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Una parola: Utopia

5 ottobre 2024

È in distribuzione il numero 3/2024 di Nuova Resistenza Unita che, in concomitanza con l’80mo della “Repubblica dell’Ossola”, è in gran parte dedicato alla più importante Zona libera partigiana dell’autunno del 1944. Per questo numero, anche su implicito suggerimento del prossimo Convegno Nazionale Progetto e Utopia. Repubbliche partigiane e Zone libere nella Resistenza italiana, il mio contributo nella rubrica “Una parola” è dedicato ad un vocabolo di cui, in questi tempi bui, abbiamo ancora bisogno.

Tutto è stato detto. Senza dubbio. Se le parole non avessero cambiato significato, e i significati non avessero cambiato parole.

 (Jean Paulhan)               

Utopia

Alcune parole, non molte a dire il vero, hanno una data e una paternità definita. Il termine Utopia compare infatti per la prima volta nel 1516 nel titolo di un’opera dell’umanista londinese Thomas More. Edita nella fiamminga Lovanio si divide in due parti; nella prima si descrivono le deleterie conseguenze delle recinzioni (enclosures) che trasformavano le aree coltivate in pascoli (le pecore hanno scacciato gli uomini) gettando la mano d’opera agricola nella miseria. La seconda parte, che ha poi dato titolo al volume, presenta l’immaginaria Isola di Utopia di cui vengono descritti i felici e perfetti ordinamenti sociali.

L’etimologia è duplice, si sottolinea nell’edizione del 1518: la parola deriva dal greco “0U TOPOS” e significa, “non-luogo”, nessun luogo, (nowhere) cioè luogo immaginario, ma anche da “EU TOPOS”, ovvero “luogo felice”: un immaginario luogo felice con duplice funzione (le due parti dell’opera): analisi critica della realtà e prefigurazione di un ordinamento giusto e razionale.

Non è un “genere letterario” nuovo (basti richiamare La Repubblica di Platone) ma More gli ha dato il nome e precisato il canone: descrizione dettagliata del “non luogo” (Isola, Città, Stato …) da parte di un osservatore (viaggiatore, naufrago ecc.) che rappresenta il punto di vista esterno del lettore. Molti i sottogeneri che dipendono sia dalla collocazione temporale dell’Utopia (passato, presente,  futuro, tempo parallelo …) che dal luogo (isole/città rimaste isolate, società primordiali non contaminate, altri pianeti ecc.); tralasciando versioni mitiche, fiabesche o fantascientifiche, sul piano politico l’Utopia può presentarsi quale progetto, prefigurazione di una società giusta e libera: come stimolo al pensiero critico sul presente e quale programma di massima verso cui indirizzare l’azione.

Repubblica dell’Utopia” è stata più volte definita la “Repubblica dell’Ossola”; in un convegno del 2014 Pier Antonio Ragozza sottolineava come l’esperienza ossolana non potesse dal punto di vista storico e istituzionale esser definita “Repubblica”, e più propriamente costituisse una anticipazione della Repubblica.

Da tempo la versione letteraria più diffusa è l’Utopia negativa o Distopia, Utopia che si trasforma nel suo contrario e che fa implicito riferimento ai fallimenti di trasformazioni rivoluzionarie che hanno voluto imporsi come utopie realizzate, come società chiuse non più modificabili, in sostanza come potere non discutibile. Il filosofo Ernst Bloch rimarcando la necessità di mantener vivo lo “Spirito dell’Utopia”, di lasciare sempre aperta la dialettica realtà – speranza, sottolineava come qualsiasi sogno, anche se realizzato, non è mai completo ma “mantiene un residuo, fatto d’aria e di vento, eppure più consistente della carne, un residuo che si fa sentire.”

Gino Vermicelli, nella sua saggezza partigiana, ha ben declinato questa esigenza nel suo “Viva Babeuf!”:

A volte può essere più bello camminare che arrivare … Arrivare non esiste, è solo un momento del cammino”. E ricordo come in una presentazione pubblica del romanzo, mi pare a Borgomanero, ne abbia espresso in modo giocoso il senso profondo con una variante improvvisata de “La partenza del Crociato”. Suonava pressappoco così:

Sbarcò Anselmo e a quella gente / Tosto chiese “È qua l’Oriente?”

“Se l’Oriente vuoi trovare / Sempre più in là tu devi andare!”


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