Sulla disforia di genere
Psicoanalista (Società Psicoanalitica Italiana, International Psychoanalytical Association)
È un tratto della nostra contemporaneità e del suo stile di comunicazione binario, fatto di like/dislike, il tollerare poco o nulla la riflessione critica o la complessità del pensiero. In questi anni siamo diventati tutti dei Narciso di cristallo: aneliamo che gli altri ci rispecchino, ma ogni minimo attrito scava graffi che non potranno più essere medicati. Sembra quasi che non vi siano alternative all’essere a favore o contro, al punto che, anche una dubitativa sospensione del giudizio o la richiesta di un supplemento di riflessione, viene facilmente e perversamente frainteso come una dichiarazione di schieramento. Del resto, come potrebbe essere diversamente per il fragile Narciso che siamo diventati: “se tu dubiti, allora sei contro di me” (almeno nella misura in cui la nuvoletta nera del tuo dubbio disturba la trasparenza perfetta del “mio” cristallo).
Così vanno le cose quando si parla di disforia di genere e di transizione di genere. Se si solleva un dubbio o si prova a articolare la complessità del problema, ci si trova, in modo più o meno immediato, derubricati nel partito di chi è a favore e di chi è contro, mentre proprio la delicatezza del tema viene fatta a brandelli dalle logiche identitarie che se ne appropriano come elefanti nella cristalleria. Eppure ben più di qualcosa non torna nella discussione intorno alla disforia di genere.
Cominciamo dalla idea della transizione da un sesso a un altro, che è l’ordine del giorno implicito nella disforia di genere e che costituisce il suo esito più estremo, nella misura in cui può comportare l’intervento chirurgico di cambiamento di genere con distruzione dei genitali ripudiati e ricostruzione plastica dei genitali desiderati. Che si sia a favore o contro una tale pratica, bisogna essere chiari su un punto: non vi è mai transizione da un sesso all’altro, in nessun caso. Al limite abbiamo la cancellazione dei segni evidenti del sesso di partenza (ablazione delle mammelle, plastica della vagina; ablazione di pene e scroto) e la ricostruzione dell’apparenza del sesso di approdo, ma nessuna transizione da un sesso all’altro. Nella transizione chirurgica non si passa da un sesso all’altro ma molto più modestamente si perde un sesso in cambio dell’apparenza, della maschera dell’altro sesso. A titolo di esempio, nella transizione da uomo a donna il seno ricostruito sarà privo di ghiandole mammarie e non vi sarà utero o ciclo mestruale e anche il patrimonio genetico resterà quello di partenza e così via. Assumere la maschera dell’altro sesso, non cancella l’irriducibilità del sesso di partenza, i cui segni seguiteranno a resistere continueranno a interrogare il soggetto e la sua maschera approssimativa. Ed è solo alla luce dei concetti di maschera e di irriducibilità del sesso di partenza, che si dovrebbe avviare una riflessione non dogmatica sul concetto di transizione.
Altre difficoltà si incontrano relativamente a concetto di differenza sessuale. Nella critica che i Gender Studies rivolgono alla sessualità ortodossa e patriarcale, quella organizzata per intenderci intorno al modello classico di famiglia (uomo, donna e bambini) viene messo sotto accusa il binarismo della differenza sessuale (maschio o femmina), a esempio sostenendo che si possa assumere una identità di genere opposta al sesso di appartenenza o di essere “fluidi” rispetto all’essere maschi o femmine (a prescindere dal sesso biologico e dalla eventuale transizione). Sennonché, pretendere di essere fluidi, o chiedere la transizione al sesso opposto, cosa che non si limita a coinvolgere l’identità di genere ma può arrivare a toccare il corpo biologico, non significa criticare la differenza sessuale e il suo binarismo, ma proprio il contrario. Significa prenderlo alla lettera e ipostatizzarlo. Per un curioso rovesciamento dialettico, chi attacca la differenza di genere in nome di una fluidità indecisa o della libertà di passare dall’uno all’altro, trasforma la differenza sessuale in una opposizione tra stati monolitici in cui di volta in volta si è uomini tout court o si è donne tout court o ancora si può passare dall’uno all’altro, come dire, senza resto, senza ombra, senza residuo, proprio come nella vecchia tesi identitaria (maschilista, fallocratica e patriarcale) per cui gli uomini vengono da Marte e le donne vengono da Venere. Di fatto la lotta per i diritti gender e i suoi oppositori condividono lo stesso orizzonte categoriale. Peccato che quest’ultimo sia del tutto inadeguato a concettualizzare la differenza sessuale, che è tutto tranne che una opposizione cristallina tra maschile e femminile.
Prendiamo i casi dell’assunzione del proprio essere uomo o donna e quello della bisessualità psichica, concetto questo assai caro alla psicoanalisi freudiana.
Come divento l’uomo che sono o la donna che sono? Di certo non pretendendo di essere l’uomo o la donna con la maiuscola e di coincidere senza resto e senza residuo, con il mio sesso biologico. Proprio il contrario: per diventare il mio sesso occorre elaborare proprio l’impossibilità di esserlo fino in fondo integrando il rischio di non riuscire a esserlo sempre. In altri termini, per accedere all’erezione maschile devo accettare di poterla non avere, mentre sicuramente la pretesa di avere sempre l’erezione è l’anticamera dell’impotenza.
Assumere il proprio sesso comporta un dubbio diabolico sulla possibilità di esserlo, mentre evitare questo dubbio e la fatica psichica che ci impone, ci consegna all’impossibilità di diventarlo per davvero, ossia di soggettivarlo.
E qui emerge il tema della bisessualità, concetto che non significa, almeno in psicoanalisi, che si è psichicamente sia maschi che femmine e che poi alla fine si decide, ma qualcosa di molto più articolato. Bisessualità significa innanzitutto neutralità rispetto ai sessi. Non si nasce maschi o femmine, almeno dal punto di vista del neonato, che non ne sa nulla, come nulla sa dell’avere delle mani o dei piedi, o del mondo fuori da guardare. Si nasce psichicamente neutri rispetto al sesso, almeno fino a che la differenza sessuale fa la sua comparsa nell’esperienza del bambino (ad esempio per confronto con un fratello o una sorella, con il diverso sesso dei genitori, per “discussione” e esperienze con in pari), col che la neutralità comincia a svanire per lasciare il posto all’elaborazione del fatto che si è maschi o femmine, anche se non si ha assolutamente idea di cosa questo significhi. È questo il lavoro dell’assunzione del proprio sesso e della propria identità di genere, incardinato intorno al dubbio che si accompagna con la roccia dura della differenza sessuale: chi ha il pene dubita di poterlo perdere e chi non ce lo ha teme di averlo perduto o che non le sia stato consegnato o addirittura che le possa essere imposto e così via. È il dubbio che ci introduce alla fatica di assumere il proprio sesso, cosa che comporta sempre e per definizione, di dover fare i conti con la differenza sessuale, che non designa stati opposti, ma che assegna una necessità di elaborazione continua della sua esperienza e che avrà la durata della vita. Perché a ogni fase della vita (adolescenza, età adulta, senilità) dobbiamo rielaborare l’equazione composta da sesso biologico, identità di genere e sessualità. Ogni volta che ci troviamo in un legame affettivo o amoroso, ogni volta che questi si rompono, e persino in ogni incontro amoroso dobbiamo ritornare sulla questione.
Ed è curioso che questa instabilità costituiva venga stabilizzata e silenziata con la scoperta improvvisa e “certa”, esente da ogni dubbio, che non si è il sesso cui si appartiene o che si è fluidi rispetto a esso (nel senso contraddittorio che abbiamo spiegato sopra). Non dovremmo piuttosto pensare che la disforia di genere sia in questo momento non altro che la soluzione prêt-à-porter, già disponibile e sdoganata, per evitare le difficoltà che l’avere un sesso e l’essere sessuati comportano? A questo riguardo, e concludo, che si possa pensare, nel caso di adolescenti con disforia di genere e come da più parti si suggerisce, di utilizzare dei farmaci bloccanti la pubertà, in attesa che la persona coinvolta prenda una decisione sul proprio sesso, significa non cogliere nel segno la complessità della sessualità umana e il suo ruolo nella costruzione dell’identità soggettiva, illudendosi che pochi anni di pausa possano permettere di concludere un processo, quello della sessuazione, lungo quanto la vita di ognuno. Da un punto di vista clinico questo significa solamente muoversi come elefanti in una cristalleria e rispondere a una difficoltà che nei nostri pazienti ci spaventa, con una semplificazione dogmatica che ha le caratteristiche della negazione.



