Una parola: Tolleranza*
Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici.
(Martin Luther King)
I contesti possono mutare il significato delle parole.
Tolleranza può riferirsi all’ambito etico-politico come a fisiologia e farmacopea, alimentazione o alla tecnologia meccanica.
Può esser utile riferirsi a quest’ultimo ambito: massimo intervallo di errore consentito nella realizzazione di un manufatto rispetto alla dimensione progettata. Vi è un errore ma questo, se non supera determinati limiti, è sopportabile (errore consentito).
Voltaire nel 1763 con il suo Trattato sulla tolleranza aveva denunciato l’intolleranza religiosa partendo dall’atroce condanna a morte (la ruota) dell’innocente protestante Jean Calas.
L’anno successivo nel Dizionario filosofico, alla voce Tolleranza dirà: “Noi siamo tutti impastati di debolezze e di errori; perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze, è la prima legge di natura.”
Il dibattito per secoli è stato relativo alla tolleranza religiosa con un punto di svolta con Locke che nella sua Lettera sulla Tolleranza(1685) chiarisce che la questione non è religiosa ma giuridico – politica e che vanno distinti i doveri dei diversi soggetti (individui, chiese, Stato) sulla base di una netta separazione fra Stato e Chiesa.
Un problema di fondo comunque rimane: su che base e quale autorità stabilisce qual è l’errore tollerato e implicitamente quello non tollerabile? Espliciterà il dilemma Mirabeau durante il dibattito sulla Costituente del 1789:
“La parola Tolleranza mi sembra sia, in qualche modo tirannica essa stessa. Perché l’esistenza dell’autorità che ha il potere di tollerare attenta alla libertà di pensiero per il fatto stesso che tollera, e che dunque potrebbe non tollerare.”
L’etimologia, come più volte avviene, ci può venire in aiuto: l’origine latina, “tollere” più che “sopportare” significa infatti “sollevare”, “prendere con sé” e pertanto, in ambito civile, “convivere” in un rapporto di eguaglianza al di là delle reciproche differenze.
Quando la famiglia ebraica Weiller chiese aiuto a Filippo Beltrami questi non si è limitato a garantir loro protezione; racconta Guido Weiller:
“La mia famiglia ed io dobbiamo la vita al Capitano Beltrami, ma non solo questo. In un momento tragico di angoscia, di avvilimento, Beltrami ci ha sostenuti, ci ha restituito la nostra dignità, ci ha fatto sentire «cittadini a pieni diritti».”[1]
La tolleranza/convivenza naturalmente oggi non è più solo riferita alle differenze di religione ma a tutti i campi ove si registrano differenze che possano creare contrasti o incomprensioni: diversità linguistiche, culturali, etniche, sessuali, disabilità ecc.
La tolleranza è (deve essere) illimitata?
Popper nel 1945 chiarisce che se fosse tale si autodistruggerebbe in quanto verrebbe travolta dalle minoranze intolleranti, che pertanto non devono esser tollerate (Paradosso della Tolleranza).
La nostra Costituzione difatti (Disposizione transitoria e finale XII) vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.
Se siamo tolleranti allora contrastiamo (non tolleriamo) gli intolleranti.
* Pubblicato sul n. 4/2024 di “Nuova Resistenza Unita”
[1] Mauro Begozzi, Il Signore dei ribelli, IRRN, Novara 1991, p. 211.






Cosa dire ? Verissimo !Conclusione molto convincente ,aiuta a riflettere anche sui pericoli che corre la nostra democrazia. GrazieBuona giornata
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