Gino Vermicelli. Il racconto di una vita
Faccio seguito al post precedente[i] ripubblicando su Fractaliaspei il secondo articolo su Vermicelli, uscito sulla rivista annuale Il Cobianchi del 2000.
Scritto dopo l’arrivo in libreria della sua autobiografia postuma, una lunga intervista che ci ha permesso di “ascoltare dal vivo” persona e personalità dell’autore di Viva Babeuf!.
[i] Cfr. Lo sguardo anteriore di Gino Vermicelli.
Gino Vermicelli: una vita lungo un secolo
Nel numero de “Il Cobianchi” di due anni fa ricordavamo, poco dopo la sua morte, la figura di Vermicelli partigiano e “maestro di vita”. La pubblicazione della sua intervista autobiografica (Babeuf, Togliatti e gli altri. Racconto di una vita[1]) consente non solo di rivivere nel suo insieme la sua ricca personalità (emigrante, partigiano, dirigente comunista, organizzatore della cooperazione, ambientalista, pacifista, scrittore, ecc. ecc., non dimenticando il contadino, l’apicoltore e l’albergatore), ma anche di rileggere, attraverso la sua narrazione, la storia del secolo che stiamo lasciando alle spalle.
Giovanissimo operaio migrato in Francia conosce, alloggiati presso sua madre, alcuni emigrati politici italiani che gli consigliano letture (Zola, Hugo, Gor’kij …) e stimolano la passione politica che lo avvicinerà alle organizzazioni di lingua italiana del PCF. Da quel momento la storia personale di Vermicelli si intreccia con quella di numerosi personaggi noti e meno noti dell’antifascismo e con le grandi vicende del Novecento: l’occupazione nazista della Francia, l’8 settembre, la Resistenza della nostra Provincia, il dopoguerra a Milano, Firenze, Roma e in Sicilia, la Mafia, i paesi dell’est Europeo e la guerra fredda, il ’68, la trasformazione del contesto internazionale sino alla scomparsa dell’URSS con le sue ripercussioni nazionali e locali.
Le due persone con cui Vermicelli ebbe più consonanza (Andrea Cascella, comandante partigiano, scultore e critico artistico; Marcello Cimino, coltissimo dirigente comunista siciliano di origini aristocratiche) erano certamente due grandi intellettuali; anche Vermicelli lo fu ma in un modo del tutto particolare: la sua fonte di ispirazione non era l’arte o la critica letteraria ma la vita quotidiana; la sua naturale saggezza trovava fondamento nella sua grande capacità di apprendere con l’esperienza, dai grandi come dai più piccoli episodi. Ed in questo sta il grande respiro storico della sua narrazione.
Ho conosciuto Vermicelli nel 1968: studenti universitari e delle superiori, operai, militanti più o meno “allineati” della sinistra ci ritrovavamo in una stanzetta vicino a S. Vittore: era il cosiddetto “Comitato Operai e Studenti”. L’incontro con Gino non fu facile: i linguaggi erano molto diversi. Lui parlava poco ed ascoltava molto. Allora aveva 46 anni eppure ci veniva spontaneo chiamarlo vecchio: era un “maledetto vecchio” come lui stesso si definisce in un articolo del 1986. Marcello Cimino nella sua autobiografia[2] parla di lui (nel ’48 quando Gino aveva 26 anni) come di un “vecchio partigiano”. Vermicelli già allora era vecchio non di età ma di esperienza.
Tra tutte le vicende che da quella fine del ’68 ho avuto modo di condividere con Gino due in particolare mi sono rimaste impresse: si tratta di due piccoli episodi “privati” che per me sono stati particolarmente illuminanti per capire la sua figura, il suo stile di uomo.
Val Pogallo: eravamo in tre o quattro a cercare funghi. Gino ci fa conoscere un sentiero poco battuto. Noto che a tutte le occasioni si ferma a bere. Gli chiedo come mai abbia tanta sete.
- Bisogna sempre assaggiare l’acqua. Se no rischi di perdere quella più buona. E poi non sai quando ne troverai ancora … e allora sì che puoi soffrir la sete.
- … io porto una borraccia.
- In montagna la borraccia non serve: prima o poi l’acqua si trova. E … vuoi mettere il gusto di assaggiarla!
Il rifiuto del superfluo, l’essenzialità non come rinuncia ma come scelta. In questo Vermicelli era veramente “antico”: penso che si debba risalire agli scritti degli stoici per ritrovare stili analoghi di vita.
Il secondo episodio, per molti versi analogo, risale al 1973: mi ero appena laureato e Gino ha voluto leggere la mia tesi. Il suo commento, fra il critico e il meravigliato, fu:
- Interessante, ma … perché mai tante note? Se uno è convinto di qualcosa lo dice, … non ha bisogno di citare di continuo autori più o meno famosi!
Anche qui la semplicità come scelta a cui si aggiunge una forma di orgoglio e fierezza personale fondata sulla ricchezza (e durezza) delle esperienze e sulla solidità delle proprie convinzioni. È dall’insieme di questi “caratteri” che nasceva, mi sembra, la grande autorevolezza di Gino. Non si poteva non ascoltarlo; anche quando non si era d’accordo non si poteva non prendere in seria considerazione le sue affermazioni.
La stessa essenzialità la ritroviamo nei suoi scritti. Vermicelli ha scritto molto: articoli, saggi, testimonianze, interventi, cronache sindacali, racconti. Non solo non ha mai “usato le note”: a parte il romanzo, sono tutti scritti brevi.
Ricordo un intervento sotto forma di lettera di Franco Fortini in cui si scusava per non aver avuto tempo a sufficienza per esser più breve. Esser brevi nello scrivere (ma anche nel parlare) richiede tempo, applicazione e fatica.
Ho l’impressione che però Vermicelli ignorasse questo tipo di fatica. L’essenzialità, la capacità di dire tutto ciò che c’è di fondamentale senza mai nulla di troppo o di superfluo era non solo nel suo stile di vita ma anche in quello di scrittore. Anche i suoi inediti sono di poche cartelle dattiloscritte e, oltre a caratteristici francesismi, contengono pochissime correzioni e limature.
Tra questi scritti inediti, non pubblicati nemmeno nell’autobiografia, ne abbiamo scelti tre che, nella loro diversità di tematica e stile, possono illuminare la sua ricca personalità: una testimonianza partigiana su un lancio alleato nel gennaio 1945 a Quarna, un intervento preparato per la manifestazione verbanese contro la Guerra nel Golfo (1991) e un racconto o, meglio, una delle sue favole ambientaliste (1986)[3].
Gianmaria Ottolini
Quarna – 19 gennaio 1945
Gli aeroplani arrivarono verso le dieci del mattino. Dai pressi delle baite dove mi trovavo, tra Brolo e Nonio, li vedemmo apparire e poi sparire dietro la montagna, mentre giravano nel cielo. Non riuscii a contarli, ma erano in diversi a muoversi a bassa quota. Comunque era un lancio, anzi il lancio, il primo diretto anche a noi della Redi, insieme a quelli della Beltrami e della Di Dio. Un grosso lancio abbondante, sembrava, a vedere la miriade di paracadute colorati scendere piano sui prati di Quarna Sotto.
La richiesta del comando unico era stata accolta. Un lancio per tutti, tutti insieme. Ora quel lancio bisognava raccoglierlo, poi dividerlo.
Lo spettacolo durò un quarto d’ora o forse più. Il cielo invaso da decine e ancora decine di paracadute che scendevano lentamente e il rombo degli aerei che giravano a bassa quota. Ma era uno spettacolo che era visto da migliaia di occhi che in quel momento guardavano il cielo. Il lancio fu visto da tutti i paesi del lago d’Orta e da Omegna, dove era presente un consistente presidio fascista. Quello era il primo “lancio” diurno che avveniva in zona, ma esperienze di altri luoghi raccontavano che ovunque fascisti e tedeschi avevano tentato di impadronirsi del bottino.
Con me, in quelle baite, vi era una cinquantina di partigiani armati, che potevano contare, oltre che sulle loro armi individuali, su due fucili mitragliatori e una mitragliatrice pesante. Partiamo subito con tutte le nostre armi.
Superato il laghetto di Nonio, sul sentiero verso ponte Bria, si vede la strada che da Omegna porta a Quarna snodarsi su tornanti lungo il costone della montagna.
Recentemente ho rifatto quel percorso. Della strada delle Quarne non se ne vede più nemmeno un metro. In cinquant’anni il bosco ha ricoperto tutto, nascondendo nel verde il nastro d’asfalto che zigzaga sul costone.
Il 19 gennaio del 1945 non era così. La strada coi suoi tornanti si vedeva tutta e su quella strada, a poche centinaia di metri da Quarna sotto, i nostri cinquanta paia d’occhi videro la colonna dei neri, con in testa un’autoblindo, che lentamente saliva.
In linea d’aria noi eravamo forse a due chilometri dai fascisti. Le armi individuali potevano fare poco, da quella distanza, ma la mitragliatrice pesante sì, poteva raggiungerli. L’arma fu piazzata, l’alzo regolato e si aprì il fuoco. La colonna dei neri sembra fermarsi.
Ci sembra di percepire che anche il fuoco dei nostri che sparano in giù, da Quarna, si è intensificato. E infatti era così. I ragazzi lassù, senza più distinguersi per appartenenza a questa o quella formazione tiravano fuori dai bidoni appena caduti dal cielo mitragliatori Brent con munizioni a iosa e irroravano di pallottole la strada sottostante mentre altri tiravano giù bombe SIP, ossia quelle bombe a forma di ananas che fanno strage in un raggio vastissimo.
Non ricordo quanto tempo ci fermammo lì a sparare. Forse mezz’ora o poco più. Poi i fascisti cominciarono a tornare indietro. Pian piano presero la via del ritorno.
Salimmo tutti nella zona del lancio. Lì decine di donne e uomini fra i quali molti abitanti di Quarna erano impegnati a raccogliere paracadute e bidoni, che erano molti, centinaia sicuramente. Un giovane ufficiale, Ettore, si prodigava per inventariare e fare sparire tutto in grande fretta, ed in parte ci riusciva. Tutto doveva sparire, essere nascosto; ce lo saremmo poi diviso con calma.
I volontari civili (ma non solo loro) miravano alla seta dei paracadute. Alcuni uomini dell’O.S.S. (servizi alleati) cercavano il bidone rosso (gli altri erano neri) perché destinato espressamente ad essi. Si raccontava che il bidone rosso contenesse, fra molte altre cose, della carta igienica, un genere di conforto del quale eravamo del tutto privi in quegli anni. A me serviva un cappotto. Me lo procurò la Nina. Un bel cappotto inglese di lana kaki per passare il resto dell’inverno. In cambio la Nina volle raccontarmi come era scesa sino al tornante sopra i neri, riversando loro addosso grappoli di bombe “ananas”.
Le giornate sono corte in gennaio. Alle 16 tutto è sistemato, nascosto, imboscato. Alle 16 torniamo verso Nonio. Solo a qual punto mi ricordai di non aver mangiato niente in tutta la giornata.
Dopo qualche giorno leggo in un comunicato del Comando di Divisione che quel lancio alle tre formazioni aveva portato 35 mitragliatrici leggere “Brent”, 500 mitra e circa 60 quintali di materiale per sabotaggi. Leggo pure che il nemico aveva avuto 15 morti e 18 feriti. A noi nemmeno un graffio.
Era andata bene. Ma devo confessare che un momento di gioia intensa mi colse il giorno seguente, quando una staffetta, giunta da Omegna, mi raccontò che i neri che ridiscendevano piuttosto malconci la strada delle Quarne erano stati accolti da fischi, lazzi e commenti salaci dagli operai che uscivano dalle fabbriche. Era bello sapere che ormai gli operai, la gente del popolo, i neri non li temeva più.
Gino Vermicelli
È difficile discutere con i bellicisti
È difficile, è proprio difficile discutere con i bellicisti. Imbarcati nel conflitto, essi ritengono che ogni obiezione sarà cancellata dalla loro vittoria sul campo ed ogni obiettore travolto con la sconfitta del nemico. A Baghdad come a Washington e quindi a Roma si comportano conseguentemente con un crescendo di aggressività e di disprezzo per chi non li condivide: i pacifisti.
Storicamente il bellicismo ha sempre considerato come nemico chi non fa propria la propria bramosia di combattimento. Il primo francese caduto nella grande guerra del 1914-18 si chiamava Jean Jaurès; era un prestigioso deputato socialista e il leader del pacifismo francese. Morì assassinato a Parigi il 31 luglio 1914, due giorni prima dello scoppio di quel conflitto che alla sola Francia costò un milione e mezzo di morti.
Probabilmente nel 1991 nessuno ci sparerà, ma certo il bellicismo non manca di farci sentire tutta la sua arroganza. Avete notato con quanta tiepidezza i grandi mass-media trattano i reiterati appelli di Giovanni Paolo II per la pace?
Non ci lasceremo certo intimidire. Con pazienza, con costanza, con cocciutaggine continueremo a spiegare che le guerre non servono perché non risolvono niente o almeno servono solo a spostare le pedine del dominio, che per la gente che la guerra la fa, la soffre e la paga sono cose di nessun conto.
Penso ai Kuwaitiani. Credo proprio che non desiderassero diventare irakeni e per loro l’invasione è stata un imperdonabile sopruso. Nessuno può negare loro il diritto ad avere una patria; una patria fatta di città, porti, strade, impianti industriali, pozzi petroliferi e poi soprattutto di case, scuole, mercati, palestre, ospedali e tutto quanto serve alla vita. La guerra farà perdere loro tutte queste cose. Forse torneranno ad essere padroni sui loro diciottomila chilometri quadrati di territorio, ma questo sarà un deserto disseminato di macerie, con la terra e il mare inquinati e un numero tremendo di morti da seppellire.
Il fatto è che sempre più chiaramente, fra tutti i mali, la guerra è il peggiore dei mali e che i danni che porta, danni veri, agli uomini, alle coscienze oltreché alle cose, sono di gran lunga più rilevanti dei motivi che hanno indotto i governi ad intraprenderla.
Ora, se tornassimo a spiegare ai bellicisti che il boicottaggio petrolifero-industriale poteva e potrebbe essere un mezzo non cruento per spegnere senza gravi danni la aggressività del regime irakeno, ci sentiremmo rispondere che ormai i dadi sono tratti e quindi l’amor di patria e la solidarietà occidentale ci impegnano ad aderire sino in fondo al conflitto.
Stando così le cose, la sola scelta che rimane a coloro che non intendono farsi complici di massacri e distruzioni è quella di “non starci”, cioè non partecipare, non contribuire in nessun modo alla guerra, organizzandosi in tale senso ed escogitando ogni mezzo per comportarsi in modo da essere in pace con la propria coscienza.
L’ubbidienza non è una virtù. Questa consapevolezza è figlia dell’epoca nostra. Probabilmente era poco intuibile quando Tommaso d’Aquino filosofava sulle guerre giuste. La disobbedienza ha invece lasciato il segno nella storia di questo secolo. Con Gandhi, ad esempio, che liberò l’India dalla servitù coloniale senza ricorrere alle armi, riuscendo a muovere un popolo immenso sul piano della disobbedienza non violenta. Ma anche la resistenza al nazifascismo fu in primo luogo disobbedienza, anche se in questo caso armata.
Non avrei voluto sollevare questo argomento, considerando la lontananza, direi la distanza epocale di quegli eventi rispetto alle situazioni in cui viviamo oggi. Ma vi è chi ha ritenuto opportuno paragonare la guerra del golfo con la guerra antifascista o addirittura con la resistenza italiana e quindi occorre parlarne.
In Italia la resistenza ha avuto la sua sorgente primaria nel rifiuto della guerra. Il primo atto dei ragazzi, degli uomini che la costruirono fu il rifiuto della continuazione della guerra dopo l’otto settembre, quindi il rifiuto dei bandi, degli ordini e degli ordinamenti del potere vigente, quello della repubblica di Salò.
Chi guardasse gli atti dei processi farsa ai quali venivano sottoposti talvolta i partigiani catturati potrà leggervi i motivi della condanna a morte: diserzione e ribellione.
Un altro vecchio filosofo, vissuto in epoca molto più recente di quello di Roccasecca, scrisse che “ribellarsi è giusto”.
Per i tempi nostri credo si debba immaginare la ribellione come movimento consapevole e non violento di grandi masse, un rifiuto totale, coraggioso ma non minaccioso, insomma una non guerra come tale giusta, che riesca ad ostacolare, od impedire ogni guerra sempre inutile, dannosa, barbara, quindi ingiusta.[4]
Gino Vermicelli
L’originale dell’articolo pubblicato su “Il Cobianchi 2000”, in formato PDF, è scaricabile < qui >.
È possibile inoltre scaricare, sempre in formato digitale, il testo di una importante lezione[5] sulla Resistenza e le sue modalità organizzative, tenuta alla Università Statale di Milano nel 1993: La vita nelle formazioni partigiane.
[1] Ed. Tararà, Verbania 2000.
[2] M. Perriera, Marcello Cimino. Vita e morte di un comunista soave, Sellerio, Palermo, 1990.
[3] Si tratta di Dalla parte delle bottiglie che ho già riprodotto su questo blog: cfr. Gino Vermicelli ecologista. Due racconti (quasi) inediti a cui rimando per la sua lettura.
[4] Inedito dattiloscritto riproducente l’Intervento alla Manifestazione di Verbania contro la Guerra del Golfo (1991).
[5] Pubblicata la prima volta su Conoscere la Resistenza di Mauro Begozzi e altri, Edizioni Unicopli, Milano 1994, pp. 123-128.









