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Una ricerca sulla popolazione anziana di Verbania (1981-1983)
La pubblicazione e archiviazione nella apposita sezione del blog di questa relazione, curata da Roberto Negroni e dal sottoscritto, uscita in tre numeri del periodico “Per Cambiare” edito dalla CGIL Alto Novarese[1], richiede una breve premessa.
Ho già accennato in un precedente post al quadro in cui si inserisce la Sperimentazione di Ordinamento e Strutture dell’Istituto Cobianchi (Maxisperimentazione); negli anni relativi a questa ricerca siamo ancora “negli anni d’oro”, ovvero nell’ottica della Sperimentazione per la Riforma di una Scuola superiore unitaria e nello specifico alla presenza nella “Maxi” di classi articolate su due indirizzi oltreché di insegnanti che vi accedono tramite l’istituto del comando. Tra le finalità oltre a quello della professionalità di base che si concretizza in particolare nelle esperienze di studio e lavoro e, in alcuni casi, in vere e proprie ricerche, vi è quello del legame tra scuola e territorio con uno scambio reciproco di competenze e prestazioni con enti sia pubblici che privati.
In questo contesto si è realizzata negli anni scolastici 1981/82 e 1982/83 una Ricerca sociale sulla condizione della popolazione anziana di Verbania. Ricerca commissionata dal Comune di Verbania e in stretta collaborazione con l’Assessorato al Servizio Sociale[2]: si è così costituita una équipe di sette docenti affiancati da cinque operatori del Servizio Assistenza del Comune[3].
Per l’indirizzo Elettronico sono state coinvolte le classi IV e V (1981/82) e V (1982/83), per Scienze umane le classi IV A e C (1981/82) che hanno poi proseguito l’anno successivo in quinta.
La finalità era quella di indagare consistenza e condizioni degli anziani di Verbania che vivono nella loro abitazione (con l’esclusione di quelli alloggiati in Istituti) individuando le problematicità e i possibili interventi futuri anche per ridurre i ricoveri in Strutture per anziani. Si è estratto un campione statistico ed elaborato un questionario (dati anagrafici, relazioni sociali, salute, abitazione, economia: 100 domande con complessivi 213 item) che è stato poi sottoposto da sette coppie di studenti di Scienze umane a 350 intervistati.
La relazione scientifica della ricerca è stata presentata alla maturità 1983 dei due indirizzi; nella impossibilità di riprodurre e pubblicare su Fractalia Spei una mole di 101 pagine cui sui aggiungono 118 fra tabelle e grafici nonché un fascicolo di Allegati di 67 pagine, questi tre articoli sul periodico sindacale ne sintetizzano i risultati evidenziandone anche prospettive e indicazioni che tale ricerca aveva individuato per le politiche di settore.
Rilette oggi queste pagine sulla ricerca condotta quarant’anni fa ci fanno intravedere un percorso che ancor oggi è in atto, sia sul piano demografico[4] sia relativamente alla divaricazione tra due modalità di vivere la condizione anziana[5].
COME STA CAMBIANDO LA POPOLAZIONE DI VERBANIA (1)
Lo smantellamento del tessuto industriale che da ormai quindici anni investe Verbania e che in questi mesi sembra voler raggiungere le dimensioni del collasso, ha prodotto e produce effetti intuibili ma solo in parte indagati. In primo luogo un processo di “terziarizzazione” dell’economia che va di pari passo con la diffusione di nuove forme di attività per lo più integrative dei redditi tradizionali (secondo lavoro, lavori part-time, lavoro nero, ecc.), fenomeni dei quali si parla da tempo, ma che è difficile quantificare in modo preciso.
Vi sono, in secondo luogo, molteplici ripercussioni sulla struttura demografica della popolazione, delle quali in genere si parla meno, ma che sono più agevolmente analizzabili e di cui vogliamo parlare.
Di questo si è infatti occupata una ricerca sociale realizzata negli ultimi due anni dagli studenti dei corsi sperimentali del Cobianchi (Scienze umane e sociali con l’ausilio del corso Elettronici per l’elaborazione dei dati col calcolatore). Obiettivo della ricerca era quello di analizzare caratteristiche e condizioni della attuale popolazione anziana di Verbania in modo da fornire al Comune, che l’ha commissionata, gli elementi di conoscenza necessari per i futuri interventi. La ricerca è stata condotta su due piani: quello dell’analisi demografica della popolazione verbanese e quello dell’indagine tramite questionario ad un gruppo di anziani scelto per campione.
Ci occupiamo per ora delle caratteristiche demografiche di Verbania, rilevate sulla base dei dati dell’anagrafe comunale (ottobre 1982).
L’aspetto che emerge immediatamente è quello di un invecchiamento globale della popolazione che procede parallelamente ad una riduzione massiccia delle nascite evidenziata dalla esigua consistenza delle fasce d’età infantile (0-4 e 5-9 anni).
Il fenomeno è presente anche a livello nazionale e in particolare nel Nord Italia, ma da noi assume dimensioni del tutto particolari: gli ultrasessantenni a Verbania infatti costituiscono il 22% della popolazione (contro il 17% in Italia e il 19% in Piemonte), mentre i giovani (0-14 anni) rappresentano solo il 16% (contro il 21% in Italia e il 19% in Piemonte). Se rapportiamo fra loro i due gruppi degli ultrasessantenni e dei giovani vediamo che, mentre in Italia l’ “indice di vecchiaia” (cioè il numero di anziani per 100 giovani) è di 80 e in Piemonte di 107, a Verbania è ben di 134 con un incremento di + 54 rispetto alla situazione nazionale e di +27 rispetto a quella regionale. A Verbania abbiamo pertanto un invecchiamento globale della popolazione che sembra costituire un caso limite anche rispetto alla situazione delle aree settentrionali del Paese.
L’invecchiamento non è comunque l’unico aspetto rilevante della situazione demografica locale; esso si accompagna ad una crescente “femminilizzazione”. È noto infatti come la percentuale di donne aumenti col crescere dell’età e sia perciò più consistente laddove maggiore è il peso numerico degli anziani. A Verbania le donne costituiscono il 53,3% della popolazione globale contro il 51,3% riscontrabile sia in Italia che in Piemonte. Il fenomeno è naturalmente particolarmente consistente fra gli anziani; il 64% degli ultrasessantenni di Verbania è infatti di sesso femminile. Se consideriamo infine i più anziani, gli ultrasettantenni, di fronte a 2664 donne di quell’età (69%) vi sono solo 1195 maschi (31%). Del tutto eccezionale risulta perciò essere l’indice di vecchiaia femminile (numero di anziane su cento giovani dello stesso sesso): a Verbania è addirittura di 173 contro il 95 nazionale (+ 78) e il già consistente dato regionale: 128 (+ 45).
Se questi due fenomeni, pur nella loro particolare consistenza, sono comunque analoghi a tendenze riscontrabili a livello nazionale, vi è un terzo aspetto del tutto specifico direttamente collegabile con la situazione economica del nostro territorio e che riguarda la popolazione in età lavorativa (20-60 anni). Se guardiamo il grafico (fig. 1) notiamo un avvallamento tra i 25 e i 40 anni e un rilievo fra i 40 e i 60 che non trova riscontro a livello nazionale.
Mentre in Italia le fasce 20-40 comprendono il 52% della popolazione in età lavorativa, a Verbania esse costituiscono solo il 48%; inversa ovviamente la situazione per le fasce 40-60. Questo significa che il processo di invecchiamento colpisce anche le fasce intermedie, con una scarsa consistenza delle fasce in età lavorativa più giovani (20-40), cosa che evidentemente si ripercuote sulla scarsa natalità. I motivi di questo fenomeno particolare sono facilmente intuibili; osservando il grafico (fig. 1) notiamo come dopo la fascia d’età 15-19, in assoluto la più consistente, vi sia un rapido decremento. La crisi occupazionale che, come è risaputo, colpisce soprattutto l’occupazione giovanile, determina pertanto, subito dopo l’età scolare, un rapido allontanamento di lavoratori giovani verso altre zone. Bisogna poi ricordare che il fenomeno è descritto sulla base dei dati anagrafici; è a tutti noto che molti giovani verbanesi svolgono la loro attività del tutto o prevalentemente fuori del territorio, pur mantenendo la residenza anagrafica nel Comune; pertanto il fenomeno è con ogni probabilità assai più consistente di quanto appaia dai dati ufficiali.

Se questo calo delle fasce d’età lavorativa giovane non è presente a livello nazionale, lo ritroviamo nella situazione regionale (fig. 2); solo che qui è più ridotto e spostato verso le fasce d’età 20-30. Possiamo solo supporre che Verbania, che ha assistito da 15 anni ad un processo di smobilitazione industriale, anticipi una tendenza demografica non tanto nazionale, ma tipica delle aree, prevalentemente del Nord, dove è in atto un ridimensionamento (quando non lo smantellamento) del tessuto produttivo. Verbania perciò come caso eccezionale, ma non atipico, in quanto probabilmente prefigura situazioni economiche, demografiche e sociali che si stanno diffondendo in molte zone a suo tempo intensamente industrializzate ed ora investite dalla crisi.
Studiare quanto avviene a Verbania, i processi economici, le loro conseguenze demografiche e sociali, può pertanto risultare utile anche per capire ciò che sta avvenendo altrove.
L’ultimo aspetto demografico analizzato è quello dei gruppi di origine. Verbania, per la sua storia e la sua collocazione, è stata terra di immigrazione; infatti ben il 57% della sua popolazione non è residente dalla nascita. I flussi di immigrazione si sono differenziati nel tempo a seconda dei diversi luoghi di origine con l’eccezione dei nati in Provincia di Novara che si distribuiscono in tutte le fasce d’età. La popolazione proveniente dall’Italia settentrionale, il cui insediamento è per lo più antecedente o immediatamente successivo alla 2a guerra mondiale, è la più anziana. La presenza di originari del Sud e delle isole è soprattutto caratterizzata da un’ampia fascia tra i 15 e i 60 anni, costituita prevalentemente dai massicci flussi di immigrazione tra la fine degli anni cinquanta e i sessanta. Questo fa sì che la popolazione ultrasessantenne si differenzi significativamente, rispetto alla provenienza, dall’insieme della popolazione. Fra gli anziani infatti i nati a Verbania scendono dal 43% al 16%; quelli del Centro – Sud – Isole dall’11% all’8%; aumentano invece gli originari della Provincia di Novara (dal 23% al 26%) e in particolare del rimanente Nord Italia (dal 20% al 36%). È anche presente un piccolo gruppo di nati all’estero (2,5%) la cui composizione è prevalentemente anziana e femminile, fenomeno questo riconducibile a flussi di emigrazione dal Verbano avvenuti nella prima metà del secolo, con successivi rientri unitamente a mogli e figli acquisiti all’estero.
Del tutto inversa è la composizione delle fasce d’età più giovani (0-19 anni); qui infatti i nati a Verbania costituiscono il 79% (rispetto al 43% sull’intera popolazione), indice questo di un rallentamento significativo dei flussi di immigrazione in questi ultimi anni.
Quelle che, sia pure per sommi capi, abbiamo descritto, ci sembrano costituire le caratteristiche più significative della situazione demografica di Verbania; in un prossimo articolo cercheremo di capire, sulla base dei risultati emersi dalla somministrazione di un questionario, come questa situazione socio – demografica particolare si rifletta e influenzi la condizione della popolazione anziana di Verbania.
LA CONDIZIONE ANZIANA (2)
Gli anziani di Verbania
Per le caratteristiche di centro urbano e industriale, che ha costituito per lungo tempo area di attrazione e su cui si è successivamente innestata una pesante crisi occupazionale, Verbania (lo abbiamo visto la volta scorsa) rappresenta nell’attuale situazione italiana un caso limite di invecchiamento demografico.
Nell’ottobre 1981 gli anziani (ultrasessantenni) di Verbania erano 7.250 su una popolazione complessiva di 32.589 (22,2%). Si tratta di una popolazione anziana a prevalenza femminile: infatti contro 2.668 maschi (36,8% sul totale degli anziani) abbiamo 4.582 femmine (63,2%); il peso degli ultrasessantenni maschi sul totale della popolazione maschile (15.231) è del 17,5%, mentre delle anziane sul totale delle femmine sale al 26,4%.
I semplici dati numerici ci fanno subito percepire come la condizione anziana sia in gran parte collegata alla condizione femminile.
La distribuzione di questa popolazione anziana sul territorio del Comune non è affatto omogenea: infatti, analizzando il peso percentuale degli ultrasessantenni sul totale degli elettori nelle 42 circoscrizioni elettorali, si passa dall’11% del seggio 22 (Renco) al 38,5% del seggio 34 (Intra – S. Giuseppe). Questa disomogeneità non appare casuale, ma legata soprattutto all’età di costruzione delle abitazioni. La popolazione più anziana è cioè concentrata in gran parte nelle zone di più antica edificazione (centri storici di Intra e Pallanza, Biganzolo, Trobaso est ed ovest, Cavandone, Suna ovest, Castagnola). Le zone con una bassa percentuale di anziani corrispondono invece a situazioni di edificazione più recente e a insediamenti di edilizia popolare (Renco, S. Bernardino, S. Anna, Torchiedo, Righino, Pallanza – Ospedale, Intra – Campo Sportivo, Zoverallo). Appare pertanto subito evidente come gli anziani di Verbania abitino soprattutto proprio dove le condizioni abitative risultano più disagiate.
IL QUESTIONARIO
Per analizzare con maggiore precisione questo ed altri elementi che caratterizzano la “condizione anziana” di Verbania, si è individuato (sulla base dell’età, del sesso e della circoscrizione elettorale) un campione di 350 ultrasessantenni che fosse rappresentativo dell’intera popolazione di quell’età.
Gli studenti di Scienze Umane e Sociali dei corsi sperimentali del Cobianchi nel maggio – giugno e nel settembre – ottobre del 1982 si sono recati nelle abitazioni di questi anziani e hanno loro sottoposto un questionario. Si trattava di un questionario abbastanza ampio (oltre 100 domande, alcune delle quali molto articolate) riguardante soprattutto la vita di relazione, lo stato di salute, la condizione abitativa e la situazione economica. L’attenzione era cioè rivolta agli anziani “non istituzionalizzati” che vivono nel tessuto urbano e sociale cittadino; è questo infatti il terreno di intervento del Servizio Sociale del Comune che ha commissionato e partecipato alla progettazione della ricerca.
Descrivere in dettaglio i risultati emersi sarebbe molto lungo; ci limitiamo dunque a delineare le principali caratteristiche evidenziando dapprima, qualitativamente e quantitativamente, i settori della popolazione dove maggiormente si concentrano i disagi. La condizione dell’ “anziano” (non diversamente da quella del “cittadino”) non è infatti una condizione omogenea; una ricerca che si limitasse a descrivere una “situazione media generale” senza individuare caratteristiche e bisogni dei settori più disagiati risulterebbe pressoché inutile ai fini di un intervento.
UNA VITA DI SOLITUDINE
Il primo elemento che emerge è la presenza consistente di anziani che conducono una vita prevalentemente di solitudine, con limitate e talora inesistenti relazioni sociali, con difficoltà a trovare aiuto, con assenza di interessi e attività socializzanti. Questa vita di solitudine non riguarda in modo indifferenziato tutti gli anziani, ma caratterizza soprattutto la condizione e le abitudini degli ultrasettantenni e in particolare delle donne. Mentre infatti vive con il coniuge l’88% degli anziani maschi intervistati, solo il 33% delle anziane sono coniugate (tra le ultrasettantenni si scende al 23%); inoltre abitano da soli il 28% degli anziani con una prevalenza fra gli ultrasettantenni (32%) e soprattutto fra le anziane in genere (39%) e le ultrasettantenni specificatamente (42%).
Viene in luce una vita di relazione estremamente povera con limitati rapporti con parenti, amici e conoscenti che costringe in particolare la maggioranza delle anziane (51%) a trascorrere gran parte della giornata a casa da sole. Mancando il sostegno di parenti e conoscenti emerge, principalmente fra i più anziani (39%) il bisogno di un aiuto per svolgere i lavori domestici (soprattutto quelli più pesanti) e per sbrigare le pratiche (ritiro pensione, documenti ecc.). Scarsa, in particolare fra le anziane, è la partecipazione ad attività socializzanti sia di tipo individuale (lavoro, custodia nipoti, assistenza ad ammalati, ecc.) che collettivo (iniziative sociali e culturali, centri d’incontro, ecc.).
Questa vita di solitudine che investe una fetta consistente della popolazione soprattutto femminile, costituisce quindi un fenomeno sociale di ampie proporzioni, un fenomeno però silenzioso, nascosto e ignorato proprio per il suo essere rinchiuso dentro le mura domestiche. Per riuscire a percepirlo visivamente ed umanamente dovremmo prestare maggiore attenzione a certi momenti della vita collettiva: l’ingresso di negozi e grandi magazzini la mattina presto, gli uffici postali nei giorni di distribuzione delle pensioni, alcuni ambulatori mutualistici, i reparti di geriatria degli ospedali, ecc.
Questa assenza di vita di relazione inoltre non sembra essere modificata, se non in misura irrilevante, dalle attività e dalle iniziative private e pubbliche che il territorio offre ai cittadini e agli anziani in particolare.
LA PRECARIETÀ COME NORMA
È in questa dimensione di isolamento che si collocano e pesano gli altri aspetti indagati.
Una condizione di salute precaria (in particolare per quanto riguarda la vista: 31%; la funzione cardiocircolatoria: 25%; il sonno e il riposo notturno: 24%; la motilità generale: 19%) che richiede spese notevoli per medicinali, il ricorso a visite specialistiche a pagamento (38%) e si scontra con la difficoltà a reperire assistenza in caso di malattia. Fra gli ultrasettantenni pesano in particolare la mancanza (totale o parziale) di autosufficienza (22%) e i disturbi alla motilità (26%). In questo quadro si spiega il ricorso massiccio all’ospedalizzazione (il 47% degli ultrasettantenni è stato ricoverato in ospedale negli ultimi 5 anni), soprattutto per malattie generali; tale massiccio ricorso è probabilmente da addebitare non tanto ad esigenze “cliniche”, ma a carenze “sociali” quali la mancanza di assistenza generica ed infermieristica, l’inefficienza della medicina di base, condizioni abitative disagiate, ecc.
Anche la situazione abitativa appare complessivamente abbastanza differenziata (44% in affitto contro il 53% in proprietà o usufrutto); le situazioni più gravi (prevalenza della locazione, alloggi situati ai piani superiori senza ascensore, riscaldamento inadeguato, assenza di acqua calda, servizi igienici esterni, ecc.) investono prevalentemente gli ultrasettantenni e soprattutto le zone ad alta densità che corrispondono, come abbiamo visto, alle aree di più antica edificazione. Ad esempio il 45% degli ultrasettantenni (rispetto al 32% della fascia meno anziana) non ha tutte le stanze riscaldate; nelle zone ad alta densità di anziani si passa al 55% per gli ultrasettantenni e al 51 % per la fascia d’età 60 – 69.
Questa situazione abitativa si somma agli altri fattori di disagio che, come abbiamo più volte sottolineato, incidono soprattutto su ben determinati settori della popolazione anziana. Ad esempio circa il 25% degli ultrasettantenni presenta difficoltà di movimento ed è spesso impossibilitato a lasciare la propria abitazione; non è azzardato supporre che questa costrizione sia da addebitare non solo alla condizione di salute, ma anche alle barriere imposte dalla situazione abitativa.
Si osserva infine una condizione economica basata prevalentemente su un reddito pensionistico (il 58% degli anziani di Verbania non percepisce altri redditi oltre la pensione) su cui gravano massicciamente le spese legate alla sussistenza (riscaldamento, vitto, affitto).
Come abbiamo visto le situazioni più disagiate investono (e si sommano) precise stratificazioni: ultrasettantenni, donne, zone ad alta densità; è così possibile tracciare gli steccati all’interno dei quali si colloca il vero “problema degli anziani” a Verbania nei suoi più gravi aspetti. Tanto più che il questionario ha rilevato come l’atteggiamento prevalente di queste fasce nei confronti della propria condizione sia caratterizzato da una tendenza all’accettazione e alla rassegnazione che si esprimono anche in una scarsa propensione a modificare, sia pure negli aspetti secondari e di non difficile attuazione, la propria realtà di vita.
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Qualsiasi intervento che si ponga realmente il compito, se non di trasformare, perlomeno incidere su di una situazione sociale di così ampia portata deve infatti conoscere e tenere nel debito conto non solo la “situazione oggettiva”, ma anche quella “soggettiva”; situazione soggettiva che una ricerca sociale, sia pure tramite campione e colloquio domiciliare, può solo delineare tramite alcuni comportamenti generali, ma che nell’impatto con la realtà quotidiana si rivela sempre più ricca ed articolata.
I NUOVI ANZIANI (3)
Nel precedente numero si è visto come la ricerca svolta abbia consentito di localizzare soprattutto negli ultrasettantenni, nella popolazione femminile e nelle zone ad alta densità abitativa, le aree sociali più disagiate della popolazione anziana di Verbania. L’individuazione di queste aree costituiva, appunto, l’obiettivo principale dell’indagine, perché, si diceva, descrivere soltanto una “situazione media generale” servirebbe assai poco ai fini di un intervento.
Durante la fase di analisi dei dati relativi all’insieme degli ultrasessantenni è però emerso un aspetto di carattere generale nuovo e, per certi versi, antitetico rispetto a quelli descritti. Diciamo un “aspetto nuovo”, non però nel senso di inaspettato: in fondo la ricerca sociale ci porta spesso a scoprire l’acqua calda, cioè fenomeni individuabili anche da una semplice osservazione abbastanza attenta della realtà; la vera novità risiede soprattutto nel fatto che una ricerca efficace consente il ridimensionamento di quei fenomeni.
Tramonto dell’immagine tradizionale dell’anziano
In cosa consiste questo aspetto nuovo? A Verbania (ma non solo qui naturalmente) si è costituita e va affermandosi, accanto alla tradizionale figura dell’anziano, quella che potremmo definire una figura di “nuovo anziano”.
Un po’ tutti noi quando pensiamo all’anziano usiamo come stereotipo generale di riferimento l’immagine tradizionale del “vecchietto” e della “vecchietta” vestiti all’antica, che vanno a letto con le galline, abbarbicati ad un quadro domestico ottocentesco, testimoni spaesati di un tempo perduto cui restano nostalgicamente e tenacemente fedeli. È l’immagine tradizionale dei “nonni”, tanto consueta fino a tempi non molto lontani, ma oggi progressivamente ed inesorabilmente anacronistica. Gli anziani di oggi non costituiscono più una schiera di nonnetti, disorientati superstiti di una estinta società rurale e patriarcale, che si aggirano come marziani in una società industriale o post-industriale. L’anziano odierno è sempre più spesso una persona formata e vissuta nella società del capitalismo industriale: il sessantenne degli anni ’80 è nato negli anni ’20, ha vissuto da protagonista l’ultima guerra, la ricostruzione, gli anni dell’espansione industriale, il boom, l’era del frigorifero, del televisore e dell’automobile, la crisi degli anni ’60 e la depressione degli anni ’70. Non molto dissimile è l’esperienza dei settantenni e talora anche degli ottantenni. Si tratta perciò di soggetti sociali integrati nella realtà del capitalismo maturo, nella quale vivono e si muovono riconoscendone ritmi, relazioni, processi ed abitudini; soltanto la vivono con un ruolo diverso e la considerano da una prospettiva che è conseguente a questo ruolo.
Una nuova figura
Una nuova figura, quindi, di “nuovo anziano”, che svolge attività lavorativa o ne è alla ricerca, che mantiene comunque una vita di relazione, che non sembra disposto ad accettare passivamente un deterioramento della propria condizione, che mantiene consuetudini e ritmi analoghi a quelli delle fasce di popolazioni più giovani.
Questa nuova figura riguarda anch’essa precisi settori sociali: le fasce meno anziane (60 – 69 anni) e prevalentemente maschili. Tra gli elementi significativi, che sono stati rilevati mediante questionario, confermanti questa figura, abbiamo ad esempio:
- una scarsa propensione a rimanere soli nell’abitazione: il 13% dei maschi (contro il 54% delle ultrasettantenni);
- orari e ritmi di vita non anticipati rispetto all’insieme della popolazione;
- una significativa quota di maschi sessantenni (29%) che dichiara di lavorare;
- tra coloro che non lavorano una maggiore insoddisfazione per la propria situazione economica, nella fascia d’età 60 – 69, che non sembra tanto dipendere dal livello di reddito, quanto dal proprio atteggiamento di vita;
- una maggiore disponibilità nei sessantenni a cambiare alloggio o a ristrutturare l’attuale che non risulta essere in relazione con la situazione abitativa (che è peggiore per i più anziani) ma, appunto, con l’età.
Evidentemente una disponibilità al cambiamento implica un atteggiamento attivo e costruttivo nei confronti del proprio futuro; recenti ricerche psico-sociali hanno evidenziato la stretta relazione esistente tra questo atteggiamento e l’ampiezza dello “spazio di vita” personale (cioè l’estensione della rete di relazioni familiari e sociali).
Queste caratteristiche di fondo delle fasce di nuovi anziani possono essere collegate sia alle trasformazioni generali tipiche di una società industriale matura (redditi pensionistici più diffusi e più alti, assimilazione di abitudini di vita urbana, presenza dilagante di “lavoro sommerso”, magari a tempo parziale, che assume il carattere di reddito integrativo), sia, in modo diretto, ai mutamenti della realtà socioeconomica del nostro territorio. L’esigua presenza di una popolazione attiva giovane (20 – 40 anni) comporta probabilmente un maggior coinvolgimento delle fasce d’età più alte nella composizione del reddito familiare. A questo si aggiunge la presenza diffusa, nel Verbano, del prepensionamento, che sul piano generale è impiegato come strumento parzialmente indolore per ridurre l’occupazione e sul piano individuale facilita l’inserimento in attività lavorative “sommerse” a tempo pieno o parziale che, con ogni probabilità, tendono a prolungarsi ben oltre i sessant’anni.
Nuovi termini del “problema anziani”
Il crescente affermarsi di questa figura di “nuovo anziano” contribuirà a ridefinire in termini diversi da quelli attuali le caratteristiche sociali del cosiddetto “problema anziani”. Questa condizione tenderà infatti a differenziarsi in modo netto da quella delle fasce di età più giovani o, meglio, a discostarsi quasi esclusivamente per un diverso rapporto con il lavoro e con i ruoli connessi con la funzione produttiva. All’anziano competono ruoli derivanti o da un rapporto più elastico e precario con il lavoro o da una pressoché totale ed emarginante assenza di tale rapporto. La sua condizione tende a perdere quella specificità che pure ha avuto in tempi recenti (quella del nonno superstite di una realtà scomparsa ed immesso in un mondo inconcepibilmente differente) e ad accostarsi sempre più a quella di altre fasce sociali marginali alla funzione produttiva, quali ad esempio quelle del giovane in prima occupazione, del disoccupato, ecc., dalle quali differisce principalmente per la sicura disponibilità di un reddito pensionistico.
È infatti probabile che gli attuali sessantenni per le loro abitudini e la loro storia, nei prossimi anni, con l’avanzare dell’età, non facciano proprie le caratteristiche ritenute “tradizionali” dell’anziano, che oggi delineano soprattutto l’ultrasettantenne.
D’altra parte, la tendenza demografica in atto amplierà nei prossimi anni il peso complessivo degli anziani e, in particolare, dei sessantenni, sul complesso della popolazione.
Il “nuovo anziano” acquisterà così un ruolo progressivamente prevalente nella definizione complessiva della condizione anziana, provocando un superamento dei limiti di età e di sesso che per ora lo caratterizzano. Il processo non sarà certo rapido né, soprattutto per le donne, agevole (ma se la popolazione anziana resta caratterizzata da una massiccia presenza femminile, tendono pure ad aumentare le donne anziane che hanno svolto attività produttive, che hanno quindi acquisito le abitudini di vita e che dimostrano la vitalità e la socialità che oggi caratterizzano soprattutto gli uomini sessantenni).
Linee di intervento
I modi ed i tempi di questo processo dipenderanno anche dall’attenzione che si sarà in grado di prestarvi e dalla individuazione di iniziative atte ad agevolarlo e a stimolarlo valorizzandone gli aspetti più positivi (una vita di relazione ricca, un rapporto con il lavoro più basato sulla qualità che sulla quantità, ruoli più flessibili, ecc.).
Queste iniziative non potranno che porsi sempre meno sotto il segno di un tradizionale o riformato assistenzialismo e sempre più sotto quello di potenziamento di funzioni socialmente riconosciute (ad esempio tramite lavori socialmente utili, formazione permanente, ecc.), più o meno connesse con quelle produttive, ma che originino, comunque, ruoli socialmente attivi, apprezzati e portatori di valori.
Sottolineare l’importanza di questo mutamento complessivo di fisionomia della condizione anziana non deve significare ignorare o sottovalutare i problemi di fasce attualmente più disagiate ed emarginate e la relativa necessità di interventi. Oggi viviamo una fase di transizione in cui al crescente peso numerico dei “nuovi anziani” si somma il persistere, tutt’altro che trascurabile in termini quantitativi, di fasce di “anziani tradizionali” sulle quali più grava il disagio e l’emarginazione. Concentrarsi nello sforzo di progettare futuri e più consoni interventi non potrebbe certo giustificare l’eventuale trascuratezza per i gruppi attualmente più gravati da problemi.
II dualismo presente nella condizione anziana richiede di operare in duplice direzione, richiede interventi contemporanei, ma differenziati. Richiede uno sforzo analitico e progettuale che attenui i disagi attuali e valorizzi il potenziale presente nella nuova figura emergente, superando i limiti di una tradizione assistenzialistica ed emarginante sempre meno compatibile con una società che in modo sempre più rapido e consistente tende ad invecchiare.
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ALLEGATI
- Gli autori della ricerca
La ricerca è stata realizzata dagli allievi dell’indirizzo di Scienze Umane e Sociali dei Corsi Sperimentali dell’I.T.IS. “L.Cobianchi” (anno scolastico 1981/82, IV A-C; anno scolastico 1982/83, V A-C):
Manuela BERTINATO, Sandra BONOMI, Martina BOSSI, Maria Luisa CALDERARA, Antonella CERUTTI, Nives CERUTTI, Carla DALLA SAVINA, Paola DE MARCO, Roberto FILIPPI, Alessandra GIACOMUZZI, Salvina GITTO, Paola SAU, Patrizia SINCIC, Ivana TASSERA, Paola VIGANÒ,
coordinati dall’Insegnante Gianmaria OTTOLINI.
L’elaborazione dei dati è stata effettuata presso il Centro di Calcolo dell’Istituto dagli allievi dell’indirizzo Elettronico (anno scolastico 198l/82, IV A; anno scolastico 1982/83, V A):
Maurizio ALOISI, Marco ARDIZIO, Fabio BOLZONI, Alberto CARGANICO, Leonardo DEL NEGRO, Massimiliano FABBRI, Marco FARÈ, Raffaele MATLI, Enrico PATRIARCA, Massimo PERELLI PELATI, Antonio SERENA, Andre SOLDI, Massimo VERRI,
coordinati dall’Insegnante Luigi ORSI.
Hanno collaborato alla realizzazione gli Insegnanti:
Paolo DELLA VALENTINA, Italo ISOLI, Paolo MOTTINI, Roberto NEGRONI, Marcella SOGLIANI,
e il personale del Servizio Sociale del Comune di Verbania:
Egle BARANI, Claudio CRISTINA, Madel MONTI, Franca MUSINI, Marisa SERRA.
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2. Piano di lavoro a.s. 1981/2 e 1982/3
ISTITUTO TECNICO INDUSTRIALE STATALE STATALE
Lorenzo COBIANCHI” VERBANIA – INTRA
CORSI SPERIMENTALI DI SCUOLA MEDIA UNITARIA
RICERCA PSICO-SOCIOLOGICA SULLA CONDIZIONEDEGLI ANZIANI DI VERBANIA
INDIRIZZI: Scienze umane e sociali, Elettronico ANNI SCOLASTICI: 1981/82, 1982/83
FINALITÀ DIDATTICA: Esperienza di studio-lavoro (cfr. nota finale)
FINALITÀ SOCIALE: Individuazione, sulla base di un campione statistico
dei bisogni della popolazione anziana di Verbania, con particolare riferimento a:
- vita di relazione
- stato di salute
- situazione economica
- condizione abitativa;
il tutto in funzione di una futura riqualificazione dei servizi socio-assistenziali del settore.
A tal fine la ricerca sarà svolta in stretta collaborazione con l’Assessorato e gli Uffici preposti alla Assistenza del Comune di Verbania.
COMMITTENZA: Comune di Verbania
PIANO DI LAVORO
1. INDIVIDUAZIONE DI UN CAMPIONE STATISTICO
Prof. I. Isoli
Classi: 5^ Elettronici 1981/82
4^ Scienze Umane 1981-82
Periodo: Gennaio-Aprile 1982
2. CORSO DI BIOLOGIA SULLA CONDIZIONE DEGLI ANZIANI
Prof. P. Mottini
Classe: 4^ Scienze Umane 1981/82
Periodo: 15 gennaio – 28 febbraio 1982
3. CORSO DI PSICO-SOCIOLOGIA SULLA CONDIZIONE DEGLI ANZIANI
Prof. P. Della Valentina
Classe: 4^ Scienze Umane 1981/82
Periodo : 15 febbraio – 15 marzo 1982
4. CORSO SULLA METODOLOGIA DELLE RICERCHE PSICO-SOCIOLOGICHE
Prof. P.Della Valentina
Classe: 4^ Scienze Umane 1981/82
Periodo: Aprile 1982
5. INDAGINE CONOSCITIVA SULL’ESPERIENZA DEL COMUNE DI BAVENO
Contenuti: Stato dei servizi socio-assistenziali per gli anziani
Caratteristiche e risultati della Ricerca psicosociologica ivi effettuata
Caratteristiche e modalità di gestione della Casa Albergo
Classe: 5^ Scienze Umane 1981/32
Comunicazione alla 4^ Scienze Umane 1981/82: marzo 1982
6. ANALISI LEGISLAZIONE E CARATTERISTICHE degli INTERVENTI ASSISTENZIALI
Contenuti: Legislazione nazionale e regionale sui servizi socio-as- sistenziali
Caratteristiche e modalità degli interventi a favore degli anziani attualmente in atto nel territorio di Verbania.
Relatori: Operatori dell’Ufficio Assistenza del Comune di Verbania
Classe: 4^ Scienze Umane 1981/82
Periodo: 1-15 marzo 1982
7. COSTRUZIONE DEL QUESTIONARIO
Classe 4^ Elettronici 1981/82: individuazione di una griglia codificata
Classe 4^ Scienze Umane 1981/82: formulazione degli item in collaborazione con l’Ufficio Assistenza del Comune
Periodo: 15 marzo – 30 aprile
8. CORSO DI TECNICA DEL COLLOQUIO
Contenuti e relatori da definire
Periodo: Aprile 1982
9. SIMULAZIONE INTERVISTE
Classe: Scienze Umane 1981/82
Periodo: 1 – 15 maggio 1982
10. PRESENTAZIONE
- Incontri e Assemblee con la Commissione Anziani del Comune di Verbania, i Comitati di Quartiere e gli altri Enti interessati, per presentare e spiegare modalità e finalità della ricerca.
- Lettera del Comune e della Scuola agli anziani scelti per il campione.
Periodo: 1-20 maggio 1982
11. SOMMINISTRAZIONE QUESTIONARIO
Rilevatori: Studenti 4^ Scienze umane 1981/82
Periodo: 20 maggio – 20 giugno 1982
12. ELABORAZIONE ELETTRONICA DEI DATI
Prof. L. Orsi
Classe: 5^ Elettronici a 1982/83
Periodo: Settembre – ottobre 1982
13. INTERPRETAZIONE
Obiettivo: Individuazione di ipotesi di lavoro per l’Ente Locale
Classe: 5^ Scienze Umane 1982/83
Periodo: Novembre – dicembre 1982
14. RELAZIONE SCRITTA
Classi: 5^ Elettronici per l’elaborazione elettronica
5^ Scienze Umane 1982/83 per tutto il resto
Periodo: dicembre 1982-gennaio 1983
Nota per Genitori e studenti
Le esperienze di studio-lavoro costituiscono un momento importante ai fini della professionalizzazione di base dei diversi indirizzi del triennio sperimentale.
Per professionalità di base si intende infatti non solo una preparazione teorica (il “sapere”) necessaria per l’inserimento nell’area professionale corrispondente all’indirizzo, ma anche una preparazione pratica (il “saper fare”).
Le esperienze di studio-lavoro – che comunque non sono mai solo esperienze di lavoro operativo, ma che puntano ad uno stretto legame fra consapevolezza teorica e acquisizione di capacità pratiche – risultano pertanto un momento centrale per l’acquisizione di questo “saper fare” e costituiscono parte integrante dei corsi del triennio sperimentale.
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3. Schema Piano di lavoro a.s. 1982/3
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4. Lettera del Comune di Verbania agli anziani selezionati per l’intervista[6]
[1] Uscite in successione nei tre numeri di Novembre e Dicembre 1983 e del Giugno 1984.
[2] Sindaco di Verbania: Nino Ramoni; Assessore al Servizio Sociale: Ivana Ronchi.
[3] L’elenco degli studenti, insegnanti e operatori sociali che hanno realizzato la ricerca, è riportato negli allegati.
[4] Utile confrontare i dati di allora con quelli attuali così come sono stati analizzati da Maurizio Colombo e Cinzia Gatti: L’evoluzione demografica nel Verbano Cusio Ossola pubblicato sulla rivista online Alternativa A n. 1 2022, p. 12-15; occorre ricordare che attualmente l’indice di vecchiaia è passato, per gli anziani, dagli over 60 agli over 65.
[5] La ricerca ha stimolato le politiche di settore in una duplice direzione: assistenza domiciliare per le fasce più fragili, politiche di stimolo alla vita socialmente attiva per favorire ulteriormente l’emergere dei “nuovi anziani”. Politiche che per l’assistenza si sono allargate oltre il territorio verbanese con la nascita del Consorzio dei Servizi Sociali del Verbano. La polarizzazione della figura dell’anziano e l’emergere e crescere di quello che allora avevamo chiamato “nuovo anziano” è stata confermata nel 2014 da una indagine qualitativa promossa da Agenda2020: Welfare e città mediale; da questa indagine sono nate le riflessioni che hanno portato al progetto che hai poi assunto la denominazione La Cura è di Casa.
[6] Siglata dall’Assessore Ivana Ronchi.
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