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Lo sguardo anteriore di Gino Vermicelli

23 aprile 2023

Sono stato invitato, nell’ambito delle iniziative per la Festa della Liberazione, a presentare a Pettenasco il romanzo Viva Babeuf!e il suo autore.

Sono andato così a rileggermi due articoli sul partigiano e Commissario politico della Divisione Redi “Edoardo” che anni fa avevo pubblicato sulla rivista Il Cobianchi.

Mi sono parsi ancora attuali e atti alla loro ripubblicazione in questo blog.

Di seguito il primo del 1998, scritto quando Vermicelli era da poco mancato.



Gino Vermicelli: Uno Sguardo Anteriore

” Parlare di Comunità… oggi ha un significato completa­mente diverso rispetto a qualche decennio fa: le Comu­nità locali sono sottoposte an­ch’esse ai processi di globalizza­zione, frantumazione e specializ­zazione. La Comunità un tempo era un «luogo educante» e ruota­va intorno a figure forti che ne costituivano il naturale punto di riferimento. La figura del «Mae­stro di vita» oggi è scomparsa o si è anch’essa specializzata e de­contestualizzata”.

Più o meno queste parole ha pronunciato ad un certo punto, in Aula Magna nuova, uno dei relatori alla Tavo­la rotonda su “Scuola e Territo­rio”. Era il 13 maggio e il mio pensiero è andato subito a Ver­micelli, in ospedale da alcune settimane, le cui condizioni si erano aggravate negli ultimi gior­ni. Si sarebbe spento la settima­na successiva, la mattina del 21 maggio.

Se c’è infatti un tratto comune che riunisce la moltepli­cità dei ruoli percorsi da Gino (giovane emigrante in Francia, partigiano e commissario politi­co, dirigente prima politico poi della cooperazione, sostenitore delle lotte studentesche ed ope­raie degli anni ’60 e ’70, scritto­re, apicoltore, pacifista …) è pro­prio questo: è stato per tutti co­loro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo un maestro, un maestro di vita.

Vermicelli ad una manifestazione di studenti (Verbania, 1972)

Negli incontri che ebbe più volte con gli stu­denti della nostra scuola – in particolare dopo la pubblicazio­ne del suo romanzo partigiano – ­sapeva immediatamente catturare l’attenzione e il rispetto. Le sue risposte erano chiare, sem­plici, mai banali. Anche alle do­mande più curiose sapeva ri­spondere inserendo i più piccoli episodi, apparentemente insigni­ficanti, nella prospettiva più am­pia dei grandi eventi e delle gran­di scelte. Questa capacità di cat­turare l’attenzione, di dare rispo­ste profonde, di rendere imme­diatamente chiaro a chi ascolta ciò che un attimo prima sembra­va incerto, complicato, magari incomprensibile, insomma que­sta pacata saggezza mi sono chiesto da dove venisse. Non dai libri, non principalmente alme­no. Forse dalla vita. Mi sono con­vinto che il suo sguardo ironico, vivace e sereno avesse la capa­cità di guardare le cose, quelle dei grandi eventi come il più pic­colo episodio quotidiano, in mo­do diverso dal nostro. Era uno sguardo che guardava da lonta­no, che sapeva leggere gli eventi senza lasciarsi scalfire dalle per­turbazioni del momento e dal su­perfluo. In questo sguardo “ante­riore” la sua lungimiranza e la sua capacità di richiamarci ai valori antichi dell’uguaglianza, del rispetto, della semplicità.

edizione del 1984

Non è un caso che il suo roman­zo partigiano sia titolato ad un “resistente” di duecento anni pri­ma: Babeuf. Nell’ultimo anno Vermicelli ha lavorato, insieme ad altri due comandanti della sua divisione garibaldina (Aldo Aniasi ed Ettore Carinelli), alla pubblicazione di una ricostruzio­ne a più voci della guerra di libe­razione nella nostra provincia (Ne valeva la pena. Dalla “Re­pubblica” dell’Ossola alla Costi­tuzione repubblicana). Il libro è da pochi giorni in libreria: ne ri­portiamo due sue testimonianze.

“La liberazione di Moscatelli

Cino Moscatelli a Novara (30.04.1945)

Non ricordo la data esatta, ma era ottobre, ottobre inoltrato del 1943. I tedeschi occupavano l’Italia e da oltre un mese Mussolini era stato li­berato e da Salò aveva proclamato la repubblica sociale italiana. Tutto questo succedeva in Italia, ma non a Borgosesia, dove Moscatelli aveva un ufficio in piazza, accoglieva e si­stemava soldati sbandati (e le loro armi), manteneva vivo, insieme ad altri antifascisti il Fronte Nazionale ed insieme il partito comunista, del quale riceveva gli emissari, clande­stini, s’intende (ma non a Borgose­sia dove sembrava tutto tranquillamente diverso). Sino a quel giorno, appunto, di ottobre inoltrato. Quel giorno i carabinieri mandarono a chiamare Vincenzo Moscatelli e lui, tranquillamente si recò in caserma. Non aveva niente da nascondere, Cino, aveva fatto tutto alla luce del sole.

I carabinieri, dispiaciuti e amareg­giati, gli comunicarono che da Ver­celli, dal prefetto, avevano ricevuto l’ordine di fermarlo e di trasferirlo nel capoluogo. Lo dissero anche ai suoi famigliari che lo fecero sapere a tutti.

Quel giorno giunsi a Borgosesia con un lentissimo treno che mi sca­ricò verso le undici. Naturalmente seppi subito dell’arresto di Cino. Lo sapevano tutti. Bisognava liberarlo. Io non avevo mai liberato nessuno da nessun carcere o caserma che fosse.

Avevo letto però che bisognava uni­re l’azione militare all’azione di massa. Lo dissi, nell’ufficio di Mo­scatelli affollato da amici e compa­gni.

Chi mi ascoltava non capiva molto che cosa volevo dire e forse nem­meno io avevo chiaro il concetto. Comunque, decidemmo di chiama­re le donne a manifestare davanti alla caserma, così, nel pomeriggio, davanti alla stazione dei carabinie­ri di Borgosesia cento o duecento donne urlavano: “Moscatelli! Mo­scatelli! Vogliamo vedere Mosca­telli!”

La caserma di Borgosesia aveva una porta che si apriva direttamente sul­la strada. Era di legno massiccio con enormi rinforzi in ferro e dietro a quella porta vi erano una mezza doz­zina di carabinieri armati. Per una buona mezz’ora, forse an­che un’ora, i carabinieri fecero fin­ta di ignorare quello che succedeva fuori, ma poi, finalmente, si fecero sentire:

“Cosa volete, donne? Andate via!”

“Vogliamo vedere Moscatelli! Vo­gliamo vedere se è ancora qui!”

Dopo esitazioni, nuovi trambusti, tamburellate sul portone, infine i carabinieri si decisero.

“Va bene, ma solo tre. Tre donne a salutare Moscatelli e via, a casa tutte “.

“D’accordo!”

La porta blindata si aprì e subito una bomba a mano scoppiò nell’a­trio, poi tre alpini piuttosto cattivi si precipitarono nel vano e altre bom­be esplosero.

Pochi secondi dopo gli alpini catti­vi uscivano con Moscatelli. Usciro­no di corsa.

Non vi fu tempo per i saluti; s’infil­trarono in una stradetta, verso la montagna, di corsa.

Io guardai l’ora al campanile. Il treno per Novara partiva dopo po­co. Mi avviai verso la stazione, ma prima mi tolsi il soprabito.

Avevo un soprabito di gomma “si­milpelle” comperato in Francia. Sembrava vero daino, ma era gom­ma.

Non ne esisteva di simili, in Italia. Nel timore di essere identificato lo tolsi e lo portai sul braccio sino al­la stazione, poi sul treno lo nascosi sul sedile, dietro la schiena.

Gino Vermicelli. Foto di Mario Dondero

Ne valeva la pena

Se ne è valsa la pena? Veramente la pena non ci fu, se per pena s’inten­de tormento dell’anima, sofferenza morale.

Eravamo sì afflitti da tormenti vari: fame (frequente), freddo in inverno, fatica sempre e poi insetti molesti e parassiti vari (senza contare i “ne­ri” che tentavano di farci la pelle), ma il tutto era vissuto in un’atmo­sfera di vivace allegrezza. Il fatto è che avevamo vent’anni ed eravamo convinti che stavamo cambiando il mondo.

Abbiamo cambiato il mondo? Cer­tamente. Non è poi tanto difficile immaginare in che mondo avrebbe­ro dovuto vivere gli Italiani se i na­zisti avessero vinto la guerra. Non l’hanno vinta perché milioni di donne e di uomini si sono opposti ad essi. Sovietici (20 milioni di ca­duti), Americani, Inglesi, Francesi, Polacchi, Jugoslavi e tanti altri po­poli fra i quali noi, Italiani della Re­sistenza.

L’avventura della guerra fascista si era conclusa nella vergogna della sconfitta.

Il governo di Mussolini aveva di­chiarato guerra a tutti i Paesi vicini e a molti altri lontani e si ritrovava con gli Alleati che, sbarcati in Sici­lia, risalivano la Penisola. Era necessario farla finita con la guerra e con il fascismo. Gli stessi uomini della classe dirigente, il 25 luglio del 1943, dichiararono la fine del fascismo e allontanarono Mus­solini dal potere e poi l’8 settembre 1943 firmarono l’armistizio con gli Alleati.

Tutto poteva concludersi così, sen­nonché i nazisti tedeschi inviarono le loro divisioni ad occupare le zone del nostro Paese non ancora rag­giunte dagli Alleati. Misero insieme un governo “quisling”, alla testa del quale collocarono Mussolini, dopo aver provveduto a liberarlo dalla prigionia. Le vicende che ab­biamo voluto rievocare in questo li­bro sono quelle dei mesi che segui­rono l’occupazione tedesca e la co­stituzione del regime di Salò, in una zona dove la resistenza assunse un carattere emblematico per la pre­senza e, superando difficoltà, la col­laborazione tra formazioni parti­giane diverse che insieme inflissero pesanti colpi ai nazisti e ai fascisti, compreso la liberazione di una zona che contava già allora quasi cento­mila abitanti. Sono episodi della storia di gruppi di partigiani che sviluppandosi e ampliandosi forma­rono divisioni che parteciparono al­la liberazione del territorio sino a Milano nell’aprile del 1945.

Certo che ne valse la pena. Non po­tevamo non farlo.

I fascisti comandavano abusiva­mente (senza l’avallo di elezioni li­bere) da oltre vent’anni.

I Tedeschi ci schiacciavano con la loro occupazione. Bisognava aiuta­re l’Italia a liberarsi.

È stato duro, difficile, ma bello. Un filosofo orientale ha scritto che ri­bellarsi è giusto.

Tessera del CLNAI – Comando Militare Zona Ossola

È giusto e anche bello. Noi lo ab­biamo fatto e non ne siamo pentiti. Ad ogni generazione la responsabi­lità del proprio tempo, il compito di valutare la realtà e di affrontarla. Senza sbagliare.

Libri sulla Resi­stenza ne sono stati scritti molti, centinaia da autori noti e da testi­moni modesti, eppure il filone non è ancora esaurito, vi è ancora molto da mettere in evidenza e da ap­profondire. Il fatto che la Resistenza è la sola autentica rivoluzione che ha attraversato l’Italia, coinvolgendo classi e ceti sociali, incidendo profondamente sul modo di essere e di pensare (sul tipo di civiltà) della gente di questo paese. Nessun altro evento della nostra storia ha coin­volto come la Guerra di Liberazione. Nelle stesse guerre di Indipendenza, anche in quella del 1915-18 (se vo­gliamo considerarla tale) lo Stato ingiungeva ai cittadini l’ubbidien­za. Il Re o comunque il Potere chie­deva ai sudditi di obbedire, per il bene della patria, s’intende.

Con la guerra partigiana invece si chiese alla popolazione di disobbe­dire e di ribellarsi a chi deteneva il potere, tedeschi o fascisti che fosse­ro, di colpire con le armi l’appara­to militare dominante, creando for­ze armate da contrapporgli, oltre che costituire un embrione di con­tropotere civile.

Ciò avvenne anche nelle zone dove si svolgono i racconti e gli episodi raccolti in questo libro, cioè la vec­chia provincia di Novara, incluse la Valsesia e il Verbano, Cusio e Osso­la. In questo territorio operavano formazioni partigiane diverse, con ispirazione politica diversa. Ma nessuno pretendeva dai singoli comandanti partigiani l’adesione all’orientamento politico maggiori­tario.

I lettori scopriranno che vi erano comandanti monarchici nei gruppi partigiani considerati rossi e mili­tanti comunisti in gruppi che si di­stinguevano con fazzoletto azzurro o verde.

Mirko Scrittori, Andrea Cascella e Gino Vermicelli

E tutto ciò prevalentemente in sere­na collaborazione. La necessità del pluralismo come elemento portante della democra­zia veniva così esaltato nella Guer­ra di liberazione.

Dopo il passaggio di una rivoluzio­ne è risaputo che le vecchie classi dominanti tendano a trovare il varco per riprendersi il potere perduto. Ma questa è un’altra storia.”  

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L’originale dell’articolo su “Il Cobianchi 1998”, in formato PDF, è scaricabile < qui >

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