giustamente collocata fra i testi indispensabili sulla Shoah, “di cui non si possa proprio fare a meno, per verbalizzare l’indicibile, per concettualizzare l’impensabile, per tramandare l’imperdonabile”[7]. Aggiungerei che, differentemente da altri “indispensabili” quali La banalità del male di Hannah Arendt, Intellettuale a Auschwitz di Jean Améry, Necropoli di Boris Pahor, insieme a Se questo è un uomo di Levi è un testo che permette diversi livelli di lettura, adatto sia per ragazzi delle medie che per lettori adulti. Ciononostante nel nostro paese, contrariamente agli altri citati, non è molto conosciuto.
Ne ripercorro sinteticamente la narrazione. L’autore, sopravvissuto quattordicenne da Auschwitz e Buchenwald, fa parlare in prima persona il suo alter ego Köves György soprannominato Gyurka.
Siamo a Budapest nella primavera del 1944 e, esonerato dalla scuola, con la stella gialla che porta come tutti i familiari, raggiunge il padre che, destinato al lavoro coatto non si sa dove né per quanto, viene sommerso da una mesta cerimonia di saluto dalla famiglia allargata. Poco dopo anche il giovane è assegnato al lavoro in una raffineria petrolifera. Un giorno mentre si reca al lavoro, il pullman viene fermato e tutti gli ebrei, giovani e meno giovani, costretti a scendere.
Concentrati in un capannone dove Gyurka ritrova i suoi coetanei di lavoro coatto, verranno poi scortati dalla polizia ungherese fino alla stazione. Un treno blindato lo porterà ad Auschwitz dove, grazie al suggerimento di alcuni deportati di dichiarare di avere sedici anni, riuscirà a superare la selezione. Verrà poi trasferito a Buchenwald e di lì al campo di lavoro di Zeitz (a sud di Lipsia). Un suo concittadino “veterano” del campo, Bandi Citrom, gli fa spontaneamente da tutore e lo istruisce alla dura arte della sopravvivenza: lavarsi, tenere sempre una scorta della razione di cibo, “non lasciarsi mai andare” mantenendo la propria dignità e il proprio orgoglio magiaro affrontando con decisione la fatica del lavoro. Gyurka per un po’ riuscirà a seguirne i dettami, ma coll’aumento della fatica, della spossatezza fisica e per una infezione al ginocchio comincerà a cedere sin quasi arrivare al punto di non ritorno. Operato in qualche modo passa in più reparti tra freddo cimici e pidocchi; sarà riportato Buchenwald sino a che si ritrova in un reparto di infermeria tenuto da vecchi deportati col triangolo rosso che lo curano, lo nutrono e lo riportano in guarigione. Siamo ormai nell’aprile del 1945, il campo viene liberato dagli alleati. A piedi e con mezzi di fortuna si unisce ad un gruppo di giovani ungheresi per tornare a casa. A Budapest non vuole seguire la trafila burocratica dei soccorsi e decide di riprendere in mano il proprio destino. Per prima cosa cerca la casa di Bandi Citrom ma trova la moglie ormai rassegnata al non ritorno del marito. A casa sua scopre che l’appartamento è occupato da una famiglia ungherese che gli chiude la porta in faccia. I vecchi vicini ebrei gli comunicano la morte di suo padre a Mauthausen. Trova assurdo che gli chiedano di “dimenticare gli orrori” consapevole che la “reminiscenza” di quei giorni, quei luoghi e quelle persone non lo lasceranno più.
Il racconto scorre in modo lineare ed è di facile lettura … ma è decisamente spiazzante. Non è un libro di denuncia né delle atrocità naziste né della collaborazione magiara; ci sono entrambe ma descritte (spesso solo accennate) in modo asettico. La narrazione del giovane Gyurka ne ricostruisce lo sguardo infantile, non seleziona e non dà priorità a questo o quel dettaglio od evento, di fronte ad accadimenti inattesi emerge lo stupore del ragazzino e nello stesso tempo una sorta di realismo fatalistico: se avviene così è perché così deve essere. A partire dal contrassegno giallo che “naturalmente” porta come tutti i suoi parenti e conoscenti ebrei.
Alcuni interrogativi che il giovane si pone giunto in un posto sconosciuto dal nome di Auschwitz-Birkenau ci sconcertano. Come mai ci sono dei detenuti con le divise a righe, certo ebrei visto la stella gialla, in quel posto ove era venuto per lavorare? … “mi sarebbe piaciuto conoscere i loro reati”. Diversamente dagli altri testi “indispensabili” sulla Shoah, qui vi è un rovesciamento di prospettiva fra lettore che apprende e narratore che sa e “verbalizza l’orrore dell’indicibile”. Gyurka non sa, non capisce dove si trova, acquisterà consapevolezza lentamente, passo a passo; noi lettori invece sappiamo e ci stupiamo del suo stupore.
Solo alla fine, ritornato a Budapest, cercando di spiegare ad altri che non capiscono (un giornalista, i vecchi vicini di casa), ripercorrendo la sua esperienza ne trova in qualche modo il senso.
Il succedersi di tappe e difficoltà di volta in volta da affrontare per sopravvivere ha fatto sì che “…in generale … io non mi sono accorto degli orrori”. Se tutto si fosse riversato di colpo, non sarebbe stato possibile sopravvivere “né fisicamente né psichicamente”.
Che significato ha avuto per un ragazzo di famiglia non osservante, laica, l’essere ebreo? Drasticamente, ragiona a voce alta Gyurka, “niente, niente per me e niente in sé, in origine, … non esiste del sangue diverso, non esiste niente, ma solo… e qui mi sono bloccato … esistono solo date circostanze.” Sono le circostanze che ti fan diventare tale.
Il destino forse non esiste, scopre alla fine Gyurka, discutendo animatamente con i vecchi vicini che lo avevano invitato a dimenticare; siamo liberi – e responsabili – di ogni passo che facciamo.
“Se esiste un destino, allora la libertà non è possibile; se però – ho continuato, sempre più sorpreso di me stesso, sempre più eccitato – la libertà esiste, allora non esiste un destino, il che significa … significa che noi stessi siamo il destino – questo ho improvvisamente capito, e l’ho capito in quel preciso istante con una pregnanza fino a quel momento sconosciuta.”
Perché la memoria?
Normalmente si dice “perché non accada più”. Ma se guardiamo il mondo di oggi sembra che la memoria non sia affatto servita. Un anno fa un’orribile strage ai confini di Gaza e oggi tutta quell’area è devastata dalla guerra così come in Ucraina, per non parlare del resto del pianeta. Sapere cosa è successo allora, ci può aiutare a capire e prendere posizione sull’oggi.
Un approccio scientifico, e pertanto laico, alla storia ci dice che non esistono popoli eletti. Ma non dovrebbero esistere nemmeno popoli maledetti e la guerra, soprattutto la guerra così come è oggi condotta, laddove colpisce soprattutto le strutture e le popolazioni civili, senza più “porti franchi” quali ospedali, centri religiosi ed educativi, stampa ecc., è una maledizione dei popoli.
Mi pare che noi, di fronte a quanto sta succedendo nel mondo siamo un po’ come il giovane Gyorka. Giorno per giorno seguiamo la cronaca delle guerre (Ucraina e Medio Oriente, raramente le altre in giro per il pianeta) passo a passo, dramma per dramma, orrore dopo orrore … ma non riusciamo a capire, a vedere gli eventi sul lungo periodo, almeno da cento e oltre anni fa e pertanto non riusciamo ad immaginare quali prospettive ci possano essere. Ci sono state due Guerre mondiali e sono entrambe nate in Europa, sono nostra responsabilità storica. Davanti a quella che è stata definita “terza guerra mondiale a pezzi” e al fatto che questi pezzi, dall’estremo oriente, all’America latina si intrecciano e connettono sempre più strettamente con quelle a noi vicine, non è sufficiente la cronaca e le eventuali denunce dei singoli eventi. Dal 2021 al gennaio 2024, in tre anni i conflitti nel mondo[8] sono cresciuti del 40%, senza tener ancora conto di quanto sta drammaticamente avvenendo quest’anno.
In Europa era anche nata la Diplomazia ma sembra fuoriuscita dal nostro vocabolario e dai nostri pensieri a favore di un atteggiamento fatalistico di fronte all’estendersi della guerra e dei suoi profeti.
Ecco allora che “fare memoria” diventa essenziale per allargare il campo della nostra visuale, conoscere il passato per capire l’oggi e prefigurare un futuro auspicabile, che dipende anche da quello che ciascuno di noi può fare e fa per uscire dal buio di questi giorni.
Le parole di Imre Kertész pronunciate in occasione del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura (2002) mi sembrano più che mai attuali:
“Io non ho mai considerato il complesso di problemi chiamato Olocausto come un conflitto inabrogabile tra tedeschi ed ebrei; non ho mai creduto che questo fosse il più giovane capitolo nella storia delle sofferenze degli ebrei. Non l’ho mai visto come un singolare deragliamento della storia, come un pogrom più imponente di quelli precedenti, come una premessa della creazione dello stato ebraico. Nell’Olocausto io ho riconosciuto la condizione umana, il capolinea della grande avventura dove è giunto l’uomo europeo dopo duemila anni di etica e di cultura morale. Adesso dobbiamo riflettere soltanto su come proseguire da qui.”[9]
[1] Elena Loewenthal, Contro il giorno della memoria, ADD editore, Torino 2014.
[2] Dall’Ungheria nazista all’universo concentrazionario.
[3] Pubblicato sul n. 4 ottobre-dicembre 2024 di Nuova Resistenza Unita.
[4] Dalla intervista a Tatiana Bucci, superstite di Birkenau (La Stampa 11.10.2024).
[5] Versione italiana edita da Feltrinelli; prima ed. 1999.
[6] Imre Kertész (Budapest 1929 – 2016) è a tutt’oggi l’unico scrittore ungherese ad aver ricevuto il Premio Nobel.
[7] S. Luzzatto, Un popolo come gli altri, Donzelli 2019.
[8] Conflict Index 2024 da Info Cooperazione del gennaio 2024. La mappa allegata è aggiornata al luglio 2024. Sul sito vi sono i periodici aggiornamenti. L’ACLED (Armed Conflict Location & Event Data) è una associazione non-profit internazionale, indipendente e imparziale su conflitti militari e sociali a livello mondiale: https://acleddata.com/.
[9] In I. Kertész, Il secolo infelice, Bompiani 2012.





